Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

D'ANNUNZIO E IL CORAGGIO DELLA VERITA'

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Omnia vincit Veritas.

Siccome ho una delinquenziale simpatia per Gabriele D’Annunzio – e anche solidarietà perché, sapete com’è, tra lupacci cattivissimi e incalliti malinquenti ci si vuole un gran bene… – e siccome non credo che si debba dar credito alle molte calunnie, alle tante diffamazioni, che il mito «virtuista» (come lo chiamavano Arturo Reghini e Vilfredo Pareto) e l’azione distruttiva ed omnicorruttrice che la corrottissima Potenza Straniera d’Oltretevere con grande abbondanza per oltre diciassette secoli – davvero troppi – hanno generosamente profuso sulla nostra povera Italia caduta in mani tanto sciagurate, non mi devo preoccupare dei giudizi e dei pregiudizi dei piccoli uomini e dei macachi su di lui. Mi preoccupo, invece, e moltissimo, del fatto che nell’ambito della Comunità spirituale circolino, pensieri imperfetti e generici, molte deformazioni e talune inconsapevoli menzogne.

In questo campo, la buona fede non è sufficiente. Quando venni accolto, prima da Massimo Scaligero e poi da discepoli fedeli di Rudolf Steiner e di Marie Steiner del Lascito, nella Scuola Esoterica, presi molto sul serio l’esigenza dichiarata a chiarissime lettere dallo stesso Rudolf Steiner, ossia «l’impegno di fronte alla Potenza Sacra di Michele, non solo di dire quello che in buona fede crediamo essere la verità – questo impegno gli esseri umani lo assumono a fior di labbra con grande facilità e leggerezza – bensì di indagare il più profondamente possibile per verificare se sia veramente verità quello che crediamo essere verità. Perché menzogne o non verità, anche pronunciate in buona fede, agiscono in maniera distruttiva nel movimento spirituale».

Nelle pagine passate di questo sito, sono state pronunciate parole molto affrettate e superficiali sul Vate-Soldato, e sulle sue tendenze ed aspirazioni esoteriche. Nei suoi confronti sono state usate, con una certa leggerezza parole del Dottore – cosa che reputo impropria – e contro di lui sono stati usate espressioni guenoniane come «controiniziazione» o «pseudoiniziazione» a proposito di una sua appartenenza alla massoneria. Nesciunt de quo loquuntur.

Essendo – ancorché bene informato, per quanto possibile, in proposito – un lupaccio solitario, ed un orso dal pessimo carattere, evito – per incoercibile tendenza alla disobbedienza – d’intrupparmi in Obbedienze, massoniche o meno, nelle quali abbondano mediocrità, arrivismo e stupidità (ma ci sono anche – è giusto riconoscerlo – tante brave persone, come in ogni consorzio umano, e qualche raro sapiente), non spetta quindi a me la fatica e il fastidio della loro difesa: che se la sbrigassero loro, se la cosa a loro piace. Molto diverso è il discorso sul principio dell’Iniziazione, e delle forme rituali o non rituali della medesima.

Concetti guenoniani di «controiniziazione» o di «pseudoiniziazione», sarebbero – a mio modesto parere – da evitare, anzitutto perché in se stessi scorretti e fuorvianti, e soprattutto perché sono proprio i concetti che René Guénon adopera, in maniera ostile e denigratoria, nei confronti di Rudolf Steiner. E lo stesso vale per i concetti di «iniziazione virtuale» e di «iniziazione effettiva», che tante illusioni e speranze creano nell’anima degli sprovveduti. Affermare poi che «dal 1890 i rituali massonici siano obsoleti» è una grossa sciocchezza. Vuol dire non avere idea di che cosa sia un simbolo, né che cosa sia e come operi un rito. Manca, evidentemente, sia una adeguata conoscenza esoterica che una conoscenza semplicemente storica.

Come sarebbe da evitare, al fine di farsi un giudizio corretto e onesto, di attingere a fonti dedite alla sindrome complottarda compulsiva, a quelle personalità e a quei siti che, pur svolgendo un’attività di parossistica denuncia delle mene «mondialiste» o «globaliste» che dir si voglia, mostrano chiaramente che la loro plot-theory con i suoi toni sommessamente apocalittici è espressione, goffamente variata, del medesimo male che pretenderebbero denunciare: manipolazione delle coscienze, suscitamento di stati d’animo, poi facilmente manipolabili e strumentalizzabili per ben celate finalità politiche e confessionali. Viene da loro accuratamente evitata, invece, l’indicazione di quale sia la vera schiavitù, che asserve l’uomo attuale e che lo rende di conseguenza facile oggetto di ogni manipolazione e strumentalizzazione: il passivo stato della coscienza riflessa, legata alla mediazione univocamente sensoriale della percezione e cerebrale del pensare. Così come viene accuratamente evitata l’indicazione della Via della liberazione: l’Ascesi del Pensiero, capace di svincolare radicalmente attraverso la concentrazione l’atto pensante dalla mediazione cerebrale.

Quanto all’efficacia dei rituali massonici, posso riportare quel che mi disse in proposito Massimo Scaligero stesso. Egli mi riferì – e ritornò con me e con altri in varie occasioni sull’argomento – di una discussione ch’egli aveva avuto con Romolo Benvenuti ( che su queste cose, in effetti, conosceva e capiva il giusto), il quale negava per l’insipienza di molti massoni (e su questa aveva, invece, molta ragione) ogni efficacia ai rituali massonici. Massimo Scaligero obbiettò che Romolo Benvenuti errava, e che i rituali massonici agivano ex opere operato, ossia per la forza spirituale intrinseca del rito e non per la sapienza o la degnità dell’operante, e che di conseguenza, se l’ignoranza fosse sufficiente a paralizzarne l’efficacia, i riti delle Chiese delle varie confessioni sarebbero ugualmente tutti inefficaci, il che non è. Con un mio qual certo dispiacere per quel che riguarda una certa Chiesa. Addirittura, ad una personalità, che era giunta alla Scienza dello Spirito infarcita dei molti pregiudizi provenienti da un problematico passato politico – la politica, ogni politica, è una cosa sudicetta assai assai –  la quale gli chiedeva cosa egli pensasse della massoneria, Massimo Scaligero si limitò a dire che vi sono massoni buoni e massoni cattivi.

Ma, soprattutto, parole molto chiare le pronunziò Rudolf Steiner. Ebbi modo di parlarne varie volte nei miei molti colloqui con Hella Wiesberger (l’ultima volta l’ho vista il 29 agosto di quest’anno ed è, pur novantatreenne, sempre lucidissima), del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, e mia carissima amica. Per scrupolo di esattezza, riporto quel ch’ella scrive nel suo Rudolf Steiners esoterische Lehrtätigkeit. Wahrhaftigkeit, Kontinuität, Neugestaltung. Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1997, pp. 180-183:

«La messa in sonno della cerchia di lavoro in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale e la presa di posizione che ne scaturì rispetto alla frammassoneria.

Una causa che senza discriminazione di razze e di interessi doveva servire l’insieme dell’umanità passa dal bene al male allorché diviene la base della potenza per certi gruppi umani.
Tratto dalla prefazione fatta da Rudolf Steiner per l’opera di Karl Heise «Entente-Freimaurerei und der Weltkrieg», Basel 1919, ristampata in «Beiträge…» Nr.24/25, Pasqua 1969.

Nella descrizione che Rudolf Steiner dà nella sua Autobiografia circa l’istituzione cultica di conoscenza, si può leggere che questa fu «messa in sonno», a partire dallo scoppio della guerra 1914/18. E ciò, benché non si trattasse di una società segreta, per il fatto che essa sarebbe stata ugualmente considerata come tale. Nel suo articolo «Rudolf Steiner era un frammassone?», Marie Steiner riferisce che egli aveva allora deciso che l’istituzione sarebbe stata disciolta. Come segno di ciò egli strappò il documento – da non confondere questo con il «Contratto e accordo fraterno» riprodotto in GA 265 – che la concerneva. Indubbiamente, egli agì in questa maniera, perché dall’inizio della guerra ci si poteva rendere chiaramente conto che attraverso l’intervento di certe società segrete occidentali, la frammassoneria era stata deviata e messa al servizio dell’ «egoismo di certi popoli», mentre in origine essa difendeva «una causa buona e necessaria» ed era al servizio dell’intera umanità.

Egli considerava che questo abuso a profitto di finalità politiche particolari era ugualmente responsabile dell’evoluzione catastrofica che fu provocata dalla guerra del 1914, e lo condannava fermamente. Nel corso di conferenze fatte durante gli anni del conflitto dal 1914 al 1918, questo tema – cfr. la serie di sette volumi di «Storia cosmica e umana» – viene abbondantemente trattato. Egli ci teneva molto a che si formi un’opinione sui retroscena occulti che sono all’origine della guerra. Egli ci teneva anzitutto a che si potesse sapere chiaramente a chi incombeva la responsabilità di quel conflitto. È per questo motivo che in risposta ad una richiesta, egli redasse una prefazione per il libro di Karl Heise sulla frammassoneria. Che quest’opera fosse poi buona o cattiva non entra qui in discussione. Essa aveva perlomeno il merito di essere la prima a divulgare alcuni documenti confermanti le tendenze evocate da Rudolf Steiner.

La severa condanna delle speciali tendenze politiche di certe società segrete occidentali, non aveva affatto di mira la causa massonica in quanto tale. Ciò venne confermò per esempio per il fatto che poco tempo dopo la fine delle ostilità, Rudolf Steiner consigliò ad un membro della «sua istituzione simbolica cultica messa in sonno» di sollecitare la sua ammissione in seno alla massoneria. Ciò risulta dalla sua lettera a Rudolf Steiner, che porta la data del 25.02.1919 ove si può leggere: «ho seguito il Suo consiglio e il 13 febbraio sono stato iniziato come membro dell’Ordine dei frammassoni. Sono entrato nella Federazione della Gran Loggia Madre degli Stati Prussiani, detta «Ai Tre Globi», affiliato alla Loggia di S. Giovanni «Alla Roccia sul Mare», la stessa della quale fanno parte i nostri amici A.W. Sellin, Kurt Walther, così come Hackländer di Wandsbeck. Spero che mi sarà possibile di risvegliare a poco a poco in quella cerchia un certo interesse per l’occultismo di orientamento antroposofico e di coltivarvelo. È sotto questo aspetto che ho fatto il mio passo. Speriamo che la ripresa delle riunioni nella nostra comunità occulta sarà presto possibile». (Johannes Geyer, allora pastore ad Amburgo, a partire dall’autunno del 1919 insegnante alla Scuola Waldorf di Stoccarda. Dal 1912 fece parte della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Secondo l’abbozzo della sua biografia, contenuto in «Der Lehrerkreis um Rudolf Steiner in der ersten Waldorfschule», Stuttgart 1977, egli avrebbe tenuto in cerchie massoniche numerose conferenze sulle origini spirituali del simbolismo massonico, viste dal punto di vista dell’Antroposofia, ottenendo per ciò pure alti riconoscimenti).

La tolleranza rispetto alla causa massonica si è manifestata una nuova volta nel 1923 in occasione della fondazione della società nazionale inglese. Venne allora sollevata la questione di sapere se il Segretario generale previsto per quel posto poteva essere confermato malgrado la sua appartenenza alla frammassoneria. Rudolf Steiner rispose nella maniera nella maniera seguente:

«Allorché venendo da un qualsiasi altro movimento – nel caso attuale la frammassoneria – si desidera entrare nel movimento antroposofico, ho detto sempre questo: non si tratta veramente di sapere che cosa uno sia in un altro movimento; allorché egli vuole entrare nel movimento antroposofico, la sola cosa che conta è quella di essere un buon antroposofo. Non si tratta veramente di sapere se egli appartiene ad una corporazione di calzolai o di fabbri. Non faccio paragoni, parlo soltanto del principio: il fatto di appartenere ad una tale corporazione non deve nuocere in nulla alle sue qualità di antroposofo. Il fatto di essere un buon antroposofo è la sola cosa che conta per il movimento antroposofico. Che il postulante sia per il resto un buon, un mediocre o un cattivo massone non riguarda affatto la Società Antroposofica. […] Sarebbe un giudizio irragionevole di voler far dipendere il valore di un antroposofo dal fatto ch’egli sia membro o meno della massoneria.

Già nel passato ho detto che un certo numero di membri tra i più vecchi e tra i più preziosi sono frammassoni. Io non posso immaginarmi in che cosa una qualsiasi forma di massoneria potrebbe costituire ostacolo all’appartenenza alla Società Antroposofica. Non mi riesce affatto pensarvi. Io trovo che la Società Antroposofica voglia essa stessa essere qualcosa. Essa non sarebbe feconda nel mondo s’ella non fosse capace – permettetemi di esprimermi così – di agire in maniera positiva a partire dalla propria semenza. Ciò che conta, è che essa agisca in maniera positiva. Poco importa come ciò si presenti quando la si paragona a questo o a quel dato. Quando compro un vestito, l’essenziale è che corrisponda al mio gusto, che corrisponda alla mia intenzione. Poco importa che mi si dica : questo vestito non assomiglia a quello portato dalla tale persona. Non si tratta di indossare il vestito dell’altro, bensì il proprio. Quando si diviene antroposofo non si indossa il vestito della massoneria. In fondo è impossibile emettere un tale giudizio.

Ora dentro a tutto ciò si nasconde qualcos’altro. Scusate il mio franco parlare: non sono dell’opinione che i membri stimino sempre nel suo vero valore l’Antroposofia. Esiste nell’umanità attuale una tendenza a sovrastimare ciò che è più antico, ciò che fa maggior pubblicità, ciò che giuoca col misterioso, etc. Ciò che si presenta apertamente e con sincerità viene allora giudicato in rapporto all’agitazione e a ciò che ostenta una superiorità del resto alquanto indeterminata. Esiste una sorta di svalutazione del movimento antroposofico, quando di esso si dice che può venir leso dal fatto che il tale o tal altro membro proviene dal talaltro movimento. Il movimento antroposofico sarebbe ben debole se potesse intaccato da tali cose». Londra, 2.09.1923, GA259».

Un grande discepolo di Rudolf Steiner, del quale egli fa menzione nel XXXVI capitolo de «La mia vita», fu Herman Joachim, definito dal Dottore «uno dei più fedeli collaboratori del nostro movimento spirituale», era massone di grado elevato e Gran Segretario della Gran Loggia Nazionale Prussiana, e riferisce Marie Steiner che ai funerali di Joachim fu «l’unica volta che Rudolf Steiner partecipò ad una cerimonia massonica» (GA 265, p. 104). Nell’elogio funebre che il Dottore fece di lui, disse che era un grande antroposofo che: «era membro dell’Ordine Massonico ed aveva scrutato profondamente nell’essenza della Massoneria e nella natura delle associazioni massoniche». Mise in evidenza altresì come Herman Joachim fosse un profondo meditatore.

Si pensi a come il Duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina de Renzis, traduttore, come sua madre, di varie opere di Rudolf Steiner con l’eteronimo di «Saro Giadice», fosse un 33° grado del Rito Scozzese Antico Accettato dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, membro del Gruppo di UR, sulla cui rivista scriveva con gli eteronimi di Krur e di Breno, e non di Arvo (che era invece lo stesso Julius Evola, come rivelava apertamente già negli anni trenta in un suo libro il suo amico Cesare Accomanni della Confraternita dei Polari) come errando afferma l’evoliano Renato Del Ponte. Ciò nonostante, Giovanni Colonna di Cesarò partecipò al Convegno di Natale del 1923 di fondazione della Società Antroposofica Universale. Si pensi a come lo stesso Pietro Scabelloni – «adamantino e luminoso come un Patriarca Zen», lo definì suo nipote Massimo Scaligero – fosse anche lui un 33° grado dell’Obbedienza «Scozzese» di Piazza del Gesù, e come fosse, oltre che un raffinato umanista, un ardente spiritualista, un elevato esoterista ed una degnissima persona.

Lo stesso Massimo Scaligero disse – ero presente al colloquio – ad A.P., proveniente da un passato massonico, che, qualora lo avesse ritenuto necessario o utile, poteva continuare a frequentare la loggia dalla quale proveniva e che questo non ostacolava affatto il suo lavoro interiore nella Scienza dello Spirito. Ciò dimostrò la grande tolleranza e la grande apertura di cuore del nostro Maestro.

Quanto scritto in questo articolo non ha lo scopo – come detto più sopra – di difendere Obbedienze massoniche, delle quali proprio nulla mi cale, ma unicamente di difendere la verità, e di correggere una serie di rappresentazioni errate e talune «mitologie» sentimentali paraconfessionali, che abbondantemente circolano negli ambienti «scaligeropolitani», come li chiama il mio caro amico C. Per cui pregherei di non trarre conclusioni sbagliate da quanto ho qui scritto, anche se sono sicurissimo che imbecilli ed alcune fetentissime malelingue in pessima fede non mancheranno certamente di trarne.

Su questi argomenti e sulla figura del Vate-Soldato avremo modo di ritornare. Ma prima di terminare, vogliamo ricordare quello che diceva Platone:

Possiamo perdonare ad un bambino di avere paura del buio, ma non possiamo perdonare ad un adulto di avere paura della luce.

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL D’ANNUNZIO INASPETTATO

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Se non ti aspetterai l’inaspettato, non giungerai alla Verità.
Eraclito

Ho raccontato, nel precedente articolo, come il destino mi fece incontrare il mio amico G., «asceta d’altra dottrina» e praticante un’antica Via, e come da questo incontro sia scaturito il mio interesse nei confronti di una personalità di rango spirituale come A., che aveva partecipato al Gruppo di UR – in precedenza aveva attivamente fatto parte della cerchia pitagorica che si riuniva attorno ad Arturo Reghini, alle riviste esoteriche di Atanòr del 1924 e Ignis del 1925 da questi dirette – e che per tutta la vita era stato un grande amico di Massimo Scaligero, arrivando a condividerne la scelta di dedicarsi alla Scienza dello Spirito e a seguirlo nella disciplina della concentrazione e della meditazione. Il mio amico G., da me incontrato quasi alla metà degli anni novanta, era una persona di profonda e vasta cultura, e di raffinata educazione. Non un selvaggio dagli inurbani e orsolupeschi modi, come il mio amico Attila e il sottoscritto.

Sia come sia, il mio amico G. mi si era profondamente affezionato ed usava nei miei confronti un’affabilità ed una generosità veramente regali. Credo che nei suoi ultimi anni della sua vita, un altro sapiente amico ed io fossimo gli unici veri amici che avesse. Per andarlo a trovare, ogni volta mi alzavo la mattina ad ore antelucane, mi sciroppavo svariate ore di treno, mi attraversavo talvolta a piedi una città – le mie finanze, che sono sempre state endemicamente e drammaticamente scarse, mi costringevano spesso a farmi la scarpinata – per venire accolto a braccia aperte in casa sua. Passavamo ore e ore a parlare di cose meravigliosissime, nelle quali il mio amico G. – con un metodo maieutico simile al Rinzai Zen – mi sollecitava e mi guidava a scoprire con le mie forze gli arcani della sapienza ermetica. Ogni volta che, come in un lampo, realizzavo un’intuizione, G. ne gioiva visibilmente, e a quel punto mi sollevava alquanti veli circa quelle segrete cose sulle quali, come dice Dante, «il tacere è bello».

Alla fine della mattinata, mi portava a ‘desinare’ – come dicono a Firenze – in ristoranti di lusso, ove egli era evidentemente ben conosciuto, e dove i maître di sala e i camerieri, per far piacere a lui trattavano come un principe me, che ero vestito come un pezzente e mi muovevo in quei luoghi come un selvaggio. A tavola, gustando vivande arcane e mirabili, continuavamo a parlare delle nostre cose mirabili ed arcane. Poi tornavamo a casa, dove annegandoci nel caffè e intossicandoci col fumo di sigarette lui e di sigari toscani io, proseguivamo le nostre ermetiche discorse. Nel tardo pomeriggio, infine, mi accompagnava a piedi alla stazione dove riprendevo il mio treno per tornare a casina, beatificandomi per tutto il viaggio di ritorno della rimembranza delle cose meravigliosissime vissute in una giornata così intensa e proficua. Cercando soprattutto di «fissare il volatile».

Le esperienze e le verità che con grande generosità mi donava, non me le regalava: mi guidava a conquistarmele con notevole sforzo, come nel disvelamento di un difficile koan nella pratica zen. E devo dire col suo «metodo», decisamente inusuale e apparentemente stravagante, il mio amico G. mi aiutò molto ad andare avanti nella mia strada, facendomi scoprire molte cose, e molte me ne rivelò generosamente lui.

Molte volte il mio amico G. mi parlò del Gruppo di UR, le cui pratiche egli aveva a lungo sperimentate direttamente, e della figura di A., del legame di questi col suo Maestro, e di Gabriele D’Annunzio. Mi spinse – come fece nei confronti di altre figure spirituali recenti o antiche – a ricercare alcuni testi per lui particolarmente rivelatori. Fu così che mi misi diligentemente in caccia, ed una volta in biblioteca trovai un articolo di A. su D’Annunzio, da lui pubblicato nell’agosto del 1940, pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia in quella guerra, che tanti lutti e tante sciagure avrebbe portato al nostro amato paese.

L’articolo di A. l’ho trascritto nelle righe che seguono. Per me fu una rivelazione: cambiò totalmente il mio modo di considerare il Poeta-Soldato, la sua vita e la sua opera. Negli anni, ebbi modo di discutere con G. varie volte di D’Annunzio e di alcune cose da lui scritte. Anche in tali casi, il mio amico G. trovava modo di sollecitarmi ad una più audace penetrazione del pensiero di lui, di quanto non fossi stato capace ad un iniziale esame. Anzi si servi di alcune parole di D’Annunzio, con mio grande stupore e meraviglia, per condurmi al punto in cui mi potesse essere sollevato il velo che per lui celava il Grande Arcano.

Lascio quindi la parola ad A.

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Del meditare come arte.
D’Annunzio e il realismo magico
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«L’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà». Così Massimo Bontempelli in un suo ultimo «D’Annunzio o del martirio», saggio che per molti riguardi a me pare tra i migliori, se non il migliore sul D’Annunzio; intendo il migliore tra i saggi non letterari o non solamente letterari. Poiché D’Annunzio è stato abbastanza notomizzato, martirizzato dall’indagine letteraria, diffamato anche se con propositi laudatori da quelli che lo hanno scelto come maestro di vita, d’azione, d’eroismo, ma capito male in genere nella sua unità o totalità. Bontempelli è tra i pochi che abbia saputo accostarsi al suo vero genio. Che la morte sia stata considerata dal Bontempelli come un atto di volontà come un atto di volontà è di per sé abbastanza significativo; anche Massimo Scaligero ha scritto della morte di Cesare come di un preciso atto della volontà di Cesare; queste sono affermazioni che potrebbero sembrare pressoché gratuite; appartenendo ad un ordine alquanto diverso da quello in cui normalmente si svolge l’esame dei dati esteriori dei sensi, tali affermazioni non avrebbero bisogno di dimostrazione. Sono problemi che sottintendono un’esperienza; un’esperienza capace di portare a stati di coscienza diversi, come si verifica del resto nell’esperienza mistica. Inutile dunque cercare di dimostrare ciò che non è dimostrabile con i mezzi ordinari; occorre più che dimostrare, meditare; offrire un metodo di meditazione su verità che in precedenza sappiamo tali in quanto unicamente rivelabili. Se nella sua più alta accezione, il genio rivela, la sua rivelazione perché sia attiva deve suscitare in chi la riceve un processo pressoché identico di successive illuminazioni.

La morte come atto di volontà non va intesa come un imperativo che l’individuo dà a se stesso in un certo momento, di morire; tale atto sarebbe assurdo o ridicolo o banale. La meditazione a che cosa ci porta? Nel cammino della meditazione occorre andare cauti. Se nel linguaggio e con la tecnica filosofica è possibile risolvere molti problemi nel senso di una sistemazione intellettualistica, ciò dal punto di vista della meditazione non costituisce un grado apprezzabile per la conoscenza. Conoscenza può essere intesa nel modo mistico; come corrente capace di trasmettere moti di vita, non moti esteriori, per i quali siano possibili equilibri propri tra il nostro essere e il mondo circostante. Allora la volontà ci appare non come un movimento riflesso ma quale forza indispensabile per una sistematica creazione del nostro organismo.

Bontempelli, infatti dice che «l’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà», dove quel vigilata presuppone un vigilatore.

L’affermazione, audace, acquista un senso solo in quanto la volontà sia in rapporto reale con tutti gli elementi fisici e metafisici concorrenti a uno stato di esistenza in cui siano da escludere quei moti riflessi comandati dalla volontà non vigilata. Camminare è un atto di volontà, ma chi cammina non sa di compierlo, ecc. ecc.

Che molte verità più che dimostrate debbano essere meditate, lo insegna ogni teologia. La meditazione e la concentrazione sono capitoli importanti di ogni pratica religiosa. Per molti aspetti l’arte, nelle più alte manifestazioni si accosta alla religione; niente di così straordinario che spesso le relative tecniche abbiano momenti somiglianti.

Chi legga il “Notturno” di D’Annunzio, astraendo dal mero valore letterario, potrà facilmente scoprire un’arte della meditazione: meditazione scritta, attenta vigilatissima molteplice, nella quale gli stessi elementi del reale si trasfigurano e si potenziano acquistando originarie potenze; ed esercitano un vero potere suscitativo. In questo senso D’Annunzio, il D’Annunzio notturno come già qualche critico ha intravisto, è lo scrittore più positivamente qualificato a creare stati di coscienza perché una volta entrati nelle maglie sottilissime della sua arte è difficile – a meno di essere marci di letteratura – di non procedere avanti in riscoperte e chiarificazioni.

Si è tanto discusso di realismo magico, a proposito e a sproposito; soprattutto a riguardo di stranieri. Il termine magico, inteso come allusivo a forze suscitate da una tecnica, nei confronti della tecnica del linguaggio in particolare fu dal D’Annunzio stesso applicato all’arte di Giovanni Pascoli. E, come al solito, con significati profani. («In nessun laboratorio d’uomo di lettere m’era avvenuto di sentire la maestria quasi come un potere senza limiti, penso che nessun artefice moderno abbia posseduto l’arte sua, come Giovanni Pascoli la possedeva. La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era ineffabile, ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di lui sapeva e dimostrava come l’arte non sia se non una magia pratica. “Insegnami qualche segreto”, gli dissi a voce bassa; ma, in verità, un’ombra di superstizione era nel mio sentimento»). Ma a quale artefice – arte come artifizio, come artigianato, anche – più che al D’Annunzio si può attribuire questa qualifica di magico? Egli ha saputo affinare l’arte della parola fino a farne vera e propria opera di magia, in questo riprendendo segni e insegnamenti della più schietta tradizione italiana. Più volte egli si è compiaciuto di definirsi operaio e lo studio attento dei vocabolari delle arti, dei mestieri, delle specialità non risponde in lui ad esigenze estetiche; è un bisogno sentito nel più profondo, un bisogno di chi è persuaso nella parola esser riposta un’arcana forza creativa. L’arte – artigianato ha in D’Annunzio un rappresentante tra i più significativi; un maestro conoscitore di molti segreti dell’arte sua. La tecnica non fine a se stessa ma dispiegata in tutta la sua importanza, la tecnica come fatto spirituale; ecco ciò che accosta ancor più D’Annunzio ai nostri sommi e in particolar modo a Leonardo.

Il realismo del “Notturno” ha in certi momenti il rapido procedere cronachistico. Nel ricordo ogni minimo istante rivive e la visione si fa più densa più si lega al fuggevole; l’attenzione del Poeta è sublimata in questo bagno nella realtà. Morte di Miraglia. Chi ha mai potuto e con più ritmata partecipazione accostarsi al dissolvimento della morte seguendone così minuto per minuto, grado per grado il corso devastatore? Poche volte pagine scritte hanno potuto fermare con tale incisiva costanza ciò che ripugna ed esalta ad un tempo, il dissolversi e il permanere; alzare con sì lieve mano i veli vietati, persuadere alla Bellezza quando tutto è dissoluzione.

Modi di meditare; per trovarne altri di uguale durata occorre rivolgersi a testimonianze mistiche. L’intensa volontà è presa e serrata in moti interiori e così quanto è argomento di rappresentata mutabile realtà si conchiude in un’armonia che vive di una propria vita.

Perché crea la vita. Il metodo di Leonardo ha i medesimi segni; anche per Leonardo il reale ha un valore magico, e lui che nelle statue antiche prima si ostinava in misurazioni meccaniche con quella geniale pedanteria che ha sempre distinto l’audacia, che tanto si macera nell’osservare riscopre le leggi più antiche per significazioni sempre nuove.

Lo stato di coscienza eroica in cui D’Annunzio per istinto si pone – eroismo che si affina fino a sconfinare con l’ebrezza del martirio – è lo stato di coscienza più proprio a capire al di fuori e al di là di ogni definizione intellettualistica gli enigmi che la vita impone di risolvere se non si vuole rinunziare a vivere. È forse in virtù di questo stato di coscienza che D’Annunzio è sempre stato capito a metà dai letterati che hanno mirato soprattutto a ridurre a meri valori letterali i valori molteplici della sua azione; la critica ultima e ultimissima si è esercitata in codesta direzione, distinguendosi nel tagliare dall’opera d’arte dell’opera i poteri d’azione e D’Annunzio era lo scrittore che doveva più rimetterci; un altro ci ha rimesso ed è Pascoli.

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Le severe parole di A. nei confronti degli inintelligenti lettori e critici di Gabriele D’Annunzio e di Giovanni Pascoli, si applicano oggi con ancor maggior severità nei confronti degli inconcludenti, inintelligenti, divaganti e pigri lettori e seguaci di Massimo Scaligero e di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi. Questi non sono stati capiti neppure per un decimo.

E spesso li si è voluti ridurre ad un edulcorato e brodoso misticismo, che è una delle disperate difese dell’ego, che cerca di sopravvivere, nei confronti di una energica Ascesi del Pensiero, alla quale l’ego cerca in ogni modo di sottrarsi. Così come è una menzogna ed una estrema difesa dell’ego l’intellettualismo parolaio e dispersivo, analitico e dialettico, capace a parole di dimostrare tutto e il contrario di tutto, senza mai afferrare – come ammonisce Massimo Scaligero – una briciola di realtà e di verità.

Non vi è verità che sia vera, se questa non viene realizzata in una pratica interiore: se non si giunge, nell’intuirla e viverla, a modificare ontologicamente la nostra costituzione interiore e se questa verità non si riversa poi nella nostra ulteriore azione esteriore e interiore. Ma questo intuire e vivere radicalmente le verità spirituali è il meditare. E la forza del meditare più radicale si invera nella concentrazione profonda, la quale può giungere nel proprio moto estraformale – nel quale il pensare folgorante è libero di pensieri – a farsi tutt’uno con l’atto di essere della Verità.

Gabriele D’Annunzio visse fortiter gli errori e le verità, le luci e le ombre della propria vita: compromettendosi sempre fino in fondo, vivendo coraggiosamente ed energicamente, pagando sempre di persona, rischiando la vita e affrontando la morte guardandola in faccia. Traendone persino una sottile e preziosa sapienza. A quanti, con facile critica, rilevano quelle che a loro appaiono inadeguatezze della vita di D’Annunzio, offro le parole di Massimo Scaligero – che di D’Annunzio era estimatore al punto di dare ad alcuni discepoli suoi versi come temi di meditazione – il quale più volte affermò che «il Logos ama chi si compromette», e che dal punto di vista spirituale sia «meglio essere delinquente che borghese». Ed io la penso esattamente come lui.

Da qui nasce tutta la mia più delinquenziale simpatia e ammirazione nei confronti di D’Annunzio.

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

INCONTRO CON D’ANNUNZIO

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Più di quaranta anni fa, passeggiavo per Via Flaminia, a Roma, assieme a L., un caro amico, che mi fece conoscere la Scienza dello Spirito, e soprattutto mi fece incontrare Massimo Scaligero. Per inciso, va sottolineato come colui che ci ha fatto conoscere e incontrare Massimo Scaligero sia sempre l’amico più grande della nostra vita, come a lui dobbiamo illimitata gratitudine per il prezioso dono fattoci: indubbiamente il dono più prezioso.

Era una tarda mattinata e giunti quasi a Piazzale Flaminio, incontrammo A., un uomo visibilmente molto anziano, accompagnato dalla sua consorte. Il mio amico me lo presentò, dicendomi con evidente ammirazione: “Questo è uno degli ultimi membri del Gruppo di Ur ancora viventi.”. Allora ne erano rimasti ben pochi.

Già da qualche anno mi ero immerso con grande foga nello studio dei tre volumi della Introduzione alla Magia, riedizione pubblicata dalle Mediterranee nel 1971, della precedente edizione del 1955 fatta dalla gloriosa casa editrice Fratelli Bocca, fatta chiudere dalla mai troppo infamata compagnia, che a sua volta riproduceva – con aggiunte e rielaborazioni varie – le annate delle rarissime riviste UR-KRUR del 1927-1929.

L’incontro con A., naturalmente, a me poco più che ventenne fece una impressione fortissima. Il mio amico L. lo conosceva bene da decenni, perché abitava in un edificio di Villa Strohl-Fern, sito poco sopra il Piazzale Flaminio, con un magnifico parco adiacente a Villa Borghese, e facente parte dei possedimenti dell’Ambasciata Francese a Roma. Nel medesimo edificio abitavano vari artisti e scrittori del milieu intellettuale dell’epoca.

Il mio amico mi raccontava come A. avesse riunito attorno a sé un piccolo cenacolo di cultori dell’esoterismo, di «magisti», come usava allora dire. Sin dalla sua giovinezza, A. aveva avuto modo di conoscere le personalità più notevoli dell’esoterismo italiano come Arturo Reghini, Giulio Parise, Ercole Quadrelli, Julius Evola, e naturalmente Giovanni Colazza e Massimo Scaligero: tutte personalità collegate al suddetto Gruppo di Ur, e alle vicende per certi versi tragiche che determinarono la chiusura di quelle belle e importanti riviste. Secondo varie testimonianze concordi, l’amicizia di A. nei confronti di Massimo Scaligero rimase viva sino alla propria morte.

La formazione spirituale di A. fu molto complessa. Sin da giovane egli fu attratto dalla Tradizione Classica, che lo condusse ad immergersi nel mondo della sapienza orfico-pitagorica, nel mondo degli Antichi Misteri, nella religiosità egizia, ellenica e romana. Quel mondo lo condusse poi – oserei dire fatalmente – ad innamorarsi dell’Ermetismo e dell’Alchimia medievali e rinascimentali, di quella «Magia filosofica», che nel Rinascimento ebbe tra i suoi maggiori rappresentanti l’abate Giovanni Tritemio con la sua Steganographia e Poligraphia , Enrico Cornelio Agrippa con la sua De occulta philosophia, Paracelso, Giordano Bruno, Tommaso Campanella. Di tutti loro, il nostro «magista» fu sapiente e profondo cultore, così come fu cultore di una forma elevata, non volgare, di Astrologia.

Una persona, che ebbe modo di incontrarlo e di parlarci a fondo, mi raccontò come A. fosse un fine conoscitore di Plotino e di Meister Eckhart. Tutto ciò lo portò ad incontrare inevitabilmente la tradizione rosicruciana e la Scienza dello Spirito, pur tenendosi lontano dall’aggregarsi alle organizzazioni formali, che non si confacevano al suo spirito libero e indipendente. Un caro amico, discepolo di Massimo Scaligero sin dagli anni quaranta, era in cordiale amicizia con A., e mi testimoniò come questi si incontrasse ogni settimana con Massimo Scaligero e quanto profonda e libera fosse la sua adesione alla Scienza dello Spirito.

In un certo senso fu tutta colpa di A., se mi sono riaccostato negli anni novanta alla figura di Gabriele D’Annunzio, facendomene scoprire aspetti per me insospettati. Tra le vicende abbastanza strane – e decisamente curiose dal punto di vista del destino – della mia vita vi fu l’incontro con G., una persona di elevato rango spirituale, che seguiva un’antica Via spirituale. Un «asceta d’altra dottrina», come lo definirebbero i testi del Sutta Nikayo del Buddhismo originario.

G. era una di quelle persone che molto avevano osato nel cammino spirituale, pagando anche di persona, spingendosi in zone per i più inesplorate. Sin dal primo incontro, la mia stima per la sua sottile e profonda sapienza e il suo grande coraggio furono sconfinate, e l’affetto che mi ha fraternamente legato a lui sino alla sua morte, e che tuttora mi unisce a lui, oltre la morte, profondissimo. Egli faceva parte di quella sparuta serie di temerari cercatori, affamati di Spirito e assetati di Assoluto, che Isidoro ed io chiamiamo il «sale della terra». Fu lui, che peraltro stimava moltissimo Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, a riparlarmi dopo tanti anni di A., di come A. fosse una personalità di notevole rango spirituale, di come A. fosse amico di colui che egli stimava essere il suo Maestro, che a sua volta nei confronti di Massimo Scaligero provava anche lui stima ed un’amicizia di antica data.

Ricercando, su consiglio del mio amico G., alcuni scritti di A., che rincontrai la figura di Gabriele D’Annunzio. Egli me ne mostrò alcuni aspetti di radicale coraggio spirituale, che mi sorpresero assai. Ascoltando Massimo Scaligero in alcuni incontri e riunioni, avevo udito la grande stima ch’egli aveva di D’Annunzio, pur non celando affatto eventuali suoi aspetti problematici. Ma per il Mondo Spirituale valgono come realtà solo gli aspetti positivi di un essere, non i suoi errori e le sue deficienze.

Tuttavia, pur avendo ascoltato e accolto quel che Massimo diceva di lui, egli rimaneva per me una figura enigmatica. Tanto più, che la mia amica M., una fedelissima di Massimo Scaligero, parlando con me del processo della meditazione, mi raccontò di come Massimo le indicasse alcune poesie di D’Annunzio come temi proficui di meditazione. Ma dovevo ancora giungere ad una visione mia di D’Annunzio. Fu proprio leggere alcuni scritti di A., e il parlarne successivamente con il mio amico G., che mi aprì gli occhi, e mi offrì una prospettiva affatto nuova per contemplare la sua figura spirituale. Come vedremo nel prossimo articolo.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CORAGGIO OLTRE IL LIMITE

G D'A.

.« Limite alle forze?
Non v’è limite alle forze.
Limite al coraggio?
Non v’è limite al coraggio.
Limite al patimento?
Non v’è limite al patimento.
Dico che il non più oltre
è la bestemmia al Dio
e all’uomo più oltraggiosa.
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Di là dal coraggio,
di là dal sacrificio,
di là dalla vita,
di là dalla morte,
ecco il luogo altissimo,
ecco il luogo profondissimo,
ecco il luogo segreto,
mistico e ardente,
dove io respiro ».

Gabriele d’Annunzio,
Ai compagni d’ala e d’anima.
Il dì 7 di agosto 1918. Sul campo di S. Pelagio.

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Vi è un impulso interiore nell’anima del quale il cercatore dello Spirito ha assolutamente bisogno, se vuol percorrere sino alla mèta la Via ch’egli si è liberamente prescelta per giungere alla realizzazione cosciente dello Spirito. Posto, tuttavia, ch’egli si sia realmente prescelta, liberamente e coscientemente, una tale Via, poiché – come ammonisce Lao-tse – la Via dello Spirito non è e non può essere la via ordinaria, ossia la via volgare, la via comoda, in definitiva, la via egoica: quella che seguono tutti. E ciò che rattiene tutti, o i molti, nella comodità della via egoica è la paura. Paura di che cosa? Paura dell’ignoto spirituale che ci trascende e che temiamo conoscere. Paura di quell’ignoto spirituale che esige imperiosamente che noi superiamo la eccessivamente comoda natura umano-troppo umana in noi, ossia quella natura umano-animale che è la distorta, caricaturale, immagine dell’autentico Uomo Interiore, del verace Uomo Spirituale, ossia di quello che sapientemente Lao-tse chiama: l’Uomo Vero. Il che naturalmente – vorremmo dire: ovviamente – implica che l’«uomo ordinario», in quanto essere umano-animale, non è l’Uomo Vero, e che, perciò, egli si trova immerso in uno stato di menzogna: menzogna su se stesso, sul mondo, sullo Spirito. L’«uomo ordinario» è immerso in uno stato inautentico, in uno stato antispirituale, contraddicente il suo essere originario. Ed egli teme conoscere la verità su tale sua vilissima condizione di vera abiezione. La teme talmente da scambiare per « spontaneità della sua natura », quella che in realtà non è altro che il suo impotente assenso, il suo passivo subire la manifestazione non ostacolata della decaduta e nondimeno arrogante natura psichica e animale in lui. Paura di conoscere, quindi, la sua stessa paura.

L’«uomo ordinario» teme, appunto, conoscere questa scomoda verità sul suo reale stato, ma teme ancor più conoscere l’autentico stato spirituale che trascende e supera lo stato di miserabile abiezione nel quale egli normalmente si trova. Ignora, e segretamente teme, l’autentico Spirituale che lo trascende. Teme, soprattutto, la radicale trasformazione interiore a lui richiesta e necessaria per innalzarsi alla conoscenza di un tale Spirituale. Teme, infine, lo sforzo, l’energia della quale dovrebbe essere capace per realizzare tale conoscenza. La sua è proprio una condizione vilissima.
Ma qual è, dunque, l’impulso interiore necessarissimo – e assolutamente imprescindibile – del quale ha bisogno il cercatore sincero che, coscientemente e audacemente, sceglie il sentiero della realizzazione concreta – e quindi non filosofica, non culturale, non mistica – dello Spirito, ossia la «Via» non ordinaria cui allude Lao-tse? Come nasce, come si alimenta e vien tenuto vivo quest’impulso interiore capace di sospingere il cercatore sull’arduo sentiero spirituale da lui scelto? Indubbiamente, è necessario un grande coraggio per affrontare una Via che richiede tutto da chi la affronta. Un tale coraggio è necessario per affrontare la verità su se stessi, evitando la tentazione di attenuarla, di diluirla, di edulcorarla, di «travestirla» a se stessi con illudenti menzogne. Un coraggio anzitutto conoscitivo. Ma un tale coraggio, pur tanto necessario, non è sufficiente perché egli è ancora fermo entro il limite che lo paralizza. La sua conoscenza non è ancora sufficientemente coraggiosa e quindi egli ancora non conosce realmente. Non conosce così intensamente da poter superare il limite, trascendendo la natura umano-animale che lo asserve e lo imprigiona. Entro tale limite egli può rimanere anche per tutta la vita, pur continuando a macerarsi in un’autoconoscenza che diviene, alla lunga, sterile e impotente, e quindi, in definitiva, insincera e illusoria.

Quello che gli necessita è il coraggio di voler conoscere l’inconosciuto Spirituale, che è oltre il limite che fatalmente lo arresta. Limite dal quale egli si fa arrestare. Limite fatale al quale, tuttavia, non è fatale ch’egli si arresti. Limite che è un pensiero ch’egli non riesce compiutamente a pensare. Si lascia fermare e paralizzare da un pensato oltre il quale egli non riesce, non vuole, non osa pensare o imaginare . Gli occorre, infine, il coraggio di conoscere la forza, l’intensità della forza che è necessaria per attuare la trasformazione dell’anima che faccia dischiudere in lui il nuovo stato interiore: l’assolutamente diverso, l’affatto inaspettato. La forza che può far superare la bronzea barriera che arresta l’uomo ordinario – barriera che spegne l’aspirazione condizionata, insufficientemente intensa – viene da oltre il limite.

Questa forza, tuttavia, pur provenendo dallo Spirituale al di là del limite, in realtà è già presente nell’anima del sincero ricercatore, dunque al di qua del limite. Massimo Scaligero chiama tale forza: volontà solare, e chiama: «Via della volontà solare», l’arduo sentiero che questi deve percorrere. Questa «volontà solare» è quella che si attua nella concentrazione. Vi è una progressione dell’intensificarsi della forza di questa «volontà solare» nei gradi di attuazione della concentrazione: a partire da un preliminare, semplice, volitivo controllo del pensiero logico, alla concentrazione vera e propria come ricostruzione del concetto-sintesi dell’oggetto, alla concentrazione su questo stesso concetto-sintesi, sino alla concentrazione-contemplazione profonda del concetto-idea percepito al di là di ogni possibile forma, e alla contemplazione della pura forza-pensiero libera da ogni oggetto. La «volontà solare» si attua sempre più nel processo della concentrazione come forza indivisa, nella quale pensare sentire e volere sono uno. Anzi essi sono l’Uno. Questo progressivo attuarsi della «volontà solare» è un audace atto di donazione assoluta di sé, un incondizionato donarsi che è un radicale essere liberi dal passato, dal già fatto, dai movimenti obbligati della memoria automatica, da ogni routine spenta e meccanica, dalle abitudini, dalle forme cristallizzate di una decaduta «natura» coagulata in noi come psiche razionale e animale. È il progressivo intensificarsi di un «fuoco» che, ardendo, «purifica», disciogliendo e cancellando le coagulate configurazioni della «natura», che condizionano l’«uomo ordinario». È un de-configurarsi, un de-condizionarsi, un coraggioso far tabula rasa di tutto ciò che noi veramente non siamo, ma con cui ottusamente e fiaccamente c’identifichiamo.

Naturalmente, questo far piazza pulita di tutto il passato e il conseguente attuarsi del «vuoto» dell’antica natura è temuto e avversato dalla parte umano-animale dell’«uomo ordinario», che reagisce in ogni modo possibile nel tentativo di sopravvivere al proprio naufragio. L’umano-animale può reagire in maniera virulenta o sottile. Può reagire con imponenti emergenze istintive o emotive, con la brama o con l’angoscia, con la fatuità o col deviare il problema sul piano «culturale», o «mistico», o peggio ancora «politico». Si può presentare addirittura il caso in cui nell’ «intellettuale impegnato» – ossia nell’asceta mancato – si fondano, in maniera insana e improvvida, «cultura», «misticismo» e «politica». Vi è da chiedersi, allora, quale sia la causa che spinge ad inoltrarsi su questi binari morti sui quali si arresta e fallisce l’impresa interiore. Il veleno offuscante e paralizzante è sempre la paura. La paura che impedisce l’intraprender «lo cammino alto e silvestro», che spinge a ritornare alla «selva selvaggia», alla «diserta piaggia», a rinunciare alla «speranza de l’altezza», e a volgersi indietro «a lo passo che già mai lasciò anima viva».
Illuminanti, a questo proposito, sono le parole di Massimo Scaligero ne La Tradizione Solare:

«La correlazione metafisica è la donazione di Sé all’e s s e n z a, epperò il moto d’amore incondizionato, realizzabile nell’anima: l’essenza essendo identica in ogni ente. Insufficiente è la volontà di verità in chi muove non dall’elemento originario della coscienza, bensì da un principio che si rappresenta fuori di sé, attribuendogli una virtù suscitatrice che non sa scorgere in sé: non gli è concepibile l’atto di amore inscindibile all’atto della conoscenza »(p. 120). E poco più oltre:
«La conoscenza è la ricerca della verità. L’amore per la verità può essere tale da far scorgere il segreto della presenza dell’elemento solare nell’anima. La insufficienza dell’amore per la verità, è sostanzialmente insufficienza del coraggio necessario a contemplare il processo del pensiero nella coscienza. Tale contemplazione è un atto improgrammato, non previsto, non tradizionale: un atto libero, che immette nei processi del mondo un elemento di interna resurrezione: l’elemento originario solare che va oltre essi. È l’atto possibile a chi muove dall’elemento solare della coscienza, non dai prodotti cristallizzati di essa, assunti come premesse per un ulteriore argomentare. Invero la Tradizione perenne è il ritrovamento del Logos solare. Perciò viene detta Tradizione Solare» (pp.120-121).

Dalla dimensione della paura può sorgere, in taluni, l’impulso ad attaccare la Via del Pensiero Vivente, che è il veicolo – l’unico – dell’attuarsi della volontà solare. È capitato di udire come «la Via del Pensiero possa diventare la via del sublime egoismo», come «occorra stare attenti a non fare troppa concentrazione perché può far male», come, in definitiva, la Via della concentrazione non sarebbe la Via Regia al Logos e che, di conseguenza, la Via indicata da Colui che è stato chiamato il Maestro d’Occidente sarebbe «una via incompleta e superata». In realtà, può essere superato unicamente ciò che stato conosciuto, attuato e conquistato. E non si può non vedere nelle suddette espressioni, che possono ingannare molti, se non l’espressione non solo della paura dello Spirituale, bensì anche della radicale avversione nei confronti dello Spirituale e della sua conoscenza. La concentrazione – se eseguita così come è stata instancabilmente indicata con abbagliante e ripetuta chiarezza da Massimo Scaligero, se eseguita con coraggio e purità di cuore – non può mai fare male, perché essa è l’attuarsi dello Spirito in noi e attuare lo Spirito non solo non può far male, anzi è la medicina radicale del male umano, di ogni male umano. Mentre fa sicuramente malissimo non attuare lo Spirito.

Osiamo dire che tale Via del Pensiero, recando in sé l’elemento solare originario, non solo è insuperata bensì è anche insuperabile. Questo elemento solare non è possibile superarlo, ma solo illimitatamente attuarlo. Attuarlo sempre di più, oltre il limite raggiunto lottando, oltre la misura di conoscenza, di volontà, di coraggio, dei quali si è stati capaci sino a quel momento, oltre quello che si è stati capaci di pensare o di imaginare. Avere tanta volontà di Assoluto, tanta sete d’Incondizionato, da aprirsi in sé stessi alla forza che può portarci oltre il limite che prima ci arrestava. Avere il coraggio di trovare il riposo nel movimento incessante, nell’agire instancabile che rinuncia al mero fruire del già fatto – che irrigidirebbe al di qua del limite – e di portarsi oltre ogni barriera alla quale la natura, anche come natura spirituale, aspirerebbe arrestarsi. Un tale coraggio è quello richiesto per percorrere sino alla mèta la Via che lo Spirito esige dal ricercatore sincero, Via, che in contrapposizione alla via egoica, vien detta Via solare ed eroica.
Rispetto all’importanza per l’ascesi individuale solitaria e per quella attuata dall’individuo nella Comunità Solare, sono decisive, a nostro avviso, le seguenti parole de La Tradizione Solare, nella quale, alle pp.133-134, è detto:

«L’Evento centrale accennato, anche se riguarda la totalità del genere umano, nella sua dimensione invisibile fa appello alle comunità spirituali e alle rare individualità che costituiscono nei popoli le minoranze sconosciute, o isolate, o misconosciute il cui còmpito è collegare il karma dei popoli con il principio solare. Resta tuttavia a vedere quanto dell’elemento solare nelle personalità qualificate sia ancora suscitabile ai fini di una restituzione della Tradizione Solare: quale potenziale irriducibile di volontà e di dedizione sia ancora in essi possibile in senso sacrale, e fino a che punto il caos delle parvenze e l’ethos del laido e del livellato, divenuto valore della cultura, abbiano avuto il potere di spegnere in essi l’impeto della fedeltà e della lotta. Un simile spegnimento equivale a un tradimento, ossia a una dissoluzione dello Spirito, non dissimile a quella in atto nella cronaca quotidiana dell’attuale vita dei popoli.
Anche se non si può parlare di un tradimento cosciente, bensì di insufficienza di coscienza che rende possibile il tradimento, l’entità decisiva di tale tradimento non è quella delle associazioni e dei gruppi spirituali, scadenti nel destino delle chiese e dei mediocri pontificati medianico-dialettici, ma quello di coloro che conoscono e tuttavia rifiutano di rendere operante l’elemento solare dell’anima. La Tradizione Solare è la Scienza dello Spirito che restituisce all’interiorità umana la coscienza dell’elemento solare e il metodo per realizzarlo nell’attività in cui può divenire immediatamente consapevole. Chi riesca a riconoscere in tale Scienza il còmpito che le corrisponde, non può non avere in esso l’indicazione dell’impegno dominante della propria vita».

Queste parole severe di Massimo Scaligero sono più che giustificate dall’insufficienza di dedizione dimostrata dall’immemore accolita di molti che da lui ricevettero insegnamento, consiglio e aiuto e che poi hanno smarrito il dono della Luce ricevuta nei meandri paludosi di una torpida e ottusa quotidianità, di una fiacca compromissione con i valori ambigui e illudenti di una esteriorità mondana, fatta di brama, di delusione, di disgusto e di avversione. In altri casi, indubbiamente più gravi, si è giunti all’aperta o all’abilmente mascherata avversione nei confronti della Via Solare da lui indicata, per la coscienza, o il rimorso, di aver fallito l’impresa interiore, di non aver osato, o di aver rinunciato, per paura della tensione assoluta che la Via Vera esige .
La Sapienza Celeste è una Dea che dai suoi innamorati esige ch’essi per suo amore tutto donino, tutto sacrifichino, tutto osino: che La amino con assolutezza, che non condividano questo amore per Lei con altri oggetti – inevitabilmente di natura effimera e volgare – perché una tale condivisione non potrebbe essere, ai suoi celesti occhi, altro che adulterio e tradimento. Per esser veraci amanti della Sapienza Celeste è necessario divenire Fedeli d’Amore. E la misura autentica di amare la Sapienza Celeste è di amarLa senza misura, perché solo un Amore Assoluto, cioè voluto incondizionatamente oltre ogni ostacolo, oltre ogni barriera, oltre ogni limite, può congiungere il cercatore che si faccia Fedele d’Amore a Lei.

Anni fa, parlavo con un caro amico sapiente, audace ermetista e grande ammiratore di Massimo Scaligero. Egli mi fece un’esegesi spirituale delle mirabili parole di Gabriele d’Annunzio, riportate all’inizio come motto. Mi mostrò quanto fosse importante, per la Via eroica, l’atteggiamento interiore e lo stato interiore dell’anima in esse alluso. Poiché, al di là di quel che è stato detto più sopra, vi è un grande segreto celato in tali parole, lasciamo alla sagace meditazione del sincero ricercatore la gioia della sua scoperta. Il disvelamento di un arcano che può essere intuito solo con Intelletto d’Amore.

Poiché la figura del Vate-Soldato ha suscitato e suscita in taluni cultori della Scienza dello Spirito varie difficoltà e non poche prevenzioni, è il caso di riproporre alcuni pensieri su Gabriele D’Annunzio pubblicate a suo tempo sul vecchio forum da Attila, che volentieri ne concede ad Ecoantroposophia la disponibilità e un necessario adattamento del linguaggio al presente sito, eliminando talune espressioni virulentemente polemiche – secondo noi, peraltro, pienamente giustificate.

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L’impacabile veggenza interiore conduce alla solitudine dell’anima”.
Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio cultore di una celata Sapienza? Assolutamente sì, se in un’epoca – quello che fu chiamato le siècle stupide – nella quale il positivismo faceva a fine Ottocento la mistica della locomotiva a vapore e del motore a scoppio, a lato delle fatuità dei balli ai Grand Gala nei vari Grand Hôtel, illusioni che la Prima Guerra Mondiale tutte spazzerà via sanguinosamente, egli scriveva parole come queste: “Io sono un ardentissimo novizio della scienza occulta. Da qualche tempo io vivo in un altro mondo. so finalmente come si fa a sollevarsi dalla terra, a navigare verso una nuova regione, a camminare per una selva di sogni, a ragionare con gli spiriti, ad esse ospite in un reame di fiabe, ad abitare in palazzi d’oro immateriali e di perle imponderabili. Io so che tutto è una emanazione della sostanza una, infinita ed eterna; e che l’uomo terrestre è l’immagine dell’uomo celeste; e che li universi sono i riflessi dell’Uno”. E questo è il Vate ermetista e kabbalista.

Ma pochi sanno come D’Annunzio fosse attento lettore di Rudolf Steiner. Infatti, egli possedeva nella sua biblioteca il libro Iniziazione e Misteri, edito a Napoli, nel 1923, dalla Casa Editrice Partenopea, dove a p. 43 vi è una citazione di Filone d’Alessandria, riportata da Steiner, e ben evidenziato da D’Annunzio, segno di attenta e interessata lettura, che con parole significativamente simili dice: “Sovente, allorché mi riscoto dal sopore della corporeità e rientro in me, distogliendomi dal mondo esteriore, e penetro dentro me stesso, scorgo una mirabile bellezza; allora io sono certo di essermi internato nella parte migliore di me; metto in attività la vita vera, sono unito col divino, e in lui fondato, e conseguo la forza di trasferirmi nel mondo trascendentale”.

Ma D’Annunzio aveva anche altre opere di Rudolf Steiner, tuttora presenti nella biblioteca del Vate al Vittoriale, tra queste il libro Teosofia, edito nel 1922 a Milano dalla Casa Editrice Aliprandi. Ed ancora anni dopo, il 3 settembre 1935, segno di un suo profondo e persistente interesse, il Vate abruzzese così scrive ad Antonio Bruers che al Vittoriale gli riordinava la biblioteca: “Tu che meglio di chiunque altro leggi l’incognito, svela al tuo misero fratello la divinazione di Steiner nella mia Officina operosa”. E si hanno anche varie notizie e testimonianze di altre opere di Steiner, possedute e lette dal Poeta-Soldato, andate poi smarrite o rimaste in altre mani dopo la di lui morte.
Che, malgrado la sua vita caotica e trasgressiva, nella parte più profonda di sé D’Annunzio avesse le idee ben più chiare di tanti antroposofazzi ed antroposofesse chiacchierone, lo si può vedere dalle parole davvero illuminanti, riportate nel suo Libro segreto, ove dice: “ A Eleusi in un pomeriggio d’estate appresi da una pietra che, secondo un’essenzial legge dello Spirito, l’arte stessa può diventare esotèrica. In antico religioni e filosofie non vissero se non di silenzio: conobbero ed osservarono la necessità del silenzio. Quelle che a tale necessità si sottrassero, quelle furono sempre mal comprese difformate profanate avvilite”. Chiaro, no?!

Ma c’è di più! Il valente orientalista Enrico Pappacena, sincero e ardente seguace della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, nonché discepolo e amico di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, così scrive di Gabriele D’Annunzio, chiamandolo “il più grande poeta che l’Italia ha avuto dopo l’iniziatissimo Alighieri”, alludendo palesemente a rapporti con chi avrebbe potuto essergli Maestro: “D’Annunzio era, senz’altro, a conoscenza dell’iniziazione e delle possibilità che l’Iniziazione offre, nonché delle norme e delle espressioni che essa impone. Le prove esteriori di tale conoscenza sono numerose e facilmente individuabili, da un lettore attento. Mi basterà ricordare una sola, e di per sé eloquentissima. La simbologia della rosa, del giglio, del melograno. Da fonte autorevole seppi, anni fa, in Abruzzo, che Gabriele D’Annunzio aveva ricevuto da un grande Maestro di vita spirituale, l’invito a rinnegare tutte le proprie opere – come Platone rinnegò la sua abbondante produzione poetica -, per dare inizio ad una vita nuova e ad una nuova scrittura. D’Annunzio si rifiutò. Egli si sentiva celebratore dell’Universo quale appare ai sensi scaltriti e della Vita quale può essere liberamente sperimentata. Non volle varcare la soglia, o passare nel Regno della sola Pura Spiritualità Causatrice, ove sovrani dominano tutti i Grandi che conosciamo e quelli che ignoriamo ( le Guide operanti, ma non manifeste), dai primissimi Cantori del divino sino al Goethe e a Rudolf Steiner. È chiaro che D’Annunzio non avrebbe potuto ricevere quell’invito (i Maestri lasciano poi, sempre, assoluta libertà), se non fosse stato giudicato idoneo al superamento, che, d’altronde egli fece pur bene a non attuare, in questa vita”.

E questo fia suggel ch’ogni uomo sganni.

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Sicuramente D’Annunzio visse in maniera coraggiosa la sua tragica vita, e coraggiosamente agì sia nelle sue imprese migliori che nei suoi errori, ch’egli – come ricordava Attila nella chiusa del suo articolo sul precedente forum – pagò sempre di persona. S’egli peccò, peccò fortiter, ossia virilmente, temerariamente compromettendosi. Ma come affermava Massimo Scaligero, il Logos ama ed è vicino a chi coraggiosamente si compromette.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

VERITA’ E ILLUSIONE NELLA PRATICA INTERIORE

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Nelle mie ore di notturna insonnia, pervase di dolcissima malinconia, mi do talvolta a peregrinare nell’infida palude della telematica rete, ove è possibile rinvenire di tutto e di ogni. E non è che quel che si rinviene sia sempre – anzi quasi mai – cosa da infonder nel cuore letizia e giubilo. Per quanto, poi, uno ritenga di aver raggiunto il punto di non doversi oramai stupire più di nulla, e che si sia toccato il fondo, succede che ci si vada a scontrare con novità che lasciano trasecolati e senza fiato. Soprattutto ci si rende amaramente conto, una volta di più, che invero non vi è mai fine al peggio.

Capita di leggere – ed anche se è ogni volta sempre la stessa solfa, ogni volta mi stupisco – da parte di coloro che vorrebbero indirizzare i cercatori della Via dello Spirito ad una più «umana» (anche troppo umana, se è per questo) «via dell’anima», distogliendoli da una «pericolosissima», ancorché nobile, Via del Pensiero, la quale – negli ultimi mesi ce l’hanno petulantemente ripetuto in tutte le salse in blog, in social network e in talk-shows, secondo il volgarissimo costume yankee oramai ovunque invalso – può facilmente trasformarsi in una «via del sublime egoismo». Perché rischiare di diventare «sublimemente egoisti», osando percorrere temerariamente una Via dello Spirito, quando è possibile procedere, comodamente e con tutti i comfort, lungo una via dell’anima che, a loro dire, col tempo e con la paglia – attraverso i quali sulle nostre balze appenniniche maturan le sorbe ed eziandio la canaglia – si perverrebbe felicemente all’esperienza spirituale?

Cotale «via sostituita» – surrettiziamente sostituita – viene illustrata con tutti i «morbidi» artifici retorici, che edificano, commuovono e consolano i cuori delle anime belle, e rassicurano gli imbelli, i pigri e i vili. Ma si tratta di una volgarissima, ancorché abilissima, truffa.
Non si dice, che il pericolo – pericolo concreto – non è quello di diventare, attraverso una intensa e fervida pratica della Via del Pensiero «sublimemente egoisti», bensì quello di non cessare di essere volgarmente o sentimentalmente egoisti, perché si continua ad essere impastati nel fango di una natura inferiore dalla quale certamente non si esce con le edificanti e morbide consolazioni di una pretesa via dell’anima. Semmai è osando, audacemente osando, percorrere la Via dello Spirito – il quale è un «fuoco che consuma», che «arde» ed estingue la natura inferiore – che si cessa di essere volgarmente o intellettualmente o sentimentalmente esseri egoici. Anzi si può dire che scopo precipuo delle suddette comode e «umane» – invero troppo umane – vie dell’anima, sia proprio quello di illudere il cercatore circa un conseguimento spirituale attraverso l’anima, e non attraverso l’energica, e audace, azione dello Spirito su se stesso.

Oggi vi è una profusione di proposte estremamente allettanti per l’ego. Vi sono le vie dell’azione dell’anima sul corpo, dell’azione del corpo sull’anima, le vie dell’azione dell’anima sull’anima (col potenziare e sublimare emozioni ed istinti, che nell’uomo attuale sono sin troppo potenti), le vie intellettuali nelle quali ci si infarcisce di disseccata erudizione, le vie magiche, quelle mistiche, e quelle che fanno un fritto misto – totani, calamari e gamberi, direbbe il mio amico C. – di tutte le precedenti. Così il ricercatore, sincero ma eccessivamente fiducioso e ingenuo, viene prima avviato su un binario di scambio, poi su un binario morto, sul quale potrà indefinitamente stazionare. Viene data l’illusione di fare qualcosa di spirituale attraverso l’anima, mentre in realtà si procede alla inavvertita paralisi delle forze spirituali. E si arriva sino alla denigrazione dell’Ascesi del Pensiero, e alla derisione degli animosi e appassionati praticanti della medesima.

Il grande Johann Gottlieb Fichte – che ho avuto il dispiacere di vedere ingiustamente telematicamente infamato da chi del suo pensiero nulla capiva – sosteneva che «è più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna, piuttosto un vivente Io che pensa». E, purtroppo, accade di avere sempre nuove conferme di una tale sconfortante diagnosi del grande filosofo dell’idealismo dell’Io trascendentale.

Capita così di leggere – nelle suddette melanconiche ore di dolcissima insonnia – che vi è chi sostiene che si illude chi pensa che a qualcosa serva fare – che so – per esempio dieci concentrazioni al giorno, come si ostina da sempre a sostenere instancabilmente, ringhiando e ululando, un marimontano lupaccio tergestino, mio amico (tra lupi, diversamente che tra cristiani, ci si vuole bene…). Perché darsi pena di fare così tante faticose concentrazioni, quando ne basterebbe giusto una di un cinque minuti, di una qualche intensità, accompagnata dalla pigra lettura di una mezza paginetta di Filosofia della libertà? E così facendo e procedendo – oh stupore, oh meraviglia! – si giungerebbe in presenza delle celesti Intelligenze delle Gerarchie. Naturalmente – anche questo viene abilmente sostenuto – l’Iniziazione verrebbe dalle prove della vita, intelligentemente e impavidamente affrontate.

A me – malfidato lupaccio appenninico – risulterebbe che, a chi non pensa, le esperienze della vita con le sue «prove» (impavidamente affrontate, naturalmente…) non insegnino proprio un bel niente, e che per quanto si proceda a ripetute bastonature di un asino, non per questo si cresce in sapienza. L’esperienza, di per sé, non insegna nulla a nessuno, così come nulla insegnano di per sé gli accadimenti nello scenario dell’anima.

L’uomo è un Io, che ha un’anima, in un corpo. Quindi l’essere umano così come non è un corpo neppure è un’anima. L’uomo può e deve conoscere e afferrarsi come Io nell’Io, il quale non è un pezzo di lava sulla Luna, bensì la stessa concretezza dell’essere.

Perché l’essere è atto, non fatto.

E l’Io è in quanto compie l’atto di essere, perché questo atto non è che si compia da solo, impersonalmente, come il variare del tempo meteorologico nella attuale materialistica scienza della natura. E l’Io è, veramente è, quando compie l’atto di essere. Massimo Scaligero affermava aforisticamente che «non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io». Cioè all’Io non è sufficiente il mero esistere, in quanto l’Io non è un oggetto, una mera cosa, una cosa fra le cose. L’Io è soggetto: soggetto agente, e non – come l’anima – un oggetto passivamente paziente. E l’Io è attivo nel pensare volitivo, non nel sentire, il quale è oggetto di conoscenza: non conoscenza esso stesso. Nulla è meno ingannevole del sentire non penetrato dal pensare attivo.

Il pensare può attivamente afferrare e conoscere la propria stessa attività pensante, e può attivamente afferrare e conoscere la passività del sentire. Mentre il sentire non può conoscere né afferrare se stesso, così come l’anima – della quale il sentire è parte – non può conoscere se stessa.

L’Io nella passiva identificazione con l’anima, non conosce, perché si conosce unicamente ciò che è possibile porsi di fronte obbiettivamente come oggetto di conoscenza, non ciò che involgendoci in una passiva e sognante immedesimazione, porta ad uno stato di alienazione nel quale l’Io smarrisce il potere di identità con sé. Per questo le «esperienze» della vita, che possono essere oggetto di conoscenza per il pensare, di per sé nulla insegnano a chi non pensa: perché sono conosciute, o possibile oggetto di conoscenza, non conoscenza esse stesse.

Il Maestro dei Nuovi Tempi così ammonisce nella sua Filosofia della libertà: «Con quale diritto considerate voi il mondo completo senza il pensare?».

Ugualmente si potrebbe chiedere: con quale diritto venga considerata realtà l’esperienza, senza un Io sveglio e attivo che compenetra l’esperienza con l’attività pensante, che è tutt’altro che pervadere l’esperienza stessa con la passività senziente, che è l’equivoco delle comode vie dell’anima, la quale vorrebbe passivamente sentire, quel che invece l’Io deve volitivamente conoscere.
Una stessa esperienza, o le prove della vita, o le «prove» dell’Iniziazione, significano ed agiscono diversamente a seconda dello stato di coscienza dello sperimentatore, perché sperimentare non vuol dire conoscere. Così come il calore agendo – è un’immagine tratta dalla sapienza ermetica – scioglie la cera ma indurisce l’uovo. Ed è un allusivo ed antico adagio etrusco quello che, parlando di talune inintelligenti teste, afferma che «l’òva più tu le còci, e più le rassodano!» e, nel medesimo eloquente spirito circa l’«utilità» purificatrice delle esperienze per le suddette inintelligenti e pigre teste, un altro adagio etrusco ribadisce che «a lavar le teste a ll’asini, ci si rimette i’ ranno e i’ sapone!».

Può darsi che l’Ascesi del Pensiero sia per molti dura e faticosa, o non si dimostri suadente e allettante per l’inferiore natura, che non ama essere disturbata nel suo torpido sonno. Può darsi che la Via dell’Io spaventi molti, o che non la trovino gradevole o consolante, e che per una sorta di «invidia metafisica» vorrebbero che quel che loro non possono, o non vogliono, realizzare, neanche altri devono osare realizzare, o anche solo tentare di realizzare. Per cui dichiarano essere l’Ascesi del Pensiero una via astratta, e per chi percorra le vie dell’anima, tutto sommato inutile, perché le esperienze della vita sono alla bisogna più che sufficienti. Questa ingenerosa e plebea pretesa è tipica della ottusa pavidità piccolo borghese. Solo le parole che Fichte pose a conclusione della sua Premessa a La missione del dotto sono, a mio parere, adeguata ed eloquente risposta:

«Mentre nell’ambito dell’esperienza comune si pensa oggigiorno forse più ampiamente e rettamente di prima, la maggior parte della gente perde completamente la strada e diventa cieca non appena debba salire anche solo di una spanna al di sopra di quel piano. E se è impossibile di riaccendere in questi tali la scintilla geniale ormai spenta, è bene lasciarli tranquillamente nella loro cerchia, dove sono utili e necessari, e dove hanno pure il loro valore. Quando tuttavia essi si mettano a pretendere di ridurre alla loro misura tutto ciò che non riescono a raggiungere, e se per esempio esigano che ogni cosa che si stampa debba avere il carattere del libro di cucina o dell’abaco o del regolamento di servizio, e considerino privo di utilità tutto ciò che non può essere impiegato in tale maniera, allora essi hanno completamente torto.

Che gli ideali non siano materia corrente e dimostrabile nel mondo dei fatti lo sappiamo noi come loro, se non forse meglio. Riteniamo tuttavia che il mondo dei fatti debba venir giudicato sul metro degli ideali, e corrispondentemente modificato da coloro che sentono in sé la forza di farlo. Posto che essi di ciò non possano convincersi, perderanno comunque poco di ciò che sono, e l’umanità ancor meno. Dimostreranno in tal modo soltanto che la nobilitazione dell’umanità non dipende da loro. Questa continuerà a procedere per la una via, quanto ad essi, voglia la benevola natura guidarli, dar loro ogni volta a tempo debito la pioggia e il sereno, e concedere loro un buon cibo e una tranquilla circolazione degli umori, nonché saggi pensieri!».

SCIENZA DELLO SPIRITO

«VACUITÀ» E PERSONALITÀ

Phersu

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Che questa sia un’epoca di estremo pericolo è stato detto varie volte da Massimo Scaligero in molte sue opere. E che la situazione attuale dell’essere umano sia addirittura tragica, è dimostrato dal fatto che egli nel pericolo dimora totalmente inconsapevole. L’uomo si muove nella vita come un ubriaco, intossicato da un’esteriorità illusoria, ch’egli nella sua ottusa ignoranza ritiene essere l’unica realtà, fonte della sua brama, della sua paura della sua avversione. Ma come l’ignoranza è una forza oscurante della coscienza, che ne viene diminuita e obnubilata, così le sue tre esiziali figlie – brama, paura e avversione – sono forze ostili che divorano – ardendola – la vitalità dell’anima.

Vi è un pericolo per l’umanità in generale, e vi è un correlativo pericolo per l’essere umano individuale. Ma qual è questo pericolo? Per l’umanità in generale è la de-umanizzazione, una caduta nel subumano, che non è una caduta nell’animalità – gli animali sono in uno stato di spontanea purezza, essendo sono la manifestazione nel sensibile del loro «Io di gruppo», ossia dell’entità sovrasensibile che dal piano astrale anima e dirige la molteplicità delle sue manifestazioni sul piano sensibile. La caduta nel subumano è la perversione nella demonicità, nell’orrore della «malvagità intelligente» volta all’illimitato appagamento, con qualunque mezzo illecito, della divorante brama, del gelido odio. Caduta che rischia di essere irreversibile. «Il progetto uomo potrebbe anche fallire», ammoniscono le parole severe del Maestro dei Nuovi Tempi.

Ma un più immediato pericolo lo corre l’essere umano individuale. Egli «vive» – ma è vero vivere il suo? – tutta la sua vita nell’arroganza dell’affermazione della sua «persona», della sua personalità come valore supremo, personalità ch’egli ingenuamente – e molto scioccamente – considera costituire il suo «essere», mentre non è altro che un «vuoto» apparire. La personalità, della quale l’uomo occidentale moderno va con tanta tracotanza fiero, è solo un «vuoto» fantasma, una miserabile illusione, una stolta superstizione. E per questa miserabile illusione, per questa stolta superstizione, l’uomo brama, teme, odia, rapina, mente, tradisce, distrugge, uccide, e si uccide. Ma che ne è dopo la morte di questa «personalità», per l’uomo così importante, anzi unicamente importante? Viene meno lo scenario sensibile, viene meno l’apparire illusorio che nell’anima, durante la vita, risuona e – come avverte Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente – «si fa potenza interiore», potenza costringente, deformante, oscurante. Ma soprattutto ardente e divorante. Con l’evento della morte si dissolve l’involucro corporeo, e di conseguenza di dissolvono anche quegli organi di senso e quel sistema nervoso che sono l’indispensabile strumento perché si diano le percezioni sensibili. Il dissolversi degli organi di senso corporei e del sistema nervoso comporta il dissolversi dello scenario sensibile, fonte del bramare dell’uomo.

L’essere umano, separato dalla spoglia corporea si trova di fronte al nulla di ciò ch’egli riteneva sostanziale e reale. Ma il dissolversi di quell’illudente apparire non estingue in lui quello che il Buddhismo chiama l’«attaccamento», suscitato dalla «sete»: sete di esistenza, sete di annientamento, sete di piacere. L’attaccamento è il frutto del lungo perdurare della «sete», servaggio alla brama lungo quanto tutta la vita. Ma il morire non è automaticamente la liberazione da tale tormento, anzi ne è il riacutizzarsi, perché il fango corporeo, nel quale l’incorporeità dell’anima va a impastarsi col nascere alla vita terrena, in qualche modo attutisce e in parte spegne la percezione del patimento di tale umiliante servaggio. E l’appagamento della voluttà bramosa distende una sorta di velo illusorio sulla condizione di «arsione» nella quale l’anima già durante la vita si trova.

Ma con la morte la veste di fango e di argilla, appunto, si dissolve e viene meno anche il suo effetto narcotico sull’anima. Il mondo dell’apparire sensibile si rivela essere il nulla, rivela la sua impermanenza, la sua «vacuità» di natura propria, ed anche la «personalità», quello che l’essere umano stoltamente ritiene essere un ‘io’, rivela anch’essa la sua insostanzialità, la sua «vacuità» di natura propria. Cessato l’effetto narcotico derivante dalla mescolanza dell’anima con la fragile argilla terrena, l’«arsione», o la «sete» – come la chiamano i Buddhisti – si acuisce al massimo e il suo divampante «fuoco», consumando l’«attaccamento», dissolve ciò si era troppo legato al «nulla» del sensibile.

In uno scritto precedente abbiamo visto come nella Scienza Occulta venga descritto – senza morbide attenuazioni – come il «fuoco astrale» divorante mostri l’azione distruttiva di ostili entità malvagie che nel Kamaloka, nel Kamadhatu dei Buddhisti, trovano nel distruggere nutrimento e voluttà di distruggere. Il mondo delle passioni, delle cupidigie umane è per loro allettante cibo. Ma di queste passioni e brame è costituita l’inconsistente «personalità», tanto cara all’opinare e al bramare degli umani. Che ne è di questa idolatrata «personalità» una volta passata dalle fauci di quei demoni che saziano la loro fame col «fuoco» delle cupidigie e delle passioni umane? La «persona», nella sua «vuota» consistenza, è combustibile che si consuma nell’ardere di quel fuoco distruttore. E in tale ardere si dissolve senza residui. Ed è bene che sia così, perché essa era solo menzogna. A che pro far sopravvivere una menzogna?

Forse non molti sono coscienti del fatto che la parola latina e italiana «persona» ha un’origine etrusca. In effetti, da molti studiosi, soprattutto gli etruscologi, la sua etimologia viene fatta risalire a phersu, «maschera», da cui phersuna, che nelle iscrizioni tombali etrusche indica «personaggi mascherati». Questa la «maschera» che cela il vero volto dell’anima, maschera che ipnotizza l’anima trascinandola nell’identificazione con un «personaggio», il cui ruolo e le cui vicende ella reciterà sul palcoscenico della vita terrena. È raro che chi recita, sappia di non essere il personaggio ch’egli fa rivivere sul palcoscenico dell’esistenza terrena: allora egli sarà come l’Imperatore Ottaviano Augusto uno «svegliato», un «Iniziato» – Maximus Scaliger dixit – che si sforzerà di svolgere – ed effettivamente come Augusto svolgerà – il ruolo assegnatogli dal Destino e dalla Provvidenza Celeste nel migliore dei modi.

Ma supererà la «seconda morte» solo ciò che l’elemento spirituale puro, il Nous, l’Atman, il Purusha, l’Io, avranno strappato alla labilità mortale e consacrato all’immortalità e all’eternità. E nella barbarie dell’attuale superba «civilizzazione» de-sacralizzata, quanto viene strappato alla menzogna dell’apparire illusorio e alla labilità mortale? Quanto della «personalità» viene sottratto alla divoratrice voracità dei demoni del mondo o della sfera della brama ardente? Ben poco, ovvero molto poco. Questa, sicuramente, non è una prospettiva «consolante», come nelle dolci fiabe della New Age anglosassone, e nemmeno è come quella promessa – a prezzi di vero realizzo – ai fedeli delle varie confessioni le cui Chiese da troppo tempo – quasi da subito – hanno smarrito la Scienza o la Gnosi delle «cose sacre». Preti e sacerdoti ciechi, che promettono quello che non possono garantire neppure per se stessi, perché nulla conoscono, e il più delle volte sono solo dei mestieranti ignoranti, avidi, corrotti e depravati. Alcuni, in buona fede, «credono», ma credere non è conoscere. Credere di sapere non è sapere, non è conoscere. È molto meglio – socraticamente e buddhicamente – sapere di non sapere che credere, perché dietro al «credere» si celano sentimentalità, desideri e speranze, passioni, istinti e paure, dei quali è salutare liberarsi se si vuole «conoscere». Come diceva Arturo Reghini, le credenze stanno bene in cucina, con dentro piatti, bicchieri e barattoli di miele e marmellata!

La prospettiva presentata può apparire sconsolante per molti, purtuttavia essa è vera, e la più dura, aspra, difficile realtà è migliore della più rosea illusione, la quale il più delle volte si rivela estremamente pericolosa. La virtus romana era soprattutto quella di guardare in faccia la realtà, di affrontare con crudo realismo gli eventi, anche i più infausti: guardarli con crudo realismo, senza veruna volontà di autoillusione. Sarebbe savio che nel mondo presente e nel momento attuale gli esseri umani volessero guardare romanamente in faccia il pericolo, perché solo questo cosciente e coraggioso guardare sveglia quelle forze della volontà che rendono l’uomo capace di affrontare l’abisso che può inghiottirlo, di vincere il Drago che vorrebbe divorarlo. L’impresa è eroica, e non è salutare incamminarsi sulla via egoica, che promette morbide comodità e ingannevoli voluttà.
A questo riguardo, possono essere risvegliatrici e orientatrici le severe parole di Giovanni Colazza, tratte da una conferenza tenuta da lui il 10 dicembre 1944 alla Sala Capizzucchi a Roma:

«In realtà, se noi pensiamo a ciò che col cervello muore e che, con la forza vitale che è propria dell’individuo, se ne va anche tutto il mondo del suo sentire e ciò che appartiene alla sua vita intellettuale, noi vediamo che vi è poco di quello che è la personalità attuale che resta: vi è il «testimone» dell’esperienza, vi è un impulso determinato dall’esperienza della vita, che ci spinge verso la direzione di un’altra esistenza per continuare la sua via, quella che i Buddhisti chiamano la “brama”, che si reincarna, ma non è l’essere attuale, non è la personalità quella che si reincarna.

Questo è quello che dobbiamo tenere presente, ed allora molte obiezioni contro la reincarnazione potrebbero cadere. Vi è la spinta di una vita verso l’altra e vi è soprattutto il testimonio che ha accompagnato quella linea particolare evolutiva e che dalle esperienze ha ricavato degli impulsi e delle tendenze; e questi impulsi matureranno appunto fra una vita e l’altra, quando queste forze egoiche ridiventeranno una forma spirituale, perché s’immergono nella loro sorgente primordiale e lì, in un certo senso si riunisce quella che è la coscienza terrena con la coscienza cosmica e quindi può maturare l’esperienza in saggezza e in impulsi di volontà».

Queste parole ammonitrici di colui che di Massimo Scaligero fu Maestro e Guida, oltre che fraterno amico, suonano oggi ancor più severe e urgenti in una situazione dell’uomo e del mondo vieppiù precaria e pericoloae rispetto a quella di settanta anni fa. Esse invitano, anzi incitano, all’intenso lavoro interiore, invitano a liberarsi dei deformanti attaccamenti al sensibile. Il sensibile non degradato a sensazione soggettiva ed egoica, ma contemplato dall’Io nella sua purezza, ritorna ad essere manifestazione e presenza dell’Assoluto, manifestazione e presenza del Mondo Spirituale, che delle sue forme si riveste come in un eloquente linguaggio cosmico e spirituale. Ma solo un Io, che abbia disincantato la «vacuità» dell’apparire esteriore e della personalità, può contemplare in tutta la sua purezza e nel suo fulgore la Luce dell’Unica Dea, la mia Amata.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

Via del «Vuoto» e Compassione: il Sentiero Arcano dell’Intelletto d’Amore

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*

Taluni, anzi molti, di fronte ad una Via austera e severa come quella del «Vuoto», indicata in India dall’asceta buddhista Nagarjuna, o di fronte alla limpida e austera Via del Pensiero, indicata in Occidente da Massimo Scaligero, si sentono mancare l’aria – vanno letteralmente in debito d’ossigeno – e si chiedono come da una Via che a loro sembra essere tanto arida, e da un’atmosfera tanto rarefatta possa scaturire la pienezza della vita dell’anima, come da essa possano scaturire moti dell’anima come amore e compassione.

Invero, ci siamo sempre stupiti di una tale posizione «umana-troppo umana», che mostra quanto l’inferiore natura – la natura decaduta dal suo stato primordiale, pervertita, in un certo senso «snaturata» o «de-naturata» – tema l’incandescenza dissolvitrice dello Spirito. Lo Spirito, nella sua assoluta purezza, non può non predominare sulla natura e sulla materia: la sua azione su di esse non può che essere trasfiguratrice e o annientatrice.

Che l’essere umano di fronte alla purezza e alla luminosità stellare dei pensieri di Nagarjuna sulla «Vacuità», o di Massimo Scaligero sull’originarietà del Pensiero Vivente, sulla priorità e l’assolutezza dell’«atto puro» del pensare, senta una sorta di «gelo animico» è ben comprensibile, perché quei pensieri nulla hanno dell’ambiguo e stordente «calore» ascendente dal basso, dell’oscuro «calore» promanante dagli istinti. Anzi si può dire quei pensieri posseggano un «fuoco sidereo», la cui «virtù» è alchemicamente quella di «congelare» il «mercurio» e gli altri «metalli» nelle «viscere della terra», ossia la stellare potenza di quei pensieri, l’ardere di quel pensare, ha un effetto raggelante sulla natura istintiva e sulla natura psichica, ossia su quella parte dell’anima che è irregolarmente sveglia nel suo servaggio alla corporeità.

Mentre l’anima originaria, l’anima «stellare» è immersa in un sonno catalettico, fatto di oblio e paralisi, come fosse ibernata. Perché l’anima angelica, l’anima «stellare» si ridesti e risorga, deve essere annientato l’infero magnetismo che lega la psiche al corpo, l’ipnosi che avvince lo sguardo dell’anima caduta al magnetismo del serpente che la costringe alla sua abiezione. Il «calor cogitationis» – come lo chiamava Massimo Scaligero – ha la duplice ermetica «virtù» di «raggelare» la psiche asservita al corpo, che dal corpo trae l’infero «calore» che l’avviva e del quale viene privata dal pensare, e di risvegliare, disciogliere dalla paralisi e dall’incantamento, che la teneva prigioniera, l’anima angelica, rianimandola con un «fuoco soave» del tutto ignoto alla natura istintiva, «riscaldandola» e scacciando il «gelo» che in lei paralizzava la memoria celeste.

È ben vero che il pensare puro, il pensare libero dai sensi, ha un effetto «mortifero» sulla psiche e sulla natura istintiva, effetto corrispondente alla «mortificazione» alchemica, ed è vero altresì che in tale condizione l’essere umano si senta mancare l’aria, che vada in debito d’ossigeno: questo è vero alla lettera. Il sentirsi mancar l’aria, l’andare in debito d’ossigeno, la sensazione di soffocare contro la quale reagisce in noi l’essere animale, è appunto un sentirsi morire. Ma quel che muore è l’essere animale, per il quale assorbire l’aria è un «mangiare la vita», una «vita» caduta, una «vita» inevitabilmente destinata alla morte: una «vita» animale che, ardendo come un fuoco distruttore, riduce in cenere e polvere lo stesso corpo, al quale la psiche con tanta passione tenacemente si avvince.

Il medesimo fuoco sidereo, invece, ha sull’anima celeste, sull’anima siderea, che giace prigioniera in uno stato di catalettico oblio e di paralisi, un effetto liberatore e risvegliatore: non un effetto distruttore come quello del fuoco degli istinti, bensì un effetto «nutriente», risanatore e rigeneratore. Ma un tale «fuoco» e la sua mirabile azione sono inconcepibili all’essere volgare che si pasce delle passioni mondane, che beve a lunghi sorsi le acque «letali» del Lete, acque che invero non dissetano ma aumentano allo spasimo l’arsura, che si involge nei veli dell’illusione «realistica», che lo stordisce e gli oscura ogni visione. «Al di là» di tutto ciò deve andare la «visione penetrante», la percezione discriminante di quella Sapienza Trascendente capace di vedere come «vuote» tutte le apparenze, svincolandosi da tutte le illusioni, dissolvendo tutti gli attaccamenti. Infatti, come abbiamo detto nel nostro precedente scritto «nagarjuniano», nel Mahaprajñaparamitahrdayasutra, nel Sutra del Cuore, la Celeste Sophia viene così chiamata:

« Inconcepibile e inesprimibile,
la Prajñaparamita non nata e senza cessazione
ha una natura simile al Cielo
e non può essere sperimentata altro che mediante la saggezza del discernimento:
Omaggio alla Madre dei Buddha nei tre tempi
».

E lo stesso Nagarjuna nella sua opera il Catuhstava, i Quattro Inni, dopo aver a lungo seguito la via negationis, così rende direttamente omaggio alla indicibile Realtà Ultima, la quale non può essere «intuita» e «compresa» altro che attraverso questa Sapienza Trascendente. Il Catuhstava è la raccolta di quattro Inni in lode di tale Realtà Assoluta. È in tali Inni che Nagarjuna disvela, il suo scopo reale, e per quale motivo egli accenni così raramente a tale «Realtà ultima», proprio perché essa è aldilà di qualsivoglia formulazione logica e verbale. Nagarjuna è un terribile distruttore della dialettica proprio in quanto dominandola radicalmente è in grado di annientarla.

« Come Ti loderò, o Signore, Tu che senza nascita, senza dimora, sorpassi ogni conoscenza mondana e il cui dominio sfugge alle peregrinazioni della parola.
E tuttavia, tale quale Tu sei, accessibile al solo senso della Quiddità [la Natura Assoluta], con amore io Ti loderò, o Maestro, ricorrendo alle convenzioni mondane.
Poiché, per essenza, Tu non conosci, in Te, veruna nascita, né andata né venuta. Lode a Te, Signore, a Te il “Senza natura propria”!
Tu non sei né essere né non-essere, né permanete, né impermalente, né eterno, né non-eterno. Omaggio a Te, il “Senza dualità”!
».

Ciò può mostrare come dalla visione penetrante che coglie la «vacuità», la mancanza di «natura propria» di tutti i fenomeni, che non sono altro che la frantumazione nella molteplicità illusoria di quella Realtà Assoluta, che Pitagorici e Platonici chiamavano l’Uno Unissismo, e che l’Oriente evita di definire in termini positivi, possa scaturire una vita dell’anima piena di slancio e di calore.
Basterebbe leggere poche parole di Shantideva, fedele seguace della Via del Vuoto di Nagarjuna e del Mahayana, per convincersi come dalla Sapienza Trascendente nascano Intelligenza Celeste e Illimitato Amore. Egli nel Bodhicaryavatara porta il lirismo della sua realizzazione ascetica a livelli di autentica incandescenza:

«Io supplico con le mani giunte gli Svegliati di tutte le regioni: possano, deh, essi accendere la lampada della Legge per coloro che cadono, offuscati, negli abissi del dolore! Io imploro con le mani giunte i Vincitori che desiderano il nirvana: possano trattenersi quaggiù per infiniti periodi cosmici, affinché questo mondo non diventi cieco!

Grazie ai meriti acquistati con tutti questi riti, deh, possa essere, per tutte le creature, colui che calma ogni dolore! Possa io essere, per i malati, il rimedio, il medico, il loro servitore, fino alla sparizione della malattia! Possa io calmare con piogge di cibi e di bevande il supplizio della fame e della sete e diventare io stesso, nei periodi di carestia degli evi intermedi, cibo e bevanda!Possa io essere per i poveri un tesoro inesauribile, – pronto a servirli in tutto quello di cui hanno bisogno.
Tutte le mie incarnazioni future, tutti i miei beni, tutti i miei meriti passati, presenti e futuri io li abbandono con indifferenza, perché s’inveri la salute di tutte le creature. Il nirvana è l’abbandono di tutto; ora il mio cuore aspira al nirvana. Onde, visto che tutto devo abbandonare, meglio allora dar tutto alle creature».

E in un famoso verso afferma:

«Colui che desidera salvare rapidamente se stesso e gli altri, deve praticare il supremo mistero, voglio dire lo scambio dell’io e degli altri».

Ora, la visione della «vacuità» mostra eloquentemente quanto gli umani siano disperatamente avvinti all’illusione di un ego separato, e come questa illusione generi in essi brama, paura e avversione, le mortifere figlie della «ignoranza», la quale è per il Buddha Shakyamuni la prolifica madre di tutti i mali. L’ignoranza, avidya, e le sue perfide figlie trasformano la terrestre dimora degli umani ne «l’aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII, 151). La vicenda umana sotto la loro stritolante costrizione si fa sempre più al contempo dolorosa e ottusa: una follia contraddittoria che al presente ha raggiunti livelli di assurdità mai prima generati, e che prepara catastrofi della vita collettiva in tale misura mai prima verificatesi. Di fronte a tanta non-significante dolorosa follia, la «visione discriminante» sente scaturire in sé la compassione. Come scrive Alexandra David-Neel nel suo Les Enseignements secrets des Bouddhiste Tibétains, testo molto apprezzato da Massimo Scaligero, da lui profondamente commentato in una recenzione su East and West:

«Adesso agiremo basando la nostra attività su delle verità. La più evidente di queste è l’aspetto di campo di battaglia che il mondo, visto attraverso la Visione profonda, presenta. Colui che percepirà chiaramente il carattere universale di questa battaglia senza tregua, senza fine, sentirà, dicono i Maestri, nascere dentro di sé una pietà infinita, incontrollabile.
Se si fa notare a uno o all’altro di questi Maestri spirituali che una reazione del genere non è assolutamente certa, se si fa loro notare che esistono molte persone egoiste abituate a restare indifferenti al dolore altrui, essi risponderanno che queste persone sono degli impotenti mentali. Non hanno afferrato la vastità del disastro che contemplano, si credono al di là del suo raggio d’azione, nel tempo e nello spazio. Non capiscono che sono circondati dalla sofferenza sotto forme diverse, che essa cresce intorno a loro e li sommergerà con l’estremo dolore: la morte.
Una volta resosi conto del suo stato di insicurezza in un mondo dominato dalla sofferenza, l’uomo ragionevole si sforzerà di risanare questo ambiente eliminando i germi della sofferenza, i concetti errati, sotto l’influenza dei quali alcuni provocano la sofferenza, altri l’accettano passivamente.
La pietà infinita, universale che prova colui che ha Visto, nel senso completo di Vedere, si tradurrà in azioni positive: la dimostrazione della falsità dei sentimenti egoistici, la necessità imperiosa di aiutarsi gli uni con gli altri».

Proprio dall’esperienza cosciente dell’essere originario del pensiero, dalla separazione del momento vivo del pensare dai morti prodotti propri al suo aspetto riflesso, proprio dall’esperienza cosciente dell’atto del pensare puro, «vuoto di pensieri», nasce la possibilità di attuare quella «equanimità», «positività», e «spregiudicatezza» che, come qualità indispensabili dell’anima nel suo cammino interiore, difficilmente sono autentiche, e non mera recitazione, se non scaturiscono dal processo di liberazione del pensiero. Nello stato di soggezione del pensare alla mediazione del sistema neurosensoriale, è inevitabile che anche le più nobili qualità dell’anima si corrompano e si pervertano spesso nel loro contrario. Questo andrebbe seriamente considerato – e con senso di responsabilità – da coloro che apertamente o velatamente propongono una «via dell’anima» come rimedio ad una Via dello Spirito, sentita – unicamente dalla natura inferiore che vuole evitare la sua inevitabile morte – come «troppo arida», come «non adatta» a molti: in definitiva una tale «via dell’anima» viene contrapposta alla Via del Pensiero, alla Via dello Spirito, ingenuamente o scientemente qualificata come una possibile «via del sublime egoismo».

Equanimità, positività, spregiudicatezza, così come venerazione e devozione, compassione ed amore, possono scaturire solo da Conoscenza: per essere veraci possono sorgere solo dal processo di liberazione del pensiero, perché «il grande amore è figlio della grande conoscenza: chi tutto conosce, tutto ama».

Per chi conosca la natura del pensare ed intuisca quella dell’Io, sa che il Rito della concentrazione è un atto di venerazione profonda, e che l’attuarsi della concentrazione è un folgorante atto d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Nagarjuna e la Via del Vuoto

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Perciò, mentre in coloro per cui, come sacrificio, vale la diffusione della legge e che ad essa, con sacrificio continuo, offrono, nel triplice mondo, libazioni, la dottrina del non sé, proclamata dal Tuo ruggito di leone, estirpa la paura provocata dall’errata opinione di un essere — essa impaùra invece l’ottuso gregge degli eretici. Nagarjuna

Ho avuto modo di leggere, qualche settimana fa, su internet queste parole del grande Nagarjuna, riportate da Eugenio Rastignac. Queste parole mi hanno risvegliato nel cuore e nell’anima il ricordo di qualcosa intensamente vissuto in vari incontri che ebbi con Massimo Scaligero. Prima dell’incontro con lui, seguivo per quel che potevo – data la pochissima stima che sin troppo giustificatamente avevo nei confronti degli ambienti sedicenti “spiritualisti”, preferivo procedere “in solitaria”, come dicono gli alpinisti – le Vie dell’Oriente: lo Yoga, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, lo Zen.
Il mio incontro con la Via del Buddha Shakyamuni – avvenuto alle soglie dell’adolescenza – fu per me «amore a prima vista»: un grande amore che tale è rimasto. Vi sono persino taluni che, con intenti ingiuriosi, mi tacciano tuttora di essere «buddhista», facendomi involontariamente un immeritato onore. In futuro mi sforzerò di meritare maggiormente un tale ingiurioso epiteto.

Quel che, invece, mi colpì tantissimo nella figura di Massimo Scaligero, e nel suo insegnamento, fu scorgere quanto fosse vivo in lui l’elemento di eternità che nel Buddhismo, al di là delle forme storiche inevitabilmente traseunti, si era manifestato ai miei occhi in maniera veramente folgorante. Quando lessi, e innumerevoli volte con ardore meditai (ed ancor oggi con accresciuto ardore medito) il Trattato del Pensiero Vivente, mi dissi: «Questa è l’essenza della “Via” del Mahayana, l’essenza della Via del Vuoto che Nagarjuna, diciotto secoli fa, in India, aveva voluto indicare».

Naturalmente, come scoprii strada facendo, nel Trattato vi era molto altro, e ben altro. Massimo Scaligero con ogni evidenza mi appariva possedere magistralmente, in maniera dinamica, l’essenza ascetica e realizzativa di quelle antiche Vie, per me così affascinanti. Non solo: sin dal primo incontro egli mi chiese – esplicitamente – di continuare al coltivare lo studio e la meditazione dei contenuti del Buddhismo Mahayana, dandomi anche delle indicazioni di esercizi e di pratiche che nel tempo molto mi aiutarono, e ancor oggi molto mi aiutano.

In genere, a parte lui e ben poche altre eccezioni, ho trovato negli ambienti “scaligeropolitani” (come chiama, con divertito umorismo, il mio amico C. gli “abitanti di Scaligeropoli”), pochissima comprensione, molti pre-giudizi, poco intendimento e molti fraintendimenti, concezioni molto rozze nei confronti del Buddhismo in generale e del Mahayana in particolare. Ed aveva perfettissimamente ragione il Buddha Shakyamuni nel dichiarare che «l’ignoranza è la radice di tutti i mali». In Massimo Scaligero, invece, vi era una mente vasta quanto il suo vasto cuore, e la profondità della sua comprensione era per me, ad ogni nuovo incontro, motivo di rinnovato stupore. Egli non si recludeva negli angusti limiti di una “ideologia” occultististica, sotto qualsivoglia etichetta questa si presentasse.

Una volta disse addirittura che vi era un Sutra mahayanico, nel quale il Buddha Shakyamuni descriveva l’esperienza del Pensiero Vivente. Egli non disse allora – ed anche qui non verrà detto – di quale Sutra si trattasse, perché voleva che il cercatore facesse il giusto e necessario sforzo di ricerca, in modo da giungere in maniera autonoma alla scoperta e al riconoscimento. Il giovin cercatore con diligenza e tanto ardore cercò, e infine trovò il Sutra e la descrizione del Pensiero Vivente che il Sublime ivi faceva. Una volta, poi, espressi a Massimo Scaligero tutta l’ammirazione che mi suscitava la figura di Nagarjuna, ed egli mi fece tutto un discorso – che letteralmente mi incantò – sulla Via del Pensiero, sulla sua arcana e segreta antichità, e mi rivelò come proprio Nagarjuna fosse stato uno dei primi – tra i più audaci e radicali – pionieri della «nostra» Via del Pensiero. E mi indicò come fondamentale per me, per la mia Via, la meditazione del Madhyamikakarika, ossia delle sue Stanze del cammino di Mezzo.

Quella di Nagarjuna è indubbiamente una Via ardua e temeraria: una Via forse per pochi: una Via che molti evitano, perché la temono. Ma anche all’inizio del Trattato del Pensiero Vivente Massimo Scaligero dichiara che la Via da lui indicata, è forse per pochissimi.

Anche la Via del Pensiero, nella sua adamantina purezza, è evitata e temuta. Perché una tale Via è temuta? È temuta perché l’«atto puro» del pensare, il «vuoto» del pensare, «dissolve» i pensati, le rappresentazioni, i pre-giudizi, le «opinioni» quali che esse siano. «Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti»: queste parole son scritte nel primo capitolo del Trattato.

Di fronte all’essenza «vuota» del pensare, dell’«atto puro» del pensare, indipendente da ogni contenuto di pensiero, tutti i pensati bassi o sublimi, aristocratici o plebei, significativi o banali, si equivalgono: tutti, in quanto pensati, sono la morte dell’atto pensante che, nella coscienza riflessa dell’uomo caduto, va irrigidendosi nell’esanime forma cristallizzata. Tale forma è un mero nulla senza quell’atto pensante, e la sua natura – direbbe Nagarjuna – è, appunto, «vuota». Mentre l’atto del Pensiero Vivente nel suo folgorare è «vuoto» proprio per il suo essere al di là di «nome» e di «forma», il mero pensato – e quindi la smorta rappresentazione, l’opinione, così cara agli umani – è «vuoto» per la sua impossibilità di esistenza autonoma, per l’illusorietà di un suo esistere ex se, sussistendo solo in relaziona ad «altro», anch’esso ugualmente «vuoto» di «natura propria», come direbbero i buddhisti.

Quindi se l’«atto» del Pensiero Vivente è «vuoto» per «sovrabbondanza» di contenuto, il pensato è «vuoto» per «carenza» di contenuto proprio.

Gli umani non amano che il «vuoto» del Pensiero Vivente dissolva quella «apparenza» che essi credono tanto reale, apparenza ch’essi bramano, per la quale lottano, temono, odiano, non rendendosi conto, appunto, che quella apparenza è «vuota», è un «nulla». Gli umani, nella loro torpida inerzia, non amano essere distolti dalle proprie bramate illusioni: temono, evitano, e persino odiano quel Mondo Spirituale al quale li «apre» l’atto del Pensiero Vivente: per loro è il Mondo Spirituale, e non la loro tanto bramata «apparenza», ad essere un mero nulla. Unicamente il dolore, anch’esso dotato di grande potere dissolvente, può mostrare quanto gli umani in tale giudizio errino, e quanto insana e improvvida sia la loro scelta di «attaccarsi» a tale apparire come ad una realtà concreta.

Il processo conoscitivo che, lungo il sentiero dell’esperienza interiore diretta, conduce dal morto pensiero riflesso all’esperienza del pensiero-folgore, attraverso una intensificazione volitiva che porta sino al Pensiero Vivente, è un audace «denudamento» dell’atto pensante, una progressiva liberazione del pensare da ogni contenuto di pensiero, del quale l’atto pensante si è servito nella pratica ascetica solo come necessaria, ma provvisoria, mediazione. Mentre l’atto puro del pensare, «vuoto» di pensieri, è l’autentico «immediato», un «assoluto» solo su sé fondato.

Nagarjuna, nelle sue Stanze del Cammino di Mezzo, propone un cammino interiore simile, ossia un cammino nel quale all’atto conoscitivo vengono tolti – con una radicalità che le attuali anime «belle» possono trovare particolarmente spietata – tutti gli appoggi illusori, vengono demoliti tutti i pre-giudizi che si ritengono «ben fondati», tutte le «opinioni» più amorevolmente accarezzate, mostrandone abilmente la totale contraddittorietà e la basale illogicità. Nagarjuna spezza tutti i «sistemi» ai quali l’anima vagula blandula degli umani si rivolge nella sua ricerca di consolanti quanto illusorie sicurezze. E togliendo progressivamente ogni appoggio, demolendo ogni opinione, smascherando l’infondatezza di ogni pre-giudizio, Nagarjuna conduce l’audace cercatore del Vero ad una condizione interiore di «vacuità», di libertà da qualsivoglia condizionamento: conduce ad una «rivoluzione» – nel senso geometrico del termine – che nel Buddhismo Mahayana viene chiamata ashraya paravrtti, ossia «revulsione» o «rovesciamento dei supporti e degli appoggi». Come è detto enigmaticamente da Massimo Scaligero in Magia Sacra :

Ci si sostiene sempre. Ma ad un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare ad essere veramente vivi.
Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia a essere.
Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi.
Chi vuole reggersi, non ha capito
.

Il «vuoto» è una condizione interiore di libertà da ogni limite e da ogni condizionamento, non un’altra «opinione» filosofica: Nagarjuna, infatti, nella sua compassionevole spietatezza, demolisce anche l’opinione della «vacuità», dicendo che essa è la liberazione da ogni opinione e che «coloro per i quali anche la vacuità è un’opinione, i Risvegliati li hanno considerati inguaribili». Infatti, Il Cammino di Mezzo, indicato da Nagarjuna, non fa altro che riprendere quel Sentiero Mediano prima percorso e realizzato, e poi indicato, dal Buddha Shakyamuni.
Se si applicasse un tale criterio di radicalità conoscitiva alle attuali comunità sedicenti spiritualistiche, il risultato sarebbe davvero poco consolante, e molto mal prometterebbe circa gli esiti di un futuro gravido di eventi che si annunciano ben drammatici.

Per fortuna vi sono anche anime coraggiose e disperate, che non si pascono di «retorica» e di consolanti illusioni, che rinunciano ai consueti narcotici tipici di questa insulsissima «civilizzazione», che cercano appassionatamente quella «persuasione» che solo l’impossibile e disperata ricerca della Verità può donare. L’azione coraggiosa di questi pochi, che agiscono a risvegliare se stessi e che, per quel che il Destino consente loro, operano a risvegliare i fratelli umani, è – assieme al generale soffrire umano – ciò che soltanto può concretamente aiutare. Sapienza e sofferenza mostrano entrambe eloquentemente l’inconsistenza, e la «vacuità» delle irrealtà che illudono la mente e il cuore degli umani, demoliscono e sottraggono quegli appoggi dei quali gli umani non vogliono fare a meno. Questa è quella abbagliante verità che «impaùra» – per rievocare l’immagine vera della citazione di Nagarjuna, riportata da Eugenio Rastignac – l’ottuso e bramoso gregge di coloro che, avidi di turpe inerzia, preferiscono il servaggio ad una letale illusione alla libertà interiore.

Massimo Scaligero, con un’audacia senza pari, mostra come si possa giungere ad essere talmente liberi da poter coraggiosamente, e generosamente, sacrificare persino la propria libertà per la liberazione degli altri. Come si possa, in maniera forse ancor più audace, per amore rinunciare ad essere amati. Il Mahayana conosce l’ideale del Bodhisattva che, conseguita l’interiore Illuminazione, giunto alle soglie del Nirvana, «rinuncia» alla beatitudine del Nirvana «sino a che l’ultimo granello di sabbia del Gange, sino a che l’ultimo filo d’erba non abbiano conseguito il Risveglio, la suprema Illuminazione». Da dove nasce questo temerario – e ripeto, generoso – coraggio, che fa scegliere di «rinunciare» alla beatitudine nirvanica, per accompagnare «tutti gli esseri senzienti» nel difficile sentiero di un in-significante divenire? Oscura e ottusamente sofferta vicenda degli umani, che non è forse autentica follia e strazio se tale divenire non è vòlto – come nell’attuale «civilizzazione», che meriterebbe solo l’epiteto di «barbarie» – alla realizzazione dello Spirito?

Per guarire i fratelli umani dalla loro follia bramosa e paurosa, il Bodhisattva – l’«Essere o Essenza di Illuminazione» – «rinuncia» alla beatificante fruizione «personale» del Nirvana, perché egli sa che il Nirvana non è un qualcosa che possa essere «conquistato» e «posseduto», men che meno da un ego o da una persona, perché esso si attua solo allorché si è superata illusione dell’ego e della persona, che vengono viste appunto «vuote», onde è follia e non senso affermare «mio» è il Nirvana, «mia» è la Liberazione.

Il Bodhisattva, avendo sacrificato la «vuota» illusione di un ego e di una personalità separata, non fa più alcuna differenza tra sé e gli altri: vede appunto «vuota» una tale differenza. Mahaprajña si mostra essere inscindibilmente unita a Mahakaruna, ossia dalla Grande Sapienza nasce l’Illimitata Compassione. Nella Sapienza Trascendente, che va al di là di ogni discriminazione – questo è il senso dell’ideale mahayanico di Prajñaparamita – non viene fatta alcuna differenza tra Nirvana e Samsara, tra lo stato di incondizionata liberazione e il fluire dell’oscuro, in-significante divenire, che per gli esseri ad esso incatenati è inevitabilmente strazio, dolore, obnubilamento. Proprio perché il Bodhisattva, libero da qualsivoglia illusoria opinione, è tutt’uno con l’atto folgorante del Risveglio, dell’Illuminazione, egli può sacrificare con sorridente serenità la propria liberazione, che vede «vuota», per la liberazione degli altri esseri che in nulla vede diversi da sé.

Egli sceglie di attuare la propria liberazione attraverso la liberazione degli altri. Egli può rimanere presente – volontariamente vincolato e libero ad un tempo – nel mondo dell’apparire illusorio, perché al suo sguardo, alla sua visione illimitatamente penetrante, si invera che, come dice Nagarjuna:
«Il mondo del fluire ininterrotto, il Samsara, ove tutto è legato e dipendente, questo è l’ineffabile Nirvana, quando tutto si libera e si scioglie».

Quando, alla fine della mia adolescenza, incontrai Massimo Scaligero, vidi in lui il concreto realizzarsi di questo ideale, e mi volli donare alla Via del Pensiero, che univa Sapienza e Compassione, perché essa realizzava libertà incondizionata, e non soltanto liberazione: permetteva di essere liberi, liberatori e creatori nel mondo, e non di fuggire liberati e rinunciatari dal mondo.
Per questo, alcune Entità spirituali hanno scelto di «rinunciare» ad un rango divino che era loro proprio, di discendere in questo oscuro mondo di limiti, di assumere come propria la dolorosa condizione umana, di accompagnare gli esseri umani nella loro avventura cosmica, onde l’uomo realizzasse un giorno Sapienza, Libertà e Amore, e l’illusorio mondo dell’apparire ritornasse ad essere Mondo Spirituale.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CORAGGIO E LA PAURA. Ovvero, dell’avversione alla Via del Pensiero e dell’antipatia verso la Concentrazione.

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IL CORAGGIO E LA PAURA.

Ovvero, dell’avversione alla Via del Pensiero e dell’antipatia verso la Concentrazione.

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La Via dello Spirito è una Via eroica, e come tale non è, e non può essere, un via borghese.

Ma perché la Via dello Spirito è una Via aristocraticamente eroica e perché non può essere, né può diventare, a meno di una sua degradante e plebea snaturazione, una via borghese?

La Via dello Spirito è una Via aristocratica, eroica, perché è una Via di Sapienza e d’Amore. Ovvero è un sentiero di conoscenza che vuole condurre l’audace cercatore spirituale, il dantesco pellegrino d’Amore, alla contemplazione della Divina Sapienza ed un cammino di volontà che vuole condurre all’unione con l’Amore Sovrano. Ma Conoscenza e Sapienza, Volontà e Amore, sono appunto quel che il nostro Dante, nel Canto III dell’Inferno, evoca con le parole: « la divina podestate, la somma sapienza e ’l primo amore», e che Tommaso Campanella, nel commento ad un suo madrigale, a sua volta chiama: «Possanza, Senno, Amore», mentre altrove, sempre il nostro eroico calabrese, così lo esprime nella sua luminosa visione: «Io credo in Dio, Possanza, Senno, Amore».
Ma per conseguir Conoscenza della Sapienza e realizzare Volontà d’Amore, ovvero per – esprimendosi sempre dantescamente – far nascere in se stessi un Intelletto d’Amore, l’«angelica intelligenza del cuore», occorre coraggio: molto coraggio, anzi moltissimo coraggio. Occorre per percorrere un tal sentiero «alto e silvestro», l’audacia dell’Ulisse dantesco di voler «seguir virtute e canoscenza». Perché non può esservi Amore senza coraggio, e non può esservi Conoscenza senza coraggio.

E solo una coraggiosa volontà di Conoscenza può far nascere a sua volta una coraggiosa volontà d’Amore. Se Leonardo da Vinci audacemente usava dire: «Un grande amore è figlio della grande conoscenza: chi tutto conosce tutto ama», noi vogliamo ancor più temerariamente affermare che: «La grande Conoscenza è figlia del grande Amore: chi tutto ama, tutto conosce». Ma essendo il Tutto, l’Uno-Tutto, infinito, per conoscere l’Infinito occorre un Amore infinito.

Infatti, Massimo Scaligero affermava senza infingimenti che «la misura di amare è di amare senza misura». Porre una misura all’amare è cosa vilissima e plebea; porre un limite, una misura all’amare, amare prudentemente, amare con riserva, non è amore bensì vile commercio: come direbbe il mio amico C. (un coraggiosissimo paganaccio impenitente con un cuore grande così, e i cui difetti sono uno meglio dell’altro), è cosa da «mercanti di birra e da venditori di trippa». Ossia è cosa turpemente vilissima.
Porre un limite alla volontà di conoscere è, al tempo stesso, porre un limite alla volontà di amare: porre una misura e un limite alla volontà di conoscere il Tutto, alla volontà di amare l’Uno-Tutto, l’Uno Unissimo dei più temerari sapienti neoplatonici.

La via borghese, invece, è la via egoica, è la via del calcolo,la via della dedizione calcolata, la via della donazione limitata, ossia con la segreta ed inespressa riserva: «Arriverò sino a quel limite, e più oltre non andrò: più oltre non voglio andare». Il che è lo stesso che dire: più oltre non voglio conoscere e – se è necessario a un tale limitato conoscere – più oltre non voglio amare. Anzi, se è possibile amare solo illimitatamente, allora non voglio amare punto, ossia se l’amare richiede il sacrificio di ciò che limita la mia donazione, allora rinuncio vilmente ad amare.

Perciò la via egoica è la via della turpe viltà, è la via del più bieco egoismo. Turpe viltà e bieco egoismo, che naturalmente – con grande spreco di forbita dialettica e sentimentalità a buon mercato – possono essere spacciati per «buon senso», per «equilibrio», per « umiltà», per «altruismo». Salvo poi – per quella che abbiamo chiamata invidia metafisicapretendere che coloro che, sia pure spesso in maniera convulsa e oltremodo agitata (sono dei ragazzacci esuberanti e un po’ discoli, ma di gran cuore: con loro ci vuole un pochino di pazienza e lasciare, aspettando, che – col tempo e con la paglia – come le sorbe e la canaglia, adeguatamente maturino…), si dànno all’ascesi del pensiero con intensa energia e appassionata dedizione, si spengano, onde il loro ardore spirituale, ancorché un po’ scomposto forse nelle sue forme di manifestazione, non sia cocente rimprovero nei confronti della loro eccessiva prudenza (leggi: vigliaccheria), della loro neghittosa accidia (leggi: animalesca e torpida inerzia).

Gli «assennati» e i «prudenti» non si tirano indietro neppure di fronte alla calunnia e alla diffamazione, con l’adoperare sacrilegamente parole di Massimo Scaligero, capovolgendo senso ed intenzione, affermando che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», che «fare troppa concentrazione fa malissimo», che «non sono i secchioni che arrivano all’Iniziazione e all’esperienza spirituale». Naturalmente, nel profondo della loro anima, costoro sanno bene di «barare» alla trucida, di mentire a se stessi e agli altri, di mentire ben sapendo di mentire.

Nei decenni trascorsi dalla morte di Massimo Scaligero, abbiamo avuto modo di vedere – purtroppo molte, anzi troppe, volte – come una tale insinuante «prudenza» perbenistica ed un tale rugiadoso e velenosamente edulcorato «moralismo» abbiano portato prima all’infiacchimento e alla deviazione delle comunità spirituali dal sentiero originariamente scelto, poi alla dissoluzione di tali comunità, e alla dispersione dei suoi membri.
Per cui si viene a proporre una sedicente «via dell’anima», spacciata al credenzone popolo catecumeno come per «più sicura» e «meno pericolosa» della «temeraria» Via del Pensiero, e addirittura come «assolutamente necessaria» per guarire delle inevitabili «unilateralità» nelle quali cadrebbero i troppo entusiasti cultori dell’ascesi pensante, per guarire del «sublime egoismo» del quale sarebbero ammalati (poveretti…) coloro che troppo frequentemente e troppo intensamente praticano la concentrazione.

Molto «altruisticamente» i seguaci di una tale «via dell’anima» si ostinano ad indicare ripetutamente, ancorché non richiesti, gli esercizi «terapeutici» delle «unilateralità» e del «sublime egoismo», dei quali avrebbero estremo bisogno – a loro dire – gli ostinati praticanti dell’«algida» Via del Pensiero. Di una cotale petulante e invadente insistenza ne abbiamo fatta personale esperienza.

Conciosiacosaché, poi, di fronte al nostro rifiuto – noblesse oblige… – di piegarci ad una simile plebea omologazione per la quale tutti devono uniformarsi ad un unico e decretato «modello di comportamento», e di fronte al nostro birbonissimo irridere ai dogmi di una tale novella contortodossia, i rappresentanti (nel senso di agenti di commercio che devono piazzare le loro merci…) della sublime via dell’anima, hanno dato prova pratica e vissuta (sull’altrui pelle…) delle efficaci virtù della suddetta «prassi per il sentire», e di quanto diligentemente e bene essi pratichino i relativi esercizi, coprendo di insulti i «refrattari», diffondendo le più improbabili e fantasiose dicerie a loro carico, decretando l’ostracismo nei loro confronti, attuando – sempre nei confronti degli eretici «refrattari» – un cordone sanitario «caritatevolmente» che eviti che l’«infezione» si propaghi in maniera indesiderata.

Si è giunti persino su «infernet», su blog e in gruppi di vari social forum, a proporre una «misura» (una «misura» ovviamente «ragionevole»…) di tempo alla concentrazione, superato il limite della quale l’esercizio diventerebbe – sempre a loro dire – «troppo pericoloso». In verità, a tal proposito, i pareri sono seriamente divisi: si va da un minimo prudenziale di 3 (diconsi, pensate, tre!) minuti sino ad un temerario 5 (diconsi ben cinque) minuti!

Se l’opra dell’Ascesi è un’opra di Conoscenza e d’Amore, bisogna proprio concludere che nel caso della sucitata via dell’anima, si tratta proprio di una «conoscenza» ben limitata, dall’orizzonte ben ristretto, e che come opra d’amore mostra d’esser un amore ben avaro, e meschinamente egoistico.

Inscindibile alla via egoica, più o meno travestita da «via dell’anima», è la dimensione della paura.

È la paura che suggerisce di porre un limite di intensità e di durata all’esecuzione della concentrazione. È la paura che spinge ad avversare la Via del pensiero nella sua stellare purezza, e a sostituirvi una via più comoda, meno letale nei confronti dell’ego, che sente come dissolvente per sé e per la natura inferiore l’imperiosa pressione dello Spirito.

È una tale paura che porta ad interrompere l’esercizio, proprio nel momento nel quale esso comincerebbe a funzionare, nel momento nel quale la «natura» comincia a gemere e a temere la forza trasformatrice che infrange i limiti nei quali essa è racchiusa.

È dalla paura che nasce l’avversione nei confronti della radicalità della Via del Pensiero, l’odio nei confronti di coloro che – sia pure molto imperfettamente – vogliono percorrere una tale Via, essere ad essa fedeli in maniera unicitaria, indicarla a coloro che hanno sete dell’Assoluto.

Oltre che sulla «rete», ci è capitato di leggere stampate su una rivista delle affermazioni oltremodo incredibili per chiunque sia un autentico praticante interiore, tanto sono contraddittorie rispetto alla realtà della Via.

Ci capitò, anni addietro, di leggere su una rivista che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica». Ci veniva in mente, quando Massimo Scaligero ci indicò la pagina dell’edizione del 1932, edita dalla barese Laterza, della Scienza Occulta, ove viene descritta la natura assolutamente spirituale – e fondamentale – del pensiero libero dai sensi, del pensiero puro, e come proprio la lettura di quella pagina fosse stata per lui decisiva per la scelta definitiva del sentiero ascetico da seguire.

Secondo diretta esperienza, è assolutamente certo che l’esperienza del pensiero puro, l’esperienza del pensiero libero dai sensi è tutt’altro che una «esperienza spontanea», perché deve essere espugnata con una durissima lotta contro la natura inferiore, la quale non intende affatto essere messa fuori giuoco, anzi resiste con una abile ed avversa, antichissima, velenosa «sapienza».

È menzogna che il pensiero puro sia una esperienza «non cosciente», perché anzi – come apertamente è affermato nel Trattato del Pensiero Vivente – solo nel moto dinamico del pensiero puro l’Io è veramente cosciente. Solo nell’intensità volitiva del pensiero puro, libero dalla passiva adesione ai contenuti sensori, la coscienza si strappa veramente al sonno del servaggio corporeo, ossia si svincola dalla narcosi che lo lega impotente alla condizione della mediazione del sistema nervoso e degli organi di senso corporei.

Ed è ancor più menzogna che tale esperienza sia «egoistica»: è menzogna perché solo partendo dal pensiero puro un’azione è veramente libera, un’azione che muove dall’Io, ossia dallo Spirito, e non a partire da una sognante natura animica, inevitabilmente manovrata dalle forze contrarie all’Io, e alla sua libertà spirituale.

Anni fa, ci fu pure detto oralmente, dalla stessa persona che è all’origine delle su riportate insane e improvvide affermazioni scritte circa la natura «spontanea, non cosciente ed egoistica» del «pensiero puro-libero dai sensi», come la Via indicata da Massimo Scaligero sia – a suo dire – una «via incompleta e superata». Una tale veramente “originale” affermazione nei confronti di un Maestro senza pari, col quale il Cielo e i Numi ci concessero l’immeritato aristocratico privilegio di compiere lunghe concentrazioni ( alquanto più lunghe di 5 risicati minuti) e profonde meditazioni, ci stupì, perché ritenevamo – allora come ora – che possa essere superato solo ciò che è stato conosciuto, dominato e realizzato, e francamente non conosciamo nessuno che si sia pure da lontano avvicinato alla sua altissima e profondissima realizzazione. Mi sorse subito nel cuore, la certezza che chi fa simili affermazioni su un tale Maestro sia segretamente mosso da meschinità piccolo-borghese, paura, invidia metafisica, avversione, ingratitudine, e soprattutto mai ha avuto la travolgente esperienza del pensiero puro. Che è un’esperienza d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Tolleranza e severità, pazienza e intransigenza di Massimo Scaligero

Massimo Scaligero

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In questa epoca stupida e malvagia si hanno le idee alquanto confuse su che cosa siano “tolleranza” e “pazienza”. Addirittura, da parte di intraprendenti arrivisti, di spregiudicati provocatori, si giunge cinicamente a fare calcolo sulla tolleranza e la pazienza altrui come di strumenti coi quali disarmare persone che in maniera confessata o inconfessabile si disprezzano e si ritengono ingenue, candide, sostanzialmente stupide, e quindi illimitatamente manovrabili, strumentalizzabili da parte di coloro che si arrogano spregiudicatamente tale diritto-privilegio in quanto si ritengono “intelligenti” e “furbi”. Di tali furbi, furbastri, furbazzi è strapieno il variopinto mondo dell’esoterismo e l’alquanto turbolento milieu delle comunità spirituali.

Una tale spregiudicata, lucidamente cinica, strategia di disarmo di coloro che avversano i suoi cristallizzati dogmi, si sottraggono al devoto omaggio feudale richiesto e si permettono di ostacolare i suoi progetti di «possessio mundana», è da sempre adoperata dalla parte avversa, ossia dalla nota Potenza Straniera d’Oltretevere, e soprattutto dalla sua efficiente milizia, la mai troppo infamata Compagnia.

Infatti, la parte avversa così apertamente dichiara: «Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi e dei vostri ideali, e ve la neghiamo in nome dei nostri dogmi e dei nostri interessi!». Bisogna riconoscere come in tanta perfidia vi sia una sua sinistra geniale grandezza, un suo ambiguo fascino, da beauté du diable, direbbero i francesi. Naturalmente, una tale machiavellica strategia viene adoprata soprattutto nei ricorrenti periodi di debolezza, di decadenza della parte avversa, quando per esempio il concupito potere politico o mondano (come prima dell’ascesa al potere di quel mostro di ogni crudeltà che fu l’infame Imperatore Costantino, persecutore degli Iniziati e dei Misteri) è ancora da conquistare, oppure come dopo la caduta del potere temporale dei Papi (come avvenne in seguito alla presa di Roma da parte delle truppe del Regno d’Italia).

Mentre col potere saldamente nelle mani di colui che, usurpandolo, si arroga il titolo sacro di Pontefice Massimo, l’arroganza più estrema del potere viene voluttuosamente assaporata, la brutalità più intollerante viene apertamente ostentata, la violenza più gratuita viene messa in atto su ogni piano contro individui e contro popoli, come insegnano la storia dell’Inquisizione e le crociate contro gli eretici, sì da giustificare pienamente l’appellativo che i Catari davano alla straniera potenza transtiberina quando la apostrofavano di essere «la prostituta di Babilonia, seduta sulla Grande Bestia, con in mano la coppa, assetata del sangue dei martiri», in ciò assecondati dalle mordaci parole del ghibellinissimo Dante, e di tanti temerari testimoni della Verità.

Ci si potrebbe chiedere quanto sia savio e lecito essere tolleranti, e pazienti, nei confronti degli intolleranti, soprattutto quando l’intolleranza sistematica ha come fine l’alterazione e la distruzione di una comunità spirituale. La risposta non potrebbe essere univoca, perché il Mondo Spirituale non è nulla di cristallizzato, di consequenziale a leggi, punti di vista e regole umane, che sono meramente soggettivi, antropomorfici, variabili e contingenti. Non può esservi una invariabile, e in quanto tale dogmatica, regola umana.

Un Maestro spirituale non si pone mai il problema di seguire un codice comportamentale precostituito, bensì partirà sempre dalla oggettiva richiesta degli eventi, dalla richiesta che emerge dal profondo delle anime di coloro che lo vogliono incontrare, e talvolta lo scelgono come Guida, come Istruttore spirituale. Nel caso di Massimo Scaligero, la richiesta degli eventi, o quella profonda delle anime, poteva andare perfettamente in rotta di collisione con le aspettative “coscienti” – ovverossia “psichicamente” e “intellettualmente” coscienti, e quindi spiritualmente niente affatto veramente coscienti – di coloro che a lui si rivolgevano, non cercando una vera risposta, bensì un opportunistico consenso a quanto loro stessi già si erano risposti nel loro ipocrita teatrino interiore, e che desideravano sentir risuonare a conferma al loro orecchio.

Massimo Scaligero non tollerava affatto né la menzogna né l’ambizione. Smascherava spietatamente ogni recitazione, ogni ipocrisia, indifferente ai sentimenti di avversione che rabbiosi potevano talvolta insorgere nell’animo di coloro che – delusi nelle loro velleitarie aspettative – si vedevano messi così indesideratamente a nudo nei loro aspetti più accuratamente celati.

Oggi, persone tutt’altro che disinteressate (che il più delle volte neppure lo hanno conosciuto o mai incontrato) cercano di diffondere una prefabbricata immagine di Massimo Scaligero come di uomo accogliente, paziente, tollerante e permissivo, ossia come di una persona sicuramente “buona” ma un po’ “lenta” (abbiamo sentito di persona più volte di cotali ragionamenti) e si cerca di usare questa prefabbricata immagine nell’ambito di quella machiavellica strategia di disarmo spirituale dei veri combattenti interiori, i quali saranno senz’altro turbolenti e pieni di difettoni e di alquante unilateralità, ma che pur sempre si misurano duramente ogni giorno e più volte al giorno, con una Ascesi del pensiero aspra e irta di difficoltà di ogni genere, e cercano ogni volta di riaccendere e di riattizzare la fiamma gelosamente custodita nel cuore.

Massimo Scaligero era tollerante e aperto con le persone sincere, qualunque fosse la loro origine umana, sociale, culturale, esoterica, indifferente alle eventuali appartenenze confessionali o ideologiche. Egli era estremamente paziente nei confronti delle debolezze personali, intellettuali o anche morali. Al massimo poteva, per disincantare chi si rivolgeva a lui dando troppo peso alla molta o poca intelligenza, alle sentimentalità o agli istintivi attaccamenti, darsi ad una spiritosa presa in giro, ironizzando sugli aspetti comici che gli aspetti umani dei suoi amici e discepoli inevitabilmente mostravano.

Io, che ebbi la ventura di conoscerlo allorché avevo solo diciannove anni, e di incontrarlo in seguito circa duecento volte (sino all’ultima volta, poche ore prima che ci lasciasse), posso dire di essere stato preso in giro in molte forme, e scosso energicamente da certi irrigidimenti interiori o da certi limiti che mi sembravano difficilmente superabili, con metodi da Maestro Zen, ossia con metodi infinitamente compassionevoli, ma niente affatto condiscendenti e sentimentali. E nel mio caso, tali «compassionevoli» metodi – a volte brutalmente «compassionevoli» – furono veramente terapeutici e servirono a cauterizzare ferite varie, a chirurgicamente operare su zone di me, che non osavo affrontare. Questa era la sua tolleranza e la sua pazienza.

Ma non sempre egli era così tollerante e paziente. Perché tolleranza e pazienza non possono diventare per un Iniziato complicità con la menzogna, con la vanità, con l’arroganza e l’ambizione. Ad alcune persone che gli descrivevano esperienze interiori inventate di sana pianta, egli diceva: «Stai mentendo!». A chi gli descriveva i propri rapporti e sentimenti nei confronti di altre persone, diceva: «Tu mi dici questo e quest’altro, ma io nel tuo cuore leggo tutt’altro», e lo smascherava. Così come smascherava le reali intenzioni di chi faceva proposte particolari per giungere a realizzare inconfessabili fini: «Quello che vuoi attuare non è quello che dici, bensì questo e quest’altro!».

Un episodio, che posso testimoniare, è illuminante a tale proposito. Negli ultimi anni, varie persone, la cui ambizione davvero non conosceva i limiti della decenza, arrivarono a chiedere a Massimo Scaligero di farsi da parte e di lasciare a loro il suo posto. Un giorno così raccontò: «Sai, è venuto a trovarmi il Tale, e mi ha proposto di farmi da parte: avrebbe fatto lui al mio posto le riunioni del mercoledì e del sabato, nonché gli incontri individuali con gli amici. Con l’imbecille motivazione (per me più che imbecille), che io sarei oramai anziano e di salute declinante. Lasciando il posto a lui, avrei avuto più tempo per meditare e scrivere i libri». Massimo rimase in silenzio una decina di secondi e poi disse: «Vedi quella sedia? Ce l’ho fatto ballare sopra per una ventina di minuti!». Il tipino autonominatosi, dopo la scomparsa del Maestro, successore e vero erede di Massimo Scaligero, ancora imperversa in “infernet”, facendo uno zuppone indigesto di un po’ di tutto!

Altra cosa che Massimo Scaligero non tollerava mai, veramente mai, era una qualsiasi forma di collusione o compromissione con la politica. In un caso simile, egli poteva diventare veramente brutale. Ed anche nei confronti di qualsiasi vanità culturale, come congressi e convegni, tavole rotonde e trasmissioni, egli era assolutamente contrario: non concedeva mai che il nome della Scienza dello Spirito venisse portato in una simile cloaca. Oggi, invece, si vuole «portare lo spirito nella politica», e si propongono pure dei Masters o dei corsi di addestramento – a pagamento, naturalmente – per formare «operatori spirituali nella politica», e si organizzano altresì convegni, tavole rotonde, talk-shows e quant’altro, nei quali un pubblico «interessato» può vedere e ascoltare gli interventi dei conferenzieri o dei partecipanti ai medesimi, sapientemente diretti da un «moderatore» che orchestra il tutto, ed incassa il dovuto!

Aveva, perciò, ragione il Buddha Shakyamuni a chiamare, nel Sutta Nipata, l’Illuminazione «la rottura della testa». Ed aveva ragionissima il Maestro Jou-tsing, della Casa Tsao-tung della Scuola Zen, come riporta il suo fedele discepolo Dogen Zenji, nello Shobogenzo: «Dunque, bisogna picchiare più forte!».

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASCESI RADICALE

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Uno dei problemi di coloro che hanno la grandissima ventura di incontrare il Sentiero dell’Iniziazione, l’eterna Scienza dello Spirito, di epoca in epoca sempre diversa e pur sempre a se stessa uguale, è l’oblio di che cosa comporta l’avere incontrato la Via Solare, la dimenticanza degli impegni, che il ricercatore spirituale ha liberamente assunto nei suoi momenti di altezza e di profondità, di intensità e di entusiasmo. Ma tali momenti di altezza e di profondità, di intensità e di entusiasmo vengono facilmente dimenticati, perché «il cuore degli uomini si corrompe facilmente», e la cosa più turpe è il tradimento degli impegni sacri, perpetrato per pigrizia, per svogliata inerzia, per comodità interiore.

Da una parte, in seguito ad una lettura che ha acceso l’anima, una lettura che ha suscitato un moto interiore autentico, l’entusiasta cercatore afferma – giustissimamente afferma – « nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo, io mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi». Poi l’entusiasmo si attenua, si intiepidisce e si spegne, l’intensa lucidità si appanna, l’anima ridiventa opaca e il cuore sordo, e colui che giustamente – per una breve eternità – si era sentito tutt’uno con l’Io dei mondi, si fa vilissimamente portare a spasso, in maniera ridicola, come un cagnolino al guinzaglio, da istinti volgari, brame mediocri, passioncelle piccolo-borghesi, emozioni superficiali, scialbe e scipite. Tutto questo è – a dir poco – ridicolo.

Il fatto è che quella intensità, quella luminosa accensione, quel vivido entusiasmo, erano molto poco una attiva realizzazione ascetica del cercatore: venivano suscitati in lui – ma non da lui – dall’aureo pensiero del Maestro, la cui trama ideante celava – per un suo mirabile dono e attraverso un suo eroico sacrificio – come incantata, una forza celeste, un fuoco segreto, che penetrando nel cuore e nell’anima li accendevano, e chiedevano che colui che li riceveva non si beasse di emozioni soggettive egoisticamente assaporate, bensì avesse forza e coraggio di andare oltre una mera emozione (che è solo la deformazione soggettiva dell’esperienza nella parte superficiale dell’anima), di non fare spegnere quell’entusiasmo e quel fuoco, che volesse attuare – e non assaporare per goderne – quella identità del suo Io con l’Io dei mondi, ovverossia attuare il moto conoscitivo che fa sì che la coscienza di una tale identità col Divino sorga e permanga. Che una tale identità dell’individuale Io umano con l’Io dei mondi, del Jivatman o del Purusha con il Paramatman o col Brahman, indubbiamente sia, è quanto afferma da sempre la Sapienza Eterna in Oriente e in Occidente. Ma che una tale identità sia e basta, e che l’essere umano individuale non ne sia punto cosciente, è una vergogna per ogni asceta operante, un obbrobrio per ogni autentico praticante interiore. Oltre che vergognosa, una tale incoscienza è cosa inutile, e addirittura tragicamente comica.

È perfettamente inutile vivere 23 ore e 50 minuti della propria giornata nella più totale dispersione esteriore e pretendere poi in 10 minuti di attuare la necessaria, più intensa concentrazione interiore. È passabilmente comico, se non ridicolo, vivere quasi interamente la propria giornata come se l’essere umano fosse unicamente un essere corporeo, un essere animale, psichico, nevrotico, affondato nei suoi puerili pregiudizi, agitato dalle sue altalenanti e contraddittorie emozioni, sospinto dalle più oscure e diverse pulsioni istintive, immerso in una visione del mondo mediocre, banale, opportunista, oppure arrampicatrice, cinica, affaristica, politicante, bramosa di potere, ricchezza, di godimento sensuale, e poi – in maniera assolutamente schizofrenica – pretendere di compiere un Rito interiore come la concentrazione o la meditazione, che presuppongono slancio, consacrazione allo Spirito, purificazione dalle sozzure del letame terrestre, accensione della volontà. Questa la grande contraddizione.

D’estate poi, affermava Massimo Scaligero, si attua un vero e proprio «adulterio», un autentico «tradimento» nei confronti dello Spirito. Ancora una volta, è necessario far rilevare che è inutile lavorare interiormente – quando poi tale lavoro venga realmente compiuto – 11 mesi in un anno e poi, ripetendo in senso inverso la fatica della fedele Penelope, devastare e distruggere in pochi giorni, se non in poche ore quel molto, o quel pochissimo, faticosamente conquistato durante un anno di pratica interiore. Magari andando a fare in riviera la parte di patetici “vitelloni” invecchiati . In questo caso, la contraddittoria inconsequenzialità logica rasenta veramente la stupidità!

Sempre Massimo Scaligero sovente ci diceva come quello che maggiormente respinge le Intelligenze Celesti, che all’uomo aperto nei confronti dello Spirito tutto vorrebbero generosamente donare, è proprio il livello di banalità del suo stato di coscienza, la fiacchezza della sua pavida volontà, l’arroganza dell’animalesca natura inferiore nel cui fangoso sterco egli ama rotolarsi, il suo sfrangiato e discontinuo impegnarsi, il suo fare le cose all’insegna dell’episodico, dell’improvvisato e dell’approssimativo. Mentre agli audaci, ai consacrati, ai sinceri, a coloro che oltre ogni loro limite umano – e anche oltre le loro inevitabili difficoltà umane e morali – vogliono realizzare lo Spirito, vogliono con tenace ostinazione che lo Spirito si realizzi in loro, non per asservirlo a decadenti, e deludenti, finalità umane-troppo umane, ma perché si attuino le «intenzioni» e le «finalità» dello Spirito e alla realizzazione di queste tutto coraggiosamente sacrificano, tali celesti Intelligenze rispondono con illimitata generosità.

Un tale generosità celeste e lo slancio eroico del praticante interiore possono giungere a far impallidire nel discepolo la consueta visione profana del mondo, inevitabilmente «comoda» e «borghese», a dissolvere ogni attaccamento umano, a suscitare la coscienza della tragicità della condizione umana, dell’impellente urgenza del suo superamento. Ciò esige che liberamente ci si doni con impeto, con intensità, con frequenza, con gioiosa abnegazione, alla pratica della concentrazione, della concentrazione profonda, della meditazione, della contemplazione, che come esplicitamente dichiara Massimo Scaligero, sono l’azione più efficace, più urgente, più elevata che un essere umano possa compiere sulla Terra. Ma anche l’azione più attesa, più struggentemente invocata e anelata, l’azione di cui maggiormente le Intelligenze Celesti hanno bisogno.

Per rimanere fedeli a quella che Massimo Scaligero, ed evocata da Isidoro, chiamava «essere fedeli alla propria tradizione interiore», e per mostrare quanta intensità ascetica, quanto ardore della volontà, quanta devozione e dedizione era presente in alcuni asceti del mondo orientale, riportiamo qualcosa relativa a Eihei Dogen o Dogen Zenji, e a quanto egli ci dice del suo Maestro Jou-tsing.
«Il vecchio Jou-tsing praticava la sera la meditazione sino ai tre colpi della seconda veglia (ore 23.00) e ricominciava all’alba al secondo o terzo colpo della quarta veglia (ore 02.30 o 03.00). Egli prendeva posto a lato dei monaci nella sala di meditazione tutte le notti senza eccezioni. Durante quel tempo molti monaci si addormentavano. Egli faceva allora il giro dei monaci assopiti e li colpiva, talvolta col pugno, altre volte con una delle sue scarpe ch’egli si toglieva appositamente e li faceva vergognare di esser stati tratti così da lui dal sonno. Se essi si addormentavano ancora, egli si recava nella sala di servizio, suonava la campana, chiamava un praticante, gli faceva accendere una candela, poi si metteva all’improvviso a tuonare nella maniera seguente: “A che serve riunirsi nella sala di meditazione per dormirvi senza far nulla? Perché avete lasciate le vostre famiglie e siete entrati nel monastero? Guardate: dove vedete nel mondo un sovrano o dei funzionari che passano la loro vita nell’inazione? gli imperatori governano alla maniera dei sovrani, i vassalli servono con una estrema lealtà, e sino al popolo minuto che coltiva il suo campo o prende l’ascia, non c’è nessuno che passi la vita prendendosela comoda. Fuggendo il mondo, siete entrati in monastero ove passate i giorni nell’ozio. In fin dei conti, tutto ciò a che serve? I Maestri di Dottrina del Buddhismo e i Maestri dello Zen hanno dato valore al fatto che la “vita-e-morte” per noi è la questione essenziale, che ci urge l’impermanenza delle cose. Che forse la Morte non ci sorprenderà questa sera, domani, oppure una malattia qualunque? È estremamente stupido durante la nostra breve vita, non praticare il Buddhismo, coricarsi e dormire, passare il tempo nell’ozio. È per questo motivo che il Buddhismo declina. In ogni luogo, quando il Buddhismo era fiorente, tutti i monasteri facevano praticare lo Zazen. nei tempi moderni, da nessuna parte si incoraggia lo Zazen, e così il Buddhismo declina».

Quello che un Maestro severo come Jou-tsing – che ha tutta la mia più colpevole ammirazione – dice circa le condizioni della pratica della meditazione, nella Cina del XIII secolo, allorché la dinastia dei Sung, e tutta l’Asia, stavano per essere travolte dalla tempesta mongola, a maggior ragione – mutatis mutandis per adattare alle attuali condizioni dell’Occidente e della Via Solare – si attaglia ai fiacchi e spesso imbolsiti e chiacchieroni seguaci – sedicenti seguaci – della Scienza dello Spirito.

Oggi i troppo comodi e pigri discepoli della Grande Arte della resurrezione del pensiero, neppure si immaginano quale meravigliosa atmosfera di permanente mobilitazione spirituale, di dinamica accensione della volontà, regnasse in Oriente anche nei periodi di decadenza, fatalmente provocati dagli eventi esteriori di una civiltà in graduale via di esaurimento. Ne è un esempio Dogen Zenji, discepolo del suddetto terribilissimo Jou-tsing. Dogen, che era un asceta veramente energico adamantino, praticava la meditazione dello Zen con un estremismo interiore che talvolta lo portava a rischiare la vita. Così egli ricordava nei suoi anni più tardi, una volta tornato in Giappone:
«Io praticavo notte e giorno la meditazione seduta. Certi monaci abbandonavano per qualche tempo la loro pratica, per tema di cadere malati durante i fortissimi calori o il grandissimo freddo. Ma io, in quei momenti, pensavo: io continuerò la mia pratica persino se dovessi ammalarmi o dovessi morire. A che mi servirebbe aver cura del mio corpo, se non praticassi quando sto bene in salute? Poco importa che io cada malato e che muoia, poiché il mio scopo sarebbe raggiunto. […] Se io muoio praticando lo Zazen prima di essere giunto all’Illuminazione, i legami buddhici che si saranno stabiliti mi faranno rinascere in una famiglia buddhista. Se non pratico lo Zazen è assolutamente inutile che io viva a lungo».

Questa è ascesi radicale, portata avanti checché avvenga. Ma se otto secoli fa, in Oriente, nella Scuola Zen del Buddhismo, in un mondo ancora in gran parte a misura dell’Uomo Spirituale, erano capaci di tanta estremistica radicalità, quanto più dovremmo noi, in un epoca molto più pericolosa, come la nostra attuale, essere capaci di radicale dedizione all’Ascesi solare del pensiero, che ci è stata donata. A quell’epoca, nella Cina dei Sung, che dopo alcuni decenni sarebbe stata travolta dalla tempesta mongola, i discepoli della Via dell’Illuminazione non si lamentavano della severità di un Maestro come Jou-tsing, della Casa di Tsao-tung dell’austera Scuola Zen, anzi ne gioivano come di un aristocratico privilegio. Così racconta, sempre Dogen Zenji, ricordando con commozione il suo venerato Maestro:
«Quando nel corso di una riunione di monaci per lo Zazen nella sala di meditazione, egli puniva coloro che si addormentavano, colpendoli con la propria scarpa ed ingiuriandoli, tutti i monaci si rallegravano, l’ammiravano e lo lodavano. Un giorno, mentre si trovava nella Grande Sala, egli disse: “Ora, divenuto vecchio, dovrei ritirami dalla Comunità, e andare a finire i miei giorni in un eremitaggio. Tuttavia, resterò il vostro Superiore al fine di insegnare alla Comunità, di strappare l’errore da ciascuno dei monaci e di mostrare la Via. È per questo che talvolta sgrido tuonando gli uni, talaltra ne colpisco altri con la canna di bambù. Io detesto ciò al più alto grado, ma lo faccio ugualmente perché è la maniera di condurre l’insegnamento al posto del Buddha. Fratelli miei, perdonatemi con tutta la vostra benevolenza”. Allora tutti i monaci piansero».

Beh, io ho avuto numerose volte l’aristocratico «privilegio» di vedermi da Massimo Scaligero levata a strisce la pelle di dosso, e quello di farmi fare lo «shampoo» prima con l’acido nitrico e poi con l’acido muriatico, mentre vedevo che degli autentici pendagli da forca, dei veri gaglioffi – allora mi concedevo l’arbitrario lusso di giudicare – venivano da lui trattati in guanti gialli, il che – conoscendo cotanto Maestro e i suoi metodi severi – non deponeva granché a pro’ dei suddetti pendagli da forca, alcuni dei quali ancora in circolazione, con quanto beneficio per la Comunità spirituale lascio all’apprezzamento e alla sagacia del «vispo» lettore.

Un’amica della quale ho grande stima mi chiede talvolta perché io citi tanti esempi presi dall’Antichità dell’Occidente e dalla Sapienza d’Occidente. È che forte è il contrasto tra quell’antico mondo sapienziale d’Occidente e d’Oriente, e l’attuale imbelle oziosa inerzia di quei sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito, che non solo se la prendono molto comoda, ma pretendono persino di imporre agli altri tale neghittosa accidia. Oggi vogliono davvero andare tutti in Paradiso in carrozza: naturalmente con l’aria condizionata, con l’i-pod, l’i-pad, l’i-phone di ultima generazione, e il frigo-bar. E soprattutto senza fare troppa – meglio punta – fatica.

Che la concentrazione sia faticosa lo sa chiunque ogni giorno si misura ripetutamente e sempre di nuovo con essa con energia, con tenace pazienza, con una forma di calma disperazione. Concentrazione ostinatamente ritentata ogni volta come se fosse la prima volta, eseguita ogni volta come se fosse l’ultima ed unica volta: l’occasione suprema di attuare la vivificazione dell’atto pensante, oltre ogni limite, oltre ogni disperazione, oltre ogni morte interiore. È la via del vero coraggio!

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONTRO LA BANALIZZAZIONE DELLO SPIRITUALE

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In questa epoca oscura, malvagia e imbecille, l’uomo sta dimostrando tutta la sua stupidità muovendosi con totale spensierata incoscienza in quello che potrebbe dimostrarsi il massimo dei pericoli: la caduta nel subumano, la perdita della coscienza dell’io, la degradazione in una abiezione ignota agli altri esseri, animali compresi. Verrebbe proprio da parafrasare, stravolgendola, la Tavola di Smeraldo di Hermete Trismegisto, dicendo che ciò che è in basso è come ciò che è ancora più in basso, vista l’ostinazione con la quale l’essere umano si precipita nel varco che si apre pericolosamente sull’abisso di questa «trascendenza verso il basso».

E veniamo all’argomento più inquietante e doloroso: Massimo Scaligero innumerevoli volte ha parlato della responsabilità dell’esoterismo, affermando che gli esseri umani – buoni e malvagi, sapienti e stolti, infimi e sublimi – fanno tutti il massimo loro possibile, e spesso conducono una vita durissima, costellata di grandi dolori, di molte e gravi prove, sopportati per di più senza la luce di una conoscenza spirituale. Quelle che, invece, vengono meno – colpevolmente meno – al loro prescritto compito sono appunto le Comunità spirituali, che una tale luce dovrebbero portare – prima concretamente realizzare e poi generosamente portare – a coloro che son prigionieri nelle tenebre.

E invece le Comunità spirituali latitano nella più turpe diserzione. Latitano e disertano per fiacchezza della sfaldata volontà dei loro membri. Latitano e disertano, perché i membri delle medesime – che dovrebbero essere entusiasti, dediti, votati, eroicamente consacrati – per ottundimento del pensiero e sfilacciata volontà, portano avanti il tutto – secondo l’attuale decadente costume «italiota», che non è affatto «italiano», bensì profondamente «idiota» – all’insegna dell’improvvisato e dell’approssimativo, dell’episodico, dell’occasionale e del discontinuo, mostrando una volta di più l’incapacità di essere regola a se stessi, di essere interiore forza formatrice di se stessi, di attuare ed essere quell’«eghemonikòn», o «sovrano interiore», che già gli Stoici romani ed ellenici ponevano al centro della vita dell’anima. Ossia manca loro, ai sedicenti «spiritualisti», quello che nella mirabile tradizione spirituale cinese viene chiamato l’«asse che non vacilla», e in quella indiana, non meno luminosa, viene chiamata l’«incrollabile dimora» dal Buddha Shakyamuni, e l’«interiore, eterno, immortale Reggitore» da Yajñavalkya, il grande Maestro della Bṛhadâraṇyaka-upaniṣad.

La banalizzazione dello Spirituale è la difesa da parte dell’ego del suo stato di tamasica ignoranza, ossia in una condizione di avidyâ, di oscurante ignoranza, l’ego si avvince avidamente ad una condizione di turpe inerzia, di voluttuosa comodità, che gli permetta di continuare indefinitamente a rotolarsi nel fango e nello sterco, permanendo stabilmente – per lo meno a suo credere – in tale stato di abietta depravazione.

Unica terapia a tanta spensierata comodità, a tanta obnubilante voluttà, è il dolore che impietosamente dona amari, ma ben salutari, risvegli. Dolore che delude le voluttuose aspettative di indefinito godimento in una «suina» condizione (come quella dei compagni di Ulisse e quella degli umani di Indra, tutti temporaneamente trasformati in porci) di animali, la cui massima aspirazione sarebbe quella di rimestare col grifo nel truogolo. Dolore che disillude saviamente le ambigue «persuasioni», edonistiche e accidiose, di una ben limitata visione del mondo. Evitiamo, perciò, di pórci al livello dei pòrci: potrebbe non giungere nessun provvidenziale Ulisse, istruito da Mercurio e fornito della magica erba moly, benevolmente disposto a salvarci.

Ma tutta questa situazione – con la correlativa necessaria severità – riguarda esclusivamente i sedicenti «esoteristi», i troppo tiepidi «spiritualisti», il cui amore per lo Spirito è troppo fiacco, perché arrivino a compromettersi. Coloro che si affannano ogni giorno nello strazio del vivere, senza una luce di conoscenza spirituale che li orienti, li sostenga e talvolta li consoli, già hanno fatto e fanno tutto quello che possono, e che devono. Sovente essi, nella loro ingenuità, dimostrano alquanta più coerenza e moralità, saggezza e coraggio, energia e generosità, intelligenza del cuore e abnegazione, della maggior parte degli esoteristi e scienziati dello Spirito, che regolarmente tradiscono l’impegno spirituale liberamente assunto, e nella vita si comportano talvolta come dei tagliagole senza scrupoli. Experto crede Ruperto. Quindi tutto il discorso non è per loro.

Vi è una cosa che un discepolo dello Spirito non può proprio permettersi, ed è l’essere «borghese» nell’anima. L’essere «borghesi» nell’anima significa vivere al risparmio, non compromettersi mai sino in fondo, preoccuparsi delle «apparenze» ben più che della realtà. L’essere «borghesi» nell’anima significa perseguire una vilissima «politica del minimo sforzo» e, di conseguenza, attuare una gattopardesca strategia di «cambiare tutto o nulla», purché «nulla cambi». Ovverossia, essere «borghesi» nell’anima significa essere interiormente profondamente «reazionari», e avversare qualsiasi sostanziale cambiamento, che minacci di smuovere l’ego dalla sua voluttuosa inerzia, dalla sua fiacca accidia.

Naturalmente, l’ego del «lavativo» discepolo cercherà mille e poi mille motivazioni dialettiche per «ammorbidire», ossia per snaturare, una Via così pericolosa per l’indisturbata sopravvivenza dell’ego. Si dirà che la Via del Pensiero non è una Via per tutti, che può rivelarsi essere una «via del sublime egoismo», che bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione perché fa o può far male (se è per questo all’ego la concentrazione fa malissimo, anzi può dimostrarsi addirittura mortale), che esiste una «via dell’anima», una necessaria «via o prassi del sentire», che una completa austerità per molti è insopportabile (sicuramente per l’ego essa è odiosamente insopportabilissima), che alla Soglia del Mondo Spirituale, e ad incontrare il Guardiano che sorveglia la medesima, oramai non si deve più giungere individualmente – in solitaria, direbbero gli ardimentosi alpinisti – bensì «tutti insieme appassionatamente». Viene «consigliata» una pavida prudenza, si invitano «premurosamente» gli audaci a «non esagerare» – intensivamente e quantitativamente – con l’impegno interiore. E in taluni casi, non poi così infrequenti, si giunge a deformare e diffamare la Via e Colui l’ha donata, nonché a calunniare chi, sia pure con mille inadeguatezze e cadute, cerca di percorrerla, e di indicarla ai sinceri cercatori dello Spirito.

Ma lo Spirito non può ontologicamente essere deludentemente «borghese» e reazionariamente «conservatore», bensì lo Spirito è quanto di più audacemente rinnovatore, la forza più radicalmente trasformatrice, dissolvitrice e rinnovatrice, autenticamente «rivoluzionaria» dell’Universo.

Una volta, Massimo Scaligero rivolgendosi a noi giovani, parlò dello Spirito del Tempo o Antico dei Giorni, e citò un verso della Bhagavad Gita, nel quale il Supremo, manifestantesi nel suo Avatâra in Kṛṣṇa diceva: «Io sono lo Spirito del Tempo, eretto nella sua enorme statura, per la distruzione dei popoli». Massimo Scaligero commentò il verso mettendo in evidenza come lo Spirito del Tempo sia l’essere veramente rivoluzionario, che abbatte e dissolve ciò che non ha la forza o la volontà di trasformarsi da sé, ed aggiunse come lo Spirito del Tempo si serva degli stessi Dèi distruttori per lacerare e demolire quelle «apparenze» che avvincono all’illusoria Mâyâ l’incosciente e bramoso essere umano. È lo stesso uomo egoico, che nel suo istinto conservatore, si espone all’azione dissolvitrice dello Spirito del Tempo attraverso l’azione, indubbiamente terribile e pericolosa, degli Dèi ostili e distruttori.

Istituzioni sociali, culturali e religiose cristallizzate, la cui funzione è storicamente superata – anzi oramai decisamente mummificante e irrigidente – attraversano crisi e sconvolgimenti drammatici, i quali eloquentemente mostrano che «ciò che è vecchio, convien che muoia», e che è appunto l’abbandono e il dissolvimento dell’antico, indebitamente sopravvivente alla sua positiva, ormai trascorsa, funzione, la condizione necessaria e imprescindibile della nascita del «nuovo». Anzi, ad una visione più audace è palese come sia il nascere e il sorgere del «nuovo» a provocare il decadere e il morire dell’antico, che non vuole trasformarsi.

Così come le istituzioni, culturali e religiose cristallizzate, nella loro rigidità, temono la trasformazione e la ostacolano con ogni mezzo, così pure la natura inferiore nell’essere umano, la natura egoica, teme, evita, cerca di sottrarsi, ostacola e combatte con ogni mezzo quella trasformazione, che deve mettere fine a tale esistenza egoica, la quale è una forma di adulterio e di tradimento nei confronti del Mondo Spirituale, della nostra Patria originaria, e del nostro essere originario, che è lo Spirito.

Questo elemento conservativo della natura egoica, che può assumere nei vari casi forme «reazionarie» o apparentemente «rivoluzionarie», rimane sempre profondamente «borghese», infidamente «borghese», deludentemente «borghese», ed è ciò che più respinge ogni realizzazione spirituale. L’ego segretamente «sa» molto bene ciò, ed è per questo che si sottrae con grossolane o raffinate strategie ad ogni profondo, autentico, sincero, impegno nella pratica interiore. L’ego, nel suo stato di menzogna evita di fare «sul serio» l’ascesi, di compromettersi sino in fondo nell’ascesi: la può anche fare, ma sempre – magari incoffessatamente – come un «giuoco»: ed è per questo che la natura «egoica» è «borghese» nel suo profondo. È nell’attuale, stupida e banale, civiltà «borghese», che si vede per es. il fenomeno, profondamente insincero, di bravi borghesi che «giuocano» – giuocano goffamente e comicamente – alla guerra.

L’evento più tragico della vita dell’umanità – la guerra che distrugge la vita, la cultura, la civiltà, la stessa natura – diventa un banale «giuoco di ruolo», nel quale tutto è finto, tutto è menzogna e non si rischia niente. Mentre nella guerra vera, invece, si rischia tutto: si dà e si riceve la morte, si può venire feriti, o menomati, resi definitivamente invalidi. Dalla guerra – quella vera – si possono ricevere ferite interiori inguaribili, si può essere portati a immani crisi morali, all’estrema disperazione. In taluni casi, la guerra – quella vera – può persino trasformare un essere banale in un autentico eroe, capace di donare, senza veruna retorica, la propria vita per le persone che con lui combattono o per la Patria. Tutto questo nel borghesissimo «giuoco di ruolo» non c’è, perché in esso tutto è menzogna, finzione, senza peraltro alcun rischio.

La cosa più grave è quando la stessa Scienza dello Spirito viene ridotta ad una «recitazione», ad un «giuoco di ruolo», ad un divertissement rispetto alla piatta routine della vita borghese, la cui menzogna viene disvelata dalla fiacchezza dell’impegno della volontà, dal non compromettersi mai, dal non rischiare mai nulla: il tutto a beneficio della sopravvivenza del miserabile ego umano, che non vuole morire. E invece deve morire. Deve schiantare, polverizzarsi, dissolversi: in una parola sparire!

Al fine di evitare tale miseranda quanto ben meritata fine, tra le varie strategie messe in atto dall’ego, vi è la pure la banalizzazione. Vi è quella becera – new age style – un po’ hippy in ritardo, un po’ theosophical, e vi è invece la banalizzazione più radical chic, più trend di giornalisti, di politici e politicanti, di attori, degli economisti, dei letterati, degli ecceteristi, ossia di tutti coloro che liquefanno la Scienza dello Spirito in un oceano di chiacchiere. Pur di non praticare con dedizione, con sincerità, con progressivi impegno e intensità la Via del Pensiero. Pur di non praticare con consacrazione la concentrazione interiore. La quale nei suoi vari gradi, che vanno dal semplice controllo del pensiero, alla concentrazione volitiva e unicitaria, alla concentrazione profonda, sino alla contemplazione, è l’unica Via, includente in sé ogni altra tecnica interiore, l’unica che conduce alla liberazione del pensiero, al Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore, all’Iniziazione.

SCIENZA DELLO SPIRITO

AZIONE INTERIORE E PRESENZA ESTERIORE

Agrippa

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Un’amica, dal nome pugnace, pone una domanda, anzi due, che sorgono del tutto naturali a chiunque affronti il cammino spirituale con senso di responsabilità.

La prima dice: «Detto questo però rimane in me sempre una domanda. Dunque, è giusto e doveroso lavorare alla propria evoluzione personale e dedicarvi tutte le forze possibili, ma questo basta?». La risposta, doverosa, è e no! Ma perché una tale duplice risposta? Veramente, ce ne sarebbe anche una terza, in stile Rinzai Zen – la Scuola buddhista, sino-giapponese, dell’«urlo e il bastone» – ma i tempi oggi sono ben poco propensi ad accogliere questi upâya, ossia questi oltremodo salutari «espedienti», o upâya-kaushalya, questi «abili mezzi», davvero poco convenzionali, che gl’imprevedibili e tempestosi Maestri della Scuola della «Illuminazione improvvisa» in Oriente amavano «compassionevolmente» usare, con indubbia efficacia, su quei discepoli temerari, che avevano lo «sciagurato» e «felice» coraggio di affidarsi – come del resto fecero Naropa con Tilopa, e Milaraspa con Marpa – anima e corpo alla loro guida.

A dirla tutta, tali sistemi – per nulla sentimentali e molto poco rispettosi delle varie «ortodossie» accettate – a Massimo Scaligero non dispiacevano affatto, e qualche volta…
Una risposta non può prescindere dalla concretezza delle singole persone asceticamente operanti. Ossia è importante chi opera, come opera, che cosa faccia, perché e a qual fine egli percorra il sentiero dell’ascesi. Ogni essere umano ha la sua «storia» invisibile, il suo «passato» cosmico, la sua «tradizione interiore». Una risposta «radicale» sarebbe quella di ricordare che essendo in definitiva il mondo – per la coscienza spiritualmente sveglia – cittamâtra e vijñâptimâtra, cioè solo pensiero e sola coscienza, l’azione verace, l’azione autentica, non può che essere quella «interiore», e che ad essa nulla manca per operare ad una integrale trasformazione di sé e del mondo. Il Samâdhirâjasûtra, o Sûtra regale della contemplazione, afferma: «O figli dei Vittoriosi, i tre regni non sono altro che mente». La scuola Cittamâtra o Vijñânavâda del Buddhismo Mahâyâna sostiene appunto che i fenomeni, così come noi li percepiamo, non sono altro che mente, non esistono se non come «apparenze», come percezioni che si inverano dentro e non fuori della mente e della coscienza. L’unica cosa realmente esistente è la coscienza.

Un ermetista dei secoli passati (ma sono poi veramente “passati”?!) ci ricorderebbe, inoltre, che Igne Natura Renovatur Integra, che l’intera Natura – quindi l’uomo corporeo e quello interiore, la sfera degli elementi, i regni naturali e quello umano, il microcosmo e il megacosmo, vengono tutti trasformati, trasmutati, rinnovati attraverso l’opera del «fuoco». Ma non si tratta del selvaggio fuoco distruttore, che viene usato nell’industria e nelle cucine, e spesso purtroppo anche per distruggere uomini, natura e mondo. Si tratta piuttosto di un «fuoco» di natura non «esteriore», bensì «interiore», di un fuoco «occulto», non visibile, ma ben operante e trasmutante. E la «pietra» che scaturisce dalla lavorazione che il «fuoco ermetico» fa della «materia prima» è chiamata la «medicina dei tre regni», per la sua virtù trasmutatrice e risanatrice della natura umana e di quella naturale.

Ma ben pochi sono capaci di percorrere e realizzare l’arduo sentiero di quella nobile Scuola buddhista, e pochissimi sono in grado di scorgere o accendere il trasmutante fuoco ermetico, del quale con grande profondità ed entusiastico amore parlava cinque secoli fa Enrico Cornelio Agrippa nel suo De Occulta Philosophia.

Lo stesso Massimo Scaligero avverte nella prefazione del suo aureo Trattato del Pensiero Vivente: «Il presente trattato, anche se logicamente articolato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi». Ricordo come negli ultimi tempi – e ne parlò persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – egli contrapponesse sempre più spesso il «realismo eterico» o «realismo del pensare», o «realismo del Logos», al volgare realismo che vede cose, oggetti, esseri, ed eventi, come esistenti «in sé», al di fuori e indipendente mente dall’atto del conoscere che li invera nella coscienza.

E la cosa che più ripugnava a Massimo Scaligero era quel «realismo antroposofico», grossolanamente primitivo, che si figura l’essere umano con gli «arti» della sua costituzione occulta, e l’Universo coi suoi mondi, come fossero delle matriosche russe o delle scatole cinesi, rigidamente concepite e infilate una dentro l’altra, in una forma spesso decisamente rozza rispetto all’immagine del mondo, alla quale erano e sono tuttora capaci di sollevarsi taluni scienziati seri e onesti.

Vi è da dire che per molti il muoversi nell’atmosfera del pensiero puro, il sollevarsi con la concentrazione al momento dinamico del pensiero, che vuole il proprio atto pensante indipendentemente dalla mediazione di qualsiasi contenuto pensato, anche «spiritualista», è qualcosa che li manda in debito d’ossigeno, fa loro «mancare l’aria», e l’incandescente «fuoco sidereo», che anima un tale volitivo pensare, viene sentito come «raggelante», e addirittura come «mortifero» nei confronti della spensierata natura animale. Tutto ciò è più vero di quel che in genere non si sospetti: ma qui sta il coraggio richiesto, qui è la prova che viene raramente superata e frequentemente, invece, viene astutamente evitata – con la sentimentalità, col misticismo, con l’attivismo esteriore, con l’«impegno» politico, con il vacuo e inconcludente intellettualismo, col praticare l’ascesi al risparmio – e in molti casi tragicamente fallita.

Dunque, dobbiamo affermare che , è giusto dedicare tutte le forze possibili alla realizzazione dell’Ascesi della resurrezione del pensiero, e che questa è al contempo condizione assolutamente necessaria e totalmente sufficiente, e che ciò basta e avanza. Il problema è che di una tale dedizione assoluta si deve essere realmente capaci, e non si deve meramente o sentimentalmente o misticamente sognare di esserne capaci, perché questo sarebbe un patetico scambiare il desiderio per la realtà. Tale assolutezza deve essere attuata, ad essa si deve tendere con tutto se stessi, ma appunto essa è tutta ancora da attuare, non già bella e attuata. Le parole di Massimo Scaligero, da lui scritte alla fine degli Anni Cinquanta del trascorso secolo nell’Avvento dell’Uomo Interiore e già proposte tempo fa su queste pagine, furono per me sin dalla prima volta che le lessi la divisa interiore, il punto di riferimento assoluto del mio orientamento interiore:
« La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».
Per cui, anche se alla domanda della nostra amica dal nome pugnace è possibile rispondere no, una tale risposta non può che essere provvisoria nella misura in cui non si sia ancora capaci della richiesta assolutezza, ma si opera energicamente a creare le forze e l’intensità di coscienza per attuarla!

Quanto alla seconda domanda, che così suona: «Che cosa importa al mondo se io evolvo? Aiuta qualcuno la mia evoluzione personale? I frutti di questo lavoro si devono tradurre anche in azioni nel mondo che mi circonda o questo è da considerarsi un di più perché è più importante dedicare tutte le forze per arrivare al Pensiero-Folgore?», essa riguarda proprio la motivazione o l’impulso che ci spinge a voler percorrere il sentiero dell’Iniziazione. Al mondo importa moltissimo se il discepolo pratica intensamente l’Ascesi del pensiero, perché il «fuoco» di una tale pratica dissolve molto dei guasti liquami che infestano, deformano, ammalano il mondo umano e non umano.

Molto del karma problematico del mondo viene pareggiato, trasformato, mutato dal silente lavoro interiore dei votati alla concentrazione e alla meditazione. Ma è proprio il dedicare tutte le forze alla pratica interiore per realizzare il Pensiero Vivente, che dà poi la possibilità che la realtà spirituale e l’intensità vissute nel sacrario dell’anima «tracimino» poi nella spontaneità delle azioni quotidiane, sino a gradualmente trasformare le consuete attività del vivere quotidiano in un Rito di concentrazione o meditazione ininterrotto, come l’osservazione della vita di Massimo Scaligero mostrava a chi aveva occasione di contemplarla e in qualche modo di parteciparvi. Ma per arrivare a ciò molta è la strada da percorrere.

Non occorre proporsi «impegni» esteriori non richiesti, coinvolgimenti che possono rivelarsi velleitari e devianti. Quel che è richiesto è semplicemente, fuori dei momenti consacrati al lavoro interiore, di vivere con empatica partecipazione e vigile presenza ai doveri effettivamente richiesti, eseguendo gli atti necessari al quotidiano operare come atti di consacrazione al Divino, come veicoli dell’azione dello Spirito attraverso noi. Agire con distacco dai frutti dell’azione, nishkâmâ karman, agire per amore dell’azione stessa, «liberi di brama e di passione», kâmâragavivarjitam dice il Supremo nella Bhagavad Gîtâ, con totale presenza e attenzione.

Il proporre come azione ulteriore «doverosa», al fine di «superare l’egoismo», un coinvolgimento nell’agitazione politica, col pretesto di «portare lo Spirito nella politica», è qualcosa di estremamente grave, qualcosa di veramente equivoco, che porta rapidamente alla paralisi e alla perversione delle forze interiori e al tradimento. Contro le contaminazioni di esoterismo e politica – di qualsiasi colore e a qualsiasi scopo – Massimo Scaligero ha usato sempre parole di fuoco e messo in guardia, senza mai cedere a verun compromesso. Anche se oggi assistiamo persino al fiorire di «corsi» nei quali si insegna – naturalmente a pagamento – come si possa e si debba portare lo Spirito in quella immensissima cloaca che è la politica italiana e internazionale.
Meglio tenersi lontanissimi da tali «avventure»…

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASCESI E COMBATTIMENTO SPIRITUALE

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Alcuni amici, con i quali condivido da lunghi anni la pratica della concentrazione e della meditazione, e che quindi sono per me “fratelli e sorelle d’armi” nella Via del Pensiero Vivente, mi chiedono a volte quale sia la mia posizione nei confronti delle Vie dell’Oriente, vedendo come a volte io citi volentieri testi della Sapienza d’Oriente, o come talvolta ne tragga immagini che, secondo una mia personale valutazione, possano rivelarsi feconde per la pratica interiore.

Una tale domanda è ben comprensibile, perché questa epoca oscura, malvagia e stupida, è anche l’epoca della massima confusione spirituale. E come mi ha fatto notare recentemente una persona, da me molto stimata proprio riguardo alla suddetta “fratellanza d’armi”, la volgarità plebea dell’attuale minestrone sedicente “spiritualista”, sia in salsa tradizionalista sia in salsa new age, riduce l’esoterismo all’essere una mera “una veste culturale, un sentiero di multiforme conoscenza, di spiritualismo tradizionalista, una Gnosi teosofica”. Tutto ciò a chi segue, con sincerità interiore, l’Ascesi del Pensiero non importa un bel niente, perché la realizzazione del pensiero-folgore attraverso la concentrazione è semplicemente l’annientamento di tutto ciò. Da questo punto di vista, per chi voglia radicalmente realizzare lo Spirito, la Via del Pensiero-Folgore non è ‘una’ via tra le vie, come da taluni si vorrebbe che fosse, e come viene stucchevolmente predicato dall’attuale neo-spiritualismo, che concepisce la tolleranza come uno stanco “tanto diciamo tutti le stesse cose”, e ne trae come corollario un dolciastro ‘compito-dovere’ di un ‘amorevole’ stare “tutti insieme appassionatamente”, ad ogni costo e a forza: tutto ciò è solo menzogna e ipocrisia.

La Via del Pensiero-Folgore non è neppure la Via più alta in una ipotetica piramidale gerarchia delle vie. Per chi – non concedendosi illusione veruna – guardi con concreto realismo alla costituzione interiore dell’uomo attuale, decaduto ad un livello di abiezione mai in precedenza raggiunto, ed alla sua condizione di estremo pericolo, in una “civiltà”, che non si deve esitare a chiamare barbarie – la quale erode e sgretola a velocità sempre crescente le forze dell’uomo interiore – l’Ascesi del Pensiero Vivente, la Via del Pensiero-Folgore, non può essere che la “unica Via”, perché essa è l’unica che svegli l’uomo interiore dal tramortimento, dalla narcosi paralizzante, nella quale egli si trova, e solo la concentrazione è il Rito che opera alla resurrezione del conoscere vivente dal cadavere della morta riflessità.

Senza questo Rito della resurrezione del pensiero vivente, senza questa operazione della concentrazione profonda, vòlta a denudare la potenza folgorante dell’atto del pensare da ogni forma e da ogni contenuto – anche spiritualista – ogni “sapere” e ogni “pratica” si rivela inutile e fuorviante. Non è che nello Yoga originario, nel Taoismo, nel Buddhismo Theravâda, Mahâyâna, Vajrayâna e Zen ad esempio non vi siano contenuti di valore eterno, ma tali contenuti – forme e manifestazioni nel divenire storico di una estraformale e immanifestata Sapienza Perenne – per l’uomo attuale, incapace persino di pensare una sedia per un minuto senza distrarsi, tali contenuti sono semplicemente inesistenti. così come inesistenti sono il Pitagorismo, il Platonismo, l’Ermetismo, la Kabbalah, l’Alchìmia, in quanto egli nel pensiero riflesso li riduce ad un mondo di vuote parole, permeate da una poltiglia istintivo-sentimentale, la quale è solo un patetico surrogato della loro autentica vitalità spirituale, che si è incapaci di far sorgere nell’atto vivo del pensare.

Nell’indicare la concentrazione profonda come unica via all’esperienza della nuda potenza del pensare, Massimo Scaligero è stato un Maestro unico. È stato ed è mio unico Maestro.
Ritorno spesso col pensiero agli incontri che nella mia giovinezza ebbi con Massimo Scaligero. Il primo incontro fu mediato da un amico, artista romano, che avevo conosciuto nell’estate precedente, avvenne nel 1970, sul finire della primavera. Colui che ci ha fatto conoscere Massimo Scaligero è e rimarrà sempre il nostro più grande amico, perché, mediando l’incontro con il Maestro, egli ci ha sicuramente fatto il più grande dono della nostra vita. Il debito di gratitudine verso un tale amico è illimitato e felicemente impagabile. Egli si rivelò essere uno di coloro che nel Buddhismo venivano chiamati Kalyâṇa-mitra, ossia “nobili amici”, “ammirevoli amici” o “amici virtuosi”. Ma se vi fu uno con il quale si sviluppò questa Kalyâṇa-mitratâ, questa “mirabile amicizia spirituale”, per antonomasia questi fu proprio Massimo Scaligero, ed io ringrazio ogni giorno il Cielo e i Numi di un sì prezioso e incomparabile dono.

Quando incontrai Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, molto entusiasta e molto sciocco. E questa fu la mia fortuna! Perché non sapendo praticamente nulla dell’Ascesi Solare ch’egli indicava, non avevo pre-giudizi, né pre-clusioni o pre-formazioni. Io venivo dalle vie orientali: dal Buddhismo Theravâda, Mahâyâna e Zen, e dallo Yoga. Ma quello che mi veniva indicato da Massimo Scaligero era talmente diverso e inaspettato, che non potevo paragonarlo a nulla di quanto dell’Oriente, nella mia adolescenza aveva nutrito la mia anima. Mi ponevo di fronte a quello che da lui mi veniva mostrato come un foglio bianco, o una tabula rasa. Perciò – con la foga dei miei 19-20 anni – gli chiedevo tutto: come si pratica il controllo del pensiero, la concentrazione, la concentrazione profonda, la meditazione, la contemplazione, la percezione pura, l’ascesi della volontà, come si compie l’elaborazione meditativa dei testi della Sapienza Sacra, e via dicendo. Massimo fu estremamente generoso, e soprattutto molto paziente. Perché di sciocchezze, inevitabilmente, ne facevo tante e continuai a farne una caterva. Ma siccome dai miei errori e dalle molte sciocchezze compiute ho imparato non poco, ho deciso di seguitare con acceso entusiasmo ad espormi alla possibilità di novelli e fecondissimi errori.

Quel che con inaspettata sorpresa scoprii, fu come Massimo Scaligero mi invitasse ad approfondire molto lo studio – meditativamente inteso – della Sapienza d’Oriente. A tale proposito mi dette una serie di indicazioni di autori e di opere, ma anche indicazioni operative, che custodisco nel cuore come un raro, prezioso, piccolo tesoro. Egli rinnovellava in me – me ne resi gradualmente conto in seguito – passando attraverso la rinascente vita del pensiero nella concentrazione e nella meditazione, dei contenuti di un’antichissima sapienza, ch’egli vedeva connessi con la mia “storia interiore”. Un chiarimento a proposito di questa spregiudicatezza e imprevedibilità dell’atteggiamento interiore di Massimo, tutt’altro che dogmatico, può venire da quel che ha scritto di recente Franco Giovi nel suo eloquente articolo, Aspro e duro è il terreno…, apparso ne L’Archetipo di Giugno 2013, ove dice:
«Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero, poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. Sia chiaro: non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava ≪la propria tradizione interiore≫ a cui, continuava, ≪bisogna essere fedeli≫.
L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero cosi, ma in profondità le cose cambiano, poiché in realtà non v’è alcuna frattura, alcun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente cosi non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche, e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della tradizione interiore, ovvero ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto».

A me colpiva lo straordinario clima interiore nel quale in Oriente si svolgeva la ricerca spirituale, la ricerca del Divino, che è al contempo la ricerca della assoluta libertà. Mi colpiva soprattutto l’intensità sacrale dell’Ascesi, lo stato interiore dell’anima, ieratico, limpido, di cercatori assetati di Assoluto, cercatori capaci di volontà energica ed eroica. Questo clima di spiritualità “guerriera” era ciò che sentivo a me più congeniale, e in Massimo Scaligero lo vedevo come un ideale vivente incarnato. Era ciò che mi ricordavano continuamente le parole della Sapienza dell’Illuminato.
‘Guerrieri, guerrieri’. Perché, o asceti, siamo chiamati guerrieri? Perché lottiamo per la suprema sapienza e per l’eccelsa virtù, per questo siamo chiamati ‘guerrieri’! Anguttara Nikayo.

Queste parole del principe Siddhârtha Gautama, della stirpe guerriera degli Shâkya, e per tale motivo chiamato, una volta conseguita l’Anuttarâ-samyak-saṃbodhi, ossia la ‘insuperabile, perfetta, Illuminazione’, Buddha Shâkyamuni, l’Illuminato Asceta degli Shâkya, mi hanno sempre profondamente colpito, sin da quando le lessi per la prima volta, nella mia ormai lontana giovinezza.

Queste parole del Sublime Buddha mi toccavano – sin da allora – profondamente nell’anima, perché evocavano quell’intenso clima spirituale di energica lotta interiore, che è assolutamente necessario alla realizzazione spirituale, e mi sembravano contrastare da una parte con la tragicità dei tempi nei quali ci è stato dato in sorte di vivere, e dall’altra con la dispersione, il rapido sgretolarsi delle forze spirituali dell’uomo interiore, operato da questo mondo moderno in preda ad una parossistica demonìa economicistica e consumistica, accompagnata da una sorta di smarmellamento dell’infiacchita volontà, dal narcisismo di un intellettualismo pseudo razionalista, vacuo e vanitoso macinatore di inutili parole, dalla narcotica e svirilizzante azione ‘consolatrice’ di una decadente, menzognera, religiosità dogmatica, la quale da sempre ha avuto il terrore dell’autentica e diretta esperienza spirituale, e l’ha costantemente perseguitata con ogni sua forza e perfidia.

Di fronte ad un tale quadro, indubbiamente angosciante se si ha la forza e il coraggio di contemplarlo nel suo crudo, inattenuato realismo, la parola del Buddha ha la forza di scuotere dal suo torpido sonno la coscienza e di accendere energicamente la spenta e paralizzata volontà dell’ottuso uomo moderno.
In questo mondo, sempre più stupido, oscuro e malvagio, sarebbe essenziale, anzi vitale e salutifero, l’esser svegli, attenti, consapevoli, e invece gli esseri umani sempre più si muovono distratti, scentrati, storditi ed ebbri. E oggi, come 2600 anni fa, suonano severamente ammonitrici le parole del Sublime nel capitolo sulla vigilante attenzione, l’Appamâdavaggo del Dhammapada:
«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […] Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno»,
e quelle, più oltre, nel capitolo ‘dei fiori’, il Pupphavaggo:
«Come chi vada cogliendo fiori, così la morte coglie la vita degli uomini distratti: come un’inondazione che si abbatte su di un villaggio addormentato».
Queste ultime parole si rivelano addirittura paradigmatiche nel mostrare tutta la fragilità e lo stordimento, l’inconsapevolezza della condizione dell’uomo attuale, esposto – come mai prima – ai più grandi pericoli, che mettono in forse il suo stesso essere. Unica via di salvezza – per vincere le forze del caos distruttore e giungere ad attuare il proprio autentico essere – per l’uomo è conoscere e realizzare lo Spirito: realizzarlo direttamente, e non accontentarsi dei surrogati intellettualistici o sentimentali di una religiosità fideistica e dogmatica, oramai svuotata di ogni senso. Ciò conduce al difficile Sentiero dell’Iniziazione per il quale vale, oggi come un tempo, l’ammonimento – già da noi altrove, in precedenza, riportato – della sapienza vedica:
Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente. Katha-Upanishad, 1.3.14

Quel che dall’Oriente possiamo trarre come alimento per l’Ascesi Solare, non sono tanto delle tecniche ascetiche, che nella Scienza dello Spirito non mancano di certo, bensì quanto riusciamo a trasformare in idee-forza e in slancio interiore. Purtroppo – lasciatemelo dire – l’ambiente dei seguaci della Scienza dello Spirito – a parte le doverose e quantomai rare eccezioni – è ben lontano dal dimostrare la serietà, l’energia, la devozione, la dedizione, l’eroicità, la radicalità, il senso del sacrificio, l’oblio di sé, l’abnegazione, la compassione, il coraggio, che si riscontrano presso molti seguaci del Buddhismo e dell’Induismo.

Quando nelle cerchie della Scienza dello Spirito si sente parlare di una “via dell’anima”, che – al dire di taluni – sarebbe più adatta a molti, della pretesa necessità di un “sentire” da porre in atto come necessario correttivo di una “unilaterale” via del pensiero, facilmente destinata – sempre a loro dire – a trasformarsi in una “via del sublime egoismo”, non ci si rende conto, che spesso nel caso del correttivo proposto non si tratta affatto del sentire celeste – espressione, attraverso il pensare vivo, della presenza dello Spirito nell’anima – bensì di una emotività traentesi dalla natura inferiore, la quale facilmente trova mille travestimenti e inganni per proporre una via più comoda all’ego, pauroso ed avido di torpida inerzia, che vuole permanere così com’è. Tant’è che una tale sentimentale e facilmente eccitabile emotività di regola difficilmente riesce a scorgere le deviazioni – per lo più inavvertite – e le deformazioni – anche le più grossolane ed evidenti – della Via, che suscitano facili, passeggeri o ostinati, entusiasmi. Un tale imbelle e volubile sentimentalismo teme, avversa e odia l’azione prosciugante di ciò che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia l’avvampante fuoco del pensare, nel quale l’umida emotività egoica si sente essiccare e congelare. A mio giudizio, dovrebbero essere ben meditate le severe parole di Massimo Scaligero, il quale in Kundalini d’Occidente scrive che:
«In epoca di crisi e di pericolo – come la nostra – il sovrasensibile ha le più alte possibilità di proiezione di energie nell’uomo, della massima donazione di sé. Ma perché l’uomo possa pervenire alla propria liberazione, occorre, da parte sua, una partecipazione autentica e completa, un impegno che nasca dalla sua interiorità profonda».

Egli, parlando ad alcuni di noi, affermava che oggi – proprio in questa epoca oscura e malvagia – sono possibili le più audaci realizzazioni spirituali, che invece sono più rare in epoche più “spirituali” e “tradizionali”, epoche nelle quali molti, anche con “qualificazioni” di ordine superiore, tendono ad “addormentarsi” nell’inerzia sognante nell’anima, mentre il pericolo scuote e sveglia le forze dell’Io. Quella dell’Io è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede – anzi esige – a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e graalico Intelletto d’Amore.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

IL FILO DEL RASOIO

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*

उत्तिष्ठत जाग्रत
प्राप्य वरान्निबोधत ।
क्षुरस्य धारा निशिता दुरत्यया
दुर्गं पथस्तत्कवयो वदन्ति ॥ कठ उपनिषद् ॥

Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente.  Katha-Upanishad, 1.3.14

 

Domanda: è pericoloso il Sentiero spirituale? Assolutamente sì! Se non ci si vuole illudere con narcotiche favole consolatrici e se si vuole, invece, guardare spartanamente, stoicamente, romanamente in faccia la realtà, si scorge bene come il Sentiero spirituale sia pericoloso e quanto lo sia.

Ma perché il Sentiero dell’Iniziazione ad una più alta vita spirituale è pericoloso? È pericoloso perché cercare l’Iniziazione è cercare la morte, è cercare di morire: morire prima di morire, senza morire. Ossia, è volere provocare volontariamente e sperimentare attivamente durante la vita – dunque prima di morire – quelle esperienze – normalmente devastanti – che l’uomo comune (che non è l’uomo normale, ossia non è l’uomo interiore, l’uomo a norma dell’autentico essere spirituale) subisce involontariamente, e di conseguenza passivamente, all’irrompere della morte la quale dissolve il composto umano, e dissolve pure l’apparente consistenza di quello illusorio scenario esteriore, che lo stordito essere umano, in quella sua consunzione ch’egli scambia per vivere, ritiene essere obbiettivo e autoesistente e che è l’oggetto del suo inesausto bramare.

La differenza tra la morte iniziatica e la morte naturale o biologica è che la morte biologica, venendo subita passivamente, oltre che devastante non è reversibile, non avendo normalmente colui che la sperimenta alcuna possibilità di dominio su di essa, mentre la morte iniziatica, essendo stata volontariamente cercata e attivamente causata, è reversibile perché l’essere umano domina ciò che lucidamente conosce e che attivamente provoca. E, circa la morte iniziatica, o mors mystica, o mors philosophorum, sono ammonitrici le parole di Platone nel XIII cap. del suo Fedone:

«Inoltre io non credo che siano stati uomini dappoco quelli che istituirono i Misteri i quali, sotto il velo dell’enigma, ci hanno pur detto, fin dai tempi più remoti, che chi giungerà nell’oltretomba, come un profano, senza esserne iniziato, giacerà immerso nel fango, mentre chi vi giungerà purificato e consapevole, abiterà con gli dei. Perché, vedi, come dicono gli interpreti dei Misteri, ‹molti portano il tirso ma pochi sono i veri iniziati›. E solo questi ultimi, a mio avviso, son quelli che si son dedicati nel vero senso della parola, alla filosofia. E per essere anch’io dei loro, nulla ho trascurato nella mia vita ma anzi, per quanto ho potuto, vi ho messo tutto lo zelo e, se ho agito rettamente, se ho ottenuto qualche risultato, lo sapremo quando, a dio piacendo, saremo di là, come io credo».

Come preparazione a un sì tanto speciale morire, poco prima, nel XII cap., Platone, per bocca di Socrate, che si apprestava a compiere l’ultimo passo al quale lo condannavano i giudici ateniesi, indica come assolutamente necessaria una “purificazione”, κάθαρσις – kàtharsis, che è un’operazione tutt’altro che semplice e indolore:

«E, allora, amico mio,» proseguì Socrate, «se questa è la verità, quale grande speranza per chi giunga dove ora io sto per andare perché, più che in qualsiasi altro luogo, potrà ottenere pienamente quello per cui tanto tribolammo quaggiù, nella nostra vita trascorsa. E, quindi, questo viaggio che oggi mi si comanda, non è senza una lusinghiera speranza che si compie, per me, come per chiunque altro abbia disposto l’anima sua alla purezza[…] E questa purificazione non la si raggiunge, come dice anche l’antica tradizione, separando, più che sia possibile, l’anima dal corpo, esercitandola a restarne staccata, tutta in sé raccolta, nella presente come nella vita futura, libera dal corpo che è il suo carcere? […] E non è questa la morte, questo liberarsi, questo separarsi dell’anima dal corpo? […] E questa separazione, come abbiamo detto, dell’anima dal corpo, la desiderano soltanto e soprattutto quelli che si occupano rettamente di filosofia perché questo è, appunto, l’impegno dei filosofi: separare e riscattare l’anima dal corpo. Non è così ?».

È noto come questo accostamento, polarmente simmetrico, tra l’esperienza della Iniziazione e quella della morte, sia oggetto di frammento mirabile, e illuminante, di Plutarco, frammento riportato nel florilegio di Stobeo, che trascriviamo dalla traduzione che ne fece Arturo Reghini, l’ermetico e pitagorico amico di gioventù di Massimo Scaligero:

«E veniamo alle importanti testimonianze di Plutarco e dello scrittore delle Metamorfosi, attribuite ad Apuleio. Riportiamo qui per intero il passo di Plutarco: «L’anima al momento della morte prova la stessa impressione (πάσχει πάθος – pàschei pàthos) di quelli che sono iniziati ai grandi misteri (οἱ τελεταῖς μεγάλαις κατοργιαζόμενοι – hoi teletàis megàlais katorghiazòmenoi). La parola e la cosa si rassomigliano; si dice τελευτᾶν [teleutàn]  e τελεῖσθαι [telèisthai]. Sono dapprima delle corse a caso, dei giri penosi, un camminar inquietante e senza fine attraverso le tenebre. Poi prima della fine (προ του τέλους – pro tou tèlous – fine, morte, iniziazione) il terrore è al colmo, brividi, fremiti, sudore freddo, spavento. Ma poi una luce maravigliosa si offre agli sguardi, si passa in luoghi puri ed in prati dove le voci e le danze risuonano, delle parole sacre e delle sante apparizioni inspirano un rispetto religioso. Allora l’uomo, da quel momento perfetto (παν-τελης –pan teles – tutto compiuto) ed iniziato (μεμυημένος – memyeménos), divenuto libero (ἐλεύθερος – elèutheros) e passeggiando senza legami, celebra i misteri con una corona sulla testa, vive cogli uomini puri e santi; egli vede sulla terra la folla di quelli che non sono iniziati e purificati schiacciarsi e pigiarsi nel fango e nelle tenebre; e per paura della morte, attardarsi nei mali, non volendo prestar fede alla felicità di laggiù» (Cfr. Stob. Florileg. T. IV, pag. 107 edizione Meineke).

Osserviamo che Plutarco paragona l’impressione che si prova durante l’iniziazione a quella che si prova durante la morte. Per potere instituire questo paragone occorre avere avuto esperienza dell’una e dell’altra, tanto più che Plutarco emette qui un suo giudizio e non riferisce dei sentito dire. E poiché Plutarco era vivo quando scriveva queste righe, conviene dedurre che egli si sentiva in grado, certo per la conoscenza ottenuta coi misteri, di conoscere in che consista la morte e quali siano le impressioni che la coscienza prova, nelle due crisi che egli assimila. Se non si vuole supporre che Plutarco faccia della letteratura, occorre concludere che il semplice spettacolo del dramma mistico non poteva provocare brividi, fremiti, sudore freddo, spavento; eppoi il senso della luce maravigliosa, eppoi la perfezione, la liberazione, la felicità. […]

Notiamo infine come già Plutarco si soffermi a rilevare la mirabile concordanza delle due parole τελευτᾶν [teleutàn] e τελεῖσθαι [telèisthai], morire ed essere iniziato. Simile sotto molti rispetti a questo passo di Plutarco è il famoso passo di Apuleio in cui, dopo avere detto al lettore che egli parlerebbe se gli fosse lecito parlare, ed il lettore apprenderebbe se glifosse lecito udire, così si esprime: «Per tanto odi, ma credile, le cose che sono vere. Mi accostai al limite della morte, e calcata la soglia di Proserpina, viaggiai tratto attraverso tutti gli elementi; a mezzo la notte vidi il sole coruscante di un candido lume; mi accostai di presenza agli Dei inferi e superi e li adorai da vicino. Ecco ti ho riferito le cose che, quantunque tu le abbia udite, pure è necessario che tu le ignori» (Cfr. APUL. – Met. XI 23). È evidente che Apuleio si rende conto dell’effetto sconcertante che debbono fare sul profano le sue rivelazioni; ed infatti l’esperienza personale di Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, non può essere intesa che da chi la prova. Altrove egli parlando della iniziazione di Iside (traditio, sarebbe a rigore l’iniziazione per comunicazione) dice che essa si celebra in guisa di una morte volontaria e di una salvezza precaria (Cfr. APUL. – Met. XI, 21: ad instar voluntariae mortis et precariae salutis), e chiama questo: contrarre nozze mortali, perché nelle mani della dea sono poste inferum claustra et salutis tutelam. […]Non basta udire queste cose per apprenderle, dice Apuleio, occorre accostarsi al limite della morte, calcare la soglia di Proserpina; e questa, non è impresa da pigliare a gabbo; è un poco più rischiosa che sfogliare volumi ed eseguire degli scavi. Per quanto Apuleio parli qui dell’iniziazione isiaca che era individuale, e si riferisca ad un evento svoltosi a Ceucrea sull’Egeo nel 2° secolo d. c., mentre Plutarco parla della iniziazione eleusina cui prendeva parte un grande numero di spettatori, il confronto tra i due scrittori può farsi legittimamente perché, secondo quanto dicono Diodoro e lo stesso Plutarco, i misteri egiziani di Iside erano perfettamente corrispondenti a quelli greci di Eleusi; e, come si vede, davano la medesima impressione di morire. Lucio si sente tratto a viaggiare per tutti gli elementi, ed anche egli come Plutarco vede una luce maravigliosa; le sante apparizioni di Plutarco diventano qui gli Dèi inferi e superi».

 

Per quanto tutto ciò non abbia affatto un aspetto consolante, pur tuttavia è quanto di più realistico – e bisogna proprio dirlo: di “salutarmente” realistico – che si possa proporre alla riflessione meditativa dell’audace cercatore spirituale. E perché mai? Perché, a parte il provocare attivamente, dominare e superare la crisi della morte, vi è da affrontare la  κατάβασις, ossia quella katàbasis o discesa agl’Inferi nella quale si incontrano, nel loro aspetto obbiettivo, tutte le emozioni, passioni e bramose pulsioni istintive alle quali, nello stordimento dell’immedesimazione passiva, normalmente durante la vita subìta senza residui, con l’illusorio apparire sensibile l’anima umana – in quella lenta, inesorabile, consunzione che ad essa sembrava essere vita ed era in realtà morte – si era data come in uno stato di ebbrezza, o di mania, di oblio. Ma l’espressione «nel loro aspetto obbiettivo», pur essendo in sé assolutamente giusta, non rende granché giustizia all’esperienza stessa, perché in quel mondo – che per la Sapienza d’Oriente, induista, buddhista e taoista, è esattamente il mondo nel quale ordinariamente si vive, ma che per lo stordito essere umano è coperto da un provvidenziale velo d’illusione, il velo di Mâyâ – emozioni, istinti, brame e passioni, sono esseri distruttivi, esseri astrali o dèmoni, che assalgono l’uomo per asservirlo e divorarne la vitalità spirituale. Questi esseri, la cui azione distruttiva viene passivamente subìta dal profano uomo ordinario, devono essere affrontati e vinti da colui che voglia da vivo sperimentare l’Iniziazione, ossia il morire prima di morire, senza morire.

Quel mondo di arsione, di ardente sete – che il Buddhismo chiama Kâmâdhâtu o “sfera della brama” – è esattamente il mondo nel quale ordinariamente si vive, ossia è quel mondo incessantemente scosso, agitato e arso da quella che il Buddha Shakyamuni chiama appunto tanha, “sete” continuamente alimentante ed alimentata dalla brama, che sospinge come ebbri gli storditi esseri umani. Il Buddha Shakyamuni invita il discepoli a liberarsi di tale sete, ad estinguerla, perché tale ardente sete, una tale brama ardente, è presente nei pensieri, negli stati d’animo, nei moti della volontà. Una tale sete, presente nell’ordinaria attività dei sensi, degrada la purezza delle percezioni a sensazioni animali, per cui – come disse il Sublime ai tre fratelli Kashyapa, che erano brahmana, maghi e sacerdoti del fuoco vedico – «il mondo intero e i sensi sono in fiamme». Anzi si può ben dire che tutto l’essere esteriore e interiore dell’uomo, la sua stessa «personalità» (della quale peraltro egli, stoltamente, va oltremodo orgoglioso), sia intriso, plasmato, costituito da una tale «brama ardente», per cui si può realisticamente affermare che  la vita – quella che gli umani chiamano «vita» – non sia altro che il divampare di un tale fuoco, che consuma l’«esistere» dell’uomo sino all’ultimo suo istante, sino al devastante dramma della morte.

Onde è possibile affermare che se il Sentiero dell’Iniziazione, il Sentiero della Conoscenza e della Liberazione, è pericoloso, la vita che conduce lo stordito uomo ordinario lo è molto di più. Una vita, spesa nella inesorabile, oscura, consunzione psichica e biologica, è una vita cieca: è la vita di esseri ciechi che camminano inconsapevoli sull’orlo di uno spalancato abisso, che in qualsiasi momento li può inghiottire e nel quale possono sfracellarsi. Prendere conoscenza di un tale scenario spirituale indubbiamente spaventa molti, ma una tale «salutare» conoscenza – per quanto per molti sia invero «terrificante» – non è che di per sé aumenti il pericolo, anzi: semmai lo diminuisce. Mentre è indubbiamente molto più pernicioso il rimanere inconsapevoli in una condizione di estremo pericolo: nel nostro caso di un pericolo «mortale». È davvero poco consigliabile camminare allegramente distratti sull’orlo di un tale abisso. Forse a tale proposito è il caso di invitare il cercatore spirituale a ben meditare alcune parole – salutarmente scuotenti – che è possibile leggere nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner, parole non molto diverse da quelle che si possono leggere nei testi dell’eterna Sapienza d’Oriente e d’Occidente:

 

«Se un godimento fisico si conforma allo spirito, dura finché durano gli organi fisici, ma se l’io lo ha creato senza porlo al servizio dello spirito, esso rimane dopo la morte come desiderio che invano cerca soddisfazione. Ci facciamo un’idea di ciò che si prova in quelle condizioni, raffigurandoci qualcuno che soffra di sete ardente in una regione in cui per lungo e per largo non sia possibile trovare una stilla d’acqua. Così succede all’io dopo la morte, in quanto nutre in sé desideri non ancora spenti per i piaceri del mondo esteriore, e non possiede più gli organi atti a soddisfarli. Naturalmente quell’ardentissima sete, presa a paragone per lo stato dell’io dopo la morte, dobbiamo immaginarla intensificata a dismisura, e rappresentarcela estesa a tutti i diversi desideri ancora esistenti per i quali manca ogni possibilità di appagamento. Il passo successivo dell’io consiste nel liberarsi dal legame di attrazione con il mondo esteriore. L’io deve operare in sé a questo riguardo una purificazione, una liberazione. Devono essere espulsi da lui tutti i desideri creati nel corpo che non hanno diritto di cittadinanza nel mondo spirituale».

 

Questo rende comprensibile perché negli Ordini ermetici e nelle Fratellanze iniziatiche di secoli addietro l’indispensabile «purificazione», la kàtharsis appunto, venisse apertamente chiamata «morire al secolo», «morire al mondo», e perché nei suddetti antichi Ordini e Fratellanze usassero affermare che mentre «gli uomini comuni lavano con l’acqua e bruciano col fuoco, noi bruciamo con l’acqua e laviamo fuoco». Questo perché per l’Iniziato l’abbeverarsi con la salmastra «acqua» della brama è «bruciare» e aumentare la «sete», non estinguerla, mentre ardere col «fuoco» della Conoscenza è «lavare», «purificarsi». Sempre nella Scienza Occulta, poco oltre, leggiamo:

 

«Come un oggetto viene afferrato e arso dal fuoco, così il mondo dei desideri ora descritto viene dissolto e distrutto dopo la morte. Ci si trova allora di fronte a un mondo che la conoscenza soprasensibile può indicare col nome di “fuoco spirituale divoratore”. Questo “fuoco” divora i desideri dei sensi che non sono espressione dello spirito. Le descrizioni che la conoscenza soprasensibile dà a questo riguardo possono sembrare terribili e sconfortanti. Può apparire invero spaventevole che una speranza, la cui realizzazione richiede organi sensori, dopo la morte debba trasformarsi in disperazione, e che un desiderio che può appagare soltanto il mondo fisico debba diventare una privazione torturante. Ci si può attenere a questa opinione soltanto finché non ci si renda ben conto che tutti i desideri e le aspirazioni afferrati dal “fuoco divoratore” dopo la morte, in senso superiore non rappresentano forze benefiche alla vita, bensì forze distruttive. A mezzo di queste forze l’io si lega al mondo dei sensi molto di più di quanto non sia necessario a raggiungere il giusto scopo di trarre da detto mondo tutto quanto può riuscirgli giovevole. […]  Nondimeno l’io di tanto si allontana dalla vera realtà spirituale del mondo, per quanto nel mondo sensibile tende  a desideri da cui lo spirito è assente. Mentre il piacere sensorio, come espressione dello spirito, significa elevazione, evoluzione dell’io, il piacere che invece non è espressione dello spirito significa decadenza e immiserimento. Se si appaga un desiderio di tal natura nel mondo sensibile,il suo effetto nocivo sull’io tuttavia permane; soltanto, prima della morte, esso non è percettibile all’io. Nella vita, perciò, la soddisfazione di tali desideri può creare nuovi desideri simili, e l’uomo non si accorge affatto che si va avviluppando in un “fuoco divoratore”. Dopo la morte diventa visibile semplicemente ciò che già durante la vita lo circondava, e nel rendersi visibile si palesa al tempo stesso nelle sue conseguenze efficaci e benefiche».

 athena

Ed è bene sottolineare come queste stesse esperienze drammatiche vengano passivamente subìte dall’essere umano, che giunge alla catastrofe della morte inconsapevole, disarmato, e terrorizzato da quel che sperimenta ma che non conosce né tampoco comprende, e come, invece, le medesime esperienze vengano attivamente suscitate e liberamente affrontate da colui che, nel dramma dell’Iniziazione, sperimenta morte e rinascita, con esito diametralmente opposto rispetto alla vita e al destino nel post-mortem della coscienza e dell’essere dell’Io del non iniziato.

 

«Dopo la purificazione incomincia per l’io uno stato di coscienza del tutto nuovo. Mentre prima della morte le percezioni esteriori dovevano affluire verso di lui, perché la luce della coscienza le potesse illuminare, ora invece dall’interiorità scaturisce per così dire un mondo che giunge a coscienza. l’io vive in questo mondo anche nel periodo fra nascita e morte, ma esso gli si presenta rivestito dalle manifestazioni dei sensi. Soltanto quando l’io, abbandonate le percezioni sensorie, percepisce se stesso nella sua “interiorità più sacra”, gli si palesa nella sua forma diretta ciò che di solito gli appariva solo attraverso il velo dei sensi. Come la percezione dell’io si svolge prima della morte nell’interiorità, così dall’interiorità il mondo spirituale li si manifesta nella sua pienezza dopo la morte e la purificazione. Tale rivelazione avviene di fatto subito dopo l’abbandono del corpo eterico; ma i desideri ancora rivolti al mondo esteriore formano come una nube oscura che ne ottenebra la vista. È come se a un mondo beato di esperienze spirituali si frammischiassero nere ombre demoniache, sorte dai desideri che vanno “consumandosi nel fuoco”. Invero quei desideri non sono semplicemente ombre, ma entità reali; questo risulta evidente quando l’io liberatosi dagli organi fisici, può percepire ciò che è di natura spirituale. Questi esseri appaiono come contraffazioni e caricature di quello che si era prima conosciuto mediante la percezione sensoria. l’osservazione soprasensibile scorge l’ambiente del fuoco purificatore popolato da esseri, la cui vista può riuscire orrida e dolorosa all’occhio spirituale; esseri per i quali il piacere sembra consistere nella distruzione, e le cui passioni sono improntate a male così grande che quello del mondo dei sensi è un nulla a confronto. I desideri del genere di quelli descritti, che l’uomo porta seco in quel mondo, sono considerati da quegli esseri come un nutrimento per mezzo del quale la loro potenza acquista sempre nuova  forza e vigore. […] Ora, gli esseri del fuoco purificatore esistono bensì per si la coscienza soprasensibile e non per quella sensibile; la loro azione però risulta evidente e consiste nella distruzione dell’Io, se questo dà loro nutrimento. E quest’azione diventa chiaramente visibile, quando un piacere consentito giunge fino all’eccesso e alla dissolutezza. Perché ciò che è percettibile ai sensi dovrebbe attrarre l’Io soltanto, in quanto il piacere tragga origine dalla sua natura stessa.[…] Ma se l’Io cerca soddisfazioni dirette non alla conservazione ed allo sviluppo della sua natura, ma alla sua distruzione, tale tendenza non può provenire né dall’azione dei suoi tre corpi, né dalla propria sua natura, ma soltanto da quella di entità, la cui forma reale rimane celata ai sensi, ma che possono appunto avvicinarsi nascostamente alla natura superiore dell’Io, ed eccitare in essa desideri, non dipendenti dai sensi, ma appagabili solo da organi sensori. Esistono appunto degli esseri che si nutrono di passioni e desideri di natura peggiore di quelli degli animali, perché non si esplicano nel campo dei sensi, ma si attaccano all’elemento spirituale, abbassandolo al livello di quello dei sensi. Le forme di tali esseri appaiono perciò orribili allo sguardo spirituale, più brutte e spaventevoli assai delle forme degli animali più feroci, nei quali s’incarnano soltanto passioni radicate nel sensi ; e le forze distruttrici di questi esseri superano di molto qualsiasi violenza dei mondo animale percettibile. La conoscenza soprasensibile si trova perciò costretta a dirigere lo sguardo degli uomini verso un mondo di entità inferiori, sotto molti riguardi, è al disotto del mondo animale visibile degli animali distruttori.

Quando l’uomo dopo la morte ha attraversato il mondo appunto descritto, si trova di fronte ad un mondo colmo di spiritualità e che crea in lui soltanto desideri appagabili a mezzo di ciò che è spirituale».

 

Questo è il mondo che a tutta prima, inevitabilmente, si presenta all’uomo: o nell’esperienza della morte o durante l’Iniziazione. E le entità malvagie ed ostili di tale mondo devono essere conosciute, affrontate e vinte dal candidato all’Iniziazione medesima. E ciò non è una cosa semplice, non è comodo come un giuoco di ruolo, o un divertissement. È una lotta, un combattimento: per la vita o per la morte. Ciò spaventa coloro che si attaccano alla vita apparente. Ma proprio questo li conduce a perdizione:  per paura della morte, rimangono esseri umano-animali, esseri mortali. Tale combattimento non viene risparmiato, perché – piaccia o no all’uomo – la morte incombe: nasciamo con una condanna a morte. Nostra libertà è scegliere di affrontarla e come affrontarla. Oppure – ed è quello che fanno i più – ci si  può illudere di evitarla, vivendo nello stordimento, o edulcorandone la fiacca consapevolezza con le dolcezze sentimentali e le sognanti speranze delle fiabe religiose, con i vari narcotici di un moralismo anch’esso sentimentale, con il surrogato di un intellettualismo dialettico che, se potesse, annegherebbe l’Universo e lo Spirito in un oceano di chiacchiere. Dietro i sentimentalismi e le sognanti speranze, dietro l’intellettualismo dialettico e il moralismo virtuista e “buonista”, vi è una sola cosa: la paura della morte, il terrore di fronte al venir meno dell’illusorio sostegno corporeo, l’angoscia di fronte alla presentita inquietante realtà del post-mortem.

 

Cercare l’Iniziazione è risolversi – sine spe ac metu – ad affrontare da vivi l’evento cruciale della morte, diventando – come ricorda Massimo Scaligero – “lottatori contro la morte”. È necessario donarsi alla Via con sincerità totale, con abnegazione assoluta, calpestando quegli impostori che sono speranza e timore, rinunciando senza misericordia alcuna a tutte le illusioni consolatorie, a tutti i surrogati pseudo religiosi e pseudo esoterici: rinunciare ad ingannare se stessi con favole “religiose” e atteggiamenti moralistici. Perché quello che è richiesto in tale lotta contro la morte è molto, anzi moltissimo di più che non l’esser “buoni” o conformi ad un mero modello “morale” di comportamento: sono richiesti energia e slancio eroici di volersi portare oltre la condizione umano-animale, oltre la condizione della labilità mortale umana. Molte volte, nella nostra giovinezza, udimmo Massimo Scaligero declamare con energia i versi del Buddha Shakyamuni nell’Anguttara-Nikâyo:

 

«Oggi è da dare battaglia,
forse domani non saremo più:
per noi non vi sia tregua
con la grande Armata della Morte!»

 

Non è che la paura, della quale parlavamo più sopra, non si annidi nel trepidante cuore e nella tremula anima – quella che l’imperatore Adriano chiamava anima vagula blandula – degli ardenti (molto poco…) spiritualisti, degl’intrepidi (ancor meno…) esoteristi, tant’è che vi è di continuo il patetico tentativo di “ammorbidire” la radicalità della Via spirituale, attenuandone la dirompenza, smorzandone la virulenza, riducendola al fiacco livello “umano-troppo umano”, che permette all’ego un comodo rimanere bestiale e mortale, sia pure con tutti i crismi della “cultura”, le speranze della “religione”, le consolazioni della “morale”. Per cui l’audacia della Via del Pensiero, la Via solare dello Spirito, viene sovente tacciata di “unilateralità”, di essere o di poter facilmente diventare una “via del sublime egoismo”, tentando persino di far dire a Massimo Scaligero il contrario esatto di quel che disse e scrisse, e cercando di introdurre surrettiziamente, come “via sostitutiva”, una  lunare “via dell’anima”, la quale sarebbe più “adatta” (così dicono…) a individualità per le quali una completa austerità non sarebbe sopportabile. Come se anch’esse non dovessero poi affrontare un giorno – lo dovranno: è l’unica certezza – il dramma della morte. Forse è il caso di ricordare le parole del nostro Dante:

 

« ‘Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Queste parole di colore oscuro
vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogni sospetto;
ogni viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’io t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben dell’intelletto”».
Inf., III, 13 e segg.

 

E quelle dell’Iniziato Virgilio:

 

Felix, qui potuit rerum cognoscere causas
Atque metus omnes et inesorabile fatum
Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis avari!

 

Felice, colui che delle cose
poté conoscer le cause,
e tutti i timori e l’inesorabile fato
calpestò coi piedi, e lo strepito
dell’avaro Acheronte!

 

Cfr. Verg. Georg. II, 490-492.

 

 

Come ebbe modo di affermare Marie Steiner-von Sivers, fedele compagna e collaboratrice di Rudolf Steiner, la quale fu oggetto delle medesime calunniose accuse, che vennero e vengono rivolte a Massimo Scaligero e a coloro che con tutto se stessi si sforzano di essere fedeli alla Via da lui indicata: «La rovina delle Comunità spirituale sono il sentimentalismo e il falso misticismo. Da essi nascono l’ambizione, la vanità, l’insincerità, l’arrivismo, la menzogna».

 

Questa è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e Intelletto d’Amore.

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