D'ANNUNZIO E IL CORAGGIO DELLA VERITA'
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Omnia vincit Veritas.
Siccome ho una delinquenziale simpatia per Gabriele D’Annunzio – e anche solidarietà perché, sapete com’è, tra lupacci cattivissimi e incalliti malinquenti ci si vuole un gran bene… – e siccome non credo che si debba dar credito alle molte calunnie, alle tante diffamazioni, che il mito «virtuista» (come lo chiamavano Arturo Reghini e Vilfredo Pareto) e l’azione distruttiva ed omnicorruttrice che la corrottissima Potenza Straniera d’Oltretevere con grande abbondanza per oltre diciassette secoli – davvero troppi – hanno generosamente profuso sulla nostra povera Italia caduta in mani tanto sciagurate, non mi devo preoccupare dei giudizi e dei pregiudizi dei piccoli uomini e dei macachi su di lui. Mi preoccupo, invece, e moltissimo, del fatto che nell’ambito della Comunità spirituale circolino, pensieri imperfetti e generici, molte deformazioni e talune inconsapevoli menzogne.
In questo campo, la buona fede non è sufficiente. Quando venni accolto, prima da Massimo Scaligero e poi da discepoli fedeli di Rudolf Steiner e di Marie Steiner del Lascito, nella Scuola Esoterica, presi molto sul serio l’esigenza dichiarata a chiarissime lettere dallo stesso Rudolf Steiner, ossia «l’impegno di fronte alla Potenza Sacra di Michele, non solo di dire quello che in buona fede crediamo essere la verità – questo impegno gli esseri umani lo assumono a fior di labbra con grande facilità e leggerezza – bensì di indagare il più profondamente possibile per verificare se sia veramente verità quello che crediamo essere verità. Perché menzogne o non verità, anche pronunciate in buona fede, agiscono in maniera distruttiva nel movimento spirituale».
Nelle pagine passate di questo sito, sono state pronunciate parole molto affrettate e superficiali sul Vate-Soldato, e sulle sue tendenze ed aspirazioni esoteriche. Nei suoi confronti sono state usate, con una certa leggerezza parole del Dottore – cosa che reputo impropria – e contro di lui sono stati usate espressioni guenoniane come «controiniziazione» o «pseudoiniziazione» a proposito di una sua appartenenza alla massoneria. Nesciunt de quo loquuntur.
Essendo – ancorché bene informato, per quanto possibile, in proposito – un lupaccio solitario, ed un orso dal pessimo carattere, evito – per incoercibile tendenza alla disobbedienza – d’intrupparmi in Obbedienze, massoniche o meno, nelle quali abbondano mediocrità, arrivismo e stupidità (ma ci sono anche – è giusto riconoscerlo – tante brave persone, come in ogni consorzio umano, e qualche raro sapiente), non spetta quindi a me la fatica e il fastidio della loro difesa: che se la sbrigassero loro, se la cosa a loro piace. Molto diverso è il discorso sul principio dell’Iniziazione, e delle forme rituali o non rituali della medesima.
Concetti guenoniani di «controiniziazione» o di «pseudoiniziazione», sarebbero – a mio modesto parere – da evitare, anzitutto perché in se stessi scorretti e fuorvianti, e soprattutto perché sono proprio i concetti che René Guénon adopera, in maniera ostile e denigratoria, nei confronti di Rudolf Steiner. E lo stesso vale per i concetti di «iniziazione virtuale» e di «iniziazione effettiva», che tante illusioni e speranze creano nell’anima degli sprovveduti. Affermare poi che «dal 1890 i rituali massonici siano obsoleti» è una grossa sciocchezza. Vuol dire non avere idea di che cosa sia un simbolo, né che cosa sia e come operi un rito. Manca, evidentemente, sia una adeguata conoscenza esoterica che una conoscenza semplicemente storica.
Come sarebbe da evitare, al fine di farsi un giudizio corretto e onesto, di attingere a fonti dedite alla sindrome complottarda compulsiva, a quelle personalità e a quei siti che, pur svolgendo un’attività di parossistica denuncia delle mene «mondialiste» o «globaliste» che dir si voglia, mostrano chiaramente che la loro plot-theory con i suoi toni sommessamente apocalittici è espressione, goffamente variata, del medesimo male che pretenderebbero denunciare: manipolazione delle coscienze, suscitamento di stati d’animo, poi facilmente manipolabili e strumentalizzabili per ben celate finalità politiche e confessionali. Viene da loro accuratamente evitata, invece, l’indicazione di quale sia la vera schiavitù, che asserve l’uomo attuale e che lo rende di conseguenza facile oggetto di ogni manipolazione e strumentalizzazione: il passivo stato della coscienza riflessa, legata alla mediazione univocamente sensoriale della percezione e cerebrale del pensare. Così come viene accuratamente evitata l’indicazione della Via della liberazione: l’Ascesi del Pensiero, capace di svincolare radicalmente attraverso la concentrazione l’atto pensante dalla mediazione cerebrale.
Quanto all’efficacia dei rituali massonici, posso riportare quel che mi disse in proposito Massimo Scaligero stesso. Egli mi riferì – e ritornò con me e con altri in varie occasioni sull’argomento – di una discussione ch’egli aveva avuto con Romolo Benvenuti ( che su queste cose, in effetti, conosceva e capiva il giusto), il quale negava per l’insipienza di molti massoni (e su questa aveva, invece, molta ragione) ogni efficacia ai rituali massonici. Massimo Scaligero obbiettò che Romolo Benvenuti errava, e che i rituali massonici agivano ex opere operato, ossia per la forza spirituale intrinseca del rito e non per la sapienza o la degnità dell’operante, e che di conseguenza, se l’ignoranza fosse sufficiente a paralizzarne l’efficacia, i riti delle Chiese delle varie confessioni sarebbero ugualmente tutti inefficaci, il che non è. Con un mio qual certo dispiacere per quel che riguarda una certa Chiesa. Addirittura, ad una personalità, che era giunta alla Scienza dello Spirito infarcita dei molti pregiudizi provenienti da un problematico passato politico – la politica, ogni politica, è una cosa sudicetta assai assai – la quale gli chiedeva cosa egli pensasse della massoneria, Massimo Scaligero si limitò a dire che vi sono massoni buoni e massoni cattivi.
Ma, soprattutto, parole molto chiare le pronunziò Rudolf Steiner. Ebbi modo di parlarne varie volte nei miei molti colloqui con Hella Wiesberger (l’ultima volta l’ho vista il 29 agosto di quest’anno ed è, pur novantatreenne, sempre lucidissima), del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, e mia carissima amica. Per scrupolo di esattezza, riporto quel ch’ella scrive nel suo Rudolf Steiners esoterische Lehrtätigkeit. Wahrhaftigkeit, Kontinuität, Neugestaltung. Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1997, pp. 180-183:
«La messa in sonno della cerchia di lavoro in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale e la presa di posizione che ne scaturì rispetto alla frammassoneria.
Una causa che senza discriminazione di razze e di interessi doveva servire l’insieme dell’umanità passa dal bene al male allorché diviene la base della potenza per certi gruppi umani.
Tratto dalla prefazione fatta da Rudolf Steiner per l’opera di Karl Heise «Entente-Freimaurerei und der Weltkrieg», Basel 1919, ristampata in «Beiträge…» Nr.24/25, Pasqua 1969.
Nella descrizione che Rudolf Steiner dà nella sua Autobiografia circa l’istituzione cultica di conoscenza, si può leggere che questa fu «messa in sonno», a partire dallo scoppio della guerra 1914/18. E ciò, benché non si trattasse di una società segreta, per il fatto che essa sarebbe stata ugualmente considerata come tale. Nel suo articolo «Rudolf Steiner era un frammassone?», Marie Steiner riferisce che egli aveva allora deciso che l’istituzione sarebbe stata disciolta. Come segno di ciò egli strappò il documento – da non confondere questo con il «Contratto e accordo fraterno» riprodotto in GA 265 – che la concerneva. Indubbiamente, egli agì in questa maniera, perché dall’inizio della guerra ci si poteva rendere chiaramente conto che attraverso l’intervento di certe società segrete occidentali, la frammassoneria era stata deviata e messa al servizio dell’ «egoismo di certi popoli», mentre in origine essa difendeva «una causa buona e necessaria» ed era al servizio dell’intera umanità.
Egli considerava che questo abuso a profitto di finalità politiche particolari era ugualmente responsabile dell’evoluzione catastrofica che fu provocata dalla guerra del 1914, e lo condannava fermamente. Nel corso di conferenze fatte durante gli anni del conflitto dal 1914 al 1918, questo tema – cfr. la serie di sette volumi di «Storia cosmica e umana» – viene abbondantemente trattato. Egli ci teneva molto a che si formi un’opinione sui retroscena occulti che sono all’origine della guerra. Egli ci teneva anzitutto a che si potesse sapere chiaramente a chi incombeva la responsabilità di quel conflitto. È per questo motivo che in risposta ad una richiesta, egli redasse una prefazione per il libro di Karl Heise sulla frammassoneria. Che quest’opera fosse poi buona o cattiva non entra qui in discussione. Essa aveva perlomeno il merito di essere la prima a divulgare alcuni documenti confermanti le tendenze evocate da Rudolf Steiner.
La severa condanna delle speciali tendenze politiche di certe società segrete occidentali, non aveva affatto di mira la causa massonica in quanto tale. Ciò venne confermò per esempio per il fatto che poco tempo dopo la fine delle ostilità, Rudolf Steiner consigliò ad un membro della «sua istituzione simbolica cultica messa in sonno» di sollecitare la sua ammissione in seno alla massoneria. Ciò risulta dalla sua lettera a Rudolf Steiner, che porta la data del 25.02.1919 ove si può leggere: «ho seguito il Suo consiglio e il 13 febbraio sono stato iniziato come membro dell’Ordine dei frammassoni. Sono entrato nella Federazione della Gran Loggia Madre degli Stati Prussiani, detta «Ai Tre Globi», affiliato alla Loggia di S. Giovanni «Alla Roccia sul Mare», la stessa della quale fanno parte i nostri amici A.W. Sellin, Kurt Walther, così come Hackländer di Wandsbeck. Spero che mi sarà possibile di risvegliare a poco a poco in quella cerchia un certo interesse per l’occultismo di orientamento antroposofico e di coltivarvelo. È sotto questo aspetto che ho fatto il mio passo. Speriamo che la ripresa delle riunioni nella nostra comunità occulta sarà presto possibile». (Johannes Geyer, allora pastore ad Amburgo, a partire dall’autunno del 1919 insegnante alla Scuola Waldorf di Stoccarda. Dal 1912 fece parte della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Secondo l’abbozzo della sua biografia, contenuto in «Der Lehrerkreis um Rudolf Steiner in der ersten Waldorfschule», Stuttgart 1977, egli avrebbe tenuto in cerchie massoniche numerose conferenze sulle origini spirituali del simbolismo massonico, viste dal punto di vista dell’Antroposofia, ottenendo per ciò pure alti riconoscimenti).
La tolleranza rispetto alla causa massonica si è manifestata una nuova volta nel 1923 in occasione della fondazione della società nazionale inglese. Venne allora sollevata la questione di sapere se il Segretario generale previsto per quel posto poteva essere confermato malgrado la sua appartenenza alla frammassoneria. Rudolf Steiner rispose nella maniera nella maniera seguente:
«Allorché venendo da un qualsiasi altro movimento – nel caso attuale la frammassoneria – si desidera entrare nel movimento antroposofico, ho detto sempre questo: non si tratta veramente di sapere che cosa uno sia in un altro movimento; allorché egli vuole entrare nel movimento antroposofico, la sola cosa che conta è quella di essere un buon antroposofo. Non si tratta veramente di sapere se egli appartiene ad una corporazione di calzolai o di fabbri. Non faccio paragoni, parlo soltanto del principio: il fatto di appartenere ad una tale corporazione non deve nuocere in nulla alle sue qualità di antroposofo. Il fatto di essere un buon antroposofo è la sola cosa che conta per il movimento antroposofico. Che il postulante sia per il resto un buon, un mediocre o un cattivo massone non riguarda affatto la Società Antroposofica. […] Sarebbe un giudizio irragionevole di voler far dipendere il valore di un antroposofo dal fatto ch’egli sia membro o meno della massoneria.
Già nel passato ho detto che un certo numero di membri tra i più vecchi e tra i più preziosi sono frammassoni. Io non posso immaginarmi in che cosa una qualsiasi forma di massoneria potrebbe costituire ostacolo all’appartenenza alla Società Antroposofica. Non mi riesce affatto pensarvi. Io trovo che la Società Antroposofica voglia essa stessa essere qualcosa. Essa non sarebbe feconda nel mondo s’ella non fosse capace – permettetemi di esprimermi così – di agire in maniera positiva a partire dalla propria semenza. Ciò che conta, è che essa agisca in maniera positiva. Poco importa come ciò si presenti quando la si paragona a questo o a quel dato. Quando compro un vestito, l’essenziale è che corrisponda al mio gusto, che corrisponda alla mia intenzione. Poco importa che mi si dica : questo vestito non assomiglia a quello portato dalla tale persona. Non si tratta di indossare il vestito dell’altro, bensì il proprio. Quando si diviene antroposofo non si indossa il vestito della massoneria. In fondo è impossibile emettere un tale giudizio.
Ora dentro a tutto ciò si nasconde qualcos’altro. Scusate il mio franco parlare: non sono dell’opinione che i membri stimino sempre nel suo vero valore l’Antroposofia. Esiste nell’umanità attuale una tendenza a sovrastimare ciò che è più antico, ciò che fa maggior pubblicità, ciò che giuoca col misterioso, etc. Ciò che si presenta apertamente e con sincerità viene allora giudicato in rapporto all’agitazione e a ciò che ostenta una superiorità del resto alquanto indeterminata. Esiste una sorta di svalutazione del movimento antroposofico, quando di esso si dice che può venir leso dal fatto che il tale o tal altro membro proviene dal talaltro movimento. Il movimento antroposofico sarebbe ben debole se potesse intaccato da tali cose». Londra, 2.09.1923, GA259».
Un grande discepolo di Rudolf Steiner, del quale egli fa menzione nel XXXVI capitolo de «La mia vita», fu Herman Joachim, definito dal Dottore «uno dei più fedeli collaboratori del nostro movimento spirituale», era massone di grado elevato e Gran Segretario della Gran Loggia Nazionale Prussiana, e riferisce Marie Steiner che ai funerali di Joachim fu «l’unica volta che Rudolf Steiner partecipò ad una cerimonia massonica» (GA 265, p. 104). Nell’elogio funebre che il Dottore fece di lui, disse che era un grande antroposofo che: «era membro dell’Ordine Massonico ed aveva scrutato profondamente nell’essenza della Massoneria e nella natura delle associazioni massoniche». Mise in evidenza altresì come Herman Joachim fosse un profondo meditatore.
Si pensi a come il Duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della baronessa Emmelina de Renzis, traduttore, come sua madre, di varie opere di Rudolf Steiner con l’eteronimo di «Saro Giadice», fosse un 33° grado del Rito Scozzese Antico Accettato dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, membro del Gruppo di UR, sulla cui rivista scriveva con gli eteronimi di Krur e di Breno, e non di Arvo (che era invece lo stesso Julius Evola, come rivelava apertamente già negli anni trenta in un suo libro il suo amico Cesare Accomanni della Confraternita dei Polari) come errando afferma l’evoliano Renato Del Ponte. Ciò nonostante, Giovanni Colonna di Cesarò partecipò al Convegno di Natale del 1923 di fondazione della Società Antroposofica Universale. Si pensi a come lo stesso Pietro Scabelloni – «adamantino e luminoso come un Patriarca Zen», lo definì suo nipote Massimo Scaligero – fosse anche lui un 33° grado dell’Obbedienza «Scozzese» di Piazza del Gesù, e come fosse, oltre che un raffinato umanista, un ardente spiritualista, un elevato esoterista ed una degnissima persona.
Lo stesso Massimo Scaligero disse – ero presente al colloquio – ad A.P., proveniente da un passato massonico, che, qualora lo avesse ritenuto necessario o utile, poteva continuare a frequentare la loggia dalla quale proveniva e che questo non ostacolava affatto il suo lavoro interiore nella Scienza dello Spirito. Ciò dimostrò la grande tolleranza e la grande apertura di cuore del nostro Maestro.
Quanto scritto in questo articolo non ha lo scopo – come detto più sopra – di difendere Obbedienze massoniche, delle quali proprio nulla mi cale, ma unicamente di difendere la verità, e di correggere una serie di rappresentazioni errate e talune «mitologie» sentimentali paraconfessionali, che abbondantemente circolano negli ambienti «scaligeropolitani», come li chiama il mio caro amico C. Per cui pregherei di non trarre conclusioni sbagliate da quanto ho qui scritto, anche se sono sicurissimo che imbecilli ed alcune fetentissime malelingue in pessima fede non mancheranno certamente di trarne.
Su questi argomenti e sulla figura del Vate-Soldato avremo modo di ritornare. Ma prima di terminare, vogliamo ricordare quello che diceva Platone:
Possiamo perdonare ad un bambino di avere paura del buio, ma non possiamo perdonare ad un adulto di avere paura della luce.




















