IL CORAGGIO OLTRE IL LIMITE

G D'A.

.« Limite alle forze?
Non v’è limite alle forze.
Limite al coraggio?
Non v’è limite al coraggio.
Limite al patimento?
Non v’è limite al patimento.
Dico che il non più oltre
è la bestemmia al Dio
e all’uomo più oltraggiosa.
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Di là dal coraggio,
di là dal sacrificio,
di là dalla vita,
di là dalla morte,
ecco il luogo altissimo,
ecco il luogo profondissimo,
ecco il luogo segreto,
mistico e ardente,
dove io respiro ».

Gabriele d’Annunzio,
Ai compagni d’ala e d’anima.
Il dì 7 di agosto 1918. Sul campo di S. Pelagio.

*

Vi è un impulso interiore nell’anima del quale il cercatore dello Spirito ha assolutamente bisogno, se vuol percorrere sino alla mèta la Via ch’egli si è liberamente prescelta per giungere alla realizzazione cosciente dello Spirito. Posto, tuttavia, ch’egli si sia realmente prescelta, liberamente e coscientemente, una tale Via, poiché – come ammonisce Lao-tse – la Via dello Spirito non è e non può essere la via ordinaria, ossia la via volgare, la via comoda, in definitiva, la via egoica: quella che seguono tutti. E ciò che rattiene tutti, o i molti, nella comodità della via egoica è la paura. Paura di che cosa? Paura dell’ignoto spirituale che ci trascende e che temiamo conoscere. Paura di quell’ignoto spirituale che esige imperiosamente che noi superiamo la eccessivamente comoda natura umano-troppo umana in noi, ossia quella natura umano-animale che è la distorta, caricaturale, immagine dell’autentico Uomo Interiore, del verace Uomo Spirituale, ossia di quello che sapientemente Lao-tse chiama: l’Uomo Vero. Il che naturalmente – vorremmo dire: ovviamente – implica che l’«uomo ordinario», in quanto essere umano-animale, non è l’Uomo Vero, e che, perciò, egli si trova immerso in uno stato di menzogna: menzogna su se stesso, sul mondo, sullo Spirito. L’«uomo ordinario» è immerso in uno stato inautentico, in uno stato antispirituale, contraddicente il suo essere originario. Ed egli teme conoscere la verità su tale sua vilissima condizione di vera abiezione. La teme talmente da scambiare per « spontaneità della sua natura », quella che in realtà non è altro che il suo impotente assenso, il suo passivo subire la manifestazione non ostacolata della decaduta e nondimeno arrogante natura psichica e animale in lui. Paura di conoscere, quindi, la sua stessa paura.

L’«uomo ordinario» teme, appunto, conoscere questa scomoda verità sul suo reale stato, ma teme ancor più conoscere l’autentico stato spirituale che trascende e supera lo stato di miserabile abiezione nel quale egli normalmente si trova. Ignora, e segretamente teme, l’autentico Spirituale che lo trascende. Teme, soprattutto, la radicale trasformazione interiore a lui richiesta e necessaria per innalzarsi alla conoscenza di un tale Spirituale. Teme, infine, lo sforzo, l’energia della quale dovrebbe essere capace per realizzare tale conoscenza. La sua è proprio una condizione vilissima.
Ma qual è, dunque, l’impulso interiore necessarissimo – e assolutamente imprescindibile – del quale ha bisogno il cercatore sincero che, coscientemente e audacemente, sceglie il sentiero della realizzazione concreta – e quindi non filosofica, non culturale, non mistica – dello Spirito, ossia la «Via» non ordinaria cui allude Lao-tse? Come nasce, come si alimenta e vien tenuto vivo quest’impulso interiore capace di sospingere il cercatore sull’arduo sentiero spirituale da lui scelto? Indubbiamente, è necessario un grande coraggio per affrontare una Via che richiede tutto da chi la affronta. Un tale coraggio è necessario per affrontare la verità su se stessi, evitando la tentazione di attenuarla, di diluirla, di edulcorarla, di «travestirla» a se stessi con illudenti menzogne. Un coraggio anzitutto conoscitivo. Ma un tale coraggio, pur tanto necessario, non è sufficiente perché egli è ancora fermo entro il limite che lo paralizza. La sua conoscenza non è ancora sufficientemente coraggiosa e quindi egli ancora non conosce realmente. Non conosce così intensamente da poter superare il limite, trascendendo la natura umano-animale che lo asserve e lo imprigiona. Entro tale limite egli può rimanere anche per tutta la vita, pur continuando a macerarsi in un’autoconoscenza che diviene, alla lunga, sterile e impotente, e quindi, in definitiva, insincera e illusoria.

Quello che gli necessita è il coraggio di voler conoscere l’inconosciuto Spirituale, che è oltre il limite che fatalmente lo arresta. Limite dal quale egli si fa arrestare. Limite fatale al quale, tuttavia, non è fatale ch’egli si arresti. Limite che è un pensiero ch’egli non riesce compiutamente a pensare. Si lascia fermare e paralizzare da un pensato oltre il quale egli non riesce, non vuole, non osa pensare o imaginare . Gli occorre, infine, il coraggio di conoscere la forza, l’intensità della forza che è necessaria per attuare la trasformazione dell’anima che faccia dischiudere in lui il nuovo stato interiore: l’assolutamente diverso, l’affatto inaspettato. La forza che può far superare la bronzea barriera che arresta l’uomo ordinario – barriera che spegne l’aspirazione condizionata, insufficientemente intensa – viene da oltre il limite.

Questa forza, tuttavia, pur provenendo dallo Spirituale al di là del limite, in realtà è già presente nell’anima del sincero ricercatore, dunque al di qua del limite. Massimo Scaligero chiama tale forza: volontà solare, e chiama: «Via della volontà solare», l’arduo sentiero che questi deve percorrere. Questa «volontà solare» è quella che si attua nella concentrazione. Vi è una progressione dell’intensificarsi della forza di questa «volontà solare» nei gradi di attuazione della concentrazione: a partire da un preliminare, semplice, volitivo controllo del pensiero logico, alla concentrazione vera e propria come ricostruzione del concetto-sintesi dell’oggetto, alla concentrazione su questo stesso concetto-sintesi, sino alla concentrazione-contemplazione profonda del concetto-idea percepito al di là di ogni possibile forma, e alla contemplazione della pura forza-pensiero libera da ogni oggetto. La «volontà solare» si attua sempre più nel processo della concentrazione come forza indivisa, nella quale pensare sentire e volere sono uno. Anzi essi sono l’Uno. Questo progressivo attuarsi della «volontà solare» è un audace atto di donazione assoluta di sé, un incondizionato donarsi che è un radicale essere liberi dal passato, dal già fatto, dai movimenti obbligati della memoria automatica, da ogni routine spenta e meccanica, dalle abitudini, dalle forme cristallizzate di una decaduta «natura» coagulata in noi come psiche razionale e animale. È il progressivo intensificarsi di un «fuoco» che, ardendo, «purifica», disciogliendo e cancellando le coagulate configurazioni della «natura», che condizionano l’«uomo ordinario». È un de-configurarsi, un de-condizionarsi, un coraggioso far tabula rasa di tutto ciò che noi veramente non siamo, ma con cui ottusamente e fiaccamente c’identifichiamo.

Naturalmente, questo far piazza pulita di tutto il passato e il conseguente attuarsi del «vuoto» dell’antica natura è temuto e avversato dalla parte umano-animale dell’«uomo ordinario», che reagisce in ogni modo possibile nel tentativo di sopravvivere al proprio naufragio. L’umano-animale può reagire in maniera virulenta o sottile. Può reagire con imponenti emergenze istintive o emotive, con la brama o con l’angoscia, con la fatuità o col deviare il problema sul piano «culturale», o «mistico», o peggio ancora «politico». Si può presentare addirittura il caso in cui nell’ «intellettuale impegnato» – ossia nell’asceta mancato – si fondano, in maniera insana e improvvida, «cultura», «misticismo» e «politica». Vi è da chiedersi, allora, quale sia la causa che spinge ad inoltrarsi su questi binari morti sui quali si arresta e fallisce l’impresa interiore. Il veleno offuscante e paralizzante è sempre la paura. La paura che impedisce l’intraprender «lo cammino alto e silvestro», che spinge a ritornare alla «selva selvaggia», alla «diserta piaggia», a rinunciare alla «speranza de l’altezza», e a volgersi indietro «a lo passo che già mai lasciò anima viva».
Illuminanti, a questo proposito, sono le parole di Massimo Scaligero ne La Tradizione Solare:

«La correlazione metafisica è la donazione di Sé all’e s s e n z a, epperò il moto d’amore incondizionato, realizzabile nell’anima: l’essenza essendo identica in ogni ente. Insufficiente è la volontà di verità in chi muove non dall’elemento originario della coscienza, bensì da un principio che si rappresenta fuori di sé, attribuendogli una virtù suscitatrice che non sa scorgere in sé: non gli è concepibile l’atto di amore inscindibile all’atto della conoscenza »(p. 120). E poco più oltre:
«La conoscenza è la ricerca della verità. L’amore per la verità può essere tale da far scorgere il segreto della presenza dell’elemento solare nell’anima. La insufficienza dell’amore per la verità, è sostanzialmente insufficienza del coraggio necessario a contemplare il processo del pensiero nella coscienza. Tale contemplazione è un atto improgrammato, non previsto, non tradizionale: un atto libero, che immette nei processi del mondo un elemento di interna resurrezione: l’elemento originario solare che va oltre essi. È l’atto possibile a chi muove dall’elemento solare della coscienza, non dai prodotti cristallizzati di essa, assunti come premesse per un ulteriore argomentare. Invero la Tradizione perenne è il ritrovamento del Logos solare. Perciò viene detta Tradizione Solare» (pp.120-121).

Dalla dimensione della paura può sorgere, in taluni, l’impulso ad attaccare la Via del Pensiero Vivente, che è il veicolo – l’unico – dell’attuarsi della volontà solare. È capitato di udire come «la Via del Pensiero possa diventare la via del sublime egoismo», come «occorra stare attenti a non fare troppa concentrazione perché può far male», come, in definitiva, la Via della concentrazione non sarebbe la Via Regia al Logos e che, di conseguenza, la Via indicata da Colui che è stato chiamato il Maestro d’Occidente sarebbe «una via incompleta e superata». In realtà, può essere superato unicamente ciò che stato conosciuto, attuato e conquistato. E non si può non vedere nelle suddette espressioni, che possono ingannare molti, se non l’espressione non solo della paura dello Spirituale, bensì anche della radicale avversione nei confronti dello Spirituale e della sua conoscenza. La concentrazione – se eseguita così come è stata instancabilmente indicata con abbagliante e ripetuta chiarezza da Massimo Scaligero, se eseguita con coraggio e purità di cuore – non può mai fare male, perché essa è l’attuarsi dello Spirito in noi e attuare lo Spirito non solo non può far male, anzi è la medicina radicale del male umano, di ogni male umano. Mentre fa sicuramente malissimo non attuare lo Spirito.

Osiamo dire che tale Via del Pensiero, recando in sé l’elemento solare originario, non solo è insuperata bensì è anche insuperabile. Questo elemento solare non è possibile superarlo, ma solo illimitatamente attuarlo. Attuarlo sempre di più, oltre il limite raggiunto lottando, oltre la misura di conoscenza, di volontà, di coraggio, dei quali si è stati capaci sino a quel momento, oltre quello che si è stati capaci di pensare o di imaginare. Avere tanta volontà di Assoluto, tanta sete d’Incondizionato, da aprirsi in sé stessi alla forza che può portarci oltre il limite che prima ci arrestava. Avere il coraggio di trovare il riposo nel movimento incessante, nell’agire instancabile che rinuncia al mero fruire del già fatto – che irrigidirebbe al di qua del limite – e di portarsi oltre ogni barriera alla quale la natura, anche come natura spirituale, aspirerebbe arrestarsi. Un tale coraggio è quello richiesto per percorrere sino alla mèta la Via che lo Spirito esige dal ricercatore sincero, Via, che in contrapposizione alla via egoica, vien detta Via solare ed eroica.
Rispetto all’importanza per l’ascesi individuale solitaria e per quella attuata dall’individuo nella Comunità Solare, sono decisive, a nostro avviso, le seguenti parole de La Tradizione Solare, nella quale, alle pp.133-134, è detto:

«L’Evento centrale accennato, anche se riguarda la totalità del genere umano, nella sua dimensione invisibile fa appello alle comunità spirituali e alle rare individualità che costituiscono nei popoli le minoranze sconosciute, o isolate, o misconosciute il cui còmpito è collegare il karma dei popoli con il principio solare. Resta tuttavia a vedere quanto dell’elemento solare nelle personalità qualificate sia ancora suscitabile ai fini di una restituzione della Tradizione Solare: quale potenziale irriducibile di volontà e di dedizione sia ancora in essi possibile in senso sacrale, e fino a che punto il caos delle parvenze e l’ethos del laido e del livellato, divenuto valore della cultura, abbiano avuto il potere di spegnere in essi l’impeto della fedeltà e della lotta. Un simile spegnimento equivale a un tradimento, ossia a una dissoluzione dello Spirito, non dissimile a quella in atto nella cronaca quotidiana dell’attuale vita dei popoli.
Anche se non si può parlare di un tradimento cosciente, bensì di insufficienza di coscienza che rende possibile il tradimento, l’entità decisiva di tale tradimento non è quella delle associazioni e dei gruppi spirituali, scadenti nel destino delle chiese e dei mediocri pontificati medianico-dialettici, ma quello di coloro che conoscono e tuttavia rifiutano di rendere operante l’elemento solare dell’anima. La Tradizione Solare è la Scienza dello Spirito che restituisce all’interiorità umana la coscienza dell’elemento solare e il metodo per realizzarlo nell’attività in cui può divenire immediatamente consapevole. Chi riesca a riconoscere in tale Scienza il còmpito che le corrisponde, non può non avere in esso l’indicazione dell’impegno dominante della propria vita».

Queste parole severe di Massimo Scaligero sono più che giustificate dall’insufficienza di dedizione dimostrata dall’immemore accolita di molti che da lui ricevettero insegnamento, consiglio e aiuto e che poi hanno smarrito il dono della Luce ricevuta nei meandri paludosi di una torpida e ottusa quotidianità, di una fiacca compromissione con i valori ambigui e illudenti di una esteriorità mondana, fatta di brama, di delusione, di disgusto e di avversione. In altri casi, indubbiamente più gravi, si è giunti all’aperta o all’abilmente mascherata avversione nei confronti della Via Solare da lui indicata, per la coscienza, o il rimorso, di aver fallito l’impresa interiore, di non aver osato, o di aver rinunciato, per paura della tensione assoluta che la Via Vera esige .
La Sapienza Celeste è una Dea che dai suoi innamorati esige ch’essi per suo amore tutto donino, tutto sacrifichino, tutto osino: che La amino con assolutezza, che non condividano questo amore per Lei con altri oggetti – inevitabilmente di natura effimera e volgare – perché una tale condivisione non potrebbe essere, ai suoi celesti occhi, altro che adulterio e tradimento. Per esser veraci amanti della Sapienza Celeste è necessario divenire Fedeli d’Amore. E la misura autentica di amare la Sapienza Celeste è di amarLa senza misura, perché solo un Amore Assoluto, cioè voluto incondizionatamente oltre ogni ostacolo, oltre ogni barriera, oltre ogni limite, può congiungere il cercatore che si faccia Fedele d’Amore a Lei.

Anni fa, parlavo con un caro amico sapiente, audace ermetista e grande ammiratore di Massimo Scaligero. Egli mi fece un’esegesi spirituale delle mirabili parole di Gabriele d’Annunzio, riportate all’inizio come motto. Mi mostrò quanto fosse importante, per la Via eroica, l’atteggiamento interiore e lo stato interiore dell’anima in esse alluso. Poiché, al di là di quel che è stato detto più sopra, vi è un grande segreto celato in tali parole, lasciamo alla sagace meditazione del sincero ricercatore la gioia della sua scoperta. Il disvelamento di un arcano che può essere intuito solo con Intelletto d’Amore.

Poiché la figura del Vate-Soldato ha suscitato e suscita in taluni cultori della Scienza dello Spirito varie difficoltà e non poche prevenzioni, è il caso di riproporre alcuni pensieri su Gabriele D’Annunzio pubblicate a suo tempo sul vecchio forum da Attila, che volentieri ne concede ad Ecoantroposophia la disponibilità e un necessario adattamento del linguaggio al presente sito, eliminando talune espressioni virulentemente polemiche – secondo noi, peraltro, pienamente giustificate.

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L’impacabile veggenza interiore conduce alla solitudine dell’anima”.
Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio cultore di una celata Sapienza? Assolutamente sì, se in un’epoca – quello che fu chiamato le siècle stupide – nella quale il positivismo faceva a fine Ottocento la mistica della locomotiva a vapore e del motore a scoppio, a lato delle fatuità dei balli ai Grand Gala nei vari Grand Hôtel, illusioni che la Prima Guerra Mondiale tutte spazzerà via sanguinosamente, egli scriveva parole come queste: “Io sono un ardentissimo novizio della scienza occulta. Da qualche tempo io vivo in un altro mondo. so finalmente come si fa a sollevarsi dalla terra, a navigare verso una nuova regione, a camminare per una selva di sogni, a ragionare con gli spiriti, ad esse ospite in un reame di fiabe, ad abitare in palazzi d’oro immateriali e di perle imponderabili. Io so che tutto è una emanazione della sostanza una, infinita ed eterna; e che l’uomo terrestre è l’immagine dell’uomo celeste; e che li universi sono i riflessi dell’Uno”. E questo è il Vate ermetista e kabbalista.

Ma pochi sanno come D’Annunzio fosse attento lettore di Rudolf Steiner. Infatti, egli possedeva nella sua biblioteca il libro Iniziazione e Misteri, edito a Napoli, nel 1923, dalla Casa Editrice Partenopea, dove a p. 43 vi è una citazione di Filone d’Alessandria, riportata da Steiner, e ben evidenziato da D’Annunzio, segno di attenta e interessata lettura, che con parole significativamente simili dice: “Sovente, allorché mi riscoto dal sopore della corporeità e rientro in me, distogliendomi dal mondo esteriore, e penetro dentro me stesso, scorgo una mirabile bellezza; allora io sono certo di essermi internato nella parte migliore di me; metto in attività la vita vera, sono unito col divino, e in lui fondato, e conseguo la forza di trasferirmi nel mondo trascendentale”.

Ma D’Annunzio aveva anche altre opere di Rudolf Steiner, tuttora presenti nella biblioteca del Vate al Vittoriale, tra queste il libro Teosofia, edito nel 1922 a Milano dalla Casa Editrice Aliprandi. Ed ancora anni dopo, il 3 settembre 1935, segno di un suo profondo e persistente interesse, il Vate abruzzese così scrive ad Antonio Bruers che al Vittoriale gli riordinava la biblioteca: “Tu che meglio di chiunque altro leggi l’incognito, svela al tuo misero fratello la divinazione di Steiner nella mia Officina operosa”. E si hanno anche varie notizie e testimonianze di altre opere di Steiner, possedute e lette dal Poeta-Soldato, andate poi smarrite o rimaste in altre mani dopo la di lui morte.
Che, malgrado la sua vita caotica e trasgressiva, nella parte più profonda di sé D’Annunzio avesse le idee ben più chiare di tanti antroposofazzi ed antroposofesse chiacchierone, lo si può vedere dalle parole davvero illuminanti, riportate nel suo Libro segreto, ove dice: “ A Eleusi in un pomeriggio d’estate appresi da una pietra che, secondo un’essenzial legge dello Spirito, l’arte stessa può diventare esotèrica. In antico religioni e filosofie non vissero se non di silenzio: conobbero ed osservarono la necessità del silenzio. Quelle che a tale necessità si sottrassero, quelle furono sempre mal comprese difformate profanate avvilite”. Chiaro, no?!

Ma c’è di più! Il valente orientalista Enrico Pappacena, sincero e ardente seguace della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, nonché discepolo e amico di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, così scrive di Gabriele D’Annunzio, chiamandolo “il più grande poeta che l’Italia ha avuto dopo l’iniziatissimo Alighieri”, alludendo palesemente a rapporti con chi avrebbe potuto essergli Maestro: “D’Annunzio era, senz’altro, a conoscenza dell’iniziazione e delle possibilità che l’Iniziazione offre, nonché delle norme e delle espressioni che essa impone. Le prove esteriori di tale conoscenza sono numerose e facilmente individuabili, da un lettore attento. Mi basterà ricordare una sola, e di per sé eloquentissima. La simbologia della rosa, del giglio, del melograno. Da fonte autorevole seppi, anni fa, in Abruzzo, che Gabriele D’Annunzio aveva ricevuto da un grande Maestro di vita spirituale, l’invito a rinnegare tutte le proprie opere – come Platone rinnegò la sua abbondante produzione poetica -, per dare inizio ad una vita nuova e ad una nuova scrittura. D’Annunzio si rifiutò. Egli si sentiva celebratore dell’Universo quale appare ai sensi scaltriti e della Vita quale può essere liberamente sperimentata. Non volle varcare la soglia, o passare nel Regno della sola Pura Spiritualità Causatrice, ove sovrani dominano tutti i Grandi che conosciamo e quelli che ignoriamo ( le Guide operanti, ma non manifeste), dai primissimi Cantori del divino sino al Goethe e a Rudolf Steiner. È chiaro che D’Annunzio non avrebbe potuto ricevere quell’invito (i Maestri lasciano poi, sempre, assoluta libertà), se non fosse stato giudicato idoneo al superamento, che, d’altronde egli fece pur bene a non attuare, in questa vita”.

E questo fia suggel ch’ogni uomo sganni.

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Sicuramente D’Annunzio visse in maniera coraggiosa la sua tragica vita, e coraggiosamente agì sia nelle sue imprese migliori che nei suoi errori, ch’egli – come ricordava Attila nella chiusa del suo articolo sul precedente forum – pagò sempre di persona. S’egli peccò, peccò fortiter, ossia virilmente, temerariamente compromettendosi. Ma come affermava Massimo Scaligero, il Logos ama ed è vicino a chi coraggiosamente si compromette.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,