Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

SCIENZA DELLO SPIRITO E FALSO ESOTERISMO. La Via Solare e le false vie lunari.

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Alcuni amici, e amiche, che seguono Ecoantroposophia, dopo avermi simpaticamente preso in giro a proposito degli effetti letterari provocati dalle mie insonni ore notturne, «pervase di dolcissima melanconia», mi hanno chiesto ulteriori notizie su quanto da me scritto nell’articolo Verità e illusione nella pratica interiore, e in particolare circa il ruolo per niente limpido esercitato dal Dr. Gérard Encausse, in arte Papus, e dal suo «Martinismo», in campo spirituale e non solo.

Premetto che, quando scrivo su un argomento, lo faccio solo dopo aver compiute le più severe verifiche su quanto vado affermando storicamente, e che non mi permetto mai di affermare cose per le quali io non possegga i documenti probanti. Nel caso di colloqui da me avuti con personalità varie per le quali porto testimonianza diretta, come di esperienza da me realmente vissuta, me ne rendo moralmente garante, e devo far presente che mi baso esclusivamente sui fatti,  non su congetture o affabulazioni, che tanto sono di moda in ambienti sedicenti «occultisti» o «esoterici». Inoltre è mia abitudine andare direttamente alle fonti, lette ed esaminate in lingua originale, e di considerare solo in un secondo tempo quanto riferito in testi diversi, i quali a loro volta ne citano altri, o riferito in traduzioni italiane che sovente si rivelano scientificamente imprecise o poco affidabili.

Nel caso di Papus e del suo preteso «Martinismo», possiedo una vasta documentazione di testi originali – in francese, in inglese, in tedesco, in spagnolo e in italiano – e di qualche migliaio di lettere, circolari più o meno riservate, testimonianze scritte. Nel su citato articolo, riportavo semplicemente affermazioni molto esplicite di Rudolf Steiner (del quale possiedo l’intera Opera Omnia), da me tradotte direttamente dal testo tedesco non edito in italiano, e di Massimo Scaligero, tratte da Lotta di Classe e Karma, opera tutt’altro che secondaria o minore, e per nulla legata a lontane e superate contingenze temporali, come qualche incauto potrebbe affermare.

Ma se dovessi citare tutta la documentazione, che mostra quanto sia spiritualmente e moralmente equivoca la figura di Papus, quanto acciarpata, improvvisata e approssimativa sia la sua «sapienza», narrare molti episodi sin troppo eloquenti della sua sciagurata vita, oltre che tediare il candido lettore e ad abusare della sua pazienza e benevolenza, non la finirei più. Col materiale documentario che ho, potrebbero essere scritti svariati volumi, dei quali attualmente non vedo la necessità, né tampoco ho voglia di assumermene la fatica. Del resto, ritengo che la verità sia di chi la cerca, di chi lotta per essa, di chi la conquista, di chi la venera, e di chi la ama. Non dei pigri, non dei pavidi, non dei falsi, non dei bugiardi, non degli opportunisti, non degli avventurieri e dei profittatori.

Tuttavia, due elementi devono essere messi in evidenza nella vita e nell’opera di Papus, elementi che hanno emblematicamente un valore generale. Questi elementi – al di là delle edulcorate e sciroppose dichiarazioni retoriche di altruismo, di fratellanza universale, di compassione e carità, di cristianesimo e cattolicesimo più o meno rivisto e corretto a seconda della bisogna, dichiarazioni che a me dànno visceralmente fastidio – riguardano lo scivolamento nella necromanzia e nella vera e propria magia nera da una parte, e dall’altra la collusione tra esoterismo e politica. La ricerca della potenza – ricerca che porta sempre all’inflazione dell’ego e allo scivolamento nella magia nera – e la collusione tra esoterismo e politica – ma dovrei dire: l’uso di forze magiche a finalità politiche – sono due gravi deviazioni che hanno portato a smarrire il sentiero spirituale a molti esoteristi: anche a certuni che passano per «maestri», ed hanno prodotto i peggiori disastri sia in campo spirituale che in campo sociale.  

Rudolf Steiner nella conferenza, non tradotta in italiano, tenuta a Berlino il 4 aprile 1916, e contenuta nel ciclo Gegenwärtiges und Vergangenes im Menschengeiste (Presente e passato nello spirito dell’uomo), pubblicato nella GA-167, parla esplicitamente alle pp. 90-91 sia dell’abuso magico che della collusione politica presenti nell’opera di Papus, e a p. 94 del suo preteso «Martinismo», e stigmatizza le fumisterie e le imposture del medesimo, operate dai «Papusianer», ossia dai seguaci fanatici di Papus. Steiner afferma che si dovrebbe difendere il nome del «Filosofo Sconosciuto» Louis-Claude de Saint-Martin e il suo tentativo al servizio della verità nel XVIII secolo.

Il tentativo di «accaparramento del suo nome» – Inanspruchnahme seines Namens, nel testo tedesco della citata conferenza – non desta veruna meraviglia, in quanto assistiamo da vari anni al tentativo di indebito accaparramento dei nomi di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero da parte di evoliani, kremmerziani, martinisti, gesuiti e cattolici tout court, nel quadro di quella manipolazione delle coscienze individuali e dei movimenti spirituali, che l’ultracattolico integralista brasiliano Plinio Correo de Oliveira, ispiratore e stratega assieme a P. Florindo Giantulli S.J. dell’Alleanza Cattolica, chiama «trasbordo ideologico inavvertito». Il tutto ad majorem gloriam Societatis Jesu et Romanae Ecclesiae, naturalmente. 

In effetti, se vi era qualcosa di contrario al pensiero e alle intenzioni dichiarate di Louis-Claude de Saint-Martin, è proprio la creazione di un «Ordine Martinista». Egli ricevette in una sola volta i tre gradi cohen del «Portico» da Baudry de Balzac tra il 1766 e il 1768 entrando così a far parte dell’Ordre des Chevaliers Maçons Elus Coëns de l’Univers, ed incontrò personalmente Martinès de Pasqually, suo Maestro, nel 1768. Nel febbraio del 1771 lasciò l’esercito e divienne segretario di Martinès de Pasqually a Bordeaux. Date le sue elevate predisposizioni spirituali, Saint-Martin percorrerà rapidamente i vari gradi dell’Ordine degli Eletti Cohen, venendo consacrato Réau-Croix, il più elevato grado dell’Ordine teurgico di Martinès, attorno al 17 aprile del 1772, poco prima che questi, nel mese di maggio di quell’anno partisse per Santo Domingo dove morì. In seguito, nel 1785, entrò a far parte del Rito Scozzese Rettificato, riforma in senso cohen della Stretta Osservanza Templare operata da Jean-Baptiste Willermoz, ma se ne allontanò ben presto, perché contrario alle pratiche medianico-sonnamboliche che questi, creando la Società degli Iniziati, aveva introdotto dietro suggestione dell’Agent Inconnu, ossia della canonichessa Marie-Louise de Monspey. Nel 1790, chiese per lettera che il suo nome venisse cancellato dai registri di tutti gli ordini massonici ai quali aveva appartenuto. Negli ultimi anni, dal 1786 sino al 1791, figurò solo di nome nei piedilista delle varie logge massoniche.

Saint-Martin non fondò mai nessun  Regime, nessun Rito, nessun Ordine massonico, e neppure nessun Ordine o Società di altro tipo. Egli fu un «mistico» nel senso migliore del termine: un mistico alla Meister Eckhart, alla Jakob Boehme, alla William Law, alla Jean Leade, ed un «teosofo» nel senso antico, ossia non blavatskiano del termine. Ad un certo punto, Saint-Martin si distaccò dalle vie attive della magia teurgica dell’Ordine degli Eletti Cohen, per orientarsi sempre di più verso una «via interiore» fatta di meditazione e preghiera. E come abbiamo visto, egli arrivò a diffidare della stessa Massoneria e dei suoi metodi, malgrado una sua breve appartenenza al Rito Scozzese Rettificato di Willermoz. E soprattutto non fondò mai alcun Ordine «Martinista». Il suo insegnamento fu esclusivamente scritto, attraverso i suoi libri, ed orale, per una ristretta cerchia di amici, ai quali trasmetteva direttamente – ed affermava che solo così la si poteva trasmettere – la sua conoscenza spirituale.

L’Ordine Martinista fu una personale «invenzione» di Papus, il Dr. Gérard Encausse, il quale non  era un Iniziato, non era un Maestro (neppure di se stesso…), non era un Mistico nel senso antico e saintmartiniano, e non era neppure un Mago sapiente: era semmai un «magazzo» da strapazzo, pittoresco, grottesco e un po’ burlesque. Il suo sapere nasceva da letture autodidatte: vaste e disordinate, le definirebbe il mio ottimo e sapiente amico C. Era un divulgatore e un volgarizzatore disordinato e non rigoroso, un pasticcione che finiva quasi sempre per involgarire quanto divulgava. E soprattutto, era un grande trappolone, un grande intrallazzatore esoterico e financo politico.

Per illustrare i due elementi pericolosi – necromanzia e magia nera da una parte, e collusione tra esoterismo o magia con la politica, dall’altra – voglio trascrivere, traducendolo dal francese, quanto scrive Dèodat Roché il quale, prima di incontrare l’Antroposofia e diventare discepolo personale di Rudolf Steiner, aveva appartenuto all’Ordine Martinista papusiano e alla Chiesa Gnostica, ambienti nei quali conobbe bene Superiori Incogniti martinisti come Sédir, Sisera, Rosabis, e altri, sicuramente persone più degne, sapienti e portatrici di una spiritualità più pura di quella del Dr. Gérard Encausse, alias Papus. Alle pp. 263-264 della sua opera L’Eglise Romaine et les Cathares Albigeois, Narbonne-Aude, 1957, Déodat Roché scrive:

«Del resto che cosa si manifesta in una seduta di necromanzia? Eliphas Levi aveva mostrato soprattutto che si poteva evocare una immagine astrale, ma Papus aveva fatto notare (Traité Méthodique de Science Occulte, p. 344), che «gli spiritisti sono stati scandalizzatissimi apprendendo che i principi superiori dell’uomo non hanno nulla a che vedere con le comunicazioni tra i vivi e i morti». Egli sottolineava esattamente: «Un’altra obbiezione è la seguente: Gli occultisti osano pretendere che l’essere umano si scinde in più entità dopo la morte e ciò che viene a comunicare non è l’essere intero, ma un frammento dell’essere – un guscio astrale!». È così che gli spiritisti credono sempre alla manifestazione degli “spiriti”, mentre questi spiriti sono ben al di là di tutte le manifestazioni spiritiche».

E nella nota 9, in calce a p.264, relativa a questa citazione, Déodat Roché aggiunge:

«Nella nostra opera sulla Survivance et l’immortalité de l’âme, abbiamo indicato con esattezza che cosa sia il fantasma, che può persistere per qualche tempo dopo la morte e che gli spiritisti prendono come manifestante sempre uno «Spirito», ossia un’anima».

A p. 275, Déodat Roché così scrive: «Tuttavia, l’opera del Dottor Encausse (Papus) era dapprima teorica. Egli dava una definizione abbastanza vaga della magia come «applicazione della volontà umana dinamizzata all’evoluzione rapida delle forze viventi della natura».

E aggiunge nella nota 2, sempre a p. 275:

«Tuttavia, io ero stato già urtato dall’importanza che Papus attribuiva ad Eliphas Levi (l’Abbé Constant) nel suo Trattato Elementare di Scienza Occulta, e ancor più perché egli dichiarava nella sua opera sulla magia che il suo lavoro «non aveva altro scopo che di servire da introduzione al rituale di magia di Eliphas Levi». Ora, senza accostare la questione della magia nera, cioè malefica, dobbiamo sottolineare che Eliphas Levi agì come necromante nella sua evocazione di Apollonio di Tiana e non ebbe una chiara visione. In effetti, egli dichiarò di aver visto il suo fantasma, ma di essere svenuto e senza percepire neppure quel che un sogno preciso gli avrebbe dato (vedi Dogme et Rituel de la Haute Magie, t.I, pp. 270 e segg., Garnier éditeur, 1861)».

A queste limpide considerazioni di Déodat Roché, vogliamo accostare, per l’evidente affinità che hanno, le parole di Rudolf Steiner, tratte dalla conferenza di Torquay del 18 agosto 1924, pubblicata in Das Initiaten-Bewußtsein, Die wahren und die falschen Wege der geistigen Forschung, GA-243 (abbiamo preferito ritradurre il testo, perché la traduzione, pubblicata in seconda edizione dall’editore romano Tilopa, risulta alquanto imperfetta e l’editore, inoltre, ha operato discutibili tagli chirurgici sul testo con dubbie finalità) da noi già citate nel precedente articolo:

«Potete trovare indicazioni molto problematiche e pericolosissime in questo senso negli scritti di Eliphas Levi, e anche in quelli di Encausse, che ha scritto sotto il nome di Papus. Trovate in essi indicazioni problematiche e assolutamente pericolose per realizzare quelle cose. Ma dobbiamo parlare qui dell’aspetto obbiettivo delle cose, dell’essenza delle cose, ed è per questo motivo che dobbiamo accostarle. Tutte queste cose conducono alla magia assolutamente nera, nella quale si lavora con lo spirituale celato nel terrestre».

Déodat Roché si era già espresso circa le pratiche irregolari di Papus nel libro Survivance et Immortalité de l’Ame, apparso nel 1955, ove nel capitoletto L’hermétisme et la science spirituelle moderne mette a confronto i metodi decadenti e spiritualmente irregolari dell’occultisme papusiano con la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. E in particolare alle pp. 222-223 dice:

«Nondimeno il Dr Encausse ritrovava, a lato delle dottrine antiche, la loro espressione pratica nella magia, basata su «influenza delle parole magiche conosciute dagli egiziani» ed è per questo ch’egli ha scritto un Trattato elementare di magia pratica. Ci si poteva così mettere in rapporto con le entità della natura, chiamate elementali, proprio perché la magia veniva definita come «L’applicazione della volontà umana all’evoluzione rapida delle forze della natura». Ora, era proprio della evocazione di quelle entità che si trattava a tutta prima. Ma quelle salamandre, quelle silfidi, quelle ninfe e quegli gnomi leggendari che così appaiono, non potevano essere semplici allucinazioni o addirittura entità psichiche create dal suono delle parole emesse? Le formule di scongiuro degli «spiriti degli elementi», che esprimono la volontà di vedere possono benissimo produrre quegli effetti.

È certo che, per vedere realmente quegli esseri, occorre che ciò sia con gli occhi dell’anima e nel loro proprio regno. Del resto, essi non si lasciano penetrare se non da coloro che li amano, giacché soltanto l’amore dà la chiaroveggenza. […]

L’evocazione magica di un essere umano non è altro che una malia fascinatrice, envoûtement, che esercita una costrizione immorale sul corpo eterico di un’altra persona, e dispiace che Papus abbia dato esempi di questa stregoneria, con «talismani d’amore», o altre ricette o filtri raccolti nei grimoires del Medio Evo. Quanto all’evocazione dei morti, è una necromanzia poco attraente e pericolosa. Perché, dunque, Papus ha evocato alla corte di Russia «il fantasma del piissimo Alessando III», quando sapeva attraverso Fabre d’Olivet, citato nel suo Traité méthodique de Science Occulte (p. 935) che l’adepto può governare ed adoprare gli spiriti degli elementi, ma «non può esercitare la sua azione sullo Spirito immortale di nessun essere umano vivente o morto, poiché quegli spiriti sono tutti a ugual titolo scintille dell’essenza divina, e non sono soggetti ad alcuna dominazione estranea»? Il fantasma dello tzar non poteva reagire altro che secondo le sue anteriori abitudini di autocrazia. Fu indubbiamente Eliphas Levi (l’abbé Constant) che dette a Papus l’esempio di tale pratica nefasta, attraverso l’evocazione del fantasma di Apollonio di Tiana, ma Maître Philippe non faceva uso di quei procedimenti magici, che dinamizzano una volontà umana sempre più o meno egoista, egli si rimetteva all’amore del Christo, cioè alla volontà di Dio».

Gli eventi cui allude Déodat Roché che, ripetiamo, ben conobbe gli ambienti martinisti e l’opera di Papus, vengono decritti da Phlippe Encausse, figlio dello stesso Papus, e, se ben meditati, giustificano pienamente il duro giudizio di Rudolf Steiner sulla sua personalità e la sua opera. Infatti, così scrive Philippe Encausse alle pp. 14-16 della sua opera Le Maître Philippe de Lyon, Ėditions Traditionnelles, Paris, 1977:

«A proposito dell’incontro provvidenziale  tra Papus e M. Philippe, conviene precisare ch’esso fu dovuto in modo speciale a due persone che avevano attratto la sua attenzione sul Maestro. Vi fu dapprima il massaggiatore-magnetizzatore André Robert (che morì il 28 giugno 1895), tecnico di grande valore che Papus stimava particolarmente e col quale aveva solidi legami di amicizia. Vi fu poi una giovane vedova (nata Ignard d’Argence e nipote della Contessa de Waldner de Freundstein) la quale, con sua madre, aveva soggiornato all’Arbresle e ivi aveva fatto conoscenza con la famiglia Philippe. Mathilde Inard d’Argence, vedova Theuriet (1891) doveva in seguito (il 23 febbraio 1895), divenire la prima compagna di Gérard Encausse, così come del resto era stato formalmente predetto da Maître Philippe. Barlet (il suo vero nome era Albert Fauchet, 1838-1921), uno dei più eruditi e più noti occultisti della grande époque, fu uno dei testimoni di Papus.

Ammiratrice del Maestro, avendo assistito a certi fatti, che sapevano del miracoloso, Mathilde Theuriet non finiva più di fare elogi – e la si può comprendere – su Maître Philippe e spingeva Papus, ancora celibe, ad andare a vederlo… Ma, qui, lascio la parola a Louis Marchand (1881-1965), uno dei fedeli e devoti compagni di Papus (al quale fu presentato nel 1897) e che mi ha dato conoscenza del curioso seguente aneddoto, conosciuto soltanto da una minoranza di discepoli di Papus, e che gli venne riferito tale e quale da Paul Sédir stesso:

«Gérard Encausse mostrò dapprima diffidenza nei confronti di M. Philippe, questo sconosciuto misterioso del quale la sua fidanzata gli parlava continuamente! Saturo di Eliphas Levi, tutto pieno delle concezioni magiche, dei riti, delle società iniziatiche, egli oscuri intrighi gesuitici, o estremo-orientali, fierissimo di tenere in scacco l’adolescente Società Teosofica, aveva una certa paura di diventare il subordinato di qualcuno. Gérard Encausse aveva installato, nella sua mansarda della rue Strasbourg (presso la Gare de l’Est), un gabinetto magico polveroso e bric-à-brac, scrive Sédir. Un riflettore d’occasione gli serviva da specchio magico e una vecchia «cullier à pot» (era il nome che si dava alla sciabola d’abbordaggio d’altri tempi) era la sua spada magica. Egli adoperava la magia degli Zingari [Bohémiens, nel testo francese]. Egli si credeva, dunque, vittima di suggestioni telepatiche da parte del Maestro della sua fidanzata; questa opinione, aggiunge Sédir, prova quanto egli si ingannasse sul conto di questo Amico di Dio…

Provvisto d’una volontà forte, e con doti di magnetizzatore, Encausse aveva già ottenuto in magia alcuni fenomeni notevoli.

Egli si propose, quindi, di cacciare lo sconosciuto e di sottometterlo. Traccia il suo cerchio, brucia il profumo, prende uno di quei supporti in legno bianco che si usano per sostenere delle tavole, lo battezza alla zingara coi nomi e cognome della persona in questione, canta lo scongiuro,  e afferra la sua sciabola per, spezzando il pezzo di legno, vincere il suo sedicente stregone incantatore [envoûteur, nel testo francese]. Encausse era a quell’epoca in tutta la sua forza, un vero atleta… Alza il braccio, e la sua sciabola gli viene strappata dal pugno, mentre crolla piangendo. Era in quello stato – aggiunge Sédir, che mi raccontò ciò – quando arrivai una mezzora più tardi, come mia abitudine. Da allora, e fino al 1897, egli rimase silenzioso su M. Philippe».

Quella che è stata descritta è una vera e propria operazione di malefica bassa magia o di magia nera, condotta secondo le modalità oscure di una guasta magia da zingari. Non è certo teurgia, o magia divina, ma neppure quella che un sapiente Marsilio Ficino avrebbe chiamata magia naturale. E neppure quella che Massimo Scaligero chiama Magia Sacra, alla quale egli ha dedicato pure un suo libro. Di spirituale in tutto ciò non vi è proprio niente. Si può anzi dire che uno dei meriti che devono essere riconosciuti a Maître Philippe, che non fu mai martinista e non aveva in punta simpatia le società segrete, tanto care a Papus, fu proprio quello di averlo allontanato – almeno finché fu vivo – dalle forme devianti della magia cerimoniale.

Ed ora veniamo alla famosa operazione di necromanzia, operata da Papus alla corte della Tzar Nicola II, operazione compiuta in perfetta malafede da Papus, il quale sapeva benissimo che non veniva affatto evocata l’individualità spirituale di Alessandro III, cosa a lui impossibile, bensì il «guscio», o cadavere astrale del quale il padre di Nicola II si era liberato nel post-mortem. Papus stesso nel suo Traité Méthodique de Science Occulte afferma chiaramente che nelle evocazioni spiritiche e nelle sedute medianiche, nonché nelle performances rituali della magia cerimoniale, non intervengono affatto i «morti», bensì i prodotti della decomposizione animica e astrale, che il defunto lascia dietro di sé, e che nulla – proprio nulla – hanno a che vedere con la sua individualità spirituale. Gli antichi Egizi, Etruschi, Greci e Romani avevano pratiche spirituali proprio per allontanare e dissolvere questi prodotti della degenerescenza astrale, che se evocati e immessi nella realtà umana e sociale, operano come un  vero e proprio cancro, come una lue infettante, della quale è poi difficile liberarsi, come afferma pure esplicitamente Gustav Meyrink. Ma, malgrado ciò, Papus indulgeva alquanto – come molti martinisti – nelle pratiche spiritiche e frequentava spesso le sedute medianiche.

Ecco cosa scrive, sulla famosa evocazione necromantica, lo stesso Philippe Encausse in Sciences Occultes, ou 25 années d’occultisme occidental. Papus, sa vie son oeuvre, OCIA, Paris, 1949, ossia nella biografia da lui dedicata a suo padre, pp. 284-287:

«Il rimpianto Maurice Paléologue, dell’Accademia di Francia, che ha pubblicato i suoi ricordi di Ambasciatore di Francia nel paese degli Tzar, ha riferito una scena impressionante che si svolse di fronte a Nicola II e alla tzarina. Di essa Papus fu l’evocatore:

«La pratica delle scienze occulte è sempre stata in grande favore tra i Russi; dall’epoca di  Swedenborg della baronessa de Krüdener, tutti gli spiritisti e tutti gli illuminati, tutti i magnetizzatori e tutti gl’indovini, tutti i pontefici dell’esoterismo e della taumaturgia hanno trovato, sulle rive della Newa, un’accoglienza simpatica.

Nell’anno 1901, il rinnovatore dell’ermetismo francese, il mago Papus, che di suo vero nome si chiamava Dr. Encausse, era venuto a S. Pietroburgo, ove si era creato presto una clientela fervente. Lo si era rivisto a più riprese, negli anni seguenti, durante il soggiorno del suo grande amico, il terapeuta Philippe di Lione; l’Imperatore e l’Imperatrice lo onoravano di tutta la loro fiducia; l’ultima visita datava del febbraio 1906.

Ora, i giornali che di recente ci sono arrivati dalla Francia attraverso i paesi scandinavi, annunciano che Papus è morto il 25 ottobre.

Confesso che la notizia non ha preso la mia attenzione neppure per un istante; ma essa ha costernato, mi dicono, le persone che un tempo hanno conosciuto il «Maestro spirituale», come i suoi discepoli entusiasti lo chiamano tra di loro.

Mme R…, che è al tempo stesso una adepta dello spiritismo ed una devota di Rasputin, mi spiega questa costernazione con una strana profezia, che vale la pena di essere riferita: la morte di Papus non presagiva niente meno che la rovina prossima dello tzarismo. Ed ecco come.

All’inizio di ottobre del 1905, Papus fu fatto venire a S. Pietroburgo da alcuni dei suoi fedeli, di alto rango, i quali avevano gran bisogno delle sue luci nella terribile crisi che la Russia attraversava allora. I disastri di Manciuria avevano provocato, in tutti i punti dell’Impero, scompigli rivoluzionari, scioperi sanguinosi, scene di saccheggi, di massacri e d’incendi. L’Imperatore viveva in una crudele ansietà, non potendo risolversi a scegliere tra le opinioni contraddittorie e passionali, delle quali la sua famiglia, i suoi ministri, i suoi dignitari, i suoi generali, tutta la sua corte lo tormentavano quotinianamente senza tregua. Gli uni gli dimostravano ch’egli non aveva il diritto di rinunciare all’autocratismo ancestrale e lo esortavano a non esser debole di fronte ai rigori necessari di un’implacabile reazione; gli altri lo scongiuravano di tener conto delle esigenze dei tempi moderni e d’inaugurare lealmente il regime costituzionale.

Il giorno stesso in cui Papus sbarcava a S. Pietroburgo, una sommossa spandeva il terrore a Mosca, mentre che un misterioso sindacato proclamava lo sciopero generale delle ferrovie.

Il mago venne immediatamente convocato a Tzarskoie Selo. Dopo una rapida conversazione con l’Imperatore e l’Imperatrice, egli organizzò per l’indomani un rituale d’incantamento e di necromanzia. Al di fuori dei sovrani, una sola persona assisteva a quella liturgia segreta, un giovane aiutante di campo di Sua Maestà, il capitano Mandhyka, che è oggi generale-maggiore e governatore di Tiflis. Attraverso una condensazione intensa della volontà, attraverso una esaltazione prodigiosa del suo dinamismo fluidico, il «Maestro spirituale» riuscì ad evocare il fantasma del piissimo Tzar Alessandro III; alcuni segni indubitabili attestarono la presenza dello spettro invisibile.

Malgrado l’angoscia che gli stringeva il cuore, Nicola II domandò espressamente a suo padre se dovesse o no reagire contro la corrente del liberalismo che minacciava di trascinare la Russia. Il fantasma rispose:

Tu devi, costi quel che costi, schiacciare la Rivoluzione che comincia; ma essa rinascerà un giorno, e sarà tanto più violenta quanto la repressione di oggi avrà dovuto essere più rigorosa. Non importa! Coraggio, figlio mio! Non cessare di lottare!

Mentre che i sovrani meditavano con stupore questa opprimente predizione, Papus affermò che il suo potere magico gli permetteva di scongiurare la catastrofe predetta, ma l’efficienza del suo scongiuro sarebbe cessato non appena lui stesso non sarebbe stato più «sul piano fisico». Poi, solennemente, eseguì i riti di scongiuro.

Ora dall’ultimo 25 ottobre, il mago Papus non è più «sul piano fisico»; l’efficacia del suo scongiuro è abolita. Dunque, la Rivoluzione è vicina…»

Alcuni martinisti  vorrebbero mettere in dubbio la storicità di una tale evocazione necromantica, ma vengono smentiti dallo stesso Philippe Encausse, il quale sapeva bene quel che si diceva, là dove, a p. 290 dello stesso libro, così scrive:

«Papus conosceva sufficientemente l’uso delle forze astrali (vedere a tale proposito il suo Traité méthodique de Magie pratique, riedito nel 1949 da H. Dangles) per ottenere una manifestazione di quest’ordine. Io sono persuaso che la seduta, della quale riferisce M. Paléologue, ha avuto ben luogo e che lo Tzar abbia veramente comunicato con il suo defunto padre. Io ho avuto personalmente già occasione di assistere a diverse evocazioni serie e posso garantire che esse non ebbero nulla di risibile né di astratto. Il contatto con i morti è rarissimo ma ESISTE, questo è per lo meno il mio sentimento, ognuno essendo libero di avere la propria opinione personale a questo riguardo».       

Il candore di Philippe Encausse, a proposito della «realtà» di tali evocazioni, è addirittura disarmante per la sua ingenuità. Conosco bene le opere di Papus, avendole studiate negli originali francesi, e il «metodo» fondamentale del suo magismo – al di là delle dichiarazioni sentimentali più edulcorate – è in sostanza una via dell’allenamento e del potenziamento di quello che Massimo Scaligero chiama «corpo lunare», ossia delle forze più basse del corpo astrale caduto, e del «doppio ahrimanico». Quando si parla di «una condensazione intensa della volontà, attraverso una esaltazione prodigiosa del suo dinamismo fluidico», si tratta appunto di una galvanizzazione potente del doppio ahrimanico: in definitiva, un rafforzamento del nemico nell’uomo, un potenziamento ed una più decisa strutturazione del dominio dell’Ostile nell’uomo. Ossia, il disastro peggiore che possa verificarsi in un cammino spirituale. La medianità non è unicamente quella dello spiritista che fa ballare il tavolino a tre gambe – pratica alla quale indulgeva assai spesso e volentieri anche il Dr. Gérard Encausse, il mago Papus – ma anche quella di colui che si dà a pratiche magico-rituali proprie di una magia cerimoniale, la quale non è affatto una Teurgia o una Magia Divina.

Massimo Scaligero mi parlò più volte – ma ne parlò anche in alcune riunioni – del fatto che esistono Ordini ed Organizzazioni le quali, pur usando talvolta una terminologia cristiana e umanitaria, sono in realtà organizzazioni dedite a coltivare un’ascesi del doppio ahrimanico e del corpo lunare. I metodi impiegati sono spesso anche, ma non solo, magico-cerimoniali. Me ne fece esplicitamente anche i nomi. Attraverso rituali, che comprendono l’uso di profumi, carmi, incantazioni, parole di potenza, l’adepto di tali vie nutre, rafforza, e specializza l’ente ahrimanico in lui. Colui che si dà incautamente a tali pratiche deviate diventa sempre più succube di entità, che animano un mondo di percezioni illusorie, e «donano» altrettanti illusori «poteri», che solleticano la vanità e l’inflazione dell’ego di colui che si apre spregiudicatamente al loro dominio. Costui viene sempre più asservito, pur illudendosi di essere potente e fruitore dell’illimitato soddisfacimento delle proprie brame. È un medium di più alto rango rispetto al volgare spiritista, ma nella sostanza anche lui è un medium, e per di più in una situazione ben più pericolosa, ma è incapace di rendersene minimamente conto.

Papus intrattenne rapporti stretti con le due figlie del Re Nikita del Montenegro, la Granduchessa Militza, sposa del Granduca Pietro Nicolaievich, e la Principessa Anastasia Romanovski, Duchessa di Leuchtenberg, sposa del Granduca Nicolas Nicolaievich. Philippe Encausse riporta un testo manoscritto di suo padre Gérard, riproducendolo nel suo libro Le Maître Philippe de Lyon, ove a p. 105 troviamo scritto:

«Ho cercato di far vedere che, vicino allo Tzar nel piccolo mondo che lo circonda, e che forma un contrasto completo con i Granduchi i cui atti vergognosi e crudeli hanno indignato l’Europa, si trovano alcune dolci e simpatiche figure di giovani principesse di sangue, ancora sconosciute al pubblico, giacché la loro vita è discreta e silenziosa. Ho segnalato tra le altre la Granduchessa Maria o «Militza», e il suo marito, il Granduca Pietro. Tutti e due sono dei «mistici» sinceri come la maggior parte degli Slavi».

Potremmo dilungarci alquanto sulle vicende del «Martinismo» papusiano in Russia, e mostrare con un fiume di citazioni documentate l’uso schiettamente politico che il nostro mago francese ne fece per portare la Russia nell’orbita politica francese, cosa che ebbe enormi conseguenze una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale. Tuttavia, avendo già allungato molto la stesura di questo articolo, e non volendo abusare della pazienza del benevolo lettore, sono costretto a rimandare ulteriori approfondimenti dell’argomento. Ma non rinunciamo a riportare quanto dice Rudolf Steiner a proposito delle due sorelle, figlie del Re Nikita del Montenegro, e sul mefitico ruolo delle nostre due «dolci» e «mistiche» aristocratiche sorelle.

Possiamo leggere nella conferenza di Rudolf Steiner, tenuta a Dornach il 2 febbraio 1921, che è possibile leggere nel volume Die Verantwortung des Menschen für die Weltentwickelung durch seinen geistigen Zusammenhang mit dem Erdplaneten und der Sternenwelt, GA 203, a p. 189, quel che l’ambasciatore francese alla corte di Russia Maurice Paléologue, affetto da una vera e propria forma di garrulità senile, riferisce nelle sue Memorie. Ossia, che in una grandiosa festa, tenuta il 22 luglio 1914 in onore del presidente francese Poincaré, «le due demoniache figlie del Re Nikita del Montenegro, Anastasia e Militza [die beiden dämonischen Menschen, Anastasia und Militza, die Töchter des Königs Nikita von Montenegro, nel testo tedesco]», affermarono:

«Sapete, stiamo vivendo giornate storiche, addirittura sacre [historische, ja heilige Tage durchleben, nel testo tedesco]? …Domani, durante la rassegna delle truppe, le fanfare militari suoneranno unicamente la «Marche Lorraine» e la «Sambre et Meuse». Oggi ho ricevuto, nella forma convenuta, un telegramma da mio padre. Egli mi annuncia, che prima della fine di questo mese scoppierà la guerra… Ah, quanto è eroe mio padre»…«Dell’Austria non rimarrà più niente… Voi vi riprenderete Alsazia e Lorena… I nostri eserciti si incontreranno a Berlino». E definisce le due sorelle «quelle due sciagurate donne [zwei solchen Unheilsfrauen, wie die Anastasia und die Militza, e afferma che «allora queste donne demoniache furono assolutamente profetesse [dann waren diese dämonischen Weiber durchaus Prophetinnen]».

In un’altra conferenza, tenuta a Stoccarda il 21 marzo 1921, e pubblicata nel volume Die geistigen Hintergründe des Ersten Weltkrieges. Kosmische und menschliche Geschichte. GA- 174b, Rudolf Steiner pronunciò le seguenti parole:

«Se si volesse poi studiare a fondo il problema degli istigatori della guerra, sarebbe difficile assolvere certe personalità delle quali ho già parlato. Come ho già detto, si deve attribuire  a Nikita del Montenegro  – non so s’egli sia innocente o meno – una gran parte delle colpe della guerra e lo si può riconoscere  dal fatto che già il 22 luglio 1914 le due figlie, queste – perdonate l’espressione – donne demoniache [die beiden Töchter, diese – verzeihen Sie den Ausdruck – dämonischen Frauen, ] a Pietroburgo, durante una festa particolarmente sontuosa, abbiano detto davanti a M. Paléologue, ambasciatore di Francia: «Viviamo in un’epoca storica; è appena arrivata una lettera di nostro padre, che dice che avremo la guerra tra pochi giorni. Sarà magnifico. Germania e Austria spariranno, ci daremo la mano a Berlino». Paléologue riferisce queste parole scritte con garrulità senile. Queste cose furono dette dalle due figlie di Re Nikita, Anastasia e Militza, all’ambasciatore di Francia a Pietroburgo il 22 luglio 1914: vi prego di notare la data. Anche questo è un fatto che va tenuto presente»

La collusione tra esoterismo magico e politica, portò tra l’altro all’assassinio di Rasputin da parte del martinista Principe Yussupov, e a molte altre conseguenze, che ora sarebbe lungo riferire. Tutto ciò non è azione spirituale. Il misticismo sentimentale, mescolato ad un basso magismo, alla ricerca dei «poteri», e di una chiaroveggenza soggettiva ed allucinatoria, porta ai peggiori disastri. Anche nella questione sociale. In un momento, nel quale correnti spirituali irregolari vogliono impadronirsi del patrimonio spirituale della Scienza dello Spirito, e accaparrarsi i nomi di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, queste due deviazioni – quella magico-medianica e quella della collusione politico-esoterica – devono essere ben conosciute dai sinceri cercatori spirituali e vinte. Da qui l’importanza della Via del Pensiero, della Concentrazione e della Filosofia della Libertà.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, , ,

VERITA’ E ILLUSIONE NELLA PRATICA INTERIORE

rudolf_steiner

Nelle mie ore di notturna insonnia, pervase di dolcissima malinconia, mi do talvolta a peregrinare nell’infida palude della telematica rete, ove è possibile rinvenire di tutto, di più e di ogni. E non è che quel che si rinviene in rete sia sempre – anzi quasi mai – cosa da infonder nel cuore letizia e giubilo. Per quanto, poi, uno ritenga di aver raggiunto il punto di non doversi oramai stupire più di nulla, e pensi che si sia già da tempo toccato il fondo, succede poi che ci si vada a scontrare con novità che lasciano trasecolati e senza fiato. Soprattutto ci si rende amaramente conto, una volta di più, che invero non vi è mai fine al peggio.

Capita di leggere – ed anche se è ogni volta sempre la stessa solfa, ogni volta mi stupisco – da parte di coloro che vorrebbero indirizzare i cercatori della Via dello Spirito ad una più «umana» (anche troppo umana, se è per questo) «via dell’anima», che vogliano distoglierli da una «pericolosissima», ancorché nobile, Via del Pensiero, la quale – negli ultimi mesi, secondo il volgarissimo costume yankee oramai ovunque invalso, ce l’hanno petulantemente ripetuto in tutte le salse in blog, in social network e in talk-shows – può facilmente trasformarsi in una «via del sublime egoismo». Perché mai rischiare di diventare «sublimemente egoisti», osando percorrere temerariamente una Via dello Spirito, quando è possibile procedere, comodamente e con tutti i comfort, lungo una via dell’anima che – a loro dire – col tempo e con la paglia, mercè i quali sulle nostre balze appenniniche maturan le sorbe ed eziandio la canaglia, farebbe sì che si perverrebbe felicemente all’esperienza spirituale? Una sì mirabile «via sostituita» – surrettiziamente sostituita – viene illustrata con tutti i «morbidi» artifici retorici, che edificano, commuovono e consolano i cuori delle anime belle, e rassicurano gli imbelli, i pigri e i vili. Ma si tratta di una volgarissima, ancorché abilissima, truffa.

Non si dice che il pericolo vero, il pericolo assolutamente concreto,  non è quello di diventare, attraverso una intensa e fervida pratica della Via del Pensiero «sublimemente egoisti», bensì –  per coloro che evitano l’impegno risoluto nella pratica della Concentrazione e cercano comode «alternative» alla asciutta rudezza della Via del Pensiero – quello di non cessare di essere volgarmente o sentimentalmente egoisti, per il fatto che si continua beatamente a rimanere impastati nel fango di una natura inferiore, dalla quale non si esce di certo con le edificanti e morbide consolazioni di una pretesa via dell’anima. Semmai è osando, audacemente osando, percorrere la Via dello Spirito – il quale è un «fuoco che consuma», che «arde», «dissolve» ed «estingue» la natura inferiore – che si cessa di essere volgarmente o intellettualmente o sentimentalmente esseri egoici. Anzi si può dire che scopo precipuo delle suddette comode e «umane» – invero sin troppo umane – vie dell’anima, sia proprio quello di illudere il cercatore circa un conseguimento spirituale attraverso l’anima, e non attraverso l’energica, e audace, azione dello Spirito su se stesso.

Oggi vi è una profusione di proposte estremamente allettanti per l’ego. Vi sono le vie dell’azione dell’anima sul corpo, quelle dell’azione del corpo sull’anima, le vie dell’azione dell’anima sull’anima (col potenziare e sublimare emozioni ed istinti, che nell’uomo attuale sono sin troppo potenti), le vie intellettuali nelle quali ci si infarcisce di disseccata erudizione, le vie magiche, quelle mistiche, e quelle che fanno un fritto misto – totani, calamari e gamberi, direbbe il mio ottimo amico C. – di tutte le precedenti. Così il ricercatore, sincero ma eccessivamente fiducioso e ingenuo – viene prima avviato su un binario di scambio, poi di lì su un binario morto sul quale, una volta staccata la locomotiva,  potrà indefinitamente stazionare. In attesa dell’arrivo degli Apaches Chiricahuas che faran di loro scempio, direbbe sempre umoristicamente il mio ottimo amico C.  Viene data l’illusione di fare qualcosa di spirituale attraverso l’anima, mentre in realtà si procede alla inavvertita paralisi delle forze spirituali. E si arriva sino alla denigrazione dell’Ascesi del Pensiero, alla derisione e alla diffamazione degli animosi e appassionati praticanti della medesima.

Il grande Johann Gottlieb Fichte – che ho avuto il dispiacere, mesi fa, di vedere ingiustamente infamato online da chi del suo pensiero evidentemente poco conosceva e nulla capiva – sosteneva che «è più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna, piuttosto un vivente Io che pensa». E, purtroppo, accade di avere sempre nuove conferme di una tale sconfortante diagnosi del grande filosofo dell’idealismo dell’Io trascendentale.

Capita così di leggere – nelle su riferite melanconiche ore di dolcissima insonnia – che vi è chi sostiene che si illuderebbe assai chi pensasse che a qualcosa servirebbe fare – che so – per esempio dieci concentrazioni al giorno, come si ostina invece da sempre a sostenere instancabilmente  – ringhiando e ululando – un marimontano lupaccio tergestino, mio caro amico (tra lupi, diversamente che tra cristiani, ci si vuole bene…). Perché dunque darsi pena di fare così tante faticose concentrazioni, quando ne basterebbe giusto una di un cinque minuti, ma anche meno, di una qualche intensità, accompagnata dalla pigra lettura di una mezza paginetta di Filosofia della libertà? E così facendo e procedendo – oh stupore, oh meraviglia! – si giungerebbe in presenza delle celesti Intelligenze delle Gerarchie. Naturalmente – anche questo viene abilmente sostenuto – l’Iniziazione verrebbe dalle prove della vita, intelligentemente e impavidamente affrontate. A me – malfidato lupaccio appenninico – risulterebbe invece che, a chi non pensa, le esperienze della vita con le sue «prove» (impavidamente affrontate, naturalmente…) non insegnino proprio un bel niente, e che per quanto si proceda a ripetute bastonature di un asino, non per questo esso cresce in sapienza. L’esperienza, di per sé, non insegna nulla a nessuno, così come nulla insegnano di per sé gli accadimenti nello scenario dell’anima.

L’uomo è un Io, che ha un’anima, in un corpo. Quindi l’essere umano, così come non è un corpo, neppure è un’anima. L’uomo può e deve conoscere e afferrarsi come Io nell’Io, il quale non è un pezzo di lava sulla Luna, bensì la stessa concretezza dell’essere. Perché l’essere è atto, non fatto. E l’Io è in quanto compie l’atto di essere, perché questo atto non è che si compia da solo, impersonalmente, come il variare del tempo meteorologico nella attuale  materialistica scienza della natura. E l’Io è, veramente è, quando compie l’atto di essere. Massimo Scaligero affermava spesso aforisticamente che «non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io». Cioè all’Io non è sufficiente il mero esistere, in quanto l’Io non è un oggetto, una mera cosa, una cosa fra le cose. L’Io è soggetto: soggetto agente, e non – come l’anima – un oggetto passivamente paziente. E l’Io è attivo nel pensare volitivo, non  nel sentire, il quale è oggetto di conoscenza: non conoscenza esso stesso. Nulla è meno ingannevole del sentire non penetrato dal pensare attivo. Il pensare può attivamente afferrare e conoscere la propria stessa attività pensante, e può attivamente afferrare e conoscere la passività del sentire. Mentre il sentire non può conoscere né afferrare se stesso, così come l’anima – della quale il sentire è parte – non può conoscere se stessa.

L’Io nella passiva identificazione con l’anima, non conosce, perché si conosce unicamente ciò che è possibile porsi di fronte obbiettivamente come oggetto di conoscenza, non ciò che involgendoci in una passiva e sognante immedesimazione, ci porta ad uno stato di alienazione nel quale l’Io smarrisce il potere di identità con sé. Per questo le «esperienze» della vita, che possono essere oggetto di conoscenza per il pensare, di per sé nulla insegnano a chi non pensa: perché sono conosciute, o possibile oggetto di conoscenza, non conoscenza esse stesse. Il Maestro dei Nuovi Tempi così ammonisce nella sua  Filosofia della libertà: «Con quale diritto considerate voi il mondo completo senza il pensare?». Ugualmente si potrebbe chiedere: con quale diritto venga considerata realtà l’esperienza, senza un Io sveglio e attivo che compenetra l’esperienza con l’attività pensante, che è tutt’altro che pervadere l’esperienza stessa con la passività senziente, il che è l’equivoco fondamentale delle comode vie dell’anima, la quale vorrebbe passivamente sentire, quel che invece l’Io deve volitivamente conoscere.

Un’ esperienza, o le prove della vita, o le «prove» dell’Iniziazione, significano e ed agiscono diversamente a seconda dello stato di coscienza dello sperimentatore, perché sperimentare di per sé non vuol dire conoscere. Così come il calore agendo – è un’immagine tratta dalla sapienza ermetica – scioglie la cera ma indurisce l’uovo. Ed è un allusivo ed antico adagio etrusco quello che, parlando di talune inintelligenti teste, afferma che «l’òva più tu le còci, e più le rassodano!» e, nel medesimo eloquente spirito circa l’«utilità» purificatrice delle esperienze per le suddette inintelligenti e pigre teste, un altro adagio etrusco ribadisce che «a lavar le teste a ll’asini, ci si rimette i’ ranno e i’ sapone!».

Può darsi che l’Ascesi del Pensiero sia per molti dura e faticosa, o non si dimostri suadente e allettante per l’inferiore natura, la quale non ama affatto essere disturbata nel suo torpido sonno. Può darsi che la Via dell’Io spaventi molti, o che questi non la trovino gradevole o consolante, e che di conseguenza, per una sorta di «invidia metafisica», vorrebbero che quel che loro non possono, o non vogliono, realizzare, neanche altri devono osare realizzare, o anche solo tentare di realizzare. Per cui dichiarano essere l’Ascesi del Pensiero una via astratta, e per chi percorra le vie dell’anima, tutto sommato inutile, perché le esperienze della vita sono alla bisogna più che sufficienti. Questa ingenerosa e plebea pretesa è tipica della ottusa pavidità piccolo borghese. Solo le parole che Fichte pose a conclusione della sua Premessa a La missione del dotto sono, a mio parere, adeguata ed eloquente risposta:

«Mentre nell’ambito dell’esperienza comune si pensa oggigiorno forse più ampiamente e rettamente di prima, la maggior parte della gente perde completamente la strada e diventa cieca non appena debba salire anche solo di una spanna al di sopra di quel piano. E se è impossibile di riaccendere in questi tali la scintilla geniale ormai spenta, è bene lasciarli tranquillamente nella loro cerchia, dove sono utili e necessari, e dove hanno pure il loro valore. Quando tuttavia essi si mettano a pretendere di ridurre alla loro misura tutto ciò che non riescono a raggiungere, e se per esempio esigano che ogni cosa che si stampa debba avere il carattere del libro di cucina o dell’abaco o del regolamento di servizio, e considerino privo di utilità tutto ciò che non può essere impiegato in tale maniera, allora essi hanno completamente torto. 

Che gli ideali non siano materia corrente e dimostrabile nel mondo dei fatti lo sappiamo anche noi come loro, se non forse meglio.  Riteniamo tuttavia che il mondo dei fatti debba venir giudicato sul metro degli ideali, e corrispondentemente modificato da coloro che sentono in sé la forza di farlo. Posto che essi di ciò non possano convincersi, perderanno comunque poco di ciò che sono, e l’umanità ancor meno. Dimostreranno in tal modo soltanto che la nobilitazione dell’umanità non dipende da loro. Questa continuerà a procedere per la una via, quanto ad essi, voglia la benevola natura guidarli, dar loro ogni volta a tempo debito la pioggia e il sereno, e concedere loro un buon cibo e una tranquilla circolazione degli umori, nonché saggi pensieri!».

Oggi la confusione delle lingue è grande, quindi giova ricordare agl’immemori alcune verità scomode per i pigri, spiacevoli per le ingenue anime belle che si pascono di sentimentali illusioni, e odiose per i mistificatori spirituali. Massimo Scaligero ha parole dure nei confronti di talune forme decadenti di spiritualità, che sempre di nuovo vengono riproposte da fonti interessate, per intorbidare, inquinare, avvelenare le acque della Sapienza Celeste. Per esempio, a p. 60 di Lotta di classe e karma, così scrive:

«Tra le forme del ripullulare di impulsi morti dello Spirito, riattizzati dalle forze avverse alla presenza attuale dello Spirito nella vicenda terrestre, va indicato il sedicente Esoterismo Cristiano, rifacentesi alla Kabbala, all’Esichasmo, al Martinismo e a residui gnostici: il cui còmpito è distogliere l’attuale ricercatore dal contenuto vivente del Cristianesimo, ossia dall’esperienza consapevole del Logos, qale è richiesta dalla struttura attuale del suo conoscere. Il fine è far ignorare lo Spirito dove direttamente si esprime nella coscienza, come moto interiore del conoscere, onde divenga impossibile riferire l’attività della coscienza razionale alla sua scaturigine, ossia al potere del Logos. Priva di tale riferimento, l’attività razionale viene di continuo alterata e tradotta in una produzione demonica, il contenuto della presente civiltà. In verità, il Materialismo si alimenta delle forze che il malaticcio Spiritualismo riesce a corrompere, assumendo come spirituali le soggettive sensazioni mistiche emotive e dello Yoga, ignorando la vera attività libera dal corpo e perciò capace di dominare il corpo, di lasciar agire in purezza le potenze del corpo: questa attività è il pensiero nel momento che precede il suo riflettersi, il momento intemporale del Logos».

Più oltre, Massimo Scaligero, ritorna sul tema alle pp. 132-133 dello stesso libro:

«Nel mondo moderno, si possono riconoscere tre correnti di cultura che parimenti hanno impedito la conoscenza della trama sovrasensibile della vicenda umana, acciocché l’uomo non uscisse dal guscio decrepito dell’antico mondo: il Materialismo, il Cattolicesimo, il falso Esoterismo: tre forze che alla sperficie sembrano tra loro avverse, ma in profondità perseguono lo stesso fine: impedire la nascita dell’autocoscienza con l’impedire la conoscenza del karma, togliere all’uomo la possibilità della correlazione consapevole con lo Spirito: con le forze che urgono dal mondo prenatale e tramano gli eventi della sua esistenza.

Che la correlazione sia riconosciuta da minoranze spirituali sconosciute e da isolati individui liberi, è indubbiamente positivo, ma va sottolineato che l’epoca attuale, come epoca dell’anima cosciente, è quella in cui una simile conoscenza dovrebbe entrare nella cultura, sì da operare come forza di consapevolezza della Società. I problemi dell’epoca lo esigono».

Infine, con parole ancora più dure, Massimo Scaligero affronta il problema della distruttività del falso esoterismo, scrivendo a p. 163:

«Dal procedimento di una tale regressione verso l’anima di gruppo animale e della importanza della conoscenza del karma, l’uomo di questo tempo non viene certo avvertito dall’Esoterismo eccentrico e tradizionalista, il cui còmpito è impedirgli di comprendere come lo Spirito possa essere ricongiunto con i problemi concreti della civiltà: evitargli la via della conoscenza, mediante un potere di persuasione indubbiamente giustificato dall’apparato dottrinario. Non v’è ricercatore del presente tempo, che non assuma la sua responsabilità, allorché dà credito a taluni maestri innegabilmente provveduti di dialettismo esoterico, o a taluni altri rimasticatori delle loro dottrine eppur presumenti essere portatori di misteriosi filoni della Gnosi: dietro la cui parvenza di conoscenza ermetico-alchemica, non si coglie per ultimo se non un’arte della giaculatoria e della mistica inerzia. Oggi, gli ingenui o i pigri non dovrebbero dimenticare che l’errore non è quello patente o definibile, ma quello che incede nascosto in un sistema di verità: questo sistema di verità è in definitiva inservibile, perché ha soltanto lo scopo di avallare la non-verità che vi è immessa».

La pavidità di fronte alla richiesta radicale dello Spirito di donarsi con tutto se stessi – in libertà e per amore – alla Via del Pensiero Vivente, la fiacchezza della volontà, l’ingenuità e la sentimentalità facilmente aprono il varco ad irretimenti in situazioni nelle quali si smarrisce il retto sentiero, e talvolta si cade preda di Forze Avverse. Le quali il più delle volte hanno facile giuoco del poco consapevole essere umano, e con grande disinvoltura si servono persino dei suoi più nobili e legittimi sentimenti, come di ogni altra sua debolezza del resto, per portarlo a sicura perdizione. Un altro adagio, con i tipici anacoluti del loro vetusto parlare, dei sapientissimi Etruschi afferma, che «chi si fa pecora, viene il lupo e se lo mangia», e aggiungevano che «per i bischeri non c’è paradiso».

Per illustrare più precisamente a quali incresciose situazioni può indurre la gioconda spensieratezza del poco consapevole discepolo dello Spirito, e quali spregiudicati mezzi adoperino le Forze Avverse per portare a perdizione l’essere umano, è bene riportare quanto dice Rudolf Steiner in una conferenza, non tradotta in italiano, tenuta a Berlino il 4 aprile 1916, ove il Dottore parla degli abusi che vengono compiuti in varie Fratellanze ed Ordini Occulti, con la presentazione ai cercatori spirituali, in forma fascinosa e accattivante, di contenuti simbolici e dottrinali nei quali verità e menzogna sono abilmente intessuti:

«Sotto molti aspetti lo scandalo più inaudito è avvenuto in Francia, per quel che riguarda questa letteratura occulta, da parte di Eliphas Levi, i cui libri: Dogma e Rituale dell’Alta Magia e La Chiave dei Grandi Misteri contengono certe grandi verità a lato di errori estremamente pericolosi, ma presentate in maniera tale che non le si possa seguire con l’intelligenza, come la nostra Scienza dello Spirito, bensì simbolicamente. Leggete Eliphas Levi! Ora voi potete farlo senza pericolo, poiché siete sufficientemente preparati. Leggete, dunque, questo primo libro, Dogma e Rituale dell’Alta Magia, e vedrete che il metodo del simbolismo in esso è diverso. Sì, insegnare unicamente mediante simboli è, se lo si vuole, avere gli uditori in mano, per realizzare ciò per cui si ha bisogno di loro, ciò per cui li si vuole utilizzare.

Dopo Eliphas Levi, fu ancora peggio col Dottor Encausse, alias Papus, il quale ebbe una influenza così distruttiva, così nefasta, alla corte di S.Pietroburgo ove egli ritornò sempre per decine d’anno per giocarvi un ruolo politico funesto. Papus reca all’umanità, in maniera estremamente pericolosa, certi segreti occulti, e coloro che sono sotto la sua influenza si aggrappano con un fanatismo d’acciaio a tutto quello che Papus dà loro. Non si tratta di contraddire Papus, giacché per paradossale che sia, ed è la cosa peggiore, vi sono in lui molte cose giuste. È la maniera in cui queste vengono comunicate che è eccessivamente pericolosa. Queste cose instillano, goccia a goccia,  nelle anime deboli ciò che si trova nei libri di Papus, dunque le preparano al sonno totale del loro pensiero e della loro ragione, allo scopo di utilizzarle secondo i bisogni. Questo tipo di uomo ha ora una certa influenza. Chi si è accostato ed ha avuto l’occasione di conoscere questi fatti, sa che Papus gode ovunque di una grande influenza. Ho potuto seguire questa influenza in Boemia, in Austria, in Germania ove essa è minore, tuttavia esiste. È soprattutto in Russia che essa fu immensa e conquistata grazie ad una certa disonestà legata all’insieme della cosa.

Vedete, l’insegnamento di Jakob Boehme, del quale abbiamo parlato spesso, venne introdotto in Francia dal «Filosofo Sconosciuto», che era Louis-Claude de Saint-Martin, e reso in una lingua elegantissima, cosicché questo insegnamento di Jakob Boehme venne ritradotto in tedesco a partire dall’opera di Saint-Martin, e fu allora molto più leggibile. Si sa che i testi di Jakob Boehme sono quasi illeggibili. […]

Dicevo che, per il fatto che con la propaganda fatta attorno alla corrente spirituale di Encausse-Papus, sorse una impostura, giacché esistono persone che chiamano se stessi «Martinisti», è necessario proteggere meglio il nome del «Filosofo Sconosciuto» e il suo sforzo onesto verso la verità, e con esso, ciò ch’egli cercò di fare al servizio del XVIII secolo, contro l’accaparramento del suo nome da parte dei fedeli di Papus».

Questo mettere in guardia i sinceri ricercatori spirituali rispetto alle ambigue fascinazioni promananti dalle opere di Eliphas Levi e di Papus, sarà una costante nell’opera di Rudolf Steiner, il quale per es. in una conferenza del 18 agosto 1924 – dunque nel penultimo mese della sua attività di conferenziere – tenuta a Torquay, in Inghilterra, ribadirà come gli scritti e le pratiche occulte di Eliphas Levi e Papus conducano direttamente alla magia nera:

«Potete trovare indicazioni molto problematiche e pericolosissime in questo senso negli scritti di Eliphas Levi, e anche in quelli di Encausse, che ha scritto sotto il nome di Papus. Trovate in essi indicazioni problematiche e assolutamente pericolose per realizzare quelle cose. Ma dobbiamo parlare qui dell’aspetto obbiettivo delle cose, dell’essenza delle cose, ed è per questo motivo che dobbiamo accostarle. Tutte queste cose conducono alla magia assolutamente nera, nella quale si lavora con lo spirituale celato nel terrestre».

L’attenzione che Rudolf Steiner portò sull’opera di Papus e sul suo «Martinismo» apocrifo è antica. Infatti, è noto come il Dottore, nel febbraio del 1907, sia venuto a Praga, ove prima dell’inizio di una conferenza si intrattenne con un gruppo di partecipanti. In tale occasione Milos Maixner gli chiese: «Che ne pensa di Papus?». Rudolf Steiner rispose facendo un gesto, che mostrava quanta poca stima avesse di lui, e disse: «Riguardo a Papus, non vogliamo dire una parola!». Ma siccome in sala erano presenti alcuni «papusiani», i quali rimasero oltremodo sorpresi da una risposta così tagliente e drastica, Rudolf Steiner proseguì, e disse: «L’insegnamento dato da Papus è nocivo e pericoloso». E poiché Milos Maixner gliene chiedeva il perché, Steiner rispose: «Perché il suo insegnamento non è separato dalla magia nera che da un muro fatto di tele di ragno».  E aggiunse che si doveva giudicare Papus, non dalla sua dottrina, «bensì dagli effetti di tutta la sua opera, che erano disastrosi».

E giusto per sentire una voce «diversa», vogliamo riportare quanto scrisse nel 1926 Arturo Reghini, che aveva avuto modo di conoscere il martinismo dall’interno, nella nota (66) a p. CII della sua Introduzione alla sua traduzione del De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, traduzione che è sua anche portò il nome di Fidi. Nel suo studio, Enrico Cornelio Agrippa e la Magia, Reghini così scrive:

«Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare  a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Avendo avuto modo di fare ampie verifiche in proposito, riterrei che sarebbe oltremodo savio prendere sul serio le mordaci parole del polemicissimo pitagorico fiorentino. Soprattutto a motivo del carattere apertamente cattolico, sia pure sui generis, dell’opera di Eliphas Levi e di Papus. Molti esoteristi, compresi molti antroposofi, sentono una struggente nostalgia del materno e stritolante abbraccio della Chiesa Cattolica. Recentemente ve ne sono stati eloquenti quanto inquietanti esempi. È possibile vedere altresì le più improbabili commistioni indebite, che dovrebbero ripugnare a chiunque abbia un sano senso della verità. Per cui si mescola l’insegnamento di Rudolf Steiner e quello di Massimo Scaligero a quello di Kremmerz e alle sue più che problematiche pratiche magico-sessuali, a Franz Bardon, ad Aleister Crowley, e a quant’altro. Ma soprattutto alla Chiesa Cattolica. Per cui abbiamo a profusione – e si affannano a scrivere sul web – cattomassoni, cattokremmerziani, cattomartinisti, cattoantroposofi, e persino cattocattolici, che vogliono essere più realisti del re e più papisti del papa. Abbiamo avuto l’occasione di leggere con divertito stupore l’esaltazione, da parte di antroposofi e sedicenti discepoli di Massimo Scaligero, della Compagnia di Gesù e commosse espressioni di giubilo per l’elevazione al soglio pontificio di un papa gesuita.

Perché tutto ciò? Per la semplice ragione che la passività dell’emotività mistica, presente nell’atavica «anima asiatica» di tutti noi, consona e trova più comodo reagire con la mucillaginosa sentimentalità, piuttosto che impegnarsi in un intenso, faticoso, lavoro di Concentrazione, e di asciutto pensiero volitivo, che non sono graditi né accetti all’infida natura inferiore, la quale ne teme il potere dissolvente. Da qui le deviazioni sentimentali e misticheggianti di coloro che proclamano l’assoluta necessità di una via dell’anima, e fortemente sconsigliano la scarna rudezza della pura Via del Pensiero e la faticosità della Concentrazione. Da qui le deviazioni magheggianti di coloro che, non conoscendo volontà vera – quella fluente nell’atto pensante – cercano un tonico per la loro fiacca volontà nell’appartenenza ad organizzazioni massoniche, martinistiche, o a chiese gnostiche, i cui oramai pittoreschi rituali e gli altisonanti gradi soddisfano l’ego stratosferico e la brama di ricamate sciarpe colorate, che chiunque può farsi approntare a modico prezzo da una qualsiasi sarta teatrale.

Ancora una volta occorre dire chiaramente che la scelta è tra la Via Solare dell’autocoscienza e la via lunare della medianità, tra la Via della Libertà e quella dell’abietto servaggio alle Potenze Avverse, tra la Via della Sapienza e della Conoscenza, e la via dell’ignoranza e delle illusioni, che portano solo all’abisso e all’autodistruzione. Ognuno sceglie come crede giusto, o come desidera, o come trova comodo, o anche opportuno. Poi ognuno sarà o diverrà degno della scelta che avrà fatto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ALCUNE PAROLE NECESSARIE A FARE CHIAREZZA

Massimo-Scaligero

Da parte di alcune persone vengono rivolte ad Ecoantroposophia critiche e obbiezioni varie, che a me non sembrano ben fondate e, per dirla tutta, non mi sembrano fatte sempre con animo sereno. Alcuni collaboratori di questo blog hanno pubblicato scritti – articoli e commenti – di contenuto critico, e lo hanno fatto perché ciò sembrava loro necessario di fronte alla Verità. Negli scritti in questione, hanno mostrato – con un linguaggio estremamente chiaro ed argomentazioni circostanziate – quali fossero i motivi di forte dissenso nei confronti di posizioni francamente non condivisibili dal punto di vista della Scienza dello Spirito.

In taluni casi, si è trattato di una critica sulle idee, ed io penso che sia sempre fecondo poter dibattere, anche criticamente, con persone le quali, pur errando, sono alla ricerca della Verità. Naturalmente, nessuno dei collaboratori di Ecoantroposophia ha la pretesa al monopolio della Verità e della sua rivelazione, pretesa che lasciamo volentieri, tutta intera, alla nota Potenza Straniera d’Oltretevere, che da oltre diciassette secoli, con generosa abbondanza, si fa un dovere di procurare le maggiori sciagure al nostro amato paese e al mondo tutto.

Ma la lotta delle idee, sul piano terreno, è la vita dello Spirito. Si lotta con avversari che si rispettano, le cui idee non sempre si condividono, ma dei quali si stimano l’intelligenza, la lealtà, l’integrità morale. Personalmente, ho avuto ed ho amici carissimi, ai quali io sono stato e sono unito da una sorta di concordia discors, mai venuta meno sul piano ideale, e da una assoluta «fratellanza d’armi» giammai offuscata da nube alcuna.

Vi sono, purtroppo, altri individui che leali «avversari» non sono punto, e tanto meno fraterni amici nella vita. Individui che non cercano la Verità, e non hanno il culto della Verità. Ci siamo trovati talvolta nella necessità di denunciare le menzogne, le calunnie, le gratuite invenzioni, le imposture di costoro, e in taluni casi le abbiamo bollate a fuoco. Costoro non sono avversari delle nostre idee, cosa che avremmo apprezzato e che non ci avrebbe affatto diviso umanamente da loro, bensì nemici della Verità – e quindi anche nostri – e di «ogni bel vivere», per dirla dantescamente. Discutere con loro è cosa del tutto inutile, perché a loro proprio nulla cale della Verità e delle idee, che peraltro non hanno, ma solo il perseguire loro fini, dei quali non è ora il caso di parlare in questo articolo. Non risponderò, dunque, in questo articolo alle ingiurie, alle diffamazioni, alle coscienti e volute menzogne, alle minacce.

Ma è giusto dare una risposta a coloro che, forse trascinati da eccessiva tensione polemica, possono aver equivocato quanto detto, in tempi diversi, da Isidoro, da Savitri, da altri ancora, ed infine anche da me. Per cui cerchiamo, con parole le più chiare possibili, di dissipare fraintendimenti ed equivoci.

Abbiamo parlato della Concentrazione – quindi non del semplice «controllo del pensiero», pur assolutamente necessario – come dell’«esercizio a sé sufficiente». E c’è chi, di fronte a questa affermazione, si è stracciate le vesti. Ma questa affermazione non è nostra, bensì di Massimo Scaligero, e la si può ritrovare in varie “registrazioni” di sue riunioni, ad alcune delle quali ero personalmente presente e delle quali ne serbo chiaro ricordo. Ed è veramente comico, inoltre, che nella divampata polemica alcuni collaboratori di Eco vengano accusati di avere una vera e propria «ossessione» (i nostri avversari sono troppo buoni…) per la Concentrazione. In verità, non è proprio così. O meglio, non è ancora così – parlo per me – per debolezza di forze e insufficienza di dedizione. Ma in futuro – parlo sempre per me – cercherò di meritare meglio tale critica e obbiezione. Ma, anche in questo caso, l’espressione «ossessione per la Concentrazione» non è una «novità» dei nostri avversari, perché una tale espressione ritorna anch’essa sovente nel linguaggio che Massimo Scaligero adoprava nelle sue riunioni, tenute due volte a settimana, in Via Anton Giulio Barrili 12, a Roma. Espressione anch’essa immortalata dalle “registrazioni”. Il fatto è che Massimo Scaligero usava tale espressione in senso affatto positivo, auspicando che una tale unilaterale «ossessione per la concentrazione» vi fosse, e lamentandone malinconicamente, invece, l’assenza nei discepoli della Scienza dello Spirito. Auspicava l’insorgere di una tale «ossessione» come segno di quella «determinazione assoluta», che l’ottimo Isidoro, con espressione nipponica, ha chiamato kimé, che il grande Jigoro Kano – erede della Scuola Yawara dell’antico Jujitsu e fondatore del moderno Judo – persino immortalò nel suo Kimé-no-kata.

Il fatto che noi sosteniamo – e lo sostiene eziandio Massimo Scaligero – essere la Concentrazione l’«esercizio a sé sufficiente», non significa che ciò sia vero per tutti , e per ciascun singolo in ogni caso. Perché – ed è facile constatarlo – ben pochi sono capaci di tanta forza, di tanta «eroica» dedizione, da inverare la Concentrazione come esercizio realmente a sé sufficiente. Ben pochi – ahimé, troppo pochi – sono capaci di quella positiva «ossessione» per la Concentrazione, cui alludeva il nostro Maestro, ossia di una così intensa e unicitaria dedizione, tale da meritare ch’essa sia veramente (e non velleitariamente) l’«esercizio a sé sufficiente». Ben pochi sono capaci di una tale tensione interiore, e pochissimi tra questi pochi sono capaci di realizzare la continuità di tale dedita tensione, di mantenerla appassionata e intensa nel tempo.

Per cui va benissimo che per molti vi sia la necessità di una varietà di esercizi, di poter attingere quindi in situazioni diverse a particolari discipline, che la propria ispirazione o l’amichevole orientamento di qualcuno più esperto di noi può di volta in volta indicarci. E anche chi segua in maniera appassionata la Via Regia di una dedizione unicitaria alla Concentrazione, può vedere necessario talvolta il ricorrere a particolari esercizi e discipline, per «fluidificare» una volontà momentaneamente rappresa, o dissolvere uno stato interiore dell’anima ostacolante il cammino scelto. Un uomo libero non sa proprio che farsene di dogmi nella sfera conoscitiva e di regolette in quella morale. In ogni momento, egli sarà capace di generare di bel nuovo la verità nella conoscenza, e di intuire l’azione necessaria nel campo della volontà.  

Viene rimproverato agli amici, che scrivono su Eco, la grande predilezione ch’essi hanno per la Filosofia della Libertà, quasi che l’amore per essa li portasse a svalutare altri contenuti della Scienza dello Spirito. Che la via della Filosofia della Libertà sia una Via più radicale, « più sicura, più esatta e specialmente più pura, sebbene per molti più difficile», non lo dice l’ottimo Isidoro, o quel lupaccio della steppa di Hugo de’ Paganis, ma è lo stesso Rudolf Steiner a scriverlo queste parole – che più chiare non potrebbero essere – nel V Capitolo della sua Scienza Occulta, parole che abbiamo già riportate in un nostro precedente articolo su questo blog.

Ma la Via della Filosofia della Libertà non si contrappone affatto, né tantomeno esclude, quanto da Rudolf Steiner viene comunicato in Teosofia, o in Iniziazione, o in Scienza Occulta, o negli altri suoi scritti. Ne è semplicemente indipendente. Offre una Via radicale di realizzazione diretta dello spirituale attraverso l’esperienza intuitiva del pensare, che abolendo ogni mediazione al proprio movimento, si realizza al contempo come forza formatrice e forma di se stesso, coincidenza di potenza e atto, unico contenuto del proprio folgorante attuarsi. Che questa realizzazione del Pensiero Vivente sia di ardua conquista, è pacifico, nondimeno essa è possibile: dapprima per una «breve eternità», che può ripetersi, poi – dis bene juvantibus – può diventare l’esperienza continua dell’Io e lo stato fondamentale dell’anima. Su quest’ultimo punto Massimo Scaligero rispose affermativamente ad una mia precisa domanda.

La Via della Filosofia della Libertà – ma anche quella della Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, di Verità e Scienza, del Trattato del Pensiero Vivente – è l’autentica «Via del Pensiero», ossia la Via del pensare che si libera di tutti i pensieri, di tutti i pensati – compresi i pensati «antroposofici» – per divenire forma di se stesso, per sperimentare in maniera vivente il proprio «vuoto folgorante». La Via della Filosofia della Libertà è una Via del tutto autonoma, che non necessita di altro che dello sperimentare volitivamente i suoi pensieri, consumandone la forma verbale, e della più intensa pratica della Concentrazione. È la Via delle Vie, che riassume in se stessa – e supera – tutte le altre.

L’Antroposofia è una «via dei pensieri», pensieri che provengono dalla rivelazione  del Dottore circa le realtà spirituali. Tali realtà non sono l’esperienza diretta e immediata di chi legge le sue opere, mentre possono divenire esperienza diretta i suoi pensieri, adeguatamente – ossia volitivamente e intensamente – pensati, che di quelle realtà spirituali sono l’essenza. Da questo punto di vista, l’Antroposofia è una Via «mediata», che – ed è giustissimo che sia così – accoglie e si appoggia sui pensieri di chi, come Rudolf Steiner, ha già conquistato l’esperienza vivente del Pensiero Vivente e la Conoscenza diretta delle realtà spirituali. Tale Via necèssita assolutamente di tutto quello che come esercizi, pratiche, atteggiamenti interiori dell’anima, il Dottore indica come necessari in Iniziazione e nelle altre sue opere scritte. Ma lui stesso disse a chiare lettere, ch’egli aveva dovuto scrivere tali opere perché le persone erano incapaci di vivere l’essenza della Filosofia della Libertà, ed erano altresì incapaci di trarre dalla propria, autonoma, «fantasia morale» l’idea vivente, l’intuizione diretta, del concreto agire secondo lo Spirito.

La Via della Filosofia della Libertà è un «atto» e al tempo stesso il «metodo» per la realizzazione di tale atto. Come tale, essa non si lega a particolari «pensieri», neppure «antroposofici», mentre tutti li può assumere nella contemplazione per dissolverli nel proprio movimento. Come tema per il risorgere della vivente forza-pensiero e per rivivere il proprio originario, «vuoto», movimento, tutto può essere adoprato come oggetto del pensiero. Massimo Scaligero indica, come utili per questa aurea operazione, brani dell’ Yi-King, dei Veda, delle Upanishad, della Bhagavad Gita, del Taotehking, delle scritture sacre di tutti i popoli. E, naturalmente anche i pensieri dell’Antroposofia. Ma lo farà da una prospettiva diversa, e con un metodo radicalmente diverso dai metodi della Sapienza antica, e anche da come viene esposto nei libri «antroposofici» di Rudolf Steiner. Su questi punti Massimo Scaligero rispose a mie esplicite domande chiaramente nel senso dei pensieri sopra esposti.

La Via della Filosofia della Libertà, ossia la Via del Pensiero Vivente come Via «immediata» (senza mediazioni), e l’Antroposofia come Via «mediata» dei pensieri, sono ambedue Vie spirituali, e quindi iniziatiche, indipendenti l’una dall’altra, ma nulla vieta che esse vengano percorse e attuate insieme, per libera scelta, da uno stesso individuo.

Quando parliamo del fatto che in maniera surrettizia si cerca di far subentrare ad esse una «via dell’anima», non alludiamo ad una contrapposizione della Via “antroposofica” alla immediata e radicale Via del Pensiero Vivente – contrapposizione che non esiste e che sarebbe un vero non senso – bensì al fatto di voler «sostituire» alla Via autenticamente spirituale e iniziatica un’altra “via” di impronta sentimentale e mistica, con molte commistioni di tipo cattolico, e «rivelazioni» tratte non da autentica percezione spirituale, bensì da una «chiaroveggenza» incerta e non affidabile, che in non pochi punti contraddice quanto portato da Rudolf Steiner, come risultato di un’attività conoscitiva di limpidità matematica.

Ma talvolta coloro che propugnano una tale «via dell’anima» stigmatizzano come pericolosa ed egoistica la pura Via del Pensiero, arrivando a scrivere che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», o come disse lo scrittore di questa velenosa menzogna – e dico quello che ho udito personalmente quanto uscito dalla sua bocca – «La via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata». Allorché udii questa frase mi si gelò il sangue, ma ebbi il sangue freddo – è proprio il caso di dirlo – di fare parlare per molte ore l’autore di essa, affinché illustrasse ampiamente quello che voleva dire ed io scrutassi il fondo del suo cuore.

Dalla stessa fonte proviene la strumentalizzazione di frasi di Massimo Scaligero, citate in maniera incompleta e staccate dal contesto, del tipo: «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e simili. Lo scopo di una tale macchinazione? Arrivare a portare le persone ad arruolarsi in una «voie substituée», come la chiamava un esoterista francese, con tutto quel che ne consegue.

Chi segue la Via del Pensiero e la Filosofia della Libertà non è affatto nemico dei cinque esercizi, ampiamente descritti da Rudolf Steiner nei suoi libri e nei Quaderni Esoterici, anche se agli amici di Ecoantroposophia viene polemicamente «cucito addosso un vestito» in tal senso, al fine di aver motivo muovere contro di loro una critica facile e scontata. Questi amici vogliono unicamente sottolineare l’indipendenza della Via della Filosofia della Libertà e la fondamentalità della Concentrazione come «esercizio a se sufficiente», esercizio che non deve essere confuso col semplice dominio del pensiero. Per coloro che prediligono la «via dell’anima», che non è la Via antroposofica, vi sono le varie Chiese sempre disposte ad accoglierli nel loro avvolgente – e stritolante – abbraccio.

Come disse Rudolf Steiner, citando Goethe, «Chi ha scienza e arte, ha pur religione. Chi non ha né scienza né arte, abbia religione».

SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ E L’AUDACIA DI VOLERE IL PENSARE

Liberta'

Uno dei concetti tra i più equivocati della Scienza dello Spirito è quello dello «studio». Eppure, proprio dal punto di vista ascetico, esso è fondamentale. Perché un tale concetto è equivocato? Rispondere ad una tale domanda è tra i compiti più ingrati, perché una tale risposta non può che essere amara per chi la deve dare e sicurissimamente non gradita (per usare un eufemismo…) per chi la riceve. Per chiarire il tema sarà necessario fare una quantità di citazioni – un piccolo florilegio policromatico – a mio avviso assolutamente necessarie, viste le molte idee confuse ed errate che circolano a questo proposito. Non avendo questo scritto come finalità quella di soddisfare esigenze «estetiche» o «edificanti» di qualsiasi tipo, ma solo di parlare con chiarezza e di stimolare la ricerca interiore del lettore, non vi è motivo di preoccuparsi del fatto che il testo possa risultarne appesantito.

Il concetto di  «studio» è così tanto equivocato, perché all’essere umano nulla è tanto difficile quanto il combattere le abitudini. Massimo Scaligero usava chiamare le abitudini «le rughe dell’anima»: il segno evidente di un «invecchiamento», di uno «spegnimento» della vitalità interiore, di quell’ «ardore» spirituale, di quella «giovanilità» dell’anima, che devono invece  accompagnare l’essere umano sino all’ultimo giorno – anzi sino all’ultimo istante – della sua vita terrena.

Infatti, le ‘buone’ abitudini ci vuole molto tempo ad acquisirle – dovrei dire a conquistarle – e, se non costantemente coltivate e stimolate, le si perdono molto rapidamente. Mentre le cattive’ abitudini le si acquisiscono subito, e poi ci vuole molto tempo a sradicarle. Molto tempo, e sforzi vigorosi, faticosi e, soprattutto dolorosi. E il ricaderci è tra le cose più facili del mondo, perché le ‘cattive’ abitudini consonano con la «natura» dell’uomo: la natura inferiore e corrotta dell’uomo, beninteso!

Anzi – bisogna dirlo esplicitamente – il ricadere nelle ‘cattive’ abitudini è ancor più facile dell’acquisirle la prima volta, perché nel ricadere in esse opera una  «base» già preparata, ossia un cedimento, un indebolimento della compagine interiore, già operato dalla precedente «acquisizione». E, a rigor di termini, non si dovrebbe parlare di abitudini «buone»: si dovrebbe parlare di un habitus, di un ethos, ossia di un «costume» interiore, che non è affatto la stessa cosa. Le ‘buone’ abitudini non esistono affatto, e ciò è eloquentemente mostrato da quanto sia difficile acquisirle (costano sforzo, fatica, dolorosi superamenti interiori) e quanto, invece, sia poi facilissimo perderle. Basta  «rilassarsi», ossia «rilassare», allentare la tensione della volontà, e molte conquiste interiori possono andare perse.

Ci accorgiamo benissimo quando un esercizio – sia esso la Concentrazione o la Meditazione – sia pure correttamente eseguito, è diventato un’«abitudine», quando ci siamo «impigriti», quando siamo scaduti in una ripetitiva routine, e non diamo più tutto di noi stessi. Inavvertitamente, abbiamo perso l’habitus – non l’«abitudine» di portarci al limite estremo di noi stessi: a quel limite estremo ove, per uno schianto interiore, «moriamo» e «risorgiamo». Questo portarsi al limite estremo di se stessi davvero non diventa mai una «abitudine». La natura in noi non ama morire. Non ama morire né la natura inferiore e volgare, né quella sedicente «spirituale».

Ed è per questo motivo che molti – troppi – oggi proclamano la necessità di una «via dell’anima»: perché il carezzare e il lusingare la natura e le abitudini dell’anima, non esigono lotta e non implicano sforzo. Arturo Reghini scriveva ad un suo sapiente amico che «l’acqua scivola naturalmente su un piano inclinato, mentre bisogna compiere un ‘lavoro’, uno sforzo, per riportarla in alto». Come sa bene chiunque dalla fisica abbia appreso come l’energia potenziale si trasformi in energia cinetica, e viceversa. Si proclama – con una forma di condiscendente e ingannevole «compassione» che «una completa austerità sia insopportabile a molti, anzi ai più, i quali hanno bisogno di una più ‘morbida’, consolante e illudente, via dell’anima». Dietro la scelta di una tale ‘via animica’ vi è sempre la rinuncia all’impresa interiore, l’accettazione della sconfitta e la resa senza condizioni nei confronti della natura inferiore.

Massimo Scaligero affermava, con la maggiore chiarezza possibile, che «tradire non è il cadere bensì, una volta caduti, mettersi a strisciare e voler giustificare poi dialetticamente a se stessi e agli altri il livello della caduta».

Nella Scienza dello Spirito il concetto dello «studio» viene equivocato proprio per questo motivo: perché – per non andare in rotta di collisione con la natura inferiore – se ne riduce la pratica al livello «accettabile» all’istinto di sopravvivenza, reazionario e conservatore, tipico di tale natura, la quale tutto vuole fuorché morire, togliersi di mezzo, permettere all’essere umano di risorgere da un antico e abietto servaggio, divenuto appunto «abitudine». Una pessima, anzi la peggiore, la più esiziale, delle abitudini: quella che, permettendo alla natura di sopravvivere, rende l’essere umano mortale.

Il concetto di  «studio» viene equivocato perché, nello stato di neghittosa passività dell’anima,viene sommamente equivocato il pensare. In tale stato di accidiosa passività dell’anima, l’essere umano ritiene che il mondo esista ex se, ossia preesista a lui, fuori di lui, indipendentemente e senza di lui: senza il suo conoscere, senza il suo pensare. Ma non dovrebbe occorrere scomodare Aristotele, per rendersi conto che se c’è un «fatto», questo è frutto di un «atto», e che l’«atto» presuppone una «potenza». In India, gli Shivaiti direbbero che l’«atto» manifesta la Shakti, la Potenza del Supremo, Shiva Parameshvara. L’immagine del mondo, quindi, in quanto «fatto», ossia come scenario che si dispiega ai nostri occhi, presuppone un «atto» immaginante tale scenario, un momento genetico, producente tale immagine. Di tale «atto» immaginante l’apparire del mondo non si è normalmente consapevoli, ma tale  «atto» è pensare, anche se non è pensare riflesso, ossia dialettico, espresso in rappresentazioni e in parole.

Nella Filosofia della Libertà viene detto con chiarezza: «Con quale diritto considerate il mondo completo senza il pensare?». E che non si parli dell’abituale pensare passivo è mostrato nelle parole:

«Solamente non bisogna fare confusione fra l’«avere immagini mentali» e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se s’intende il pensare in tal modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto».

E proprio questo è il punto: volere il pensare, il vero, autentico, pensare che deve sempre essere voluto. L’essere umano non ama affatto il pensare attivo, il pensare volitivo, perché tale pensare non è amato dalla inferiore natura, la quale giustamente vede come un tale pensare attivo e volitivo porterebbe alla sua morte, alla sua dissoluzione, cosa che l’istinto reazionario e conservatore della natura vuole evitare in ogni modo. E a tale proposito mette in atto la sua perfida sapienza e la consumata esperienza di molti millenni di dominatrice fredda e calcolatrice.

Tale potere della natura sull’uomo deve essere vinto e abbattuto, e questo può essere fatto solo col pensare attivo e volitivo. Massimo Scaligero dice, nel Trattato del Pensiero Vivente, che è necessario volere l’atto pensante, ossia: perché il pensare si scuota dal suo stato di morte e di paralisi, e ritorni vivo, è necessario volere il pensare nella Concentrazione, la quale è ben di più del semplice, e indispensabile, controllo del pensiero. La Concentrazione implica ed esige un intenso sforzo di volontà: volontà nella fase della descrizione dell’oggetto, ossia della ricostruzione della concetto-sintesi attraverso la serie delle rappresentazioni, delle quali ognuna deve essere voluta, volontà fervida, sottile, continua nella sua silente dedizione di contemplare la sintesi, volontà di rimanere immobili con l’anima di fronte al darsi della forza-pensiero. Va da sé che ciò implica attenzione illimitata ed enorme sforzo di volontà. Sino al non-sforzo, sino alla non-azione.

Lo «studio», inteso come gradino dell’Iniziazione, esattissimamente come la Concentrazione, esige illimitata attenzione e sforzo di volontà. Nel precedente articolo, Audacia interiore e Filosofia della Libertà, avevamo scritto: Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che «Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà.

Lo  «studio», dunque, deve attingere allo stesso pensare attivo e volitivo che si mette in atto nella Concentrazione, e come ha più volte messo in evidenza Isidoro su questo blog – ogni frase, anzi ogni parola deve essere attentamente  e volitivamente pensata. Nessuna frase, nessuna parola, può essere rapidamente sorvolata, né deve attraversare l’anima in maniera inavvertita, senza dar luogo alla necessaria risonanza interiore. Questo va compiuto con tutti i testi della Scienza dello Spirito. I libri scritti di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero sono stati composti in modo da esigere tale necessario forzo volitivo di pensiero. La difficoltà che si incontra nello «studio» di tali opere non dipende mai da limiti intellettuali o di cultura, bensì da forme di «chiusura» interiore, dalla sordità del cuore, dall’opacità totale o parziale dell’anima di fronte a tali contenuti, la cui finalità è appunto quella di trasformare l’anima, introducendola all’esperienza spirituale diretta e concreta. La «chiusura» è sempre quella dell’anima nei confronti della travolgenza trasformatrice dello Spirito.    

Nella dodicesima conferenza, del 2 settembre 1906, del ciclo Alla porta della Teosofia, intitolata Sviluppo occulto – GA 95, apparso in italiano col titolo di La scienza dello Spirito – Rudolf Steiner sottolinea fortemente la necessità di una rigorosa disciplina di pensiero come base della indipendenza interiore del discepolo della Via rosicruciana – dalla quale è bandita ogni forma di fede dall’autorità – e dell’oggettività dell’esperienza spirituale. Infatti, vien detto:

«Indipendenti al massimo si è nel discepolato rosicruciano. Qui il Maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci, per esempio, sul nostro pianeta fisico, percepiamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le percezioni astrali; e l’udito devachanico vale soltanto nel Devachan. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dal discepolato rosicruciano, il quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Un pensare penetrante viene già educato attraverso lo studio delle verità teosofiche o anche mediante diretti esercizi del pensiero. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, scritti appositamente in uno stile consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Ci potrebbe addirittura essere qualcuno che studia questi scritti e  nulla sapesse di Teosofia potrebbe nondimeno orientarsi nei mondi superiori. Ma come detto, anche gli insegnamenti teosofici agiscono nella medesima maniera».

Ho preferito ritradurre il pezzo citato, perché la traduzione pubblicata ha subito un «intervento di ortopedizzazione» di dubbia finalità. Il termine «teosofia», che Rudolf Steiner adoperò largamente i primi tempi della sua missione pubblica e che poi abbandonò, ha qui il significato originario (e non quello che assunse il movimento occulto orientaleggiante a lui contemporaneo), viene chiarito nell’Introduzione del libro Teosofia:

«L’uomo designa come “divine” le cose più alte che gli è concesso di vedere, e deve pensare in qualche modo collegato il suo destino più alto con l’elemento divino. Di conseguenza anche la saggezza che va al di là del mondo sensibile e che gli manifesta il suo essere e quindi il suo destino potrà ben chiamarsi “saggezza divina” o teosofia. Allo studio dei processi spirituali nella vita umana e nell’universo si potrà dare il nome di scienza dello spirito. Se da essa, come avviene in questo libro, si estraggono specialmente i risultati che si riferiscono all’essenziale nocciolo spirituale dell’uomo, può venir usata per questo campo l’espressione “teosofia”, perché in questo senso essa venne usata nel corso dei secoli».

E in effetti, in tal senso tale espressione venne usata a partire sin dalla corrente neoplatonica ed ermetica alessandrina, poi nella corrente  ermetico-rosicruciana rinascimentale e settecentesca. E illustrando il primo gradino della Iniziazione rosicruciana, ossia lo studio, nella quattordicesima conferenza del 4 settembre 1906 del suddetto ciclo, così viene detto:

«L’europeo attuale non raggiungerà da solo, senza studio, la conoscenza della verità. Prima deve far nascere in sé i pensieri dell’intera umanità, deve imparare a pensare macrocosmicamente, deve dirsi: “Se altri hanno pensato questo, deve pur essere umano pensarlo, ed io voglio provarmi come si possa vivere con tali pensieri”. Non occorre giurarci sopra come fossero un dogma, ma bisogna imparare a conoscere lo sviluppo dei sistemi universali fissi e planetari della Terra e dell’uomo. Questi pensieri che ci vengono trasmessi dallo studio purificano lo spirito. Come l’edera si appoggia all’albero, finché il suo fusto non è da tanto da sostenere i propri rami, così i nostri pensieri si appoggiano degli alti pensieri altrui, fino a tanto che noi stessi non siamo capaci di formare alti pensieri. Questo studio purifica a sua volta i nostri pensieri, sicché arriviamo a pensare con una logica severa. Se per esempio studiamo un “libro molto difficile” importa assai meno il comprenderne il contenuto che trovare il filo delle idee dell’autore e imparare a pensare i suoi pensieri. Perciò non dobbiamo stimare nessun libro troppo difficile: ciò equivarrebbe ad attestare la nostra indolenza a riflettere. I libri migliori sono quelli che bisogna leggere e rileggere molte volte, che non comprendiamo subito, che occorre studiare frase per frase. Nello studio importa più il come che il che cosa si studia. Attraverso le grandi verità, come quelle che trattano delle leggi planetarie, veniamo a crearci grandi linee di pensiero, e questo è l’essenziale. C’è molto egoismo in chi dice: “Voglio maggior copia di dottrine morali e nessuna sul sistema planetario”. La vera scienza genera la vita morale».

Ora, è evidente come la Filosofia della Libertà sia proprio uno di tali “libri molto difficili”,  e che lo «studio», rosicrucianamente inteso, di essa esiga un energico pensiero volitivo. La stessa cosa vale per le opere di Massimo Scaligero – soprattutto per il Trattato del Pensiero Vivente e la Logica contro l’uomo – nelle quali, come dice Rudolf Steiner in un punto di Teosofia, già citato nel precedente articolo e in un paragrafo più sopra – durissimis repetita juvant capitibus«Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso».  

Lo scopo profondo, perseguito dallo «studio» in particolare dello studio della Filosofia della Libertà – viene indicato in maniera esemplare nella dodicesima conferenza del ciclo sul Vangelo di Giovanni, ove vien detto:

«Con un termine antico si chiama catarsi, o purificazione, la elaborazione del corpo astrale mediante la meditazione e la concentrazione. Questa catarsi, o purificazione, ha appunto lo scopo di eliminare dal corpo astrale tutto quanto gli impedisce di organizzarsi in modo armonico e regolare, sì da sviluppare gli organi superiori, poiché il corpo astrale è predisposto a sviluppare quegli organi e basta mettere a nudo, per così dire, le forze latenti in esso.

Abbiamo menzionato che si potrebbe ricorrere ai metodi più diversi, per determinare la catarsi. Ad esempio si potrebbe progredire assai su quella via, giungendo a compenetrarsi intimamente e a vivere tutto il contenuto del mio libro Filosofia della Libertà, fino a sentire di essere divenuti capaci di riprodurre da se stessi e fedelmente i pensieri che vi sono esposti. Se qualcuno si comporta nei riguardi di quel libro (che è scritto proprio con questo intento) come un pianista nei riguardi del compositore d’ un pezzo da eseguire, in modo da riprodurre il tutto in se stesso nel modo adeguato allora la catarsi può prodursi in grado elevato, già solo a causa della rigorosa concatenazione dei pensieri. Infatti, ciò che conta in questo campo, come nel caso di quel libro, è che i pensieri siano tutti collocati in modo da diventare operanti. In molti altri libri dell’ età nostra, in fondo, basta configurare solo un po’ diversamente la sistematica, perché si possano spostare i pensieri, ed esprimere una cosa prima e un’altra dopo. Nel caso della Filosofia della Libertà ciò non è possibile. E altrettanto impossibile spostare una pagina nell’insieme del contenuto, quanto non si possono scambiare le gambe anteriori d’ un cane con quelle posteriori, poiché quel libro è un organismo articolato, e lo studio assiduo dei pensieri che vi sono esposti produce una specie di allenamento interiore. Esistono dunque diversi metodi per produrre la catarsi. Chi non l’abbia conseguita, dopo avere studiato quel libro non deve pensare che sia inesatto quanto ho detto adesso; ma piuttosto pensi che potrebbe non averlo studiato nel modo giusto, o non con sufficiente energia o serietà».

E sullo «studio», Rudolf Steiner ritorna nella quattordicesima conferenza del ciclo La Saggezza dei Rosacroce, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907 e intitolata L’Essenza dell’Iniziazione, ove vien detto:

«Chi poi voglia salire nei mondi superiori, dovrà abituarsi a una forma di pensare che faccia sorgere ogni pensiero da quello precedente. Un tal modo di pensare è sviluppato nei miei libri: La Filosofia della libertà e Verità e scienza. Entrambi i libri non sono scritti in modo da poter spostare un pensiero per portarlo in un posto diverso da quello ove si trovi; sono scritti piuttosto nello stesso modo in cui può sorgere un organismo, in quanto ogni pensiero sorge dal precedente. Questi libri non hanno nulla a che fare con chi li ha scritti; l’autore si rimise ai pensieri medesimi, che si elaboravano in lui, e li scrisse come essi si configuravano.

Per chi si accontenti di farlo in modo elementare, lo studio è quindi un prendere conoscenza dei fatti principali della scienza dello spirito, mentre per chi voglia salire ai mondi superiori, questi studi rappresentano un approfondimento in una costruzione di pensiero nella quale ogni pensiero è la conseguenza del precedente, sorge per così dire da se stesso».

Perché, dunque, una tale insistenza sul volitivo pensare i pensieri della Scienza dello Spirito, e in particolare i pensieri di opere come la Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente? Massimo Scaligero ce lo mostra sin dalle primissime parole del Trattato:

«Il presente trattato, anche se formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. […]

Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della  «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta in ogni pensiero che pensa».

Nella Filosofia della Libertà viene indicato lo stato eccezionale del pensare che fa di se stesso il proprio contenuto, stato eccezionale nel quale il pensare volitivamente attivo osserva, percepisce, e contempla, nell’obbiettività dello scenario interiore dell’anima, una serie di pensieri attentamente e intensamente pensati, sino a sperimentare di essi il momento genetico o sorgivo, sino a sperimentare mediante tali pensieri vivi l’estraformale forza-pensiero libera di pensieri, ossia libera di oggetti pensati, la cui funzione mediatrice si estingue, cessa, di fronte al sorgere del pensiero vivente che non ha bisogno di veruna mediazione . Ma questo è ugualmente il processo della Concentrazione e dello «studio» iniziaticamente inteso. Infatti, nel 22° capitolo del Trattato vien detto:

«Possiamo attingere al pensiero vivente per via di determinati pensieri, che risorgano compiutamente come nostra attività».

E proprio di questo si tratta: di non leggere velocemente e superficialmente, bensì di leggere intensamente e profondamente, e non per acquisire eccentriche «informazioni» ma per sperimentare la «vita». Perché l’Io può vivere unicamente nel pensiero vivente: fuori di tale realizzazione, gli esseri umani non sono spiritualmente vivi, perché spiritualmente non conoscono. Psichicamente, invece, essi sono animalmente vivi, ossia animati e galvanizzati da una animale vita «caduta» che consuma ed erode le forze autentiche dell’anima, nutrendo con esse dèmoni.

Un siffatto lavoro di pensiero è tale che lo «studio» è un atto «rituale» – e in quanto Rito deve essere considerato «sacro» che deve essere compiuto con lo stesso rigore, con la stessa abnegazione e dedizione, la stessa devozione e venerazione della Concentrazione e dela Meditazione. Come la Concentrazione, lo studio meditativo della Filosofia della Libertà, la meditazione del Trattato del Pensiero Vivente, richiedono il massimo sforzo interiore, la massima tensione della volontà. Come direbbe Isidoro, questo è  «un lavoro di edilizia pesante». Lo sforzo è quello di pensare intensamente, con la massima attenzione i pensieri della Concentrazione, i pensieri della Filosofia della Libertà o del Trattato, insistendo con la volontà pensante sino ad aprire il varco alla forza-pensiero, alla vita e alla luce primigenia del pensiero.

Questa è la Via Vera, la Via del Pensiero autenticamente iniziatica, quella che porta all’esperienza della morte e del superamento della morte. È la Via più coraggiosa, quella che cerca la Vita Vera con l’affrontare da vivi la morte. La Via eroica che col calor cogitationis – come lo chiamava Massimo Scaligero – col fuoco del pensare volitivo dissolve la brama dell’apparire illusorio, la paura di perdere il menzognero sostegno della natura inferiore, e accende nel cuore l’Intelletto d’Amore.   


 

SCIENZA DELLO SPIRITO

AUDACIA INTERIORE E FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Rievocavo, nelle ore nelle quali una dolcissima melanconia è fedele compagna alla mia insonnia, quanto era emerso in vari colloqui tra una persona amica e me, circa la centralità che Massimo Scaligero dava alla Via del Pensiero e alla Concentrazione. E ogni volta i nostri scambi di idee mi riportavano alla mente quel che Massimo Scaligero, in vari colloqui, mi aveva detto, e che io custodisco nella memoria del mio cuore, come un prezioso tesoro. Le sue parole – comprese quelle ch’egli disse nell’ultimo colloquio del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – le porto scritte a lettere di fuoco nella mia anima e sono per me «bevanda della memoria», nonché un criterio radicale di distinzione tra ciò che costituisce l’essenza della Via Solare e ciò che non lo è.

Più volte nei nostri periodici, Massimo Scaligero mi disse come la missione di Rudolf Steiner – missione che Rudolf Steiner riconosceva essere sua propria – fosse quella di portare all’Occidente, e all’umanità tutta, una Via magica del pensiero e della percezione: una Via che fosse al contempo rigorosamente scientifica ed iniziatica. Sin dalla sua giovinezza, egli aveva lottato, prima per conquistare, e poi per indicare nelle sue opere, una tale Via che da una parte porta alle sue estreme conseguenze le istanze del metodo scientifico di rigore logico e sperimentale, e dall’altra una Via iniziatica nelle forme di un audace idealismo magico.

Risulta dalla stessa biografia di Rudolf Steiner, come questi sia partito da un confronto serrato con la filosofia kantiana, che nella seconda metà del secolo diciannovesimo avrebbe avuto, soprattutto in Germania, una immensa influenza, con la matematica, con la fisica, la chimica, le scienze naturali, le quali pure passavano di scoperta in scoperta e vedevano aumentare a dismisura la loro influenza sulla visione del mondo e sulla vita di innumerevoli persone. In particolare, il giovanissimo Rudolf Steiner riteneva – come mi diceva Massimo Scaligero e come si evince altresì da molte delle sue vicende biografiche – che l’esperienza del momento originario del pensiero e dell’essenza sovraindividuale, universale, dell’idea fossero comuni, oltre che a lui, anche a scienziati e filosofi, perché egli non si spiegava come costoro potessero avere una intuizione matematica, scoprire una legge fisica, chimica o biologica, di valore universale, senza avere coscienza come tali intuizioni e leggi fossero «idee», e senza essere coscienti del momento «dinamico», «vivente», del pensare producente tali «idee». In effetti, egli dai suoi diciotto sin oltre i suoi quarant’anni cercò di riscontrare in scienziati e filosofi la coscienza di tale momento originario del pensare, la consapevolezza del momento ideante del pensare, del quale in maniera evidente essi usufruivano, sino ad avere ogni volta cocenti delusioni. Egli stesso riferisce ne La mia vita come, di fronte alle risposte sprezzanti di un fisico, al quale si era rivolto esponendo le proprie idee e che dimostrò tutta la propria chiusura mentale e l’incomprensione totale rispetto a quanto gli veniva esposto, dovette «ammutolire».

Se seguiamo il suo percorso, così come lo possiamo scorgere nelle sue opere scritte, vediamo come per oltre due decenni egli sia rimasto fedele a questa sua «missione» – radicale e audace sino alla temerarietà – di portare un impulso spirituale rinnovatore nella scienza, nella filosofia, nella cultura e nella visione del mondo moderna. Attraverso la raccomandazione di Karl Julius Schroer, che lo presenta all’editore Kürschner, cura – a partire dal 1882, quando aveva solo 21 anni – per la «National Literatur» l’edizione delle Opere Scientifiche di Goethe, ch’egli arricchisce di varie introduzioni, riunite poi nel primo volume della sua Opera Omnia, e di moltissime note. Seguono poi la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo del 1986 – quando di anni ne aveva venticinque – Verità e scienza. Proemio ad una filosofia della libertà del 1892 – che era l’ampliamento della sua tesi di laurea in filosofia, sostenuta a Rostock nel 1891 – la Filosofia della libertà. Risultati di osservazioni animica secondo il metodo delle scienze naturali del 1894 – aveva allora trentatré anni – Friedrich Nietzsche, lottatore contro il suo tempo del 1895, la Concezione goethiana del mondo del 1897, Concezioni del mondo e della vita del XIX secolo degli anni 1900-1901, che – ampliata nel 1914 di un secondo volume – diverrà gli Enigmi della filosofia. Solo al principio del nuovo XX secolo, egli scriverà I mistici all’alba dei nuovi tempi del 1901, ma affronterà il problema della Mistica medievale e rinascimentale – che è tutt’altra cosa dal misticismo, contro il quale egli si scaglia nella Filosofia della libertà – ma lo affronterà dal punto di vista della stessa Filosofia della libertà. Per non parlare di molti suoi articoli come L’individualismo nella filosofia, di ben sessanta pagine, o Haeckel e i suoi avversari, che sarà un vero e proprio opuscolo, ed un’infinità di altri suoi contributi alla scienza, alla filosofia e alla cultura in genere apparsi in riviste, giornali, opere collettanee varie.

Per molti anni, dal 1881 al 1901 – sin oltre la metà della propria vita – Rudolf Steiner operò col pensiero, con la parola, con l’azione, ad indicare una Via dei «nuovi tempi», una Via radicale per giungere alla diretta esperienza spirituale, alla concreta possibilità della Iniziazione mediante l’esperienza dell’Io libero: libero nel conoscere da qualsiasi limite, che possono essere posti contingentemente, e superati, solo dal pensare in sé privo di limiti, e libero nel volere, che non riconosce altra legge se non quella ch’egli prescrive a se stesso come frutto della fantasia morale.

La Filosofia della libertà, pur nella forma di un’esposizione filosofica, è in realtà – come lo definì il mio amico L., suscitando in me gioioso stupore ed entusiasmo – «il più potente trattato di magia mentale che sia mai stato scritto». Io oserei dirlo addirittura un «rituale interiore d’Iniziazione mediante l’esperienza del pensare puro». Che attraverso l’esperienza interiore del pensare puro, operando secondo il metodo indicato nella Filosofia della libertà, si giunga alla concreta e diretta esperienza spirituale, lo dice apertamente lo stesso Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918), alle pp. 216-218 della traduzione italiana di Dante Vigevani, che io preferisco per chiarezza e precisione, edita nel 1966 dall’Editrice Antroposofica. Vale la pena di trascriverne le parti salienti:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente. […]
Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivo, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare puro è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «Filosofia della libertà» è la base filosofica. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può accogliere con tutta serietà il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Penso che più chiari di così non ci si possa esprimere. Eppure, la Filosofia della libertà, tra i libri di Rudolf Steiner, è sicuramente quello meno conosciuto, il più equivocato, e soprattutto il meno amato. Soprattutto il meno amato dagli antroposofi. È il meno conosciuto perché si evita accuratamente di conoscerlo, e si evita di conoscere la Filosofia della libertà perché la si teme, si teme l’intensità interiore ch’essa esige. Essa è il libro più equivocato, proprio perché si evita accuratamente di pensare sino in fondo i suoi pensieri, per tema ch’essi conducano ad esperienze radicali che si presentono ma che si vogliono ad ogni costo evitare. Per cui è più comodo pensare che sia un semplice libro di “filosofia” – come in fondo ce ne sono tanti – che vuole dare una “giustificazione gnoseologica” – che taluni trovano un tanti nello arida e noiosa, in fondo inutile – all’Antroposofia. La Filosofia della libertà è il libro di Rudolf Steiner meno amato, perché come Via d’Iniziazione porta all’esperienza della morte, a quell’esperienza del morire prima di morire, senza morire, che è lo scopo precipuo e il mezzo assolutamente necessario del processo dell’Iniziazione. Esperienza cui l’umano-animale, presente in ogni essere umano, cerca con ogni mezzo ed ogni astuzia di sottrarsi. Contro tale umano-animale deve fare coraggiosamente i conti chi, con risolutezza, vuole giungere ad una esperienza spirituale autentica.

La Filosofia della libertà non è certo tenera con il sin troppo umano bisogno di cercare «appoggi» di natura vitalistica, filosofica, scientifica, moralistica, e persino religiosa. Il rinunciare a tali appoggi dà all’uomo impastato nei processi della natura inferiore – ossia all’uomo che subisce il servaggio alla natura corporea, inevitabilmente animale – la vertigine dell’abisso, la paura del precipitare, e la brama di cercare un «rifugio» in una «ideologia» economica, politica, scientifica, religiosa, che può trovare in partiti, corporazioni scientifiche e accademiche, logge e Ordini «occulti», confessioni religiose varie. Cercando, naturalmente, di non vedere, di nascondere a se stessi l’estrema precarietà di una tale «soluzione», la cui unica funzione è quella di narcotizzare l’angoscia esistenziale e la paura che ascendono dalle profondità della natura umano-animale.
Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che:

«Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione questa che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà – poco più oltre aggiunge:

«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

In maniera ancora più esplicita, Rudolf Steiner indica ne La scienza occulta nelle sue linee generali come nel campo dell’esperienza spirituale solo l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, possa rappresentare un criterio di certezza assoluta nei confronti delle innumerevoli illusioni che per il cercatore spirituale possono scaturire dalla sfera immaginativa. Certezza assoluta lo sperimentatore spirituale può avere nell’esperienza ispirativa, e soprattutto in quella intuitiva. Massimo Scaligero, nell’indicarmi la centralità delle opere di pensiero di Rudolf Steiner, mi disse esplicitamente che queste muovevano, indipendentemente da qualsiasi elemento apporto immaginativo, facendo appello direttamente ad un pensare ispirativo-intuitivo. E l’importanza di un tale pensiero ispirativo-intuitivo viene sottolineata, ne La scienza occulta – che amiamo citare dell’edizione italiana del 1947, pubblicata da Laterza di Bari – con le seguenti parole:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti più difficile, e sta descritta nei miei libri La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e La Filosofia della libertà. Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente delle comunicazioni della scienza dello spirito; nondimeno in essi viene mostrato che il pensiero puro, concentrato in se stesso, può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensare può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione spirituale. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri è già nel mondo spirituale, sebbene questo li si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio, segue una via sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecherà bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Che una tale Via del Pensiero porti alla diretta esperienza spirituale, è giustificato dalle parole che Rudolf Steiner pone una pagina prima, ove dice:

«Per chiarire questo punto bisogna considerare che il pensiero umano, quando si stimola con energia, arriva ad abbracciare un campo più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo sovrasensibile».

Mentre in Teosofia, a proposito della natura intuitiva del pensare, dice:

«Nello stesso senso in cui le manifestazioni del mondo corporeo sono chiamate sensazioni, le manifestazioni di quello spirituale si possono chiamare intuizioni. Il pensiero più semplice contiene già intuizione, perché non può essere toccato con le mani né veduto con gli occhi: bisogna riceverne la rivelazione dallo spirito attraverso l’io».

Non posso che rimandare, dunque, a quanto Isidoro – col quale concordo pienamente – ha scritto nel suo articolo Libertà individuale e filosofia della libertà. Aggiungo che anche varie conferenze dedicate ai soci della Società Antroposofica, in maniera particolare ne La Saggezza dei Rosacroce e in Alle porte della Teosofia (apparso in italiano col titolo La Scienza dello Spirito), Rudolf Steiner collega l’elaborazione meditativa di opere come Filosofia della libertà, Verità e scienza, Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, come fondamentali per lo «studio», in quanto primo gradino della Iniziazione rosicruciana. E nella dodicesima conferenza sul Vangelo di Giovanni, egli indica lo «studio» meditativo, e non intellettuale, della Filosofia della libertà – «che è stata scritta proprio con questo scopo», dice il Dottore – per realizzare quella kàtharsis, o purificazione del corpo astrale, che trasforma l’anima nella «pura, casta, sapiente Vergine Sophia», e la apre all’azione fecondatrice dello Spirito, in modo che venga da essa generato l’Io superiore.

Ciò mostra in maniera che più chiara non si potrebbe la funzione iniziatica della Filosofia della libertà e delle opere di Rudolf Steiner ad essa correlate, nonché del Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero che da essa è scaturito. Come ne scaturisce la  pratica della Concentrazione che, intensificandosi nel suo momento dinamico, giunge a liberarsi di ogni mediazione che non sia il suo stesso «essere» in atto, sino a farsi Contemplazione della propria essenza e del Mondo Spirituale.

Fu Massimo Scaligero  a farmi comprendere l’importanza di quanto Rudolf Steiner scrive nella Appendice all’edizione 1918 – che citiamo nella edizione pubblicata dai Fratelli Bocca nel 1952 – nella quale viene indicato come:

«La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione, o malinteso sul medesimo. e in questo campo riesce facile all’uomo essere tratto in inganno. […] Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico spirituale. È possibile per l’uomo di vivere queste esperienze solo se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale, allorquando, su ciò che ha percepito dall’esteriore, o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma pensieri che non derivino dal percepito, sentito, voluto».

Nella citata Appendice viene messo in evidenza l’incorporeità dell’esperienza del pensiero puro, della «capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso». Isidoro ha riportata L’Appendice del ’18 nel suo articolo del 29 gennaio 2014, al quale perciò rimando il lettore.

In particolare, in tale Appendice il Dottore mette chiaramente in evidenza come ogni esperienza dell’anima, ad eccezione del pensiero puro, non possa non svolgersi normalmente senza il coinvolgimento del corpo, del quale è fatale subire l’influenza. E qualsiasi esperienza pretesa «spirituale», che non si liberi radicalmente di ogni influenza corporea, non può evitare di essere medianica, e di aprirsi non ad una sfera sovrasensibile, bensì ad un equivoco sperimentare subsensibile, fonte di ogni errore e d’infinite illusioni.

Un tale scivolamento nella medianità più o meno inconsapevole è fatale allorché alla Via del pensiero si contrappone una «via dell’anima», come via che sarebbe «più adatta» a molti per i quali «una completa austerità è insopportabile». Un tale scivolamento è fatale al misticismo – che è qualcosa di alquanto diverso dalla Mistica per es. di un Meister Eckhart della quale parla Steiner nel suo libro sui Mistici all’alba dei nuovi tempi – perché il misticismo «vuole sentire quello che, invece, deve conoscere» (Filosofia della libertà), e un tale sentire non è libero dalle pastoie del coinvolgimento corporeo. Per questo affermare che «il pensiero puro-libero dai sensi è una esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», è affermare l’esatto contrario della verità. Quella verità che Massimo Scaligero ci ha indicato nella Via del Pensiero Vivente e nella disciplina dura, difficile, ma aurea ed eroica, reale, in sé e a sé sufficiente, della Concentrazione.

Questa Via della Filosofia della libertà è indipendente e al contempo polarmente opposta all’Antroposofia – come ha sagacemente sottolineato Isidoro nel suo articolo – ed essenzialmente connessa con l’esperienza di profondità della Concentrazione. Si può dire che la meditazione della Filosofia della libertà e la pratica della Concentrazione si alimentino a vicenda: ognuna permette di andare al cuore dell’altra. E soprattutto sono il più potente antidoto a quel veleno che è costituito dalla sentimentalizzazione fideistica e dall’intellettualizzazione dogmatica dei contenuti dell’Antroposofia, veleno che paralizza le forze dell’anima, la deforma, ed offre al mondo un’immagine caricaturale della Scienza dello Spirito.

L’audacia è porre sempre al centro la diretta esperienza interiore, scaturente dalla risoluta pratica dell’Ascesi del Pensiero, superando ogni forma di realismo primitivo, scientifico, politico, religioso e «antroposofico» – come ammoniva Massimo Scaligero nelle riunioni dell’ultimo anno – attraverso il «realismo del pensare», il «realismo» dell’esperienza eterica del concetto, il «realismo» del Logos.

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA

Raffaello,_concilio_degli_dei_

(Concilio degli dei – Raffaello)

*

A volte un’immagine può dire più di tante parole se colpisce il profondo dell’anima, ed un mito – come c’insegna Platone – può esprimere una verità profonda, celata nella trama delle immagini, meglio di un discorso dialettico, che spesso è solo il rumoroso risuonare di vuote parole. Immagine e mito possono avere un afflato poetico, e suggerire o far presagire arcani significati, ai  quali l’anima può volgersi nel meditare.

Pochi colgono la differenza tra coscienza e autocoscienza, ma essa è fondamentale per intuire e avere vivo e intenso in se stessi il clima nel quale si svolge l’Ascesi del Pensiero, il clima del pensiero puro, che ha pochi, scelti innamorati. Pochi sono così svegli da rendersi conto come un’aurea disciplina, che molti ritengono aridissima, come la Concentrazione possa essere in realtà un’operazione interiore che può generare nell’anima slancio ed entusiasmo, possa suscitare dedizione sacrificale e abnegazione, generoso impegno e gioiosa immolazione. È una disciplina ardua e austera, è vero, è tuttavia essa può accendere – dopo aver dissolta e dispersa la mucillaginosa e logorante emotività nella quale sguazza l’anima «naturale» – un impeto interiore che travolge la mediocrità nella quale l’accidiosa comune umanità si crogiola e apre all’audace e al fedele  il varco alla Via eroica e al sentire celeste: quello autentico, non la sua caricaturale degenerazione che è la consueta erodente emotività.

Un tempo – che era prima del sorgere del «tempo», ossia del tempo umanamente concepito – l’Assoluto, il Supremo, riunì tutti gli Dèi, tutti gli Esseri delle Gerarchie Celesti, e dette loro un compito: portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Compito che gli Dèi, le Entità divine, ritennero estremamente arduo, perché essi non conoscevano la libertà. Non la conoscevano perché essi non erano liberi. Gli Dèi, gli Esseri delle Gerarchie divine, infatti, erano emanazioni e manifestazioni dell’Assoluto, del Divino: nel loro essere manifestava ogni Gerarchia un particolare aspetto del Divino, ed il loro agire esprimeva direttamente  e dinamicamente un aspetto dell’Assoluto, agire che non poteva essere diverso da quello che era. Vi sono Deità che sono «Spiriti della Saggezza o della Sapienza»: Essi non «hanno» Saggezza o Sapienza, bensì «sono» la divina Saggezza o Sapienza, e non possono non esserla, non possono sottrarsi a tale identità. Altri Dèi sono «Spiriti dell’Armonia», o «Spiriti della Volontà e del Coraggio», e anch’essi sono «Armonia», «Volontà», «Coraggio», così come altre Deità sono «Amore», «Forza», «Forma», e via dicendo. Sono quello che sono, e non possono non esserlo. Sono legati all’«essere» che costituisce la loro essenza, e non hanno la possibilità della scelta del «non essere», del non essere quello che sono e come sono. Per non essere quello che sono, per essere diversi da quello che sono, dovrebbero essere «liberi». Ma essi, appunto liberi non sono, perché non «conoscono» la «libertà», ma soltanto la «necessità» che li lega al loro «essere». Non si può essere quel che non si conosce.

Compito difficile, dunque, per gli Dèi quello di portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Per cui «deliberarono» di creare un essere che avrebbe portato lui ad esistenza la libertà nell’Universo e che, quindi, l’avrebbe fatta conoscere loro. Quello che crearono fu l’Uomo Cosmico, l’Uomo Primordiale: quello che nei Veda viene chiamato Mahapurusha, il ‘Grande Uomo’ e, nella Kabbalah, Adam Qadmon, l’Uomo Primevo. Ad un tale Uomo Primordiale, ogni Deità, ogni Entità delle Gerarchie celesti donò una parte del proprio «essere»: egli ricevette Sapienza, Armonia, Volontà, Forza, Coraggio, Amore, e tutte le altre «qualità» o manifestazioni dell’Assoluto, che costituivano l’«essenza» delle Gerarchie stesse.

Ma un tale Uomo Primordiale non era e non poteva essere immediatamente «libero»: finché fosse rimasto nel seno degli Dèi, egli sarebbe stato sapiente, anzi onnisciente, potente e morale, ma non libero, perché la visione e la presenza degli Dèi in lui, con la sua travolgenza, agiva in maniera coartante in lui. Una conoscenza sapiente o un impulso morale sorgevano in lui in maniera immediata, in certo qual modo come un istinto superiore, analogamente a come in un animale sorge la fame, la sete, il sonno. Se l’Uomo primordiale fosse rimasto nel seno degli Dèi sarebbe stato un automa conoscitivo e un automa morale, e perciò non libero. E ciò per la medesima ragione per la quale le Gerarchie non sono libere: la visione del Divino, dell’Assoluto, agisce in esse in maniera così immediata e travolgente che loro sono «costrette» ad essere quello che sono, senza possibilità di sottrarvisi.

Fu necessario che l’Uomo venisse separato conoscitivamente e volitivamente dal Mondo Spirituale e degli Dèi, che lo avevano generato e dei quali egli era figlio. Poiché, parlando da un punto di vista radicale, esiste unicamente il Mondo Spirituale, ossia gli esseri spirituali e i loro stati di coscienza, una tale «separazione» non può essere che una «illusione», un mero «apparire» una maya, anzi la Grande Maya, ossia una limitazione nello stato di coscienza ed una progressiva diminuzione dell’ispirazione della sua volontà.

A tale scopo gli Dèi «incaricarono» una serie di deità inferiori, affinché «velassero» progressivamente la visione dell’Uomo, sottraendolo alla visione del Divino, lo «seducessero», sottraendolo all’azione diretta degli Dèi in lui, lo «precipitassero» nella frantumazione dell’apparente molteplicità, lo facessero smarrire nell’oscurità di un mondo illusorio. Ma neppure tali deità inferiori erano libere: esse eseguivano semplicemente un compito fatale, al quale erano costrette  e al quale non potevano sottrarsi. Come «Spiriti dell’Ostacolo» essi eseguirono – e tuttora eseguono – inesorabilmente il compito comandato loro, con l’impersonalità e la travolgenza di forze della natura, e subendo anch’esse – sia pure su un altro piano – una limitazione dell’intensità e della vastità della coscienza spirituale.

Sotto l’azione di tali Entità Ostacolatrici, l’uomo ha visto nei millenni oscurarsi progressivamente la propria visione diretta del Mondo Spirituale, dapprima sostituita dalla «memoria» struggente di tale comunione diretta, poi con l’attenuarsi e l’estinguersi della stessa «memoria», a sua volta sostituita dalla «tradizione» inizialmente orale e successivamente scritta. Nei secoli e nei millenni, la «tradizione» ha cercato di restaurare per gli asceti la comunione col Divino con i metodi dello Yoga, con i Riti iniziatici, e per i popoli e le comunità un collegamento con la sfera spirituale attraverso i riti e le cerimonie religiose. Sino al punto fatale nel quale – come scrive Massimo Scaligero – la Madre Divina lascia il bimbo umano nel buio e nell’oscurità del terrestre, perché impari a camminare da sé, non più sorretto e non più guidato da Entità superiori.

Sempre più una tale comunione e un tale collegamento col Divino, nel corso dei secoli e dei millenni, diveniva difficile e problematico per gli asceti e le masse. Sempre meno i metodi delle ascesi tradizionali e quelli religiosi funzionavano. E negli ultimi due o tre secoli è andato scomparendo per moltissimi persino il semplice sentimento del Divino, sino alla diffusione di un materialismo in campo scientifico, filosofico, etico e persino religioso, con tutta la serie dei suoi effetti devastanti. Questo è ciò che è stato prodotto dall’azione delle deità ostacolatrici inferiori, per effetto di un compito che a tali inferiori deità ostacolatrici è stato imposto – quindi non da loro stesse scelto – da parte degli Dèi.

Il fine di tutto questo immenso dramma cosmico – ricordiamolo – è la nascita dell’uomo libero, la nascita dell’uomo che, tacendo ormai la parola degli Dèi, che un tempo lo guidava attraverso Oracoli, Iniziati e sacerdoti, ai quali egli si rimetteva passivamente, e estinta l’antica visione spirituale, smarrito il ricordo, spento il sentire del Mondo Spirituale, non può che fare appello all’Assoluto che è alla base del suo essere. Attraverso il dubbio, lo smarrimento, l’errore e il male,  e il loro superamento, l’uomo cercherà con le proprie sole forze, la conoscenza di se stesso e dell’Universo, e libertà del proprio autonomo volere.

Possiamo dire che gli Dèi sono il principio e la causa dell’essere dell’uomo, mentre l’uomo è il fine e la mèta degli Dèi. Perciò – come ci ricorda ancora Massimo Scaligero – «delude gli Dèi l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi». Perché gli Dèi hanno coscienza sovrasensibile, ma non autocoscienza. Gli Dèi hanno coscienza del loro essere fondati nell’Assoluto, ma non hanno coscienza dell’Io. Hanno possente volere creativo, ma non libero e autonomo volere.

Autocoscienza, coscienza ed esperienza dell’Io, libertà e autonomia del volere sono ciò che gli Dèi non hanno, ciò che essi attendono dall’uomo: dall’uomo che in sé è sintesi di tutto ciò che le Gerarchie, gli Dèi sono nella loro essenza. L’uomo può essere e non essere: può realizzare la propria libertà o anche annientarla. Gli Dèi no. L’uomo può scegliere la propria condizione: oltre che essere, può voler essere, liberamente scegliere e volere che cosa essere. gli Dèi non possono questo. Essi attendono nostalgicamente che l’uomo realizzi questa libertà e la doni loro.

Per il Buddhismo, in Oriente, la condizione dell’uomo è suprema: superiore a quella di tutti gli atri esseri a lui inferiori o superiori. Una condizione superiore a quella degli stessi Dèi, che non sono liberi. «Se un Dio vuole realizzare la libertà, deve incarnarsi sulla Terra come uomo»: questo afferma il Buddhismo. Pochi tra gli Dèi hanno rinunciato al loro rango divino e si sono incarnati come uomini sulla Terra per fare l’esperienza dell’io, per sperimentare e realizzare la libertà, per accompagnare l’uomo in questa difficile  impresa terrestre.

Per questo non è possibile rivolgersi ai metodi antichi della Yoga e della «tradizione», ché sarebbe un tentare di tornare indietro, ad una impossibile infanzia divina, nella quale eravamo in tutto e per tutto dipendenti dagli Dèi. Sarebbe un tradire gli Dèi e l’uomo stesso, rendere inutile l’intero dramma attraversato, con i suoi strazi, i suoi fallimenti, le sue vittorie. Oggi l’uomo è volto verso il futuro: egli sarà ciò che vorrà essere. Egli dovrà liberarsi del passato, della sua decadente e corrotta natura, dei suoi condizionamenti ereditari, delle tradizioni culturali, sociali e religiose, provenienti da un passato che oramai ha esaurito la sua funzione.

Essere volti verso il futuro significa cominciare ad essere liberi nel pensare: cominciare ad essere «svegli» nel pensare, perché solo nel pensare per ora possiamo essere totalmente svegli. Se il pensare lo vogliamo, coscientemente, come «atto» sin dal suo sorgere. Perché se pensiamo veramente, nessun Dio prescrive i pensieri che pensiamo volitivamente nella nostra coscienza. Ma questa è la Concentrazione: volere talmente l’atto pesante sino al punto che il pensare diviene cosciente del proprio movimento: diviene cosciente del proprio essere pensante  indipendentemente e senza un oggetto pensato. Allora è il pensare dell’Io, non il pensato dell’anima, la quale è mossa dal sentire, condizionata dalla natura corporea. Per ora il sentire non è libero, perché non è voluto dall’Io, bensì passivamente generato nell’anima. Né è libero il volere mosso da forze ancora più oscure di quelle sognanti del sentire. Per questo una «via dell’anima» non può funzionare, perché non è cosciente delle forze che la muovono.

L’anima ha coscienza dei pensieri passivi, dei sentimenti, dei moti volitivi e istintivi, ma non ha autocoscienza: non scorge come sorgano in lei tali pensieri, sentimenti e moti volitivi, che talvolta la fanno molto soffrire: l’anima non conosce se stessa. Questo è il suo dramma. L’Io, invece, ha autocoscienza: coscienza di sé e coscienza del pensare, del sentire, del volere. L’Io ha coscienza della genesi del pensare, del sentire e del volere. L’Io può volere il pensare, il sentire e lo stesso volere: col suo potere d’identità può farsi ad essi identico, o tornare ad essere identico a sé, essere «forma» estraformale, «vuota», del proprio puro essere. Questo è essere liberi.

Missione dell’uomo è realizzare Conoscenza, Libertà e Amore. Ma non vi è vero Amore se non si è veramente liberi: liberi soprattutto dalla guasta sentimentalità. Massimo Scaligero diceva che «si ama perché si vuole amare, non perché non se ne può fare a meno». Ma non vi è Libertà se non si conosce se stessi e il mondo: se non si è, oltre che coscienti, autocoscienti. Hic opus, hic labor est!

Vale tutt’oggi l’ammonizione dell’Ulisse dantesco:

O frati”,  dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
”.

(Inf. XXVI).

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

FRATELLANZA D’ARMI SPIRITUALE

Krishna

Che l’impresa spirituale di realizzare l’Iniziazione sia una impresa «eroica», sia un combattimento spirituale, lo dicono tutti i testi sacri della Sapienza Celeste e, tra quelli a me più cari, in Oriente la Bhagavad Gita dell’Induismo, il Dhammapada e l’Anguttara Nikaya del Buddhismo originario. Il dominare pensieri, emozioni e moti volitivi, in tutti quei testi viene esplicitamente paragonato ad una lotta mortale che si svolge tra l’asceta, che temerariamente vuole realizzare lo Spirito, e i riottosi, oltremodo recalcitranti, moti della mente e dell’anima, asservite ad una prakriti, ad una «natura» alla quale l’essere umano è assoggettato da tempi immemorabili.

In India soprattutto – ma progressivamente il fenomeno andò gradualmente estendendosi all’Oriente tutto – si assiste al fatto che tutto ciò che apparteneva ad una ritualità apparentemente ‘esteriore’ (‘esteriore’, beninteso, per una moderna mentalità disanimata e positivistica) sia andato poi nel tempo sempre più interiorizzandosi. Così quello che nei Veda dell’epoca indiana più arcaica – e più arcana – era il «sacrificio» rituale, yajña, compiuto dai brahmana, divenne nella successiva epoca delle Upanishad  e delle Aranyaka – non meno arcana – la disciplina, sadhana, con la quale si compiva l’«aggiogamento», yoga, dell’essere «naturale», compiuto nelle foreste o nei romitaggi dagli stessi brahmana o dagli appartenenti alla casta dei guerrieri kshatriya, in vista della agognata «liberazione», mukti o moksha. Ed il mistico fuoco sacrificale, ritualmente acceso dal purohita nel sacrificio vedico e impersonificato nello stesso dio Agni, al quale nei Veda vengono elevati molti inni, tra i più belli, diviene per quei luminosi asceti il tapas, ossia l’«ardore» col quale viene eseguita la disciplina, l’«ardore» e lo slancio col quale le anime assetate d’Assoluto tendono, instancabili, all’esperienza spirituale liberatrice.

Nello stesso Buddhismo delle origini, la parola del principe Siddharta Gautama, della stirpe guerriera degli Shakya, divenuto con l’Illuminazione il Buddha Shakyamuni, parola raccolta nel Dhammapada, afferma che è l’asceta che con ogni sua forza interiore tende a realizzare l’Illuminazione, bodhi,  ad essere veramente degno di venir chiamato «brahmana». Mentre nell’Anguttara Nikaya, parlando ai suoi monaci, che tutto hanno abbandonato per il Sentiero della Liberazione, così si esprime:

‘Guerrieri, guerrieri’, perché, o Asceti, siamo chiamati ‘guerrieri’? Perché lottiamo per la Suprema Sapienza, per la Sublime Virtù: per questo siamo chiamati ‘guerrieri’!

L’urgenza e la tensione interiore, con la quale deve essere condotta questa lotta con quella che il Buddha Shakyamuni, nel Majjhima Nikaya, chiama la Morte, Mara, e la sua schiera, l’Armata della Morte, viene da Lui espressa con le emblematiche parole, che più volte udìi pronunciare da Massimo Scaligero in incontri personali o in riunioni con gli amici:

Oggi è da dare battaglia: forse domani non si sarà più. Per noi non vi sia tregua con la grande Armata della Morte!

Ma – da questo punto di vista – è cambiato forse qualcosa dall’epoca in cui il grande Yajñavalkya nella Bṛhadaranyaka Upanishad, o il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya indicavano la Via per realizzare lo Spirito? Assolutamente no! Perché, oggi come allora, per il discepolo dell’Iniziazione vi è un aspro sentiero da percorrere, e vi è una dura disciplina da attuare, mentre si sono infoltite e moltiplicate le «Armate della Morte». E la condizione umana si è fatta infinitamente più pericolosa.

Guardiamo romanamente in faccia la realtà, ossia senza infingimenti, senza quelle edulcorate attenuazioni, che possano esorcizzare o narcotizzare quell’angoscia esistenziale che lo sradicato uomo moderno sente sorgere dagli oscuri meandri della propria anima, naufragante nel tempestoso mare dell’apparire illusorio, della Maya. La situazione dell’uomo attuale è realmente una situazione di estremo pericolo, e se cento anni fa un uno studioso inglese del Buddhismo, il Rhys Davids, scriveva che: Buddhism has no milk for babies, ossia che il Buddhismo non ha latte per bambini, oggi è necessario affermare chiaramente che neppure la Via dell’Iniziazione che oggi il cercatore dello Spirito deve percorrere ha «latte per bambini», ossia non ha «dottrine» consolatorie o divertenti «pratiche», «dottrine» e «pratiche» in salsa new age, che come droghe stupefacenti facciano «sognare» il fiacco e poco consapevole uomo moderno.

Se nel mondo antico – un mondo molto più a misura dell’Uomo spirituale che non l’attuale – erano necessari ardore e slancio, erano necessari distacco e rinuncia, erano necessari lotta, coraggio e tensione assoluta della volontà, quanto più questi lo saranno oggi in un mondo nel quale è estremo il pericolo dello scivolamento nel subumano, il pericolo per il singolo essere umano e l’umanità tutta dello sfracellamento nell’abisso?! È davvero cosa poco salutare, a questo proposito, volersi illudere, e addirittura criminale il voler illudere gli altri.

In un articolo su East and West, la prestigiosa rivista dell’Is.M.E.O. (Istituzione fondata dal grande orientalista Giuseppe Tucci, che la follia, la brama di potere, la disonestà, la cupidigia dei politici italiani ha permesso venisse chiuso e a vil prezzo liquidato), Massimo Scaligero scriveva che lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni della Bhagavad Gita, è l’essere veramente rivoluzionario, il quale trasforma vivificando, ma al contempo distrugge ciò che si oppone al cambiamento e alla trasformazione, ciò che resiste al necessario cambiamento, ciò che non vuole abbandonare le forme passate e caduche, oramai abbandonate dalla estraformale forza vivificante dello Spirito, e di conseguenza nellasua opposizione dimostra di essere ottusamente reazionario. Lo Spirito del Tempo, scriveva Massimo Scaligero, si serve degli stessi Dèi distruttori per demolire, abbattere, ciò che non ha la volontà, la forza, il coraggio di trasformarsi da sé. Lo Spirito del Tempo incalza gli umani, spingendoli alla lotta spirituale, incitandoli ad affrontare il Drago, esigendo loro di liberarsi di viete tradizioni, che oramai non sono più la Tradizione, che oramai non sono più altro che la vuota spoglia dello Spirito, ciò che lo Spirito ha abbandonato dietro di sé, avendo compiuto ed esaurito la sua funzione, spoglia della quale si sono impadronite potenze anti-spirituali. 

Ma l’essere umano sovente, nel profondo di sé, teme  e segretamente avversa la forza dissolvitrice dello Spirito, teme ciò che è nuovo, ciò che è oltre il limite della sua capacità di imaginare, teme di perdere le proprie catene, e addirittura si innamora delle mura della propria prigione, per la fallace sicurezza che queste sembrano dargli. Per cui brama conservare tutto il cascame dei pensieri morti, tutto lo sguazzare nella mucillaginosa emotività più edulcorata e tutto il suo avido affondare nel servaggio all’istintività più fangosa. La «natura», ossia la natura inferiore, la natura caduta, asservita e manovrata ad Entità Ostacolatrici, non ama che le venga tolto l’avvincente velo illusorio, non ama che venga messa a nudo la sua ripugnante nudità con tutte le sue ributtanti piaghe infette. Per cui, se viene disvelato il suo stato di menzogna – che è la grande contraddizione interiore dell’uomo, soprattutto nei tempi moderni – tale «natura», asservita agli Dèi distruttori, può reagire molto violentemente e molto astutamente. Per questo motivo, l’audace che intraprende la Via dell’Iniziazione, inizia una lotta senza quartiere contro la «Morte», contro l’«Armata della Morte»: questa non può non essere al contempo una lotta tragica ed eroica.

Questa situazione – frutto di una risoluta scelta interiore – porta l’asceta a diventare, secondo una espressione di Massimo Scaligero, un  «lottatore contro la morte». Questa lotta si svolge necessariamente nello scenario interiore dell’anima, ma non è detto che non possa o non debba talvolta manifestarsi anche nello scenario esteriore, e richiedere decise azioni esteriori, coinvolgendo, di conseguenza, rapporti con altri esseri umani. Il confronto con l’infida natura inferiore comporta necessariamente «prove», che possono rivelarsi molto dure, «prove» che portano al limite estremo la tenuta interiore dell’asceta. Ma tali «prove» non si svolgono nell’atmosfera serena di un tranquillo eremo montano, bensì nelle condizioni spesso di una convulsa vita esteriore. Come dice il Buddha: «Nella tempesta è il rifugio».

Il Mondo Spirituale «mette a prova» le libere promesse, i sacri giuramenti che l’asceta, giustamente, ha pronunciato nei momenti di entusiasmo, di slancio, di consacrazione interiore. Quel che in tali momenti di elevazione dell’anima è per sua natura  «volatile», e necessita di venire «fissato»: sono le «prove» ad accelerare il cammino e a «fissare il volatile».

Ma queste prove, non sono di quelle che un asceta abbia facoltà di scegliersi, e di regola non sono mai come questi se le possa immaginare. Esse sono un evento interiore e possono richiedere un «atto» unicamente interiore, ma questo può riguardare simultaneamente lo scenario interiore dell’anima e il mondo esteriore. La «prova» può  non concordare affatto con le rappresentazioni o i pensati che inevitabilmente l’asceta si porta in sé – rappresentazioni e pensati che, specialmente in campo morale, possono essere ardui da abbandonare – e può anche andare in rotta di collisione col cascame dei pensieri morti, col coarcevo di automatiche reazioni emotive e istintive di quanti a lui stanno attorno. La «natura caduta» si può difendere benissimo – anzi quasi sempre lo fa – attaccando l’ardimentoso asceta non solo nella sua propria interiorità, ma soprattutto in quella delle persone in qualche modo a lui collegate, e questo può creare davvero dei seri problemi.

Può accadere di trovarsi di fronte ad una serie di azioni malvagie, compiute da persone pure malvagie, verso persone collegate al ricercatore spirituale, e questa situazione può ben costituire una «prova» interiore del suo cammino iniziatico. Una tale «prova» esige di essere riconosciuta e di essere consapevolmente affrontata. Che l’aspetto materiale degli eventi riguardi altri, non cambia in nulla la «prova». Uno potrebbe comodamente dire: «La cosa non mi riguarda, non devo interferire col karma di un’altra persona: la cosa riguarda lui e non me, e non posso, non devo, non voglio risparmiargli una prova del genere», o addirittura, rispetto ad un’azione correttiva decisamente spartana, con una considerazione moralistica pensare: «Queste cose non si fanno: io non sono certo uno che si mette a fare di queste cose!». Ma questa sarebbe azione vilissima: una latitanza, una turpe diserzione. A posteriori – a parte le conseguenze negative della serie di azioni malvagie sulle persone attaccate, alle quali si sono voltate le spalle – ci si accorgerebbe ben presto che il cammino interiore subirebbe un repentino arresto, e dentro l’anima si porterebbe un amaro senso di sconfitta e di vergogna per l’«atto» – sicuramente fuori dagli schemi previsti – chiaramente richiesto dalla situazione e mancato per ignavia e viltà.

Possono presentarsi situazioni nelle quali quelle persone malvagie fanno un freddo calcolo non solo sul cinismo dei malvagi e sull’indifferenza degli opportunisti, ma anche sulla pavidità, travestita da moralismo, dei cosiddetti «buoni», i quali – così afferma esplicitamente Massimo Scaligero – nella loro debolezza ricercano una «coesistenza pacifica» col Male per evitare la scomodità di dover diventare forti e permanere, avidi di inerzia, nella propria neghittosa accidia. Si percepisce chiaramente come la situazione richieda «presenza di spirito» ed azione risoluta e tempestiva, agendo con rapidità ed energia al fine di evitare eventi tragici, che già si stanno chiaramente delineando all’orizzonte. Può essere talvolta necessario agire, per così dire, anche manu militari.

Una situazione del genere si presentò per esempio, alla fine del trascorso secolo e millennio, ad una persona che dovette scontrarsi con avversari potenti, malvagi e pericolosi, i quali col loro agire, moralmente alquanto spregiudicato, avevano già colpita e mandata all’altro mondo una cara persona anziana, ed avevano in mente di distruggere una intera famiglia sul piano individuale e interpersonale, sul piano familiare, economico e lavorativo. In tale evenienza, si era creata sul piano esteriore quella che Massimo Scaligero, con espressione dantesca, chiama più volte il «triste amplesso tra Pietro e Cesare».

Senza badare a prudenze, la persona che scorse il malo intento si gettò temerariamente nella lotta e riuscì, con una serie di azioni ad hoc, a scongiurare ulteriori sciagure. Ebbe il torto di vincere e, naturalmente, la cosa gli avversari si fecero un dovere di fargliela pagare assai salata. Costui aveva ben intuito che, se avesse evitata la lotta – che ai suoi occhi mostrava essere simultaneamente interiore ed esteriore – il suo cammino spirituale si sarebbe inevitabilmente arrestato, mentre l’avere accettata la prova, l’affrontarla, sia pure con tutte le estreme tensioni interiori che l’andare ‘impreparati’ verso l’ignoto comporta, provocò in lui una fluidificazione della volontà ed una forte accelerazione degli eventi interiori dell’anima, e pur in situazioni veramente pericolose non gli mancò mai la generosa protezione della Provvidenza Celeste.

L’importante è il tenore interiore del lavoro spirituale che deve accompagnare una tale azione esteriore. Un testo di ascesi guerriera come la Bhagavad Gita può dare a tale proposito un prezioso orientamento. Il Supremo, nella veste di Shri Krishna, indica al guerriero Arjuna, la Via del coraggioso adempimento del Dharma, della propria legge interiore, attraverso il compimento del puro agire per amore dell’azione stessa, con completo distacco dalle tensioni personali e dalla fruizione dei frutti dell’azione stessa: è la Via del Karma Yoga. Così dice il Supremo al Suo guerriero-discepolo:

Balaṃ balavatāṃ cāhaṃ kāmarāgavivarjitam,

ossia:

«dei forti Io son la forza, libera di brama e di passione».

Un orientamento interiore simile indica il Buddhismo originario, per il quale l’azione, anche la più energica, deve essere compiuta con quella impersonalità per la quale si possa poi affermare con sereno distacco: katam karaniyam, ossia: è stato compiuto quanto era da compiersi. Mentre nel Buddhismo Mahayana la realizzazione ascetica della «vacuità», shunyata, lungi dall’esser motivo di fiacchezza della volontà, diviene fonte di inesauribilità delle forze interiori, di fantasia morale e di sereno coraggio. Nel Chan cinese e nello Zen giapponese si parla di wu-nien o munen, «non-pensiero», di wu-hsin o mushin, «non-mente» o «non cuore», di muga, «non-ego», ove con queste espressioni si invitano l’asceta nella pratica interiore e il guerriero nella lotta esteriore a svuotare la mente dei pensieri dialettici, dei pregiudizi intellettuali, e liberare il «cuore» dagli attaccamenti egoici, in modo da poter  «abbandonare il corpo e la mente», «affrontare la vita e la morte» con animo «eguale». Un tale distacco e una tale impersonalità possono benissimo accompagnarsi all’azione più impetuosa.

Tra coloro che scelgono la Via dello Spirito, tra coloro che irreversibilmente si sono consacrati ad una tale impresa eroica, si viene a crearsi un’autentica fratellanza d’armi spirituale, per la coscienza di tendere in maniera individuale e pur concorde a quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Eccelsa Mèta. In una tale fratellanza d’armi, chi è forte, in sanscrito balin, lo è per tutti, chi è eroe, vira, lo è per tutti, chi è guerriero e vincitore, kshatriya e jina, lo è con tutti e per tutti, perché l’impresa è unica e comune a tutti, ed uno stesso pensare pensa nel liberato o liberantesi pensare di tutti gli asceti che si sono consacrati alla Via del Pensiero, che in libertà e per amore hanno scelto di votarsi alla pratica più ardente della Concentrazione. Chi vince in sé stesso un limite interiore, lo vince per tutti gli audaces commilitones huius sacrae militiae, lo vince per tutti i compagni impegnati in questa sacra milizia. Milizia sacra non dissimile a quella praticata dai mitriasti, dagli antichi iniziati ai Misteri di Mitra. Invictus Mithra, lo chiamavano i Romani, Ajita Maitreya gl’Indiani.

Mitra è il Dio cui sono sacri i patti e l’amicizia, e per tale ragione si può affermare che in una tale sacra amicizia viene veramente a realizzarsi sul piano spirituale il fatto che essa è idem esse, idem velle : un identico essere e un identico volere. In essa, come mi disse, oltre trent’anni fa sui Pirenei, Marcel – un anziano esoterista olandese, incontrato nei pressi di una grotta ove anticamente venivano celebrati appunto i Misteri mitriaci, cari ai legionari romani – si deve essere solitari e solidali, per cui le volontà individuali e libere sono sacralmente concordi nel tendere all’unica Mèta. Una tale concordia fa sì che i momenti di apparente debolezza di uno, momenti che rappresentano sempre una «prova» interiore positiva, possano essere aiutati e risolti dai momenti di forza di un altro, e la vittoria di uno diviene impulso di tutti all’azione interiore radicale, alla consacrazione della volontà, alla determinazione assoluta.

Non cercheremo, perciò, comodo rifugio, come gl’ignavi, in un turpe ozio, bensì – come incita l’Illuminato della stirpe guerriera degli Shakya – audaci e concordi cercheremo «nella tempesta il rifugio».

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL TAMBURO NEL CUORE: SUONO E FIAMMA

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Ah, Isidoro, quale potente immagine è il suonare il tamburo!

Esso in Asia, ma anche altrove, è stato associato sovente al «cuore»: fisico e metafisico. Nello Yoga dei tantrika, descritto nello Shatchakranirupana, che l’ottimo Sir John Woodroffe – con l’eteronimo di Arthur Avalon – all’inizio del XX secolo tradusse nella sua opera, oramai classica, The Serpent Power, il chakra del cuore è detto Anahata-chakra, ovvero «il (tamburo) non battuto», evocando così quel sangue freddo del serpente, o – come si esprime Gustav Meyrink – quella «fredda qualità magica», la quale vince la trepidante paura, che appunto fa venire ai pavidi il «batticuore».

La «fredda qualità magica» è quella che vince l’infero calore della brama, che divora la vitalità spirituale dell’anima e quella stessa animante il corpo, per cui il corpo si ammala e muore. La «fredda qualità magica» vince il batticuore e fa altresì il «silenzio» dei rumori del mondo, di questo rumoroso, malvagio, stupido e immondo mondo.

La «fredda qualità magica» induce col silenzio, il distacco, e la calma. Diviene quella «bevanda dell’oblio» che vince e spegne quel infero magnetismo che avvince alla maya divorante, a quel aspetto illusorio del mondo che – come insegna Massimo Scaligero ne Trattato del pensiero vivente – si fa indebitamente potenza interiore nell’anima, invertendo la gerarchia Spirito-anima-corpo. Altrove, egli ricorda pure che l’uomo deve riconquistare il sangue freddo del serpente e come il Serpente fosse un grado della Iniziazione caldea. Per questo amo il silenzio solenne  e il freddo delle ore della notte…
Ma il «vuoto» della natura, il suo dissolversi è il risvegliarsi e il risorgere dello Spirito, dello Spirito imperituro. Per cui il cuore che non batte più, trepidante, per la paura dell’ignoto, dello svanire dell’effimero, per il dissolversi dell’oggetto della brama sempre delusa, il cuore che diventa «sordo» allo scomposto stridore dei rumori del mondo, diviene di converso capace di battere per l’Eterno, per l’Infinito, per l’Assoluto, comincia ad udire l’Armonia delle Sfere, sente risuonare in sé il ritmo dei Mondi, e una tale esperienza diviene per l’anima vera «bevanda della memoria».

Il «fuoco sidereo» che discende nell’anima al contempo «gela» – ed è per questo che i pavidi non amano la Via del Pensiero e la Concentrazione – istinti, brame, passioni della natura inferiore e caduta, mentre «risveglia», «resuscita», «riaccende» la morta virtù dell’anima, ne «riscalda» il cuore celeste. Il cuore comincia a udire la «Voce del Silenzio», o come diceva un vecchio Sapiente veneziano, riprendendo una delicata immagine orientale, anzi tibetana, le «campane del Silenzio», preludenti alla «morte mistica» e a quella corporea.
Dunque il «tamburo» e la «fiamma», il suono e il calore. Nell’immagine hindu di Shiva Nataraja, il Supremo danza tenendo nella mano destra esterna il tamburo col cui suono – shabda-brahman o vak o parola creatrice – Egli chiama in essere la manifestazione cosmica – manvantara – e con la mano sinistra tiene il mistico fuoco – agni – che dissolverà la manifestazione cosmica nel pralaya.

Ma ciò è pure quel che micro cosmicamente avviene nel cuore e nell’anima dell’asceta operante, dell’asceta che si vota alla pratica della Concentrazione e della Meditazione. l’ardore dell’ascesi – tapas – l’entusiasmo per il pensiero puro, che Giovanni Colazza nei suoi Aforismi chiama «il segno della maturità dell’anima», è il «fuoco» che discioglie i legami che incatenano l’anima al corpo e la obbligano alla univoca e illusoria visione sensibile, ossia il solvere ermetico che dissolve il «fisso», e permette al contempo il coagulare che fissa il «volatile».

Nell’immagine di Shiva danzante, il fuoco – oltre che esser portato dalla mano sinistra più esterna – circonda come un arco l’intera raffigurazione: simbolo di quel «fuoco saturnio» dal quale, col sacrifico di Prajapati, il Mahapurusha o Uomo Cosmico, son nati l’Universo e i mondi, e nel quale parimenti essi si dissolveranno. Massimo Scaligero, ricordando un insegnamento di Giovanni Colazza, ci insegna come nel cuore dell’uomo sia presente, ma occulta, una «forza più potente della forza stessa del Sole» e come il cuore umano possa in sé ricreare il «calore saturnio».

Possa il risuonare nel cuore del tamburo del Verbo-Vak, della divina Parola Creatrice, Shabda-brahman, proveniente dal Supremo danzante, risvegliare gli asceti dormienti e riaccendere in loro l’ardore del fuoco che nella Concentrazione dissolve le illudenti apparenze della Maya.

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TRADIZIONE

INCONTRI SOLARI CON MASSIMO SCALIGERO

-Massimo

Incontrai per la prima volta Massimo Scaligero quasi alla fine della mia adolescenza. Nell’agosto del 1969 avevo conosciuto a Roma L., che aveva in Via Flaminia una piccola baracca che usava come atelier di pittura. Vi veniva alcune volte durante la settimana per dedicarsi in pace alla sua arte. Pur essendo romano di nascita, viveva ad Anzio dove si era trasferito quando si era sposato. L’incontro con L. fu per me oggetto di grandissima meraviglia, perché era un uomo decisamente fuori del comune, e quello che mi proponeva andava completamente oltre tutto quello che conoscevo.

Io venivo dalle Vie dell’Oriente, delle quali ero appassionato cultore. All’età di 13-14 anni, poco prima di iniziare il liceo, avevo incontrato l’India ed era stato subito amore a prima vista. I Veda, le Upanishad, lo Yoga, la Bhagavad Gita mi avevano preso subito il cuore, ma l’incontro con la figura del Buddha Shakyamuni, l’Illuminato, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, e soprattutto lo Zen,  mi aveva preso la mente, il cuore e l’anima tutta.

Allora non vi era la disorientante proluvie di libri, che oggi così tanto disorientano ed ubriacano il cercatore spirituale. Allora si trovavano pochi libri in circolazione, ma devo dire che, pochi, quei libri erano sotto molti aspetti davvero molto buoni. E vi era inoltre la possibilità di accedere alla Biblioteca Nazionale e ad un’altra ricca ottima biblioteca della mia città, che nel loro seno nascondevano dei veri tesori. Soprattutto vi erano i testi classici della Sapienza d’Oriente. A quell’epoca ancora non era diffusa la possibilità di fotocopiare, per cui mi ero organizzato in modo da poter copiare a mano i testi che amavo. A volte passavo in biblioteca intere giornate. Per cui già nell’estate del 1964 mi buttai con tutto me stesso nella lettura di quei testi, che dissetavano la mia divorante sete di conoscenza.

A dire il vero, il primo anno di liceo lo passai in Sicilia, ospite dei miei zii, a Paternò, un paese alle falde dell’Etna, ad una ventina di kilometri da Catania. La piccola biblioteca comunale locale divenne subito oggetto della mia immoderata cupidigia. Vi scoprii i quattro volumi delle Civiltà dell’Oriente, editi a cura di Giuseppe Tucci, il Buddha di Hermann Oldenberg, e persino uno dei primi testi sullo Zen, che di recente era stato pubblicato in Italia. Fu a Paternò che iniziai la pratica di copiare a mano i testi che amavo. Quel copiare, che cercavo di compiere in uno stato di silenzio interiore, si trasformava nella mia anima spontaneamente in una forma di attenta meditazione che accendeva in me uno stato interiore di intensità intuitiva, che cercavo di mantenere a lungo.

Applicavo tale silente lettura soprattutto a testi come il Dhammapada, o i Discorsi Lunghi del Buddha nel Digha Nikaya, o ai testi dei Maestri Chan e Zen, che leggevo alla Biblioteca Nazionale nei tre volumi di D.T. Suzuki dell’edizione francese di Albin Michel degli Essais sur le Bouddhisme Zen, mirabilmente tradotti in lingua gallica da Jean Herbert. Subito mi resi conto che la cosa più importante era la pratica interiore e l’esperienza spirituale diretta che ne discende, mentre l’intellettualismo e la dialettica erano per me la morte di tale luminosa esperienza spirituale.

Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L. avevo letto e praticato molto. L’incontro con L. fu l’incontro non con un erudito – per quanto anche lui avesse ben conosciuto prima della Scienza dello Spirito sia le Vie dell’Oriente che quelle d’Occidente – bensì fu la prima volta l’incontro con qualcuno che veramente sperimentava ciò di cui parlava. Non ero uno che si lasciava incantare da coloro che tentavano rifilare con le loro parole quanto avevano letto nei libri, perché quei libri più o meno me li ero letti anch’io e mi rendevo conto se qualcuno cercava di rivogarmi con belle parole quel che non aveva sperimentato. L. invece mi parlò di quello che lui sperimentava ed ebbi subito la percezione di trovarmi di fronte – mi si passi la parola, ma è quella giusta – ad un vero mago. Aveva una vasta conoscenza ed una vasta esperienza. Esperienza diretta: vissuta sulla sua pelle. Anche dolorosamente.

Al di là delle tradizioni d’Oriente, mi ero interessato – anche se vi capivo il giusto, ossia quasi nulla – alla Tradizione Ermetica, all’Alchìmia, al Rosicrucianesimo. Allorché, in quel agosto del 1969, con L. portai il discorso – con tutta la disarmante ingenuità della mia adolescente età – sui Rosacroce, lui cambiò volto e mi descrisse una sua diretta esperienza interiore nel pensiero vivente. Quando, a distanza di moltissimi anni, glielo ricordai ringraziandolo cordialmente, L. si allarmò assai, perché è vero che parlava talvolta delle esperienze interiori da lui vissute, ma si guardava bene dal descriverle. Egli aveva fatto allora quella descrizione per un forte impulso interiore – diciamo un’ispirazione – ed io ne ebbi l’anima totalmente presa, come se si trattasse di un elemento spirituale totalmente nuovo nella mia vita. Sentivo che lo Yoga, il Buddhismo e lo Zen appartenevano alla mia storia interiore proveniente da vite passate, mentre quello che L. poneva di fronte al mio sguardo era l’assolutamente nuovo, qualcosa che dovevo conquistarmi, con dura lotta, a nuovo. Qualcosa che andava oltre la mia anima, la mia antica anima «asiatica». L. venendomi qualche mese dopo a trovare mi donò la Logica contro l’uomo di Massimo Scaligero, e proprio su suo consiglio. Mi introdusse alla pratica della concentrazione: conservo ancora le lettere ch’egli mi scrisse in quegli anni lontani.

Alla fine della primavera del 1970, potei tornare a Roma. La mia situazione finanziaria era allora – ed avrebbe continuato ad esserlo nei successivi decenni – drammaticamente fallimentare. Un vecchio occultista mi aveva fatto la «simpatica» (si fa per dire…) predizione: «Ricorda: a quelli come te il Cielo darà sempre tutto il necessario, e nulla di più del necessario». Nessuna sciagurata profezia si dimostrò invariabilmente più vera! Conciosiacosaché dovendo andare a Roma per incontrare Massimo Scaligero, nella mia endemica condizione di squattrinamento assoluto (che si sarebbe protratta nei decenni successivi…), mi risolsi «eroicamente» a fare l’autostop su quella che allora veniva chiamata l’Autostrada del Sole. Mi ero portato dietro zaino e sacco a pelo e, sfruttando un primo passaggio di un automobilista, giunsi ad una area di servizio ai confini con l’Umbria e quella notte mi feci una saporita dormita sull’erba verde (quanto le mie tasche…) di una vasta aiuola dell’area stessa. La mattina dopo, un camionista – gli Dèi lo benedicano – mi offrì un secondo passaggio sino a Piazza Ungheria a Roma, donde, pedibus calcantibus, me ne venni fino a Via Flaminia alla baracca-atélier del mio amico L.

Qualche giorno dopo, generosamente rifocillata la mia arretratissima fame, L. mi portò da Massimo Scaligero. Sin dai miei 13-14 anni ritenevo che la più grande fortuna per un sincero cercatore spirituale fosse quella di incontrare un Maestro, che potesse guidare con mano sicura sull’arduo sentiero della Conoscenza, e ciò era l’oggetto dei mie auspici e delle mie silenti invocazioni ai Numi. Ed ha ragione la nostra amata Marina ad affermare che colui che ci ha fatto incontrare Massimo Scaligero è nell’attuale vita sicuramente il nostro più grande amico: quello che ci ha fatto il dono più grande, quello al quale dobbiamo la gratitudine più grande. Il mio debito nei confronti di L. rimane, dunque, felicemente impagabile.

Venni condotto da L. a Monteverde Vecchio, in Via Cadolini – corta stradina senza sfondo – ove salimmo sino all’attico al quarto piano, all’interno 7, che Marina Sagramora aveva messo a sua disposizione. Salendo le scale, il mio cuore – che in precedenza avevo sconsideratamente creduto passabilmente coraggioso – mi batteva in gola all’impazzata. Bussammo, e Massimo ci aprì. Mi trovai di fronte ad una persona sulla sessantina, vestito con grande semplicità, calmissimo. Ci accolse molto cordialmente. Nella stanza – coperta di quadri e di alcune foto per me molto significative – ove venni introdotto era già presente A., un altro discepolo di Massimo, valente violinista. Così mi trovai di fronte a tre «artisti»: L. pittore, A. musicista, e Massimo, Maestro dell’Arte Regia. Appena mi sedetti sulla poltrona verde, che si trovava accanto alla vecchia stufa a cherosene, sentii chiaramente nella mia anima: sono ritornato a casa!

Fu il momento più felice della mia vita. Parlai della mia affannosa ricerca spirituale, dell’amore sconfinato che nutrivo per l’Oriente, per il Buddhismo Mahayana in particolare, e per lo Zen. Egli mi invitò ad approfondire il Mahayana, dandomi consigli che si rivelarono in seguito molto preziosi. Gli chiesi notizie e chiarimenti su quelle organizzazioni americane, sedicenti rosicruciane, che avevano cominciato ad inondare l’Europa con i loro «corsi per corrispondenza», che – data la loro plebea volgarità – lasciavano non poco perplessi. Massimo fu drastico. Mi disse esplicitamente: «Ricordati, dall’America non verrà mai niente di buono!». E da allora questo io me lo son tenuto per detto.

Massimo mi lasciò assolutamente libero. Anzi mi invitò ad una prudente diffidenza, e mi disse: «Tu non devi credere in nulla. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi. Tu non devi credere a niente e devi sperimentare tutto!». Anche questo me lo sono tenuto per detto. Una tale attitudine era simile a quella del suo amico di gioventù Arturo Reghini, il quale dichiarava umoristicamente che non si doveva credere, perché le credenze stanno bene in cucina con i piatti, i bicchieri e i barattoli di marmellata. Ed in seguito me ne sono ricordato, quando – soprattutto dopo che Massimo ci ebbe lasciati – mi furono chiesti ‘atti di fede’, di varia natura e tendenti al fine di ‘sostituire’ surrettiziamente alla Via del Pensiero una morbida ‘via dell’anima’, ritenuta e predicata come ‘più adatta’ alla maggioranza delle anime, per le quali «una completa austerità è insostenibile». Questo è un miserabile inganno: una frode, perpetrata attraverso la predicazione di una edificante e stupefatta sentimentalità, la quale devia i pigri e gl’ingenui dall’unica Via percorribile da chi veramente vuole realizzare lo Spirito, per condurli spregiudicatamente a…, lasciamo perdere dove!

Massimo mi donò il Trattato del Pensiero Vivente – copia che, oramai quasi distrutta dall’uso, conservo ancora gelosamente – ed un fascicolo tratto dai Quaderni Esoterici con la traduzione del testo dei cosiddetti cinque esercizi, che poi in realtà son sei, che taluni chiamano ‘ausiliari’ e che stanno alla base del cammino interiore, del vero e proprio lavoro di Concentrazione e Meditazione. E siccome ero molto giovane e molto ignorante, a Massimo chiedevo tutto: come si fa la Concentrazione, come si fa la Meditazione, come si esegue la Percezione pura, l’ascesi della volontà, e così via. Ma, soprattutto, egli m’insegnò il valore dello studio rosicruciano delle opere fondamentali della Scienza dello Spirito, ossia dello studio rituale, sacrale, di tali opere: elaborazione interiore meditativa, detersa da quell’intellettualismo che tutto deforma e tutto paralizza nell’anima: questo mi ha salvato!

Infatti, è enorme il pericolo che l’intellettualismo riduca la Sapienza Celeste a vuota dialettica parolaia, all’ipocrita recitazione di valori che non vengono vissuti, ad una illudente menzogna, dietro la quale si celano i più inconfessabili fini. Mentre l’energica pratica interiore fa giustizia radicale annientando ogni dialettica, smascherando ogni recitazione, dissolvendo ogni menzognera illusione.   

Massimo era un Maestro severo. La sua compassione non aveva alcunché di sentimentale e di condiscendente. Egli non concedeva alcunché alle approssimazioni, alle sfrangiature di pensiero, agli sfilacciamenti o – come direbbero a Roma – agli «ammosciamenti» della volontà. Nei confronti dell’intellettualismo e delle sue presunzioni poi, era spietato. Le recitazioni le smascherava, e le ambizioni le abbatteva senza misericordia alcuna. A me egli ricordava quei terribilissimi Maestri Chan della Scuola Lin-tsi o Tsao-tung, i quali con urla, pugni, colpi di bastone, e scarpate «raddrizzavano» – e non di rado «illuminavano» – i volenterosi quanto inevitabilmente deraglianti discepoli. Io gli sono grato – davvero estremamente grato – dei molti «shampoo» nei quali egli lavava la mia testaccia di rapa con l’acido nitrico e la risciacquava con l’acido muriatico. Vedevo, invece, che dei gaglioffi, ch’io giudicavo essere degli autentici «pendagli da forca», venivano trattati da Massimo con distaccata e divertita cortesia – a meno che essi, per dirla alla romana, non si «allargassero» ed allora lui inesorabilmente li «stroncava» – e questo per me valeva come un criterio fondamentale di distinzione di valori rispetto alla Via.

Incontravo Massimo con la maggior frequenza possibile, compatibilmente alla mia possibilità di andare a Roma, e al crescente numero di impegni che i sempre più frequenti incontri individuali e le riunioni che da metà degli anni settanta erano divenute bisettimanali, il mercoledì e il sabato, ai quali Massimo doveva far fronte. Gli incontri con Massimo erano un respirare e vivere nell’atmosfera del pensiero puro, un riaccendere e far divampare la fiamma dell’Ascesi, una energica fluidificazione della volontà.

A partire da metà degli anni settanta, cominciammo alcuni amici ed io a ritrovarci con Massimo, al suo studio in Via Cadolini, l’ultimo venerdì di ogni mese per una intensa meditazione rituale. Egli la introduceva con alcune parole, quindi recitava un mantram e meditavamo a lungo. Infine, recitava il Prologo di Giovanni e ci salutava. Uscivamo silenziosi dal suo studio, e silenziosi rimanevamo durante tutta la lunga camminata che andava da Porta San Pancrazio al Gianicolo sino a casa di L. dall’altra parte di Monteverde Vecchio, ascoltando la rimembranza in noi delle sue parole e dello stato meditativo vissuto insieme nel Rito.

Il 25 gennaio 1980 – appunto l’ultimo venerdì di quel mese – ci riunimmo con Massimo per il Rito della meditazione comune. Eravamo in sei – in sette con Massimo – e tra noi vi era L. come nel mio primo incontro. Massimo non stava visibilmente bene, pur tuttavia trasse da sé la più grande forza, ci fece in pochi colpi d’ala – come un’aquila che s’innalza in cielo – una sintesi luminosa della Via del Pensiero: ci fece una sorta di operativo testamento spirituale. Già nei due mesi scorsi aveva mostrato apertamente quanta fiducia egli avesse nel gruppo di giovani, che negli anni avevo collegato con la Scienza dello Spirito e con lui, e che per sua volontà cercavo di orientare verso la Via del Pensiero. In quelle occasioni, egli disse che aveva fiducia in noi giovani «Perché seguivamo veramente la Via del Pensiero. Perché nella Via del Pensiero noi potevamo essere fervidi, alacri, intensi. Potevamo anche esagerare, addirittura essere ‘settari’, perché la forza-pensiero è l’unica capace di autocorrezione».

E nell’ultimo incontro rituale con lui – in quel tardo pomeriggio del 25 gennaio 1980 – egli ribadì la centralità della Via del Pensiero, e ci fece il quadro degl’inganni, dei possibili deragliamenti e guai, che il «realismo» primitivo, scientifico, trascendentale, religioso e persino «antroposofico» produceva in ogni campo, ma soprattutto in quello spirituale. A quel guasto realismo, ch’egli fustigava nelle riunioni, Massimo opponeva il «realismo del pensare», il realismo dell’esperienza eterica del concetto, il realismo del Logos, che non lascia residui fuori del proprio energico atto conoscitivo. In quella ultima riunione egli ci chiese di essere fedeli a questo «realismo», di essere fedeli alla Concentrazione, e di tendere con ogni nostra forza all’esperienza del momento eterico del concetto. Poi facemmo la meditazione come ogni volta. Quella volta Massimo volle abbracciarci uno per uno – ben sapeva che ci avrebbe lasciati – e ci salutò con particolare calore. Fummo gli ultimi che quel giorno egli ricevé. Io uscii per ultimo, e varcando la porta sentii nell’anima: questa è l’ultima volta che vedi Massimo! Cacciai il pensiero, come avevo allontanato dalla mia anima i presagi che mi avevano assalito durante il viaggio di andata a Roma.  Le parole di Massimo di quell’incontro sono scritte a lettere di fuoco nella mia anima, e dopo trentaquattro anni sono vive in me come allora.

A quanto Massimo ci disse quella sera, all’impegno ch’egli ci chiese, dentro di me giurai di voler esser fedele per la vita. Molte sciagure, che negli anni successivi avrebbero colpito la Comunità spirituale da lui fondata e impulsata, sono la diretta conseguenza dell’oblio, della noncuranza, della negligenza, ed in alcuni casi di un tradimento vero e proprio, rispetto a quel che egli aveva indicato come Via Aurea, come Via solare, come Via Vera, come l’Unica Via sulla quale il Principe dell’Oscuro Pensiero non aveva e non ha potere alcuno.

Ma silenziosi ed operanti, coloro che vogliono realizzare quanto indicato da un Maestro luminoso e adamantino come Massimo Scaligero, continueranno, con quello che lui chiamava il «coraggio dell’impossibile», a perseguire «instancabili e disperati», come egli ci disse che dovevamo essere per giungere alla Mèta, con ogni forza, quella impresa di Sapienza e d’Amore ch’egli ci ha indicato e per la quale soltanto – per noi –  vale l’esser nati.

SCIENZA DELLO SPIRITO

VERITÀ CONTRO MENZOGNA

BOCCA-1

Se devo essere sino in fondo sincero, non trovo affatto divertente dovermi occupare ogni volta di quel che scrivono tanti che si sono fiondati sull’esoterismo e sulla Scienza dello Spirito, come su di una preda appetitosa da spolpare e divorare. Una tantum, passi! Ma dover ogni volta ricominciare a rispiegar da zero quali cose non vanno e perché non vanno, porta rapidamente ad esaurimento la pazienza – la pochissima che ho – e altrettanto rapidamente genera in me una incoercibile forma di nausea compulsiva. Uno ha la sensazione del tempo inutilmente sprecato (che potrebbe esser davvero impiegato ben più proficuamente a livello spirituale) e del vano sciupio di molte forze preziose. Inoltre, temo di venire pure a noia a quegli amici, ben svegli, che con le loro proprie forze nella viva esperienza si sono conquistati la capacità di discernere il vero dal falso, il reale dall’apparente.

Del resto è generoso, ma invero ben poco savio e molto faticoso, voler passar la vita a raddrizzar le gambe ai cani, e a lavar la testa agli asini, rimettendoci pure – come dicevano gli Etruschi – il ranno e il sapone. E non si può nemmeno cavar sangue da una rapa, o luminosi pensieri da una testa di rapa. Tuttavia, come diceva l’Illuminato della nobile stirpe degli Shakya, il Buddha Gautama, vi sono pure molti che “hanno poca polvere sugli occhi”, e per loro è giusto spendere alcune parole chiare chiare, al fine di mostrar loro il giusto sentiero. Dopo di che, una volta mostrati secondo veridicità i dati del problema sui quali riflettere, è giusto che ognuno si faccia un proprio individuale giudizio, affaticandosi con le proprie forze nella ricerca e nella conquista della Verità.

Conciosiacosaché, essendomi io stufato di ripetere polemicamente sempre le stesse cose, e temendo altresì di annoiare amici ben più provveduti e vispi del sottoscritto, daremo qui per l’ultima volta il quadro eloquente di quel che si muove nella palude mefitica e nell’immensissima fogna dello pseudoesoterismo – e fantaesoterismo – italiota. Poi ognuno sarà responsabile delle savie o stolte scelte che vorrà fare e si sciropperà altresì tutte le conseguenze piacevoli o meno della scelta fatta.

Detto questo, faccio formale promessa – con grandissimo gaudio degli esultanti scarrafoni – che non tornerò più sulle vessate questioni delle presenti polemiche.

Nel fantasioso e variegato mondo dell’esoterismo d’accatto oggidì si incontra veramente di tutto. Usa dire che il mondo è bello perché è vario, ma si dimentica talvolta quanto il mondo sia tragico perché contraddittorio e quanto la vita di molti sia drammatica perché in tale mondo contraddittorio si deve necessariamente lottare contro la menzogna.

Ma non è che la menzogna si presenti in forme palesi, facilmente distinguibili dalla verità. La menzogna è tenebra, ma possiede le sue ambigue e fallaci luci, le quali illudono, talvolta affascinano o sconcertano, sovente fuorviano. La menzogna si paluda di variopinte e attraenti vesti, e coloro che non riescono a distinguere la veste illusoria dalla menzogna che di essa si riveste, difficilmente giungerà a scorgere l’autentica realtà, quella verità che in questo immondo mondo porta sovente vesti dimesse e poco appariscenti.

Se la menzogna affermasse apertamente : quel che dico è falso, ciò sarebbe apprezzabile e sotto certi aspetti, nella sua sincerità, persino una mezza verità. Ma, siccome l’intento della menzogna volontaria è quello di avvelenare deviare dal retto sentiero le anime, nonché distorcere, deformare, ammalare la realtà umana, difficilmente una tale menzogna deporrebbe le mentite spoglie e si presenterebbe nel suo ributtante aspetto.

Nel campo dell’esoterismo autentico già da molto tempo si è infiltrato un menzognero esoterismo d’accatto, uno pseudoesoterismo – come direbbe il mio sapientissimo amico C. – da “mercanti di birra e venditori di trippa”, che cerca di fare una sorta di pot-pourri, o – come dicevano gli Antichi –  olla putrida nella quale si fa entrare di tutto: il tutto generosamente condito nella dolciastra e sentimentaloide salsa di sapore new-age.  Coloro che stanno dietro questo giuoco infame, sono ben più svegli e cinici dei servi sciocchi dei quali si servono, ed hanno una visione ben più ampia e ‘sulfurea’ di quella bottegaia, che traspare dagli scritti dei servi sciocchi e degli utili idioti dei quali essi così spregiudicatamente si servono.

Naturalmente, vi sono a giro persone che sciocche non sono, che non trangugiano il contenuto, davvero immangiabile, di tale olla putrida, e non sono disposti a bersi il cocktail di menzogne, che con fare accattivante essi ammanniscono al loro stupito e ammirato popolo catecumeno. Le persone ‘vispe’ sono ritenute pericolose perché, strappando brutalmente le variopinte vesti della cortigiana, possono mettere a nudo il ripugnante corpo della meretrice con tutte le sue piaghe infette. In tal caso, contro chi si dimostri inopportunamente troppo ‘vispo’ e riottoso all’omologazione dell’universal menzogna, ed anzi intenda energicamente lottare per smascherarla, vengono messe in atto due abili strategie.

Da una parte si invita con magniloquente verbosità all’universale concordia, ad una sorta di buonismo di maniera che giustificherebbe ogni sincretismo, alla ostentazione di una sciropposa sentimentalità, per cui chi ad essa vuol sottrarsi sarebbe un “egoista”, un “presuntuoso”, un “separatista”. E di afferma ad altissima voce che sarebbe uno scandalo che coloro che avrebbero il dovere di esser concordi discepoli di un solo Maestro, si dividano, si contrappongano, polemizzino tra loro. Mentre nulla è più falso dell’affermazione che siamo discepoli dello sesso Maestro, e quanto segue lo mostrerà ad abundantiam.

Dall’altra, “si cuce un vestito addosso” a coloro che veramente vogliono essere fedeli alla Verità e all’insegnamento autentico del Maestro, e si dice che costoro dicono questo e quello, che sono unilaterali ed intolleranti, che mutilano l’insegnamento del Maestro, portando avanti per es. una concezione unilateralmente unicitaria della Concentrazione e così via. Naturalmente, ciò non è vero, e viene data una ‘versione’ menzognera e caricaturale di ciò che affermano coloro che vogliono difendere – anche aspramente lottando, quando necessario – la Verità, l’insegnamento e la figura del Maestro. Poi si adoprano i sempre luridi strumenti dell’ingiuria, della calunniosa diffamazione. Ed anche – potendo e avendone l’occasione –  la persecuzione.

Ci si serve di quella vasta platea di smarriti, o di furbi, o di perditempo, che si rivolge alla “rete”, ai ‘social network’, alla ricerca di improbabili certezze dogmatiche, di sensazioni emozionanti, di divertente intrattenimento. E a loro si propone d’ingurgitare l’edulcorata brodaglia della horrenda potio, ma non si trascura di additare i ‘cattivoni’, i ‘presuntuosi custodi’ di un insegnamento rigido e cristallizzato, i ‘negatori delle esigenze dell’anima’, gli ‘ignobili inquisitori’e via dicendo. Se su tali social network ci si permette la volgare ingiuria e l’aperta calunnia, lo si fa per provocare l’inopportuno e importuno avversario, smascheratore della da loro spacciata menzogna. Si provoca nel tentativo di trascinare nella polemica, e di abbassare l’avversario al proprio livello fognardo, sia pure imbellettato e profumato come conviene ad una illudente cortigiana. Ma tali ingiurie ed espressioni volgari appaiono telematicamente visibili solo per poco tempo – a volte solo per pochissimi minuti – perché deturperebbe in maniera controproducente l’immagine falsamente ingenua e buonista, che si vuole ammannire al poco scaltrito popolo catecumeno.

Lo scopo – al di là delle vanità e delle presunzioni personali – è quello di snaturare, deformare, paralizzare l’insegnamento che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno dato come vivente e autentica Scienza dello Spirito. A parte la banalizzazione sentimentale e buonista della Sapienza spirituale, si introducono in essa elementi indebiti di vie spiritualmente irregolari, che vengono accolti ben mascherati dall’unanimismo buonista – una sorta di ipocrita “ecumenismo esoterico” – che difficilmente fa scorgere agli sprovveduti l’aspetto esiziale di tali ‘inserimenti’, che arrivano da una parte a paralizzare il contenuto spirituale originario, dall’altra surrettiziamente propongono una “via sostituita”, come la chiamava con un’immagine efficace, decenni fa, un esoterista francese.

Per cui nell’immangiabile pastone troviamo – accanto a Maestri della Iniziazione rosicruciana come Rudolf Steiner e Massimo Scaligero – la Fraternité Blanche del felicemente defunto Mikhail Omraam Aivanov, col suo sentimentalismo luciferico da quattro soldi ed uno pseudokabbalismo, con i contenuti ch’egli rubò allo Steiner e al Deunov, la solita magia sessuale e la forsennata commercializzazione. Troviamo l’esaltazione di un maestro della forma più pura di iniziazione ahrimanica come G. I. Gurdjeff, o quella dei suoi discepoli Uspenskij e Orage, ora addirittura pubblicati da una cattolicissima casa editrice, che si spaccia per “antroposofa”, e spaccia le indicazioni di costoro come vie all’amore sacro. Vi è l’esaltazione di Valentin Tomberg, con tutto il suo liquamoso e infido gesuitismo. Vi sono strambi apostoli vari, che a mani basse depredano ovunque tutto quello che possono. Troviamo l’esaltazione e l’indicazione di un maestro della iniziazione ahrimanica – e peggio – come Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, il mago di Portici, con la sua magia cerimoniale spacciata per teurgia, e la sua magia sessuale spacciata per alchìmia palingenetica e angelificante. Vi sono vari dichiarati avversari e nemici acerbi dell’Antroposofia. E tra le righe qua e là, ovviamente, non può mancare un po’ di Aleister Crowley, con la sua magia asurica e le sue porcherie di magia auto-etero-omosessuale. Il tutto  nascondendosi dietro l’immagine di Rudolf Steiner – usata da vari di loro anche come ‘avatar’ nei social network – dell’Antroposofia, della Scienza dello Spirito.

Vi è anche un dichiarato integralista cattolico, ispiratore di una discussa casa editrice ultraintegralista cattolica, volta ad operare quel mirabile “trasbordo ideologico inavvertito”, teorizzato in Brasile da Plinio Correo de Oliveira, e ampiamente praticato in Italia da Alleanza Cattolica. Costui – che mostra la sua inimicizia all’Italia, rivestendo sui social network il mantello del borbonico e antitaliano Ordine Costantiniano – viene fatto scrivere su una delle pagine il cui amministratore – da sempre suo amico e seguace – si cela dietro l’immagine del Dottore.

E non può mancare la strumentalizzazione della Scienza dello Spirito per inconfessate – neanche poi tanto – finalità politiche di destra, di centro di sinistra, e persino  a finalità sedicenti antipolitiche. Per ‘portare lo Spirito’ nella politica. Al tale scopo sono state organizzate persino scuole a pagamento in distensivo e bucolico ambiente rurale.

Ma c’è sempre qualche angelo malizioso che pone una fortunosa “buccia di banana”, sotto il piede  di questi imbonitori e millantatori, e la vanità prima o poi tradisce la mal congegnata mistificazione: le persone perdono sempre l’occasione di stare zitte, e viene fuori la patente menzogna e la natura bugiarda dei furbastri. Infatti, oggi ci è capitato di leggere, su uno dei sopra citati social network, la «commossa» evocazione dell’improvvisa scomparsa di un nostro caro amico. Sono tante le menzogne, e piuttosto maldestre, che – pur nella tristezza del momento – ci è venuto da sorridere.

Si tratta di un personaggio di origini ciociare, delle cui millantate imprese abbiamo avuto modo di occuparci talvolta in passato. Imprese dagli aspetti decisamente circensi e clowneschi. Costui vanta – falsissimamente – una conoscenza ed una frequentazione personale di molti anni con Massimo Scaligero mai avvenute, avendo egli confessato in passato – ed avendo avuto io modo di accertarmene tramite suoi amici di gioventù – di aver sentito il suo nome solo diversi anni dopo la morte di lui. Ora costui scrive:

« Nella seconda pagina delle vecchie edizioni delle Opere di Massimo Scaligero, sotto l’elenco dei testi pubblicati dall’Autore c’è una scritta “Per informazioni bibliografiche rivolgersi al Dr. Alfredo Rubino, Via Rubicone 42-Roma”. Alfredo Rubino, “Il Discepolo Indefettibile” di Massimo è morto oggi, dopo una lunga malattia che lo aveva da molto tempo, unitamente a gravi problemi familiari, fatto isolare dal mondo. Conobbi Alfredo circa 40 anni fa, a casa di Massimo: era un uomo molto schivo, timido, silenzioso, che amava rimanere dietro le quinte ma si capiva subito che Massimo ne aveva una enorme considerazione ».

Che il suddetto individuo abbia incontrato quarant’anni fa Massimo Scaligero è non solo una menzogna, visto che ne aveva udito il nome solo dopo anni dalla sua scomparsa, ma anche una impossibilità perché, per motivi banalmente anagrafici,  quarant’anni fa costui aveva solo dodici o tredici anni, essendo nato – a quanto ci costa – nel corso del 1960 ben inoltrato, in un paesino di mezza montagna della provincia di Frosinone. Inoltre Massimo Scaligero non riceveva a casa sua, bensì nello studio che si trovava nell’attico dello stabile che si trovava al numero 7 di Via Cadolini, messo a sua disposizione da Marina Sagramora.

Ma il nostro affabulante ciociaro, fantasioso mandriano  di ‘bufale’ non si ferma qui, e dà una descrizione alquanto errata delle riunioni che Massimo Scaligero teneva a Via Barrili 12 a Monteverde, dapprima solo al sabato e, poi da metà degli anni settanta, due volte a settimana, il mercoledì e il sabato, dimostrando di non avervi mai partecipato. Da come il nostro affabulatore descrive lo svolgimento di quelle riunioni, chi vi ha partecipato capisce subito ch’egli non vi è mai stato presente: neppure una volta. Infatti, così prosegue nella sua «commossa» evocazione della scomparsa del nostro amico:

« La conferma dell’enorme stima e della totale fiducia che Massimo nutriva nei Suoi riguardi si ebbe dopo la morte terrena del Maestro, di cui sta per ricorrere il 34° anniversario, dal momento che Massimo, nelle Sue ultime volontà lasciò ad Alfredo il compito di dirigere quelli incontri bisettimanali (il mercoledì ed il sabato pomeriggio) che Massimo conduceva per amici e discepoli a Monteverde Vecchio. Si trattava di riunioni molto particolari: Massimo arrivava, si sedeva dietro un tavolo e leggeva, a volte accompagnando la lettura con brevi commenti, Opere di Steiner o Sue medesime. Quindi, da un recipiente posto sul tavolo, estraeva a caso, uno o due biglietti, preparati in precedenza: erano domande scritte dai Discepoli o dagli Amici di Massimo, che, guarda caso, erano sempre straordinariamente correlate con il discorso immediatamente prima fatto da Massimo. Alfredo lasciò immutato lo stile di questi incontri riuscendo peraltro a ricreare perfettamente la profonda atmosfera Spirituale che si percepiva quando Massimo era vivo ».

Tutto ciò è una ‘fiaba’, o meglio una menzogna pronunciata per accreditare una personale conoscenza ed intima frequentazione del nostro affabulante mandriano di ‘bufale’ col Maestro. Massimo Scaligero svolgeva quelle due riunioni sempre alla stessa maniera: entrava nel silenzio totale dei presenti, faceva un gesto di saluto con un ampio gesto della mano destra, si sedeva, e leggeva tutte le domande scritte che erano state poste sul tavolo. Ma in quelle due riunioni mai egli lesse o commentò – come invece afferma il nostro affabulante mandriano – opere di Rudolf Steiner o proprie. Mai in anni e anni. Non estraeva le domande a caso ‘da un recipiente’, che su quel tavolo non è mai esistito, bensì le raccoglieva dal tavolo dove erano poste direttamente, oppure da una antica copia di un libro nel quale chi domandava a volte, ma non sempre, le poneva. Non ne leggeva una a caso, bensì nel silenzio meditativo le leggeva tutte, e poi cominciando da una le commentava tutte, intessendole e connettendole l’una con l’altra. Oltretutto vi è la testimonianza delle integrali registrazioni delle riunioni di Massimo ad attestare questa nostra affermazione.

È vero che Alfredo Rubino, per volontà di Massimo Scaligero, proseguì quelle due riunioni del mercoledì e del sabato, ma anche allora non esisté nessun recipiente nel quale le domande venivano poste. Semmai è da osservare che fu Alfredo ad introdurre la lettura di un testo di Massimo Scaligero ed uno di Rudolf Steiner nelle riunioni del mercoledì e del sabato. Il nostro imperial affabulatore, forse a conoscenza di questo particolare, lavorando di fantasia, ha creduto di dedurre una verosimile identità nelle svolgimento di quelle riunioni prima e dopo la morte del Maestro.

Poi – e sarebbe persino comico rilevarlo, se non fosse per chi lo ha conosciuto e amato un momento  così triste – il nostro imperiale affabulatore scrive che:

« Alle, purtroppo non infrequenti, polemiche sorte nei c.d. “Ambienti Scaligeriani” Alfredo non partecipò mai, come pure fu sempre assai misurato nei confronti dei giudizi su ambienti esoterici “rivali”(quasi sempre PRESUNTI TALI) contro i quali troppo zelanti (o semplicemente ottusi) discepoli di Massimo si scagliavano o continuano a scagliarsi ancora oggi. MAI udii Alfredo esprimere commenti negativi nei confronti di CHICCHE E SIA (come Totò avrebbe detto), era al contrario ,sempre gentile, affabile, cortese e disponibile con CHIUNQUE come un VERO Discepolo Occulto dovrebbe essere! ».

Chiunque sia stato vicino ad Alfredo Rubino, invece, sa bene quanto egli sia stato osteggiato, indegnamente vilipeso, quanto egli abbia dovuto aspramente lottare – con parole anche dure e con l’azione coraggiosa – contro la pampuriesca centrale gianicolense, per difendere la figura spirituale di Massimo Scaligero, la centralità della Concentrazione, l’adamantina purezza della Via del Pensiero contro coloro che la sfiguravano o la alteravano. Io udii la sua voce vibrare energicamente per difendere la verità contro la menzogna, lo udii denunciare apertis verbis le machiavelliche macchinazioni di un politicantismo esoterico, lo udii e lo vidi difendere a viso aperto il rapporto e la realizzazione graalica di Massimo Scaligero. E soprattutto questa coraggiosa presa di posizione, contro la menzogna e la diffamazione, volte a colpire l’adamantina sostanza celeste di tale rapporto e realizzazione, oltre la fedeltà alla Concentrazione, non gli sono mai state perdonate.

Il nostro bucolico imperial pastore di mandrie ciociare dimostra una ‘creatività’ veramente ‘artistica’, ch’egli ovunque dispiega nell’etere, a beneficio del colto e dell’inclita, ostentando la multiformità stupefacente del suo versatile ingegno anche nel propalar la sua iniziatrice ‘sapienza’ servendosi altresì di vari ierofantici e faraonici alias – che più che degli eteronimi o degli ieronimi, sono degli autentici (si fa per dire…) pseudonimi – come Pontifex Maximus Unas (faraonico ierofante di un tutto e solo suo Anticuus [sic!] Ordo Aegypti, almeno fino a che alcuni classicisti gli fecero più volte notare che Antiquus in latino si scrive con la ‘q’ e non con la ‘c’…) e Ta Merit, 33.’. 66.’. 90.’. 95.’., Gran Conservatore, Gran Cancelliere, Gran Ministro di Stato etc. etc., di uno degli innumerevoli Ordine di Memphis-Misraim (di schietta origine ‘ambelainiana’, naturalmente, come ci teneva a precisare…) che in Francia, in Terra d’Ausonia, ai Caraibi e nell’Oceano Indiano, pare che sorgano come i funghi dopo la pioggia in una giornata di sole. E in tale funzione, costui si faceva redattore e scrittore di una telematica rivista ‘egiziaca’ di nome Sophia Arcanorum, e nella parte segretissima e riservatissima del sito di cotal occulto Ordine, ei si faceva altresì mirabile Maestro d’occultismo, prescrivendo esercizi vari di editazione e di respirazione di sua propria  invenzione, ed altri saccheggiati a tradizioni varie, facendo persino strame di insegnamenti e mantram del Dottore. Il violare la segretezza e la riservatezza di un tale massonico consesso telematico fu ed è un giuoco banale per chiunque sappia che cos’è un ‘tegolatore’ massonico, acquistabile in ogni buona libreria, o anche on line da chiunque vi sia interessato, e quindi conosca parole sacre e di passo dei vari gradi.

Ma ad un certo punto il nostro elegiaco e bucolico pastore di ciociare mandrie di ‘bufale’, ha deciso di non fermarsi lì, e – come dicono a Roma – si è «allargato» con la ‘creativa invenzione’ di ancora una volta un tutto e solo suo Sovrano Santuario Egizio-Mediterraneo – Regime Rettificato dei Riti di Memphis-Misraim del quale si è impancato a Gran Maestro, di un Ordine Martinista Isiaco Osirideo, facendo rivoltare nella tomba il povero Louis Claude de Saint-Martin, il quale nella sua vita ha sempre odiato l’Egitto, i Riti Egiziani, l’Ermetismo, scrivendo contro di essi, e soprattutto mai si sognò di ‘inventare’ un Ordine Martinista, che noi dobbiamo interamente all’affaccendata solerzia involgarizzatrice del Dr. Gérard Encausse, alias ‘Papus’, contro il quale Rudolf Steiner ebbe sempre parole di fuoco, che alla bisogna potremmo tranquillamente citare. Costui ci rivoga altresì una Ecclesia Gnostica Egizia e i suoi esorcismi scritti in un latino pieno zeppo di errori grammaticali  a dir poco esilaranti. E dire che il nostro imperial ierofante ha fatto il liceo classico!

E anche l’evoliano, sufico, guénoniano, battiatiano, giorgiogaberiano, ecceteriano, Diamond Moor, col suo ‘rivoltante’ e ‘antimoderno’ blog. Infine egli ora è diventato il legittimo erede – a suo dire anche in via sanguinis – del principe Raimondo di Sangro di Sansevero, del principe Leone Caetani, dell’enigmatico Pasquale de Servis, preteso Maestro di Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, il mago di Portici, di Giustiniano Lebano, del suo maldestro elettricista Vincenzo Gigante, autoeleggendosi Gran Hierophante dell’Ordine Osirideo Egizio: vertice unico e legittimo di tutto l’Ermetismo occidentale. Buuuuuummmmmm!!!!!!!!!!

Davvero la vanità non è la minore delle sue eccelse ierofantiche virtù! Ei si fa persino dogmatizzante teoreta, scrivendo – come Haiaiel Maestro dell’Ordine Egizio – un lunghetto anziché no articolo “Sul Sacro Amore”, ove si spaccia per amore graalico la solita porcheria magico-sessuale. Sarebbe davvero curioso sapere cosa ne penserebbero della sua concezione dell’amore graalico alcune fedeli discepole del nostro Maestro: penso oltremodo perplesse di fronte allo spacciar tali ‘teorie’ e ‘pratiche’ non precisamente cavalleresche ed eroiche, e neppure da gentiluomo. E per parlar bene.

In questo «fritto misto di totani, calamari e gamberi» – come lo chiamerebbe il sapientissimo C., mio ottimo amico e commilitone di tante battaglie contro la falsificazione esoterica – si fa strame di insegnamenti e mantram del Dottore e di Massimo Scaligero, mescolati e accostati alla rinfusa e in maniera improbabile a tutto quel che si può trovare di personaggi esoterici e delle rispettive dottrine, ancorché contraddittorie e in aspro conflitto tra loro: Julius Evola, René Guénon, Robert Ambelain, René A. Schwaller de Lubicz, Giuliano Kremmerz, Aleister Crowley, il Buddhismo Tibetano, la Magia Celtica e quella Runica (o pretese tali…) e di tutto, di più, e di ogni. Rendendo ogni cosa orribile all’aspetto oltre che immangiabile.

Onde egli è stato eletto, recentemente, all’unanimità dall’assemblea plenaria degli occultisti italici – con acclamazione e standing ovation – Gran Califfo di Lambrate – espressione, questa, sempre del mio ottimo amico C. – dando luogo poi ad una rumorosa festa alla napoletana, “tipo Piedigrotta”, con fuochi, tricche, ballacche e putipù.

Ho voluto un po’ briosamente scherzare sugli aspetti comici e circensi che la tragedia della sacrilega profanazione – e il simoniaco sfruttamento bassamente commerciale – della Sapienza Celeste, della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, porta inevitabilmente con sé. Quello dell’imperiale affabulatore e mandriano è solo un esempio – forse particolarmente pittoresco – fra vari altri: poi ci sono alla grande rockettari emiliani e romagnoli, ‘ultras’ laziali, e ‘cervi bianchi’ partenopei, strambi apostoli, antropo-gesuiti e tomberghiani, antropo-esaltatori del pontefice gesuita, giunto a finibus terrae.

Tutti costoro, vorrebbero disarmare – servendosi della ‘predicazione’ di una ipocrita tolleranza, equanimità, positività e spregiudicatezza di comodo che predicano agli altri, e che si guardan bene dal praticare loro – coloro che invece si ostinano a voler essere fedeli a Massimo Scaligero, alla Via del Pensiero e alla Concentrazione dal lui sempre e poi sempre indicate. Si arriva – e questo è il colmo della loro disgustosa ipocrisia – a citare le parole di Massimo Scaligero – che loro strumentalizzano e combattono – contro i discepoli che gli vogliono essere fedeli. E stupisce quanti nostri amici caschino – in buona fede, certamente – in cotale sporco, bieco, e cinico giuoco, la cui totale malafede è evidente a chiunque vi guardi a fondo.

Ma il tempo è giusto  e la verità si farà strada. I ‘mercanti del tempio’ riceveranno dal Cielo l’adeguato salario dei loro sporchi e porchi traffici. Ma nel frattempo, è anche necessario – anche in questo momento per noi  così triste – pronunciare parole di verità per smascherare la menzogna, la mistificazione, le ruberie, gli oltraggi, le sacrileghe profanazioni, che vengono perpetrate contro la Sapienza Celeste, e le cattiverie operate contro gli amanti di Lei, e svegliare dal sonno sentimentale e dogmatico alcuni nostri amici cari, i quali per troppa bontà dànno credito  e plauso a tali menzogne e scellerati sacrilegi.

Non sono così folle ed asino da pretendere di essere il ‘possessore della Verità’, ma so che è mio dovere – e vari amici sono con me in questa impresa – lottare per Essa, e combattere contro la menzogna non dandole mai quartiere, e bollandola a fuoco – come ingiungeva Rudolf Steiner – ogni volta ch’essa presenti il suo deforme e disgustoso volto. Se non lo facessi, se tacessi di fronte alle buffonate, alle ciurmerie, alle menzogne, alle profanazioni, allora sì che sarei veramente un asino da bastonare energicamente!

Qui vult capere, capiat!, diceva l’ottimo Cagliostro.

Un cordialissimo  e gioioso saluto

all’intera Armata Brancaleone

da parte del cattivissimo Hugo,

che si è stufato di far lo stracotto col sugo.

 

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

UN EROE CI HA LASCIATI!

roma

Alfredo Rubino, il fedelissimo tra i fedeli discepoli di Massimo Scaligero, ci ha lasciati, ma è sempre con noi. Alfredo, centrato in maniera assoluta nella Via del Pensiero e nella Concentrazione, ha operato silenziosamente per decenni come energico asceta nel sentiero individuale, e  al contempo è stato – per volontà di Massimo Scaligero – testimone e indicatore incrollabile della centralità della Concentrazione e della Via del Pensiero, avversate entrambe dai pigri e dai pavidi, dagli approssimativi e dai faciloni, dagli intellettuali chiacchieroni, i quali temono e sfuggono la travolgenza e l’incandescenza dello Spirito che, come un fuoco divorante, consuma l’effimero e l’inconsistente come fossero paglia secca.

La fedeltà di Alfredo Rubino alla Via indicata da Massimo Scaligero, e alla figura spirituale di lui, non è piaciuta a molti che tendevano ad abbassare e ad adattare l’assolutezza della Via del Pensiero alla comodità del proprio fiacco livello. Egli ricordava sempre di nuovo – rievocando le parole del Maestro – che l’Ascesi è vera quando apre coraggiosamente il varco alla Luce-Folgore del Logos che nell’umano percuote e dissolve la natura umano-animale e la riplasma secondo lo Spirito, secondo il verace Archetipo spirituale. Egli ricordava continuamente come l’esercizio di concentrazione – ben oltre l’iniziale controllo del pensiero – comincia ad essere autentico quando noi vorremmo interromperlo, ossia quando – secondo l’espressione di Massimo Scaligero, ch’egli amava sempre ricordare –  “la natura comincia a gemere sotto la pressione imperiosa dello Spirito”, quando la menzogna umana comincia a dissolversi incontrando la potenza dinamica dello Spirito.

Per questa sua fedeltà, per la sua insistenza della necessità assoluta della Concentrazione, egli è stato osteggiato per decenni, calunniato e diffamato, e persino fatto oggetto di stupide facezie, che volevano ridicolizzarlo. Ma io in lui ho conosciuto l’energico pensatore, l’asceta capace di spogliarsi di ogni intellettualismo sino alla più scarna essenzialità, il meditatore consacrato, l’intuitore silenzioso dello Spirito. L’ho avuto innumerevoli volte compagno nel fraterno rito della meditazione eseguita insieme.

L’ho conosciuto come fedele compagno d’armi nel lottare per difendere la purezza della Via Solare donataci dal Maestro, contro i tatticismi, le manipolazioni, le interpolazioni, le falsificazioni, le astute macchinazioni, gli opportunismi, le deviazioni. Ho potuto confrontare la sua nobiltà d’animo con la mediocrità, la bassezza, l’ipocrisia di coloro, che con mille pretesti e mille maschere lo ostacolavano nel suo compito spirituale.

Tale compito non se lo era scelto o attribuito da solo, ma fu lo stesso Massimo Scaligero che lo designò nel suo testamento scritto – testamento letto dallo stesso Maestro davanti a quattro testimoni e poi ‘misteriosamente’ scomparso alla sua morte – come colui al quale fare riferimento come orientatore della Comunità spirituale, una volta che Massimo Scaligero ci avesse lasciati. Io mi sono attenuto, con assoluta convinzione, alla indicazione ricevuta dal Maestro.

Alfredo Rubino aveva una profondissima umanità, e grande schiettezza d’animo. Indifferente alle ‘mode’ e agli ‘adattamenti’, considerava sacra l’amicizia. Nei momenti nei quali mi sono trovato nella tempesta, esposto all’ostracismo feroce, alla organizzata lapidazione, alla terra bruciata che mi veniva fatta intorno dalle “anime belle”, delicate cultrici della ‘via dell’anima’, egli fu colui che mi difese a viso aperto, soprattutto in mia assenza, ostentando indifferenza nei confronti delle voci e delle dicerie, e disprezzando i complotti di stile politico che avrebbero rovinato una Comunità spirituale.

Egli fu per me un compagno d’armi, sul quale incondizionatamente contare nella battaglia, un esempio di forza, di coraggio, di lucidità, di fedeltà.

Egli fu un forte e sereno eroe spirituale!

SCIENZA DELLO SPIRITO

ESERCIZI PER SUPERARE LE CONTRADDIZIONI INTERIORI

Massimo Scaligero

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Alcuni anni fa mi venne donato da una fedele discepola di Massimo Scaligero l’originale di uno scritto di Massimo Scaligero, che trattava di qualità dell’anima le quali mediante adeguati esercizi possono essere creativamente equilibrate. Io donai l’originale di quel testo a colei che con amore, dedizione, e tanti sacrifici, si era assunta il compito di pubblicare l’Archetipo, che resta ancor oggi una delle poche voci spiritualmente libere, una delle poche voci che con sincerità e  lealtà difendono la figura spirituale, il pensiero e l’opera di Massimo Scaligero. Difendono e indicano la Via del Pensiero Vivente, che è il filone aureo e la ragion d’essere della Scienza dello Spirito. Ella volle pubblicare questo aureo scritto del nostro Maestro nel numero di marzo 2002 dell’Archetipo. E siccome ho rivisto questo scritto di Massimo Scaligero mal copiato e pubblicato anche con qualche improvvido taglio su un gruppo di un social network – come ora usa diremi sembrava necessario, oltre che utile pubblicarlo nella sua integralità e nel suo adamantino nitore.

L’esercizio di tali qualità dell’anima non sostituisce l’Ascesi del Pensiero, ma va considerato come propedeutico e come accompagnamento all’esercizio della Concentrazione e della Meditazione: le quali devono essere viste come Via spirituale alla liberazione del pensare dal supporto corporeo e dai limiti dell’anima, la quale – anche educata e illimpidita – non può di per sé attuare il “salto” richiesto nella Via iniziatica. Il semplice controllo del pensiero, come lo si può desumere dal primo degli esercizi fondamentali o ausiliari dati da Rudolf Steiner, o quello proposto da Massimo Scaligero nello scritto che presentiamo, non è la Concentrazione, ma unicamente ciò che la può favorire e propiziare.

Di per sé la Concentrazione – nel suo integrale attuarsi – è (e non potrebbe essere diversamente) l’ esercizio aureo a sé sufficiente nella sua unicità. La Concentrazione è a sé sufficiente per colui che è consacrato e tutto osa. Per coloro che ad un tal “periglioso passo” non son pronti, o della sacrificale dedizione richiesta non sono capaci, i vari esercizi ausiliari o collaterali, possono essere una buona e necessaria “preparazione” all’assolutezza unicitaria della concentrazione.

Avvicinandosi il giorno nel quale nel nostro cuore celebriamo il ricordo del Maestro che ci ha lasciati, ma che è sempre con noi, vogliamo dedicare ai volenterosi lettori queste pagine luminose come ulteriore tema di feconda meditazione nella Via del Pensiero.

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Hugo de’ Paganis

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 ESERCIZI PER SUPERARE LE CONTRADDIZIONI INTERIORI

di

 MASSIMO SCALIGERO

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La realtà è sempre una contraddizione in divenire continuo e si evolve nella realizzazione della tesi-antitesi-sintesi e non può essere spiegata da una logica astratta che fissa una volta per tutte il bene e il male, il bello e il brutto, la verità e la menzogna; essendo la realtà una contraddizione in evoluzione anche gli esercizi contengono delle contraddizioni da superare.

1) Il pensiero obiettivo trasforma la distrazione in sicurezza e deve superare le contraddizioni delle fissazioni.
2) L’azione libera trasforma la mancanza di volontà in attività e deve superare le contraddizioni dell’attivismo.
3) L’equanimità trasforma i complessi in calma interiore e deve superare le contraddizioni dell’insensibilità.
4) La positività trasforma gli schemi mentali in nuove amicizie e deve risolvere le contraddizioni dell’ipocrisia.
5) La spregiudicatezza trasforma l’attaccamento al passato in ricettività e deve superare le contraddizioni dell’illogicità.
6) L’osservazione esatta trasforma il non ricordare in memoria e deve risolvere le contraddizioni dell’attaccamento al passato.
7) La percezione degli archetipi trasforma l’astratta dialettica in creatività e deve superare le contraddizioni della fantasticheria.
8) L’equilibrio interiore trasforma la scontentezza in armonia e deve superare le contraddizioni interiori prima di poter agire sulla realtà esteriore.

Le contraddizioni interiori vengono superate dagli esercizi prima di poter agire sulla realtà esteriore.

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ESERCIZI PRATICI PER L’EVOLUZIONE DELLA PERSONALITÀ

Per superare la paura delle interrogazioni, dei blocchi mentali, degli esami, per rendere quanto si è studiato, bisogna esercitarsi costantemente come un atleta. Ci alleniamo coscientemente riuscendo a pensare (almeno per cinque minuti al giorno per vari mesi) sopra un oggetto di uso quotidiano costruito dall’uomo, per esempio: una spilla, una matita, un bottone, controllando l’esclusione durante quel tempo di ogni altro pensiero che non si riferisca a quell’oggetto. Pensando intensamente per qualche tempo sopra un oggetto famigliare, siamo sicuri di esercitare il pensiero obiettivo. Nel chiederci: di che cosa è costituita una matita? Come viene preparato il materiale che costituisce una matita? Come vengono connesse le diverse parti? Quando è stata inventata la matita? E così di seguito, armonizziamo le nostre idee con la realtà molto più che riflettendo su problemi astratti insolubili. L’esercizio sul pensiero prepara ad orientarci nelle difficoltà della vita poiché in un primo tempo non si tratta di pensare questa o quella cosa, ma di pensare obiettivamente per libera decisione personale. È importante per la riuscita dell’esercizio l’illimitata attenzione, ossia l’evitare qualsiasi distrazione riguardo al tema. Esercitando il pensare obiettivo ci rendiamo indipendenti nel pensiero dalle situazioni esteriori, dall’ambiente sociale, dalle tradizioni determinanti una dialettica astratta e soprattutto dalla distrazione così deleteria nello studio. La ripetizione continua dell’esercizio, così semplice da capire ma così difficile da effettuare dà un senso di sicurezza che agisce favorevolmente sulla formazione della personalità. Questo esercizio risolve l’affermazione della non conoscibilità delle cose. Infatti è vero che il mondo esterno si presenta come un enigma insoluto di cui non possiamo sapere nulla di certo ma, come creatori del nostro pensiero, possiamo affermare di reggere il divenire del mondo per un lembo di quel mondo di pensiero in cui senza la nostra partecipazione nulla si percepirebbe. Abbiamo un punto fermo: il pensiero obiettivo; su questo si farà leva per poter comprendere e poi trasformare la realtà del mondo.

La distrazione viene trasformata dal pensiero obiettivo in sicurezza. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA VOLONTÀ

Nel mondo fisico sensibile è sempre la vita esteriore che si presenta come dominatrice rendendoci instabili e schiavi degli avvenimenti esteriori. Per lo più reagiamo di fronte agli avvenimenti esteriori come ci è stato inculcato nel passato. La schiavitù a volte tragica, a volte ridicola dei riflessi condizionati determina azioni che vorremmo modificare, ma che sul momento non riusciamo a dominare. Da questo stato scaturisce un sentimento di mancanza di volontà; per liberarsi dalla mancanza di volontà scegliamo un’azione di poca o nessuna importanza – per esempio spostare una sedia, innaffiare un fiore – decidendo l’ora della realizzazione ed agendo poi con la sicurezza dataci dall’esercizio precedente. Le nostre azioni derivano per lo più dall’educazione famigliare, dall’ambiente sociale, dalla professione ecc.; scaturiranno dalla nostra iniziativa personale se ci esercitiamo nell’azione libera, non imposta dall’esterno. Eseguendo infatti l’esercizio proviamo un impulso all’attività che nel tempo ci libera dalla tradizione. Con questo esercizio diventiamo dominatori, non soltanto della volontà ma anche del pensiero volitivo che pensa e poi riesce ad agire. L’instabilità della volontà proviene dal desiderio di cose, di cui non ci formiamo un pensiero obiettivo. È una cattiva abitudine dire: «desidero questo, desidero quello», senza riflettere alla possibilità di effettuare il desiderio. Così educandoci a desiderare ciò che è possibile ci rendiamo capaci di trasformare “l’impossibile in possibile”  mediante l’esercitata volontà.

La mancanza di volontà viene trasformata dall’azione libera in attività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA CALMA

Le continue oscillazioni fra gioia e dolore, fra esaltazione e depressione, col passare degli anni rendono insensibili. Dobbiamo rallegrarci per una cosa piacevole, e una cosa triste deve riuscirci penosa; ma per non divenire arteriosclerotici e insensibili nell’età matura ci esercitiamo a dominare l’espressione della gioia e del dolore. Non reprimiamo il legittimo dolore, ma il pianto involontario; non l’orrore di un’azione malvagia, ma il cieco sfogo della collera; non il giusto premunirsi di fronte ad un pericolo, ma l’inutile timore. Impariamo a sospendere le reazioni istintive, se siamo capaci di un minimo stop, sia pure di pochi secondi, quando una reazione istintiva tende a portarci lontano da ciò che vogliamo. Possediamo l’equanimità, quando giungiamo a sentire come propri i dolori e le gioie altrui, e come di altri i propri dolori, le proprie gioie. Ci serviamo dell’impulso all’attività per conseguire un minimo freno alle reazioni istintive; questi esercizi danno un senso di calma interiore che ci permette di superare i complessi e il ricordo di esperienze passate e negative che ancora influenzano l’evoluzione della nostra personalità. Chi crede che la propria spontaneità emotiva o il proprio sentimento ne abbiano a soffrire, ignora l’efficacia dell’equilibrio del sentimento. Possiamo già credere di essere provvisti nella vita di un determinato equilibrio e possiamo ritenere perciò superflui questi esercizi; possiamo rimanere completamente calmi di fronte ad alcuni eventi della vita, ma nel momento della prova ritorna con maggior forza a manifestarsi la mancanza di equilibrio che era soltanto repressa. Per evolverci non si tratta di ciò che ci sembra già possedere, ma piuttosto importa esercitare regolarmente le qualità che ci occorrono. La vita può averci insegnato molte cose, ma per evolvere occorrono le qualità che da noi stessi ci siamo acquistate. Se la vita ci ha reso irascibili, dobbiamo spogliarci di questa irascibilità; ma se la vita ci ha insegnato l’indifferenza dobbiamo scuoterci, per mezzo dell’autoeducazione, in modo che lo stato d’animo corrisponda all’impressione ricevuta. Se non siamo capaci di ridere di niente, dominiamo altrettanto poco il nostro riso di quanto colui il quale si abbandona continuamente al riso senza dominarsi.

I complessi vengono trasformati dalla equanimità in calma interiore. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE L’AMICIZIA

In una leggenda viene raccontato che il Cristo, mentre camminava con alcuni discepoli, trovò sulla strada la carogna di una cane in putrefazione. Tutti distolsero lo sguardo da quella vista, Egli invece parlò con ammirazione dei bei denti dell’animale. L’errore, il male, il brutto non devono mai impedire di riconoscere il vero, il buono, il bello ovunque lo possiamo trovare. Non confondiamo la positività con la volontà di chiudere gli occhi al male, al falso, al mediocre. Se ammiriamo i bei denti di una carogna vediamo anche il corpo in decomposizione, ma questo non impedisce di vedere i bei denti. Non riteniamo che il male sia bene o che l’errore sia verità, ma il male non impedirà di vedere il bene, né l’errore di scoprire la verità. Per i rapporti subcoscienti creati soprattutto nella prima infanzia siamo abituati a considerare le persone e le cose secondo schemi mentali. Per trasformare questo stato di fatto esercitiamo la positività nella calma interiore; guardando solo il lato positivo della persona, della cosa, dell’avvenimento, impostiamo immediatamente un rapporto nuovo con la persona, la cosa, l’avvenimento, poiché modifichiamo la schematizzazione istintiva del passato e instauriamo nuovi rapporti di amicizia per il futuro. Se cerchiamo il positivo in qualsiasi manifestazione e in qualsiasi essere, ben presto osserviamo che sotto l’involucro del repugnante, persino sotto le sembianze di un delinquente, si nasconde qualcosa di buono; sotto l’apparenza di un pazzo si cela una personalità in evoluzione. La positività è connessa con l’astensione dalla critica. Non dobbiamo intendere la positività chiamare nero il bianco e bianco il nero; c’è differenza se giudichiamo secondo simpatia o antipatia istintiva oppure ci poniamo di fronte al fatto o all’altro essere chiedendoci: «come avviene che giunga a pensare, a sentire, a volere così? Se noi avessimo avuto la sua vita, la sua educazione, i suoi dolori agiremmo come lui». La critica negativa e distruttiva proviene dal nostro atteggiamento sempre identico di fronte alla realtà sempre nuova e diversa; è perciò necessario liberarci dai pregiudizi acquisiti dalle nostre esperienze passate, esercitandoci a non giudicare secondo etichette già esistenti. Con un simile atteggiamento ci proponiamo immediatamente di aiutare ciò che è imperfetto a renderlo perfetto, anziché limitarci a criticarlo.

Gli schemi mentali vengono trasformati dalla positività in nuove amicizie. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA RICETTIVITÀ

Il pensare unito alla volontà acquista una certa maturità, purché non permettiamo alle esperienze antiche di toglierci la ricettività per accogliere spregiudicatamente quelle nuove. Non dobbiamo pensare: «questo non l’abbiamo mai sentito, questo non lo credo», ma dedichiamo un po’ di tempo a imparare qualcosa di nuovo da ogni cosa e da ogni essere. Ogni soffio d’aria, ogni foglia d’albero, ogni balbettio infantile può insegnare qualcosa, purché si osservi da un punto di vista nuovo.
Certamente possiamo esagerare a tale riguardo e non dobbiamo trascurare di tenere conto delle esperienze attraversate. Se di fronte a un fatto qualsiasi diciamo “a priori”: «lo conosco», attribuiamo ad esso, automaticamente un dato contenuto di memoria senza uno spregiudicato confronto con la realtà attuale.
Se, data un’affermazione, diciamo immediatamente: «ho già udito questo e non può essere vero», giudichiamo secondo il sangue, secondo l’attaccamento al passato e non secondo realtà.
Ciò che sperimentiamo attualmente deve essere giudicato alla stregua delle esperienze passate, queste devono pesare sopra un piatto della bilancia mentre sull’altro piatto poniamo la tendenza a raccogliere sempre nuove esperienze date dai nuovi rapporti di amicizia, convinti soprattutto della possibilità che le esperienze nuove possano essere in contraddizione con le antiche.
Il trascurare, in talune circostanze, ciò che abbiamo acquistato con l’esperienza, ci permette di aprirci a nuove esperienze o ad un diverso giudizio riguardo a cose già interpretate e codificate. Rimanere ancorati a giudizi definitivi immobilizza la nostra evoluzione. Non v’è giudizio umano o scienza che, rispetto alla evoluzione dell’uomo, possa essere definitivo; tra mille anni noi saremo considerati “barbari” altrettanto quanto noi giudichiamo “barbari” i medioevali. Cerchiamo di essere ricettivi verso l’inaspettato, altrimenti ci chiudiamo alla verità, ossia a ciò che è oltre il limite dell’ordinario conoscere. Rendendoci indipendenti dai giudizi tradizionali possiamo accogliere l’ignoto.

L’attaccamento al passato viene trasformato dalla spregiudicatezza in ricettività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA MEMORIA

La mancanza di memoria, l’amnesia, il non ricordare esattamente un episodio, un discorso, una pagina, portano un continuo logoramento delle facoltà intellettive, fino ad arrivare ai blocchi mentali : non ricordiamo ora quello che sicuramente ricorderemo poi. Esercitiamo la memoria provando a rammentare un avvenimento, per esempio del giorno precedente, con lo stesso metodo grossolano di cui ci serviamo per rammentare un ricordo qualsiasi. Ordinariamente le immagini che compongono i ricordi dell’uomo sono prive di colore e di regola. Ci contentiamo di rammentarci del nome di una persona incontrata il giorno prima. Non dobbiamo ritenerci soddisfatti di così poco, occorre giungere mediante uno sforzo sistematico a precisare il ricordo, ci sforziamo di ricordare esattamente le nostre percezioni, e qualora non riusciamo ci rappresentiamo qualcosa di falso. Supponiamo di avere completamente dimenticato se la persona da noi incontrata portasse un abito marrone o nero. Immaginiamo allora che essa indossava un completo marrone con una cravatta gialla, con dei particolari bottoni ecc. L’immagine è, naturalmente, falsa e ci repugna, tuttavia mediante lo sforzo che siamo costretti a fare per completarla siamo indotti ad osservare con maggior esattezza in avvenire e non dimenticheremo più nulla, e ogni particolare si imprimerà in noi e rimembreremo ogni particolare delle nostre azioni. L’obiettività della memoria si raggiunge quando si riesce a ricordare esattamente tutte le proprie percezioni, a volontà, in modo da non agire in contraddizione col passato.

Il “non ricordare” viene trasformato dalla osservazione esatta in memoria.

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ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA CREATIVITÀ

Gli archetipi sono le essenze delle cose, inconoscibili per i sensi e per l’astratta dialettica. La geometria indica una via per percepire gli archetipi come essenze di forme in movimento. Pensiamo ad un determinato triangolo, per esempio equilatero, e manteniamo la sua immagine innanzi alla coscienza col massimo della semplicità e continuità; accanto ad esso rappresentiamoci un altro triangolo, parimenti equilatero ma più grande, e raffrontiamolo al primo. Constatiamo come l’uno e l’altro siano figure di una identica immagine. Grande o piccolo, il triangolo, avendo identica forma, non pone al pensiero problemi di spazio, ma sollecita una relazione intuitiva oltre le differenze dimensionali. Concentriamoci ora sull’immagine del triangolo: l’oggetto del nostro pensiero non è un determinato triangolo isoscele, rettangolo, o equilatero, bensì il triangolo tipo, che li contiene tutti. L’esercizio consiste nell’immaginare i lati in movimento reciproco e gli angoli che mutano ampiezza nel tempo. La forma del triangolo tende ad essere immagine concettuale mobile e indipendente non solo dalla spazialità, ma anche dalla temporalità.
Pensiamo ora la pura idea del triangolo: l’immagine sparisce, ma rimane la sua idea, l’idea del triangolo che, non veduta, anima come movimento l’immagine. Spariscono forma e nome, pur sussistendo vivo il contenuto ideale, al di fuori dello spazio e del tempo. La percezione del momento creativo del pensiero comporta qualcosa di più che una constatazione filosofica. Perché quella istantanea creatività non sia illusoria, occorre che il pensiero non sia assunto semplicemente come filosofico “pensiero dialettico”, ma sperimentato, secondo la presente tecnica come corrente di calore, luce e vita indipendente da nome e forma. Con la memoria percepiamo gli archetipi che muovono la creatività; ricominciamo così il ciclo dell’esercizio della concentrazione creando nuovi rapporti, immaginando nuove sintesi, ispirando nuove idee, intuendo soluzioni nuove che riescano a mutare la nostra società.

L’astratta dialettica viene trasformata dalla percezione degli archetipi in creatività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA SINTESI

Dopo aver dedicato qualche tempo agli esercizi pratici del pensiero obiettivo, dell’azione libera, dell’imperturbabilità di fronte al piacere e al dispiacere, della positività nel giudicare il mondo, della spregiudicatezza nella concezione della vita, dell’osservazione esatta, della percezione degli archetipi, occorrerà anche esercitare questi simultaneamente per gruppi di due, di tre e così via, fino a conseguire un’armonia, un equilibrio interiore. Una situazione difficile, una lite in famiglia, una lotta fratricida possono essere risolte dal nostro equilibrio interiore, esercitato da un pensiero obiettivo, da un dominio degli impulsi istintivi, dalla imperturbabilità di fronte al dolore e alla gioia, dalla positività di giudicare una situazione, dalla spregiudicatezza di un consiglio, dalla memoria di un particolare, dalla creatività. Notiamo che scomparirà presto un certo senso di scontentezza, ci apriamo ad una tranquilla comprensione delle cose e perfino il nostro passo e il nostro gestire mutano, e possiamo accorgerci che la nostra scrittura è migliorata, dimostrando cosí che abbiamo raggiunto un primo vero progresso.

1) La distrazione viene trasformata dal pensiero obiettivo in sicurezza.
2) La mancanza di volontà viene trasformata dall’azione libera in attività.
3) I complessi vengono trasformati dalla equanimità in calma interiore.
4) Gli schemi mentali vengono trasformati dalla positività in nuove amicizie.
5) L’attaccamento al passato viene trasformato dalla spregiudicatezza in ricettività.
6) Il non ricordare viene trasformato dalla osservazione esatta in memoria.
7) L’astratta dialettica viene trasformata dalla percezione degli archetipi in creatività.

L’efficacia degli esercizi non può essere discussa dialetticamente dopo averli soltanto letti, ma può essere discussa e approfondita coscientemente l’attuazione pratica individuale dopo averli almeno sperimentati per un certo tempo.

La scontentezza viene trasformata dall’equilibrio interiore in armonia.

 

Massimo Scaligero

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SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA INEDITA di GIOVANNI COLAZZA – Introduzione di Hugo de' Paganis

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LA PAROLA SAPIENTE DI UN MAESTRO SEVERO: GIOVANNI COLAZZA

Giovanni Colazza, il fedele discepolo di Rudolf Steiner, e l’amico leale e fedele di Marie Steiner-von Sivers, fu un Maestro severo e adamantino come un Patriarca Zen (Maximus dixit). Egli era al contempo severo nella sua austerità e compassionevole nella sua grandissima umanità, che lo portava ad essere vicino e generoso nei confronti dei bisognosi, dei deboli, dei poveri, dei fanciulli, dei malati.

Come Maestro spirituale, nei confronti di coloro che gli affidavano l’orientamento e la guida nel cammino dell’Iniziazione egli era estremamente esigente, o come direbbe Arturo Reghini un Maestro di difficile contentatura. Ed io penso che – sempre per usare una espressione di Arturo Reghini – data la “nequizia dei tempi”, oggi egli sarebbe ancor più esigente e sicuramente ancor più di difficile contentatura, ovvero ancor più severo nei confronti delle recitazioni spirituali, ambizioni, delle sacrileghe profanazioni, dei tradimenti, delle facilonerie, delle indebite commistioni, della mancanza di serietà, della viltà, dell’immoralità, della stupidità, della serena ignoranza, dell’accidiosissima pigrizia di tanti sedicenti “esoteristi”.

Egli amava parlare poco, ed agire nel suo “silenzio attivo”. Come dono sacrificale nei confronti di coloro che avevano scelto di seguirlo come discepoli di un sì severo Maestro, parlò in uno stile semplice, immediato, quasi dimesso, senza veruna ricercatezza retorica, ma – come mi disse Massimo Scaligero – “quando Giovanni Colazza parlava, sentivi aleggiare lo Spirito!”. E per rendere più efficace l’immagine, Massimo accompagnava con eloquente gesto della mano la descrizione di tale “spirituale aleggiare”.

Giovanni Colazza scrisse poco, e ben suoi sono gli scritti firmati con lo ieronimo di “Leo” nelle monografie del Gruppo di UR. Tali scritti sono suoi, come mi testimoniarono Massimo Scaligero, suo cugino Amleto Scabelloni, Romolo Benvenuti ed altri amici e discepoli di Colazza. Scritti suoi e non di Julius Evola, come altri hanno scritto altrove. Suo è lo stile, sua la semplicità dei concetti e degli esempi, sua la terminologia, sua l’impronta spirituale in essi impressa come un sigillo. Evola, che davanti a Giovanni Colazza – mi è stato direttamente testimoniato – “tremava come un cagnolino”, non avrebbe mai osato sostituirsi a lui.

Vero è che a Colazza non piaceva materialmente scrivere, per cui talvolta dettava, con la vivezza della parola orale, i suoi pensieri, che altri trascrivevano mentre egli parlava in una sorta di meditazione ad alta voce, e questo è il caso della presente sua conferenza, che in sua presenza venne stenografata da A. Izzo.

Doniamo ai volenterosi lettori, a coloro che fattivamente sono impegnati nell’Ascesi Solare della Via del Pensiero, la trascrizione della parola vivente di Giovanni Colazza, che ci venne donata circa quarant’anni fa da un suo discepolo.

Hugo de’ Paganis

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ANTROPOSOFIA

 di Giovanni Colazza

Conferenza tenuta alla sala Capizucchi di Roma, 10 dicembre 1944, stenografata da A. Izzo.

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Io credo che l’argomento della conversazione d’oggi non riesca a molti di loro completamente nuovo. Già da diversi anni sono diffusi in Italia molti libri che trattano di questo soggetto; vi è stata anche l’attività della Società Antroposofica con conferenze e pubblicazioni. Naturalmente quest’attività fu soffocata negli ultimi anni, fino ad essere proibita; ma i libri rimasero perché, al contrario di quello che è avvenuto in Germania, in cui la persecuzione si è estesa ai libri e alle persone, qui i libri hanno potuto continuare a diffondersi. Dico questo perché si tratta di un soggetto ormai vasto ed esteso, e difficile a chiudersi nei limiti di un’ora di conversazione. Però noi tenteremo adesso, sia per quelli che la conoscono, che per quelli che non la conoscono, di dare una specie di sintesi, di visione generale di che cosa è antroposofia.

Naturalmente, il nome stesso è una scelta conosciuta che mette in valore appunto la ricerca della verità e della spiritualità attraverso la figura stessa dell’uomo.

Angelo Silesio diceva: “Se tu penetrerai dentro te stesso e così andrai al di là di te stesso, tu giungerai fino a Dio”. Ebbene, scopo appunto dell’Antroposofia è quello di giungere attraverso il lato spirituale umano al lato spirituale cosmico; accogliere i rapporti di ciò è in fondo un’unità che, come vedremo, sono partecipi delle stesse forze cosmiche cosicché si può dall’uno andare verso l’altro.

Se noi guardiamo l’uomo così com’esso è attualmente, come si presenta al nostro sguardo, noi abbiamo un’apparenza fisica esteriore e delle forse interne. Soprattutto vi vorrei far notare come l’uomo sia in realtà la storia vivente di se stesso, vale a dire, di quelle forze che lo hanno formato; l’essenza spirituale che egli ha ricevuto è presente in lui e mantiene i suoi rapporti con la sua origine cosmica. Noi vogliamo vedere nel mondo una molteplicità di forze. Un concetto astratto d’un assoluto non può servirci di base per un lavoro proficuo per la conoscenza; esso resta freddo ed immenso, al di fuori di noi e non può essere una concezione feconda. Noi dobbiamo procedere per gradi, noi dobbiamo procedere da ciò che possiamo raggiungere con le nostre facoltà e con la nostra essenza. Dobbiamo incominciare a cogliere le forze della manifestazione già in movimento, così com’esse hanno formato il nostro essere. Forse se noi, attraverso uno sviluppo spirituale, raggiungessimo stati di coscienza differenti, potremo spingere più in avanti il nostro sguardo. Per ora dobbiamo e vogliamo limitarci a questo: alla manifestazione divina in quanto essa ha un rapporto con l’umanità’.

Noi concepiamo la vita ed il mondo sotto un aspetto evolutivo. E’ ben vero che il concetto di evoluzione accolto con troppa facilità e con troppo semplicismo, è stato ereditato nel campo scientifico e filosofico sotto certi aspetti, ma è avvenuto questo: che quello che ha perduto in materialità lo ha guadagnato in spiritualità. Scientificamente ora non si pensa più a certe leggi determinanti l’evoluzione che appartengono al mondo esteriore, ma piuttosto ad una spinta interiore evolutiva che si muova sopra un piano teologico, vale a dire che va in una direzione, direzione immediata, che possiamo vedere come tendenza di vita, anzi verso forme più complesse di vita. Per l’umanità noi possiamo vedere anche qualche cosa di più; possiamo vedere che in realtà proceda verso una finalità che coincide con la direzione della volontà creativa divina. “Tutta l’evoluzione tende all’uomo” diceva Goethe, “come ad una vetta”. Fin dal principio della manifestazione era presente questa meta lontana, l’ultima ad apparire nella scala degli esseri: l’uomo.

Noi, come del resto molti nel campo scientifico, non vediamo nei diversi gradini degli esseri delle forze che hanno condotto alle forze superiori attuali, ma vediamo l’arresto d’altrettante spinte evolutive separate su per dei gradini e che, a poco a poco appaiono come i portatori di forme sempre più complesse ed elevate. Quindi, possiamo affermare che si è distaccata da questa corrente principale che tendeva verso l’uomo una serie di forme inferiori che, a poco a poco, hanno formato quello che doveva essere l’ambiente per l’uomo. In un certo senso, se vogliamo contemplare il mondo in modo finalistico, ciò che attornia l’uomo è ciò che non è potuto divenire uomo, e forma ora il suo ambiente. Ma non solo questo: noi possiamo vedere, osservando la natura intorno a noi, come l’uomo attuale rappresenti una sintesi della natura stessa, quello che si chiama il microcosmo.

Vi è nel corpo umano abbandonato dalla vita qualche cosa che ci presenta l’aspetto del mondo minerale. Quando la vita abbandona l’uomo, esso soggiace alle leggi comuni fisico-chimiche ed i processi vitali che si svolgono nel suo corpo sono estranei all’uomo. Vi e’ poi un aspetto di vita che noi possiamo cogliere il certo stato di catalessi, nei quali i processi vitali continuano, senza la sensibilità. Come avviene nelle piante. Vi sono stati sognanti ed automatici nell’uomo così come vi è nella coscienza animale una coscienza sensitiva, ma vi è in più nell’uomo un’autocoscienza, un’Io che rappresenta il coronamento dell’evoluzione, che rappresenta la forza motrice che dovrà portare l’uomo verso il suo destino superiore.

Per il suo Io l’uomo può guardare nella propria interiorità, può osservare e guardare, analizzare i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di esteriore. Esso è un centro del suo essere che non è soggetto ai mutamenti ed alle influenze esteriori e che sembra essere un testimonio della nostra esistenza, a volte sommerso, a volte come fluttuante alla superficie come centro dell’essere, ciò che noi chiamiamo Io, non è che il risultato di stati d’animo e della coscienza in un momento attuale; ma il vero senso dell’Io è un senso che deve essere guadagnato, un senso che deve essere rinforzato perché esso sia realizzato in tutta la sua pienezza. Il cammino della evoluzione umana è appunto segnato dal rapporto dell’uomo con il proprio Io.

In periodi lontani dalla nostra evoluzione attuale, la direzione evolutiva era ancora tenuta da forze esteriori all’uomo. Infatti, noi vediamo che il sentimento religioso, il sentimento della guida degli dei ed il sentimento della loro presenza erano immediati ed indiscussi. Naturalmente, accenno soltanto, perché devo procedere; ma ognuno può misurare nella diversa epoca le religioni nel loro carattere relativo. Noi vediamo che fino a tempi non lontani, per la maggior parte degli uomini era inconcepibile l’idea che la divinità non fosse. Vi era ancora nel loro essere qualche cosa che rimaneva attaccato come per un filo invisibile al Divino.

Naturalmente, col procedere della civiltà, col progredire dell’intellettualità’, vi è stata una compenetrazione sempre più profonda dell’Io e una connessione sempre più intima col corpo e dei sensi, così che a poco a poco, l’uomo ha potuto dimenticare la sua origine divina. Si è perduto questo rapporto e si è giunti così fino alla negazione del Divino: in questo momento l’uomo aveva raggiunto la sua libertà; vale a dire, esso era solo al mondo, era diventato arbitro del suo destino. Giungiamo così al nostro periodo attuale, nel quale si è maturato uno sviluppo organico e somatico umano, che a poco a poco, tendeva verso una maggiore materializzazione, e vi è stato anche uno sviluppo interiore dell’uomo che veniva a dare più e più importanza a quella saggezza che gli veniva dall’osservazione dei sensi piuttosto che dal sentimento religioso. Vale a dire, parallelamente all’evoluzione somatica vi era asservimento dell’Io. Qui noi afferriamo senz’altro che questo Io non potrebbe fare le sue esperienze, non potrebbe raggiungere una meta, non potrebbe essere una forma feconda nell’uomo, se non avesse la possibilità di passare attraverso ripetute esperienze di vita terrena.

Sappiamo già che la dottrina della reincarnazione è stata screditata da certi ambienti nei quali è diventata una ricerca di sensazioni orgogliose da parte di certe persone che trovano più facile essere state qualche cosa in una vita precedente, piuttosto che fare qualcosa nella vita attuale. Altro hanno voluto vedere nella reincarnazione un ritorno a concezioni orientali adesso non più adatte al nostro corpo, alla nostra attuale essenza umana, perché non si torna indietro nel cammino dello sviluppo spirituale e dello sviluppo umano. Quindi, è forse, sotto certi aspetti, una teoria screditata ma in realtà obiezioni gravi contro di essa, veramente gravi, non sono state fatte. Sono state fatte delle obiezioni contro delle interpretazioni eccessive, diremo quasi “materialistiche” della reincarnazione stessa.

In realtà se noi pensiamo a ciò che col cervello muore e che con la forza vitale, che è propria dell’individuo, se ne va tutto il mondo del suo sentire e ciò che appartiene alla sua vita intellettuale, noi vediamo che vi è poco di quella che è la personalità attuale che resta: vi è il testimone dell’esperienza, vi è un impulso determinato dall’esperienza della vita che ci spinge verso la direzione di un’altra esistenza per continuare la sua via, quella che i buddhisti chiamano la “brama”, che si reincarna, ma non è l’essere attuale, non è la personalità che si reincarna.

Questo è quello che dobbiamo tener presente, ed allora molte delle obiezioni contro la reincarnazione potrebbero cadere. In realtà come personalità vi è molto poco che possa essere riconosciuto. Vi è la spinta di una vita verso l’altra e vi è soprattutto il testimonio che ha accompagnato quella linea particolare evolutiva e che dalle esperienze ha ricavato degli impulsi e delle tendenze; e questi impulsi matureranno appunto fra una vita e l’altra, quando queste forze egoiche ridiventano una forma spirituale, perché’ s’immergono nella loro sorgente primordiale e lì, in un certo senso si riunisce quella che è la coscienza terrena con la coscienza cosmica e quindi si può maturare l’esperienza in saggezza e la saggezza in impulsi di volontà.

Abbiamo detto che l’umanità’ cammina da secoli verso una maggiore realizzazione, ossia verso una specie di appesantimento delle sue percezioni che sono sempre più rivolte al mondo dei sensi: quindi, la linea evolutiva precipita per così dire, nel mondo materiale, si immerge in esso ed è questo il momento tragico, questo è il momento che attraversiamo.

L’uomo, senza guida interiore, deve salvare se stesso e ritrovare se stesso; deve ricongiungersi alla propria spiritualità. In questo volgersi al mondo sensibile, egli ha delle tendenze, dei desideri, dei problemi che si volgono nel campo sociale ed economico, ma non porta in questi problemi il senso della sua vera aspirazione, vale a dire, quella che è la sua vera finalità. Tutto questo insieme di forze evolutive è stato messo in movimento da una volontà divina con uno scopo definito, ed è questo scopo che noi dobbiamo cercare di trovare.

Vedete, attualmente noi ci sentiamo da un lato pienamente liberi, ma da un altro lato ci sentiamo imprigionati, noi ci sentiamo liberati dalla guida divina, ma in un certo senso siamo diventati i servi della nostra personalità inferiore. Anzi, noi ci domandiamo: com’e’ possibile che la gran massa dell’umanità possa ora volontariamente cambiare strada? Noi stiamo vivendo lezioni terribili, tragiche, che potrebbero essere un aiuto ad aprirci gli occhi, ma si vede qua e là che la soluzione dei problemi è solo cercata in un campo sociale ed economico.

Oggi leggevamo sul giornale questa frase “noi abbiamo perduto il senso di quale sia il posto dell’uomo nell’universo”. Questo era messo come una delle cause della tragedia attuale e dell’impossibilità di risolvere, in modo soddisfacente, i problemi che nascono e si presentano nell’era attuale. Questo è un sintomo del fatto che tutto il problema deve essere spiegato ed essere portato su un campo integrale, il campo dell’uomo integrale: quello dell’uomo materiale e spirituale al tempo stesso.

Noi forse, avremmo perduto questa possibilità, perché non basta che uno, due o tre uomini agiscano qua e là in tale direzione, ma noi sappiamo che nella corrente cosmica è entrata una forma che può riportare in alto l’umanità’ dal suo punto di svolta e tale è il senso della redenzione. L’uomo divenuto libero, deve scegliere la sua via ed allora egli può ritrovare le stesse forze spirituali che hanno mosso la corrente umana alle origini. Queste forze spirituali possono trovarle di nuovo e salire coscientemente sul cammino della spiritualità e qui, vedete, io parlo della forza del Cristo, io parlo appunto dell’essenza della redenzione che assume un significato cosmico e può essere inteso nel suo vero e più profondo carattere. Però, per unirsi a questa forza vi deve essere un atto volontario e cosciente da parte dell’uomo, vale a dire che egli deve fare la sua scelta e sarà portato a questa scelta sia da eventi esteriori, sia da illuminazioni interiori, illuminazione che egli con la cultura spirituale può far nascere entro se stesso.

Adesso si presenta ancora un’altra domanda: “Il cammino interiore dell’umanità’ in quale direzione va?”. Prima di tutto noi rispondiamo: verso un ulteriore sviluppo della coscienza attuale. Anticamente erano le forze divine che scendevano verso di noi, ora è l’uomo che deve ascendere verso le forze spirituali mediante un allenamento interiore, mediante una disciplina interiore. Intorno a noi, accanto all’esperienza sensibile, vi sono continuamente delle percezioni che noi riceviamo e che provengono dal mondo spirituale. Il mondo spirituale è sempre attivo intorno a noi, soltanto che noi non percepiamo tutto quello che accompagna le sensazioni e che ha un carattere supersensibile perché vi è troppo disordine, troppa agitazione nella nostra interiorità e noi non sappiamo ricevere impressioni che abbiamo e ciò che sentiamo quando tentiamo di fare qualche esercizio di disciplina mentale, troviamo un caos nell’interno di noi, le associazioni si muovono liberamente mentre studiamo un tema e cerchiamo di riuscire a fissare sopra di esso la nostra attenzione. Vi sono sempre idee collaterali che si muovono contemporaneamente, vi sono reazioni che sorgono dal nostro subcosciente. In realtà, quando studiamo coscientemente, noi stessi vediamo che abbiamo molto da fare per portare ordine nel nostro mondo interno, ma pur essendo attaccati alla vita quotidiana si può giungere ad integrare la nostra partecipazione sensibile con numerose percezioni che ci provengono dalla natura, dagli uomini, da tutti gli esseri viventi intorno a noi: ciò allarga e riempie veramente la nostra coscienza.

Quando si comincia a fare luce in noi questo senso, vediamo degli uomini che come noi sono passati attraverso un gran numero di vite e che vogliono avviarsi come noi verso una meta spirituale. Se noi abbiamo una percezione più sottile, noi non sentiamo soltanto quelle che sono le voci dei loro desideri, dei loro impulsi e magari di quelli che si chiamano i loro difetti, ma sentiamo invece la loro vita interiore che cerca di riunire se stessa con la spiritualità e che, magari, ancora non si è coscientemente manifestata. Non è possibile altro che un rapporto d’amore, quando si comincia a sentire tutto ciò, non solo, ma vedete, istintivamente, l’uomo ha cercato sempre di ritrovare al di fuori di sé qualche cosa che fosse giusto, il senso della giustizia. Ora il senso della giustizia è appagato da questa concezione spirituale della reincarnazione; noi non abbiamo più quelle ineguaglianze fra esseri che hanno delle opportunità ed altri non ne hanno, fra esseri che sembrano avere tutto più facile nel loro cammino ed altri che hanno invece, tutti gli ostacoli e tutte le difficoltà, fra esseri che possono realizzare ed esseri che non possono realizzare.

Noi pensiamo che ogni vita sia una fase, un momento della vera vita dell’essere che scorre verso una nuova vita terrena e così percorre il suo cammino; noi sappiamo, quindi che le opportunità che non vi sono oggi vi possono essere domani. Non è che noi cerchiamo di proiettare al di fuori un desiderio di giustizia, ma noi sappiamo che vi è una legge di giustizia distributiva attorno a noi, come legge della vita.

Un’altra forma di soddisfazione interiore, di realizzazione di noi stessi, sta nel desiderio che abbiamo di conoscere. Uno sviluppo spirituale come quello che ci viene presentato con le possibilità di spiegare la nostra coscienza al di là dei limiti dei sensi, da’ a noi la soddisfazione di poter conoscere; vale a dire, che lo slancio verso la conoscenza non è frustrato come avviene nel mondo sensibile, nel quale troviamo limiti del mondo stesso. Noi sentiamo che possiamo andare al di là, e non è più questione di fede, ma questione di esperienza e di conoscenza.

Il senso faustiano di voler conoscere e sapere che vi è nella nostra natura non è stato portato inutilmente, ma può spingere sempre innanzi a ricercare la verità, una verità che non ha limiti che siano determinati dall’esperienza sensibile. Certo che, se nel momento attuale vi fosse un gran numero d’uomini abituato a queste idee, che si nutrissero di queste idee e che le sentissero profondamente, la soluzione dei nostri problemi sarebbe più facile. Ora si mescola molto ciò che è il mezzo ed il fine; ma in realtà anche la libertà e la democrazia possono apparire un fine, ma in realtà sono un mezzo perché tutte le voci possano levarsi e sia dato a tutti la possibilità di poter portare il loro contributo. Vi sono molti che possono ricevere dall’ambiente impulsi spirituali e devono poter parlare per esprimerli; quindi attraverso un regime di libertà, queste voci potranno levarsi, ma occorrerà che vi siano anche quelli che le raccolgono.

Noi che per molti anni abbiamo studiato antroposofia, noi che abbiamo cercato di vedervi sempre più chiaro, ebbene, sentiamo in questo momento che la forza che è in essa potrebbe avere una grande influenza nel mondo. E quelli che sono preparati a riceverla, al di là di preconcetti e di pregiudizi, potrebbe darsi che trovino appunto in essa la via per la realizzazione di un mondo migliore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IN DIFESA DI MARIE STEINER-VON SIVERS E DELLA VERITA'

Marie St.

Non è nelle mie abitudini entrare in discussione con persone, i cui metodi sono palesemente sleali e in pessima fede, perché lo ritengo moralmente improduttivo e, sotto ogni aspetto, totalmente inutile. Al massimo posso trovare divertente rileggere nelle ore notturne dedicate alla mia dolcissima insonnia, quanto di comico viene scritto da coloro non solo non hanno amore per la verità, ma credono altresì di avere a che fare con dei tonchi totali.

Infatti ci è capitato di leggere che, in un qual certo sito nel quale, coloro che vorrebbero snaturare e corrompere la Scienza dello Spirito attraverso un processo di cattolicizzazione strisciante abbastanza palese, vengono a dire a quelli che da oltre quattro decenni seguono con amore, ardore e disciplina, la Via Solare indicata da Massimo Scaligero, che tali discepoli  – i quali Massimo Scaligero lo hanno davvero incontrato e ascoltato centinaia di volte, per anni hanno meditato con lui, ne hanno ritualmente (ossia meditativamente e non intellettualmente) studiate con dantesco e virgiliano amore l’Opera – di lui e del Maestro dei Nuovi tempi non avrebbero capito un bel niente e per di più, per la loro intransigenza ideale e ascetica, sarebbero proprio dei ‘bambini cattivi e discoli’, mentre per fortuna ora arrivano loro ad apportarci il verbo salvifico e correttore di tanta nequizia, che la Potenza Straniera d’Oltretevere si degna di ammannire generosamente all’esoterico popolo catecumeno.

Naturalmente, noi rimaniamo stupefatti ed estasiati da cotanta «teologica» esegesi dell’Opera di Massimo Scaligero e del Maestro dei Nuovi Tempi, per cui lacrimando ci battiamo il petto, scoprendo quanta riottosa ed eretica pravità noi alberghiamo nel nostro corrotto cuore, e come coperti di sacco, a piedi nudi nella neve, ci dovremmo trascinare lacrimanti e flagellanti fin in sul sagrato della michelagiolesca basilica trasteverina, a chieder d’esser mondati e redenti di ogni nostra precedente imperdonabile colpa, anelando di esser illuminati dall’ignaziano ierofante circa supremi arcani del vero.

Peccato che in colloqui personali, e in lettere – che conservo come un piccolo personale e prezioso tesoro – Massimo Scaligero mi dicesse e mi scrivesse esattamente il contrario di quanto costoro affermano, e aggiungesse con tagliente severità: «Ricordati: prima o poi tutti i traditori dello Spirito finiscono nelle braccia della Chiesa Cattolica». Conciosiacosaché di colpo mi risveglio dalla mistica estasi e dall’ammirata stupefazione e, ritrovato sangue freddo e sguardo lucido, me ne ritorno tutto contento sui mali sentieri dell’eretica pravità. Tanto più che, nell’Ellade, la parola «hairesis» onorevolmente significava «elezione», «scelta», «preferenza» ed aveva eziandio financo il senso di «scuola filosofica»: pitagorica, platonica, stoica e così via. Solo con la venuta al potere dell’intollerante ignoranza confessionale, vittoriosa sulla Sapienza Classica, tale parola assunse un dispregiativo significato settario.

Si sa come il gregge credulone, obbediente e bene inquadrato, non debba mai prendere iniziative di sorta, non debba mai compiere autonomamente scelte di pensieri né di azioni, bensì debba incondizionatamente «credere» a ciò che gli viene prescritto di pensare dal ‘Sacro Soglio’, e debba altrettanto diligentemente «adempiere» a quei precetti emananti dal Supremo Oracolo d’Oltretevere. Disobbedire ai quali è mettere a repentaglio la salvezza eterna  dell’anima immortale, e in certi periodi anche quella del corpo. Perciò è d’uopo, in tale stato di obbediente cecità, farsi mungere, tosare e peggio.

Divertente poi, è il susseguo da professorino di liceo col quale agli ostinatamente riottosi «scaligeropolitani» vien da costui rivelato che: «Il Metodo Scientifico a cui ha fatto riferimento Rudolf Steiner nella sua opera, prevede due metodologie principali: il metodo Induttivo e quello Deduttivo». Veramente, Massimo Scaligero ci insegnava come il ragionar induttivo ed eziandio quello deduttivo, siano frutto di quella impotenza conoscitiva che reclude negli angusti limiti dell’anima razionale-affettiva, paralizzando l’anima cosciente. La verità non la si scopre certo lungo le vie pedestri della cartesiana logica induttivo-deduttiva, bensì nell’intensità volitiva di un atto pensante che, «ardendo», consuma e dissolve ogni «forma» dialettica del pensare e del conoscere. La verità è lampo, è folgore che trapassa l’anima – trasformandola – e nella cosciente immedesimazione intuitiva la rende «una» con l’essenza indicibile del reale. Mentre è proprio del metodo della Potenza Straniera transtiberina  offrire o una disseccata teologia razionale, fatta di dialettiche discettazioni e di casuistiche distinzioni, o – in sostituzione o a lato della medesima – porgere la pratica di una sensuale e subrazionale (meglio se collettiva) sentimentalità devozionale: ambedue nascenti dalla frattura prodottasi nell’anima tra idea e vita, tra pensiero e volontà. L’asciutta – e temuta – disciplina della concentrazione è la terapia – l’unica, ma assolutamente necessaria e in sé sufficiente – che possa rimarginare una tale frattura e scissura dell’anima, laddove i metodi propugnati e predicati dalla suddetta Potenza Straniera d’Oltretevere coltivano e ampliano assai tale frattura e scissura.

La Scienza dello Spirito è fondata sulla sovrarazionale esperienza del pensiero vivente, conseguente alla pratica radicale della concentrazione e della meditazione secondo il canone indicato dalla Via Solare, e non sulla frantumazione logico-razionale propria al pensiero riflesso. Il pensiero  vivente non è il pensiero razionale saturato di intensa sentimentalità: è la radicale estinzione, o il «vuoto», l’annientamento che della loro disanimata forma la volontà pensante attua nel suo stesso movimento.

Comunque decenni di studio e di insegnamento scientifico mi hanno reso familiari i metodi scientifici, sia logici che sperimentali. Non aspettavo certo l’arrivo di un teologizzante catto-scientista per iniziare a conoscere i metodi dell’operare scientifico che, pur nei loro inevitabili limiti, per limpidità di procedimento e fecondità di risultati obbiettivi, giudico ben superiori ai soggettivi sogni di una farlocca teologia.

Il nostro improvvido catechizzatore, non contento della sua lezioncina, mi ammonisce ulteriormente con le seguenti rampognanti e sollecitanti parole:

«Senza entrare nello specifico, si potrebbe dire che un procedere in maniera “scientifica”, non dovrebbe avvenire attraverso anatemi e accuse, ma nel procurare le prove e le fonti di quanto si sostiene, in modo che, tutti gli interlocutori possano giungere per via propria ad una sintesi, ed essere sempre aperti a rivedere le proprie posizioni. Non aiuta la comunità dei ricercatori, il fatto che le proprie ricerche personali non siano state pubblicate. Quindi chiediamo a Hugo di pubblicare la sua documentazione, così da rendere tutti in grado di formulare un corretto giudizio sugli avvenimenti del dopo Steiner».

Certo, ma come no?! Ma perché non ce lo ha detto subito: provvediamo di corsa! Siamo al supermercato dell’esoterismo: il nostro catechizzatore passa col carrello e si serve da sé: prende pelati, patate, detersivi, barattoli  di marmellata, carta igienica, «mantram» e documenti storici delicati. I documenti sono a sua comodissima disposizione: bastava dirlo prima! Vuole, mentre li legge e li esamina, anche un caffè e due paste alla crema? O preferisce una cioccolata calda?

Queste sono le pretese plebee  tipiche di un  «parvenu» piccolo borghese! La Sapienza è per sua natura aristocratica e non plebea. A chi è degno viene donata – a chi è sinceramente amico della Sapienza, e quindi  anche amico e fratello nostro – essa viene illimitatamente donata con grandissima gioia. Ma la Sapienza esige essere amata, disinteressatamente venerata e rispettata,  e di conseguenza deve essere difesa dalle mani di chi si presenta sotto false spoglie, di chi un cercatore disinteressato non è, di chi nasconde, distorce, stravolge, manipola la verità, e la sfigura, «ad majorem gloriae Societatis Jesu et Romanae Ecclesiae», naturalmente.

Dubitiamo assai che il nostro catechizzatore voglia sinceramente e disinteressatamente che l’Hugo dal pessimo carattere pubblichi «la sua documentazione, così da rendere tutti in grado di formulare un corretto giudizio sugli avvenimenti del dopo Steiner». Ovverossia, dubitiamo fortemente del disinteresse, e della lealtà d’intenzione di una tale richiesta.  Un amico sapiente ha insegnato ad Hugo che «i demoni della indebita curiosità devono essere fatti morire di fame». Anche perché quanto finisce nelle mani di tali molto poco disinteressati curiosi viene, appunto, poi distorto, sfigurato, manipolato, strumentalizzato, come vedo costoro già fare con le parole di Massimo Scaligero, separate dal contesto e usate in maniera irrispondente alle palesi ed espresse intenzioni di lui, per colpire proprio coloro che vogliono essergli fedeli.

La gesuitica e bolscevica arte della disinformazione è un’arte antica, nella quale la parte a noi avversa, in quasi venti secoli, ha raggiunto una rara eccellenza che, dolcemente suadendo, facilmente contagia anche molte persone in buona fede, che non  verificano rigorosamente ogni volta la veridicità di affermazioni menzognere, fatte dalla parte avversa con una bronzea faccia tosta a tutta prova. E alla bisogna viene sfoderata una consumata dialettica, condita con una insinuante calunnia. Ne darò subito al candido lettore un esempio oltremodo eloquente.

Se c’è un tema al quale un lupaccio arrabbione come me è oltremodo sensibile (anche i lupacci della steppa hanno un cuore…), è quello della figura umana e spirituale di Marie Steiner-von Sivers, la compagna, la infaticabile ed abile collaboratrice, la fedele e coraggiosa continuatrice dell’Opera di Rudolf Steiner, opera ch’ella difese contro le ambizioni, le distorsioni, le volontà di strumentalizzazione, di saccheggio e di affossamento di tanti sedicenti antroposofi, indegni di tal nome e traditori.  Ora nel suddetto sito qualcuno – grande ammiratore e difensore della ‘grandezza’ e della ‘moralità’ gesuitica – arriva a scrivere: 

«… come non capisco il parlare di “fedeltà a Steiner” (almeno si dovrebbe dire Rudolf Steiner): che io sappia, da vero scienziato, Rudolf Steiner non chiedeva di essergli “fedele”, che mica fondò una chiesa: figuriamoci se lui non apprezzava che chiunque non condividesse ciò che “proponeva” se ne andasse per la sua strada. Penso che da buon ex-anarchico la sua simpatia si volgesse agli spiriti ribelli che accoglievano e maturavano da soli le loro convinzioni piuttosto che a coloro che lo seguivano ciecamente, o quasi (ipse dixit).
Sembra che chi ha conosciuto l’antroposofia e poi l’abbandona in toto o in parte sia un rinnegato, un eretico, uno spergiuro… questo non è un atteggiamento consono a chi vuole coltivare l’anima cosciente.
Un’ultima cosa, giacché ci sono, e già che si citano altri forum:
a proposito della cacciata di Ita Wegman, ciò che ho letto io tempo fa (preciso che non saprei più indicare dove) è che non fu Marie Steiner a vivere la vicenda in stato sognante ma bensì Albert Steffen, che non seppe tenere la situazione in pugno e lasciò fare, appunto, alla vedova di Steiner».

Eccone, appunto, un altro che, a partire dalla – da lui molto laudata – a noi avversa parte cattolica, viene a dirci come ci si deve comportare per essere dei ‘bravi bambini’, ed attuare «un atteggiamento consono a chi vuole coltivare l’anima cosciente» e che, dopo un tale predicozzo moralista e virtuista, insinua la sporca menzogna che sia stata Marie Steiner a cacciare Ita Wegman dal Comitato Direttivo e dalla Società Antroposofica. Ciò è assolutamente falso. E costui  ha anche l’impudenza di precisare pure di «non sapere indicare dove» egli abbia letta una cosa del genere. Ma intanto, sottilmente insinua in chi legge il veleno della calunnia. E concede pure le attenuanti generiche – per incapacità mentale di intendere e di volere – ad Albert Steffen, il quale fu, invece, l’unico autore e fattivo attore della cacciata di Ita Wegman.

E non è neppure vero che Rudolf Steiner non abbia mai chiesto a qualcuno fedeltà nei propri confronti. Vi è infatti la testimonianza – tra le altre – di Paolo Gentilli, il quale di fronte all’arrogante ambizione, ai tradimenti di Albert Steffen, si richiamò alla fedeltà che il Dottore gli chiese personalmente in un colloquio avvenuto all’atto del suo accoglimento nella Classe Esoterica. Paolo Gentilli dette questa testimonianza in un resoconto, che fu trascritto e pubblicato numerose volte. Io ricevetti direttamente da Massimo Scaligero una copia dattiloscritta di quel resoconto.   

Purtroppo,  l’insinuazione menzognera viene in buonissima fede confermata, da un interlocutore – amico della nostra buona causa, e non nemico – che risponde al suddetto infido insinuatore, e che senza controllare fonti e testimonianze arriva a scrivere:

«Veniamo alle cose più serie : la vicenda tristissima del “dopo Steiner”.
Li ci fu, in un primo momento, l’allontanamento del gruppo “Wegman-Stein-Kolisko” voluto sia da Marie che da Albert Steffen. In un secondo momento Steffen “si liberò” anche della Vedova Steiner, concentrando il “potere” nelle sue mani e cercando di esautorare Marie da qualsiasi gestione delle cose lasciate dall’Iniziato Solare.
Questi i nudi ed esteriori fatti».

Purtroppo le cose non stanno affatto così. Come dice Rudolf Steiner in GA 192 p. 319: «È necessario chiamare menzogna la menzogna». Altrove egli dice addirittura che la menzogna deve essere bollata a fuoco, che non bisogna mai lasciarle spazio all’interno della comunità spirituale, perché agirebbe in maniera dirompente con tutta la sua potenza corruttrice e distruttrice. Non si può essere complici di essa, colludere per una sorta di buonismo in stile «new age» con autentiche menzogne, consapevolmente messe a giro per fuorviare ed ammalare le anime. Infatti, non è in questione il rispetto dovuto a chi in buona fede, dopo aver conosciuto la Scienza dello Spirito, muta le sue convinzioni e si allontana dal sentiero indicato dal Maestro dei Nuovi Tempi. Possiamo non condividere le sue nuove convinzioni, ed anche deplorare una scelta che riteniamo errata, così come lui può ritenere errate e deplorare a sua volta le nostre scelte e le nostre convinzioni. La questione bruciante è nei confronti di chi pretende di imporsi nel movimento spirituale antroposofico, con duplicità di comportamento, con inconfessabili riserve mentali ed oblique intenzioni di azione, con doppiezza animica, con menzogna e ipocrita simulazione, al fine di deviare il movimento spirituale, di inquinarlo, di paralizzarlo, di condurlo dove non vuole e non deve andare. Ma questo, riguardando la figura di Valentin Tomberg e i suoi seguaci, lo affronteremo un’altra volta. Ora ci limiteremo a difendere doverosamente la figura umana e spirituale di Marie Steiner.

Un amico di Hella Wiesberger, Georges Ducommun, limpido traduttore di molte opere di Rudolf Steiner in francese, e coraggioso testimone della verità a proposito delle tristi vicende del movimento antroposofico, prima di morire fece una serie di conferenze nelle quali mise in evidenza tutta intera la perfidia dell’operare di Albert Steffen, come vedremo tutt’altro che sognante, nel gestire con machiavellica abilità tutta la vicenda della cacciata di Ita Wegman e degli amici di lei. Quelle conferenze, rielaborate, sono il tema di un piccolo ma denso libro dal titolo «Il Convegno di Natale 1923-1924… e dopo…», nel quale il suo autore così scrive:

«Albert Steffen non s’impegna che molto prudentemente nel conflitto latente, è sempre più apprezzato dai membri, molto più come scrittore e poeta che come Presidente nel quale egli sembra giuocare un ruolo ponderatore. Nondimeno, saturati dalle agitate dispute incessanti nella Società, alcuni membri dei paesi nordici suggeriscono di affidare ad Albert Steffen i pieni poteri. L’interessato non vi si oppone ed è persino favorevole ad una modifica degli statuti che dica ch’egli sia il solo autorizzato a firmare le domande di adesione dei nuovi membri. Ciò vuol dire al tempo stesso ch’egli può rifiutare la sua firma a candidati presentati da Ita Wegman. A ciò si aggiunge a partire dal 1930 il fatto che Albert Steffen si mette a  militare per l’applicazione del «metodo giusto» nel lavoro antroposofico, cioè il suo. Questa campagna è destinata ad avversare il lavoro che viene fatto presso gli amici di Ita Wegman. La pressione si accentua col fine di escludere Ita Wegman dagli affari della Società. Circolano racconti tendenziosi e falsificati riguardo alle attività raggruppate attorno a Ita Wegman. Gli amici di questa reagiscono mettendo in dubbio l’integrità di Albert Steffen nella conduzione degli affari della Società.

L’assemblea generale dell’aprile del 1935 conosce una preparazione strana. Nel febbraio viene messo in circolazione un memoriale di 150 pagine (detto «Denkschrift») sugli avvenimenti nella Società antroposofica degli anni tra il 1925 e il 1935. Esso enumera alla rinfusa i pasticci, gli errori, le macchinazioni, giustificate o inventate, che possono essere rimproverati a Ita Wegman e ai suoi amici. Questo documento riferisce altresì le ferite patite da Albert Steffen in seguito alle osservazioni critiche o scortesi fatte nei suoi confronti. Al tempo stesso egli viene presentato come la guida esoterica ideale per la Società antroposofica. Il clima nel quale si svolgerà l’assemblea sembra ben orchestrato in anticipo!

Sorvoliamo sui dettagli dei dibattiti spesso concitati tra i partigiani del Comitato diretto da Albert Steffen e i partigiani degli altri due membri del Comitato direttivo. Sapendo perfettamente che maggioranza dei membri condivide la sua visione delle cose, Albert Steffen propone una conclusione dei dibattiti «mirata».

Ferito dalle critiche al proprio riguardo avanzate da una minoranza, egli dichiara:

«O voi mi considerate come escluso dalla mia funzione di Presidente, oppure allora voi concludete che, tenuto conto delle circostanze presenti, le altre personalità (Ita Wegman e Elisabeth Vreede) sono escluse di fatto!».

Il voto è significativo: 1691 sostengono l’azione di Albert Steffen, 76 sono contrarie, 73 si astengono.

Consideriamo questo:

assistiamo al fatto straordinario che un membro del Comitato direttivo esoterico, il suo Presidente, incita l’assemblea generale a pronunciare l’esclusione di altri due membri che erano stati egualmente designati da Rudolf Steiner a far parte di quel Comitato esoterico. Ora la faccenda si svolge mentre ci si rende conto che è un’assemblea di carattere democratico (quella della Società) che prende una decisione riguardante la realtà esoterica, e che il gran numero dei membri presenti non hanno conosciuto il Convegno di Natale, e non ne sanno granché poiché nel 1935 il testo del Convegno di Natale non era stato ancora pubblicato. Non lo sarà che nel 1944.  

Ecco dunque l’immagine della Società antroposofica dieci anni dopo il Convegno di Natale!

Non posso terminare questo breve racconto senza menzionare l’intervento storico del conte Polzer-Hoditz col quale Rudolf Steiner aveva intrattenuto stretti legami di fiducia e di amicizia. Nel corso di quell’assemblea generale egli tentò invano di ricondurre i protagonisti alla ragione ricordando la posta in giuoco del Convegno di Natale. Le sue considerazioni coraggiose e di alto livello rimasero senza effetto, poiché dalle due parti le posizioni erano definitivamente crisallizzate.

Sappiamo inoltre che nel quadro della Libera Università di scienza dello spirito, il conte Polzer-Hoditz era stato designato da Rudolf Steiner da Rudolf Steiner come lettore della Classe. Come «ringraziamento» per il suo intervento in occasione dell’assemblea del 1935 il Comitato direttivo gli ritirò l’autorizzazione che Rudolf Steiner gli aveva dato.

Ecco ancora un fatto strano: sino al 1985 (ottantacinque!) il Comitato direttivo della Società antroposofica universale ha impedito la pubblicazione dell’intervento di Polzer-Hoditz nel 1935.

Terminiamo questo racconto del decennio 1925-1935 indicando che nel 1948, poco tempo prima della morte di Marie Steiner, e su sua proposta, la Società antroposofica ha riconosciuto che la destituzione di Ita Wegman e di Elisabeth Vreede era stata un errore. La decisione del 14 aprile 1935 venne allora annullata. Quanto al «Denkschrift» caratterizzato con il suo deplorevole livello di foglio di combattimento, esso non venne mai smentito ufficialmente, ma semplicemente ritirato dalla circolazione nel 1949…».  

Come si vede a compiere tutta la machiavellica opera di esclusione di Ita Wegman e Elisabeth Vreede, membri del Vorstand, ossia del Comitato direttivo della Società Antroposofica, e dei loro amici, fu unicamente proprio Albert Steffen. L’insinuazione bugiarda di una volontà colpevole di Marie Steiner nella vicenda dell’esautorazione e della espulsione della Wegman e della Vreede, la demolisco subito.

Nel medesimo scritto, vi è una post-fazione di Conrad Schachenmann, un amico di lunga data della fedele cerchia di Marie Steiner, il quale con poche parole precisa che:

«Il mio amico Georges Ducommun ed io stesso abbiamo assistito con una sofferenza quasi identica allo svolgimento della storia della Società antroposofica. Posso così identificarmi con la descrizione ch’egli ne dà qui. Mi identifico ugualmente con la maniera in cui egli l’ha fatta, descritta con una fine sensibilità dal Dottor Hériard Dubreuil.

Mi sembra utile aggiungere tre precisazioni che possono permettere di illuminare maggiormente ciò che è successo.

1-      La «democratizzazione» nella struttura della Società cominciò nel febbraio del 1925 quando Rudolf Steiner era sul suo letto di morte. Egli fu costretto a sottoscrivere una nuova formulazione degli statuti sotto la pressione di certe persone. Günther Wachsmuth giuocò il ruolo di autentica «eminenza grigia» dietro Ita Wegman e Albert Steffen, cosa che ebbe una ripercussione pure sui tragici eventi ulteriori. (Documenti d’archivio).

2-      In occasione dell’assemblea generale del 1935, nella quale furono escluse Ita Wegman ed Elisabeth Vreede, Marie Steiner non era presente. Ella si era rotto un braccio in tournée. Apprendendo al suo ritorno quel che si preparava a Dornach, ella ne fu profondamente infelice, ma non poté cambiare  nulla in quegli eventi».

Terminiamo qui la citazione di Conrad Schachenmann, perché ciò che segue non ha rapporto diretto con la difesa di Marie Steiner-von Sivers dalla calunnia di aver lei voluto ed operato l’esclusione e l’espulsione di Ita Wegman ed Elisabeth Vreede dalla Direzione del Goetheanum e dalla Società Antroposofica, mentre abbiamo visto ch’essa fu interamente l’opera di quell’anima machiavellica di Albert Steffen. Vicenda della quale soltanto in questo articolo intendevo parlare. Ma il candido lettore non tema: gradualmente amplieremo il discorso, perché è assolutamente necessario portare una parola di verità sulle drammatiche vicende del movimento antroposofico, le quali – a mio, ma non solo mio, giudizio – costituiscono la tragedia spirituale del XX secolo.     

Non m’interessa minimamente polemizzare con coloro che scientemente diffondono una tale calunnia nei confronti della fedele compagna e della massima collaboratrice di Rudolf Steiner, nonché continuatrice competente e consacrata della sua Opera. Mi interessa unicamente che amici sinceri non assorbiscano per insufficiente verifica affermazioni, che è possibile dimostrare essere false. Piano piano tirerò fuori tutto quanto possa aiutare gli amici leali e sinceri a formarsi una corretta immagine di pensiero degli avvenimenti tragici, che costituiscono la storia del movimento antroposofico. Essi mostrano eloquentemente a quali estremi ed eccessi si giunge quando, allontanandosi dalla autentica pratica interiore, ci si dà alla vanità, all’intellettualismo, alle spregiudicate macchinazioni del più sporco stile politico, alla mucillaginosa sentimentalità, all’ambizione e alla volontà di potenza. La forza della concentrazione profonda travolge e annienta ogni volta i rigurgiti dell’ego, e le suddette manifestazioni della mediocrità plebea e piccolo-borghese.

  

 

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

Un piccolo aneddoto della vita di Gabriele D'Annunzio e lo smascheramento di una menzogna

6 - Copia

Le mie delinquenziali simpatie nei confronti del Vate-Soldato sono ormai note al colto e all’inclita, e in maniera alquanto divertita prendo conoscenza dei malumori che suscita questa mia propensione per lui. Ma siccome il Cielo possiede, oltre che lungimirante spregiudicatezza, anche un curioso senso dell’umorismo, non si perita di inviare ad un malinquente lupaccio come me uno di quegli Angeli maliziosi e stravaganti, che disvelano le verità più «scomode» per coloro che vivono di menzogne, di affabulazioni, di abilmente mascherate finzioni  e disinformazioni.

Da molto tempo, vi è tutt’una cerchia politico-esoterica – pessima accoppiata quella dell’esoterismo prestato alla politica, e quella della politica, che inquina e asserve l’esoterismo – di stampo evoliano-kremmerziano, la quale cerca di «infeudare» la Scienza dello Spirito donata da Rudolf Steiner e la Via del Pensiero, alla quale Massimo Scaligero aveva votato la vita. Per di più, nel minestrone-macedonia evolian-kremmerziano-antroposofico – un «fricandò con le cipolle» lo avrebbe definito il mio amico L., un «fritto misto di totani, calamari e gamberi» lo definirebbe il mio fratellaccio d’armi C. – ci mettono pure abbondanti dosi di cattolicesimo del più sentimentale, e una qual certa deferente «tenerezza» nei confronti della nota Potenza Straniera d’Oltretevere. Senza molti infingimenti costoro affermano oralmente e per iscritto che la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e la Via del Pensiero di Massimo Scaligero, sono una ottima introduzione al tantrico «Yoga della Potenza» di Julius Evola e alla sedicente «alchimia trasmutatoria» a base di stravaganti «omelettes» e «coctails» dai discutibili sapore e fattura, proposta da Giuliano Kremmerz.

In particolare, questi gaglioffi – autentici pendagli da forca – stanno riscrivendo all’indietro la storia dell’esoterismo italiano del trascorso secolo. In cotale poco nobile intrapresa di falsificazione della memoria storica, questi signori (si fa per dire…) si sono occupati del «Gruppo di UR», facendo addirittura un gruppo di tal nome su «Yahoo!». In tale riscrittura si fa le viste di «svelare» gli eteronimi, o gli ieronimi, dei vari componenti del Gruppo di UR. In molti casi, costoro mentono per la gola, in qualche caso hanno preso per veri taluni fraintendimenti di alcuni autori.

 Per esempio, Renato Del Ponte, evoliano e per decenni direttore della rivista «Arthos», persona onesta e limpida, indipendentemente dalle convinzioni «tradizionaliste» non condivisibili, scrisse in una sua rievocazione storica che ad «Arvo» corrispondeva il duca Giovanni Colonna di Cesarò, mentre è dimostrato che sotto tale pseudonimo si celava proprio Julius Evola, come si deduce abbondantemente dagli articoli inneggianti al «Neugeist» e alle sue «pratiche» allora in voga in Germania, e che mai il duca Colonna di Cesarò avrebbe potuto condividere. Del resto alcuni articoli di Evola con la firma di «Arvo» apparvero nell’edizione di «Introduzione alla Magia», edita dalla benemerita casa editrice Fratelli Bocca nel 1955, quando il duca era morto ormai da una quindicina di anni. Che «Arvo» in UR fosse Evola, era noto e reso pubblico sin dagli anni trenta da Mario Fille e Cesare Accomanni su «Asia Mysteriosa». Il duca Giovanni Colonna di Cesarò, figlio della Baronessa Emmelina de Renzis, si firmò «Krur» in UR, e cambiò il suo eteronimo in «Breno», quando KRUR nel 1929 divenne il nome della rivista, dopo la rottura tra Evola e i pitagorici Arturo Reghini e Giulio Parise. Il fraintendimento in buonafede è stato poi riportato il libri e riviste, e immortalato persino su Wikipedia, ove non vengono praticati rigorosi controlli sulla veridicità dei contenuti pubblicati.

Fraintendimenti in buona fede a parte, non possiamo tacere l’opera di falsificazione affabulante di quei figuri che sulla rete telematica affermano,  con una faccia tosta degna di un venditore di macchine usate scassate, un po’ tirando a indovinare e molto mistificando,  e pretendono di «rivelare» che per esempio un membro del Gruppo di UR, che in una monografia del 1927 si firma «Alba», sarebbe – a loro dire – la Principessa Elika d’Antuni del Drago, che già nel 1909 aveva accolto Rudolf Steiner a Roma a Palazzo Del Drago, ove tenne una serie di conferenze. Cotali gaglioffi fanno una serie di temerarie affermazioni, mettendo su un’operazione che Elleni e Romani – riferendosi alla falsa ostentazione di una spiritualità misterica – chiamavano «mistificazione».

Infatti, questi avventurieri dell’occulto – moralmente degni di quei gentiluomini di mare che gli ufficiali di Marina di S.M. Britannica erano un tempo usi impiccare all’albero di trinchetto come pirati – in una monografia apparsa in uno dei gruppi, facenti capo al motore di ricerca di «Yahoo!», dopo averci «comunicato» che Rudolf Steiner, dopo aver fondato la Seconda Classe della sua Scuola Esoterica col nome di «Mystica Aeterna» avrebbe – a loro dire – inutilmente chiesto a Theodor Reuss i cosiddetti «Arcana Arcanorum» del Rito di Misraim, che Reuss non avrebbe posseduto. Allora Steiner – sempre a loro dire – si sarebbe rivolto a Franz Hartmann, il quale lo avrebbe indirizzato all’Italia, essendo «l’Italia la fonte agognata dell’insegnamento». Chi fa una tale «misteriosofica comunicazione» sa di mentire per la gola, perché è noto che i rapporti tra il Dottore e Franz Hartmann furono sempre pessimi, e ciò sin dagli anni ottanta dell’Ottocento, quando già nel suo periodo viennese scrisse parole severe nei suoi confronti. E fin dal periodo nel quale Steiner era stato chiamato alla Presidenza della Società Teosofica in Germania, lo Hartmann operava attraverso Hugo Vollrath a costituire un gruppo teosofico a lui ostile a Lipsia.

 Nel proseguo, i nostri intraprendenti pirati dell’occulto sfrontatamente  affermano che: «Nel medesimo periodo, tramite Franz Hartmann, Steiner ebbe il suo contatto con l’Ordine Egizio, nella persona di Elika del Drago, principessa d’Antuni, e venne in Italia ripetutamente negli anni 1909, 1910, 1911 e 1912, per ricevere dai delegati dell’Ordine Egizio, le effettive pratiche, inerenti ai gradi 87, 88, 89 e 90 del Misraim. Di Elika del Drago, UR (1927) pubblicò l’insegnamento «De Naturae Sensu», sotto lo pseudonimo di Alba, giacché ella rappresentò veramente l’alba dell’antroposofia in Italia». Buum!!!

Si tratta di una palese e dimostrabile menzogna. Rudolf Steiner non aveva certo bisogno di venire in Italia per conoscere la principessa Elika d’Antuni del Drago nel 1909, perché la conosceva perlomeno dal 1907, quando ella partecipò alla rappresentazione del dramma di Schuré «I Figli di Lucifero», che fu messo in scena a Monaco. Vi è anche una lettera dello Schuré, inviata da Barr in Alsazia il 9 settembre 1907, nella quale il drammaturgo alsaziano scrive: « Sulla cartolina postale che vi ho inviato da Monaco, ringraziandovi della vostra, credo di avervi trascritto le parole della Principessa d’Antuni del Drago, mia vicina alla  rappresentazione:

«Sono sconvolta. Non li avrei creduti capaci di ciò». Anch’io sono rimasto sconvolto. Perché ero giunto con le più grandi apprensioni e come l’incredulo Tommaso. Dalla seconda giornata di replica al teatro ero rassicurato. Ho dato alcune indicazioni, espresso alcuni desideri per certi dettagli ai quali ci si è conformati il più possibile. Ma ho avuto molto più da imparare che da criticare. Perché Steiner si è rivelato un professore di dizione, uno scenografo di prim’ordine, un costumista, un tecnico geniale, che stupisce gli operatori con le sue conoscenze meccaniche (per esempio nella sistemazione della stella di Lucifero che appare e brilla in diversi modi in parecchi momenti del dramma). Ciò che era ammirevole e che ha notato anche la Principessa d’Antuni, con il suo gusto greco-latino, è l’armonia generale, il carattere religioso e sacro che egli ha saputo imprimere al tutto».

Mentre in un’altra lettera del 17 marzo 1909, inviata all’indologo Angelo de Gubernatis, così scrive:

« Tra il 24 marzo e il 3 aprile il dottor Rudolf Steiner terrà presso la Principessa Antuni del Drago  (Palazzo del Drago, alle Quattro Fontane) una serie di conferenze esoteriche sulla teosofia cristiana come egli la intende. La sua collaboratrice e organizzatrice, signorina von Sivers, mi ha pregato di indicare alla principessa un certo numero di persone interessate a questi argomenti. Siccome voi conoscete il tedesco e vi chiamate Angelo de Gubernatis, vi ho messo in cima alla lista».

Si trattava delle prime conferenze che il Dottore tenne a Roma, nelle quali incontrò pure Giovanni Colazza. Steiner a Roma fu il Maestro e la principessa Elika del Drago la discepola, non viceversa come affermano velenosamente gl’infidi kremmerziani.

Da decenni sono un appassionato ricercatore della figura della benemerita principessa. Nelle mie ricerche, condotte con l’ostinazione di un lupaccio affamato, ho avuto modo investigarne la biografia, anche attraverso amici della sua famiglia. Per cui – mi piace essere preciso nelle affermazioni in proposito – posso tranquillamente affermare che la nostra nobile discepola del Dottore si chiamava – è giusto riportarne i titoli – Donna Elika Spada Veralli dei Principi Potenziani, nata a Bologna il 7 ottobre 1874, e fu la seconda sposa di  Don Ferdinando Maria Cristina Urbano Filippo Giovanni, Marchese di Riofreddo e Principe del Drago, nato a Roma il 21 febbraio 1857 e morto, sempre a Roma il 2 Maggio 1906. E qui s’inserisce l’aneddoto dannuziano del quale è cenno nel titolo dell’articolo. Dalla testimonianza di Giuseppe Tavanti risulta che:

«Gabriele D’Annunzio venne a Montecatini accompagnato da Angelica Spada Veralli, da poco vedova. Montecatini Terme ha reso omaggio a Gabriele D’Annunzio con un concerto monografico dedicato alle sue liriche che furono messe in musica dal conterraneo Francesco Paolo Tosti. D’Annunzio fu ospite illustre delle Terme: il poeta vate venne a Montecatini portando con sé tutto il fascino raffinato e decadente che accompagnava la sua figura di letterato, insieme al clamore scandalistico che suscitò la sua vita privata. Già annunciato nell’estate del 1901, il poeta giunse sicuramente alle Terme il 21 Luglio 1906, come attesta la firma sul libro d’onore del Grand Hotel & La Pace. Con lui venne la Principessa del Drago, ossia Angelica (più confidenzialmente Elika) Spada Veralli dei principi Potenziani, sposata con Ferdinando dei principi del Drago e marchese di Rioffredo».

Ulteriori ricerche mi fecero constatare che la nostra principessa, discepola fedele di Rudolf Steiner, della quale possiedo un autografo dedicato alla baronessa de Renzis, risulta esser deceduta il 18 ottobre 1919. Quindi non può aver partecipato al Gruppo di UR, né tampoco aver scritto nel 1927 l’articolo «De Naturae sensu» sotto l’eteronimo di «Alba». Del resto mi risulta che nessuna donna scrisse nelle monografie del Gruppo di UR, infatti neppure la principessa Ersilia Caetani Lovatelli si nasconde sotto l’eteronimo di «Ekatlos, come affermato dai mistificanti kremmerziani e poi ingenuamente riportato da altri.

Chi dunque era l’«Alba», autore del suddetto articolo, che non era antroposofo? Pur conoscendolo, non voglio rivelarne il nome, sia perché non voglio fornire ai pirateschi scarrafoni dell’italiota occultismo fognardo una notizia ch’essi poi sfrutterebbero sporcandola, sia perché mi è stato insegnato esser cosa buona che «i demoni della curiosità devono essere fatti morire di fame».

Ci sarà modo di ritornare sulla speculazione falsificatrice in opera ai danni del Gruppo di UR, dei nomi di Rudolf Steiner, di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero. Gli amici dovrebbero guardarsi dal bersi come verità quanto su un social forum come Facebook circola sotto i più disparati nomi sedicenti antroposofici scientifico spirituali, ove viene spacciato l’immangiabile minestrone catto-evolian-antropo-kremmerziano, proposto da personaggi che sono patenti provocatori, dediti alla mala arte della falsificazione e della mistificazione.

Dispiace infine leggere su «Antroforum» un articolo intitolato «Come sviluppare l’immaginazione. Uno scritto di Elika del Drago?», a firma di P. C., ove è detto:

« Secondo alcuni, la principessa Elika del Drago, partecipò al gruppo di UR, con lo pseudonimo Alba. Ur nel 1927 pubblicò postumo il saggio “De Naturae Sensu”, che credo di aver trovato in internet, e che mi ha colpito parecchio nel suo complesso. Si intravede come nasce la facoltà immaginativa, grazie all’osservazione della natura e alla relativa risposta interiore. Moltissimi spunti di riflessione di cose che ci accadono speso nella vita, ma che se non coltivate, vanno nel dimenticatoio.

Poiché l’ho trovato su un sito kremmerziano, in cui erano state evidenziate le parole Rito e Fuoco nel finale, come per evidenziare, un particolare rito del fuoco conosciuto in quell’ambiente, volevo chiedere se questa evidenziazione, secondo voi, è stata un’aggiunta postuma. Qualora fosse così, secondo voi a quale rito, la principessa ha fatto riferimento? Potrebbe essere quello della concentrazione o meditazione quotidiana?».

Conoscendo quanto sia inquinata la fonte kremmerziana, colpevole della suddescritta mistificazione, forse sarebbe d’uopo consigliare l’autore del suddetto articolo di essere alquanto più prudente nel proporre esercizi che hanno come scopo lo sviluppo non della «immaginazione creatrice» della Via rosicruciana, bensì della «percezione magica» di una Scuola occulta che non è quella di Rudolf Steiner. E parimenti dovrebbe essere più diligente e rigoroso nella verifica delle fonti, per non diffondere involontariamente notizie che sono vere e proprie menzogne. Come si dice amici avvisati…

 

 

GABRIELE D'ANNUNZIO, POESIA
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