Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

LIBERTA' E LIBERAZIONE

Raffaello,_concilio_degli_dei_

Queste due parole sembrano avere lo stesso significato, o perlomeno un significato molto simile. Ma è soltanto un’apparenza: in realtà queste due parole hanno un significato profondamente diverso e si riferiscono a due diverse condizioni dell’essere umano, ancorché correlate tra loro. Vedremo, nel corso delle presenti considerazioni, come.

Possiamo dire che, in qualche modo la liberazione ha a che fare con il presente e il passato dell’essere umano, mentre la libertà con il presente e il futuro dell’uomo, e di conseguenza col destino eterno dell’essere umano.

Non è facile parlare di queste cose nel linguaggio arido e filisteo, che in gran parte è quello della abituale vita comune e dell’attuale cultura. Occorre un ben altro linguaggio, un linguaggio capace di toccare realmente le corde più profonde dell’animo umano, perché questi argomenti, come vedremo, sono di importanza suprema per l’essere umano. Devo alla nostra cara Marzia, a quanto su questo blog lei ha scritto, con delicato e profondo linguaggio poetico, nel suo articolo Pensare creatore sulla Filosofia della Libertà, e ad alcune conversazioni col nostro pugnace Daniel, l’ispirazione e lo stimolo a mettere per iscritto queste considerazioni, che da molti anni mi tenevo sepolte nel cuore.

A volte, Massimo Scaligero, per un tratto fortemente platonico del suo animo, amava allontanarsi dal linguaggio freddo e prosaico, tipico della corrente cultura, per elevarsi ad un linguaggio poetico – “poetico” in senso originario della parola greca ποίησις,  pòiesis, ovverossia “creatore” – e addirittura faceva  ricorso, tramite tale fantasia creatrice, al mito. In greco,  μύθος, mýthos, ha il senso di una narrazione sacrale, compiuta  in un poetico linguaggio elevato, quello per gli Antichi più consono alla sacertà dell’argomento, riguardante la natura divina, l’origine del mondo e dell’uomo, l’agire degli Dèi e così via. È noto come Platone, nelle sue opere filosofiche, abbia fatto ampiamente uso del mito, come strumento atto a trasmettere determinate verità, suscitandone l’intuizione nell’anima del lettore. Quello di Platone era un razionalismo sacro, che attingeva direttamente al mondo dei Misteri antichi e alla Sapienza pitagorica.

Alcune volte, Massimo Scaligero ci narrò, in immagini fortemente suggestive, quello ch’egli chiamava il «mito del Concilio degli Dèi». Tale «mito» era relativo alle origini dell’uomo e alla finalità della sua creazione da parte degli Dèi. Un mito dai caratteri, a mio modo di vedere, fortemente “prometeici” e “faustiani”. Verrebbe quasi da parafrasare il sottotitolo del libro Teosofia – perché in questo caso si tratta realmente di una Theo-Sophìa, ossia di una Sapienza Divina – ovvero, chiamarla una introduzione alla conoscenza sovrasensibile dell’uomo e del destino umano. Perché in tale mito è celata veramente una γνῶσις, gnósis, una sovrarazionale «conoscenza» salvifica,  non una subrazionale e inintelligente, antirazionale e cieca «fede» religiosa, perlomeno non quella che da molti secoli circola in Occidente sotto tale nome, e che infinite tragedie, dolori e spargimenti di sangue ha partorito dal suo ignominoso seno. Nel suddetto sottotitolo di Teosofia, il termine tedesco Bestimmung non ha solo il significato di «destino», come giustissimamente fu tradotto da Ida Levi Bachi nel trascorso secolo, bensì anche quello di «destinazione», di «missione», ed è lo stesso termine che usa il filosofo Johann Gottlieb Fichte nel titolo di due suoi aurei libri, La missione dell’uomo e La missione del dotto, testi più volte citati nelle opere del Dottore. Vedremo come tali sfumature di significato ben si attaglino alle conseguenze, non semplicemente logiche, del «prometeico» e «faustiano» mito delle origini dell’uomo.

In tale «mito», si narra come il Divino, l’Assoluto, abbia riunito in Concilio gli Dèi, dando loro un còmpito, che si rivelò superiore alle loro forze. L’improbo còmpito affidato loro fu quello di portare ad esistenza la «libertà». Il guaio era che tale «libertà» era cosa perfettamente sconosciuta ai Numi, anche ai supremi, ed è – per noi – d’importanza capitale intenderne il perché, giacché da tale «intendimento» dipendono assolutamente la nostra «salvezza» e il nostro futuro destino. Non conoscendo gli Dèi la libertà, ossia non essendo gli Dèi liberi, non potevano essi stessi portare ad esistenza la libertà nell’universo mondo.   

Perché gli Dèi non potevano, non erano capaci, di portare essi stessi, in maniera immediata, ad esistenza la libertà? Perché gli Dèi – direbbe l’italico filosofo Parmenide di Èlea – «sono» e «non possono non essere»: ovvero sono quello che sono, sono come sono, determinati o fissati, in una data forma di essere, alla quale, a tutta prima, essi sono del tutto incapaci di sottrarsi. Gli Dèi sono, fuor d’ogni dubbio, bellissimi, sapientissimi, potentissimi, buonissimi, ma non sono liberi, perché non hanno scelta di essere diversamente da come sono, ossia non possono non essere quello che sono e come lo sono.

Secondo l’antica concezione ermetica e platonica, gli Dèi sono dirette emanazioni del Divino, dell’Assoluto: emanazioni manifestanti in maniera immediata determinati aspetti del Divino stesso. Sono Spiriti della Saggezza, dell’Armonia, del Coraggio e via dicendo. Ma essi non hanno Saggezza, Armonia, Coraggio, e via dicendo, bensì  sono, in maniera immediata, Saggezza, Armonia, Coraggio e quant’altro. E poiché sono tali in maniera immediata, senza una loro scelta o decisione, non possono sottrarsi, di loro autonoma iniziativa, a tale condizione: certamente sublime, ma obbligata. Gli Esseri delle Gerarchie Celesti, i Numi, gli Dèi, manifestando se stessi manifestano in maniera immediata il Divino, e possono manifestare se stessi unicamente manifestando un aspetto determinato del Divino.

Tali Dèi e Numi, contemplando in maniera immediata l’Assoluto, il Divino, in certo qual modo vengono da Questo travolti: operano il bene, anzi essi sono il bene secondo la Volontà divina, tuttavia non secondo una loro autonoma volontà, che non hanno. Il piano divino, queste sublimi Entità divine lo passano poi a tutta una Gerarchia di Entità divine e angeliche a loro subordinate, le quali anch’esse, pur fedeli esecutrici della Volontà Divina, non hanno autonomia veruna. 

Il mito, poeticamente narratoci in avvincenti immagini da Massimo Scaligero, narra poi come in tale Concilio, gli Dèi deliberassero di creare l’Uomo, il quale avrebbe portato lui ad esistenza nell’Universo quella libertà che essi stessi erano incapaci di conoscere e di sperimentare direttamente. Decisero, quindi, di dar luogo all’«esperimento uomo». Esperimento, invero, ben audace,  anzi addirittura temerario, visto che non era certo prevedibile e fatale che un tale esperimento avrebbe avuto sicuro successo. Giacché se la libertà fosse un evento fatale, meccanico, certamente prevedibile, in maniera – per così dire – algebricamente calcolata, allora una tale libertà non sarebbe altro che una menzognera finzione, una tragica illusione: tutta la dolorosa avventura cosmica dell’uomo, coi suoi strazi, i suoi errori, le sue illusioni, le inevitabili disillusioni, gli smarrimenti e gli oscuramenti, non sarebbe altro che il mostruoso scherzo, progettato e attuato da una volontà malvagia. Come vedremo, così non è.

All’Uomo, creato, anzi generato come figlio degli Dèi, questi, tutti fecero dono delle qualità che costituivano la loro propria essenza. Per cui, questo Uomo Cosmico, o Uomo Primordiale, aveva in sé Volontà, Armonia, Coraggio, Sapienza, Forza e tutte le altre qualità divine degli Dèi, che non erano ciascuno altro che parziali aspetti dell’Unica Essenza Divina, da essi così manifestata: erano, ciascuno, singoli attributi, modi e aspetti dell’Assoluto, dell’Uno. A quest’Uomo Primordiale, Numi e Dèi delle varie Gerarchie fecero tutti il loro dono. Un grande dono. Il loro scopo, la finalità ultima dell’«esperimento uomo», era appunto la creazione, il venire in essere, della libertà.

Ma finché quest’Uomo Cosmico, l’Uomo Primevo, fosse rimasto nel seno degli Dèi, egli pure non sarebbe stato libero. Sicuramente, per i grandi doni ricevuti, egli sarebbe stato onnisciente, onnipotente, moralmente buono e savio, ma sicuramente non libero. Perché si sarebbe riproposto per lui lo stesso rapporto coartante che gli Dèi avevano nei confronti del Divino, dell’Assoluto. Una conoscenza elevata o una azione morale sarebbero sorte in lui in modo immediato, spontaneo, automatico, in certo qual modo «meccanico», quindi in un modo certamente non libero. L’uomo non sarebbe stato il libero produttore della propria verità, l’autonomo scopritore o il conquistatore di questa, bensì l’avrebbe accolta come «rivelazione», ispirata dagli Dèi. E l’impulso all’azione morale non avrebbe avuto origine da un atto della sua libera volontà, bensì sarebbe sorto come nell’uomo attuale sorgono la fame, la sete, il sonno, e così via: quindi in maniera non libera. È evidente che non era su quella strada che gli Dèi potevano far sorgere mediante l’uomo la libertà. Doveva essere battuta un’altra strada!

Gli Dèi, per rimediare tale evenienza, decisero di «espellere» l’Uomo Primordiale dal proprio seno, di «isolare» l’essere umano rispetto a se stessi e rispetto al Divino. Decisione in sé davvero problematica, per il semplice fatto che niente può essere «fuori» dallo Spirito e dal Divino. Essendo il Divino, l’Essere, l’Uno, nulla può realmente «essere», o «ex-sistere», fuori dal Divino. È evidente che l’essere umano poteva essere espulso o isolato rispetto al Divino solo illusoriamente, non realmente. Ovvero, poteva essergli soltanto prima progressivamente «velata» e poi «oscurata» del tutto la visione del Mondo Spirituale e la Conoscenza del Divino stesso. Altrimenti l’uomo non sarebbe mai stato libero.  

A tale scopo, vennero incaricate alcune deità, inferiori e secondarie, le quali dapprima furono costrette ad evolvere in maniera irregolare e ritardataria, e poi a divenire deità «ostacolatrici» rispetto al divenire dell’uomo stesso. Queste deità inferiori, anch’esse, non scelsero affatto di svolgere l’ingrato quanto necessario compito di «ostacolare» l’evoluzione dell’uomo: a tale còmpito esse vennero «costrette», senza potersi sottrarre, dalle Deità Superiori, alle quali non vollero, né poterono in nessun modo opporsi.

Nel corso di lunghe epoche, queste ostacolatrici deità inferiori velarono, progressivamente oscurarono, la percezione spirituale dell’essere umano. Gli inscenarono davanti una illusoria fantasmagoria, che prese anch’essa progressivamente consistenza, ne sedussero l’istintiva volontà incatenando l’essere umano a quel mondo illusorio, ch’esse portarono a intensamente bramare. Ma anche questo, per tali entità ostacolatrici, fu un còmpito affidato, una funzione alla quale furono obbligate, non una scelta ch’esse fecero, ché di una tale scelta esse erano del tutto incapaci, non essendo esse stesse libere.

Perdute, come dice Massimo Scaligero in Avvento dell’Uomo Interiore, l’originaria comunione col sovramondo e la percezione immediata degli Dèi, l’Uomo Primordiale cadde nella frantumazione dell’apparente molteplicità dell’illusorio mondo materiale. Come nel mito di Osiride e di Dioniso, l’Uomo Cosmico venne dilacerato, fatto a pezzi dalle forze «tifoniche» e «titaniche». Nel mito cosmogonico manicheo, il Padre delle Luci e il Mondo Spirituale «sacrificano» l’Adamo Primordiale, che viene fatto a pezzi dalle forze demoniache del Principe dell’Oscuro Pensiero, Angra Mainyush, o Ahriman, affinché la sua luce sacrificata agisca «come un lievito» dall’interno di quella luce caduta e morta, che è la materia, in vista della sua «resurrezione», della sua «liberazione», della sua trasfigurante spiritualizzazione. Perché, come insegna la Scienza dello Spirito, non esiste affatto una materia, autonoma, su sé fondata, esistente al di fuori e senza lo Spirito.

Massimo Scaligero descrive altresì come, nel corso di questo processo di caduta e di involuzione in una condizione di progressivo oscuramento spirituale, l’uomo caduto sia stato accompagnato e assistito da serie di Entità spirituali superiori, le quali si sono servite anche di una parte di entità ostacolatrici, «luciferiche», fornendogli una religiosità, riti e cerimonie, ascesi, forme di yoga, dottrine di salvezza, istituzioni di «Misteri», per tutelare in lui l’elemento originario, e proteggerlo dalle conseguenze nefaste della «caduta». Tutto quel mondo di riti, cerimonie, dottrine e ascesi, costituivano quella che Massimo Scaligero chiama la «tradizione lunare», in qualche modo mediata dall’aspetto «celeste» dell’impulso luciferico.

Per volontà degli Dèi, che non erano liberi, le entità luciferiche, esse pure non libere, da una parte hanno «sedotto» l’uomo, istigatolo alla libertà, intesa come precoce autonomia rispetto alla direzione spirituale degli Dèi, «agitando» il corpo astrale dell’uomo, nel quale ancora non era presente l’«Io», che rimaneva ancora nel seno degli Dèi. Il corpo astrale dell’uomo, in tale stato di caotica agitazione, paralizzò la virtù immortale del corpo di vita o corpo eterico, il quale a sua volta non dominò più il corpo fisico dell’uomo, che cadde sempre più nello stato di irrigidimento minerale, divenendo sempre più grossolano e di conseguenza mortale. All’azione «seduttrice» di queste entità luciferiche inferiori, se ne contrappose un’altra, sempre per volontà degli Dèi, ad opera di entità luciferiche celesti le quali offrirono all’uomo, come vie di salvezza e di precario surrogato della perduta comunione col Mondo Spirituale, tutta una religiosità composta di riti e cerimonie, la possibilità di conoscere la volontà degli Dèi attraverso comunicazioni, ispirazioni e oracoli, in modo che l’uomo conformasse a tale volere la vita individuale, familiare e sociale. L’obbediente conformità a tale direzione religiosa e rituale portava, nella vita individuale e sociale, l’«ordine», mentre la difformità, l’infrazione, la disobbedienza, produceva il «caos», il disordine morale, che tendeva all’ulteriore materializzazione dell’apparire sensibile, e portava gli umani che ne erano preda alla devastante anarchia delle passioni più distruttive. Religiosità che non fermava affatto il processo di caduta e di involuzione dell’umanità nel suo complesso e del mondo, processo che aveva una direzione fatale.

Oltre alla conformità religiosa e rituale, a quella che in India veniva chiamato il Dharma, riflesso terrestre e storico del Rta, ossia dell’Ordine Cosmico, ad una élite veniva offerta la possibilità della moksha, o mukti, ossia della «liberazione», la possibilità di essere atidharma, al di là del dharma, della legge religiosa e rituale, alla quale la restante umanità doveva obbligatoriamente conformarsi. Ma il privilegio, raro e aristocratico, di una tale élite spirituale era, si badi bene, la «liberazione», non la libertà.

Massimo Scaligero mette bene in evidenza come tale «liberazione» fosse un «tornare indietro», un resistere alla direzione fatale della «caduta», le cui conseguenze ultime, che nel Kali Yuga, o Età Oscura, e nell’epoca attuale sarebbero giunte al parossismo, erano fortemente temute, nonché descritte, per esempio nel Bhagavata Purana, in toni accorati, vivacemente «apocalittici». E descrizioni simili, le si possono agevolmente trovare in tutte le tradizioni antiche: egizie, elleniche, germaniche. Tali tradizioni erano tutte frammenti di un’unica «tradizione lunare». Non erano la «Tradizione Solare», della quale Massimo Scaligero parlava.

La tradizione lunare, tutta, era una via di liberazione dalle conseguenze della caduta, un evitare il confronto con le forze mortifere della materia, un tornare indietro a stati di coscienza pre-individuali, ad una obbediente sottomissione agli Dèi, in sostanza un rinunciare all’esperienza della libertà. Un tempo, per molti ricercatori spirituali, anzi per la quasi totalità, una tale Via lunare era l’unica possibilità accessibile. Massimo Scaligero la chiama una «Via dei Padri», che oggi è diventata una «via dei morti».

Rarissima, e ignota, era la Via solare. Perché nella Via solare venivano e vengono preparate e attuate le forze, che avrebbero permesso di fronteggiare la presente crisi immane dell’umanità, dell’intera civiltà. È la Via della «libertà», la Via eroica nella quale non si torna indietro, lungo la suddetta «via dei morti» a stati di coscienza pre-individuali e ad una obbediente sudditanza al volere dei Numi. Perché, ammonisce sempre Massimo Scaligero,

«delude gli Dèi, chi vuol dipendere dagli Dèi».

Il senso del lungo cammino che ha condotto l’essere umano all’attuale sua difficile condizione, e la non fatalità della conquista della libertà da parte sua, sono enunciati in parole, che più chiare non potrebbero essere, nel libro Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, che preferisco citare nella edizione originale di Perseo, Roma, 1969, nel quale, dopo aver descritto come oramai sia esaurita la funzione delle antiche metafisiche e dei loro metodi di «liberazione», alle pp. 10-11, viene detto:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza l’originaria natura. Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando ancora egli traeva le sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita degli stati trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La Madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente».

Nell’illustrarci, con potente parola evocatrice e vivide immagini, il mito del «Concilio degli Dèi», Massimo Scaligero metteva in evidenza come l’isolamento nel quale l’essere umano veniva posto, l’esilio e la prigionia in quel materiale, illusorio mondo di limiti, operati dall’azione di non libere entità ostacolatrici, agenti per volontà degli Dèi, parimenti non liberi, avesse come scopo il lasciare l’essere umano nella solitudine, nel buio e nel silenzio, affinché egli imparasse a camminare con le sue gambe. Solitudine, perché ormai gli Dèi si sono allontanati dall’uomo totalmente immerso nello stato di coscienza sensibile. Buio, perché si è oscurata l’antica Conoscenza, la Gnosi, che era propria dell’uomo quando egli viveva nel seno degli Dèi, nel Mondo Spirituale, l’antica Madre: gliene rimangono solo tradizioni scritte e dottrine ch’egli crede di penetrare col morto pensiero riflesso, ma che in realtà sono per lui enigmatiche Sfingi, che gli parlano in un linguaggio a lui ignoto e incomprensibile. Silenzio, perché oramai gli Oracoli tacciono e l’uomo non può più richiedere ad un mondo superiore una rivelazione per il suo conoscere, una direzione per il suo agire, indicazioni per il suo procedere nel mondo nel quale egli, esistenzialmente si sente «gettato» ed «esiliato». L’uomo farà l’esperienza dell’errore, dello smarrimento, del dolore, della malattia, della morte. Imparerà, a proprie spese, con la propria diretta esperienza, a distinguere ciò che è reale da ciò che è illusorio, ciò che è sano e fecondo da ciò che guasto e sterile, ciò che è bene da ciò che è male. Ma, appunto, non sarà una rivelazione celeste a insegnargli tutto ciò, ma unicamente la sua esperienza: sarà la faticosa, dolorosa, conquista del suo pensare e del suo volere.

Non sarà, dunque, la rivelazione di una Sapienza Divina, o Theosophia, ma la conquista di una conoscenza e sapienza umana, o Anthroposophia. Tutto ciò ha un carattere apertamente «prometeico» e «faustiano». Nel mito antico, Prometeo, andando contro l’«invidia degli Dèi» e lo stesso volere di Giove-Zeus, portò agli uomini quel «fuoco-luce», che li trasse da un’ottusa condizione di oscurità, e li spinse alla ricerca dell’Autocoscienza, della Libertà e dell’Amore. Perché non vi è Amore autentico che non nasca dalla Libertà, e non vi è Libertà vera che non scaturisca dall’Autocoscienza: tre cose ignote agli Dèi, cose o forze o qualità che gli Dèi «invidiano» all’uomo. Infatti gli Dèi, come abbiamo visto, non sono liberi. Essi hanno indubbiamente una vasta e potente coscienza sovrasensibile, ma – ci diceva Massimo Scaligero – non hanno «autocoscienza», della quale solo l’uomo, per la prima volta nell’Universo, fa esperienza sulla Terra, in questo mondo di limiti, conquistandola con le proprie forze, senza l’ausilio di gratuite rivelazioni.

Da questo punto di vista, come già il Buddhismo originario mise in evidenza, la posizione dell’uomo è suprema. Infatti, nel Buddhismo, gli Dèi stessi, se vogliono la liberazione, devono rinunciare al loro rango divino, e incarnarsi sulla Terra come uomini, scendendo nella stessa oscura voragine, nello stesso mondo di dolorosi limiti, che oggi l’uomo affronta e sperimenta. Pochi Dèi hanno osato tanto. Una simile visione antifatalista dell’uomo, in certo qual modo privilegiata, nel nostro Rinascimento, la troviamo espressa, nel 1486, persino nella Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola, là dove dice:

«Stabilì infine l’ottimo artefice che, a colui al quale non si poteva dare nulla di proprio, fosse riservato quanto apparteneva ai singoli. Prese perciò l’uomo, opera dall’immagine non definita, e postolo nel mezzo del mondo così gli parlò: 

«Non ti abbiamo dato, o Adamo, una dimora certa, né un sembiante proprio, né una prerogativa peculiare affinché avessi e possedessi come desideri e come senti la dimora, il sembiante, le prerogative che tu da te stesso avrai scelto. Agli altri esseri una natura definita è contenuta entro le leggi da noi dettate. Tu, non costretto da alcuna limitazione, forgerai la tua natura secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti ho posto in mezzo al mondo, perché di qui potessi più facilmente guardare attorno tutto ciò che vi è nel mondo. Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché come libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che preferirai. Potrai degenerare nei esseri inferiori, che sono i bruti; potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori, che sono divini».  

Ora, la salvezza dell’uomo, oggi, non è certo nel «tornare indietro», nel cercare come in antico una «liberazione» dal coinvolgimento nel sensibile, regredendo a stati di coscienza pre-individuali, in quella forma, oramai, per sempre perduti. Perché la via già percorsa è franata alle spalle dell’uomo, e gli Dèi non concedono di rinunciare all’impresa, tornando indietro. L’uomo può unicamente procedere nel suo cammino, avanzando coraggiosamente sul sentiero della conquista dell’autocoscienza e della libertà. Nel momento in cui all’uomo non si dà più «rivelazione» attraverso la parola degli Dèi, questi può fare appello direttamente all’Assoluto che è alla base del suo essere, al Divino, all’«Io sono» che costituisce l’essenza più intima e autentica del suo Io.

Infatti, nell’Avvento dell’Uomo Interiore, alle pp. 194-196, leggiamo:

«L’esperienza di quei pochi che abbiano la giusta ispirazione e non si limitino ad un dottrinarismo esteriore, potrebbe dare l’impulso di rinnovazione alla collettività umana, non certo come gratuita salvezza in vista di un benessere da godere comodamente, ma come orientamento alle forze già nate e nascenti dell’ ‘anima cosciente’, come significato alle difficoltà e alle lotte, come motivo assoluto alle possibilità di superamento di un mondo già morto, che permane mescolato a quello nascente per paralizzarne l’impulso. Occorre però che quei pochissimi compiano anzitutto in sé il superamento e così dischiudere il varco: a ciò, il Maestro dei nuovi tempi ha dato l’insegnamento e ha costituito la forza iniziatrice.

Ma ancora: non è sufficiente avere la forza, occorre saperla dedicare. La forza va consacrata perché risorga come vera forza: soltanto ciò mantiene la comunione vivente con l’Iniziatore dei liberi ed evita il pericolo che l’insegnamento divenga accademia, retorica presuntuosa. Evita che vada perduto ciò che è stato donato: pericolo che, purtroppo, non risulta sia stato del tutto evitato.

Poi che l’autonomia interiore è il fondamento, e la decisione non può venire da suggerimenti o da inclinazioni o da preferenze dottrinarie, bensì solo da pura autodeterminazione, è possibile che i qualificati non rispondano positivamente a tale esigenza di libertà e scelgano una ‘via spirituale’ che, per tenue approssimazione, sia una ‘via dei padri’, una ‘via delle ombre’, non una ‘via degli Dei’. E questo è il mistero della libertà: che da essa possa nascere l’imprevisto, ciò che non è predeterminato e perciò non segua un decorso obbligato. Questo può far intendere la responsabilità che assumono coloro che oggi seguono e consigliano dottrine dello spirito, e può spiegare la nostra insistenza sul metodo che può condurre all’esperienza sovrasensibile, in quanto svincoli le forze del pensiero dalla forma astratta in cui sono portate a contraddire le leggi del pensare stesso, epperò dello spirito.

L’umano può essere superato: solo da una simile idea può scaturire il senso di una morale che restituisca all’uomo il significato e il valore del suo essere: morale non cercata in quanto tale, ma scaturente in linea spontanea dalla conoscenza. […] Ma questo è l’umano che esige il superamento, perché l’uomo vero si realizzi. Ed è questo il tempo, questa l’occasione: che potrebbe non presentarsi più. […]

Questo è il momento, perché l’ultima eco di una ‘direzione’ antica si è spenta ora e qualcosa di nuovo è cominciato, che si giunge a sentire, ma di cui non si suppone il volto o il senso, che urge nel segreto degli eventi contemporanei, già diviene storia ma non sotto il segno della conoscenza, bensì della confusione e dell’oscurità. Ciò significa che forze nuove rispondenti alla vocazione dell’uomo attuale all’autonomia, si stanno perdendo in attitudini titaniche, ottusamente distruttive; così come le energie dell’intelletto si vanno logorando in una tensione ininterrotta a sostenere la contraddittoria forma dell’esistenza».          

Perciò non si tratta di trasformare un tipo di uomo in un altro tipo di uomo, bensì di superare radicalmente l’umano.

Nel presente, egli si apre con le forze che trae direttamente dall’Assoluto, dall’«Io sono», la via verso il futuro, verso l’attuazione del suo essere eterno. Il «tornare indietro», il volgersi verso una esaurita religiosità tradizionale, il riesumare i morti riflessi di una «tradizione lunare» e gli antichi metodi di «liberazione», le sentimentali deliquescenze di una pretesa, quanto ingannevole, «via dell’anima», saranno per lui una tentazione distruttiva, una «via dei morti». Saranno la tentazione di una comoda via egoica, l’alibi per evitare lo sforzo e la fatica dell’autentica «Via eroica».

L’autentica Via eroica, oggi, passa unicamente attraverso l’esperienza del Pensiero Vivente, attraverso l’esperienza di quel Pensiero-Folgore, che travolge la mediocrità umana, che è sempre «umano-troppo umana». Il coraggio è aprire il varco a quella Forza-Logos, che annienta in noi tutto ciò che è natura, che dissolve e rigenera secondo lo Spirito ciò che in noi è natura caduta, ciò che è il passato, il già fatto, ciò che è cristallizzato nella morta forma.

Così scrive Massimo Scaligero in Iniziazione e Tradizione, p. 9 :

«Tutto il mondo antico è valido in vista di questa estinzione del sovrasensibile nel sensibile, che si verifica perché l’Io abbia l’esperienza della «individuazione» e della «libertà» e possa indi liberamente – non per spinta fatale e meccanica – riconquistare la smarrita divinità, proprio in quanto gli sia anche possibile perderla definitivamente. L’alternativa è dinanzi all’uomo, oggi, come possibilità di annientamento o di magica resurrezione».

E più oltre, alle pp. 41-42, troviamo le parole severamente ammonitrici:

«L’ora presente è grave : non è una semplice espressione retorica, questa. Chi conosca come stanno le cose, sa che quei pochi che hanno una qualsiasi responsabilità interiore, non dovrebbero ormai perdere più un minuto di tempo, non dovrebbero più rimandare di un attimo la loro decisione per quei superamenti che in segreto essi veramente conoscono di quale natura debbano essere. Compiti del genere non possono più essere rimandati. Occorre nella calma decisione realizzare quella stessa forza che è stato possibile evocare in taluni momenti decisivi, quando per lo schianto di ogni resistenza umana, sembrava che dovessero venir meno  le basi della vita.

Si è alla vigilia di eventi che potrebbero essere gravemente distruttivi per l’uomo o preludere ad una rinascita nel segno dello Spirito».  

Queste le parole che Massimo Scaligero scriveva nel 1959 nell’Avvento dell’Uomo Interiore, e ancor prima nel 1956 in Iniziazione e Tradizione. Da allora, la condizione dell’uomo si è fatta ancor più tragica, e la sua coscienza è spiritualmente ancor più stordita e ottusa, mentre quella che dovrebbe essere la controparte necessaria, l’azione delle comunità spirituali, e in particolare della Comunità Solare – come la chiamava Massimo Scaligero – è spesso fiacca, debole, episodica e approssimativa. Quando poi non si verificano addirittura defezioni e latitanze, tradimenti e sacrileghe profanazioni. La situazione è veramente tragica, e non viene certo aiutata dai surrogati culturali pseudospirituali, o dai misticismi sentimentali, che propongono narcotiche e consolanti vie dell’anima, mentre nel contempo invitano  ad indebolire la pratica della Concentrazione e a diffidare dalla dedizione intensiva e fattiva alla Via del Pensiero, che rimane – agli occhi di coloro i quali amano la verità e la libertà, ed hanno il coraggio di non pascersi di illusioni – l’Aurea Via regia dello Spirito: la Via dei forti, la Via eroica, la Via dei liberi.

Attuare il Rito della resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere del pensiero riflesso, operare quella redenzione del Conoscere, che solo attraverso la Concentrazione è possibile, è realizzare quello che gli Dèi chiedono e si attendono dall’uomo: quella realizzazione di Autocoscienza, Libertà e Amore, che solo l’uomo può compiere, e donare poi agli Dèi. Per questo fu detto che l’uomo è la mèta delle Gerarchie, e non viceversa. Per questo la condizione dell’uomo, malgrado tutte le sue sciagure, è suprema e, secondo il mito ellenico, invidiata dagli stessi Dèi!

Per ora, non voglio dire di più, se non rilevare come oggi al cercatore sincero vengano proposte molte cose che possono attenuare la sua tensione verso l’Assoluto e deviarlo dal sentiero di realizzazione dell’Io attraverso la Via del Pensiero e l’Ascesi della Concentrazione. A buon mercato, vengono proposte vie yoghiche e magiche, riesumazioni sapienziali sufiche, mistiche, sentimentali e parareligiose, pratiche alchemiche e rituali simbolici, partecipazione a logge, a conventicole, e a chiese: tutto ciò è buono solo a riportare ad una esaurita «tradizione lunare», ad una «via dei morti», nella quale non è più presente l’atto dello Spirito, ma solo la sua disanimata spoglia. Per chi cerchi veramente Autocoscienza, Libertà e Amore, la Via vera – la Via dell’Io, quella «eroica», non quella «egoica» – passa per la dedizione, la consacrazione alla Concentrazione, al Rito interiore della redenzione del pensiero. Oggi, per chi abbia veramente coraggio, non vi è altra Via.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASCESI DEL PENSIERO VIVENTE E PSICOTERAPIA

psic - Visualizzatore foto di Windows

Il nostro amico e lettore Lapprendista in un suo commento al nostro ultimo articolo, intitolato Carl Gustav Jung e la sua psicologia analitica contro l’Antroposofia di Rudolf Steiner, ha sollevato alcune domande cruciali per la scienza dell’anima, domande che portano inevitabilmente a porsi il problema della funzione dello psicoterapeuta, della validità scientifica delle sue conoscenze e del valore effettivo del suo operare nei confronti di un paziente che a lui si rivolge.

La validità scientifica delle conoscenze della psicanalisi freudiana, della psicologia analitica junghiana e affini, è oltremodo problematica, visto che la «psiche» viene dichiarata non essere l’«anima», ossia una entità distinta dal corpo, ontologicamente obbiettiva, su sé fondata, e non mera funzione del corpo. Una tale esistenza non corporea dell’anima non viene ammessa, anzi neppure presa in considerazione, perché una tale ammissione porterebbe a far sorgere un problema «metafisico», che per infingarda comodità e viltà conoscitiva si vuole ad ogni costo evitare. E naturalmente non viene neppure sollevato il problema della conoscenza diretta, ossia della percezione, della vita dell’anima.

In buona sostanza, Lapprendista scrive:

«Prendendo in esame soprattutto quanto scritto da Massimo da “L’errore della Psicoanalisi, qui, è scambiare per contenuti della coscienza, in cui l’individuo possa riconoscersi” fino a “laddove il compito consisterebbe nel giungere a dissociarsi da essi, per forza conoscitiva, sino a riassumere pura la forza che si vincolava ad essi”.

Posto che la mia formazione psicologica è principalmente rogersiana (e quindi più Counseling che Psicoanalisi), ma che ho almeno un’infarinatura di Gestalt, e qualche vaga nozione sul Freud, trovo che in molti interventi di supporto psicologico l’intento è di “evocare il guasto” nell’ambito del colloquio psicologico proprio per permettere all’altro di obiettivare un comportamento, un’emozione, un giudizio, un ragionamento, che egli subisce in maniera inconsapevole.

Forse però tale conclusione nasce da un mio pregiudizio che tenta di vedere il buono lì dove non c’è. Forse quei momenti di disincantamento animico dei quali ho creduto esser stato testimone e che avevo ascritto ad un momento di risveglio di forze dell’Io che permettono al soggetto di comprendere la sua situazione rappresentandosi le forze istintive di cui è stato vittima e, partendo da tale disidentificazione, di trovare la forza di svincolamento. Mi è chiaro che sarebbe comunque un sollevarsi della coscienza di poco, però quel tanto che basta per rompere un piccolo incanto… magari il primo gradino rispetto alla scalinata che può percorrere colui che, ridestando il Pensiero Vivente, può far esperienza diretta e obiettiva delle forze in gioco.

In tutta sincerità temo di non riuscire a vedere il punto e mi resta un sospetto: che la conoscenza a cui accenna Massimo è di natura completamente diversa da quella a cui ho fatto cenno qui sopra».

 

Il problema, in effetti, è esattamente quello da lui intuito, e accennato nell’ultimo paragrafo da me riportato del suo commento: la conoscenza alla quale fa riferimento Massimo Scaligero è di natura radicalmente diversa da quella alla quale Lapprendista accenna nelle righe su riportate.

Il conoscere dell’uomo comune – sia egli illetterato o erudito, semplice contadino o laureato filosofo, scienziato, medico, pedagogista, psicologo – è un sapere “apparente”, traentesi da un pensare meramente riflesso, legato al cervello, al sistema nervoso, agli organi di percezione sensoria. Un tale pensare riflesso, rozzo o intellettualmente raffinato, è a fortiori escluso dalla vivente conoscenza dell’anima, come dalla conoscenza vivente del mondo, perché un tale pensare riflesso non è in grado di superare il proprio stato di morte: è il cadavere del conoscere, non il conoscere vivente. Il mondo esteriore e interiore che a tale morto pensare appare è, per dirla con espressione indiana, la “Mahâmâyâ”, la Grande Illusione.

Un tale pensare cadaverico – esattamente così lo definiscono Rudolf Steiner e Massimo Scaligero – riesce a cogliere della realtà solo ciò che è traducibile in termini di “numero, peso e misura”, ovvero l’aspetto più povero e meno significante della realtà. Non può cogliere il vivente, e ancor meno può cogliere il cosciente. Ovvero, gli è ignoto il mondo della vita e il mondo dell’anima. Un filosofo di grande valore, Edmund Husserl, da me molto stimato, nella sua ultima, coraggiosa, opera, La crisi delle scienze europee, parla apertamente della incapacità del pensiero meramente razionale di accedere al Lebenswelt, al “mondo della vita”. In tale opera, Husserl usa una espressione tecnica, Lebenswelt, tratta direttamente dall’Opera di Rudolf Steiner, e precisamente da Teosofia. Negli anni ottanta del trascorso secolo, ebbi modo di andare molte volte a Freiburg im Breisgau in Germania, e ivi feci conoscenza con un anziano valoroso antroposofo, Ernst Lippold, amico di Hella Wiesberger, curatrice del Lascito del Dottore, il quale mi portò sulla tomba del padre della “fenomenologia”, del quale era amico di famiglia e mi parlò a lungo di lui. Non mi stupii affatto quando mi disse che Husserl aveva letto attentamente alcune opere di Steiner, che stimava, pur non essendone discepolo. Ebbene, a mio parere, Husserl aveva pienamente compreso lo stato di morte del pensiero razionale e cartesiano moderno, anche se non fu in grado di indicarne – e neppure era suo compito – la via d’uscita da tale stato di morte.

La conoscenza vivente, della quale parlano Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, nasce da un pensare talmente intensamente cosciente – volitivamente cosciente – da poter abbandonare la mortifera mediazione cerebrale, nervosa e sensoria: è una esperienza radicalmente incorporea, estracorporea. Un tale pensare normalmente è conosciuto dall’uomo solo nello stato prenatale o nel post–mortem. Ma è conoscibile – sperimentalmente conoscibile – dall’asceta che in vita abbia il coraggio e la tenacia di immettere ogni volta tanta volontà nell’atto pensante da infondere in questo una novella, sino ad allora ignota, VITA: vita appunto ignota a laureati filosofi, scienziati, medici, pedagogisti, psicologi e purtroppo anche molti antroposofi. A meno che questi non diventino essi stessi asceti, quotidianamente operanti nel Rito della resurrezione del vivente pensiero dal cadavere della riflessità. Cioè, a meno che non si consacrino con tutto loro stessi alla pratica della Concentrazione.

Il problema dello psicoterapeuta è, appunto, quello di non conoscere la propria anima, e dell’anima del paziente conoscere unicamente un quadro clinico, che in definitiva è unicamente una serie di percezioni sensibili ed una fenomenologia meramente discorsiva. Con un tale pensare riflesso non si conosce né la propria anima né quella altrui. Solo il vivente pensare prenatale potrebbe conoscere la realtà dell’anima, cogliere l’origine del male che affligge il paziente – origine di natura karmica e quindi spirituale – ed indicare la via e i mezzi di guarigione.

Massimo Scaligero diceva che «in pedagogia si educa con quello che si è, NON con quello che si dice». Lo stesso principio vale nella psicoterapia, ossia «si opera terapeuticamente con quello che autenticamente, cioè spiritualmente, si è, non con quello che si dice, o con “abili tecniche” psicologiche, di qualsiasi tipo esse siano». Quindi si può essere pedagogisti o psicoterapeuti autentici unicamente se si è asceti operanti – intensamente operanti – in una radicale trasformazione animica e spirituale di se stessi. Ma tutto ciò non si improvvisa, né tampoco viene concesso o garantito da lauree universitarie o master conseguiti con la partecipazione a costosi “corsi di formazione”, gestiti da “corporazioni” economicamente interessate, indifferenti al livello umano, morale e spirituale dei propri allievi.

Vi è anche un altro problema, decisivo dal punto di vista spirituale. Per la Scienza dello Spirito è l’intera condizione umana ad essere una condizione di malattia. Su questo punto, Massimo Scaligero in tutte le sue opere, ma in particolare in Guarire con il pensiero, è assolutamente esplicito. L’uomo è quello che è – ossia è uomo biologico, animale, nevrotico, legato alla univoca visione sensibile del mondo – perché è “caduto” da uno stato primordiale di sovrumana grandezza a quello dell’attuale miseria e abiezione. Da QUESTO stato di miseria e abiezione egli deve guarire, e non trovare le terapie che possano rendergli piacevole, non doloroso, non conflittuale tale abietto servaggio. Ovvero, per parlar chiaro chiaro, il problema di chi soffre schiavitù e prigionia, NON è quello di trarre vantaggi o rendere piacevole schiavitù e prigionia, ma liberarsi a qualsiasi costo. Il prigioniero non deve arredare piacevolmente la propria cella e fornirla di morbido letto, poltrona, aria condizionata, televisione, collegamento internet e frigo bar, bensì di conquistarsi la libertà. Una tale libertà come mèta, una tale liberazione spirituale come processo, non sono cercate, e spesso neppure presentite, dagli psicoterapeuti. Ma sono sicuramente la conditio sine qua non per operare sulla propria anima, e poter poi trovare una connessione reale con la sacralità dell’anima altrui. Come può uno psicoterapeuta far conoscere al paziente una luminosa realtà dell’anima e dello Spirito, che lui stesso non conosce? Nemo dat quod non habet, dice l’antico e savio adagio latino.

Conquistare il Pensiero Vivente, che l’uomo conosce normalmente solo nell’esistenza prenatale e nel post–mortem, implica, anzi esige, l’affrontare da vivi l’esperienza del morire prima di morire, senza morire: cosa tutt’altro che scontata e banale. E questo non lo si conosce nelle aule universitarie, nei workshop didattici e via dicendo.

L’anima di un altro essere umano è una realtà sacrale, che dovrebbe essere accostata sacralmente, e lo psicoterapeuta dovrebbe essere non solo un asceta, ma anche un iniziato e uno ierofante, capace di aiutare il paziente a trovare il mondo di luce dal quale è decaduto, e la realtà originaria dalla quale è tagliato fuori. Mentre oggi le tecniche psicanalitiche evocano, invece, un infero e fantasmatico mondo «lunare» del quale il paziente dovrebbe liberarsi come di un veleno mortifero, e non asservirsi ad esso, nel tentativo illusorio di rendere piacevole, meno dolorosa, non conflittuale la vita animale, che il despiritualizzato uomo moderno, sradicato dalla realtà spirituale, bramosamente conduce e ama.  

SCIENZA DELLO SPIRITO

CARL GUSTAV JUNG E LA SUA PSICOLOGIA ANALITICA CONTRO L'ANTROPOSOFIA DI RUDOLF STEINER

 carl-gustav-jung-160393

Avevo deciso di rispondere a Isidoro, Savitri, Marzia, Mir 83, Salibus, in coda allo scritto di Massimo Scaligero, pubblicato della nostra Savitri, ma data l’estensione dell’argomento e delle risposte, si è rivelato necessario affrontare l’affaire Jung più diffusamente in un apposito articolo.

È bene, tanto per togliere subito alquante morbide illusioni a chi ancora  le abbia, riportare alcune espressioni di Carl Gustav Jung nei confronti di Rudolf Steiner e della Scienza dello Spirito.

In una lettera del 29 novembre 1935, lo psichiatra zurighese, creatore di una sedicente «psicologia del profondo», che ebbe la mala ventura di sedurre molti nobili spiriti, che non giungevano a scorgerne l’equivoca posizione conoscitiva e le nefaste conseguenze pratiche, terapeutiche ed etiche, Jung così scriveva:

«Cara Frau Patzelt,

io ho letto pochi libri di Rudolf Steiner e devo confessare  di non aver trovato in essi la benché minima utilità per me. Dovete capire che io sono un ricercatore e non un profeta. Quel che mi riguarda è ciò che possa essere verificato attraverso l’esperienza. Ma non sono assolutamente interessato a ciò che può essere speculato senza veruna prova di sorta. Tutte le idee che Steiner propone nei suoi libri potete leggerle già nelle fonti indiane. Qualsiasi cosa io non possa dimostrare nel dominio della esperienza umana,  lo metto da una parte e se qualcuno afferma di conoscere su ciò più di me, gli chiedo di fornirmene le prove necessarie.

Ho letto pochi libri sull’Antroposofia e un bel mucchio sulla Teosofia. Ho conosciuto pure moltissimi antroposofi e teosofi ed ho sempre scoperto, con mio grande dispiacere, che tutte queste persone immaginano ogni sorta di cose. Che sono affatto incapaci di offrirne prova alcuna. Non ho pregiudizi nei confronti le massime meraviglie, se qualcuno me ne dà le necessarie prove. E nemmeno esiterò ad ergermi per la verità, se riconosco che essa possa essere provata. Ma mi guarderò dal fornire al novero di coloro che adoperano affermazioni non provate per reggere un sistema del mondo, pietra alcuna che si trovi sulla superficie di questa Terra.

Poiché Steiner non è o non è stato capace di intendere le iscrizioni ittite ancora non decifrate, e tuttavia capiva la lingua di Atlantide, della quale non esiste nessuno che la conosca, non vi è ragione di eccitarsi a proposito di qualsiasi cosa che Herr Steiner abbia detto.

Sincerissimamente Vostro,

C.G. Jung ».

[Letters, Vol. I, pp. 203-204]

Bandendo ogni  volontà di autoillusione, bisogna riconoscere dall’esame della sua stessa opera, che la concezione del mondo di Jung, malgrado le apparenze, non ha nessun punto di contatto con qualsiasi forma di ricerca spirituale antica o moderna, orientale o occidentale. Non solo si oppone al fatto che le pratiche dello Yoga antico possano essere applicate all’uomo occidentale, cosa che sarebbe ben comprensibile da punto di vista della moderna Scienza dello Spirito occidentale, bensì egli si oppone alle idee del karma, della reincarnazione, dell’evoluzione spirituale dell’individuo e del Cosmo.

In una lettera del 1923, indirizzata a Oskar A. H. Schmitz, Jung non solo si oppone alle concezioni spirituali comuni alle civiltà dell’Oriente e alla occidentale Scienza dello Spirito, ma giunge addirittura a difendere la stessa ideologia razzista e irrazionalista, già allora ampiamente circolante nella Germania degli anni Venti, e fatta poi propria dal nazionalsocialismo. Arriva a contrapporre apertamente le concezioni «primitiviste» germaniche, molto simili a quelle professate dalla Thulegesellschaft di von Sebottendorf, a quelle umanistiche, illuministiche, orientali, e persino cristiane. Ovviamente il rifiuto è anche nei confronti dell’Antroposofia la quale, aldilà  della sua impostazione particolare e delle differenze specifiche, ha molte idee in comune con la Sapienza d’Oriente.

Jung bara alla grande nel suo apparente porsi su un piano scientifico di rigorose verifiche sperimentali. Chiunque abbia letto le opere scritte fondamentali di Rudolf Steiner, sa benissimo che Steiner propone un rigoroso metodo di evoluzione interiore e di esperienza spirituale diretta e verificabile. Ma il creatore della psicologia analitica non vuole accedere ad una tale esperienza spirituale oggettiva, né tampoco mettere in atto  un’ascesi di trasformazione dei propri mezzi conoscitivi, di trasformazione morale e di formazione di organi animici e spirituali di conoscenza e di azione spirituale. E questo suo rifiuto vale naturalmente tanto nei confronti delle Vie orientali quanto della Via indicata dalla Scienza dello Spirito.

In una lettera che Jung, già ultra sessantenne, scrisse nel 1937 a Svami Devatmananda, egli inizia subito affermando che per lui non ha alcun senso la ricerca dell’Infinito:

«Non so perché vi siano persone che hanno la volontà, o un anelito per l’Infinito. Io non sono un filosofo, sono un empirista. Ma ammetto che vi siano persone del genere. […]

So che in Oriente si spiega la particolare forma del carattere individuale attraverso la dottrina del karma. Questa è una dottrina che uno può credere o rifiutare. Non essendo un filosofo, bensì un empirista, mi manca la prova oggettiva. La scienza non ha risposte alle domande che vadano oltre le possibilità umane. Non abbiamo nessuna prova delle funzioni oggettive della psiche a prescindere dal cervello umano vivente. In ogni caso non vi è qualsivoglia possibilità di esaminare una tale condizione psicologica, supposta esistere al di fuori del cervello umano. Noi possiamo pensare ogni sorta di cose a proposito di una tale ipotetica condizione, ma la risposta è una mera presunzione che può soddisfare l’umano desiderio di una fede, ma non il desiderio di conoscenza». (p. 227).

Questo è un chiaro attaccare l’idea del karma, di attaccare altresì quella dell’esperienza spirituale diretta, per incatenarsi, ad onta del proclamato empirismo radicale, ad una concezione materialistica, tutt’altro che scevra di presupposti, di indimostrate ipotesi clandestine, una concezione fideistica, scientificamente insostenibile.

Egli è volutamente ambiguo. In seguito parlerà talvolta, con apparente simpatia, dello Yoga, ma sempre come «fenomeno psicologico», da studiare psichiatricamente o psicologicamente, non come obbiettiva Via spirituale. Come esempio di una tale ambiguità, ben poco scientifica, valga quanto è riportato a p. 294 del primo volume delle sue Letters:

«Allorché io dico ‘Dio’, sto parlando esclusivamente di affermazioni che non ipotizzano affatto il loro oggetto. A proposito di Dio io non ho asserito niente, perché secondo la mia premessa assolutamente nulla può essere asserito circa Dio stesso. Tutte quante simili asserzioni si riferiscono alla psicologia della immagine-Dio. La loro validità perciò non è mai metafisica, bensì unicamente psicologica. Tutte quante le mie asserzioni, riflessioni, scoperte, etc,. non hanno il più remoto rapporto con la teologia, ma sono, come ho detto, unicamente affermazioni circa fatti psicologici. Questa autolimitazione, che è assolutamente essenziale in psicologia, viene generalmente trascurata, donde sorge una confusione disastrosa, con il risultato che appare come se io ardisca di fare giudizi metafisici».

Dietro ad un tale ottuso materialismo, al suo cieco scetticismo, travestito da empirismo, al suo ambiguo agnosticismo, vi è ben chiara la dimensione della paura, addirittura quella del terrore panico di fronte alla dimensione sovrasensibile, che farebbe crollare miseramente tutto il suo edificio intellettuale e psicologico, sul quale aveva fondato la sua vita. In tale paura inconfessata, vi è il vietarsi di accedere all’esperienza dello spirituale, per poter affermare poi che non è sperimentabile, perché lui non lo ha sperimentato. E invece il sovrasensibile, lo spirituale, è sperimentabile. Anche se lui vigliaccamente evita di farlo. È sperimentabile, come lo era negli Antichi Misteri del Mondo Classico, ma ciò è un voler affrontare da vivi l’esperienza – non certo la vuota dialettica discorsiva di essa – del morire prima di morire, senza morire.

Per non confessarsi un tale terror panico di fronte alla travolgenza del Sovrasensibile superumano, Jung sceglie la beffarda negazione e, quando proprio necessario, persino la vera e propria fuga, fisicamente intesa, come fece nei confronti di Ramana Maharshi. Gli anglosassoni chiamano pittorescamente una tale viltà conoscitiva “cool feet”, che può tradursi come “freddo ai piedi”. Infatti nel tardo autunno del 1937, Jung era stato invitato dal Governo britannico in India per partecipare alle celebrazioni della Università di Calcutta, ove gli veniva offerta tra l’altro una laurea ad honorem. Jung aveva conosciuto la figura di Ramana Maharshi attraverso il suo amico, il grande indologo Heinrich Zimmer, che aveva incontrato nel 1930. Addirittura aveva scritto una introduzione al libro, Der Weg zum Selbst, La Via al Sé, che questi aveva scritto sul Saggio di Arunachala. Evidentemente, gli onori accademici solleticavano la vanità del suo ego umano-troppo umano, ma l’incontro con un autentico realizzatore dello Spirito lo terrorizzava.

Ramana Maharshi era considerato a quel tempo un asceta che in maniera esemplare aveva trasceso le limitazioni dell’identificazione col corpo e con la mente e si era immerso nell’Atman, nel Sé. Egli indicava – unico in tutta la storia spirituale dell’India – la realizzazione dell’Atman attraverso la “ricerca dell’Io”. Jung fece il turista in lungo e largo per tutta l’India, visitando addirittura Ceylon, ed ebbe occasione di andare a trovare Ramana Maharshi, quando era a Madras, poco distante da Tiruvannamalai, ove viveva Ramana. Addirittura viaggiò in macchina da Madras alla volta di Tiruvannamalai, ma a circa 30 km dalla meta venne assalito dal più ingovernabile terrore: interruppe il viaggio e se ne tornò a Madras. La cosa fu accolta con disappunto e profonda delusione da Heinrich Zimmer, che gli aveva caldeggiato l’incontro con Ramana, come una svolta spirituale nella vita di Jung. Sarebbe lungo andare a fondo su questo episodio della vita di Jung, ma lo spazio è tiranno. Se necessario, vi ritornerò sopra. 

Se uno vuole chiarirsi bene le idee sull’equivoco della psicanalisi freudiana, ma soprattutto junghiana non ha che da leggersi le pagine limpide scritte i libri e riviste da Massimo Scaligero. Per es. in Zen e psicanalisi, ne Il Giappone, V, 1965, pp. 145-160, riprodotto alle pp. 55-85 di Zen e Logos, Tilopa, 1980.Nello stesso libro, nell’articolo Zen idealismo, «contestazione», riprodotto alle pp. 86-97, Massimo Scaligero scrive:

«Un simile «universale» è stato talmente posseduto nel suo mero nominalismo dalla letteratura psicanalitica, che è stata possibile la presunzione di un rapporto e in qualche modo di un simile «universale» con quello che è al centro delle dottrine Zen: prajna, il tao, il non-mentale, il satori. Si è talora stabilita l’equazione non-mentale = non-cosciente, ossia tao = Inconscio. Una cosa poco seria, probabilmente favorita dal fatto che alcuni espositori dello Zen come Suzuki o Ch. Luk, hanno in buona fede creduto che l’inconscio fosse, almeno nei suoi massimi studiosi europeo-americani un’esperienza conseguente allo stato meditativo».

Un equivoco clamoroso da parte degli sprovveduti pensatori orientali ed una truffa e un inganno intenzionali da parte degli psicologi occidentali, fautori di una psiche mera funzione, senza autonomia alcuna, del cervello e del sistema nervoso, di una psicologia senz’anima. Naturalmente condita con infinita  e raffinata dialettica, con la quale si può dimostrare tutto e il contrario di tutto.

Ne L’Uomo Interiore, sin dal primo capitolo, Psicologia, Yoga, Scienza dello Spirito, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 9-10, il Maestro affronta senza attenuazioni il problema della psicanalisi.

«La Psicoanalisi e la Psicologia analitica hanno presentito in più di una forma questo dualismo della coscienza, ma la loro interpretazione della vita interiore dell’uomo — a chi guardi da un punto di vista non semplicemente psicologico, ma spirituale — risulta espressione essa stessa della coscienza legata a simile dissidio interiore. I rimedi psicoanalitici e quelli affini, in effetto, danno al paziente l’illusione di un miglioramento, che è soltanto temporaneo, in quanto inserisce serie di imagini inusitate nella coscienza. Questa si distrae provvisoriamente dal suo male, per poi ricadervi.

Chi non disconosca la funzione di una reale scienza dell’anima, non può non tener presente che essa, mentre riguarda la vita fisio-psichica in quanto veicolo di manifestazione della psiche, al tempo stesso postula i principi sovrasensibili da cui in realtà questa dipende, ossia l’elemento metafisico puro, senza il quale la psiche non sarebbe nulla. Una tale base di ricerca manca alla Psicologia moderna, la quale certamente neppure con l’estendere il suo agnostico metodo di indagine a campi in cui sia contemplata l’esigenza spirituale, riesce a salire di livello: anzi, giunge a ridurre al proprio limite contenuti di dottrine che essa non ha i mezzi per penetrare. Nella Psicologia analitica, infatti, è cambiata soltanto la forma del limite materialistico proprio alla Psicoanalisi: limite che rimane intatto, come modo di conoscere legato allo strumento fisico che ne è contingente mediatore: l’organo cerebrale.

[…]

La perdita di una direzione interiore, ossia di una dimensione di interna realtà, nella cultura attuale, è in particolare riscontrabile appunto in quella che pretende essere una moderna « scienza della psiche »: secondo la quale il fine ultimo delle esperienze superiori, dalle forme iniziatiche a quelle religiose, non sarebbe altro che il tentativo di liberare l’individualità da uno stato di nevrosi e di soggiacenza ai complessi, in vista di una condizione di normalità.

La confessione di uno dei più autorevoli fondatori di ta­le scienza [nota di H.d.P.: si tratta proprio di C.G. Jung], a questo proposito, chiarisce il senso di quel suo vasto e ingegnosissimo lavoro d’indagine che ha investito, senza nulla risparmiare, il mondo dei miti e dei simboli, suscitando in tal senso anche in seri studiosi la tentazione di vedere quella esperienza sovrasensibile sotto specie di nevropatia tendente alla guarigione: egli appunto afferma che, se quel mondo di miti e di simboli dovesse essere interpretabile metafisicamente — ossia secondo una visione trascendente che in realtà è l’unica che gli si addice — e non secondo lo schema psico-razionale, egli non sarebbe in grado di comprenderlo. V’è senza dubbio onestà in tale dichiarazione, qualcosa co­me una subconscia confessione dei limiti di tutto il sistema, che non compensa tuttavia della serie di guasti avutisi non soltanto in sede scientifica, ma anche come conseguenze nella vita psichica di migliaia di individui nei quali in sostanza si coltivano le condizioni di scissione interna e di nevrosi, proprio con il trattamento che pretende guarirle: ciò in quanto si fa appello a un accordo con la natura, con l’« inconscio » atavico e con quello biologico, senza veramente conoscere la struttura estrasensibile della natura e l’ordine delle forze che, in quanto gerarchicamente più elevate, operano all’interno della psiche e della natura. Ma appunto la conoscenza di tali forze prospetta in modo ben diverso il problema dell’uomo e perciò anche quello della « psicologia ».

[…]

Una particolare disciplina può dare modo di accogliere in ogni percezione sensibile l’elemento interiore corrispondente, così da far risorgere il limitato e illusorio mondo delle sensazioni dalla sua interna struttura: ciò che esteriormente si presenta frammentario, come mondo della molteplicità, può ricomporsi nella coscienza secondo una essenziale architettu­ra. Ma questa architettura che sembra sorgere in noi, si scoprirà che appartiene invece alle cose, è la forma interiore stessa del mondo.

Si tratta di avere percezioni allo stato puro, in quanto si sappia andare incontro ad esse nelle condizioni del « silenzio ». Perché il contenuto percettivo giunga alla coscienza allo « stato puro », occorre che ogni altra eco di vita, esteriore o interiore, sia estinta. Nell’uomo ordinario, ciò non può verificarsi, perché in realtà non è l’Io che accoglie i contenuti percettivi, ma l’« ego ». Il dato della percezione va a sollecitare il sub-cosciente, o mondo dei vâsanâ, che interviene a reagire a suo modo, ossia nel modo proprio al retaggio familiare o etnico: l’essenza della percezione viene normalmente smarrita. L’errore della Psicoanalisi, qui, è scambiare per contenuti della coscienza, in cui l’individuo possa riconoscersi, ciò che invece andrebbe ravvisato estraneo alla vera individualità, e che, in quanto tale, agisce come supporto di forze cosmiche ostacolatrici. Considerare come propri tali contenuti e assumerli come un tessuto profondo della individualità, in cui ci si debba riconoscere, è quanto di più ingannevole possa essere praticato in forma scientifica: significa far penetrare ancora più l’Avversario nell’ambito della coscienza; laddove il compito consisterebbe nel giungere a dissociarsi da essi, per forza conoscitiva, sino a riassumere pura la forza che si vincolava ad essi:   privati della quale essi rivelano la loro natura impersonale e la loro oggettiva funzione.  In realtà, dandosi ad una equivoca comunione con forze di ordine sub-conscio, l’uomo, in quanto essere spirituale, non vive, perché non conosce:  infatti egli non percepisce veramente l’oggetto, ma solo il modo di rispondere della propria natura (vâsanâ-vritti) alla percezione dell’oggetto. Egli rimane immerso nell’avidyâ, finché la sua conoscenza del mondo, e perciò di se medesimo, viene falsata dal sistematico intervento della « memoria », ossia del gruppo delle abitudini soggettive che vogliono solo se stesse, essendo estranee all’essenza del mondo».

Per questo, nel mio commento allo scritto di Massimo Scaligero su Freud avevo scritto:

«Nella loro funzione di evocatori del guasto mondo subconscio, del quale la vita sana della coscienza deve liberarsi per essere autenticamente se stessa, la psicanalisi freudiana, la psicologia analitica junghiana, la psicosintesi di Roberto Assagioli, la Gestaltpsychologie di Fritz Perls, e affini, sono la moderna forma della stregoneria: evocano l’infero mondo dei samskâra e dei vâsanâ, i demoni e gli spettri del mondo “lunare” astrale-eterico, che nell’essere umano hanno presa attraverso il doppio ahrimanico, che tali “terapie” vanno a rafforzare e vampiricamente a nutrire a spese della vitalità spirituale dell’infelice paziente».

Quanto agli Ordini occulti, di molti dei quali mi parlava diffusamente Massimo Scaligero, si trattava, stando a quanto egli mi disse, (ne faceva allusione pure in scritti come Lotta di Classe e Karma, in Yoga, Meditazione, Magia e altri): «In un caso della cerchia martinista, che a Perugia faceva capo al Dott. Francesco Brunelli e in un altro caso della Fratellanza magica fondata dal Mago di Portici, Ciro Formisano. Tali confraternite occulte, come molte altre, coltivano un rafforzamento ed una sapienza del doppio ahrimanico, e provano una vera attrazione magnetica e un vivo entusiasmo nei confronti dei metodi, spiritualmente deviati, della degenerata psicologia moderna. Nelle sue opere, il Formisano si richiama esplicitamente a Sigmund Freud, ed un suo discepolo, il medico pugliese Giovanni Bonabitacola, fece dei veri disastri nell’applicazione delle terapie freudiane a suoi pazienti, in alcuni casi persino con finalità non limpide. Discepoli più recenti del Formisano, invece, si entusiasmarono per le teorie e i metodi dello psichiatra di Zurigo Carl Gustav Jung, materialisticamente abbinati alle concezioni materialistiche dell’evoluzionismo darwiniano. Il perugino Brunelli addirittura redasse vari quaderni (nota di H.d. P.: si tratta dei Quaderni Alpha) per gli affiliati al suo Ordine, nei quali apertamente si proponevano teorie e metodi della psicologia analitica junghiana, assieme a dottrine e pratiche rituali magico-cerimoniali, e magico-sessuali del Formisano e di vari epigoni, ancor più degenerati del medesimo: pratiche spacciate per alchemica magia trasmutatoria».

Ebbi modo di verificare l’esattezza di quanto più volte comunicatomi da Massimo Scaligero, il quale del resto ebbe modo di parlarne anche ad altri amici e persino in alcune riunioni, delle quali ho delle registrazioni.

Ma per chi volesse formarsi, in maniera autonoma, una opinione basata su documenti accertati, ricerchi in biblioteca l’edizione originale di un libro che dimostra in maniera eloquente i metodi, moralmente alquanto spregiudicati, adoprati da certe confraternite occulte per suggestionare, manipolare, illudere, spogliare di ogni bene, svuotare di ogni vitalità corporea e animica, le loro vittime designate, delle quali esse fanno ricco pasto. Si tratta dell’edizione originale de Il Processo del Mago, Società Editrice del Libro Italiano, Roma – Piazza Poli, 1942, pp. 169, con sottotitolo: Parlano Niccolaj, Polito de Rosa, Di Stefano, De Marsico. Presentazione di Libero Crifo. Si tratta delle requisitorie e delle arringhe al processo nei confronti di Pasquale Pugliese, nipote di Ciro Formisano, il Mago di Portici, che venne pesantemente condannato nel processo, intentatogli dal barone Ricciardo Libero Ricciardelli. In tale processo vennero documentate ampiamente – con prove giuridicamente provate – le malefatte del Formisano, dei suoi discepoli diretti Giacomo Borracci, Giovanni Bonabitacola, Vincenzo Manzi, alcuni, come è detto negli atti del processo, si salvarono da pesanti condanne nei processi di Chieti e di Bari perché defunti prima della sentenza. Il libro espone, in maniera oltremodo eloquente e istruttiva, i metodi psicanalitici freudiani usati dal medico di Sansevero, residente a Roma, il Giovanni Bonabitacola, nei confronti del barone Ricciardo Libero Ricciardelli, e dell’uso abbinato dei metodi occulti, sedicenti  «ermetici» della scuola del Formisano, e conseguenti disastri.

Processo del mago

Quanto ai metodi adoprati nella cerchia «martinista» perugina, da Francesco Brunelli, tra l’altro grande ammiratore del Formisano, dei suoi metodi magico-cerimoniali e magico sessuali (dei quali nei suoi scritti parla apertamente), è istruttivo andare a leggere quanto ne scrive l’integralista cattolico, grande frequentatore confesso delle varie confraternite occulte più problematiche, Massimo Introvigne nel suo libro Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo, SugarCo, Milano 1990, pp. 216-232. Ne descrive, documentandoli, anche i lati più scabrosi. Come sono noti e documentati gli interessi di Francesco Brunelli, neurologo e psichiatra, nei confronti della psicologia analitica di Carl Gustav Jung e della psicosintesi di Roberto Assagioli, le cui dottrine e i cui metodi egli mescolava regolarmente alle pratiche occulte  «martiniste» e sedicenti «egizie».

Ora tutti i personaggi di quella epoca sono defunti, ma hanno avuto successori e una certa diffusione del morbo per sporogenesi.  

Psicanalisi freudiana, Psicologia analitica junghiana, Psicosintesi assagioliana, Gestalttherapie perlsiana, et similiacoltivano tutte uno stato di grossolana o raffinata medianità nel paziente che ad esse si affida. Se poi si combinano le medesime con pratiche occulte di Ordini occulti decadenti, o deviati, o ahrimanizzati, il disastro interiore ed esteriore è certo. 

La via della psicanalisi e degli Ordini occulti deviati è – talvolta esplicita talaltra ben mascherata – una via del «corpo lunare», del «doppio ahrimanico», di quello che gli antichi gnostici chiamavano lo «spirito contraffatto», il «cattivo pilota» del Libro dei Morti degli antichi Egizi. E’ la via nella quale ci si apre spregiudicatamente mediante una cosciente o incosciente «magia di patto» all’ossessione ahrimanica, e in taluni casi addirittura asurica.  Sono forme di materialismo magico, nelle quali ci si asserve alle forze antispirituali di un caotico mondo subsensibile e sub materiale.

A tale proposito Massimo Scaligero scrive parole severe e chiare, parole ammonitrici, nella presentazione del libro di Angelo Pitoni, L’Incognito, Edizioni Mediterranee, Roma, 1973, pp. 11 e segg.:

«L’uomo carente di «Io», ma psichicamente vigoroso, è il vero produttore della Sub-materia, ossia della Materia la cui potenza urge anche geologicamente da un grado inferiore a quello in cui essa è arrestata nella caduta. Questo grado appartiene al mondo infero, delle forze demoniache e magiche, sub terrestri, «lunari»: che conferiscono il potere dell’autentica Magia a chi è capace di conoscerle e dominarle. Non si possono dominare senza conoscerle. La Materia della Luna è anch’essa arrestata nella propria fissità, ma strutturalmente è in sé sub terrestre: a un grado di materialità che l’uomo ancora non può sopportare. Tale grado tuttavia urge in lui mediante il  «corpo lunare», o astrale inferiore: che nell’epoca presente ha il massimo della possibilità di dominarlo, in quanto il Principio solare dell’Io non può entrare in funzione nell’anima di lui, mediante il debole pensiero riflesso: l’attuale pensiero logico-dialettico, per sua costituzione perciò asservito alla natura umano-animale. […] 

L’asceta di questo tempo, per superare il grado della Materia, deve anzitutto sperimentare le forze interiori che in lui si estrinsecano mediante essa , nel percepire e nel pensare: questa esperienza è fondamentale come disciplina preparatrice alla Operatio Solis. […] L’impresa dell’asceta moderno è superare la condizione dell’Antimateria, per realizzare il grado reale di veglia, rispetto al quale la Materia è il vuoto: il vuoto attraverso al quale può passare il Pensiero, come veicolo del Principio solare che vince lo stato lunare della psiche. L’immagine della Vergine che ha ai piedi la falce della Luna e schiaccia il Serpente, è simbolo dell’anima purificata, ossia della sua vittoria sull’elemento lunare, o sul mondo dal quale urge la Potenza dell’Antimateria. 

Questa è in sostanza la Potenza magica che l’asceta solare riconquista, ritrovandola a un grado più elevato della coscienza, proprio in quanto egli è penetrato in un grado più basso, scendendo da vincitore in quella sfera lunare, che per l’uomo incapace di realizzare il normale stato di veglia al livello della Materia, è il mondo della magia infera, medianica, che lo domina mediante brama,  necessità, istintività inevitabilità della Morte, e le correlative codificazioni dialettiche. Perciò il Potere del Logos solare è in realtà il Potere di Resurrezione dallo stato di morte della Materia e della sua dialettica».

Difficile, faticoso e arduo è cercare autocoscienza, e libertà autentiche: liberare la coscienza dell’Io progressivamente e attivamente dal supporto fisico, e dai condizionamenti sottili operati dalle oscuranti potenze antispirituali, ostacolatrici di autocoscienza e libertà. Eroico è scegliere di consacrarsi alla disciplina sacra della Concentrazione, al Rito della liberazione del pensiero, all’impresa di affrontare da vivi la prova del morire prima di morire, senza morire.

Tutto ciò non piace: cioè non piace all’ego, al corpo lunare, alla natura manovrata dall’ente ahrimanico. Più facile, più comodo e gradito all’ego, il rifugiarsi nelle «vie dell’anima», nel misticismo, nel klingsoriano Chastel Marveil della moderna psicologia e dell’antigraalico e medianico magismo «lunare», ambedue verae ancillae principis huius mundi. Ma dietro tale scelta “facile” vi è sempre la paura, lo stesso incoercibile terror panico, che spinse Carl Gustav Jung a fuggire in maniera precipitosa a pochi kilometri da Tiruvannamalai, per evitare l’incontro con Ramana Maharshi, l’annientatore del mentale egoico, della vanità dialettica: l’annientatore della stessa paura dello Spirituale, che fa sì che l’uomo stordito si avvinghi all’effimero, all’illusorio, a ciò che lo conduce a perdizione.

La Via del Pensiero Vivente, il Rito della Concentrazione, sono la Via eroica della Libertà e del Coraggio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

VERI E FALSI MAESTRI SPIRITUALI

In questa epoca di grandissima confusione spirituale, per molti non è davvero facile intuire e riconoscere un vero Maestro, e di conseguenza per molti è difficilissimo scorgere quale differenza, ancorché abissale, vi sia tra un Maestro spirituale autentico e le molte, troppe, contraffazioni che oggidì circolano nella vita reale, nonché in quella virtuale. Ed ha mille volte ragione Massimo Scaligero ad ammonire all’inizio del XVI capitolo, intitolato Secretum Inviolabile, di Dallo Yoga alla Rosacroce, p. 204:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è l’identico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno.

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale».

Non essendo in grado di discernere l’autenticità di un insegnamento veritiero rispetto alle molte contraffazioni, molti ancor meno sono in grado di accorgersi di chi sia un vero Maestro. Ma quali sono le caratteristiche intrinseche di un Maestro autentico o, come viene chiamato nella tradizione indiana, di un Guru, di un Acharya? Alcune parole estremamente chiare in proposito le dice Ramana Maharshi nella Upadeśa mañjarî, ovvero La ghirlanda delle istruzioni spirituali:

«Quali sono i segni che permettono di riconoscere un vero maestro (sadguru)?

La capacità di dimorare stabilmente nel Sé, il saper guardare ogni cosa con occhio equanime, un coraggio che non vacilla mai, sempre, ovunque e in ogni circostanza; e via dicendo».

Un Maestro spirituale è un Iniziato che ha ricevuto dall’Alto, dal Mondo Spirituale, un «sigillo» interiore, una «missione» da svolgere, la Conoscenza e le forze per svolgere tale missione. Si può giungere ad essere degli Iniziati, senza peraltro ricevere dall’ Alto il compito di essere Maestri, ossia degli «Istruttori», degli «Iniziatori». Non si diviene Maestri – quale che sia il livello, anche altissimo, della propria evoluzione spirituale – per una qualsivoglia decisione personale, bensì per «investitura» dall’Alto, dal Divino, dallo stesso Mondo Spirituale. L’arbitrio di una scelta personale, presa da un punto di vista inevitabilmente «umano», porta sempre, infallibilmente, alla prevaricazione e al tradimento.

Caratteristica del Mondo Spirituale, di ciò che non è meramente «umano», bensì «ultraumano», «superumano», è l’impersonalità, la sovrapersonalità, e di conseguenza il non venir condizionati da ciò che è meramente umano, umano-troppo umano, personale. L’assolutezza di una tale caratteristica del Mondo Spirituale viene impressa come un «sigillo» in colui che viene «investito» dall’Alto della missione di essere un Maestro. Una tale «Investitura» dona la certezza nell’insegnamento spirituale, certezza che non risente delle oscillazioni e della variabilità dell’opinare meramente umano. Il «sigillo» del Mondo Spirituale dà la stabilità interiore, propria a ciò che è impersonale e radicato nell’Assoluto. L’anima che nelle sue profondità abbia ricevuto un tale «sigillo», è quella che Enrico Cornelio Agrippa chiama l’«anima stante e non cadente». Il Maestro che parla è organo e voce del Mondo Spirituale stesso. Tutto ciò che è oscillazione animica, meramente personale, incertezza, è radicalmente estraneo alla funzione e alla missione del Maestro, dell’Istruttore spirituale.

E, soprattutto, egli è in una condizione di sincerità assoluta, di veridicità. Parla partendo dall’intima necessità dell’anima di colui che a lui si rivolge. Ossia parlerà scorgendo nell’anima di chi a lui si rivolge la reale richiesta interiore, percependo ciò che è realmente necessario, e sarà indifferente a quel che possa piacere o meno all’altrui psiche cosciente. Parlerà o tacerà sulla base dell’essenziale motivazione interiore percepita, indifferente anche alla delusione o alla ribellione, peraltro da lui sempre previste, che le sue parole o il suo silenzio possano suscitare nell’anima di chi a lui si rivolge.

Ma non mentirà mai. Non conoscerà tatticismi e machiavellismi, che possano giustificare una menzogna. Neppure a fin di bene. Parlerà o tacerà a seconda della necessità oggettiva, indipendente da simpatie o antipatie personali, ma non mentirà. Mai.

Avendo un tale punto di riferimento, dovrebbe essere facile discernere il reale dall’irreale, l’autentico dalla volgare contraffazione, la verace Via della Iniziazione da quella messinscena e finzione che gli antichi Latini ed Elleni chiamavano, con parola eloquente e calzante, «mistificazione», che non è altro se non una sacrilega profanazione. Ma gli umani si reputano spesso troppo intelligenti e scaltri per preoccuparsi di ciò che è reale, vero e autentico, e non rinunciano mai – quasi mai – a soddisfare tutte le vogliacce e le vanità del loro ego stratosferico.

A tale proposito vogliamo riportare quanto scrive Arturo Reghini in Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, che come noto è l’introduzione alla sua traduzione del De occulta philosophia dello stesso Agrippa. Così dice Reghini, con parole fortemente ammonitrici, in un passo importante e nella nota 66 ad essa collegata:

«Quanto poi alla completa iniziazione, a scanso di equivoci e di responsabilità, ci basterà avvertire il lettore che oggi, come al tempo di Agrippa, il mondo è pieno di falsi dottori, di ciechi che conducono i ciechi, di pseudo-iniziati che non son capaci neppure di riconoscere nell’intima sincerità della loro coscienza la loro profonda ignoranza, il loro analfabetismo radicale; si ricordi, quindi, la raccomandazione di Agrippa: Attenzione a non farsi ingannare da quelli che furono e sono alla loro volta ingannati (66)».

Ed ecco la nota 66: «Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico o politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Sarebbe facile dimostrare, con documenti e testimonianze alla mano, l’origine di quell’ autentico bluff che è il preteso «martinismo», nato dalla combine tra il non ancora dottore in medicina Gèrard Encausse, alias Papus, e il giovane letterato e orientalista Augustin Chaboseau. Non m’interessa impegnarmi in una polemica al riguardo. Le parole di per sé non convincono mai nessuno. Solo la conoscenza della verità, ossia l’esperienza diretta della realtà che sta alla base di un tale conoscere è convincente. Ma la verità è di chi sinceramente la cerca. Basti rilevare che né Gérard Encausse né Augustin Chaboseau erano degli Iniziati, né tantomeno dei Maestri. Una delle brame più forti, un’ autentica mania, dell’Encausse-Papus era quello di fondare Ordini iniziatici. Il visconte di La Palisse gli avrebbe facilmente obbiettato che per fare un Ordine iniziatico ci vogliono gli Iniziati. Perché scopo precipuo di un tale Ordine è di dare l’Iniziazione a dei postulanti, a dei recipiendari: ossia a persone che hanno le «qualificazioni» per richiederla e le adeguate «dignificazioni» per riceverla. Almeno un Iniziato, ossia un Maestro iniziatore ci deve essere, perché nemo dat quod non habet, ossia chi non possieda il «sigillo» e l’«investitura» dall’Alto, nulla potrà mai dare – se non una blasfema e sacrilega contraffazione del Sacro – per la semplice ragione che il più non può venire dal meno. E la storia di quelle congreghe, che d’iniziatico avevano ed hanno solo il nome, è sin troppo eloquente: una interminabile sequela di menzogne, scissioni, abusi, profanazioni, tradimenti, compromessi, intrallazzi, congiure e macchinazioni d’ogni tipo. Ma queste considerazioni interessano solo come casi esemplificatori di quel che può accadere, e che purtroppo accade.

Quindi, si deve concludere che un Maestro autentico non è facile da incontrare, e ancormeno da riconoscere. Perché non sarà il Maestro a cercare un discepolo, né gli renderà facile il riconoscimento. Non sarà suadente, non cercherà il consenso, né si piegherà mai ad usare quelle strategie d’immagine, tipiche  di quella forma di prostituzione morale che è il marketing, del quale si servono oggi ad abundantiam gruppi economici e finanziari, partiti, logge, chiese e quant’altro. Lo stesso Rudolf Steiner attese – secondo una rigorosa legge occulta – che la giovane Marie von Sivers lo «riconoscesse», ossia riconoscesse non solo la sua statura iniziatica, bensì la sua missione «magistrale» e, facendosi in certo qual modo “rappresentante dell’umanità”, gli ponesse la fatidica «domanda», che sola permise a Rudolf Steiner di iniziare a donare la Scienza dello Spirito. Giovanni Colazza era uomo molto riservato, silenzioso, quasi inaccessibile come un Patriarca Ch’an o Zen. Quanto a Massimo Scaligero, io stesso – come molti altri del resto – sono stato testimone di quanto egli fosse indifferente al successo e all’insuccesso, quanto disprezzasse privilegi e favori, quanto lasciasse liberi coloro che lo incontravano, quanto non lo smuovessero di un millimetro il biasimo e la lode, l’approvazione o l’aperta ribellione. Solo alcune cose non sopportava e non tollerava: l’ipocrisia, la recitazione, la finzione, la vanità, il vano e vacuo intellettualismo, la menzogna, il tradimento della verità e dell’amicizia, l’ambizione. Non le tollerava: le smascherava regolarmente  e le abbatteva senza misericordia veruna.

Dopo che Massimo Scaligero ci ha lasciati, quasi trentacinque anni fa, sono sorti vari personaggi che si sono «proposti» come suoi successori e continuatori. Questo loro autoproporsi li squalifica automaticamente. Alcune persone proposero a Massimo Scaligero, ancora vivo, di farsi da parte per lasciare a loro il compito e la funzione magistrale, e furono trattate  nella maniera dovuta. Altri, più scaltri ed infidi, agirono sordamente, «remando contro», e preparando l’erosione prima e la demolizione poi della sua opera. Vi fu anche chi, in qualche modo, pur non proponendosi personalmente in maniera esplicita, si fece proporre, ispirò, o accettò il fatto di venir proposto da entusiasti e e suggestionati seguaci. Massimo Scaligero ammonisce a chiarissime lettere che ciò che suggestiona e seduce sicuramente non libera.

Rudolf Steiner, all’inizio del Novecento, aveva designato Giovanni Colazza a guidare la Comunità Solare in Italia, e lo stesso Colazza trasmise l’identico mandato a Massimo Scaligero negli anni successivi alla seconda Guerra Mondiale. Massimo Scaligero non si faceva davvero illusioni di sorta circa la tenuta della comunità spirituale, alla quale per decenni aveva dato tutto se stesso. Infatti, non trasmise a nessuno il mandato ricevuto da Colazza. Sono personalmente testimone delle parole a me dette: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», e anche delle parole dette a varie persone: «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, sarà tutto finito!». Si limitò ad indicare, per l’orientamento delle riunioni, per iscritto nel proprio testamento – che infedele mano interessata ha fatto abilmente sparire – ed oralmente, la figura di Alfredo Rubino e lo fece mettendo in evidenza sempre la sua limpidità, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua ascetica fedeltà alla Concentrazione e alla Via del Pensiero. E per tali sue qualità Alfredo Rubino venne osteggiato, sabotato, calunniato e deriso sino alla fine della sua vita. Alfredo Rubino con la sua impersonalità e fedeltà è stato un autentico asceta ed un eroe spirituale.

Dopo la scomparsa del Maestro ho potuto assistere da parte di taluni ad una vera e propria surrettizia opera – ispirata – di «trasbordo ideologico inavvertito», per sostituire i contenuti originari con altri di dubbia e incontrollata origine, per sostituire le indicazioni circa una regolare ascesi individuale e l’operatività comune con altre, vòlte a secondare le comodità di una pretesa «via dell’anima». Ci si è opposti alla rigorosa Via dello Spirito, alla Via del Pensiero, alla centralità della Concentrazione, al silenzioso Rito della Meditazione in comune, sostenendo callidamente che «una assoluta austerità è insopportabile a molti, ai più». E aggiungendo, attraverso l’uso menzognero e in mala fede di frasi di Massimo Scaligero, monche e staccate dal contesto, che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo».

Ora, siccome gli umani sono liberissimi persino di non volere essere liberi, chi trova insopportabile l’austerità e il rigore della Scienza dello Spirito, forse dovrebbe considerare che nella vita vi sono tante altre cose belle e simpatiche alle quali piacevolmente dedicarsi. Ma neppure concedere questo pare che vada bene, perché si pretende che ciò che costoro hanno rinunciato a realizzare e conquistare, neppure altri devono anche solo tentare di realizzare e conquistare. Ma vi sono anche esseri umani che vogliono vivere vivi e non morti, e per essi rinunciare all’impresa spirituale equivale a morire nell’anima, e in tali condizioni per loro vivere è cosa vilissima, tale che non valga la fatica e la pena. Bisogna vivere una vita degna di essere vissuta: una vita che può essere bella o tragica, tranquilla o pugnace e irta di difficoltà, ma sempre una vita seria, non una pagliacciata nella quale ci si prende in giro, mentendo a se stessi. Per gli antichi mitriasti valeva il principio che «vita est res severa, vita est militia sacra super terram».

Non posso dimenticare le parole che Massimo Scaligero mi disse, con insistenza, in molte occasioni sino agli ultimi tempi, e all’ultimo giorno della sua vita:

«Per arrivare alla mèta, voi giovani dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio. Io ho fiducia in voi perché seguite veramente la Via del Pensiero: nella Via del Pensiero voi potete essere intensi, assoluti, consacrati. Potete essere unilaterali, potete esagerare, potete essere “settari”, perché la forza-pensiero è l’unica che è capace di autocorrezione. La forza-pensiero nel suo impeto travolge ogni ostacolo».

Nell’ultimo incontro – avvenuto poche ore prima che ci lasciasse – ci chiese di essere fedeli al realismo del pensare, al realismo del Logos, all’assolutezza della esperienza eterica del concetto.

Allora ero molto giovane, molto ignorante, molto stupido. E, aggiungo, anche passabilmente ingenuo. Trentacinque anni dopo, ringraziando le difficoltà, gli errori, le sciagure, i molti dolori che che la vita mi ha dato con generosa abbondanza e che mi hanno insegnato qualcosa, se non molto più saggio, sono almeno molto meno ingenuo. Ho visto, con mio grande stupore, i tradimenti, le menzogne, le macchinazioni, di persone un tempo per me insospettabili. Le ho viste chiamare “verità” delle consapevoli menzogne, e chiamare “errori” le verità e le indicazioni ascetiche più luminose del Maestro. Ho visto, e udito, gettare il fango sulla figura del Maestro, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua realizzazione spirituale, sulla sua maniera di vivere, sulla sua stessa moralità e dichiarare  “incompleta e superata”, “errata, orientale, yoghica, buddhista”, “carente del Logos e del Graal”, la Via del Pensiero che Massimo Scaligero ha prima realizzato e poi a noi indicato. Ho udito diffamare e deridere il rigoroso e silente Rito della Meditazione in comune, dato da Massimo Scaligero, come “orientale, essenico, buddhista”, e peggio. Alla mia obbiezione che tale Rito mi era stato dato dallo stesso Massimo Scaligero in presenza di chi una tale obbiezione faceva, mi fu risposto: «Sì, ma prima c’era Massimo, ora i tempi sono cambiati!». Di fronte alla enormità di una tale affermazione, venutala a sapere, Alfredo Rubino, ironicamente, commentò: «Sì, facciamo come la Chiesa Cattolica: adeguiamoci ai tempi!». Ma la verità non è adeguabile alle ambizioni, ai sotterfugi, ai «trasbordi ideologici inavvertiti», alle manipolazioni, alle sentimentali preferenze, alle interessate, suggestionanti, «operazioni d’immagine» vòlte a realizzare non dichiarate e non confessabili finalità, confessionali o politiche.

Ma un vero Maestro indicherà in maniera scarna ed insegnerà in maniera impersonale sempre la Via della Verità, che è la Via dello Spirito. Mentre i falsi maestri, coloro che si sono proposti da sé, o che si sono fatti proporre, e imporre, indicheranno le vie dell’errore, gl’ infidi sentieri della soggettività, della intellettualità, della sentimentalità, della istintività, le seducenti, ma variabili, incerte, alla bisogna “adattabili” vie dell’anima, della personalità, dell’arbitrio, dell’intrallazzo, dei giochi di corridoio, delle callide macchinazioni: della menzogna.

Di fronte a tali e tante alterazioni – e adulterazioni – per me, vale unicamente la sperimentata certezza dell’assolutezza dell’esperienza della forza-pensiero, vale unicamente la centralità della Concentrazione, che è la Via Assoluta, la Via Regia a sé sufficiente. In effetti, è necessario un “adeguamento” ai tempi, ma nel senso che i tempi sono drammatici, addirittura tragici, ed esigono imperiosamente che non si perda più tempo in rimedi illusori e meramente consolatori. L’urgenza dei tempi esige che si abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza veruna attenuazione o abbellimento della stessa, che ci si renda conto altresì che l’Ascesi non può più essere episodica, improvvisata, approssimativa, fiacca e sfrangiata. Tale urgenza esige che SI AMI l’Ascesi del Pensiero, SI AMI la Concentrazione, realizzando la consacrazione progressiva della totalità delle forze dell’anima all’impresa spirituale: a questa impresa spirituale della redenzione del pensiero, della resurrezione del conoscere dal cadavere della morta ed esangue riflessità. L’intuizione della unicità della Via del Pensiero e della Concentrazione, della sua efficacia, della sua assoluta necessità, può diventare l’esperienza della potenza trasfiguratrice di tale idea intuita: può diventare consacrazione della volontà alla più audace impresa spirituale, quella meno sentimentale, tuttavia quella concretamente trasformatrice dell’uomo e del mondo: la realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, la cui «vuota» essenzialità è obbiettiva forza d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

CORAGGIO MICHAELITA

Michele

«E nel corso del XX, quando sarà trascorso il primo secolo dopo la fine del Kali Yuga, l’umanità sarà o alla tomba di ogni civiltà, oppure sarà al principio di quella èra nella quale nelle anime degli uomini, che congiungeranno nei loro cuori l’intelligenza con la spiritualità, sarà condotta a termine la battaglia di Michele in favore dell’impulso di Michele».

Rudolf Steiner, 2° conferenza di Arnheim, 19 luglio 1924, ne Il Karma della Comunità Solare.

«Questa risoluzione di lasciarsi afferrare dai pensieri riguardanti lo Spirituale altrettanto concretamente come attraverso qualcosa di fisico è la forza di Michele! Avere fiducia nei pensieri dello Spirito, quando si ha la predisposizione ad accoglierli, soprattutto in modo da sapere:

«Tu hai questo o quello impulso dallo Spirituale. Tu ti abbandoni ad esso, ti rendi strumento della sua realizzazione!».

Viene un primo insuccesso – non importa! E se vengono cento insuccessi – non fa niente! Perché nessun insuccesso è decisivo per la verità di un impulso spirituale, del quale se ne scorge e se ne comprende l’efficacia».

Parole d’incoraggiamento di Rudolf Steiner, da Mitteilungen des Anthroposophischen Vereins in der Schweiz, Jahrg. XXIII.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

RICORDO DI OTTAVIANO AUGUSTO

Augusto

HODIE DUOMILLESIMUM ANNIVERSARIUM TRANSITUS ATQUE AD IMMORTALEM VITAM EXITUS C.J. OCTAVIANI FELICIS IMPERATORIS AUGUSTI! QUOD BONUM FAUSTUMQUE IN HOC DIE OMNIBUS HOMINIBUS RECTE VOLUNTATIS SIT!
CAJUS JULIUS CAESAR OCTAVIANUS, FELICISSIMUS IMPERATOR AUGUSTUS, VIR SAPIENTISSIMUS, IN MYSTERIIS INITIATUS ATQUE EPOPTA, CORDIS AMPLISSIMUS, PATER PATRIAE, AUCTOR PACIS, RESTITUTOR PIETATIS, REPARATOR JURIS AC JUSTICIAE, VIR NOBILISSIMUS CUI NULLUM ELOGIUM NUNQUAM PAR ERIT!

Oggi è il duemillesimo anniversario del giorno nel quale Caio Giulio Cesare Ottaviano, Augusto Imperatore, a Nola, in Campania, abbandonò lo scenario del Teatro del Mondo. Egli fu uomo sapientissimo, di cuore ampio e generosissimo, fautore di pace, restauratore dell’originaria pietas romana, Iniziato ed Epopta, restauratore dello jus, ossia del Diritto e della Giustizia, del mos, del fas, ovvero del sobrio e retto antico costume romano, Padre e Salvatore della Patria in un’epoca di dilanianti discordie civili e di depravazione morale proveniente dalla decadente dissolutezza orientale.

Massimo Scaligero amava ricordare le ultime parole dette da Augusto poco prima di morire, con le quali chiese a Livia, sua sposa, di ricordarsi del loro amore, e agli amici presenti se egli avesse ben recitato sul palcoscenico dell’illusorio Teatro del Mondo. Massimo affermò come tali poche e scarne parole, dette in un momento per lui così solenne ed estremo, rivelino la sua altezza di Iniziato.

A lui va il mio commosso pensiero e deferente pensiero.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

DUE INDICAZIONI OPERATIVE E UN PENSIERO DI MASSIMO SCALIGERO

Massimo-Scaligero-363x480

In un articolo precedente, ho avuto modo di pubblicare qualcosa d’inedito di Massimo Scaligero. Ad alcuni di noi, appassionatamente impegnati nella Via del Pensiero e nella meditazione rituale della Filosofia della Libertà, egli dava indicazioni operative per portare a fondo il lavoro della Concentrazione, per intensificarlo sino alla Contemplazione della pura forza-pensiero, sino all’esperienza della forza-pensiero «vuota» di pensieri, ossia di qualsivoglia pensato. Perché tutti i pensati scaturiscono da tale vivente forza-pensiero: ne sono il morire, l’irrigidita ed esangue cristallizzazione. Mentre l’Ascesi del Pensiero attua, attraverso la Concentrazione, il morire – lo sparire, l’annientamento – di tali morti pensati e il rivivere, oltre la loro dissolvimento, della forza-pensiero dalla quale erano scaturiti e alla quale essi erano morti.

Massimo Scaligero ci dava  alcune preziose indicazioni operative su fogli dattiloscritti, che donava a coloro che si votavano con ardore interiore alla pura Via del Pensiero. Dopo quasi trentacinque anni da quando egli ci ha visibilmente lasciati, alcune di queste indicazioni operative possono risultare preziose per coloro che, in questa epoca oscura stupida e malvagia, vogliono compiere la temeraria impresa della resurrezione del pensiero dalla tomba della riflessità, l’impresa eroica della resurrezione del pensiero vivente dal cadavere della conoscenza morta.

Queste indicazioni non sono un «segreto» nel senso convenzionale del termine, ossia non sono un segreto per la volontà, o anche la giustificata necessità, di tenere riservata una determinata conoscenza. Sono un «arcano», ossia qualcosa che rimane segreto per l’ineffabilità del loro contenuto, che respinge le anime volgari, o coloro che non sono ancora  pronti o maturi per la Via «assoluta», la Via senza appoggi, e necessitano ancora di conseguenza di appoggi e mediazioni varie: intellettuali, sentimentali, mistiche e così via.

Tuttavia si tratta di contenuti sacrali, che non devono essere profanati, portando loro incontro uno stato interiore dell’anima inadeguato  o volgare. In questa epoca oscura, malvagia e soprattutto stupida, vi è da parte di molti una sorta di impura voluttà di profanare, involgarire, degradare, banalizzare e addirittura sacrilegamente pervertire i contenuti della Scienza Sacra e della Sapienza. In questo campo di riprovevole eccellenza, internet dà un improvvido aiuto alle più oscene e sacrileghe intraprese. Ed è naturale, perciò, l’esitazione che si può avere di fronte alla decisione di donare contenuti talvolta di grande delicatezza. Ma è anche giusto che coloro che, in silenzio e solitudine, si consacrano alla fervida pratica della Concentrazione e della Meditazione, secondo la Via del Pensiero Vivente, non vengano privati di alcune indicazioni, che se seguite con intenzione pura e perseveranza, possono portare veramente lontano. I profanatori avranno dalle conseguenze delle loro stesse male azioni l’amaro salario che loro spetta.

Vengono pubblicate qui di seguito due di queste inedite indicazioni operative, date da Massimo Scaligero negli Anni Settanta. Le ho trascritte tali e quali dal foglio a suo tempo ricevuto.

Prima indicazione :

«SUPERAMENTO DEL LIMITE SENSIBILE

Si evochi un determinato oggetto: i.e. chiodo; lo si descriva; si osservi come ogni elemento della descrizione abbia risonanze sensibili (imagine definita, colore, profondità, etc.); si osservi come ogni volta, per richiamare un nuovo elemento della descrizione si faccia appello ad una “zona” dalla quale lampeggia un elemento inafferrabile e intemporale, che poi portiamo nel tempo col determinarlo.

Si veda come da tale zona, solitamente non avvertita, traggano origine tutti i pensati.

***

Esaurita la descrizione si tenga di fronte a sé l’imagine del chiodo e la si “animi” facendole assumere tutte le forme e le dimensioni possibili entro la funzione “chiodo”.

Si constati come tale imagine sia “animata” da qualcosa che lei non è, e che si trova dietro di essa.

Si faccia sparire di colpo tutta l’imagine sensibile, mantenendo però in azione l’elemento “animante”; lo si osservi.

Si descriva la sua natura. Si osservi il suo rapporto con il rappresentare e l’imaginare».

Seconda indicazione:

«COSCIENZA DELLA MEDIAZIONE PURA

Ci si porti alla percezione di due concetti. Si constati come, pur diversi nella “forma, “vivano” di un’unica forza.

Osservare come normalmente ogni persona si riferisce sempre inconsciamente a concetti.

Osservare come questi diventino rappresentazioni.

Osservare come tali rappresentazioni medino la percezione del sensibile e dello psichico.

Osservare la diversa relazione esistente tra rappresentazioni aventi per contenuto cosciente un concetto, e quelle aventi per contenuto un moto animico-egoico.

Osservare se sia possibile usare come mediazione alla percezione il concetto e che cosa ne consegua.

Osservare infine a mezzo della memoria cosa ha mediato via via la coscienza delle esperienze precedenti; i.e. come e a mezzo di cosa ci siamo mossi nell’indagine».

A queste indicazioni, voglio aggiungere un altro pensiero di Massimo Scaligero, che mi sembra esprimere in maniera lapidaria la tenuta interiore che deve avere colui che si impegna nella Via della Iniziazione. Anche questo pensiero offro alla attenta e fervida meditazione di coloro che amano la Via del Pensiero, che il nostro Maestro ci ha dato.

«Il mondo viene trasformato non tanto dalle nostre ideologie, dai nostri programmi, dalle nostre parole, quanto dai nostri pensieri profondi, da ciò che realmente siamo nel segreto dell’anima. Non è il nostro apparire, ma il nostro essere profondo, che lavora alla trasformazione del nostro destino».

SCIENZA DELLO SPIRITO

DUE PENSIERI INEDITI DI MASSIMO SCALIGERO

copur

Abbiamo scritto, in precedenti articoli, alcune cose sul Gruppo di UR, che negli Anni Venti del trascorso Ventesimo Secolo pubblicò la bella e importante rivista omonima. Rivista che uscì a fascicoli per iniziativa del fiorentino Arturo Reghini, il quale – a causa della sua esposizione personale e delle persecuzioni, che nei suoi confronti giunsero persino ad aggressioni e tentativi di assassinio – fu costretto ad affidarne la direzione al non ancora trentenne Julius Evola, il cui comportamento si dimostrò tutt’altro che corretto, provocando infine la chiusura della rivista stessa. Il Gruppo di UR non si esauriva nella pubblicazione della suddetta rivista, comportando anzi una cerchia di personalità che agivano sia individualmente che in comune ad «operare» in vista della realizzazione della Iniziazione effettiva.

Lo scioglimento della rivista portò ad una separazione e ad una diversificazione delle varie componenti che, in precedenza, avevano operato in concorde unione spirituale alla realizzazione della finalità che ne costituiva la ragion d’essere. Da una parte, Leo-Colazza, Krur-Breno-Colonna di Cesarò ed altri che si riconoscevano nell’insegnamento di Rudolf Steiner, dall’altra Pietro Negri-Reghini, Luce-Parise che si riconoscevano nella Via ermetica e pitagorica, seguirono i rispettivi indirizzi. Evola, oramai era sempre più preso dal Tantrismo, da lui ampiamente rivisto e corretto per adattarlo alle proprie personali vedute, proseguì la sua via più o meno isolato. Per un anno pubblicò una nuova rivista col nome di Krur, che venne chiusa alla fine del 1929. Arturo Reghini tentò di ripubblicare la sua antica rivista Ignis, che però venne chiusa dopo il primo numero per ordine della Polizia. Si era già nell’atmosfera di quel disgraziato Concordato, voluto dal fascismo, tra Chiesa Cattolica e Stato italiano, che tante – troppe – sciagure doveva portare alla nostra amata Italia.

Il giovane Massimo Scaligero, ancor prima di conoscere Julius Evola, era già in contatto con Arturo Reghini e Giulio Parise, sin dai tempi della prima Ignis (1925), come scrive in Dallo Yoga alla Rosacroce, e rimase sempre in cordiale amicizia con loro.

È interessante notare il valore che Massimo Scaligero dava alle monografie originarie pubblicate nei fascicoli editi dal Gruppo di UR. Quelle preziose monografie vennero spesso profondamente alterate da Julius Evola nella pubblicazione dei tre volumi di Introduzione alla Magia, che vennero editi nel 1955 dai Fratelli Bocca – gloriosa casa editrice che venne fatta chiudere dalla mai troppo infamata Compagnia – e nel 1971 dalle romane Edizioni Mediterranee. Le monografie dei discepoli di Rudolf Steiner vennero profondamente alterate, togliendo tra l’altro ogni riferimento al suo nome. Altre monografie, di altri autori, furono addirittura soppresse. Il tutto secondo il libito e il criterio personale dell’autocratico Evola.

Il destino ha voluto che mi giungessero nelle mani alcuni fascicoli del Gruppo di UR, che erano appartenuti a Giovanni Colazza. Li conservo come un prezioso tesoro personale. Su uno di questi fascicoli, vi sono alcuni appunti a matita, scritti personalmente – la sua calligrafia, tipica, è riconoscibilissima – da Massimo Scaligero. Si tratta di una glossa, o breve commento, ad un articolo di Julius Evola, Sull’«eroico» e il «sapienziale» e sulla Tradizione Occidentale, apparso nel numero doppio 11-12 di UR, anno II, articolo che lo stesso Evola non ripubblicò, per qualche motivo, nelle successive edizioni del 1955 e del 1971 di Introduzione alla Magia.

Nella sua glossa, o commento, Massimo Scaligero, alla p. 322, «rettifica» e completa un pensiero di Evola, portandolo su un piano noetico e ascetico ben più alto. Poiché mi è parso che questo pensiero di Massimo Scaligero possa essere prezioso come tema di meditazione per chi sia impegnato con risolutezza nella Via del pensiero, ho deciso di farne dono ai lettori di Eco, certo che qualcuno tra loro saprà trarne grande giovamento nella Concentrazione e nella Meditazione. Eccolo:

urmas

«La conoscenza è la vera azione e l’azione la realizza, in quanto sia PURA. Chi agisce non essendo tratto da frutti o da scopi; mettendo al pari il vincere e il perdere, il piacere e il dolore, il bene e il male; non avendo sguardo né per l’«io», né per il «tu», né per l’amore, né per l’odio, né per ogni altra coppia di contrarî, insomma – volge oltre la condizione individuale. Nella sicurezza soprannaturale di una intensità-limite, la «vita» si capovolge in un vuoto che è «più che vita»: viene conseguito il contatto con uno stato di luce e di potere che sorpassa, doma e trasporta tutto ciò che è umano e fisico, aprendo vie a cose, animazioni e visioni altrimenti impossibili. È lo stato di entusiasmo per il mondo delle Gerarchie e per la realtà cosmica, che svincola il pensiero puro e ci dà la comunione con Michele».

A questa breve citazione, voglio aggiungere un altro pensiero di Massimo Scaligero, parimenti inedito. Egli scriveva alcuni temi di meditazione su dei foglietti di carta, che dava ad alcuni suoi discepoli, affinché li ponessero al centro della loro attività meditativa. Un amico, che negli Anni Settanta viveva a Roma, me lo volle trasmettere. Ed io lo ricopiai, grato del dono che mi veniva fatto. A distanza di oltre tre decenni da quando Massimo Scaligero ci ha visibilmente lasciati, desidero donarlo a mia volta a chi voglia consacrare la vita a quell’idealismo magico, che è l’essenza vivente e luminosa della Via del Pensiero.

«Il segreto dell’idea è il suo sorgere da un proprio centro, da cui attinge potere di vita: senza il quale non potrebbe valere nella coscienza. Con l’idea, la coscienza si trova dinanzi a un ente dotato di vita autonoma, avente in sé il fondamento, la scaturigine del proprio essere. Tale scaturigine è l’Io medesimo che contempla l’idea e in essa attua la propria vita cosciente».

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’IO E L’ANIMA. IL SONNO E LA VEGLIA

L_Angelo_di_Castello_Rome

Sull’immagine che fa bella mostra di sé in testa al platonicissimo – e bellissimo – articolo della nostra Marzia si leggono le parole giovannee:

«LUX VENIT IN MUNDUM ET DILEXERUNT HOMINES MAGIS TENEBRAS QUAM LUCEM».

Dovrebbe essere consequenziale, soprattutto per un cercatore spirituale, il chiedersi di quale «Luce» si tratti, ma – si sa – gli umani non amano punto la logica e ancor meno la consequenzialità. Alla logica, che dovrebbe essere quella del Logos, o dello Spirito, essi preferiscono la dialettica (che non è ovviamente, pur con i suoi limiti, quella platonica o quella hegeliana), e quanto alla consequenzialità sul piano conoscitivo o volitivo essa è cosa che alla maggior parte degli umani fa venire l’orticaria solo a sentirne parlare.

Quanto mai necessaria e opportuna, dunque, mi appare la diligenza con la quale Isidoro ci dona la trascrizione de «I saggi di Antonio», ossia di quegli articoli che Massimo Scaligero scrisse, negli anni settanta dello scorso secolo, sulla rivista palermitana Vie della Tradizione, da lui firmati con l’eteronimo di «Antonio Massimo». Ebbi la fortuna di trovare in una piccola libreria felsinea, nell’inverno 1980-1981, tutti i numeri della suddetta rivista nei quali Massimo Scaligero aveva scritto, e da allora li custodisco come un dono del Cielo, come un mio piccolo prezioso tesoro.

Il primo degli articoli, trascritti e postati da Isidoro, si intitola per l’appunto Illuminazione. Ed è sintomatico come nelle lingue d’Oriente, soprattutto quelle dell’India, che hanno conservato un nesso interiore profondo con la sfera spirituale, una parola come Bodhi significhi al contempo «Risveglio» e «Illuminazione», che Buddha significhi sia lo «Svegliato», che l’«Illuminato», e che un verbo come buddhati abbia in sanscrito e in pali – le lingue più antiche della tradizione buddhista – il duplice significato di «illuminare» e di «risvegliare».

Evidentemente vi è un nesso profondo tra Luce e Risveglio, come tra tenebra e sonno. In effetti solo chi è sveglio può vedere la luce. E anche fisicamente parlando, la luce che l’Astro del Giorno ci dona è inutile a chi di giorno dorma, e non serve di notte illuminare una stanza a chi sia immerso nel sonno profondo. Una relazione ancor più profonda vi è tra calore e vita da una parte, e gelo e morte dall’altra.

Ora, si tratta di scorgere bene che cosa nell’essere umano deve «risvegliarsi» e che cosa deve essere costretto a «dormire». È questione di esercizio, ossia è necessario esercitarsi, esercitare sforzi ripetuti e tenacemente vòlti allo scopo, sino a diventare spiritualmente più forti, sino a raggiungere attraverso una volitiva trasformazione interiore la realizzazione di un tale «svegliarsi» e di un tale «dormire». In greco, «mi esercito» si diceva askeo, e l’«esercitarsi» stesso rappresentava l’àskesis, ossia per noi l’Ascesi del Pensiero, la Concentrazione.

Generalmente, nell’uomo ordinario l’anima è sin troppo sveglia: soprattutto nelle sue parti inferiori, senzienti, emotive e istintive è «sveglia» sino quasi all’ingovernabilità. Ma questa parte dell’anima è passivamente sveglia, ossia essa non ha in se stessa il principio dell’esser sveglia, bensì viene mossa e agitata, a sua insaputa, dall’invisibile Avversario che la asserve e la usa. Sarebbe invece prezioso che l’anima «conoscesse» un cotale illegittimo dominatore della sua vita interiore ed esteriore.

Come diceva il Principe Siddharta Gautama, il Buddha Shakyamuni, «l’ignoranza, la nescienza, è la radice di tutti i mali». E mantenendo abilmente l’anima in tale stato di ignoranza, d’inconsapevolezza, l’Avversario la domina mediante la brama, la paura, l’avversione. Liberarsi dell’ignoranza è liberarsi dell’illecito dominio di un tale arrogante Avversario, inesorabile e spietato predatore dell’anima.

Per l’anima l’esser sveglia nel senso ordinario e passivo – cioè a condizione di un potente e costringente legame che l’avvince magneticamente alla vita dei sensi – è la massima schiavitù, la massima sciagura. Mentre sarebbe per essa grande ventura sottrarvisi. Liberarsi di una tale schiavitù, sottrarvisi attivamente, ossia volitivamente, significa avere tanta forza da riuscire a produrre il «sonno profondo» della vita dei sensi corporei e dell’intelletto legato ad essi, al cervello e al sistema nervoso in generale. Si tratta, dunque, di placare l’agitazione involontaria dell’anima, prodotta dal suo servaggio alla vita corporea. Essendo passiva una tale agitazione (mentale, emotiva e istintiva), non è facile da placare, da portare prima all’immobilità e poi al «sonno».

Si deve giungere al volitivo far sprofondare nel buio la riflessa luce dei sensi, si deve giungere all’oblio delle immagini provenienti dalla vita dei sensi. Ma deve altresì arrivare a tacere totalmente anche il mentale cerebrale, l’intelletto legato ai sensi: deve essere ridotta al silenzio l’intera vita di rappresentazione dipendente dalla vita sensoria, ridotto a nulla tutto il pensare dialettico e riflesso. Tutto questo non piace affatto all’ego, avido del suo dipanare incessantemente la sua inutile tela di pensieri morti, di accumulare tutto l’inerte cascame di anemici pensieri riflessi.

Il ridurre al buio tutta la scintillante vita dei sensi e il suo risuonare, il far tacere il mentale chiacchierone e il pensiero riflesso, è l’energica azione dello Spirito, non dell’anima. È l’azione dell’Io, non del corpo astrale. Lo Spirito, l’Io deve essere sveglio, non l’anima, non il corpo astrale. Questa energica azione dello Spirito si attua nella Concentrazione, la quale partendo dal dominio volitivo del processo pensante, si intensifica progressivamente sino a divenire Concentrazione profonda, e Contemplazione della pura forza pensiero libera di oggetto.

Questa è la radicale indicazione di Massimo Scaligero: la Via del Pensiero.

«Il vero esoterismo conduce l’Io al risveglio dell’Io. Veramente desto deve essere l’Io, che normalmente sonnecchia nel corpo astrale illecitamente desto. Illecitamente desto, il corpo astrale non consente all’Io l’esperienza diretta del pensiero, ma solo l’esperienza riflessa, che viene scambiata per esperienza diretta».

Massimo Scaligero, Meditazione e Miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 139.

Questa diretta azione dell’Io è al contempo un sempre più intenso risvegliarsi dello Spirito, e un restituire l’anima al suo stato primordiale: al suo riposare nel sonno divino. Il risvegliarsi dell’Io opera in profondità ad una trasformazione – ad una alchemica trasmutazione – delle forze essenziali dell’anima, produce un illimpidimento, una profonda kàtharsis dell’anima stessa. È il risveglio conoscitivo dell’essere spirituale che ha come conseguenza la trasformazione morale dell’anima, non viceversa. L’autentico stato di moralità dell’anima è il suo essere immobile, il suo sparire, di fronte alla presenza e all’azione dello Spirito.

L’equivoco delle varie «vie dell’anima» è il non rendersi conto che non vi può essere autentica moralità per un’anima la cui vita sia asservita ai sensi e al sistema nervoso. Non vi è stato di moralità verace per un anima paralizzata dal pensiero riflesso, dal pensiero dialettico. Non ci si libera dalla schiavitù dello stato di morte del pensiero, che produce il sonno narcotico dell’Io e l’illecita agitazione dell’anima, operando con l’anima sull’anima, ossia con la sentimentalità, con l’emotività mistica, oppure con le forze del volere caduto,  illudendosi di agire «magicamente». E ancor meno agendo sull’anima con forze corporee, come nello hathayoga, o con l’uso di farmaci e droghe: si giunge solo a corrompere ulteriormente le forze dell’anima. Follia pura è poi credere di raggiungere un qualsiasi risultato spirituale – magari illudendosi di giungere a “ricordare” vite passate e simili sciocchezze – sottoponendo l’anima a processi di ipnosi o di narcosi. Senza liberazione del pensare non vi è autentica vita sana dell’anima. Senza la Concentrazione non vi è liberazione del pensiero.

«Si supera l’inganno della dialettica, solo grazie alla disciplina iniziatica dei nuovi tempi, che è l’ascesi liberatrice del pensiero. Per intensificazione del proprio fluire cosciente, il pensiero può passare dallo stato riflesso a quello del suo reale dinamismo, pre-riflesso, in quanto si apre a se stesso, alla propria attività obiettivamente intuitiva, indipendente dall’organo cerebrale. Quando ciò si verifica, mediante la concentrazione o la meditazione, il corpo astrale comincia a entrare nel suo stato di calma, che tende a divenire assoluto, secondo il suo originario potere cosmico: comincia a realizzare una condizione identica a quella del sonno, cioè a dormire rispetto alla menzogna delle parvenze, che di continuo lo eccita: cessa di reagire soggettivamente alle parvenze. Cessa di essere sveglio rispetto alle futilità umane, alle ipocrisie e alle perfidie, alle crudeltà e alle sopraffazioni, così da funzionare come strumento della essenza-Logos che opera attraverso quelle. Ciò equivale a dire che il sistema nervoso entra in uno stato di calma perfetta e perciò di funzionalità secondo lo Spirito. […]

L’Io-Logos si desta là dove l’uomo è veramente se stesso, fondato su sé, libero. Il pensiero che libera se stesso dalla condizione riflessa, rendendosi indipendente dalla mediazione cerebrale, implica segretamente il moto vero dell’Io, il suo aprirsi alla propria essenza: svincola l’Io dalla identità con l’anima, onde l’anima si libera dalla falsa veglia, realizza se stessa come pace profonda.

Il sonno dell’anima è l’uso divino dell’anima da parte dell’Io. Ma là dove l’Io si congiunge con l’anima, questa viene elevata alla sua vera veglia. Dall’abbandono profondo di sé all’essenza, l’anima ritrova la sua vera vita, la beatitudine segreta della comunione con il Divino,, onde si scioglie dalle tensioni umane: risolve l’angoscia e la paura con il proprio incontrare in sé il fondamento. In realtà essa sprofonda nella propria natura originaria: senza sforzo, perché  non deve andare oltre se stessa, ma scendere illimitatamente entro se stessa, lasciare ogni appoggio, senza temere la profondità, senza temere di riposare nell’assoluta identità con se stessa. Nel cuore non v’è limite alla profondità della donazione dell’anima umano, cioè al Divino. Per tale via, superato l’organo cerebrale, l’Io si congiunge con l’anima: supera l’abisso che separa l’anima razionale dal corpo eterico». M.S., ibidem, pp. 139-140.

Quindi il sorgere della Luce dello Spirito, il risvegliarsi dell’Io mediante la Concentrazione comporta necessariamente l’oscuramento della fallace luce dei sensi, lo sprofondare nel sonno dell’agitata vita dell’anima. Ma l’anima è legata in zone profondissime di sé alla vitalità biologica, al calore che emana da quella natura istintiva, che la tramortisce e la consuma. L’anima viene paralizzata da «terrore e spavento» – come lo chiama il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya – alla sola idea di abbandonare la prigione corporea. Il disciogliersi dall’oscuro «calore» della vita istintiva produce in lei una sensazione di «gelo» mortale, un venir meno delle basi stesse della vita, un aprire il varco all’esperienza della morte. E il Dio della Morte incatena l’anima al proprio degradante servaggio proprio attraverso questo «terrore e spavento». Per paura di morire – osserva acutamente Arturo Reghini – l’uomo rimane mortale. L’essere umano, legandosi alla natura corporea, ossia alla natura animale, rimane appunto animale e mortale. Perché alla fine del suo sentiero, il cui percorso si consumerà sin troppo rapidamente, c’è la tomba. Questo, gli piaccia o no.

E non è certo col ricorrere alle consolazioni di una religiosità sfaldata e sentimentale, o col darsi all’emotività mistica, che l’uomo può impedire la decadenza biologica, il progressivo disfacimento della sua personalità, le conseguenze devastanti della morte, alla quale egli è condannato sin dal suo concepimento nel seno della madre. È conquistando il «risveglio», e il «distacco» del suo essere spirituale, dell’Io, dalle categorie corporee, è realizzando la liberazione del pensiero ch’egli vince la passività e l’agitazione dell’anima. Tutto ciò all’anima schiava dei sensi, dell’intelletto cerebrale, della vitalità animale, appare come un «morire», ed ha ragione perché è un attuare attivamente e volitivamente quello stato di morte, che altrimenti irrompe in maniera devastante sull’uomo alla fine della vita. Ma qui vale, come ammonizione, il detto rosicruciano, riportato da Jakob Boehme:

«Chi non muore prima di morire, va in rovina dopo la morte!».

Massimo Scaligero mette in evidenza quanto questa situazione sia pericolosa per chi, nel cammino iniziatico, si fermi ad una parziale liberazione. Affrontare l’esperienza della «morte iniziatica» è qualcosa di molto più radicale che non l’affrontare il «sonno» della coscienza. La prova viene affrontata con un insonne lottare, con un combattimento senza quartiere contro il Drago, che normalmente divora le forze e la vitalità dell’anima. Trascriviamo alcuni paragrafi da un articolo che  Massimo Scaligero scrisse, sotto l’eteronimo di Maximus, nel III volume dell’Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, a c. del Gruppo di Ur, III ed., Edizioni Mediterranee, Roma,1971, alle pp. 345-349:

«A tale riguardo, possiamo dire qualcosa che noi stessi abbiamo sperimentato e che dal punto di vista del metodo ci sembra di fondamentale importanza. È dunque raggiungibile un punto, in cui si è liberi dal dominio della prakrti, senza però che l’Io si sia ancora realizzato nella vera, assoluta natura purushica. Questo è un punto che noi possiamo chiamare «neutro», perché si è in un certo modo «liberati», ma non ancora capaci di «liberare», ed è un punto realmente pericoloso, non soltanto perché il discepolo può cadere nel compiacimento e nell’abuso di una certa libertà conquistata, ma soprattutto perché, proprio in tale stato, si verifica nella vita fisio-psichica di lui un arresto della direzione naturale di ogni suo processo vitale, ossia si verifica una interruzione nel ritmo di quella vita fisica intesa nel senso normale che, non disturbata da un’esperienza trascendente, passa generalmente da un rigoglio di giovinezza ad una vigoria nella maturità e ad un lento decadimento dopo l’età matura.

Avvenendo tale arresto, l’individuo ha la sensazione di un vacillare pauroso delle proprie forze fisiche e sente impellente la necessità di attingere energie vitali per sorreggere ed animare la propria esistenza corporea. Egli si riconosce, da quel momento, come un «lottatore contro la morte». E qui si presenta il pericolo di una insufficiente conoscenza, perché due vie gli si offrono per alimentare con ancora energia vitale le radici della sua vita fisica: una via dal basso e una via dall’alto. Ma quella dal basso è più facile e molti metodi magici, a questo punto, sono pronti ad aiutare il «lottatore contro la morte» il quale, continuando a mantenere la sua posizione di distacco, potrà salvare la propria vitalità fisica venendo ad un «patto» con delle forze «infere», dalle quali potrà effettivamente assorbire calore ed energia tanto da superare l’interruzione. E questo può essere il principio di gravi deviazioni.

Ma c’è l’altra via, quella solare, la via per cui «il lottatore contro la morte» porta a compimento il distacco ricongiungendosi con quella forza, che è la vera essenza originaria del suo spirito, che è il purusha correlativo non ad una prakrti particolare e mentale, ma all’intera prakrti, il che vale a dire, più o meno, a tutto l’ordine manifestato. Allora il punto neutro egli può superarlo, perché dall’alto gli viene una forza capace di compensare lo squilibrio, di sostenere ed animare la sua vita, producendo una trasformazione profonda di tutto l’essere. Chi ha provato il pericolo dello sprofondamento nelle tenebre da cui in effetti possono giungere calore e luce tenebrosi, ed ha avuto la forza di resistere al fascino di questo calore e di questa luce che lo spingerebbero ad un fruimento dionisiaco, il quale gli diverrebbe poi una necessità continua per la vita e il gusto della vita, può veramente comprendere quale sia la direzione solare, la direzione purushica, e cercar di attingere su di essa l’autentico calore e l’autentica luce». M.S., ibi, pp. 346-348.

Tutta l’opera in definitiva consiste nella lotta che il Purusha, l’Io, il Soggetto puro, deve condurre per liberarsi dagli avvolgenti, illudenti, e narcotici legami con la prakrti, ossia con quella «natura», che può manifestarsi in forme rozze e volgari, oppure sotto aspetti mistici, intellettuali, magici, comunque asserventi l’essere umano. Che importa all’Avversario se, per tenere legato l’uomo, debba usare ceppi e catene d’oro o d’acciaio. E forse una catena di «mistici» petali di rosa lo può incatenare ancor meglio di una rozza e rugginosa catena di ferro. Occorre illimitato coraggio per scegliere di diventare un «lottatore contro la morte», ed occorre coraggio e tenacia a tutta prova per persistere in tale Via eroica, innamorarsi della Concentrazione, rinnovare ogni volta lo slancio affinché la volontà nel pensare faccia sì che l’anima, la sua agitazione, vengano portate al «silenzio», alla totale «immobilità», al «sonno». E nell’Aurora risorga, sveglio, l’essere dell’Io.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

VEGLIA E SONNO. LA VIA SPIRITUALE E I SENTIERI ERRANTI DELL'ANIMA

Michae e Arcobaleno

Regnum celorum vïolenza pate.

Dante, Par. XX, 94.

La condizione di coscienza dell’essere umano nella vita ordinaria è una condizione veramente contraddittoria. È una condizione contraddittoria perché egli dorme là dove dovrebbe essere sveglio ed è sveglio là dove invece egli dovrebbe essere capace di sonno profondissimo.

Ma quale è questa contraddittoria condizione umana? Egli non è mai, o lo è ben raramente, attivamente, ossia realmente, attivo, ossia egli non è – come sarebbe logico, normale e giusto che fosse – il soggetto attivo che autonomamente e liberamente agisce, bensì è passivamente attivo. L’uomo è agitato, viene continuamente agitato: egli è continuamente attivo, ma non lui è il soggetto attivamente  agente, ossia egli viene agito nell’anima da un altro essere ch’egli non è. Nella sua passività egli viene agito da un entità antispirituale a lui straniera, aliena, per cui egli viene alienato alla propria autentica essenza, e scambia per autonoma spontaneità quel che in lui viene agito dall’«esterno».

«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui. Moto semispento dell’Io che, tuttavia, tende alla sua riaccensione pura: impegna la coscienza sino a che, attraverso la contraddizione insita nel suo essere forma del non-essere, essa decida farsi forma del proprio essere».

Così Massimo Scaligero, nel suo Trattato del Pensiero Vivente, Cap. 10, Tilopa, Roma 1979, p. 31.

L’anima è illegittimamente sveglia, ma lo Spirito dorme. L’anima agitata  – continuamente mossa dall’ente antispirituale esterno   – è anche troppo sveglia, ma lo è a prezzo della paralisi e del sonno dell’Io, dello Spirito, ossia del Soggetto vero. Infatti, Massimo Scaligero così mette in evidenza la condizione del passivo e trasognato pensiero riflesso:

«Il pensiero astratto, che è l’ordinario, non è il pensiero in cui l’Io può pensare, ma ciò che condiziona l’Io secondo la riflessità mediata dalla natura corporea. Non l’Io pensa il pensiero, ma l’anima legata alla corporeità: la quale vuole se stessa attraverso l’anima, per il fatto che può divenire pensiero: invertendo il senso radicale della vita dell’uomo. È l’inevitabile passività del pensiero che normalmente viene pensato in quanto tagliato fuori dalla incorporea corrente di vita da cui nasce, perciò contraddicente la propria natura spirituale». M.S., Ibidem, p. 31.

E aggiunge, nel successivo capitolo undicesimo, parole esplicite:

«Anche nel pensare logicamente articolato e più razionalmente consapevole, l’Io in realtà non va oltre uno stato di sogno, in quanto non esprime il proprio essere, bensì ciò che di esso viene riflesso dallo strumento fisico del pensiero e dalla correlativa condizione della coscienza. Condizione analoga a quella del sogno, che è mondo estrasensibile riflesso dalla corporeità, e perciò immediatamente tradotto nel simbolismo tratto dall’esperienza sensibile.

Nella coscienza di veglia non si è veramente désti, ma si ha il principio dell’essere désti: le immagini sono suscitate non da uno sperimentare sovrasensibile, come nel sogno, che la coscienza ordinaria non può seguire direttamente, ma da un’esperienza sensibile che la coscienza può seguire per il fatto che è coscienza di tale livello. Si può dire che nello stato di veglia il sognare coincide con lo sperimentare sensibile della coscienza.

In realtà, l’Io sogna il suo stato di veglia e lo sognerà finché il pensiero cosciente non si avvivi della incorporea corrente di vita che gli da modo di essere pensiero: vivendo il proprio essere, non alienandosi nel proprio riflesso: non facendo di una immagine sognante il mondo, bensì realizzando lo stato di veglia verace: il livello dell’Io, a cui di continuo si appella.

L’Io può suscitare nel pensiero il proprio superiore stato di veglia, se consciamente riconosce nel pensiero fluente l’essere del mondo, in cui ogni volta l’intuire predialettico diviene risveglio del suo potere originario». M.S., Ibidem, pp. 34-35.

Infine, nel capitolo tredicesimo del Trattato, Massimo Scaligero, dipinge senza infingimenti questa contraddittoria condizione dell’assottigliata e poco consapevole coscienza umana:

«Nel pensiero riflesso, nel pensiero che non si manifesta come forma di sé, ma solo come forma di un «contenuto», che sembra darsi e simultaneamente chiudersi nella sua alterità, l’Io è semplicemente sognante. Nel pensare riflesso, in effetto manca il soggetto pensante, essendo esso stesso riflesso, ossia meramente pensato, come tutto ciò che, in quanto pensato, non è: riportato perciò al sentire corporeo. Di cui, tuttavia, anche quando non si avverte, si sa mediante pensiero.

In sostanza, pensando l’apparire minerale, si pensa qualcosa che già come immagine del mondo è tessuto di pensiero: assorbito in un’oggettività che si crede avere, ma non si ha, perché si ha come appare: riflesso di un riflesso. Onde ciò di cui è duplicemente riflesso, è ignorato. È ignorato il Logos del mondo, la vita radicale del pensiero e di ogni ente.

Perciò si pensa il nulla: che, soltanto dopo la morte, si vedrà come il nulla, che si è creduto di percepire, che si è pensato e per cui si è gioito e sofferto. Ma è il pensare il gioire e il soffrire attraverso cui l’Io comincia, sia pure ottusamente, a operare». M.S., Ibidem, p. 39.

Unica terapia a questa contraddittoria e patologica condizione della coscienza umana è la Concentrazione. Perché nella Concentrazione viene intensificato il momento volitivo della genesi per pensiero. Indipendentemente dalla suggestione della potente percezione sensibile, il pensare nella Concentrazione viene così volitivamente intensificato nel suo momento produttivo, cosicché nell’univoca attenzione pensante si accende la coscienza del momento genetico del pensare e si attenua progressivamente il risuonare della sfera sensibile: il soggetto pensante – in un’attiva dis-trazione – giunge a svellersi da quel risuonare essa e a completamente spegnerlo, come nel sonno profondo.

Nella Concentrazione, che si intensifica progressivamente sino a realizzarsi come Contemplazione della fluente forza pensiero, si realizza una condizione che per la coscienza è invero positivamente paradossale. Mentre nella usuale coscienza dell’uomo ordinario si è passivamente attivi, ossia si viene agiti – alienati, ossia resi diversi e stranieri rispetto alla nostra propria essenza – dall’azione di entità antispirituali, operanti contro la possibilità di autocoscienza e di libertà dell’uomo, nella Concentrazione e nella Contemplazione pensante si giunge ad essere attivamente passivi: l’attiva forza dell’Io nel suo progressivo intensificarsi riesce a rendere immobile, inattiva, progressivamente passiva, la percezione sensoria, mentre l’autocoscienza – la percezione di sé dell’Io, diviene sempre più dinamicamente attiva. E sveglia.

Dunque la coscienza ordinaria, passivamente attiva, è sveglia per la coscienza sensibile e dorme per quella spirituale, mentre la coscienza superiore, conquistata mediante Concentrazione, Meditazione, Contemplazione, è sveglia – sempre più sveglia – per la coscienza spirituale, ed ha la forza attiva di rendere inattiva, passivamente dormiente l’usuale coscienza sensibile.

Si potrebbe dire, in estrema sintesi, che la Via è avere la forza di attivamente dormire senza dormire, e altrettanto attivamente morire senza morire.

Per questo è inevitabile passare attraverso la Via del Pensiero, perché essa è l’unica Via nella quale lo Spirito agisce su se stesso con mezzi attivamente spirituali, e non ci si illude che si possano oggi realizzare mutamenti o risvegli spirituali mediante operazioni corporee (asana, pranayama dello hathayoga, uso di droghe o “acque corrosive”, etc.) o addirittura mediante un uso magico del sesso (sia nelle forme orientali tradizionali tantriche indiane del dakshinachara e del vamachara, sia nelle forme taoiste, sia nelle attuali degenerazioni occidentali crowleyane e simili o nelle forme dello pseudotaoismo arimanizzato come in Mantak Chia, che tanto piace ad europei e americani alla ricerca di nuove ed esotiche vie facili alla potenza e all’impune soddisfacimento della brama erotica).  Più sottilmente insidiosa – e talvolta in molti essa si dimostra ancor più lividamente avversa alla Via del Pensiero – è, invece, l’illusione che si possa agire con l’anima sull’anima per ottenere autentiche realizzazioni spirituali. In tal modo – agendo in maniera passivamente attiva con l’anima sull’anima – si giunge a generare «emozioni» più o meno forti (che poi è quello che molti vanno cercando nella ricerca sedicente spirituale): emozioni che, ripetute, vengono emulsionate, o “saponificate” (per dirla col gergo tecnico dei chimici), sino a che “montando” come la panna, esse arrivano a invadere tutta l’anima e a diventare non di rado ingovernabili. E altrettanto non di rado possono sfociare in forme di visionarismo medianico, in istintività più o meno travolgenti e sfaldate, come molte volte – troppe volte – ho avuto modo di constatare direttamente.

Né l’operare mediante forze corporee, né l’operare mediante forze animiche sono autentica azione spirituale, perché comunque in tale stato di passiva attività si viene agiti da entità spirituali estranee, non conosciute, ostili all’autocoscienza e alla libertà dell’Io nell’uomo. Il pensare è l’unica forza che superi i limiti soggettivi dell’anima, e il volere nel pensare è l’unica forma di volontà veramente cosciente e libera.

L’anima è ammalata di soggettività, e il dramma è ch’essa è patologicamente innamorata di questa sua intossicazione, che la esalta e la deprime, la eccita e la usura nella ricerca sentimentale di una sognata e in tale maniera irraggiungibile felicità o nel tentativo di appagamento della propria animale istintività. Il tutto manifestantesi nelle più diverse forme: da quelle più esplicitamente volgari, a quelle intellettuali e sentimentali, e persino mistiche e devozionali. Il limite è sempre il medesimo: la condizione di acuta soggettività dell’anima, e l’innamoramento dell’anima nei confronti delle proprie catene, della propria prigione. Sino al punto di temere e odiare la liberazione. Sino al punto di temere e avversare la Concentrazione.

Lo ha rilevato anche Isidoro in una sua recente risposta a Milarepa :

«Per principio e pure per un po’di logica ESTREMA: non v’è spiegazione ragionevole all’accanimento costante e continuo espresso contro questa disciplina, che è di base, che è, a suo modo, semplice e facilmente riconoscibile come necessaria. Se poi ad essa si oppone la mala pianta di un banale sentimentalismo, in realtà del tutto estraneo all’esoterismo di qualsiasi tempo e che non esistette neppure nel robusto misticismo dei secoli passati, non è impossibile intuire un ampio attacco contro l’umana capacità di afferrarsi allo Spirito».

Ma l’anima ammalata di soggettività non trova l’accesso al Mondo Spirituale: ne viene impedita o severamente respinta. Normalmente, soprattutto nelle comunità spirituali che non pongono al centro l’assoluta necessità della liberazione del pensare dalla condizione di tramortita riflessità, che lo incatena al sistema nervoso e ai sensi, ci si fanno le più rosee illusioni in proposito. Il sentimentalismo e il più sfaldato misticismo – che nulla ha a che vedere con l’eroica e sapiente Mistica di secoli fa – si accompagna ad una fiacchezza della volontà, ed è portato a giustificare con molti pensieri, apertamente o larvatamente, questo punto di vista umano-troppo umano, per dirla alla Nietzsche. A tale proposito, le parole di Massimo Scaligero sono estremamente severe e non lasciano spazio ad equivoci di sorta:

«Il punto di vista umano che domina l’umano è la barriera effettiva tra umano e Superumano. L’a-umano è in effetto la caratteristica delle Entità Spirituali, o delle Gerarchie: l’assoluta impersonalità: una condizione umanamente inconcepibile, che può essere presentita soltanto mediante intensità interiore dell’anima, sino al limite  di impressioni di
estatica beatitudine, o di vuoto, o di spavento. Tutto ciò che nell’anima umana si svolge come gioia o emozione dello Spirituale, è per solito un arrangiamento personale, praticamente utile, ma irrelato almeno immediatamente, allo Spirituale. Le forze originarie del pensare, del sentire e del volere, che scendono come impulsi cosmici dalle Gerarchie, nella loro sostanza sono assolutamente impersonali: divengono un fatto personale nell’uomo. Divengono una maya. […]

L’ uomo crede erroneamente che lo Spirituale sia quello che egli si aggiusta dentro di sé: ma proprio questo spirituale arrangiato nella psiche, deve sparire, se al suo luogo deve esserci autentico contenuto spirituale: se vuole che il reale Sovrasensibile penetri nell’anima. Ma a ciò il veicolo attuale dell’uomo è la  l i b e r t à. Un energico sforzo di liberazione dell’Io dall’antica anima senziente-razionale, mediante l’ascesi del pensiero, è richiesto all’iniziato moderno. […]

Normalmente l’anima si difende dallo Spirituale, ma può accedere ad esso mediante discipline di concentrazione e di meditazione, ove conosca il reale còmpito di queste, che è proteggerla dalla travolgente impersonalità, propria alla forza autentica dello Spirito. […] L’asceta moderno può accedere all’esperienza dell’Impersonale spirituale, direttamente, vivificando e rettificando, mediante il potere del pensiero liberato, cioè reso non dialettico, l’elemento p e r s o n a l e. L’io, non l’anima, si deve aprire al Divino. L’Io deve essere rafforzato al punto che nella sua forza  si manifesti il Principio trascendente. Per un eccesso volitivo di sé, suscitato mediante la pura forza-pensiero, l’elemento personale consegue il proprio trascendimento. Ogni fuoriuscita dal limite personale, che non si verifichi grazie a un tale rafforzamento, è inevitabilmente un fatto medianico, quale che sia la dignificazione esoterica di cui si rivesta».

M.S., Reincarnazione e Karma, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 66-68.

Le parole di Massimo Scaligero più chiare non potrebbero essere, e in verità sono un energico rimedio terapeutico nei confronti di tutti gli sfaldamenti mistici e sentimentali, che emulsionando crescono sempre più allorché in una comunità spirituale vanno liquefacendosi e sfrangiandosi la tensione spirituale, la coscienza della mèta e la consacrazione della volontà. Sono parole energicamente disilludenti per quel misticismo sentimentale di quanti – temendo la travolgenza dell’esperienza spirituale autentica e la sua impersonalità – si arrangia una più umana e comoda «via dell’anima» e, distorcendo e mutilando le parole di Massimo Scaligero, tacciano calunniosamente di «via del sublime egoismo» quell’aurea Via del Pensiero, che non hanno la forza e il coraggio di percorrere. Per rincarare ulteriormente la somministrazione delle dosi nella cura d’urto nei confronti della soggettività dell’anima, che Massimo Scaligero ha donato al pavido, sentimentale, istintivo e accidioso uomo attuale, riportiamo un piccolo florilegio di sue citazioni particolarmente eloquenti:

«Come si è mostrato nel capitolo precedente, l’accordo tra il pensiero e la volontà dischiude all’Io la via del cuore: il flusso della corrente del cuore risponde alla discesa dell’Io, con un potere rinnovellato del sentire normalmente assoggettato all’ego: il potere della beatitudine, mediante il quale l’anima non abbandona il livello per il quale è immersa nel sonno, o nella calma profonda, ma dona questa all’Io come veicolo del suo estrinsecarsi nel mondo. L’io realizza come sua veglia superiore il sonno di luce dell’anima, che sorge come beatitudine. La luce si desta nella tenebra: è l’aurora dell’anima».

M. S., Meditazione e Miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 131.

«Perché l’Io possa operare nell’anima, questa deve essere portata alla «immobilità» metafisica, deve cessare di agire sentendo se stessa. Deve rientrare nel sonno profondo, per essere desta solo là dove l’Io si unisce ad essa. La vita può essere vissuta nella sua pienezza in quanto esperienza dell’Io, e perciò come espressione delle forze possenti che si destano nell’anima, fluendo dal Logos. La brama di vita di solito paralizza questa possibilità: la gioia che essa comporta è effimera, cela il disinganno e il dolore». M.S., Ibidem, pp. 131-132.

«La saggezza che l’anima deve acquisire mediante le discipline, è non prendere alcuna iniziativa, ma lasciarla all’Io. È l’Io che deve, portando l’anima a non sentire se stessa, così come l’occhio non sente se stesso onde sia possibile il vedere. Siamo ormai entrati nel tempo in cui non l’anima può aprire il varco al Logos, ma l’Io. Che equivale a dire: la parte dell’Io che opera nell’anima e s’identifica con la funzione senziente e razionale di essa, deve aprirsi alla propria entità superiore, all’Io spirituale: deve volersi secondo il proprio essere superiore nell’anima. Allora si ridesta nell’anima la beatitudine delle origini: entra in azione la Vergine Sophia. Destandosi dal sonno millenario. Essa soltanto, unendosi all’Io spirituale, può dargli modo di penetrare e di trasformare l’umano. Dal connubio, Io-Vergine Sophia, nasce immediato il potere del miracolo, la serie dei miracoli, di cui necèssita il mondo. Un simile connubio si può riconoscere come il contenuto occulto del Graal». M.S., Ibidem, pp. 134-135.

«Solo con il Logos l’anima può essere desta. Prima dell’azione del Logos, prima del discendere del fuoco dell’Io, l’anima dovrebbe cooperare all’opera dell’Io permanendo in stato di sonno, vietandosi di essere sveglia. Sveglia deve essere soltanto la zona in cui l’Io già incontra la luce dell’anima. In realtà, ogni movimento del corpo astrale che l’uomo subisce nella quotidiana esperienza, sotto forma di sentimento, emozione, istinto, fatto psichico, è patologico, in quanto esprime l’attività del corpo astrale, priva della centralità dell’Io. Soltanto la presenza dell’Io dovrebbe destare l’attività del corpo astrale, che ogni volta dovrebbe rientrare nel suo stato d’incoscienza, o di sonno, per essere veicolo della cosmica azione dell’Io nell’anima. L’uomo è calmo, positivamente cosciente, quando il suo corpo astrale non si fa sentire. Il corpo astrale opera secondo la saggezza che gli è innata, se viene portato alla calma della sua metafisica incoscienza: la calma è il suo tessuto segreto, ma la sua sostanza essenziale è amore. Perché questo amore si esprima, deve passare per la calma profonda, la pace essenziale: ma il potere di tale amore e di tale calma esige che il corpo astrale non senta se stesso, non operi invece dell’Io, non sia desto in luogo dell’Io, ma agisca dal riposo della sua incoscienza: così da lasciare all’Io il compito di destarlo ogni volta secondo la richiesta dello Spirito.

L’amore ordinario, il sentire affettivo, sono un continuo surrogato dell’essenziale amore, dell’essenziale sentire, in quanto l’astrale, illegittimamente desto, ossia desto non secondo l’Io, sente se stesso, credendo di sentire il mondo: in realtà si oppone allo Spirito. Il sonno del corpo astrale risponde ad una forma superiore di coscienza. Solo chi nel pensiero supera l’anima razionale, può gioire della trascendente coscienza del corpo astrale, rispondente al livello del sonno: può conoscere la mirabile calma del corpo astrale la calma difficilmente concepibile secondo misura umana. È la perfetta equanimità, di cui si è detto nelle pagine precedenti, a proposito della superiore esperienza del Logos, onde il Logos viene riconosciuto determinante, dall’essenza, la vita di ogni ente, o cosa, o evento. L’eco di un’antica esperienza «spontanea» di tale calma si può ritrovare nei testi taoisti – dove peraltro il Tao è continuamente intuito come essenza di ogni ente e di ogni universo – e negli insegnamenti del Buddhismo Zen. Tali insegnamenti non sono più metodologicamente validi per l’asceta moderno, che tuttavia può giovarsi di essi come temi d meditazione. L’asceta moderno, ove consegua la liberazione del pensiero e ascenda alla sua luce vivente, non solo realizza in sé tutto ciò che è contenuto in quegli insegnamenti,  ma soprattutto il principio Logos individuale, decisivo per la reintegrazione umana, al quale quelli non potevano far riferimento». M.S., Ibidem, pp. 136-137.

E questo fia suggel ch’ ogni uomo sganni.

Dante Alighieri, Inf., XIX, 20.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL "GRUPPO DI UR" E L'ORIENTE : IL PROBLEMA CUI SEMPRE SI SFUGGE

UR copertina

I miei cari amici Savitri e Isidoro, oltre a vessare e cloridricamente irridere il sottoscritto per le sue “melanconiche, dolcissime insonnie notturne”, hanno, eziandio, la impietosa perfidia di inguaiare il povero Hugo, promettendo al “colto e all’inclita” – senza minimamente consultarlo preventivamente, mi par ovvio e giusto – ch’ei avrebbe risposto alle lor domande tutte, proprio tutte, per quanto difficili, insidiose e intricate esse possano essere. È proprio il caso di dire che “da Savitri, Isidoro, e da cotali amici, vi guardi e lo guardi Iddio, ché da’ nemici d’ogni sorta e risma si guarda da solo (e, se gli riesce, vi guarda pure) il povero Hugo”. Ma, bando alle celie, e veniamo alle questioni sollevate da alcuni amici, affezionati lettori del Blog.

Milarepa pone una questione di non poco conto, ossia come vediamo le discipline del Buddhismo Vajrayana, e nella fattispecie quelle esclusivamente meditative. Egli fa poi considerazioni varie e pone alcune domande circa le discipline che dai diversi autori vengono indicate in UR. Altre considerazioni e valutazioni son state fatte da Iagla, da Balin, da Mir 83, da Prologiov, da Marzia, talché conviene dare un’unica risposta estesa a loro ed anche ad altri lettori non scriventi.

Vi sono due punti che il ricercatore spirituale deve avere chiari al massimo grado.

Il primo punto è saper bene chi fa che cosa. Perché non è affatto vero che tutti possano fare tutto: non è affatto vero che gli esseri umani siano tutti uguali, e nemmeno i cercatori dello Spirito lo sono tra di loro. Tra gli animosi cercatori dello Spirito vi sono differenze di comprensione, di forza interiore, di maturità spirituale e morale. Non tutti si possono permettere tutto.

Da questo punto di vista, innumerevoli sono le illusioni che gli umani si fanno a tale proposito. Ed innumerevoli pure le confusioni che essi fanno. Per esempio, un amico – che dopo oltre trent’anni di Scienza dello Spirito dovrebbe avere le idee più chiare – mi scriveva mesi fa  a proposito di discipline orientali da lui conosciute abbastanza tardi e non sistematicamente, che: «Studiando e studiando, le vie dei Sutra, dei Tantra, lo Dzogchen ed altre cose amene, mi accorgo sempre più di una cosa: ma se uno va a guardare fino in fondo, le differenze dottrinali, conoscitive e sapienziali, anche quelle tra le varie scuole e lignaggi, se guardi bene bene: ma che differenza c’è tra la Mahamudra che Tilopa insegnò a Naropa e lo Dzogchen, che pare addirittura sia stato lo stesso Tilopa a sollecitarne la conoscenza e la diffusione? A leggere il Grande Sigillo, o il Tesoro dei Cantici o i Tantra Dzogchen di Indrabhuti o Padmasambhava, mica c’è differenza, né di approccio, né di finalità, e il terzo tempo della concentrazione steineriana-scaligeriana, mi pare la si possa considerare esattamente identica: solo i termini dialettici sono diversi, come lo sono le nostre teste, diverse da quelle di allora. Ma è l’identica cosa!»

E invece no, proprio no, non è affatto l’identica cosa: né come approccio, né come finalità vi è identità con la Via del Pensiero che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno portato per la prima volta al mondo. La differenza c’è e grande, ed è fondamentale, anzi cruciale, sperimentarla. Io provengo dalle Vie dell’Oriente, Vie che ho appassionatamente amato e seguito con ardore e disciplina nella mia adolescenza, sino a quando incontrai Massimo Scaligero. Ho sperimentato sulla mia orsolupesca pellaccia la differenza radicale tra le antichissime e le meno antiche discipline dell’Oriente, e la Scienza dello Spirito, tra la sadhana yoghica, quella buddhista theravada, mahayana, zen e vajrayana, e la Via del Pensiero. Ed anche tra le discipline shivaite e taoiste e l’esperienza del pensare liberato. Ma il cogliere tale radicale differenza è un atto interiore, che dipende dalla forza interiore e dalla maturità spirituale. È un atto interiore, non una convinzione intellettuale o sentimentale, costruita e giustificata dialetticamente con ragionamenti e deduzioni logiche. Ragionamenti e deduzioni logiche, per quanto intelligenti e appropriati, nulla diranno a chi, per mancanza di forza e maturità spirituale, non apra il varco a quell’atto interiore, all’intuizione folgorante che invera in un momento indicibile l’esperienza dell’identità cosciente con l’essere originario del pensare.

Io ho molto amato le Vie dell’Oriente ed ho per esse profonda venerazione. So che esse hanno donato conoscenze e realizzazioni autentiche, ma ciò non vuol dire che tali conoscenze e realizzazioni siano identiche a quanto viene realizzato nella Via del Pensiero. E non vuol dire che tali nobili Vie siano – in quella forma – ancor oggi attuali.

Alla suddetta affermazione, un tantinellino “ecumenica”, del mio amico circa l’essenziale identità, e in qualche modo intercambiabile funzionalità delle varie discipline, che ai suoi occhi apparivano tanto simili, da sembrare identiche, mi trovai costretto a rispondere: « Pare la stessa cosa”, Lei dice Don Ciccillo? Dice un adagio emiliano che “apparire e non essere, è come filare e non tessere”! Non solo non sono la stessa cosa, ma come ‘discipline’ sono addirittura polarmente opposte. Certo che vi è un’affinità nell’espressione dialettica, che appare persuasiva, ma al di là di una tale affinità, i contenuti reali – a mio immodestissimo parere – sono e restano diversi».

Questo desiderio di “ecumenica” unanimità può portare a fatali confusioni. Ad esempio, il mio amico Don Ciccillo di Scurcola Marsicana, sosteneva nello scrivermi che «la percezione cosciente e consapevole della propria Coscienza, del proprio Io immanentemente presente eppure trascendente della Mahamudra, non mi pare dissimile dalla esperienza dell’Io».

Non potei che rispondere a mia volta che, come afferma Massimo Scaligero: «”Non basta che l’Io sia, occorre essere l’Io”. Hai l’esperienza dell’Io? Allora non hai nessun bisogno né di Mahamudra, né di Dzogchen!».

Io non sono affatto contrario a che il libero cercatore tenti le più diverse esperienze spirituali, ed io stesso – sulla mia stessa orsolupesca pellaccia e a mio totale rischio e pericolo, senza coinvolgimenti altrui – ho affrontato le esperienze che ho ritenute necessarie al mio cercare. E, sempre al mio stimatissimo amico dovetti far presente che: «Se è per questo, io ho letto moltissimo, studiato moltissimo, cercato moltissimo, ma UNA sola è l’esperienza radicale che ha retto alle verifiche più spietate». Malgrado le speranzose affermazioni del mio amico scurcolano Don Ciccillo, non si giunge a realizzare l’esperienza dell’Io attraverso la pratica della Mahamudra o dello Atiyoga Dzogchen. Semmai è l’esperienza cosciente – e indipendente da ogni tradizione – dell’Io che permette di realizzare l’esperienza della Mahamudra e del Vajra, non viceversa.

Il simpatico Don Ciccillo scurcolano non era granché daccordissimo con le mie disilludenti affermazioni, e sosteneva che il Buddhismo può donare l’esperienza dell’Io, che: «comunque credo, anzi son certo che il concetto di Anatman nel Buddhismo sia inteso relativamente alla costituzione dell’uomo di allora, al sé contingente che ancora ci portiamo dietro. Se leggi Tilopa, Tilopa parla dell’Io parla all’Io. Il Grande Sigillo, il Tesoro dei Cantici sono veramente un tesoro, anche per noi razionali, occidentali, pensanti cerebrali».

Questa affermazione è rigorosamente una fiaba, perché se c’è una cosa che il Buddhismo ha costantemente combattuto nei suoi 2600 anni di storia, in tutte le sue scuole, è proprio il concetto dell’Io. Porterebbe alquanto lontano dire il perché e il per come di una tale costante negazione, ma non potei rispondere altro che le cose non stavano affatto a come, in speranzosa totale buona fede, se le dipingeva il mio amico scurcolano, e dirgli: «Il Buddhismo è preciso, e non si può fargli dire quel che non dice, e leggervi quello che ci mettiamo noi dentro, giusto o sbagliato che sia. Io non dico che l’esperienza del Buddhismo non sia giusta – io vengo da quella esperienza – ma non si può proprio far dire al Buddhismo quel che questo non dice. Nessun buddhista Theravada, Mahayana o Vajrayana, nessuna Scuola, neppure il Chan cinese o lo Zen giapponese sottoscriverebbe – a ragione o a torto che sia – una affermazione come la tua. Sarebbe come se tu dicessi che su un monte una persona posta, sull’altro lato del monte rispetto a te, vede quello che vedi tu, perché “tanto il monte è lo stesso”. No, non è così. Molta confusione è nata dall’unanimismo approssimativo che molti teosofi, hanno fatto a partire dalla fine dell’Ottocento. Loro, cominciando da Henry Steel Olcott, compassato Presidente della Società Teosofica, pretendevano di sapere meglio degli asceti buddhisti quel che tali asceti pensavano. Io sono estremamente contrario a queste forme di sincretismo esoterico. Uno è libero di seguire – e seguire sino in fondo – una Via rispettabilissima come il Buddhismo, ma è tutta un’altra cosa rispetto alla nostra Via, che è e rimane diversa. Varie vie – ma non tutte – portano a Roma, ma è impossibile percorrerle contemporaneamente, e  anche quelle che portano a Roma non portano alla mèta se vengono percorse in senso contrario!».

Il secondo punto è rendersi conto – con spietata sincerità nei confronti di se stessi – di che cosa spinge il ricercatore spirituale ad accomodarsi la via spirituale, ossia ad adeguarla alle esigenze della natura egoica. Da tale natura egoica nascono e prosperano molte illusioni e confusioni. Le confusioni sono sempre di origine sentimentale e intellettuale. Il più delle volte provengono da una forma, ben comprensibile, di “innamoramento” cui viene data una formulazione intellettuale, servendosi degli strumenti della logica, della dialettica e talvolta di una notevole erudizione. Massimo Scaligero sempre di nuovo ribadiva il fatto che “l’idea di un’esperienza spirituale non è l’esperienza spirituale stessa”. Sicuramente le pratiche buddhiste della consapevolezza del Satipatthana, le discipline del Samatha e del Vipassana, il Samadhi e la Bodhi, ossia tutte le discipline di attenzione, di dominio del mentale e del processo pensante sino alla sua cosciente estinzione, l’esperienza dell’Estasi e dell’Illuminazione folgorante, sono eventi e realizzazioni molto elevate, ma per l’uomo attuale – occidentale, e oramai anche orientale – sono idee, inizialmente unicamente idee, e non realtà. Unica realtà è l’ideare che li immagina. Ma tale ideare è cosciente? Ossia, è cosciente della forza e del momento genetico dell’ideare tali realizzazioni? Tale ideare, il suo tessuto di luce, la sua forza, il suo folgorante momento intemporale, sono ben più importanti delle ideate, e spesso sentimentalmente mitizzate, “esperienze” e “realizzazioni” mistiche e magiche, orientali e occidentali, antiche e moderne.

Di fronte all’indicazione della Via del Pensiero – mostrata nella sua scarna e spartana asciuttezza – molti rimangono delusi, perché sentono sgonfiarsi l’enfasi mistico-sentimentale, o la galvanizzazione mitico-eroica, che non è la realtà delle antiche Vie, bensì la loro irreale rappresentazione psichica, e non spirituale, generata da un pensare sognante, idolatricamente sentimentale e istintivo. Lo stesso problema si pone, oggi, a coloro che accostano le dottrine e le discipline esposte nei fascicoli della rivista UR, che Massimo Scaligero volle venisse ripubblicata.

Mir 83 chiede il perché delle resistenze alla ripubblicazione dei tre volumi, fedeli all’edizione degli Anni Venti: «Non capisco, se il fatto di smettere di pubblicare, anche dopo la decisione di Scaligero di ripubblicare la versione del 27, sia da imputare a “resistenze” insite nella città eterna oppure addirittura a livello nazionale; tanto da non interessare nessuna casa editrice della penisola. Non posso conoscere gli eventi per ragioni anagrafiche e spazio temporali ovviamente, ma il tutto mi sa tanto di blocco volontariamente messo in atto da chi considerava in un certo modo scomodo il lavoro effettuato illo tempore dal Gruppo di UR, anche perché non c’è motivo alcuno di diffondere grandi quantità di copie dichiaratamente rivisitate e modificate se non per altri scopi che vanno ben al di la dello scopo puramente editoriale di diffusione TALE E QUALE dei documenti».

Le “resistenze” alla ripubblicazione dei tre volumi di UR,  voluta da Massimo Scaligero, non sono tanto a livello nazionale – ove, anzi, molti cercatori spirituali sarebbero grati di potere rileggere quei testi introvabili –  semmai,  nella Città Eterna, sulla collina sacra al Dio Giano, vi è chi non ritiene auspicabile che i contenuti di UR vengano diffusi e conosciuti, e ancor meno praticati, ed ha esplicitamente dichiarata la sua intenzione di non ripubblicar giammai i tre preziosi volumi. Del resto non si ritiene auspicabile neppure  diffondere e ripubblicare TALE E QUALE l’Opera stessa di Massimo Scaligero, reputando che la Via in essa Opera indicata  – suis ipsissimis verbis relatum – sia una “via incompleta e superata”, e che le discipline di Concentrazione e di Meditazione in essa consigliate, da coltivarsi individualmente e fraternamente insieme, siano “pericolose” per l’«anima».

Venendo alle discipline di UR, occorre dire che esse hanno origini diverse, e che vennero indicate da personalità che seguivano sentieri spirituali diversi. Alcune di quelle discipline sono descritte in maniera indubbiamente fascinosa, e promettono molto al ricercatore spirituale. Ma, come nel caso delle discipline orientali, occorre ricordare – affinché la sadhana sia autentica e non illusoria – che non può essere saltato il momento ideante di quelle discipline. In Kundalini d’Occidente, Massimo Scaligero avverte che chi si dedica a discipline orientali o occidentali di tempi trascorsi, ha tanta possibilità di trarre da quelle discipline un contenuto vivente, e di giovarsene, per quanta liberazione del pensare dal supporto corporeo egli abbia concretamente conseguito.

Non può dunque, essere saltata la disciplina della liberazione del pensiero. E questa – checché ne dicano i romantici innamorati di un Oriente di maniera – è una disciplina ignota ad un Oriente, che ancora non ne aveva bisogno. Tale Oriente usava un luminoso e magico imaginare, ma non ne conosceva ancora la segreta virtù: la coscienza della informale forza imaginante. Ne accoglieva nell’astrale la luce da una sfera superumana, ma a quella sfera superumana originaria non poteva ancora accedere. Per cui quelle Vie erano ancora vie mistiche, che accoglievano il contenuto sacrale  da una ignota sfera trascendente. Quel contenuto sacrale – per quanto inverosimile ciò appaia ai “tradizionalisti” sognanti una irreale rappresentazione di un mondo trascorso – è presente nell’arido e apsichico atto del pensare puro. Nel pensare puro, coscientemente e intensamente voluto, è presente il potere nirvanico e atmico, che l’antico asceta accoglieva da una sfera trascendente.

Per questo l’atto del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, coscientemente voluto, è il meno accetto all’ego, il più faticoso, il meno fascinoso e gradevole. Massimo Scaligero ammoniva che non sono discipline particolari, od esercizi “speciali” ad aprire il varco all’esperienza sovrasensibile, bensì è l’esercizio che esige da noi il massimo della forza, l’esercizio per noi più difficile e faticoso, l’esercizio che permette al praticante di sviluppare il massimo della forza della volontà cosciente quello che porta alla concreta esperienza spirituale. Un tale esercizio è la Concentrazione. Il resto viene dopo: a condizione che la Concentrazione sia costantemente praticata con dedizione fedele, con stato interiore fervido, sacrale. Perché essa è l’azione più elevata che un essere umano può compiere sulla Terra, l’azione più radicale, coraggiosa ed efficace: quella più rivoluzionaria e trasmutatrice della tenebra terrestre.

Nell’incontro che ebbi con Massimo Scaligero, ebbi subito chiaro che se volevo realizzare samatha e vipassana, calma profonda e visione penetrante, dovevo passare attraverso la Concentrazione; se volevo realizzare prajna e karuna, sapienza trascendente e compassione, dovevo passare attraverso la liberazione del pensiero, attraverso la Concentrazione, e non viceversa. Se le discipline orientali, o certe discipline di UR appaiono più facili da praticare e più gratificanti, è proprio allora che vi è la necessità di una intensa, fervida e costante pratica della Via del Pensiero. Anche una disciplina come la “prattica dell’estasi filosofica”, indicata in UR,  oggi passa necessariamente per la pratica della Concentrazione, la quale soltanto porta alla liberazione dai vincoli somatici, dal supporto del sistema nervoso, e al Silenzio. Deve essere l’Io a praticare l’Ascesi Solare, non il corpo astrale, ossia la natura egoica. Nella estraformale forza-pensiero che volitivamente pensa nella Concentrazione vi è tutto quello che sentimentalmente, istintivamente, idolatricamente, molti spiritualisti vanno affannosamente cercando nelle asana e nel pranayama, nei mantram e negli yantra, nei sutra, negli agama, nei tantra, nei simboli, nelle sciarpe ricamate delle iniziazioni massoniche e martiniste, nei riti della magia cerimoniale, nelle “catene” sufiche e persino nello sciamanesimo degli Indiani Lakota del lontano Montana, nelle pratiche devozionali di tutte le confessioni religiose. Cercano lo spirituale in ogni possibile oggetto di pensiero, ma non nella forza-pensiero con la quale pensano così tante belle cose. Si può dire che tutti – quasi tutti – temono ed evitano, con abile codardia, di diventarne consapevoli.

La Filosofia della Libertà e il Trattato del Pensiero Vivente sono l’autentico Rituale magico della resurrezione del Pensiero-Folgore: l’Iniziazione autentica.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

NOTE SUL GRUPPO DI UR E LA SUA RIVISTA

UR copertina

Marzia ha chiesto alcuni chiarimenti circa il Gruppo di UR.

È una storia abbastanza intricata per coloro che si accostano per la prima volta all’attuale edizione pubblicata da una casa editrice romana. Forse è buona cosa dare alcune notizie che possono gettare un po’ di luce su alcuni risvolti riguardanti la nascita del Gruppo di UR e sulla omonima rivista apparsa negli anni venti del trascorso secolo. A quanto mi risulta dai documenti in mio possesso e dai colloqui con persone qualificate, oltre da quanto comunicatomi a suo tempo da Massimo Scaligero, l’iniziativa della pubblicazione della rivista si deve al pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini e non al giovane Julius Evola che allora aveva 28 anni.

Arturo Reghini aveva pubblicato già due riviste di carattere esoterico negli anni precedenti, e precisamente Atanòr nel 1924 e Ignis nel 1925. In queste riviste, il tono dei suoi articoli era ferocemente anticlericale, e dovettero essere chiuse ambedue per le persecuzioni del Regime allora imperante, il quale già preparava quel Concordato con la parte clericale, che tante sciagure avrebbe portato alla nostra amata Italia. Nel 1926, Arturo Reghini decise di far nascere una nuova rivista col nome di UR, rivista che avrebbe dovuto evitare i toni ferocemente polemici delle precedenti riviste ed occuparsi unicamente dei temi storici e dottrinali dell’esoterismo, e delle relative discipline. La nuova rivista apparve nel 1927 e fu molto apprezzata negli ambienti che si dedicavano all’esoterismo classico.

Essendo il suo nome ampiamente compromesso, ed avendo subito persecuzioni ed aggressioni personali, Arturo Reghini decise di affidare la direzione della rivista al giovane e relativamente ancora poco noto Julius Evola, nella speranza di evitare le passate difficoltà. Sulla rivista scrissero autori di varia provenienza: pitagorici, ermetisti e antroposofi. In particolare vi scrissero qualificati discepoli di Rudolf Steiner come il Dott. Giovanni Romano Colazza Leo, il Duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò Krur e Breno, che con la madre la baronessa Emmelina de Renzis aveva partecipato a Dornach al Convegno di Natale del 1925, e i poeti Arturo Onofri Oso, Nicola Moscardelli Sirius, e Girolamo Comi Gic. Non corrisponde a verità che dietro l’eteronimo di Arvo si celasse il Duca Colonna di Cesarò, come scrive l’evoliano Renato Del Ponte, perché è certo che Arvo era lo stesso Evola, come risulta da documenti degli anni trenta del Novecento, dal contenuto e dalla forma degli articoli firmati con tale eteronimo, e da quanto Evola pubblicò nella seconda e terza edizione – apparse sotto forma di tre volumi, editi nel 1955 dai Fratelli Bocca, e nella successiva edizione del 1971 delle Edizioni Mediterranee, ampiamente e arbitrariamente rimaneggiate da Evola – come ulteriori contributi firmati Arvo, allorché il Duca Colonna di Cesarò era già deceduto nel 1940.

Julius Evola, tutto preso dalla sua personalissima concezione dell’idealismo magico, per la quale si riteneva «Individuo Assoluto», «Signore del Sì e del No», volle scavalcare Arturo Reghini, alla cui iniziativa si doveva la nascita della rivista stessa, e si impose come «signore e donno» della medesima imponendo il proprio volere ed arbitrio nel tagliare e modificare a suo libito gli articoli, che i vari autori gli affidavano per la pubblicazione. Un tentativo di sanare tale arbitraria e antipatica situazione con l’associare nel 1928, secondo anno di pubblicazione, come direttori della rivista di UR i nomi di Pietro Negri e Luce, eteronimi dietro i quali si celavano lo stesso Arturo Reghini e il suo amico e sodale Giulio Parise. Ma in pratica  le cose non cambiarono affatto, perché Evola continuò indisturbato a perpetrare i suoi arbitri, ad onta delle promesse e del fatto che la rivista dovesse essere concorde espressione di tutto il Gruppo di UR. Questo portò allo scioglimento della rivista, per cui Evola, nel 1929, con molto materiale sottratto a Reghini, ne pubblicò un’altra col nome di Krur (e per tale motivo il Duca Colonna di Cesarò mutò il proprio eteronimo da Krur in Breno), mentre Reghini tentò di ripubblicare Ignis, ma dopo l’uscita del primo numero la Questura di Roma impose a tutte le tipografie di rifiutare di stampare la rivista, che così interruppe le pubblicazioni.

Dietro la rivista di UR agiva un gruppo operativo, il vero e proprio Gruppo di UR, che si riuniva per agire secondo un Opus Magicum meditativo in comune. A tale proposito ho anche dei documenti. Inevitabilmente, la rottura della concordia – a mio parere determinanti furono appunto le molte scorrettezze di Evola rese impossibile il proseguire tale Opus comune.

Le edizioni del 1955 e del 1971 dettero modo ad Evola di operare ulteriori notevoli arbitrarie modifiche. In particolare, ne soffrirono gli articoli di Leo-Colazza, di Breno-Colonna di Cesarò, di Oso-Onofri, dai quali – oltre a subire molte modifiche – scomparvero anche tutti i riferimenti al nome di Rudolf Steiner e alle sue opere. In tali edizioni comparvero sia la pubblicazione degli esercizi fondamentali della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner – che Evola fece passare per propri apponendovi il proprio eteronimo di Ea – che una parte di un commento di Colazza sui suddetti esercizi, anche questi fatti passare per propri. Vi appare anche uno scritto di Massimo Scaligero, Appunti sul distacco, al quale pure Julius Evola non si peritò di portare qualche non richiesta modifica. Infine, a sciupare il tutto, appaiono pubblicati, sempre ad opera di Evola, alcuni scritti del mago inglese Aleister Crowley, che Massimo Scaligero mi dipinse come «mago nero, assatanato di sesso».

Alla fine degli anni settanta, Massimo Scaligero volle che venisse ripubblicata l’edizione originale degli anni venti della rivista UR, alla quale egli fece una breve prefazione per spiegare il motivo della ripubblicazione in copia fotostatica. Tale edizione, che apparve per la neonata casa editrice Tilopa, ebbe poca diffusione, non essendo stata pubblicata in numero elevato di copie. L’Editore ha manifestato l’intenzione di non procedere ad una ristampa dei tre volumi, per cui quella edizione è divenuta piuttosto rara. Io ho la fortuna di possedere sia tale edizione, sia quelle del 1955 e del 1971, per cui posso fare i debiti confronti. Possiedo anche alcuni fascicoli originali di UR, appartenuti a Giovanni Colazza, ed uno con sopra gli appunti a matita di Massimo Scaligero.

Per questi motivi è bene che chi possiede la riedizione stampata per volontà di Massimo Scaligero la custodisca come un prezioso tesoro per la sua rarità, ma soprattutto perché in essa vi si trovano contenuti di sapienza spirituale scomparsi o alterati nelle successive edizioni.  

Riproduco qui di seguito l’Avvertenza di Massimo Scaligero alla riedizione da lui voluta e pubblicata dalla casa editrice Tilopa nel marzo del 1980: 

Si può considerare una novità necessaria – dopo mezzo secolo – la presente ristampa della prima edizione originale della rivista UR (1927), alla quale seguiranno UR (1928) e KRUR (1929). Tale ristampa si è resa inevitabile, a un determinato momento, in quanto l’edizione a suo tempo (1955) ripubblicata ad iniziativa di uno dei tre direttori, con successive riedizioni, si presentava, rispetto all’originale, completamente rielaborata, indubbiamente secondo un criterio personale nobilissimo, ma in qualche modo contraddicente l’impulso iniziale e l’orientamento del Gruppo del quale la rivista intendeva essere concorde espressione.

Oggi l’edizione da noi ripubblicata, mediante riproduzione fotostatica dell’originale, risponde soprattutto all’intento, condiviso dai continuatori del Gruppo di UR, di far conoscere, allato al contenuto integrale della famosa rivista, il senso della diversificazione di orientamento impressa ad esso retroattivamente mediante le successive ristampe. Il confronto non può che significare arricchimento della visione esoterica richiesta dai nuovi tempi, ma soprattutto necessità della saggia concordia dei cultori della Scienza dello Spirito, rispetto ai problemi posti dalla grande crisi umana, prevista per la fine del secolo: crisi che potrà essere dominata nella misura in cui venga obiettivamente riconosciuto il suo retroscena sovrasensibile.

LIBRI E AUTORI

TRE SCRITTI DI MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO

ecoantroposophiait-massimo

Quanto scritto da Isidoro e da me su questo blog in vari commenti all’articolo MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER,  e poi da me nell’articolo MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO, ha suscitato in alcuni lettori il desiderio di poter conoscere quanto scritto da Massimo Scaligero su Paolo M. Marchetti, «Virio», divenuto in seguito cognato di Massimo Scaligero, avendone sposato la sorella Adelina, «Luciana», nonché sulla torbida figura del conte Umberto Alberti, «Erim di Catenaia». Tale legittimo desiderio da parte di ricercatori spirituali di quel Verbum dimissum del quale parlava nel XV secolo quell’autentico Maestro dell’Ars Regia, che era Bernardo Trevisano, è giusto che venga soddisfatto.

La Parola perduta, che Rudolf Steiner ci aveva riportato, è stata dopo di lui troppe volte di nuovo smarrita, per la superficialità, l’approssimazione, l’ignava accidia, il sentimentalismo, il vacuo intellettualismo di molti che dicono di richiamarsi al suo nome. Tale Parola perduta – il filo aureo della Via del Pensiero Vivente, che percorre l’intera Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – è stata ricercata e novellamente ritrovata da un Iniziato dell’Arte Regia come Massimo Scaligero, che ce l’ha ridonata, indicando in ogni rigo dei suoi scritti l’urgenza dell’Ascesi liberatrice del pensiero, la pratica della Concentrazione e della Meditazione, come sola Via per la resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere del morto pensiero riflesso. Oggi non vi è altra Via che conduca all’autentica esperienza sovrasensibile e all’Iniziazione. 

Affinché il lettore possa farsi a questo proposito, in piena libertà, un personale giudizio autonomo, ecco la trascrizione dei tre scritti di Massimo Scaligero su P.M. Virio, dei quali parlavo nel suddetto articolo. Il primo è la Prefazione al romanzo esoterico Il Segreto del Graal, pubblicato nel febbraio del 1955. Il secondo è l’opuscolo commemorativo, scritto su richiesta di sua sorella Adelina da Massimo Scaligero subito la morte di Virio, surrettiziamente introdotto nell’attuale edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce e spacciato per un capitolo originariamente previsto per il libro e poi non pubblicato, il che – a quanto mi risulta – è il contrario della verità. Il terzo è la trascrizione del dattiloscritto, datomi personalmente da Massimo Scaligero, e da lui commentatomi, che rappresenta il vero capitolo che doveva essere pubblicato nel suddetto libro, e che per la sua causticità alcuni suoi familiari chiesero che non venisse pubblicato. Ma oggi – in difesa della Verità e per gratitudine verso il Maestro – è giunto il momento che questo scritto, nonché gli eventi ai quali allude, sia conosciuto.

***

Prefazione

[dal libro di Paolo M. Virio Il Segreto del Graal, Casa Editrice Rocco, Napoli 1955]

Nel mondo delle dottrine esoteriche non si può fare a meno di rilevare un equivoco generalmente invalso: ci si volge al Mondo Spirituale, o alla Tradizione, o allo Yoga, con un’attitudine conoscitiva che ignora la mutata costituzione interiore dell’uomo moderno rispetto a quella dell’uomo antico, al quale la Tradizione, ove talune condizioni fossero presenti, parlava senza mediazione alcuna. Si coltiva la conoscenza di certe dottrine con lo stesso modo di conoscere che si è formato nella esperienza del mondo transeunte e finito: per tal motivo il ricercatore si comporta con lo Spirituale non diversamente da come il positivista moderno si rivolge al mondo dei fenomeni: cambia soltanto la forma del limite, ossia l’oggetto, rimane l’alterità.

Si prendono le mosse da un “oggetto spirituale”, ben descritto, messo a fuoco secondo un sottile criticismo esoteristico, e si crede, in quanto sia così ben fissato, di poterlo in un secondo tempo afferrare, senza avvertire che per una effettiva comunione col sovrasensibile non conta l’oggetto della meditazione bensì l’atto interiore così suscitato. L’oggetto non è che mezzo, pretesto: può essere albero, sole, Tradizione, concetto, cosa tra le cose.

Non v’è da cercare il Mondo Spirituale fuori dall’attività meditativa che lo sollecita, perché in tale attività il Mondo Spirituale già si esprime: considerarlo come un “oggetto”, che stia lì in attesa di essere conosciuto, per cui possa o non venir conosciuto, è atteggiamento non dissimile a quello del realista ingenuo che crede di avere dinanzi come realtà in sé una materia, una “natura”, e si vieta così l’atto della conoscenza.

Simile chiarimento va applicato al tema della Tradizione. Non può esistere Tradizione fuori dall’atto dello Spirito che la fa risorgere in sé: qui soltanto vive la Tradizione. Si tratta di accorgersene: credere che esista una Tradizione che stia innanzi a noi come una “cosa”, con un suo aspetto misterioso che può anche essere identificato, per cui ci si possa accostare ad essa oppur no, si possa essere fuori o secondo la sua “ortodossia”, significa ingenuamente scambiare un oggetto o un pretesto dell’attività spirituale per lo Spirituale medesimo: il che è qualcosa come un naturalismo metafisico. Molta confusione e debilitazione sono state recate nel mondo degli studiosi di scienze tradizionali da certo criticismo esoteristico, tecnicamente perfetto, ma privo della coscienza critica stessa del proprio processo conoscitivo.

È evidente che l’Autore di questo “Il Segreto del Graal” ha saggiamente evitato di fissare in forma dottrinaria, e perciò in un dialettismo critico, gli aspetti di una esperienza interiore che non potrebbe essere delimitata in concetti senza venir snaturata.

La forma della narrazione è stata intenzionalmente lasciata nella fase intuitiva e, diremmo, impressionistica, senza elaborazioni che non riguardassero il contenuto esoterico. Ma una simile immediatezza, passando da visione a visione, di sequenza in sequenza, giunge talora al limite ove alita l’inesprimibile.

Massimo Scaligero

                                                              * * *

P. M. VIRIO

(1910-1969)

Tra me e Paolo Marco Virio – al secolo Paolo Marchetti, romano – ci fu una di quelle rare amicizie spirituali che, mentre si svolgono sul piano umano cosciente attraverso consonanze e contrasti, in realtà hanno il compito supercosciente di preparare la funzione della comunità umana per i tempi, il cui senso può essere compreso alla luce dell’Apocalisse di Giovanni. Del resto, oltre colei che è stata la compagna interiore epperò l’anima complementare della sua esperienza “binomiale”, io so di essere stato l’amico più vicino che egli avesse, malgrado le nostre diverse scelte di “metodo” e di tipo di “visione” metafisica. Una concordia superiore ci univa, la più vera, perché non era un dato della natura, bensì un atto interiore consapevole, ogni volta rinnovato.

Virio veniva dagli studi classici, compiuti presso i Domenicani. Quando lo conobbi, nel 1932, egli aveva già dovuto impiegarsi perché, rimasto orfano, gli era stato necessario ben presto assumere responsabilità familiari. Continuava a studiare, frequentando assiduamente la Biblioteca Nazionale, non tanto per estendere il proprio sapere, quanto per sviluppare un piano di conoscenza già in lui maturante in ordine alla ricerca sovrasensibile.

Sin dai primi nostri contatti si accese tra noi una simpatia profonda, alla quale si aggiungeva il fatto che egli mi considerava suo maestro: atteggiamento dal quale facilmente venne affrancato anzitutto da me e in seguito grazie ai contatti che insieme avemmo con il Conte Umberto Alberti di Catenaia (Erim), patrizio fiorentino, e con la sua consorte Ersilia, i quali insieme perseguivano una via esoterica cristiana mirante a restaurare l’accordo originario della coppia umana. In tal senso l’Alberti era detentore di un riservato insegnamento tradizionale, che non ebbe difficoltà a comunicarci. L’insegnamento aveva il fascino di una fusione della Tradizione ermetico-alchemica con la vivente attualità dello Spirito cristiano, che io trovai illuminante, ma al tempo stesso necessitante di un compimento “tecnico” di tipo moderno nel senso di una noesis operativa, mentre per Virio fu il veicolo immediato di una connessione più profonda con l’Alberti, che divenne in tal modo il suo reale guru.

A quei tempi, dal 1933 in poi, attorno agli Alberti si formò un cenacolo, cui prendevano parte, oltre noi tre, altri due personaggi, Emilio Angelini e Giulio Daneri, il primo non molto persuaso delle dottrine dell’Alberti, tanto che ben presto si dileguò, il secondo invece aperto ed entusiasta. Giulio Daneri era libraio, rivenditore di libri, un’anima candida e fervida, che per anni prese parte alle nostre riunioni in casa di Virio, a Via Sant’Anna a Roma, e costituì per noi anche un punto di riferimento per un tipo più spicciolo di riunioni, presso la sua “bancarella” a Campo de’ Fiori, o presso il negozio – un autentico “buco” – nella stessa zona della vecchia Roma.

Quando conobbi Virio, egli era già autore di un volumetto di poesia mistica, dal singolare titolo La bestia intersessuale, e continuava a dedicarsi alla poesia come a un mezzo di espressione dello stato interiore. Questo stato era la sua forza, l’immediato assoluto da cui moveva la sua ricerca. La capacità di raccoglimento diveniva in lui il veicolo della preghiera e della contemplazione. Durante tutta la vita, ciò costituì per lui una continuità, una missione che ispirò la sua ricerca sovrasensibile e l’esperienza iniziatica con la sua compagna. Visse con fedeltà tale Ispirazione: era la ragione per cui io potevo essergli fraternamente vicino, pur seguendo una via diversa. Conoscevo la validità della sua via.

La scelta di Virio fu indubbiamente la Tradizione, la Via regale dello Spirito, che affiora attraverso forme varianti in rapporto allo spazio e al tempo, sempre tuttavia permanendo in sé indeterminabile. Ma per Virio v’è un momento in cui l’indeterminabile della Tradizione e il mondo della determinazione coincidono, il Mistero si veste di realtà umana e la storia dello Spirito eccezionalmente appare in tutta la sua potenza sulla scena umana: questo momento è l’incarnazione del Cristo, la sua Nascita e la sua specifica azione dal Battesimo del Giordano al sacrificio del Golgotha.

L’unità e la continuità della Tradizione trovano in Guénon l’esegeta e il metodologo della distinzione tra l’autentico tradizionale e le sue contraffazioni, specialmente riguardo all’epoca moderna. Virio non può non consentire a una tale distinzione, che investe tutta l’opera del Guénon, né può non riconoscere in J.Evola la presenza di un’analoga identificazione del Tradizionale. Ma per lui v’è qualcosa che manca in Guénon come in Evola, sia pure in misura diversa e con senso diverso: il riconoscimento della sintesi della Tradizione, allorché essa si presenta come Evento-simbolo visibile nella comparsa del Cristo, nella Morte e nella Resurrezione: un’Iniziazione umano-cosmica, dalla quale la Tradizione assume una funzione determinante, reintegratrice dell’umano, perciò volta alla radice individuale dell’umano.

Nel decorso “tradizionale”, prima del Cristo, l’elemento individuale-umano doveva essere eliminato, perché si verificasse l’estasi, o il samadhi, l’Iniziazione fosse possibile: con il Cristianesimo, l’elemento essenziale dell’individualità, liberandosi, diviene il fulcro del procedimento iniziatico. Per Virio questo procedimento fa del Cristianesimo la corrente novella della Tradizione: certo non il Cristianesimo che, per necessario processo storico, diviene una particolare religione, ma quello che assume la trasmissione del contenuto misterico: perciò la Gnosi cristiana, la Cabala, l’Alchimia, l’Ermetismo, cristiani. Questi, però, sono veduti da Virio come espressioni del Principio della Tradizione, o del Logos, non come ciò che può realizzare l’identità. L’identità è realizzabile solo nel segreto dell’anima dell’operatore spirituale, in quanto egli non si limiti a cercare il Logos in un sistema, o in una corrente, o in un corpo rituale, ma anzitutto trovi in sé ciò che come essenza dell’anima è già presenza del Logos. “Il Regno dei Cieli è dentro di Voi”.

Perciò, a un determinato momento della sua esperienza interiore, Virio si scinde dalla linea di Guénon e di Evola e segue una via autonoma, personale: anzitutto di venerante identificazione del Cristo umano-cosmico e del suo giustificare al livello dell’umana ricerca del Divino, l’universalità in sé compiuta della Tradizione. È questa scelta che da tale momento ci unisce essenzialmente, oltre ogni permanente divergenza di ordine dottrinario.

La divergenza ravvivava di continuo il nostro colloquio umano, ogni volta dileguando dinanzi alla visione metafisica che sostanzialmente ci univa. Dileguava soprattutto allorché la meditazione, per anni praticata insieme, diveniva tra noi un veicolo di confidenza, mediante il quale la mia esperienza interiore a lui appariva chiara e in sé giustificata: così come a me appariva chiara e in sé giustificata la sua necessità di permanere fedele osservante dei Sacramenti della Chiesa. Cattolico perciò nel senso originario del termine, cioè capace di riconoscere tutte le forme della presenza dello Spirito, in Oriente e in Occidente, come aspetti della identica presenza, che centralmente si manifesta come Evento della storia umana, anzi come cuore stesso della Storia, impulso visibile della Tradizione, nella comparsa fisica, nel rito e nel sacrificio del Redentore.

Il senso ultimo dell’opera di Virio è la resurrezione attuale della Gnosi, secondo una continuità, che è la perennità stessa della Tradizione. La virtù di questa perennità, però, accessibile un tempo in forza di una trasmissione trascendente oggi è afferrabile direttamente dal discepolo che consegua in sé la connessione con il mistero del Golgotha. Per Virio, perciò, come risulta dai suoi scritti e dalle sue meditazioni, la Gnosi esprime la perennità della Tradizione, in quanto è Gnosi cristiana. Egli scrisse le sue pagine in funzione di una simile persuasione: il Logos come essenza della tradizione. Logos precristiano che si incarna nel cristo. In tal senso, la Gnosi è cristiana, il contenuto del Graal non è un mito pagano, come tenta con molto ingegno di dimostrare Evola, ma un mito essenziale del Cristianesimo. Così l’Alchimia occidentale è integralmente cristiana.

È decisivo per Virio evitare la scissione della Gnosi dal Mistero cristiano: una simile scissione, che vorrebbe, mediante Evola e Guénon, porre una Gnosi sovrastante come un’astratta universalità tutte le espressioni misteriche d’Oriente e d’Occidente e tutti gli Annunciatori sullo stesso livello, compreso il Cristo, è un errore grave. In verità, solo l’individuale può realizzare l’Universale: certo l’individuale che venga redento dall’”Io sono”. Virio sentiva che il Materialismo della presente epoca trae la sua forza soprattutto dalla scissione tra Universale e Individuale. La Tradizione che ignori la centralità cosmica e storica del principio Logos e del suo rapporto con l’anima individuale, manca di virtù gnostica: non è più la Tradizione, ma l’apparato formale dei riti e dei simboli: il nutrimento dialettico di Spiritualisti a cui interessa, piuttosto che lo Spirito, il sapere spirituale. A tali Spiritualisti mancherà inevitabilmente l’intuizione del segreto della egoità, che in basso è il “malo individualismo”, in alto invece è il fulcro di tutta l’opera, ove realizzi la propria Essenza-Logos.

Certo, una volta riconosciuto come essenza della Gnosi il Mistero Cristiano, il problema del cercatore moderno è ricongiungere la Gnosi con il Logos: operazione esigente anzitutto svolgersi nell’anima individuale, prima che come rito di una comunità. Se la visione della Tradizione, come Impulso che si incarna nel Cristo, ci univa, la divergenza tra me e Virio cominciava là dove è richiesto un metodo, o se si vuole, una tecnica, ai fini del correlativo objectum operativo: ma tale divergenza, come accennavo, non aveva molta importanza. Se ne aveva, era il porre in luce, per contrasto, quel che ci univa.

Io ero persuaso che il metodo per attuare il Tradizionale, o il “metafisico puro”, nei tempi moderni, non poteva essere contenuto nelle forme trascorse della Tradizione, ma doveva “rivelarsi” nella interiorità dell’operatore, grazie a un atto di conoscenza, rinnovante in sé il puro elemento di perennità della Tradizione, ma necessariamente facente leva su quel processo originario del pensiero, che, nei tempi moderni, ai fini della scienza, ha realizzato in basso il massimo del suo potere di determinazione: tale processo, realizzato in alto, cioè svincolato dalle mediazioni sensibili, diviene il veicolo della identità con il metafisico. Per Virio invece permanevano valide le forme tradizionali: era egli però che in sostanza le rinnovava, grazie al suo valore, realizzando una sintesi gnostica comprendente la Cabala, così come l’Alchimia, l’Ermetismo, l’Esichasmo, eccetera. Io ero convinto che una simile via funzionava per lui, in quanto era lui: egli vi portava un impeto di moralità e di dedizione sacrificale che la rendeva giusta comunque. In questo, Virio era meravigliosamente assistito da quell’essere luminoso, in continuo stato di preghiera e di donazione di sé, che era la sua compagna di visione e di vita, “Luciana”, cioè Adelina Scabelloni.

Nell’accennata sintesi era presente anche l’idea della Reincarnazione e del karma, stranamente confutata invece dai due autorevoli interpreti delle dottrine tradizionali, citati: idea inseparabile dalla visione esoterica della vicenda umana e del suo senso ultimo: idea che, sola, oggi può spiegare le differenze esistenziali che hanno la loro ragion d’essere, le diversità dei destini, delle vocazioni, dei livelli mentali, e operare come forza sanatrice dei conflitti umani, reale smobilitatrice degli odi sociali.

Come l’idea della reincarnazione ci univa, così parimenti quella della esigenza di istituire un Ordine iniziatico “attuale”. Un simile tentativo fu effettivamente compiuto: venne anche concepito un rituale, uno statuto, e il movimento – che in realtà non ebbe se non un abbozzo di realizzazione – fu da noi chiamato Ordine Templario Occidentale (OTO). Del resto, in seguito Virio tentò lui personalmente la resurrezione di un movimento essenico, “Centro Esoterico Esseno Cristiano”: iniziativa che per la inadeguata rispondenza trovata esternamente, ebbe a procurargli qualche amarezza. Negli ultimi anni, si accentuò la sua solitudine: i nostri stessi incontri continuavano, ma, a causa dei miei impegni e mio malgrado, meno frequenti: salvo l’estate, quando ero suo ospite nella “Torretta” di Isola Farnese: allora era una felice ripresa del colloquio e della meditazione in comune, cui partecipava regolarmente “Luciana”. Del resto, ogni volta che Virio aveva la possibilità di una villeggiatura estiva, che era in sostanza la scelta di un luogo rispondente alle esigenze della disciplina del silenzio e del raccoglimento, io ero normalmente l’indivisibile ospite. Ricordo un’estate, tre settimane trascorse insieme nell’Eremo carmelitano di Monte Virginio: una reale operazione metafisica compiuta insieme, secondo un accordo che ancora una volta annientava le diversità. Una forza essenziale al disopra di ogni dialettica ci faceva incontrare, ed ambedue sapevamo che il nome di una tale Forza era quello dato nel Vangelo di Giovanni a Colui che era “al principio”.

Rispetto ai “segni dei tempi”, Virio sentiva l’urgenza di ricongiungere l’umano con il Superumano, la natura e la storia, con il Logos: il compito di liberarsi, per liberare. Compito sacro, nel momento più grave della vicenda umana, in cui lo Spirito della menzogna su tutta la terra assume vesti culturali e persino spirituali. Nell’ultimo nostro colloquio questo era il tema: la via era anzitutto ravvisare nell’intimo della coscienza la presenza dell’Essenza di Vita che, pur immanendo nell’uomo, sconfina nell’illimitato mondo delle Forze. A questo punto io affermavo che il compito dell’operatore spirituale consiste nel non illudersi di poter muovere direttamente dalla propria persuasione spirituale, bensì nell’operare con le forze formatrici di tale persuasione: afferrare non tanto lo stato interiore, quanto l’idea da cui questo muove. Per Virio, lo stato interiore nella sua immediatezza era il punto di partenza: la purità di tale stato interiore, per lui, era garantito dalla realtà del suo contenuto, dalla adesione profonda al Mistero Cristiano, cioè alla vera Tradizione, dalla fedeltà alla essenza metafisica di questa e alla sua vivente forma rituale. Egli invero visse e operò, consacrato a un tale ideale.

Massimo Scaligero

                                                                 * * *

P. M. VIRIO

Tra gli esseri a me cari e dai quali di continuo sarei stato affettuosamente accusato di trascurare la compagnia, c’era Paolo Marchetti, che doveva assumere lo pseudonimo di P.M.Virio in un suo romanzo spiritualistico e in taluni opuscoletti postumi. Egli “esordì” come mio discepolo e debbo dire che era tra i più devoti: poi, nella comunanza con me, frequentando casa mia, conobbe mia sorella Adelina e divenne dopo qualche anno mio cognato. Non è che con questo cessasse di essere mio discepolo, ma si verificava un lieve mutamento del rapporto: doveva subentrare un elemento “umano” che avrebbe in qualche modo condizionato l’esoterico.

Frattanto io mediante un amico, Emilio Angelini, allora costruttore, che incontravo con un gruppo di giornalisti comuni amici alla trattoria romana Mare nostrum in via dei Pastini, avevo conosciuto un anziano occultista, il conte Umberto Alberti, che amava usare lo pseudonimo Erim di Catenaia, per quanto non avesse pubblicato altro che tredici puntate sull’Occultismo su un settimanale non molto diffuso, di cui ricordo soltanto che era diretto dal giornalista mondano, Nino Bolla. Si era nel 1934.

L’Alberti, esoterista cristiano, cabbalista, martinista, coltivava le scienze esoteriche insieme con la moglie Ersilia: una coppia simpatica, ma stranamente collegata con l’Occultismo, perché al livello pratico finiva sempre sul piano delle sedute spiritiche. Peraltro egli, cultore della spagiria “a due vasi”, ossia della via dell’eros verso il sovrasensibile, a causa del fallimento di talune pratiche operative, era afflitto da una sorta di ossessione erotica, per cui tra l’altro la moglie doveva scegliere delle cameriere orbe, sciancate e senza denti, perché egli non subisse eccitazioni nell’ambito familiare: del resto di questa sua ossessione l’Alberti non faceva un mistero e la spiegava non senza un senso di umorismo, da noi condiviso, soprattutto riguardo alle “veneri” domestiche.

Era indubbiamente un uomo di valore, ma non poteva non condizionare il mio apprezzamento circa il suo Esoterismo il fatto che egli trascorresse diverse ore alla finestra del suo appartamento al mezzanino a sbirciare i seni e le anche delle bellocce che passavano. Tuttavia aveva una carica di simpatia e di fascinoso dialettismo esoterico. Come era mio uso, che di un’acquisita amicizia facessi partecipi coloro che erano con me collegati, così presentai Paolo Marchetti, o Virio, al conte Alberti.

La coppia Umberto ed Ersilia Alberti era invero una coppia anziana, in stato di malinconica solitudine e avida di compagnia: perciò si attaccò sentimentalmente a noi. Lui in particolare sentiva di poter riguadagnare un certo livello, comunicando il suo sapere a dei discepoli: ma era evidente che io non potessi diventare un tale discepolo, dati i limiti che scorgevo in quel “maestro”: tuttavia ascoltai con deferenza il suo insegnamento, invero degno di attenzione, e del cui valore dovevo assai più tardi dare un cenno nel capitolo “Eros e spagiria” del mio libro “Yoga, Meditazione, Magia”. Il discepolato invece funzionò con il Marchetti, che si vide sollecitato e lusingato e sottilmente indotto a rendersi indipendente da me: il che io trovai naturale. Cominciai a cogliere nel Virio una certa opposizione, ma non feci nulla per contraddirla: in realtà non ho mai contrastato un discepolo che si invaghisse di altre esperienze, anzi la incoraggiavo, perché sapevo che egli seguendo il suo karma, ma perciò parimenti il suo dharma, in sostanza realizzava ciò per cui si era incontrato con me.

Dopo la morte del conte Alberti, questa opposizione con il tempo doveva talora diventare da parte del Virio qualcosa di più polemico. Già prima, man mano che il conte Alberti gli trasmetteva il suo sapere, io sentivo che questa opposizione ascendeva in lui da una zona profonda della coscienza, più che dal suo mentale consapevole, onde volentieri lo assolvevo: ma in effetto essa veniva corretta e talora temporaneamente eliminata dal Virio stesso grazie a un riaffiorante senso di gratitudine nei miei riguardi e alla fraternità che, fondamentalmente permanendo tra noi, si riaccendeva allorché io trovavo il tempo per incontrarlo. Probabilmente se io avessi avuto la possibilità di vederlo più frequentemente, egli sarebbe stato più buon discepolo nei miei riguardi. Io facevo del tutto per trovare questo tempo, perché sentivo che nei nostri incontri egli riprendeva respiro, ma non sempre ci riuscivo, onde nelle lunghe pause di silenzio si riattizzava in lui la polemica: non riuscivo a farmi perdonare da lui la mia indipendenza. Poiché era un solitario, non molto ricco di relazioni umane, collegavo con lui tutti gli amici che potevo, ma avveniva che a tutti egli tentasse trasmettere la sua opposizione nei miei confronti e con talune personalità più affini a lui che a me, dovesse riuscire. Comunque, la fedeltà del suo discepolato al conte Alberti gli valse l’eredità, alla morte di costui, della sua ricca biblioteca gnostico-martinistica ed ermetico-alchimica, dotata di opere invero rare. Ritengo che questo fosse il colpo di grazia inferto allo sviluppo spirituale del Marchetti, che già trascorreva la sua giornata nel leggere e appuntare: del resto, non v’era novità libraria, di argomento esoterico, che egli sfuggisse, essendo egli altresì abbonato a diverse riviste di studi tradizionali.

P.M.Virio era pervaso dall’aspirazione a essere profondamente cristiano, ma era proprio questo che non poteva non riuscirgli problematico, essendo egli chiuso non solo nel cliché tradizionalista, ma soprattutto nella problematica della morfologia comparata delle mistiche di cui era valente studioso. Egli era avverso a Evola e a Guénon, ma specialmente di quest’ultimo subiva lo schema morfologico-metafisico, per una carenza di vita del pensiero. Si credeva indipendente dal cliché di Evola e di Guénon, ma in realtà ne era improntato in profondità: non riusciva a vedere nel cristo qualcosa di più di ciò che è imposto dallo schema gnostico e dalla mistica tradizionale: ossia vedeva ciò che il Cristo non è più o non è mai stato e che va superato come una medianità di cui il cristiano tradizionale aveva bisogno, non avendo egli altro modo per accogliere forze che trascendevano la sua coscienza. Per me era chiaro che quel rapporto antico non ha più nulla da dare all’uomo: il revivificarlo nei tempi attuali non può che dare luogo a introversione sensuale-mistica, se non a mania fanatica, mentre nuove forze si affacciano nell’uomo, che hanno il còmpito di incontrare viventemente il Cristo: un vero esoterista sa che le nuove forze della volontà e dell’autocoscienza dell’uomo moderno non hanno altro senso, e che tali forze, prive del loro vero soggetto, ossia prive di Io, diventano distruttrici.

L’autentico male dell’uomo di questo tempo è la corruzione delle forze del volere che i vecchi esoterismi, lo Yoga tradizionale, gli schemi della Gnosi, non riescono ad afferrare e perciò neppure a orientare. Il fallimento dell’Esoterismo è un appuntamento mancato con il Logos, ossia con il fulcro trascendente di tutto ciò che si presenta come dynamis spirituale dell’uomo moderno. All’egoismo mistico e alla mancanza del coraggio di uscire dal guscio della propria natura conservatrice spirituale, si deve questa incapacità di riconoscere il Logos vivente. Al Virio interessava trovare il Logos nelle meditazioni oranti, nelle giaculatorie e nelle letture tradizionali: rigorosamente seguiva l’osservanza cattolica, la Comunione, la Messa eccetera.

Tutto ciò, per quanto religiosamente nobile, non è realmente vivo nello Spirito, non è più sufficiente ad afferrare il Cristo: il cercatore del Logos oggi deve superare i vecchi limiti, anzi i temporanei limiti che sembrano ma non sono la Tradizione perenne.

Nelle forze sovrasensibili del Sole che splende, dei ritmi dell’Universo, della natura che crea, del pensiero che pensa, del sentire che sente, del volere che vuole, va incontrata la presenza del Logos, perché tale presenza possa divenire comunione dell’anima con il proprio Principio e perché l’anima, conseguendo la sua reale luce, divenga forza operante nel mondo. Altrimenti essa si sottrae alla sua corrente di vita e nella funzione che le viene imposta dall’umano attuale coopera alla corruzione di tale vita. Così lo gnostico fa l’asceta tradizionale e aspira a una vita dai modi santi, accusando il mondo moderno – secondo la moda esoterista del tempo – della cui degradazione egli senza saperlo è uno dei più solerti artefici.

Quello che invero permane indubbio come valore della personalità di P.M.Virio è la coerenza morale della sua vita: la fedeltà ininterrotta alla propria ascesi, come al proprio dharma, ma perciò stesso al limite che gli vietò di riconoscere la Scienza del Logos dei nuovi tempi: forse perché questa lo incalzava troppo da presso attraverso la mia persona: una mediazione a lui difficilmente accettabile.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO

dyar

Isidoro, in due commenti, apparsi su questo blog, ha parlato di alcuni scritti di Massimo Scaligero in rapporto alla figura – per me oltremodo problematica – di P.M. Virio. Uno di questi scritti è stato introdotto surrettiziamente nell’ultima edizione dell’opera di Massimo Scaligero Dallo Yoga alla Rosacroce, come se tale scritto fosse un capitolo previsto nella prima redazione dattiloscritta del libro, capitolo che l’Autore aveva in seguito rinunciato a pubblicare. E così possiamo leggere nella Prefazione che:

«Uno di questi personaggi fu senza dubbio Paolo Virio, per il quale Egli aveva inizialmente previsto un capitolo, poi non pubblicato ( vedi infra, p. 27-29), apparentemente per lo stesso motivo che lo aveva sconsigliato di rendere note pagine pur essenziali riguardanti altri suoi congiunti. La rarefazione del tempo e la scomparsa di personaggi ivi citati, hanno reso possibile reintegrare l’opera del suddetto capitolo, del quale l’Archivio della Fondazione a Lui intitolata custodisce la stesura dattiloscritta e manoscritta».

Quello scritto di Massimo Scaligero viene spacciato per un dattiloscritto originariamente destinato – secondo che scrive colui che ha redatto l’Introduzione all’attuale edizione pubblicata nel giugno 2012 – a diventare:

 «Il capitolo dedicato a Virio, da pubblicarsi con ogni evidenza in una successiva edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, nella versione definitiva che riteneva doversi conoscere del loro annoso sodalizio. Una versione non conciliatoria, ma ispirata alla percezione di una realtà d’amicizia liberata da ogni risonanza contingente: di ciò che li univa piuttosto che di ciò che li divideva».

Questa è una affermazione arbitraria, che non corrisponde, come ho scritto nel mio precedente commento, alla verità dei fatti, anzi ne è – a mio giudizio – l’esatto contrario. Ma, siccome non tutti i lettori hanno trovato chiaro a quali testi il commento di Isidoro faceva riferimento, ne presenterò, qui di seguito, un quadro riassuntivo.

Le informazioni, da me trasmesse nel precedente commento, sono esatte, e posso qui completarle, chiarendo alcuni punti, compresa la questione della “prefazione” scritta da Massimo Scaligero ad un’operetta di P.M. Virio, e nominata di sfuggita da Isidoro. Faccio queste precisazioni, perché i lettori di Ecoantroposophia, potrebbero altrimenti farsi una immagine errata di ciò che nel tempo è realmente accaduto.

Massimo Scaligero – a quanto mi risulta – scrisse tre volte in relazione a P.M. Virio, al secolo Paolo Marchetti.

Egli scrisse una prima volta; e si trattò di una prefazione al “romanzo iniziatico”, scritto da P.M. Virio, intitolato “Il Segreto del Graal. Romanzo esoterico”, Giuseppe Rocco Editore – Napoli, finito di stampare il 12 febbraio 1955, nelle Officine Grafiche “Adriana” Srl, Via Giacomo Profumo 30, Napoli, Lire 600. Nella copertina è scritto: Prefazione di MASSIMO SCALIGERO, col nome in maiuscolo. Nel frontespizio interno, il sottotitolo è “romanzo iniziatico”, tutto in lettere minuscole, e a piè di pagina vi è la dizione CASA EDITRICE ROCCO – NAPOLI. Quindi il frontespizio interno è leggermente diverso dalla copertina. La prefazione, firmata da Massimo Scaligero, è alle pp. 1-3 del libro stesso. Traiamo questi dati dalla copia che possiedo da molti anni.

Libro Virio copertina 1 VIRIO FRONTESTIZIO 1bis

Il secondo scritto è il breve opuscolo commemorativo, già in precedenza stampato e non rimasto semplice dattiloscritto (come affermato nell’attuale riedizione di Dallo Yoga alla Rosacroce), di otto pagine non numerate, stampato in carta spessa di colore giallo-avorio, e porta il titolo P.M. Virio (1910-1969). Con questo scritto, Massimo Scaligero, aderì alle richiesta di sua sorella Adelina, la “Luciana Virio”, compagna di vita di P.M. Virio, la quale nei confronti di Massimo fu sempre molto polemicamente stizzosa (ho udito personalmente dalla sua bocca alcune poco eleganti espressioni calunniose nei confronti di suo fratello). Per chiudere e sanare annose aspre polemiche, in tale opuscolo commemorativo, Massimo Scaligero fu molto “generoso” nei confronti di Virio, gettando un velo sui forti contrasti, che pure vi erano stati. Ma come si dice : “parcere defuntis” e “de mortuis nisi bene”! Questo è l’opuscolo, che appare nell’attuale edizione di “Dallo Yoga alla Rosacroce”, surrettiziamente introdotto e spacciato per un capitolo originariamente previsto. Ma non lo era affatto. Anche questo opuscolo è da me posseduto in originale.

Opuscolo commemorativo stampato 2Capitolo introdotto in Yoga etc. 2 bis

Infine, vi è un opuscolo dattiloscritto, molto circostanziato nella descrizione del conte Umberto Alberti, “Erim di Catenaia”, di sua moglie Ersilia, e dello stesso P.M. Virio. In tale opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero dà una descrizione crudamente impietosa – ma, a quel che mi risulta, assolutamente obbiettiva – delle “imprese” del conte Umberto Alberti, sedicente esoterista cristiano, martinista, kabbalista ed ermetista, e non di rado, anzi regolarmente, spiritista. Massimo Scaligero accenna alle pratiche di “alchimia a due vasi”, che in realtà erano pratiche scabrose di una deviata e pervertita magia sessuale, alle quali il conte Alberti aveva iniziato P.M. Virio, che di lui era diventato fervente discepolo. Tali pratiche ebbero un effetto esiziale sulla vita e la stessa salute di P.M. Virio, che fu costretto a sospenderle definitivamente, malgrado le ripetute sollecitazioni di sua moglie Adelina. Massimo Scaligero in tale opuscolo dattiloscritto, in origine destinato ad essere inserito come un capitolo del libro Dallo Yoga alla Rosacroce, descrive chiaramente l’irregolarità di tale pratiche e quanto lontano dall’autentico camino iniziatico fosse il misticismo cattolico, al quale si erano dati anima e corpo (è proprio il caso di dirlo) P.M. Virio” e la sua “Luciana”. Come ho già scritto nel precedente commento, Massimo Scaligero, oltre a darmi personalmente l’opuscolo, mi disvelò alcuni retroscena del cammino spirituale di “Erim di Catenaia”, e del suo tradimento spirituale. Queste cose devono oggi essere dette con estrema chiarezza, sia per onorare e difendere la verità, che per evitare che la figura umana e spirituale di Massimo Scaligero venga ridisegnata a quarantadue anni dalla prima edizione del suo libro, e per evitare che gli ingenui caschino in equivoci che possono portarli fuori strada.

Nel suo precedente commento, Isidoro, accenna al fatto che Massimo intendeva pubblicare un capitolo anche su Giovanni Amendola, figura per me molto luminosa. In effetti, Giovanni Amendola ebbe, già prima dell Grande Guerra del 1915-1918, rapporti molto stretti con due grandi discepoli di Rudolf Steiner: Alfred Meebold e Giovanni Colazza. Io possiedo alcune lettere di Giovanni Amendola con Meebold e Colazza, dalle quali si evince quanto intesi e calorosi fossero i rapporti umani con loro, e quanto stretti fossero altresì i rapporti spirituali sin dai primi anni del Novecento. Romolo Benvenuti mi parlò più volte, anche a distanza di anni di una frequentazione – e addirittura di un’appartenenza – di Giovanni Amendola al Gruppo Novalis, diretto da Giovanni Colazza, del quale era amico sin dall’adolescenza. Data anche l’amicizia di Amendola col pitagorico Arturo Reghini, che di Massimo Scaligero era amicissimo e che questi frequentava, come scrive, sin dall’epoca della rivista “Ignis”, per me è certa la conoscenza personale tra Amendola e Scaligero, così come è accertata – cosa che mi è stata apertamente testimoniata – la conoscenza e l’amicizia sin da anni precoci con Giorgio, figlio di Giovanni Amendola. Sicuramente, se Giovanni Amendola non fosse caduto vittima delle conseguenze della selvaggia aggressione a Montecatini, i suoi legami con la Scienza dello Spirito si sarebbero molto intensificati e approfonditi.

Dattiloscritto di M.S.   per Dallo Yoga alla Rc 3

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

PENSIERO E AZIONE INTERIORE

Michele

(Arcangelo Michele di Mara Maria Maccari)

L’essere umano, il cui cuore non sia sordo al richiamo della Parola dello Spirito, e la cui anima non sia opaca alla Luce dello Spirito, sente l’impulso e la necessità dell’azione interiore. Quest’azione si svolge simultaneamente in due forme, in due modalità che hanno, ognuna, un suo significato operativo. Questa duplice e simultanea azione ha due finalità interdipendenti: liberazione e libertà. Queste due parole possono apparire, ad un esame superficiale, come sinonimi, ma non lo sono affatto.

Liberazione è liberazione dal servaggio corporeo, ossia liberazione da quella condizione di degradante abiezione nella quale l’uomo è caduto, sino all’inversione della gerarchia Spirito-anima-corpo. In tale condizione l’elemento spirituale dell’uomo è paralizzato e in stato di sonno catalettico; l’anima, ubriaca di effimero e in stato di oblio della Patria Celeste e della sua natura originaria, è prostituita al mondo delle brame, ossia ai dèmoni che ne divorano la vitalità, ne deturpano e ne deformano caricaturalmente la bellezza; il corpo, invece di essere lo strumento dello Spirito attraverso l’anima per la conoscenza e  l’azione nel mondo, è – come affermavano concordi pitagorici, platonici e iniziati orfici – «tomba» e «prigione» per l’anima.  

Platone parla – nel Gorgia 493a, nel Cratilo 400c, nel Fedone 62b – di questa condizione di traviamento, di caduta, alle quali solo la Sapienza e l’Iniziazione ai Misteri possono porre rimedio. Figure mitiche e immaginative, straordinariamente simili, le ritroviamo nei Misteri orfici e dionisiaci, nei quali l’anima è dipinta come preda dei Titani, che ne fanno strazio, e nella Sapienza degli Iniziati Gnostici, per i quali la condizione umana è una condizione di esilio, di degrado, di stordimento e di oblio, alla quale l’uomo viene portato da quel «doppio malvagio», che gli gnostici chiamano «spirito contraffatto», riecheggiante il «cattivo pilota» della sapienza egizia.

Edesio di Cappadocia, discepolo del grandissimo Giamblico, fondatore della Scuola neoplatonica di Pergamo, Maestro di Massimo d’Efeso e di Giuliano Imperatore – secondo quel che riporta Joseph Bidez, nella sua splendida  La vie de l’empereur JulienParisLes Belles Lettres, coll. « Collection d’études anciennes »,‎ 1930, 1e éd., il quale cita dalla Eunapii vitae sophistarum – così disse al Giuliano suo discepolo: «Quando un giorno sarai iniziato ai Misteri, ti vergognerai di essere nato soltanto uomo!».

Nel XVIII secolo, il mistico di Amboise, in una certa misura «iniziato» agli arcani della Sapienza cristiano-kabbalistica, Louis-Claude de Saint-Martin, usava  parole molto dure – parole che Massimo Scaligero amava ripetere frequentemente – per stimmatizzare l’abiezione nella quale l’uomo è precipitato: «Piuttosto che parlare dello stato di abominio nel quale è caduto l’uomo, preferisco arrossire e indicare le vie del ritorno».

Massimo Scaligero riassume, nel 23° capitolo  del Trattato del Pensiero Vivente, diagnosi, prognosi, e terapia di questa difficile – oserei dire: disperata – situazione dell’uomo, con parole che più chiare non potrebbero essere:

«Naturalmente l’anima esprime il male del mondo, che non viene dal mondo, ma dal dipendere di essa dalla corporeità e perciò dall’aver essa smarrito la sua natura spirituale, cioè la forza che domina la corporeità. Occorre che agisca nell’anima qualcosa che, pur appartenendole, abbia il potere di trascendere la dipendenza di essa dalla corporeità e di ridestare in essa l’elemento paralizzato della perennità. Questo qualcosa è il pensiero, il moto originario della coscienza, che ogni volta, nel momento pre-cerebrale del conoscere, si accende della luce del Logos, ma ignorato, contraddetto nella riflessità. […]

Il vero «atto» è il volere del pensiero, cioè l’essere del pensiero, che incontra il Logos del mondo. Ma tale atto si apprende soltanto nella meditazione, o nella concentrazione: grazie ad esso si realizza nell’essere del pensiero l’essere del mondo, la scaturigine del Cielo e della Terra, il segreto della connessione originaria con ogni creatura».

E poco prima, nel 22° capitolo del Trattato, così diceva:

«La trascendenza del pensiero, ogni volta realizzata come determinazione, segretamente esige che tale atto doni la propria potenza: nell’immanenza sia ritrovato come potenza del volere il Logos. Il segreto di tutto l’operare, il soffrire umano, è questo: ritrovare la potenza dell’atto che ogni volta si compie, volitivamente pensando: la luce che risolve la tenebra della psiche umana».

La libertà è la libertà di compiere ciò che l’intuizione concettuale, scaturente dalla facoltà della fantasia morale come predisposizione caratterologica dell’uomo che abbia attuato la liberazione dai limiti somatici e psichici, percepisce del Mondo delle Idee e degli Archetipi come atto realizzatore dello Spirito. È un atto assolutamente libero, perché colui che così agisce non è condizionato da nulla: nulla che provenga dal passato, dall’educazione, dall’ambiente, dalla tradizione, dalla «natura» fisica o spirituale, può oramai più condizionarlo. Il suo luogo interiore, lo stato nel quale egli dimora, è il «vuoto».

«Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell’Uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo».

La liberazione dai ceppi della natura è già un primo atto di libertà dell’Io, dell’essere autenticamente spirituale: è un atto simultaneo. Più radicale è la purificazione attuata nella liberazione, più vasta e potente è l’azione creatrice dalla libertà, che va attuandosi. Gli Ermetisti, che si dedicavano alla Grande Opera dell’Alchìmia, solevano dire che «bisogna già avere dell’oro per fabbricare dell’oro». In questo senso, vale altresì il detto ermetico:

«La soluzione del fisso è la fissazione del volatile».

Quanto detto sinora esige una discriminazione di valori nei confronti delle molte «vie», che oggi vengono proposte al ricercatore spirituale. Da questo punto siamo di fronte ad una vera inflazione, ad una autentica alluvione nell’offerta, più o meno seducente o più o meno rozzamente volgare. Massimo Scaligero avverte che «non tutto quello che fuoriesce dalle dighe rotte è lo Spirituale». 

L’uomo è composto di corpo, anima e spirito.

All’uomo vengono oggi offerte vie e metodi di azione del corpo sull’anima, attraverso un uso decadente e distorto dell’antico yoga, o di metodi analoghi, di ginnastiche particolari con l’impiego di posizioni, movimenti ed esercizi di respirazioni, forme «accomodate» delle antiche asana e del pranayama, che oggi portano ad una accresciuta vitalizzazione dell’ente corporeo e ad un maggiore legame del legame dell’anima, della psiche, ai dinamismi del corpo. Il risultato è sempre quello di una ulteriore, ed indesiderabile, galvanizzazione della sfera istintiva che, nelle sue varie forme, sublimazioni e travestimenti, divengono sempre più ingovernabili. Una eventualità particolarmente pericolosa e deprecabile è quella che propone l’uso «magico» di droghe – il mito delle acque corrosive di certa magia equivoca – al fine di superare i limiti della percezione sensibile e della volontà ordinaria. Sia che l’accogliere una tale equivoca «proposta» porti alle allucinazioni e alla precoce dipartita per il regno delle ombre dell’Ade, sia che porti ad una, cosciente o meno, «magia di patto» con entità tenebrose, ed a un provvisorio correlativo ottenimento di «poteri», che verranno poi pagati a ben caro prezzo, ciò – come nel caso di ogni azione che implichi l’uso di forze corporee – non è azione spirituale.

Vengono altresì offerte vie e metodi dell’azione dell’anima, sia sul corpo che sull’essere spirituale dell’uomo. Tutto ciò può creare una certa confusione, ed anche molte illusioni. L’anima deve naturalmente essere trasformata, e trasformata radicalmente. Ma la forza trasformatrice come vedremo, non è all’interno dell’anima: sono le forze dello Spirito nell’anima, che possono trasformare l’anima. L’azione dell’anima sull’anima, normalmente, non esce dai limiti della «natura». Nella sua soggettività, una pretesa «via dell’anima» apre facilmente le porte alla sentimentalità, al falso misticismo, al visionarismo, a tutta una serie di menzogne interiori con le quali le forze corrotte dell’anima possono trasvestirsi. Rudolf Steiner dedicò tutta una serie di conferenze al tema di come nel misticismo deviato certi «trasporti» mistici non siano altro che una traslazione dell’erotismo sul piano astrale. A questa via «animica» e sentimentale, si aggiunge sovente un moralismo dal carattere dolciastro, decisamente stucchevole, che, malgrado una sorta di ideologia buonista ed «ecumenica», porta il più delle volte a forme di un’autentica intolleranza nei confronti di coloro che non vogliono omologarsi e trangugiare un tale immangiabile minestrone, nel quale tutto tende a diventare indistinto e vischiosamente paralizzante. Anche questa non è azione spirituale.

Nell’ambito delle varie «vie dell’anima», vi è anche il ricorso alla riesumazione di antiche vie e misteriosofie, alle forme rituali della magia cerimoniale, alle forme di una ecclesiale religiosità sedicente «gnostica», alle forme più folcloristiche di pratiche religiose mediorientali a sfondo sufico, indiane, tibetane o estremo-orientali. Il bisogno è invariabilmente quello di una «chiesa», di una «ecclesìola», di una conventicola, o petite chapelle, come la chiamano causticamente i francesi, nella quale si possa comodamente regredire ad una sorta di anima di gruppo, che è esattamente il contrario di una Comunità di spiriti liberi, autonomi e liberi. Anche il ricorso a tali riesumazioni «archeologiche»  non è azione spirituale.

Con grandissima facilità, l’Ostile, l’Avversario, il Principe dell’Oscuro Pensiero, l’Angra Mainyush o Ahriman della tradizione persiana, s’impadronisce di queste vie del corpo e dell’anima, e le usa per oscurare il potere discriminante del cercatore spirituale e per paralizzarne le forze interiori. Per l’Ostacolatore, tutte le dottrine, antiche o moderne, si equivalgono sul piano del disanimato pensiero riflesso. Poco importa quale dottrina, nobile o volgare, venga usata per ipnotizzare l’audace ricercatore, purché non ci si stacchi dal piano del morto pensiero riflesso. Poco importa all’Avversario dell’uomo se per incatenare alla propria natura senziente vengano sollecitati – ed anche eccitati – sentimenti, emozioni e conati mistici. Poco importa, infine, all’Ostile la predicazione di uno stucchevole moralismo, o l’idolatria – sentimentale, secondo Massimo Scaligero – di una morale guerriera, o eroica, o prospettante l’immagine mitica dell’Individuo Assoluto, dell’Unico stirneriano, o il Superuomo nietzscheano, purché emozioni moralistiche o tensioni volitive si muovano – malgrado ogni pretesa contraria – all’interno della natura animica ferreamente dominata dal legame dell’anima alla dimensione corporea, legame non conosciuto e non superato. Un tale inconosciuto superamento viene dall’anima – anche dall’anima mistica – segretamente temuto e avversato. Anche questa, dunque, non è azione spirituale.

Se non si vogliono fare illusioni pericolose, è necessario guardare coraggiosamente una verità oltremodo scomoda. Ossia che la stessa Antroposofia, se non si esce dalla paralisi del pensiero riflesso, non esce affatto dalla zona dominata dall’Ostacolatore. Sul piano del pensiero riflesso, i pensati «antroposofici» valgono tutti gli altri, valgono i pensati della scienza materialistica, i pensati della disseccata teologia tradizionale, i pensati delle vie tradizionali, delle vie mistiche, delle vie orientali, della filosofia idealistiche o materialistiche.  

La Via Solare, la Via Vera (come talvolta Massimo Scaligero la chiamava) dell’epoca dell’anima cosciente, ossia la Via che non erra e non mena alle illusioni, alla catastrofe dell’impresa spirituale, non può essere che una via nella quale lo Spirito agisce direttamente su se medesimo con mezzi spirituali e, di conseguenza, poi, direttamente sull’anima  e indirettamente sul corpo. A questo riguardo, Rudolf Steiner è esplicito e chiarissimo. Nella conferenza del 3 agosto 1924, (che fa parte del ciclo Esoterische Betrachtungen karmischer Zusammenhänge. Terzo volume. Die karmischen Zusammenhänge der anthroposophischen Bewegung. Undici conferenze, tenute a  Dornach tra il 1° luglio e l’8 agosto, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1991)  parlando dell’azione dell’Arcangelo Michael nei confronti dell’uomo che cerca autocoscienza e libertà, così si espresse:

«Nun sind, und das ist für das Karma jedes einzelnen Anthroposophen von großer Bedeutung, die Michael-Impulse von solcher Art, daß sie tief und intensiv eingreifen in den ganzen Menschen».

Il che, tradotto nella bella lingua di Dante suona:

«Ora, e ciò è di grande importanza per il karma di ogni singolo antroposofo, gl’impulsi di Michele sono di natura tale da penetrare profondamente e intensamente nell’intero essere umano».

 E poco dopo aggiunge:

«Michael wirkt stark in das geistige Wesen des Menschen hinein. Das können Sie ja schon daraus entnehmen, daß er der Verwalter der Weltenintelligenz ist. Aber Michaels Impulse sind stark, sind kräftig, und sie wirken vom Geistigen aus durch den ganzen Menschen; sie wirken ins Geistige, von da aus ins Seelische und von da aus ins Leibliche des Menschen hinein».

Ossia:

 «Michael agisce fortemente nell’essere spirituale dell’uomo. Potete desumere ciò già dal fatto ch’Egli è l’amministratore dell’intelligenza cosmica. Ma gl’impulsi di Michael sono forti, vigorosi, ed essi agiscono a partire dallo spirituale attraverso l’intero essere umano; essi agiscono nello spirituale, e da lì nell’elemento animico, e a partire da questo dentro l’elemento corporeo dell’uomo».

E nella conferenza tenuta il giorno dopo, il 4 agosto 1924, aggiunse le seguenti parole:

«Denn wenn wir alles das zusammennehmen, was ich gerade über den, wenn ich es jetzt so nennen darf, Michaelismus gesagt habe, dann werden wir finden: die «Michaeliten» sind ja durchaus ergriffen in ihrer Seele von einer Kraft, die bis in den ganzen Menschen, auch ins Physische hinein, vom Geistigen aus wirken will»

il che, riportato nella nostra lingua, significa:

«Giacché, se consideriamo tutto quello, su quel che ho detto – se posso chiamarlo così – intorno al Michaelismo, troveremo allora che i «michaeliti» sono realmente afferrati nella loro anima da una forza, la quale partendo dallo spirituale vuole agire sin nell’intero essere umano, sin dentro l’elemento fisico».

Che lo strumento essenziale, assolutamente necessario di questa azione michaelita sia il pensiero, risulta da tutta l’opera di Rudolf Steiner, il quale chiama l’Arcangelo Michael «il fiammeggiante Principe del Pensiero».  Già nella Filosofia della Libertà troviamo scritto:

«Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito».

Questa citazione di Hegel, che il Dottore fa nel primo capitolo della Filosofia della Libertà, intitolato L’azione umana cosciente, dovrebbe fare molto riflettere, visto ch’egli aggiunge, a sottolineare la fondamentalità del pensare: 

«… dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire dell’uomo».

Non si riflette che, senza il pensare umano cosciente, l’anima umana rimane al livello animale. Non si intuisce – ma questa sarebbe già un’azione spirituale – che il pensare volitivo è l’azione più cosciente che l’essere umano possa compiere: che il pensare è cosciente di se stesso, e che solo il pensare può rendere coscienti – normalmente sognanti e dormienti – anche il sentire e il volere.

Una volta di più siamo rimandati alla Concentrazione come all’esercizio che rende attivo in maniera immediata lo Spirito nell’anima. Così Massimo Scaligero nell’opuscolo degli esercizi:

 «Consiste nel riattivare le forze originarie della coscienza mediante la convergenza volitiva del pensiero su un unico tema».

In fondo tutti gli esercizi non sono altro che forme ulteriori della concentrazione, la quale , in quanto Rito della resurrezione del pensiero dal cadavere della riflessità, è l’esercizio michaelita per eccellenza. Si dirà che parliamo sempre della Concentrazione. Ma quale ne è la ragione? Se siamo invischiati sempre nell’identico problema, se siamo fermati sempre dall’identico limite, o come dice un mio caro amico – un fedele della Concentrazione da oltre quarant’anni – se, per usare un’espressione sportiva, «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», è inutile cercare cose diverse. Il rimedio, l’unico, è sempre il medesimo: la Concentrazione.

Possiamo dire, giustamente,  che il nostro Io è tutt’uno con l’Io dei mondi, che nel nostro cuore vi è una scintilla o una fiamma del Fuoco che anima l’Universo, che come esseri spirituali non abbiamo limiti di spazio, di tempo, di potenza, ma tutto ciò viene contraddetto dalla banalità del nostro esistere quotidiano, da uno stato di coscienza fiacco e crepuscolare, da una volontà sfilacciata e fangosamente istintiva. Da una parte affermiamo altamente la nostra natura spirituale, e dall’altra ci facciamo portare  a spasso come cagnolini da istinti, stati d’animo, da passioni talvolta ridicole, da pensati che non solo pensieri, ma parole e immagini in libera uscita. Unico rimedio efficace a tutto ciò, se vogliamo essere liberi dal servaggio corporeo e animale, se vogliamo agire liberamente per lo Spirito, è la Concentrazione.

Perciò continueremo a indicare la Via del Pensiero e la Concentrazione, e ci sforzeremo di mostrare che cosa non è azione spirituale.    

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto