ASCESI DEL PENSIERO VIVENTE E PSICOTERAPIA

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Il nostro amico e lettore Lapprendista in un suo commento al nostro ultimo articolo, intitolato Carl Gustav Jung e la sua psicologia analitica contro l’Antroposofia di Rudolf Steiner, ha sollevato alcune domande cruciali per la scienza dell’anima, domande che portano inevitabilmente a porsi il problema della funzione dello psicoterapeuta, della validità scientifica delle sue conoscenze e del valore effettivo del suo operare nei confronti di un paziente che a lui si rivolge.

La validità scientifica delle conoscenze della psicanalisi freudiana, della psicologia analitica junghiana e affini, è oltremodo problematica, visto che la «psiche» viene dichiarata non essere l’«anima», ossia una entità distinta dal corpo, ontologicamente obbiettiva, su sé fondata, e non mera funzione del corpo. Una tale esistenza non corporea dell’anima non viene ammessa, anzi neppure presa in considerazione, perché una tale ammissione porterebbe a far sorgere un problema «metafisico», che per infingarda comodità e viltà conoscitiva si vuole ad ogni costo evitare. E naturalmente non viene neppure sollevato il problema della conoscenza diretta, ossia della percezione, della vita dell’anima.

In buona sostanza, Lapprendista scrive:

«Prendendo in esame soprattutto quanto scritto da Massimo da “L’errore della Psicoanalisi, qui, è scambiare per contenuti della coscienza, in cui l’individuo possa riconoscersi” fino a “laddove il compito consisterebbe nel giungere a dissociarsi da essi, per forza conoscitiva, sino a riassumere pura la forza che si vincolava ad essi”.

Posto che la mia formazione psicologica è principalmente rogersiana (e quindi più Counseling che Psicoanalisi), ma che ho almeno un’infarinatura di Gestalt, e qualche vaga nozione sul Freud, trovo che in molti interventi di supporto psicologico l’intento è di “evocare il guasto” nell’ambito del colloquio psicologico proprio per permettere all’altro di obiettivare un comportamento, un’emozione, un giudizio, un ragionamento, che egli subisce in maniera inconsapevole.

Forse però tale conclusione nasce da un mio pregiudizio che tenta di vedere il buono lì dove non c’è. Forse quei momenti di disincantamento animico dei quali ho creduto esser stato testimone e che avevo ascritto ad un momento di risveglio di forze dell’Io che permettono al soggetto di comprendere la sua situazione rappresentandosi le forze istintive di cui è stato vittima e, partendo da tale disidentificazione, di trovare la forza di svincolamento. Mi è chiaro che sarebbe comunque un sollevarsi della coscienza di poco, però quel tanto che basta per rompere un piccolo incanto… magari il primo gradino rispetto alla scalinata che può percorrere colui che, ridestando il Pensiero Vivente, può far esperienza diretta e obiettiva delle forze in gioco.

In tutta sincerità temo di non riuscire a vedere il punto e mi resta un sospetto: che la conoscenza a cui accenna Massimo è di natura completamente diversa da quella a cui ho fatto cenno qui sopra».

 

Il problema, in effetti, è esattamente quello da lui intuito, e accennato nell’ultimo paragrafo da me riportato del suo commento: la conoscenza alla quale fa riferimento Massimo Scaligero è di natura radicalmente diversa da quella alla quale Lapprendista accenna nelle righe su riportate.

Il conoscere dell’uomo comune – sia egli illetterato o erudito, semplice contadino o laureato filosofo, scienziato, medico, pedagogista, psicologo – è un sapere “apparente”, traentesi da un pensare meramente riflesso, legato al cervello, al sistema nervoso, agli organi di percezione sensoria. Un tale pensare riflesso, rozzo o intellettualmente raffinato, è a fortiori escluso dalla vivente conoscenza dell’anima, come dalla conoscenza vivente del mondo, perché un tale pensare riflesso non è in grado di superare il proprio stato di morte: è il cadavere del conoscere, non il conoscere vivente. Il mondo esteriore e interiore che a tale morto pensare appare è, per dirla con espressione indiana, la “Mahâmâyâ”, la Grande Illusione.

Un tale pensare cadaverico – esattamente così lo definiscono Rudolf Steiner e Massimo Scaligero – riesce a cogliere della realtà solo ciò che è traducibile in termini di “numero, peso e misura”, ovvero l’aspetto più povero e meno significante della realtà. Non può cogliere il vivente, e ancor meno può cogliere il cosciente. Ovvero, gli è ignoto il mondo della vita e il mondo dell’anima. Un filosofo di grande valore, Edmund Husserl, da me molto stimato, nella sua ultima, coraggiosa, opera, La crisi delle scienze europee, parla apertamente della incapacità del pensiero meramente razionale di accedere al Lebenswelt, al “mondo della vita”. In tale opera, Husserl usa una espressione tecnica, Lebenswelt, tratta direttamente dall’Opera di Rudolf Steiner, e precisamente da Teosofia. Negli anni ottanta del trascorso secolo, ebbi modo di andare molte volte a Freiburg im Breisgau in Germania, e ivi feci conoscenza con un anziano valoroso antroposofo, Ernst Lippold, amico di Hella Wiesberger, curatrice del Lascito del Dottore, il quale mi portò sulla tomba del padre della “fenomenologia”, del quale era amico di famiglia e mi parlò a lungo di lui. Non mi stupii affatto quando mi disse che Husserl aveva letto attentamente alcune opere di Steiner, che stimava, pur non essendone discepolo. Ebbene, a mio parere, Husserl aveva pienamente compreso lo stato di morte del pensiero razionale e cartesiano moderno, anche se non fu in grado di indicarne – e neppure era suo compito – la via d’uscita da tale stato di morte.

La conoscenza vivente, della quale parlano Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, nasce da un pensare talmente intensamente cosciente – volitivamente cosciente – da poter abbandonare la mortifera mediazione cerebrale, nervosa e sensoria: è una esperienza radicalmente incorporea, estracorporea. Un tale pensare normalmente è conosciuto dall’uomo solo nello stato prenatale o nel post–mortem. Ma è conoscibile – sperimentalmente conoscibile – dall’asceta che in vita abbia il coraggio e la tenacia di immettere ogni volta tanta volontà nell’atto pensante da infondere in questo una novella, sino ad allora ignota, VITA: vita appunto ignota a laureati filosofi, scienziati, medici, pedagogisti, psicologi e purtroppo anche molti antroposofi. A meno che questi non diventino essi stessi asceti, quotidianamente operanti nel Rito della resurrezione del vivente pensiero dal cadavere della riflessità. Cioè, a meno che non si consacrino con tutto loro stessi alla pratica della Concentrazione.

Il problema dello psicoterapeuta è, appunto, quello di non conoscere la propria anima, e dell’anima del paziente conoscere unicamente un quadro clinico, che in definitiva è unicamente una serie di percezioni sensibili ed una fenomenologia meramente discorsiva. Con un tale pensare riflesso non si conosce né la propria anima né quella altrui. Solo il vivente pensare prenatale potrebbe conoscere la realtà dell’anima, cogliere l’origine del male che affligge il paziente – origine di natura karmica e quindi spirituale – ed indicare la via e i mezzi di guarigione.

Massimo Scaligero diceva che «in pedagogia si educa con quello che si è, NON con quello che si dice». Lo stesso principio vale nella psicoterapia, ossia «si opera terapeuticamente con quello che autenticamente, cioè spiritualmente, si è, non con quello che si dice, o con “abili tecniche” psicologiche, di qualsiasi tipo esse siano». Quindi si può essere pedagogisti o psicoterapeuti autentici unicamente se si è asceti operanti – intensamente operanti – in una radicale trasformazione animica e spirituale di se stessi. Ma tutto ciò non si improvvisa, né tampoco viene concesso o garantito da lauree universitarie o master conseguiti con la partecipazione a costosi “corsi di formazione”, gestiti da “corporazioni” economicamente interessate, indifferenti al livello umano, morale e spirituale dei propri allievi.

Vi è anche un altro problema, decisivo dal punto di vista spirituale. Per la Scienza dello Spirito è l’intera condizione umana ad essere una condizione di malattia. Su questo punto, Massimo Scaligero in tutte le sue opere, ma in particolare in Guarire con il pensiero, è assolutamente esplicito. L’uomo è quello che è – ossia è uomo biologico, animale, nevrotico, legato alla univoca visione sensibile del mondo – perché è “caduto” da uno stato primordiale di sovrumana grandezza a quello dell’attuale miseria e abiezione. Da QUESTO stato di miseria e abiezione egli deve guarire, e non trovare le terapie che possano rendergli piacevole, non doloroso, non conflittuale tale abietto servaggio. Ovvero, per parlar chiaro chiaro, il problema di chi soffre schiavitù e prigionia, NON è quello di trarre vantaggi o rendere piacevole schiavitù e prigionia, ma liberarsi a qualsiasi costo. Il prigioniero non deve arredare piacevolmente la propria cella e fornirla di morbido letto, poltrona, aria condizionata, televisione, collegamento internet e frigo bar, bensì di conquistarsi la libertà. Una tale libertà come mèta, una tale liberazione spirituale come processo, non sono cercate, e spesso neppure presentite, dagli psicoterapeuti. Ma sono sicuramente la conditio sine qua non per operare sulla propria anima, e poter poi trovare una connessione reale con la sacralità dell’anima altrui. Come può uno psicoterapeuta far conoscere al paziente una luminosa realtà dell’anima e dello Spirito, che lui stesso non conosce? Nemo dat quod non habet, dice l’antico e savio adagio latino.

Conquistare il Pensiero Vivente, che l’uomo conosce normalmente solo nell’esistenza prenatale e nel post–mortem, implica, anzi esige, l’affrontare da vivi l’esperienza del morire prima di morire, senza morire: cosa tutt’altro che scontata e banale. E questo non lo si conosce nelle aule universitarie, nei workshop didattici e via dicendo.

L’anima di un altro essere umano è una realtà sacrale, che dovrebbe essere accostata sacralmente, e lo psicoterapeuta dovrebbe essere non solo un asceta, ma anche un iniziato e uno ierofante, capace di aiutare il paziente a trovare il mondo di luce dal quale è decaduto, e la realtà originaria dalla quale è tagliato fuori. Mentre oggi le tecniche psicanalitiche evocano, invece, un infero e fantasmatico mondo «lunare» del quale il paziente dovrebbe liberarsi come di un veleno mortifero, e non asservirsi ad esso, nel tentativo illusorio di rendere piacevole, meno dolorosa, non conflittuale la vita animale, che il despiritualizzato uomo moderno, sradicato dalla realtà spirituale, bramosamente conduce e ama.  

9 commenti su “ASCESI DEL PENSIERO VIVENTE E PSICOTERAPIA”

  1. Hugo de Paganis

    Che nella realtà sacrale dell’anima, propria o altrui, non si possa penetrare con i mezzi dei quali normalmente dispone l’uomo comune, ossia con la disanimata percezione sensibile e col cadaverico pensiero riflesso, legati ambedue agli organi dei sensi, al cervello e al sistema nervoso in senso lato, è stato mostrato in maniera radicale da Rudolf Steiner nei quattro articoli, intitolati “La via dell’anima”, che il nostro Isidoro ha voluto venissero pubblicati su questo “blog”.

    I limiti conoscitivi, dei quali patisce l’uomo comune, sono ontologici, ossia riguardano “ciò” che egli è, e “come” egli è, non ciò che egli possa avere acquisito dall’esterno, ossia dall’ambiente familiare, dall’educazione scolastica, dalle comuni esperienze della vita, dalla professione, dalla personale cultura, e via dicendo. La cultura non cambia affatto ontologicamente l’essere umano: può mutare le opinioni o i sentimenti che un essere umano ha del mondo, non cambia assolutamente il modo di percepire il mondo.

    Da questo punto di vista, non vi è proprio nessunissima differenza tra un illetterato contadino e un laureato filosofo, pedagogista, psicologo, medico psichiatra: tutti costoro percepiscono unicamente un mondo desolatamente sensibile, lo elaborano con un disanimato pensiero riflesso, e dopo un minuto del primo sonno profondo tutti costoro nulla, assolutamente nulla, percepiscono dell’obbiettivo Mondo Spirituale.

    Un contadino coltivatore di rape, o un metalmeccanico lavorante al tornio, potranno avere pensieri e opinioni meno “scientifiche” o, se si vuole, più rozze rispetto all’apparire sensibile, alla “Maya” o “Grande Illusione” , mentre il laureato intellettuale avrà pensieri e opinioni dialetticamente alquanto più elaborate, verbalmente più raffinate, “scientificamente” più corrette. Ma non per questo il nostro bravo laureato intellettuale percepirà qualcosa di più o di diverso dal metalmeccanico o dal coltivatore di rape, e nemmeno per questo il suo pensare non sarà riflesso, anemico, privo di qualsiasi barlume di vita. Il sonno profondo e la morte annientano percezioni sensibili e pensieri riflessi indifferentemente sia nell’illetterato lavoratore manuale che nell’intellettuale laureato.

    Anzi, poiché per realizzare l’Iniziazione ad una superiore vita spirituale quella che comunemente si chiama “cultura” è più una zavorra ostacolante che un ausilio, da questo punto di vista il contadino o l’operaio hanno indubbi vantaggi, giacché devono perdere meno tempo e forze a disfarsi di quello oceano di inutili parole che è la profana cultura. Un agricoltore, un operaio, un artigiano possono realizzare volitivamente l’essere della Concentrazione ed entrare attivamente nella percezione spirituale molto più facilmente e molto meglio dell’intellettuale laureato.

    Tutto ciò mostra quanto sia ingannevole, e sostanzialmente ben ingenuo, da parte di uno psicologo o di uno psicoterapeuta credere di poter accedere all’anima propria o altrui, anzi per la maggior parte di loro unicamente alla “psiche”, in quanto negano o si disinteressano totalmente dell’anima, coi mezzi “clinici” della propria percezione sensibile, della fenomenologia verbale del paziente, o dell’analisi dei sogni. Con tali mezzi si arriva soltanto a rimuovere i liquami nelle fogne dell’anima, ad evocare l’infero e fantasmatico mondo “lunare”, che domina l’anima, a indebolire ulteriormente l’anima nei confronti di tale infero mondo, che invadendola ascende dal basso. Di tale mondo “lunare”, l’anima del paziente andrebbe aiutata a liberarsi, andrebbe aiutata a dissolverlo, e non andrebbe – come invece accade normalmente nella psicoterapia – spinta alla conciliazione, all’accoglimento, alla sottomissione nei confronti di quel menzognero mondo antispirituale.

    Andrebbe rafforzato il processo cosciente del pensiero volitivo, realizzata la nobilitazione del sentire e la purificazione degli istinti. Ossia andrebbe indicata una Via di superamento dell’umano, e NON andrebbe proposta una forma di coesistenza pacifica, ben gradita all’avversario, dell’uomo biologico, istintivo, animale e nevrotico, con la sfera “demoniaca e “lunare” che, dominandolo, lo fa essere tale.

    Oggi, oramai, ogni essere umano dovrebbe essere un asceta, realizzatore cosciente dello Spirito: questa è la richiesta imposta dall’urgenza dei tempi, e non lo scivolamento nella sentimentalità mistico-religiosa, o nella intossicante narcosi psicanalitica nelle sue vaie forme.

    Oggi non vi è possibilità di superamento del doloroso e alienante limite umano, se non attraverso il Rito della Resurrezione del pensiero, attraverso la Concentrazione.

    Hugo, che a Isidoro non vuol far sapere
    quanto sia buono il cacio con le pere,
    e nemmeno, arrivati al mese di maggio,
    quanto sia buono il pane col formaggio.

  2. Commentando il commento:
    nella mia (quasi) lunga vita ho conversato con tantissimi “operatori dell’anima”: spiritualisti, sacerdoti e (anche) psicologi.
    Fate loro qualche domanda cattiva, del tipo “Secondo lei, perché l’uomo si addormenta e addirittura poi si sveglia?” Basta ciò per vedere come si avvitano in caduta libera: conoscono solo gli automatismi psico-corporei…naturalmente avvolti in confezione regalo. Punto.
    Altro: mi fa immenso piacere che Hugo abbia ricordato Edmund Husserl (della scuola di Franz Brentano e padre della Fenomenologia). Mi pare incredibile che siano così poche le persone, studiose di scienza dello spirito, che conoscono questi grandi moderni. Proprio in campo psicologico erano giunti al limite della ricerca. Husserl in particolare tentò qualcosa che si avvicina a ciò che Scaligero ha definito come “percezione pura”.
    Chi possiede una certa sensibilità religiosa si faccia un favore: legga qualcosa della discepola di Husserl, Edith Stein, ebrea che sperimentando trovò una potente realtà cristiana.

    Quando Hugo poi, parla di incolti e colti, non lo fa per scandalizzare: in diverse occasioni ho potuto intravvedere la luce (reale, non poetica) dell’anima di qualcuno.
    L’esperienza mi è parsa, in un certo qual modo, facilitata dal tipo osservato: bene con semi-analfabeti, bevitori e bestemmiatori. Nulla con persone caratterizzate da un forte intellettualismo: come se ciò fosse una corazza impenetrabile. Certo io non sono un iniziato (di quinto livello) ma questa è la mia esperienza/testimonianza.

  3. Hugo de Paganis

    Come, Isidoro, non sbocciante ma sbucciante il pomodoro, non sei ancora un iniziato del quinto livello quantico?! Allora ti spedisco immediatamente in Florida a Quantico, ove sotto la sapiente guida del Grande Ammiraglio della possente Marina Militare degli Stati Uniti (ovvero non state divisi), supererai i corsi necessari per andare a dirigere la Stazione Celeste!

    Hugaccio, ora il panino
    farcito me lo faccio.

  4. Ringrazio Hugo per la risposta, ora la faccenda mi è più chiara e il mio sospetto inizia a conformarsi come convinzione. Comunque sia nel campo psicologico inizia anche ad esserci chi si rende conto che in definitiva non conta praticamente niente la tecnica, che la diagnosi è controproducente e che l’unica cosa che può aiutare l’altro… è lui stesso! Dare supporto potrebbe essere possibile, ma diviene impossibile se non si coltiva la propria interiorità. E qui davvero si sconfina in un campo che per essere battuto avrebbe bisogno di ben altre basi conoscitive rispetto a quelle date dalla psicologia. Purtroppo molti di quelli che iniziano a intuire come stanno le cose cercano in ciò che è più facilmente disponibile o più pubblicizzato, dedicandosi a pratiche meditative storpiate e adattate a… “ginnastica per il cervello”.

  5. Innanzitutto un saluto a voi tutti, dato che è la prima volta che intervengo su questo forum.
    Ho apprezzato le interessanti considerazioni svolte sull’argomento, che senz’altro sottoscrivo.

    Ora però vorrei porre alla vostra attenzione un quesito inerente al tema trattato, un quesito direi essenziale: è coerente che chi segua, nel senso più concreto del termine, la via indicata da Steiner e Scaligero, contemporaneamente svolga un’attività professionale di psicoterapeuta ? Quindi un’attività che lo impegni per buona parte del suo tempo e da cui tragga il proprio sostentamento economico ? In altri termini: è auspicabile che sorgano figure professionali di psicoterapeuti orientati in senso scientifico-spirituale ? Ho buoni motivi per pensare di sì ed altri di no: ve li espongo in quanto mi interessa conoscere il vostro parere in merito.
    Ovviamente già esistono figure che si propongono in tal veste, anzi ci sono anche scuole di “psicoterapia antroposofica”, ma questo per me non costituisce una risposta.
    Parto da ciò che mi spinge verso il no: innanzitutto alcune affermazioni di Steiner, tratte dalla seconda conferenza “Sulla Psicoanalisi” ( Dornach, 11 novembre 1917 ):

    “Vale a dire che un individuo non può affrontare un altro individuo, per trattarlo terapeuticamente o per agire su di lui pedagogicamente ( come si fa nell’ambito della psicoanalisi ): al contrario deve in tal caso intervenire qualcosa di universale, di generale. Nella cultura del nostro tempo deve introdursi qualcosa che indica all’anima ciò che altrimenti rimane subconscio: e ciò che in tal modo emerge deve diventare solo un ambiente, un atmosfera, e non un’azione che si svolge tra individuo e individuo. Qui sta il grande errore che viene compiuto e che ha un’importanza immensa. Invece di incoraggiare lo studio del mondo spirituale, di compenetrare la vita spirituale con ciò che può diventare conoscenza del mondo spirituale, come oggi deve avvenire, si ricoverano in case di cura le persone le cui anime mostrano gli effetti patologici della repressione della vita spirituale e si cura la singola persona.
    Ciò porta necessariamente all’instaurarsi di condizioni di confusione karmica: da quello che si svolge tra individui non scaturisce un vero emergere del contenuto psichico subcosciente, bensi nascono rapporti karmici fra il terapeuta ed il paziente, dovuti all’intrusione nella sfera individuale”.
    Così Steiner.

    Sembrerebbe quasi che la critica non sia rivolta soltanto alla psicanalisi, ma alla psicoterapia stessa, in quanto attuata come relazione personale tra due individui, ma non ne sono certo.
    Il secondo motivo di perplessità mi è invece stato sollevato da alcuni amici, anche loro sulla stessa Via: cioè quanto fosse lecito farsi remunerare per un’attività di questo genere ( nello specifico si parlava dell’attività di “counselor”), in quanto attività confinante con l’ambito spirituale della persona, rischiando così di cadere nella deprecabile consuetudine, anche se purtroppo diffusa, di farsi pagare per fornire una prestazione di natura spirituale.
    Personalmente faccio una distinzione tra ciò che riguarda la vita spirituale in senso stretto, cioè l’ascesi, lo studio e la diffusione della Scienza dello Spirito, e quelle attività umane che in qualche modo toccano l’ambito spirituale: perché anche l’insegnante elementare, il medico, tanto per fare degli esempi, in qualche modo “toccano” la parte spirituale dell’individuo, e a volte anche in maniera determinante per la vita di questo.
    A voler essere radicali non esiste attività umana che non sia spirituale, in quanto l’uomo è un essere spirituale, che se ne ricordi o meno. Tra l’altro, una cosa è fare, come ritenevano giusto i miei amici, quest’attività gratuitamente, il che inevitabilmente significa dedicarle un tempo limitato, una cosa è farne un lavoro.
    Ciò che invece mi spinge verso il sì, è innanzitutto il pensare che, per persone che non hanno una inclinazione particolare verso una via spirituale, che svolgono una vita per così dire “ordinaria”, questa attività possa costituire un aiuto concreto, qualora costituisca uno stimolo opposto a quello della psicanalisi.

    Dice Steiner, sempre nella conferenza citata:

    “Che il pensare dell’uomo moderno riesca a tenersi sempre più indipendente dalle onde dei sentimenti e della volontà, costituisce un esigenza importante “.

    Massimo Scaligero, nel suo libro Psicoterapia ( pag. 110 ) in linea con questo concetto e prospettando la possibilità della “percezione diretta” dei sentimenti dice:

    “Lo psicoterapeuta non può certo pretendere da un paziente la realizzazione di un simile compito, ma può pretenderla da sé medesimo, in quanto mediante essa aiuta il paziente “.

    Più volte fa riferimenti ad una possibile funzione “positiva” dello psicoterapeuta e a pag.206 giunge a parlare di una “Psicoterapia dei nuovi tempi”:

    “Una Psicoterapia dei nuovi tempi deve poter aiutare l’uomo a guarire dalla insufficiente consapevolezza rispetto a una realtà del mondo che ha in lui stesso fondamento e che, priva della correlazione cosciente, non può non presentarglisi come caos, suggente a qualsiasi logica. ”

    Però il dubbio da me espresso all’inizio permane: Scaligero, con il suo scritto, avrà voluto salvare il salvabile, cioè cercare di rettificare per quanto possibile l’azione svolta dagli psicoterapeuti già operanti, o auspicare il sorgere di nuove figure professionali di psicoterapeuti, scientifico-spiritualmente orientati ?

    Ancora Scaligero, pag. 209 :

    “La responsabilità che la moderna Psicoterapia assume nella funzione di portatrice di tale conoscenza, può essere alleggerita soltanto dal fatto che talune persone coscienti e moralmente responsabili operino psicoterapicamente attingendo soprattutto alla loro autonoma intuizione”.

    Sembrerebbe quasi l’indicazione di una missione da compiere in quest’ambito, con una valenza anche sul piano metafisico. Ma mi chiedo sempre: ” Quindi in un rapporto a due, terapeuta-paziente ? Con una remunerazione economica ? ”

    Aspettando con interesse le vostre osservazioni vi saluto cordialmente.

  6. Gentile lettore,
    se fossi in lei (ma ammetto di non esserlo) taglierei corto nel rischio concreto di ammassare così tanti dubbi. Quello della rimunerazione, ad esempio, sembra importante ma è anche artificioso. Lo psicoterapeuta professionale vive con il suo lavoro e farà come – in effetti – fanno non pochi: modificando la parcella secondo una concreta valutazione etica.

    Il punto che è invece essenziale è ben descritto in ciò che riporta lei stesso da una conferenza del Dottore: il danno c’è quando l’operatore INVADE il paziente con “sentimento e volontà”. Da ciò sorge una ambigua commistione che non porta nulla di buono.

    Ora, rimanendo coi piedi sulla terra, è assolutamente improbabile che il terapeuta sia anche un eccezionale asceta…ciò è un positivo pronostico verso il futuro. Quello che può essere considerato possibile per un operatore (curatore) di anime è “semplicemente” la capacità di attentissimo ascolto in un disciplinato silenzio della propria interiorità.

    Lei può pensare che ciò sia poca cosa: invece fa miracoli. Il silenzio interiore promuove eccezionali correzioni nel paziente. Il problema consiste nella capacità reale di fare quello che sembra un passo indietro e di tenere vuota la propria anima: è un fatto tecnico poiché è più che raro il caso che moralità naturale ed etica acquisita possano esprimersi con forza di disciplina. In altre parole non muovono foglia.
    Concludo osservando che lo Spirito non è mai coinvolto nei malanni: è l’anima che può ammalarsi. Nella percezione vuota vi è tutta la potenza del pensiero non determinato, cioè non caduto: questa è la silente presenza dello Spirito, del guaritore assoluto.
    Da questo sorge la retta interazione, la parola più giusta: non preventivata e mai complessa e dialettica.

  7. Grazie della risposta. Non penso affatto che la capacità di realizzare il silenzio interiore nell’ascolto dell’altro sia poca cosa … anzi sono convinto che su di un piano metafisico già di per sé costituisca un azione efficace e che solo da quella zona inafferrabile alle forze in gioco possa poi eventualmente scaturire una comunicazione verbale proficua. Ma qui entriamo in un ambito operativo, mentre il mio dubbio in realtà è uno, a monte: può esistere una attività professionale di psicoterapeuta che si possa considerare in linea con la Scienza dello Spirito ? Su questo punto mi farebbe piacere avere una risposta più esplicita. Mi par di capire che la sua risposta sia:” Si, se viene svolta con determinate modalità operative che non invadano l’individualità altrui “. Inoltre lei dice ” … è assolutamente improbabile che il terapeuta sia anche un eccezionale asceta … “. Qui mi sembra di capire che lo svolgimento di un’attività del genere, a suo avviso, potrebbe rendere difficile l’ascesi ( che di questi tempi già lo è a sufficienza … ) cosa in effetti possibile, anzi direi probabile. Il mio interesse non è accademico, ma nasce da una possibile direzione che potrei dare alla mia vita lavorativa: il punto quindi mi sta a cuore e ritengo prezioso acquisire punti di vista diversi.

  8. Caro Experior,
    comprendo il suo dubbio, ma abbia fiducia!

    Le racconto una storia vera: si tratta di un grosso dubbio che turbava un vecchio amico. Discepolo di scienza dello spirito, seguiva Scaligero con forte partecipazione. Professionalmente faceva l’attore. Un giorno si recò da Massimo con un problema che sentiva come insuperabile. Gli era stata proposta una parte in un film in cui avrebbe dovuto impersonare una figura abbietta e violenta (se non ricordo male avrebbe dovuto violentare, in uno scompartimento ferroviario, una povera ragazza). Dunque raccontò la cosa a Scaligero che, imperturbabilmente, gli rispose: “Meglio che sia uno dei nostri a fare scene simili e non altri”.

    Da questo aneddoto può trarre notevoli conclusioni. Una tra le altre è l’avere coraggio e vera fiducia in ciò che l’anima fa come disciplina interiore e che non si estingue ai confini della propria pelle.
    Una seconda potrebbe essere il fatto di non lasciare ad altri le azioni che (per noi) sembrano sgradevoli.

    Inoltre, anche se alcuni mescolano tutto, andrebbe considerato che la vita corrente e l’esercizio interiore, nella prassi si svolgono su piani distinti.
    Da ciò dovrebbe risultare che il cammino sul ” sentiero della conoscenza” può e deve potersi svolgere in OGNI situazione della vita, essendone in profondità svincolato.

    Caro amico, se si coltivano ardimento nell’anima e fiducia verso lo Spirito, non ci sono confini che possano limitare l’azione umana volta al bene!

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