Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

LA SCIENZA DELLO SPIRITO E LE PROPOSTE INDECENTI

paradiso

Sul numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si presenta come “antroposofica”, ma che ha la celata (molto mal celata, anzi sempre più esplicita…) intenzione di “ortopedizzare” in senso confessionale il pensiero e l’opera di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, ritenuti ambedue pericolosamente dirompenti, uscì un articolo – non firmato, ma con ogni verosimiglianza attribuibile ad una persona precisa – che ha lasciato tutti oltremodo perplessi. Alcuni amici, che come me avevano avuto modo di leggerlo, mi hanno chiesto di affrontare varie affermazioni contenute in tale articolo, e di dire coram populo senza infingimenti quel che ne pensassi, soprattutto alla luce della Scienza dello Spirito e della Via del Pensiero che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno trasmesso.

L’invito fattomi da questi amici è maliziosamente birbonissimo, perché costoro sanno molto bene come io la pensi in proposito, e conoscono quanto io sia oltremodo polemico per carattere e collerico per temperamento. Costoro sanno altresì benissimo com’io, presentandosene l’occasione, giammai rifugga dal mettermi nei guai con l’azzuffarmi una volta sì e l’altra pure, anzi come i guai, io – saepe et libenter – li vada sconsideratamente cercando e, a loro dire, dentro voluttuosamente vi sguazzi. Ma, in fondo, perché deluderli, questi simpatici amici così birbonissimamente maliziosi? Che cos’altro potrei oramai perdere, dopo che per decenni sono stato fatto oggetto delle “premurose” e “caritatevoli” attenzioni – cristianissime, si capisce – di coloro che hanno sempre sulla bocca espressioni come “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, “guardare sempre al punto di luce nel cuore dell’altro”, “mitezza”, “mansuetudine”, “compassione”, “disponibilità”, ed altre “virtuose” espressioni, altamente commendevoli peraltro, mentre che nella mano gli stessi “caritatevolmente” stringono quel pugnale, preventivamente immerso nel veleno, col quale darti il Dolchstoß, ossia quella pugnalata inferta rigorosamente alle spalle, tra le scapole o nelle reni, che solo da “fraterni amici” puoi ricevere, anche se non te la dovresti o vorresti aspettare?!

E siccome, oramai da decenni, il look e la reputazione me li sono irrimediabilmente rovinati, mi posso ben permettere una libertà di parola che altrimenti non userei. Evidentemente non tutto il male vien per nuocere, e persino le più grandi sciagure possono presentare notevoli e inaspettati vantaggi, ed avere addirittura talvolta persino lati divertenti. Ma veniamo al nostro argomento. Leggendo il suddetto articolo, ci è capitato di soffermarci in modo particolare sulle parole:

«La partecipazione ai riti religiosi è anch’essa una scelta libera, come in un àmbito del tutto profano, la partecipazione alle competizioni elettorali, la militanza in un partito, ecc. Lo è anche l’accedere ai sacramenti, la cui natura rinnovellatrice chiede all’asceta la consapevolezza di ripercorrere con essi, in forma simbolica e talvolta comunitaria, esperienze relative al meditare di profondità, al puro percepire, al volere consacrato, al sentire celeste. Sono queste esperienze a rendere facoltativa la loro pratica, ma in quanto condizioni o gradi di coscienza ricevuti in dono possono essere testimoniati, non per sola fede o pia attitudine come d’ordinario, là dove le circostanze lo richiedano. Essi sono l’occasione per dar prova di un discepolato e di un culto sovrasensibile indipendenti, perché antecedenti, dal magistero e dalla mediazione formale».

Quando lessi queste parole, confesso che mi si gelò letteralmente il sangue nelle vene. A parte il fatto che la politica – nell’attuale immondo mondo, ogni tipo di politica, sia essa di destra, di centro o di sinistra, moderata o radicale – è cosa sudicetta assai, ed oramai sempre di più se ne accorgono anche le persone semplici e meno edotte in materia, come dimenticare la più che giustificata avversione di Massimo Scaligero per la politica tutta intera, senza eccezioni di sorta? Egli affermava apertis verbis che i politici erano dei medium, posseduti da forze impersonali le quali, dopo averne scalzato l’io, li usano come pupazzi, come burattini svuotati di ogni sostanza interiore autentica. Egli insisteva sul fatto che nella politica vengono ad espressione i più bassi e peggiori istinti dell’uomo animale, rivestiti di una illudente verbosa dialettica, la quale può fingere la presenza di qualsiasi idealità, ma che nella sostanza è veicolo del più mendace e spietato cinismo. Ogni politica, e qualsiasi ideologia, di qualsivoglia orientamento e colore, è la manifestazione e lo strumento del Principe dell’Oscuro Pensiero: non vi è mai, in realtà, nella politica una lotta tra bene e male, bensì una lotta tra mali di segno contrario, ossia una lotta tra dèmoni, sempre tra loro segretamente concordi, sia pur nell’apparente discordia, al fine di eccitare, ovunque e sempre, brama, paura ed avversione, e spingere così i rispettivi seguaci al reciproco massacro. Quello messo in atto da tali dèmoni si chiama “giuoco delle parti”. E mi ricordo bene quel che A.V., discepolo di Massimo Scaligero sin dall’immediato dopoguerra, mi raccontava a proposito di come questi levasse brutalmente la pelle di dosso a lui e ad E.E. perché con giovanile foga si erano dati alla politica attiva, nell’illusione sentimentale di servire i propri ideali. Un episodio analogo me lo raccontò M.D., che assieme a D.E., allora adolescenti ambedue, si erano dati ad un entusiastico attivismo politico: in questo caso Massimo Scaligero procedette al loro decorticamento non in un incontro personale, bensì pubblicamente, all’interno di quella riunione del martedì, ch’egli teneva a Roma nel suo studio di Via Cadolini, con il gruppo dei giovanissimi. Per Massimo Scaligero l’esoterismo era ed è affatto incompatibile con ogni forma di politica.

Per cui mi stupii alquanto, allorché anni fa mi giunse da oltre oceano la telefonata di una persona, la quale perorò, come cosa doverosa, una mia auspicata compromissione con la politica e quella della Comunità spirituale, “perché noi – a suo dire – dobbiamo portare lo Spirito nella politica”. Gli obbiettai che a mio parere quel ch’ei proponeva mi sembrava l’esatto contrario, ovverossia un portare la politica, e le sue sozzerie, nella Scienza dello Spirito. Ora, se già è inaccettabile, oltre che inutile, il versare acqua pura di fonte in uno stagno putrido, ché ciò servirebbe solo a sporcare l’acqua versata e a smuovere il fango del fondo, lo è ancor più il versare graveolenti e sozzi liquami di fogna nelle pure linfe di un’acqua di sorgente. E proprio questo sarebbe stato il risultato della sua proposta indecente, se accolta e attuata. Naturalmente rifiutai e la lunga telefonata – come facilmente intuibile – finì a male parole. Il rifiuto fu motivo, una volta di più, delle suddette “premurose” e “caritatevoli” attenzioni, sempre cristianissime, ovviamente.  

Ben più indecente e ben più pericolosa è, invece, la proposta avanzata, anzi – come vedremo – imposta, dall’anonimo articolista sopra citato. Ci vien detto, abbastanza esplicitamente, che la Via del Pensiero non sarebbe l’assolutamente nuovo nell’evoluzione spirituale dell’uomo e del mondo, l’elemento radicalmente diverso e mai prima venuto ad esistenza nell’universo, e quindi ignoto anche agli Dèi, i quali ne attendono dall’essere umano la realizzazione e il dono come Autocoscienza, Libertà e Amore. Ci viene, invece, affermato che quel che l’asceta cerca nell’individuale meditare profondo, nella percezione pura, nell’ascesi della volontà e in quella del sentire – la disciplina della Concentrazione non viene neppure nominata, ma già sappiamo come per l’anonimo articolista essa possa essere una pratica potenzialmente molto pericolosa la quale, se non proprio abolita, dovrebbe essere perlomeno alquanto limitata nella durata e nella frequenza – già si troverebbe presente, a suo dire, nei sacramenti della liturgia della chiesa cattolica, i quali avrebbero una mirabile “natura rinnovellatrice”, la cui “virtù” l’asceta “sacerdotalmente consapevole” è chiamato a testimoniare, anche comunitariamente, ove “le circostanze sociali lo richiedano”.

Beh, se così fosse, non si vede proprio il motivo di impegnarsi in un’ascesi individuale, oltremodo esigente, nonché indubbiamente molto dura e faticosa, se quel che si va cercando fosse già presente in sacramenti e riti, vecchi di molti secoli, della chiesa cattolica. Che quel che per la Scienza dello Spirito è l’assolutamente nuovo, sia in essi presente è cosa di cui – a parer mio, ma non solo mio – è lecito dubitare fortemente. Ma non solo di una tale presenza, come vedremo, è lecito e savio fortemente dubitare. Infatti, una tale libera scelta – l’accostarsi ai sacramenti e partecipare alle liturgie comunitarie o meno – in realtà non esisterebbe, e l’innominato autore dell’articolo citato lo mette in evidenza, poche righe dopo, con parole che non lasciano soverchie illusioni circa “compassione”, “mansuetudine” e “mitezza” da adoprarsi nei confronti di chi operi una tale hàiresis, ovvero una scelta diversa da quella dogmaticamente prescritta dal Sacro Soglio pontificio. Infatti, così come l’infallibilissimo papa Pio IX, proclamato beato da uno dei suoi successori (che a Roma e altrove non pochi “scaligeropolitani”, in maniera insana e improvvida, anni fa proclamavano entusiasticamente “essere antroposofo”, mentre in realtà è ben documentata la sua attiva opera di distruzione dell’esoterismo in generale e dell’Antroposofia in particolare), nella enciclica Quanta cura del 1864 e nell’annesso Sillabo, dichiarò ex cathedra essere “delirio, cioè la libertà di coscienza e dei culti”,  e così il nostro articolista in maniera sommessamente minacciosa, ma neanche poi tanto sommessa, afferma:

«Si può parimenti decidere di non accedervi proprio per non turbare, in determinate circostanze, il succitato tenore interiore, ma sarebbe proprio per questo mortificante sottrarvisi a causa di un pregiudizio ideologico scampato al setaccio autoconoscitivo o per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà. Soprattutto occorre verificare, con sacra onestà e sincerità, che la ripulsa, in questo caso del rito cattolico – ma sarebbe la stessa cosa nei confronti di altre chiese, e perfino di altre religioni – non celi in realtà l’opposizione segreta al Cristo, per l’impossibilità pagana – non certo dello spirito olimpico commovente ed eccelso dei Misteri, di un Socrate, Plutarco, Apuleio, o Seneca – di concepirne l’incarnazione la morte e la resurrezione, ossia il passaggio della trascendenza attraverso l’immanente, compiuto per un inconcepibile impulso d’amore dissipante l’autorità dei vecchi dei, questi sì ordinanti l’uomo in una rigida chiesa interiore».

Queste parole, messe nero su bianco dal nostro anonimo articolista, mostrano quanto poco sinceramente, a mio modesto giudizio, egli creda nella libertà – la stessa concessione nei confronti di altre chiese cristiane o di diverse religioni, nella fattispecie orientali, naturalmente è puramente formale e di facciata – ed evidenzia quanto poco egli riesca a concepirla se non come adeguamento alla norma dogmaticamente prescritta, perché per lui scegliere, more haeretico, di sottrarsi ad essa in nome di quel “delirio”, “errore velenosissimo”, che per Pio IX, come per il suo predecessore Gregorio XVI, è la libertà di coscienza, è naturalmente cosa perversa, che il beatificato pontefice, spietato carnefice di innumerevoli italiani, dall’altezza della sua dogmaticamente proclamata infallibilità, alla quale tutti i cattolici devono obbligatoriamente credere, nella suddetta enciclica Quanta cura, così stigmatizzava: «E mentre affermano ciò temerariamente, non pensano e non considerano che essi predicano la libertà della perdizione».

Già il suo predecessore, Gregorio XVI, nell’enciclica Mirari vos, del 15 agosto 1832, con tono apocalittico, così tuonava contro la libertà di coscienza: «Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo a cui appiana il sentiero quella assoluta e smodata libertà d’opinare che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata, provenire da siffatta licenza alcun comodo alla Religione. “Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore?” diceva sant’Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo dell’abisso […]. Di là infatti proviene l’instabilità degli spiriti, di là la depravazione della gioventù, di là il disprezzo nel popolo delle cose sacre e delle leggi più sante, di là in una parola la peste della società più di ogni altra funesta».  

Personalmente, mi fa una notevole impressione il papale richiamarsi di Sua Infallibilità ad Agostino di Ippona, l’attivo e solerte persecutore di pagani, cristiani ariani, e manichei – quest’ultimi da lui vilmente traditi, derisi, infamati e calunniati con la coscienza di mentire, come gli rimproverò apertamente il suo antico amico, il manicheo Secondino – contro i quali chiese e ottenne l’uso del braccio secolare del Proconsole romano d’Africa. E contro i manichei egli fece impiegare la tortura talché, come egli stesso scrive, diligenter investigati, vix confessi sunt, ovverossia, i poveri manichei, fatti torchiare per benino, a malapena, e faticosamente, il torquator, torturatore e torcitore delle loro povere membra, riuscì nell’impresa di farli confessare. Né ciò bastò al solerte vescovo di Ippona: egli volle che il torquator, con le sue male arti e “competenze” professionali, trasformasse i malcapitati manichei da rei confessi in “pentiti collaboranti”, ossia che venissero trasformati, aut spinte aut sponte, in delatori dei propri compagni di fede, senza omissione alcuna di nomi od omertoso occultamento di fatti. In quegli stessi anni, a cavallo tra il III e il IV secolo d.C., avvenivano a Roma e in tutto l’Impero, per volontà dell’imperatore Teodosio e dei suoi pii ed augusti successori, la proibizione, pena la morte, di ogni culto pubblico e privato degli antichi Dèi, la chiusura dei Misteri di Eleusi prima e, in seguito, la distruzione nel 396 del Telesteriondel Tempio di Demetra, la Cerere Eleusina dei Romani, da parte dei Goti di Alarico, guidati da “cristianissimi” monaci nerovestiti. Ad Alessandria d’Egitto, in quegli stessi tragici anni, avvenne la confisca dei beni e l’espulsione degli ebrei, la distruzione del Tempio di Serapide, il rogo della sua mirabile biblioteca, l’assassinio da parte di altri monaci nerovestiti, con modalità particolarmente efferate e raccapriccianti, della sapiente filosofa, Iniziata e Ierofantide, Ipazia, la figlia del matematico Teone.

Ma perché, ci si potrebbe chiedere, tanto accanimento, sin dalle origini della chiesa, soprattutto nei confronti di coloro che, pagani o cristiani che fossero, non si piegavano a conformarsi a credere i dogmi prescritti e alla “osservanza”, ossia alla disciplinata partecipazione ai sacramenti e alla liturgia, di cui la chiesa pretende in privativa l’esclusivo monopolio? Le ragioni sono molte, ma in definiva son tutte riconducibili alla fatale opposizione di Scienza o Conoscenza e fede, della quale ho avuto modo di scrivere nel mio precedente articolo. Entrando più a fondo nel retroscena spirituale si tratta dell’opposizione, della radicale contrapposizione, tra Jahvè e il serpente del giardino dell’Eden, serpente caro agli gnostici ofiti o naasseni, il quale col frutto dell’Albero della Conoscenza dona agli esseri umani, tramite Eva, madre dei viventi, quella Gnosi o Conoscenza che rende “come gli Dèi, conoscitori del bene e del male”: Eritis sicut dii, scientes boni et mali. La cosa suscita apprensione, invidia e gelosia in Jahvè-Adonai, il quale – come ho avuto già modo di scrivere – mal vede la nascente autocoscienza e libertà dell’uomo, al punto di dire nel noto passo del Sepher Bereshith ebraico, o della Genesis greca e latina: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». È lo stesso contrasto fatale che si presenta, sino a diventare aperto conflitto, tra Caino e Abele, tra Hiram e Salomone, tra Promèteo ed Epimèteo.  

Ed è notevole che Rudolf Steiner non solo parli in termini altissimi degli antichi gnostici, dei quali elogia la profondissima sapienza, ma è ancor più notevole addirittura ch’egli dia come temi di meditazione e mantram, invocazioni tratte da un testo attribuito agli gnostici valentiniani, la Pistis Sophia – in GA-165, p. 132 – e addirittura un salmo – in GA-40, p. 183 – di quegli gnostici ofiti (dal greco ὄφις-òphis, “serpente”) o naasseni (dall’ebraico ‏נָחָשׁ‎ , nachash, ugualmente “serpente”, variamente trascritto come nahas naas). Questi gnostici, non solo gli ofiti o naasseni, ma anche i cainiti e i perati ad essi affini, del II secolo d. C., non disprezzavano affatto il serpente del giardino dell’Eden, tanto vituperato nell’Antico Testamento, e anzi lo veneravano come essere divino, e precisamente come  essente l’Anima Mundi, cioè come quella Anima del Mondo che, similmente alla Mente del mio amato Virgilio – secondo il quale in Eneide, VI, 727, Mens agitat molem, ovvero che lo Spirito tutto anima, vivifica e muove, compresa la materia apparentemente inerte – e lo veneravano come colui che, inviato di Sophia (la quale, ad insaputa del malvagio Demiurgo del mondo materiale, aveva instillato negli uomini una scintilla divina), ha donato ad Eva e ad Adamo, col frutto dell’Albero della Conoscenza, quella Gnosi, che libera l’uomo dalla schiavitù alla fatale necessità del mondo fisico, fattura dell’arrogante Demiurgo, ch’essi identificavano con lo Jahvè dell’Antico Testamento. 

La cosa giunse presto all’orecchio dei Padri della nascente chiesa cristiana, i quali ne lasciarono ampia polemica e calunniatrice testimonianza, ed iniziarono una lotta feroce al fine di estirpare la Gnosi, lotta che dapprima fu solo verbale, ma a partire dal IV secolo, una volta impadronitisi i cristiani del potere politico, anche sanguinosamente violenta. Abbiamo, a proposito della loro concezione, la testimonianza – una tra le tante – di uno dei primi Padri della chiesa, Ippolito, il quale ci riporta un testo di questi ofiti-naasseni (Refutationes V, 16,9 s.):

«Questo Serpente universale è anche la Parola sapiente di Eva. Questo è il mistero dell’Eden: questo è il fiume che scorre dall’Eden. Questo è anche il se­gno con cui è stato marcato Caino, il cui sacrificio non fu accettato dal dio del mondo, mentre egli accettò il sacrificio sanguinoso di Abele: perché il signore di questo mondo si diletta del sangue. Questo Serpente è quello che apparve in for­ma umana negli ultimi giorni al tempo di Erode …».

È evidente che sia al serpente dell’Eden che a Caino viene dato dagli gnostici ofiti e cainiti un significato “pneumatico”, ossia un significato spirituale elevato, e in qualche modo il serpente dell’Eden viene identificato con la Sapienza e con la Parola, ossia con il Logos stesso. Del resto, là dove nell’unico punto dove nel Vangelo di Giovanni, Cap. III, 14-15, si parla del serpente, il Signore ne parla in termini più che positivi: «E come Mosè innalzò nel deserto il serpente, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna». Il riferimento è al libro dei Numeri, XXI, 8-9, dove gli ebrei ribelli sono afflitti da serpi velenose, per cui vien detto nella traduzione ottocentesca del Martini: «E il Signore gli disse: Fa un serpente di bronzo, e ponlo come segno: chiunque essendo ferito lo mirerà, avrà vita. Fece adunque Mosè UN SERPENTE DI BRONZO, e lo pose come segno: e mirandolo quelli che eran piagati, ricuperavan la sanità». E nel libro della Sapienza, XVI, 4-7, viene ricordato che: «Perocché conveniva che irremediabil rovina venisse sopra di quelli che la facevano da tiranni: a questi poi solamente si dimostrasse in qual guisa straziati fossero i loro nemici. E allora quando contro di questi infierirono bestie crudeli, eglino erano messi a morte per le morsicature di velenosi serpenti. Ma non per sempre durò il tuo sdegno, ma per poco tempo furono spaventati per loro emendazione, avendo ricevuto il segno di salute, perché si ricordassero de’ comandamenti della tua legge. Al qual segno chi si rivolgeva, diventava sano, non in virtù dì quel ch’ei vedeva, tua per grazia di te salvatore di tutti». Il Signore, nel dialogo notturno con Nicodemo, stabilisce un parallelo ben preciso tra quel segno di salvezza – ossia il serpente di bronzo innalzato sulla croce a forma di Tau – e «il Figliuol dell’uomo innalzato». Quanto alla somiglianza con le parole che il serpente rivolge ad Eva, in Giovanni, X, 34-35, il Signore dice: «Rispose loro Gesù: Non è egli scritto nella vostra legge: Io dissi: siete dii?  Se dii chiamò quelli a’ quali Dio parlò, e la scrittura non può mancare, a me, che il padre ha santificato, e mandato al mondo, voi dite: Tu bestemmi: perché ho detto: Son Figliuolo di Dio?».   

Va da sé che se, come l’Ulisse dantesco, noi non “vogliamo viver come bruti”, ma al contrario “seguir virtute e canoscenza”, per realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, è assolutamente necessario che gustiamo il frutto dell’Albero della Conoscenza e che tendiamo la mano pure al frutto dell’Albero della Vita, ma un tale atto non è gradito al geloso ed arrogante Demiurgo, il dio di questo mondo, il quale considera l’uomo – direbbero in India –“un animale utile agli Dèi”, e l’umanità “bestiame” parimenti “utile”, ed egli non vuol certo perdere capi di bestiame o intere mandrie. Né tampoco un tale atto può risultare gradito ad una chiesa per la quale i fedeli sono “agnelli”, “pecorelle” e “gregge” da pascolare, mungere e tosare, per cui è chiaro che se i “fedeli”  conquistano Scienza e Conoscenza e – per usare una espressione di Dante – cominciassero ad essere “uomini e non pecore matte”, la chiesa perderebbe tutti i clienti: per lei sarebbe davvero un pessimo affare. Per cui non è tollerabile per Jahvè e per la chiesa che l’uomo voglia affrancarsi da ogni vincolo, che voglia non credere, bensì conoscere, che voglia essere unica legge a se stesso, e libero.

E ciò porta alla concezione che la chiesa cattolica ha del cosiddetto “peccato originale”, ossia di quella colpa – a parer mio, e non solo mio, felicissima culpa – compiuta dai nostri progenitori Adamo ed Eva, con l’accettare l’invito fatto dal serpente nel giardino dell’Eden a gustare il frutto dell’Albero della Conoscenza. Infatti, si può leggere nel mai abrogato Catechismo di S. Pio X, alla domanda n° 70, le seguenti parole: «Che peccato fu quello di Adamo? II peccato di Adamo fu un peccato grave di superbia e di disubbidienza». Ecco perché l’ignoto articolista attribuisce il non accostarsi ai sacramenti della chiesa cattolica – delle altre chiese e religioni diverse, malgrado altisonanti affermazioni in senso contrario, in realtà, come direbbe la mia amica S., non gliene importa un tubero – a colpa grave e per lui sarebbe «mortificante sottrarvisi a causa di un pregiudizio ideologico scampato al setaccio autoconoscitivo o per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà», il non voler partecipare alla liturgia della medesima.  

Curioso, poi, è l’uso da parte dell’anonimo articolista dell’aggettivo verbale “mortificante”. Infatti, tale participio alla lettera significa “che fa morire”, “che dà o provoca la morte”. E chiunque abbia letto il libro mosaico della Genesi, sa bene che a destinare l’uomo alla morte non è il serpente, che donandogli il frutto dell’Albero della Conoscenza, gli dona al contempo la Gnosi liberatrice, bensì il geloso, vendicativo, e dispettoso Jahvè, il quale non tollera il fatto che «ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». Perciò Jahvè cacciò via l’uomo dal giardino d’Eden, e pose ad oriente del giardino d’Eden un Angelo con la spada fiammeggiante sguainata, «per custodire la via dell’albero della vita». E la chiesa, per non esser da meno dell’invido Demiurgo, per molti secoli ha condannato coloro che, ad essa disobbedienti, facevano una “scelta”, hàiresis, da lei giudicata appunto “eretica”, prima alla morte corporea tra le fiamme fisiche del rogo e poi – a suo dire – a quella spirituale tra le fiamme dell’Inferno. Beh, arrivato oramai alla mia non più verde età, ancora devo capire qual male vi fosse nel voler divenire, come gli Dèi, conoscitori del bene e del male, e soprattutto liberi. 

Invece, nel Vangelo di Giovanni, XIV, 6, il Signore dice: «Io sono la Via, la Verità e la Vita», cioè Egli, ovvero l’Io Sono, principio e fondamento dell’autocoscienza dell’Io, contrariamente al Demiurgo arrogante e geloso, non condanna affatto alla morte, bensì apre il varco ed è la Via per giungere a conoscere la Verità e gustare il frutto dell’Albero della Vita. Infatti, nel precedente Cap. VIII, 32, Egli proclama: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Per me, semmai, oltremodo “mortificante” – al contrario di quanto afferma l’anonimo articolista – è il rinunciare all’impresa spirituale, l’intrupparsi in un gregge, l’obbedire disciplinati e fidenti, senza fare domande inopportune ed importune, ad un pastore, il calunniare coloro che non si piegano alla mediocrità e alla meschinità del gregge, il diffamare la Via del Pensiero, la Concentrazione, chi le pratica, e il Maestro che ce le ha donate.

Non è vero che l’anonimo articolista, malgrado le comode affermazioni di facciata, metta alla pari, ossia, per così dire, sullo stesso piano la Scienza dello Spirito e Via del Pensiero, che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno mostrato, e la partecipazione alla vita sacramentale e liturgica della chiesa cattolica. Infatti, in un numero precedente della suddetta rivista, egli – proponendo, come rimedio di salvezza, una orripilante e agghiacciante “circoncisione eterica” – scriveva che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», il che è apertamente contro quanto Rudolf Steiner indica per es. nel V capitolo della Scienza occulta nelle sue linee generali, e Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, nonché nell’intera opera di ambedue. Del resto, io stesso ebbi modo di udire dalla sua bocca – suis ipsissimis verbis – che «la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata», e che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo» – frase che, come uno slogan o un ritornello, sappiamo essere il cavallo di battaglia dei fans della «via dell’anima». 

Infatti, il nostro anonimo articolista cerca, con consumata e suadente arte dialettica, di dare per scontato che il cristianesimo e la religione coincidano con la chiesa cattolica e la sua liturgia, sfumando in uno stile passabilmente contorto i molti punti problematici, che invero potrebbero lasciare perplessi i lettori più avvertiti. E, con ragionamenti contorti, cerca altresì di instillare sottilmente nei lettori una “salutare” diffidenza nei confronti di un esoterismo e di una Via del Pensiero, ed eziandio nei confronti di coloro che non ne vogliono saperne di piegarsi disciplinatamente alla contortodossia di una chiesa, da sempre nemica di qualsiasi gnosi, e di ogni esoterismo che portino all’esperienza e alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il nostro articolista, inoltre, cerca di far passare l’idea che l’esoterismo, compreso quello rosicruciano e antroposofico, non siano altro che la continuazione e il prolungamento – il completamento, a suo parere –  di quanto vi sarebbe già nell’insegnamento della chiesa, mentre è vero esattamente il contrario. Qualsiasi volontaria autonomia o, peggio, qualsiasi critica da parte di impenitenti esoteristi nei confronti del magistero ecclesiatico, dal nostro articolista viene stigmatizzata come grave e nefanda colpa, che cela una consapevole o inconsapevole avversione al Christo, e da lui additata alla pubblica riprovazione. Egli – peraltro amico e frequentatore di ambienti che si definiscono “cattolico-tradizionalisti”, e che in realtà sono, in àmbito religioso e sociale, quanto di più reazionario, integralista e fondamentalista, con tentazioni “politiche” alquanto problematiche – rimprovera alla chiesa cattolica unicamente quello che gli ambienti più reazionari di essa le rimproverano da tempo, e pure con parole assai più dure delle sue. Ma il nostro articolista è uso ad esprimersi con una – chiamamola così… – prudenza benedettina, come nel seguente passo:

«A ben vedere, dunque, la responsabilità delle chiese, anche dal punto di vista storico, incomincia quando, a seguito di una lettura psicologica o sociologica dei Vangeli, esse si volgono con convinzione, e inevitabile rozzezza, alle molteplici applicazioni del pensiero che è stato chiamato “spaziale”, recidendo le radici platoniche e aristoteliche dal cui coinnestarsi, fin dalla stagione più luminosa della loro storia, sarebbe potuto nascere il tronco del riconsacrato Albero della Conoscenza, i cui frutti, al contrario del Pomo fatale, avrebbero avuto il sapore di cielo e terra insieme».

A parte la poetica “venustà del periodare”, come la chiamerebbe quel paganaccio di Arturo Reghini, la degenerazione – e il tradimento spirituale – della chiesa, non risale certo ai tempi recenti del modernismo del primo Novecento, scomunicato da papa Pio X, o a quelli recentissimi della fumosa teologia della liberazione, ma è ben più antica. Infatti, risale – già secoli prima dell’infamissimo Costantino – alla calunnia dei Misteri del mondo classico, alla calunnia e alla lotta contro la Gnosi ed ogni forma d’Iniziazione cristiana, e una volta impadronitisi del potere politico, alla persecuzione e allo sterminio degli Iniziati pagani, dei cristiani ariani, dei manichei, della crociata contro i catari nell’Occitania medievale e in Italia (roghi con centinaia di “eretici” a Montségur e nell’arena di Verona, per menzionarne solo due tra migliaia di casi), lo sterminio dei Templari, gli orrori dell’Inquisizione, lo sterminio di intere popolazioni in America latina, la Guerra dei Trent’Anni che in Germania portò allo sterminio di metà della popolazione (otto milioni di morti, una intera città come Halle passata a fil di spada…) proprio al fine di annientare l’impulso rosicruciano appena allora affacciatosi, le guerre di religione e la “notte di San Bartolomeo” in Francia, l’assassinio per combustione sul rogo di esseri luminosi come Francesco Stabili, detto Cecco d’Ascoli (e per poco il suo amico Dante Alighieri non fece la stessa fine), Jan Hus, Giordano Bruno, la persecuzione e l’assassino “lento”, o forse invece repentino, di Alessandro Conte di Cagliostro,  la “crociata” del Cardinal Ruffo e dei suoi sanfedisti contro l’eroica Repubblica napoletana del 1799, affogata – con episodi di autentica “matta bestialità” – nel sangue per le strade e sui patiboli di Piazza del Mercato, a Napoli, la violenta persecuzione dei patrioti italiani, la loro diffamazione e la recente falsificazione del Risorgimento da parte clericale, che oggi ha la sfrontatezza di rivendicarne paternità e attuazione, per dirne solo pochissime: tutte cose delle quali per il nostro anonimo articolista non si deve parlare. Per lui è preferibile rivolgere accuse all’esoterismo:

«È tuttavia singolare, da questo punto di vista, che vi siano ambienti esoterici che rimproverano alla chiesa quello che potrebbero altrettanto giustificatamente rimproverare a se stessi. Della chiesa, essi che avrebbero dovuto percorrere il sentiero più alto e difficile, riproducono le dinamiche interne: essi che di quell’Albero avrebbero dovuto sorvegliare e incoraggiare la crescita, pur avendolo visto, non riescono a valicare il confine spaziale della conoscenza e a stabilire da anima ad anima la relazione resa possibile dalla comune frequentazione del lόgos [sic] nel pensare».

Dal nostro solerte, indubbiamente intelligente e abile – sin troppo – anonimo articolista, viene risolta e risolta, invero, con disinvolta eleganza ed una audace petizione di principio, la situazione di progressiva degenerazione e decadenza della chiesa cattolica. Ecco come si esprime qualche riga dopo la precedente considerazione di accusa delle cerchie esoteriche, che non si allineano alle posizioni del magistero ecclesiale e non intendono riconoscerne l’autorità:

«È inevitabile, e sotto certi aspetti perfino comprensibile, che già al secondo anello di trasmissione di un magistero, tanto più quanto più esso sia stato di incomparabile fattura, il pensare, anche per sincera devozione, tenda ad adagiarsi orizzontalmente sulla sua autorevolezza, consegnando agli anelli successivi una forza progressivamente meno viva. Ciò non era grave ai tempi in cui l’attuale funzione del pensare era assolta dalla ripetitività dei riti, il cui principale obiettivo era distruggere e ricreare il cosmo, annientare lo spazio e rinnovare l’atto originario; non è stato grave sino a pochi decenni addietro, quando per esempio la tradizione cattolica risolveva le sue molte contraddizioni con la fiducia assoluta nei sacramenti, consapevole di trasmettere con essi qualcosa di non toccato  dall’umanità dei trasmissori, al riparo dalla loro inadeguatezza e partecipato dalla fede vivificante dei semplici, in uno scambio tra officianti e officiati che poteva non eccezionalmente evocare il sacerdozio invisibile di entità aiutatrici. L’affievolirsi di tale certezza, che nei secoli ha nutrito l’essenza della fede antica e sostanziato la vita morale e di pensiero del cattolico, edificato le cattedrali gotiche e la filosofia scolastica, ispirato poemi e opere d’arte, animato ordini monastici e cavallereschi, ha lasciato man mano prevalere la dialettica della mediazione e della strategia politica – nella cui forma il Cattolicesimo si era calato già dal suo approdo nella città dei Cesari – fino a depotenziarsi nell’adesione alla communis opinio dei grandi temi sociali. Da Chiesa dello spirito, a Chiesa dell’anima e infine dei corpi».  

A tutto questo bel discorso, una volta spogliato dagli artefici dialettici e dalle figure retoriche, vi è molto da eccepire. Rudolf Steiner è chiaro che più non si potrebbe esserlo, sul fatto che fine e mèta che la chiesa cattolica si propone è la paralisi, la narcosi e l’annientamento dell’anima cosciente nell’uomo, mostrando apertamente la Schattenseite, il lato tenebroso della decadente liturgia cattolica. E questo sin dai suoi inizi, quando ancora era molto lontana dal mettere le sue mani grifagne sul potere politico romano. Strumento per realizzare paralisi, addormentamento e distruzione dell’anima cosciente, un tempo e ancor oggi, è la ritualità, della quale essa fa un uso magico, e non sacrale e religioso. Come mette in rilievo Rudolf Steiner nel ciclo Il mistero della Trinità, GA-214, nella conferenza del 23 luglio 1922, la chiesa attraverso un collegio pontificale segreto, tenuto in Italia nel III-IV secolo, iniziò la lotta per combattere col ferro e col fuoco il principio della Iniziazione, per distruggere ogni traccia di quei testi che non erano per lei accettabili, per modificare a suo libito e comodo gli altri, dichiarando infine che la rivelazione doveva considerarsi definitivamente chiusa, e che all’esperienza spirituale diretta doveva da allora in poi sostituirsi il dogma. La chiesa agì decisamente con azione di saccheggio: rubò e confiscò la morale agli ebrei, la filosofia ai greci, la religione e i suoi riti a romani ed egiziani. Tutta la liturgia è tratta dai riti delle religioni classiche, dalle cerimonie dei Misteri soprattutto eleusini, mitriaci, isiaci e romani. Persino il titolo di pontifex maximus del quale si fregia il capo della chiesa cattolica è stato rubato, anzi violentemente scippato, alla sacertà della antica religio romana. Questo è ampiamente ammesso nell’insegnamento all’interno delle pontificie facoltà di teologia, ma non deve essere detto al popolo, che deve rimanere, ignorante e ciuco.  

Quanto ai sacramenti della chiesa primitiva, persino il padre Antoine Dondaine, il domenicano scopritore del Liber de duobus principis, da molti attribuito al cataro bergamasco Giovanni di Lugio, riconosce apertamente che i riti della “Chiesa d’Amore” catara erano di origine apostolica, ed i soli praticati dalla chiesa primitiva, prima delle successive stratificazioni rituali dovute al saccheggio delle religioni e dei Misteri del Mondo Classico, ovverossia la traditio orationis con la trasmissione rituale del pater noster, il consolamentum o battesimo spirituale con l’imposizione delle mani, la fractio panis come simbolo del panis supersubstantialis, la lettura in comune della parola evangelica come presenza e nutrimento spirituale da parte del Verbum o del Logos, e questo nella sua spartana semplicità era tutto. Come scrive, nel Seicento, alla fine della Prefazione al suo Novum Lumen Chemicum l’Adepto rosicruciano Michele Sendivogio, Simplicitas sigillum Veritatis.

Quanto poi alla “confessione”, posso testimoniare che Massimo Scaligero a molti di noi disse esplicitamente che era “una turlupinatura”. Mentre per quanto riguarda la messa cattolica, voglio riportare un colloquio avvenuto nel 1919, subito dopo la fine della prima Guerra Mondiale, tra Rudolf Steiner e il conte Ludwig Polzer-Hoditz, suo discepolo molto intimo, e perché non si dica ch’io m’invento le cose – questo tipo di pratiche le voglio lasciare tutte a chi agisce “creativamente” sull’opera di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero con “chirurgici” interventi editoriali, di tipo “cosmetico” a fini ideologici e confessionali, con eliminazione di parti e trapianto di altre, nonché col raccontare la loro storia in maniera altrettanto “creativa” – riporterò alla lettera il testo tedesco di parte dell’interessante colloquio, e la sua traduzione:

Rudolf Steiner: Da habe ich gewusst, dass wir den Michael-Dienst  wieder aufrichten müssen nach dem Krieg. Denn die katholische Messe gehört einer untergehenden Epoche an, das hat man in Gutau doch wieder gesehen. Aber Riten brauchen wir, denn sie haben Formen, und Formen sind ein Ausdruck des Ewigen. Suchen wir in der Form das Ewige, so finden wir es. Und Sie, mein guter Polzer, werden dann Lehrer in der Esoterischen Schule sein, und den Menschen den Weg zu dem Christus weisen.

Ludwig Polzer-Hoditz: Aber kann man den Christus nicht auch in der katholischen Messe finden?

Rudolf Steiner: Ich habe ihn dort nicht gefunden.

«R.S.: Poiché ho conosciuto che dobbiamo nuovamente istituire il Culto Michaelita [n.d.t: il Dottor Steiner allude ai rituali della Mystica Aeterna, che venivano eseguiti all’interno della II e III Classe della Scuola Esoterica, che allo scoppio della prima Guerra Mondiale egli aveva dovuto sciogliere per gli attacchi da parte cattolica e di quelli del partito militarista in Germania]. Giacché la messa cattolica appartiene ad un’epoca decadente, il che lo abbiamo visto a Gutau. Ma noi abbiamo bisogno di riti, poiché  essi hanno forme e le forme sono un’espressione dell’eterno. Se nella forma cerchiamo l’eterno, allora lo troviamo. E Voi, mio buon Polzer, diverrete istruttore nella Scuola Esoterica, e mostrerete agli uomini la Via al Christo.

L.P.-H.: Ma non si può trovare il Christo anche nella messa cattolica?

R.S.: Là io non ce L’ho trovato».

Il Dottore mette in evidenza sin dalle prime conferenze del ciclo tenuto ad Amburgo sul Vangelo di Giovanni, come la concezione teologica cattolica della “transustanziazione” sia crassamente materiale e, come tale, occultamente all’origine del successivo materialismo scientifico e positivista. Mentre, nei suoi scritti relativi alle Opere scientifiche di Goethe, egli espone una concezione altamente spirituale, in questo molto simile a quella catara, con le parole:

«Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo».

Parole che ricordano quelle di Massimo Scaligero che, nel Trattato del Pensiero Vivente, scrive: «L’ideare umano è il fiorire dell’Alberto della Vita».

Il nostro anonimo articolista afferma temerariamente che i sacramenti della chiesa cattolica, alla cui frequentazione egli apertamente invita, sarebbero intoccati dalle colpe, dai crimini, dalle perversioni, dalla malvagità degli officianti i riti. Beh, questa è una petizione di principio, una sorta di “autocertificazione” interessata, che i rappresentanti della chiesa sono costretti a fare, altrimenti dovrebbero strapparsi tutti i capelli. Infatti, nella storia, sin dal IV secolo, essi hanno perseguitato, e persino sanguinosamente sterminato, coloro che in àmbito cristiano sostenevano il contrario.  

Per il nostro articolista, teologicamente dogmatizzante in materia liturgica, il valore e l’efficacia di sacramenti e riti officiati – quelli della chiesa cattolica, naturalmente, perché gli altri, nella fattispecie quelli delle altre chiese non cattoliche, protestanti o riformate, non varrebbero un tubero, anzi quelle chiese per l’attuale pontefice emerito (ipse apertis verbis hoc dixit) non sarebbero neppure chiese – non sarebbero affatto dipendenti dallo stato di purità, di moralità, di sapienza, di giustizia, di grazia, e di santità dell’officiante il rito, bensì dipenderebbero unicamente dai mezzi operati, agenti in maniera per così dire meccanica, ossia dalle parole, dai gesti, dai segni, dai simboli nella loro oggettiva aseità, e così via. Avrebbero, dunque, non un valore spirituale ex opere operantis, ossia secondo un concreto atto cosciente dello Spirito di chi compie il rito, bensì essi agirebbero ex opere operato, perciò alla stregua di un mero fatto meccanicamente costringente. Questa non è una concezione spirituale, iniziatica o religiosa, bensì una meccanica concezione magica: certamente non di una magia solare o divina, ma proprio di una inferiore magia di potenza, attuata per scopi tutt’altro che spirituali: una forma – ci si passi questa espressione paradossale – di materialismo magico. Lo Spirito è unico presupposto a se stesso, non avendo niente fuori di sé. Quindi non si fa costringere proprio da un bel niente, neppure da un sia pur potente ed efficace rito magico, e non si fa usare come strumento per fascinare, dominare, e manodurre le anime per gli scopi mondani di una struttura di potere com’è la casta – e lasciamo perdere quanto sia casta la casta… – che governa nella chiesa cattolica.  

Per la chiesa cattolica, l’essere umano non è – come affermavano Paolo di Tarso, e gli stessi primi Padri della Chiesa – corpo anima e spirito, bensì unicamente corpo e anima. Potremmo affermare ironicamente che, secondo l’infallibile e supremo magistero cattolico, dopo il Concilio di Costantinopoli dell’869, l’essere umano sia composto di corpo, anima e chiesa, in quanto l’elemento spirituale non apparterrebbe all’uomo, il quale lo riceverebbe unicamente attraverso la mediazione  sacramentale e liturgica della chiesa, beninteso s’egli è “in comunione”, deferente e obbediente, con essa. Da una tale “comunione”, coloro che, “per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà” (come si esprime il nostro articolista), operano un’hàiresis, una scelta “diversa”, “eretica”, o anche solo nel loro opinare dissentono, da pontefici e vescovi possono venire esclusi e, a loro dire, privati dell’elemento spirituale, ossia scomunicati e, di conseguenza, condannati alla dannazione eterna. Perché, sempre a loro dire, extra Ecclesiam nulla salus. La chiesa si serve di sacramenti e liturgia per asservire le anime, e non per liberare lo spirito.

Il nostro anonimo articolista, con abile ma insincera mossa, rivendica la continuità tra rosicrucianesimo e chiesa cattolica. Ecco cosa troviamo scritto nero su bianco sulle pagine della suddetta rivista:

«La via rosicruciana non esclude, anzi comprende, la via cristiana. La rende possibile come mai prima di questo tempo. La completa, perché ai misteri della Morte aggiunge quelli della Resurrezione».

Naturalmente, per il nostro intelligentissimo articolista, la via cristiana è quella cattolica e viceversa, del che è lecito fortemente dubitare. Come un tempo, con i riti delle religioni classiche e delle antiche misteriosofie, la chiesa cattolica cerca, ora, di annettersi l’esoterismo rosicruciano, come del resto sta già facendo nei confronti delle vie d’Oriente. Peccato che, sin dal XVII secolo, il movimento rosicruciano si sia sempre rifiutato ad un tale mortale abbraccio. Basta leggere la letteratura rosicruciana del Seicento, cercare nella Fama Fraternitatis e nella Confessio Fraternitatis Rosae Crucis, per vedere quali espressioni dure  – e risparmio al candido lettore le espressioni più forti, che potrebbero apparire ingiuriose, usate dai seguaci del rosicrucianesimo –  vengano usate nei confronti dell’arrogante potenza straniera d’Oltretevere e dei suoi rappresentanti. Voglio riportare solo due brevi citazioni, a mio parere molto eloquenti, una dalla Fama : «Noi anche crediamo fermamente, che se i nostri fratelli e padri avessero vissuto nella luce chiara del momento presente, avrebbero trattato molto più rudemente il Papa, Maometto, gli scribi, gli artisti, i sofisti e si sarebbero mostrati molto più pronti ad aiutare, non semplicemente con sospiri, e augurandosi la loro fine e consumazione», e l’altra dalla Confessio : «Noi condanniamo sia l’Oriente che l’Occidente, (ovverossia il Papa e Maometto) entrambi blasfemi contro il Nostro Signore Gesù Cristo».

La continuità sovrasensibile e storica della via rosicruciana  è nei confronti dell’iniziazione cristiano-gnostica, di quella cristiano-kabbalistica, del cristianesimo cataro, dell’esoterismo templare,  della via ermetica, e persino delle antiche misteriosofie del mondo classico, sapiente e pagano, ma certamente non della chiesa cattolica.

Ci viene fatta la proposta, davvero indecente, di rendere omaggio feudale ad una istituzione che si è resa responsabile della persecuzione e diffamazione di Rudolf Steiner, del suo avvelenamento, dell’incendio del Goetheanum, della chiusura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca per fare sparire le opere del Dottore stampate in italiano, della denigrazione e della persecuzione personale di Massimo Scaligero – cosa che io seppi dalla sua stessa bocca – e di altre “simpatiche” intraprese, nonché la proposta, altrettanto indecente, di accostarci con devota compunzione ad una liturgia dalle origini davvero poco limpide e molto controverse, della quale quella istituzione – e del livello “morale” (si fa per dire…) di molti suoi rappresentanti è meglio tacere – si serve per scopi tutt’altro che spirituali. Ma via!

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

SCIENZA DELLO SPIRITO E FEDE

Minerva Botticelli

Non sono pochi, oggi, coloro che rivolgendosi all’esoterismo, alla ricerca di una Conoscenza spirituale in generale, o alla Scienza dello Spirito in particolare, cercano in essi qualcosa di analogo alla fede religiosa, un surrogato, un sostitutivo, o un completamento di ciò che da quasi venti secoli in Occidente viene offerto dalle varie Chiese, ossia dalle varie confessioni religiose organizzate. Sempre più spesso, oggi, nella fede religiosa si cerca semplicemente una consolazione nei confronti dei mali e dei dolori che affliggono la vita, e talvolta un sedativo o addirittura un narcotico nei confronti dell’angoscia esistenziale, della paura della morte e dell’aldilà.

Dall’esoterismo in generale, o dalla Scienza dello Spirito in particolare, si ritiene di poter ricevere – per via di rivelazione – una serie di “verità”, le quali vengono accolte, “credute”, e soprattutto “sentite”, senza per questo avvertire minimamente, nella maggior parte dei casi, l’esigenza di sperimentare realtà e fondamento di tali “verità”. 

Per il sopravvivere indebito di un antico e ormai esaurito atteggiamento passivo dell’anima, si tende a riprodurre nei confronti dell’esoterismo in generale, e della Scienza dello Spirito in particolare, un rapporto “religioso”, ossia fideistico, nel quale si accolgono acriticamente e dogmaticamente – sulla base di simpatie personali, di suggestioni sentimentali o istintive – tutta una serie di “verità”, che vengono accettate come “rivelate”, sulla base di un principio di “autorità” che per definizione si sottrae ad ogni forma di verifica. È la codificazione di uno stato di paralisi e di impotenza dell’anima, la quale teme e non vuole uscire dallo stato di passività e di dipendenza, alle quali millenni di servaggio alla natura corporea e psichica l’hanno costretta e abituata. L’anima umana, assuefatta alle proprie catene, è giunta ad innamorarsi delle mura della propria prigione, che teme abbandonare, e a scambiare per generosi e compassionevoli benefattori i propri carcerieri e aguzzini, i suoi spietati sfruttatori che la prostituiscono e l’asservono.  

Uno dei compiti della scienza moderna, la missione che costituiva il fine peculiare del suo sorgere, avrebbe dovuto essere proprio quello di liberare, in ogni campo, l’anima umana da questa forma di credula passività nei confronti di qualsivoglia principio di “autorità”, di qualsiasi forma di “fede” mistica e sentimentale nei confronti di uno Spirituale, sempre più semplicemente sognato. Ciò portò inevitabilmente al contrasto tra fede e scienza, alla condanna di Copernico e di Galileo, alla condanna e al rogo di Giordano Bruno.

Il problema del contrasto, del possibile o impossibile accordo tra scienza e fede, non è affatto – come molti credono – qualcosa di relativamente recente nella storia dell’umanità e nell’evoluzione culturale e filosofica della medesima. Certo, negli ultimi secoli, un tale contrasto, in seguito allo sviluppo della scienza moderna, è giunto a deflagrare in maniera davvero dirompente nel mondo occidentale, dando luogo a tutta una serie rapidissima di trasformazioni, talora convulse, sul piano religioso, politico e sociale. L’Illuminismo settecentesco, con la sua vasta influenza, è solo uno dei molti esempi possibili di tale fenomeno e delle conseguenti trasformazioni che, ad ogni livello, ne sono scaturite. Ma tale contrasto ha dietro di sé quello ben più importante e tragico, che sorse al tramontare dell’antico Mondo Classico, tra Conoscenza sovrasensibile e cieca fede confessionale.

Il problema della differenza tra Scienza o Conoscenza e fede era ben presente già nel mondo antico, sia in quello dell’Occidente pre-cristiano, sia in quello dell’Oriente prima pre-cristiano e successivamente a-cristiano. In un certo senso, esso è connaturato all’essere umano, alla sua costituzione interiore: al suo sentire, al suo pensare e conoscere. Ma tale problema nel mondo antico veniva risolto secondo una gerarchia di valori metafisici, filosofici e religiosi, che rendevano impossibile ogni contrasto e, in quel senso, rendevano saldi l’ordine e la coesione sociali.

Prima di entrare a fondo nel tema, è bene considerare il significato etimologico originario di parole come “scienza” e “fede”, il significato che esse hanno nella lingua italiana, e nelle lingue latine e greca dalle quali la nostra lingua deriva, perché il significato di tali parole si è operato in modo che nel corso dei secoli cambiasse alquanto: et pour cause – come dicono i nostri cugini francesi – ossia a sommo studio. Per cui chiedo venia al candido lettore per la pazienza che sono costretto a chiedergli riguardo a talune considerazioni filologiche, le quali a prima vista possono apparire noiosette anzichenò – lo ammetto volentieri – ma che hanno la loro importanza.

La parola “scienza” ha la sua origine nel vocabolo latino scientia, che deriva dal verbo scire, significante appunto conoscere, sapere, ed indica il conoscere sicuro, oggettivo, accertato, rigoroso, appunto “scientifico”, contrapposto alla mera opinione, puramente soggettiva, la quale, se può talvolta casualmente cogliere nel segno, rimane tuttavia senza autentica certezza, dipendente dalle preferenze personali, dai subrazionali condizionamenti psicologici, personali e collettivi, ed è per sua natura incerta e variabile, senza basi razionali e indimostrabile, ma soprattutto molto facilmente manipolabile.

La parola “fede” deriva dalla parola latina fides, la quale aveva originariamente un significato morale e non dogmatico, come invece ha assunto – anzi si è voluto che assumesse – sempre più negli ultimi venti secoli. Da essa deriva la parola fedeltà, in latino fidelitas, da fides (prima ancora feides) = fedeltà, lealtà. Concetto che ritroviamo nella parola greca πιστεύω (pistèuo) = fidarsi, credere, affidarsi. Per cui, fedeltà è la qualità di essere leali e coerenti nel mantenere gli impegni presi, i legami, gli obblighi assunti.

La fides era appunto la fidelitas, la fedeltà del legionaro romano verso i propri capi, quella del cives, del cittadino romano, nei confronti della Res Publica, verso la stessa Roma. Il venir meno alla fides, ai patti di fede giurata, era nel mondo antico motivo di sommo disprezzo. Per esempio, la locuzione latina Punica fides, tradotta letteralmente, significa fedeltà cartaginese. Il termine si basa sul nome con cui i romani chiamavano i cartaginesi, poeni, cioè puni, il quale deriva a sua volta dal greco φοίνικες-phòinikes, ossia Fenici dai quali i Cartaginesi discendevano. Nella cultura romana antica, questo termine era sinonimo di non mantenere la parola data, di mala fede, di fedeltà ambigua e sospetta. Infatti i Romani consideravano i Cartaginesi, loro acerrimi nemici, infidi e ingannatori. Purtroppo – e lo dico con molta melanconia – ho dovuto fare l’amara esperienza, sulla mia orsolupesca pellaccia, di come una tale punica fides, con tutto quel che implica di inganno, intrigo, menzogna, calunnia, simulazione, manipolazione, tradimento e spergiuro, abbia ampiamente preso campo – oltre che nella giungla della vita profana, dove oramai è data per scontata – nella Comunità spirituale, che dovrebbe invece esserne immune.

La fides o fede, nel senso di fiducia, naturalmente ha ben la sua ragion d’essere nelle ordinarie cose umane, ed anche nella ricerca della Conoscenza. Ma non si tratta di fede cieca, nel senso teologico che tale termine ha assunto in Occidente in talune confessioni religiose. Per esempio, se mi rivolgo ad un docente di matematica superiore affinché mi spieghi le equazioni differenziali a derivate parziali del primo, del secondo e del terz’ordine, naturalmente mi rivolgo a lui proprio perché io non conosco – ancora non conosco la materia in questione –  ed ho fiducia nella sua competenza e nella sua disponibilità ad istruirmi in quel particolare campo dell’analisi matematica superiore. Io non conosco la materia da apprendere e credo, ossia ho ragionevole fiducia, che essa mi verrà da lui insegnata. Il docente, invece, conosce l’analisi matematica ed è in grado di insegnarmela. Nel mio caso vi è fede, nel senso di fiducia, non certo di fede cieca. Nel caso del docente vi è, invece, scienza, e non fede: egli non ha fiducia che l’analisi matematica sia vera: egli lo sa che è vera, ossia ne conosce la verità, perché è in grado di dimostrarla a se stesso e agli altri con strumenti rigorosamente logici. Infatti, io non gli crederò semplicemente sulla base di una sua supposta “autorità”, bensì perché egli, dimostrandomi i teoremi e svolgendo i calcoli con algoritmi rigorosi, farà sì che io possa fare a meno di credere, per invece sapere.

A rigor di termini, anche il neofita che si accosta all’esoterismo o alla Sapienza Celeste si trova nella medesima situazione. Infatti, egli inizialmente nulla sa di che cosa sia realmente la Scienza dello Spirito. Certo, nella maggior parte dei casi, egli avrà sentito parlare o forse anche letto qualcosa sulla Scienza dello Spirito, ma questo non vuol dire conoscerla. Perché, come direbbe Dante Alighieri, è giusto affermare: “che ̕ ntender no la può chi no la prova” (Vita Nova, Cap., XXVI). L’Iniziazione è una trasformazione radicale, ontologica, di tutto l’essere umano, ed essendo un vissuto, in quanto tale è indicibile. La Conoscenza vera, autentica, è l’esperienza personale diretta, vissuta, perché occorre con Tommaso Campanella affermare chiaramente che: “tangere per manum alienam, non est scire, sicut comoedere ore aliorum non est manducare”, ovvero, tradotto il tutto nella bella lingua di Dante, così suonerebbe: “toccare, sperimentare attraverso l’altrui mano non è conoscere, non è sperimentare, così come mangiare mediante la bocca di altri non è certamente nutrirsi”. E per questa ragione nella scienza, nella conoscenza in genere, il principio di autorità, sul quale si basano da venti secoli le fedi confessionali dogmatiche, non vale un bel niente. Quindi, è sempre l’esperienza diretta e vissuta – regina sovrana in questo campo – quella che soprattutto conta, quella che sola ha diritto di chiamarsi autenticamente Conoscenza. L’esperienza della Conoscenza, della Scienza, porta al superamento del principio di autorità, al farne completamente a meno.

La fede, intesa come credenza, non è sapere, non è e non può essere, di per sé, conoscenza. Perché sapere non è credere, e credere di sapere, non è sapere. Così come neppure la mera informazione intellettuale, ancorché erudita e dialetticamente elaborata, non è e non può essere vero, autentico, vitale, sapere: non è scientia, non è Sapientia. Nel discepolato occulto – in ogni Iniziazione che sia autenticamente tale – si deve formare, e non meramente informare, o peggio ancora – come da taluni ci si sforza perfidamente di fare con un’abile operazione di “trasbordo ideologico inavvertito” – disinformare e deformare. La Sapienza non è “cultura”, o “informazione”, o “erudizione”: anzi spesso è proprio il contrario di essa.

Nel Medioevo, e ancora nel Rinascimento, per coloro che cercavano la conoscenza occulta, la Sapienza era un vissuto, più che un saputo. Così, per esempio, erano spesso degli illetterati quei Cavalieri Templari, dal coraggio ardente, che affrontavano la morte corporea sul campo di battaglia e la morte iniziatica nel Tempio, o nella solitudine della loro cella, con identico slancio. Essi il più delle volte non avevano “cultura”, non leggevano libri – sovente erano degli illetterati – eppure erano “sapienti” nel senso iniziatico del termine. Massimo Scaligero parlò più volte ad alcuni di noi di come, per esempio, rispondesse ad assoluta verità il fatto che, nella seconda metà dell’Ottocento, l’occultista tedesco Franz Hartmann, di ritorno dall’India, avesse incontrato a Napoli una cerchia rosicruciana, guidata da Iniziati del tutto illetterati, i quali lo stupirono con la vastità della loro percezione spirituale e la profondità della loro sapienza.

Venendo al mondo antico, nella tradizione classica mediterranea, si distinguevano due livelli di conoscenza, dei quali solo uno era considerato reale, e di conseguenza “scientia”. Nelle tradizioni sapienziali e filosofiche pitagoriche, eleatiche, platoniche e neoplatoniche, del mondo ellenico prima e di quello romano poi, si distinguevano bene “scienza”, ἐπιστήμη-epistème, che letteralmente indica la “conoscenza fondata” su solide basi, oggettiva, e quindi certa, dalla mera opinione, δόξα-dòxa, soggettiva, incerta, variabile, fondamentalmente ingannevole. Ancora oggi l’epistemologia indica la filosofia della scienza, mentre è significativo che la “DOXA” sia una nota agenzia di sondaggio delle pubbliche opinioni, con quanto di sommamente incerto, variabile e sin troppo facilmente manipolabile vi è nelle volubili opinioni delle masse.

È estremamente pericoloso, che nelle comunità spirituali abili “pupari” arrivino ad usare la mala arte, per inconfessati e inconfessabili fini, di “insufflare” per via di suggestione in fidenti anime semplici “opinioni utili”, della cui veridicità non si deve dubitare, e tanto meno osare verificare e discutere. Anni fa, verso la fine del trascorso secolo e millennio, mi trovai in quel di Roma di fronte al fatto che una persona, alla quale avevo fatto notare una serie di palesi contraddizioni, cercasse di chiudermi la bocca col dirmi: “Ora tu stai zitto, perché io ho ‘esperienze sottili’ e tu no!”. A parte il fatto, che io non sono certo il tipo che va a raccontare a giro le sue esperienze interiori, non potei fare a meno di ricordarmi le parole che Massimo Scaligero mi rivolse già nel primo nostro incontro, nel giugno del 1970, invitandomi apertamente “a non credere una cosa perché la diceva lui, o l’amico L. che da lui mi aveva accompagnato, o gli antroposofi, ma di verificare sempre e sperimentare rigorosamente ogni affermazione che mi venisse fatta: verificare sempre se era vero quel che mi veniva affermato come verità”. Il prendere alla lettera una tale indicazione di Massimo Scaligero mi avrebbe poi, negli anni, portato in rotta di collisione nei confronti di molti, che credevo amici, e ad andare incontro a disillusioni e sempre più amare esperienze. Mi resi conto che talune persone avevano, more jesuitico, della verità un concetto, per così dire, “a geometria variabile”, così come le medesime persone avevano un “concetto creativo”, ossia alla bisogna alquanto “elastico”,  dell’onore, dell’amicizia, della sacralità dei giuramenti fatti, del rispettare la parola data e i patti di fede giurata. Tutte cose, queste – avrebbe detto un tempo il Frosini – “che vanno bene per i macachi e i piccoli uomini”. 

Un fatto analogo mi venne raccontato da una cara amica di Roma – persona molto coraggiosa, della quale ho la massima stima – alla quale la stessa persona dalle ‘esperienze sottili’, che aveva cercato di mettermi a tacere, in una riunione nella quale la mia amica aveva sollevato una serie di obbiezioni più che fondate, tentò di tapparle la bocca dicendole: “Io sono gerarchicamente superiore a te, per cui tu ora stai zitta e ascolta quello che dico io!”. Beh, quando si usano di questi sistemi, è facile che una Comunità spirituale vada poi all’aceto: è un chiaro ritornare al principio teologico di “autorità”, per cui tanto varrebbe per costoro andare a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di una delle varie Chiese. Infatti…  

Per tornare al nostro tema, dobbiamo osservare come Platone distingua la conoscenza intelligibile o scienza, ἐπιστήμη-epistème, dalla conoscenza sensibile o opinione, δόξα-dòxa. Mentre l’opinione ha per oggetto il mondo dell’apparire sensibile – e chi per lunghi anni abbia studiato la fisiologia della percezione sensoria, per es. su testi rigorosi come Sui fondamenti dell’acustica e dell’ottica e la Genesi del mondo apparente del Prof. Vasco Ronchi, sa bene quanto soggettiva, variabile nel tempo e nei vari soggetti, in definitiva ingannevole, sia non solo la percezione visiva, bensì l’intera esperienza percettiva sensoria umana, quando essa non sia integrata dall’atto cosciente del pensare –  la scienza ha invece per oggetto l’essere, non sensibile bensì intellegibile.

L’opinione è frutto e dà luogo all’immaginazione, εἰκασία-eikasìa, e alla credenza, πίστις-pìstis, relative al sensibile, che per loro natura sono incerte, irrazionali, ingannevoli. La scienza è frutto e dà luogo, invece, prima, ad un livello inferiore, al pensiero logico-discorsivo, διάνοια-diànoia e poi, ad un livello superiore, all’intellezione diretta e intuitiva, νόησις-nòesis, relativa all’essere e all’essenza.

La vera scienza o epistème per Platone rappresenta la forma più certa, se non addirittura l’unica certa, di conoscenza, che possa assicurare un sapere vero e universale. Una tale conoscenza certa può essere ottenuta in due modi: tramite ragionamento logico-discorsivo (diànoia) o attraverso l’intuizione (nòesis), a-verbale e sovrazionale, che sono a ogni modo complementari tra loro, e delle quali però la seconda, l’intuizione folgorante, è assolutamente superiore alla prima. Si tratta infatti di un sapere interiorizzato, non trasmissibile a parole, di un vissuto come nella maieutica socratica, che ha il suo fondamento, nella sfera ontologica e intuitiva delle idee. Un tale sovrasensibile mondo delle idee – come vivente esperienza spirituale – è, per Platone, accessibile solo a pochi.

Come in Platone, anche per Aristotele la scienza o epistème rappresenta la forma di conoscenza più certa e più vera, contrapposta all’opinione (doxa). Pure Aristotele distingueva due percorsi conoscitivi: al livello più alto c’è lintuizione intellettuale, la nòesis, capace di “astrarre” l’universale dalle realtà empiriche, che si ha quando l’intelletto umano, non limitandosi a recepire passivamente le impressioni sensoriali dagli oggetti, svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le loro particolarità transitorie e di coglierne l’essenza in atto. Il secondo procedimento è quello della logica formale, di cui Aristotele è stato il primo teorizzatore in Occidente, e da lui enunciata nella forma deduttiva del sillogismo. Tuttavia, Aristotele collocava l’intelletto al di sopra della stessa razionalità sillogistica. Infatti, mentre l’intuizione intellettuale, la nòesis, è una percezione diretta, di ordine spirituale, nella quale l’anima conosce diventando tutt’una con l’oggetto conosciuto, nel sillogismo logico della mente ragionante si ha una deduzione logica, e quindi una conoscenza indiretta, e non una percezione diretta.

Se si coglie la differenza tra la conoscenza certa della Scienza – intesa nel senso antico, classico, del termine – o della Sapienza, e la variabilità, l’incertezza, l’arbitrarietà delle volgari e soggettive opinioni umane, che sono in fondo soltanto dei pensati, si comprende perché la moderna Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero, che vuole trasmettere una Conoscenza, si disinteressi delle precedenti opinioni del neofita che giunga ad essa. Non se ne disinteressa – come facilmente potrebbero pensare molti – per una sorta di facile buonismo, per un comodo pressappochismo scambiato per tolleranza, bensì perché le opinioni del neofita che si accosta alla Scienza dello Spirito – siano esse politiche, religiose, culturali o altro – sono, appunto, mere opinioni: soggettive, arbitrarie, sentimentali, istintive, variabili, irrazionali, non Conoscenza. E tali opinioni non devono – o non dovrebbero – essere portate nella ricerca spirituale: in quanto pensati sono veri e propri pesi morti e ostacoli, come lo sono istinti, brame, passioni, sentimentalismi, del cui gravame ci si deve liberare – o ci si dovrebbe liberare – entrando nella Via dell’Iniziazione.  

L’epoca della intellettualità ragionante oramai è definitivamente tramontata e finita. Ed è esaurita la funzione della razionalità come veicolo del puro Spirituale. Ancora in Platone e in Aristotele il pensare dialettico e discorsivo, in quanto nuova facoltà emergente nell’anima umana, poteva essere veste di un impulso spirituale. Oggi non il pensiero discorsivo, rigorosamente logico, ossia la diànoia di Platone ed Aristotele, bensì il pensare pre-verbale, pre-dialettico e pre-cerebrale, che come nòesis sia capace di conoscere mediante “intuizione”, ossia mediante un atto di identità immedesimante, è il veicolo dello Spirituale autentico nell’uomo. Solo il lampo del pensiero vivente – nel quale colui che conosce, l’atto del conoscere, e l’oggetto della conoscenza sono uno – apre il varco all’autentica esperienza spirituale. Ma ciò è ardua conquista, e presuppone la consacrazione dell’asceta alla pratica della Concentrazione.

Gnosi è una parola proveniente dal greco γνῶσις-gnòsis, significante “conoscenza”. Nel mondo ellenico, la parola Gnosi la troviamo usata spesso nel senso di conoscenza personale vissuta, di esperienza vitale concreta, in contrapposizione a un sapere astratto, meramente intellettualistico, appreso da altri o da libri, e non direttamente vissuto. Gnosi è la conoscenza certa, sperimentata personalmente e direttamente, alla quale nessun ragionamento dialettico, o dubbio, può sottrarci. Un po’ come nel francese connaître paragonato a savoir, o al tedesco kennen paragonato a wissen.  E nei primi secoli della nostra èra, venivano chiamati “gnostici” coloro che aspiravano alla realizzazione della Iniziazione cristiana. Per loro la Gnosi era l’esperienza trasfigurante e trasformante la quale, nella travolgenza folgorante di un solo istante, faceva sì che l’Iniziato non più credesse, bensì conoscesse. Ma nulla le Chiese hanno tanto temuto quanto questa esperienza di vivente Conoscenza trasfiguratrice, e si sono adoperate per secoli con ogni mezzo – anche i più crudeli e sanguinosi – per estirpare una tale Conoscenza, perseguitando spietatamente gnostici, manichei, bogomili, catari e tutti coloro che erano innamorati della divina Sophia. I fedeli dovevano – con sottomessa obbedienza – credere, e non conoscere. Ed oggi la situazione non è affatto cambiata, se ancora nell’immediato dopoguerra quel paganaccio impenitente di Arturo Reghini era costretto a scrivere che:

“I cristiani comuni sono e si chiamano credenti; potranno anche talora essere dei sapienti, ma i due termini non sono sinonimi, anzi; perché chi sa non ha più bisogno di credere. Ascoltate come si recita il credo e vi convincerete che il credente, non solo non ne capisce nulla, ma lo recita senza menomamente pensare al senso od a un senso qualsiasi di quanto sta recitando”. 

Gli antichi, sia Latini che Greci, connettevano il concetto di Conoscenza con quello di generazione. Aristotele definì Socrate lo scopritore del concetto sul piano filosofico, e chiama il concetto stesso “parto mascolino della mente o dell’intelletto”. Ed è usuale parlare, ancor oggi, di “mente fertile”, di “intelletto fecondo”, di mente che “partorisce idee geniali”, e così via, mentre la stessa parola concetto è legata all’atto del concepire, del concepimento, che sia nelle lingue antiche che in italiano, ha un duplice senso legato alla fecondazione, sia biologica che mentale o intellettuale. Naturalmente, una tale Conoscenza, o Sapienza, non ha nulla a che vedere con i processi della generazione fisica, come invece va affermando una pseudo-spiritualità deviata e trasgressiva, che da un po’ di tempo tenta, sempre più esplicitamente, di asservire il pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero alle depravazioni di un magismo sessuale spacciato per Alchìmia. La Dea della Sapienza, la casta Minerva, osserva nei suoi scritti il recidivo e impenitente Arturo Reghini, nel mito classico è totalmente estranea al processo della generazione sessuale: Ella, infatti, nasce, balzando armata, dalla testa di Giove, e rimane vergine, ossia non si concede alla generazione fisica: la sua generazione è unicamente di ordine spirituale: la Sapienza. E l’incorreggibile Arturo Reghini aggiunge, che questo era il senso allegorico e spirituale che i Pitagorici davano alla figurazione simbolica della Immacolata Concezione.

Ora, l’asceta che affronta le prove dell’Iniziazione, per un verso muore al mondo profano – e quindi si libera di opinioni, di dubbi, di stati d’animo irrazionali, sentimentali, passionali e istintivi – per un altro verso egli nasce, o rinasce, e quindi ha luogo su un piano spirituale un processo di fecondazione e ri-generazione, per il fatto che l’Io superiore feconda l’anima attraverso la luce-folgore del Pensiero Vivente, e l’anima partorisce la Sapienza.

Ma, come abbiamo visto, il sorgere nell’Iniziato di una tale Sapienza non è il frutto di una mera escogitazione razionale, non è informazione, o cultura, o istruzione: è la fulminea, folgorante, diretta percezione di un’essenza spirituale, perché come ammonisce Dante, “Trasumanar significar ‘per verba’ / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba” (Par., I, vv. 70-73). E quindi abbiamo a che fare con una esperienza vissuta, la quale, come ogni autentico vissuto, non è mai completamente traducibile in parole, ed è comprensibile, intuibile, solo a chi l’abbia anche lui sperimentata in modo vivo. Il dialettismo verbale, o verboso, è spesso la morte della esperienza spirituale autentica: non lo studio dialettico, bensì la Concentrazione, la Meditazione, la Contemplazione, rendono possibile l’intuizione, aprono il varco alla folgorazione interiore, all’irrompere della illuminazione, della esperienza spirituale diretta.

In effetti, sappiamo dagli Classici, che negli Antichi Misteri, non si disquisiva intellettualmente su qualcosa, bensì si sperimentava direttamente qualcosa, che sommuoveva tutte le forze dell’anima, trasformandola radicalmente. Aristotele, parlando dei Misteri Eleusini – sotto certi aspetti i più elevati dell’Antichità classica – dice che “coloro che penetravano nelle iniziazioni, non tanto imparavano qualcosa,  quanto piuttosto sperimentavano qualcosa”: ’ου μαθέιν ̕ αλλά παθέιν – ou mathéin, allà pathéin, ossia non per imparare, bensì per sperimentare un  πάθος – pàthos, che deve purificare e trasformare l’anima dell’iniziato, conducendola infine alla ἐποπτεία – ‎epoptèia, la visione folgorante della realtà spirituale essenziale: alla Gnosi.

La Gnosi è l’esperienza conoscitiva, di ordine sovrasensibile, e quindi spirituale, per sua natura intuitiva, pre-verbale e a-verbale, non ir-razionale e soggettiva, semmai sovra-razionale e oggettiva. Nel suo dialogo “Il Politico”, oltre che nel senso di significato “mistico”, o “esoterico”, “occulto”, “segreto”, Platone usa un tale termine addirittura col significato di superiore intelligenza, attitudine o abilità analoga al talento, o al genio, posseduti, nel muoversi nelle vicende della Polis, da chi abbia conseguito una superiore conoscenza spirituale, ossia la Gnòsis. E Pitagora definiva la sua filosofia esoterica γνῶσις των όντων – gnòsis ton ònton, “conoscenza delle cose, delle essenze intellegibili, che sono”, in contrapposizione alle cose o fenomeni che meramente appaiono.

Fuori della Conoscenza, certa, della Gnosi, vi è la l’opinione, la credenza, frutto della fede soggettiva, la quale non è conoscenza, e non dà certezza. Nella vita pratica l’opinione, la credenza, la fede, sono una necessità ed indubbiamente hanno il loro diritto d’esistenza. Non tutti giungono alla Conoscenza attraverso l’Iniziazione – intesa in senso reale e completo – e quindi è giusto lasciare un campo alla πίστις-pìstis, alla fede, alla fiducia.

Nella mitologia greca, la dea Pistis (Πίστις) è la personificazione della buona fede e dell’affidabilità. Così come sono personificazioni simboliche altre dee come Elpis (Speranza), Sophrosỳne (Prudenza) e Charìtes (Carità), che sono tutte associate all’onestà e all’armonia in ambito sociale. Il suo equivalente romano è, appunto, Fides, la fede, la fiducia. In Platone, il termine pìstis designa non tanto la conoscenza certa quanto l’opinione affidabile.

I problemi, il contrasto tragico, sorse allorché la parola fede fu portata dall’ambito dei rapporti sociali – ambito in cui aveva il significato morale di fiducia, fedeltà, affidabilità, e quello conoscitivo di opinione soggettiva affidabile – in quello religioso e confessionale, ove divenne credenza, obbligatoria ai fini della salvezza eterna, in dogmi, che non erano frutto di una esperienza spirituale diretta, di una conoscenza intuitiva sovrarazionale, bensì erano affermazioni, opinioni enunciate, che dovevano essere acriticamente accettate sulla base dell’autorità religiosa che le emanava. Si giunse al “credo quia absurdum”, al “credo perché assurdo” di Tertulliano, al “credo ut intelligam”, “credo per capire” di Anselmo d’Aosta, e alle varie posizioni della Scolastica medievale. Il “credere” obbligatoriamente alle affermazioni della “ortodossia”, ossia alla “giusta opinione” – ovviamente decretata “giusta” da una autorità religiosa assoluta e irresponsabile – divenne motivo non solo di “salvezza eterna” dopo la morte, ma anche di salvezza e integrità fisica in vita, perché si giunse alla più violenta intolleranza di ogni altra opinione diversa da quella decretata “giusta” dalla ortodossia imperante. Si giunse alla tortura, alla mutilazione, al rogo, nei confronti di coloro che venivano dichiarati “eretici”.

Nel Mondo Classico, la parola “eresia” designava semplicemente una scuola di pensiero: l’Accademia di Platone, il Liceo di Aristotele, il Giardino di Epicuro, il Portico degli Stoici, designavano semplicemente tali “eresie”.  

“Eresia” proviene dal greco αἵρεσις – hàiresis :  scelta, preferenza per una idea o una dottrina o un modo di pensare. In tale mondo antico, nel quale la religione era più rituale che dogmatica, l’hàiresis non aveva l’aspetto drammatico che rivestirà con l’avvento del Cristianesimo. In effetti, l’Antichità politeista separava il mito dalla filosofia e, di conseguenza, la fede, la credenza religiosa dalla scienza. Per tale motivo non erano possibili conflitti tra fede e scienza. Il monoteismo, invece, introdusse, la teologia, lo studio scolastico del Divino, rendendo filosofia e scienza “ancelle” sottomesse al servizio della teologia, la quale detta “verità rivelate” su Dio, di cui non è lecito dubitare o investigare il fondamento di certezza. Tali verità rivelate sono i dogmi.

E’ curioso notare come il termine “eresia” derivi dal greco αἵρεσιςhaìresis, derivato a sua volta dal verbo αἱρέωhairèō, nel senso di “afferrare”, “prendere”, e più specificamente “scegliere” o “eleggere”. In tale àmbito indicava, come abbiamo visto, scuole filosofiche come quella pitagorica, quella platonica o quella stoica. Dunque, in origine, eretico, era colui che sceglieva, colui che era in grado di valutare più opzioni prima di aderire ad una filosofia, o una dottrina, o ad una corrente religiosa, e il termine hàiresis era normalmente usato persino nel mondo ebraico più o meno ellenizzato per indicare le varie scuole filosofiche o religiose, come quelle di SadduceiCristiani, Esseni e Farisei. E, sia nel mondo greco antico, che in quello ebraico ellenizzato questo termine non possedeva, originariamente, alcuna caratteristica denigratoria. Con l’avvento al potere nell’Impero romano da parte dei Cristiani, a partire dall’era costantiniana, cominciò un’era di dogmatismo, di passionalità, di intolleranza, di repressioni, di violenza, di stragi, di torture, di roghi.

Una intolleranza ancora più feroce rispetto a quella usata nei confronti di coloro che, all’interno del Cristianesimo, non si uniformavano ai dogmi della proclamata Ortodossia, venne esercitata nei confronti di coloro che, attraverso l’Iniziazione, cercavano non la soggettiva opinione-doxa, ma la Conoscenza spirituale diretta e oggettiva: la Gnosi. Esempi illustri di Iniziati, martiri dell’intolleranza confessionale, sono Giuliano Imperatore e la filosofa alessandrina Ipazia, ambedue vilmente assassinati, e Ipazia in maniera particolarmente feroce e raccapricciante.

Il mondo classico, greco e romano, non ebbe mai una Ortodossia, e di conseguenza non conobbe dogmi, ossia concetti religiosi cristallizzati. Ebbe una Ortoprassi, ossia la pratica devota di riti familiari, gentilizi, statali, o misterici, che erano alla base dell’ordine e della coesione sociale, e miti: riti e miti che ognuno era libero di interpretare come voleva o poteva, a seconda del proprio livello di maturità spirituale. Vi era, in tale àmbito, assoluta libertà di opinione, con tutta la varietà che tale libertà comportava. Poi vi era, inoltre, l’Iniziazione ai Misteri per coloro che aspiravano ad una esperienza e ad una conoscenza più elevata e diretta dello Spirituale e del Divino. Ma non vi erano dogmi, o dottrine da credere obbligatoriamente. La stessa cosa avviene tutt’oggi in Oriente: in India, in Cina, in Giappone. In Oriente convivono negli stessi luoghi, e a volte nelle stesse famiglie, i culti religiosi rivolti alle Divinità più diverse, ognuna delle quali vista e sentita dai singoli fedeli come la principale, come la suprema. Perché si è coscienti, secondo il detto vedico, che: “la Realtà è una, le verità sono molte”. Ciò porta facilmente alla più ampia e generosa tolleranza, perché nessuno che ami la propria verità, sente di possedere l’interezza della Verità, e concede volentieri che altri possano possedere altre verità, o aspetti diversi e complementari dell’Unica Verità-Realtà. Questa è al di là delle opinioni umane, delle molte e frammentarie piccole verità parziali umane. Ma l’Iniziato può innalzarsi, attraverso l’Iniziazione, l’Illuminazione, l’Estasi, alla vivente esperienza, alla Conoscenza dell’Uno-Tutto, del Divino-Uno che trascende ogni parola o rappresentazione umana. Ma per giungere ad una tale così elevata esperienza, bisogna spogliarsi delle opinioni, delle credenze, delle fedi, delle teorie, delle dottrine, dei dogmi, e trasformare totalmente se stessi, affrontando il morire nella discesa agli Inferi, e il rinascere nella resurrezione iniziatica al mondo dello Spirito.

In Occidente, la fede irrigidita in dogmi cristallizzati, che non chiedevano comprensione e conoscenza, bensì esigevano accettazione incondizionata e imponevano sottomissione, andò in rotta di collisione frontale prima con la Sapienza del Mondo Antico, e poi a partire dalla fine del Rinascimento andò a scontrarsi con la nascente scienza moderna copernicana, kepleriana, galileiana e newtoniana. Scontrò che portò, per esempio, alla condanna del sistema eliocentrico copernicano – rimasto al bando dalle scuole cattoliche sino al 1828 – al rogo di Giordano Bruno, all’umiliante abiura imposta a Galileo Galilei, ad infinite altre atroci persecuzioni.

D’altra parte, l’oscurantismo clericale spinse alcuni settori della scienza, nella lotta sempre più acerba contro il dogmatismo curiale, ad un materialismo sempre più radicale ed anch’esso divenuto sempre più dogmatico. Certo, non tutti gli scienziati sono caduti in un tale rozzo e intollerante materialismo, ed è giusto riconoscere i grandi meriti della scienza moderna. Ma quella che oggi soprattutto manca, drammaticamente manca, è una scienza delle cose spirituali, una Scienza dello Spirito rigorosa, come lo sono le scienze matematiche o quelle fisiche e naturali, ossia una Gnosi, che nasca da esperienza spirituale diretta, e non da credenze, dogmi, tradizioni, sopravvivenze di antiche mistiche, oramai esaurite, e così via. L’attuale contrapposizione tra scienza e fede, è la conseguenza della più antica contrapposizione tra Gnosi e fede, provocata dalla lotta che le confessioni religiose dogmatiche hanno aspramente condotto contro il principio dell’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, contro il principio dell’esperienza spirituale diretta, contro la Conoscenza. Vi è urgenza che venga, come nell’antico Mondo Classico, ristabilita una gerarchia di valori, che doni nuovamente la prevalenza alla Sapienza, alla Scienza, alla Conoscenza, alla Gnosi, altrimenti invece di civiltà, dovremmo parlare di intolleranza, di violenza e di barbarie.

Ci si può chiedere che cosa spinga molti esoteristi, e in particolare coloro che hanno conosciuto la Scienza dello Spirito, ad una morbida accondiscendenza nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, ad un bisogno di condividerne gli aspetti liturgici e comunitari, a cercare un rapporto o addirittura l’approvazione della gerarchia ecclesiastica. Alcuni amici hanno avuto modo, rimanendone oltremodo perplessi, di leggere nel numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si vorrebbe presentare come antroposofica, un ripetuto e abbastanza esplicito invito ad accostarsi alla vita sacramentale della Chiesa. A parte l’esser funzionale agli inconfessati e inconfessabili finalità di chi vuole deliberatamente operare nella Comunità spirituale un “trasbordo ideologico inavvertito”, una tale proposta può essere espressione unicamente di una rinuncia all’eroica impresa spirituale, di una paura, di un incoercibile spavento di fronte all’esperienza, alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il dogma – sia esso cattolico, antroposofico, o catto-antroposofico – è un qualcosa che chiede solo di essere accettato e “creduto”, non sperimentato. Si rimane nella passività dell’anima senziente o dell’anima razionale-emotiva: non si esce dal servaggio alla natura caduta, non si compie l’esperienza attiva dell’anima cosciente.

Certo, la Via del Pensiero è dura, ed è sicuramente dura la pratica intensa, fedele, costante della Concentrazione, che vuole condurre all’esperienza dell’originaria forza-pensiero attraverso l’annientamento volitivo del pensato, di ogni pensato, di qualsiasi determinazione o forma del pensiero che non sia il suo nudo contenuto originario, libero da ogni determinazione e forma. Percorrere concretamente la Via del Pensiero è abbandonare tutti gli appoggi, rinunciare ad ogni “credenza”, ad ogni opinione, sperimentare la più radicale solitudine interiore. E chi teme ciò, facilmente rinuncia all’impresa interiore, la quale non può non essere eroica, e cerca nella Chiesa e nella sua liturgia un rifugio comodo e consolante, sia pure illusorio.

In una lettera del 17 marzo 1972, così mi scriveva Massimo Scaligero a proposito di quanto sopra è stato descritto:

“…Come il cristiano esoterista che si ricongiunge con la Chiesa Cattolica, perché vi trova sicurezza, sistematicità, affabilità, e, perché no?, anche appoggio. Il reciproco appoggio che sarebbe vero se fosse quello di esseri liberati e liberanti, non se è il reciproco appoggio e la codificazione associativa delle debolezze. Il Mondo Spirituale oggi necessita di combattenti puri, capaci di reggersi da sé, non di appoggiarsi a ciò che si è costituito secondo la formale aspirazione, che conceda all’umano permanere, comunque, col suo dominio su tutto. […] certo non si può essere tutti eroi secondo il Christo cosmico e l’impulso del Graal, e Platone e la virtù trasfigurante dell’idea che dà l’assoluto coraggio; ma occorre almeno tendere per fedeltà all’impossibile, provare, prepararsi, distinguere il vero sentiero: per i più scomparso”.

A volte mi chiedo se coloro che hanno avuto la ventura di incontrare la Via del Pensiero, e taluni il dono impagabile di incontrare un Iniziato come Massimo Scaligero, siano capaci della radicalità, dello slancio, della consacrazione che dimostrano molti asceti, seguaci delle Vie orientali. K. Lakshama Sarma, un discepolo tra i più avanzati, coraggiosi e fedeli, di Ramana Maharshi – che Massimo Scaligero affermava essere l’unico ad avere realizzato e additato in India l’esperienza dell’Io – così descrive il Maha Yoga, o Grande Yoga (com’egli chiama l’Atma-vichara, o Via di ricerca dell’Io di Ramana Maharshi):

“Il Maha Yoga è il metodo diretto di trovare la Verità di noi stessi. Esso non ha nulla in comune con ciò che comunemente è conosciuto come ‘Yoga’, essendo semplicissimo – privo di misteri – perché riguarda la Verità assoluta del nostro Essere, la quale è Essa stessa estremamente semplice.

Il Maha Yoga libera il suo seguace dalla sua fede, non per legarlo a nuove fedi, bensì per renderlo capace di perseguire con successo la Cerca del Vero Sé, che trascende tutti i credo.

Il Maha Yoga viene descritto come un processo di disimparare. Il suo seguace deve disimparare tutta la sua conoscenza, perché essendo nella relatività, essa è ignoranza, e quindi un ostacolo”. [Maha Yoga, by “Who” (K. Lakshmana Sarma) Tiruvannamalai, 2002, p. XIII].

 Ed è esattamente quello che dobbiamo avere la forza e il coraggio di compiere nella Concentrazione: l’annientamento di tutto il pensato, di tutto ciò che non è l’atto pensante allo stato puro. Non abbiamo bisogno di dottrine, di dogmi, di fedi, di credenze, ma dell’esperienza interiore diretta che sorge dall’annientamento di ciò che non è l’atto pensante allo stato puro.  

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SCIENZA DELLO SPIRITO

Giovanni Colazza – La ricerca dell'Io nel periodo dell'anima cosciente

colazza -

Quella che viene presentata qui di seguito è una conferenza di Giovanni Colazza, che è – a mio modesto parere – di una importanza fondamentale per tutti i praticanti interiori che seguono la disciplina occulta della Scienza dello Spirito.

In passato essa è apparsa, decenni fa, su una rivista romana “scaligeropolitana” semestrale, ma non trascritta fedelmente, bensì in ogni sua frase completamente rifatta secondo un criterio redazionale assolutamente arbitrario. Il testo pubblicato in tale rivista è un totale rifacimento del testo originario, trascritto dalla fedele Fanny Podreider, rifacimento o parafrasi condotta con intenti letterari, presumendo di abbellire la parola di Giovanni Colazza, ritenuta poco elegante o addirittura “sciatta”. Seguendo l’impulso di una tale presunzione, chi si è assunto il compito di un tale rifacimento, ha operato in maniera ortopedica su un testo sapienziale, nel quale come direbbe Platone deve essere cercato ciò che è vero e non la “venustà del periodare”. Personalmente, sono per la riproduzione più esatta possibile delle parole dei Maestri, perché dietro quelle parole vi sono i loro pensieri e le forze del Mondo Spirituale, che le hanno ispirate. La conferenza in questione, oltre che abbondantemente riscritta secondo un criterio arbitrario, è stata mutilata di varie frasi. Così stravolta e mutilata, essa è stata ripresa da vari siti del web e in vari social forum. Questo mi ha spinto a compiere la dolce fatica di ritrascriverla dai dattiloscritti originali – due per la precisione e perfettamente concordi tra loro, provenienti dall’archivio dell’allora Gruppo S. Remo di Milano e dal dono di un discepolo diretto del Maestro – avendo cura di rimanere il più possibile fedele alla viva parola di Giovanni Colazza. Ho confrontato il testo della conferenza anche con il testo apparso in Società Antroposofica in Italia, Bollettino per i Soci, Anno 1973 – n° 2, il cui testo è assolutamente uguale alle altre due copie d’archivio citate, e completamente difforme dal testo pubblicato nella suddetta rivista semestrale romana, il che, a questo punto, fa sorgere molti leciti interrogativi circa la legittimità e gli scopi celati dell’alterazione ripetuta operata disinvoltamente sui testi di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero da parte dell’editore che l’ha attuata. Il ripercorrere, il più esattamente e fedelmente possibile, le sue parole e i suoi pensieri fa risorgere nell’anima il risuonare della forza dell’esperienza spirituale dalla quale scaturiscono.

Il “redattore” di tale ortopedica operazione editoriale non è nuovo a cotali discutibili imprese sui testi di Giovanni Colazza e dello stesso Massimo Scaligero. Le conferenze di Giovanni Colazza, ch’egli fece a commento del libro Iniziazione di Rudolf Steiner, furono da lui completamente stravolte e pubblicate in un libro nel quale difficilmente si riconoscono la forza e lo stile di chi, in maniera viva, pronunciò tali mirabili parole. Per me è giusto attenersi ad un criterio assolutamente opposto.

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La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente
Conferenza tenuta da Giovanni Colazza al Gruppo S. Remo

a Milano, l’8 dicembre 1940

Trascrizione di Fanny Podreider non riveduta dal Dott. Colazza

Il conferenziere esordisce dicendo di essere lieto di essere tra gli amici a Milano e raccomanda di non aspettarsi di udire cose nuove. Parlerà di cose che molti già conoscono, ma è bene ripresentare cose note, per riguardarle alla luce di una maggiore maturità. Nel ritornare sopra tali idee, dopo trascorso un periodo di tempo, si scopre che nella coscienza si è fatto un passo avanti, si è giunti ad una visione più chiara, ad una determinazione più forte.

Oggi dunque, continua il Dottor Colazza, vi dirò alcune parole su un dato tema. È sempre difficile riunire in un titolo il contenuto della materia che si vuole svolgere in una conferenza. Questa di oggi si svolgerà intorno all’argomento “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”.

Sappiamo che in ogni fase della civiltà c’è sempre stata una relazione speciale dell’uomo col suo Io. Nei tempi remoti, l’essere umano discendeva nella sua interiorità e lì poteva trovare la voce degli esseri spirituali. Penetrando in se stesso, l’uomo riconosceva che nel suo intimo si manifestavano le forze divine, che in lui sorgevano gli impulsi di volontà, ispirati dalle entità divino-spirituali che agivano in lui. Ora invece il nostro Io ha tagliato i ponti col mondo spirituale, è disceso completamente nell’interiorità umana, si è immerso nel corpo fisico, nel corpo eterico e in quello astrale, di modo che si può affermare che è quasi prigioniero in essi. Da essi prende, però, in compenso, le forze per condurre la sua esistenza autonoma. Osserviamo per un momento la composizione di quest’involucro in cui abita l’Io. Il corpo fisico ha la sua autonomia, vive per sé, appoggiandosi però alle forze eteriche che lo permeano. L’astrale tende invece ad assorbire l’attività della entità umana, a riempire l’essere umano di se stesso e con l’aiuto delle forze luciferiche e arimaniche, lo compenetra, cosicché l’Io diventa suo schiavo. Per mezzo di tale immersione negli involucri umani l’Io si muove nel mondo, e attraverso la corrente della vita e delle passioni umane, tende al congiungimento del suo essere interiore col mondo.
In questo campo bisogna tener presente che l’antroposofo si trova in una posizione speciale, in una posizione privilegiata. Una persona qualunque, che si metta a riflettere sulla sua vita, si sente nel mondo come un essere estraneo ad esso, si trova in mezzo ad un complesso di fenomeni a lui estranei e quasi ostili, si sente come schiacciato dall’immensità cosmica, che non può comprendere. la distesa dello spazio, il firmamento con i suoi mondi ignoti, che nulla hanno a che fare con lui nella loro immensità spaziale, lo schiacciano; e di fronte ad essi si sente rimpicciolito e senza valore. Si sente posto, in questo breve periodo tra nascita e morte, come un prigioniero di forze ignote, sa che non avrà tempo di sviluppare la sua entità più profonda, in questo periodo così limitato. Tutt’al più se ha fede, l’essere umano potrà riconoscere di avere in sé un’anima, ma che questa lo tradisce continuamente, perché dalle sue profondità ignote, affiorano passioni e desideri, tempeste di ogni sorta di cui non conosce le origini. L’essere umano che vuol sentire la propria entità di fronte a tutto quello che gli dà la scienza moderna, non può sottrarsi ad uno stato di avvilimento, ad un senso di umiliazione, paragonando la sua piccolezza di fronte a questo cosmo sconosciuto.
Diversa è la posizione dell’antroposofo, quando guarda il cielo, perché sa che le forze delle stelle operano anche in lui, è cosciente che tutto lo Zodiaco con le sue forze spirituali, collabora a formare il suo corpo; e che le influenze che scendono dai pianeti sono in relazione vivente con il suo essere.

L’antroposofo può guardare al mondo sapendo che dietro al fisico-sensibile vi è lo Spirito. Il suo corpo fisico non gli appare come un semplice peso morto, perché egli sa che è stato formato attraverso una progressiva evoluzione da epoche lontane. Sa che la parte di calore di esso, gli viene dall’evoluzione Saturno, la parte aeriforme dall’evoluzione che chiamiamo Sole, quello che ha in sé dell’elemento liquido è retaggio dell’evoluzione Luna e la materia pesante è l’elemento che appartiene alla Terra. L’essere umano sente in sé tutta l’evoluzione planetaria sommata nel suo corpo fisico, che da epoche antichissime è stato elaborato, sviluppandosi nella sua discesa verso la materia solida terrestre. L’antroposofo sa che questo corpo fisico è un dono delle gerarchie spirituali e sa che in altro periodo esse gli hanno dato il suo corpo eterico, poi il corpo astrale e da ultimo il suo Io.

 Attraverso tali arti, egli si sente in costante relazione con le predette gerarchie. In ogni momento, soffermandosi a meditare, egli può sentire in sé, nel suo interno, tale rapporto col cosmo, tale vivere attuale in unione alle forze delle gerarchie. Vi è una differenza immensa in questo campo, tra un’individualità umana qualsiasi e l’antroposofo che sa di avere avuto in dono dalle gerarchie questo involucro del suo io, e sa che da esso egli può prendere forze viventi durante il suo lavoro di trasformazione e d’evoluzione interiore.

Osservando tutto questo l’antroposofo deve cercare di realizzare queste conoscenze in un quadro vivente. L’antroposofo, infatti, all’esposizione teorica di dottrine, come viene fatta in altri campi del sapere umano, cerca di sostituire dei quadri viventi che sviluppino, di per se stessi, forze d’evoluzione e di trasformazione. Così se riesco a riunire, in un quadro vivente, l’operare delle forze delle gerarchie che hanno contribuito ed operano tuttora alla nostra formazione umana, io risveglio in me la coscienza di quanto vive nel mio essere: mi ricongiungo a tali forze in una relazione attiva, vivente. Ritrovo allora il mio passato cosmico, che è racchiuso nel mio essere attuale, e posso giungere così ad un superamento dei limiti di tempo e di spazio, ad un albore d’esperienza spirituale, ci conduce alla soglia del mondo dello Spirito. Purtroppo, accanto a tutto questo, bisogna anche riconoscere che la nostra attività esterna resta ancora separata, resta ancora lontana da questa realizzazione di un mondo spirituale. Di questa grande esperienza cosmica non se ne vede in noi, e nelle nostre azioni, che poche tracce, molte volte non se ne sente nemmeno la presenza. Qui tocchiamo dei problemi di psicologia antroposofica. Ed in questo campo, sia pure a tentoni e spesso deviando, anche la psicologia moderna ha spesso presentito profonde verità. Così essa afferma che nell’essere umano esistono i cosiddetti complessi, ossia centri di forze psichiche autonome con vita propria, complessi animici separati nella coscienza, con autonomia e vitalità proprie, così che si sottraggono al controllo cosciente dell’Io.

Qui per rendere chiaro l’argomento, ci serviremo di una dimostrazione un po’ schematica. Abbiamo, nell’essere umano, il corpo fisico, l’eterico, l’astrale e l’Io, che descriverò uno dopo l’altro. Sappiamo però che in realtà, essi si compenetrano. Quindi abbiamo:

Io

corpo astrale

corpo eterico

corpo fisico

oggetto                                reazione

Mettiamo ora che un oggetto venga a colpire la nostra attenzione: (vedi oggetto) attraverso gli organi fisici noi accogliamo un’impressione, nell’eterico questa si sviluppa come sensazione, nell’astrale diventa percezione, poi sale fino all’Io.

Quando si forma la percezione, tale immagine percepita porta al risveglio delle forze della memoria. Se noi, ad esempio, vediamo un oggetto, cerchiamo subito di paragonarlo ad altri oggetti già conosciuti e quindi di renderlo riconoscibile attraverso la memoria. Il risveglio di questa, da quanto il Dottor Steiner ci ha spiegato, sappiamo che avviene nella zona tra l’eterico e l’astrale. Sappiamo pure che altra cosa è l’associazione di percezioni e la vera e propria memoria. Alla prima giungono anche gli animali, la seconda è possibile soltanto all’essere umano.

Dunque, per mezzo della memoria riproduciamo un oggetto, una data esperienza del mondo, ad altre esperienze precedentemente avute, ed immediatamente da questa zona, da questo complesso della nostra anima, si svolge una reazione che da noi parte verso il mondo esterno. (Vedi reazione). Se studiamo come avviene tale reazione nell’essere umano, vediamo dunque la tendenza a riunire le esperienze in gruppi simili; a reagire di fronte a date situazioni, quasi automaticamente come in passato.

In tal modo vediamo che, malgrado nella nostra coscienza siano entrate delle nuove esperienze che avrebbero dovuto modificare le nostre reazioni, le forze dei complessi, che sono radicate nella memoria, ci portano ad agire come prima.  Qui vi è nell’anima umana, qualcosa che tende ad annullare lo sviluppo nuovo. Può così accadere che ripetiamo esperienze che sono in fondo superate e che commettiamo, di fronte ad esse, lo stesso errore, benché nella luce della coscienza ne sia già avvenuto il superamento. Questo si verifica appunto per la schiavitù dei complessi, da cui non riusciamo a liberarci.

Questo, che nel ramo psicopatologico può portare a situazioni tragiche, ed a volte pure ridicole, si rispecchia anche nella realtà della vita quotidiana. Per dare un esempio, è facile notare che una persona, che è stata per anni in condizioni poco agiate e che si è poi arricchita, quando si tratterà di comprare qualche cosa, istintivamente sarà ripresa da quel senso di paura di spendere che è la ripetizione dell’esperienza del passato.

Ma tutti abbiamo in noi sentimenti radicati che, nati in una certa forma, continuano a sopravvivere benché sussistano ormai tutti i presupposti per superarli. Ciò perché non riusciamo ad attivare il controllo della coscienza questa direzione. Sappiamo che date cose non hanno alcun valore, eppure esse hanno ancora la forza effettiva di portarci a perdere il nostro equilibrio interiore. Ci abbandoniamo così a reazioni che in realtà ripugnano alla nostra coscienza, ma che al momento non riusciamo a dominare. Questo accade a tutti nell’esperienza quotidiana.

Ora il Dottor Steiner aveva presente questo stato dell’anima umana, e ci ha dato anche il rimedio, ci ha dato i mezzi per il superamento dei complessi. Ci ha insegnato cioè a lottare contro queste forze interne in cui l’elemento arimanico e quello luciferico trovano il loro campo d’azione. Tutti certamente conoscono quanto il Dottor Steiner ci ha dato a tale scopo, ma sovente non si riesce a realizzare l’enorme importanza della reale forza degli esercizi da lui suggeriti.

Il Dottor Steiner consiglia, in primo luogo, di prendere per la concentrazione un pensiero che non ci interessi in modo speciale. Un pensiero che non ci piace, preso a caso, il quale non susciti in noi alcuna reazione d’interesse. Tale pensiero bisogna tenerlo fisso davanti a noi con tutte le forze, con un attivo sforzo cosciente. Allora, se si riesce a farlo realmente, noi lavoriamo per la liberazione del nostro pensare dai complessi animici, poiché un pensiero forte non è quello che da sé suscita in noi una forte reazione involontaria, bensì quello che noi vogliamo sia forte per la nostra volontà ben cosciente.

Un altro esercizio, che certamente tutti conoscono, è quello di proporsi un atto di volontà, di dirsi, ad esempio: “Domani, ad una data ora, compirò un atto semplice che non susciti in me nessuna attrazione, né piacere, né interesse personale”. Ma propostosi tale atto, bisogna eseguirlo a qualunque costo. Si giunge così ad impregnarsi di volontà per propria libera decisione. Mentre prima agivamo per impulso, ora è un atto di puro volere che immettiamo in noi. Non è per impulso momentaneo che ci abbandoniamo ad una reazione di volere, bensì creiamo in precedenza un’attitudine di volontà nel senso vero della parola, attitudine che non si sviluppa immediatamente nell’azione. Se io dico: “Voglio fare una cosa”, e la compio, quando l’azione volitiva è compiuta, la volontà si è esaurita. Se io mi propongo: “Domani voglio compiere questa azione”, io resto in un’attitudine volitiva latente che impregna il mio essere per tutto questo periodo e che sviluppa la mia volontà in modo speciale.

Il Dottor Steiner consiglia di continuare questo esercizio per alcune settimane. Se lo si compie in modo giusto, si lavora a rendere la volontà libera. Allora non è più un atto di reazione incosciente, ma si trasforma in un impulso che viene dall’Io. Quindi riassumiamo:

Il 1° esercizio porta alla liberazione del pensiero.

Il 2° esercizio porta alla liberazione della volontà.

Vi è poi un altro esercizio, quello chiamato dell’equanimità. Qui basta riassumere, perché tali esercizi sono descritti ampiamente nei libri del Dottor Steiner e tutti li conoscono. Io vorrei parlarvi piuttosto dei risultati, degli effetti che per essi si raggiungono nella trasformazione dell’anima umana. Questo esercizio tende dunque a fare acquistare un equilibrio di fronte al piacere e al dolore, a far sì che queste reazioni non si manifestino automaticamente in noi. Per esempio, arriva a noi una percezione che dovrebbe portarci a sentire piacere. Ebbene, noi la fermiamo, per così dire, e ce la poniamo davanti come una realtà oggettiva, per deciderci se dobbiamo accettarla oppure no. Così pure per il dolore: ci giunge qualcosa che attraversa il nostro desiderio, e che come un urto ci colpisce e vuole portarci dispiacere. Noi dobbiamo essere capaci, per realizzare questo esercizio, di fermare la reazione dolorosa e, ad esempio, imporsi: “Ora pensiamo qualcosa d’altro, lasciamolo da parte; più tardi, in pieno equilibrio dell’anima, io potrò riesaminare tale sensazione, riceverla se lo voglio, e trovare in essa quel tanto di esperienza necessaria per la mia evoluzione”.

Attraverso quest’esercizio, raggiungiamo dei risultati molto importanti. Precedentemente, spiegando lo schema, è stato omesso di affermare che, naturalmente, al ricevere di una percezione o di una esperienza, se ad esperienze simili nel passato si era unito nell’anima piacere o dolore, insieme al ricordo, la memoria ci riporta automaticamente anche quel complesso psichico che li conserva in noi, la nostra reazione verso il mondo ne viene immediatamente colorata. Noi attraverso questo esercizio, invece giungiamo ad ottenere che nel campo del sentimento non si verifichi più una reazione automatica, ma che ogni volta, di fronte ad una data esperienza, noi conserviamo un’attitudine libera nel sentire e vagliamo le cose al lume della nostra esperienza attuale.

Con tale esercizio giungiamo quindi alla liberazione del sentimento.

L’esercizio successivo è quello della positività. Esso suscita sovente dei malintesi. Si tratta solamente di proporsi, per un certo periodo, di guardare intorno a noi solamente a quanto è positivo, di cercare il lato migliore d’ogni cosa, di rifiutarsi di vedere il lato negativo, il lato brutto delle cose. (Il Dottor Steiner cita a tale proposito la leggenda dei Vangeli apocrifi, sul Christo che nella carogna di un cane vede e ammira i denti, che erano belli).

Non si tratta, qui, di andare per il mondo come un ottimista sciocco, di vedere tutto bello e di cadere in ogni trappola della vita: oppure di avere una falsa visione dell’esistenza. Si tratta invece di acquistare, per un dato periodo di tempo, la facoltà di vedere positivamente le cose. Il lato positivo è quello che ci porta vicino all’Io. Il vero Io, difatti, è di natura spirituale, e perciò non può vedere negativamente, essendo tutto ciò ch’è spirituale, costruttore e creativo. La parte negativa viene dal nostro atteggiamento di fronte all’esperienza, ed è perciò necessario liberarci del preconcetto delle nostre esperienze passate. Così s’impara l’autonomia del giudizio, ci si esercita a non giudicare secondo date etichette che abbiamo già messe sulle cose. Per le abitudini del passato, per l’educazione, per quei rapporti che si sono creati nella nostra giovinezza, per le finalità abbracciate allora, noi siamo abituati a considerare le persone e le cose secondo schemi fissi. Ci sono giudizi che oggi sarebbero da rivedere alla luce dell’Antroposofia, ma essi sono così forti e radicati nell’anima nostra, che ci trascinano a giudizi affrettati, senza lasciare che nuova luce vi penetri.

Attraverso l’esercizio della positività, ci liberiamo da essi e guardiamo in modo nuovo. A poco a poco possiamo arrivare a sentire qualcosa del Karma. Ciò avviene, perché con tale attitudine positiva si sviluppano le qualità che ci permettono di avvicinarci alla visione del Karma degli uomini. Un giudizio positivo porta luce su ciò che vive di buono in una persona, e ci guida a vedere quelle forze che impediscono a questo lato di prendere il sopravvento, ci porta a vedere il peso che impedisce all’uomo di muoversi nella direzione del bene. Così ci si avvicina alla comprensione degli altri e si giunge gradatamente alla liberazione del giudizio.

Un altro esercizio molto importante è quello della spregiudicatezza (esso ha dei punti in comune con quello precedente, ma non è la stessa cosa). Si tratta di non accettare nulla come già giudicato definitivamente e di porre tutto nella luce piena della nostra coscienza. Supponiamo che qualcuno pronunci una frase che abbiamo già udito altre volte. Ebbene, dobbiamo esaminarla come se l’udissimo per la prima volta e vedere se questa volta non ci riveli nulla di diverso e non ci appaia sotto un nuovo aspetto. Si può, con tale esercizio, accorgersi se in noi è nato qualcosa di nuovo, se comprendiamo forse meglio e più a fondo del passato. Si può giungere a realizzare in modo attivamente cosciente, i progressi fatti per la comprensione del mondo.

Se facciamo per un certo tempo questo esercizio, giungiamo ad una purificazione della nostra memoria, la obbiettiviamo gradualmente.  Se di fronte a un fatto qualsiasi io dico a priori che lo conosco, attribuisco ad esso, automaticamente, un dato contenuto della memoria, senza un confronto attuale. Se di fronte ad un’affermazione io dico: “ho già udito tutto questo e non può essere vero”, io mi pregiudico un giudizio attuale. Se invece dico: “Voglio esaminare la cosa a nuovo”, metto di fronte alla percezione il giudizio attuale, in modo oggettivo accanto a quello del passato che vive nella memoria. In tal modo vedo da che cosa proviene il contenuto della memoria stessa, e percorro la via dei ricordi, facendo sì che questi siano per me qualcosa di oggettivo. Così riguardando indietro alla mia vita, risalgo attraverso i ricordi in modo oggettivo, e posso giungere al punto in cui non ho davanti a me il vuoto, bensì quanto, come essere reale, vive in essa, vale a dire il mio Io come ha iniziato questa esistenza, venendo da incarnazioni precedenti. Così libero l’Io dal campo della memoria. Essa non è più un cimitero, un campo obbligato, bensì un campo obiettivo che posso esplorare liberamente e che si stende limpido davanti a me. Questo esercizio vuole quindi portare alla liberazione della memoria.

Se si osserva questo esercizio intimamente, e lo si continua, si vedrà che ingigantisce in noi per i suoi effetti ed assume una grande importanza. Il Dottor Steiner non si preoccupava tanto che noi accogliessimo gli insegnamenti teorici dell’Antroposofia, ma ci teneva soprattutto a che noi si sviluppasse una coscienza antroposofica, voleva che a poco a poco noi sviluppassimo la capacità di pensare liberi dalle influenze di Arimane e di Lucifero. Ci teneva che gli antroposofi acquistassero la possibilità di portare la loro attività nel mondo esterno, senza che queste forze guastassero la loro opera.

Indubbiamente abbiamo dinanzi a noi un compito difficile, ed è difficile anche sentirsi degni di tale opera. Eppure non bisogna tralasciare nessuno sforzo per giungere a realizzare l’Antroposofia. È vero che l’iniziazione è una mèta lontana, verso cui l’essere umano può solo tendere, ma non c’è giorno che, per chi vuole lavorare, non si possa segnare un passo in direzione di questa conoscenza superiore. Il Dottor Steiner ci ha amorevolmente mostrato la via e ci ha dato i mezzi potenti per aiutarci a percorrerla.

Sappiamo che ogni entità umana porta, nel suo spazio interiore, tutto un passato cosmico. È in nostro potere rendere questo passato cosciente in noi. Ma in tale spazio non vi è soltanto l’evoluzione passata; vi è pure in germe l’evoluzione avvenire. La coscienza umana può già da ora realizzare le condizioni future del Cosmo. Non vi è, in noi soltanto l’evoluzione Saturnia, Solare, Lunare e Terrestre, vi è anche l’evoluzione futura di Giove, e l’uomo può raggiungerla nella sua coscienza.
Infatti se libera se stesso dai pesi delle influenze di Lucifero e di Arimane, può avvicinarsi al Sé spirituale. Il primo passo sulla via dell’evoluzione interiore è un senso di fiducia in se stessi, poiché si può mancare per orgoglio, ma anche per umiltà fuori posto. Si può non avere fiducia in noi e credere, per tale sbagliata umiltà, che il lavoro dell’evoluzione sia riservato a pochi privilegiati. Questo è errato, perché tale lavoro su se stessi deve essere compiuto da chiunque voglia seguire l’insegnamento dato dal Dottor Steiner. Possiamo imparare a sentire cosmicamente in noi, a sentire che la storia cosmica si realizza nel nostro essere umano. Per andare in tale direzione, non è solo necessario accogliere le conoscenze antroposofiche, ma è indispensabile questo lavoro quotidiano fatto su noi stessi, lavoro che libera la nostra coscienza, che l’avvicina gradatamente alla luce dello Spirito.

Questo lavoro si compie in ogni minuto accogliendo dall’esperienza quotidiana, quell’incitamento, quell’impulso all’evoluzione, che tante volte non riusciamo a leggere e a comprendere per farne tesoro. Bisogna giungere gradatamente a farci un’idea chiara del peso reale che Arimane e Lucifero hanno su di noi, bisogna guardare in faccia questo loro potere, e riconoscere in noi stessi il nostro oscillamento tra l’uno e l’altro. Nella vita quotidiana non dobbiamo porci come mèta la perfezione, bensì dobbiamo proporci di giungere alla chiara coscienza della nostra vita interiore. Proporci una mèta di perfezione ci porterebbe presto allo scoraggiamento, mentre nel lavoro quotidiano di illuminare la nostra coscienza, giungeremo a porre noi di fronte a noi stessi. Così vedremo la nostra limitatezza, ma anche la nostra lenta trasformazione che ci porta a divenire strumenti delle forze spirituali. In tal modo dunque, realizzando in noi il lavoro delle gerarchie, operiamo nella nostra anima così da renderla uno strumento adatto, uno specchio sempre più terso in cui possa riflettersi il mondo spirituale. Anche colui che dal destino non è destinato a porgere l’insegnamento antroposofico ad altri, a diffonderlo nel mondo, svilupperà in sé una luce interiore che porterà i suoi frutti. Creerà un’armonia delle forze spirituali, nostalgia di conoscenza; desiderio e comprensione per l’Antroposofia, in qualunque ambiente esso si trovi. Le poche cose dette oggi sono state esposte solo per mostrare i risultati di alcune meditazioni, per rivedere argomenti che conosciamo. È da augurarsi che in ogni occasione in cui ci troviamo sia un punto di partenza, un impulso verso un’attività più forte, verso una volontà più intensa di lavoro spirituale. Così la riunione odierna avrà raggiunto il suo scopo se sarà riuscita a far sì che, ritrovandoci insieme, ci sentiamo rafforzati in questo nostro compito comune.

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  1. Liberazione del pensiero
  2. Liberazione della volontà
  3. Liberazione del sentimento
  4. Liberazione del giudizio
  5. Liberazione della memoria

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO di Massimo Scaligero

Massimo - Copia (2)

APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO

di Massimo Scaligero

(Architrave anno I n° 9  Ottobre 1948)

Il compito non consiste tanto nell’orientarsi secondo un nuovo ordine di pensieri, quanto in un agire psichicamente, ossia nel compiere un atto della coscienza mediante l’energia sottile di cui è sostanziato il pensiero: l’io deve poter giungere a sentire se stesso non come una entità che è in quanto si pronuncia nel pensiero riflesso, ma deve potersi sperimentare di qua dal pensiero riflesso, sentire se stesso prima del suo precipitarsi nel pensiero, aver coscienza di sé non soltanto in quanto si pensa, ma in quanto è, non condizionato dalla sua attività pensante.   Alla quale assiste come un testimone che non disturba.   Il suo precipitarsi in pensieri per sentirsi io, deve realizzarlo come una necessità che in ogni punto gli sottrae la sua vera essenza, traendolo in una coscienza virtuale.

E’ questa coscienza virtuale che poi per la sua presunzione di universalità, pur accogliendo il mondo in una forma che è soltanto il suo apparire, è portata ad affermare come assoluta e definitiva una unilateralità.

Le tradizioni inerenti all’ascesi spirituale oggi non si presentano più con la veste della ineffabilità: ciò non significa che il mistero sia accessibile ai più, ma soltanto che esso retrocede verso il suo senso più intimo, epperò il suo ultimo valore rimane adialettico.   Al ricercatore occorre una virtù nuova di esaurimento in sé persino della dialettica iniziatica.   Attraverso meditazione e concentrazione e, per alcuni individui, attraverso chiara auto-contemplazione, è raggiungibile uno stato speciale in cui l’io, essendosi sperimentato col dissociarsi dalla caotica attività del pensiero e avendo perciò stesso proiettato un ordine nel proprio mondo mentale, realizza la coscienza di essere in una prima forma di libertà, disancorato dal proprio divenire animico-fisico, pur permanendo con capacità di controllo e di autoconoscenza entro questo divenire.

L’insistenza nella disidentificazione dalla funzione cogitativa può condurre l’io al senso non semplicemente concettuale ma attuale dell’alterità della natura corporea e psichica, come di un mondo a cui esso può restituire la sua originaria armonia, proprio in quanto non sia immerso nella sua necessità, così da farla sua: la dualità ha tuttavia funzione strumentale epperò transitoria, il senso vero dell’esperienza essendo che l’io, svincolandosi dal piano della semicoscienza, si ricongiunga con quella sua originaria essenza all’altezza della quale può veramente compiere la sintesi, venendo a dissolversi nella autocoscienza ogni coscienza di separazione.   In questa ricongiunzione con la originaria essenza, l’io si identifica con quella causa sui che è altresì principio del mondo animico-corporeo che temporaneamente nella costruzione della propria autocoscienza gli appare come alterità.

Normalmente l’uomo nella propria natura corporea si trova immerso e concluso entro una serie di forme di “necessità” che giungono sempre ad assumere per la sua coscienza dialettica valori di idealità e di spiritualità, permanendo, comunque, in ogni piano, immutato il rapporto di passiva adesione dell’io a tale necessità.   Qualsiasi concezione detta metafisica dall’uomo non può che essere pseudo-metafisica se viene escogitata, nonostante ogni assunzione ideale semplicemente discorsiva, entro i limiti delle determinatezze proprie alla immedesimazione nel mondo vitale-corporeo: limiti entro i quali non è realmente possibile concepire nulla che sia fuori o al di sopra di essi, se non nella forma della indefinita discorsività.

Lo scioglimento della coscienza dell’io dalle determinatezze della natura corporea attive nella psiche – senza che per questo si perda il contatto con la coscienza corporea, il quale anzi verrà energizzato dalla trasmissione di un ordine originario che andrà a ristabilirsi con i caratteri dell’assoluta spontaneità – può avviare l’anima cosciente, per via di graduali interiorizzazioni delle sue funzioni, al contatto e all’unione con la propria essenza, per così dire, trascendente.   Nel punto in cui questa essenza trascendente viene riconosciuta dall’anima umana come la propria origine, sì che per essa sparirvi significa in sostanza ritrovare se stessa, essendo essa risalita dal pensiero riflesso al pensiero cosciente, dal pensiero cosciente alla coscienza del pensiero e per ultimo essendosi mantenuta intrepidamente in quell’inconcepibile stato di vuoto, all’altezza del quale o si precipita nell’abisso della consueta semicoscienza o ci si libra tranquilli nell’aria di luce: in quel punto l’uomo può veramente dire di se stesso IO, o meglio, tenendo conto del senso che sino ad allora aveva presentato l’io: “Non io, ma l’Essere solare in me”.

In quel punto e in quell’attimo che redime il suo valore temporale, in quanto realizza uno stato che non ha un “prima” né un “dopo”, l’uomo sa finalmente chi è, in quanto egli stesso diviene colui che era oggetto della sua ricerca.   E due possibilità ormai gli si offrono, inerenti al grado del risveglio cosciente che egli ha saputo trasfondere alla sua individualità inferiore, la quale può aver partecipato sotto forma di conoscenza illuminatrice alla nascita dell’Io nell’anima, senza per questo venir risoluta nella organica profondità delle determinazioni sensitivo-istintive: permanere nello stato di fissa folgorazione dell’Io, in quanto le stesse categorie della natura corporea sono state arse e purificate (ma ciò stesso implica l’assunzione in una a-dimensione che lo fa sparire all’umano o lo può ricondurre all’umano per una missione che è mistero); oppure ritornare, nella misura in cui ciò viene reso necessario dal grado di risveglio; ritornare entro i limiti della individualità per ritentare indefinitamente la prova, ormai possedendo una direzione che è il ricordo di continuo evocabile della esperienza avuta.   (diciamo “evocabile” perché non può essere richiamato nell’anima come un qualsiasi ricordo, senza che perda di intensità e di significato, rendendosi necessario ristabilire ogni volta le condizioni animiche richieste, almeno fino a che queste non siano talmente possedute da divenire normali).

Per comprendere il senso sottile della ricerca dell’io giova rendersi conto in quale momento la meditazione, la concentrazione, o l’autocontemplazione, che fin lì erano state un appoggio necessario, debbano venir lasciate in quanto esse stesse, rappresentando una forma individuata di pensiero legata alla coscienza da trasformare, a un tratto si presentino come qualcosa che va trasceso mediante la stessa attività animica messa in atto, sempre più sottilizzata: la meditazione lascia il posto a una direzione interiore, a-concettuale, verso l’origine trascendente – l’Io – mentre la concentrazione si risolve e si illimpidisce in un’attitudine a fissare in ogni passaggio, di là da ogni possibile decentrazione, lo stato di coscienza raggiunto.   L’autocontemplazione continua, sino a perdere la sua funzionalità nell’affiorare dell’essenza segreta dell’ascesi che è la forza stessa di  Colui che inizialmente si contempla: contemplatore, contemplato e contemplazione divengono uno, per via di trasparente attualità.

In questa fase, dunque, l’uomo acquisisce per propria virtù una rivelazione che opera nella totalità dei suoi complessi psichici come un dissolvente di quanto è cristallizzato: è una forza che penetra in ciò che è denso per scioglierlo e illimpidirlo, in una semplicità assoluta che è diafaneità innanzi alla luce di Colui che è: egli sa, sia pure essendo tornato ad appoggiarsi ai modi semplicemente umani di essere, egli sa che quell’essere sopraindividuale nel quale, per via di segreta ascesi ha riconosciuto la vera essenza di sé (in una “durata” che fuori delle condizioni umane è eternità, ma che per la misura terrestre del tempo può essere soltanto un attimo) era sì, l’oggetto della sua lunga e ritmica ricerca, attraverso Scienza dello Spirito, o il shastra, o la Tradizione rispondente alla sua individualità storica, ma che tale Essere, in verità, era il soggetto che guidava la ricerca.   Tale acquisizione ha un valore decisivo per un orientamento ancora più conforme al senso assoluto della ricerca, offrendo al ricercatore un’ulteriore chiave per il compimento dell’opera.   Il valore di ogni mezzo dialettico, di ogni meditare, di ogni agire psichicamente, sarà riconosciuto come subordinato non tanto a colui che ricerca, quanto a colui che segretamente dirige il ricercatore, il quale perciò quanto più in un modo di ricercare recante l’impronta umana potenzia la sua empirica individualizzazione, tanto più (nonostante che parli di Iniziazione e si dia un atteggiamento per così dire esoterico, che sarà sempre una forma retorica) si allontanerà dalla identificazione con il Sé che pretende ritrovare, contrapponendo ad esso la sua soggettività e confermando la dualità in una nuova forma.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

CONOSCENZA E MORALITA'

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Nell’uomo, in ogni uomo, è insito l’impulso umano alla conoscenza, come viene chiamato, già nel titolo, nel secondo capitolo della Filosofia della Libertà. Sì, ma conoscenza di che cosa? Conoscenza della realtà: della realtà “così com’è”, yathâbhûtam, come affermano, per esempio, i buddhisti di tutte le Scuole, ma anche tutta intera la tradizione iniziatica d’Oriente e d’Occidente.

Ma già qui sorge una grandissima difficoltà, e viene da chiedersi: l’uomo conosce, o è capace di conoscere, la realtà  “così com’è”,  yathâbhûtam,  ossia oggettivamente, senza distorcerla, senza trasformarla tutta intera in un sogno soggettivo, o addirittura in una illusione, nella Grande Illusione, la Mahâ Mâyâ delle metafisiche e delle “Vie di liberazione” di tutta l’India, in definitiva in una immane una menzogna?

La risposta, ben amara per molti, non potrebbe non essere altro che molto poco confortante. Perché se è certo che l’uomo, ogni uomo, è capace di conoscere, giacché l’impulso alla conoscenza è insito in ogni uomo, è altrettanto certo che, generalmente, l’essere umano sfugge una tale conoscenza. Sfugge la conoscenza del mondo e di se stesso. Anzi prima, e più di tutto, egli sfugge – si dovrebbe dire ch’egli,  addirittura a gambe levate, fugge – di fronte alla conoscenza di se stesso. L’essere umano non ama la conoscenza di se stesso, la evita in tutte le maniere possibili, e su se stesso si fa, e ama farsi, le illusioni peggiori.

E questo spiega il monito del Dio di Delphi:  γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón, ossia “conosci te stesso”, e aggiunge: “e conoscerai l’Universo e gli Dèi!”.  Infatti, è detto:

τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι,

to gnônai heautòn oudèn àllo estìn e tou sýmpantos kòsmou phýsin gnônai

«conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».

Ma raramente e difficilmente l’uomo si lascia sedurre da un così savio e benefico consiglio del Dio luminoso. Spesso, troppo spesso, l’essere umano, per turpe viltà, piuttosto che la Conoscenza, brama e preferisce l’oscurità dell’ignoranza e l’inerzia più pigra e ottusa.

Per sfuggire ad una salutifera conoscenza di sé – e di conseguenza delle cose, della vita e dei suoi reali valori, del mondo – l’essere umano fa accompagnare l’ignoranza, la brama, e la torpida inerzia, ossia gli âsava,  i tre veleni intossicanti dei quali parla il Buddha Śâkyamuni, dalle loro solerti figlie e ancelle: la paura e l’avversione. Paura e avversione nascono dall’ignoranza, dalla avidyâ, e portano a temere non solo l’ignoto, bensì qualsiasi cambiamento che scuota dalla turpe inerzia, e ad avversare violentemente tutto ciò che possa ostacolare l’appagamento della brama, della inestinguibile “sete”, come la chiamano i buddhisti, o addirittura rischi di portare alla sua “estinzione”, al  nirvâṇa, e spinga quindi all’azione liberatrice, dissolvendo la paralizzante inerzia.  

A questa Conoscenza liberatrice, che è la folgore del Pensiero Vivente, l’uomo resiste, avvinghiandovisi come nello spasmo di un tetanico crampo,  con ogni pensiero possibile, con tutti i suoi stati d’animo, con ogni suo istinto più virulento. In queste condizioni davvero disperanti, l’impresa di realizzare una tale Conoscenza è davvero una impresa “eroica”, perché tale impresa deve con energia titanica, “prometeica”, disciogliere il crampo tetanico, che tiene dolorosamente avvinti alla inconsistente, ma insinuante e travolgente sfera delle soggettive illusioni, precipitando così, ottusi e ipnotizzati, nello spalancato abisso della Mâyâ.  

Uno dei più frequenti narcotici cui si dànno molti di coloro che, pur sentendo l’attrazione dello spirituale, voglio sottrarsi alla Conoscenza dello Spirituale stesso, presentendo che una tale Conoscenza sia dissolvitrice della ignorante, ignave, ottusa condizione, è il mito, l’idolatrico feticcio, del moralismo. Si pensa, e ci si vuole convincere, che sia sufficiente essere delle “brave persone”, “comportarsi bene”, per realizzare lo Spirito. Naturalmente senza il faticoso incomodo di doverlo conoscere. Ovvero, si può rimanere in uno stato di coscienza trasognato o dormiente, e tuttavia mettere in atto, in maniera meccanica o vegetativa, comportamenti “morali”. E questo, per usare il linguaggio di matematici e geometri, a loro dire, sarebbe “condizione necessaria e sufficiente” per la realizzazione dello Spirito. Cioè, oltre al comportarsi bene, magari sforzandosi pure di comportarsi sempre meglio, non vi sarebbe altro da fare. O poco altro, perché troppa Conoscenza – a loro dire – può far male, anzi malissimo. Quanto alla Concentrazione, questa, poi, fatta troppo, farebbe malissimo. Sempre a loro dire.

A volte questo atteggiamento di ottusa e passiva resistenza, può accompagnarsi ad un’ aperta e virulenta azione di contrapposizione rabbiosa e di contrasto più o meno bellicoso nei confronti della Via del Pensiero, della intensa pratica della Concentrazione, dalle quali soltanto, oggi, può scaturire autentica Conoscenza liberatrice. E i metodi adoprati contro gli ostinati, pertinaci seguaci della Via del pensiero – a onta della “virtuosa moralità” proclamata ed esaltata addirittura con idolatrico culto – possono essere davvero sudicetti assai.

Il moralismo non è la moralità: né è, anzi, la caricaturale contraffazione. Moralità autentica può scaturire solo dalla Conoscenza, e non dal conformarsi a comportamenti “virtuosi”. Verace moralità scaturisce unicamente dalla Conoscenza, perché essa è atto attivo dell’Io, e non può scaturire dalle passive movenze dell’anima stordita, poco consapevole, o sognante. Moralità è espressione dell’autocoscienza dell’Io, ossia atto producente dell’Io spiritualmente sveglio nell’anima cosciente, mentre il moralismo “virtuoso” è un fatto prodotto che si verifica nell’anima, ma non un atto coscientemente, attivamente, volitivamente operato dall’ anima. Quando poi non è soltanto ipocrita e interessata recitazione – a profitto degli illusi – da parte di sepolcri imbiancati.

Nella Filosofia della Libertà vien detto che non può essere libera un’azione se colui che la compie non sa perché la compie. Il bello – o, se si vuole, il brutto – è che, il più delle volte, quello che dovrebbe essere il soggetto cosciente dell’azione, non solo non conosce il perché la compie, o le forze che lo spingono all’azione stessa, ma neppure sa che la compie. È proprio il caso di dire che gli umani vivono alquanto distratti e che nesciunt quod faciunt!

E se ascoltiamo la parola del principe Siddhârtha Gautama,  il Buddha Śâkyamuni  nel Dhammapada, l’Orma della Disciplina, come limpidamente traduce Eugenio Frola, ove nell’Appamâda-vagga, vien detto :

La vigilanza è la via per non morire, la distrazione strada alla morte.

I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […]

Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo

Il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno. […],

Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti,

come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato,

forse dovremmo prendere molto sul serio, ancor dopo 2600 anni, le parole ammonitrici dell’Asceta degli Śâkya. Anzi, forse, lo si dovrebbe fare oggi più che allora.

Nella condizione estracorporea, sperimentabile nella Concentrazione portata sino all’assolutezza, si attua quel morire prima di morire, senza morire, che è al contempo una condizione di immortalità e di innatalità. Perché, da una parte, nel fuoco dell’attenzione volitiva – in quello che Massimo Scaligero chiama calor cogitationis – “ardono” e si consumano tutte le tare, le storture, le deformazioni che l’anima ha accumulato in quello che a lei pareva un vivere, ed invece è l’inesausta consunzione di un logorante morire. Questo volitivo “ardere” attua attivamente e volitivamente quel devastante processo che, normalmente, l’essere umano sperimenta, passivamente, solo dopo la morte. In questo volitivo e cosciente “ardere”, attuantesi nella Concentrazione,  il morire del mero vivere biologico si trasforma nel rivivere di un elemento di luminosa immortalità. Per altro verso, nella Concentrazione portata a radicalità, si ritrova quella condizione pura dell’anima, anteriore alla nascita che, appunto, è tale prima che le esperienze della vita abbiano impresso su di lei traumi, ferite e cicatrici, ossia quella condizione che, in Estremo Oriente, gli audaci e luminosi asceti del Ch’an o dello Zen chiamavano: “il tuo volto prima di nascere”.

In tale esperienza di innatalità ed immortalità, conseguente alla Concentrazione profonda, l’asceta si apre alla forza-folgore del pensiero vivente, nella quale pensare, sentire e volere sono, come mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, un’unica forza, un’unica fulgurea corrente di vita. Il bene è questa forza una, integra come corrente di forza e di vita, veste di Luce e di Calore del Logos. Il male è la frantumazione di questa forza di Luce-Vita in un pensare riflesso, che è smorzata ed evanescente luce senza vita, e in una volontà, che è oscura vita bramosa senza luce, e in mezzo un sentire continuamente dilaniato nell’oscillazione tra l’anemico e disanimato pensare  e l’insorgere ingovernabile del volere istintivo. Il bene è che l’uomo si innalzi al livello di coscienza dell’Io, ritrovi la forza una del pensiero vivente, il male è che l’essere umano tramortito sia alla mercé nell’anima del fatuo accendersi del pensiero riflesso, del divampare incontrastato delle pulsioni della volontà istintiva, della consunzione del sentire emotivo.

Perduta l’esperienza vivente del pensiero-folgore, l’essere umano perse la comunione con lo Spirituale, e perse altresì la capacità di essere spontaneamente in armonia col sopramondo, con l’ordine cosmico o, come direbbero i Cinesi, col Tao. Perduta tale comunione spontanea con lo Spirituale, e le Gerarchie, l’essere umano è stato travolto  dalle caotizzate forze dell’anima caduta. Semplicemente per arginare la travolgenza di tale chaos istintivo, l’essere umano – incapace di ritrovare la comunione spontanea con l’essere uno del pensiero-folgore – ha cercato un “surrogato” in una serie di comportamenti “virtuosi”, in conformità rituali, che sono un ben misero surrogato dello stato primordiale smarrito, ed anche, col volger delle età, un sempre meno efficace rimedio. Sino ad esser giunti oggi  al “virtuismo” o al “moralismo”, ossia ad una vera e propria caricatura di quel che, ancor secoli fa, con qualche dignità poteva essere forza minimamente ordinatrice.

Che l’essere umano di questa meravigliosa e sciagurata epoca non debba farsi molte illusioni circa la facile “virtù”, la quale sarebbe, more geometrico, condizione assolutamente necessaria quanto sufficiente per una realizzazione iniziatica, è mostrato ad abundantiam dalle parole di Massimo Scaligero alle pp. 179-180 dell’Avvento dell’uomo interiore, nell’edizione di Sansoni, Firenze, 1959, che mi è particolarmente cara, dove parlando dello svincolamento interiore, conseguente all’ascesi della Via del Pensiero, dice:

«E’ un guardare che può essere meritato e che, a un dato momento, diviene condizione di una precisa visione trasfigurane, in quanto si sia abbastanza svincolati dalla propria natura da poterne vedere il guasto radicale […]

Occorre aver conseguito la «stabilità» insieme con la indipendenza dalle consuete «velleità», per poter contemplare in se stessi, senza venirne sconvolti, le profondità della «natura malvagia»: la tortuosità, l’odio, l’amore di sé, la paura, l’invidia, dominanti dal profondo di una loro «sede», che al suo rivelarsi, mostra il carattere della irresistibilità, quasi di un’assolutezza contro cui sembra impossibile reagire. Eppure  il «guardare» è già il principio del superamento. E’ un guardare che si forma con l’esercizio dell’«osservazione pura», con la capacità di guardare i pensieri: è un guardare che libera, perché fa riconoscere ciò che non si è.

L’uomo ordinario non avrebbe forze sufficienti per sopportare un simile scenario e ciò gli evita di vederlo: egli deve potersi illudere circa virtù e principî morali che gli diano una qualche sicurezza e il senso della buona coscienza per muoversi agevolmente in quella esistenza che egli assume come realtà. L’educazione metafisica ha il compito di formare l’uomo sino a fornirgli l’interna saldezza perché, a un dato momento, posa sostenere la visione di questa realtà, mai sospettata. Contemplare tale scenario libera e rapporta al centro le facoltà in colui che contempla: la coscienza ora si estende per l’Io a una realtà con la quale era confusa e si riduceva quasi sempre anch’essa a «fenomeno».

Queste parole di Massimo Scaligero mostrano, con una chiarezza che non ha pari, che la possibilità di una autentica «moralità» dipende dalla liberazione del pensiero conseguibile attraverso la intensa e fervida pratica della Concentrazione, e che forze morali scaturiscono dalla Conoscenza, ossia dall’esperienza del Pensiero Vivente, e non viceversa. A queste considerazioni vogliamo accostare quanto Massimo Scaligero dice nell’articolo, che è stato pubblicato recentemente su questo blog, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità (https://www.ecoantroposophia.it/2015/06/scienza-spirito/hugo-de-pagani/lascesi-del-risveglio-e-lottuplice-sentiero-del-buddha-shakyamuni/), ove dice:

«A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso».

L’esperienza del Pensiero Vivente, dal quale scaturiscono retto pensiero, retto giudizio, e retta visione, attraverso il superamento dello stato di cadavericità del pensiero riflesso, costituzionale per l’uomo moderno, è il presupposto del sorgere di una moralità vivente. Si è morali perché si è liberi, e non viceversa, perché – come è scritto nella Filosofia della Libertà«la libertà è la maniera umana di essere morali». E la prima libertà che l’uomo può conquistare è la liberazione del pensiero dal cervello, dal sistema nervoso, dall’abietto servaggio alla vita somatica, che è un vivere per la consunzione e per la morte. Altrimenti parole come «virtù», «moralità», sono soltanto flatus vocis, mere parole, dialettica, retorica, recitazione ed autoinganno. Infatti, sempre nel medesimo articolo, Massimo Scaligero scrive:

«Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. […] L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione».

Tornando a quanto Massimo Scaligero scrive a p. 180 dell’Avvento dell’Uomo Interiore, troviamo:

«La visione, in quanto sia possibile, è liberatrice ed è previsto che si abbia, se le condizioni a ciò necessarie siano acquisite: è l’inizio di un «essere liberi dal male» nel suo germe, ed in tal senso le sue conseguenze positive sono valide, oltre il limite individuale, per l’umanità. L’impressione della radicale malvagità e del selvaggio attaccamento a se stessi desta, insieme con la conoscenza di sé, l’umiltà – in quanto si sa di essere ancora legati a ciò che si guarda – e la compassione per gli altri esseri che ignorano la loro miseria: umiltà e compassione vere, non quelle che si cercano per sentirsi migliori. In effetto, non possono darsi vera compassione, vera tolleranza per l’altrui errore, vera comprensione per l’isolamento degli esseri, prima della esperienza di questa condizione radicale della natura umana.

Chi abbia una simile esperienza, contempla una realtà inconoscibile a chi sia legato ad essa in modo da non potersene separare, essendogli essa interno motivo di vita, supporto inalienabile: condizione dell’uomo ordinario, ma anche del ricercatore dello spirito sino alla soglia della visione penetrante a cui si è accennato. Presso la quale viene insegnato che vigila un essere detto Guardiano della Soglia».

Si dirà che queste parole di Massimo Scaligero sono troppo dure, sconsolanti, e che l’austerità dell’impegno ascetico che richiedono non sono sopportabili per molti cercatori dello Spirito. Personalmente ritengo che la più desolante e disperante realtà sia ben migliore della più rosea illusione.  Per cui conviene – come ammoniva quel paganaccio impenitente, dal grandissimo cuore, che era Arturo Reghini – di mettere al bando, senza veruna misericordia, ogni illusione, e di guardare romanamente in faccia la realtà. Questa potrà non piacere ma, appunto, è reale, con essa dobbiamo fare rigorosamente i conti, e solo da essa possiamo partire per giungere a quella che il Buddha chiama l’Eccelsa Mèta.

Coloro che, rinunciando all’impresa interiore, scelgono di sostituire all’austerità della Via dello Spirito, alla Via eroica, una illudente “via dell’anima”, ossia la comodità della via egoica, oggi hanno a disposizione, per stordirsi rispetto all’angoscia interiore, e beatamente sognare, i narcotici e gli stupefacenti del misticismo, del sentimentalismo, dell’intellettualismo culturale ed estetizzante, del moralismo, del “virtuismo”, che in taluni ambienti è diventato un vero e proprio mito idolatrico, dell’attivismo, dell’obbligatorietà dell’impegno “sociale”.  

Quanto sia possibile manipolare ed illudere le “anime belle”, può essere illustrato da un episodio, che è un esempio tipico di una “intelligente” operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”, mediante il quale le persone vengono sedotte ad una “via sostituita”, come la chiamava un tempo un esoterista francese. Tale voie subtituée non è altro che un deviare i ricercatori sinceri, ma troppo ingenui, su un “binario di scambio”, e poi su un “binario morto”. Indi poscia, al treno viene pure staccata la locomotiva, in attesa che poi dalle alture circostanti – come direbbe il mio ottimo e sapiente amico C. – scendano gli Apache Chiricahua a fare scempio dei malcapitati e lauto bottino. L’intelligente autore di cotale “nobile” (si fa per dire…) impresa – perfettamente riuscita – anni fa, affermò ai suoi fidenti ascoltatori che, in questa epoca, non è più tempo di giungere all’esperienza della Soglia individualmente. Ciò, a suo dire, non sarebbe più necessario, e sarebbe anzi eccessivamente pericoloso. Alla Soglia, e al suo superamento si può giungere comunitariamente, ovvero “tutti insieme appassionatamente”, come nel bellissimo film di Robert Wise, con Julie Andrews e Christopher Plummer. In luogo del troppo austero e silente Rito della meditazione in comune, indicato da Massimo Scaligero, vennero proposte al fidente gruppetto, trasformato in un “Club di Lettura e Conversazione”, delle più interessanti “sedute di autocoscienza”, in stile anni sessanta.

Quanto, in luogo dell’audace ricerca della Via assoluta, certi “surrogati” siano ben miseri, e certi “rimedi” proposti siano dei narcotici illudenti e dei placebo sempre meno efficaci, lo affermò già 2600 anni fa Laotzu, con parole che più eloquenti e chiare non si potrebbe, per es, nel XXXVIII capitolo del Taotehking, ove dice:

« XXXVIII – SULLA VIRTU’

La virtù somma non si fa virtù per questo ha virtù, la virtù inferiore non manca di farsi virtù per questo non ha virtù. La virtù somma non agisce, ma non ha necessità di agire; la virtù inferiore agisce, ma ha necessità di agire. La somma carità agisce, ma non ha necessità di agire; la somma giustizia agisce, ma ha necessità di agire; il sommo rito agisce, e se non viene corrisposto si denuda le braccia e trascina a forza. Fu così che, perduto il Tao, venne poi la virtù; perduta la virtù, venne poi la carità; perduta la carità, venne poi la giustizia; perduta la giustizia, venne poi il rito: il rito è labilità della lealtà e della sincerità e foriero di disordine».

Oggi, pur di non affrontare l’impresa spirituale, si giunge in maniera insana e improvvida ad attuare, con una alchìmia inversa e perversa, a trasmutare, anzi a degradare, l’oro della Sapienza in volgarissimo piombo, quando non in strame. E invece di cogliere l’invito, del sapientissimo Maestro del Celeste Impero, Laotzu, di esser «dritti nel curvo, interi nel frammento», si fa di tutto per esser curvi nel dritto e di mandare in frantumi l’intero, ciò che, nella essenza spirituale, è uno.

Ma per chi cerchi di conoscere la realtà – yathâbhûtam, ossia “così com’è” – e non i sogni, che prima o poi da rosei e consolanti si trasformano in incubi opprimenti e disperanti – l’unica Via, la Via vera, la Via per “conoscere se stessi, gli Dèi, l’Universo e la Natura”, è la Via del Pensiero, la Via della Concentrazione. Da essa scaturisce la Conoscenza folgorante delle “cose che sono e non appaiono”, la Conoscenza liberatrice e risvegliatrice dal millenario sonno, dall’abietto servaggio dell’anima alla tombale prigione corporea.

È verissimo che la Via dell’Ascesi pensante è dura, che la Concentrazione è una pratica decisamente non grata alla natura caduta dell’uomo, che ad essa si ribella e si sottrae in ogni modo possibile, ma è altresì vero che tale Via «eroica» è l’unica terapia, l’unica Via di salvezza per l’uomo, che rischia la degradazione nel subumano e lo sfracellarsi nell’abisso. Surrogati e rimedi palliativi sono come dare su una nave che, sull’oceano in tempesta, sta affondando, ansiolitici, sedativi e sonniferi a chi rischia di affogare tra le onde, e sia nell’angoscia per tema di dover affrontare vigorosamente le onde.

Nella prima edizione, ormai introvabile, dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero pose, nella seconda di copertina, queste parole, che sono una mirabile sintesi dell’intera Via del pensiero. Queste parole del Maestro, purtroppo, non vennero riprodotte nella riedizione, apparsa negli anni settanta dello scorso secolo, come L’Uomo Interiore ad opera delle Edizioni Mediterranee. Le trascrivo per offrirle alla diligente meditazione degli amici innamorati della Via Vera, e della Concentrazione:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza , diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN, , ,

L’ASCESI DEL RISVEGLIO E L’OTTUPLICE SENTIERO DEL BUDDHA SHAKYAMUNI

buddha shakyamuni

Negli incontri che ritmicamente negli anni settanta del trascorso secolo avevo con Massimo Scaligero – incontri per i quali non ringrazierò mai abbastanza il Cielo e i Numi – talvolta egli affrontava il tema delle ascesi d’Oriente, ricreandone ogni volta con la sua magica parola la viva immagine e l’arcana atmosfera davanti agli occhi della mia anima. Di quelle antiche Vie, egli mi illustrava gli aspetti più luminosi, che avevano valore di perennità, separandoli da quegli aspetti traseunti, oggi non più attuali, dovuti all’inevitabile adattamento del linguaggio dello Spirito alle esigenze delle diverse civiltà e della varietà di tipi umani che in esse si manifestavano. Massimo Scaligero curava di mostrarmi altresì come quei luminosi contenuti di perennità (come amava definirli) potessero ancora parlare all’uomo più moderno, all’uomo attuale, quello più radicalmente immerso nell’esperienza immanente del mondo.

Una particolare importanza, egli dava alla Via del Buddha, che non si era esaurita nelle varie forme storiche ch’essa aveva assunto lungo un millennio in India, e neppure nelle successive manifestazioni estremo-orientali del Buddhismo, in Cina e in Giappone, e nemmeno in quelle tibetane, che maggiormente hanno risentito delle influenze indiane. Egli vedeva nell’operare del Buddha un impulso “cosmico” che, al di là delle forme “storiche” assunte in Oriente, poteva manifestarsi nell’Occidente moderno in forme inaspettate, difficilmente ravvisabili dagli stessi orientalisti e storici delle religioni, i quali difficilmente riescono a scorgere, a causa dell’ipnosi prodotta in loro dall’arido dato filologico e archeologico, l’imprevedibile elemento spirituale vivente, generatore di impensate forme novelle, che difficilmente può scorgere chi si nutra unicamente di sia pure eruditi studi accademici.

Più volte Massimo Scaligero mi dette concrete indicazioni operative, invitandomi espressamente a sperimentarle nella mia pratica ascetica, traendole da insegnamenti del Buddha, che mi mostrava in una luce per me davvero inaspettata. Traeva quelle preziose indicazioni sia dalle opere del Canone pâḷi del Buddhismo più antico, sia da quelle del più recente Buddhismo Mahâyâna. Di un autore, da me molto amato, come Nâgârjuna, arrivò a dirmi che: “egli era stato uno dei primi asceti, un autentico precursore, della Via del Pensiero, come la concepiamo noi”. Mi indicò pure un punto nel quale il Buddha Shakyamuni parla apertamente dell’esperienza del pensiero vivente.  Più di una volta mi espresse il pensiero che se, all’inizio del Novecento, invece che i teosofi, avesse avuto di fronte degli asceti formati nelle Vie dell’Oriente, Rudolf Steiner avrebbe donato contenuti di ben altra radicalità e dirompenza spirituale. 

Nella seconda metà degli anni settanta, Massimo Scaligero volle darmi un suo scritto, un estratto da un numero di East and West, la bella rivista del Is.M.E.O., ch’egli curava come redattore, recensore di testi di orientalistica, e direttore responsabile. L’articolo ivi pubblicato era in inglese, ma avendo smarrito il dattiloscritto originale in italiano, mi pregò – oltre che di studiarlo con attenzione e di meditarlo bene – di tradurlo in italiano: poi lui lo avrebbe rielaborato in una forma tale da poter essere messo a disposizione degli amici impegnati nella Via. A quell’epoca, purtroppo, le mie conoscenze della lingua d’Albione erano meno che modeste (e ben modeste le mie competenze linguistiche lo sono tuttora), per cui non riuscii ad adempiere onorevolmente, prima della sua scomparsa (avvenuta non molto tempo dopo), il compito affidatomi.

Ma non desistei. Ne feci, nel tempo, due successive traduzioni, che invero mi soddisfacevano molto poco. Vi sono ritornato sopra in questi giorni, mettendoci la massima buona volontà. Naturalmente, l’argomento, estremamente delicato, anche per chi ben lo comprenda, non è facile da tradurre. Ma l’impresa più difficile, in quest’opera di retroversione dall’inglese all’italiano, è rendere lo stile e l’efficacia della parola di Massimo Scaligero, parola che, nelle opere da lui pubblicate, manifesta tutta la magia mantrica del suono e l’aurea trama del suo luminoso tessuto ideale. Comunque vi ho messo tutto l’impegno possibile per non tradire il suo pensiero. Per cui sono da imputare solo a me tutti i difetti, che una inabile traduzione non mancherà di mostrare, per i quali chiedo in anticipo la benevola indulgenza del candido lettore.

Non farò l’esegesi delle parole di Massimo Scaligero, ché di ben altre forze e sapienza dovrei essere provvisto per un tale arduo compito. Tuttavia non rinuncio a indicare come il tema della “liberazione della memoria”, della indipendenza dai condizionamenti di una natura inferiore, sia stata trattata anche dal Dott. Giovanni Colazza, che di Massimo Scaligero fu amico e Maestro, nella conferenza da lui tenuta a Milano, l’8 dicembre 1940, recante il titolo “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”, trascritta dagli appunti dell’ottima Fanny Podreider. In quella conferenza, come del resto in questo scritto di Massimo Scaligero, viene indicata operativamente una ascesi di liberazione conoscitiva, basata sulla Filosofia della libertà di Rudolf Steiner, secondo la quale l’esperienza spirituale del momento originario del pensiero, dell’esperienza cosciente e vivente dell’idea è l’azione trasfiguratrice, anzi radicalmente trasmutatrice, dell’intera vita dell’anima. Per cui dall’esperienza del “pensiero puro”, del “pensiero vivente”, scaturiscono forze morali, e non viceversa. Come viene mostrato da Massimo Scaligero in questo scritto, che vede qui la luce, per la prima volta in lingua italiana.

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Massimo Scaligero, What the Eightfold Path may still mean to mankind, tratto da East and West, Year VII, N. 4 – January 1957, pp. 365- 372.

 CHE COSA L’OTTUPLICE SENTIERO PUO’ ANCORA SIGNIFICARE PER L’UMANITA’

Il ricordo dell’Ottuplice Sentiero nella nostra mente è collegato ad un gruppo di regole morali semplicissime, che nella nostra epoca, hanno un sapore leggermente antiquato, pur rappresentando esse, come viene riconosciuto, i contenuti fondamentali del Buddhismo. Potremmo sentire che, se paragonato, all’aristocratica esperienza delle Upanishad e alle altezze metafisiche raggiunte dai suoi ascetici autori, l’Ottuplice Sentiero, assieme alle Quattro Nobili Verità e alla Dodecupla Catena della Pratîtya Samutpâda, non sia altro che una versione pratica di verità sovrasensibili, talmente allontanatasi da quelle altezze da dimenticare il nucleo essenziale dell’uomo, l’Ātman-Purusha.

Ci dovrebbe essere consentito pensare che taluni mutamenti i quali, nello scenario spirituale dell’umanità,  si presentano col succedere di ogni epoca di evoluzione alla precedente, debbano avere a che fare con le modificazioni interiori dell’uomo stesso. Riforme religiose  e lotte filosofiche dovrebbero forse essere fatte risalire alle forme mutanti dell’esperienza umana, all’emergere di una nuova relazione organica con la sfera sovrasensibile. Questo può spiegare perché nell’ambito di un dato sistema, pensatori tradizionali si trovino a fianco dei rappresentanti di nuove prospettive e dei precorritori di future concezioni. Per la mancanza di coscienza della novità di talune esperienze, quest’ultimi aderiscono alle antiche espressioni; ciò porta a fraintendimenti e a conflitti. La grande polemica tra Realisti e Nominalisti all’interno della corrente ascetica aristotelica nel Medioevo non potrebbe essere spiegata altrimenti. I due gruppi avevano una diversa esperienza degli Universali e chiamavano con lo stesso nome l’oggetto della loro contrastante esperienza interiore.

In maniera simile potrebbe spiegarsi la divergenza tra il Nyâya-Vaiśeṣika e le dottrine buddhiste.

Chiunque guardi imparzialmente alla vita umana nel corso dei secoli, alla storia dello spirito umano, dovrebbe essere capace di rilevare, là dove ve ne siano, i cambiamenti ch’essa presenta. L’umanità è rimasta sempre la stessa? Come può avvenire allora ch’essa afferri e riconosca se stessa persino sotto condizioni che sono sprofondate e sepolte nella coscienza? Il mondo antico non è certo la proiezione dell’intelletto attuale, che tenta di ricostruire qualcosa di diverso da sé, un qualcosa che mai esistette. Esso si rivela, invece, nella forza del suo proprio essere in quanto obbiettiva realtà alla quale il mondo moderno deve anelare per arrivare ad una comprensione.

Quanto all’Ottuplice Sentiero dovremo vedere se esso sia una formula meramente morale, che dia per scontata una serie di “beatitudini”, che non possono essere postulate, ma che dovrebbero piuttosto essere prima conquistate, o non sia piuttosto la formulazione morale di un’esperienza metafisica, che già contenga in sé, in uno stato di estrema purezza, la sapienza ultima delle Upanishad, circa il tradurla in un metodo di vita, in uno stile umano, e che indaghi ulteriormente in profondità. Una interpretazione strettamente morale potrebbe dunque essere il risultato della comprensione del mero suono esteriore delle parole, e non dei contenuti cui esse semplicemente alludono.

Guardiamo più da vicino alla “retta visione, al retto pensiero, alla retta parola, alla retta azione, al retto metodo di vita, al retto sforzo, alla retta esperienza, alla retta meditazione”, ossia alla formulazione verbale dell’Ottuplice Sentiero. Gli otto punti sono ovviamente attitudini ed esercizi che non possono essere separati l’uno dall’altro. Il segreto del loro reale significato sta nella loro struttura, nel loro accordo, nei sottili legami tra essi. 

Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. Studiosi come Eliade, Kerenyi, Dumézil hanno dato un’immagine viva della differenza tra l’esperienza antica e quella moderna della natura e del mondo. I veri organi di conoscenza erano altri. L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione.

Solo dopo la nascita del pensiero riflesso, dialettico e filosofico, l’essere e il pensare si scissero in due funzioni distinte. La vita e le idee vennero tenute separate, finirono in posizioni contrastanti, e sorse il problema della loro relazione, che da allora è stato il secolare problema della filosofia, sino alle sue ultime manifestazioni. L’esistenzialismo solleva nuovamente il problema non con l’intenzione di risolverlo, bensì con quella di soffiare nuovamente sulla mala fiamma della dualità mediante una dialettica trincerata, esasperata.

La disputa, lungamente condotta, sembrò  trovare la sua soluzione in un momento dell’evoluzione del pensiero occidentale, allorché Cartesio pronunciò il suo cogito, ergo sum. Ciò portò a ulteriori discussioni, ma non cambiò nulla, in quanto quel “cogitare” e quel “esse” erano in se stessi espressione della frattura tra “speculare” e “vivere”, ch’egli intendeva risanare. Se un discepolo del Buddha avesse potuto parlare a Cartesio, avrebbe potuto dirgli: “Tu non puoi essere nel tuo pensare, perché  il tuo pensiero non è, poiché esso è un mero riflesso. Perciò, quando pensi, tu non sei, proprio come l’immagine riflessa da uno specchio non è, anche se essa appartiene ad un oggetto reale”. Cogito qui significa “non entia coagito, ergo non sum”. (Michelstaedter).

È una questione vitale, scottante, che sta alla base dei più tormentosi problemi attuali, in quanto noi vediamo ancora l’essere fuori del pensare, cosicché si cade inevitabilmente o in un realismo materialista, o in un realismo metafisico, i quali riconfermano ambedue la dualità, l’astrattezza,  e il limite.

L’Idealismo, e i suoi sviluppi sino a Giovanni Gentile, sembrarono avere bandito l’ “essere” come oggetto di ogni discussione razionale. Esso potrebbe al massimo essere oggetto per il meditare, o la molla per un nuovo tipo di azione, basata sulla forza di alcune intuizioni razionali già acquisite. Ma l’esistenzialismo lo risollevò nuovamente come problema centrale del suo orientamento, e Martin Heidegger poté riscoprirlo e riportarlo alla luce, come se nessuno lo avesse prospettato e dialetticamente risolto prima. La ragione per cui questo problema viene sempre riproposto di nuovo e non viene trovato alcun indizio alla sua soluzione, deve essere scorto nello stato attuale del pensiero umano: pensiero disanimato, privo della dimensione della profondità, anche se può brillantemente dissertare sulla profondità.

Indubbiamente Hegel toccò il soggetto, sebbene non lo portasse alle sue estreme conseguenze. “L’essere”, dice egli nella Scienza della logica, “è una pura intuizione, e tale è anche il nulla in quanto semplicemente identico all’essere”. Ovviamente, pura intuizione qui è intesa a significare un pensiero che si esaurisce completamente nel suo oggetto ideale. Ma questa è precisamente la ragione per la quale esso non si esaurisce, bensì riemerge oltre la contraddizione e nel suo ri-emergere, anche se in un lampo che è breve se misurato in tempo umano, è uno con l’eternità. L’ulteriore manifestazione nella quale l’essere è pensiero che percepisce l’essere, non può essere considerato implicito nella dialettica di Hegel, né nell’autocoscienza di Fichte, né nell’identità di Schelling. Tuttavia, l’intera filosofia dell’idealismo è un anelito sublime verso una sintesi di essere e di pensare, tuttavia soltanto un anelito, senza il costante perseguire il fine della sua realizzazione.

Quella realizzazione, ovviamente, non può essere il frutto di un’ulteriore speculazione. Il sentiero delle ragioni e delle argomentazioni dilegua nell’indefinito della razionalità, mentre tutto annuncia che lo Spirito deve divenire esperienza o vanificare nel regno degli fantasmi. L’idealismo o la filosofia, che è la stessa cosa, in quanto non c’è filosofia che nella sua essenza non sia idealismo, dovrebbe esser capace di concordare postulato che il pensiero non sia una funzione meramente soggettiva, in quanto nel suo esser prima di venire assunto dal soggetto, l’uomo, esso è una forza universale, cosmica, sovraindividuale, una realtà spirituale, essere; essere nel quale l’uomo può essere, senza il quale egli non può essere; e in effetti egli non è, poiché il pensiero è pensiero riflesso, poiché egli è sempre proteso verso fondamenti esteriori, miti, esseri o rivelazioni, senza realizzare che quelli, nella misura in cui sono oggetti del suo pensiero, sono pensiero essi stessi. Pensando, io non sono al di fuori della realtà, in quanto i pensieri appartengono alle cose, anche se essi sorgono dentro di me: l’anima delle cose trova la sua espressione in me attraverso il mio pensiero, certamente non attraverso il pensiero riflesso, bensì attraverso il retto pensiero, che può essere identificato con quello che Shri Aurobindo chiama “Pensiero Paracleto”. Affinché l’anima delle cose possa rivelarsi in me come pensiero, quel pensiero non devo sfuggirlo, bensì devo soffermarmi in esso. Devo fermare il flusso concretamente reale del pensiero, accoglierlo in me come forza, vivere con esso. Questo è ciò che significano concentrazione e meditazione. Saltare da un pensiero all’altro, in un permanente divagare, in una continua incapacità di controllare e contemplare, cosicché solo la superficie delle idee ci attraversi sorvolando come astrazione o l’ombra dello spirito: questo è il pensare volatile, riflesso, divagante, infecondo, irreale, al quale devo necessariamente opporre un essere un “Dasein”, un esistere, una materia, una realtà, che mai estinguerà la mia sete, in quanto non possedendo il tipo di pensiero che loro appartiene, sono per questo tagliato fuori dalle cose, dall’esistere, dalla vita.

* * *

È ovvio che, se quel tipo di pensiero impotente usualmente rivolto ad una vita irreale, si volge ora a considerare l’Ottuplice Sentiero, non può vedere in esso altro che una serie di regole, apprezzabili unicamente dal punto di vista morale, cosa che oggi lascia più che altro freddi. Il pensare non è l’essere, l’essere non è il pensare. Perciò il pensiero, per es. quello della retta azione, può dar via soltanto ad astrazioni circa il giusto modo di fare le cose. Tuttavia se ammettessimo che un discepolo del Buddha potesse mettersi in quella condizione nella quale il pensare era una forza vivente, diverrebbe allora comprensibile come per lui il meditare sulla retta azione significasse cogliere al tempo stesso il principio dinamico necessario a compiere quel tipo d’azione.

Chiunque studi testi come l’Anguttara, il Majjhima Nikâya e l’Abhidharmakośa troverà ovvia questa identità tra l’essere e il pensare. Attraverso di essa, l’asceta poteva avvertire nel suo pensare la corrente della vita, e con ogni pensiero egli accoglieva  un elemento di potenza della volontà. Vasubandhu, per esempio, afferma che l’atto del pensare (vitarka) è l’espressione dell’organo del pensiero. Egli traccia, inoltre, una distinzione tra il pensiero sottile e quello ordinario. Quello è una sorta di pensiero spirituale. Tale distinzione è ancor oggi necessaria per indicare fino a che punto i contenuti sperimentati in una regola ascetica possano accordarsi al livello di coloro che si conformano ad essa.

Se accettiamo la validità di questa osservazione nei confronti di qualsiasi dottrina spirituale, essa può condurci a distinguere chiaramente il valore di un principio morale basato sulla sua realizzazione e sulla sua pratica concreta da qualsiasi altro, prodotto dalla umana capacità di astrazione. Quanto all’Ottuplice Sentiero, non ci deve trarre in inganno la sua semplicità. Nel caso esso venisse esposto da qualcuno che lo avesse realizzato in se stesso, dovrebbe essere valutato secondo il metro dato sopra, ovverossia in quanto espressione di un mondo spirituale, piuttosto che di logica umana. Il retroscena interiore delle otto attitudini dovrebbe essere sperimentato mediante meditazione, onde possa scaturire il senso del loro accordo. Quel accordo, una volta conquistato mediante intuizione, se afferrato e richiamato spesso alla mente nella sua luminosità fulgurea, può improvvisamente fluire nell’anima del ricercatore come forza di determinazione interiore: proprio il tipo di determinazione interiore necessaria a seguire regolarmente ognuno degli otto sentieri.

L’Ottuplice sentiero non scaturisce dalla moralità, bensì forze morali scaturiscono da esso. Grazie al Sentiero l’uomo non è legato ad una regola, bensì deve egli stesso creare la regola in ogni singolo caso. Dunque è soltanto un metodo verso la conseguimento della Sapienza. In questo senso sono da ricordarsi le parole di Aśvaghoṣa: “La Sapienza ha la facoltà di penetrare i dharmâ così come essi sono, e la funzione di disperdere la tenebra dell’illusione che avvolge i dharmâ e cela la loro essenza”. Chiaramente questo riconoscimento dei dharmâ porta alla conoscenza della legge del karma, così come indicheranno in seguito gli Yogacârin trattando dell’âlayavijñâna. D’altronde, le antiche dottrine buddhiste parlano dei “tre segreti”, del pensiero della parola e dell’azione, e li concepiscono come limite alla trama e al tessuto invisibile del karma. Ogni “fatto” o karma viene visto come un “atto” spirituale. Nei “fatti” il karma si mostra e al contempo si cela. Un essere umano, impigliato nella rete della mâyâ, scambia i “fatti” per la verità evidente e perde la possibilità di osservarli dall’altezza di un “atto” interiore. Ma grazie ad un “occhio interiore” dischiuso, l’iniziato può osservarle come lettere di un alfabeto sovrasensibile attraverso il quale il karma trova la sua espressione, rivelando il segreto della sua precedente incarnazione e il suo sentiero futuro. La via che porta alla liberazione può essere vista solo con occhi chiarificati, ὅσον τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι. [hòson t’epì thymòs ikànoi, “sin dove l’animo giunge”] (Parmenide, I).

Appare, dunque, come unicamente una serie di “atti” interiori possa smascherare la catena dei “fatti”, della quale l’esistenza samsarica è intessuta, quest’ultima essendo la catena senza fine di fronte alla quale ogni individuo si ritrova con la stessa avversione e con gli stessi problemi, con tutte le situazioni ricorrenti di sofferenza e di impotenza. L’uomo necessita della pratica paziente, persistente, di atti interiori mediante i quali egli può lottare libero da avijjâ, da memoria samsarica, da tutto ciò che lo vincola al suo apparente strumento corporeo (skandha, vâsanâ, saṃskârâ), e rivivere in se stesso la propria memoria spirituale (l’ἀνάμνησις [anàmnesis] di Platone), cioè il ricordo della sua natura primordiale, conducendo alla liberazione. Questo è il senso dell’Ottuplice Sentiero: che abitudini mentali, complessi, routine, costituiscono una “memoria” che lega l’essere umano ad una natura inferiore, che non è il suo destino, con la quale egli si identifica ciecamente. Persistere per mesi, per anni, in una serie di atti mentali, voluti indipendentemente dalla propria natura, può spezzare la catena di abitudini e rendere il discepolo capace di estirpare la falsa memoria, rivivendo in suo luogo la reale memoria dell’uomo. Così l’Ottuplice Sentiero implica la creazione di nuove “abitudini”, che portano a rivivere lo “stato primordiale” dell’uomo.

Il termine “memoria” non è stato scelto a caso. Da una parte, esso riflette l’idea che un gruppo di abitudini inconsce, che tendono a ripetersi ciecamente – i vâsanâ e i saṃskârâ della dottrina buddhista – dall’altra, esso è spesso usato dalla moderna psicologia nello stesso senso riguardo all’azione di “riflessi condizionati” e alla vita dell’“inconscio”. Delay la chiama “memoria inferiore”, il che equivale affermare la mancanza di una “memoria superiore”, la quale caratterizza, invece, il vero essere umano.

A questo punto, l’uomo moderno può trovare una via per comprendere e, nel caso, praticare l’Ottuplice Sentiero, per quel che di verità vivente esso ancor oggi contiene. Esso conduce ad un risveglio della memoria spirituale, che già è sveglia nella sfera sovrasensibile di ogni essere e dorme nell’incoscienza, sopraffatta da una falsa memoria che impone, da una zona più profonda, tutte le “associazioni” e persino pensieri. Quella dimensione interiore, che manca alla moderna psicologia, l’uomo potrebbe trovarla nell’Ottuplice Sentiero, così come egli potrebbe rivivere nel suo pensiero la relazione reciproca, che le otto attitudini hanno tra di loro, sino a che essa non scaturisca improvvisamente nell’anima come una forza alla quale egli potrebbe attingere per praticarle una per una.

Per raggiungere ciò, l’occidentale dovrebbe, come ho detto sopra, meditare sulle singole otto attitudini, così da averle continuamente presenti nella sua coscienza, sino a che esse possano, ad un determinato momento, muoversi e combinarsi da sé nella sua anima, disvelandogli così la loro reciproca relazione interiore, la loro natura univoca, come fossero raggi irradianti da un unico centro. Naturalmente, un tale esercizio è inteso a superare la scissione tra “essere” e “pensare”, cui ho accennato più sopra, e che non era un problema per i discepoli del passato. Il nostro pensiero disanimato attingerebbe ad una nuova sorgente di vita mediante la meditazione. Così la corrente della  volontà fluisce nel pensare e lo solleva al di sopra dei consueti processi cerebrali. Così vengono poste le condizioni per le rette attitudini.

Per esempio, se l’uomo moderno volesse seguire il sentiero del “retto giudizio” e tentare di rettificare ogni suo giudizio, attraverso lo sforzarsi a quel pensare cosciente cui ho alluso, noterebbe che il giudizio può essere all’altezza della verità del suo oggetto, unicamente allorché può affermare l’elemento eterno che l’oggetto contiene. Un tale giudizio non potrebbe più condannare alcunché, in quanto inevitabilmente sposerebbe l’essenza di bontà e di bellezza presente comunque in ogni cosa oltre la sua apparenza.

Il sentiero del retto giudizio implica, dunque, un’atteggiamento di positività nei confronti di tutti gli esseri e di tutte le cose.  Una tale modo di pensare dovrebbe essere nutrito attraverso una costante percezione del lato buono e luminoso dei fatti, delle cose e delle persone, in particolar modo quando ciò è arduo a trovarsi. Non intendo dire che l’occasionale lato oscuro di una cosa dovrebbe essere trascurato, ma che la critica “spontanea” dovrebbe essere smorzata e l’attenzione deliberatamente diretta  verso gli aspetti positivi. Questa volontà rafforza la nostra facoltà di guardare al lato favorevole, costruttivo, che non può mancare e non deve essere creato dalla nostra immaginazione, bensì osservato e afferrato nella sua concretezza, oltre il lato negativo che generalmente ci colpisce per primo. Questo sarà il principio di un comportamento in armonia con lo spirito, attraverso il quale non possiamo accostare alcunché in maniera svalutativa, in quanto ogni complessità [poliedricità] può essere ricondotta ad un tutto armonioso.  Lamentarsi del lato negativo delle cose è tipico del punto di vista umano e deriva dal nostro atteggiamento generale verso l’esperienza. È una inconscia ed egoistica severità con il mondo, dominata da idee preconcette che nascono dalle esperienze passate. Colui che possa liberarsi di quelle idee, sarà capace di formarsi ed avere un giudizio autonomo, i.e. un retto giudizio: egli non giudicherà secondo la nostra consueta deviazione, che ci esclude da un contatto diretto con la realtà.

Gli stimoli del nostro temperamento, della nostra educazione, le relazioni stabilite nella nostra gioventù e la prospettiva delle cose formatasi a quell’epoca, disgraziatamente ci portano a  a guardare le cose e le persone secondo modelli fissi e ci predispongono a giudizî, che dovrebbero sempre essere rivisti alla luce di una sempre rinnovata ragione. Essi sono così profondamente radicati da attendersi da noi soltanto una sorta di reazioni obbligate, il cui automatismo ha acquisito la forza dell’impersonalità. Attraverso la pratica del retto pensare ci liberiamo di essi e guardiamo alle cose in un modo nuovo, tale da arrivare alla loro intima realtà.

A questo punto può dischiudersi l’ “occhio spirituale” e può essere raggiunta la visione diretta attraverso la quale può delinearsi il segreto del karma degli esseri che contempliamo. Ciò è inevitabile in quanto l’attitudine al giudizio spassionato e all’immergersi nella realtà interiore delle cose oltre il loro apparire ci rende capaci di cogliere la relazione sottile tra la loro essenza e la loro esistenza. Il giudizio positivo getta luce su tutto ciò che un essere umano alberga di bene, e ci conduce a vedere il dharma, che opera nei “livelli inferiori”, saṃskṛta, cioè le forze che trattengono quell’elemento positivo dal venire alla superficie. Ci porta a vedere i retroscena che impediscono ad un uomo di muovere lungo la propriaa direzione creativa, secondo il suo dharma superiore (asaṃskṛta, nirvanico). Così noi progrediamo verso la comprensione degli altri e arriviamo ad una più profonda e più costruttiva pratica della verità, e a rendere concreta la pratica dell’amore verso il prossimo (maitrî).

Il sentiero della “retta visione” è simile. Esso porta ad una disciplina delle nostre rappresentazioni, affinché esse possano riprodurre fedelmente la realtà degli esseri e delle cose. Ciò implica soprattutto di non accettare niente in quanto precedentemente giudicato e sistemato, e di rivedere tutte le nostre rappresentazioni e prospettive attraverso il ritornare in contatto con gli oggetti. Se qualcuno, per es. ascolta un giudizio che ha già sentito altrove, dovrebbe osservarlo come se ora lo udisse per la prima volta, e meravigliarsi se questa volta non gli rivelasse qualcosa di nuovo o non gli apparisse in una nuova luce. Questa pratica dimostrerà se alcunché di nuovo è nato in noi stessi, se possiamo capire meglio e più profondamente che non nel passato.

Seguire questo sentiero significa raggiungere una “purificazione” della memoria, in quanto tratterremo ciò che è vero e vivo,  e ci libereremo di quella memoria ingannevole, che è la stratificazione delle nostre reazioni soggettive. Se a qualcosa ci sta dinanzi in un dato momento, e noi vi opponiamo una nozione già acquisita, ci riferiamo automaticamente ad un contenuto della nostra memoria, rinunciando all’esperienza viva. Se, quando ci viene detto qualcosa di nuovo, attingiamo al deposito di idee che abbiamo raccolto in circostanze simili in passato, ci tagliamo fuori da ogni giudizio realmente attivo. Se, invece, decidiamo di riesaminare l’evento in maniera nuova, il giudizio presente, maggiormente obbiettivo, si paleserà di fronte alla percezione. Questo è il metodo per controllare l’ “area”, dalla quale emergono i contenuti della memoria che usualmente affiorano a rafforzare i nostri giudizi stereotipi. Detergere quest’area dalla quale il passato impone le sue esigenze al presente, significa in certo qual modo liberarsi del determinismo del tempo: “il tempo diventa spazio”, ovverossia vediamo il tempo come se fosse disteso nello spazio e a nostra portata nel presente. Il ricordo cessa di essere una morta eco de passato e lascia cadere ogni configurazione che nel passato possa averlo incrostato. Ciò è d’importanza vitale, in quanto noi possiamo rimuovere dalla nostra coscienza un veleno pericoloso, la catena delle menzogne che tratteniamo come memorie. Ma la memoria spirituale, libera dai ricordi ingannevoli, è la forza stessa mediante la quale l’anima realizza il tempo come spazio in se stessa e muove in esso a volontà come in un continuo presente.

Le altre sei attitudini vengono illuminate dal retto giudizio e dalla retta visione. Grazie a quelle, gli ideali della vita vengono riconosciuti per quello che realmente sono, in quanto essi non possono più coincidere con ciò che è impermanente o non affondi le sue radici nell’eternità, e l’anelito umano trova infine il suo scopo. La retta aspirazione diviene una forza che libera l’uomo da ogni miraggio ingannevole, e dai suoi miti inferiori sui quali vengono disperse tante energie umane.

Da ciò nasce l’impulso a non agire più secondo propensione individuale, ma unicamente accogliendo l’interiore richiesta degli esseri e delle cose, il che significa “volere” allo stato puro, vale a dire non aver bisogno di agire sotto lo stimolo del proprio vantaggio o delle proprie preferenze, ma unicamente per amore dell’oggetto. L’oggetto a sua volta, come ho detto sopra,  può essere compreso nella sua realtà grazie al retto giudizio e alla retta visione. La volontà, allorché liberata dai motivi egoico-sentimentali, che sono i suoi stimoli abituali, diviene forte in se stessa e si collega con la sorgente impersonale del suo potere. Il volere umano, si dovrebbe dire, a questo punto quasi coincide col volere degli Dèi.

Il retto volere si realizza nella retta azione, per così dire, in una ora rigorosamente ricorrente corrispondenza tra “potenza” e “atto”. Diviene al contempo chiaro che viene richiesta una maniera interiore d’agire, che è infine retta meditazione, espressa nel mondo visibile nella retta azione. L’azione, in realtà, è di una sola specie: atto dello spirito che a volte porta come veste la contemplazione – o retta meditazione – e a volte l’azione. La sintesi di tutto è nella retta maniera di vivere, che conduce ad un ininterrotto accordo tra retta meditazione – nella quale confluiscono retto pensare, retta visione e retto volere –  e retta azione.

Ma la catena di queste sette movenze dell’anima può penetrare nelle profondità dell’essere solo mediante il retto sforzo, cioè attraverso una resistenza paziente portata avanti per mesi ed anni, con impeto imperterrito, e attraverso risoluta devozione, sino a che infine essa non operi come la natura stessa.

A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso. In questo senso, il suo conseguimento, come afferma il Buddha a proposito della verità nel Saṃyutta Nikâya, è oltre “ciò che è” e “ciò che non è”, oltre la dualità, cioè oltre quello “stato umano” mediante il quale, secondo Eraclito  “ ἄνθρωπος ἐν εὐφρόνῃ φάος ἅπτεται ἑαυτῷ” [ànthropos en euphròne phàos àptetai heautô, “l’uomo nella notte accende a sé una luce”, in Clemente Alessandrino, Stromata, IV,141, 2].

Alcuni secoli più tardi, Nâgârjuna parlò del Madhyamika, come di un sentiero ugualmente distante dall’essere e dal non-essere, che illustra con precisione intuitiva l’ “area spirituale” dell’esperienza interiore, che può liberare veramente l’uomo dai vâsanâ, dall’antica natura, dal saṃsâra, così come da ogni forma di conoscenza, o anche di saggezza ad essi legata.

Nei confronti dell’uomo, l’Ottuplice Sentiero può essere tradotto in una psicologia aristocratica – o piuttosto che in una psicologia – in una vera scienza dell’anima. Ognuno degli otto sentieri porta alla liberazione di un aspetto della memoria, vale a dire, di ciò che, in quanto “passato”, è presente nell’uomo ed esige dispoticamente da lui determinate abitudini ed una particolare visione del mondo. Allorché è libero dalla falsa “memoria”, l’uomo può guardare indietro alla sua vita e risalire obbiettivamente la catena dei suoi ricordi. Può così volgere all’inizio della sua attuale vita terrena, là dove egli non si troverà di fronte al nulla, bensì ad un Essere reale che viveva in lui prima della sua nascita. Lucidamente, egli può raggiungere la soglia di un’esperienza dell’Io Superiore, di un Essere che gli sta di fronte in maniera reale, indipendente da nascita e morte. Proprio questa esperienza può conferire un senso alla sua vita e rivelargli che l’Ottuplice Sentiero ancora non è stato conosciuto dall’uomo, in quanto esso deve ancora essere percorso.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

IL “MISTERO” DEL PENSIERO PURO

Pensare liberato

(Pensare liberato – Marina Sagramora)

Proseguendo il nostro percorso nella “filosofale” opera filosofica di Rudolf Steiner, troviamo indicata l’importanza capitale dell’esperienza del “pensiero puro”, di quella esperienza del “pensiero libero dai sensi”, che fu decisiva per la scelta di Massimo Scaligero – come egli stesso racconta in Dallo Yoga alla Rosacroce – del sentiero da seguire, cui consacrare tutta la sua vita.

Molti, di fronte all’esperienza del pensiero puro, vanno letteralmente in debito d’ossigeno, sentendo quanto esso operi come “dissolvente universale” – per usare l’ermetica espressione degli Alchimisti – delle strutture “naturali”, ossia di quella natura caduta , sulle quali si appoggia l’uomo animale. Perché ancora l’uomo non è veramente “uomo”, e l’Io, come ammonisce ripetutamente massimo Scaligero, non è ancora l’Io ch’egli dice di essere, non potendolo essere sino a che egli si trovi immerso, anzi prigioniero, di una natura animale che lo asserve e lo degrada. Su ciò l’essere umano si fa molte generose illusioni, che possono essere dissolte solo da esperienze molto dolorose, o da una coraggiosa Conoscenza.

Il voler conseguire tale Conoscenza liberatrice, il tentar l’impresa dell’altezza, come la chiama Dante, spinge il ricercatore spirituale all’Ascesi del Pensiero. Ma è necessario essere ben risoluti in tale Ascesi, perché la natura animale in noi si ribella con tutte le sue forze e insidia l’impresa interiore con tutte le astuzie ch’essa può escogitare, attingendo ad una perversa sapienza e alla consumata esperienza di millenni di incontrastato dominio sull’essere umano.

Le “filosofali” opere filosofiche di Rudolf Steiner sono il tracciato di un Rito interiore che l’asceta deve compiere per risvegliare e liberare l’elemento spirituale in lui. I pensieri di opere come Lineamenti di una teoria della conoscenza della Concezione goethiana del mondo, o di Verità e scienza, o della stessa Filosofia della libertà, non sono “spiegazioni” teoretiche, ma rigorose operazioni interiori, che devono essere attuate e vissute concretamente. La chiave del Rito della resurrezione del conoscere, della resurrezione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, dal cadavere della morta riflessità è la Concentrazione, la quale TUTTO può realizzare e da nulla può essere sostituita.

Lo scritto di Hendrik Knobel che, per la prima volta appare in italiano, può essere un aiuto prezioso al ricercatore spirituale, che energicamente si impegni nella pratica della Via del Pensiero. Egli non era un “filosofo”, bensì un praticante interiore ed un energico pensatore.

Importante la sua osservazione sul fatto che le qualità sensibili vengono liberate dal pensiero dal loro legame con la corporeità e assunte nel pensiero libero dai sensi. Ciò spiega l’insistenza di Rudolf Steiner sullo “studio”, rosicrucianamente inteso come gradino dell’Iniziazione, e il suo donare le immagini dell’evoluzione cosmica, nella descrizione della quale – come fa nel IV Capitolo della Scienza Occulta – le immagini provenienti dall’esperienza dei sensi sono veicolo dell’esercitarsi meditativo dell’asceta nel “pensiero libero dai sensi”. Nel successivo V Capitolo, egli indica esplicitamente tale operazione meditativa.

Nel pensare puro le qualità sensibili vengono liberate dalla loro dipendenza rispetto alla mediazione corporea e “incorporate “ nel concetto, del quale nella Concentrazione si giunge a sperimentare la natura eterica indipendente dallo spazio e dal tempo. L’idea di una casa grande non è “grande, e l’idea di un albero verde non è “verde”, come già osservava Platone.

La traduzione di questo scritto non è stata semplice, e mi sono attenuto al principio di essere il più fedele possibile alla lettera dell’Autore, per non tradirne il pensiero, e per renderne con la massima chiarezza il tessuto ideante, che il ricercatore spirituale può percorrere e rivivere.

***

IL PENSIERO PURO

di

Hendrik Knobel

Il pensiero come facoltà dell’anima si è sviluppato nell’umanità a partire dall’antichità greca e può essere colto, nella sua evoluzione attraverso i secoli. Non è difficile, nell’epoca attuale, conquistarsi una chiara conoscenza di ciò.

Un’altra cosa è il concetto di pensiero puro, puro nella misura in cui esso sia libero da tutto ciò che come percezione sensoria, che come percezione in genere può impregnare il pensiero.

Ora, questo pensiero puro per concorde autosservazione  – secondo l’opinione di molti – non può esistere. Il pensiero sarà sempre compenetrato di dati sensibili. Senza questi il pensare può avere verun contenuto che si manifesti. In questo caso, la concezione estrema è che il pensare manifesti unicamente forme, forme che ricevono il loro contenuto dalla percezione sensibile. Se si toglie un tale contenuto, rimane come residuo una forma morta, che – considerata in tal modo – si rivela irreale. Tutto ciò che chiamiamo nominalismo, ideologia, nella sua segnatura, si appoggia su questa caratterizzazione. Della morta forma senza contenuto.

Ora, però, è in sé e per sé semplice invalidare una tale concezione. È facile dimostrare come vi siano concetti (forme), che hanno in sé il loro proprio contenuto, senza che in essi venga dato  un contenuto sensibile, per es. i concetti di causa ed effetto. Che qualcosa sia causa di un effetto, nel mondo non è dato da nessuna parte, bensì viene da noi pensato in aggiunta al mondo dato, senza che in verità questo mondo stimoli ad un tale pensare in aggiunta.

L’antichità, per esempio, neppure conosceva questa coppia concettuale nel suo significato esclusivo, così come esso viene applicato nella scienza moderna come omnideterminante. Causa ed effetto si condizionano reciprocamente e l’uno non può essere pensato senza l’altro. Quel che si muove tra loro – in quanto coppia gemella – è la logica.

Ora, tuttavia, una tale discussione rimane fortissimamente arenata nell’astrazione. Si concede, che niente possa essere pensato se non connesso causalmente con altre cose, ma essenziali – reali – in questo caso vengono sentite unicamente le cose sensibili, non la necessità e la concretezza della conformità alla legge.

Dobbiamo ritornare ancora una volta al punto di partenza, cioè che pensieri (concetti) possano essere pensati unicamente, in quanto essi siano legati a fatti sensibili. Ciò non deve essere negato. Ma questi fatti sensibili sono di un’unica specie? Se io ho un concetto e la relativa datità sensibile, per es. il concetto di «sedia» e le relative percezioni sensibili, come marrone, duro ecc., allora io posso distinguere percezioni sensibili, che sono essenziali, come per es. duro e inessenziali come marrone. Ma allorché considero la percezione «duro» come appartenente all’essenza della sedia, ad essa immanente, io sollevo la percezione sensibile fuori dal suo àmbito sensibile e la rendo un concetto, cioè la fondo nel concetto «sedia», essa diviene una parte del concetto «sedia», ricevendo il carattere della concettualità ed arricchendolo. La spoglio perciò del suo carattere sensibile, allargando mediante essa il concetto, cioè quel che io ora penso come «duro», non ha più in sé e per sé un carattere sensibile, bensì un carattere concettuale, cioè esso è libero dai sensi. Quindi affermare che non possa esistere pensiero libero dai sensi, non è soltanto logicamente falso, ma lo è inoltre per il fatto che questo pensiero viene ricercato all’inizio del mio processo pensante – e là evidentemente non può essere trovato –  non alla fine di questo agire. Il pensiero libero dai sensi sorge unicamente nel pensare: mediante il pensare viene eliminato l’elemento sensibile in quanto elemento sensibile, cioè come entità corporea. L’ulteriore errore che qui vien compiuto, non sta nel fatto che l’elemento sensibile in quanto elemento corporeo venga sentito eliminato – questo può esserlo – bensì nel fatto che, incorporandolo nel concetto, si guardi unicamente a questa incorporazione e che quindi la determinatezza qualitativa dell’elemento in precedenza sensibile perda la proprietà «duro», il che tuttavia non riguarda la cosa stessa. La differenza tra pensato sensibilmente e pensato in maniera puramente spirituale non sta nella differenza tra «sensibile» e «spirituale», bensì nel fatto se il sensibile sia soltanto «manifestazione» di una cosa, o se le appartenga essenzialmente.

Ma con questo otteniamo uno sguardo sul conoscere in quanto tale. Non possiamo più vedere come aspetto reale del conoscere l’(astratto) dipanare di pensieri dalla sensibilità, con l’eliminazione dell’elemento sensibile, mediante il quale noi spandiamo intorno a noi come una sorta di argentea ragnatela – cosa che chiamiamo conoscere – bensì consideriamo essere il vero e proprio conoscere quel che riteniamo essere il processo dell’incorporazione dell’elemento corporeo-sensibile nei pensieri, senza perdere il carattere della sensibilità come determinatezza qualitativa. Questo processo nel suo lasciarsi proseguire in sempre più vasti cerchi mediante l’attività pensante, nel sempre incessante nuovo inserimento dell’elemento sensibile – nel senso di cui sopra – nell’elemento puramente concettuale, è ciò che chiamiamo riflessione, o anche – nell’ulteriore corso ed elevazione – meditazione. Nella sua dinamica, esso riposa sulla continuantesi attivazione dei concetti tra «manifestazione» e «essenza». Mediante questa attivazione noi possiamo gradualmente elevarci a fatti puramente spirituali, datità di un mondo, che nel senso dell’Antroposofia si può chiamare un mondo spirituale, venendo le qualità sensibili afferrate come spirituali. Siamo perciò in armonia con le nostre affermazioni sulla percezione pura, cioè la percezione pura concepita come realtà spirituale (vedi il capitolo precedente).

Un pensiero libero dai sensi non è, dunque, un pensiero che abbia eliminato da sé l’elemento sensibile, nel senso di un contenuto che origina dalla corporeità, bensì un pensare dal quale scompare unicamente l’elemento comunicato mediante il corpo e resta conservato il contenuto dell’elemento sensibile, che si trova accolto nella sua essenzialità nel pensare.

Perciò si può accennare ad un’ultima pecularità di questo pensare. Abbiamo visto come il pensiero elimini la dipendenza della percezione sensibile dal corpo e come ne accolga il contenuto nell’elemento spirituale-concettuale. Con ciò è data un’ulteriore metamorfosi del percepito, ovverossia, essa in quanto qualità è divenuto indipendente dal corpo, cioè si è disciolto dalle conformità alle leggi del mondo fisico, così come questo ci attornia giornalmente, e si mostra liberamente emergente nella meditazione. Qui può essere adoperata l’espressione di Rudolf Steiner «sensazione liberamente aleggiante (Anthroposophie, ein Fragment, GA-45, pp108 et seq.). La percezione è in questo caso una libera entità, disciolta da ogni altra componente. Essa ha la sua essenza non più in connessione con il restante mondo, bensì in se stessa (Opere scientifiche di Goethe, Introduzione di Rudolf Steiner, Cap.II, Il fenomeno primordiale). Così essa si lascia adoperare di per sé nella meditazione: il nero della rosacroce, il rosso delle rose. La coscienza meditativo-pensante, potendo adoperare liberamente questo elemento – in connessione con la componente puramente concettuale – risulta la disposizione meditativa dell’anima, la possibilità, nell’utilizzazione di tutti gli elementi, in specialmodo di quelli che nel mondo fisico si contraddicono, cioè sono errori, per penetrare più profondamente nell’essenza del mondo. (Rudolf Steiner, Anthroposophie, Psychosophie, Pneumatosophie, GA-115, pp. 235 et seq.).

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL “MISTERO” DELLA PERCEZIONE PURA

Percezione pura

(Percezione Pura – Marina Sagramora)

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Su Ecoantroposophia è stata molto sottolineata l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come lo chiama Rudolf Steiner in quelle pagine della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, che furono decisive per Massimo Scaligero per il riconoscimento da parte sua della figura e della missione spirituale di colui ch’egli chiamerà il Maestro dei Nuovi Tempi, per la scelta definitiva del Sentiero spirituale al quale consacrare ogni sua energia e tutta intera la sua stessa vita.

Massimo Scaligero stesso ci indicò nella Scienza Occulta, da lui allora posseduta nella bella edizione di Gius. Laterza e Figli, Bari, 1932, le pp. 223-226 nelle quali Rudolf Steiner parla del «pensiero libero dai sensi» e della sua importanza, per il discepolo dell’Iniziazione, che ha il fatto di coltivarlo energicamente al fine di conquistare forza interiore e acquisire quella oggettività, quella sicurezza e quell’equilibrio, assolutamente necessari per non cadere in balia delle innumerevoli illusioni che fatalmente si incontrano nell’esperienza immaginativa, per non venire travolti dal vortice di quella illudente e stordente Luce Astrale, sempre pronta come un drago a divorare lo stolto e sprovveduto “occultista”, il quale – come suol dirsi, “un po’ per celia, un po’ per non morir” – per iscacciar la noia esistenziale e la routine di una in-significante vita borghese, piccolissimo-borghese, si metta a “giuocar” con la Luce Astrale e le Potenze Occulte.

A dissuadere da un cotale sciocco “giuocare” con la Luce Astrale –  che tanto piace agli attuali martinisti, kremmerziani, ecceteriani – dovrebbe esser sufficiente il leggersi con attenzione, e ben meditare, quel che scrive in proposito Sir Edward Bulwer-Lytton nel suo Zanoni, a Rosicrucian Tale, e Stanislas de Guaita nel suo Essais des sciences maudites, il quale ricorda che il novello Edipo deve essere capace di risolvere l’enigma della tetramorfa Sfinge tebana, per non incorrere nei più grandi pericoli, e che per lo stolto, l’arrogante, il debole, l’incostante e il pusillamine, vale l’ammonizione scritta sulla soglia del Tempio: scire nefas, ossia il “sapere” può essere fatale, e in taluni casi anche mortale, per la vana e sciocca curiosità umana.

Più volte è stata sottolineata, sulle pagine di Eco, soprattutto da parte di Isidoro, l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come garanzia di oggettività dell’esperienza spirituale, come misura di radicale indipendenza dello sperimentare dell’Io da qualsivoglia coinvolgimento con la vicenda corporea, coinvolgimento nella sfera somatica che porta fatalmente al di sotto e non al di sopra della normale coscienza di veglia, e trascina la vita dell’anima tra i liquami e i miasmi attossicanti del guasto sperimentare medianico. Con tutto quel che ne segue.

Solo l’esperienza del pensiero puro, come sottolinea esplicitamente Rudolf Steiner nell’Appendice del 1918 al libro Iniziazione e nelle sopra citate pagine di Scienza Occulta, apre il varco – mediante l’intensificazione volitiva e cosciente del momento genetico del pensare – all’autentica esperienza spirituale. E Massimo Scaligero pone l’esperienza del pensiero puro come essenza aurea della Via del Pensiero Vivente, come completa e insuperata Via eroica all’Iniziazione. Per cui, fu per me un colpo al cuore l’udire con le mie orecchie l’affermazione  che «la Via di Massimo Scaligero è incompleta  e superata», e leggere coi miei occhi che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», quando invece tutta l’opera di Rudolf Steiner e quella di Massimo Scaligero – ma anche la loro vita, la loro ascesi, la loro realizzazione iniziatica – dimostrano ad abundantiam la falsità di tali menzognere affermazioni. Da qui la volontà di alcuni amici di Eco di sottolineare instancabilmente l’esperienza del pensiero puro, e la centralità della Concentrazione, della Meditazione, secondo il canone della Via del Pensiero, indicatoci da Massimo Scaligero.

Ci è stato fatto osservare che in qualche modo, su Eco, abbiamo forse un po’ trascurato il tema della “percezione pura”. Devo dire che una tale osservazione, in effetti, coglie nel segno. Ora, il tema della “percezione pura”, in realtà, è per noi strettissimamente legato a quello del “pensiero puro” e ci è sommamente caro. Tanto più che Massimo Scaligero disse più volte che missione precipua di Rudolf Steiner fu quella di portare in Occidente, e nel Mondo, una Via magica della percezione.  E, nelle sue “filosofali” opere filosofiche, Rudolf Steiner descrive come, nell’atto conoscitivo umano, la realtà del mondo si scinda – per noi – in percezione e concetto, e come ciò che nell’esperienza conoscitiva è inizialmente dato come effettivamente separato venga poi dall’attività pensante del soggetto conoscente altrettanto  effettivamente ricongiunto. A sua volta, Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, nella Seconda Parte, intitolata La Via del Pensiero, nel II capitolo, Lineamenti di una nuova scienza della percezione, pp. 162-199, dà un adamantino e meditativo percorso di pensiero nel quale illustra la natura spirituale della percezione: pagine da meditare e rimeditare a lungo.

Il problema, anzi il còmpito, è quello di avere il pensiero e il percepire allo stato puro. Ossia avere la percezione non decaduta a mera sensazione e non mescolata alla serie dei moti emotivi, istintivi e ad ogni sorta di involontari pensieri, che come un caotico ribollire riempiono la consueta, ma non normale, vita dell’anima. Lo stesso problema, o còmpito, si pone nei riguardi del pensare: avere l’attività del pensare allo stato puro, ossia detersa dal continuo interferire dell’involontaria memoria rappresentativa, di stati d’animo, moti istintivi e passionali. Si può dire che gran parte dell’Ascesi solare, che il discepolo dell’Iniziazione deve diligentemente praticare, sia vòlta ad educarlo alla oggettività del percepire e del pensare, a far tacere radicalmente quel ribollire lunare dell’anima, che generalmente riduce l’uomo ad un essere sognante e dormiente, mancipio e schiavo delle Potenze Avverse che lo dominano e lo muovono come un inerte burattino.

Senza una rigorosa disciplina de-soggettivante del pensare e del percepire, l’essere umano non si svincola dal lunare ribollire astrale dell’anima. Facilmente, percorrendo il sentiero occulto, può cadere nei mille e poi mille inganni che la sfera immaginativa, il mondo astrale tessono come un’avvincente trama d’illusioni di fronte al cercatore spirituale. Potrei riempire interi treni con tutti i visionari, gl’illusi e sinceri “chiaroveggenti”, da me incontrati, che prendono per realtà oggettive le torbide esperienze “astrali”. E potrei riempire navi da crociera con i  mistici, e le mistiche, che, datisi alle “morbide” vie dell’anima, a quel “sentire il sentire”, che Massimo Scaligero sconsiglia energicamente, sono finiti nell’immensa cloaca delle più diverse, e talvolta ridicole, infatuazioni visionarie, con l’inavvertito bramoso condimento di “erotismo astrale”, come lo definisce spietatamente Rudolf Steiner nel Corso di medicina pastorale e in moltissime altre sue conferenze.

Per cui, è veramente necessario avere le idee chiarissime sull’essere autentico della percezione, rendersi conto del “mistero” della percezione pura, dal punto di vista di quanto indica Rudolf Steiner in opere – che sono un vero e proprio “rituale” di magia solare – come Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e Filosofia della libertà. Non entrerò in merito, in questo articolo, nella descrizione della tecnica operativa della “percezione pura”, che troviamo esposta in maniera illuminante da Massimo Scaligero in molte delle sue opere. Riporterò, invece, uno scritto di Hendrik Knobel, discepolo di Rudolf Steiner, amico di Marie Steiner, e valente collaboratore di Hella Wiesberger all’interno del Lascito del Dottore. Nel tradurre questo scritto, ho posto ogni diligenza a riprodurre con la massima esattezza, a costo anche di sacrificare la “venustà del periodare” – come la chiamava Arturo Reghini – la trama di pensieri dell’autore. Se letto e meditato con attenzione, questo scritto potrà fornire al ricercatore spirituale, che voglia essere uno sperimentatore, spunti preziosi per cogliere il “mistero” della “percezione pura” dal punto di vista della Filosofia della libertà.

Lo scritto che segue rappresenta il primo capitolo dell’opera di Hendrik Knobel, Die sieben Lebensstufen. Form und Gestalt, Zbinden Verlag, Basel, 1984, pp. 9-13.

***

LA PERCEZIONE PURA

di Hendrik Knobel

Conosciamo dall’Antroposofia, in quanto essa è data filosoficamente, il concetto del pensiero “puro” – che dapprima non dovrà essere qui trattato – e quello della percezione pura. Percezione pura viene qui chiamata la percezione nella misura in cui essa è “pura” di componenti concettuali.

Ora, però viene detto ripetutamente che non esisterebbe affatto percezione pura. Essa non potrebbe esistere già per il fatto che, appunto, si può percepire soltanto là dove si abbia il concetto. Io vedo “blu”, vedo “rotondo”, unicamente per il fatto che posso formare il concetto di “blu”, il concetto di “rotondo” . Se non posso formarli, allora passo oltre, senza accorgermi, al cerchio blu e non ho della impressione blu e rotondo, alcuna conoscenza. Tutte le percezioni sono perciò date in forma di concetto; nella percezione afferrata coscientemente, percezione e concetto non si lasciano separare. Se contemplo un quadro, vedo per esempio raffigurati una donna, un fanciullo (Madonna). Mi distolgo dal quadro e un amico che mi accompagnava, e che è botanico, mi dice: Hai visto le piante nel quadro?. No, non le ho viste. L’amico mi riporta davanti al quadro e mi indica il punto dove, nel quadro, sono raffigurate effettivamente delle piante. Vedo unicamente quel che concepisco, in questo caso le piante attraverso l’indicazione concettuale del mio amico. Io vedo soltanto quello che concepisco. Ciò che non concepisco, non lo vedo, non lo percepisco. Tuttavia, quel che concepisco, lo percepisco, poi, dopo, ne ho una rappresentazione.

Ora, prima che possa essere afferrato il problema vero e proprio, occorre chiarire i concetti. Che io “veda” qualcosa appena ne ricevo, comunicatomi, il concetto, è una designazione inesatta. – Perlopiù si mette il “vedo” pure tra virgolette – dovrebbe essere detto: io vengo reso consapevole di qualcosa, oppure divengo consapevole di qualcosa, e sperimento un’impressione. Si può dire: io non ho ricevuta nessuna impressione, perché soltanto dopoché io ho, oppure ho ricevuto, comunicatomi, il concetto relativo, sono divenuto cosciente della cosa e la posso ricordare? Posso, tuttavia, anche aver ricevuto un’impressione di una cosa, ma trascurare di applicare su di essa il concetto, per es., per mancanza d’interesse, e non averne quindi nessuna coscienza mnemonica (per es., una pietra incontrata sulla mia strada). Ma con ciò, sia pure, non ho ricevuto nessuna impressione? Certo, questo forse lo si ammetterà, ma di ciò io non so nulla, poiché non avendolo nella memoria, non ha per me nessun valore.

Ma d’altra parte deve esser pure detto: senza che io volga realmente alla cosa un senso (per es., l’occhio), il concetto non mi giova a niente. Quindi la percezione, in quanto impressione, è una parte essenziale del mio ricordare. Da percezione e concetto risulta il contenuto della mia coscienza mnemonica, cioè la mia conoscenza, così come Rudolf Steiner l’ha raffigurata nei suoi scritti filosofici. Bene, si dice, ma la parte essenziale della percezione non si lascia portare a coscienza nella separazione dal concetto, al massimo altro che – nella misura in cui qualcuno vi riesce – come stato eccezionale. Perciò, per il conoscere, per il conoscere generale, esso non è accessibile. È come se uno dicesse: l’acqua non può essere H2O, poiché la separazione dell’acqua in H e O è un processo puramente artificiale. In natura esiste soltanto acqua. Il fatto che Rudolf Steiner abbia potuto separare la rappresentazione, in quanto coscienza mnemonica, in percezione e concetto, è l’interessante della sua teoria della conoscenza e giustifica, appunto, il motto della sua Filosofia della libertà, “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. Egli si comportò in tutto e per tutto come uno scienziato della natura.

Ora, però, vogliamo accostare più da vicino la domanda: la percezione pura può essere effettivamente prodotta? Per accostare un po’ questa domanda, dobbiamo stabilire che esiste percezione pura assoluta (quindi percezione senza alcuna componente concettuale) e relativa. Io posso, in natura o su un quadro che “vedo” in quanto applico su di esso i concetti di paesaggio, sole e così va, riuscire  a scoprire anche delle macchie marroni, che per me sono soltanto macchie marroni. Quindi, ricevo improvvisamente un nuovo concetto e “vedo” che esse raffigurano alcuni animali. In rapporto a questo stato di cose, degli animali allora io ho dapprima una percezione pura, perché constato delle macchie marroni e nient’altro. In questo caso, la percezione pura è relativa, proprio per il fatto che ho il concetto di “macchie marroni” e designo la cosa come tale, ma non la “vedo” come animali. Ho anche l’impressione (percezione pura senza concetto) in rapporto agli animali, in rapporto alle “macchie marroni” ho una conoscenza come rappresentazione. La stessa cosa si presenta, allorché il bambino cerca di afferrare la Luna. Egli non ha nessun concetto in rapporto alla distanza, in rapporto alla cosa, invece, ha il concetto di “falce aurea”, che cerca di afferrare come fosse un pezzo di pane. Ora, se si riesce a risalire nel lattante sino alle origini, si vedrà che nel primissimo periodo egli ha addirittura percezione pura assoluta. Egli osserva la luce, che si dirige verso di lui, perché egli la “scorge”, ma non ha ancora alcun concetto della luce. Se si riesce, da adulti, a giungere ai confini della coscienza abituale, come il lattante che è appena nato, ad eliminare tutto l’elemento concettuale, che si è accolto nella vita, allora si può giungere a ciò che chiamiamo percezione pura, a ciò che chiamiamo un aggregato sconnesso di impressioni sensoriali.

Come mai ciò è di così grande importanza? In generale, si cerca di eludere il tentativo di giungere alla percezione pura. Si rifugge dall’esperienza della medesima – come, per es., nel caso dell’affermazione, che si “vede” unicamente ciò che si concepisce, nel qual caso il vedere viene scambiato col conoscere – perché si avverte che si entra in un campo nel quale tutto diventa insicuro. La sicurezza nella vita risulta dai concetti conquistati. Potersi mantenere saldi nel campo della percezione pura presuppone interiore forza animica e saldezza nella interiorità, che possono essere conquistate mediante una intensa vita del pensiero – la quale rafforza in sé la forza dell’Io, ma che deve di nuovo venir abbandonata.

A qual fine questo rafforzamento? Su questo punto può portare chiarezza l’essenza della conoscenza. È perciò estremamente importante che, secondo Rudolf Steiner, lo scopo di tutta la conoscenza non sia la “idea”, bensì la percezione. Egli lo afferma nel capitolo Le ultime questioni, nella sua Filosofia della libertà (ed. 1929, p. 315) con la frase: «Soltanto… la percezione (sottolineatura dell’autore) inserentesi nell’universo secondo leggi è la piena realtà». – Quindi, l’Antroposofia non è una scienza dell’idea, bensì una scienza della realtà, cioè scienza dello “spirito”. Lo spirito è più che idea, è esperienza del mondo – pietra, pianta, animale, uomo, cosmo – nella percezione che in se stessa contiene l’essenza che deve essere scoperta. La tesi del “noi vediamo soltanto ciò che concepiamo”, presentata all’inizio, è una svalutazione della percezione. Essa dice: soltanto il concetto ha realtà, la percezione ha valore unicamente nella misura in cui essa si eleva al concetto – e termina in una scienza dell’idea, cioè alla fin fine in un cumulo di astrazioni.

Le impressioni sensorie sono, invece, azioni cosmiche, verde, blu, rotondo, duro e così via. Esse sono le vesti della Divinità, nella misura in cui possano essere afferrate pure, senza la zavorra mentale. Prodotta dall’uomo. In questo senso, quindi, l’Antroposofia non è filosofia, ma scienza della natura (conforme allo spirito). Chiarendo in sé questo fatto, è possibile gettare una luce su un problema storico e scientifico spirituale, che attende ancora soluzione. Pensiamo soprattutto alla questione dell’entità di Kaspar Hauser e del suo significato per la vita spirituale [Vedi a questo proposito: Heyer, Kaspar Hauser, Tradowsky, Kaspar Hauser]. Fino ad oggi non è stato possibile descrivere come fosse Kaspar Hauser nel suo mondo mentale, così come egli viveva in esso all’inizio della sua apparizione a Norimberga. La carcerazione, durata molti anni, non è in alcun modo sufficiente a spiegare il fatto ch’egli possedesse la percezione “pura”, ch’egli mostrasse una inspiegabile acutezza a questo riguardo, che potesse vedere nell’oscurità altrettanto come di giorno, che gli animali avessero un rapporto immediato con lui. In una parola è apparso: è apparso un essere umano ed ha posseduto, come disposizione, ciò che abbiamo chiamato percezione pura. Ora, Rudolf Steiner dice sull’essere di Kaspar Hauser, ch’egli era un atlantideo disperso. Astraiamo dal fatto se ciò possa essere inteso storicamente – il cui caso non sembra si tratti – ma, se prendiamo questa espressione in senso qualitativo, possiamo ricordarci riguardo all’essenza dell’atlantideo: privo di ogni intellettualità, vivente in modo puro nella percezione, chiaroveggente, tutte proprietà che si mostravano in Kaspar Hauser e che solo lentamente si ritrassero nel corso dell’unilaterale educazione intellettuale odierna. Un’altra osservazione di Rudolf Steiner è l’indicazione straordinariamente significativa, che senza Kaspar Hauser, così come ha vissuto, non potrebbe essere trovato un accesso al mondo spirituale per l’epoca attuale. Vi è tra queste due indicazioni una connessione?

Possiamo presumerla, se pensiamo, secondo Rudolf Steiner, che se una individualità ha sperimentato sulla Terra una qualità, da quel momento in poi ognuno può possedere questa qualità. Avendo Kaspar Hauser sperimentata la percezione pura, da allora, è possibile che chiunque possa causare questo stato, cioè possa percepire in maniera pura, sia riguardo alle percezioni del mondo esterno, sia riguardo a quelle dell’interiore esperienza del pensiero (vedi la conclusione del sunnominato capitolo della Filosofia della libertà), sarebbe, cioè, conquistato in modo immediato un accesso al mondo spirituale, mediante il quale sarebbe stato possibile che, pochi decenni più tardi, venisse fondata da Rudolf Steiner un’Antroposofia, una scienza, che fosse basata su una visione del mondo spirituale.

Ora, come mai dall’essenza della percezione risulta un’immediata esperienza del mondo spirituale? Il mondo spirituale è sempre attorno a noi nella percezione sensoria. Che noi non lo si sperimenti come tale è da ascrivere, come è stato già osservato, al fatto che continuamente noi lo ricopriamo di pensieri, di sostanze di pensieri, in una misura tale che noi sperimentiamo il mondo unicamente secondo i pensieri, e perciò minimamente scorgiamo l’essenza del nostro mondo, ovvero questi pensieri (rappresentazioni) sono l’unica cosa che ci fa sperimentare il mondo (Schopenhauer, «Il mondo è la mia rappresentazione»). Se questo pensiero viene eliminato e si riesce a sperimentare il mondo dei sensi, senza concetti aggiunti, allora si disvela il suo carattere sovrasensibile, cui Goethe accennò per primo nella sua dottrina della natura sensibile-morale dei colori. Allora la natura non è più soltanto “sensibile”, bensì anche essenzialmente “morale”, epperò sovrasensibile. L’aver applicato ampiamente questo principio goethiano in tutti i campi della vita, della scienza, dell’arte, della vita sociale, è l’azione di Rudolf Steiner.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

IL "PROMETEICO" IDEALISMO MAGICO DI RUDOLF STEINER

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Quelli che propongo allo studio del benevolo lettore, e ancor più alla ripetuta meditazione del cercatore spirituale, sono alcuni testi di Rudolf Steiner risalenti alla fase cosiddetta filosofica – che io, piuttosto, ben amerei chiamare «filosofale» – della sua vita. Si tratta di testi di per sé molto brevi, ma ciò non tragga in inganno il lettore, perché sono molto profondi e il loro significato potrà essere còlto solo da chi li approfondisca meditativamente. Sono testi che risalgono a quel periodo della vita di Rudolf Steiner, nel quale egli ancora non si era manifestato apertamente come Maestro e Istruttore spirituale. Poté assumere apertamente tale oneroso còmpito solo dopo che colei che era destinata a diventare la sua più stretta e fedele collaboratrice spirituale, nonché la compagna della sua vita, la giovane Marie von Sivers, gli pose a Berlino la domanda decisiva, che sola permise a Rudolf Steiner di rispondere col donare al mondo quella Scienza dello Spirito, che tante anime assetate di Conoscenza liberatrice andavano cercando.

Prima di quella domanda, invero così carica di destino, Rudolf Steiner poté esprimersi unicamente attraverso il linguaggio filosofico e scientifico perché – così scrisse in un documento biografico da lui redatto a Barr, in Alsazia, per Edouard Schuré, e pubblicato da Hans Werner Zbinden e Hella Wiesberger in Briefwechsel und Dokumente, GA-262, Verlag der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Dornach, 1967, p. 9 – non gli era lecito parlare pubblicamente di ciò che, come idee occulte, scaturiva dalla sua esperienza iniziatica: «E le Potenze occulte, che stavano dietro di me, mi dettero soltanto quest’unico consiglio: “Tutto nella veste della filosofia idealistica”». Ora, se la forma del suo linguaggio era quella scientifica e filosofica dell’idealismo, la sostanza era veramente quel «filosofale» idealismo magico del quale, in maniera così enigmatica, parla Novalis.

In realtà, l’opera filosofica di Rudolf Steiner, ruotante tutta attorno alla sua Filosofia della Libertà, col suo carattere accentuatamente «prometeico», è la parte più esoterica, e come tale più segreta, ossia quella che, malgrado la sua forma «pubblica», rimane la più arcana e la più difficile da accostare. E questo perché. in tali opere «filosofiche», Rudolf Steiner non dona, semplicemente rivelandole, una serie di verità spirituali, le quali debbano poi essere passivamente e dogmaticamente accolte dal lettore, bensì indica un metodo mediante il quale il sincero ricercatore spirituale possa trasmutarsi nel libero – totalmente autonomo rispetto ad una qualsivoglia rivelazione dall’alto – e attivo produttore della propria verità, la quale viene sperimentata come individuale nella sua manifestazione e al contempo universale nella sua essenza.

Quel che si rivela scomodo, per non dire sommamente antipatico, all’accidioso uomo moderno, sia pure sentimentalmente sincero spiritualista, è lo sforzo, il lottare coraggioso e instancabile, che tale idealismo magico esige. Al massimo, un tale uomo moderno giunge a concepire la necessità di capire intellettualmente determinate verità, non di sperimentarne la dirompente azione trasformatrice dell’anima. Si cerca così una spiegazione “gnoseologica” del processo della conoscenza, non di vivere il concreto processo della conoscenza. Non si ama uscire da una comoda passività, ricercante mere convinzioni intellettuali, che rimangano esangui opinioni del cerebrale pensiero riflesso. In realtà, è indifferente che tali convinzioni o opinioni intellettuali siano spiritualistiche o materialistiche, idealistiche, fenomenologiche o logico-empiriche: in nulla esse mutano l’abietto servaggio dell’uomo alla caduta natura animale, che lo domina e che è del tutto indifferente alle convinzioni intellettuali mediante le quali egli si narcotizza di fronte al vuoto di senso, alla non significanza della sua vita, alla sua angoscia esistenziale. All’Oscuro Signore, tirannico dominatore dell’uomo, poco importa con quale metallo siano forgiate le sue catene, purché esse lo avvincano fortemente alla sua indegna condizione di schiavo. Addirittura una” catena di petali di rosa” può legare più fortemente ed efficacemente, in quanto inavvertita, di una catena d’acciaio, la quale sentita dolorosamente può suscitare ribellione e sforzo di liberazione.

Solo l’uomo che voglia prendere decisamente nelle proprie mani la responsabilità della propria vicenda, che voglia farsi faber fortunae suae, ossia «facitore del suo proprio destino», uscendo da uno stato di minorità spirituale e sottraendosi dalla tutela di potenze benevole e avverse, spirituali e antispirituali, che lo aiutano asservendolo, o lo seducono distruggendolo. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero in tutta la sua opera, ma particolarmente in Iniziazione e Tradizione e in Avvento dell’Uomo Interiore, per l’uomo il realizzarsi della libertà non è affatto fatale, cioè essa non si realizza per via spontanea, per naturale evoluzione della precedente condizione umana. Anzi occorre dire senza infingimenti che la libertà può sorgere unicamente lottando aspramente proprio contro la condizione umana “naturale”. Di tale condizione “naturale”, come di tutte le condizioni, l’attuarsi della libertà deve fare il “vuoto”: ne deve eliminare l’automatica, per così dire “meccanica”, falsa spontaneità. E questo fa sì che l’autentica libertà non sia amata, anzi venga temuta, respinta e persino odiata. L’essere umano preferirebbe di gran lunga abbandonarsi ad una forza a lui esteriore, che lo dirigesse, lo sopraffacesse, lo estasiasse, lo beatificasse, e lo portasse per rivelazione a conoscere e per impulso istintivo ad agire. Magari illudendolo pure di esser lui a conoscere e ad agire. Questa visione fatalistica dello spirituale è dura a morire. Ma se non si avrà la forza e il coraggio di farla morire, sarà il fatalismo, più o meno mascherato, che farà morire l’uomo: l’uomo che non avrà la forza e il coraggio di voler essere libero.

Ora, se l’uomo vuole veramente realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, ad una tale visione fatalistica, “naturalistica”, falsamente spontanea,  e alle sue consolanti “comodità”, egli deve totalmente e definitivamente rinunciare: cosa ch’egli difficilmente concepisce e desidera. Ma proprio in questo sta la radicale differenza tra la via eroica e la via egoica. Come dire la differenza tra il sapiente e audace Promèteo e lo stolto e pavido Epimèteo, il quale con poco senno accetta quegl’infidi doni degli Dèi, che suo fratello Promèteo saggiamente lo invitava a rifiutare. Ed è altresì questa la differenza tra la quieta, passiva, saggezza pastorale di Abele, e l’ardente operare attivo di Caino che lavora, trasformandola, la terra. La saggezza di Abele, e poi di Salomone, è passivo accoglimento di una rivelazione benignamente elargita dall’Alto, mentre la sapienza di Caino, e poi di Hiram, è frutto delle facoltà che l’essere umano attivamente si conquista, con le proprie forze, elaborando la sua esperienza terrestre.

Rudolf Steiner, sin dai suoi primi scritti “filosofici” o, per meglio dire, “filosofali”, indica una prometeica e cainita via di conoscenza e di azione. Infatti già ne Le opere scientifiche di Goethe, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1944, nel capitolo La conoscenza goethiana, pp. 82-84, con parole che più chiare non si potrebbero pronunziare e che valgono forse oggi ancor più che allora, così scrive:

«È vero che in tutti i campi della coltura abbiamo da registrare progressi; ma non si può affermare che siano progressi in profondità. E pel valore d’un’epoca solo i progressi in profondità sono decisivi. Invece la nostra si potrebbe caratterizzare dicendo ch’essa dichiara addirittura irraggiungibile all’uomo ogni progresso in profondità. Siamo diventati pusillanimi in tutti i campi; e soprattutto in quelli del pensare e del volere. […] Oggi non si vuole pensare, ma soltanto guardare coi sensi. Si è perduta ogni fiducia nel pensiero; non lo si ritiene capace di penetrare nei segreti del mondo e della vita; si rinuncia addirittura ad ogni soluzione dei grandi enimmi dell’esistenza. La sola cosa che si ritiene possibile è ridurre a sistema i dati dell’esperienza. Ma si dimentica che, così pensando, ci si avvicina ad un punto di vista che da molto tempo si credeva superato. Ad una considerazione più profonda, il battere sull’esperienza dei sensi, respingendo il pensiero, non appare diverso dalla cieca fede delle religioni nella rivelazione. In sostanza, tale fede poggia sul fatto che la Chiesa trasmette verità bell’e pronte alle quali si deve credere; il pensiero può sforzarsi di penetrare nel loro significato più profondo; ma non gli è dato investigare la realtà stessa e arrivare per forza propria al fondo delle cose. E la scienza sperimentale che cosa esige essa dal pensiero? Esige che ascolti ciò che i fatti asseriscono, e poi ordini, interpreti, ecc. tali asserzioni. Anch’essa vieta al pensiero di penetrare autonomamente nel nòcciolo delle cose. Lì la teologia chiede al pensiero cieca sottomissione ai dettami della Chiesa, qui la scienza gli chiede sottomissione cieca ai dettami dell’osservazione dei sensi. Qui come lì non si dà valore al pensiero autonomo penetrante nelle profondità. […]

Si parla oggi di limiti della conoscenza perché si ignora dove sia la mèta del pensare. Non si ha un’opinione chiara su ciò che si vuol raggiungere, e si dubita di poterlo raggiungere. Se oggi qualcuno venisse a mostrarci a dito la soluzione dell’enimma del mondo, non se ne ricaverebbe nulla, perché non si saprebbe che cosa pensare di quella soluzione.

Precisamente lo stesso accade col volere e con l’agire. Non siamo capaci di porre alla nostra vita dei còmpiti ad assolvere i quali le nostre forze siano idonee. Si sognano ideali indefiniti e confusi. E poi si piange se non si raggiunge quello di cui non si ha neppure una vaga idea, e tanto meno un’idea chiara. Chiediamo un po’ ad uno dei pessimisti contemporanei, che cosa egli voglia veramente, e che cosa egli disperi di raggiungere. Non lo sa. Sono tutti nature problematiche, inferiori a qualsiasi situazione, e a cui tuttavia nessuna situazione è sufficiente. Non mi si fraintenda. Non voglio certo esaltare il pedestre ottimismo che, pago dei godimenti volgari della vita, a nulla aspira di superiore e perciò di nulla sente la mancanza. Non voglio condannare chi sente dolorosamente la profonda tragicità del nostro dipendere da circostanze che paralizzano ogni nostra azione. E che invano tentiamo di mutare. Ma non dimentichiamo che il dolore è il prezzo della felicità. Guardiamo una madre: com’è dolce la sua gioia nel vedere prosperare i suoi figli, quando sa di averla conquistata con le fatiche  le cure e le sofferenze del passato! Ogni uomo che pensi rettamente, dovrebbe respingere una felicità che gli venisse pôrta da una qualche potenza esteriore, non potendo sentire come tale una felicità offertagli come dono immeritato. Un creatore che avesse intrapresa la creazione dell’uomo pensando addirittura di dargli in dono la felicità, avrebbe fatto meglio a lasciarlo increato. Se quanto l’uomo compie viene sempre crudelmente distrutto, ciò aumenta la sua dignità; ché, in tal caso, egli deve sempre di nuovo creare e produrre, e la sua felicità sta nell’essere attivo, sta in ciò ch’egli stesso può compiere. La felicità donata è pari alla verità rivelata. Degno dell’uomo, però, è solo il cercare la verità da sé, senz’essere guidato né dall’esperienza né dalla rivelazione. Quando una volta ciò sarà pienamente riconosciuto, le religioni rivelate avranno esaurito il loro còmpito. Allora l’uomo non potrà più nemmeno volere che Dio gli si riveli o gli largisca in dono le sue benedizioni. Se qualche potenza superiore guidi i nostri destini verso il bene o verso il male, non ci riguarda; noi stessi dobbiamo prescriverci la via da percorrere. L’idea più elevata di Dio resta pur sempre quella che considera essersi Egli totalmente ritirato dal mondo, dopo aver creato l’uomo, abbandonando questi interamente a se stesso».

Difficilmente si potrebbe trovare un’altra concezione altrettanto radicale e altrettanto poco “mistica”, nel senso che si dà oggi al misticismo, il quale peraltro nulla ha a che vedere con l’Alta Mistica dell’Antichità o del Medioevo. Neppure un Max Stirner e un  Friedrich Nietzsche giunsero di gran lunga alla radicalità dell’esperienza concreta – concretamente vissuta – che viene prima realizzata e poi proposta da Rudolf Steiner. Una tale esperienza, dal carattere apertamente “prometeico” e “faustiano”, unisce con estrema audacia al contempo l’empirismo più estremo e l’idealismo più radicale: per questo una tale visione del mondo, una tale concreta esperienza, è idealismo magico, proprio nel senso che Novalis dava a queste parole. Per lo stesso motivo, una Chiesa o una confessione religiosa che pretenda detenere il monopolio e l’amministrazione del Sacro, non può che odiare un tale idealismo magico ed opporsi ad esso, combattendolo col ferro e col fuoco, ed anche col veleno. Come dimostrano gli attentati manu militari alla vita di Rudolf Steiner, avvenuti a 15 maggio 1922 a Monaco e il 17 maggio 1922 ad Elberfeld, l’incendio del Goetheanum il 31 dicembre 1922, e infine l’avvelenamento perpetrato nei suoi confronti il 1° gennaio 1924.

Una conseguenza di questo idealismo magico, radicalmente prometeico, cainita e faustiano, ci viene mostrato nei paragrafi successivi de Le opere scientifiche di Goethe, alle pp. 84-85:

«Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo.

Il pensiero, ha rispetto alle idee, la stessa importanza che ha l’occhio rispetto alla luce e l’orecchio al suono. È organo di percezione.

Questa concezione è in grado di riunire due cose che oggi si ritengono del tutto inconciliabili tra loro: il metodo empirico e l’idealismo quale concezione scientifica del mondo. […]

L’unica concezione della realtà che possa veramente appagare, è il metodo empirico unito a un risultato idealistico dell’indagine. Questo è idealismo, ma non un idealismo che persegua un’unità delle cose nebulosa e sognata, bensì un idealismo che cerca il concreto contenuto delle idee della realtà, non meno sperimentalmente di come l’odierna indagine iperesatta cerca il contenuto dei fatti.

Accostandoci a Goethe con tali vedute, riteniamo di penetrare nel suo vero essere. Ci atteniamo all’idealismo, mettendo però alla base della sua elaborazione, non il metodo dialettico di Hegel, ma un empirismo superiore purificato».

L’empirismo superiore purificato del quale qui parla Rudolf Steiner è l’Ascesi del Pensiero mediante la quale si svincola l’atto pensante dal sistema nervoso e dai sensi e lo si rende organo di percezione del proprio momento genetico, della propria estraformale forza fulgurea, della stessa realtà sovrasensibile. L’atto concreto che invera tale empirismo superiore purificato è la Concentrazione che, per intensificazione volitiva del proprio momento genetico, giunge a realizzarsi come Contemplazione della propria pura, “vuota”, forza.

Sulla base di questo idealismo empirico, Rudolf Steiner ne Le opere scientifiche di Goethe, arriva a capovolgere – oserei dire con temeraria audacia faustiana – la visione radicalmente pessimista di Eduard von Hartmann, per il quale peraltro ha parole di grande lode. Infatti, così scrive a p. 86:

«Le ragioni che Hartmann adduce in favore del pessimismo, vale a dire dell’opinione che nulla al mondo possa pienamente appagarci e che il dispiacere superi sempre il piacere, io vorrei designarle addirittura la fortuna dell’umanità. Quanto egli adduce è per me soltanto una riprova di come sia vano aspirare alla felicità. Noi dobbiamo appunto desistere da ogni simile aspirazione e cercare la nostra destinazione unicamente nell’adempiere senza egoismo quei còmpiti ideali che la nostra ragione ci segna. E che cos’altro significa ciò se non che dobbiamo cercare la nostra felicità solo nell’operare, nel creare senza posa?

Solo colui che è attivo, e precisamente attivo senza egoismo, non cercando alcun compenso alla sua attività, adempie la sua missione. È stolto voler ricevere un premio alla propria attività; un vero premio non esiste. Qui Hartmann avrebbe dovuto continuare a costruire. Avrebbe dovuto mostrare quale possa essere, date tali premesse, l’unica molla spingente di tutte le nostre azioni.. può, quando viene meno la prospettiva di raggiungere una mèta agognata, essere unicamente l’altruistica dedizione all’oggetto stesso al quale dedichiamo la nostra attività; può essere unicamente l’amore. Solo un’azione compiuta per amore può essere un’azione morale. Stella polare dev’essere per noi nella scienza l’idea, nell’azione l’amore».

E qui giungiamo ad una concezione dell’agire umano, ad un agire radicalmente libero, per il quale non ho trovato altri esempi in Oriente e in Occidente, nel Mondo Antico e in quello Moderno. Non solo, ma il fondamento conoscitivo di tale idealismo magico o idealismo empirico conduce ad una visione dell’Assoluto o del Divino, che non può non risultare totalmente indigesta a quelle confessioni religiose, che concepiscono Dio quale arbitrario Creatore dal nulla dell’Universo e come Signore, paternalisticamente benevolo o spietatamente tirannico padrone delle sue creature, mentre lo stesso essere umano viene da esse  concepito quale pecora da governare, pasturare e mantenere in uno stato di disciplinata obbedienza all’interno di un gregge ben inquadrato, all’interno del quale è obbligo accontentarsi della “rivelazione” elargita dalla gerarchia ecclesiale e vietato farsi domande sugli “imprescrutabili misteri” della Divinità, sugli “insondabili motivi” della Sua volontà. Dalla concezione confessionale viene considerata virtù la “santa ignoranza”, la rinuncia a voler conoscere e virtù viene considerata altresì la pronta obbedienza a quei “comandamenti” della Divinità, che l’umana gerarchia ecclesiale comunica quale “rivelazione”, che deve essere obbligatoriamente accettata e non conoscitivamente sondata. L’uomo è un essere creato dal nulla dalla Divinità trascendente, dalla quale è separato da un abisso incolmabile. Il voler conoscere, da parte dell’uomo, il fondamento ultimo dell’Essere, il ritenersi emanati dall’Uno e non creati dal nulla, il considerarsi un dio decaduto dal suo stato primordiale, o in esilio, e tuttavia consustanziale al Divino, all’Uno, del quale è emanazione, e quindi capace di riconquistare lo smarrito stato primordiale e la coscienza dell’identità col Fondamento dell’Essere o la comunione col Divino, con l’Assoluto, con l’Uno, viene considerato dai pretesi detentori e amministratori in regime di monopolio di una sedicente “rivelazione”, come sacrilega rivolta contro Dio, come criminale atto di superbia e disobbedienza contro il volere divino, che è blasfemia voler investigare o, ancor peggio, contestare e contrastare.

La visione del mondo di Rudolf Steiner, il suo “prometeico” idealismo magico, il suo audace e “faustiano” idealismo empirico, è precisamente l’opposto. Infatti, così scrive, sempre ne Le opere scientifiche di Goethe, pp. 140-142:

«In quanto la nostra teoria della conoscenza è arrivata alla conclusione, che il contenuto della nostra coscienza non è solo un mezzo per formarci un’immagine del mondo, ma che questo fondamento stesso, nella forma sua più propria, si manifesta nel nostro pensiero, non possiamo fare a meno di riconoscere immediatamente, anche nell’azione umana, l’incondizionato agire di quel fondamento stesso. Noi non conosciamo una guida del mondo che fuori di noi stessi ponga alle nostre azioni uno scopo e una direzione. La guida del mondo ha rinunziato al suo potere; ha messo tutto nelle mani dell’uomo, annientando la sua propria esistenza separata, e ha impartito all’uomo il còmpito di continuare l’opera. L’uomo si trova nel mondo, scorge la natura, e in essa un accenno a un intento più profondo, determinante. Il proprio pensiero lo rende capace di riconoscere quell’intento, di farne suo possesso spirituale. L’uomo ha penetrato il mondo e si mette all’opera, a proseguire quegli intenti. Con ciò la filosofia qui esposta è la vera filosofia della libertà. Essa non fa dipendere le azioni umane né dalla necessità naturale né dall’influsso d’un creatore o guida sito fuori del mondo. Tanto nell’uno  come nell’altro caso l’uomo non sarebbe libero. [

Ma noi dobbiamo respingere anche l’influsso da parte di una guida dei destini umani sita fuori del mondo. Anche in questo caso non si potrebbe parlare di vera libertà, poiché essa guida determinerebbe la direzione  dell’azione umana e l’uomo non avrebbe che da esigere i suoi comandi. Egli non sentirebbe l’impulso all’azione come un ideale che da sé si propone, ma come comando della guida. Quindi anche qui il suo agire sarebbe condizionato, non incondizionato. Egli non si sentirebbe libero alle spalle, ma dipendente; un semplice mezzo di esecuzione per gli intenti di un potere superiore.

Abbiamo veduto che il dogmatismo cerca la ragione per cui una cosa è vera, in un al di là della nostra coscienza, a noi inaccessibile (transsoggettivo), mentre, al contrario, la nostra opinione vede la ragione della verità di un giudizio nei concetti che stanno nella coscienza e confluiscono nel giudizio. Chi immagina un fondamento fuori del nostro mondo di idee, pensa che la ragione ideale per cui una cosa viene da noi riconosciuta per vera, sia un’altra da quella che la fa essere oggettivamente vera. Così la verità è intesa come dogma. E ciò che nella scienza è il dogma, nel campo dell’etica è il comandamento. L’uomo, quando cerca nei comandamenti gli stimoli al suo agire, opera secondo leggi il cui fondamento non dipende da lui; egli pensa una regola prescritta alla sua azione dal di fuori: agisce per dovere. Parlare di dovere ha un senso soltanto per questa concezione. Agire per dovere, significa sentire la spinta da fuori, e riconoscere la  necessità di seguirla. Ma la nostra teoria della conoscenza, là dove l’uomo si presenta nella sua compiutezza morale, non può ammettere un simile agire. Noi sappiamo che il mondo delle idee è l’infinita perfezione stessa; sappiamo che, con esso, gli stimoli al nostro agire stanno in noi; per conseguenza dobbiamo ritenere morale soltanto quell’agire in cui l’azione fluisca solamente dall’idea dell’azione che vive in noi».

Ora, sappiamo bene come l’abelitica, epimetèica e salomonica concezione religiosa esiga proprio quell’agire, sottomesso ed obbediente, credente e temente, che l’uomo veramente libero – l’uomo cainita, prometèico e faustiano – non potrà mai ammettere, perché sentirà sempre quella sottomissione a credere al dogma e a obbedire a comandamenti e precetti, emanati, prescritti e imposti da una qualsivoglia autorità ecclesiale, come una ottusa cecità dell’intelligenza e una degradante schiavitù della volontà, nata per essere libera. Questa è la radicale differenza – differenza al tempo stesso conoscitiva ed etica – la inconciliabile contrapposizione, l’insanabile contrasto tra la visione dell’uomo come emanato dall’Uno e la visione dell’uomo creato dal nulla. Più volte ho avuto modo di dire come sarebbe oltremodo opportuno che i creati dal nulla non si occupassero delle cose degli emanati dall’Uno. Ma pare la gelosia ecclesiale di vedersi sfuggire le proprie pasturate pecorelle e l’invidia metafisica nei confronti di coloro che sono uomini liberi o che come uomini liberi vogliono realizzarsi, non consenta ai custodi dell’infallibile dogma e della virtuosa conformità morale di tollerare la temeraria altrui libertà, l’altrui indipendente evoluzione conoscitiva e morale.

Ma ora veniamo ai testi di Rudolf Steiner, nei quali viene espressa una visione che fatalmente – per usare una efficace e brutale immagine del nostro Isidoro – «colpirà come un pugno allo stomaco» tutte le “anime belle” che sono affannosamente alla ricerca di un sicuro “ovile”, di un pastore che dica loro che cosa esse devono credere essere vero e che cosa, invece, devono credere essere buono; un pastore che li assolva dalla pericolosa fatica di pensare autonomamente, di correre il rischio di smarrirsi nel labirinto del dubbio nel quale il farsi troppe domande, l’osare servirsi della propria “imperfetta” ragione – a loro dire –  fatalmente le trascinerebbero.

* * *

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Il primo testo risale al periodo nel quale Rudolf Steiner lavorava all’Archivio di Goethe a Weimar, ed è firmato, nonché datato l’8 febbraio 1892. Quindi nel periodo nel quale egli lavorava alla stesura della sua Filosofia della Libertà. Steiner risponde ad un formulario che gli era stato sottoposto e, per prima cosa, scrive in testa al formulario stesso, come richiestogli, quale sia il suo motto, la sua divisa. La sua risposta, dirompente, fu:

«An Gottes Stelle, den freien Menschen!!!»,

Ossia:

«Al posto di Dio, l’uomo libero!!!».

E rispondendo alla domanda quale fosse nella poesia il personaggio da lui preferito, scrisse: Promèteo. Mentre alla domanda quali fossero i suoi eroi preferiti nella storia, mise al primo posto Attila – cosa della quale moltissimo si è  compiaciuto il mio amico Attila, re degli Unni, detto Flagellum Dei – e poi Napoleone I e Cesare.

***

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Il secondo testo, anch’esso datato e firmato, si trova in un taccuino o blocco di appunti, ove leggiamo:

«La Storia è in verità l’evoluzione del genere umano alla libertà. Solo lo spirito che si sente dipendente da Dio, si svincola per la libertà e conosce se stesso.

An Gottesglauben Stelle

Glaub ich an den freien Menschen 

Al posto della fede in Dio

Io credo nell’uomo libero.

Dr. Rudolf Steiner

Quaderno di appunti, 1892».

* * *

Più diffusamente egli si espresse in un testo, anch’esso autografo, redatto su richiesta del filosofo Eduard von Hartmann, da Rudolf Steiner molto stimato, che gli si aveva rivolto in una lettera, scritta da Gr.Lichterfelde, nel luglio/agosto 1892, lettera che non trascriviamo per la sua lunghezza. La data e la firma al testo autografo di Rudolf Steiner vi furono apposte successivamente dallo stesso Eduard von Hartmann. Il testo venne pubblicato in Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtausgabe, Nr. 87, Ostern 1985, la bella e importante rivista del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, nella quale apparvero tanti articoli di Hella Wiesberger, scritti con rigore scientifico, ma anche con quella angelica intelligenza del cuore che la caratterizzava.

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«Professione di fede dell’idealismo empirico

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione.

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Questi testi che, qui tradotti, vedono per la prima volta la luce in lingua italiana, sono a mio avviso di una importanza capitale per l’essere o il non essere della Comunità Solare. In un momento nel quale sono fortissime, ed abbastanza esplicite, le spinte ad operare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito” verso quella che un esoterista francese del trascorso secolo chiamava una “via sostituita”, trasbordo che si risolverebbe poi in una insana e improvvida “cattolicizzazione” della Scienza dello Spirito, nella deformazione, nella paralisi, nello smarrimento di ogni autentica operatività interiore individuale e comune, è bene che queste idee vengano espresse con la massima chiarezza, che vengano meditate a lungo e profondamente.

Il prometeico e faustiano idealismo magico di Rudolf Steiner, il suo idealismo empirico, sono la base conoscitiva ed operativa della pratica della Concentrazione che, instancabilmente, alcuni risoluti amici si sforzano, ogni volta, di indicare ai veri cercatori dello spirito, come la completa e insuperabile Via eroica del Pensiero.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UN COSMO D’AMORE

Giovanni Evangelista

Chi mangia il mio pane, mi calpesta col suo calcagno.

Giov. XIII, 18.

Quello che viene qui presentato è un testo di estrema delicatezza dal punto di vista spirituale, ed ho esitato a lungo prima di decidere di pubblicarlo. Lo tradussi molti anni fa: per l’esattezza il 24 giugno 1999. Raramente, proprio per la sua delicatezza, lo lessi in riunioni della cerchia di amici consacrati al Rito della meditazione in comune, amici che in maniera irriducibile, per oltre quattro decenni, hanno voluto mantenersi fedeli a tale Rito: fedeli nel contenuto e nella forma al Rito come Massimo Scaligero volle donarlo alla nostra cerchia. Questa cerchia volle sempre operare ritualmente, nella meditazione in comune, con scarna ed essenziale semplicità, ed ignorare ogni fallace ed ingannevole proposta a negligere la sacrale indicazione operativa dataci dal Maestro e ad abbandonare l’aureo Sentiero da lui indicatoci.

Il testo seguente fa parte del patrimonio della Esoterische Schule, ossia della Scuola Esoterica, che Rudolf Steiner fondò nel 1904 come Prima Classe, e nel 1906 la Sezione cultica della Mystica Aeterna, come Seconda e Terza Classe. Da un’annotazione sul documento – Teil eines Logen-Rituals, ossia “parte di un rituale di Loggia” – il testo dovrebbe appartenere appunto alla Sezione cultica, ossia alla Mystica Aeterna e, per quel che conosco di tale Istituzione, alla Terza Classe della Scuola Esoterica, quindi alla cerchia più interna dei discepoli di Rudolf Steiner.

A trasmetterci il testo fu Mathilde Scholl, una delle primissime discepole di Rudolf Steiner, sia nella Società Teosofica, poi Antroposofica, sia nella Scuola Esoterica. Questa Esoterische Stunde, “lezione esoterica”, fu tenuta, il 24 settembre 1907, a Hannover nel Nord della Germania. Ai membri della Scuola Esoterica, a causa della particolare sacralità di tali incontri, era vietato prendere appunti mentre Rudolf Steiner parlava, tuttavia erano liberi di farlo, per uso strettamente personale, una volta tornati a casa. Essendo i membri della Scuola Esoterica energici praticanti interiori, avevano spesso una grandissima capacità di memoria. E Mathilde Scholl fu sicuramente uno dei più energici, fedeli e capaci membri della Scuola Esoterica.

La più stretta, fedele collaboratrice e compagna di Rudolf Steiner, Marie Steiner, di fronte al vergognoso saccheggio, alla deformazione e all’abuso, che dell’Opera di Rudolf Steiner veniva compiuto dalla dirigenza della Società Antroposofica dopo la morte di Rudolf Steiner stesso, in particolar modo da Albert Steffen e da Günther Wachsmuth, decise di fondare la Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ovverossia il Lascito che cura l’Opera del Dottore, e di affidarle la pubblicazione integrale della sua Opera, compresi i testi presenti delle tre Classi della Scuola Esoterica. Colei che dopo la morte di Marie Steiner si assunse l’improba fatica di raccogliere, ordinare, rivedere, studiare a fondo i testi della Scuola, e in particolare della Mystica Aesterna, fu la mia cara amica, e sorella d’armi spirituale, Hella Wiesberger, recentemente scomparsa. Quando la conobbi, Hella aveva pubblicato ancora pochissimo del lascito esoterico di Rudolf Steiner, e posso dire di aver visto nascere nel corso degli anni l’intera serie dei volumi riguardanti la Scuola Esoterica, alcuni dei quali volle donarmi con la dedica.

Il testo, che qui viene presentato tradotto per la prima volta in italiano, rivela – nel duplice significato del termine – quello che è il contenuto più elevato e profondo del Mistero del Golgotha, e il senso ultimo dell’evoluzione della Terra e dell’uomo. Proprio per il suo contenuto, questo testo mostra da una parte il suo legame profondo con il Vangelo di Giovanni e l’esegesi che Rudolf Steiner ne fece, e dall’altra con la concezione cosmica che del Christo ebbe il Manicheismo, il quale fa del Logos, sacrificatosi per la liberazione dell’uomo caduto, lo Spirito della Terra, quello Jesus patibilis “appeso ad ogni ramo”, che il grande iniziato manicheo Fausto di Milevi tentò inutilmente di fare intendere ad Agostino di Ippona.

Per non lasciar isolato questo mirabile testo di Rudolf Steiner, forse è bene accostarlo con una pagina delle conferenze ch’egli fece ad Amburgo, dal 18 al 31 maggio, sul Il Vangelo di Giovanni, Editrice Antroposofica, Milano, 2014, ove nella terza conferenza, intitolata la Missione della Terra, pp. 47-49:

«Dov’è allora il corpo fisico del Logos di cui parla il Vangelo di Giovanni e che oggi vogliamo sempre più chiaramente portarci alla coscienza? Nel modo più puro questo corpo fisico del Logos appare nella luce esteriore del Sole; la luce solare non è solo luce materiale: per la visione spirituale essa è altrettanto la veste del Logos, quanto il nostro corpo fisico è la veste della nostra anima. Chi ha col prossimo un rapporto quale la maggioranza degli uomini lo ha oggi col Sole, non potrebbe imparare a conoscere quel prossimo; questo significherebbe avvicinare ogni persona che ha un’anima che pensa, sente e vuole, come se la si concepisse priva di anima e di spirito e se cisi limitasse a percepirne a tastoni il corpo fisico, e magari credere che questo potrebbe anche essere di cartapesta. Ma se si vuol penetrare sino allo spirituale della luce solare, occorre considerarla come quando dall’aspetto fisico d’un umo si impara a conoscerne l’interiorità. Come il corpo umano sta all’anima, così la luce solare sta al Logos; e con la luce solare fluisce sulla Terra un elemento spirituale. Questo elemento spirituale (se siamo in grado di comprendere non solo il corpo, ma anche lo spirito del Sole) è l’amore che fluisce giù sulla Terra. Non solo la luce solare fisica desta e tiene in vita le piante, ma con la luce fisica del Sole fluisce sulla Terra il caldo amore della divinità; e gli uomini esistono per raccogliere in sé il caldo amore divino, per svilupparlo e ricambiarlo. Ma non avrebbero potuto ricambiare quell’amore, se non fossero diventati esseri autocoscienti dotati dell’io.

Quando gli uomini cominciarono a vivere la loro vita diurna, dapprima limitata a breve tempo, non erano ancora in grado di percepire nulla della luce che accende al contempo l’amore. La luce splendeva nelle tenebre, ma le tenebre non potevano ancora comprenderne nulla; e se quella luce, che è al tempo stesso l’amore del Logos, fosse stata manifestata all’uomo solo nelle brevi ore del giorno, l’uomo non avrebbe potuto comprendere questa luce d’amore. Ma nell’ottusa coscienza di sogno chiaroveggente di quei tempi remoti l’amore fluiva pur sempre negli uomini. Ed ora gettiamo lo sguardo, dietro alle parvenze dell’esistenza, a un grande, importante mistero del mondo.

Rendiamoci ben conto che la nostra Terra, per così dire, fu guidata in modo da far fluire, per un certo tempo incoscientemente, l’amore nell’uomo attraverso una coscienza chiaroveggente crepuscolare, per prepararlo ad accogliere l’amore nella piena e chiara coscienza diurna. Abbiamo visto che la nostra Terra è diventata a poco a poco il cosmo che deve condurre a compimento la missione dell’amore. La Terra viene irradiata dal Sole attuale. Come l’uomo abita la Terra e si appropria gradualmente l’amore, così il Sole è abitato da altre entità superiori, perché ha raggiunto un grado superiore dell’esistenza. L’uomo è abitante della Terra; cioè un essere che deve appropriarsi l’amore durante l’esistenza terrestre. Un abitante del Sole, al tempo nostro, significa un essere capace di accendere l’amore di effonderlo. Gli abitanti della Terra non saprebbero sviluppare amore, né accoglierlo, se gli abitanti del Sole non inviassero la loro matura saggezza, insieme ai raggi della luce. In quanto la luce solare fluisce sulla Terra, qui si sviluppa l’amore: questa è una verità del tutto reale. Le entità tanto elevate da poter irradiare l’amore hanno eletto il Sole a loro dimora».

Possiamo quindi comprendere come solo dall’autocoscienza, che è il dono dell’Io Sono, possa nascere vera libertà, l’assoluta indipendenza dell’Io fondato su se stesso, ossia sull’Io Sono, e l’Amore, il quale può nascere nell’uomo unicamente dalla libertà fondata sull’autocoscienza, perché come scrive Rudolf Steiner ne La Scienza Occulta nelle sue linee generali, trad. it. di E. de Renzis ed E. Battaglini, rivista e aggiornata nella III ed. italiana da Willi Schwarz, Laterza, Bari, 1947, pp. 310-311:

«L’uomo riceve il suo «Io» indipendente dagli Spiriti della Forma; questo Io si armonizzerà nell’avvenire con gli esseri della Terra, di Giove, di Venere e di Vulcano a mezzo di quella forza che s’introduce nella saggezza durante il periodo terrestre. È questa la forza dell’ amore. Questa forza dell’amore deve nascere nell’umanità terrestre e il «Cosmo della saggezza» deve svilupparsi in «Cosmo di amore». Tutto ciò che l’Io può sviluppare in sé deve trasformarsi in amore. Quale universale «archetipo dell’amore» si presenta con la sua rivelazione il sublime Essere solare, che è stato caratterizzato nella descrizione dell’evoluzione del Cristo. Con esso il germe dell’amore è stato immerso nell’interiorità più profonda dell’essenza umana, e da lì dovrà fluire in tutta l’evoluzione. Come la saggezza maturatasi nel passato si manifesta nelle forze del mondo fisico esteriore, nelle attuali «forze della natura», così in avvenire l’amore stesso si manifesterà in tutti i fenomeni, come nuova forza della natura. Questo è il segreto di ogni evoluzione futura: la conoscenza, e tutto ciò che l’uomo compie con vera comprensione dell’evoluzione, è una semente che deve maturarsi in amore. […] La conoscenza spirituale, per virtù di ciò che essa è, si trasforma in amore. […] A partire dallo stato terrestre, «la saggezza del mondo esteriore» diventa saggezza interiore nell’uomo; e quando si è in tal modo interiorizzata diventa il germe dell’amore. La saggezza è condizione necessaria per l’amore; l’amore è il frutto della saggezza rinata nell’Io».

Ciò è strettamente collegato con la meditazione che Massimo Scaligero dette nel XII capitolo delle Tecniche della concentrazione interiore, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 89 :

«XXX. Meditazione. Il discepolo anima in sé la seguente imagine: «Attraverso le sue ère e le sue trasformazioni, la Terra si avvia a divenire il Cosmo dell’Amore». Tutta la storia della Terra e dell’uomo tende verso questa mèta».

***

Ma ecco il testo tratto dalle comunicazioni fatte da Rudolf Steiner all’interno del sezione cultica della Scuola Esoterica, nel Capitolo Mystica Aeterna. Possano queste parole impulsare nell’accorto e sagace lettore una energica e luminosa attività ideante nell’anima cosciente e non tradursi in un mero moto sentimentale e misticheggiante nell’anima senziente e nell’anima razionale-affettiva.

«Christo è uno Spirito Solare, uno Spirito di Fuoco. È il Suo Spirito che ci si rivela nella Luce solare. È il suo alito vitale che nell’aria irrora la terra e che con ogni respiro penetra in noi. Il Suo corpo è la Terra sulla quale dimoriamo.

In effetti, Egli ci nutre con la Sua carne e con il Suo sangue, giacché anche quello che assumiamo come cibo, è tratto dalla Terra, dal Suo corpo.

Noi respiriamo il Suo alito vitale, ch’Egli irradia attraverso il manto vegetale della Terra.

Noi guardiamo nella Sua Luce, poiché la Luce del Sole è il Suo irradiare spirituale.

Noi viviamo nel Suo amore anche fisicamente, poiché ciò che di calore noi riceviamo dal Sole è la Sua spirituale forza d’Amore, che noi sentiamo come calore.  

E il nostro spirito è tratto dal Suo Spirito, così come il nostro corpo è avvinto al Suo corpo.

Perciò il nostro corpo deve essere santificato, poiché noi ci muoviamo sul Suo corpo. La Terra è il Suo santo corpo, che noi tocchiamo coi nostri piedi. E il Sole è la manifestazione del Suo Santo Spirito, al quale noi possiamo elevare lo sguardo. E l’aria è la manifestazione della Sua santa Vita, che noi possiamo accogliere in noi.

Affinché noi divenissimo coscienti del nostro Sé, del nostro Spirito, questo alto Spirito Solare si sacrificò, abbandonò la Sua regale dimora, discese dal Sole ed assunse veste fisica nella Terra.Così Egli è fisicamente crocifisso nella Terra.

Ma Egli avvolge spiritualmente la Terra con la Sua Luce e con la Sua Forza d’Amore, e tutto ciò che su di essa vive, è Suo possesso. Soltanto, Egli attende che noi vogliamo essere Suoi propri. Se noi ci doniamo interamente a Lui come Suoi propri, allora Egli non ci dona soltanto la Sua vita fisica, no, bensì anche la Sua superiore, spirituale, Vita Solare. Poi Egli ci permea col Suo divino Spirito di Luce e con la Sua divina Volontà creatrice.

Noi possiamo essere unicamente quel ch’Egli ci dona, ciò a cui Egli ci fa. Tutto ciò che in noi corrisponde al piano divino è Sua opera. Che cosa possiamo fare noi, oltre a ciò? Nulla, se non lasciarlo agire in noi. Solo se ci contrapponiamo al Suo Amore, Egli non può operar nulla in noi. Ma come potremmo noi opporci a questo Amore? A Colui che qui dice: «Io ti ho amato sempre e poi sempre, e ti ho attratto a me con potente Amore»?

Egli ci ha amato dal principio della Terra. Noi dobbiamo far diventare il Suo Amore Essere in noi.

Solo questo significa vita reale; solo qui vi è vero Spirito, è possibile vera beatitudine, ove questa vita divenga per noi una Vita essenziale, la Vita del Christo in noi.

Non da noi stessi possiamo divenire puri e santi, bensì unicamente attraverso questa Vita del Christo. Tutto il nostro anelare e sforzarci è vano, fino a che questa superiore Vita non ci ricolmi. Soltanto questa, come una possente, pura, corrente può dilavar via dal nostro essere, tutto ciò che non è ancora purificato.

È il fondamento dell’anima, dal quale questa purificante Vita della Luce può sorgere.

Là noi dobbiamo cercare la nostra dimora, ai Suoi piedi e nella dedizione a Lui.

Poi Egli trasmuterà noi stessi, e ci pervaderà con la Sua divina Vita d’Amore. Fino a che non diventiamo luminosi e puri come Lui; simili a Lui. Sino a che Egli non possa condividere con noi la Sua divina Coscienza.

Attraverso la Sua Luce l’anima deve diventare pura; così essa può ricongiungersi con la Sua Vita.

Allora è questo il ricongiungimento del Christo e della Sophia, il ricongiungimento del Christo con l’anima purificata dalla Sua Luce».

 

PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SCIENZA DELLO SPIRITO E ANTROPOSOFIA – LA VIA DEL PENSIERO

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Il termine Antroposofia è molto antico e non fu creato, come lui stesso esplicitamente affermò, da Rudolf Steiner.

Tralasciamo l’uso, per noi poco interessante, che ne fece il filosofo herbartiano austriaco Robert Zimmermann (nato a Praga il 2 novembre 1824 e ivi defunto il settembre 1898), che lo adoperò nel titolo di una delle sue opere, intitolata appunto Anthroposophie im Umriß. Entwurf eines Systems idealer Weltsicht auf realistischer Grundlage, ossia Antroposofia nelle sue linee generali. Abbozzo di un sistema ideale di visione del mondo su base realistica, che apparve nel 1882: nulla a che vedere con la Sapienza Celeste, oggetto della nostra ricerca e del nostro amore. In precedenza la parola era stata adoperata, in maniera per noi già più interessante, dal filosofo Immanuel Fichte, figlio del grande Johann Gottlieb Fichte, da Ignaz Troxler, da Gideon Spicker. Ma, pur essendo queste personalità del mondo filosofico e culturale di lingua tedesca apprezzati da Rudolf Steiner, non è l’uso “filosofico”, che è stato fatto di questa parola, che ci preme, semmai l’uso «filosofale».

Se vogliamo vedere usata questa parola in senso «occulto», prima di Rudolf Steiner, dobbiamo risalire al XVII secolo, a quel “secolo d’oro” che per l’Ermetismo e l’Alchìmia fu il Seicento. Quello fu il secolo della pubblicazione dei quattro primi scritti rosicruciani, ovvero della Fama Fraternitatis, della Confessio Fraternitatis, delle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, della Allgemeine und General Reformation der ganzen weiten Welt, ossia della Riforma universale e generale dell’intero vasto mondo. Ma fu anche il secolo nel quale videro la luce mirabili testi alchemici come la Chymica Vannus, il De Pharmaco catholico, l’Androgenes Hermeticus, il Novum Lumen Chemicum e le altre opere del Cosmopolita, quelle di Francesco Maria Santinelli, di Federico Gualdi, di Massimiliano Palombara e la sua Porta Ermetica, di importanti autori rosicruciani come Heinrich Khunrath, Michael Maier, Robert Fludd, il “riscoperto” Basilio Valentino, le opere dei due Filalete, Eugenio e Ireneo (che taluni, a ragione o a torto, identificano tra loro), per non dirne che una parte. Questa mirabile fioritura della Sapienza Ermetica venne in gran parte spazzata via, in Germania e altrove, dalla Guerra dei Trent’Anni, provocata dall’odio teologico di una potenza religiosa intollerante e della sua militante compagnia, e attuata con spietata ferocia dalle truppe imperiali asburgiche.

Antroposophia Theomagica a

In quel periodo così agitato, un autore da me molto amato, Thomas Vaughan, un alchimista e kabbalista del Galles, molto legato alla tradizione rosicruciana – fu lui a tradurre e a pubblicare per primo in inglese, nel 1652, i primi due opuscoli che costituivano il Manifesto del movimento rosicruciano col titolo di The Fame and Confession of the Fraternity of the Rose Cross – pubblicò nel 1650 con l’eteronimo, che userà poi per tutte le sue opere, di Eugenius Philalethes, ovvero “Eugenio, l’Amico della Verità”, il suo primo scritto col titolo di Anthroposophia Theomagica, a Discourse on the Nature of Man and his State after Death. Ora, questo «Discorso sulla natura dell’uomo e il suo stato dopo la morte» è molto vicino a quella «Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano», che è il sottotitolo del libro Teosofia, nel quale Rudolf Steiner tratta appunto della costituzione occulta dell’uomo e del suo destino dopo la morte. Naturalmente, Thomas Vaughan, nella sua Anthroposophia Theomagica, tratta il suo argomento con l’usuale intricato simbolismo ermetico-kabbalistico, tipico della tradizione rosicruciana, medievale e rinascimentale, il che ci rende tanto più grati a Rudolf Steiner, il quale ci ha portato incontro un Mondo Spirituale in concetti afferrabili da ogni volenteroso pensatore.

Ma la parola Antroposofia è ancora più antica: di circa un secolo. Infatti, Thomas Vaughan, nelle sue opere, si dichiara discepolo postumo del grandissimo Enrico Cornelio Agrippa, umanista, ermetista, kabbalista e mago, discepolo a sua volta di Giovanni Tritemio, abate benedettino prima di Sponheim e poi di Würzburg, uomo dalla sapienza oceanica, ambedue – essi pure – da me molto amati . Orbene, il nostro ottimo Agrippa, in una sua aurea operetta, intitolata Arbatel, nel XLIX e ultimo capitolo della sua trattazione, espone un quadro delle varie scientiae accessibili all’uomo, lodando quelle buone ed utili e mettendo in guardia da quelle malvagie e pericolose. Tra le scientiae Boni, ovvero “scienze del Bene”, egli annovera la Theosophia, definita come la scienza che dà: Notitia verbi Dei, et vitæ iuxta verbum Dei institutio, e Notitia gubernationis Dei, per angelos, quos scriptura Vigiles vocat, & intelligere angelorum mysteria, ovverossia la Theosophia è la scienza che ci permette la conoscenza del Verbo di Dio, del Logos, e della creazione della vita secondo il Verbo divino, ossia secondo il Logos, e ci istruisce altresì circa il governo di Dio attraverso gli Angeli, che la Scrittura chiama Veglianti, e ci istruisce altresì a comprendere i misteri angelici. Mentre l’Anthroposophia da Agrippa viene definita Scientia rerum naturalium, scienza delle cose naturali, e Prudentia rerum humanarum, saggezza delle cose umane. Ed è facile vedere il rapporto della Theosophia e della Anthroposophia di Enrico Cornelio Agrippa con l’insegnamento di Rudolf Steiner.

Solo che l’insegnamento di Agrippa, la sua occulta philosophia, è veramente un aureo tesoro custodito in uno scrigno «ermeticamente» chiuso, non facile da disserrare se non si possiede quella che lui stesso, in una lettera ad un discepolo, chiama la occulta clavis totius negotii, la chiave segreta dell’intero sistema. E dire che il benedettino Giovanni Tritemio, un “Maestro dell’Arte” – come direbbero i discepoli di Ermete, Padre dei Filosofi –  e suo Maestro, lo rimproverava di parlare troppo chiaro, il che all’epoca era oltremodo pericoloso, potendo facilmente l’ermetista troppo loquace finire sul rogo! Infatti, il sapientissimo abate Tritemio, al quale Agrippa aveva inviato la prima stesura manoscritta dell’opera a lui più cara, il De occulta philosophia, l’8 aprile 1510, scrisse una lettera piena di lodi al suo giovane, colto e promettente discepolo, per aver penetrato arcani e segreti nascosti a moltissimi dotti, ma lo ammonisce al contempo a dare le cose volgari al volgo, mentre le cose più alte ed arcane dovrebbe comunicarle solo agli amici più segreti e fidati. E aggiunge: «Da’ il fieno al bove e lo zucchero solo al pappagallo; fa’ attenzione di non esporti, come è accaduto ad altri, ai calci dei buoi». Malgrado tutto, non sempre – e ad onta di ogni sua prudenza – il polemico e focoso Enrico Cornelio Agrippa riuscì di evitare i «calci dei buoi». E non è che oggi la situazione sia granché cambiata…

Giova riportare, nella traduzione del mai troppo stimato e a me caro Arturo Reghini, quanto Agrippa va scrivendo, nel 1523, ad un suo discepolo entusiasta, il padre Aurelio da Acquapendente, col quale egli così si esprime:

«La chiave di tutta la faccenda la riservo a me ed agli  amici, di cui, non dubitare, tu sei uno (clavem totius negotii mihi, amicisque quorum te unum ne dubites, reservo). Sarebbe un delitto ed un sacrilegio pubblicare questa faccenda alla coscienza di tutti. Poiché essa non si trasmette (traditur) cogli scritti, ma allo spirito per mezzo dello spirito si infonde (sed spiritui per spiritum infunditur)».

Questa era, dunque, la maniera prudente e celata nella quale veniva trasmessa un tempo l’antica Sapienza, e la forma simbolica ed enigmatica nella quale essa veniva allora espressa. Dall’epoca di Enrico Cornelio Agrippa sono passati cinquecento anni, e molto è mutato nel frattempo nell’anima umana e nella stessa costituzione occulta dell’uomo. La strada che scelse Rudolf Steiner fu radicalmente diversa. Egli non si pose il compito di tradurre in un linguaggio moderno, comprensibile a tutti, i tesori di Sapienza Arcana, che quella Theosophia elargiva a pochissimi, come «rivelazione» dall’Alto, bensì volle comunicare una Conoscenza, frutto delle nuove e più lucide forze dell’anima cosciente, che l’uomo, duramente e faticosamente lottando, andava sempre più conquistandosi. Egli stesso affermò apertamente, che nelle sue comunicazioni, basate esclusivamente sulle sue personali, autonome, investigazioni spirituali, non avrebbe “disvelato” i “segreti” e gli “arcani” di quegli antichi Ordini Occulti e Confraternite. Ma questo punto non è stato davvero granché inteso dalla maggior parte dei suoi fiacchi e accidiosi seguaci, dando luogo a non pochi equivoci proprio da parte di coloro che tendevano e tuttora tendono a prendere il suo insegnamento in maniera mistica, sentimentale, parareligiosa, «animica».

La strada, intrapresa da Rudolf Steiner, di comunicare coraggiosamente e generosamente i risultati delle sue investigazioni spirituali a tutti coloro che, anche al di fuori degli antichi Ordini occulti, erano sinceri ricercatori di una conoscenza spirituale, non fu sempre condivisa da coloro che erano iniziati in tali Ordini, i quali in taluni casi giudicarono oltremodo «temeraria» la comunicazione pubblica delle verità occulte.

Infatti, possiamo leggere quel che Rudolf Steiner stesso scrisse nel Capitolo XXIX de La mia vita, trad it. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano 1987, pp. 297-299:

«Sino all’inizio dell’era moderna, cioè sino al secolo XIV circa, è sempre esistito un sapere del mondo spirituale, corrispondente alla diversa costituzione animica di un’umanità più antica. Ma era appunto qualcosa di molto diverso dal sapere antroposofico, corrispondente alle condizioni della conoscenza nei tempi attuali. […]

Nei tempi antichi quel «sapere antico» si coltivava unicamente nel seno dei «misteri» ed ivi si comunicava a coloro che prima si erano resi maturi a riceverlo, agli «iniziati». Non si doveva mai comunicarlo pubblicamente, per evitare il rischio di una profanazione. Tale uso fu mantenuto anche in seguito da coloro ch’erano in possesso del «sapere antico» e lo coltivavano nella ristrettissima cerchia delle persone preparate a tale scopo.

Così si continuò sino ai nostri tempi.

Tra le personalità da me incontrate, che richiedevano questo atteggiamento verso la conoscenza dello spirito, voglio menzionarne una che frequentava a  Vienna il circolo, già caratterizzato, della signora Lang, ma che incontravo anche in altri ambienti. È Friedrich Eckstein, l’eccellente conoscitore del «sapere antico»; nel periodo in cui ebbei a che fare con lui, egli non scriveva molto, ma ciò che scriveva era ripieno di spirito. Però dai suoi scritti nessuno poteva supporre in lui l’intimo conoscitore dell’antica sapienza spirituale; essa operava nel retroscena della sua attività spirituale. […]

Friedrich Eckstein era un energico difensore dell’opinione che la conoscenza esoterica dello spirito non si dovesse diffondere pubblicamente, come il sapere comune. E non era il solo: questa opinione fu ed è quella di quasi tutti i conoscitori della «sapienza antica». […]

Friedrich Eckstein voleva che l’«iniziato al sapere antico» rivestisse bensì ogni sua manifestazione pubblica con la forza che derivava da tale «iniziazione», ma che quest’elemento exoterico fosse tenuto nettamente separato dall’esoterico, il quale doveva rimanere invece rimanere chiuso nei circoli ristretti capaci di apprezzarlo pienamente.

Io, se dovevo svolgere un’attività pubblica per la conoscenza dello spirito, dovevo decidermi a rompere con questa tradizione. Mi vedevo posto dinanzi alle condizioni della vita spirituale contemporanea, di fronte alle quali il mantenimento del segreto, ovvio in tempi più antichi, diveniva un’impossibilità. Noi viviamo in un tempo che richiede piena pubblicità per il sapere, ovunque esso sorga: l’idea di mantenere il segreto è un anacronismo. L’unica cosa possibile è di portare le persone, per gradi, alla conoscenza dello spirito, e di non ammettere nessuno a un grado in cui si diano le comunicazioni superiori del sapere, se prima non conosca quelle inferiori. Il che corrisponde anche all’istituzione delle nostre scuole inferiori e superiori.

D’altronde io non ero impegnato di fronte a nessuno al mantenimento del segreto, perché non prendevo nulla dalla «antica sapienza»: la conoscenza dello spirito ch’io posseggo è assolutamente un risultato della mia propria ricerca spirituale. Soltanto dopo essere arrivato ad una conoscenza per le mie proprie vie, cito quello che del «sapere antico» esiste già in qualche modo pubblicato, per mostrare la concordanza e insieme il progresso ch’è possibile all’investigazione attuale». 

Che per Rudolf Steiner stesso, questa non fosse una decisione per nulla facile da prendere, lo si può scorgere nelle sue stesse parole scritte a p. 297:

«La pubblica comunicazione di quanto l’antroposofia contiene come conoscenza del mondo spirituale va congiunta con deliberazioni tutt’altro che facili a prendersi».

Che una tale decisione si scontrasse, poi, con tutta una serie di difficoltà oggettive, in primis l’inadeguatezza, l’ingratitudine, addirittura l’insana e improvvida presunzione di contestare lo stesso Rudolf Steiner, e i troppi tradimenti di molti dei suoi pretesi “discepoli”, è mostrato dal fatto che nel novembre del 1923, Rudolf Steiner aveva considerata la possibilità della decisione di un suo ritirarsi in un villaggio svizzero con pochissimi discepoli fedeli, per formare con loro un Ordine occulto «streng geschlossen», rigorosamente chiuso, e di abbandonare la Società Antroposofica al suo destino. Sicuramente, egli non sottovalutava affatto le obbiezioni che gli aveva rivolto,  molti anni prima, il suo amico Friedrich Eckstein, l’«iniziato all’Antica Sapienza», se – come testimoniano Zeylmans van Emmichoven ed altri, tra i quali la stessa Marie Steiner – il 17 novembre 1923, poco più di un mese prima della cosiddetta «Fondazione di Natale», in Olanda egli manifestò, in maniera al contempo dolorosa e impressionante, in una piccola cerchia di amici i suoi dubbi:

«Se fosse ancora possibile per lui proseguire nell’avere rapporti con la Società Antroposofica, visto ch’egli non incontrava affatto comprensione per quello che voleva. Che forse sarebbe stato necessario continuare a lavorare con una  ristretta cerchia di pochissime persone (mit nur ganz wenigen Menschen innerhalb eines strengen Zusammenschlusses weiterzuarbeiten)».

Il che lo portò ad esprimere apertamente la domanda:

«Perciò, che devo fare? Devo io fondare un Ordine? («Was soll ich denn tun? Soll ich einen Orden gründen?»).

Gli stessi dubbi li manifestò una volta ritornato a Dornach. Solo le preghiere di Marie Steiner e di Ita Wegman lo fecero desistere da una tale tragica decisione.

Tuttavia, egli pose una condizione: che la sostanza interiore della «Fondazione di Natale» venisse accolta dalla Società Antroposofica e dai suoi membri entro sei mesi, altrimenti il Mondo Spirituale l’avrebbe ritirata. La mancanza di serietà, la faciloneria, l’approssimazione, l’incostanza, la mancanza di vigilanza, la non consapevolezza della maggior parte degli antroposofi, unite altresì al cosciente tradimento di taluni, fecero sì che già nel giugno del 1924 Rudolf Steiner dichiarasse ad Maria Ina Schuurman e ad altri che «non essendo stata accolta, la Fondazione di Natale era stata ritirata dal Mondo Spirituale». Cosa che, in alcuni colloqui, mi fu personalmente confermata dalla mia amica Hella Wiesberger. Come, poi, le cose nella Società Antroposofica siano andate dopo la morte di Rudolf Steiner, abbiamo avuto modo di dire più volte, e ci sarà altresì occasione in futuro di ritornarci sopra.

Ora, la domanda che è necessario farci – assolutamente necessario – è la seguente: che differenza vi è tra «Scienza dello Spirito» e «Antroposofia»? Perché vi è una differenza, ed è essenziale scorgerla, nonché valutarla in tutta la sua portata.

Se rivolgiamo lo sguardo, non tanto ai cicli di conferenze, bensì alle sue opere scritte, ai libri nei quali Rudolf Steiner ha racchiuso quanto – nella forma più universale ed esatta – egli voleva comunicare al mondo, ci accorgiamo che raramente e in casi ben precisi, egli usa il termine «Antroposofia». Lo fa nell’ultimo capitolo del II volume del libro Die Rätsel der Philosophie, O.O. n° 18, Gli Enigmi della Filosofia, 2 voll. trad.it. di Lucia Bartolucci e Enzo Erra, Tilopa, Roma, 1987-2004, dove  nel II volume, intitolato Le concezioni del mondo del XIX secolo, Rudolf Steiner svolge un’ampia trattazione di giustificazione filosofica delle basi conoscitive dell’Antroposofia. Lo fa in Vom Menschenrätsel, tradotto col titolo di Gli enigmi dell’essere umano, O.O. n° 20, pubblicato in italiano dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2006. Lo fa, per motivi polemici, nel libro Von Seelenrätseln, del 1917, O.O. n° 21, Enigmi dell’anima, trad. it. di Ornella Zuliani e Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano 1987, egli ribatte punto per punto quanto, in perfettissima malafede, scrive per discreditarlo Max Dessoir nel suo libello Vom Jenseits der Seele – Die Geheimwissenschaft in kritischer Betrachtung (Dell’aldilà dell’anima – La scienza occulta considerata criticamente), Stoccarda, 1917, nel quale, soprattutto alle pp. 254-263, dà una visione assolutamente caricaturale dell’Antroposofia. In questo scritto, Rudolf Steiner demolisce completamente la serietà e la pretesa scientificità delle affermazioni, sedicenti critiche, di Max Dessoir. Lo fa, infine, in Anthroposophische Leitsätze, O.O. n° 26, Massime antroposofiche, trad.it. di Lina Schwartz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969. Altrove, egli parla costantemente sempre e quasi soltanto di Scienza dello Spirito.

Ogni movimento spirituale ha una sua «sostanza» interiore spirituale, il suo sovrasensibile contenuto di verità, ed una «forma», un «linguaggio», nel quale necessariamente è portato ad esprimersi. Mentre il «contenuto di verità», la sostanza spirituale, per sua interiore essenza, è indipendente dalle traseunti condizioni di spazio, di tempo, di forma, il «linguaggio» che in un dato tempo e in un dato luogo esprime quella verità estraformale, invece, ne dipende a fortiori, e in quanto tale la sua espressione è traseunte e variabile. Chi conosca la letteratura ermetica e alchemica, fiorita nel Medioevo e nel Rinascimento, o la letteratura rosicruciana del Seicento e del Settecento, espressa tutta nel linguaggio simbolico ermetico-kabbalistico, comprenderà agevolmente la differenza tra quei linguaggi e quello usato da Rudolf Steiner all’interno delle cerchie prima teosofiche e poi antroposofiche.

Oggi, il riesumare le morte forme dell’Antichità Classica, caldaica, egizia, greca e romana, sarebbe o un’erudita operazione “archeologica”, interessante dal punto di vista di uno studio storico e culturale, o se scivolasse – come sin troppo spesso avviene – nella riattualizzazione delle forme esteriori, si trasformerebbe in un ridicolo “giuoco di ruolo”, dagli aspetti coreografici di tipo “kolossal” hollywoodiano, o da Cinecittà, che persone serie trovano di gusto pagliaccescamente circense. Quando poi questo avviene in campo sacrale ed iniziatico, magari in forme rituali e cerimoniali, la cosa si rivela pure sacrilega e blasfema. E stendiamo un velo pietoso sulla miriade di ordini sedicenti occulti, massonici, martinisti, rosicruciani, templari, maltesi, celtici, eleusini, egiziaci e quant’altro, nonché sulle chiese gnostiche, catare, essene e via dicendo, che al giorno d’oggi nascono come i funghi al calore del sole dopo la pioggia. Ma non tutti i funghi sono eduli: molti sono decisamente velenosi

Stando a quanto mi comunicò in vari colloqui Massimo Scaligero, ma anche da quanto emerge dalle sue opere «filosofiche», compito di Rudolf Steiner avrebbe dovuto essere il portare una «Via magica dell’Occidente», una «Via magica della percezione e del pensiero»: questa fu l’espressione che Massimo Scaligero usò in quei colloqui. E aggiunse pure che espressioni, tipicamente teosofiche, come “veggenza”, “chiaroveggenza”, non erano amate da Rudolf Steiner, il quale si piegò mal volentieri ad adoprare il gergo teosofico. Secondo Massimo Scaligero, egli avrebbe preferito usare un termine come «percezione spirituale», e nel tempo cercò sempre di più di eliminare, o di correggere le espressioni teosofiche, goffe e inadeguate, sostituendole con altre maggiormente coerenti con la sua concezione del mondo.

Com’è noto, egli cominciò giovanissimo a far fluire nella cultura dell’epoca gli impulsi della sua conoscenza spirituale, traducendola nel linguaggio della filosofia idealistica, in quello della concezione goethiana del mondo, ed infine in quello della scienza rigorosa del suo tempo. Questo fu il linguaggio ch’egli adoperò nelle Introduzioni alle opere scientifiche di Goethe (1884-1897), nelle Linee fondamentali di una teoria goethiana della conoscenza (1886), in Verità e scienza. Proemio ad una «Filosofia della libertà» (1892), nella stessa Filosofia della libertà. Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo. Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali (1894), in Federico Nietzsche, un lottatore contro il suo tempo (1895), La concezione goethiana del mondo (1897), nei due volumi Concezioni del mondo e della vita nel XIX secolo (vol. I, 1900; vol. II, 1901). Dall’età di ventitré anni a quella di quaranta, Rudolf Steiner usò esclusivamente questo linguaggio, che gli permetteva di esprimere con grande rigore le sue idee e di far fluire nella cultura del tempo quegli impulsi spirituali, che potevano salvarla dallo sprofondare nell’abisso del materialismo ed offrire al contempo ad audaci sperimentatori una nuova Via iniziatica, adatta all’uomo dell’epoca dell’anima cosciente. Ma lo sforzo «prometeico» – è proprio il caso di chiamarlo così – di Rudolf Steiner non incontrò nel mondo culturale dell’epoca la minima comprensione.

Ad una personalità come Eduard von Hartmann, egli aveva dedicato la sua opera Verità e scienza, con le parole:

«Al Dr. Eduard von Hartmann, con devota ammirazione, l’autore dedica»,

mentre, nella Prefazione, a lui accenna con le seguenti parole:

«Il lettore vedrà con precisione dal nostro lavoro, come le nostre concezioni si comportino di fronte alla più importante manifestazione filosofica del nostro tempo, la concezione del mondo di Eduard von Hartmann, per quanto riguarda il problema della conoscenza»,

e gli dedica altresì molte pagine di elogi nelle Introduzioni alle opere scientifiche di Goethe, sicuramente tra le più alte che Rudolf Steiner rivolse generosamente ad un altrui valore. Ebbene, Eduard von Hartmann, che pure era ai vertici della cultura filosofica e scientifica dell’epoca non dimostrò la minima comprensione, chiuso com’era nel ferreo limite kantiano, per l’eccezionale esperienza del pensare e del percepire, che Rudolf Steiner poneva alla base della sua Filosofia della libertà.

Una totale incomprensione e chiusura, nel campo delle scienze naturali, la mostrò anche l’evoluzionista darwiniano Ernst Haeckel, totalmente ipnotizzato dal suo monismo materialista. E come lui, altre personalità del campo scientifico. Un chiaro esempio dell’incomprensione incontrata da Rudolf Steiner da parte di uno scienziato è possibile leggerlo ne La mia vita, Editrice Antroposofica, Milano, 1987, pp. 258-259:

«Nell’ultimo decennio del secolo scorso parlai una volta, a Francoforte sul Meno, della concezione naturalistica di Goethe. Nell’introduzione dissi che avrei parlato delle vedute di Goethe sulla vita, poiché le sue idee sulla luce e sui colori sono tali che nella fisica contemporanea non c’è la possibilità di costruire un ponte verso quelle idee. Per me, però, ero costretto a vedere in questa impossibilità spirituale dell’epoca.

Qualche tempo dopo ebbi un colloquio con un fisico, eminente nel suo campo, che si occupava anche intensamente delle idee di Goethe sulla natura; i nostri discorsi raggiunsero il loro culmine in queste parole: «L’idea di Goethe sui colori è tale che la fisica non sa che cosa farne»; ed io… ammutolii.

E quante cose, a quel tempo, affermavano che quanto era per me verità era tale che i pensieri dell’epoca «non sapevano che cosa farne»! […]

E questa domanda diventò un’esperienza dell’anima: bisogna ammutolire?». […]

«Ammutolire» non volevo: anzi, volevo dir tutto quello che era possibile dire».

Anche personalità amiche, e a lui molto care, dell’ambiente viennese, come Karl Julius Schröer, che pure lo aveva introdotto agli studi goethiani e aiutato a diffondere la concezione goethiana del mondo, e Rosa Mayreder, le conversazioni con la quale lo stimolarono molto ad elaborare la sua Filosofia della libertà, i membri stessi della famiglia Specht di Vienna, presso la quale egli passò non pochi anni come educatore, non mostrarono nessuna comprensione profonda né interesse per l’esperienza spirituale concreta ch’egli indicava attraverso le sue opere scritte.

Ciò portò Rudolf Steiner a cercare altre vie per diffondere gli impulsi spirituali che vedeva necessari al cammino al cammino dell’uomo nell’epoca dell’anima cosciente. Cercò di agire attraverso una rivista, mediante l’insegnamento alla Scuola di formazione operaia di Berlino, o con le conferenze che veniva chiamato a tenere presso varie associazioni o istituzioni culturali, ogni volta adattando il linguaggio nel quale esprimeva la sua visione spirituale del mondo al livello dei lettori della rivista, degli allievi, degli ascoltatori che partecipavano alle sue conferenze. Ma i risultati furono per lui sempre deludenti.

Gli unici che mostrarono un sincero interesse nei confronti di un’esperienza spirituale concreta furono i teosofi. Invitato dai conti Brockdorf, egli si trovò di fronte a persone che avevano una indubbia ricerca interiore. Così egli scrive ne La mia vita, p. 301:

«Notai che tra gli uditori c’erano persone che avevano grande interesse per il mondo spirituale, sicché, invitato a tenere una seconda conferenza, proposi il tema La rivelazione occulta di Goethe. E in questa conferenza, riallacciandomi alla fiaba, divenni completamente esoterico. Fu un’esperienza importante per me potermi esprimere con parole coniate dal mondo spirituale, mentre fino ad allora, in tutto il mio soggiorno a Berlino, ero stato costretto dalle circostanze a lasciar solo trasparire lo spirito attraverso le mie trattazioni. […] Quanto esposi in connessione con la fiaba di Goethe indusse i conti Brockdorf a invitarmi a tenere regolarmente delle conferenze dinanzi ai soci della Società Teosofica coi quali essi erano uniti. Io dichiarai però che avrei potuto parlare esclusivamente di quello che viveva in me come scienza dello spirito».

All’interno della cerchia teosofica berlinese, Rudolf Steiner poté parlare liberamente della sua concezione spirituale del mondo. Inizialmente lo fece usando lo stesso linguaggio, scientificamente rigoroso, da lui adoperato nelle sue opere «filosofiche», e ne nacquero quelle conferenze, da lui poi rielaborate e pubblicate ne La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la fiaba de Serpente verde e della bella Lilia, ne I mistici all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi, e ne Il Cristianesimo come fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, opere che vennero tradotte in italiano già prima della II Guerra mondiale, le prime due dai Fratelli Bocca di Milano e la terza da Giuseppe Laterza di Bari, ambedue benemerite case editrici che tanto fecero per diffondere il suo pensiero e gli impulsi spirituali della Scienza dello Spirito. In queste opere, come linguaggio e come contenuti, Rudolf Steiner si riallaccia esplicitamente alla sua Filosofia della libertà. Così caratterizzò egli stesso, ne La mia vita, p. 303, la differenza nell’accogliere quanto egli portava tra gli ambienti “culturalmente avanzati”, all’interno dei quali egli aveva operato per oltre due decenni, e la cerchia teosofica berlinese:

«D’altro canto però i miei uditori non teosofi sarebbero stati inclini a lasciarsi «interessare» dalle mie conferenze, ad accoglierle «letterariamente», ma senza alcuna comprensione per ciò che a me stava a cuore: cioè inserire nella vita gli impulsi del mondo spirituale. Invece tra coloro che s’interessavano alla teosofia potei sì trovare a poco a poco questa comprensione».

Sino ad allora, Rudolf Steiner, malgrado le molte relazioni sociali, era vissuto come un vero «eremita spirituale». Poiché soltanto i teosofi, nella Germania di quel tempo, erano interessati ad una conoscenza spirituale, egli si adattò ad usare il loro linguaggio, la loro terminologia, che gli andava decisamente stretta, gradualmente evolvendola verso una nuova, di sua creazione, più adatta ad esprimere le verità della Scienza dello Spirito. I teosofi erano perlopiù brave persone, carenti di cultura scientifica e filosofica rigorosa, ma con una sincera apertura del cuore, e in molti casi disposti ad impegnarsi in un severo lavoro interiore, laddove i cultori della scienza e della filosofia ufficiali, pur avendo tutti gli strumenti per comprendere il messaggio da lui portato, non furono capaci o non vollero comprendere.

Ma pur andando incontro al livello conoscitivo dei teosofi, e adattandosi ad adoperare il loro linguaggio nell’elargire i risultati delle sue esperienze spirituali, Rudolf Steiner non volle rinunciare ad indicare quella che per lui era la Via Regia. Per cui nella Prefazione alla III edizione di Teosofia, p. 12 della ed. it. del 1994 di Ida Levi Bachi, scriverà le seguenti parole:

«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

Mentre nel V capitolo della Scienza occulta nelle sue linee generali, Laterza, terza ed. it. del 1947, a c. di Emmelina De Renzis ed Emma Battaglini, aggiornata e rivista da Willi Schwarz, pp. 251-252, possiamo leggere:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile, e sta descritta nei miei libri «La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo» e «La Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo.[…] l’uomo che impregna completamente la sua anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».  

Giova, infine, ritornare a quella Appendice all’edizione 1918 – la cui importanza è stata giustamente sottolineata, una volta di più, dal nostro Isidoro, in un articolo al quale rimandiamo (https://www.ecoantroposophia.it/2014/01/scienza-spirito/isidoro/lappendice-del-18/) – che Rudolf Steiner pose in calce al libro L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?, III edizione, trad. it. a c. di Emmelina De Renzis, Fratelli Bocca, Milano, 1952, dove alle pp. 186-187 è detto:

«Per l’attività animica soprasensibile, di cui si tratta qui, è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro. Perché, in ultima analisi, questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile; però è tale, che per mezzo di essa non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel soprasensibile; ma è esso soltanto che si sperimenta in modo soprasensibile; non si sperimenta ancora altro di soprasensibile. E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione, di quello sperimentare animico che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante di potere sperimentare questa unione in modo giusto; perché appunto dalla comprensione di questa unione risplende la luce che può anche recare una visione giusta della natura della conoscenza soprasensibile. Ma appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe, per la vera conoscenza del mondo soprasensibile, sopra una via sbagliata; essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee. Ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione proveniente per suo mezzo dal soprasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Fu Massimo Scaligero stesso a confermarmi più volte, nei suoi colloqui, l’importanza di questi tre punti di Teosofia, Scienza Occulta e L’Iniziazione, nei quali Rudolf Steiner si riallaccia esplicitamente. all’esperienza del pensiero puro da lui indicata e descritta in Filosofia della libertà, e nelle altre sue opere «filosofiche». E fu Rudolf Steiner stesso ad affermare ch’egli dovette scrivere tutta una serie di libri e tenere centinaia cicli di conferenze di carattere teosofico e antroposofico, per l’incapacità di molti suoi discepoli e seguaci di sollevarsi con la volontà all’esperienza del pensiero puro. Egli dichiarò esplicitamente di aver dato, in tali opere e conferenze, i risultati della attività conoscitiva del pensiero vivente, e di aver offerto – a mio parere, con un generosissimo atto di immolazione sacrificale, incompreso e misconosciuto da molti antroposofi – i «prodotti» di un intenso, e totalmente «sveglio», atto volitivo del pensare, che la turpe viltà, la comodità e l’accidia di molti sedicenti spiritualisti porta a temere, ad evitare, e altresì ad avversare.

Dobbiamo a Massimo Scaligero l’aver ritrovato e nuovamente posto al centro della via iniziatica la necessità di realizzare – asceticamente, non filosoficamente – l’esperienza del Pensiero Vivente, ossia la necessità assoluta per il discepolo dello Spirito di attuare la liberazione del pensare dal servaggio corporeo, di aprire coraggiosamente il varco alla forza-pensiero che sempre più vastamente si manifesta come Luce-Folgore del Pensiero Vivente, che spazza via ogni dialettica, il cascame del morto pensiero riflesso; travolge la mediocrità interiore inevitabile all’anima prigioniera dei vincoli della corporeità; percuote, dissolve la natura inferiore, ricreandola e plasmandola secondo lo Spirito. Questo è il filone aureo e segreto dell’opera di Rudolf Steiner, ritrovato e donatoci da Massimo Scaligero, il cui insegnamento è prima dell’opera del Maestro dei Nuovi Tempi, come chiave per entrare nella comprensione vivente della Scienza dello Spirito da lui donataci, e dopo come chiave della fedeltà a ciò che si è intuito vero come compito ascetico di realizzazione operativa della sostanza vivente della Scienza dello Spirito: in sostanza la pratica della Concentrazione  e della Meditazione secondo il canone della Via del Pensiero.

E questo ci porta direttamente alla distinzione che, oggi, è necessario fare tra Scienza dello Spirito e Antroposofia. Distinzione che Massimo Scaligero opera molto chiaramente nei suoi scritti. Indubbiamente, vi è stato un tempo – oramai un secolo fa – nel quale l’Antroposofia è stata «veicolo» della Scienza dello Spirito. Ne è stata la «forma» che la Scienza dello Spirito ha dovuto e voluto assumere per manifestarsi in una certa epoca nel mondo. Ma come il corpo viene plasmato e animato da una forza vitale, divenendo in tal modo veicolo della vita animica di un essere spirituale, che attraverso esso viene a manifestazione, così l’Antroposofia è il «veicolo» plasmato da una forza vitale-spirituale per la manifestazione dell’eterna Scienza dello Spirito. E come l’essere animico-spirituale non coincide con l’essere corporeo nel quale si manifesta e del quale si serve, così l’eterna Scienza dello Spirito non coincide con l’Antroposofia, che di essa è stata una «forma» e una «manifestazione». Ma non necessariamente l’unica forma e l’unica manifestazione possibile.

Ora, la forma formata e prodotta presuppone sempre una forza formatrice producente ed un momento formativo genetico o produttivo. Un pensiero pensato presuppone un momento producente ed una forza pensante che lo crea e fuori del quale esso è un nulla. Per questo la Scienza dello Spirito è la Via del Pensiero Vivente o del Pensiero-Folgore ed indica nella Concentrazione l’aurea operazione interiore attraverso la quale l’asceta fa risorgere l’atto pensante da uno stato di morte e di paralisi per giungere alla contemplazione della sua travolgente potenza estraformale «vuota». Nella Via del Pensiero Vivente, scopo della Concentrazione e della Meditazione non è l’esperienza di un determinato oggetto o di un determinato tema, che sono unicamente il pretesto per l’«atto» del pensiero che li sceglie come veicolo per il risorgere del pensare, che giunge poi a liberarsi di ogni oggetto o tema.

Per questo la Scienza dello Spirito è la «Via del Pensiero», mentre oggi – ripeto: oggi – l’Antroposofia rischia di decadere ad una «via dei pensieri», o dei «pensati», i quali in quanto morto e cristallizzato sapere dialettico divengono troppo facilmente la paralisi di ogni vivo atto interiore dello Spirito. Di per sé – osai dire in un colloquio con Massimo Scaligero – la Scienza dello Spirito, in quanto Via del Pensiero, potrebbe scegliere qualsiasi dottrina o filosofia come veicolo del risorgere dell’atto pensante. Nel mio estremismo unilaterale – come ho detto altrove: ero molto giovane, molto ignorante e molto sciocco – osai affermare che la Scienza dello Spirito era Platone più la Concentrazione, il Vedanta o il Buddhismo Mahayana più la Concentrazione, l’idealismo fichtiano o hegeliano più la Concentrazione, l’attualismo più la Concentrazione, e via dicendo. A Massimo Scaligero non dispiacque affatto tale mio estremismo ingenuo e alquanto unilaterale, anche se volle sottolineare il rapporto «privilegiato» che la Via del Pensiero ha avuto in Rudolf Steiner, e quindi anche in noi, con l’Antroposofia.

Tuttavia, lo Spirito nel suo procedere abbandona dietro di sé sempre le «forme formate», nelle quali si è manifestata la sua «potenza» estraformale, quando queste «forme», una volta esaurita la loro vitalità spirituale, nel tempo si rivelano inadeguate alla sua ulteriore manifestazione. Da questo punto di vista, occorre dire che l’inadeguatezza, l’incomprensione, la faciloneria, l’approssimazione e, in molti casi, la viltà e il tradimento di molti antroposofi – soprattutto di quei dirigenti che, dopo la morte di Rudolf Steiner, per ambizione e vanità, hanno fatto scempio della sua opera, hanno calunniato e perseguitato Marie Steiner e  coloro che volevano essere fedeli  al Dottore – hanno fatto sì che precocemente, troppo presto, l’Antroposofia divenisse un veicolo inadeguato alla manifestazione della Scienza dello Spirito. Inadeguatezze, stupidità, banalizzazione, errori e tradimenti giunsero ad un limite estremo tale che Massimo Scaligero arrivò a pronunciare la frase, che per me fu un colpo al cuore: «Nel Mondo Spirituale hanno cancellato persino la parola Antroposofia!».

Nell’ultimo colloquio che vi fu tra Giovanni Colazza e Rudolf Steiner, questi profeticamente gli disse che, se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, la Scienza dello Spirito sarebbe risorta in Italia in una forma nuova e imprevista, giovanile, non cristallizzata in burocratiche forme organizzative. L’azione di Massimo Scaligero, che ha ritrovato e posto al centro il filone aureo della Via del Pensiero Vivente, ha attuato questa rinascita della Scienza dello Spirito in una nuova forma, ed ha indicato nella Concentrazione – l’«esercizio a sé sufficiente» – il veicolo della liberazione della forza-pensiero da ogni forma pensata e da ogni mediazione, che non sia il suo stesso moto estraformale.

Rudolf Steiner compì l’immane sacrifico di adattarsi ad esprimere le sue idee nel linguaggio teosofico, al fine di parlare alle sole persone che allora, in Germania, erano sinceramente interessate ad una concreta ricerca spirituale. Massimo Scaligero, invece, nei suoi libri, ha potuto indicare ed esporre la Via del Pensiero nel linguaggio che lo Spirito dettava a se stesso per manifestarsi nell’umano. A lui è stato concesso di indicare nei suoi scritti la Via con una radicalità e una nuda essenzialità ascetica, delle quali non conosco altri esempi nella storia spirituale dell’umanità. Già solo per questo dobbiamo a Massimo Scaligero infinita gratitudine, ed abbiamo il dovere di difendere il suo insegnamento dai tentativi di diluirlo, banalizzarlo e snaturarlo.

Che la Via del Pensiero Vivente, indicata da Rudolf Steiner nelle sue opere «filosofiche», e da Massimo Scaligero in tutti i suoi libri, sia – al di là della stessa Antroposofia – la Via delle Vie, la Via Regia, la Via Assoluta, risulta chiaro da quel che scrive Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918) della Filosofia della libertà, trad. it. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, pp. 217-218 scritta nello stesso anno della Appendice all’edizione 1918, con la quale ha un evidente rapporto profondo – dove è detto:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire di più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri richiede questo pensare sperimentato. […]

Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo s’immette spiritualmente a vivere nella realtà. (Nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sull’esperienza del pensare). […] Ci sarebbe soltanto da domandarsi, se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato,  sia giustificato il fatto di aspettare pure, che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo, è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione, nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’auto-attività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. […] Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. […] In questo libro si è infatti tentato di mostrare, che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore, che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore  di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. […] Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Io penso che difficilmente si possa indicare con maggiore chiarezza il fine della Via del Pensiero: sperimentare mediante la Concentrazione e la Meditazione l’auto-attività del pensare, libero di pensieri, come concreta essenza spirituale. Perché, come scrive Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali. oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, cap. 3, p. 11:

«Il vero pensare è logicamente l’essere del pensiero, non legato ad alcun determinato pensiero. Essere conoscibile come pensiero che, facendo di se stesso il suo contenuto, esprime ciò da cui scaturisce: una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero.

Come esperienza, è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’uomo possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo».

E, nel cap. 5, p. 16:

«Chiamiamo vivente il pensiero che è prima di estinguere la propria vita nel farsi pensiero pensante, o pensante secondo un tema, essendo esso reale, invece,  fuori di ogni tema. L’osservazione  del processo del pensiero porta a intuirlo; ma intuirlo non è ancora sperimentarlo. Il pensiero pensante diviene vivente, se realizza la continuità della sua indipendenza da qualsiasi tema».

Per questo, rovesciando le sciagurate affermazioni – che purtroppo ho avuto modo di leggere e di udire personalmente – di chi ha cercato di snaturare e fare obliare quanto ci fu donato, la Via del Pensiero indicata da Massimo Scaligero è la Via del sublime eroismo, del coraggio e dell’abnegazione: la Via meno spontanea, anzi quella che esige di essere più risolutamente voluta, la Via più cosciente, quella che esige e al contempo genera la più alta moralità. La Via più completa e insuperata, anzi insuperabile, perché nella Concentrazione, che giunga a realizzarsi come contemplazione, apre direttamente nell’Io il varco all’essere del Logos, all’«Io Sono».

SCIENZA DELLO SPIRITO,

HELLA WIESBERGER, OVVERO IL CORAGGIO E LA FEDELTA': il nostro incontro e il mio debito inesauribile verso di lei.

Hella .

Incontrai Hella Wiesberger a Dornach, esattamente trent’anni fa, nell’aprile del 1985. Dopo di allora, ebbi modo di incontrarla molte volte ed ogni volta fu per me motivo di grandissima gioia.

Ero stato a Dornach già alcune volte, sia a motivo di una cara amica, Lucia, che ora è in Cielo, bisognosa della terapia dell’iscador, sia approfittando di motivi professionali, che mi portavano a Basilea in Svizzera, e a Friburgo in Germania. Vi ero andato anche altre volte con alcuni amici, che volevano visitare il Goetheanum, fatto edificare da Rudolf Steiner. In ogni viaggio a Dornach, si mescolavano nella mia anima molti sentimenti contraddittori, in forte lotta tra loro. Vi era in me, da una parte, l’ammirazione per quanto, visibilmente e invisibilmente, Rudolf Steiner aveva creato ed edificato e, dall’altra, il dolore, la pena, che suscitava il vedere il livello inadeguato, addirittura caricaturale, al quale era stato ridotto l’impulso da lui donato, e quello delle manifestazioni umane esteriori, talvolta ridicole, e che in visitatori profani alla Scienza dello Spirito sovente suscitavano apertamente addirittura il riso e lo scherno. Sono stato, purtroppo, personalmente testimone di tali tristi manifestazioni.

Avevo in me la forte impressione che la degenerazione dell’impulso luminoso e sano, originariamente donato da Rudolf Steiner, avesse prodotto una vasta e multiforme patologia, che si manifestava nello stato sognante e sonnambolico di molti antroposofi che dimoravano a Dornach e dintorni, nello slavato conformismo, che faceva sì che molti uomini si vestissero ad imitazione di Albert Steffen (il defunto presidente della Società Antroposofica, che coi suoi molti tradimenti tante sciagure aveva portato al movimento spirituale), fiocchetto alla camicia e taglio dei capelli compresi, e che le donne si vestissero con ampi maglioni di lana e lunghe gonne, il tutto su variazioni di colore ‘yoghurt ai mirtilli’ o ‘yoghurt ai frutti di bosco’, con l’immancabile crocchia ai capelli. Il tutto mi faceva un’impressione davvero buffissima, decisamente comica.  

La cosa che più mi colpiva era la forte opposizione di tutti costoro nei confronti di ogni pratica interiore, in particolar modo della Concentrazione, della Meditazione, dei vari esercizi del libro Iniziazione, con tanta generosità donati da Rudolf Steiner. Vi era ancora allora, alla fine degli anni settanta e ai primi anni ottanta del trascorso secolo, una vera e propria epidemia di «steffenite acuta», che aveva portato da una parte ad una grigia e spenta intellettualizzazione dei contenuti dell’Antroposofia, ridotta ad una forma eccentrica di “ideologia”, e dall’altra una tendenza ad un «antroposofazzico» – come lo definiva causticamente Massimo Scaligero – iperestetismo decadente, il tutto ad esclusione assoluta di qualsiasi forma di pratica interiore, che veniva apertamente negletta e sconsigliata.

Massimo Scaligero, naturalmente, mi aveva parlato spesso della tragedia dell’involuzione del movimento antroposofico, dei molti tradimenti perpetrati da alcuni dei suoi capi, della odiosa persecuzione nei confronti di Marie Steiner-von Sivers, la fedele compagna di Rudolf Steiner, persecuzione attuata dai boss della Società Antroposofica con metodi, che la Signora Steiner stessa definiva gangsteristici. Tuttavia, spinto costantemente da Massimo Scaligero a non accettare mai nulla sulla base della mera autorità e parola altrui, per quanto autorevole, anzi a verificare sempre di persona la veridicità delle altrui affermazioni, ed essendo inoltre, per mia natura personale, al contempo testone ostinato e curioso, cominciai a indagare per conto mio, interrogando in maniera sfrontata e un po’ birbona quanti mi capitavano a tiro e coi quali instauravo un minimo di familiarità.

A tutti chiedevo se facessero i cinque esercizi basilari della pratica interiore, descritti in maniera essenziale da Rudolf Steiner in opere scritte come La Scienza Occulta nelle sue linee generali e ne I gradi della conoscenza superiore, nonché in molte conferenze riservate o pubbliche, ma soprattutto, in maniera particolarmente dettagliata ed esaustiva, nei Quaderni Esoterici, la cui pubblicazione fu esplicitamente voluta da Marie Steiner, compagna di vita, erede spirituale e testamentaria di Rudolf Steiner e della sua Opera. Alla mia sfrontata e, confesso, maliziosa domanda, la risposta era sempre un evitare di fare affermazioni personali compromettenti, glissando abilmente nell’incerto e inverificabile dominio del generale. «Non si sa chi faccia gli esercizi», oppure: «è una questione delicata, strettamente personale», o «chi li fa, non lo dice» erano perlopiù le prudenti ed evasive affermazioni degli interrogati. Dentro di me, naturalmente la cosa suonava come se mi dicessero che: «pure chi non li fa, per una sorta di vergogna interiore, non lo dice di certo». Naturalmente, già a queste prime risposte lasciavo già perdere.

Altri – secondo me affetti, in maniera conclamata, dalla suddetta “steffenite acuta” – attaccavano apertamente la pratica degli esercizi: «bisogna stare molto attenti a fare gli esercizi», «gli esercizi possono far male», «gli esercizi possono essere pericolosi», «gli esercizi sono pericolosi». Il che, a posteriori, a tutt’oggi mi ricorda discorsi molto simili, nonché altri deprecabili eventi, accaduti successivamente alla morte di Massimo Scaligero, nella bella terra d’Ausonia.

La situazione era davvero sconfortante. Cercavo di conoscere anche la “storia”, che percepivo tragica, del movimento spirituale antroposofico, dei “conflitti” che avevano portato alla paralisi del movimento spirituale stesso, alla vergognosa persecuzione di una figura luminosa come quella della compagna di vita e collaboratrice spirituale più stretta di Rudolf Steiner, ovverossia di Marie Steiner-von Sivers. Sin dalla prima volta che ero giunto a Dornach, ero andato ad una piccola libreria, alla Haus Duldeck, a qualche decina di metri dal Goetheanum, libreria che era gestita dagli amici e seguaci di Marie Steiner, malissimo sopportata, e con grande scorno, dagli ammuffiti parrucconi, ovvero gli “steffeniani di ferro”, arroccati dentro il Goetheanum, da dove spadroneggiavano. Quando vi entrai la prima volta, nell’ottobre del 1979, in risposta ad una mia richiesta interiore, ebbi un «segno» del Cielo, che mi mozzò il fiato, tanto fu eloquente.

Nella Haus Duldeck, trovai tanti libri di Rudolf Steiner a prezzi accessibili pure a me, nomade squattrinato: nel periodo in cui lavoravo, non assicurato e malissimo pagato, per una ditta italiana, che mi passava una magrissima diaria per il viaggio, io mi ero organizzato in modo che, svolti con rapidità ed efficienza i miei compiti a Basilea e a Friburgo, potevo risparmiare una parte della suddetta diaria, saltando tutti i pranzi, sostituiti con una ricca colazione, dormendo una sola notte in albergo, e facendomi due notti di cuccetta in treno. Con quanto risparmiavo, potevo comprare i miei amati libri, non solo del Dottore, ma anche di Marie Steiner, di discepoli del Dottore e di Marie Steiner, come Hans Werner Zbinden, Edwin Froböse ed altri che per brevità non nomino. A gestire la libreria, erano due brave signore: Dörte Mehrling e Ruth Fittler, simpaticissime e disponibilissime. Non solo mi davano varie utili indicazioni librarie, ma mi facevano pure dei megasconti, forse spinte dal mio aspetto di giovane nomade entusiasta, economicamente in maniera evidente piuttosto male in arnese. Si affezionarono tantissimo a me, ed io a loro. Insomma, diventammo amicissimi. Erano persone di animo semplice e schietto, senza intellettualismi o pose di sorta, ma non erano in grado di darmi le risposte che cercavo.

Nel frattempo era uscito in italiano, un testo che per me si rivelò di estrema importanza, un testo che influì moltissimo sul mio destino: il fascicolo contenente l’articolo, un vero e proprio saggio, di Hella Wiesberger, L’opera di Rudolf Steiner nella sua realtà è la sua vita, trad. it. a c. di Stefano Pederiva, Editrice Antroposofica, Milano 1984. Questo articolo mi dette subito la sensazione di trovarmi finalmente di fronte a qualcuno che aveva un reale spessore interiore: l’autrice era, a mio personalissimo giudizio, una praticante interiore, e quel che lei scriveva mi apriva un mondo rispetto all’opera di Rudolf Steiner. Il suddetto articolo era stato ben tradotto da Stefano Pederiva, ma forse pubblicato in una veste tipografica un po’ sacrificata. Ma non era certo questo l’essenziale. Cercando ulteriormente, scoprii che si trattava di un lungo lavoro apparso, col titolo «Rudolf Steiners Lebenswerk in seiner Wirklichkeit ist sein Leben», diviso in due parti, nei numeri 49/50, pp. 12-33, Pasqua 1975 e 51/52, S.Michele 1975, pp. 18-36 dei Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtausgabe, la bella e importante rivista, edita a cura della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia del Lascito di Rudolf Steiner. Alla Haus Duldeck, non ebbi difficoltà alcuna a trovare quei due numeri della benemerita rivista. Quanto era scritto in quel lungo articolo mi aveva colpito tantissimo, e decisi di voler incontrare l’autrice, persona a me allora del tutto ignota, di un lavoro così pregevole. Non ebbi difficoltà a trovare il suo indirizzo e il numero di telefono sulla guida telefonica del cantone di Solothurn, ossia della nostra Soletta.

Presi il coraggio a quattro mani e le telefonai direttamente. Mi dette appuntamento in un qualche giorno d’aprile. Era, appunto, il 1985: esattamente trent’anni fa. Per la prima volta in vita mia, col cuore che mi batteva come un tamburo, andai a bussare alla porta della Rudolf Steiner Halde, sede della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ove prima della fondazione dello stesso Lascito, per  tanti anni, era vissuta la stessa Marie Steiner. Fui introdotto in una piccola sala colorata, al pian terreno, e poco dopo venne Hella Wiesberger. Era una donna, allora sessantacinquenne, di media statura, asciutta, energica, volitiva, lucida e ben «sveglia». Ovvero tutto il contrario di quello stato di coscienza sognante, talvolta dolciastro e stucchevole, che vedevo essere abituale nella generalità degli  «antroposofazzi». Vi venne incontro con calore, senza alcun formalismo, né sentimentalismo, e mi fu immediatamente simpatica. 

Le parlai a cuore aperto. Le dissi fuori dai denti cosa pensavo della Società Antroposofica, che per me essa era completamente degenerata rispetto all’intento originario di Rudolf Steiner; che per me non si trattava di un semplice processo di decadenza e di infiacchimento, bensì era stato perpetrato un vero e proprio tradimento, coscientemente organizzato e attuato, ingannando gli ingenui e perseguitando con l’ostracismo, e la calunniosa diffamazione, coloro che, invece, volevano rimanere fedeli alla espressa volontà di Rudolf Steiner e all’impulso da lui originariamente donato. Le parlai di Giovanni Colazza, che lei ben conosceva, dei rapporti strettissimi e personali che questi aveva col Dottore e con Marie Steiner, e lei mi confermò assolutamente la cosa. Le parlai del Gruppo Novalis, ritualmente fondato e consacrato a Roma, negli anni 1910-1911, dallo stesso Rudolf Steiner, di come Giovanni Colazza lo avesse diretto per decenni, sino alla propria scomparsa nel 1953. Le descrissi le successive vicende del “Novalis”, di come esso fosse rimasto sempre fedele all’impostazione originaria, fedele al Dottore e a Marie Steiner, e lei se ne dimostrò felice.

Affrontai immediatamente la questione del fatto che la Via della realizzazione spirituale, gli esercizi dati dal Dottore, nella Società Antroposofica venissero non solo trascurati, e da molti persino del tutto ignorati, ma che da parte di varie personalità dirigenti e non, venivano addirittura definiti come «pericolosi». Al che Hella Wiesberger si alterò visibilmente e, alzando alquanto la voce, disse: «Rudolf Steiner non ha dato nulla che applicato nella maniera da lui indicata, possa essere pericoloso!». E cominciò a chiarirmi molti aspetti operativi della Via iniziatica, dai quali ebbi la conferma della mia intuizione immediata iniziale, ovvero che Hella Wiesberger era, da lunga data, una energica praticante interiore. Del resto, già sapevo che lei, assieme a Günther Schubert, aveva curato la prima edizione all’interno della Gesamtausgabe, o Opera Omnia del Dottore,  delle Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», ossia delle Indicazioni per un discepolato esoterico. Dai contenuti della «Scuola Esoterica», GA-245, riedizione allargata dei tre «Quaderni Esoterici», la cui stampa in origine fu fermamente voluta da Marie Steiner e in ogni modo avversata dalla Società Antroposofica, «Quaderni» che apparvero i primi due nel 1947 e nel 1948, e l’ultimo, dopo la morte della Signora Steiner, nel 1949.

Del suddetto volume – il primo della  «Scuola Esoterica» da lei curato – Hella Wiesberger mi disse che era stato letteralmente “bandito” dalla Società Antroposofica, che ne aveva proibito la vendita nelle librerie collegate alla Società Antroposofica, ma che, nonostante il sabotaggio del Vorstand, ossia della Direzione del Goetheanum, il libro veniva acquistato da tantissime persone, e che in Germania vi erano molti gruppi di giovani, al di fuori della Società Antroposofica, i quali si riunivano, e leggevano le Indicazioni per un discepolato esoterico con grandissimo interesse. E aggiunse: «Il futuro del movimento spirituale non è nella Società Antroposofica, bensì nei gruppi spontanei, informali, soprattutto di giovani, che si formeranno attorno all’opera di Rudolf Steiner». Mi parlò con venerazione del defunto suo amico e collaboratore, Günther Schubert, della sua fedeltà al Dottore e a Marie Steiner, della sua «innere Potenz», ossia della sua potenza interiore di energico praticante spirituale.

In quel primo incontro con Hella Wiesberger, io le manifestai il mio desiderio di conoscere la storia del movimento antroposofico prima e dopo la morte di Rudolf Steiner, la serie dei conflitti che divisero la Società Antroposofica, che io consideravo essere la tragedia spirituale del XX secolo. Le dissi che, essendo io un seguace praticante della Filosofia della Libertà, ritenevo che il “male” fosse uno stato di “lacerazione” di una serie di eventi ai quali era mancata la necessaria controparte spirituale cosciente, l’attività ideante che la completava, ne risanava lo stato di frantumazione, lo ricongiungeva alla sfera delle idee creatrici e, infine, lo riconciliava col Mondo Spirituale. Se – come era mia interiore certezza – il pensare era l’essenza di se stesso e del mondo, doveva essere possibile ad audaci pensatori, ad energici meditatori e intuitori dello Spirito, restituire interiormente in idee vive quanto era mancato alla brutale fattualità degli eventi esteriori, e quindi  «correggere» a posteriori il lato negativo di essi, ossia restituire in idee quanto nello svolgimento degli eventi stessi era venuto fatalmente a mancare. Si trattava, dunque, di una necessaria azione meditativa, a posteriori, sugli eventi, correttiva e terapeutica secondo la Filosofia della Libertà. Hella Wiesberger rimase un attimo in silenzio, e poi disse: «Aspettami qui». Sparì per qualche minuto, e quando tornò, aveva con sé un pacco di scritti. Era la sua, personale, ricca documentazione su quei tragici eventi. In quei documenti e in quegli scritti, vi erano, di suo pugno, le preziose annotazioni e i commenti suoi personali. Tutta quella documentazione, in quel primo nostro incontro, lei me la donò generosamente: per un puro impulso interiore, portandomi incontro grande fiducia. Conservo con commossa gratitudine questo suo prezioso dono.

Da quel giorno nacque la nostra  «Waffenbrüderschaft», la nostra militante fratellanza d’armi spirituale, la nostra profonda amicizia fraterna, che mai una nube poté velare sia pure per un solo attimo.

La rividi, per la seconda volta, nel novembre del 1985. Parlammo della Via del pensiero e Hella Wiesbeger mi indicò nella Filosofia della Libertà la «Via Regia» dell’attuale percorso iniziatico. Fu provvida di consigli pratici circa lo «studio», inteso in senso rosicruciano, delle opere della Scienza dello Spirito. Mi avvertì che era molto più importante la ripetuta, incessante, meditazione delle opere scritte di Rudolf Steiner, il ritornarci instancabilmente, piuttosto che il leggere centinaia di cicli e migliaia di conferenze. Nelle opere scritte del Dottore – mi disse apertamente –  vi è tutto: basta sapervi leggere e approfondirne meditativamente i contenuti. Tre testi come Teosofia, Iniziazione, Scienza Occulta, sono stati dati da Rudolf Steiner come tre «Vie» complete e indipendenti di approfondimento interiore nel contenuto della Scienza dello Spirito. Ma – aggiunse Hella Wiesberger, con particolare calore interiore – la Filosofia della Libertà sta su un piano molto più alto rispetto a quelle tre importantissime opere del Dottore, e costituisce una «Via» di conoscenza e di realizzazione più radicale, completa e a sé sufficiente, del tutto indipendente rispetto ai risultati dell’indagine spirituale «antroposofica». A tale proposito, mi riferì di una profonda esperienza interiore di una amica di Marie Steiner, nella quale veniva chiaramente indicata la centralità della Filosofia della Libertà, la sua importanza suprema, il collegamento di essa con la figura spirituale della stessa Marie Steiner.

Alla fine del colloquio, con un gesto che mi fece temere di osare troppo, le feci la richiesta di poter accedere alla lettura dei testi della Classe Esoterica. Questa è una vicenda piuttosto dolorosa per la nostra Comunità Solare. Alla fine degli anni quaranta, il Lascito di Rudolf Steiner chiese a Giovanni Colazza di assumersi l’incarico di risvegliare e riconsacrare in Italia la Classe Esoterica, secondo quello che era stato l’intento sacrale originario di Rudolf Steiner dopo la Fondazione di Natale del 1923. Giovanni Colazza scelse personalmente alcune persone come degne di parteciparvi ed incaricò Massimo Scaligero di farne una selezione di altre e di presentargliele: lui, poi, avrebbe deciso. Tra le persone che superarono la già dura selezione operata da Massimo Scaligero, Giovanni Colazza ne trascelse pochissime. Con loro svolse un primo ciclo completo di Lezioni della Classe Esoterica e ne aveva iniziato un secondo, condotto sino all’ottava Lezione, allorché egli improvvisamente venne a mancare nel febbraio del 1953.

Per volontà espressa di Giovanni Colazza, Massimo Scaligero avrebbe dovuto essere il suo continuatore nella Comunità spirituale – a tale funzione egli lo aveva preparato in maniera speciale – e il suo successore nella direzione della Classe Esoterica. A lui avrebbero dovuti essere consegnati i testi dattiloscritti da leggere nelle Lezioni di Classe. Purtroppo tali testi, affinché non giungessero nelle mani alle quali Giovanni Colazza li aveva destinati, furono rubati da mano interessata, appositamente incaricata di privare Massimo Scaligero di quanto gli era dovuto. Ma perché stupirsi di tal cosa, se, più recentemente, dopo la morte del nostro Maestro, altre mani furtive – indubbiamente mosse da una coscienza «diversamente morale», si direbbe oggi – si preoccuparono di cambiare, prima ancora che giungesse l’alba, la serratura del suo studio in Via Cadolini, di asportare carte e documenti, di far sparire lo stesso suo testamento, in totale spregio della sua persona e della sua volontà?!

Naturalmente, Massimo Scaligero possedeva i mantram della Classe Esoterica e conosceva perfettamente il contenuto delle Lezioni, sia per avervi partecipato con Giovanni Colazza, sia per via di esperienza interiore diretta. In effetti, egli possedeva di tali Lezioni, solo un paio di testi dattiloscritti, fortunosamente pervenutigli. In seguito ad alcuni miei eventi interiori, Massimo Scaligero, sin dal luglio 1971, volle accogliermi, senza veruna richiesta da parte mia, nella Classe Esoterica e trasmettermi – con una consacrazione rituale – il testo della ottava Lezione di Classe, che conservo tuttora come una preziosa reliquia. Inoltre, anni dopo, ricevetti come eredità la trascrizione dei mantram della Classe Esoterica, fatta dalla cara Pinetta Marconi, una euritmista amica e allieva di Marie Steiner, la quale aveva partecipato alle Lezioni di Classe nel 1924 con Rudolf Steiner e, dopo il secondo conflitto mondiale, con Giovanni Colazza, che l’aveva scelta personalmente. Certo, da un punto di vista esoterico, ciò era più che sufficiente, ma mi dolevo molto dell’ingiustizia che la Società Antroposofica perpetrava nei confronti di Massimo Scaligero, col volergli negare l’accesso ai testi scritti delle Lezioni. Tanto più che, ogni ultimo venerdì del mese, andavo con alcuni amici al suo studio in Via Cadolini a Roma, dove Massimo Scaligero, dopo alcune parole introduttive, voleva che compissimo con lui l’aureo Rito della meditazione in comune. All’inizio della meditazione, egli leggeva sempre un mantram della Classe Esoterica. Così avvenne pure il 25 gennaio 1980, esattamente 35 anni fa: poi, quella notte stessa, egli ci lasciò. Per questo motivo, presi la risoluzione di rivolgermi direttamente al Lascito di Rudolf Steiner, conoscendone la totale indipendenza rispetto alla Direzione della Società ufficiale, sedente al Goetheanum.

Rivolsi, dunque, la mia richiesta a Hella Wiesberger e lei accondiscese prontamente – e, per me, inaspettatamente – solo mi disse che per correttezza doveva informare i membri del  Vorstand, ossia della Direzione del Lascito stesso, e di tornare il giorno dopo ad una certa ora. Unica condizione che mi venne posta, fu che il testo, che mi sarebbe stato affidato,  venisse trattato da me, come lettore di Classe riconosciuto dal Lascito, con sacralità assoluta, e la promessa solenne che tale testo non sarebbe MAI uscito dalle mie mani, per passarlo ad altri: io promisi come in un giuramento sacro, senza alcuna riserva mentale segreta. Il giorno dopo, dapprima m’introdusse nella solita stanza, dove su un tavolo vi era il pacco coi quattro volumi della «Classe», donatami dal Lascito, poi mi disse che  «alcuni amici desideravano conoscermi». Mi portò al piano di sopra, dove mi attendevano alcuni fedeli discepoli diretti di Rudolf Steiner e amici di Marie Steiner. Mi fecero un’accoglienza molto festosa. Parlammo a lungo. Alcuni di loro parlavano uno stupendo italiano, soprattutto il Presidente del Lascito, Gian Andrea Balastèr, uno svizzero dei Grigioni, il Cantone di lingua ladina o reto-romancia della Confederazione. Parlammo, tra l’altro delle comunicazioni scientifiche di Rudolf Steiner, ch’egli in quanto fisico ed ex-rettore del Politecnico di Winterthur dominava perfettamente. Anzi mi raccontò come un dirigente della Società Antroposofica e “apprezzato” scrittore, G.H., avesse accusato Rudolf Steiner di «errori scientifici» a proposito della relatività di Albert Einstein e di come lui gli avesse invece dimostrato scientificamente che il Dottore aveva perfettamente ragione, che i più recenti dati sperimentali confermavano le sue affermazioni, e come invece avesse torto marcio proprio la presunzione del dirigente e “apprezzato” scrittore della Società Antroposofica.

Negli incontri successivi, che negli anni ottanta dello scorso secolo avvennero con frequenza, Hella Wiesberger mi insegnò la pronunzia rituale dei mantram della prima e della seconda Scuola Esoterica istituite da Rudolf Steiner, mi spiegò vari esercizi, mi dette innumerevoli chiarimenti. In particolare mi donò un libro di Rudolf Steiner dove erano descritti i cosiddetti «esercizi karmici», e me ne spiegò storicamente la genesi nella vita del Dottore. Di una cosa le sono grato con tutto il cuore: di avermi portato varie volte nella stanza dove era conservata l’urna delle ceneri di Marie Steiner, e di avermici lasciato a lungo a meditare da solo. Le ero silenziosamente grato dell’aristocratico dono, del privilegio raro che, con un atto veramente regale di fiducia, mi veniva concesso. L’atmosfera di quella stanza era veramente indescrivibile: in essa il silenzio interiore riduceva a nulla tutte le velleità e le meschinità umane-troppo umane. Ogni volta che l’andavo a trovare mi faceva ripartire con un piccolo, grande, regalo. Una volta, come dono natalizio, mi donò la riproduzione di una lettera di Marie Steiner a Giovanni Colazza.

A volte mi dava appuntamento a casa sua, al n° 35 della Hügelstrasse, a metà della collina di Dornach, dove mi preparava una megamerenda – da me molto apprezzata –  e dove mi parlava a lungo, con mille aneddoti, delle varie vicende del movimento antroposofico e dei vari personaggi che vi erano coinvolti. Potei notare sempre la sua serena, asciutta, obbiettività nelle descrizioni che mi faceva. Hella Wiesberger ha legato il suo nome all’edizione del materiale della prima e della seconda Scuola Esoterica, fondate da Rudolf Steiner, materiale che costituisce una collezione di una quindicina di grossi volumi, molti dei quali volle donarmi con dedica. Inoltre, lei è stata l’unica vera biografa di Marie Steiner, sicuramente la più completa, scrivendo sulla compagna di Rudolf Steiner tre opere, l’ultima delle quali, monumentale, volle donarmi con la sua immancabile dedica.

Nei colloqui con lei, nei quali mi trattava affettuosamente come un fratellino, mentre io sentivo lei come mia sorella spirituale, potei rivivere quella pura e luminosa gioia spirituale, che avevo vissuto nei colloqui con Massimo Scaligero. Una volta, lei mi chiese di parlargli di lui. Gliene parlai e le scrissi pure una lettera dove misi in evidenza la centralità che Massimo Scaligero dava alla Via del Pensiero, alla Filosofia della Libertà, alla pratica intensa della Concentrazione, la sua incrollabile fedeltà a Rudolf Steiner e a Marie Steiner. Hella Wiesberger mi rispose con una lettera bellissima, che conservo assieme a tutte le sue lettere.

Il mio fraterno rapporto con lei, la sua generosità nei suoi confronti, suscitarono – ed ora mi rendo conto che non poteva essere diversamente – nella mia città e a Roma, la torbida gelosia e la livida invidia di taluni. Come già detto altrove, si è gelosi di ciò che non si è capaci di amare, perché non si è autenticamente capaci di conoscerlo, e si è invidiosi di ciò che si è capacissimi, invece, di odiare, perché non lo si vuole, anzi si teme, conoscere. Soprattutto non si vogliono lasciare libere le persone di fare il loro autonomo cammino di conoscenza. Non si vuole che si cerchi liberamente accesso alle fonti, in modo da muoversi responsabilmente, senza tutela obbligatoria: senza dover dipendere ogni volta dalla suggestione di una «rivelazione», spesso in aperto contrasto con i risultati della ricerca spirituale di Rudolf Steiner.

Una certa persona disse che a me la Classe Esoterica non avrebbero mai dovuto darla e che, anzi, avrei dovuto cederla a chi questa persona diceva. Ad una tale richiesta, davvero insana e improvvida, io opposi la mia promessa sacra, alla quale non volevo, per nessun motivo al mondo, venire meno. Coloro che al Lascito me l’avevano affidata, avevano avuto fiducia in me, nella mia lealtà, ed io non avevo voluto ingannarli. La suddetta persona, piuttosto usa a trovar vero quel che le varie evenienze suggerivano essere ai suoi occhi “opportuno”, e facile a venir meno anche ai più sacri giuramenti, mi disse – trattandomi, con derisione, da inguaribile ingenuo – che io «dovevo dare una interpretazione “elastica”, per così dire, “creativa”, delle mie promesse e dei miei giuramenti».

Certo questo è il navigato sistema di una certa confessione religiosa e di una mai troppo infamata compagnia, per cui «adeguandosi intelligentemente alle necessità dei tempi», secondo loro, occorre rendersi conto che tempi diversi necessitano di verità diverse, e che quel che ieri appariva essere «vero», può essere opportuno che oggi venga da noi considerato «falso», o «superato» cioè, parlando fuori dai denti,  rispetto ai personali interessi di qualcuno, «non opportuno», e viceversa. Ora, se questo è indubbiamente un abilissimo ed efficace metodo politico, eticamente (si fa per dire…) del tutto compatibile e omogeneo agli interessi mondani di quella confessione religiosa e di quella innominabile compagnia, esso non è certo spiritualità, o esoterismo autentico, e nulla – assolutamente nulla – ha a che fare né coi metodi, né coi fini, né tantomeno coi contenuti sacrali dell’autentica Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner.

Allora, per tentare di allontanarmi da Hella Wiesberger, nonché dalla cerchia degli amici di Marie Steiner del Lascito, si tentò a Roma l’arma vile e meschina della calunnia, della diffamazione. Si inventarono atti ed eventi mai avvenuti, tra cui quello della falsificazione dei testi delle conferenze di Rudolf Steiner, accusa di per sé veramente infamante. In seguito, potei ben rendermi conto di chi, invece, non sarebbe affatto indietreggiato di fronte alla falsificazione della stessa opera scritta di Massimo Scaligero. Ma siccome questo tipo di “operazioni”, oltre a ripugnarmi, mi hanno sempre impressionato molto poco, potei smascherare con facilità la falsità  di tutte le singole calunnie, che erano parte del processo di diffamazione nei confronti di persone, non solo completamente innocenti, ma verso le quali proprio la Comunità spirituale, che si stringeva attorno alla figura di Massimo Scaligero, aveva grandi debiti di riconoscenza.

Lo sbugiardare, con le prove alla mano, le vili calunnie portate contro innocenti, naturalmente, fece sì che io venissi definitivamente considerato “individuo pericoloso”, da emarginare e da defenestrare, anche con metodi brutalmente spicci, rispetto al ruolo di «orientatore» del quale, senza veruna richiesta da parte mia, Massimo Scaligero mi aveva investito nei confronti della Comunità spirituale nella mia città. Ma già era in atto quel «trasbordo ideologico inavvertito», tipico di una certa confessione religiosa e di una certa scellerata compagnia, che tanti disastri avrebbe prodotto all’interno della Comunità spirituale nella mia città, e non solo. Ma tale «trasbordo ideologico inavvertito»,  pur decimando le fila dei «combattenti», e dando luogo allo smarrimento degli ingenui, fascinati dalla novità dialettica e sentimentale e, poco dopo, provocando la liquefazione e la defezione dei deboli, non riuscì tuttavia ad abbattere i «forti», i quali non furono sensibili all’ambigua seduzione, e tennero fermo, rimanendo saldi sul campo della battaglia spirituale.

Dobbiamo essere grati a Hella Wiesberger – e ai suoi compagni di lotta spirituale, come Hans Werner Zbinden, Jakob Streit, Robert Friedenthal, Edwin Froböse, Ulla Trapp e pochi altri, per aver realizzata la volontà di Marie Steiner di salvare l’opera del Maestro dei Nuovi tempi, avendo peraltro contro, pressoché tutta, una Società Antroposofica ricca e potente, caduta nelle mani ciniche e spregiudicate di un Albert Steffen, che la dominò, sempre più incontrastato, dagli anni venti sino alla propria morte, nel 1963. Albert Steffen, coadiuvato dalla sua adulante cerchia di cortigiani, oltre a saccheggiare letteralmente l’opera non ancora pubblicata di Rudolf Steiner, facendo passare per propri contenuti che erano in realtà di Rudolf Steiner, cercò addirittura di affossare l’opera stessa del Dottore. Contro un tale patente tradimento, si sollevò con tutte le sue forze, negli ultimi anni della sua vita, a viso aperto, Marie Steiner, e con pochi amici e pochissimi mezzi finanziari fondò prima il Rudolf Steiner Nachlassverein, l’Unione per il Lascito di Rudolf Steiner, e  poi la Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia l’Amministrazione del Lascito stesso.

Hella Wiesberger si consacrò totalmente a servire, in libertà e per amore, l’opera di Rudolf Steiner. La sua totale abnegazione la portò, pur di collaborare all’opera del Lascito, in periodi di drammatica povertà economica, a finanziare la propria sussistenza anche facendo lavori umilissimi. Il suo motto, la divisa alla quale uniformò tutta la sua vita fu: «Alles für Rudolf Steiner, nichts für uns», ossia «Tutto per Rudolf Steiner, nulla per noi». E la sua asciutta, ma potente, devozione verso il Dottore e la sua opera si esprimeva nell’indicarmi, come misura e compito della fedeltà, il fatto che noi dovremmo ritrarci, zurückziehen, come personalità per far parlare sempre unicamente l’opera stessa di Rudolf Steiner, e mai noi stessi.

Ricevetti la sua ultima lettera, estremamente affettuosa, nel marzo del 2011: oramai aveva superato i novant’anni. Ma pur ormai debole e quasi diafana nel fisico, Hella era estremamente forte e vigile nello spirito, e la sua energica calligrafia lo testimoniava. Nella lettera vi era, come le avevo chiesto, una foto, che si era fatta fare appositamente per me, con la dedica sul retro. Oramai si era ritirata in una casa di riposo a Hombrechtikon, sul lago di Zurigo. Sentii che dovevo rivederla un’ultima volta prima che spiccasse il volo nei Cieli. Si presentò l’occasione di ritornare ancora una volta in Svizzera, dovendo io fare da padrino al bimbo di un caro amico «eleusino». Fissammo un appuntamento con la mia anziana amica. Non so per quale ragione il treno, quel giorno,  non poteva arrivare sino a Basilea, ma arrivava, deviando, obbligatoriamente solo sino a Zurigo. Ciò mi tornava a puntino. Era il 29 agosto 2013. Ci presentammo puntuali alla casa di riposo a Hombrechtikon, ma non la trovammo, perché Hella Wiesberger era caduta e si era rotto un braccio, per cui era stata ricoverata in un ospedale di un’altra cittadina sul lago di Zurigo. Tanto facemmo, il mio amico «eleusino» ed io, che riuscimmo a trovarla. E quando entrammo nella sua stanza in ospedale, la mia amica sgranò gli occhi, perché era preoccupata proprio per il fatto che non riusciva ad avvertirci. Ma era scritto che l’avrei rivista, malgrado e oltre ogni ostacolo. Avemmo una bellissima e lunga conversazione a tre. Ci ricordammo gli ultimi impegni interiori: la fedeltà a Rudolf Steiner, a Marie Steiner, e alla nostra sacra amicizia. Prima di lasciarla, l’abbracciai più volte, sapendo che non l’avrei più rivista in Terra, e la ricoprii di baci. Prima di quest’ultimo Natale, mi venne comunicato dal mio amico «eleusino» che Hella Wiesberger, il 13 dicembre 2014, nel suo 95° anno di vita – era nata in Germania, a Monaco di Baviera, il 20 ottobre 1920 – aveva concluso la sua lunga, feconda, coraggiosa vita terrena, tutta consacrata al servizio dello Spirito e dell’opera di Rudolf Steiner.

Porto nel cuore e nell’anima l’immagine fulgida di una Donna leale, volitiva, sincera, energica, gentile, generosa, di mente e di cuore ampio. Non l’ho mai vista mentire, mai vista adulare, mai sopra le righe, o affabulare, suggestionare, calunniare, cosa che francamente sono ben lungi dal poter dire di molti appartenenti alla cerchia  «scaligeropolitana», come la chiama il mio ottimo e sapiente amico C.

A Hella Wiesberger, la mia sorella spirituale, la mia amata compagna di lotta, a me unita in spirituale «fratellanza d’armi», va tutto il mio più profondo sentimento di inesauribile gratitudine, e il mio pensiero d’Amore.   

SCIENZA DELLO SPIRITO

PROMETEO, OVVERO L'AMORE PER LA LIBERTA'

Hera e Prometeo

Mi scuso col volenteroso lettore se, all’inizio di queste considerazioni su un tema così delicato, vi saranno apparenti «divagazioni» filologiche, ma esse sono necessarie per indirizzare lo sguardo di «coloro che hanno poca polvere sugli occhi», come li chiamerebbe il Buddha Shakyamuni, all’essenziale, che altrimenti potrebbe loro facilmente sfuggire. Inoltre, dovendo la verità essere vivo «atto» e non mero, spento, «fatto», ossia dovendo essere libera produzione dell’uomo conoscente, è giusto che essa sia conquista, anche faticosa, di chi lotta per essa. Altrimenti, essa è soltanto un sapere apparente, una dialettica scintillante e ambigua, seducente forse per taluni, ma vuota, e illudente. Qualche lettore particolarmente diligente, e meditante, avrà eziandio la possibilità di trovare tra le righe e le immagini, celata sotto lieve velo, qualche bella pietra preziosa, che un sagace intenditore giudicherebbe essere una «perla di gran prezzo», per cui è detto in Matteo, 13, 44-45:

«Il regno de’ cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per l’allegrezza che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo. Il regno de’ cieli è anche simile ad un mercante che va in cerca di belle perle; e trovata una perla di gran prezzo, se n’è andato, ha venduto tutto quel che aveva, e l’ha comperata».

Nella mitologia ellenica, ma successivamente anche in quella etrusca e in quella romano-italica, la figura di Promèteo ha caratteristiche di estremo interesse per il ricercatore spirituale. In greco, il suo nome Προμηθεύς, Promethèus o, accentato alla latina, Promètheus, significa il «pre-pensante», il «pre-veggente», ed uno dei suoi più significativi epiteti è Πυρφόϱος, Pyrphòros,  il «portatore del fuoco». Gli Antichi ritenevano, sulla scorta di Platone, che il nome ‘Prometheus’ derivasse dal greco προ, pro-prima e da μανθάνω, manthano, «apprendere», «intelligere», che col suffisso-agente –eus dà appunto il significato di creativo «intelletto pre-vidente», «pre-veggente».  ossia «anti-veggente». Si sa, inoltre, che il suo nome è legato ad un misterioso «furto» di quel così particolare «fuoco», che tanto avrebbe influito sulla sorte degli uomini.

Marco Servio Onorato, sapiente commentatore del IV-V secolo d.C., del mio amato Virgilio, scrivendo sui versi 41- 42 della Sesta Ecloga, che dicono:

«Hinc lapides Pyrrhae iactos, Saturnia regna,

Caucasiasque refert volucrea furtumque Promethei»,

«Poi narra le pietre scagliate da Pirra, i regni saturni,

Gli uccelli del Caucaso e il furto di Promèteo»,

così si esprime:

«Prometheus vir prudentissimus fuit, unde etiam Prometheus dictus est ἀπὸ τής πρόμηθείας, id est a providentia»,

ovvero:

«Prometeo fu uomo di grande saggezza e preveggenza, per cui egli fu chiamato Prometeo ἀπὸ τής πρόμηθείας, apò tes promethèias, cioè da provvidenza».

In latino, abbiamo il verbo praevideo nel senso di pre-vedere, di anti-vedere, veder prima o da lontano. Ed abbiamo anche il verbo affine provideo, col significato simile di pre-vedere e pro-vvedere, veder prima, ma anche aver cura, vedere innanzi a sé, veder lontano, difendere. Come sostantivo abbiamo, invece, providentia, previdenza, cautela, prudenza, provvedimento, Provvidenza Divina. Ed infine, prudentia, prudenza, senno, assennatezza, saggezza, perizia, cognizione, pratica, cautela. Per cui, come vedremo, il prudens, anzi prudentissimus Prometeo è savio al sommo grado, e oltremodo cauto nel voler proteggere con cura e difendere gli esseri umani, sue creature predilette, dalle non benevole attenzioni degli Dèi, e diffidente nei loro confronti etiam dona ferentes, perché il loro portar doni non è disinteressato.

È noto come Πρόνοια, Prònoia, che in greco ha il duplice significato di ‘Previdenza’ e ‘Provvidenza’ – anche nel senso di anticipanti e lungimiranti pre-scienza, pre-pensiero e pre-veggenza – sia uno dei titoli della Dea  Ἀθηνᾶ, Athēnâ,  l’Athena dei Greci, la Minerva dei Latini, la Menrva degli Etruschi. Gli Elleni le innalzarono, con questo significativo epiteto, un tempio a Delfi, non lontano dal santuario del solare Apollo. Ed in particolare, gli Ateniesi, la venerarono come Αθηνά Παρθένος, Athenà Parthènos, la ‘virginea’ Athena, cui innalzarono sull’Acropoli un tempio, il Partenone, e la venerarono come Dea della guerra, della sapienza, della strategia militare, del coraggio, della forza, dell’ispirazione, della civiltà, della legge e della giustizia, della matematica e delle scienze, delle arti e degli artisti, dell’artigianato, dell’intelligenza e dell’abilità in genere. Tutte qualità che la fecero – e la fanno tuttora – molto amare e venerare.

Mentre Ἐπιμηθεύς, Epimethèus pronunciato alla greca, o Epimètheus alla latina, nome dello scialbo e sconsiderato fratello di Prometeo, proprio a causa del prefisso epì-, viene a significare il «post-pensante», «colui che riflette a posteriori», «colui che riflette in ritardo», il «maldestro» per eccellenza.

Nel mondo indiano, nell’arcaico sanscrito dei Veda, esiste la radice verbale pra-math che significa, appunto, ‘rubare’, mentre pramathyus designa il ‘ladro’. La stessa radice verbale pra-math indica altresì l’atto di ‘accendere il fuoco sacrificale’, di ‘infiammare’. Ed è veramente singolare trovare nei Veda il mito di Mātariśvan, il pramathyus, il ‘ladro’ che come l’ellenico Prometeo, compie il ‘furto’ del ‘fuoco’ a pro degli uomini.  E anche il termine dell’antico indiano manthāna, mathana, che indica il bastone rituale per accendere il fuoco sacrificale, è affine al greco manthano, avendo altresì il senso traslato di ‘accensione dell’intelletto’, ‘accensione della mente’. Gli appassionati dell’erudita filologia accademica possono trovarne notizia in: Fortson, Benjamin W. (2004). Indo-European Language and Culture: An Introduction. Blackwell Publishing, p. 27.; Williamson 2004, 214–15; Dougherty, Carol (2006). Prometheus. p. 4.

Secondo una delle versioni del mito, Prometeo fu il solo, assieme a suo fratello Epimeteo, da lui consigliato, tra i Titani a schierarsi dalla parte degli Dèi nella lotta che questi, capeggiati da Zeus-Giove, dovettero condurre contro i Titani. Giove concesse a Prometeo, come premio dell’aiuto ricevuto, sia quello di poter accedere all’Olimpo, sia quello plasmare l’uomo.

Prometeo ebbe grande amicizia con Athena-Minerva, Dea della Sapienza, alla cui nascita dalla testa di Giove egli poté assistere, ed ebbe grande amicizia per la razza degli uomini da lui forgiata. Minerva ebbe sempre una particolare predilezione per Prometeo, che aiutò sino al punto di diventarne, in delicate evenienze, consapevole complice.

Prometeo forgiò l’uomo dal fango e lo animò infondendogli il fuoco divino, mentre Minerva gli infuse il soffio della vita nei corpi d’argilla impastata. Così l’uomo venne a consistere dei quattro elementi: della terra e dell’acqua del fango, dell’aereo soffio vitalizzante di Minerva-Athena, e del fuoco animante di Prometeo. Secondo il mito, Prometeo donò all’uomo la stazione eretta, facendo in modo che si reggesse sulle sue gambe, e facendo altresì di lui un Άνθρωπος, ànthropos, «colui che guarda verso l’alto», verso il Cielo, e non verso il suolo come le specie animali terrestri. Gli donò un corpo più grande, e bello, in modo che fosse il più possibile simile agli Dèi.

Gli Dèi, che non apprezzavano tanta prometeica generosità, incaricarono allora lo scialbo e irriflessivo Epimeteo di distribuire tra i viventi una serie limitata di ‘buone’ qualità. Ed Epimeteo, titano di poco senno, distribuì a casaccio tali qualità agli animali, privandone così l’uomo. Per cui donò agli animali  forza, velocità, coraggio, ferocia e astuzia,  e inoltre zanne, artigli, ali e così via. L’uomo, di conseguenza, restò nudo e disarmato di fronte ad un mondo animale, che metteva in serio pericolo la sua sopravvivenza. Per rimediare ad una tale iattura, Prometeo prese da uno scrigno di Minerva-Athena, l’intelligenza e la memoria e le donò agli umani. Inoltre, egli trasmise all’uomo la scrittura, l’agricoltura, la metallurgia, l’architettura e tutte le altre arti che la sapiente e buona Minerva-Athena gli aveva insegnato.

Quindi Prometeo dona agli esseri umani quanto l’intelligenza può elaborare come τέχνη, tèchne, ossia «arte» creativa, anzi le τέχναι, tèchnai, le «arti» civilizzatrici, comprese quelle che consentono e addolciscono la vita sociale, arti le quali, in quanto prodotte dall’ingegno umano, vanno oltre la natura, ed sono superiori ai meri istinti che, a loro volta, sono soltanto prodotti della φύσις, physis, della «natura».

Giove-Zeus, in verità, non gradiva affatto questa generosa predilezione, che Prometeo nutriva ed ostentava così apertamente per gli esseri umani, la cui intelligenza, intraprendenza e indipendenza venivano giudicate offensive e pericolose dal sommo degli Dèi olimpici. E in lui nacque quella «invidia degli Dèi», che si dimostrerà così funesta agli umani. Non solo, in lui nasceranno anche rancore, odio e volontà di vendetta nei confronti di Prometeo, nonché la volontà di vessare ed anche portare a distruzione la razza degli uomini. Zeus dunque aveva deciso di distruggerli, e non gradiva affatto la premurosa  gentilezza di Prometeo per le sue creature. I doni del Titano apparivano essere troppo pericolosi,  perché gli uomini che ne erano dotati sarebbero diventati sempre più potenti e capaci, ma soprattutto liberi dalla necessità di qualsivoglia tutela dall’alto.

In quella lontana epoca, gli uomini avevano ancora una certa comunanza con gli Déi, con i quali usavano trascorrere talvolta lieti momenti conviviali. Durante uno di questi davvero singolari ‘simposi’, tenutosi a Mekone, fu portato un toro enorme, del quale metà doveva spettare a Zeus e agli Dèi e metà agli uomini.

Il Signore degli Dèi affidò, come provocazione, l’incarico della spartizione a Prometeo, il quale colse l’occasione per favorire una volta di più gli umani, suoi amati protetti. Uccise il toro, lo tagliò a pezzi e ne fece due parti: una più piccola ed una più grande. Agli uomini riservò le parti migliori, quelle con le carni, nascondendole nel mucchio più piccolo sotto la disgustosa pelle del ventre del toro. A Zeus e agli Dèi riservò le ossa che mise nel mucchio più grande sotto un ingannevole strato di grasso. Fatte così astutamente le porzioni, il Titano invitò Giove-Zeus a scegliere la sua parte, cosicché il resto sarebbe andato agli uomini.

Zeus, fattosi ingannare dalle apparenze, accettò l’invito e scelse il mucchio più grande con la parte grassa, ma scorgendo solo dopo le ossa abilmente celate, si adirò oltremodo, lanciando una maledizione sugli uomini. Fu da allora che gli uomini usano sacrificare agli Dèi, lasciando ad essi le parti immangiabili delle bestie offerte, e consumandone la carne. Ma gli uomini, divoratori delle carni sacrificate, diverranno per questo mortali mentre gli Dèi rimarranno immortali. Il rancoroso Giove volle colpire indirettamente Prometeo nelle sue creature, per lo sfrontato raggiro del quale, in fin dei conti, la causa era stata la sua stessa invidiosa provocazione. Giove-Zeus si vendicò di Prometeo punendo gli uomini col togliere loro il fuoco, onde l’uomo non fosse uguale agli Dèi, e condannandoli in tal modo ad una esistenza oscura e ottusa.

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A scongiurare una tale iattura provvide Prometeo con l’aiuto della benevola Athena-Minerva – la Dea doveva davvero volere un gran bene a lui e gli umani per rischiar tanto – che lo fece entrare di nascosto nell’Olimpo. Prometeo dunque si recò da Atena affinché lo facesse entrare di notte nell’Olimpo e, appena giunto, accese una torcia dal carro di Helios, il Sole, e si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Secondo un’altra versione della leggenda, Prometeo riuscì a penetrare nella fucina di Vulcano-Efesto, al quale rubò qualche favilla, celandola nel cavo di una canna, portandola poi, con coraggiosa noncuranza delle inevitabili conseguenze, agli umani immersi nell’oscurità.

Venuto a conoscenza della cosa, Giove-Zeus decise di farla pagare cara sia agli uomini, ch’egli riteneva arroganti e pericolosi, sia a Prometeo rivelatosi insubordinato e ingestibile. A tale scopo,  con una qual certa perfidia, egli ordinò a Vulcano-Efesto di costruire una donna di grande bellezza, di nome Pandora, il cui nome significa “tutti i doni”, alla quale gli Dèi del vento infusero lo spirito vitale, mentre le Dee dell’Olimpo la dotarono di doni meravigliosi, ma ingannevoli. Giove incaricò Ermete-Mercurio di condurla al poco assennato Epimeteo, il quale – malgrado che Prometeo lo sconsigliasse fortemente dall’accettare «doni» dagli Dèi – sconsideratamente accettò l’infido dono.  Zeus la inviò da Epimeteo affinché attraverso essa venisse punita la razza umana, alla quale Prometeo aveva dato il fuoco divino. Epimeteo, a dire il vero, in un primo momento, reso diffidente dal consiglio del fratello, aveva deciso di non accettare doni da Giove-Zeus, e la rifiutò, cosicché il sommo tra gli Dèi la prese malissimo, e infuriato più che mai per l’ennesimo oltraggio alla sua olimpica maestà subìto prima dall’uno e poi anche dall’altro fratello, decise di punire ferocemente il Titano ispiratore del medesimo e tutti gli uomini che questi amava e difendeva. Il Padre degli Dèi fece incatenare Prometeo sulla roccia del Caucaso, esposto ai flagelli delle intemperie ed inviò poi un’aquila, o secondo altre versioni del mito, un avvoltoio,  perché gli dilaniasse e gli divorasse il fegato, che gli ricresceva durante la notte, perpetuando così il suo atroce supplizio all’infinito. La cosa andò avanti per ben tremila anni, e sarebbe continuata in eterno se Ercole non avesse ucciso il rapace torturatore e non avesse liberato il Titano.

L’incerto e poco assennato Epimeteo, temendo l’ira del Dio, accettò di sposare Pandora, e di ricevere il vaso sigillato, che questa come dono degli Olimpici aveva portato con sé. Nulla di esiziale sarebbe accaduto se il vaso fosse rimasto chiuso. Ma Pandora, curiosa, sciaguratamente aprì il vaso fatale,  e ne uscirono tutti i mali che per millenni avrebbero tormentato l’esistere dell’uomo: fatica, malattia, vecchiaia, pazzia, passione e morte. Tutti questi mali uscirono velocemente dal vaso e si precipitarono sull’intera progenie umana. Nel vaso, che la spaventatissima Pandora richiuse immediatamente, rimase unicamente la speranza, la quale da allora avrebbe sostenuto e consolato gli umani nelle loro tribolazioni.

Personalmente, ritengo che la speranza sia più un flagello che una consolazione, e che chi cerca una Via di realizzazione spirituale, una Via di reale conoscenza, farebbe bene a liberarsene assieme ad altri impostori – autentici flagelli – che illudono, intorbidano lo sguardo interiore e il pensiero, pervertono e rendono incerto il sentimento, fiaccano e deviano la volontà. A tale proposito, sono ammirevoli le parole di un Sapiente, un vero ‘Prometeo’, che duecentocinquant’anni fa, riferendosi alle minacce di un troppo zelante e sciocco servo dei potenti, così si espresse: «Quel povero X., che pensa di terrorizzarmi con le sue minacce! Ma casca male, giacché da molto tempo ho calpestati insieme l’elogio e il biasimo, la paura e la speranza. Io che non ho altro obbiettivo che seguire l’impulso dei miei buoni sentimenti verso l’umanità e fare ad essa tutto il bene che sarà in mio potere!». Sine spe nec metu, senza speranza e senza paura, come dicevano i Latini : spesso la speranza è la madre del desiderio e della paura. Ho visto molte tragedie e vite spirituali rovinate dal veleno della speranza e della paura.

Ma è ora di lasciare la parola a Rudolf Steiner a proposito del mito di Prometeo. Per comodità del benevolo lettore, è cosa forse utile e buona riportare quanto è detto da Rudolf Steiner ne Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’antichità, nella stupenda traduzione – da me di gran lunga preferita, come pure nel caso di altre ‘antiche’ traduzioni quasi sempre preferibili, a mio avviso, per molti buoni motivi, alle più recenti – di Ida Levi Bachi, pubblicata per i tipi di Giuseppe Laterza e Figli, magnifici tipografi-editori-librai, a Bari, nel 1922:

«Particolarmente interessante dal punto di vista di siffatta interpretazione è il mito di Prometeo. Prometeo e Epimeteo sono figli del titano Japeto. I Titani discendono dalla più antica generazione di Dei, da Urano (il Cielo) e da Gea (la Terra). Il più giovane di essi, Kronos, rovescia dal trono il padre avoca a sé il dominio del mondo. Ma è sopraffatto a sua volta con gli altri Titani da Giove, suo figlio, e Giove diventa il Dio supremo. Nella lotta contro i Titani, Prometeo aveva parteggiato per lui e, dietro suo consiglio, li aveva esiliati nell’Averno. Ma in Prometeo lo spirito dei Titani viveva ancora; egli era amico di Giove solo a metà, e quando questi volle distruggere gli uomini, a castigo della loro tracotanza, egli li protesse, e insegnò loro i numeri, la scrittura e altre arti apportatrici di civiltà, e soprattutto l’uso del fuoco. Giove s’adirò e ordinò a Efesto, suo figlio, di plasmare un’immagine femminile di grande bellezza, che gli Dei avrebbero ornata di ogni pregio possibile. Il nome della donna era Pandora; quella che raccoglie in sé tutte le doti. Ermete il messaggero degli Dei, la condusse a Epimeteo, fratello di Prometeo, alla quale essa recava una cassetta, dono degli Dei. Epimeteo accolse la cassetta. Ma quando l’aprì ne volarono fuori tutte le possibili tribolazioni degli uomini. La speranza soltanto, avendo Pandora rapidamente chiuso il coperchio, rimase nella cassetta. La speranza restò dunque all’uomo come problematico dono degli Dei a punizione della sua alleanza con gli uomini, Prometeo è, per ordine di Giove, incatenato ad una roccia del Caucaso, e un’aquila gli rode perpetuamente il fegato, che sempre si rinnova. Egli è condannato a trascorrere i suoi giorni in tormentosa solitudine, fino a che uno degli Dei non si sacrifichi volontariamente, votandosi alla morte. Il Titano sopporta i tormenti con fermezza. Una profezia gli aveva rivelato che Zeus sarebbe stato rovesciato dal trono dal figlio di una donna mortale, se non si fosse unito a lei. La conoscenza di questo segreto molto importava a Zeus, ed egli inviò a Prometeo Ermete, il messaggero degli Dei, perché lo interrogasse. Ma Prometeo rifiuta di rispondere. La leggenda di Ercole si rannoda a quella di Prometeo. Nel corso delle sue peregrinazioni, Ercole giunge al Caucaso e uccide l’aquila che rode il fegato a Prometeo. Il centauro Chirone, che, pur soffrendo di una inguaribile ferita, non può morire, si sacrifica infine per Prometeo, il quale allora si riconcilia con gli Dei. I Titani sono la forza della volontà, che si genera come natura (Kronos) dal primordiale spirito del mondo (Uranos). Non si deve, però, immaginarli soltanto come «forze di volontà», in senso astratto, bensì come reali «esseri di volontà». Uno di questi esseri di volontà è Prometeo; e questo ne caratterizza la natura. Ma Prometeo non ha soltanto carattere titanico, egli parteggia in certo senso per Giove, lo Spirito che assume il governo del mondo, dopo aver trionfato sulle forze indomite della natura (Kronos). Prometeo è dunque il rappresentante di quei mondi, che hanno conferito all’uomo quella forza propulsiva verso il progresso, che è per metà natura e per metà Spirito: la volontà. La volontà spinge tanto verso il bene quanto verso il male. Secondo che inclina verso lo Spirito o verso le cose effimere, si plasma il suo destino, che è poi il destino stesso dell’uomo. L’uomo è vincolato all’effimero, l’aquila lo rode. Deve soffrire. Raggiungerà la sommità soltanto se cerca in solitudine il proprio destino. Possiede un segreto, ed è che il divino (Zeus) deve unirsi ad una mortale (la coscienza umana vincolata al corpo fisico) per generare un figlio, la saggezza umana, liberatrice di Dio (il Logos). In tal modo la coscienza stessa diviene immortale. Ma egli non deve palesar questo segreto, finché un Mista (Ercole) non s’avvicini a lui e rimuova quella potenza che costantemente lo minaccia di morte. Un essere, mezzo animale e mezzo uomo, il Centauro, deve sacrificarsi per salvare l’uomo. Il Centauro è l’uomo stesso, per metà bestiale e per metà spirituale, che deve morire per la liberazione dell’uomo puramente spirituale. Ciò che Prometeo, il volere umano, disdegna, vien accolto da Epimeteo, la ragione, l’intelletto. Ma i doni a lui largiti non sono che flagelli e malanni, perché l’intelletto aderisce al nulla, al transitorio. Nella cassetta rimane soltanto uno dei doni: la speranza che anche dal transitorio possa un giorno nascere l’eterno».

Quel che, nei suoi scritti, Rudolf Steiner espone non è il frutto né di una sua vasta e straordinaria erudizione, né di una speculazione filosofica meramente concettuale, e neppure frutto di una occulta tradizione misterica, trasmessa nel corso dei secoli di generazione in generazione e giunta sino a lui. Se vi è nella storia palese dell’umanità e della civiltà una figura spirituale dai caratteri fortemente «prometeici», questa è proprio la figura di Rudolf Steiner, ed il peggior servigio che gli possa esser fatto è proprio quello di ridurre la Scienza dello Spirito – da lui con forze umane, dunque «antroposoficamente»,  investigata, sperimentata e conquistata – ad una «rivelazione», ad una «pseudo-religione», ad una comoda e consolatoria «credenza», la cui dirompenza spirituale viene attutita, diluita, smorzata, sino a poter essere facilmente conciliabile, fagocitabile, e assimilabile da parte di questa o di quella chiesa o confessione «religiosa»: soprattutto di una, che sa bene come agire a tal fine ed è molto abile nel «tamponare», come dicono i chimici, e spegnere la virulenza di contenuti da essa reputati «pericolosi» e, per così dire, «indigeribili» persino per una chiesa, il cui stomaco, come diceva il filosofo aprutino Benedetto Croce, «è capace di digerire tutto».

In effetti, dalla parte avversa è stato usato ogni mezzo brutale o suadente per tentare di fagocitare o distruggere, diluire o deformare, sedurre o diffamare, corrompere o minacciare, pur di arrivare ad esorcizzare l’incubo di una Conoscenza o Scienza dello Spirito. Ogni mezzo, ogni strumento, aperto od occulto, lecito o illecito, leale (si fa per dire…) e legale (idem…) o perfidamente sleale e illegale, è stato adoprato contro Rudolf Steiner e Massimo Scaligero: sia quando erano in vita che dopo la loro dipartita, sia da parte dei «nemici» assedianti che tra le fila degli «amici» (dai quali, come dice un savio proverbio, ci guardi Iddio…) all’interno della «cittadella» assediata. Ed è logico che agiscano in cotal maniera, altrimenti perdono tutte le pecore,  molto utili da mungere, tosare, ed infine arrostire sul barbecue. Naturalmente, Ad Maiorem Dei Gloriam, come dicono i militi della mai troppo esecrata compagnia.

Che nel caso di Rudolf Steiner si trattasse di conoscenza conquistata, e conquistata aspramente lottando, e non di rivelazione ricevuta, lo afferma senza infingimenti di sorta egli stesso ne La mia vita, Cap. XXVI, trad. di Febe Colazza-Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1987, pp. 277-279, ove dice:

«Tutto il contenuto dell’esperienza religiosa rimandava ad un mondo spirituale, che si diceva irraggiungibile all’uomo nello sviluppo delle sue forze spirituali. Ciò che dice la religione, ciò che prescrive come precetto morale, procede da rivelazioni che giungono all’uomo dall’esterno. A questo si opponeva la mia concezione dello spirito che voleva sperimentare il mondo spirituale esattamente come il mondo sensibile in ciò ch’è percepibile all’uomo e nella natura; e vi si ribellava pure il mio individualismo etico che voleva far procedere la vita morale non da fuori, per mezzo di comandamenti, ma dallo sviluppo dell’essere umano animico-spirituale nel quale vive il divino. […]

Io vedevo nel pensiero che può scaturire dalla conoscenza della natura (ma ce allora non ne scaturiva) la base sulla quale gli uomini possono conseguire una visione comprensiva del mondo spirituale; perciò davo un valore così grande alla conoscenza della base della natura che deve condurre alla conoscenza dello spirito. Per chi non si trovi come me a vivere, sperimentandolo, nel mondo spirituale, una tale immersione in un orientamento di pensiero significa appunto una mera attività di pensiero. […]

Chi aspira alla conoscenza spirituale deve sperimentare quei mondi; pensarli solo teoricamente non basta. In tempeste interiori dovetti salvare la mia percezione spirituale, in tempeste che si svolsero tutte dietro la scena delle mie esperienze esteriori.

In quel tempo di prove potevo progredire soltanto con la mia visione spirituale, mi ponevo dinanzi all’anima la evoluzione del cristianesimo, e ciò mi condusse a quella conoscenza che trovò espressione nel mio libro Il cristianesimo quale fatto mistico. […]

Dal mio atteggiamento di fronte al cristianesimo risulta evidente che nella scienza dello spirito nulla ho cercato e nulla ho trovato per la via che molti mi attribuiscono. Questi molti presentano la cosa come se io avessi composto ed elaborato la scienza dello spirito con ogni sorta di antiche tradizioni, teorie gnostiche ed altre. Ma non è così: la conoscenza spirituale che si trova in Il cristianesimo quale fatto mistico è attinta direttamente dal mondo spirituale. Solo per mostrare agli uditori delle mie conferenze e ai lettori del mio libro l’armonia tra quanto è percepito spiritualmente e le tradizioni storiche, vi ho inserito queste ultime, ma non ho mai accolto nulla da tali documenti che non abbia prima avuto davanti a me nello spirito».

Quindi, quel che Rudolf Steiner comunicava nei suoi scritti e nelle sue esposizioni orali, non era attinto alla sua sia pur vasta erudizione, né alla filosofia antica e moderna che dominava completamente, e neppure alla rivelazione tradizionale trasmessa da vari Ordini occulti che, essi pure, ben conosceva: era frutto, invece, della sua personale, assolutamente individuale e solitaria, combattuta, indagine spirituale sulla base delle forze interiori da lui stesso sviluppate nel corso del suo cammino conoscitivo. Le prime comunicazioni, frutto di tale autonoma indagine spirituale, relative al mondo dei Misteri Antichi, nelle quali affrontò pure il tema di Prometeo, sono le ventiquattro conferenze tenute a Berlino, dal 19 ottobre 1901 al 26 aprile 1902, di fronte ai membri della Società Teosofica, che gliele avevano richieste. A quel tempo, in Germania, la sparuta cerchia teosofica era l’unica che si interessasse di una possibile conoscenza spirituale, mentre il mondo accademico universitario, scientifico e filosofico, era completamente sotto la fascinazione del materialismo positivista, dell’evoluzionismo darwiniano, del neokantismo, e via dicendo. Quel mondo erudito, tutto preso dalla superstizione della cattedra universitaria e dagli ammuffiti dogmi che dalla medesima venivano oracolarmente proclamati, non aveva che parole di sarcastico disprezzo e di sufficiente compatimento per la Conoscenza che poteva provenire dall’effettiva, rigorosa, indagine spirituale.

Rudolf Steiner si rivolse, dunque, ai teosofi berlinesi, perlopiù anime semplici, un po’ ingenue, ma di cuore aperto, per le quali la ricerca di una conoscenza superiore aveva una importanza vitale. I temi delle conferenze che tenne in quei mesi, furono poi trattati a nuovo nel libro che porta il titolo de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità. Ma le conferenze stesse sono di per sé di notevole interesse, anche per il fatto che in esse Rudolf Steiner si dilunga in descrizioni e si spiega molto dettagliatamente. E vale la pena di riportarne un brano per le riflessioni che in esse vengono svolte.

In Italia ne circola una traduzione, che segue pedissequamente la «redazione creativa» – per usare un indulgente eufemismo – che di quelle conferenze fu fatta in Germania. Confrontando il testo tedesco della «redazione creativa», e la sua traduzione italiana, con il testo dattiloscritto originale di Franz Seiler, si notano «sostituzioni» di parole e di concetti tali che, conoscendone l’ispiratore, verrebbe quasi da pensare ad uno «scherzo da prete». Per esempio, là dove il dattiloscritto, che Franz Seiler aveva tratto dal suo stesso stenogramma, ha:

«Was wir überschauen können, ist die Natur des Epimetheus, ist die nicht-geistige Natur in uns, ist das, was in uns liegt als das Nachahmende, das Erklärende»,

la parola ‘das Nachahmende’, ‘l’elemento imitante’, è stata «creativamente» sostituita, con intenti a loro modo di vedere indubbiamente nobilissimi, con ‘das Nachdenkende’, tradotta in italiano con ‘l’elemento riflessivo’, sostituzione che si rivela, a mio avviso, insoddisfacente sia in tedesco, che in italiano (dove, semmai, il dragomanno avrebbe dovuto tradurre il participio presente sostantivato ‘Nachdenkende’ con ‘riflettente’). E questo è solo uno dei numerosi esempi, che potremmo facilmente addurre, di tale «redazione» e «traduzione creativa». Per cui, è meglio ritradurre le considerazioni di Rudolf Steiner direttamente dal dattiloscritto originale di Franz Seiler, che a quelle conferenze era presente.  Ho preferito fare una traduzione letterale, sia pure aspra e priva di beltà letterarie, che rischiare di tradire il significato essenziale con indebite parafrasi. Le considerazioni che, per il nostro tema, ci interessano in modo particolare, sono nella decima conferenza, intitolata ‘Il Fedone e il Timeo di Platone. Discorsi sull’immortalità dell’anima’,  e venne tenuta a Berlino l’11 gennaio 1902:

«Ora ci dobbiamo chiedere: donde proviene propriamente che, nel senso del platonismo, si debba distinguere tra il finito mondo sensibile e l’infinito mondo spirituale, tra il mondo eterno e quello temporale? La differenza esiste nel mondo materiale. Se essa fosse presente pure per una facoltà di percezione infinita, allora il platonismo non potrebbe esser inteso, giacché sorgerebbe poi sempre la domanda: come stanno reciprocamente, uno di fronte all’altro questi due mondi, il mondo spirituale e quello sensibile?  

Questo mondo dello spirituale dovrebbe appunto diventar esso stesso finitezza, se accanto a sé ne avesse un altro, che non fosse in grado di risolverlo in sé. La separazione in mondo dei sensi e in mondo dello spirito per Platone è presente solo nell’uomo all’interno della facoltà umana di percezione. Essa è unicamente per l’anima umana. Essa non sarebbe presente per un’anima che fosse giunta alla mèta, la quale avesse perfezionato talmente la sua facoltà di percezione, da poter abbracciare con lo sguardo l’intero universo. Solo perché l’anima umana è inserita tra due potenze, perché parzialmente partecipa a forze poste sia al disotto che al di sopra di essa, l’anima umana ha quindi una facoltà di percezione, che deve scomporre nel mondo sensibile-materiale e in quello spirituale. Solo per chi son sia pervenuto a gradi superiori è possibile un tale dualismo.

Tutti portiamo, poiché stiamo sul piano materiale due potenze cosmiche in noi, portiamo due forze in noi, quella forza del volere, quella natura prometeica, che tende a divenir una con il Logos: questo è l’anelito prometeico. L’altra getta l’anelito verso il basso, è l’anelito del fratello di Prometeo, di Epimeteo. Quella che possiamo abbracciare con lo sguardo è la natura di Epimeteo, è la natura non spirituale in noi, è ciò che vi è in noi di imitante, di esplicante. Prometeo è l’elemento pre-pensante, colui che su un piano superiore volge in basso il suo sguardo. Se ci rappresentassimo un settuplice sentiero, e ci pensassimo guidati sulla via dal materiale allo spirituale attraverso tutti gli stadi, dovremmo allora rappresentarci questo anelito come un anelito prometeico. E se ci volgessimo a guardare indietro, allora dovremmo considerare ciò come la forza, che – secondo la maniera greca di rappresentare – viene rappresentata come Epimeteo».

Un altro passaggio significativo – trascuriamo che, nella suddetta «redazione creativa», il filosofo ‘Protagora’ del dattiloscritto originale di Franz Seiler venga magicamente trasformato in ‘Pitagora’ – lo troviamo nella quattordicesima conferenza de  Il Cristianesimo quale fatto mistico, tenuta a Berlino, l’8 febbraio 1902, nella quale è detto:

«Protagora riteneva che tutti gli uomini avessero in comune il sentimento della virtù, della moralità e della convivenza sociale, ma che soltanto pochi uomini avessero la capacità di elevarsi agli stadi più alti. Perciò, in epoca platonica, mediante il mito viene raccontato che un tempo soltanto gli Dèi vivevano come fuoco. Gli animali e gli uomini non avevano alcuna capacità di vivere nel fuoco. Per questo essi non avevano nessuna possibilità di vita. A tal fine esso venne incaricato Prometeo di trasmetter loro la vita. Ma Epimeteo trasmise tutto agli animali, cosicché non rimaneva nulla per gli uomini. Efesto trasmise agli uomini il fuoco. Ciò significa il dono delle arti, il dono della sapienza. Io ritengo che in questa leggenda ci venga raffigurato miticamente un processo interiore. Ciò ci viene mostrato dalla maniera in cui la leggenda prosegue. Le capacità vengono distribuite: uno ne ha di più, un altro di meno. Perciò Ermete venne dotato della facoltà di distingueretra i bene e il male. Questa ce l’hanno tutti in egual maniera. Il filosofo greco esprime nei miti fatti interiori umani della vita dell’anima».  

Dalle considerazioni di Rudolf Steiner si scorge facilmente che forte legame abbiano le precedenti considerazioni sia con la teoria della conoscenza, ossia col monismo del pensare, che sta alla base di Filosofia della Libertà, di Verità e Scienza, della Teoria della conoscenza del la concezione goethiana del mondo, che dell’individualismo etico, che emerge dalle trattazioni di quelle opere. Un adeguato commento, all’altezza di quanto Rudolf Steiner comunica in questa conferenza berlinese di 112 anni fa, potrebbe essere quanto scrive Massimo Scaligero in Meditazione e miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 165:

«Il mondo dei fenomeni si può vedere come un mondo di frantumi di parti, di particelle, che il pensiero ogni volta riconnette, per ricostruire la loro unità. Sarebbe grande ventura per un pensatore intuire che questa unità pensante del mondo già esiste e che la frantumazione o la frammentarietà esistono solo per l’uomo caduto, cioè per il mentale umano legato ai sensi fisici e legante i sensi fisici. Ma la più alta ventura del pensatore vivo sarebbe scoprire come lo sforzo del pensiero razionale attraverso i sistemi della Scienza, attraverso la Filosofia, che dovrebbe essere la Scienza delle Scienze, e ai fini della comprensione quotidiana dell’umano, sia in sostanza il tentativo dell’uomo di penetrare nell’unità del pensiero universo. Questa unità un giorno egli dovrà conseguirla come sua conquista individuale; perché così soltanto essa si ricostituisce nel mondo, redime il mondo. L’unità trascendente, dominante dall’essenza il mondo, deve divenire unità immanente attraverso il pensiero individuale, per costituire l’intesa dei liberi, l’inizio della vera fraternità».

In tutta la sua opera, Massimo Scaligero porta avanti questo prometeico impulso solare, che in sostanza è un platonismo magico o, se vogliamo, un audace e consequenziale idealismo magico, che esige che il discepolo dello Spirito non desideri, bensì voglia essere terribilmente autonomo, voglia audacemente poggiare unicamente su se stesso, che cerchi di realizzarsi come Io, e nell’«attuarsi» dell’Io esiga da se stesso quello che molti cercano nelle mistica, nella religiosità esteriore, in una esotica spiritualità approssimativa, che si vorrebbe consolante, ma che si rivela essere nella maggior parte dei casi solo illudente, narcotizzante e debilitante. Come diceva Massimo Scaligero:

«Per l’Io, essere è nulla; essere è farsi»,

 e aggiungeva:

 «Non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io!».

Anche se, troppo spesso, è forte la tentazione di dar ragione a J.G. Fichte, il quale sosteneva alquanto causticamente che: «È più facile convincere un essere umano che è un pezzo di lava sulla Luna, piuttosto che un Io che pensa». E che ci sia una fortissima opposizione all’impulso dell’Io, al suo riconoscimento, alla sua realizzazione, lo si scorge facilmente dal fatto che come nel mito ellenico abbiamo la polarità Prometeo-Epimeteo e l’esiziale «invidia degli Dèi», con relative vicende, così anche in ambito biblico abbiamo l’opposizione tra Caino e Abele prima, e quella tra Hiram e Salomone dopo, nonché la preoccupata «gelosia», l’ansiosa «invidia» di Adonai, il Signore, ossia di Jahvè o Jehova, che mal vede la nascente autocoscienza e libertà dell’uomo, al punto di dire nel noto passo del Sepher Bereshith ebraico, o della Genesi greca e latina:

 «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo».

Possiamo vedere quel che dice, a proposito di questo delicatissimo tema, Rudolf Steiner in alcune lezioni esoteriche, la cui traduzione, ancora non pubblicata, ci viene offerta dalla cortesia di Silvano Mirami. Per esempio, nella lezione tenuta Berlino il 4 novembre 1904 e intitolata Il Mistero dei Rosacroce, viene detto:

«Ci fu un’epoca in cui uno degli Elohim creò l’uomo, un essere umano che chiamò Eva. L’Elohim si congiunse con Eva e da Eva nacque Caino. In seguito, l’Elohim Jahvè o Jehova creò Adamo. Adamo si congiunse  a sua volta con Eva e da questa unione nacque Abele.

Quindi con Caino abbiamo a che fare con un figlio diretto degli Dèi e con Abele con un rampollo di Adamo, plasmato come uomo, e di Eva. Il mito prosegue così. I sacrifici che Abele offriva al Dio Jahvè, erano accetti al Dio. Mentre non lo erano invece i sacrifici di Caino, giacché Caino non era nato su diretto comando di Jahvè. La conseguenza fu che Caino compì il sacrificio. Egli colpì Abele. Per questo egli fu escluso dalla comunione con Jahvè. Andò in contrade lontane e divenne laggiù il capostipite di una stirpe.

Adamo si congiunse nuovamente con Eva e nacque Seth, in sostituzione di Abele, del quale pure viene trattato nella Bibbia. Sorsero così due stirpi umane: la prima proveniva da Eva e dall’Elohim – la stirpe di Caino; la seconda proveniva meramente dall’uomo che si era congiunto con Eva su ordine di Jahvè.

Dalla stirpe di Caino provennero tutti coloro che sulla Terra avevano vocazione alle Arti e alle Scienze, per esempio Metusael che inventò la scrittura, la scrittura Tau, e Tubalcain, che insegnò la lavorazione dei metalli e del ferro. Nacque così, in questa linea proveniente direttamente dall’Elohim, l’umanità che si educò nella Arti e nelle Scienze.

Da questa stirpe proveniva pure Hiram. Egli era l’erede di tutto quello che nel corso di molte generazioni era stato accumulato di Sapere, di Arte e di Tecnica. Hiram era l’architetto più eccezionale che si possa mai pensare.

Dall’altro lignaggio, dalla stirpe di Seth, proveniva Salomone, che si contraddistinse in tutto ciò che originava da Jahvè o Jehova. Egli era dotato della saggezza del mondo, di tutto quel che come calma, chiara, limpida saggezza può essere emanata dai figli di Jehova. Questa era una saggezza che poteva bensì essere espressa in parole toccanti profondamente l’uomo nel suo cuore, che potevano elevarlo, ma che tuttavia non afferravano alcun oggetto in modo immediato e non riuscivano a produrre alcunché di reale nella Tecnica, nell’Arte e nella Scienza. Era una saggezza che era dono ispirato direttamente dal Dio, non una Sapienza elaborata dal basso, scaturente dalla passione umana, dal volere umano. Questa la si trovava, invece, presso i figli di Caino, presso coloro che provenivano in modo diretto dall’altro Elohim. Essi erano forti lavoratori, che volevano elaborare tutto a partire da se stessi.

Ora, Salomone decise di edificare un Tempio. A questo scopo assunse come architetto Hiram, il discendente dei figli di Caino. Ciò fu all’epoca in cui la Regina di Saba, Balchis, avendo udito parlare del saggio Salomone, venne a Gerusalemme. E quando giunse, ella fu incantata dalla sublime, chiara, saggezza di Salomone e dalla sua bellezza. Questi chiese, ed ottenne anche, da lei una promessa di matrimonio. Laggiù la Regina di Saba udì pure parlare della costruzione del Tempio. Ora ella volle conoscerne l’architetto, Hiram. Appena lo vide, un suo semplice sguardo fece su di lei un’enorme impressione e ne rimase completamente avvinta.

Ciò creò, ora, un’atmosfera di gelosia tra Hiram e il saggio Salomone. La conseguenza fu che Salomone avrebbe fatto volentieri qualcosa contro Hiram; ma dovette tenerselo, affinché il Tempio potesse essere completamente edificato. 

Accadde quanto segue. Il Tempio era ormai costruito fino ad un determinato punto. Mancava unicamente quello che doveva essere il capolavoro di Hiram, e cioè il Mare di Bronzo. Questo capolavoro doveva rappresentare l’Oceano, fuso nel bronzo, ed abbellire il Tempio. Tutte le mescolanze dei metalli erano state eseguite da Hiram in maniera prodigiosa e tutto era stato predisposto per la fusione. Ma a questo punto si misero all’opera tre compagni, che Hiram durante la costruzione del Tempio aveva trovati non all’altezza di essere nominati Maestri. Perciò questi avevano giurato vendetta e volevano impedire l’esecuzione del Mare di Bronzo. Un amico di Hiram, che  aveva saputo di tale proposito, comunicò questo piano dei compagni a Salomone affinché lo sventasse. Ma Salomone, per gelosia contro Hiram, lasciò corso alla cosa, perché voleva rovinare Hiram. La conseguenza fu che Hiram dovette assistere alla rovina dell’intera fusione, poiché i compagni avevano aggiunto un materiale indebito alla massa. Egli tento altresì di sedare il fuoco divampante con l’aggiunta di acqua, ma così fu anche peggio. Mentre era già prossimo a disperare della riuscita dell’opera, gli apparve lo stesso Tubalcain, uno dei suoi avi. Questi gli disse che doveva gettarsi tranquillamente nel fuoco perché egli sarebbe stato invulnerabile ad esso. Hiram lo fece e giunse sino al centro della Terra. Tubalcain lo condusse da Caino, che era laggiù nello stato dell’originaria condizione divina. Hiram venne ora iniziato nel segreto della creazione del fuoco, nel segreto della fusione dei metalli e così via. Ottenne inoltre da Tubalcain un martello e un Triangolo d’Oro, ch’egli avrebbe dovuto portare al collo. Quindi tornò indietro e fu veramente in grado di eseguire il Mare di Bronzo, di riportare in ordine la fusione.

A questo punto egli conquistò la mano della Regina di Saba. Ma venne sorpreso dai tre compagni e ucciso. Però prima di morire gli riuscì ancora di gettare il Triangolo d’Oro in un pozzo. Ora, poiché nessuno sapeva ove fosse Hiram, lo si cercò, Salomone stesso era angosciato e voleva sapere che cosa fosse accaduto. Si temette che i tre compagni avessero tradito l’antica Parola di Maestro e ne venne perciò convenuta una nuova. Le prime parole dette al ritrovamento di Hiram, sarebbero state la nuova Parola di Maestro. Quando Hiram fu ritrovato,  egli poté dire ancora alcune parole. Disse: Tubalcain mi promise che io avrei avuto un figlio, il quale a sua volta avrebbe avuto molti figli che avrebbero popolato la Terra e avrebbero condotto a termine la mia opera – L’edificazione del Tempio. Poi indicò il luogo dove sarebbe stato trovato il Triangolo d’Oro.  Questo venne portato al Mare di Bronzo ed ambedue vennero custoditi in uno speciale luogo del Tempio, nel Sancta Sanctorum. Essi possono venir ritrovati soltanto da coloro che posseggono la comprensione di cosa debba significare l’intera leggenda del Tempio e del suo architetto Hiram».

Come si vede facilmente, è forte in questa esposizione di una parte della Leggenda del Tempio, l’opposizione tra l’impulso prometeico-cainita e quello epimeteico-abelitico. Ed una conferma l’abbiamo in un’altra lezione esoterica, tenuta anch’essa a Berlino il 2 dicembre 1904, nella quale vien detto:

«Uno degli Elohim si congiunse con Eva, e da questa unione di uno dei creatori divini provenne Caino. Poi un altro Elohim – vale a dire Jehova o Adonai – creò Adamo, che occorre rappresentarsi come l’uomo originario della nostra terza razza radicale. Questo Adamo si congiunse ora con Eva, e da questa unione provenne Abele. Abbiamo così all’origine del genere umano due punti di partenza: Caino, il rampollo diretto di uno degli Elohim e di Eva, e Abele, il quale per così dire mediante l’ausilio di un uomo divinamente creato, di Adamo, è il vero e proprio uomo di Jehova.

L’intera concezione, che sta alla base della storia della creazione della Leggenda del Tempio, parte dal fatto che Jehova ha una sorta d’inimicizia contro tutto quel che proviene dall’altro Elohim e dai suoi discendenti, i figli del Fuoco – così vengono chiamati nella Leggenda del Tempio i discendenti di Caino – e dal fatto che egli suscitò discordia tra Caino e la sua stirpe ed Abele  e la sua stirpe. La conseguenza di ciò fu che Caino uccise Abele. Questa è l’inimicizia originaria, che sussiste tra coloro che hanno la loro esistenza come una specie di dono degli Dèi e coloro che elaborano tutto loro stessi. Che Abele sacrifichi al Dio Jehova degli animali, che Caino invece sacrifichi i frutti della Terra, ciò mostra anche nella Bibbia l’opposizione tra la stirpe di Caino e la stirpe di Abele. Caino deve con duro lavoro strappare alla Terra, quel che è necessario per gli uomini. Abele prende quel che già vive, quel che è già preparato alla vita. La stirpe di Caino crea per così dire il vivente dal non vivente. Abele prende il già vivente, ciò a cui la vita è stata già insufflata. Il sacrificio di Abele è accetto a Dio, quello di Caino invece no.

Vediamo così che in Caino e Abele vengono caratterizzati due tipi di umanità. Un tipo è quello che prende quel che viene preparato dalla Divinità, l’altro tipo – la libera umanità – è quello che lavora il suolo terrestre e che si sforza di strappare il vivente dal non vivente. Si considerano come Figli di Caino coloro che comprendono la Leggenda del Tempio e vogliono vivere nel senso di questa Leggenda. Dalla stirpe di Caino provengono tutti coloro che hanno creato le autentiche arti e scienze umane: Tubal-Cain, l’autentico architetto e Dio delle fucine e degli utensili da lavoro; e anche quell’Hiram Abif o Adonhiram, l’eroe della Leggenda del Tempio. Questo Hiram fu chiamato dal re Salomone, che è famoso per la sua saggezza, appartiene dunque alla stirpe dei Figli di Abele, che hanno ricevuto la loro saggezza infusa come dono da Dio. Abbiamo così di nuovo rinnovata alla corte di Salomone l’opposizione: Salomone il saggio e Hiram il libero lavoratore, che si è conquistata la saggezza lavorando umanamente.

Salomone chiama alla sua corte Balkis, la Regina di Saba, e come essa compare alla corte, ella scorge in lui qualcosa come una statua, fatta d’oro e di pietre preziose. Come donato all’umanità dagli Dèi, così egli appare in maniera monumentale alla Regina Balkis. Quando ella ammira la grande opera, il Tempio di Salomone, vuole anche conoscere l’architetto e lo conosce pure. Con un semplice sguardo che l’architetto le gettò, ella conosce tutto il valore di Hiram. Salomone concepisce subite una sorta di gelosia per Hiram. Questa aumenta particolarmente allorché Balkis, la Regina, ottiene, che le si presentino tutti gli operai, che prendevano parte all’edificazione del Tempio. Salomone dichiara ciò impossibile; Hiram, invece, lo accorda. Questi sale su una collina fa il mistico segno del Tau e in seguito a quello accorrono tutti gli operai. Il volere della Regina è adempiuto.  

A Salomone, perciò, è contrario ad opporsi ai persecutori di Hiram, ad affrontarli. Un muratore siriano, un carpentiere fenicio e un minatore ebreo avevano intenzioni ostili nei confronti di Hiram. Giacché questi tre compagni non erano affatto riusciti a conoscere da Hiram Abif la Parola di Maestro. La Parola di Maestro era quella che avrebbe realmente reso i compagni capaci di costruire in maniera indipendente. Questa Parola di Maestro è un segreto che spetta unicamente ai capaci. Essi presero perciò la decisione di fargli qualcosa.

L’occasione a tal fine fu trovata allorché Hiram Abif volle fondere il suo capolavoro, il Mare di Bronzo. Il movimento delle acque doveva venir fissato nella forma. Il mare agitato doveva essere fissato in maniera vivente, artistica, nella forma rigida. Questo è l’importante. I tre compagni avevano concertato di agire sulla colata, cosicché essa, invece di colare nello stampo, si spandesse nell’ambiente intorno. Hiram, quindi, la volle arrestare col versare dell’acqua nella colata di fuoco,  ma con ciò il metallo sprizzò nell’aria e ricadde nuovamente con terrificante violenza come pioggia di fuoco. A quel punto neppure Hiram poté più fare niente. Ma improvvisamente risuonò una voce: Hiram! Hiram! Hiram! Questa voce lo invitò a gettarsi nel mare di fiamme. Egli lo fece e sprofondò sempre più profondamente fino al centro della Terra, ove è la scaturigine del fuoco. Là egli trovò due figure: il capostipite Tubalcain e lo stesso Caino. Caino era illuminato dai raggi di Lucifero, l’angelo di luce. Ora Tubalcain consegnò a Hiram il suo martello, che aveva la magica forza di ricostruir tutto, e gli disse: Tu avrai un figlio, che avrà intorno a sé un popolo di sapienti, e sarai il capostipite di coloro che provengono dal fuoco, che rende pieni di sapienza e di pensiero. – Il mare di Bronzo venne a questo punto ricostruito con l’ausilio del martello.

Hiram aveva poi rincontrato di nuovo la Regina Balchis davanti alla città. Ella divenne sua sposa, ma egli non poté bandire la gelosia di Salomone né la vendetta dei tre compagni. I tre compagni lo uccisero. Inoltre egli poté salvare solo il Triangolo, sul quale era incisa la Parola di Maestro, gettandolo in un pozzo profondo. Poi egli fu seppellito e sulla sua tomba venne piantato un ramo d’acacia. Il ramo d’acacia rivelò a Salomone la tomba. Venne trovato anche il Triangolo. Esso venne rinchiuso e sotterrato. Solo pochi  conoscono il luogo. Venne stabilito: La prima parola che sarebbe stata pronunciata dopo il ritrovamento del cadavere, avrebbe dovuto essere la nuova Parola di Maestro. La nuova Parola di Maestro è quella che è divenuta quella dei Frammassoni. Essi fanno risalire con un certo diritto la loro origine a questa leggenda del Tempio, a quei giorni antichi nei quali il Re Salomone edificò il Tempio, come monumento durevole di quel che rappresenta il segreto della quinta razza radicale».

Oggi la prometeica e cainita Via del «fuoco», passa necessariamente per la Via del Pensiero, ovverossia passa per l’esperienza fattiva, pratica, della Concentrazione, nella quale il prometeico e cainitico «fuoco» del volere suscitato nel pensare – il ‘calor cogitationis’ lo chiama Massimo Scaligero in alcune lettere – supera l’abelitico ed epimeteico pensiero riflesso. Nel pensare volitivo, il ‘fuoco’ prometeico solare dissolve l’intellettualità lunare dell’anima razionale-affettiva, che è espressione ancora della natura caduta. E ancor oggi operano l’«invidia degli Dèi», «gelosia» e «invidia» jahvetiche, che si manifestano ripetutamente contro la Via del Pensiero, contro l’intensa pratica della Concentrazione, sconsigliata, o addirittura definita dalla parte avversa «via del sublime egoismo». Ad esse viene morbidamente contrapposta un’abelitica ed epimeteica «via dell’anima», che spinge a permanere in una passiva sentimentalità misticheggiante, in un discorsivo pensiero razionale, discettante brillantemente su tutto, ma che non osa infrangere i limiti bronzei entro i quali è tenuta prigioniera l’anima razionale-affettiva, limiti che solo il prometeico «fuoco» del pensare volitivo, portato nella Concentrazione può superare. Da qui, per coloro che rinunciano all’impresa spirituale, la ricerca di un gregge e di un pastore, di chiese e chiesuole, di petites chapelles, con tutta la loro invidiosa mediocrità.

L’impulso umano alla Conoscenza e alla Libertà è un impulso prometeico. Il vivere umano privo di questo impulso è un vivere insulso.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

LIBERAZIONE O LIBERTA'?

 prometeo

«Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
».

Dante, Purg., I, 70-72.

Prendo spunto da un’osservazione, giustissima, della nostra cara Marzia, che – sia detto senza veruna piaggeria – si sta rivelando sempre più pensatrice profonda e al contempo poetessa delicata, la quale così commenta il precedente articolo Libertà e liberazione:  

«Mi colpisce il titolo che hai dato al tuo scritto: Libertà e liberazione, ma permettimi, forse si potrebbe anche dire Liberazione e libertà, perché in questi due concetti si può veder racchiusa tutta l’evoluzione dell’ uomo, dal passato al futuro, come dici tu».  

In effetti, proprio qui sta il punto centrale della questione, che dà significato ed orientamento a tutto il difficile cammino e al soffrire dell’uomo: il quale per realizzare, in libertà e per amore, il compito che l’Assoluto – secondo l’immagine mitica e vera del Concilio degli Dèi, mirabilmente postaci davanti all’anima da Massimo Scaligero –  ha dato ai Numi delle Gerarchie Celesti, deve affrontare un percorso, un ben problematico e difficile percorso.

E non è a caso che in India, nella Madre India, non si parli di filosofie o di metafisiche, secondo l’uso occidentale, di origine ellenica, bensì di vari marga, ovvero «sentieri», e di diversi darshana, ossia «visioni». E questo sia nell’Induismo, che nel Buddhismo e nello stesso Jainismo. Tuttavia, anche nella Grecia più antica, la parola ϑεωρία, theorìa, non aveva affatto l’attuale significato di astratta ‘teoria’, ossia di ‘speculazione mentale’, bensì aveva il significato di ‘contemplazione’, di ‘visione’, derivando dal verbo θεωρέω, theorèo, “guardo, osservo”,  il quale a sua volta deriva da da θέα, thèa, “spettacolo”, “scenario”, o θαῦμα, thâuma, “visione”  e ὁράω, horào, “vedo”, quindi non cerebrale speculazione, bensì concreta percezione del sensibile e del sovrasensibile.  

E, come affermato nel quadruplice Veda: «la Realtà è una, le verità sono molte», cioè molte sono le «visioni», i darshana, che corrispondono alle diverse esperienze interiori, e molti sono i «sentieri», i marga, che portano alle diverse visioni degli innumerevoli aspetti, tutti singolarmente veri,  dell’Unica Realtà, dell’Assoluto: rari sono quegli Eroi della Conoscenza che attingono alla visione suprema dell’unica Verità-Realtà, che include in se stessa e giustifica tutte le altre verità parziali, tutte le «visioni» provvisoriamente o condizionatamente vere. Vi è una verità «relativa», samvritisatya, provvisoria, ma assolutamente necessaria al cercatore spirituale, e vi è una verità «assoluta», paramarthasatya, che è al di là di ogni concetto e definizione umana meramente verbale, e tuttavia conoscibile e realizzabile dall’asceta audace e consacrato. Il che, naturalmente, esclude ogni dogmatismo, ogni integralismo. Ed esclude altresì ogni proselitismo, perché ognuno possiede la sua verità, o la sua parte di verità, la propria frammentaria e condizionata «visione» dell’Unica Verità-Realtà.  

Chi arrivi a scorgere la limitatezza della propria condizionata visione, chi senta la provvisorietà della propria piccola o grande verità, avverte al contempo, nelle profondità del proprio essere, quello che nella Filosofia della Libertà viene chiamato l’«impulso umano alla conoscenza». È questo impulso che rende l’uomo insonne, che lo spinge a non riposare, a non accontentarsi del già fatto, a non vivere spiritualmente di rendita, che lo spinge alla visione audace del futuro,  e all’azione creativa, realizzatrice di ciò che ancora non esiste. È questo impulso che spinge, come l’Ulisse dantesco, a dire:  

«“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”».

Dante, Inf., XX, 112-120.

Questo voler, come l’Ulisse dantesco, «divenir del mondo esperto», questo non accontentarsi del già fatto, del già conosciuto, questo voler «non viver come bruti», bensì sceglier di «seguir virtute e canoscenza», è ciò che spinge l’essere umano alla ricerca della Conoscenza: di quella Conoscenza che è «liberazione» dal passato, dal già fatto, da ciò che è meramente donato e non conquistato, non autonomamente realizzato, ed è «libertà» di creare, immaginare, agire, conquistare, realizzare oltre il passato. 

Questo impulso umano alla Conoscenza, questo impulso alla libertà di una realizzazione creatrice, e non semplicemente ripetitrice del «passato», del «divenuto», del «fatto», è ciò che rende l’uomo autenticamente e compiutamente «uomo». Di conseguenza, per chi voglia essere compiutamente uomo la Conoscenza non può essere «rivelazione», come nelle antiche, sia pur venerande, theosophiae, bensì autonoma scoperta, audace conquista, e realizzazione dell’uomo che, veramente, voglia esser tale e, quindi, per lui essa deve essere, inevitabilmente, una anthroposophia, e la verità stessa ormai non può più essere – e per rari eroici asceti non fu mai – un «pensato», un già «fatto», un già «prodotto», passivamente accolto dall’uomo: accolto, appunto, come rivelazione nel conoscere e come legge nell’agire umani. Per l’uomo compiutamente «uomo», la verità non può che essere un «atto», non certo un mero «fatto», e come tale deve essere libera e autonoma produzione dell’uomo stesso. In quanto tale, la verità sarà scoperta, non rivelazione; sarà conquista, non accoglimento; sarà attiva produzione, non passiva fruizione; attiva intuizione spirituale, e non estatica, immota, stupefatta ricezione. Per cui, l’uomo libero non conosce altra fonte di conoscenza e di verità che quella del suo autonomo conoscere, ed altra legge al suo agire che quella ch’egli autonomamente intuisce nel suo conoscere e liberamente prescrive al proprio agire.  

Contro la nascita dell’uomo libero, che è l’«uomo vero», vi è tutto un antico mondo che congiura e si oppone. È importante, anzi cruciale, scoprire chi e che cosa si oppone ad una tale nascita. Abbiamo visto, dalla narrazione del mito-verità del Concilio degli Dèi, come i Numi abbiano incaricato, coartandole a tale funzione, tutta una serie di inferiori deità secondarie, affinché agissero come «spiriti dell’ostacolo» nei confronti del nascente e diveniente essere umano. Ora, queste inferiori deità ostacolatrici sono state «forzate» al loro ingrato compito, ovvero non lo hanno «scelto», e sono state altresì «forzate» a rimanere indietro nella loro evoluzione spirituale, in modo che il loro «ritardo» agisse come un «freno» e un «ostacolo» al cammino dell’uomo, come un velo progressivamente sempre più oscurante nei confronti della visione che egli aveva del Mondo Spirituale e degli Dèi.  

In sostanza, attraverso l’operare di questi «spiriti dell’ostacolo», l’uomo venne sempre più tagliato fuori dalla comunione cosciente col Mondo Spirituale. In lui si estinsero progressivamente la visione e la coscienza sovrasensibile. Ma tale visione, tale coscienza, non erano un suo «atto», una sua conquista e realizzazione, bensì un grazioso dono degli Dèi. Ciò che non è nostro atto, nostra conquista cosciente, nostra libera produzione e realizzazione, non dipende da noi e può essere da noi perduto in qualsiasi momento, indipendentemente dalla nostra volontà. Il dipendere da condizioni a noi estranee o da una volontà non nostra è la non-libertà. Massimo Scaligero afferma molte volte, con assoluta chiarezza, che:  

«Se l’Uomo Primordiale fosse stato realmente signore e autore del suo stato di sovrumana grandezza, certamente non sarebbe mai potuto decadere da esso: certamente non lo avrebbe mai smarrito».  

Ma così non era, e ciò che era solo un dono, di necessità andò smarrito. Anzi, all’uomo, senza minimamente consultarlo, tale dono fu tolto. E questa fu la più grande fortuna per l’uomo. Questo processo di privazione della coscienza sovrasensibile e l’esser tagliato fuori dalla comunione col Mondo Spirituale, oramai è un fatto compiuto, e le conseguenze sono dinanzi all’uomo. Uniche eccezioni sono esseri ancora non completamente umanizzati, ossia non compiutamente uomini, non completamente caduti nella prigionia della materia, nell’esclusiva visione sensibile, recanti in se stessi vestigia più o meno decadenti e involute di antichi stati di coscienza, nei quali essi si attardano, ed esseri che, al contrario, lo stato umano lo hanno esaurito, esseri che hanno sciolto l’enigma della Sfinge ed hanno superato audacemente l’abisso, risorgendo spiritualmente dalla contraddittoria labilità umana. Quelli, gli «attardati», dovranno diventare un giorno uomini, liberandosi di un atavismo che li frena e che può gravemente farli deviare. Questi, i «superatori» dell’umano, sono gli «Uomini Veri»: sono e saranno loro gli autentici aiutatori dell’uomo.  

Ma anche gli Dèi, come abbiamo avuto modo di vedere in Libertà e liberazione, non sono liberi e, pur avendo vasta coscienza sovrasensibile e profonda sapienza, non hanno autocoscienza, anzi attendono dall’uomo vincitore la realizzazione di Autocoscienza, Libertà e Amore. Si può autenticamente amare solo se si è liberi, e si è veramente liberi solo se si è autocoscienti. Ma né Dèi né «spiriti dell’ostacolo» sono liberi. Si può amare veramente, solo ciò che si conosce perché, come afferma Leonardo da Vinci:  

«Il grande Amore è figlio della grande Conoscenza: chi tutto conosce, tutto ama».  

Si potrebbe, a mio avviso, anche vedere la cosa alla rovescia ed affermare, temerariamente, che:  

«la grande Conoscenza è figlia del grande Amore: chi tutto ama, tutto conosce».  

Le due affermazioni sono entrambe vere, perché – come afferma tutta la tradizione ermetica – si conosce veramente solo divenendo la cosa conosciuta: per conoscere veramente che cosa sia l’amore, bisogna amare, ossia è necessario divenire esseri amanti: trasformarsi, amando, nell’essere amato. Ora, si può dire che, salvo eccezioni, gli Dèi – pur essendo l’uomo «la mèta delle Gerarchie» – non conoscano, amino l’uomo. Se lo conoscessero e lo amassero realmente, nel conoscerlo e nell’amarlo, essi si trasformerebbero nell’uomo, e realizzerebbero essi, per loro moto autonomo, quella libertà che invece attendono, come dono, dall’uomo libero. Ma pochi Dèi hanno osato divenire uomini; pochi Dèi hanno osato abbandonare la fruizione di quel loro rango divino, nel quale essi sono, come dicevano gli Elleni, αθάνατοι, athànatoi, immortali, e μακάριοι, makàrioi, certamente beati, felici, ma non liberi.  

Nella mitologia ellenica gli Dèi, Zeus compreso, sono sottoposti alla Μοῖρα,  Mòira, – voce che deriva dal verbo greco di μείρομαι, mèiromai: «avere in parte, ricevere in sorte» – all’imprescrutabile Destino che li sovrasta e tiene a freno il loro volere. Destino che i Romani chiamavano Fatum. Zeus, o detto alla latina, Giove, non si rivela sempre poi così benevolo nei confronti della razza degli uomini. Infatti, egli non solo subisce l’imprescrutabile volere della Moira, o del Destino, e di Ἀνάγκη,  Anànke, la Necessità, ma nei confronti della stirpe umana è roso, dentro di sé, anche da quella che gli autori greci chiamavano l’«invidia degli Dèi». Ora si invidia ciò che non si ama, e ciò che non si ama, non lo si ama perché non lo si conosce. Se non si conosce, e di conseguenza non si ama, bensì si invidia, sicurissimamente non si è liberi. La Conoscenza, nel suo trasformarsi nella cosa conosciuta, è di per sé Amore. Questo è il grande segreto del pensiero, descrittoci nella Filosofia della Libertà e nel Trattato del Pensiero Vivente : il pensante nell’atto del pensare, che «obliando» se stesso si fa forma dell’oggetto pensato, compie, con abnegazione, un elevato, e il più disinteressato, atto d’Amore. Parlando dell’esperienza intuitiva del pensiero puro, Rudolf Steiner nell’aggiunta alla seconda edizione (1918) all’ottavo capitolo della Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 120, così scrive:  

«Questo immergersi [nelle manifestazioni del mondo] avviene con una forza fluente entro la stessa attività pensante, la quale è forza d’amore di natura spirituale».  

Possiamo qui vedere quanto sia radicalmente falsa, e fondamentalmente errata, l’affermazione che: «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica». In effetti, essa è esattamente il contrario: è l’azione più determinatamente voluta, quella più cosciente, e persino quella più morale – perché più libera – che si possa concepire. Una tale azione era inconcepibile nell’antico mondo della Rivelazione e della Legge, le quali esigevano passiva accoglienza e obbediente sottomissione, non autonoma ricerca e conquista della Conoscenza e della Libertà.  

Se l’uomo fosse rimasto ligio alla Rivelazione e alla Legge, che ne sarebbe stato di lui, della finalità della sua esistenza, della sua  missione o «destinazione», come la chiamerebbe Johann Gottlieb Fichte? La risposta la troviamo in una lezione della prima Scuola Esoterica, che l’amico Silvano Mirami ha tradotta, ma non ancora pubblicata,  e che ci ha gentilmente messo a disposizione. In quella lezione esoterica, del 23 maggio 1904, tenuta a Berlino, Rudolf Steiner afferma:  

«Una parte delle individualità, che allora si incarnarono, formarono la stirpe di coloro che in seguito si diffusero come Adepti sull’intero mondo. Erano gli Adepti originari, non coloro che chiamiamo oggi Iniziati. Coloro che oggi chiamiamo Iniziati non attraversavano allora ancora nessuna incarnazione. Tuttavia non si incorporarono allora tutti quelli che potevano trovare corpi umano-animali, ma solo una parte. Un’altra parte si ribellò al corso dell’incarnazione per precise ragioni. Essi attesero a tale scopo sino alla quarta razza. La Bibbia accenna a quel momento in maniera misteriosa e profonda: i Figli degli Dèi trovarono che le figlie degli uomini erano belle e si unirono ad esse.

Cioè, cominciò in quel momento in epoca più tardiva una incarnazione di coloro che avevano aspettato. Noi chiamiamo questo gruppo i «Figli della Saggezza», e sembra quasi che in vi sia una certa presunzione ed un certa superbia in loro. Prescindiamo ora dalla piccola eccezione che sono gli Adepti. Se si fosse allora incarnata pure quest’altra parte, l’essere umano non sarebbe mai giunto alla chiara coscienza, nella quale egli vive oggi. L’essere umano sarebbe rimasto impantanato in un ottuso stato di trance. Egli avrebbe assunta la coscienza, che oggi potete trovare negli ipnotizzati, nei sonnambuli e così via. In breve, gli esseri umani sarebbero rimasti in uno stato di coscienza sognante. Ma sarebbe poi mancata loro una cosa straordinariamente importante, se non addirittura la più importante: il sentimento della libertà, la scelta autonoma dell’uomo sul Bene e sul Male a partire dalla sua propria coscienza, dal suo Io».  

La cosa non è di poco conto. E che non sia tale è dimostrato, nella versione biblica della Genesi, sia dalle parole del serpente, sia dalla successiva reazione di Jahvè. Ecco che cosa disse il serpente ad Eva, la madre dei viventi, nella traduzione ottocentesca del valdese Giovanni Luzzi.

«Or il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti; ed esso disse alla donna: ‘Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?’. E la donna rispose al serpente: ‘Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al giardino Iddio ha detto: Non ne mangiate e non lo toccate, che non abbiate a morire’. E il serpente disse alla donna: ‘No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male’. E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si apersero gli occhi ad ambedue».  

Il lettore deve tener conto solo che, là dove il Luzzi traduce ‘l’Eterno Iddio’, nel testo ebraico vi è Jahvè Elohim, e dove traduce ‘Iddio’ in ebraico vi è Elohim, che come noto agli ebraisti, è un plurale. Come del resto sapeva anche Girolamo, tant’è che nel suo latino della Vulgata traduce così: «et eritis sicut dii scientes bonum et malum», ovvero: e sarete come gli Dèi, conoscitori del bene e del male. Ora il testo biblico non afferma affatto che il serpente – serpens nella Vulgata di Girolamo, ὄφις, òphis, nella traduzione greca dei Settanta, e nahash nel testo ebraico – mentì ad Eva, né tampoco afferma che il «frutto dell’Albero della Conoscenza» fosse di per sé mortifero. Viene detto esplicitamente che, avendolo mangiato, l’uomo è divenuto «come gli Dèi», ed è anzi Jahvè, proprio per tale motivo, a rendere mortale l’uomo, impedendogli l’accesso all’Albero della Vita. Si comprende, dunque, la funzione sommamente positiva che gli Gnostici Ofiti o Naasseni davano al «serpente», il quale fece dono all’uomo di quella γνῶσις-gnōsis, di quella Conoscenza, che lo avrebbe condotto dal sogno al risveglio e dal servaggio alla libertà, nonché la loro dichiarata ostilità nei confronti dello Jahvè dell’Antico Testamento, del dio geloso che dette la Legge, che esigeva punizioni, sacrifici cruenti e stragi, il quale per loro, come per tutti gli Gnostici, non era affatto il Padre. Infatti, nella traduzione di Giovanni Luzzi è detto:  

«Poi l’Eterno Iddio [ovvero: Jahvè Elohim] disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo’».  

Mentre nel terzo capitolo del  Vangelo di Giovanni, invece, viene detto a Nicodemo: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna», e nell’ottavo capitolo è scritto: «e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi», mentre nel decimo capitolo possiamo leggere: «Gesù rispose loro: Non è egli scritto nella vostra legge: Io ho detto: Voi siete dèi?».  

Come non ricordare il detto dell’Oracolo di Delfi, nel quale il Nume, parlando per bocca della Pizia, dice:

«Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dèi. Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dèi».  

Quindi è nell’uomo che sono da cercarsi l’Albero della Vita, l’Albero della Conoscenza e l’occulto Tesoro degli Dèi, perché, come anche detto nelle Upanishad, retaggio della sapienza vedica indiana, che prescrive l’atmanam viddhi, analogo all’ellenico γνώθι σεαυτόν, gnòthi seautòn, ovvero, in entrambi i casi, l’apollineo «conosci te stesso»:  

«Questo supremo Brahman, Atman universale, immensa dimora di tutto ciò che esiste, più sottile di ogni cosa sottile, costante: in verità è te stesso, perché Tu sei Quello (Kaivalya Upanishad, I, 16).  

Quando si è conosciuto l’Atman supremo, che riposa in un posto nascosto, senza parti e senza dualità, quale Testimone, esente dall’essere e dal non-essere, si perviene alla condizione dell’Atman universale (Kaivalya Upanishad, II, 23-24)».  

Nella citata lezione esoterica, Rudolf Steiner mostra la vicenda dell’uomo ostacolato nel suo affannato divenire dalla «invidia degli Dèi»:  

«La Genesi  – in quella forma che essa precisamente ha già ricevuto sotto gli influssi provenienti da quel sentimento che ho caratterizzato dicendo che di fronte a un Deva esisteva un certo spavento –  la Genesi chiama questa ritardata incarnazione la «caduta», il peccato originale. Il Deva attese e discese solo allorché l’umanità fisica si era già ulteriormente evoluta per poter quindi prender prima possesso del corpo fisico, onde poter sviluppare poi una più matura coscienza di quanto non fosse prima della caduta.

Così vedete come l’uomo abbia acquistato la sua libertà attraverso il fatto che la sua natura si è deteriorata, perché egli ha atteso con l’incarnazione fino a che la sua natura fosse discesa in una più densa condizione fisiologica. Nella mitologia greca si era conservata una coscienza profonda di questo fatto. Se l’uomo fosse giunto già prima all’incarnazione – così diceva il mito dei Greci – sarebbe accaduto quel che voleva Zeus, allorché gli esseri umani si trovavano ancora nel «Paradiso»: Egli voleva renderli felici, ma come esseri incoscienti. La chiara coscienza sarebbe stata riposta unicamente presso gli Dei e l’uomo sarebbe rimasto privo del sentimento della libertà. La ribellione dello Spirito luciferico, dello Spirito del Deva nell’umanità, il quale volle discendere per evolvere a partire dalla stessa libertà, viene simboleggiato nella saga di Prometeo. Ma egli deve espiare questo tentativo con il fatto che un’aquila – simbolo del desiderio – rode incessantemente il suo fegato e gli causa i più tremendi dolori.  

Quindi l’uomo è disceso più in basso e deve ora raggiungere, attraverso la sua propria libera attività cosciente, quel che egli avrebbe dovuto raggiungere attraverso arti e forze magiche. Ma poiché era disceso più in basso, egli deve sopportare dolori e tormenti. Anche questo indica la Bibbia con le parole: Partorirai i figli nel dolore, mangerai il pane nel sudore della tua fronte – e via dicendo. Ciò non significa altro che: l’uomo deve nuovamente innalzarsi con l’aiuto della civiltà.  

La mitologia greca simboleggia in Prometeo il rappresentante dell’umanità che, in libertà, anela attraverso le lotte  per la civiltà . Essa in lui ha rappresentato l’uomo sofferente e al contempo il liberatore. Colui che attua la liberazione di Prometeo è Ercole, del quale ci viene raccontato che si fece iniziare nei Misteri Eleusini. Colui che discende nel mondo infero, era un Iniziato, poiché la discesa agl’Inferi è l’espressione tecnica per l’Iniziazione. Questa discesa agl’Inferi ci viene detta di Ercole, di Ulisse, e di tutti coloro nel caso dei quali abbiamo a che fare con Iniziati che ora vogliono, in seno all’evoluzione attuale, guidare alla sorgente della sapienza primordiale, alla vita spirituale.  

Se l’umanità fosse rimasta al punto in cui si trovava nella terza razza, oggi saremmo uomini sognanti. L’uomo ha fecondato la sua natura inferiore attraverso la sua natura di Deva. A partire dalla sua autocoscienza, la sua coscienza della libertà, egli deve di nuovo sviluppare questa scintilla di coscienza che egli si è portato quaggiù con una giustificata audacia, dunque quella conoscenza spirituale ch’egli non aveva ricercata nel precedente stato non libero. Nella stessa natura umana vi è quella ribellione satanica, che però come anelito luciferico è in effetti la garanzia per la nostra libertà. E a partire da questa libertà sviluppiamo nuovamente una vita spirituale. Questa vita spirituale deve  venire nuovamente accesa nel seno dell’umanità della quinta razza. Nuovamente questa coscienza deve scaturire dagli Iniziati. Essa non deve essere una coscienza sognante, bensì una coscienza luminosa. Sono gli Ercoli dello Spirito, sono gli Iniziati, coloro che fanno progredire l’umanità e disvelano la sua occulta natura di Deva, la conoscenza dello Spirituale. Questo è stato pure l’anelito dei grandi fondatori di religioni: quello di portare nuovamente all’umanità la conoscenza dello Spirituale, che essa aveva smarrito nella vita fisiologica. Gli Atlantidei avevano un’elevata civiltà materiale, e la nostra quinta razza ha ancora  pur sempre molto della vita materiale in se stessa. Questa civiltà materialistica del nostro tempo ci mostra quanto l’uomo si sia coinvolto nella pura natura fisico-fisiologica, come Prometeo nelle sue catene.  Ma altrettanto sicuro è che l’avvoltoio, il simbolo della brama, che rode il nostro fegato sarà eliminato dall’uomo spirituale. A questo vogliono guidare gli Iniziati l’umanità autocosciente, attraverso movimenti, dei quali il movimento teosofico è uno, tali che l’uomo possa nuovamente elevarsi in piena libertà. […]  

L’uomo è disceso sin nel corpo fisico cosicché, al contrario della natura dei Deva, egli consiste di tre principi: corpo, anima e spirito. Il Deva si trova più in alto rispetto all’uomo, egli però non deve superare come l’uomo la natura fisica. La natura fisica deve essere di nuovo trasfigurata cosicché essa possa accogliere la vita spirituale. La stessa coscienza fisiologica dell’uomo, il corpo fisico, come vive oggi, deve accendere in sé in libertà la scintilla della vita spirituale.

Il sacrificio del Christo è un esempio di come l’uomo possa sviluppare, a partire dalla vita fisica, la coscienza superiore. Nel corpo fisico vive il suo io inferiore; ma esso deve essere infiammato, onde si sviluppi l’Io superiore. Solo allora anche da questo corpo fisico possono fluire i fiumi d’acqua viva. Potrà allora apparire lo Spirito, potrà allora riversarsi lo Spirito. L’uomo deve allora divenire morto come Io per questa vita fisiologica. 

Qui risiede l’autentico elemento cristico ed anche il più profondo mistero della Pentecoste. L’uomo vive a tutta prima nel suo organismo inferiore, nella sua coscienza impregnata di desideri. Egli deve vivervi perché solo questa coscienza può dargli libertà sicura della mèta. Tuttavia egli non può rimanervi dentro, bensì deve elevare il suo Io alla natura dei Deva. Egli deve far maturare in se stesso il Deva, generare il Deva,  che diventerà poi uno Spirito di salute, uno Spirito Santo. A tale fine egli deve sacrificare coscientemente il corpo terreno, egli deve a tale scopo sentire il «muori e divieni», onde egli non rimanga «un ospite tenebroso» su questa  «Terra oscura». […]

Come Prometeo viene liberato dalle sue sofferenze attraverso Ercole, così lo sarà l’uomo attraverso la vita dello Spirito. Attraverso il fatto che l’uomo è disceso nella materia egli è pervenuto all’autocoscienza. Attraverso il fatto che egli nuovamente riascende, diventerà un Deva autocosciente. Da coloro che veneravano gli Asura e considerano i Deva come qualcosa di ‘satanico’, da coloro che non volevano penetrare nell’interiorità più profonda, questa discesa viene presentata come qualcosa di diabolico.

Ciò viene indicato anche nella mitologia greca. Il rappresentante della condizione di coscienza non libera è Epimeteo – il postpensatore – il quale non vuole giungere alla redenzione a partire dalla piena libertà, dunque è l’avversario di Prometeo – [il prepensatore]. Egli riceve da Zeus il vaso di Pandora, il cui contenuto – sofferenze e piaghe – alla sua apertura si abbatte sull’umanità. Solo come ultimo dono, vi rimane dentro la speranza, che anche lui in una condizione futura penetrerà in una superiore chiara coscienza. Gli rimane la speranza della liberazione. Prometeo lo sconsiglia di accettare l’ambiguo dono del dio Zeus. Epimeteo non obbedisce a suo fratello, al contrario accetta il dono. Il dono di Epimeteo è meno importante di quello di suo fratello Prometeo».  

Mi sembra che Rudolf Steiner  qui mostri chiaramente la differenza tra l’inerte pensare riflesso – che può solo a posteriori intessere esangui pensati su una realtà apparentemente pre-esistente al conoscere – e il creativo pensare vivente anticipatore e generatore di realtà future. Infatti, in una successiva lezione esoterica del 7 novembre 1904, anch’essa tenuta a Berlino, dedicata al mito di Prometeo, viene detto:  

«Prometeo appartiene al mondo delle leggende greche. Lui e suo fratello Epimeteo sono i figli di un Titano, Giapeto. E gli stessi Titani sono i figli della più antica Divinità greca, di Urano e della sua sposa Gea. Urano, tradotto in italiano, significherebbe «il Cielo» e Gea «la Terra». Sottolineo, inoltre, espressamente che Urano nel mondo greco è come Varuna nel mondo indiano. Prometeo è quindi un Titano, un discendente dei figli di Urano e di Gea, ed anche suo fratello Epimeteo. Il più giovane dei Titani, Kronos, il Tempo, ha detronizzato suo padre Urano e si è impadronito del potere per sé. Per questo egli fu di nuovo detronizzato da suo figlio Zeus e cacciato con tutti i Titani nel Tartaro, nell’Abisso o nel Mondo Infero. Solo il Titano Prometeo e suo fratello Epimeteo aiutarono Zeus. Essi stavano allora dalla parte di Zeus e lottarono contro gli altri Titani.  

Ora, però, Zeus voleva sterminare pure il genere umano, che era diventato arrogante. Allora Prometeo si fece difensore del genere umano. Egli meditò a come egli potesse dare qualcosa al genere umano, con cui potesse salvar se stesso, e non essere più semplicemente dipendente dall’aiuto di Zeus. Ci viene così raccontato come Prometeo avesse insegnato agli uomini l’uso della scrittura e le arti, e soprattutto l’uso del fuoco. Per questa ragione, tuttavia, egli attirò su di sé la collera di Zeus. E a causa di questa collera di Zeus, egli fu incatenato sul Caucaso e lì dovette sopportare per lungo tempo grandi tormenti.  

Ci viene inoltre raccontato come gli Dèi, con Zeus in testa, fecero approntare ad Efesto, il Dio dell’arte del fabbro, una statua femminile. Questa statua era dotata di tutte le proprietà, che sono l’ornamento esteriore della stirpe umana della quinta razza radicale. Questa statua femminile era Pandora. Pandora fu spinta a recare doni all’umanità, dapprima al fratello di Prometeo, ad Epimeteo. A dire il vero, Prometeo mise in guardia il fratello dall’accettare quei doni, questi, tuttavia, si fece persuadere ed accettò i doni degli Dèi. Tutto fu riversato, soltanto una cosa fu trattenuta: la speranza. Questi doni sono in gran parte piaghe e dolori per l’umanità; solo la speranza rimase nel vaso di Pandora.  

Prometeo venne quindi incatenato sul Caucaso, ed un avvoltoio gli rodeva continuamente il fegato. Lì egli soffriva. Ma egli sa qualcosa che è garanzia per la sua salvezza. Egli conosce un segreto, che nemmeno Zeus conosce, ma che questi vuole sapere. Egli invece non lo rivela, malgrado che Zeus gli invii il Messaggero degli Dèi, Ermete.  

Ora, nel corso della leggenda ci viene raccontata la sua stupefacente liberazione. Viene raccontato come Prometeo possa essere liberato attraverso l’intervento di un Iniziato. E un tale Iniziato fu il greco Ercole; Ercole, che aveva eseguito le dodici fatiche. L’esecuzione di queste dodici fatiche è la realizzazione di un Iniziato. Sono le dodici prove dell’Iniziazione, simbolicamente espresse. Inoltre, di Ercole viene detto che si sia fatto iniziare nei Misteri Eleusini. Egli riescì a salvare Prometeo. Tuttavia qualcuno doveva, inoltre, sacificarsi, e per Prometeo si offrì il Centauro Chirone. Questi già allora  soffriva di una incurabile malattia. Egli era metà animale, metà uomo. Egli patisce la morte e attraverso ciò Prometeo venne salvato. Questa è la struttura esteriore della leggenda di Prometeo».  

Rudolf Steiner mostra chiaramente la radicale differenza tra il riflesso, sterile, pensare di Epimeteo e quello vivente, creativo, di Prometeo, con le parole:  

«Suo fratello è Epimeteo. Traduciamo dapprima un po’ le due parole: Prometeo significa in tedesco il pre-pensante, Epimeteo significa il post-pensante. Qui avete due attività del pensare umano chiaramente contrapposte nell’uomo post-pensante e nell’uomo pre-pensante. L’uomo post-pensante è colui che fa agire su di sé le cose di questo mondo e poi in un secondo tempo pensa. […]

Ma nella misura in cui l’essere umano non lasci agire su di sé quel che già esiste, bensì crea qualcosa di futuro, è uno scopritore e un inventore, egli è un Prometeo, un pre-pensante. Mai si sarebbero potute compiere invenzioni se l’uomo fosse soltanto Epimeteo. Una invenzione viene compiuta per il fatto che l’uomo crea qualcosa che non esiste ancora. Dapprima ciò esiste nel pensiero, e dopo viene trasformato nella realtà. Questo è il pensare prometeico».  

Poco oltre, nella medesima lezione esoterica, viene messo in evidenza qualcosa di veramente importante:  

«L’umanità mortale deve durante la quinta razza stare sulle proprie gambe. Questa umanità viene rappresentata da Prometeo. Essa soltanto portò le Arti umane e l’Arte originaria del Fuoco. Zeus è geloso di essa, giacché gli esseri umani crescono diventando i loro propri Iniziati, che nella sesta razza radicale prenderanno la direzione nelle loro mani. Ma questo l’umanità se lo deve prima conquistare. Per questo il suo Iniziato originario deve dapprima prendere su di sé tutte le sofferenze.

Prometeo è l’Iniziato primigenio della quinta razza radicale, colui che è iniziato non solo nella saggezza, bensì anche nell’azione. Egli attraversa tutte le sofferenze, e verrà liberato da colui che matura per liberare poco a poco l’umanità ed innalzarla al di sopra dell’elemento minerale».  

Ora, il «fuoco» che Prometeo dona agli uomini, e che li scuote dal torpore, svegliandoli alla vita intelligente, non è solo il fuoco materiale che scalda, bensì  – per chi sa vedere in profondità – esso ha molta relazione con quel trasmutante «fuoco» ermetico che ha la virtù di trasformare i «metalli vili» in «oro filosofale», e di «angelificare» il semianimale uomo mortale, trasmutandolo in un Nume o, come direbbe il mio amato Dante, di «indiarlo».  Non è difficile vedere come l’«invidia degli Dèi», propria di Zeus, abbia molti caratteri in comune con l’apprensiva preoccupazione di Jahvè che l’uomo conseguendo, indipendentemente da lui, la «Conoscenza del bene e del male», diventasse uguale agli Dèi. E che, come fu Zeus col «dono» del vaso di Pandora, e non Prometeo col dono del Fuoco, colui che riversò mali e sciagure sull’umanità, così fu Jahvè con l’interdire ad Adamo ed Eva di accostarsi all’Albero della Vita, e non il serpente col donare il frutto dell’Albero della Conoscenza, a rendere l’uomo mortale, a riversare su di lui fatica, sofferenza,  malattia ed eziandio la morte. Infatti, persino nel Vangelo di Giovanni si dice che Jahvè, attraverso Mosè, dette la Legge, la Toràh, la quale chiede obbedienza e conformità alle regole esteriori, ma che invece attraverso l’Io Sono, il Logos, l’uomo conosce la Verità e realizza la Libertà.  

È la Conoscenza, la γνῶσις-gnōsis, che fa conoscere la Verità, e di conseguenza rende liberi. Verità e libertà l’uomo se le deve conquistare: non possono essergli donate né da una evoluzione naturale, né da una rivelazione soprannaturale. La Filosofia della Libertà, considerata da questo punto di vista, ha un carattere fortemente prometeico, perché per essa la verità non è la rivelazione di un Essere trascendente, bensì libera produzione dell’uomo conoscente, e il contenuto morale delle azioni umane non viene prescritto dalla legge di un Essere extraumano e trascendente, richiedente incondizionata obbedienza, bensì è anch’esso libera produzione dell’autonomo conoscere umano, della sua propria «fantasia morale». Da questo punto di vista, si può dire che la Filosofia della Libertà e la Scienza dello Spirito che ne deriva, pur non essendo affatto una riapparizione o una ripetizione dell’antica Gnosi, ingiustamente e violentemente combattuta dalle varie chiese, bensì essendo frutto delle attuali forze conoscitive dell’uomo, abbiano un forte carattere «gnostico». Perché è la Conoscenza dell’Io, e non la sottomessa fede dell’anima, quella che realizza Autocoscienza, Libertà e Amore.  

Ad impedire che l’uomo consegua la sua mèta, non sono solo le forze oscuranti e devianti degli «spiriti dell’ostacolo», ma anche una tramontante «natura spirituale», che vuole sopravvivere alla sua trascorsa e un tempo giustificata funzione. Tale «natura spirituale» vorrebbe che l’uomo permanesse in una perenne innocente e irresponsabile infanzia spirituale: vorrebbe «proteggerlo» ad ogni costo, dall’azione distruttiva degli «spiriti dell’ostacolo», ma anche da lui stesso. Perché teme la sua libertà: non conoscendola, non la ama, e la vede come un rischio per lui pericoloso. Vorrebbe – anche attraverso le chiese, che sono la sua espressione terrena – rinchiuderlo in un «paradiso» sicuro, nel quale renderlo obbligatoriamente morale e felice, sacrificando la sua pericolosa libertà. Ma è scritto che: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo. E Massimo Scaligero ricorda l’antico detto iniziatico che: per l’iniziato il Paradiso è una prigione.  

Sono severamente ammonitrici le parole della Filosofia della Libertà, alle pp. 170-171, nelle quali è detto:  

«In determinate condizioni l’uomo può essere indotto a tralasciare l’esecuzione di ciò che vuole. Ma a lasciarsi prescrivere ciò che deve fare, vale a dire voler ciò che altri, e non egli stesso, stima giusto, l’uomo si presta solamente in quanto non si sente libero.

Le forze esteriori possono impedirmi di fare ciò che voglio; e allora mi condannano semplicemente all’inazione o alla non-libertà. Soltanto quando asserviscano il mio spirito, e mi scaccino dalla testa i miei motivi e al loro posto vogliano mettere i proprî, soltanto allora attentano alla mia libertà. Perciò la Chiesa si volge non solo contro l’azione, ma specialmente contro i pensieri impuri, cioè contro i motivi della mia attività. Essa mi rende non libero, quando tutti i motivi che essa non prescrive le appaiono impuri. Una Chiesa o un’altra comunità genera non-libertà, quando i suoi preti e i suoi maestri si fanno dominatori delle coscienze, vale a dire quando i credenti devono prendere da essi, dal confessionale, i motivi delle proprie azioni».  

Quando, nel 1922, persino il Movimento di Rinnovamento Religioso che, attingendo alle comunicazioni di Rudolf Steiner, si era formato in Germania dopo la prima Guerra Mondiale, ebbe la pretesa di imporsi come «Chiesa» dell’Antroposofia, la risposta durissima di Rudolf Steiner fu che la Scienza dello Spirito è una Via di Conoscenza e non una via religiosa, e che essa non ha minimamente bisogno di una religione o di una chiesa. E citò le taglienti parole di Goethe: «Chi ha scienza e arte, ha pur religione. Chi non ha scienza né arte, abbia religione».

Ma molti che, trovando dura, e indubbiamente molto esigente, la Via del Pensiero e l’intensa pratica della Concentrazione, hanno rinunciato all’impresa spirituale, e cercano alibi, accoglienza e rifugio, ed eziandio consolazione, nelle morbide e comode «vie dell’anima», e talvolta anche nelle varie chiese, da sempre «gelose» delle pecorelle del proprio gregge che dicono di amare, e jahveticamente «invidiose» di coloro che non vogliono farsi pecore, né aggregarsi ad un gregge. Ora si è gelosi di ciò che si crede di amare e in realtà non si sa amare, e si è invidiosi di ciò che si odia, perché non lo si conosce e di conseguenza lo si teme.  

Ci sarebbe molto altro da dire, ma forse una savia prudenza, e la volontà di non stancare troppo il volenteroso lettore, consigliano di non prolungare ulteriormente questo articolo. Tuttavia, molto è celato tra le righe e il cercatore diligente potrà fare qualche sorprendente scoperta.  

«Questa, che già qual sia chiaro v’ho mostro,

Forse più che non lice».  

Ode Alchemica, Canzone III, 9.  

Per cui, come dice il mio amato Dante:  

«O voi che avete gl’intelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame delli versi strani». 

Dante, Inf., Canto IX, 61-63. 

«Aguzza qui, o lettor, ben li occhi al vero,
chè ‘l velo è ora ben tanto sottile,
Certo, che ‘l trapassar dentro è leggero».  

Dante, Purg., Canto VIII, 19-21.

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASTROSOPHIA: DIFFERENZE TRA WILLI SUCHER E ROBERT POWELL

Mir85 ha posto una domanda, che sorge spontanea nella mente di molti ricercatori spirituali, una domanda che ritengo importante, alla quale mi sforzerò di rispondere nella maniera più chiara che mi sarà possibile:

willi sucher -

Willi Sucher ( 1902-1985)

Che differenze ci sono fra gli scritti di Sucher e quelli di Robert Powell?

In effetti le differenze sono notevoli ed è bene rilevarle. Poiché è impossibile ad una tale concisa domanda dare una risposta esauriente, che sia altrettanto concisa, mi è sembrato necessario rispondere a Mir85 in maniera più estesa e spero per lui soddisfacente, ossia attraverso il presente articolo. Fondamentalmente, si tratta di una radicale diversità della concezione del mondo dalla quale Willi Sucher e Robert Powell partono, e alla quale costantemente fanno riferimento.

Willi Sucher fu discepolo diretto di Rudolf Steiner, del quale fu seguace sincero e leale durante tutta la sua vita, e allievo di Elisabeth Vreede, colei che il Dottore mise a capo della Sezione Matematico-Astronomica della Libera Università, facente capo al Goetheanum di Dornach. Willi Sucher nei suoi scritti partiva dalla visione del mondo della Scienza dello Spirito, portata nel mondo da Rudolf Steiner, visione che Willi Sucher approfondì con lo studio e alla quale fece sempre riferimento in maniera fedele ed esclusiva. Ma Willi, come lo chiamavano e lo chiamano tuttora coloro che lo ammirano e lo amano, non era un intellettuale astratto: era un fedele praticante interiore, un limpido pensatore, un infaticabile meditatore, un intuitore dello Spirito. E nella incessante meditazione del quarto capitolo della Scienza Occulta di Rudolf Steiner, dedicato alla storia cosmica dell’uomo e alla azione delle Gerarchie, era giunto a vedere sbocciare la percezione diretta di quei grandiosi quadri cosmici. Per le persecuzioni che il regime nazionalsocialista negli anni trenta del trascorso secolo rivolse all’Antroposofia, Willi Sucher fu costretto a lasciare la Germania e a vivere la maggior parte della sua vita in esilio e in condizioni non precisamente agiate.

Robert Powell è un seguace di Valentin Tomberg e del suo contraddittorio «esoterismo cattolico», che diffonde attraverso scritti e conferenze. Cerca di diffonderlo anche all’interno degli ambienti antroposofici, in ciò assecondato anche da taluni antroposofi, i quali non devono evidentemente percepire la differenza radicale tra l’insegnamento di Valentin Tomberg e quello di Rudolf Steiner. È un fatto che Valentin Tomberg, dopo aver operato prima della II Guerra Mondiale nella Società Antroposofica, provocando l’aperta ed energica opposizione di Marie Steiner, e venendo allontanato sia dalla Società facente capo al Goetheanum sia da quella olandese che seguiva Ita Wegman, si avvicinò sempre di più alla Chiesa Cattolica, giungendo a compiere una completa conversione al Cattolicesimo. Tomberg sosteneva che la Missione di Michele era fallita, e fallita era altresì la missione di Rudolf Steiner stesso. Di conseguenza era necessario anticipare l’èra di Orifiele, porsi sotto la «dittatura del Mondo Spirituale», porsi otto la «protezione» della Chiesa Cattolica, accettando Pietro, e di conseguenza il Papa, suo successore, come «Rappresentante dell’Umanità». In ciò rovesciando completamente l’insegnamento di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia. Nelle sue ultime opere, egli arriva a giustificare non solo il magistero della Chiesa, ma persino l’ascesi e l’azione gesuitica, compresa la fede cieca e la oboedientia perinde ac cadaver. Tutto ciò è documentabile attraverso gli scritti di Valentin Tomberg, ed ancor più chiaramente attraverso la giustificata confutazione polemica presente negli scritti di di Sergej Prokofieff e Christian Lazaridès.

Naturalmente, Powell nelle sue conferenze e nei libri «sfuma», tatticamente, questi aspetti più discutibili e urtanti per antroposofi sinceri. Al di là del «verbo» tomberghiano, Powell attinge e deforma ad alcuni aspetti dell’insegnamento antroposofico, che deforma secondo il suo estro. Si tratta della cosiddetta «danza cosmica» e della versione suo – ampiamente «riveduta e corretta» – dell’«Astrosofia». Per quest’ultima attinge a piene mani, saccheggiandola, all’opera di Willi Sucher. I contenuti di tale opera vengono trascinati su un piano, che a molti appare come un’involgarimento ed una intollerabile banalizzazione. In America e altrove, ciò ha portato ad un vero e proprio abuso a scopo commerciale di contenuti sacri, sempre artatamente deformati. Basta leggere quel che Robert Powell scrive «astrologicamente», di tutto ciò che riguarda il contenuto degli eventi narrati nei Vangeli e sul Mistero del Golgotha. Tali eventi vengono esposti con una banalizzazione ed una pedanteria, che ripugnano a chi abbia una sana sensibilità interiore, e soprattutto divergono completamente dalle indicazioni di Rudolf Steiner.

In proposito ognuno si può fare una opinione autonoma, leggendo ad es. quello che viene scritto dall’Astrosophy Research Center, che a Meadow Vista, in California, cura il Lascito di Willi Sucher e cura la pubblicazione delle sue opere. Willi Sucher fu sempre contrario ad ogni forma di commercializzazione, come corsi, seminari e consulti a pagamento, e donò sempre gratuitamente il suo insegnamento e il frutto delle sue pluridecennali ricerche. A proposito delle differenze tra gli scritti di Willi Sucher e Robert Powell, è bene riportare quanto scrive Jonathan Hilton del suddetto Astrosophy Research Center:

«Una risposta al Journal for Star Wisdom 2010

Dal Comitato Direttivo dell’Astrosophy Research Center

Questo articolo è in risposta all’articolo recentemente pubblicato nel 2010 dal Journal for Star Wisdom, con uno staff editoriale che include Robert Powell e membri dello StarFire Research Group. È stato scritto in riferimento all’articolo In memoria di Willi Sucher, di Robert Powell, e per chiarire che lì l’approccio all’Astrosophia, come presentata in tale Journal è fondamentalmente diverso dall’ Astrosophia sviluppata da Willi Sucher nel corso della sua vita. Robert Powell pretende che tale opera sia una “continuazione” della e nella “linea di successione” all’opera di Willi Sucher. Questo non è affatto il caso e il presente articolo riassume perché.

Questo articolo non è scritto per screditare l’impostazione di Robert Powell, ma per informare i lettori della sua significativa divergenza dalla sapienza stellare di Willi Sucher. L’opera di Willi Sucher è fondata sull’opera di Rudolf Steiner, ed essa iniziò con la collaborazione operativa con la Dr.ssa Elisabeth Vreede (1879-1943), che Steiner scelse per essere la prima leader della Sezione Matematico-Astronomica della Scuola di Scienza dello Spirito al Goetheanum a Dornach, in Svizzera.

Willi fondò l’Astrosophy Research Center nel febbraio del 1984, appena un anno prima della sua morte avvenuta nel maggio del 1985, e all’istituzione venne affidata la conservazione e la continuazione della sua opera. Quale membro del Comitato Direttivo dei Direttori dell’Astrosophy Research Center, mi è stato chiesto di chiarire le importanti distinzioni tra la sua Astrosophia e l’approccio alle stelle come presentato nel Journal del 2010.

La prima sezione di questo articolo illustrerà tre differenze fondamentali tra l’impostazione presentata nel Journal e l’opera di Willi Sucher. La successiva parte dell’articolo si rivolgerà a varie affermazioni, imprecise e/o fuorvianti, fatte nel Journal , nell’articolo In memoria di Willi Sucher di Powell.  

Tre differenze fondamentali:

1) Come affermato nella Prefazione editoriale al Journal, Powell ha adottato la Cristologia di una monaca tedesca, Anna Caterina Emmmerich (1774-1824), la quale sperimentò «visioni chiaroveggenti circa le attività, i pensieri, e i sentimenti quotidiani del grande maestro Cristo Gesù, come pure della Madre Maria, di Maria Maddalena, di Giovanni Battista, e di altri». Powell ha accolto queste visioni e calcolato date e periodi specifici per gli eventi della vita quotidiana del Cristo.

Inoltre, nella Prefazione editoriale al Journal, Powell afferma nella nota 1: «Nell’Astrosophia vi sono cronologie differenti della vita del Cristo, e la cronologia che forma la base dell’impostazione seguita nel Journal for Star Wisdom viene espressa nel mio (di Powell) libro Cronaca del Cristo Vivente».

Questa non è la Cristologia sulla quale è basata l’Astrosophia di Willi Sucher, quale viene presentata nel suo libro Il Cristianesimo Cosmico. Per Willi, la mutata relazione dell’essere umano col Cosmo delle stelle a partire dal Mistero del Golgotha e l’unione del Cristo con la Terra è centrale per una nuova Cristologia delle stelle. In Cristianesimo Cosmico, Willi lavora con i ritmi e i “gesti” geocentrici dei pianeti durante il periodo dell’incarnazione del Cristo e in seguito attraverso l’evento dell’esperienza di Paolo sulla via di Damasco. Egli mostra poi come questi ritmi e gesti ricorrenti servano quali archetipi per come l’essere umano possa oggi accogliere le azioni del Cristo e operare verso il loro compimento per la Terra. Per esempio, i ritmi geocentrici di Venere durante i Tre Anni creano una stella a cinque punte ovvero un doppio pentagramma attorno alla Terra. Willi fa corrispondere queste cinque punte ad importanti azioni del Cristo. Questa forma a stella, o a pentagramma, di Venere rimane nei cieli come immagine di Venere, tuttavia le cinque punte ruotano gradualmente attorno allo zodiaco delle stelle cosicché ogni punta può essere considerata in relazione ad ogni costellazione dello zodiaco dagli esseri umani che anelano ad unirsi con l’impulso cristico sulla Terra. Willi presentò sempre queste immaginazioni in una maniera che lasciava  ogni persona libera di scoprire il suo rapporto (di lui o di lei) rispetto a queste “domande” poste da Venere e dagli altri pianeti in relazione agli Eventi del Cristo. Willi incoraggiò sempre i suoi allievi a comprendere come il cosmo delle stelle attenda che l’umanità cominci a “parlare alle stelle” e gli uomini a trasformare gradualmente il cosmo, quali co-creatori insieme con gli Déi.

2) Una seconda fondamentale divergenza dall’Astrosophia di Willi Sucher è nello Zodiaco usato nell’impostazione di Powell. Nella Prefazione editoriale, Powell scrive: «Vi sono molti diversi approcci all’Astrosophia e non tutti usano lo Zodiaco equidiviso che forma la base dell’impostazione seguita nel Journal for Star Wisdom. Tutti i riferimenti allo zodiaco e alle posizioni planetarie nello zodiaco nel Journal for Star Wisdom sono in termini di zodiaco siderale come definito nel mio libro History of the Zodiac». Questo zodiaco viene definito come segue: « La base fondamentale del nostro stile di astrologia venne pioneristicamente creata dal grande maestro Zarathustra, che suddivise migliaia di anni fa i cieli nei dodici segni zodiacali. Questi dodici segni sono segni di eguale ampiezza di 30 gradi».

Willi Sucher non lavorò mai a partire dallo Zodiaco babilonese di dodici segni uguali. Attraverso la sua ricerca e il suo sforzo di portare l’Astrosophia nei tempi moderni, Willi operò con lo Zodiaco siderale delle effettive costellazioni di stelle fisse, con i gradi di demarcazione accettati, in uso dalla moderna astronomia. Questo Zodiaco è basato sulle costellazioni effettivamente osservabili, non sui segni di eguale ampiezza di trenta gradi. Queste sono di diseguale ampiezza. Per esempio, le stelle fisse del Cancro (Cancer) sono una costellazione di minore ampiezza che si estende da 117° dell’eclittica sino a 138° (ossia solo 21 gradi), mentre la costellazione della Vergine (Virgo) si estende da 173° sino a 219° (46 gradi).

Nella Prefazione editoriale al Journal, Powell «incoraggia il lettore ad impegnarsi nella pratica della osservazione stellare», affermando: «Uno dei fondamenti dell’Astrosophia è nella scienza dell’astronomia, che fornisce di una sicura base scientifica la nuova saggezza stellare, la quale per di più, può essere portata nel regno dell’esperienza attraverso della pratica della fissazione stellare». Tuttavia questa osservazione stellare non condurrebbe affatto un osservatore allo zodiaco babilonese di segni uguali di 30°. Per esempio, se si osserva il pianeta Venere sullo sfondo delle costellazioni effettive, Venere sarà spesso in una costellazione che non corrisponde ai segni babilonesi. Venere potrebbe essere, secondo lo zodiaco babilonese, nel segno della Bilancia, mentre in realtà è nella costellazione della Vergine.  

Inoltre, Willi ebbe cura di non scartare lo zodiaco tropico greco, bensì lasciò aperta la possibilità che questo Zodiaco abbia una certa validità da un’altra prospettiva. Proprio come lo Zodiaco siderale delle stelle reali potrebbe essere visto come una finestra aperta sulle realtà astrali (astrali = stellari), così lo Zodiaco tropico usato dai Greci, che è basato sulla localizzazione del punto γ o equinozio di primavera e perciò sulla “vita” stagionale della Terra, potrebbe essere posto in relazione al regno vitale della Terra e al ciclo dell’anno. In maniera analoga, il cosiddetto Zodiaco delle Case, che è basato sull’orizzonte al momento della nascita (cioè sul piano fisico della Terra), potrebbe forse esser posto in relazione maggiormente al regno fisico. Queste furono tutte questioni esplorate e lasciate aperte da Willi come incoraggiamento per la ricerca di altri.  

3) Un punto finale può esser fatto circa la distinzione tra l’opera di Willi Sucher e quella di Robert Powell e dello StarFire Research Group riguarda la pratica di organizzare un business di sapienza stellare e di lettura delle carte del cielo. Willi Sucher offrì seminari, conferenze e consultazioni private per molti anni. Tuttavia mai egli mise un prezzo alla sua opera. Piuttosto egli offrì liberamente la sua opera, confidando su donazioni, che venivano fatte frequentemente da coloro che apprezzavano la sua opera.

Nel 1978 ad una Astrosophy Conference tenuta al Goetheanum a Dornach, in Svizzera, con membri  della Sezione Matematico-Astronomica del Goetheanum, venne concordata una dichiarazione concernente il “business” dell’Astrosophia. Il resoconto di quella conferenza dice:

L’idea di organizzare uno “studio professionale” per consulti e dare pareri venne respinta come non appropriata alla nostra epoca moderna. Ciò non deve porre un tabù sulle carte del cielo, solo non si dovrebbe fare dell’Astrosophia un business. Il Dr. Unger a questo punto ricordò a tutti noi un’affermazione fatta da Rudolf Steiner in rapporto ai pericoli ai quali si sta di fronte allorché si lavora con le stelle di un’altra persona. Egli disse che è possibile interferire col Karma di una persona quando si fa uso dell’Astrologia. Questa affermazione si applica ancor più alla Nuova Sapienza Stellare e dovrebbe essere accolta sobriamente e seriamente da chiunque scruti nelle stelle di chiunque altro.

Le prestazioni offerte sul sito web dello StarFire Reasearch Group non si attengono alla decisione concordata da coloro che erano presenti alla Astrosophy Conference a Dornach.

Sull’articolo, In memoria di Willi Sucher

La sapienza stellare rappresentata da Robert Powell nel Journal è stata per molti anni divergente in maniera significativa dall’opera di Willi Sucher. Di ciò si è parlato frequentemente nella corrispondenza e nelle conversazioni tra i membri dello StarFire Research Group e i membri del Comitato Direttivo dell’Astrosophy Reaserch Center, che include Hazel Straker che si unì a Willi nello sviluppo dell’Astrosophia nel 1945 in Inghilterra, visse nella casa di Sucher lavorando con Willi per quasi 30 anni e continua attualmente la sua opera nel Galles.

Nell’agosto del 2002, il Comitato Direttivo dell’Astrosophy Research Center scrisse una lettera al Consiglio Generale della Società Antroposofica e ad altre istituzioni antroposofiche in America per chiarire questa divergenza e render chiaro che l’opera dello StarFire Group era indipendente da qualsiasi associazione con l’Astrosophy Research Center e l’opera di Willi Sucher.

Nel settembre del 2009, dopo aver ricevuto notifica che «un articolo in lode dell’eredità lasciata da Willi Sucher» doveva venir pubblicato da SteinerBooks in un nuovo numero del Journal for Star Wisdom, assieme alla richiesta di una foto per l’articolo, l’Astrosophy Center scrisse alla Direzione Editoriale del Journal come segue:

L’Astrosophy Research Center riconosce la libertà di ogni individuo o gruppo di individui di perseguire qualsiasi approccio alle stelle che essi possano scegliere, ma il Comitato Direttivo ha deciso che sia la base dell’impostazione che l’impostazione stessa correntemente praticata dai Presentatori della Sapienza Stellare dello StarFire Research Group così come presentata sul sito web www.starwisdom.org e nel materiale venduto sul sito web non sono compatibili con l’approccio alla Sapienza Stellare e all’opera della vita di Willi Sucher.

Perciò chiediamo che in futuro voi non usiate nessuna immagine di Willi Sucher, nessuna immagine o citazione dalle opere di Willi Sucher e/o nessun riferimento all’opera di Willi Sucher per sostenere la vostra opera. Chiediamo altresì che voi rimoviate ogni riferimento a Willi Sucher che possa essere sul vostro sito web o nei vostri materiali promozionali.

Questa richiesta non venne soddisfatta; e l’articolo In memoria di Willi Sucher di Robert Powell, che usava la foto di Willi dell’Astrosophy Center, fu pubblicata nel Journal for Star Wisdom del 2010.

Questo articolo viene descritto come un “tributo” all’opera di Willi; invece, esso è un tentativo di usare Willi Sucher per suffragare una particolare visione astrologica sulla venuta dell’Anticristo, che è basata su di un’unica “conversazione privata” che Mr. Powell asserisce aver egli avuto con Willi o nel 1977 o nel 1982. Non è possibile comprovare o confutare la veridicità di una “conversazione privata”; tuttavia basandoci su ricerche fatte da molte persone, che hanno ampiamente lavorato con Willi, non vi è alcun altra prova di Willi che confermi una carta natale o una identificazione del luogo di nascita dell’Anticristo. Willi non menzionò mai le conclusioni delle quali Mr. Powell gli fa carico in alcuni materiali scritti, e nessun altro allievo di Willi che è stato interrogato a questo proposito, ricorda di tali conversazioni private. Hazel Straker, che lavorò strettamente con lui dal 1945 sino alla sua morte, ha scritto recentemente in risposta ad una domanda a tale proposito: Io ricordo chiaramente il periodo in cui Jean Dixon andava facendo di tali affermazioni. “Ricordo che dopo la sua visione ella disse che era nata una specialissima persona buona e poi, poco tempo dopo, ella cambiò la sua profezia e disse che era una persona molto malvagia. Non ricordo se ella adoprò la parola Anticristo. Ricordò che Willi la considerava come una possibilità. Non ricordo che Willi facesse affermazioni in proposito”.

La conversazione forse avvenne, ma una singola conversazione privata come base per un tributo a Willi in un articolo intitolato In memoria di Willi Sucher forse è un cattivo servizio all’eredità lasciata da Willi Sucher.

Sempre nell’articolo di Powell, viene fatto uno sforzo per creare una “linea di successione” da Willi a Powell nella pubblicazione di molti diversi numeri dello Star Journal lungo molti anni (1965-2010). Egli asserisce, che «l’Astrosophia è nata nel 1965» con il numero iniziale dello Star Journal da parte di Willi, e che l’opera di Willi prima di allora fosse in uno stato embrionale. Egli collega poi  i successivi Journal, incluso il Journal del 2010,  all’iniziale Journal di Willi nel 1965 al fine costruire una “linea di successione” da Willi all’attuale Journal. Ciò è fuorviante e impreciso.

Lo sviluppo dell’Astrosophia di Willi e la pubblicazione dei Journal non suffraga affatto l’asserzione di Mr. Powell. Willi Sucher cessò di contribuire coi suoi scritti ai numeri del Journal nel 1977, salvo un unico articolo finale nell’ultima uscita del Mercury Star Journal alla Pasqua del 1991. Egli non era d’accordo con la direzione nella quale Powell stava portando l’Astrosophia nei vari numeri del Journal. In effetti, Hazel Straker scrive in una recente lettera, «Io ricordo chiaramente Willi che diceva di aver avuto un avvertimento interiore di non scrivere più per il  Mercury Star Journal». I Christian Star Calendar propri di Powell (1991-2009) furono tutti basati su un approccio all’Astrosophia che era una deviazione dall’Astrosophia di Willi Sucher, così come lo è l’attuale Journal. Perciò, pretendere una “linea di successione” che edifichi dai Journal originali a partire dal 1965 al Journal attuale è scorretto e fuorviante.

Darlys Turner, manager e curatrice dell’Astrosophy Research Center, ha fornito un quadro prospettico dal punto di vista storico sulle opere scritte di Willi per illustrare la ricca storia dell’evoluzione dell’Astrosophia di Willi, che fu attiva alquanto prima del 1965:

° Willi scrisse molte Lettere  astronomiche in tedesco per l’Astronomische Rundschreiben negli anni 1934-1935 (queste su richiesta della Dr.ssa Elisabeth Vreede).

° Il libro di Willi Universo vivente è composto di articoli che Willi scrisse per The Modern Mystic and Monthly Science Review dal 1937 al 1940.

° Willi scrisse molte Lettere mensili dopo il suo internamento in un campo per cittadini di nazionalità tedesca in Inghilterra durante Seconda Guerra Mondiale dall’aprile 1944 al marzo 1946 (24 mesi).

° Queste furono seguite dalle Lettere stellari ad amici che iniziarono con la prima uscita quadrimestrale nel novembre del 1951 e continuarono sino al 25 dicembre 1952 (5 numeri).

° Gli Star Journal ai quali Mr. Powell si riferisce cominciarono con un numero “introduttivo” dell’agosto 1965, che venne integrato con il primo  numero “ufficiale” nell’ottobre del 1965. Questi Journal continuarono sino al novembre del 1970 (62 numeri per 5 anni e 2 mesi).

° Questi poi continuarono sol titolo di Lettere dal novembre 1970 al luglio 1974 (21 numeri dal novembre 1970 al luglio 1972 e poi otto uscite quadrimestrali per 2 anni sino al luglio 1974). Questi ultimi 24 mesi vennero successivamente pubblicati sotto forma di libro come Introduzione pratica ad una nuova Astrosophia.

Perciò, affermare che l’Astrosophia “nacque nel 1965” può essere conveniente per Powell al fine costruire il caso di collegare Willi al proprio retaggio di pubblicazioni; ma in realtà, l’Astrosophia e stata viva e vegeta per molti anni prima del 1965.

Incoraggiamo coloro che cercano un fedele tributo all’opera di Willi Sucher a visitare il sito web dell’Astrosophy Research Center e a leggere la sua opera, ottenibile dal sito e attraverso SteinerBooks. Sia la sua opera sulle configurazioni di morte di innumerevoli personalità storiche come base per una comprensione di quel che l’essere umano ha “dato” alle stelle alla propria morte; sia la sua correlazione ai grandi cicli evolutivi esposti nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner con l’evoluzione delle sfere planetarie e la base per la comprensione dei pianeti; sia la sua ricerca nel Cristianesimo esoterico e la Sapienza Stellare che fa sorgere un nuovo rapporto col Christo; sia la sua fondamentale ed estesa ricerca delle basi spirituali della prospettiva eliocentrica. Leggere la sua opera originale è veramente la maniera di scoprire quel che Willi Sucher ha portato al mondo.

L’Astrosophy Reaserch Center continua a pubblicare e a curare l’opera cui Willi aveva dedicato la sua vita, e promuove l’ulteriore sviluppo della sua opera per coloro che cercano di proseguire l’Astrosophia. Ciò include una comunità internazionale di studiosi dell’opera di Willi e la traduzione dei suoi libri in cinque altre lingue: tedesco, francese, italiano, russo e olandese.

Willi Sucher fu un vero Michaelita che servì fermamente le mete di questa Era di Michele, fu sempre un campione della libertà umana e delle aspirazioni proprie di questa èra. Egli credeva che non ci si dovesse ricollegare alla chiaroveggenza del passato ma riscoprire, nella piena moderna coscienza di veglia, il nuovo ruolo dell’essere umano in rapporto alle stelle, non più come fanciulli bensì come fratelli del Christo. Willi voleva chiudere i suoi seminari con alcuni versi dati da Rudolf Steiner. Questo era il mantram di Willi riguardante la novella Astrosophia.

Le stelle un tempo parlarono all’uomo 

Che esse ora tacciano è il destino dei mondi

Essere cosciente di questo silenzio può essere doloroso per l’uomo terrestre.

Ma nel profondo silenzio

Cresce e matura quel che l’uomo dice alle stelle

Esser coscienti di questo parlare può divenire forza per l’Uomo Spirito.

Rudolf Steiner, 25 dicembre 1922.

Jonathan Hilton

Membro del Comitato Direttivo dell’Astrosophy Research Center».

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