Nome dell'autore: Hugo de Paganis

Sono figlio di un cinese, piantatore di radicchio, e il mio nome è Piripicchio! Son cresciuto in Romagna dove la notte si dorme, e di giorno si magna!

La Concentrazione: l’Ascesi a sé sufficiente

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Negli anni ormai lontani della mia adolescenza ebbi l’incontro – mediato dall’amico L. – con la Via del Pensiero e con Massimo Scaligero. Gli incontri con Massimo Scaligero si protrassero  poi nel corso di tutta la mia giovinezza, e dettero luogo ritmicamente ad una assidua frequentazione oltre che degli appuntamenti individuali, anche degli incontri per il Rito della meditazione in comune con lui ed alcuni amici, e delle riunioni nelle quali Massimo Scaligero, in una irripetibile atmosfera speciale di intensità spirituale, rispondeva alle domande scritte, che gli venivano poste sull’Ascesi e sugli altri temi della Scienza dello Spirito. Fu il periodo più luminoso e felice della mia vita. 

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VITA E L’ATTIVITA’ DI MARIE STEINER

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Circa nove lustri fa – doveva essere il 1971 o il 1972 – come sovente quando mi trovavo a Roma, accompagnavo l’amico L. in Via Tevere alle riunioni del Gruppo Novalis, del quale egli allora era il bibliotecario. Le riunioni del Novalis venivano tenute allora, con mano salda, dall’ancor giovane Romolo Benvenuti, che era stato portato alla Scienza dello Spirito da Massimo Scaligero e, assieme a questi, era stato discepolo diretto del Dott. Giovanni Colazza.  

Il Gruppo Novalis aveva ai miei occhi giovanili – e l’ha ancora tutt’oggi, che tanto giovane non son più – una importanza speciale, di natura sacrale: esso era stato fondato e consacrato ritualmente direttamente da Rudolf Steiner, il quale lo aveva affidato alla direzione di Giovanni Colazza, aveva dato le modalità rituali di riunione, e indicato pure i contenuti della Scienza dello Spirito che vi dovevano essere coltivati. Al Novalis Rudolf Steiner dette due mantram particolari per la sacralizzazione delle riunioni e per l’uso personale dei discepoli. Sono gli stessi mantram che nella mia città adoperiamo per la consacrazione nelle nostre riunioni durante il Rito della meditazione in comune. Romolo Benvenuti mi disse che, proprio per le modalità rituali alle quali ci conformavamo – che erano quelle adoprate da Giovanni Colazza nelle riunioni della cerchia interna – e per i mantram che usavamo nel Rito, potevamo considerarci facenti parte del Novalis, e chiamarci altresì “Novalis”. La cosa fu per me di  grande, significativa, importanza, perché un profondo mysterium è celato nell’esistenza di questo cenacolo della Scienza dello Spirito.  

Per questo motivo, nel tempo, il Gruppo Novalis era sempre stato mantenuto in “mani sicure”, avendo avuto alla sua direzione orientatrice, per volontà di Rudolf Steiner, prima Giovanni Colazza, e dopo la morte di questi Mario Viezzoli, poi per breve stagione l’Avv. Sallustio Crispo, e successivamente – per esplicita indicazione di Massimo Scaligero – Romolo Benvenuti. Quando vi furono i conflitti tra la Direzione della Società Antroposofica, diretta da Albert Steffen e dal suo famulo Guenther Wachsmuth nei confronti di Marie Steiner, conflitti causati dalla emarginazione, dalla diffamazione, dall’aggressione nei confronti di Marie Steiner, nei quali furono usati – è la dura, esplicita, parola di Lei stessa – “metodi gangsteristici”, il Gruppo Novalis si schierò, senza esitazione alcuna, dalla parte della Verità, cioè di Marie Steiner. Lo stesso Giovanni Colazza ruppe ogni rapporto con Albert Steffen, al quale un tempo era stato legato da antica amicizia. Sia Massimo Scaligero che Romolo Benvenuti mi ragguagliarono ampiamente su queste tristissime vicende.

Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta pochi anni fa, la Società Antroposofica ha cercato di riappropriarsi del Novalis, inviando quattro streghe farlocche a gettar zizzania, a pretendere che il Gruppo si trasformasse in un “Club di Lettura e Conversazione”, e si trasferisse obbligatoriamente alla sede ufficiale della suddetta Società a Roma. Io venni avvertito da cari amici del Novalis, preoccupati della mala impresa tentata dalle su citate megere, le quali erano state aizzate da un antroposofazzico medico di Milano, che odiava, e odia tuttora, Massimo Scaligero e la sua opera, e mi precipitai a Roma. Vi fu una riunione del Novalis, alla quale vennero le quattro attempate, acidiose e biliose signore, e in quella riunione portai una serie di documenti originali: lettere di Marie Steiner, scritte per conto di Rudolf Steiner, a Giovanni Colazza, datemi a suo tempo da Hella Wiesberger; uno scritto di Giovanni Colazza su come dovevano svolgersi le riunioni del Novalis; uno scritto di Adelheid Petersen, nel quale il Dottore le dava le indicazioni operative su come si doveva orientare un Gruppo di Scienza dello Spirito, come ella doveva prepararsi alle riunioni, e come queste dovevano svolgersi. Rifeci, per sommi capi, la storia del Novalis, parlai del significato particolare che aveva questo Gruppo ritualmente fondato e consacrato da Rudolf Steiner stesso, e ribattei per ore, una per una, tutte le argomentazioni delle avide e invide streghe farlocche, che desideravano condurre a impietosa fine quel glorioso Gruppo di Scienza dello Spirito. Alla fine, le sciagurate desistettero e se ne andarono, ed ora il Gruppo – che è in buone mani di persona amica – continua ad operare spiritualmente more antiquo.

Un altro tentativo, ancora più insidioso e pericoloso, d’impadronirsi del Gruppo Novalis – per snaturarlo e farlo felicemente defungere ad majorem gloriam della nota potenza d’Oltretevere – fu tentato dopo la morte di Romolo Benvenuti, sia da parte dell’Innominato, del quale abbiamo avuto più volte modo di occuparci, sia da parte di una sua “famula”: tentativo miserrimamente fallito per la svegliezza e l’incrollabile fedeltà di chi a Roma aveva assunto, con mano ferma, l’orientamento del Novalis.

Per tornare a quanto dicevo al principio di queste considerazioni, agli inizi della mia frequentazione del Novalis, oltre quarantacinque anni fa, vi conobbi una signora molto anziana, gentilissima, dall’animo delicato. Era una tedesca, trapiantata per un periodo in America, la quale si era poi trasferita in Italia. Si chiamava Elba Gasser, coniugata Chiasserotti. In Italia lei era diventata l’infermiera professionale di Giovanni Colazza nel suo studio di Corso Italia, al numero 6. Negli Stati Uniti, Elba Gasser era stata discepola del traditore e plagiario Max Heindel, il fondatore della sedicente Rosicrucian Fellowship. Conoscevo Max Heindel per lettura diretta delle sue opere e per quello che me ne avevano parlato Massimo Scaligero e il mio amico L., il quale prima dell’incontro con la Scienza dello Spirito aveva appartenuto a quella sedicente organizzazione rosicruciana. Massimo Scaligero considerava particolarmente pericolosa la “via” di Max Heindel, che definiva la “più regolare delle irregolari”. In vari colloqui, egli mi chiarì il retroscena del tradimento di Max Heindel, le sue conseguenze, e i di lui successivi destini. Giovanni Colazza distolse Elba Gasser da quel malsano sentiero, oltremodo scivoloso, e ne fece una fedele discepola della Scienza dello Spirito.

Quando la conobbi, come ho detto, era già molto anziana e, a quel che vedevo, non se la doveva passare granché bene a livello economico. Elba cercava di arrotondare per quel che poteva i suoi magri cespiti, facendo traduzioni dal tedesco di conferenze di Rudolf Steiner o di scritti di suoi discepoli, e offrendole agli amici del Novalis. Quando la incontrai, le presi alcuni di questi suoi lavori dattiloscritti e le offrii quello che uno squattrinatissimo giovinastro, qual io ero allora, poteva donarle. Se è per questo, dopo tanti decenni, le cose – dal punto di vista economico, e non anagrafico, naturalmente – non sono affatto cambiate. Tra le cose che le presi, vi era lo scritto di Hans Werner Zbinden su Marie Steiner, che viene presentato qui di seguito su questo temerario blog. Nel trascriverlo ho voluto lasciare intoccata la forma nella quale Elba Gasser aveva riversato in lingua italiana lo scritto originariamente in tedesco. Ho lasciato intatta anche l’interpunzione e alcune oscillazioni – a volte Maria, a volte Marie – del nome di Marie Steiner. Il periodare risente alquanto dell’originale tedesco, sia nel lessico che nella sintassi del periodo, abbastanza diversi dall’attuale uso italiano. Ma ho voluto lasciare immodificate tali caratteristiche, oltre che per scrupolo di fedeltà all’originale, soprattutto perché nell’italiano, che oggi appare un po’ arcaico, in cui Elba scriveva risuona tutto un mondo che aveva ancora l’impronta viva che l’Antroposofia possedeva un tempo in cuori fedeli a Rudolf Steiner e alla Verità, impronta che nella Società Antroposofica è andata persa ad opera dei mestatori che sappiamo.

Quanto all’autore dell’articolo da me trascritto, al lettore basti per il momento sapere ch’egli fu il più stretto collaboratore di Marie Steiner, e che la difese con ogni fibra della sua anima contro le indegne diffamazioni e aggressioni che Steffen e Wachsmuth portarono a Lei e alla Sua memoria. Per molti anni egli diresse la Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia il Lascito di Rudolf Steiner, che centinaia di opere del Dottore ci ha trasmesse in splendide e rigorose edizioni. Hella Wiesberger, che fu amica e stretta collaboratrice di Hans W. Zbinden, mi parlava spesso nei nostri colloqui dei tempi difficili e delle aspre battaglie sostenute da Zbinden e dagli altri membri del Lascito per difendere l’Opera di Rudolf Steiner dall’azione di rapina e di deformazione da parte di Albert Steffen e soci.

Ancora pochi anni fa, potei leggere in un bollettino della Società Antroposofica in Italia le velenose – e vergognose – calunnie  che Rudolf Grosse, Presidente della Direzione, il Vorstand, della Società Antroposofica, con una azione che più vile e infame non poteva essere, scriveva contro la figura luminosa di Marie Steiner, e contro lo stesso Hans Werner Zbinden, suo fedele collaboratore, oramai anche lui defunto. Egli aveva una venerante devozione – autentica, non sentimentale – per la Verità e la Conoscenza, unita alla gratitudine per chi, come Rudolf Steiner e Marie Steiner, Verità e Conoscenza con grande sacrificio personale ci hanno trasmesso. Di lui – e, naturalmente, soprattutto di Marie Steiner – avremo modo di riparlare su questo audace blog.  

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Hans Werner Zbinden

La vita e l’attività di Marie Steiner

Non è facile parlare di una personalità che da taluno è stata conosciuta soltanto di nome e che negli ultimi anni si è appena maggiormente affacciata alla pubblicità. La Signora Maria Steiner non poté più lasciare la sua abitazione; tanto più intensamente Essa da lì ha operato.

Quando orientiamo la coscienza su una Personalità che è morta, dobbiamo porci una domanda: quali attività e quali forze sono promanate da questa Personalità, che l’ambiente temporale abbia promosso oppure ostacolato? Le attività che scaturiscono da noi o che riceviamo, non sono da noi sempre considerate come positive. Giungiamo con ciò a parlare di un problema essenziale dell’umanità: perché spesso non siamo contenti di noi stessi e delle attività che riceviamo oppure che fluiscono da noi?

Goethe ha reso evidente, che si giunge pienamente all’attività soltanto dopo che tutto il proprio essere umano diventa organo dell’Umanità. La lotta e lo sforzo di tutti i contemporanei parte dal porsi al servizio dell’Umanità. Questo tendere con sforzo alla nobilitazione, risiede in ogni anima, sepolto talvolta sotto molti calcinacci. Quanto più l’uomo raggiunge questo, diventa, nel senso di Goethe, organo dell’Umanità.

Per Maria Steiner cade perciò a proposito di porsi il quesito fondamentale: come questa personalità si è configurata quale organo dell’Umanità? Da una parte si poté percepire che qui operava. Pensava, parlava, una Personalità che nulla voleva per sé personalmente, ma che invece agiva tenendo conto che gli uomini intorno a Lei nascessero a se stessi e progredissero. D’altra parte si poté percepire che questo avveniva per merito di un’immensa ed ininterrotta rinuncia.

Maria Steiner è morta a 82 anni, divenuta, dunque, fisicamente assai vecchia. Non sempre delle attività creatrici si riversano nel mondo esterno da un essere umano che abbia una vita così lunga. Se però si guarda alla Sua vita, si affaccia in tale pienezza ciò che, in modo corrispondente alla Sua forza creatrice, ha recato nel mondo, per cui si può rimanere stupiti. Quelli che si sono occupati di ciò, di abbracciare cioè con lo sguardo la Sua opera e di continuarla, dovranno dedicarvi un tempo senza fine.

Maria Steiner von Sivers nacque come figlia di un alto ufficiale in una parte della Polonia che allora apparteneva alla Russia. Essa era baltica-tedesca, apparteneva dunque a quel rado strato etnico, che da Pietro il Grande era portatore in Russia dell’elemento culturale, furono degli emigrati tedeschi ad essere richiamati dallo Zar quali scienziati, artisti ed alti impiegati dello Stato, che hanno in certo qual modo raffigurato la storia russa. A questi baltici tedeschi si deve che molte ragguardevoli personalità furono dalla Europa chiamati in Russia e che hanno agito in diversi campi, iniziando un’epoca nuova. 

Tra costoro ci sono medici famosi, chirurghi, artisti e scienziati, per esempio il matematico Euler di Basilea. Da questo strato sociale portatore di cultura, di origine germanica, innestato nell’elemento popolare russo, che però scarsamente si mescolava per via di matrimonio, discese Marie von Sivers. Essa crebbe in massima parte in campagna, frequentò le scuole come in Russia era possibile per le ragazze e portò a termine una preparazione per la professione di maestra. A tutto Essa andava incontro con uno slancio immenso per il sapere e per l’autoeducazione. Fortemente la occupava, per esempio, il problema di che cosa fosse la religione. Così Essa raccontava con molto umore – poiché Marie Steiner aveva umore – come venisse mandata per l’istruzione religiosa dal parroco protestante e come giungesse con timidezza e venerazione alla prima ora, in attesa che le venisse data risposta al Suo problema bruciante: Che cos’è la religione? Allora il parroco incominciò l’istruzione con le parole: «Religione è una parola che deriva dal latino e che significa congiungimento».

Tutta l’esigenza spirituale di questa bambina ricevette con ciò una doccia fredda e venne respinta. Tali cose passarono nel destino umano. Ed una scossa simile può produrre qualcosa di cattivo, ma anche qualche cosa di buono. Qui la bambina venne ricacciata tutta in se stessa. La forte esigenza spirituale dovette riposare e giungere ad una particolare maturità. Sin dall’età giovanile Marie von Sivers si affrancò da quell’elemento convenzionale che dominava in certe cerchie. Dato che in Russia non vi erano gli istituti scolastici corrispondenti al Suo interesse, Essa andò in Europa. Poiché quell’interesse si volgeva a ciò che è artistico, specialmente all’arte della recitazione, Essa imparò a conoscere molti tentativi di come per mezzo della recitazione di opere d’arte poetiche, della configurazione della lingua, si cercasse di servire l’artistico modo di porgere.

Essa venne poi a Parigi e credette di trovare ciò verso cui tendeva in una scuola annessa alla Comédie Française. Ivi ebbe una maestra ragguardevole. La Comédie Française aveva una tradizione secolare, che risaliva a figure come Molière. Vi erano delle regole ben determinate, secondo le quali era configurato il linguaggio ed erano rappresentati i drammi. Quello che era stato coltivato attraverso molte generazioni, risuonava in modo significativo ancora nell’ultimo secolo. Il modo artistico di parlare, secondo regole severe e misure, venne tramandato dal Maestro all’allievo, ed era necessario un lungo tempo di educazione prima che all’allievo fosse permesso di presentarsi pubblicamente. Qui Marie von Sivers ha così superato una scuola severa.

In ogni destino umano si presentano delle cose notevoli: si può osservare che una vita si sarebbe configurata del tutto diversamente, se non fosse accaduto un determinato avvenimento. Nella nostra vita entrano personalità, amicizie, viaggi, scosse, impressioni che in seguito maturano qualche cosa, cosicché dopo dieci o venti anni possiamo dirci: tutto quanto ne deriva mi appartiene come mi appartengono la mia pelle e le mie ossa, e tuttavia tutto si sarebbe svolto diversamente, se io non avessi sperimentato questo o quello.

Nella vita di Marie Steiner un tale avvenimento fu l’incontro con Rudolf Steiner, il Fondatore dell’Antroposofia. In Lui si manifestava nel mondo qualcosa di grande importanza per l’umanità attuale e futura. Poiché fin dai Suoi anni giovanili, Egli aveva lottato con il problema della conoscenza. Con spirito desto egli percepì e scoprì le correnti che si rappresentano nelle singole Individualità, che hanno plasmato i risultati della civiltà. Egli si poneva il quesito: Si può uscire dai soliti limiti della conoscenza? Non teoricamente, ma nella Sua propria interiorità, Egli ha risposto a tale quesito; Egli si è trasformato in organo di tempo. Così era l’uomo che si allacciava a Goethe come a una specie di battistrada, a Goethe che poteva dire di sé che tutto quanto proveniva da lui era stato il risultato del suo lavoro interiore. Le sue opere poetiche provengono da una certa visione ed anche quelle di Scienza Naturale.

Allorché Rudolf Steiner cominciò a parlare pubblicamente della Sua conoscenza spirituale, incontrò Marie von Sivers, ed allorché dalla Società Teosofica Egli venne chiamato ad assumere la Direzione della Sezione Tedesca, consentì a condizione che Marie von Sivers collaborasse con Lui. Poiché Essa portava con sé ciò che l’essenza teosofica poteva serbare con sé prima della deviazione nel settario. Ciò che diede Rudolf Steiner era oggettivo e non poteva degenerare nel fideismo. Ciò che Marie von Sivers vi apportò era il talento di approfondire la conoscenza spirituale nel Suo essere, e il rapporto con la parola, con ciò che come essere spirituale vive nella parola. Da quel momento hanno camminato ambedue attraverso la vita nel lavoro comune.

Ciò che Marie Steiner elaborò in connessione con l’Antroposofia, con ciò che Rudolf Steiner offerse, Essa lo continuò nel campo della “Sprachgestaltung” – configurazione del linguaggio – della recitazione, dell’arte drammatica. Esercita una forte azione sugli ascoltatori e sugli spettatori ciò che gli attori devono formare in se stessi per via di una severa educazione. Ciò che come corrente attiva, afferra i cuori in modo immediato, è puramente oggettivo. A questo lavoro Marie Steiner dedicò gran parte della sua vita, con una intensità che difficilmente può rappresentarsi. Chi ha goduto la fortuna o la disgrazia di una formazione accademica, perde la connessione con ciò che vive nel linguaggio come elemento vitale. Ci si è abituati solo a pensare sulle cose ed è difficile ad uno di cogliere la convinzione che in una tale educazione del linguaggio risieda qualcosa di formativo.

Marie Steiner si è assoggettata ad una fatica senza fine per superare l’intelletto degli uomini. Gli artisti devono dimenticare ciò che è il mero contenuto della parola. In una poesia o in un dramma, questo deve essere superato, si deve cogliere ciò che vi scorre dentro. Proprio per via di questo fiume, il poeta suscita un’azione vitale. Grazie al movimento, giunge nei cori un impeto immenso: Esseri spirituali, Angeli, Dèmoni diventano percepibili. Goethe sapeva esattamente che egli lavorava con questa realtà. Marie Steiner ha colto a volo tali germi e sviluppati in quell’arte che a migliaia e a migliaia di uomini ha donato ricordi incancellabili e ha destato in essi forze vitali. Per gli uomini che crescono nelle grandi città, ove manca la connessione con le forze della Natura che in modo immediato fluiscono nella vita, è particolarmente importante che una tale arte diventi operante. Così Rudolf Steiner poté dire che Marie von Sivers ha suscitato alla Sua Antroposofia l’elemento artistico per il Movimento Antroposofico. Questo poi ha agito in tutto il mondo.

Quando Rudolf Steiner viaggiava attraverso l’Europa, l’accompagnava sempre Maria Steiner, che attivamente partecipava a configurare le esigenze che un tale crescente movimento propone. Vennero poi migliaia di uomini e vollero rileggere le conferenze che Rudolf Steiner aveva tenute. Allora Marie decise di fondare una Casa Editrice (1908), per pubblicare in forma degna, pratica e pulita i libri di Rudolf Steiner. Le opere apparse prima, come la “Filosofia della Libertà”, la “Teosofia”, l’“Iniziazione” (Come si conseguono conoscenze dei Mondi Superiori?), apparvero in strana compagnia, cui esse non appartenevano. L’Antroposofia di Rudolf Steiner si basava su di un sapere spirituale del tutto nuovo, essa non apparteneva a vecchie connessioni. La pubblicazione dei libri esigeva molto lavoro, attenzione, abilità, e e di badare ai bisogni degli uomini. Non vi era una richiesta che Marie Steiner non avesse trattato e ponderato a fondo. Per appagare quelle esigenze, dovettero essere scritte dozzine di lettere. Difficilmente si può rappresentare quanta intensità di lavoro sia stata ancora data da questa Signora nella Sua grave età.

Vennero ad aggiungersi le esigenze dell’Euritmia, di questa arte del movimento creata da Rudolf Steiner e da Lei elaborata. A questo scopo Essa lesse i poemi e da ciò sviluppò la nuova arte della recitazione. Tutto quanto giungeva alla Signora Steiner, Essa lo studiò e lo elevò alla coscienza. Quando si parlava con Lei, ascoltava intensamente, per poi descrivere in modo vivente e deciso a quale connessione appartenesse un problema, spesso riandando lontano nel ricordo, avvicinando cose apparentemente distanti, per dare una immagine di una realtà superiore, l’essenza della cosa, che era quella che importava.

In ciò era aiutata da una forma di memoria del tutto insolita. Essa poteva, per esempio, ricordare dettagli detti da Rudolf Steiner nel 1903. Essa conosceva esattamente la connessione dei passi, e si trovavano poi confermate le sue dichiarazioni in lettere oppure in conferenze; conosceva migliaia di uomini, ricordava personalità, quale aspetto avessero, che cosa avessero dato al Movimento, come avessero agito e quale fosse il loro destino. Questo accenna a forze che Le consentivano di essere sempre attiva, di lavorare plasmando l’essenza spirituale dell’umanità. Essa poté guidare gli uomini nella Sprachgestaltung (configurazione del linguaggio), nell’Euritmia, nella drammaturgia, mentre tutti i gradi di evoluzione dell’uomo Le stavano dinanzi come comandamenti; sapeva ciò che poteva un determinato uomo, da quale lato si dovesse integrarlo, in che cosa potesse essere ulteriormente sviluppato.   

Nella drammaturgia Marie Steiner ha formato un campo particolare di dimostrazione. In un dramma si ha a tutta prima dinanzi solo il testo stampato. Spetta alla speciale facoltà di vivere dentro alle figure spirituali, portatrici degli elementi umani di rappresentare in modo che esso viva, che non venga compresso e che nulla vi venga tolto, come oggi spesso succede. Il drammaturgo deve avere venerazione per l’opera d’arte e per far sì che questa agisca in modo puro. Egli deve viverci dentro, deve poterla sperimentare come un suo proprio dramma animico. Questa percezione interiore di ciò che con le figure stesse è voluto, è stata sviluppata in modo del tutto particolare da Maria Steiner. A ciò appartiene un’arte grandiosa, per esempio il poter rappresentare i drammi di Schiller secondo il loro stile, i Misteri di Rudolf Steiner in forma degna, i drammi di Steffen, di Goethe, di cui specialmente il Faust. Esige molto un dramma così potente per essere rappresentato. Anche per questo Marie Steiner ha fatto delle cose straordinarie. Si può sperare che gli uomini che hanno imparato da Lei continuino a lavorare nel Suo senso.

Avanti la prima guerra mondiale, il linguaggio scenico era di una tale mancanza di livello, che difficilmente si può rappresentarselo. Alle opere di questa Signora appartiene anche quella che è diventata per moltissimi esseri umani la forza della parola come importante esperienza. Si incomincia a notare che nel parlare, nella formazione della parola risiede qualcosa che appartiene al Santissimo dell’uomo. Questa cosa è piena di significato e continuerà ad operare.

Un’abbondanza illimitata di libri – le opere di Rudolf Steiner – è stata edita grazie a Marie Steiner. Accanto a questa dovizia, sparisce qualche cosa altro. Essa ha pure letto e corretto la massima parte delle copie delle conferenze. A ciò Essa dedicò ore ed ore, giorni e giorni di attento lavoro. Si confronti con ciò la frettolosità con la quale oggi viene scritto per i giornali: accade un avvenimento e il giorno dopo appare subito una relazione in stile telegrafico. Ciò avviene con leggerezza ed in un linguaggio superficiale. Questo può apparire sufficiente, ma per Rudolf Steiner un tale linguaggio non era sufficiente, ed è difficile redigere la Sua parola parlata. Marie Steiner diede somma importanza alla pubblicazione delle opere di Rudolf Steiner. Essa lavorava tutto il giorno, instancabilmente.

Da molto tempo camminava a disagio e negli ultimi anni riceveva però gli attori nella Sua stanza per provare le parti. Chi aveva partecipato una volta a una tale prova, poteva percepire come a coloro i quali intendevano farsi strumento della parola, Essa parlasse ad alta voce, e quale potenza e quale pienezza vivesse allora nella parola. Nessuno poteva fare altrettanto. Né sulla scena, né nel coro parlato risuonò mai una tale forza della parola. Settantenne, Essa, andando su e giù, provava con gli attori, e ottantenne, dalla sua poltrona. Poteva capitare che la prova riuscisse male e tuttavia la rappresentazione riusciva e nella Sala l’effetto perdurava profondo ed era percepibile. Marie Steiner accoglieva con gioia un tale avvenimento, però con l’impulso in seguito faremo ancora meglio. Sempre si proponeva d’imparare, di progredire e non di adagiarsi su quanto aveva raggiunto.

Di fatti esteriori, come si è abituati a parlare di eventi esteriori, non ne sono accaduti molti nella Sua vita. Essa dovette cambiare assai spesso residenza, dopo la prima guerra mondiale fece i viaggi col Gruppo della Euritmia e recitò nelle rappresentazioni. Essa prese straordinariamente sul serio questo compito. Rudolf Steiner lo desiderava, poiché nel periodo di fase spirituale della prima guerra mondiale, come pure oggi, l’elemento artistico aveva speciale valore e lo ha ancora oggi in maggiore misura. Si deve parlare di queste cose quando si considerino le attività che Marie Steiner ha irradiato nel mondo.

Il Suo modo di parlare e di agire era aperto, chiaro e senza riserve. Ciò ha recato difficoltà a molti uomini. Ed ugualmente Essa era un essere umano di straordinaria bontà. Essa ha provato molte inimicizie; la Sua bontà si mostrava specialmente allorché aiutava gli uomini che per lo più la facevano lavorare perché a causa loro era avvenuta una frattura della Sua sfera di attività. Talvolta dovette allontanare da sé degli uomini perché avevano avanzato ingiuste pretese sull’opera di Rudolf Steiner. Essa respinse da sé tali uomini. Essa aveva piena comprensione dei bisogni da cui provenivano tali esagerate richieste e pretese, per esempio, da ambizione personale. Essa poi non faceva questo, solo esteriormente – spesso a mezzo del Suo proprio denaro – ma Essa aiutava specialmente un uomo nel bisogno esteriore.

Era proprio del Suo essere un amore incondizionato della verità. Oltre a Rudolf Steiner nessuno si tenne così inesorabilmente aderente alla verità e alla realtà quanto Lei. Su ciò non volle mai transigere. E questo esigeva anche nell’arte: dedizione alla verità e alla realtà: in questo era inflessibile. Quando questo solo aspetto si manifesti può apparire duro. Verso gli uomini usava amore e mitezza, ma non lasciava intaccare la cosa. Si poteva allora attenersi solo alla verità e alla realtà. Era un’azione importante che promanava da Lei.

I suoi sguardi entravano nelle anime degli uomini; spesso si aveva il sentimento che prima di giungere a Lei si dovesse togliere la polvere non solo dalle scarpe. In Sua presenza si era sollecitati a rendere pronte ad agire le proprie forze più nobili. Eppure Essa non era una dottrinale. Chi dinanzi a Lei faceva una figura barbina, era da Lei ascoltato con grande mitezza. Se però Le venivano avanzate ingiuste pretese, se La si faceva oggetto di pressione, Essa poteva allora energicamente difendersi, senza diventare dura. Quando, però, si diffondeva la non verità sull’opera di Rudolf Steiner, oppure quando, per il proprio egoismo, si metteva a repentaglio l’opera stessa, Essa allora era inesorabile. Così essa fu un Maestro efficace ed importante: questo lo si può comprendere e si può restarne impressionati. Chi lo comprenda, ha imparato qualche cosa.

Quando si esponeva un’opinione, Marie Steiner ascoltava intensamente, spesso con gli occhi chiusi, in modo che ascoltando le parole accoglieva nella Sua anima l’essere degli altri. Questo era il modo di ascoltare che Essa aveva. Poi veniva il riflettere e il considerare l’opinione. Mentre accoglieva in contemplazione i punti di vista degli altri, spesso consentiva, oppure citava un caso e chiedeva: Che cosa farebbe lei in questo caso? Ascoltava poi altrettanto intensamente l’opinione dell’interrogato e mostrava la sua comprensione per il suo pensare e sentire. Allora si credeva che si sarebbe decisa in conformità, ma spesso si era sorpresi, tornando dopo qualche tempo, di sperimentare che aveva deciso del tutto diversamente. Che cosa era accaduta nel frattempo? Gli altri avevano, per così dire,  messo un punto dietro la Sua opinione ed Essa aveva continuato a lavorare sul problema perché Essa vedeva un problema anche nello specchio di una coscienza umana. Poteva perciò prendere le decisioni più proficue che uno potesse pensare. Giacché possedeva la facoltà di far maturare una cosa, preparava una soluzione per un momento futuro e aveva così colto l’essenziale. Molto tempo dopo si conosceva che con la Sua decisione, aveva colto nel segno.

In questo si mostrava la maturità di una personalità: Essa può aspettare. Marie Steiner non si lasciava eccitare contro l’uno o contro l’altro, anche se veniva esercitata pressione su di Lei, perché aspettava l’interiore maturità di coscienza per una situazione e poi agiva con forza. Dei giornali, Goethe disse che non consentivano più agli uomini di giungere a maturità. Egli definì ciò “velociferico”. Non si sanno più custodire con cura le cose. Marie Steiner non si faceva togliere la possibilità di far giungere le cose a maturazione e perciò ha agito con tanta forza.

Quando in altri casi si giunge a una personalità, la si trova nella sua casa, privatamente; con Marie Steiner non si era mai in privato. Questa Signora non aveva alcuna vita privata, ma un’attività ininterrotta. Se si volesse esprimere ciò nel modo più banale, tutto recava in Lei il carattere del Movimento Spirituale Antroposofico. Fino ai Suoi ultimi giorni di vita Essa era così un organo dell’umanità. Aveva rinunziato a tutto ciò che era comodità, assistenza, ricreazione, riposo, a ciò che non apparteneva alle necessità più indispensabili. In forma attiva, donava ciò che viveva nella Sua grande anima, affinché l’umanità si sviluppasse e si nobilitasse. Alla fine della Sua vita, vide in modo chiaramente significativo quale abbondanza di lavoro sarebbe ancora rimasto da fare e perciò moltiplicò la Sua forza di lavoro ed accelerò fino in ultimo il ritmo della Sua attività.

Coloro i quali scrivevano per Lei, non potevano quasi più tenerLe dietro. Immediatamente prima della Sua morte, negli ultimi mesi era difficilmente possibile di dominare quanto Lei ininterrottamente dettava di lettere, correzioni e articoli. Quando era stanca, si faceva leggere e così riposava. Nella Sua stanza si era fatta la conoscenza delle opere più importanti dell’epoca: della letteratura inglese, francese e tedesca. Essa si faceva sempre leggere i prodotti della letteratura mondiale e con questo nesso si rendeva conto delle esigenze e dei bisogni del mondo contemporaneo. Era una vita intensa nei problemi attuali dell’Umanità, di modo che una vita privata non poteva trovare più posto. Così Marie Steiner aveva fatto di se stessa la coppa dell’Umanità, aveva portato in Sé la sofferenza cosciente dell’Umanità, il bisogno del tempo.

La rovina e le forze distruttive, le guerre all’esterno e all’interno, lo squallore animico, il moltiplicarsi dei delitti hanno trovato una risonanza in Lei, mentre Essa li elevava a coscienza, ravvivando le forze opposte nell’epoca di Rudolf Steiner. Nella Sua giovinezza aveva sperimentato l’essenza orientale e nei Suoi viaggi l’Occidente. In Lei viveva una grande abbondanza di immagini di esseri, di personalità di ambedue le parti della Terra.

Era avvincente, quando cominciava a parlare delle Sue esperienze, come indicava la corrente del tempo in personalità importanti e non importanti, come scorgeva i condottieri in connessione con un Movimento: come, per esempio, dalla comunità dei Russi poteva farsi avanti Stalin, oppure in quella inglese fosse possibile una figura come quella di Churchill.

Poco è detto con tutto ciò, quando si accenni a una tale Personalità. Dal 1941 Marie Steiner era legata per lo più alla Sua poltrona, e negli ultimi anni la Sua vista era diventata sempre più debole: tutto sopportò con pazienza esemplare, non che per questo fosse un essere flemmatico, anzi era piena di temperamento e di forza vitale. Qualcuno si è vergognato vedendo la Vecchia Signora nella Sua attività perché La si vedeva piena di fuoco interiore e di slancio fattivo. Non si è mai lamentata, ma si è, invece, sempre adattata al Suo dolore che riusciva a superare aumentando la Sua attività spirituale. Mai si difese per Sé, ma soltanto per l’opera vivente di Rudolf Steiner.

Un Suo desiderio è stato appagato: di non essere colpita da lunga malattia in tarda età. Nella pienezza della Sua attività, in mezzo al Suo lavoro, le è caduto lo stilo. Ha importanza per ognuno come Marie Steiner si portò quale personalità, quale essere umano, se si guarda a ciò che per Suo mezzo è divenuto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ULTERIORE VESSAZIONE DEGLI STOLTI

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«Perversi difficile corriguntur et stultorum infinitus est numerus», Ecclesiastes, 1-15

«I perversi si correggono con difficoltà, e il numero degli stolti è infinito»: chissà se questo verso dell’Ecclesiaste, citato da un irredimibile paganaccio come me, farà riflettere coloro che sono stati ammaliati e sedotti – e non son pochi – dalle  dornacchianti sirene e da quelle verdimontane gianicolensi, ma la vedo veramente dura.

E ancor più dura vedo la possibilità che i malvagi e i perversi da se medesimi si correggano o da altri vengano corretti. In ambedue i casi – per gl’incantati persuasi e per gli insinuanti incantatori – al presente stato delle cose, un radicale mutamento di rotta, è cosa senz’altro possibile – molte sono le cose possibili sotto il cielo – ma non poco difficile. Perché, generalmente il tempo migliora i buoni e peggiora i cattivi, o – come recita l’antichissima sapienza etrusca, l’òva più tu lle còci, e più le rassodano.

Ne è lampante esempio il comportamento, veramente indegno, della dirigenza del Goetheanum e della Società Antroposofica di Dornach nel caso accaduto di recente. Nel precedente mio articolo, era riportato lo scandalo – e la totale follia – della pubblicazione in un libretto, voluto ed edito sotto l’egida della dirigenza del Goetheanum, di uno scritto di Helmut Zander, docente universitario, storico delle religioni, e teologo velenosamente avverso alla figura spirituale e umana di Rudolf Steiner. Lo Zander non è un semplice avversario, leale anche se polemico, bensì un nemico che non si tira indietro – secondo il costume bimillenario della nota parte avversa – di fronte alle più sordide calunnie e alle più spudorate menzogne pur di trascinare nel fango e coprire di letame il fondatore della Scienza dello Spirito, e delegittimare così l’intera Antroposofia come il prodotto di una personalità patologica, dedita a immorali pratiche tossicologiche.

Stephen E. Usher, ha espresso a voce alta la sua indignazione, e chiesto a chiare parole che la direzione della Società Antroposofica e i dirigenti del Goetheanum responsabili di un sì osceno sconcio ne traessero le logiche conseguenze, dimettendosi e sparendo dalla scena. Gli è stato risposto con una serie di scuse e considerazioni talmente equivoche, nonché accampando motivazioni talmente inconsistenti, da suscitare un ben amaro riso in chiunque abbia veramente a cuore le sorti della Scienza dello Spirito, donata al mondo da quel Rudolf Steiner, che proprio loro contribuiscono a diffamare.   

Ma come si dice nelle amene lande della polemica Etruria, quando si cerca di rimediare una minestra venuta male con l’aggiungervi ingredienti vari, si riesce di regola solo a peggiorarla sino a renderla schifosa e totalmente immangiabile. Ed è nello stile politicante, oramai da decenni invalso nella dirigenza della Società Antroposofica Universale, il negare l’evidenza, il parlare di sviste, di dimenticanze, di “non siamo stati capiti”, “siamo stati equivocati”, e il rivendicare – in perfetto american style – un procedere assolutamente politically correct. Ma un tale procedere nel solco di una correttissima politica può ingannare e illudere solo gl’ingenui e gli sprovveduti, incapaci di distinguere – o anche solo sospettare – la realtà oltre la “bella” apparenza. Ma si tratta solo di marketing, ossia di prostituzione morale.

E anche questa volta, costoro non si sono smentiti. Le indignate contestazioni di Stephen E. Usher erano precise e colpivano impietosamente nel segno. Sarà per la sua formazione universitaria in matematica e fisica – studi da lui perseguiti prima di darsi a quelli economici e sulla Tripartizione dell’Organismo Sociale – ma il suo pensiero è quanto di più chiaro, essenziale, addirittura scarno e sfrondato di inutili orpelli, nel porre con geometrica limpidità il problema dell’aperto tradimento nei confronti dell’insegnamento di Rudolf Steiner, nonché quello dell’ingratitudine più nera nei confronti della sua eroica persona, che nel donare agli umani la Sapienza Celeste si è consumato come un roveto ardente.

Alle chiarissime e spietate considerazioni del coraggioso antroposofo d’Oltreoceano, la dirigenza del Goetheanum e della Società Antroposofica risponde in maniera sfumata, approssimativa, esibendo stupore e sconcerto che simili aperte accuse le venissero rivolte, e accampando scuse su scuse: tutte patetiche e puerili. La minestra, già di pessimo sapore, è così diventata totalmente immangiabile. Per autogiustificarsi, e in qualche modo far colpa a Stephen E. Usher di pretestuose e ingiuste accuse, i dirigenti della corporazione antroposofazzica – vera lobbyamerican style” – hanno messo in atto molta dialettica. Ma Massimo Scaligero ha insegnato quanto la dialettica – naturalmente, non quella aurea di Platone, di Hegel, e affini – sia veste menzognera di oscuri istinti e stati d’animo, nonché menzogna essa stessa: essa è lo strumento principe del Signore dell’Oscuro Pensiero.

Che contro la persona di Rudolf Steiner e la sua opera si siano scagliati – con profusione di moltissima dialettica – tradizionalisti come René Guénon, Julius Evola, i RR.PP. gesuiti Otto Zimmermann, Giovanni Busnelli, Giuseppe Messina, e Henri de Lubac, era cosa prevedibile e addirittura scontata. Ma Massimo Scaligero – in Dallo Yoga alla Rosacroce – scrisse, oltre 45 anni fa, che contro la Scienza dello Spirito erano previsti non solo attacchi dall’esterno, ma soprattutto dall’interno della cittadella. Oggi – a meno di voler esser ciechi, o di mentire coscientemente a se stessi – assistiamo non solo all’attacco, perpetrato all’interno della Società Antroposofica e della stessa Comunità Solare, nei confronti della Scienza dello Spirito e della Via del Pensiero, ma addirittura alle persone stesse di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, calunniando e diffamando la loro intelligenza, la loro salute mentale, e persino mettendo in dubbio la loro moralità.

Affinché il candido lettore possa giudicare personalmente e liberamente dei fatti, trascrivo integralmente – dopo averli diligentemente tradotti dall’anglica lingua – quanto apparso su Deepening Anthroposophy,  Issue 5.2 Continued: | October 14, 2016:

«Cari colleghi antroposofici.

Facendo seguito alla pubblicazione 5.2 del 4 ottobre, ho edito la risposta della direzione del Goetheanum all’articolo di Stephen Usher. (Questa risposta scritta c. 6 ottobre, è stampata un’altra volta più sotto). Mi piacerebbe, per gli antroposofi, avere una possibilità – a chance – di intendere questi due punti di vista, in quanto questo accadimento – incident –  ci riporta lo sguardo ad una delle questioni più essenziali per i rappresentanti dell’antroposofia nel nostro tempo: Come accostare il compito di difendere l’immagine di Rudolf Steiner, sia con coscienza, sia in libertà. Stephen Usher ha chiesto l’opportunità di pubblicare una risposta alla recente posizione della dirigenza del Goetheanum. Segue la sua risposta e le opinioni – views – sono le sue proprie.

Thomas O’Keefe

*

Risposta di Stephen E. Usher alla Direzione del Goetheanum

Stephen E. Usher risponde a Jean-Michel Florin e Bodo v. Plato, che avevano commentato il suo articolo “Il caso della pubblicazione del Goetheanum Rudolf Steiner Bilder”.

Stephen E. Usher | 11 Ottobre, 2016

La mia risposta in tre punti:

  1. Ho scritto il mio articolo perché il Goetheanum aveva pubblicato e messo in circolazione una caratterizzazione grottesca e speculativa di Rudolf Steiner, dipingendolo come uno schizofrenico e un tossicomane, o un possibile pazzo (insane).
  2. Questo fatto non può essere accantonato – dismissed – come una semplice svista o come un errore. Ciò riguarda una più profonda responsabilità nei confronti di Rudolf Steiner che necessiterebbe vivere nella cultura del Goetheanum, ma evidentemente non è così. In effetti, la risposta di Mr. Florin e di Mr. von Plato in soccorso alla dirigenza del Goetheanum parla addirittura di un supposto obbligo da parte del Goetheanum di agire come partito neutrale nel pubblicare il tipo accuse calunniose – slanderous – e infondate trovate nel libro di Zander. Persino l’aggiungere una smentita o un disconoscimento – disclaimer – non avrebbe affatto mitigato il fondamentale problema etico e morale presentato da questo approccio di “neutralità” nei confronti di Rudolf Steiner.
  3. Mi sono rivolto direttamente ai membri [della Società Antroposofica], in primo luogo, per la gravità – seriousness – di quel che il Goetheanum sta facendo, e in secondo luogo, perché mi sono reso conto che, nella cultura prevalente al Goetheanum, la dirigenza avrebbe compiuto qualsiasi sforzo per prevenire che ciò che affermavo venisse ascoltato da un più vasto pubblico. Ne è testimone il fatto che Mr. Beck, editore del Bollettino della Società Antroposofica americana, si rifiutò di pubblicare il mio articolo dopo aver discusso la questione con un rappresentante del Goetheanum. *

*Nota. Dietro suggerimento degli editori di Deepening Anthroposophy e di Ein Nachrichtenblatt, mi si conceda affermare, ch’io ritenga che Mr. Beck abbia preso una decisione indipendente di non pubblicare sulla base di ragguagli ch’egli aveva ricevuto dal rappresentante del Goetheanum, Mr. Nilo».

Lo scritto di accusa di Stephen E. Usher è apparso anche in lingua tedesca, a beneficio del milieu antroposofico germanofono, in Ein Nachrichtenblatt PLUS del 28 settembre 2016, e riportato, venerdì 14 ottobre 2016, sul blog dal nome significativo di Clement als trojanisches Zugpferd, che nella lingua di Dante suona Clement come cavallo di Troia, ove lo scritto di Usher è comparso con il titolo, che suona come una esplicita e dura accusa, di »Das Goetheanum ist ein Haus, das mit sich selbst uneins geworden ist«, ossia “Il Goetheanum è diventato una casa divisa con se stessa”.

Il testo comparso in lingua tedesca riporta la seguente firma:

Stephen E. Usher, Ph.D.,
Mitglied der Anthroposophischen Gesellschaft in Amerika und in der Ersten Klasse der Freien Hochschule für Geisteswissenschaft seit über 40 Jahren
Mentoren: Dietrich von Asten, Ernst Katz, Herman Poppelbaum e Georg Unger

nella quale il Dr. Usher dichiara di essere socio della Società Antroposofica in America e membro della Prima Classe della Libera Università di Scienza dello Spirito, ossia della Scuola Esoterica, da oltre 40 anni, avendo avuto come mentori: Dietrich von Asten, Ernst Katz, Herman Poppelbaum e Georg Unger.

Evidentemente, Stephen E. Usher – e questo gli fa molto onore – prende sul serio l’impegno sacrale assunto di fronte alla potenza sacra di Michael, il “Fiammeggiante Principe del Pensiero”, di assumere come propri la causa e il destino dell’Essere Anthroposophia, di difenderla contro gli attacchi dei nemici di Essa, e di essere apertamente di fronte al mondo un degno rappresentante di Essa nel pensare, nel sentire, nel volere, nelle azioni, nella parola e negli scritti. Lo stesso impegno sacrale mi fu chiesto da Hella Wiesberger, da Gianandrea Balastèr e dagli altri membri del Lascito di Rudolf Steiner nel novembre 1985, e a tale sacrale impegno – assunto da me con piena consapevolezza e senza veruna riserva mentale – mi sforzerò finché avrò vita e respiro di restare fedele. Ma si vede che, a Dornach, Bodo von Plato e i suoi accoliti, e nella Città Eterna l’Innominato e la sua cerchia, la pensano diversamente. Nel caso romano – che sia così ho potuto verificarlo di persona – per dirne solo una, mi venne chiesto di venir meno ai miei giuramenti sacri, dando una “interpretazione creativa” di essi, il che fece vomitare lo stomaco delicato di questo vecchio lupaccio.

Dopo queste considerazioni, nella pubblicazione americana, segue – a mo’ di una par condicio di tipo speciale – la “giustificazione” della dirigenza del Goetheanum, che per me è un capolavoro di malafede e ipocrisia, rivestita per di più di ben scadente dialettica. Eccola:

«Immagini di Rudolf Steiner

Nel libretto che accompagnava la Mostra del Goetheanum “Rudolf Steiner Bilder”, Stephen E. Usher ha trovato una citazione disturbante proveniente dal biografo di Rudolf Steiner, Helmut Zander. Senza considerare il contesto, o indagare circa l’intenzione, egli ha inviato il suo articolo critico a molti indirizzi.

Allora, quale ne è il retroscena?

Allestita nelle stanze della biblioteca, la Documentazione del Goetheanum esibiva una piccola e accuratamente selezionata mostra – exhibition – di incontri immaginari con Rudolf Steiner, dimostrata attraverso fotografie, pitture, sculture e testi scritti. Questa mostra è stata aperta alle visite dal 26 febbraio all’8 luglio di quest’anno. Ottanta copie del summenzionato libretto accompagnatore, “Rudolf Steiner Bilder”, contenevano ventidue testi, che descrivevano incontri reali e immaginari con Rudolf Steiner.

Uno di questi testi era una citazione presa da Helmut Zander, che esprimeva una immagine contraddittoria e dubbia di Rudolf Steiner. Questa citazione era stata specificatamente scelta per dipingere un esempio caratteristico di che cosa disgraziatamente – unfortunately – circola come immagine di Rudolf Steiner nella pubblica arena e specialmente nei circoli accademici in Germania. Nell’approntare la mostra al Goetheanum questa citazione presa da Zander poteva venire neutralizzata molto più efficacemente di qualsiasi sorta di confutazione – refutation – o occultamento – concealment.

È stata naturalmente una svista – an oversight – il non aver menzionato questo contesto nella prefazione del libretto. Johannes Nilo, leader della Documentation, curatore della mostra e autore della prefazione, non si aspettava che il libretto sarebbe stato interpretato in maniera diversa o tratto fuori dal contesto della mostra, come Stehen E. Usher ha ora fatto, vari mesi dopo la chiusura della mostra.

Ci dispiace sinceramente che ciò sia avvenuto e speriamo che il valore positivo della mostra non venga danneggiata retrospettivamente da una polemica potenzialmente fuorviante – misleading – che circola nella Società Antroposofica. Avremmo apprezzato se Stephen E. Usher avesse condotto indagini con uno dei responsabili, prima di mandare a giro – sending out – la sua critica.

Per la Direzione del Goetheanum

I portavoce – the spokesmen

Jean-Michel Florin e Bodo von Plato

Goetheanum, 20 ottobre 2016».

Beh, che dire?! Evidentemente, gli stimatissimi signori Jean-Michel Florin e Bodo von Plato, portavoci autorizzati della dirigenza della lobby che, facendo il bello e il cattivo tempo, governa in quel di Dornach, prendono i loro lettori – antroposofi e non – per tonchi totali. Vorrebbero far credere che una mostra, allestita al Goetheanum – centro dell’intera vita (se è vita, quella, ormai) della Società Antroposofica su Rudolf Steiner, creatore della stessa Antroposofia, sia stata supportata da un opuscoletto, un librettino – a booklet, nel testo inglese – stampato in sole 80 copie. Ad una mostra dove per oltre cinque mesi vanno migliaia di persone, soprattutto in occasione degli eventi artistici e assemblee di Pasqua e di Pentecoste?! Forse costoro intendono dare a bere agl’incolti e agli sprovveduti, che una menzogna e una diffamazione nei confronti di Rudolf Steiner sia cosa meno grave, in fondo – a loro dire – trascurabile, se stampata in sole 80 copie. Anzitutto, che ne abbiano stampate solo 80 copie di quella schifezza, è una menzogna così rozza che non vi crederebbero neppure i poppanti. E, comunque, siccome Stephen E. Usher visitò il Goetheanum e reperì il libretto quasi a fine settembre, è credibile che ottanta copie abbiano lasciato, mesi dopo la chiusura della mostra, copie invendute? No, evidentemente non lo è!

Rudolf Steiner, all’inizio dell’aureo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, parla del sentiero della devozione e della venerazione nei confronti della verità e della conoscenza, come di una condizione imprescindibile per percorrere il cammino della Iniziazione. Parla altresì dello speciale stato interiore che fa talvolta esitare con sacro timore nel girare la maniglia per entrare in quella stanza che per il discepolo della Scienza dello Spirito è un “santuario”. Parla della venerante gratitudine verso chi, in quanto Iniziato e Maestro, ci dona la Conoscenza spirituale e la Via per realizzare l’Iniziazione. E parla pure della mancanza della devozione e della venerazione nelle “intelligentissime” anime moderne, come di uno dei massimi ostacoli al cammino occulto. Evidentemente, quelle pagine e quelle parole vengono irrise e accantonate come ingenuità.

Ma la cosa più indigesta e indigeribile – a me è veramente rimasta sullo stomaco – è il capolavoro di ipocrisia che è la pretesa di una sorta di “neutralità”, da loro ostentata, tra Rudolf Steiner e Helmut Zander. La secca e tagliente risposta di Usher ne fa giustizia.

La dice lunga la espressione tedesca cavallo di Troia, esprimente bene sia la callida tattica che la finalità distruttiva, la quale si pone la parte avversa nei confronti della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e della Via del Pensiero Vivente messa al centro di essa da Massimo Scaligero. A mio modo di vedere non vi è dubbio alcuno che sia i dirigenti dornacchiani, sia il dissimulante Innominato coi suoi famuli, siano dei simili cavalli di Troia – per non dire qualche altra cosa, che la decenza mi vieta di proferire, ma non di pensare –  naturalmente operanti ad majorem gloriam della parte avversa.

A questo punto, se uno vuol vedere la verità, è ben difficile non scorgere l’abissale degenerazione della Società Antroposofica. Il candido lettore ne tragga coraggiosamente e spregiudicatamente tutte le conseguenze che logicamente e moralmente ne discendono.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VESSAZIONE DEGLI STOLTI

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Visto che, oramai da alquanto tempo, vengo pubblicamente ed eziandio cristianissimamente infamato coi titoli – cosa della quale, peraltro, vado fierissimo – di impenitente eretico e irredimibile paganaccio, nei confronti del quale sarebbe, a loro dire, auspicabile e necessaria una adeguata “profilassi” al fine di neutralizzare la diffusione da parte mia del veleno dell’eretica pravità e dell’imperdonabile paganità, mi seduce la tentazione di godermi ulteriormente e più meritatamente cotale pessima fama. E per meglio meritare tanta nefandissima fama mi funge molta vaghezza di prender esempio da uno dei personaggi a loro tra i più invisi.

Quell’impenitente e irriducibile paganaccio di Arturo Reghini – nei confronti della cui grandezza personalmente nutro la più fervida e delinquenziale ammirazione, scandalizzando assai le molto timorate “anime belle” – nella sua rivista Ignis, edita nel lontano 1925 (fra 9 anni sarà un secolo fa…) aveva inaugurato una rubrica intitolata Vexatio Stultorum, ove egli esercitava con mordace sarcasmo la sua ferocissima vessazione nei confronti degli ipocriti, degli infingardi, degli opportunisti, degli arroganti, dei mestatori di ogni risma, dei presuntuosi ignoranti e degli stupidi presuntuosi. Naturalmente, così facendo il buon Arturo Reghini, ai suoi tempi, si faceva nemici a frotte, donde per lui in abbondanza insulti, minacce, aggressioni, denunce, persecuzioni, ostracismo, persino tentativi di omicidio ad opera della parte avversa, e il ridurlo alla fame più nera. Ma tant’è, ché per farsi nemici mortali, da sempre, non è affatto necessario dichiarare guerra: è sufficiente, sin troppo, il dire la verità! E – provare per credere – nulla è più odiato del dire la verità: specialmente se si tratta di verità che si vogliono nascondere, o travestire di più nobili panni.

Una di queste non proclamabili verità è proprio quel “trasbordo ideologico inavvertito”, che porta a manipolare menti fragili e animi sentimentali, poco scaltri e pochissimo avvertiti e smaliziati. Con tale spregiudicata e infida tattica, la parte avversa attua una lungimirante strategia di penetrazione, alterazione, neutralizzazione delle varie correnti spirituali, e successivamente raccolta delle molte smarrite e disorientate pecorelle, le quali facilmente poi vengono “convertite” e condotte a “più sicuro ovile”. Per chi a tale strategia non si piega, invece, per chi resiste o osa mettere i bastoni fra le ruote, si pongono in atto i sistemi più brutali: calunnia, diffamazione, delegittimazione, ostracismo, minacce orali, telefoniche ed eziandio telematiche.

E sono, invero, i più vari i mezzi adoprati alla bisogna per una sì “nobile” – si fa per dire – intrapresa. Uno dei più sozzi, a mio personale giudizio, è quello di far svolgere un’abile denigrazione dei Maestri proprio da parte di chi si trova all’interno della Comunità spirituale fondata, formata, e impulsata dai Maestri. Naturalmente, all’inizio di una cotale intrapresa, è necessaria alquanta prudenza, e non poca abile dissimulazione, in modo da riuscire a penetrare nei punti nevralgici della Comunità. Indi, una volta scomparsi i Maestri, operare progressivamente nel tempo all’attuazione dello spregiudicato piano di disgregazione della Comunità. Solo un po’ alla volta, e solo uno dopo l’altro cadono i “veli”, che celano le reali – e inizialmente inconfessabili – intenzioni di coloro che, nelle società segrete del Settecento, sarebbero stati definiti “insinuanti”. Ma – cursus velocior in fine – quando il giuoco diventa sempre più scoperto, e solo pochi “veli” restano da sollevare, è ormai tardi, troppo tardi, e addirittura si possono deridere come “ingenui sempliciotti” – mi riferisco a casi concreti verificatisi, da me direttamente constatati – coloro che propongono alla Comunità spirituale di ritornare alla purezza originaria, all’attuazione delle intenzioni dei Maestri, nelle modalità ascetiche apertamente, e dettagliatamente, indicate e prescritte dai Maestri.

Da una parte, si descrive come “sorpassata” l’Ascesi indicata dai Maestri e si propongono, al loro posto, vie e metodi mirabilmente “aggiornati”, a loro dire più rispondenti ai bisogni concreti delle anime “belle”, “bellissime” e/o in corso di progressivo – work in progress, dicono di là dall’Atlantico – animico “abbellimento”. Dall’altra, si procede – dapprima con prudenza, poi sempre più apertamente – a delegittimare i Maestri, denigrandone l’intelligenza, il modo di vivere, e persino la moralità. Sono, questi, strumenti antichi della parte avversa: rodati e perfezionati nel corso di una ventina di secoli.

Per fortuna nostra, e sfortuna loro, vi sono a giro dei lupacci cattivissimi, i quali non si bevono le panzane propinate dagli “insinuanti” al fidente popolo catecumeno, mantenuto in estatico stato di continua attesa di novelle “rivelazioni”. I malfidati lupacci disgraziatamente usano andare a controllare la veridicità delle insinuate affermazioni, che come “rivelazioni” vengono ammannite agli estatici e troppo fiduciosi catecumeni, e  vanno a cercare notizie che non dovrebbero cercare, e soprattutto in ambienti e luoghi ove – a parere degli infidi “insinuanti” – essi non dovrebbero davvero permettersi di andare a bracare. Ma ai lupacci piacciono bufere e tempeste di neve, e – questo sicuramente non è il più piccolo dei loro difetti – amano assai lottare e azzuffarsi: sono davvero dei pessimi soggetti, dei soggettacci impresentabili, che non è consigliabile né tampoco decoroso frequentare!

Per quello che al presente ci riguarda, possiamo osservare come oggetto di sì commovente cristianissima carità, siano stati sia Massimo Scaligero che lo stesso Rudolf Steiner. Vi è chi si è meravigliato dell’affermazione di Massimo Scaligero, da me testimoniata, che “nel Mondo Spirituale è stata cancellata persino la parola Antroposofia”. Ma oggi, come vedremo tra breve, la situazione è ben peggiore di quella di quaranta e più anni fa, allorché Massimo Scaligero fece a me, ma anche ad altri, una così lacerante affermazione.

A tale proposito, voglio riportare un evento – ben grave, a mio modo di vedere – accaduto in quel di Dornach, sulle amene colline circostanti l’elvetica città di Basilea. Attraverso canali particolari, che qui non è il caso di disvelare – noi lupacci abbiamo un servizio informazioni piuttosto efficiente – sono venuto a conoscenza di una pubblicazione, edita nella maniera più ufficiale dalla Direzione del Goetheanum, nella quale non un semplice avversario, bensì un velenoso e sleale nemico della Scienza dello Spirito denigra con palesi menzogne la figura di Rudolf Steiner. Ora riporterò, diligentemente tradotto, lo scritto fattomi pervenire dall’orsolupesco servizio informazioni. Il candido lettore sarà in grado di giudicare dai fatti stessi, e non da mie “colorate”, e “aggressive” considerazioni – come mi viene rimproverato da un mio sgrammaticato critico e dal suo degnissimo “compagno di merende” – la gravità della cosa.

Un antroposofo di origine anglosassone – al momento non saprei dire se britannico o forse americano a vedere dall’ortografia di alcune parole inglesi, ma ciò non è importante – in un viaggio a Dornach si è trovato tra le mani una pubblicazione, edita in maniera ufficiale, e passato lo stupore e lo sconcerto, ma non il disappunto, così scrive:

«Il caso della pubblicazione del Goetheanum: Rudolf Steiner Bilder [sc. Immagini di Rudolf Steiner]

Al termine di una piacevole visita al Goetheanum – dal 19 al 25 settembre 2016 – ho avuto la ventura di rinvenire un opuscolo intitolato Rudolf Steiner Bilder – Immagini di Rudolf Steiner. Questo opuscolo presenta, senza alcun commento, alcuni brevi profili di Rudolf Steiner da parte di 22 diverse persone. Alcune sono persone, che conobbero realmente Rudolf Steiner, come è il caso di Friedrich Rittelmeyer, che descrive meravigliosamente la cangiante espressione facciale di Rudolf Steiner mentre svolgeva le sue conferenze. Altre sono esposizioni di persone che vissero dopo l’epoca di Rudolf Steiner. Estremamente disturbante è il breve profilo fatto da Helmut Zander (l’ultimo contributo della pubblicazione) che descrive Rudolf Steiner come un tossicodipendente e uno schizofrenico! Questa è una traduzione del passaggio di Zander:

“Sfortunatamente, non conosciamo quasi nulla su Rudolf Steiner durante il suo discepolato esoterico… Critici e studiosi si sono altresì meravigliati circa la dipsosizione psicologica di Steiner: se (parlando polemicamente) egli fosse ‘malato di mente’ o (più seriamente) soffrisse di ‘schizofrenia’. Comunque mancano più recenti considerazioni psico-medicali. O forse egli assumeva droghe? Nell’uso del tabacco da fiuto (che amava) egli potrebbe avere ingerito della cocaina (‘neve’, com’è chiamata nelle sue lettere) – forse coscientemente, forse senza saperlo? Sostanze allucinogene – se egli ne assumeva – potrebbero spiegare alcune esperienze individuali, ma non spiegano il suo coinvolgimento con tecniche meditative nel corso di due decadi e mezzo. Steiner rimane a noi celato come discepolo esoterico. Noi conosciamo molto di più Steiner come Istruttore”. –

(Traduzione in inglese di Doug e Marguite Miller).

Ci si potrebbe aspettare che nemici dell’Antroposofia presentassero una tale falsa immagine giustapposta ad altre veritiere senza commenti e senza chiarire che quella di Zander è una caratterizzazione falsa e diffamatoria di Rudolf Steiner. Ma trovo scioccante che questa collezione di profili venga pubblicata dal Goetheanum.

Riflettete soltanto sulle implicazioni: tutta la Ricerca Spirituale di Steiner sarebbe il prodotto di tossicodipendenza e di alienazione mentale. Ciò getterebbe tutta la Scienza dello Spirito nella spazzatura.

Alcuni anni fa, il mio defunto amico, Georg Unger, allora direttore della Sezione Matematico-Astronomica intese una diceria che collegava Steiner con la LSD. Era stata messa in circolazione da una certa organizzazione New Age in America. Mi ricordo che quella organizzazione dovette ritrattare l’accusa a causa degli sforzi del Dr. Unger.

Ora ci troviamo nell’assurda situazione che il Goetheanum stesso diffonde simili falsità. Il Goetheanum è diventato una casa divisa contro se stessa.

Le parti responsabili sono lo staff della biblioteca del Goetheanum: Robert Bind, Johannes Nilo, e l’assistente Jasper Bock. Sopra di loro, vi è il membro del Vorstand [sc. della Direzione della Società Antroposofica Universale] Bodo v. Plato, che è responsabile per la biblioteca. La posizione di tutte queste parti responsabili dovrebbe essere fatta finire immediatamente. Altrimenti questa casa continua ad essere divisa e deve crollare.

Stephen E. Usher Ph. D.          

26 settembre 2016». 

Per maggiore documentazione, voglio riportare il testo tedesco dell’allucinata dichiarazione di Helmut Zander: 

»Leider wissen wir so gut wie nichts über Steiner in seiner Zeit als esoterischer Schüler … Kritiker und Wissenschaftler haben sich auch gefragt, welche psychische Disposition Steiner besass, ob er, polemisch gefragt, ›geisteskrank‹ war oder, seriöser, an Schizophrenie litt. Aber neuere psycho-medizinische Überlegungen dazu fehlen. Oder nahm er vielleicht doch Drogen? Mit dem Schnupftabak, den er liebte, könnte er auch Kokain, den ›Schnee‹ wie es in seinen Briefen heisst, zu sich genommen haben, vielleicht bewusst, vielleicht auch ohne es zu wissen. Halluzinogene Mittel mögen, wenn er sie denn nahm, einzelne Erfahrungen erklären, aber seine Beschäftigung mit meditativen Techniken über zweieinhalb Jahrzehnte geht darin nicht auf. Steiner bleibt uns als esoterischer Schüler weitgehend verborgen. Sehr viel mehr wissen wir über den Lehrer Steiner.«

Ora, chi è questo Helmut Zander che fa affermazioni così calunniose nei confronti di Rudolf Steiner? È uno scrittore tedesco, laureato in storia comparata delle religioni e in teologia cattolica, il quale ha il dente avvelenato contro Rudolf Steiner. Dal 2011, costui è professore all’Università di Friburgo, in Svizzera. Ha pubblicato una montagna di libri e articoli, nei quali con metodi alquanto spregiudicati, e soprattutto molto discutibili – e discussi – dal punto di vista della coscienziosità scientifica, ha vomitato di tutto, di più e di ogni contro il creatore dell’Antroposofia. 

E poiché questo malfidato lupaccio possiede l’intera opera – edita e inedita – del fondatore della Antroposofia, sono andato a controllare – per scrupolo, pur conoscendo in partenza il risultato di tale controllo – nell’epistolario di Rudolf Steiner, che possiedo sia in versione cartacea che digitalizzata con tanto di motore di ricerca, se in esso vi fosse un qualche sia pur vago appiglio che potesse giustificare l’infamissima e velenosa calunnia di Helmut Zander circa l’uso da parte del Dottore della parola, in gergo da tossicomani, “Schnee”, ossia “neve”, a significare la cocaina, e naturalmente non ve n’è traccia alcuna. 

Alcuni antroposofi – non molti in verità – son scesi in campo con lancia in resta per difendere il Dottore e la verità. Ora, sarebbe lungo riportare tutti i punti che alcuni di questi studiosi hanno affrontato della mala opera dello Zander, demolendo ogni sua affermazione con prove testuali ben documentate. Magari sarà possibile farlo in un secondo tempo, se ne avrò la voglia e lo stomaco.

Ma un aneddoto personale voglio proprio riferirlo. Mi trovavo, alcuni anni fa, nella caffetteria del Goethenum assieme a Trittolemo, il mio amico eleusino, conversando amabilmente, parlando di cose bellissime, nonché sbafandoci ottimi dolciumi e tracannando tazzone di nero e rio caffè della suddetta caffetteria. Ecco che a un certo punto passa davanti a noi un gruppo nutrito di persone, e quando ormai erano lontane qualche decina di metri, Trittolemo mi dice: «Vedi quei due in cima al gruppetto? Sono Bodo von Plato, della Direzione del Goetheanum, e Helmut Zander, venuto in amabile visita con i propri allievi». Trittolemo non mi aveva detto subito chi erano, perché, giustamente, temeva una mia probabile orsolupesca violenta reazione. Era evidente l’atmosfera di grande amicizia e familiarità tra quei due tristi personaggi. Del resto, Bodo von Plato non si è tirato indietro nell’accusare, anche per iscritto, Rudolf Steiner di razzismo, di antiscientificità e via di questo passo. Per cui, nessuna meraviglia se dentro e fuori della “cittadella” vi siano queste collusioni, e da parte di vari dirigenti della Società Antroposofica quella che in guerra si chiama “intelligenza col nemico”, ossia con la nota parte avversa. Ma perché, poi, meravigliarsi se all’interno della Comunità Solare assistiamo ad una strategia assolutamente analoga, attuata dall’Innominato & Co.,  nei confronti dell’opera e della persona di Massimo Scaligero?!

E poi lo strano sarei io! E poi l’arrabbione di turno sarei io! Io, che confesso d’esser un paganaccio impenitente, vorrei davvero voler un mondo di bene a tutti, ma se certa gente non mi aiuta nemmeno un pochino a voler loro bene, l’impresa per me si fa davvero disperata. Del resto, di che meravigliarsi se decenni fa un Albert Steffen e i suoi degni compagni d’avventura, non si peritarono affatto nel calunniare Marie Steiner, diffamarla in tutti i modi, e con metodi da gangsters – l’espressione è di Marie Steiner – arrivare persino a rubarle i soldi in banca, a “soffiarle” la casa editrice da lei fondata e finanziata, a sciogliere gli allievi di lei nella Sezione artistica dal vincolo di lealtà e fedeltà nei suoi confronti. Inoltre, come abbiamo avuto modo molte volte di vedere, metodi affatto analoghi  sono stati appunto adoperati nei confronti di Massimo Scaligero, e di coloro che a lui erano legati e volevano rimanergli ad ogni costo fedeli: sempre ad majorem gloriam della parte avversa!

Come direbbe la mia amica romana, Roberta D., “… e poi so’ io!”. Il candido lettore ne tragga le conseguenze logiche che più gli garbano da questi eventi, che appunto sono fatti e non mie elucubrazioni.

Aveva dunque mille volte ragione Massimo Scaligero a dire quella frase tagliente, che a me fece venire un tuffo al cuore!

SCIENZA DELLO SPIRITO

LE CONFESSIONI DI UN MISCREDENTE

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A quanto pare, le ultime considerazioni svolte su questo temerario blog da quel povero lupaccio spelacchiato di Hugo hanno suscitato davvero alcune concitate reazioni, le quali del resto erano – almeno in taluni casi – ampiamente previste, per non dire del tutto scontate. Al solito, secondo un malvezzo da troppo tempo sempre più imperante e dilagante a tutti i livelli nella bella Terra d’Ausonia, da parte dei più non si entra punto nel merito specifico dei contenuti trattati, ma – con quello stile politico e confessionale tipico di certa parte avversa – si delegittima semplicemente la credibilità dell’esecrabile ed esecrando lupaccio della steppa, infamando la sua correttezza e onestà, persino mettendo in dubbio la sua buona fede ed eziandio la di lui salute mentale. E per questi nobilissimi e cristianissimi motivi, il povero Hugo non deve essere né letto né tampoco ascoltato: conciosiacosaché egli viene condannato ad essere – come veniva proclamato un tempo nel gelido ed eloquente latino del Sant’Uffizio – haereticus vitandus.  

Vi è chi bellamente, sulle pagine di un noto social network, fa presente – ci siamo permessi di “ortopedizzarne” un minimo l’ortografia e la punteggiatura, eccessivamente erratiche, senza toccarne affatto i contenuti, e lasciando invece perdere la sintassi – che :

«[…] la Scienza dello Spirito NON è solo un metodo ascetico, sia pure di “ascesi del pensiero”: E’ una “cosa”, i contenuti di pensiero sparsi nell’immensa opera di Rudolf Steiner, e un “come”, vale a dire la disciplina di cui sopra. Accade allora che in giro vi siano due “vezzi” opposti, per dirla in termini semplici e parziali: il primo è quello di “buttarsi sul cosa”, dimenticandosi il “come”, per cui magari in giro vi sono torme di medici, pedagogisti, euritmisti “antroposofi” che ignorano l’ABC della disciplina; all’opposto vi sono quelli che sfruttano a loro piacimento solo la disciplina, ovviamente nella loro personale interpretazione, che spesso viene distorta, non so quanto inavvertitamente…, in questo caso “tardobuddhista-neopagano” viene, usata come una clava per picchiare sul resto del mondo…».

Più oltre, sempre il mio “simpatico” critico, dall’erratica ortografia, così ammonisce il responsabile della suddetta pagina del social network:

«[…] facciamo scorrer via certi “paganismi” nell’angolino che li riguarda… all’Antroposofia “fai da te”, che non è poi Antroposofia, anche se sul blog in questione si fregia di questo nome ha già fatto abbastanza danni…».  

And finally, sempre costui, – anche qui, senza toccare minimamente i contenuti e la sintassi, ho dovuto far ampia opra di chirurgia ortografica – rivolgendosi ad un suo telematico dialogante sul suddetto social network, così prosegue:

«[…] capiamoci bene: la questione non riguarda certo la libera ricerca spirituale o la pratica della concentrazione fatta in ambienti diversi da quello steineriano o scaligeriano: Ben vengano i meditanti di “altre tribù”! Questo tipo di concentrazione, tuttavia, ha avuto dei padri ben precisi che l’hanno trasmessa come centro di un determinato sistema iniziatico e spirituale che si chiama, specificamente, Antroposofia. Essa ha, esercizi compresi, ben determinati contenuti, che formano un tutto organico e “sinfonico”. Ora se ci si richiama esplicitamente e pubblicamente a tale “etichetta” sarebbe bene che, per onestà intellettuale e fedeltà, si mantenesse una certa qual aderenza ai contenuti di essa, oppure si riconoscesse francamente di “utilizzarne” alcuni aspetti, negandone altri, per propria “equazione personale” e libera scelta. Invece il signor “HdP” fa un’altra operazione: si considera “paganamente al disopra” e svillaneggia tutti quelli che, anime “belle” o meno, si muovono differentemente, “legati alla potenza d’Oltretevere” o “innominabili di Monteverde” o meno essi siano, con dei risvolti a mio avviso quasi patologici. Ora se è in qualche modo comprensibile come non pochi utenti di “figlie” dell’antroposofia, medicina, pedagogia, agricoltura, ne usufruiscano senza volersi curare della “madre”, non mi sembra condivisibile un comportamento del genere da parte di chi si proclama una sorta di “santo pagano” e unico o quasi “interprete dei Maestri” , parlando poi da un podio “eco-antroposofico”: tutto qui: Rudolf Steiner, per inciso, raccomandò che la Anthropos Sophia NON andasse per il mondo disgiunta dal suo nome… Insomma: se la “cattoantroposofia” è biasimevole, la “paganantroposofia” è addirittura un ossimoro…».

Beh, devo confessare che proprio peccato d’origine fu il mio, che già nella mia adolescenza incontrai l’India spirituale sul mio sentiero, e fu amore a prima vista: sicuro retaggio di antiche vite. Ma quel che mi colpì della antichissima spiritualità indiana fu la sua assoluta a-dogmaticità e l’istanza della radicale sperimentabilità. Ossia il fatto che l’esperienza spirituale umana è a fortiori multiforme, e il Divino o, se si vuole, l’Assoluto, è direttamente – e radicalmente – sperimentabile dall’uomo, indipendentemente da qualsivoglia mediazione sacerdotale e di qualsivoglia istituzione.  

Lo stesso Massimo Scaligero ricorda spesso il detto: «La Realtà è una, le verità sono molte». Parole che ricordano quelle molto simili – anzi identiche nel loro interiore contenuto di verità – dei Veda, là dove nel gveda Samhita, 1.164.46, da Dîrghatamas (purohita, ossia sacerdote del fuoco vedico, e sacerdote capo del Re Bharata, Aitareya Brahmana, VIII.23, uno dei primi Re, dal quale l’India prese il nome tradizionale di Bharata, nonché Ṛshi della più antica e nobile stirpe: quella degli Angirasa) è detto: «Ekam sat, viprâḥ bahudhâ vadanti», ossia che la Realtà è una, la Realtà è l’Uno, e i saggi le dànno molti nomi. E Massimo Scaligero, in scritti e in colloqui vari, affermava sovente che ogni essere umano ha inevitabilmente la sua verità, parziale e forzatamente unilaterale frammento, più o meno esteso e profondo a seconda della maturità spirituale di ogni singolo essere umano. Ossia, la frammentaria, parziale e unilaterale verità del singolo essere umano è quanto dal suo punto di vista – quel che nella sapientissima India era chiamato darśana, appunto “visione” – egli è in grado di percepire della Realtà Una. E nei colloqui che avevo periodicamente con lui, più volte Massimo Scaligero mi citò il mirabile detto di Protagora – ch’egli addirittura difendeva dalle critiche di Socrate – nel quale il sofista ellenico affermava che: «L’uomo è la misura di tutte le cose: delle cose che sono in quanto sono, e delle cose che non sono in quanto non sono».   

Ma questo non implica affatto che le differenti verità siano tutte equivalenti, ch’esse di conseguenza si appiattiscano tutte in un informe magma e in uno scipito relativismo, in quanto esiste ben una gerarchia delle singole e diverse verità, le quali – a seconda della maggiore o minore potenza del pensare del soggetto conoscente – saranno maggiormente vicine o maggiormente lontane dall’unica Verità-Realtà, da quell’Uno Unissimo che è unica Verità, perché appunto unica Realtà. Ma alcuni pochissimi, veramente assetati d’Incondizionato, affamati di Assoluto, possono rompere il guscio-limite umano, rompere ogni limite conoscitivo umano, di modo che per essi non esistano più “opinioni” e “punti di vista”, ma solo e unicamente l’unica Realtà, alla quale essi sono avvinti con Intelletto d’Amore.

E una tale gerarchica molteplicità di verità – quali aspetti dell’unica Realtà-Verità – non esclude per niente che nel mondo come lo sperimentiamo, in questo sempre più immondo mondo, non vi sia e non agisca distruttivamente anche la menzogna, la non-verità coscientemente, volutamente, affermata e proclamata con il fine palese o segreto di nuocere altrui, spargendo cotal menzogna come veleno nelle anime e nel mondo.

Quando, a fine giugno del 1970, incontrai per la prima volta Massimo Scaligero, io avevo già incontrata la Scienza dello Spirito, nell’agosto del 1969, attraverso la generosa mediazione di L.C., e nel successivo gennaio 1970 avevo preso la decisione di consacrarmi alla Via del Pensiero e, tra mille difficoltà, iniziata la pratica degli esercizi. L’incontro con Massimo Scaligero si svolse in un’atmosfera molto particolare, in quanto allora erano presenti con me, nel suo studio all’ultimo piano in Via Cadolini, il mio amico L.C. – e su questo punto condivido totalmente quanto afferma Marina Sagramora, ossia esser colui che ti fece conoscere il Maestro l’amico più grande della tua vita – personalità fortemente “magica”, il musicista romano A.S., israelita praticante, ed io che provenivo dall’ascesi buddhista e che mi sentivo profondamente legato al Buddhismo Mahayana. Una delle cose – per me particolarmente importanti – che Massimo Scaligero mi disse – già in quel primo incontro, ma che ripeté molto spesso in seguito – fu che io non dovevo “credere” a niente: che non dovevo credere una cosa perché la diceva lui, Massimo Scaligero, o il mio amico L., o i cosiddetti antroposofi, dei quali, del resto, allora, non sapevo proprio un bel niente. Non dovevo “credere” a niente, bensì dovevo sperimentare di persona, e verificare autonomamente e faticosamente tutto : verificare ogni volta e in ogni caso – soprattutto quando era scomodo farlo – se una cosa, una idea, una pratica, un esercizio, fossero veri, giusti, corretti, efficaci, fecondi nel cammino di conoscenza e di realizzazione spirituale, che avevo scelto di intraprendere. E non accettare nulla che non reggesse alla prova, alla spietata verifica, di questo “dissolvente universale” di questa scomoda sperimentazione diretta. Furono altri a chiedermi di “credere” e di piegarmi ad una passiva e acritica “obbedienza”, e la mia riottosità a tali imposizioni me li rese nemici mortali. 

In Massimo Scaligero, io ritrovavo quell’atteggiamento radicalmente “scientifico” che tanto amavo nella posizione conoscitiva del Buddha Shakyamuni, il quale ponendo ex abrupto l’istanza dell’esperienza diretta – “unica regina sovrana in questo campo”, direbbe Arturo Reghini – invitava a non credere. E come riporta un autore francese, Hervé Clerc, in Le cose come sono. Una iniziazione al buddhismo comune. Adelphi, Milano, 2015, pp. 22-23, il Buddha:

«Ai Kâlâma, abitanti di una piccola città del regno di Kosala (uno dei due regni in cui insegnava, nel Nord dell’India), egli raccomanda di non tenere per vero nulla di cui non abbiano personalmente accertato la veridicità e sperimentato il carattere benefico. Pensate da voi. Vedete con i vostri occhi. Siate i maestri di voi stessi, dice il Buddha.

Nessuno è tenuto a prendere tutto, a credere a tutto. Non c’è bisogno di credere alla reincarnazione, ad esempio, per essere buddhista. Non c’è bisogno, di fatto, di credere a nulla. Un buddhista non crede, vede. E quando non vede, aspetta di vedere, pazientemente.

Alcuni maestri zen – versione cinese del buddhismo (riconfigurata dai giapponesi) – affermano persino che per vedere è preferibile non credere, tenersi a monte delle credenze, con le braccia penzoloni, la bocca aperta, candidi come un bimbo, senza cercare né inseguire nulla. […]

Il buddhista è asaddha : senza fede ma non senza fiducia, senza apriori, senza partito preso, senza dogmi, senza credo ma non per questo inquieto. Egli crede a quel che vede».  

Più oltre, alle pp. 137-139, il nostro lucido e simpatico autore d’Oltralpe prosegue nella descrizione dell’incontro del Buddha Shakyamuni con i suoi alquanto perplessi interroganti, e vale la pena di trascrivere l’intero pezzo per il beneficio e l’utilità del candido lettore :

«I Kâlâma.

Se tutte le verità sono trascinate da una stessa corrente, inestricabilmente mescolata di luci e di ombre, di verità e di errori, come orientarsi? Come decidere tra chi dice bianco e chi dice nero?

Già duemilacinquecento anni fa questo dilemma assillava i Kâlâma, gli abitanti della piccola città di Kesaputta, nel regno di Kosala. C’era a quei tempi, nella piana del Gange, un po’ come in Grecia nello stesso periodo, un’abbondanza di insegnamenti e di insegnanti, ognuno dei quali offriva la sua visione del mondo, le sue ricette di condotta, le sue tecniche di concentrazione, denigrando le altrui. Tra queste offerte discordanti i Kâlâma non sapevano più dove sbattere la testa. E dato che il Buddha passava da Kesaputta, lo interrogarono. «Vengono da noi asceti, brahmani. Ci espongono la loro dottrina, ciascuno descrive come buona la propria via e critica la via degli altri. Poi arrivano altri asceti, altri brahmani. A loro volta ci presentano la loro dottrina come veritiera e denigrano quelle degli altri. Tutto ciò ci detta nella perplessità, non sappiamo più dov’è la verità, dove l’errore».

Oggi, come i Kâlâma, siamo a confronto con visioni del mondo venute da orizzonti diversi, ognuna aspira alla verità e denigra più o meno apertamente quelle degli altri. La stessa domanda si pone per noi : come orientarsi?

Alla domanda dei Kâlâma il Buddha rispose con questo consiglio «unico nella storia delle religioni», dice Walpola Rahula, autore di What the Buddha Taught [sc.: Che cosa insegnò il Buddha]. Il Buddha spiegò loro, in sostanza, che il miglior criterio per orientarsi nella vita era il proprio giudizio fondato sull’esperienza : «Non lasciatevi guidare da resoconti orali, dalla tradizione, dal sentito dire, dall’autorità dei testi religiosi, la mera logica, le deduzioni, l’apparente competenza di chi parla,, la verosimiglianza, il piacere della speculazione, non lasciatevi guidare neppure da questo pensiero : “È il nostro maestro”. In compenso, quando constatate di persona che certe cose sono malsane (akusala), che conducono alla sofferenza e al male, allora rinunciatevi… ma se constatate di persona, con occhi ben aperti, che certe cose sono benefiche (kusala), allora sì, accettatele e mettetele in pratica». (p. 2).

Non accettate l’autorità di sacerdoti, filosofi, sapienti o maîtres à penser. Riflettete da voi, vedete con i vostri occhi e non attraverso lo sguardo altrui, sperimentate di persona. Pensate da soli. Tale fu l’insegnamento del Buddha ai Kâlâma.

Nella storia della verità, ancora da scrivere […], il buddhismo resterà la sola dottrina che proclama delle verità con l’espressa consegna di non aderirvi.

Un buddhista abbandona tutti i «punti di vista», anche i veri, e a maggior ragione quelli falsi. E quando li ha abbandonati non parte in cerca di nuovi punti di vista. Resta tranquillo, senza cercare «nessun sostegno, neanche nella conoscenza» (Sutta Nipata).  

Come un padre getta i figli in mare, persuaso che sia il modo migliore per imparare a nuotare, così il buddhismo getta le sue verità nel fiume del tempo, ha fiducia che riusciranno a galleggiare da sole. Il tempo sembra dargli ragione».

E questa è sempre stata nel tempo – costantemente – la mia convintissima posizione. Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L., pur ancora adolescente, avevo già letto molto della letteratura “occulta” e spirituale che vi era a giro allora in Italia. Ma per la prima volta, in L. io incontrai un autentico occultista – anzi un vero mago – che non mi diceva con altre parole quello che aveva letto nei libri, che io pure avevo letti, bensì quello che lui stesso aveva direttamente, personalmente, sperimentato. A quel tempo, mi accorgevo in pochi secondi se qualcuno mi riferiva semplicemente quel che aveva letto nei libri, facendolo poi passare o meno per proprio. E così L. riuscì a far breccia nella mia posizione di trincerata difesa a oltranza. Ma, più vastamente, e radicalmente, ciò fu ed è per me ancor più valido nei confronti di Massimo Scaligero, il quale mi invitò da subito a passare risolutamente all’azione, alla coraggiosa esperienza diretta. Egli, come il Buddha Shakyamuni, porgeva al ricercatore della Conoscenza l’aureo invito : «Ehi, phassiko», ossia: vieni e vedi!

Del resto, Massimo Scaligero così si esprime nel opuscolo dattiloscritto, da lui fatto apparire anonimo, REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE secondo LA MODERNA SCIENZA DELLO SPIRITO, ch’egli porgeva a coloro che ricercavano una connessione operativa con la Scienza dello Spirito :

«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti, metafisicamente fondati, di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo di questo tempo, perciò come sostanziale terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.

La Scienza dello Spirito, di cui gli esercizi sono espressione, non è una religione bensì un metodo di conoscenza, che dà modo al religioso, cristiano o buddista o islamico, ecc. di ritrovare le fonti vive della propria religione e al tipo agnostico o ateo di questo tempo, di riconoscere da sé sperimentalmente lo Spirituale da cui il suo sentimento ateo muove.

La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria verità».

Direi che più chiari di così – oserei dire: più scientifici e meno dogmatici di così – sia veramente difficile essere. Massimo Scaligero mi chiese il coraggio di praticare, di voler sperimentare il Pensiero Vivente, e non di “credere”, o di “diventare cristiano”. Non me ne fece mai parola. Anzi, sin da quel primo incontro e nei successivi, mi invitò ad approfondire il Buddhismo, in particolar modo quello Mahayana, e a tale proposito mi donò alcuni suoi scritti, uno dei quali è stato da me tradotto e pubblicato su questo audacissimo blog, mi rivelò retroscena particolari della storia del Buddhismo stesso, e mi dette esercizi specifici dei quali nel tempo molto mi sono giovato. Quanto poi alla Religiosità Olimpica e ai Misteri dell’antico Mondo Classico, Massimo Scaligero – non richiesto, ossia di sua autonoma iniziativa – una volta così mi disse, suscitando in me stupore e gioia : «Un giorno torneremo al Politeismo!». Mi assumo la totale responsabilità circa la veridicità di questa mia testimonianza.    

E siccome le accuse che, dopo scomparsa di Massimo Scaligero, mi furono rivolte da varie persone della mia città e di Roma – risultate  poi tutte collegate tra loro – ossia le accuse di essere “buddhista”, “orientale”, “yoghico”, “pagano”, “non cristiano”, et alia multa, sono le stesse identiche accuse che l’innominabile Innominato osò pronunciare in casa mia nei confronti di Massimo Scaligero venti anni fa – precisamente nel 1996, ripetendole poi l’anno successivo – alla presenza di un’altra persona la quale, se volesse ricordare, potrebbe benissimo testimoniare la veridicità di quel che vado affermando.

Naturalmente, l’Innominato mi fa veramente troppo immeritato onore – e lo dico assolutamente convinto e senza traccia alcuna di quella stucchevole e ipocrita “umiltà”, che la parte avversa tanto volentieri affetta – paragonando la posizione spirituale di questo vecchio lupaccio cattivissimo a quella di Massimo Scaligero. Ma nel tempo – mercè l’esperienza acquisita in tante furibonde battaglie e una qual certa innata orsolupesca “fiutoveggenza” – sono arrivato a capire sin troppo bene il motivo di tanto immeritato onore fattomi, ossia il fatto che gli attacchi rivolti dall’Innominato e dai suoi assecli alla mia selvaggia e socialmente poco presentabile persona avevano l’esclusivo fine di aggredire la figura spirituale di Massimo Scaligero e la Via del Pensiero Vivente da lui donataci, nonché manodurre, mediante un ben scaltro “trasbordo ideologico inavvertito”, la Comunità Solare da lui fondata, paralizzarla, disperderla e, ove possibile, in parte recuperarne i membri nelle file confessionali.  

Detto questo, personalmente io non ho assolutamente nulla contro coloro che, secondo il mio “simpatico” critico, sono vittime del “vezzo” «di “buttarsi sul cosa”, dimenticandosi il “come”, per cui magari in giro vi sono torme di medici, pedagogisti, euritmisti “antroposofi”, che ignorano l’ABC della disciplina». Non ho assolutamente nulla contro di loro per il fatto che non fanno gli esercizi offerti, e non imposti, dalla Scienza dello Spirito, perché il farli è frutto di una libera scelta, la quale a sua volta dipende dalla maturità interiore personale, dalla propria storia umano-cosmica, dall’aver avuto dai Numi il dono degli “incontri” giusti, e molto altro ancora. Può dispiacermi, certamente, nel caso di singole persone, che stimo moltissimo e reputo oneste e mature, il fatto ch’esse non pratichino gli esercizi, e questo può essere – se si vuole – un difetto, una debolezza, ma non è assolutamente una colpa.

Non esiste, non può esistere, non deve esistere la “libertà obbligatoria”, e il consacrarsi al Sentiero della Conoscenza è una libera scelta, alla quale nessuno può essere costretto. Il fare gli esercizi indicati dalla Scienza dello Spirito non può essere che frutto di una tale libera scelta. Il non scegliere di fare gli esercizi della Scienza dello Spirito, alla quale molte persone sono sinceramente devote, nulla toglie al valore morale di tali persone.

Uno, pur aderendo pienamente alla concezione spirituale del mondo proposta dalla Scienza dello Spirito, magari valutando male le proprie forze, può non sentirsela di assumersi un impegno assoluto, implicante una consacrazione totale di sé alla Via e al Mondo Spirituale. Lo posso capire. La Via è indubbiamente molto aspra e difficile, richiede grandi sacrifici che mettono a dura prova anche i più volenterosi, esige totale abnegazione. Essa esige l’amare l’Ascesi per se stessa e non per la gratificazione di eventuali risultati, che possono anche non venire per lungo tempo, o non esser esattamente quelli che una insufficiente conoscenza e una aspettazione egoica potrebbe ingenuamente prefigurarsi.

Semmai, quel che è veramente inammissibile è che i dirigenti della Società Antroposofica facciano di tutto per scoraggiare in vari modi la pratica interiore – come hanno fatto per lungo tempo – e calunnino luminose personalità spirituali come Marie Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero. E, negli ultimi tempi, si è visto persino il triste spettacolo di dirigenti della Società Antroposofica criticare lo stesso Rudolf Steiner, con accuse pretestuose e assolutamente false, giungendo ad unire la lor propria voce a quella di nemici dichiarati della Scienza dello Spirito, facenti parte delle “truppe d’assalto” della confessionale parte avversa. Ed è vergognoso il silenzio che a tale proposito domina tra le file antroposofiche e, come vedremo, non solo.

Da un po’ di tempo, poi, non è che tra gli “scaligeropolitani” – come il mio amico C., energico e valoroso “asceta d’altra dottrina”, chiama scherzosamente gli abitanti di “Scaligeropoli” – le cose vadano proprio a meraviglia, e che nell’ambiente abbondino rose e fiori. Anzi, sicuramente qui è molto più insidiosa e pericolosa l’azione surrettizia di sostituzione ed alterazione dei contenuti originari, la quale giunge persino alla falsificazione dei testi scritti del Maestro – come abbiamo avuto modo più volte di constatare e denunciare – volta a denaturare e disgregare la Comunità Solare, azione operata dall’Innominato e dai suoi – coscienti o non coscienti: poco importa – assecli. In questi quasi trentasette anni dalla dipartita di Massimo Scaligero, con un crescendo dapprima prudente e poi sempre più sfacciato, ne abbiamo viste proprio di tutti i colori.

Hugo de’ Paganis non «si proclama una sorta di “santo pagano” e unico o quasi “interprete dei Maestri”», e non si considera affatto «“paganamente al disopra”» e non «svillaneggia tutti quelli che anime “belle” o meno si muovono differentemente, “legati alla potenza d’Oltretevere” o “innominabili di Monteverde” o meno essi siano», come afferma sul noto social network il mio acidulo critico, attribuendomi addirittura persino «dei risvolti a mio avviso quasi patologici». I fatti sono fatti, e non opinioni o interpretazioni tendenziose dettate da stati d’animo. Ed è un fatto che Massimo Scaligero – come, non richiesto, testimoniò in varie riunioni più volte Alfredo Rubino – caricò le spalle di questo eretico lupaccio della immane responsabilità di orientare la comunità spirituale nella sua città. Massimo Scaligero indicò con assoluta chiarezza e precisione che cosa doveva essere fatto e come doveva essere fatto, e soprattutto indicò con ancor maggiore chiarezza e precisione che cosa mai e poi mai avrebbe dovuto essere fatto. E di questo egli parlò persino nell’ultimo incontro rituale, avvenuto in Via Cadolini il 25 gennaio 1980 – dunque poche ore prima della sua dipartita – incontro al quale erano presenti altre persone, le quali oggi paiono non ricordar o non voler ricordar più.

Ma dopo la sua dipartita, si cominciò a dire – nella mia città e in quel di Roma – che prima c’era Massimo Scaligero tra noi, e che dopo ch’egli ci aveva lasciati «i tempi erano cambiati» e che, di conseguenza, doveva essere cambiato anche il modo di praticare la Scienza dello Spirito: sia a livello individuale che nelle riunioni rituali. Dapprima, tentarono di convincermi con grande dispendio di parole e di dialettica, affermando che «dovevo non essere così “rigido”», e che «dovevo dare una “interpretazione creativa” a quello che Massimo Scaligero aveva detto»; poi, resisi conto che io ero totalmente refrattario a simili adescamenti da cortigiane, si passò apertamente a cristianissime forme di brutalità morale nei miei confronti – ingiurie e minacce – e a calunniare, diffamare cristianamente il sottoscritto – rigorosamente alle spalle – e a isolarlo il più possibile dagli amici, sino al tentativo di ostracismo totale. Le accuse, prima proferite molto coraggiosamente alle spalle e poi sempre più apertamente e brutalmente, persino nelle riunioni rituali, cinicamente e sacrilegamente profanate, sono – allora come oggi – che sarei stato e sarei tuttora unilaterale, eccessivamente fissato con la Concentrazione e la Via del Pensiero, che trascurerei gli esercizi di equanimità, positività, e spregiudicatezza, virtù delle quali essi, invece, mi davano – e constato che tutt’oggi mi dànno – così fulgide e convincenti lezioni. Venivo e vengo cristianissimamente accusato del fatto che trascurerei i necessari «tre passi nella moralità», che sarei “pagano”, “orientale”, “yoghico”, “buddhista”, “essenico”, “anticristico” e “antigraalico”. E – sempre cristianissimamente, s’intende – venivo pubblicamente imputato di essere clinicamente “paranoico”, accusato di soffrire di “paramnesie” per cui mi sarebbe sembrato di “ricordare” eventi diversi dalla realtà, di essere addirittura posseduto dagli Asura. Miracolo ch’io non sia stato consegnato al braccio secolare al fin d’esser combusto!

Come ho avuto già modo di raccontare, dolore, stupore e sconcerto suscitò in me l’udire direttamente uscire dalla bocca dell’Innominato – ex suis ipsissimis verbis – analoghe accuse da lui rivolte a Massimo Scaligero. E questo è un fatto, e non una mia soggettiva “impressione”, una mia personale e interessata “interpretazione”, o una mia patologica “paramnesia”, e men che meno da parte mia una impudente invenzione o una volontaria menzogna: chi era allora presente a casa mia all’incontro con l’Innominato, se vuole, può ricordare e testimoniare la verità di quel che ho detto.     

Ora, come ho avuto modo più volte di scrivere, sed repetita iuvant – che tra i doveri imprescindibili e più sacri di chi è stato investito della pesante responsabilità di essere un orientatore, e non un dis-orientatore, vi è quello lottare e difendere la Verità contro la menzogna, di difendere il Maestro – non fosse altro che per il gioioso dovere di una illimitata gratitudine nei suoi confronti –  contro le infamie e le sporche calunnie che, in maniera aperta o celata, e soprattutto da parte di coloro che meno dovrebbero, vengono vigliaccamente portate contro di lui con la determinata volontà di distruggerne l’opera spirituale.

Massimo Scaligero, nel luglio del 1971, mi accolse – ritualmente – nella Classe Esoterica trasmettendomene i contenuti, con l’onere di comunicarli come “Lettore di Classe” ad altri che se ne dimostrassero degni. La stessa cosa fecero Hella Wiesberger, Gianandrea Balastèr ed altri membri del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, nel 1985, ed io presi su di me con totale serietà, con sincerità, senza veruna riserva mentale, tutti gli impegni sacrali che l’appartenenza alla Classe Esoterica comportava. E mi lasciò alquanto amaro nel cuore, e disgustato nell’anima, sentirmi dire da una persona, risultata poi strettamente legata all’Innominato, che «io dovevo dare una interpretazione “creativa” agli impegni che avevo preso, alle promesse sacre, ai giuramenti solenni che avevo fatto». In effetti, la stessa persona mi aveva già più volte dimostrato in passato quanto valessero per lei promesse e giuramenti sacri, allorché, tanto per fare un esempio, avendole io ricordato uno di tali giuramenti, per di più da essa messo per iscritto, dapprima negò sfacciatamente di aver mai fatto un tale giuramento e persino che esistesse un tale suo scritto, poi di fronte all’evidenza cartacea, pretese di cavarsi disinvoltamente d’impaccio dicendomi: «Ma quelle sono solo parole». Lascio all’apprezzamento del candido lettore il concetto di una verità “a geometria variabile” di una tale persona, e taccio del resto.

Tra gli impegni sacri che si assume chi entra nella Scuola Esoterica – impegni che io, a suo tempo liberamente assunsi e ai quali cerco, tutt’oggi, malgrado i miei molti difettoni, con ogni mia forza di essere fedele – vi è quello di assumere su di sé il destino della Scienza dello Spirito, di far propria la causa di essa «davanti a tutto il mondo con tutto il suo pensare, sentire e volere». «Non in modo diverso si può essere membri di questa Scuola», viene detto sin dalla prima Lezione di Classe.

Quanto alla veridicità, sempre nella Classe Esoterica, così vien detto:

«Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che diciamo, sentirci responsabili al di sopra di ogni cosa, del fatto che qualsivoglia parola che noi diciamo deve essere esaminata, nel senso più severo, così ampiamente che noi possiamo presentarla come verità. Poiché affermazioni non vere, anche se esse, per così dire, provengono da buona volontà, sono qualcosa che agisce in maniera distruttiva all’interno di un movimento occulto. Su ciò non vi deve essere alcuna illusione, anzi su ciò deve regnare la più assoluta chiarezza. Quel che conta non sono le intenzioni, giacché esse l’essere umano le assume molto facilmente, ma è la Verità obbiettiva quella che conta. E appartiene ai primi doveri di un discepolo dell’esoterismo, ch’egli non si senta in dovere semplicemente di dire quello ch’egli ritiene essere vero, ma c’egli si senta in dovere di esaminare se ciò che egli dice sia effettivamente Verità obbiettiva. Poiché unicamente se, nel senso della Verità obbiettiva, noi serviamo le Potenze divino-spirituale, le cui forze passano attraverso questa Scuola, noi potremo attraversare tutte le difficoltà che si porranno di fronte all’Antroposofia».

A me queste parole – come direbbero Massimo Scaligero e il mio amato Dante – mi han sempre fatto «tremar le vene e i polsi», per l’immane responsabilità che comporta l’aver incontrata la Scienza dello Spirito, e ancor di più l’esser stati accolti nella Scuola di Michele, E che nel tempo le cose siano andate ben diversamente da quanto espresso nell’ammonizione di cui sopra, risulta dalle parole – per me dolorosissime: nell’udirle mi venne un tuffo al cuore – che Massimo Scaligero disse a varie persone, oltre che personalmente a me: «Nei Mondi Spirituali è stata cancellata persino la parola “Antroposofia”!».

Ora, per vedere quanto grande sia in certi ambienti questo “amore” per la Verità, basta vedere quel che scrive un “amico” e “compagno di merende” del mio sereno (si fa per dire…) critico, su un forum, da sempre molto caustico peraltro nei confronti del presente blog, forum che si vorrebbe dedicato alla Scienza dello Spirito, mentre è estremamente “morbido” nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere. Costui, prendendo spunto da un mio precedente articolo così scrive, il 14 aprile 2016, sul forum del quale è magna pars:

«Stamattina ho letto l’articolo di Hugo de Paganis su Ecoantroposophia.it dal titolo Il disvelamento avversato (del 08/04/2016) e ne sono rimasto particolarmente colpito.
E’ un articolo molto lungo, prende spunto da un episodio di menzogna perpetrata (a fin di bene) a Massimo Scaligero, da non precisati discepoli, segue con i vari tipi di menzogna possibili: alcuni per vanità e ambizione smisurata, ma altri mentono persino dicendo la verità perché sono essi stessi la menzogna, come insegnava Scaligero nelle sue ultime ore. Ne è conseguita da parte del nostro Hugo che una “diffidente prudenza” sia stato il leitmotiv di tutta la sua vita».

Il sostenere che possano esistere “menzogne perpetrate a fin di bene”, è cosa che a questo cattivissimo lupaccio della steppa fa letteralmente gelare il sangue nelle vene e nelle arterie, mozzare il respiro, ed anche arruffare per il raccapriccio tutto il pelo della sua vecchia pelliccia. È un fatto che l’esiziale principio che “il fine giustifica i mezzi” – una delle massime operative della mai troppo esecrata compagnia – abbia mostrato lungo 2000 anni tutta la sua indubbia efficacia pratica nel promuovere gli “idealistici”, “disinteressati”, e cristianissimi interessi di quella possente organizzazione di potere politico-economico, che troppo a lungo ha presieduto ai destini dell’Occidente, e non solo.

Che, poi, il “fine”, al raggiungimento del quale sia giustificato – a loro dire – l’uso della menzogna, o la violenza spinta, quando serva, sino al brutale assassinio, sia o possa essere davvero “buono”, è cosa di cui, se costoro permettono, è lecito fortemente dubitare. Basti pensare alle vergognose calunnie e alle sfacciate menzogne che per venti secoli son state dette sugli Antichi Misteri, sulla Religiosità Olimpica, su Sapienti e Iniziati del Mondo Classico, alle calunnie e alle persecuzioni sanguinose nei confronti della religiosità antica, alla distruzione di templi e sedi dei Misteri come il Telesterion di Eleusi, il Serapeum di Alessandria, o il massimo Tempio di Iside, ossia l’Iseum di Philae nell’Alto Egitto, rievocare l’assassinio a tradimento per mano cristiana di Giuliano, Imperatore e Iniziato, l’assassinio su commissione eseguito con inaudita ferocia – a pro’ del “santo” patriarca di Alessandria d’Egitto Cirillo, eretico monofisita – della Epopta e Ierofantide Ipazia, nonché quello di tanti altri Iniziati, la persecuzione dell’antica Gnosi, del Manicheismo e delle comunità cristiane non “ortodosse”, la sfacciata menzogna – autentico “falso” in atto pubblico – della cosiddetta “Donazione di Costantino”, smascherata nel Rinascimento dall’umanista Lorenzo Valla, le menzogne dette sui Rosacroce, le calunnie, le menzogne dette sul Conte Alessandro di Cagliostro, la sua persecuzione bestiale e il suo assassinio, l’opera di insozzamento postumo della sua figura spirituale, nonché la denigrazione della sua corrente iniziatica. E molto altro che, per motivi di spazio e di noia, taccio.

Per non parlare della vasta opera di calunnia e di persecuzione da parte della suddetta, non precisamente idealistica, organizzazione di potere politico-economico, che di religiosi panni si veste e si traveste, nei confronti di Rudolf Steiner, compreso il suo avvelenamento e la vergognosa persecuzione giudiziaria da parte del parroco Max Kully di Arlesheim, l’incendio del Goetheanum, l’infiltrazione di agenti informatori e provocatori nella Società Antroposofica, il furto del testo della Classe Esoterica,  la vergognosa persecuzione sempre da parte della stessa potenza straniera d’Oltretevere di Massimo Scaligero – cosa che io appresi direttamente dalla sua stessa bocca, oltre che da altre fonti fededegne – e tante altre belle cosucce che, se scritte tutte, supereremmo in volume la stessa Enciclopedia Britannica.

Ora, il “compagno di merende”, amicissimo del primo critico di cui sopra, nel forum sul quale scrive, così prosegue varie righe dopo:

«D’altra parte devo ammettere che sono stato toccato dalla parte dell’articolo che parlava della coerenza di azione. Ovvero degli antroposofi che fanno la comunione nonostante la scomunica. Certo le citazioni che Hugo inserisce ad hoc nel suo discorso, fanno vedere uno Steiner molto critico con la chiesa, ma ce ne sono anche altre in cui ad esempio disse a Padre Trinchero, membro della classe esoterica, di non lasciare l’abito, ma di proseguire la sua azione nella chiesa».

Mi duole doverlo dire, e dargli così un ulteriore dispiacere, ma io non inserisco affatto pretestuosamente “citazioni ad hoc nel mio discorso, bensì io riferisco e documento fatti, e potrei documentarne tranquillamente varie migliaia di tali fatti, punti dell’opera e della biografia di Rudolf Steiner assolutamente chiari circa la sua posizione assolutamente negativa – malgrado il poderoso sforzo compiuto da parte dell’anonimo redattore della rivista romana sedicente “scaligeropolitana” per dimostrare il contrario – nei confronti della chiesa cattolica e la distruttiva azione di questa  a livello spirituale, sed transeamus.

Quanto al fatto che il barnabita Giuseppe Trinchero appartenesse alla Classe Esoterica, questa è semplicemente una fiaba. È vero ch’egli incontrò a Dornach Rudolf Steiner ma, stando alla vasta documentazione in mio possesso, non risulta ch’egli abbia mai fatto parte della Classe Esoterica : qui il nostro “compagno di merende”, che pensa di esser lui molto abile e noi molto stupidi, semplicemente “affabula”, pensando che i suoi lettori, non potendo verificare quello che egli dice, riterranno quanto da lui semplicemente raccontato – e non documentato – sia perlomeno verosimile. Purtroppo per lui, vi è chi verifica e controlla: sui documenti.

Giuseppe Trinchero era un sacerdote barnabita, che inizialmente si era molto impegnato e compromesso nel movimento modernista, sul quale fece pure la sua tesi di laurea all’università di Bologna, sostenuta col Prof. Francesco Acri, cattedratico fanaticamente cattolico : movimento modernista contro il quale la chiesa cattolica fu durissima, giungendo col Papa Pio X a imporre a ogni sacerdote il giuramento antimodernista e a comminare varie scomuniche. Il Padre Giuseppe Trinchero era poi passato su posizioni mistiche e antirazionalistiche, e ciò nonostante per tali sue posizioni ebbe numerose grane con le gerarchie ecclesiastiche, subendo da esse censure varie e addirittura, per un certo periodo, anche la sospensione a divinis

Il Trinchero venne in contatto con Rudolf Steiner e l’Antroposofia appena un paio d’anni prima della scomparsa di Rudolf Steiner, e poco più di un anno prima che questi si ammalasse. Ho copia di vari documenti autografi del Trinchero, ma non della sua appartenenza alla Classe Esoterica, tanto più che alcune tendenze sue spirituali mostrano una sua qual certa divergenza rispetto alla Scienza dello Spirito su non pochi punti, che a giudizio, non solo mio, paiono fondamentali. Egli tradusse e pubblicò, presso la casa editrice Fratelli Carabba di Lanciano, l’opera del Dottore Nietzsche, lottatore contro il suo tempo e, con la casa editrice di Ciro Alvi, l’Atanòr di Todi-Roma, l’opera di Guenther Wachsmuth Le forze plasmatrici eteriche, alla quale fece pure una prefazione da lui apertamente firmata. Per un po’ di tempo, frequentò il cenacolo della baronessa Emmelina de’ Renzis, che si riuniva in Via Gregoriana a Roma, ma non il Gruppo Novalis, diretto da Giovanni Colazza in Corso Italia. A quell’epoca, in Italia non era stata istituita la Classe Esoterica : addirittura era fallito il tentativo di un viaggio di Ita Wegman per consacrare la Classe in Italia. Solo dopo la seconda guerra mondiale, il Lascito di Rudolf Steiner incaricò Giovanni Colazza di fondare e consacrare, per la prima volta in Italia la Classe Esoterica. Padre Giuseppe Trinchero conobbe l’Antroposofia, tramite alcune amicizie, intorno al 1922. Due anni più tardi, si recò a Dornach, per la prima volta, per ascoltare alcune conferenze di Rudolf Steiner. Vi ritornò poi solo una seconda volta nel 1932, per continuare ad avere contatti con la Società Antroposofica. Padre Giuseppe Trinchero, già sospettato di eresia dalla curia genovese. a causa del suo primo viaggio a Dornach, venne denunciato alle autorità ecclesiastiche superiori dall’Arcivescovo di Genova e dal Sant’Uffizio. Di ritorno dal suo primo viaggio svizzero il Trinchero fu spedito, come misura disciplinare, alla residenza coatta nella Casa barnabita di Monteverde, a Roma. Nel 1935, si trasferì presso la sorella Clotilde a Trofarello, nei pressi di Torino, suo paese natale, famoso – così mi comunica il nostro “eleusino” Trittolemo – per i suoi ottimi asparagi. Nell’ottobre del 1936, chiese e ottenne di rientrare nell’Ordine dei Barnabiti, e si trasferì a Genova ove morì il 1° dicembre 1936. E questo è tutto. Quindi, come dicono gli ispanici, entonces nada : di una sua partecipazione alla Classe Esoterica non mi sembra proprio sia il caso di parlare.

Per il resto, il “compagno di merende” o non sa leggere o equivoca volutamente quanto da me scritto in quel articolo e nei precedenti, che a molti – malgrado l’anonimato di vari personaggi chiamati in causa – è apparso sin troppo chiaro, al punto che in taluni casi mi son giunte da certe persone, che evidentemente si sono sentite in qualche modo coinvolte, pesanti ingiurie e financo aperte minacce, le quali peraltro mi lasciano del tutto indifferente. Ma il nostro lezioso “compagno di merende” dà una versione totalmente falsa della famigerata “riunione pasquale”, avvenuta all’Asilo-Scuola “Arcobaleno”, pochi mesi dopo la scomparsa di Alfredo Rubino. Infatti costui scrive:

«Poi c’è vicenda della scuola in cui ha insegnato Mimma Benvenuti, questa è l’unica parte in cui ho qualche riferimento in più, perché per puro caso, ero presente in quella scuola, lo stesso giorno in cui era presente Hugo. I locali della nuova scuola sono di proprietà di una persona “problematica” (corrotto e corruttore) legata alla chiesa cattolica, ma l’Innominato coscientemente si lega a tale persona». 

Ma io avevo scritto – che più chiaramente non si poteva – che l’Asilo-Scuola, nella sua terza sede, si trovava in locali del Vicariato di Roma, proprietà dunque della Santa Sede, nonché sede del noviziato di una nota congregazione religiosa cattolica, e non ho mai scritto che quei locali fossero di proprietà della suddetta persona “problematica”. Se fosse stato più diligente nella lettura dell’articolo, o più probabilmente se avesse voluto fare meno il furbastro, il mio secondo lezioso critico, “compagno di merende” del suo poco ortografico “amico”, avrebbe compreso che nell’articolo avevo parlato chiaramente di tre sedi dell’Asilo-Scuola. Ma, forse, lo aveva ben compreso, e tuttavia voluto comunque pescare nel torbido, secondo una usata costumanza della parte avversa. La persona “problematica” in questione, legata ad ambienti clericali e a politicanti trafficoni, oramai da molto tempo felicemente defunta, era stata il proprietario dei locali della seconda sede della Scuola-Asilo, quella dalla quale quest’ultima venne tranquillamente sfrattata, allorché dai suoi eredi, peraltro affatto degni di lui, per quanto molto meno “geniali” e “intraprendenti”, venne deciso di usare quel terreno per una spregiudicata e lucrosa speculazione edilizia in quel di Monteverde. Nella sua “recensione” – chiamiamola così – piuttosto malevola e nervosetta,  del mio articolo, egli infiora una gran quantità di grossolani errori e di sfacciate non-verità, mostrando chiaramente che tra banale incomprensione e sfacciata volontà confondere le acque, gli è sfuggito quasi tutto l’essenziale.

Ma siccome ritengo che la Verità sia di chi, in maniera leale e sincera, faccia i necessari sforzi per conquistarla, non starò a spiegare a chi mi ha dato prova di non amare la Verità dove egli si è clamorosamente sbagliato e dove egli ha voluto deliberatamente errare.  

Tanto più che anche lui non si tira indietro di fronte alla navigata tattica del non rispondere nello specifico alle argomentazioni avanzate – ossia : Hugo de’ Paganis, simpatico o antipatico che sia, riferendo nei suoi scritti una serie di fatti gravissimi, ha detto il vero o no? – ma di delegittimare l’incomodo lupaccio, onde non sia ascoltato, con le sciocche e pretestuose considerazioni di un moralismo d’accatto e di una psicologia spicciola da quattro soldi, al livello di una rubrica da rotocalco per casalinghe annoiate, tenuta da una qualsiasi Donna Letizia. Infatti, egli così scrive:

«Ora dopo aver letto questo articolo, mi è venuto da pensare alla frase di Scaligero di come l’Ostile giunga a mentire persino dicendo la verità.
Chi è l’ostile? L’ostile è colui che ha o denota avversione, diffidenza per qualcosa o qualcuno. E mi sono detto se nelle stesse parole di Hugo, poteva essere rintracciata questa ostilità, ad esempio per la chiesa cattolica, o per l’Innominato, o per Mimma Benvenuti, per il coltivatore di Codroipo, per i Gesuiti, i catto-antropop ecc.

Credo che non sia difficile non essere vista questa avversione, e questo a mio avviso rende anche molte delle cose che ha detto Hugo, delle cose da prendere con le molle. Certo, a differenza di altre volte, sono riuscito a capire qualcosa di più, ma per puro caso. Il fatto di parlare, senza mai dire tutto, ovvero criticare qualcuno, ma senza sbilanciarsi nel nominarlo, denota un coraggio a metà. Una critica diretta, necessita di una risposta dal criticato, e anche il silenzio lo è, mentre una critica a chi non si sa bene chi, la si può fare senza aspettarsi nessuna risposta, perché forse tale risposta non la si vuole sentire, non c’è un moto di riavvicinamento in questo tipo di critica, ma solo la volontà di avversare: ostilità».

Il furbastro cerca di confondere le acque e si sforza di avvalorare il principio (che poi è quello dell’attuale buonismo ovunque, anche ecclesiasticamente, imperante) secondo il quale – conformemente agli invalsi riti della corrente ipocrisia sociale, per fairplay e bon ton – non si deve, non sta bene, non è educato, non è politically correct denunciare la menzogna, l’alterazione della verità, la falsificazione sfacciata dei testi dei Maestri, la denigrazione impudente della loro figura spirituale, l’opera palese o celata di paralisi, scompaginamento e dispersione della Comunità Solare. È la vecchia e sempre efficiente strategia della parte avversa, portata avanti nei confronti degli esoteristi di tutte le varie forme e tendenze, col dir loro:  

«Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi, e ve la neghiamo in nome dei nostri principi».

Devo riconoscere che una tale strategia, nella sua cinica perfidia, è davvero geniale. In sostanza, essa chiede agli avversari, ai refrattari all’obbediente sottomissione, nonché all’intruppamento nel gregge da mungere, tosare e all’occorrenza arrostire bene al barbecue, la più grande tolleranza per disarmarli meglio, mentre al contempo nega loro ogni tolleranza per distruggerli meglio.  

Costui mi dà allegramente del vigliacco, parlando del «fatto di parlare, senza mai dire tutto, ovvero criticare qualcuno, ma senza sbilanciarsi nel nominarlo, denota un coraggio a metà». Egli parla di «una critica a chi non si sa bene chi, la si può fare senza aspettarsi nessuna risposta, perché forse tale risposta non la si vuole sentire, non c’è un moto di riavvicinamento in questo tipo di critica, ma solo la volontà di avversare: ostilità». Quando, invece, tutti – proprio tutti – hanno capito benissimo di chi e di che cosa parlavo, tant’è che dalle persone che si son sentite toccate e coinvolte nel discorso mi son giunte ingiurie ed esplicite minacce. La politica del «riavvicinamento ecumenico» è una vecchia strategia della parte avversa, la quale stando alle esplicite parole del passato pontefice, oramai “emerito”, non significa affatto che esista una “unità trascendente delle religioni e/o degli esoterismi”, secondo che sosteneva il tradizionalista Frithjof Schuon, innamorato della “philosophia perennis”, bensì che la chiesa cattolica – extra quam, nulla salusha, anzi è la verità, mentre gli “altri” – religioni, esoterismi, o filosofie che siano – sono l’errore e la menzogna, e il “dialogo” è unicamente volto ad una loro “salutare” conversione alla propria ecclesiale verità, che non può e non deve essere mai messa in discussione. Ossia il tanto decantato “ecumenismo” non è altro che un fare del marketing, ossia attuare una spregiudicata strategia di mercato

Fa parte delle più ciniche e pregiudicate strategie di mercato l’uso all’americana, al fine di delegittimare un avversario, di forme di “pubblicità comparativa”, per cui sia il mio poco ortografico primo critico di cui sopra, sia il secondo, suo degnissimo “compagno di merende” e di forum, mi accusano di aver parlato male di una persona, sulla quale in vita mia io non ho mai scritto un solo rigo, anzi non ne ho mai, in nessuna occasione, neppure scritto il nome. Et pour cause. Essi dovrebbero, a mio personalissimo giudizio, cercarsi fonti d’informazione un tantinellino più attendibili che non le “spiritose invenzioni” di un loro “amico”, tuttora incerto tra l’essere uno spiritualista da social network o un generoso “distributore di coccole”, “amico” che forse essi non conoscono a fondo. 

A questo punto, all’impenitente lupaccio, eretico depravato, reo confesso di cotanta abietta miscredenza e di totale sfiducia nei confronti di coloro che con affabulante parlare ammanniscono un sì mirabil verbo al troppo fidente popolo catecumeno, è proprio passata ogni voglia di “convertirsi” a congreghe, istituzioni ed ecclesie, nelle quali brillano sì preclare cristianissime virtù.

Tra l’altro, i termini “steineriano” e “scaligeriano” non mi sono mai piaciuti. Questo ultimo, poi, fu inventato, negli anni settanta dello scorso secolo, dagli “antroposofazzi” come epiteto dispregiativo nei confronti dei discepoli di Massimo Scaligero, verso il quale la dirigenza della Società Antroposofica era, ed è tuttora, molto ostile. Mai, lui vivente, io sentìi usare una tale espressione nella cerchia dei suoi amici e discepoli, né tampoco Massimo Scaligero lo avrebbe mai permesso. Solo per una forma di cattivo gusto, segno di un avvenuto sfaldamento interiore, un tale epiteto ha cominciato ad essere usato a partire dagli anni ottanta dello scorso secolo, nella cerchia degli amici,

Io sono, per formazione scientifico-filosofica e personale elezione, un libero ricercatore della Verità, e reputo, come afferma il Buddha Shakyamnuni, che «Sabbadânaṃ dhammadânaṃ jinâti», ossia che «il dono della Verità supera e vince ogni altro dono». O – secondo la divisa di un sapiente ermetista del XIX secolo – Omnia vincit Veritas, ovvero: la Verità vince tutte le cose.

Amor mi mosse che mi fa parlare.     

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’AVVERSIONE ALLA VIA DEL PENSIERO E ALLA CONCENTRAZIONE

MAX

A quanto pare la Via del Pensiero, alla realizzazione della quale Massimo Scaligero ha consacrato l’intera sua vita, Via ch’egli – ricordiamolo sempre di nuovo agli immemori e agli ingrati – con infinita abnegazione e sacrificio, ci ha trasmesso, suscita alquanti concitati stati d’animo. Viene da chiedersi il perché di cotanta esagitazione di sentimenti verso di essa, e perché pur di non affrontarla si cerchino affannosamente tutte le vie e tutti i sentieri traversi, tutti gli escamotage, nonché tutte le più raffinate giustificazioni dialettiche, psicologiche, religiose, e persino esoteriche.  

Naturalmente, le vere “ragioni” di cotanta concitazione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione non vengono confessate, o almeno non apertamente confessate: talvolta neppure a se stessi. Generalmente, le ragioni reali vengono più o meno abilmente “mascherate”, perlopiù con grande dispendio di parole e di dialettica. Anche qui vi è da chiedersi il perché di tanto timore nel confessare agli altri – ma soprattutto a se stessi – una tale paura, e il perché della necessità di un tale “mascherare”, travestendole, le vere ragioni di un rifiuto, di un’opposizione, di una vera e propria avversione. Al punto tale che si è disposti ad addentrarsi sempre più in una sempre più intricata giungla di menzogne, consapevoli o meno, pur di narcotizzare la paura e l’angoscia che, prepotenti, salgono dal profondo dell’anima. Ma paura di che?  

Visto che questo lupaccio dalle “anime belle” – quanto poi “belle” avremo modo in futuro di constatare – viene imputato di non esser punto – neanche un pochino – cristiano (il che è semplicemente vero), anzi di esser un impenitente e incallito “pagano” (il che è più vero di quel ch’essi non pensino), e gli si vuol fare l’immeritato onore di essere buddhista (troppo onore…), shivaita (troppo buoni), o addirittura taoista (veramente lusingato…), nonché molt’altro ancora, cercherò di mostrare, rifacendomi all’insegnamento del Buddha Shakyamuni, la natura di una tale compulsiva paura e le sue celate, ben mascherate, radici profonde.  

Se non si vuol proprio barare alla grande con se stessi, e se si vuole invece guardare freddamente in faccia la realtà, bisogna ammettere che la condizione dell’essere umano, da ogni punto di vista, non è delle più “felici”. Egli affronta la vita, l’esistere, in uno stato di tramortimento, che è uno stato di profondissima ignoranza. Tramortimento come stato di coscienza, ossia nel precipitare in quella corporeità che Orfici, Pitagorici e Platonici significativamente chiamavano soma-sema, ossia “corpo-tomba”, “corpo-prigione”, la fulgurea forza del pensiero vivente si assottiglia, si diminuisce e si spegne nel riflettersi nel sistema nervoso e negli organi di senso, lasciandovi affiorare solo uno smorto riflesso della metafisica vitalità spirituale propria al suo stato incorporeo prenatale. La vitalità spirituale che sfugge al disanimato pensare fluisce, invece, corrompendosi, nella soggettiva emotività e nella compulsiva istintività.

Massimo Scaligero nell’Appendice, intitolata Della Concentrazione Interiore, al Trattato del Pensiero Vivente, III ediz., pp. 129-130 così descrive la condizione conoscitiva e morale dell’attuale uomo moderno:

“Il pensiero, quale viene quotidianamente sperimentato dal moderno uomo razionale, è il continuo deterioramento, ora deduttivo-induttivo, ora istintivo-cerebrale, di una forza superiore, che è in sé corrente sintesi di Luce e di Vita. Qui il pensare ha interno a sé il sentire, il sentire ha interno a sé il volere. In una zona supercosciente, le tre facoltà dell’anima, pensare, sentire, volere sono una sola splendente forza. Se, come tale, cioè con il suo originario potere di Luce di Vita, simile forza scendesse nell’organismo umano, lo distruggerebbe. Per incarnarsi, perciò, questa forza si scinde in tre correnti, delle quali una soltanto, il pensare, diviene cosciente: ma diviene cosciente a spese del suo riflettersi nell’organo cerebrale. Rinunciando al proprio elemento sottile di vita, il pensiero diviene smorto riflesso, ombra, dotata di moto in cui non c’è più anima, o luce interiore: è il moto dialettico, così caro ai moderni filosofi, materialisti, o spiritualisti: il pensiero dell’impotenza. Le altre due correnti, il sentire e il volere, mantengono bensì il loro elemento di vita, ma a condizione di vincolarsi alla subconscia sfera somatica, cioè al corpo senziente e al corpo vitale, o eterico, così che la loro dynamis si altera e ascende alla coscienza rispettivamente sotto forma di flusso emotivo e di flusso istintivo”. 

La diagnosi freddamente realistica  di Massimo Scaligero così prosegue, pp. 130-133 e segg., mettendo in evidenza tutta intera la patente contraddizione dello stato di impotenza conoscitiva dell’uomo animalmente identificato alla univoca dimensione corporea:  

“Normalmente l’uomo si trova in stato di sogno rispetto al vivo sentire e in stato di sonno profondo rispetto al vivente volere: è sveglio soltanto nel pensiero privo di vita. Questa privazione di vita rende il pensiero indipendente dalla sua corrente sintetica originaria, onde l’uomo è bensì libero nel pensiero, ma di una libertà astratta, priva di potere sulle cose, perché priva di spirito. Il vuoto guscio di questa libertà normalmente si riempie di contenuto istintivo: per tale ragione l’uomo giustamente si ritiene libero, ma viene sostanzialmente manovrato dagli istinti. Non essendo cosciente dell’originaria forza sintetica, il pensiero non riesce a distinguere sé dai contenuti sensibili, così come non riesce a compiere una reale sintesi della molteplicità del mondo, che gli viene incontro mediante le percezioni sensorie: non riesce se non a compiere parziali sintesi concettuali e a muovere secondo la relazione dialettica delle quantità misurabili. Lo sbrindellamento del pensiero viene appena sanato dalla logica del pensiero fisico-matematico. La reale forza-pensiero invero si scinde in serie continue di rappresentazioni, il cui piccolo caos viene appena ordinato dal formalismo logico. Gli istinti e gli stati emotivi spadroneggiano nella coscienza, grazie a questa impotenza del pensiero, forte soltanto sul piano dell’astratta quantità o del meccanicismo assoluto: incapace di riconoscere l’origine di questa sua minima forza”. 

Così come fece il Buddha Shakyamuni, 2600 anni fa, nel parco di Isipatana, col dare a “coloro che hanno poca polvere sugli occhi” e al mondo tutto le Quattro Nobili Verità, Massimo Scaligero mostra al contempo diagnosi, etiologia, prognosi e terapia dell’antico e ormai cronico male umano: 

“La concentrazione restaura, sia pure ogni volta per breve momento, il dominio dell’Io nell’anima, in quanto esige dal pensiero il movimento secondo il potere sintetico originario: ciò consegue mediante un tema voluto per sé, come mezzo per l’unificazione e l’intensificazione della corrente del pensiero normalmente dispersa. Mediante l’attenzione rivolta illimitatamente a un tema o ad un’imagine o a un concetto, che deve campeggiare esclusivamente nella coscienza, il pensiero ritrova la propria unità originaria, la forza dell’Io.

L’errore generale umano, così come l’errore di taluni che presumono ritrovare la dimensione sovrasensibile, senza rendersi conto di muovere da una coscienza dialettica, consiste normalmente nel fatto che la presenza reale dell’Io nell’uomo non è diretta, ma continuamente riflessa dal corpo fisico e perciò dal corpo senziente, o psiche, rispondente a ciò che induisticamente viene chiamato kàma rupa, e dall’esoterismo occidentale « corpo astrale », cioè dal corpo animico vincolato alle categorie corporee. Nell’uomo comune, in effetto, all’impulso metafisico dell’Io, continuamente si sostituisce l’impulso psichico del corpo astrale. Mediante il corpo astrale, la corporeità fisica, con le sue potenze istintive e le sue demonìe emotive, giunge a manovrare il pensiero. Una simile situazione caratterizza specificamente l’uomo moderno, il cui pensiero è caduto talmente nella cerebralità, da giungere persine a dubitare di una propria autonomia rispetto all’organo cerebrale e di costruire dottrine e teorie fondate sulla persuasione di una priorità dei processi cerebrali sul pensiero: che è la condizione del mondo animale. L’animale infatti non pensa, ma opera mediante un saggio « pensare » adialettico, la cui immediatezza muove dalla sua corporeità fisica, sorretta da forze della propria incorporea « anima di gruppo »”.

Se vi è, dunque, una colpa originaria – l’avidya delle dottrine dell’Oriente hinduista e buddhista  – questa è proprio lo stato di tramortita ignoranza nella quale l’uomo ristagna ormai da innumerevoli millenni. Questa ignoranza si è talmente connaturata all’essere umano che questi, nella maggior parte dei casi, neppure concepisce una condizione diversa da questo stato di coscienza semispento, da lui scambiato per condizione normale originaria spontaneità : non conosce, non intuisce, né tampoco concepisce la realizzazione di uno stato di completo risveglio. Ma ciò che l’uomo non conosce, e tuttavia oscuramente presente nella sua agitata vita emotiva e nella sua compulsiva vita istintiva, egli lo teme. L’essere umano teme il completo risveglio, teme la conoscenza che si attui come dissolvitrice della tramortita ignoranza, perché la natura sentimentale, emotiva, istintiva in lui è avida di servaggio alla natura corporea.

La natura – la natura caduta e deformata in modo davvero caricaturale rispetto allo stato primordiale dell’uomo delle origini – vive in una condizione di potente identificazione all’essere corporeo. Ma questa identificazione – che è una mera illusione, una maya, perché come farebbe l’essere aspaziale, atemporale e immateriale dell’anima a identificarsi con la corporeità spaziale e materiale, vista l’assoluta eterogeneità dei due termini: anima e corpo? – non è una mera convinzione intellettuale, sia pure erronea, che possa essere perciò corretta mediante una sana logica sul piano concettuale. L’identificazione con l’essere corporeo – ed è proprio questa identificazione che diminuisce, spegne la consapevolezza dell’anima ed alimenta l’ignoranza che la genera – è data da una potente attrazione magnetica per il corpo, attrazione che il Buddha Shakyamuni chiama col suo vero nome: brama ardente, sete divorante. La stessa sete divorante che l’essere umano impara a conoscere e sperimenta dolorosamente dopo la morte, e dalla quale egli deve disavvezzarsi.

In realtà, secondo il Buddhismo, in questa “sfera di brama”, kamadhatu, in questo mondo di “brama ardente”, kamaloka, l’essere umano è immerso sempre durante la vita, ma non se ne accorge perché il vero aspetto di questo mondo di passioni divoranti, con la loro consumante demonìa, passioni e pulsioni istintive che si scatenano nella ricerca e nell’appagamento del piacere, durante la vita corporea è come coperto da un velo d’illusione. Ma allorché il corpo, con la morte, viene meno, la “brama ardente”, la “sete divorante”, essendo animiche e incorporee, rimangono, ma in tal caso manca l’agognato oggetto della brama e viene meno il velo d’illusione che durante l’esistenza corporea celava il vero, insospettato, aspetto della ricerca del piacere e della soddisfazione della brama.

Ma lo stato di tramortito stordimento, nel quale si trova l’essere umano soggetto all’identificazione corporea, non genera soltanto la brama, ma anche le sue venefiche sorelle: la paura e l’avversione. La paura è la paura di perdere l’illusorio possesso dell’oggetto della brama, e in maniera più radicale la paura di perdere la stessa brama dalla quale si è posseduti, perché essendo incapaci di essere coscienti di essere, si trae un illusorio senso di sé dall’identificazione col mero esistere. Non si conosce la gioia di essere, e si insegue affannosamente nell’in-significante e sempre agitato divenire l’inafferrabile appagamento della voluttà di esistere. 

La brama e la paura generano a loro volta l’avversione nei confronti di ciò che ostacola l’appagamento della bramosa voluttà, o minaccia di sottrarre l’oggetto della brama, o impedisce la conquista abile o brutale dell’oggetto della bramosa cupidigia.  Brama, paura e avversione sono le tre malefiche figlie dell’ignoranza, e a loro volta con la loro azione riversano nell’anima angoscia e dolore. Tutto ciò non solo tramortisce e rende come ebbro lo stato di coscienza dell’essere umano immerso nell’ignoranza, ma paralizza pure le forze dell’anima, la quale ben difficilmente riesce ad uscire da un tale stato di servaggio e di abiezione.  

A questo punto è semplice comprendere donde nascono paura e avversione nei confronti della Concentrazione e della Via del Pensiero. Semplice da comprendere, ma non certo facile da ingoiare e digerire: almeno non per le “anime belle”, e in particolar modo non per l’ego, ossia per quella figura contraffatta e caricaturale che la natura inferiore si costruisce per simulare la presenza di un Io consapevole e libero. Mentre è vero esattamente il contrario: l’ego è menzogna, e non vera e consapevole conoscenza; l’ego è schiavitù – più o meno travestita – agli stati d’animo, agli istinti, e soprattutto allo stato di morte del pensiero riflesso, e non libertà, che neppure riesce autenticamente a concepire.

Pur di far sopravvivere lo stato di abiezione nel quale l’anima è tramortita e schiava, la natura inferiore mette in atto ogni sorta di grossolana o raffinata strategia. Vuole rabbiosamente sopravvivere a qualsiasi costo, perché la natura SA bene che l’azione dell’Io colpisce a morte la natura inferiore stessa e il suo caricaturale fantoccio, l’ego. Per la prima volta nella storia dell’uomo, con la Via del Pensiero è l’Io ad agire, e non l’anima: è l’Io che opera, e non il corpo astrale. Per cui, di fronte all’azione radicale dell’Io nel pensare, decadono e svaporano tutti i misticismi religiosi, tutti i moralismi, tutti i sentimentalismi, tutti i dialettismi dei quali si era ampiamente pasciuta per millenni la natura inferiore.

Natura inferiore che, per scongiurare il pericolo del proprio dissolvimento da parte dell’azione dell’Io, scatena l’arrogante vitalismo istintivo, in apparenza incoercibile, oppure il moralismo sentimentale. Il vitalismo istintivo è una tentazione particolarmente grossolana, facilmente smascherabile e, nella sua rozzezza, tutto sommato, meno pericoloso. Il moralismo – specialmente quello confessionale – è molto più insidioso e, per le “anime belle”, particolarmente seducente.

Da una parte, il moralismo viene usato per suscitare negli incerti, nei pavidi e nei pigri alquanti dubbi e sensi di colpa, instillando abilmente in anime deboli e pusillanimi l’idea che “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo”, che inoltre “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, e via dicendo. A tale proposito, vengono usate – staccate dal contesto e contro l’intenzione del loro Autore – le parole stesse di Massimo Scaligero. Quanto vilissima, infame e in pessima fede sia l’usare le parole di Massimo Scaligero contro la sua stessa intenzione, è cosa che lascio alla valutazione e all’intelligenza del candido lettore. Il non dichiarato fine di tale subdola operazione è lo scoraggiare la pratica intensa della Concentrazione, e al contempo fornire un comodo, apparentemente verosimile, alibi alla fiacchezza interiore, alla rinuncia alla lotta, alla latitanza, alla diserzione.

Dall’altro, il moralismo viene usato per attaccare quegli animosi praticanti che vogliono rimanere fedeli all’indicazione di Massimo Scaligero. Coloro che vogliono difendere la Via del Pensiero, coloro che soprattutto vogliono realizzarla, e trasmettere tale aurea Via nella sua purezza stellare – così come l’hanno ricevuta dal Maestro – ai liberi cercatori spirituali, costoro dalle “anime belle”  vengono ampiamente e sistematicamente infamati, diffamati, e calunniati come individui “egoisti”, “immorali”, “anticristici”, “antigraalici”, “segretamente oppositori e nemici del Logos”, “invasati dagli Asura”, e via dicendo. Il candido lettore è pregato di credere che chi scrive sa bene quel che dice e si riferisce a innumerevoli, e ripetuti, precisi casi concreti.  

Ma l’attacco, pur prendendo di mira i “reprobi impenitenti”, gli “incorreggibili”, i “refrattari”, in realtà è rivolto alla Via del Pensiero Vivente in generale, e a Massimo Scaligero in particolare. Naturalmente, il tutto viene operato con una consumata arte di dissimulazione, perché difficilmente gli autori di un simile attacco confesserebbero apertamente questa loro avversione e opposizione alla Via Solare e a Colui che ce l’ha donata. E solo per un grossolano errore di valutazione nei confronti del presente lupaccio cattivissimo – veramente imperdonabile dal suo punto di vista – venti anni fa, l’Innominato si scoprì inabilmente con l’affermare in casa mia che “la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata”, e dicendo molte altre cose nei confronti di Massimo Scaligero profondamente ingiuste, meschine, e false.   

Ma il moralismo – e gli attacchi che da esso hanno origine – è solo un mascheramento sentimentale e dialettico delle vere ragioni, che sono molto più profonde: ragioni radicate in una zona animica e vitale molto oscura, e come tali perlopiù non riconosciute e insospettate da chi ne è vittima. 

Lo scorso 23 giugno, la nostra Savitri volle ripubblicare uno scritto di Massimo Scaligero, che apparve prima nel 1955 con l’eteronimo di Massimo nell’edizione di Introduzione alla Magia, III  volume, a cura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca, e poi con quello di Maximus nella successiva edizione  ad opera delle Edizioni Mediterranee, sia pure con alcune improvvide alterazioni del testo, operate da Julius Evola, alterazioni delle quali lo stesso Massimo Scaligero ebbe a lamentarsi. A questa ripubblicazione sul temerario blog di Eco, volli fare un commento, che ripropongo qui di seguito con minime aggiunte e variazioni, in quanto parvemi che il momento presente e le considerazioni svolte nel presente articolo decisamente lo richiedano:

“Un grazie di cuore alla nostra Savitri per la ripubblicazione di questo articolo di Maximus “Appunti sul distacco”, originariamente apparso nel III volume di “UR”, che sin dagli anni settanta del trascorso secolo fece su di me una impressione profondissima e che considero fondamentale per chi segua la “Via Regia”, ossia la radicale “Via del Pensiero”.

Tale Via radicale, da alquanto tempo, sta ricevendo molti attacchi da parte delle “anime belle”, che l’avversano per una sorta di pavor metaphysicus, di autentico terrore di fronte alla travolgente incandescenza dello Spirito che riduce a niente tutti i valori meramente “umani”, uniformandosi ai quali molti sedicenti spiritualisti, che hanno rinunciato all’assoluta impresa interiore, ricercano una comoda giustificazione per sedare la loro buona coscienza, e una consolazione a buon mercato per il senso di fallimento interiore che la rinuncia all’impresa spirituale comporta.

La “Via Regia”, la Via assoluta, la Via eroica, instancabilmente indicata da Massimo Scaligero,  è proprio quella che percorrendo i vari gradi di progressiva intensificazione volitiva della Concentrazione, conduce alla Concentrazione profonda, alla Contemplazione dell’Essere estraformale dello Spirito, che è il “nulla” di tutto ciò che l’essere umano sensibilmente e psichicamente conosce, o si illude di conoscere.

La “natura” – ciò che in tale articolo Maximus, usando la terminologia del Samkhya-Yoga e del Vedanta, chiama “prakriti” – è ciò che l’essere umano, coinvolto dalle sue spire, teme abbandonare, teme vedere dissolversi, e un tale “spavento-terrore” – come lo chiama il Buddha Shakyamuni in un Sutra del Majjhima Nikaya – diviene facilmente avversione per la Via del Pensiero, odio più o meno mascherato per la radicalità della Concentrazione.

La Concentrazione, condotta sino alle sue ultime conseguenze, “arde” e dissolve ogni fallace appoggio dell’illusoria “natura”; recide il legame di oscura brama, di “sete”, che si cela nelle profondità sognanti del sentire, in quelle dormenti del volere; legame che avvince ferreamente l’anima alla sfera corporea, vitale e animale, oltre che alla visione illusoria del mondo.

Pur di rimanere legata a tale abietto servaggio rispetto alla natura caduta, l’ego – il simulacro distorto e caricaturale dell’Io nel corpo astrale – è disposto persino a quella forma cosciente o incosciente di “magia di patto” con potenze avverse allo Spirito, potenze antispirituali suscitatrici del “caos” ad ogni livello.

Rispetto ad una tale prospettiva di “collusione” con le forze dell’antispirito – collusione che può prendere le forme di una titanica “via della potenza”, ma anche le forme più insidiose, dolciastre e stucchevoli, quelle del più sciropposo sentimentalismo moralistico – Massimo Scaligero scrisse in Della Concentrazione Interiore, posta in appendice alla III edizione del “Trattato del Pensiero Vivente”, pp. 137-138, le seguenti emblematiche parole, che completano quanto detto in proposito nell’articolo di Maximus nel III volume di UR :

“Ma il caos ha pure una ragione profonda di essere: suscitare le forze trascendenti dell’Io, perché s’incarnino nell’umano. il semplice “umano” non ha il potere di dominare e trasformare gli istinti: al massimo può pervenire a un “patto” che le entità che manovrano l’uomo mediante gli istinti: ma ciò non è azione spirituale. Occorre donare illimitato potere all’essere trascendente dell’Io, che, in sé identico al Logos, ha tale potere come segreto dell’anima, come segreto del cuore”.

E ciò, come dice il mio amato Dante, “fia suggel ch’ogni uomo sganni”!”

A questo punto è evidente che non è certo con il moralismo, o con il sentimentalismo, o con il misticismo, che si riesce ad uscire dallo stato di tramortimento della coscienza, e a liberarsi dalla paralisi della volontà dell’anima magneticamente attratta dalla corporeità, avvinta alla corporeità in un abbraccio stritolante e mortale. Perché quel sentire mistico, sia pure in forma diversa, oggi è espressione esso pure della inferiore natura egoica esattamente quanto lo sono le più grossolane e rozze pulsioni istintive.

Certo è che la Via del Pensiero è una Via eroica, e non è una via comoda, consolante, adulante e lusingante le vanità e le paure dell’ego. A cavallo tra Ottocento e Novecento, il grande orientalista Thomas William Rhys Davids, fondatore a Londra della Pali Text Society, nella sua opera Early Buddhism, London, 1908, p.7, scrisse che: “Buddhism has no milk for babies”, ossia egli avvertì crudamente che la Via del Buddha non ha latte per bambini. Una tale espressione radicale, che indubbiamente può apparire dura, ma che è assolutamente realistica, è – a mio orsolupesco e paganaccio modo di vedere – ancor più vera nei confronti della Via Solare, della Via del Pensiero Vivente, la cui disciplina della Concentrazione esige di volere, di volere intensamente, di volere a lungo : esige la consacrazione assoluta della volontà a Ciò che è oltre il semplice umano.

Certo che l’Assoluto Spirituale, che nella sua incandescenza spirituale dissolve la natura – sia la rozza natura umano-animale, che la più “raffinata” natura animica intellettuale, razionale e affettiva  – genera paura e spavento nell’umano: solo gli stupidi e gli sprovveduti possono pensare che di fronte all’assolutezza dello Spirito non tremeranno mai e non sperimenteranno mai nella loro appassionata ricerca quello che il Buddha Shakyamuni, nel Bhaya-bherava Sutta, chiama appunto Spavento e terrore. E solo gli stupidi, gli arroganti e gli illusi su se stessi possono pensare che nel procedere sul Sentiero dell’Iniziazione non sbaglieranno mille volte, non cadranno mille e poi altre mille volte. Ma il problema vero non è certo l’errare, non è il cadere, che in definitiva sono felicissimae culpae, e come tali previste e addirittura auspicate, ossia aventi notevole importanza formatrice, educatrice e purificatrice delle forze dell’anima. I forti, i coraggiosi, errano e cadono mille e poi mille volte, ma ogni volta si rialzano e riprendono – senza concedersi tregua veruna – la lotta mortale con l’inferiore natura e contro quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Armata della Morte, e il suo Oscuro Signore.

Il problema, appunto, non è cadere, ma una volta caduti mettersi a strisciare, e – ed è proprio il caso di dirlo – con una serpentina logica terra-terra giustificare dialetticamente la rinuncia a rialzarsi, lo scegliere vilmente la latitanza e la diserzione dalla lotta in un momento veramente tragico della storia dell’uomo. Momento tragico nel quale :

“La dimensione esclusivamente razionale degrada l’uomo al livello animale: la sua intelligenza infatti è mondialmente mobilitata a soddisfare bisogni fisici e ad attuare un ferreo sistema di organizzazione economico-sociale conforme alla visione fisico-animale del mondo. Se v’è un momento primordiale della evoluzione umana, in cui l’uomo originario come entità spirituale supera il caos, occorre dire che l’attuale imporsi dell’organizzazione fisico-animale della società, è un ritorno del caos sotto forma tecnologico-scientifica. Nuovamente lo Spirito è chiamato a fronteggiare il caos, l’avvento sistematico del demoniaco. Il dramma del presente tempo consiste nel fatto che l’Io ordinario non dispone del potenziale di profondità di cui invece dispone il demoniaco. Occorre all’Io la forza da cui ha origine”.

A questo punto, le lapidarie parole di Massimo Scaligero sono di una chiarezza che non lascia spazio alcuno a funambolismi verbali o a interpretazioni dialettiche forzate. Chi vuol capire, capirà

“La concentrazione dà modo al pensiero di estrinsecare la propria forza pura, indipendente dalla psiche. Il pensiero eccezionalmente si sottrae al dominio del corpo astrale, cioè alla forza delle potenze istintive. Tali potenze sono in realtà forze dell’Io, cioè forze del volere di profondità, deviate verso la necessità strutturale corporea. L’Io le subisce come opposte e deviatrici, finché è un Io riflesso o dialettico, privo della propria indipendenza rispetto al corpo astrale e perciò del potere di presa su esso.

L’esercizio della concentrazione, in realtà movendo dall’Io, comincia a restituire all’Io il dominio originario sul corpo astrale. Il pensiero è l’arto immediato dell’Io. Dominando il pensiero attraverso il corpo astrale, le potenze corporeo-istintive s’impongono all’Io. Liberando il pensiero dalla soggezione al corpo astrale, l’Io riprende i comandi dell’anima e perciò del corpo, controlla e trasforma le potenze corporeo-istintive. Queste sono in sostanza forze superumane smarrite dall’Io, che l’Io ha il compito di recuperare attingendo al proprio potere superumano. Il recupero ha inizio mediante la retta concentrazione del pensiero: occorre dar modo al pensiero di manifestare la propria obiettiva forza indipendente dal corpo astrale e perciò capace di veicolare nell’anima la potenza trascendente dell’Io: solo questa può trasformare gli istinti. Colui che aspira all’Iniziazione nel presente tempo, deve anzitutto sperimentare il pensiero come forza pura, indipendente dall’oggetto o dal tema mediante cui si manifesta, epperò come attività estra-psichica: in tal modo egli apre il varco alla potenza trascendente dell’Io.

Il senso dell’esperienza è l’autonomia della coscienza dell’Io rispetto alla propria base corporea: autonomia che le consente la prima forma di conoscenza non dialettica, bensì diretta, del Sovrasensibile, e perciò della reale fenomenologia della coscienza in rapporto alla funzionale « localizzazione » corporea dei tipici movimenti dell’anima”.

Dunque, l’avversione alla Via del Pensiero e alla Concentrazione ha le sue cause profonde nell’avida brama che lega con potente magnetismo l’essere umano a quello stato di abiezione che è l’identificazione alla corporeità animale, e nello spavento-terrore che l’anima, ignorante e schiava della prigionia somatica, prova all’idea di abbandonare la propria prigione e le catene che la avvincono a un tale turpe servaggio. Questa avversione e questo spavento-terrore portano i deboli, i pavidi, gli indecisi a rinunciare all’impresa spirituale. ossia portano alla latitanza, alla diserzione rispetto alla lotta per lo Spirito e contro il dilagare distruttivo dell’Antispirito.

Avversione, spavento, e diserzione possono anche produrre qualcosa di ancora peggiore, e soprattutto qualcosa di ancora più meschino, ossia quella che si può chiamare invidia metafisica : una cosa davvero sudicietta assai. La meschinità di tale metafisica invidia porta a decidere che quel che chi ha abbandonato il campo di battaglia e la lotta per lo Spirito, ha rinunciato a realizzare, “altri” non devono realizzare, non devono conoscere, volere, tentare, osare realizzare. Gli “altri” sono quei animosi lupacci, i quali – magari in maniera tumultuosa e poco elegante – vogliono portare avanti  quella Via del Pensiero e realizzare quella Concentrazione, alle quali le “anime belle” hanno personalmente rinunciato, ritenendo poi che pure gli “altri” – ovvero i lupacci cattivissimi – non debbano realizzare, o anche solo tentare di realizzare. E tanto meno essi  devono diffondere, nella sua forma autentica, la  “eretica pravità” di una Via del Pensiero Vivente, alla quale essi son venuti meno.

Ma siccome i lupacci – pessimi soggetti dal carattere davvero poco raccomandabile – hanno davanti agli occhi la possente figura spirituale di Massimo Scaligero che la Via del Pensiero Vivente ha realizzata, e fatta conoscere coi suoi scritti, dedicando la sua vita ad orientare e aiutare – con abnegazione assoluta e il sacrificio di ogni più legittima aspirazione personale – i cercatori della realizzazione spirituale, ecco che sorge la necessità per le metafisiche – e mefitiche – invidiose “anime belle” di calunniare abilmente – cercando di demolirla o ridimensionarla – agli occhi dei suddetti lupacci cattivissimi, la sua figura spirituale, metterne in dubbio la realizzazione personale, alterarne l’opera scritta, diffondere poco edificanti aneddoti totalmente inventati. Peccato che i lupacci cattivissimi abbiano sviluppato nel corso di lunghi anni – per la loro sopravvivenza – occhi acuti ed una efficientissima “fiutoveggenza”, e sono ben lungi dal “bersi” fideisticamente e acriticamente quanto, sempre più apertamente, questi ambigui figuri vanno raccontando sul conto di una figura spiritualmente abbagliante come Massimo Scaligero, e quanto con fumosi dialettismi, conditi con stucchevole, dolciastra, sentimentalità, vanno dicendo sull’aurea Via del Pensiero Vivente.

Cosa li muove? Brama per il servaggio all’animale vita corporea, accidiosa inerzia animica, ricerca della comodità interiore, spaventoterrore di fronte alla travolgenza del puro Spirituale, avversione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione, avversione e ingratitudine nei confronti di Colui che le donò, e  “invidia metafisica” verso coloro che temerariamente si impegnano in una impresa spirituale alla quale essi hanno vilmente rinunciato.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

MARTINA VON LIMBURGER: INDICAZIONI MEDITATIVE

MARTINA VON LIMBURGER SCHUELERIN(1) .

Martina von Limburger

Tentativo di una sintesi di varie indicazioni di Rudolf Steiner riguardo alla meditazione

Ciclostilato come manoscritto – Stampa vietata

Amburgo, S. Michele 1953

Premesse

Forse io sono attualmente una dei soci più anziani della nostra Società. E così accade che non di rado mi si preghi di dare indicazioni sul meditare. Ritengo perciò che la cosa più giusta sia di far parlare Rudolf Steiner stesso. Nell’anno 1906 potei entrare nella cerchia più ristretta dei suoi discepoli ed ebbi così spesso l’occasione di parlare con lui, sia da sola sia insieme ad altri. Ho raccolto qui liberamente alcune sue spiegazioni sulla meditazione, espresse in varie occasioni ed altre ne ho accluse traendole da conferenze. È rimasto escluso quanto sulla meditazione vi è nei libri, perché è generalmente noto ai soci.

Martina von Limburger

bubu luglio2016002

La meditazione e la concentrazione non sono speciali cose misteriose – sono attività spirituali rafforzate al massimo che, nei gradini più elementari, si presentano anche nella vita ordinaria. Meditazione è una dedizione dell’anima potenziata illimitatamente quale l’abbiamo nei più bei sentimenti della vita religiosa. Concentrazione è un’attenzione potenziata al massimo che dobbiamo impiegare anche nella vita usuale. La caratterizziamo come attenzione quando non lasciamo fluttuare arbitrariamente sugli oggetti le nostre rappresentazioni e sentimenti, bensì quando ci concentriamo per dirigere il nostro interesse su un unico oggetto.

Questa attenta osservazione può essere illimitatamente rafforzata soprattutto con il collocare al centro della vita dell’anima alcune rappresentazioni date dalla Scienza dello Spirito. In tal modo, con l’esclusione di ogni altra cosa, di tutte le preoccupazioni e gli affanni, di tutte le impressioni dei sensi e gli impulsi di volontà, di tutti i sentimenti e di ogni pensare, l’intera nostra vita dell’anima può venir concentrata per un dato tempo in queste rappresentazioni poste al centro della vita dell’anima. Dobbiamo tuttavia tener presente che non ha tanto importanza il contenuto della rappresentazione, quanto l’attività, l’interiore attività che svolgiamo nella dedizione a tale rappresentazione. E spesso è necessario un ripetuto, lungo esercitarsi, talvolta per decenni, a seconda della diversa disposizione individuale, finché l’anima non sia interiormente sufficientemente rafforzata per sviluppare quelle forze che altrimenti dormirebbero assopite in lei e che mediante tale attenzione e dedizione illimitatamente rafforzata scaturiscono da essa.

Ciò che qui importa in modo particolare è l’esperienza attraverso la quale l’anima, mediante l’attività ora descritta, giunge a disciogliersi e a rendersi libera come essere animico-spirituale sempre più dalla realtà fisico-corporea. In tal modo, col tempo, si perviene a collegare un significato autentico alle parole: ora tu ti sperimenti quale essere animico-spirituale senza servirti dei tuoi sensi e delle tue membra; tu ti sperimenti fuori del tuo corpo fisico. E si è raggiunto un punto fecondo nella propria evoluzione, quando si è pervenuti ad osservare a partire da questa esperienza animico-spirituale, da fuori del corpo fisico, la propria corporeità con tutto quanto nel mondo fisico le è collegato, così come si ha dinanzi a sé un oggetto del mondo fisico. Di regola, si riesce a liberare in questo modo dagli strumenti corporei le capacità pensanti, le capacità rappresentative dell’anima, in special modo dal cervello e dal sistema nervoso, cosicché si sa di essere in un libero tessere del pensare completamente basato su se stesso, tuttavia fuori del sistema nervoso e del cervello.

La prima esperienza ci dà la consapevolezza di sapere: tu vivi pensando come nell’ambiente che circonda la tua testa; tu vivi e tessi così come di solito ti sperimenti allorché ti servi dello strumento del tuo pensiero, ma ora sai esattamente che questa vita e questo stare nel pensare si realizzano fuori del tuo capo. E soprattutto rimane indimenticabile – allorché la si sia vissuta una volta – l’impressione che si prova nel reimmergersi nel sistema nervoso e nel cervello, di come entrambi offrano una resistenza materiale, cosicché ci si deve immergere con violenza nell’elemento corporeo, dopo che ci si è sperimentati al di fuori di esso per un certo tempo.  

Ciò che a tutta prima, mediante l’attività ora descritta si riesce disciogliere dall’elemento corporeo è la capacità rappresentativa del pensiero, e non ancora l’attività del sentimento e quella volitiva dell’anima. A questo risultato porta solo l’illimitato accrescimento della dedizione. Una rappresentazione per questa accresciuta facoltà di dedizione dell’anima la offre il confronto con il sonno, nel quale l’anima dell’uomo nella completa immobilità del corpo viene separata da questo. è dedita all’andamento universale del mondo. Niente del nostro pensare cosciente s’intromette in questa condizione di sonno.

Questo stato naturale deve essere suscitato volontariamente mediante la meditazione, tuttavia con la differenza che in questo caso l’accresciuta capacità di abbandono deve condurre ad uno stato di coscienza più elevato. Mediante un atto volontario dell’anima il ricercatore spirituale deve portare al silenzio tutti i sensi, così come nel sonno viene distolta l’attenzione da qualsivoglia impressione del mondo esteriore. Tuttavia, mentre l’anima nel sonno s’immerge nell’incoscienza, con la facoltà di dedizione spirituale essa si desta entro la corrente divino-spirituale delle forze universali ad una coscienza nei confronti della quale l’abituale coscienza diurna appare uno stato di sonno.

Con tali disposizioni animiche l’investigatore dello Spirito, attraverso una totale immobilità della vita di rappresentazione legata al cervello e dell’intero organismo della parola, raggiunge la facoltà di sviluppare interiormente la medesima forza che, altrimenti, ad opera del corpo fisico, si manifesta l’esterno nel pensare e nel linguaggio.

Il momento più adatto per immergersi nella meditazione si dimostra essere la mattina poco dopo il risveglio. Al nostro risveglio dobbiamo anelare a ritornare prima possibile di nuovo nel mondo spirituale. Ora però coscientemente, reimmergendovisi mediante la nostra meditazione, così come ci prepariamo la sera ad entrare nel mondo spirituale.

Al momento del risveglio il meditante deve permanere, alcuni momenti, in maniera pienamente cosciente, nella quiete spirituale. Allorché fa ciò, egli accende il fuoco sacro, il calore interiore, che sono necessari per il suo anelito animico. Tuttavia, durante la meditazione che segue ci si deve sforzare di plasmare i pensieri in modo chiaro, acuto e determinato, quale agire animico svolgentesi in piena coscienza e consapevolezza. Al contempo, il proprio organismo fisico ed eterico deve rimanere intoccato, poiché in una e corretta meditazione si giunge a sperimentarsi, fuori dell’organismo fisico ed eterico, nel contenuto di forze di pensiero novellamente sviluppate. Attraverso ciò si giunge all’esperienza personale in una condizione di relativa oggettività. La si contempla e la si ri-irradia in forma di pensiero quanto si esperimenta nell’etere.

Quanto a lungo si deve meditare? Questo non lo si può esprimere in concetti temporali. Si persista tanto a lungo su ciascuna parola fintanto che si possa sviluppare mediante essa forza interiore. Si deve meditare con l’intero essere.

Correnti di vita spirituale fluiscono sempre attraverso il mondo. Tuttavia, fintantoché ci occupiamo con gli abituali pensieri giornalieri, quelle correnti non possono fluire in noi. Le parole delle nostre meditazioni sono porte aperte nei mondi spirituali, esse sono messaggeri alati che sollevano in alto l’essere umano nei regni sovrasensibili. Esse hanno la forza di dischiudere la nostra anima cosicché possano riversarsi in noi i pensieri delle nostre grandi Guide, i pensieri dei “Maestri della Saggezza e Armonia delle Sensazioni”. Perché ciò possa avvenire deve regnare in noi il più profondo silenzio. Le parole che al risveglio facciamo vivere nella nostra anima e che ci sono state date dai grandi Maestri dell’Umanità, non devono essere usate come argomento per speculare. Il resto della giornata ci offre il tempo per rifletterci sopra. Durante la meditazione dobbiamo tenere lontano ogni riflessione sul contenuto di quelle parole. Tuttavia dobbiamo anche ben guardarci dal ripetere le parole solo senza badare al senso e meccanicamente. Dobbiamo piuttosto aver chiaro che queste parole schiudono alla nostra anima il riversarsi in essa delle Entità Divine, così come il calice del fiore si apre per accogliere in sé i raggi del sole. Elevate Entità Spirituali si riversano su di noi durante la meditazione, ma soprattutto i pensieri di quelli che chiamiamo i Maestri dell’Umanità. Essi ci guidano e ci sono vicini durante la meditazione. 

Di notte troviamo i discepoli con i loro Maestri sul piano astrale, poiché colui che nella meditazione ha creato un legame con il proprio Maestro, possiede il collegamento che lo conduce a Lui. Questo processo si svolge durante la notte.

Ogni uomo, mediante l’immersione nelle scritture corrispondenti, può giungere ad un tale scambio e pervenire così al suo Sé superiore. Quello che fra qualche migliaio di anni sarà il nostro Sé superiore, riposa ora nel seno dei Maestri. Ed anche la reale conoscenza del nostro Sé superiore dobbiamo cercarla là dove oggi già la si deve trovare: presso le più eccelse Individualità. Questo è il rapporto del discepolo con il Maestro, mediante la meditazione.

La forza delle parole della nostra meditazione non è soltanto nel loro contenuto, ma soprattutto nel loro ritmo e nel loro suono. Dobbiamo ascoltarlo, allora attraverso di esse il mondo spirituale risuona nella nostra anima. Per questa ragione una formula di meditazione non si può senz’altro tradurla in una lingua straniera. Quanto possediamo in lingua tedesca di formule di meditazione è stato anch’esso tratto direttamente dai mondi spirituali. Ogni formula, ogni preghiera, suscitano i massimi effetti nella loro lingua originaria.

Impariamo a vivere nel suono delle parole, allorché immettiamo vera vita nelle nostre immagini di pensiero. Ciò si può raggiungere col formarsi di ogni singola parola una rappresentazione contemplabile sensibilmente, ad esempio per la parola “schöpfen” –  in tedesco ‘versare’, ‘creare’ –  come si versa (schöpft) acqua da un vaso. Così nella meditazione tutte le parole devono ricevere vita interiore concreta.

Tutte le rappresentazioni spaziali esistenti sul piano fisico, devono essere eliminate durante la meditazione; ma tutto quanto si collega alle impressioni dei sensi, come colore, luce, suono, odore, è presente invece anche nel mondo astrale. Per questa ragione è bene crearsi delle rappresentazioni possibilmente piene di contenuto; poiché in tutto quanto i sensi percepiscono, si esprimono Entità spirituali. Esse fanno fluire la loro essenza spirituale in colori, suoni, odori. Così, per la parola “Luce”, si deve risvegliare in se stessi una rappresentazione chiara, piena di luce, mentre si sperimenta come correnti piene di luce si riversino su di noi.

Immergendosi in tal modo in certi concetti e in pensieri eterni, si creano nel proprio corpo eterico impressioni vivificate (Leben-erhaltende), plasmatrici di organi. Si può, così, meditare anche sul concetto “Sapienza”; tuttavia non con definizioni irrigidite, bensì risvegliando in noi rappresentazioni di sensazioni dinamiche. Se si medita in modo giusto sul concetto di Sapienza, qualcosa della Sapienza stessa fluirà a noi e dai mondi superiori ci verrà fatta ottenere l’illuminazione.

Nei tempi antichi il rapporto coi mondi divino-spirituali poteva effettuarsi solo con i mantram, attraverso il suono. Oggi l’uomo può delineare nel suo intimo l’unione con la forza del Cristo mediante la parola ricolma di significato. Quando il discepolo riesce a isolarsi completamente nella meditazione dagli influssi e rumori esterni, quando egli riesce ad escludere il corpo fisico, egli vive allora nel corpo eterico, nel corpo astrale e nell’Io. Come in un fluido magnetico nella nostra meditazione dobbiamo essere trasportati nei mondi spirituali: siamo allora nella giusta disposizione spirituale. Ma non importano le parole di per se stesse bensì che dai mondi spirituali fluisca in noi il vero senso giusto quale forza risvegliatrice di vita, che ess siano ricolme di forza del Cristo. Le parole delle formule meditative sono scelte in modo da operare in maniera assolutamente impersonale, perché esse sono una veste, in cui si può celare il Logos fluente nel mondo. A queste correnti del Logos si debbono adattare le parole, che perciò sono collocate in modo assolutamente determinato.

La nostra meditazione, allorché essa avviene in modo corretto, determinerà in noi un rafforzamento spirituale. Non si creda che tale rafforzamento non sia già iniziato, anche se non siamo capaci di sentirlo. Spesso raccogliamo solo dopo anni frutti che non ci saremmo aspettati. Chi si contenta di poco e non esige con brama e impazienza la crescita animica, otterrà sempre un rafforzamento spirituale. Poiché ogni meditazione prima o poi determina in noi un rinvigorimento di forze.

Durante la meditazione si deve lasciare fuori tutto quanto è collegato con la vita esteriore. La porta che oltrepassiamo nella meditazione è come una sottile fessura. Tutto quanto di pensieri non pertinenti la meditazione vi s’intromette, agisce quale fuoco distruttore su quanto deve germogliare nel nostro intimo. La tentazione di lasciar intromettere nella meditazione tali pensieri è enormemente grande.

Poiché attraverso la nostra meditazione vorremmo evolverci più rapidamente, cercando di lavorare per l’evoluzione dell’umanità, proprio per questo la meditazione è il campo nel quale forze ostacolatrici cercano in ogni modo di intervenire producendo danni, facendoci venire per esempio in mente gli avvenimenti della vita quotidiana. Abbiamo però un mezzo occulto per proteggerci da questi pensieri non desiderati, un mezzo per ridurli al silenzio. A tale scopo ci si raffiguri nel modo più chiaro possibile il Caduceo, un’asta splendente, intorno alla quale si avvolge un serpente nero. Ci si raffiguri poi un serpente bianco che si muove incontro all’altro. Il serpente nero simboleggia i pensieri materiali, che ci disturbano, come essi siano collegati con l’uomo inferiore, mentre il serpente luminoso rappresenta i pensieri divini del Sé superiore. Se ci poniamo dinanzi all’anima, in tutto il suo significato, questo simbolo, come il serpente chiaro si avvolga di contro a quello nero, allora questi ostacoli scompaiono, cosicché possiamo dedicarci indisturbati alla nostra meditazione.

Tuttavia si deve mettere l’accento sul fatto che quel che importa non è di raggiungere più presto possibile dei progressi. Molti discepoli a tale scopo esigono sempre nuovi esercizi. La forza animica di un uomo si dimostra proprio nel fatto che egli è capace di indugiare a lungo su un esercizio, e che da esso sa trarne forze, spesso per un’intera vita. Ogni formula di meditazione è dotata di grande forza che è sufficiente per molto tempo per risvegliare le assopite forze vitali. Più progredito è il discepolo, maggiormente si destano in lui le forze spirituali, tanto più semplici divengono gli esercizi che riceve.

La vita meditativa riposa sul fatto che rendiamo presente all’anima il contenuto della meditazione nella “ripetizione”; in tal modo la meditazione diviene una forza interiore che continuamente persiste, come avviene allorché una goccia cade sempre di nuovo su di una pietra ed infine la incava. Se presente nella nostra anima solo una volta o dieci volte, la meditazione non riesce a condensare la forza interiore, che è quel che importa. Solo con la pazienza questa forza può svilupparsi, cosicché noi diventiamo coscienti dell’eterno germe essenziale dell’uomo. Poiché quello che conta è questa forza; ma essa viene in molti modi sfuggita dall’uomo. Possiamo accogliere in noi le Potenze del mondo spirituale solo se possiamo portare loro incontro in modo giusto questa calma interiore. Possiamo conoscerle unicamente, andando loro incontro mediante la nostra vita di rappresentazione.

Parallelamente alla meditazione disinteressata, deve procedere l’entusiasmo per ogni sensazione. Questo tuttavia deve porsi accanto al rafforzamento dei pensieri. Certi mistici cercano di soffocare completamente proprio i pensieri e di curare unicamente la vita delle sensazioni.

Ogni esoterista progredisce, s’egli esegue fedelmente e regolarmente i suoi esercizi, anche quando è insoddisfatto del loro risultato. Conta anzitutto il leale anelito. Con la meditazione diveniamo effettivamente altri uomini; questo avviene incondizionatamente, anche se noi non lo notiamo.

Si può concepire la vita esoterica in modo da considerare gli esercizi che si ricevono come un’aggiunta alla propria vita normale. Ci si accorgerebbe, tuttavia, che i progressi ottenuti in tal modo non sarebbero rilevanti. La decisione, che l’esoterista dovrebbe prendere, consiste piuttosto di proporsi di portare in relazione alla sua vita esoterica tutto quel che incontra nella vita ordinaria.

Attraverso ciò egli si crea un centro, dal quale dirige l’intera sua restante vita.

Con la meditazione dobbiamo sviluppare una grande forza, la quale utilizza le parole della meditazione quali strumenti mediante i quali a poco a poco plasmiamo interiormente nel nostro corpo astrale i nostri organi spirituali con i quali poter percepire il circostante ambiente spirituale. Le impressioni che imprimiamo nel nostro corpo astrale solo col tempo diventano durature, poiché posiamo paragonare il corpo astrale ad una massa elastica che accoglie sì impressioni, ma dopo un certo tempo riacquista la forma precedente. Queste impressioni vengono impresse nel corpo astrale durante il sonno, quando l’Io ed il corpo astrale hanno abbandonato il corpo fisico. Più forte ed intensa è la nostra meditazione, tanto più fortemente queste impressioni s’imprimono nel corpo astrale, finché alla fine divengono durature, cosicché da esse si possono sviluppare gli organi animici.

Se ci si rende sordi e ciechi alle impressioni sensorie esteriori, si solleva con la meditazione a poco a poco il proprio corpo eterico fuori del corpo fisico e ci si unisce con l’aura del Cristo, che è ora l’aura della nostra Terra. Se ci sollevassimo fuori del nostro corpo senza il contenuto della nostra meditazione, la nostra anima sarebbe sola con se stessa. Ma così viene compenetrata dal Cristo e sperimenta il detto di Paolo: “Ora non io vivo, ma il Cristo in me”.

Il meditare determina una condizione intermedia, mediante la quale può venir superato l’unilaterale elemento luciferico e quello arimanico. Nel solitario pensare e rimuginare vi è la tentazione luciferica. Nell’osservazione unilaterale, tutta tesa verso l’esterno, vi è la tentazione arimanica. Si può, invece, determinare una condizione intermedia nella propria anima, rafforzando interiormente i propri pensieri in maniera così vivente, che li si abbiano dinanzi come qualcosa di vivente, come una percezione che si oda o si veda. Questa è una condizione intermedia, che viene raggiunta con la meditazione. Il meditare non è né pensare, né percepire, è un pensare che vive nell’anima in maniera così vivente, come una percezione, ed è un percepire che non ha nulla di esteriore, bensì ha pensieri come oggetti della percezione. Tra l’elemento luciferico del pensiero e l’elemento arimanico della percezione, scorre nel meditare la vita dell’anima in una condizione intermedia divino-spirituale, che sola sorregge il progresso dell’evoluzione del mondo.

L’uomo meditante, che vive nei suoi pensieri, sì che essi divengano in lui forze viventi, vive nella corrente divina. A destra egli ha i soli pensieri, a sinistra le sole percezioni; egli non esclude né gli uni né le altre, bensì sa che le polarità si debbono mantenere in equilibrio, così come il triangolo è determinato dalla somma dei suoi angoli.  

Meditazione significa: dedizione ad alcuni pensieri e sensazioni particolarmente adatti alla nostra individualità, con i quali ci identifichiamo totalmente. Naturalmente, in questa via lo sforzo umano assai facilmente s’indebolisce perché di fatto il rinnovato proporsi questo silenzioso e intimo atteggiamento dell’anima costa grandi superamenti. Ma con il tempo si riceverà il sentimento: sinora questo pensiero lo hai sempre solo pensato. Ora esso comincia a sviluppare una propria vita, a sviluppare una propria intima vivacità. È come se si fosse realmente in condizione di generare da sé un essere. Il pensiero comincia ad acquistare un’interiore forma. Questo è un momento importante, quello di sperimentare come il pensiero sia solo un involucro per un essere vivente realmente spirituale. Cosicché ci si può dire: i tuoi sforzi ti hanno portato a creare un palcoscenico su quale si sviluppa qualcosa che mediante te ora si desta a vita propria. Questo vivificarsi del pensiero meditativo è un momento importante. Il discepolo avverte allora di venire  afferrato dall’oggettività della realtà spirituale, egli sa che il mondo spirituale in un certo qual modo si occupa di lui; sì, gli si è avvicinato.

Quel che avviene nella meditazione, dimentica di se stessa, è qualcosa della più alta importanza. Mediante tale intimo processo del meditare viene realizzato un sottile consumo di calore. Ogni processo meditativo è connesso con un sottile processo di calore e di luce. Luce e calore vengono da noi consumati durante la meditazione. Attraverso di esso si forma nella meditazione proprio un processo vitale. Anche nel nostro pensare quotidiano si verifica un processo di calore nel nostro organismo, che determina il ricordo. Ma nella meditazione non si deve arrivare a ciò. Se viviamo nel puro contenuto di pensiero, quello che consumiamo quale calore e luce non si imprime nel nostro corpo, bensì nell’universale etere cosmico. E ciò causa un processo esteriore nell’ambiente circostante. In un’autentica meditazione imprimiamo la nostra forma di pensiero nell’universale etere cosmico, cosicché nello sguardo retrospettivo su di un processo di meditazione, non abbiamo a che fare con un ricordo, ma con una percezione obbiettiva di impressioni nell’etere cosmico.

Chi è impegnato nel vero meditare, vive in un evento che contemporaneamente è un processo cosmico. Quel che accade è quanto segue: nel meditare viene consumato calore, attraverso il quale sorge il freddo. L’intero etere cosmico generale viene raffreddato. E poiché viene consumata anche luce, poiché essa viene attenuata, ne nasce oscurità. Chiaroveggentemente si può sempre osservare, quando un individuo ha meditato in un luogo: di lui vi rimane un’immagine d’ombra, che è persino più fresca dell’ambiente circostante. Si è realizzato qualcosa che può essere paragonato all’impronta su una lastra fotografica. 

Se riflettiamo a ciò, capiremo altresì come l’uomo, che nell’incarnazione successiva ritorna sulla Terra, ritrovi nell’etere cosmico le tracce dei suoi pensieri di meditazione. Qui vediamo realmente come operi il Karma. Perciò il meditante ha sempre più il sentimento: non sei semplicemente tu, colui che qui pensa, bensì avviene qualcosa, all’interno del quale tu stai, ma che si realizza oltre te come qualcosa di duraturo. Questo «sentirsi come nell’atmosfera, come nell’atmosfera del tessere e dell’essere dei propri pensieri», come se i pensieri si muovessero in onde dentro ed attraverso di noi, ciò dà il sentimento sicuro: tu ti trovi all’interno di un mondo spirituale, e tu stesso sei solo un membro tessente nel tessere generale del mondo divino. E questo è un sentimento notevole che ci giunge nella quiete animica della meditazione: non sei solo tu colui che fa compie ciò – ciò viene compiuto! Tu hai iniziato a provocare queste onde, ma esse si espandono attorno a te. Esse hanno una loro vita propria, della quale tu sei solo il centro.

È un’esperienza che ci dischiude la conoscenza del mondo spirituale. È un’esperienza di straordinaria importanza, alla quale tuttavia appartengono pazienza, costanza e abnegazione. È sufficiente questa esperienza per ricevere la piena convinzione dell’obbiettiva esistenza del mondo spirituale.

I momenti più importanti, più significativi per lo sviluppo della nostra vita esoterica sono quelli dopo la meditazione, quando facciamo penetrare nell’anima la calma assoluta, al fine di fare agire su di noi il contenuto della meditazione stessa. Dobbiamo sforzarci di prolungare sempre più tali momenti, perché col «trarsi fuori» dalla cerchia dei nostri pensieri e sentimenti giornalieri, con questo «svuotar se stessa» della nostra anima, noi ci poniamo in comunicazione con un mondo dal quale ci vengono incontro immagini, delle quali dobbiamo dire che esse non sono possono essere paragonate a nessuna altra cosa della nostra restante vita.

Se dopo ogni meditazione risvegliamo in noi un sentimento di gratitudine e venerazione – un sentimento che possiamo chiamare stato interiore orante – e al contempo siamo coscienti della grazia della quale siamo stati partecipi, allora noteremo già che siamo sulla strada giusta e come i mondi spirituali ci vengano incontro.

Sullo sguardo retrospettivo

La sera prima di addormentarci dobbiamo prepararci al fatto che entriamo nei mondi spirituali, ma non con preghiere egoistiche per una fine beata o qualcosa di simile, bensì nello stato interiore di gratitudine, perché di nuovo saremo accolti nel grembo delle Entità Spirituali. Qui giuoca un grande ruolo l’esercizio dello sguardo retrospettivo. In forma di immagini, ma con successione invertita, risalendo dalla fine verso l’inizio, il giorno trascorso deve scorrerci dinanzi retrospettivamente. Al tempo stesso, per ogni esperienza vissuta nella giornata, dobbiamo domandarci: ho fatto giustamente questa cosa, non avrei potuto farla ancora meglio? Molto importante è, al contempo, imparare a guardare a noi stessi come ad un estraneo, come se ci considerassimo dall’esterno e ci criticassimo. Soprattutto dobbiamo tendere ad avere una rappresentazione della vita della giornata la più chiara possibile. È perciò molto più importante potersi ricordare i piccoli avvenimenti che non le vicende importanti. Un comandante che abbia combattuto una grande battaglia, avrà la sera davanti agli occhi l’immagine della battaglia, essa aderisce da sé alla sua anima, invece come si sia infilato o sfilato gli stivali non lo saprà più. Importante è avere un quadro il più possibilmente completo della nostra vita giornaliera. Ci vediamo per es. attraversare la strada, cerchiamo di ricordarci come erano allineate le file di case, dinanzi a quale vetrina siamo passati, quali uomini abbiamo incontrato, che aspetto avevano, quale aspetto avevamo noi stessi. Poi ci vediamo entrare in un negozio e ci ricordiamo della commessa che ci è venuta incontro, cosa aveva indosso, come parlò, ecc. Per ricordarci questi particolari dobbiamo sforzarci molto, ma proprio questo rinvigorisce le forze della nostra anima. Tuttavia non si ha bisogno di pensare che per fare ciò sia necessaria un’ora. Dapprima ci si ricorderà poco, ma infine si giungerà a percorrere chiaramente l’intera vita diurna con l’anima in soli cinque minuti, in immagini mutevoli e in tutti i particolari.

Tuttavia a questo risultato si deve tendere con pazienza; a chi faccia scorrere dinanzi a sé solo in modo superficiale gli eventi della giornata questo esercizio non serve affatto. Lo scopo a cui tende è questo: quando un uomo ha percorso una lunga via e alla fine del cammino desidera conoscere il tragitto percorso, può farlo in due modi: può collocarsi con la schiena di contro alla via percorsa e cercare di ricordare quello che sta dietro a lui. Ma può anche voltarsi per abbracciare con lo sguardo la via. Di un periodo di tempo passato, possiamo dapprima solo ricordarci con la memoria, ma non sappiamo ancora abbracciarlo contemplativamente con lo sguardo. Ma l’abbracciare con lo sguardo, che conosciamo unicamente per lo spazio, è possibile anche per il tempo. Così impariamo a leggere nella Cronaca dell’Akasha, ove è iscritto ogni avvenimento. Dapprima si riconoscono solo i fatti che ci riguardano, finché s’impara a riconoscere anche dell’altro.

A questo processo si ricollega anche la trasformazione della memoria, che nella sua astratta forma nell’esoterista scompare mentre un’altra facoltà ne prende il posto. La capacità di contemplare direttamente il passato, cosicché non si ha più bisogno della memoria usuale. Un buon allenamento (Schulung) per la memoria è anche quello di leggere prima dell’addormentarsi circa sette righe di “Scienza Occulta” e imprimersene il contenuto, senza imparala a memoria, e la mattina dopo richiamarli alla mente. Con l’esercizio si acquista presto una certa abilità che agisce in modo benefico e rinforzante sulla memoria. 

Quel che si esegue nello sguardo retrospettivo è una creazione di immagini spirituali, che portiamo con noi quale estratto nel mondo spirituale. Che ciò debba avvenire in successione rovesciata, è in rapporto con lo scorrere del tempo nel mondo spirituale, il quale si svolge in senso inverso, cioè nella direzione contrapposta alla sequenza del mondo fisico. In tal modo il mondo spirituale può fluire più facilmente in noi. Con l’abituale pensare progrediente ci poniamo in opposizione al mondo spirituale e lo respingiamo lontano da noi. Taluni esoteristi si lamentano del fatto che nella meditazione serale si addormentano, ma tali lamentele spesso non sono giustificate, poiché questo fatto può anche significare un progresso. Naturalmente ci si deve dare da fare per restare svegli; ma non è necessariamente sempre un errore se durante la meditazione serale ci si addormenta. Avviene che, dopo l’addormentarsi, l’esercizio prosegua. Svegliandosi durante la notte, si deve cercare di ricordare l’esercizio e cioè il punto in cui questo si è interrotto. Si può allora ricevere il sentimento di come l’esercizio nel frattempo abbia ulteriormente operato in noi. In questo caso, si cerchi di ricordare che cosa nel frattempo ha continuato incoscientemente ad agire in noi. Ciò può causare gradualmente la penetrazione cosciente nel mondo spirituale.  

Si faccia attenzione, inoltre, al fatto che non si deve mai meditare tra mezzanotte e l’una di notte, poiché in tale ora ci colleghiamo con azioni nocive.

Meditazione all’addormentarsi

«Ritorna a se stessa l’anima

che avvolta nel sonno

vola nei mondi spirituali,

quando la costrizione dei sensi l’opprime».

«Io mi addormento; fino al risveglio la mia anima sarà nei mondi spirituali. Lì incontrerà la Potenza dell’Essere che guida la mia vita terrena, che vive nel mondo spirituale. Là essa incontrerà il suo Genio. E quando mi sveglierò, avrò avuto l’incontro col mio Genio. Le ali del mio Genio avranno avvolto la mia anima».

Ulteriori indicazioni per la meditazione

bubu luglio2016003

Prima di iniziare una meditazione dobbiamo renderci conto con chiarezza se abbiamo il tempo di portarla a termine. Interromperla non va bene, perché allora Arimane può impadronirsene. Anche una meditazione fatta distrattamente può offrirgli questa occasione. Non si deve mai iniziare una meditazione nuova, quando la luna è decrescente, la cosa più giusta è iniziarla due giorni dopo la luna nuova. Prima o poi conosceremo i mondi spirituali attraverso la nostra meditazione, ma dobbiamo essere memori sempre del fatto che questo avvenga nel modo giusto, cioè non per curiosità, ma per aiutare l’umanità. Se faremo attenzione di non portare mai con noi nei mondi spirituali nulla delle nostre simpatie e antipatie e delle nostre piccole preoccupazioni, allora essi ci si schiuderanno e ci lasceranno entrare nel modo giusto. Per l’esoterista, non è sufficiente nemmeno la pura e semplice, seppure coscienziosa, osservanza della morale corrente, poiché codesta morale può essere sottilmente molto egoistica, ove l’uomo dica se stesso: Voglio essere buono, cosicché vengo considerato buono. L’esoterista non fa il bene, per essere considerato buono, ma perché sempre di più riconosce che solamente il bene fa progredire l’evoluzione del mondo, mentre il male e la stupidità e la bruttezza pongono ostacoli sulla via dell’evoluzione. Tutte le meditazioni, le concentrazioni e gli altri esercizi saranno privi di valore, e perfino dannosi sotto certi riguardi, se la vita non si ordina secondo queste condizioni. All’uomo non si possono dare forze, si possono soltanto portare a sviluppo quelle che già sono presenti in lui. Queste non si sviluppano da sole, perché vi sono ostacoli interiori ed esteriori. Gli ostacoli esteriori sono eliminati mediante particolari regole di vita, quelli interiori soprattutto mediante le particolari indicazioni sulla meditazione, concentrazione, ecc. Si può rendere talmente vivo interiormente quello che si pensa, talmente pieno di forza, da avere dinanzi a sé il proprio pensiero come qualcosa di vivente, in maniera così concreta come qualcosa che si oda o si veda. Questo è una condizione intermedia. Nel mero pensare, alla cui base vi sia il rimuginare, vi è l’accostarsi di Lucifero all’uomo, nel mero ascoltare, invece, sia che si tratti di percezione, sia che si tratti di sottomettersi all’autorità degli uomini, vi è l’elemento arimanico. Quando si rafforza interiormente e si risveglia l’anima, in modo da udire e vedere, per così dire i propri pensieri, allora si ha il meditare. Il fare i nostri esercizi con dedizione e serietà è lo strumento esoterico per l’allentamento del nostro corpo. Per il corpo fisico trarre fuori il corpo eterico è come quando ad una pianta, per un certo tempo si sottraggono i succhi. La pianta inaridisca e così è – anche se non lo si vede fisicamente – anche il corpo fisico: se vi è prediposizione a malattie, queste vengono fuori. Ma se il corpo eterico si abbevera nel modo giusto di verità spirituali, allora esso acquista forze nuove e queste agiscono a loro volta in maniera risanatrice sul corpo fisico. Dobbiamo riuscire a sviluppare i “fiori di loto” nel corpo eterico mediante impronta del corpo astrale*.

[* N.d. M.v.L: Vedi le esposizioni di Rudolf Steiner in L’iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. Del resto in una conferenza una volta il Dr. Rudolf Steiner parlò della rotazione dei fiori di loto. Egli mostrò ciò chiaramente sul petto dell’interrogante, così come le lancette dell’orologio ruotano sul quadrante dell’orologio stesso].

Dobbiamo sentire nella nostra anima le parole della meditazione il più possibile piene di colore e di luce, dobbiamo sentirle risuonanti nella nostra anima, vivere completamente immersi in esse. Nei colori e nei suoni dimorano entità spirituali. Mettendoci in contatto con determinate impressioni sensorie fluiscono in noi determinati esseri. Attraverso il lavoro esoterico dobbiamo appropriarci di un nuovo pensare, di un nuovo sentire e di un nuovo volere. Un pensiero una volta pensato, noi dobbiamo farlo trapassare penetrare nel nostro sentimento, e questo compenetrarlo interamente. Il pensare fluttuante in noi al momento del risveglio è il pensare cosmico che pensa in noi. Possiamo essere immersi in esso, se il sogno non viene sperimentato solo in maniera riflessa, come accade il più delle volte, ma in modo tale da esservi realmente immersi dentro, così da muoverci insieme con l’elemento animico, in maniera da essere presenti in esso spiritualmente. Con il penetrare nei mondi spirituali, i concetti che qualcuno che si son fatti sul piano fisico non aiutano uno nel modo più assoluto. Solo qualcosa può essere conservato: la facoltà dei concetti, il senso per la verità e la logica. Inoltre, la capacità di formare nuovi concetti e il senso per le nuove verità che si impareranno a conoscere.

Ciò che l’uomo sperimenta interiormente nella meditazione e concentrazione, agisce sul corpo astrale così come la luce agisce sull’occhio fisico, e il suono sull’orecchio fisico, poiché entrambi sono stati plasmati a partire dalla luce e dal suono. Mediante questa esperienza interiore della meditazione il corpo astrale riceve una nuova organizzazione. Ne vengono tratti fuori gli organi di conoscenza per i mondi superiori, così come gli organi sensori fisici sono stati tratti dalla luce e dal suono. Ma questi organi si consolidano nel corpo astrale solo in quanto vengono impressi, stampati nel corpo eterico o corpo vitale. Fintanto che il corpo eterico si trova nel corpo fisico, è molto difficile che vi si imprimano le esperienze del corpo astrale. Specialmente nei tempi antichi non era possibile che quanto si formava nel corpo astrale mediante la meditazione e concentrazione si imprimesse nel corpo eterico, se questo restava unito al corpo fisico. Se riflettiamo che veramente il mondo sensibile esiste per noi soltanto perché in esso sono stati plasmati con fine cesello gli organi, allora non ci sembrerà particolarmente strano che venga affermato che anche negli arti superiori dell’uomo, nel corpo eterico e astrale, vengano formati siffatti organi superiori. Il corpo fisico dell’uomo oggi è già organizzato, invece i corpi superiori non lo sono ancora. In colui che aspira all’iniziazione vengono formati questi organi superiori. E per realizzarli si tratta di afferrare l’astrale, là dove esso lo si può avere nella sua purezza. Oggi non è affatto facile sollevare, estrarre il corpo eterico.   

L’uomo riconoscerà sempre di più la necessità di concentrarsi realmente nel pensiero (wirklich regelmäẞig zu konzentrieren), per raccogliere l’intera vita dell’anima in questi pensieri; per dirigere l’intera sua vita dell’anima su pensieri ben precisi, che egli stesso si pone dinanzi alla coscienza, mentre diversamente egli lascerebbe fluttuare i suoi sensi di cosa in cosa, di fatto in fatto. Così sempre più egli dirigerà, anche se per breve tempo, la sua vita di pensiero su oggetti ben determinati che egli stesso si sceglie.

Si giungerà al punto che, mediante la vivificazione delle rappresentazioni della Scienza dello Spirito, in un certo qual modo, ci si metterà in una condizione simile a quella in cui si trova un uomo che è seduto in treno o su una nave, e che si deve sforzare interiormente contro lo sballottamento, tanto da non accorgersene più, e restare completamente “in sé”. Oggi questo è possibile solo con rappresentazioni della Scienza dello Spirito, ma si deve tenere presente che a tal scopo è necessaria la sempre rinnovata ripetizione, poiché quello che conta è la forza che da essa scaturisce. Allora si rimane, per così dire in sé, presenti a se stessi, calmi e sicuri. Le potenze del mondo spirituale possono “entrare” in noi, allorché portiamo loro incontro in modo giusto una tale calma. Solo così possiamo divenir coscienti, che andiamo loro incontro attraverso una tale vita di rappresentazione come è stata caratterizzata.  

Ciò che conta è di sentire che, indipendentemente dalla vita del nostro intelletto, qualcosa pensa in noi, qualcosa di cui possiamo dire: non io penso, bensì esso pensa in me. Anche se dapprima tali pensieri per noi sono poco significativi, li possiamo però rinforzare e sollecitare con un sentimento di gratitudine verso le potenze superiori. Quando dopo ogni siffatto evento, anche se per breve momento, diciamo: “Vi ringrazio, o Potenze delle Gerarchie superiori, che mi avete fatto notare una cosa simile”, allora ad opera di questo sentimento di gratitudine, di venerazione aumenteranno questi momenti nei quali mondi superiori si vogliono manifestare. Potremo dapprima conservare nella memoria quanto la percorse come oscuro sogno, ed infine potremo volontariamente determinare tali condizioni, e a poco a poco ci diventerà chiaro che questo pensare, in fondo, è sempre in noi, indipendentemente dal pensare intellettuale.

La gratitudine è la coppa che noi eleviamo agli Dèi, onde la ricolmino coi loro doni meravigliosi. Se, con tutta serietà, si sviluppa il senso di gratitudine, allora vi sarà la gratitudine, la dedizione piena d’amore per gli invisibili donatori della vita spirituale, ed è la maniera più bella di esser condotti, partendo dalla propria personalità, al soprasensibile, se questa direzione muove mediante la gratitudine. Una tale gratitudine approda infine alla venerazione e all’amore per lo spirito umano donante vita. Essa genera l’amore, l’amore genera poi il dischiudersi del cuore per le Potenze spirituali che permeano la vita. Se, dopo ogni meditazione, ridestiamo in noi il sentimento di gratitudine e venerazione – sentimento che possiamo chiamare stato d’animo orante – e diveniamo consapevoli della Grazia di cui partecipiamo, allora ci accorgeremo che stiamo sulla strada giusta, e che i mondi spirituali ci vengono incontro.  

Dobbiamo farci altre rappresentazioni su ciò che a tutta prima sperimenteremo. Ci lamentiamo, per es., che nella nostra meditazione si intromettano pensieri che ci opprimono e ci disturbano. Se riflettessimo meglio, dovremmo riconoscere che è un progresso l’esser divenuti più sensibili, poiché avvertiamo che questi pensieri sono più forti di noi. Essi ci inducono a raccogliere maggiore forza nella nostra meditazione, poiché sono esseri luciferici quelli che in noi sollecitano i nostri propri pensieri. Questi esseri sono sempre presenti dentro di noi, ma nell’andamento della vita ordinaria la loro voce è sopraffatta. Il silenzio che creiamo con la nostra meditazione ci fa avvertire che cosa accade nell’andamento della vita giornaliera. L’intera nostra costituzione, il rapporto dei nostri corpi, muta ad opera della nostra meditazione: anche se la facciamo ancora male e in maniera ancora poco abile, tuttavia traiamo fuori dal corpo fisico il nostro io e corpo astrale, e parte del corpo eterico, e così nei minuti che seguono alla meditazione possiamo avere esperienze notevoli nel nostro corpo eterico. Dai mondi superiori ci possono venire anche ispirazioni per il mondo materiale. L’anelito è quello che conta. Attraverso questi esercizi diveniamo effettivamente uomini diversi; questo avviene incondizionatamente, anche se noi non lo notiamo. Poiché in tutti questi esercizi, siano essi dati in libri o a voce, risiedono le forze che disciolgono il legame del corpo eterico e lo traggon fuori del fisico. Altra cosa è rendersi conto di tali mutamenti. Difatti l’anima può già avere effettivamente organi, ma c’è una differenza s’essa dorma o sia desta nel suo ambiente spirituale circostante. Per ridestarsi e divenir cosciente le necessitano grande forza e preparazione. Alcuni hanno difficoltà a diventar coscienti, perché si rappresentano sempre di nuovo il mondo spirituale come un secondo mondo fisico, solo più sottile, più compenetrabile. Questo è un grande ostacolo, perché non notiamo allora i delicati sintomi del risveglio. Ma chi accoglie correttamente le spiegazioni esoteriche, può comprendere come il mondo spirituale venga sperimentato al risveglio dell’anima. Per realizzare ciò ci si deve porre dapprima una volta la domanda: che cosa è realmente il pensare? Esso è sovrasensibile: con il pensare dell’uomo, noi siamo sempre dentro al mondo sovrasensibile. Noi viviamo nel pensare, ma non lo sperimentiamo in maniera immediata. Poiché quello che sperimentiamo sono i riflessi del pensare nel corpo fisico. Il cervello è lo specchio. Attraverso il discepolato esoterico l’uomo deve giungere a sperimentare il pensare stesso e non soltanto i pensieri. Si tratta di un gran passo avanti verso questa esperienza. Come ulteriore esperienza emerge il fatto che l’uomo sente irradiare da sé tutto il bene, il giusto, il vero ch’egli pensa. Egli sente ciò come un crescere verso l’avvenire, e come se plasmasse il seme per il proprio futuro. Però cresce e si espande anche quanto di non giusto, di cattivo, e di brutto egli pensa e sente. Sente irradiare ciò in maniera assolutamente reale, molto concretamente, e sa che i pensieri cattivi che egli emana, serviranno in futuro di alimento a quelli buoni. Perciò impara a capire perché nella meditazione lo sopraffanno tanti pensieri e sentimenti errati e brutti. Le potenze malvagie prediligono gli uomini che progrediscono mediante la meditazione, piuttosto che gli uomini comuni e li perseguitano ancora più intensamente, per rovinarli. Ma di fronte a chi si rappresenti dinanzi all’anima la lignea croce nera con le sette rose le potenze malvagie devono cedere. 

Nella meditazione i pensieri si devono formare in modo chiaro, acuto, preciso, essere un atto di pura spiritualità che svolgentesi in piena consapevolezza. Il nostro organismo fisico ed eterico deve restare completamente immobile nella meditazione. In una meditazione corretta si giunge a vivere il contenuto delle forze di pensiero, sviluppate fuori del proprio organismo fisico ed eterico. Lo si contempla ed esso irradia, riflettendo in forma di pensieri, quanto si sperimenta nell’etere. Si possiede lo sperimentare eterico nella propria organizzazione, si giunge allo sperimentare personale in condizione di una relativa oggettività.

L’uomo deve meditare in immagini per penetrare nella sua interiorità. In ciò agisce il culto, che veramente si accosta con fervore all’uomo: ogni elemento cultico, non solo ciò che è forma esteriore del culto, bensì la comprensione del mondo in immagini. Fintantoché si vuole giungere nella propria interiorità, alla autocoscienza con immagini e rappresentazioni astratte, non ci si riesce. Non appena ci si immerge nella propria interiorità con immagini che ci rendono concrete le esperienze dell’anima, allora ci si afferra nella interiorità.

Con lo sviluppo superiore il discepolo abbandona, anche se per breve tempo del giorno, il suo sé inferiore col quale egli si trova nella vita quotidiana, e mediante il quale entra in contatto con il mondo esteriore. Durante la meditazione egli lo abbandona a se stesso, gli sottrae, per così dire, un vigilante che di solito lo controlla continuamente, che regola in parte e in parte reprime le sue caratteristiche particolari, o perlomeno le imbriglia. Per il fatto che tale nostro io inferiore è lasciato a se stesso, sia pure per breve tempo, sbucano fuori da ogni parte angoli nascosti delle nostra natura qualità, che credevamo già vinte e la cui soppressione ci era sembrava affatto facile. L’uomo può divenire in certo modo peggiore se non esercita continuamente il più rigoroso controllo su se stesso. Dobbiamo anche essere grati agli Dèi per i nostri difetti, giacché la lotta contro di essi ci rende forti e liberi. Ma, neppure per un attimo, dobbiamo amare i nostri difetti. Se combattiamo seriamente e ci sforziamo instancabilmente, sentiremo come quanto in noi è difettoso muoia.

Ma questo diventar peggiori non può verificarsi, se il meditante fa sufficiente attenzione a se stesso, alla sua vita, al suo ambiente. Soprattutto l’esoterista deve aver quotidianamente davanti agli occhi, che tutto il suo anelito è quello di raggiungere il suo Sé superiore, e deve riflettere che cosa sia questo Sé superiore. Non deve credere di dover portare qualcosa incontro a questo Sé superiore, bensì deve mantenersi in atteggiamento di attesa di fronte ad esso, e tutto attendere da lui. Come un fluido magnetico nella nostra meditazione, esso deve condurci nei mondi spirituali, allora siamo nella giusta disposizione di pensiero. Ma non hanno tanta importanza le parole – le parole devono dare soltanto la veste – ma quello che conta è che da esse fluisca in noi dai mondi spirituali il senso giusto, ciò che conta è essere ricolmi della forza del Cristo.  

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

MARTINA VON LIMBURGER E ALCUNI EPISODI DELLA VITA ESOTERICA

MARTINA VON LIMBURGER SCHUELERIN copia 2

Ha sempre esercitato su di me un particolare fascino la conoscenza della storia dei movimenti spirituali, ed in particolare la biografia – sia ch’essa mi giungesse per tradizione orale diretta, oppure mediata dalla forma scritta – di alcune personalità del mondo esoterico e occultistico. Il motivo del mio interesse verso una tale conoscenza storica non era tanto l’appagamento di una comprensibile curiosità, che pur vi era e vi è in me, e forte, curiosità che cerco di “moderare” molto, quanto il fatto che la conoscenza di eventi interiori – nella misura in cui, naturalmente, sia dato di conoscerli – e di varie contingenze della vita di tali personalità in me fa vivere, o rivivere, tutta una magica atmosfera, estremamente lontana dalle aride elucubrazioni di un intellettualismo astratto e dialettico.

La conoscenza della biografia di tali personalità ha il potere di suscitare in me – ma so che anche altri amici hanno la stessa esperienza – tutto un clima di fattività interiore, di fervore di ascesi iniziatica, di slancio verso l’incondizionato, di volontà di concreta realizzazione spirituale. E non poche volte, l’attingere ad una tale conoscenza della “storia interiore” del movimento spirituale ha avuto in me il potere di fluidificare la volontà la quale, nel faticoso cammino che percorre il dantesco “pellegrino d’Amore”, attraversa inevitabilmente momenti di oscurità e di dolorosa contrattura.

Inoltre, la conoscenza “storica” della quale ci stiamo occupando, può essere importante anche per rendersi conto se il movimento spirituale proceda verso la mèta originariamente prefissa; se – come è facile che accada nel tempo – esso si sia diluito, afflosciato, irrigidito, sfigurato, spento; o se, addirittura, in maniera insana e improvvida, non abbia deviato o tradito. Dunque, una conoscenza importante e preziosa sia per il cammino individuale che per quello dell’associazione spirituale, in particolare di quella che Massimo Scaligero chiamava Comunità Solare.

Di varie di queste personalità, tutte legate alla Scienza dello Spirito, mi parlava – negli incontri che riuscivamo ad avere nelle mie un tempo frequenti incursioni in Svizzera – Hella Wiesberger. E devo dire, che proprio lei stessa, la mia cara Hella, era ai miei occhi, in maniera esemplare, uno di quegli esempi “storici”, la cui conoscenza esercitava un’azione energicamente impulsante sulla mia volontà, e decisamente snebbiante sul mio pensiero. Inoltre, Hella – vera memoria storica del movimento antroposofico – era una fonte inesauribile di notizie su singole personalità, su varie cerchie esoteriche, e le sue descrizioni, sempre precise, coglievano invariabilmente l’essenza di un essere, di un ambiente, di un avvenimento. Mi descriveva personalità di elevato rango spirituale come Adolf Arenson, Carl Unger, Michael Bauer, Günther Schubert, Hans Werner Zbinden, Emil Leinhas ed altri discepoli fedeli di Rudolf Steiner nonché amici stretti di Marie Steiner. Conosceva bene pure i rapporti di Giovanni Colazza – e attraverso di lui quelli del Gruppo Novalis di Roma – con Rudolf Steiner e Marie Steiner, e me ne parlava. Mi descriveva anche alcune personalità oltremodo problematiche come Albert Steffen, Günther Wachsmuth ed altre, la cui azione fu fatale e – a mio, e non solo mio, modo di vedere – oltremodo distruttiva nei confronti del movimento spirituale.

Una delle personalità che più mi hanno interessato – e che trovavo straordinariamente simile per vari aspetti ad Hella Wiesberger – fu Martina von Limburger, una dei primi discepoli di Rudolf Steiner, la quale, come Hella, era grande praticante interiore, donna estremamente volitiva, asciutta, pratica, il cui sentimentalismo era molto vicino allo zero, se non addirittura – in particolari situazioni – scendeva al di sotto dello zero di varie misure.

Martina von Limburger, nata von Hoffmann, vide la luce il 1° maggio 1869 a Lipsia, in una aristocratica famiglia sassone dal ben singolare destino. Il padre della nostra Martina, il barone Oskar von Hoffmann, era nato il 22 ottobre 1832, a Trieste – cosa che forse farà piacere ad un lupaccio tergestino di mia conoscenza – città che, a partire dai tempi dell’imperatrice Maria Teresa, era sotto dominio austriaco. Per motivi anagrafici, il barone – “Freiherr” – Oskar von Hoffmann fu certamente – anche a detta del Dottore – il ricercatore spirituale più anziano che scelse di divenire discepolo di Rudolf Steiner. Egli proveniva da una famiglia molto attiva in campo finanziario e bancario in Germania, in Inghilterra e in America. Egli stesso fu attivo in tale campo sino al suo 32° anno, poi sempre di più si allontanò da una partecipazione attiva ad esso. In particolare, non gli piaceva affatto vivere in America, per cui rientrò in Europa, dove nel 1864 sposò Eveline Becker, anch’essa proveniente da una famiglia di banchieri. I due coniugi, essendo ambedue alla ricerca di una Via spirituale, si rivolsero dapprima alla “Teosofia”, così come essa veniva rappresentata dalla neonata Società Teosofica. Addirittura i coniugi Hoffmann ebbero la ventura di conoscere personalmente nel 1884 Helena Petrovna Blavatsky, fondatrice – assieme a Henry Steel Olcott, William Quan Judge, il 17 novembre 1875, a New York – della stessa Società Teosofica, ad Elberfeld ove quest’ultima si era brevemente trattenuta dopo la fondazione della prima associazione teosofica tedesca, la cosiddetta Societät Germania.

L’adesione di Oskar ed Eveline von Hoffmann alla Teosofia blavatskyana fu convinta ed entusiastica. Ma nel tempo fu chiaro che essi in realtà ricercavano un impulso spirituale non solo più radicale e profondo, ma anche più autentico, che sarebbe venuto loro solo dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un momento, anzi una “realizzazione” importante fu la traduzione, che Oskar von Hoffmann fece, dell’aureo libretto di Mabel Collins, The Light on the Path, testo che ebbe notevole importanza e che fu apprezzato molto dalla parte sana del movimento teosofico, ma anche calunniato da coloro che tale parte sana avversavano.

Personalmente conobbi tale libretto della Collins in anni ormai lontani, attraverso una cara amica, B.F.M., che per decenni aveva partecipato alla Società Teosofica e alla sua Scuola Esoterica, quando queste in Italia erano guidate da Roberto Hack. La mia amica era stata la collaboratrice più stretta di Roberto Hack, e per volontà di lui avrebbe dovuto ereditare la direzione della Scuola Esoterica della Società Teosofica in Italia. Roberto Hack aveva liberato in Italia la Scuola Esoterica da tutto il ciarpame che soprattutto Annie Besant, Charles Leadbeater, C. Jinaradasa, vi avevano introdotto, e vi aveva sostituito l’insegnamento upanishadico dell’Atman, del , e la meditazione quotidiana della Bhagavadgita, cosa che io trovavo semplicemente meravigliosa. Ma la mia amica aveva già superato la forma “teosofica”, ancorché relativamente sana, ed era alla ricerca dell’autentica Via dell’Io, e per questo aveva rinunciato a raccogliere l’eredità che Roberto Hack, prima di morire, voleva trasmetterle. La incontrai per la prima volta nell’autunno del 1971, e poco dopo la portai da Massimo Scaligero. Fu lei a donarmi una mirabile traduzione italiana de La Luce sul Sentiero di Mabel Collins, che meditai per anni e che ancora conservo.

Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco il testo della Collins col titolo Licht auf dem Weg, che venne pubblicato da Grieben nel 1888 a Lipsia, ove oramai gli Hoffmann vivevano stabilmente con le loro figlie, una delle quali era appunto Martina von Limburger. In seguito, Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco, nel 1889, un’altra opera di Mabel Collins, un romanzo occulto intitolato The Idyll of the White Lotus, che apparirà anche in italiano, nel 1944 per i tipi del benemerito editore Fratelli Bocca, col titolo de L’Idillio del loto bianco.

Che Rudolf Steiner desse un particolare valore all’aureo libretto di Mabel Collins, che negli ambienti teosofici era ritenuto ispirato da un Maestro, lo si può rilevare dal fatto che già nel suo giovanile periodo viennese – prima ancora di manifestare pubblicamente la propria missione di Istruttore spirituale – egli consigliasse lo studio e la meditazione de La Luce sul Sentiero, poco dopo la sua pubblicazione in tedesco, ad alcune persone sue amiche. Inoltre, non appena all’interno della Società Teosofica alcune persone si rivolsero a lui per riceverne direttive per il cammino spirituale, egli dette nuovamente tale scritto della Collins come testo di Schola iniziatica, del quale fece un ampio commento, sia orale che scritto, e ne dette vari aforismi come mantram da usare nelle meditazioni quotidiane.

Hella Wiesberger, riferendo una comunicazione di Martina von Limburger, fa notare come fosse in un certo senso fatale che proprio l’opera della Collins per così dire conducesse l’anziano Oskar von Hoffmann ad incontrare la figura di Rudolf Steiner. Infatti, così scrive in una delle sue opere dedicate alla storia della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner:

«Che il Maestro Hilarion sia stato l’ispiratore dello scritto di Mabel Collins, La Luce sul Sentiero, era universalmente noto nella T.S. [Theosophical Society]. La figlia di Oskar von Hoffmann, il quale tradusse in tedesco The Light on the Path, tramandò la comunicazione di Rudolf Steiner, fatta a lei personalmente, che il Maestro Hilarion aveva aiutato suo padre ispirandolo nella traduzione. Questi sarebbe stato un greco, da qui la bella lingua della traduzione che sarebbe mantricamente addirittura più efficace dello stesso testo originale inglese». Nota di H.W. in Zur Geschichte und aus der Inhalten der ersten Abteilung der esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Dornach, 1996, p. 205.

Ma la stessa Mabel Collins trovò, lei pure, la Via alla Scienza dello Spirito. Fu attorno al 1910 che Mabel Collins scoprì Rudolf Steiner e l’Antroposofia. Divenne amica intima di Alice Sauerwein, già discepola del Dottore. Così come Edith Maryon – l’artista che aiutò Rudolf Steiner nello scolpire la statua del Rappresentante dell’Umanità – Daniel Nicol Dunlop, e molti altri provenienti dagli Ordini occulti della Golden Dawn e della Stella Matutina, Alice Sauerwein e Mabel Collins parteciparono alle riunioni settimanali di studio sulla cristologia di Rudolf Steiner, che si tenevano nell’atélier del pittore e avvocato Harry Collison nella primavera del 1912. Mabel Collins espresse con calde parole il suo entusiasmo per l’incontro con la cristologia del Dottore in un articolo A Rosicrucian Ideal, pubblicato in The Occult Review, vol. XV, n° 3, marzo 1912, p. 147.  Un secondo articolo la Collins lo pubblicò l’anno dopo col titolo Some Views of Dr. Rudolf Steiner on Human Evolution, in The Occult Review, vol. XVII, n° 5, maggio 1913, p. 282. Nei suddetti articoli ella afferma che la concezione del Logos, come Essere cosmico, costituisce il “cuore” della concezione e dell’insegnamento rosicruciani di Rudolf Steiner.

In quel periodo, Mabel Collins fondò una loggia teosofica chiamata La Luce sul Sentiero, cui parteciparono personalità di rango spirituale come Daniel Nicol Dunlop, che diverrà poi discepolo e amico intimo del Dottore. All’interno di questo gruppo si svolsero le conferenze del barone Alphonse Walleen sulla cristologia rosicruciana di Rudolf Steiner. Nel maggio del 1913 ebbe luogo la conoscenza personale di Mabel Collins con Rudolf Steiner e Marie Steiner, conoscenza avvenuta allorché il Dottore si recò a Londra due giorni dopo la fondazione della prima Società Antroposofica, avvenuta dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, trascinata ormai da Annie Besant e da Charles Leadbeater sulla via del fanatismo visionario, della infatuazione ritualistica e di una subdola complicità tra esoterismo e politica. Sappiamo che Mabel Collins ebbe, in tale occasione, con Rudolf Steiner e Marie Steiner conversazioni molto intense e prolungate. E stando a quanto comunicò Hella Wiesberger la Collins iniziò tutta una corrispondenza con Rudolf Steiner e Marie Steiner, attualmente conservata nell’Archivio della Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung. Sempre secondo quanto afferma Hella Wiesberger, Mabel Collins aderì pienamente alla neonata Società Antroposofica: cosa per me oltremodo credibile, viste le espressioni usate dalla Collins in quel periodo in una opera, The Story of the Year, nella quale ella loda il «metodo di Steiner», che trovava estremamente differente da quello di «certi eminenti teosofi londinesi, i quali praticano lo spiritismo e pretendono di ricevere i messaggi dei Maestri attraverso i medium». Lei stessa aveva lottato e lottava per superare quella chiaroveggenza atavica che possedeva naturalmente, e cercava la nuova Via dell’Io. Infatti così scrive, in A Rosicrucian Ideal, op. cit., p. 148 e segg.: «Io sono assolutamente dell’opinione del Dr. Steiner allorché dice che ogni conoscenza, ogni istruzione, non possano essere dati o ricevuti altro che in piena coscienza. Nessun medium deve essere utilizzato al fine di apportare la verità al mondo. La ricerca della verità deve essere preceduta da un rafforzamento della coscienza».

Tornando ad Oskar von Hoffmann, il lodato e ispirato traduttore in tedesco de La Luce sul Sentiero, egli dovette la sua conoscenza dell’opera e della persona di Rudolf Steiner a suo fratello Alphons che scrisse a lui e a sua moglie Eveline da Londra: «Voi leggete e scrivete sempre di Annie Besant, e tuttavia avete voi stessi una personalità molto più importante, avete un Rudolf Steiner», in Thomas Meyer, Nachwort des Herausgebers, in Collins, M.: Light on the Path – Licht auf dem Weg. Zweisprachige Ausgabe mit den Kommentaren Rudolf Steiners. Basel 2000.

Gli Hoffmann andarono a Berlino ad ascoltare Rudolf Steiner e ne ritornarono entusiasti. Dopo la successiva conferenza pubblica di Rudolf Steiner a Lipsia – avvenuta il 31 gennaio 1906 – Oskar von Hoffmann, che ormai aveva già superato i 73 anni, fece la conoscenza personale con Rudolf Steiner attraverso la propria più importante collaboratrice: la signora Elisa o Elsa Wolfram. Secondo quanto scrive Martina von Limburger in Aus Gesprächen mit Rudolf Steiner [Da colloqui con Rudolf Steiner], pubblicato in Mitteilungen aus der anthroposophischen Arbeit in Deutschland, 1952, Nr.19, il giorno dopo, Rudolf Steiner andò a trovarlo ed invitò lui, sua moglie, e sua figlia Martina, da poco vedova, a partecipare a futuri incontri mensili con lui in una piccola cerchia. Hoffmann, basandosi su sue precedenti brutte esperienze, rispose: «Sì, ma non diventiamo membri!». Al che il Dottore lo rassicurò sorridendo: «Ma non è affatto necessario!». Tuttavia, nell’autunno del 1906, dopo che la loro figlia Martina era divenuta membro della Società Teosofica, ambedue gli Hoffmann – Eveline ed Oskar – si iscrissero anche loro alla Società Teosofica. Negli anni successivi, sino alla morte di Oskar von Hoffmann, ogni volta che Rudolf Steiner passava a Lipsia, andò sempre a visitare gli Hoffmann.

Rudolf Steiner volle commemorare, il 7 maggio 1912 a Colonia, la scomparsa del barone Oskar von Hoffmann con le seguenti toccanti parole, riportate nel volume Unsere Toten [I nostri morti], GA-261, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, p. 321: «Tra coloro che negli ultimi tempi hanno lasciato il piano fisico, vi è anche una personalità che forse i soci che da non molto tempo sono collegati col movimento teosofico, conoscono solo poco, ma che coloro che invece si sono interessati estesamente del movimento tedesco hanno proprio imparato ad amare e ad apprezzare. Il traduttore di uno scritto in lingua tedesca – uno scritto che per molti teosofi è diventato straordinariamente prezioso – il nostro amico barone von Hoffmann in questi giorni ci è stato portato via in tarda età. Egli ha realizzato attraverso la sua meravigliosamente bella traduzione, così poetica della Luce sul Sentiero un grande servizio al movimento teosofico tedesco. Grati dobbiamo commemorare colui che ha tradotto questo scritto con così mirabile magia poetica. Il barone von Hoffmann negli ultimi giorni ha lasciato il piano fisico. Anche a lui serberemo amore e fedeltà nel mondo spirituale».

Martina nacque, come abbiamo visto, il 1° maggio 1869, ed era la seconda delle tre figlie della coppia Hoffmann. La famiglia agiata le permise una educazione raffinata. Nel 1894 sposò Paul Bernhard von Limburger, il proprietario di una grande casa di commercio di Lipsia. Dal loro matrimonio felice nacque, come unico figlio, Oskar Bernhard. Purtroppo nel 1905 Paul Bernhard morì per una tubercolosi polmonare, che gli era stata diagnosticata già nel 1903, e le consuete, stantie, parole consolatorie pronunciate in chiesa lasciarono la sua anima fredda e vuota. Ma poco prima di tale tragedia familiare, lo zio Alphons, come abbiamo visto, aveva fatto conoscere alla famiglia di Martina la figura di Rudolf Steiner, e già durante la prima conferenza del Dottore che ascoltò, il 31 gennaio 1906, ella interiormente seppe: «È proprio questo ciò di cui hai bisogno, ciò che hai cercato da sempre. Questa è la Guida della mia vita!».

Nel luglio del 1906 divenne membro della Società Teosofica (e dal 1913 della Società Antroposofica), e sul suo esempio lo divennero pure i suoi genitori. Ricevette da Rudolf Steiner esercizi e indicazioni di meditazione ch’ella esercitò ed elaborò interiormente durante l’intera sua vita. Molto di quel che Rudolf Steiner disse nei colloqui in occasione delle sue venute a Lipsia, durante le quali invariabilmente passava a visitare la famiglia Hoffmann, Martina, oramai vedova von Limburger, lo fissò per iscritto. Su preghiera di Marie Steiner, della quale era molto amica, all’inizio degli anni cinquanta dello scorso secolo, Martina von Limburger trascrisse i suoi appunti di quei preziosi colloqui col Dr. Steiner e trascrisse altresì le indicazioni sulla meditazione da lei ricevute sia personalmente sia all’interno della Scuola Esoterica.

La nostra Martina fu in condizione di poter ascoltare molte conferenze singole e di seguire interi cicli di esse, tenuti da Rudolf Steiner in varie città. Inoltre, partecipò alle ‘lezioni esoteriche’ tenute dal Dottore nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica, ai rituali che venivano eseguiti nella Mystica Aeterna, ossia nella Seconda e Terza Classe della Schola. Sino alla fine della sua vita, elaborò interiormente quanto ricevuto. Viaggiò molto, sino a tarda età, in molti paesi europei. Per lunghi anni si occupò e tradusse l’opera del francese Antoine Fabre d’Olivet, del quale tradusse la monumentale La Langue hébraïque restituée etc., del 1815, opera addirittura mitica nel milieu dell’Occultisme ottocentesco.

La sua generosità la portò a sostenere finanziariamente varie iniziative antroposofiche. In particolare fece una generosa donazione per coprire i costi di una delle finestre del Goetheanum, tutte eseguite da Assja Turgenieva, l’artista russa amicissima di Marie Steiner. Sino al 1945 visse in una sua proprietà nelle vicinanze di Lipsia. Soccorse, anche economicamente, tutte le persone bisognose che si rivolgevano a lei, e durante la I Guerra Mondiale, si prodigò assieme alle sue sorelle nella cura dei feriti, nel soccorso ai ciechi di guerra e ai senzatetto.

Nel corso della II Guerra mondiale presentì la capitolazione. Nelle ristrettezze e nell’assillo causati da tali tragici eventi, Martina trasse la sua forza interiore dall’Antroposofia. Ma con il caos, e i pericoli, provocati dal crollo della Germania alla fine della II Guerra Mondiale, dovette spostarsi in Germania occidentale: dapprima a Reutti, dalle parti di Ulm, dove viveva suo figlio, infine a Haus Hohenstein, nella casa di riposo della Christengemeinschaft a Murrhard, ove venne trattata con profondo rispetto, e addirittura con venerazione, come persona che conobbe personalmente Rudolf Steiner, del quale era intima amica..

Jürgen von Grone, uno dei discepoli diretti di Rudolf Steiner, nella sua rievocazione, in Martina von Limburger, Mitteilungen aus der anthroposophischen Arbeit in Deutschland, 1956, Nr. 36, la descrive come una personalità amabile, profondamente degna di venerazione, dall’intelletto acuto, dalla volontà energica, e dal vivace temperamento. Mette in evidenza anche il suo carattere assolutamente non sentimentale – völlig unsentimental – dotata di un fresco senso dell’humour, nonché di una buona dose di autoironia. Avere a che fare con lei non era cosa facile per tutti, pur essendo lei persona sempre accessibile e disponibile nei confronti di tutti. A coloro che si trovavano in difficoltà nella vita donava forza e aiuto, ma non solo: orientava col suo consiglio coloro che si scoraggiavano, invitandoli a non evitare enigmi e difficoltà, che l’esistenza poteva presentare loro nel cammino della vita.

In lei rimase sempre vivo il legame col suo defunto marito, e gioiva per la certezza interiore di ricongiungersi con lui una volta superata la soglia della morte. Martina von Limburger trapassò calma, serena e senza lotta, il 2 aprile 1956, nel mondo spirituale.

Queste note biografiche, vogliono essere, oltre che una breve rievocazione di una eccezionale personalità di asceta praticante e del milieu che ruotava attorno a lei e a Rudolf Steiner, anche una sorta di introduzione ad uno scritto di Martina von Limburger – già tradotto e in fase di revisione – che raccoglie, in uno stile semplice e scarno – molto simile a quello che possiamo trovare nelle comunicazioni orali o scritte di Giovanni Colazza – tutta una serie di indicazioni sul meditare datele da Rudolf Steiner, sia individualmente, sia all’interno delle lezioni esoteriche, che venivano tenute nella Scuola. Tale scritto, tradotto con ogni diligenza possibile, verrà pubblicato su questo temerario blog in un prossimo articolo, del quale questo è in un certo senso la premessa storica e la giustificazione. Poiché Martina von Limburger raccolse per iscritto e trasmise quelle indicazioni ascetiche su esplicita richiesta di Marie Steiner, noi abbiamo motivo essere profondamente grati a tutte e due queste Donne fedeli e coraggiose.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

APPENDICE NECESSARIA AL “DISVELAMENTO AVVERSATO”

dante-alighieri

Per rincarar la dose del mio commento alle già caustiche osservazioni del nostro Isidoro, che si stupiva dei miei inopportuni ‘disvelamenti’, ho deciso farlo vieppiù stupire, col mostrare come le male voglie della potenza straniera d’Oltretevere non abbiano davvero limiti, ossia come dice il mio amato Dante, la belva che porta a perdizione ha una voracità tale ch’egli, con severe parole ammonitrici, di lei nella Divina Commedia, Inf. I, 91-99, così dice:

«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ‘l pasto ha più fame che pria».

Infatti, la pedagogia antroposofica delle scuole Waldorf non è la sola “figlia” dell’Antroposofia, concupita dalla potenza straniera d’Oltretevere, che gli sconsiderati – davvero poco accorti – antroposofi “concedono” alla parte avversa per un mercenario connubio. Ed ecco che la belva già volge gli occhi suoi impudichi pure ad un’altra “figlia” dell’Antroposofia, ossia all’agricoltura biodinamica. Abbiam potuto vedere, in passato, le poco onorevoli imprese degli ineffabili “Apostoli della Fede”, i quali mescolano nel pentolone – in un intruglio da far invidia alle streghe del Macbeth di Shakespeare – uno Steiner rivisto e corretto dal loro “signore e donno”, con le dottrine magico-cerimoniali, sedicenti “teurgiche”, quelle magico-sessuali, sedicenti “alchimiche” di Giuliano Kremmerz e del crowleyano Samael (sic!) Aun Weor, e tanta chiesa cattolica. Basta guardare ol loro sito per rendersene conto. Tra l’altro essi si occupano pure di agricoltura biodinamica, dal loro “signore e donno” magicamente mutata in “agricoltura omeodinamica”.

Per  non farla troppo lunga, ed informare pienamente il candido lettore, il quale potrà così farsi un giudizio in piena autonomia, ecco fedelmente riprodotte col “copia-incolla”, una dichiarazione firmata da un non piccolo numero di soci della Società Antroposofica in Italia, che non accettano quanto venuto fuori nella famigerata riunione di Sagrado circa l’infeudamento della pedagogia Waldorf ad un organismo, peraltro estremamente discusso com’è la cattolicissima Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione, ed un’altra lettera inviata da una decina di soci, dei quali naturalmente – come per le precedenti – non riveleremo i nomi. Fa piacere vedere che vi sono almeno alcune persone leali e di buon senso – dimostrando sensibilità e moralità – che non intendono tacere e accettare passivamente il malo andazzo, imposto sulla loro testa e a loro insaputa, dalla Direzione della Società Antroposofica in Italia.

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DICHIARAZIONE 

RITENENDO INSODDISFACENTE E PER NULLA ESAURITA LA DISCUSSIONE TENUTA A SAGRADO NELLA RIUNIONE DEI FIDUCIARI, SULLA FIRMA DI ADESIONE ALLA “FONDAZIONE DELLE OPERE EDUCATIVE” (F.O.E.), ESPRESSIONE DI “COMUNIONE E LIBERAZIONE”, FIRMA APPOSTA, GIA’ NEL 2001, DALLA PRESIDENZA DELLA FEDERAZIONE DELLE SCUOLE WALDORF IN ITALIA,  I FIRMATARI DELLA PRECEDENTE  PROTESTA, CONSIDEREVOLMENTE AUMENTATI DA NUOVI ADERENTI, RIPROPONGONO LA QUESTIONE NELLA PRESENTE DICHIARAZIONE, DA PORRE ALL’ORDINE DEL GIORNO NELL’ASSEMBLEA GENERALE DEI SOCI DEL CONVEGNO NAZIONALE DELLA SOCIETA’ ANTROPOSOFICA ITALIANA CHE SI TERRA’ A DORNACH NEL GIUGNO 2016.

ESSI SONO DECISI, AD OGNI CONVEGNO NAZIONALE E AD OGNI RIUNIONE DI FIDUCIARI CHE SI PRESENTERANNO IN FUTURO, A REITERARE INFLESSIBILMENTE LA RICHIESTA DI RITIRO E DI CANCELLAZIONE DELLA SUDDETTA FIRMA DI ADESIONE, CONSIDERANDOLA UN INACCETTABILE E GRAVISSIMO COMPROMESSO ED UN AUTENTICO TRADIMENTO DEI PRINCIPI DELLA SCIENZA DELLO SPIRITO.

CHIEDONO INOLRE CHE OGNI ANTROPOSOFO O ALMENO OGNI FUDUCIARIO PRESENTE NELL’ASSEMBLEA SI ESPRIMA IN MODO PRECISO E INEQUIVOCABILE SULLA QUESTIONE.

5 APRILE 2016

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Al Collegio di Presidenza della Soc. Antroposofica in Italia 

Doverose risposte a domande semplici semplici.  

Giungono strane e sconcertanti notizie dal campo antroposofico italiano, che impongono molte domande ed altrettante risposte chiarificatrici.

A) Al convegno internazionale di agricoltura biodinamica intitolato “Per l’economia della Terra – La nostra casa comune” svoltosi a Milano dal 19 al 20 febbraio 2016 presso l’Università Bocconi ed il Teatro Parenti, hanno partecipato, fra le altre personalità intervenute, alcune che destano giustificate perplessità in ragione della loro nota formazione gesuitica.

In particolare lascia interdetti la presenza del vescovo cattolico e teologo argentino Marcelo Sànchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienza Sociali, dichiarato curatore dell’EnciclicaLaudato si’” di Papa Francesco, quindi esponente di spicco della Chiesa Cattolica.

Sorge pertanto spontanea l’esigenza di interrogarsi sul senso e lo scopo di tale presenza e rappresentanza, soprattutto in relazione al chiarimento se l’alto prelato sia stato invitato dai promotori ed organizzatori del convegno o si sia proposto autonomamente; in entrambe le ipotesi, in ogni caso, richiedendo che fosse preventivamente verificata, stante l’ormai acclarata posizione della Chiesa Cattolica nei confronti del Movimento antroposofico, la sussistenza di un presupposto irrinunciabile, consistente nel pubblico ed espresso riconoscimento dei fondamenti scientifico – spirituali dell’agricoltura biodinamica.

Diversamente, considerato l’argomento trattato dal suddetto relatore, vale a dire l’EnciclicaLaudato si’”, si deve chiedere agli organizzatori della manifestazione se abbiano o meno letto in modo approfondito la richiamata Enciclica pontificia e ne abbiano valutato l’eventuale corrispondenza o vicinanza al pensiero della Scienza dello Spirito antroposofica, al di là di qualche consonanza di facciata.

Oppure si deve ritenere che la “madre” Società Antroposofica in Italia, oltre alle incomprensibili, confuse ed innaturali commistioni con gli Apostoli della Fede, attraverso una delle sue “figlie” abbia spalancato l’accesso nel proprio seno alla piena condivisione anche della visione gesuitica della vita e della dottrina sociale della Chiesa Cattolica romana?

Valga in proposito richiamare le lapidarie parole del Dott. Steiner: “Vi è forza distruttiva soprattutto in tre correnti (…) Il secondo elemento distruttivo non è solo il gesuitismo cattolico, ma ogni forma di gesuitismo, poiché in sostanza è affine all’americanismo. Se la corrente americana fa sì che si sviluppi la paura dello spirito, il gesuitismo cerca di sviluppare la convinzione che non ci si debba occupare dello spirito, al quale non si è in grado di avvicinarsi, lasciando amministrare i beni spirituali da chi è chiamato a farlo, secondo la dottrina della chiesa cattolica. Questa corrente tende ad atrofizzare le forze della natura umana che vanno verso la sfera soprasensibile”. (Berlino, 30 luglio 1918).

B) Sennonché la seconda notizia rischia di tramutare in certezza il dubbio sollevato nel punto che precede, visto e considerato che si è appresa di recente, mediante gli articoli pubblicati dalla rivista “Germogli”, l’iscrizione fin dall’anno 2001 della Federazione delle Scuole Steineriane Waldorf in Italia al FOE, ossia alla Compagnia delle OpereFederazione Opere Educative ovvero Comunione e Liberazione; nel cui Statuto – Finalità, all’art. 2 comma 2, si legge: ”L’associazione trae la propria origine e mantiene il proprio riferimento ideale nella esperienza cristiana e nella dottrina sociale della Chiesa.”

Infatti la grave circostanza è stata attestata, per l’appunto, da un articolo – intervista a X.Y. del Giugno 2012 apparso sulla predetta rivista “Germogli” e dalla risposta del Settembre 2012, a firma del medesimo maestro, ad alcune domande formulate da un genitore, riportata sempre dall’indicato periodico.

Nell’insieme si percepisce addirittura una netta subordinazione del Movimento delle Scuole Waldorf alla Compagnia delle Opere, che traspare dai seguenti passi: Tutte le nostre realtà scolastiche (…) si servono delle competenze specialistiche dell’Avvocato Marco Masi (neo Presidente del Foe dal marzo 2012 in sostituzione del dottor Vincenzo Silvano) per tutte le questioni relative a contenziosi che nascono tra dirigenti scolastici e realtà Steiner – Waldorf”.

“Sento opportuno aggiungere una nota di carattere personale: a prescindere dalla diversa radice culturale su cui poggiano questi due movimenti e di cui vi è una reciproca corrispondenza negli incontri, vivo l’esperienza di serietà, responsabilità, coerenza e massima dedizione alla missione che li pone per destino al servizio della loro “Opera”. Tutte qualità che in una certa misura sono presenti anche nel nostro movimento e comunque non spalmabili come il burro sul pane, cioè non generalizzabili (!?).

Senza tralasciare la lettera di risposta ad alcuni soci della Società Antroposofica in Italia che segnalavano e contestavano ai Membri del Collegio di Presidenza ed ai Fiduciari per l’appunto l’insano connubio fra Movimento delle Scuole Steiner Waldorf e la Compagnia delle Opere, inviata dal Consiglio della Federazione delle Scuole Steiner Waldorf in Italia; autentico capolavoro dell’arte del dire e  non dire d’ispirazione bizantina ed ulteriore elaborazione gesuitica, di cui si trascrive l’intero testo:

“Cari amici,

in riferimento alla lettera del 20 dicembre 2015 nella quale 11 firmatari chiedono di portare il tema dell’associazione al FOE di codesta Federazione nell’ambito della Società Antroposofica, siamo con la presente a riconoscere tale libertà in quanto la questione ha un carattere pubblico e chiunque può porsi domande in merito.

Riteniamo tuttavia che sarebbe stato più opportuno chiedere a noi, diretti interessati, i motivi di tale scelta.

Siamo altresì certi che, al di là di ogni pregiudizio derivante da rappresentazioni giustificate dalla rispettabile esperienza dei singoli, su terreno scientifico spirituale antroposofico sarà possibile formulare i giusti pensieri grazie alle conoscenze che Rudolf Steiner ci ha donato sulla triarticolazione dell’organismo sociale.

Nell’augurare un buon lavoro, porgiamo cordiali saluti.”

Appunto!

Ed ecco perciò, a volersi limitare alla minima citazione sull’argomento, le parole del Dott. Steiner: Vi è inoltre la società che venne fondata per combattere il Cristo e che ha lo scopo di presentare un’immagine falsa di Gesù, la società dei Gesuiti, che in sostanza esiste per eliminare l’immagine del Cristo da quella del Cristo – Gesù e, per così dire, ammettere Gesù soltanto quale tiranno dell’umanità in evoluzione.”(Berlino 6 agosto 1918).

“Questo è proprio ciò che proibiscono; è proprio quello che non si può fare: non si deve affermare qualcosa sul Cristo, se non rientra nella dottrina della Chiesa. Di conseguenza nelle nostre cerchie non si deve essere tanto ingenui da credere che per il fatto di essere buoni cristiani ci si possa conciliare con il cattolicesimo. Proprio perché si è buoni cristiani, perché si fa tutto per favorire il cristianesimo, si diventa i più grandi avversari del cattolicesimo; sarà quindi necessario e sempre più necessario badare a che scompaia dai nostri circoli l’ingenuità a proposito delle cose che abbiamo intorno. Fra noi deve sempre più avvenire che si vogliano vedere le effettive forze di decadenza e di ascesa che vivono intorno a noi. Dobbiamo superare l’aspirazione esistente fra noi di tendere soltanto verso un po’ di mondo immaginativo.” (ibidem).

La pedagogia Waldorf in Italia non ha forse coscienza della sua identità, non possiede forza spirituale sufficiente per operare nella società senza scendere a compromessi, ma è nientemeno costretta a mercanteggiare la propria rappresentanza con organizzazioni che, come specificano bene le frasi del Dott. Steiner poc’anzi riportate, le sono totalmente avverse?

Invece, attraverso un’altra “figlia” dell’Antroposofia, per mera convenienza si è nuovamente attribuita legittimazione alla dottrina sociale della Chiesa romana, per giunta affidandosi ad una sua corrente con forte impronta politica, perpetrando così il peggiore tradimento dell’impulso scaturito dal Convegno di Natale.

C’è da chiedere come giustificheranno le inopportune commistioni  con organizzazioni religiose portatrici di finalità opposte alla via di conoscenza scientifico – spirituale, gli atti commissivi ed omissivi compiuti coloro che hanno sottoscritto e/o condiviso tali accordi e quanti li hanno superficialmente sottovalutati o ignorati del tutto?

Si può rimettere l’incarico ed uscire di scena con dignità e sobrietà, giacché chiunque comprende come sia possibile sbagliare, però riconoscendolo e ponendovi rimedio.

Ebbene, non resta che attendere le risposte alle domande proposte, unitamente alle determinazioni conseguenti.

Con i migliori saluti

P.S. Con preghiera di inoltrare la presente ai Fiduciari dei Gruppi della Soc. Antroposofica in Italia.

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Io estendo, a mia volta, l’invito a ben meditare i contenuti del presente articolo – e soprattutto le chiarissime parole di Rudolf Steiner – ai lettori dell’anonimo redattore della rivista romana della quale ho avuto modo di parlare in vari articoli precedenti, il quale sostiene che l’ascesi rosicruciana sarebbe – a suo dire – il naturale proseguimento della via della chiesa cattolica, e che – sempre a suo dire – l’opposizione degli esoteristi, specialmente di coloro che si donano in maniera unicitaria alla Via del pensiero e alla Concentrazione, alla chiesa cattolica, all’uso magico e narcotizzante ch’essa fa della propria liturgia, e alla pratica dei suoi sacramenti, celerebbe una segreta inimicizia al Logos.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DISVELAMENTO AVVERSATO

M.-SCALIGERO

Il disvelamento non amato, anzi decisamente avversato

Se vi è una cosa che mi è rimasta incancellabile nell’anima sono le parole pronunciate da Massimo Scaligero la sera del 25 gennaio 1980, nell’ultimo incontro che ebbi con lui, poche ore prima che ci lasciasse. Ci ritrovavamo con lui, l’ultimo venerdì di ogni mese, per il comune Rito della meditazione – eravamo sempre alcuni amici della mia città, cui si univano D. e L., risiedenti a Roma – al suo studio a Monteverde Vecchio, un attico all’ultimo piano di un palazzo in Via Cadolini 7. Massimo Scaligero, prima del Rito meditativo, in genere introduceva l’incontro parlandoci di un argomento che a lui premeva, e talvolta rispondendo ad alcune nostre domande. Le parole ch’egli disse in quella memorabile sera – in risposta ad una domanda che mi urgeva nell’anima – le porto tutte, ancor oggi, incise nell’anima a lettere di fuoco. Su di esse ho avuto il modo di meditar a lungo in questi oltre trentasei anni, passati come un lampo, da quando egli lasciò lo scenario dell’apparire sensibile. Taluni aspetti non poco enigmatici del suo parlare, che aveva spesso forma aforistica, come di un meditare ad alta voce, per me solo nel tempo si sono dischiusi ad una chiara comprensione, la quale di quelle parole mi ha mostrato quanto esse, allora, fossero profetiche. D. e L. oramai non sono più, anch’essi, tra noi. Oltre a noi, quella sera, alla riunione meditativa erano presenti altre tre persone della mia città ma, da quel che mostrano le loro successive scelte e le azioni conseguenti a tali loro scelte, esse non paiono ‘ricordare’ o ‘voler ricordare’. Da qui, per me, la necessità di non tacere.

Quelle parole, per effetto della disvelatrice ispirazione della mia Amata, nella mia anima si ricollegano ad altre parole dettemi da Massimo Scaligero in vari incontri personali, parole che apparivano allora anch’esse non poco enigmatiche alla mia giovanile inesperienza, ma che nel procedere del tempo si sono rivelate sempre più limpidamente e dolorosamente chiarissime. Sempre più, nel tempo, mi son reso conto – per prova provata – di quel che ben sapevo sin dal mio primissimo incontro personale con lui, avvenuto nel giugno del 1970, ossia di quanto chiarissimamente Massimo Scaligero leggesse negli eventi, e nelle anime: sin nelle pieghe più nascoste delle anime. E sempre più mi sono reso conto pure, quanto clamorosamente errassero coloro che pensavano di poterlo ingannare. Anni fa una persona mi disse: «Ci siamo assunti [su indicazione di ‘qualcuno’] la responsabilità di mentire a Massimo». All’udire quelle parole –  per me di una follia vera e propria – mi venne un colpo al cuore e mi si mozzò il respiro!

Massimo Scaligero era un formidabile lottatore spirituale, e il suo sguardo sulle cose, sugli eventi, sui singoli esseri, non era mai condizionato da un punto di vista “personale”, o “egoico”, bensì era sempre quello dello Spirito, la cui prospettiva è e sarà sempre assolutamente “altra” da quella del punto di vista umano-troppo umano. Potrei far sue le parole di un’amata amica bolognese – eccezionale asceta d’altra dottrina – la quale mi diceva: «Ma dalla continua lotta imparerai a mantenere anche nel corpo agitato sempre vegliante lo spirito: lo spirito che guarda gelido, adamantino, estraneo, seppur legato, all’ansimante agitarsi della materia». Il Purusha, l’Io superiore, non si lascia coinvolgere dalla Prakriti, dalla “natura naturante” e dalle sue inevitabili modificazioni come “natura naturata”, per cui quel Asceta eccezionale, che Massimo Scaligero sempre era, poteva contemplare – al contempo impassibile e compassionevole – quel che si svolgeva segretamente nelle anime, e palesemente nell’apparire esteriore delle loro azioni, che plasmavano a se stessi e agli altri un destino che si rivelava sovente ineluttabile, in quanto non scaturente dalla Conoscenza, dalla “retta visione” e dalla “retta intenzione” dell’Io cosciente, libero, e “attivo” pur nella sua metafisica immobilità, bensì da un’anima, nella sua passività, psichicamente mossa da una natura inferiore, che la illude, la oscura, la domina e tragicamente la agita. Massimo Scaligero poteva assistere impassibile – ossia non coinvolto da quella passionalità che normalmente muove e travolge gli umani – e tuttavia non indifferente, anzi buddhicamente compassionevole, allo svolgersi di un destino del quale vedeva la dolorosa necessità nell’inadeguato livello conoscitivo e nella non libertà di coloro ch’egli – soprattutto a Roma – aveva intorno.

Una delle cose, che disse in quel ultimo incontro del 25 gennaio 1980, mi colpì come un esplicito monito, che nella mia anima si ricongiunse con quel ch’egli mi disse già nel nostro primo incontro del 1970. Parlando dell’Ostile, del Principe dell’Oscuro Pensiero – come lo chiamarono nell’antichissima Persia – egli, dopo aver illustrato le sue molte eccezionali capacità seduttive ed illusive, aggiunse che una tale oscura deità «mènte persino dicendo la verità». Anche una verità può, dunque, divenire una menzogna mortifera in bocca all’Oscuro Signore della menzogna e della morte. Infatti, l’Ostile – attraverso l’uso cinico e spregiudicato dei più diversi vari canali e strumenti – cerca di impadronirsi di antiche, recenti e recentissime verità, lasciandone più o meno intatta la forma esteriore, svuotata della vitalità interiore da lui “uccisa” e “divorata”, e distorcendone poi, o addirittura capovolgendone in maniera ben dissimulata il contenuto, sì da illudere molti, anzi i più.

In séguito, mi ricordai dell’invito fattomi da Massimo Scaligero sin dal nostro primo incontro a quella ‘diffidente prudenza’, che quel paganaccio impenitente di Arturo Reghini affermava essere “madre della Sapienza”; a non dare nulla – assolutamente NULLA – per scontato, e a verificare rigorosamente tutto, compresa la verità delle sue stesse parole. E lo stesso Rudolf Steiner pose tale audace, per non dire temeraria, verifica della verità di quel che si crede, o che ci viene affermato essere verità, come regola assolutamente essenziale per far parte della Scuola Esoterica da lui fondata, e che – sia dentro che fuori di tale Scuola – una menzogna, anche se ritenuta in buona fede esser vera, opera in maniera dirompente e distruttiva nella Comunità spirituale e nel mondo.

E tanto per essere assolutamente chiari ed espliciti, tali rigorose verifiche io le ho ripetutamente fatte, e posso dire che la differenza tra Massimo Scaligero e certi figuri, è che Massimo Scaligero non l’ho visto mai – dico MAI – mentire, o anche solo suadere, o sedurre, o fare affermazioni per ragioni di qualsivoglia opportunità. Egli, se riteneva necessario – per ragioni spirituali, e non personali o d’altro tipo – dire una verità spiacevole per qualcuno, parlava apertamente, e talvolta anche molto duramente, indifferente all’eventuale reazione di ribellione, di rabbia o di depressione di chi lo ascoltava. Altrimenti, sapendo che la comunicazione di una verità spiacevole non avrebbe agito su un’anima impreparata secondo la volontà del Mondo dello Spirito, egli taceva, ma non mentiva mai. Ripeto MAI! Così come non ho visto mai mentire Hella Wiesberger, che invece ho vista vilmente e indegnamente calunniata a Roma e nella mia città da chi neppure la conosceva. Rudolf Steiner, in Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, afferma esplicitamente che la menzogna va bollata a fuoco!

Invece, certe persone – le stesse che stoltamente pensavano di riuscire ad ingannare Massimo Scaligero quando era vivo – le ho viste apertamente mentire, coscientemente mentire, volontariamente mentire: ossia con la volontà d’ingannare e danneggiare le persone che avevano di fronte, di portarle inavvertitamente fuori strada, lontano dall’Aureo Sentiero indicato da Massimo Scaligero. Le ho viste mentire per infamare persone innocenti; mentire per la propria vanità; mentire per realizzare i progetti della propria smisurata ambizione; mentire per distruggere alcune persone, facendo loro terra bruciata attorno; mentire per salvare la faccia con ulteriori menzogne, una volta scoperte a mentire spudoratamente; e soprattutto mentire per gettare letame – come fece, per esempio, l’innominato allorché nel 1996 e nel 1997 fu ospite a casa mia, e in seguito anche altrove, con altre persone – sulla figura umana e spirituale di Massimo Scaligero. Ed un’altra persona fu allora presente ai discorsi fatti dall’innominato, ambedue le volte che questi fu ospite in casa mia, ed ascoltò quanto costui disse di Massimo Scaligero. 

Vi è, inoltre, chi oltre a praticare le suddette usuali forme e motivazioni per il mentire, ve ne aggiunge una veramente ‘speciale’: il mentire “disinteressatamente”, ossia “asceticamente” al servizio di una “nobile causa”: dunque non proprio soltanto – o non del tutto – per un vantaggio “personale”, ma anche e soprattutto per una spregiudicata, abile e molto interessata “committenza”, che gli ha affidato una ben peculiare ‘missione’. A mio temerario e orsolupesco parere, questo è appunto il caso del mio innominato ospite, del quale ho fatta ripetuta menzione nel mio precedente articolo. È dunque di estrema, oserei dire vitale, importanza, scoprire quale sia una tale ‘committenza’, e quale sia la peculiare ‘missione’, non precisamente ‘nobile’, affidata ad un così ‘disinteressato’ esecutore. Poi vedremo pure ‘quanto’ disinteressato.  

Cerchiamo di vederci chiaro nei fini e nei metodi di tale “committenza”. Ad uno sguardo acuto, ad un pensiero conseguente e sagace, possiamo dire sin d’ora che tali fini e metodi appaiono chiaramente essere i medesimi dell’Ostile, dell’Oscuro Signore. Vi è una istituzione che a livello non solo religioso, ma anche culturale e politico, si pone come ‘totalitaria’, ed è la chiesa cattolica. Raramente si riflette al fatto che “cattolico” – in greco antico καθολικός-katholikòs –  viene da κατά-katà, “sopra”, “dall’alto”, “contro” e ὅλος-hòlos, il “tutto”, e che il significato di “universale” dissimula molto bene, sia il sottostante significato di “totalitario”, che l’avida e impudente pretesa ad un dominio omnincludente. L’attitudine divoratrice dell’Oscuro Signore in essa si è manifestata sin dai primissimi tempi con l’impadronirsi abusivo della morale degli Ebrei, della filosofia dei Greci, della ritualità religiosa e misterica di romani, greci, egizi, persiani e financo anatolici. E una volta attuata tale “appropriazione indebita”, la chiesa cattolica – giunta con Costantino ad impadronirsi eziandio del potere politico – ha agito sin dai primi secoli manu militari alla soppressione violenta delle religioni del Mondo Classico e dei loro culti, allo sterminio di Sapienti ed Iniziati, alla distruzione pressoché totale della letteratura sapienziale classica – da essa definita spregiativamente “pagana” – , e di quella gnostica e manichea – definita ancor più spregiativamente “eretica” – , ed infine alla chiusura e alla distruzione di sedi dei Misteri come il Serapeum di Alessandria d’Egitto, il Tempio di Iside a Philae in Alto Egitto, il Telesterion di Eleusi in Grecia, e di molte altre. Le stragi, alle quali da monaci nerovestiti furono incitate le masse fanatizzate dei “poveri di spirito”, da subito, furono innumerevoli. E per dirne solo una tra molte nefandezze, il cattolicissimo Patriarca d’Alessandria d’Egitto, Cirillo, perseguitò sanguinosamente cristiani novaziani, ebrei e pagani, e fu altresì il cinico e spietato mandante dell’omicidio efferato – eseguito squadristicamente dai suoi parabolani nerovestiti – della Iniziata, Ierofantide e Filosofa neoplatonica, Ipazia, la figlia del matematico Teone. Per tale mala opra egli fu pure proclamato “santo” dalla chiesa cattolica – in ciò seguita pure da quelle greco-ortodossa e copta, da essa poi separatesi – e addirittura, sebbene monofisita, quindi in teoria anche lui “eretico”, fu fatto, il 28 luglio 1882, per meriti speciali, “Dottore della Chiesa”. Infine, il Vescovo di Roma usurpò pure il titolo di Pontifex Maximus, spettante al vertice della gerarchia religiosa romana.  

La liturgia della chiesa cattolica fu presa di peso dalle liturgie delle religioni classiche, e questo viene ampiamente riconosciuto nell’attuale insegnamento delle facoltà teologiche, anche se, per ovvi motivi, ciò non viene messo particolarmente in evidenza a livello pubblico. Persino il R.P. Antoine Dondaine O.P., domenicano, il quale negli anni trenta dello scorso secolo ritrovò e pubblicò il trattato cataro Liber de duobus principis, riconosce apertamente nei suoi scritti che i pochi e scarni riti del Catarismo sono gli unici che corrispondevano ai pochi semplicissimi riti del cristianesimo primitivo. Tutto il resto è aggiunta posteriore, desunta di peso dalle varie ritualità, saccheggiate ed espropriate, delle religioni del Mondo Classico.

La prassi corrente di molti secoli è stata quella di costruire le chiese cristiane sui templi sanguinosamente profanati delle religioni classiche, sui demoliti Isei consacrati all’Unica Dea, sui Mitrei all’interno dei quali son stati trovati murati i mistriasti massacrati; quella di impadronirsi delle feste, delle ricorrenze stagionali, degli usi, e persino di molte deità pagane trasformate, per appropriazione indebita, in sante e santi cristiani. Lo “scippo” ecclesiale è proseguito non solo con l’impadronirsi della cultura e della sapienza pagana, dall’autorità ecclesiastica svuotate dell’impulso e del significato originari, ma anche di forme dell’antica Teurgia da essa trasformata in un “magismo” inferiore, di colore oscurissimo, e dal sapore spesso fortemente necromantico. Naturalmente, la chiesa trionfante sul Mondo Classico condannava come ‘diabolica’ la Teurgia e la Magia Solare altrui, mentre giustificava (e giustifica…) come ‘santa’, e si serviva (tuttora si serve…) abbondantemente della propria corrotta magia inferiore nerissima. 

Un particolare ‘interesse’ – come vedremo – ha condotto la chiesa cattolica a volgere uno sguardo molto ‘interessato’ agli esoterismi, che in molti modi ha cercato di “fagocitare”, sia riguardo a dottrine che venivano regolarmente “ortopedizzate” in senso “cristiano”, che alle forze occulte dai medesimi messe in atto: soprattutto queste ultime le interessavano e le interessano tuttora moltissimo. Quando vuole, la potenza straniera d’Oltretevere sa essere molto, MOLTO spregiudicata ed elastica e, alla bisogna, sa rapidamente e bene “adeguarsi”. Una delle poche cose giuste dette da Benedetto Croce nella sua vita fu, a mio orsolupesco giudizio, che “la chiesa cattolica è uno stomaco che può digerire tutto!”: proprio tutto, come vedremo. Addirittura, essa giunge a creare appositamente e a manipolare – avremo proprio modo di constatarlo – vari pseudo-esoterismi, per lei utilissimi nella sua “navigata” e ben “rodata” strategia del “trasbordo ideologico inavvertito”. Vi son oggi, peraltro, molti conventi domenicani e gesuiti nei quali si praticano tecniche fisiche, posturali e respiratorie, nonché meditative dello Yoga, dello Zen, naturalmente del tutto sradicate dal loro contesto originario ed usate per fini completamente diversi da quelli che avevano quelle Vie metafisiche d’Oriente. I gesuiti in particolare hanno un particolare interesse ad uno Zen derealizzato e debitamente “cattolicizzato”, ma – bisogna proprio dirlo – provano invece un particolare fascino, anzi una forma di vero e proprio innamoramento, per una via antispirituale e controiniziatica par excellence come quella di G.I. Gurdjieff: in quest’ultimo caso si tratta di una sincerissima passione, non di comodo, dettata da una profonda ‘affinità elettiva’ e da una vera e propria ‘corrispondenza di disamorosi sensi’!  

Un esempio tipico di tale spregiudicato operare lo si può vedere nell’azione del R.P. Florindo Giantulli S.J., il quale fondò in anni lontani, subito dopo la seconda guerra mondiale, varie associazioni cattoliche a carattere militante. Una di esse fu l’Alleanza Cattolica, da lui diretta attraverso il suo assecla Giovanni Cantoni, ‘maestro’ – come mi fu testimoniato da chi ben lo conobbe – del “trasbordo ideologico inavvertito”. Un’altra di esse, connessa alla precedente, fu una società segreta antimassonica denominata Scutum Michaelis, ovvero lo “Scudo di Michele Arcangelo”. Ma ciò non gli impedì di farsi “iniziare” libero muratore – assieme ad alcuni suoi ‘famuli’ dirigenti di Alleanza Cattolica e della rivista filoborbonica e biancogigliata Controrivoluzione – ed essere ispiratore e co-fondatore della Rispettabile Loggia Jesus all’Oriente di Firenze, all’obbedienza della Gran Loggia d’Italia, allora denominata di “Piazza del Gesù”, oggi “Palazzo Vitelleschi”, da sempre molto “morbida” e deferente nei confronti del Soglio pontificio. La Loggia Jesus “lavorò” sino a che alla Curia romana non convenne appoggiarsi alla più numerosa e forte, ancorché più laica e agnostica, Obbedienza del Grande Oriente d’Italia di “Palazzo Giustiniani”: erano gli anni degli incontri di Savona del Gran Maestro Giordano Gamberini del Grande Oriente coi RR.PP. il gesuita, un tempo antimassone, ma in seguito massone al dire di alcuni autori cattolici, Giovanni Caprile S.J., e il “paolino” Rosario Esposito, il quale nei suoi ultimi anni di vita si fece, lui pure, apertamente “iniziare” libero muratore in una loggia di Piazza del Gesù-Palazzo Vitelleschi. In conseguenza di tale nuovo atteggiamento ‘pragmatico’ della Curia romana, la loggia Jesus venne obbedientemente “demolita” dalla Gran Loggia d’Italia di “Piazza del Gesù”. Nessuna meraviglia, visto che sin dal Settecento i militi della nota Compagnia, e non solo loro, si sono infiltrati nelle logge massoniche. Che il R.P. Florindo Giantulli S.J. fosse un sincero e feroce antimassone, non vi ha dubbio alcuno, e ne è testimonianza un’opera dal titolo L’essenza della massoneria italiana: il naturalismo, pubblicata nel 1973 a Firenze da Pucci Cipriani Editore, recante il nihil obstat quoniam imprimatur del R.P. Sabino Maffeo S.J., Praepositus Provinciae Romanae, e l’imprimatur di Giovanni Bianchi, Vicario Generale, della Curia Arcivescovile di Firenze, ambedue rilasciati il 21 maggio 1973, e quindi opera rispecchiante la posizione ufficiale della chiesa cattolica.   

Tale opera del Giantulli è un’abile e perfida mescolanza di affermazioni vere, di verità parziali e monche, e di un vero e proprio oceano di menzogne. Ma non è certo compito mio, né quello di Ecoantroposophia, di giustificare e difendere l’Ordine Massonico, il quale, se vuole, può benissimo farlo da solo, ed è giusto che da solo lo faccia, se, quando, e come meglio crede o crederà. A quel che a me risulta, le logge di tutte le varie Obbedienze massoniche sono oggi ampiamente infiltrate da elementi cattolici oltranzisti, i quali operano in esse in funzione disgregativa. Fa dunque alquanto pensare il candore e la sprovveduta ottusità di un Virgilio Gaito, allora Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, il quale nel 1996 giunse su sollecitazione di Mons. Bettazzi ad offrire l’Ordine di Galileo, una delle massime onorificenze di quella Obbedienza massonica, trasmettendola tramite il Cardinal Ruini, a Karol Woityla, Papa Giovanni Paolo II, ricevendone – come era facile prevedere – un “gran rifiuto”, e facendo così sghignazzare rumorosamente tutti i cattolici integralisti: il languido amore di molti speranzosi massoni nei confronti della chiesa cattolica è proprio un amore ‘infelice’: un amore a senso unico, crudelmente non corrisposto! 

Semmai è da rilevare nel suddetto libro la perfidia del R.P. Florindo Giantulli S.J., il quale prendendo spunto da una recensione-presentazione apparsa su un bollettino della benemerita casa editrice romana Atanòr, da lui definita “massonica”, mentre allora era solo “esoterica”, dopo aversela presa col fatto che la suddetta casa editrice pubblicava opere di “reprobi” come Filippo Teofrasto Paracelso e Enrico Cornelio Agrippa, coinvolge il nome di Massimo Scaligero, così scrivendo a p. 20 del suo libellaccio:

«Che non si tenti di sostituire la… magia alla religione e alla fede anche in Italia? Ecco, infatti come viene reclamizzata (Bollettino Editoriale ed. Atanòr. N. 16; giu. 1972) l’opera di M. Scaligero: Magia Sacra: «Una via per la reintegrazione dell’uomo, sintesi delle tecniche d’Oriente e d’Occidente, secondo l’esigenza di potenziamento magico dell’«uomo interiore», automatico e agnostico mitizzato» (sottolineatura nostra)».

La perfidia del R.P. Florindo Giantulli S.J. è quella di lasciar intendere – senza dichiararlo apertamente – che Massimo Scaligero fosse massone, mentre è noto anche ai poppanti ch’egli non lo fu mai, mentre lo fu suo zio Pietro Scabelloni, valente esoterista, che nel Rito Scozzese Antico Accettato di “Piazza del Gesù” raggiunse il 33° grado, come lo furono del resto alcuni amici “pitagorici” di Massimo Scaligero come Arturo Reghini e Giulio Parise, e il duca Giovanni Colonna di Cesarò, antroposofo, ma lui stesso proprio no. Il Giantulli avrebbe potuto anche “allargarsi”, come dicono a Roma, coinvolgendo i nomi di Rudolf Steiner, di Günther Wachsmuth, e la stessa Antroposofia, sol che si fosse ricordato che Atanòr aveva stampato nel 1929 la traduzione italiana del libro del Wachsmuth, Le forze plasmatrici eteriche, rivisto e prefato dallo stesso Rudolf Steiner.

Ora, che la chiesa cattolica abbia visto, sin dall’inizio di essa, nella Scienza dello Spirito un pericolo mortale per se stessa, lo si può facilmente desumere già dagli attacchi feroci e infarciti d’ogni tipo di menzogne del R.P. Otto Zimmermann S.J., nel 1919, sulla rivista Stimmen der Zeit, e da quelli del suo sodale, il R.P. Giovanni Busnelli S.J., sin dal 1909 e successive riedizioni, nel suo Manuale di Teosofia; lo si può desumere dagli attacchi militari, mandante dei quali era la nota potenza straniera d’Oltretevere, volti all’assassinio di Rudolf Steiner, nel 1922 a Monaco di Baviera e ad Elberfeld; dalle diffamazioni del R.P. Max Kully, inviato come parroco ad Arlesheim non tanto per “cura d’anime”, quanto per svolgere ivi opera di agente provocatore e diffamatore, con la parola e con la penna, di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia; dall’incendio, preannunciato sui giornali di Basilea, organizzato da Max Kully in una riunione della Lega Cattolica alla Taverna Ochsen di Arlesheim e attuato nella notte di S. Silvestro del 1922, del Goetheanum, di fronte al quale, mentre bruciava, ballavano voluttuosamente gruppi di “fedeli” ubriachi. Lo si può altresì desumere dall’avvelenamento di Rudolf Steiner, avvenuto al cosiddetto ‘Rout’, ossia al festeggiamento del 1° gennaio 1924, organizzato a conclusione del Convegno di Natale del 1923. Su tutto ciò, ho una montagna di materiale probante, che solo la noia di tradurlo e trascriverlo, e lo scrupolo di non stancare troppo il lettore, mi impedisce di pubblicare su questo coraggioso blog, che si ostina ad ospitare i miei esagitati e orsolupeschi articolacci. Ma se proprio ce ne fosse bisogno, vedremo nel tempo di tirarne fuori alcuni documenti di notevole interesse. 

Oltre che a questi metodi più diretti e brutali, la parte avversa è ricorsa e ricorre eziandio a strategie meno “frontali”, ma molto più insinuanti e pericolose. Per esempio, attraverso l’azione di Valentin Tomberg, che cercò da una parte di oscurare l’Opera di Rudolf Steiner, affermando che lo stesso Rudolf Steiner e l’Arcangelo Michael avevano “fallito” la loro missione, e che questo costringeva il Mondo Spirituale ad anticipare l’èra dell’Arcangelo Orifiel, e che – a suo dire – alla Comunità spirituale non rimaneva, per salvarsi, da far altro che porsi sotto la “dittatura del Mondo Spirituale” e sotto la protezione della chiesa cattolica, il cui Pontefice, in quanto successore di Pietro, è il vero “Rappresentante dell’Umanità”, e – sempre a suo dire – non ciò che Rudolf Steiner aveva indicato nelle sue comunicazioni e plasticamente raffigurato nel suo artistico “Gruppo” statuario. Nelle sue opere scritte, Valentin Tomberg fa l’esaltazione aperta di Ignazio di Loyola, fondatore della nota, non proprio commendevole, Compagnia, della gesuitica “oboedientia perinde ac cadaver”, e della infallibilità del papa, del “martinismo” papusiano e di altre simpatiche cosucce pseudo-esoteriche, molto gradite alla parte avversa. Per decenni, dopo la morte di Valentin Tomberg, presentato dai suoi fanatici seguaci niente-poco-di-meno-che come ilbodhisattva di questa epoca” (e scusate se è poco…), l’infiltrazione tomberghiana ha operato pesantemente in Germania, in Inghilterra, in Francia, in America e nella nostra stessa Italia. A questo proposito, vedremo, a suo tempo, come il veleno catto-tomberghiano sia giunto a insinuarsi persino in una rivista romana, che si presenta come “scaligeropolitana”, e su vari siti, blog, e social network.

L’interessata “attenzione” e la divorante azione della chiesa cattolica si è rivolta pure nei confronti di quella che Rudolf Steiner considerava una delle “figlie” della Scienza dello Spirito: la pedagogia antroposofica. Ed è inquietante dover constatare come gli antroposofi – i quali raramente sono stati delle “aquile” – in Italia si siano concessi in questo campo, per volgare interesse e pura imbecillità, all’abbraccio stritolante della chiesa cattolica. Il 6 e il 7 febbraio 2016 scorsi – quindi recentissimamente – si è svolta in quel di Sagrado, in Lombardia, una riunione dei “Fiduciari”, ossia dei “Capigruppo”, della Società Antroposofica in Italia. In tale riunione, alcune persone coraggiose e di buon senso hanno tirato fuori un “problema” – una vera e propria “magagna”, come si direbbe con linguaggio pittoresco – che da troppo tempo andava avanti e che, per mero opportunismo e imbecillità, si cercava di nascondere, tacendolo agli ignari “soci” della Società Antroposofica. Alcuni “Fiduciari” – evidentemente di maggiore sensibilità morale – venuti a conoscenza dei fattacci, non hanno voluto condividere la vile omertà, che li avrebbe resi consapevoli, e quindi colpevoli, complici di una vera e propria porcheria che durava da ben quindici anni, ed hanno “parlato” facendo scoppiare il bubbone malefico. Essendo cose che ormai stanno circolando ampiamente nelle cerchie antroposofiche, suscitando accesi dibattiti e furiosi litigi, non vi è motivo di non renderne partecipi i lettori di “Eco”.

Si tratta dell’affiliazione sin dal 2001 delle Scuole Steineriane, che cercano di operare secondo la pedagogia Waldorf, al FOE (Compagnie delle Opere-Federazione Opere Educative), ossia ad una delle istituzioni che fanno capo a Comunione e Liberazione, associazione ultracattolica fondata da don Giussani, che Karol Woityla, Giovanni Paolo II, fece addirittura “Prelatura Personale”, come del resto lo stesso Opus Dei, ossia sia Comunione e Liberazione che l’Opus Dei dipendevano e rispondevano non alla gerarchia territoriale dei Vescovi, bensì direttamente e unicamente al papa. Difficile pensare, quindi, che la cosa non fosse a conoscenza di lui, che non fosse avvenuta per esplicita volontà di Karol Woityla, e con il suo placet. Ma perché il candido lettore non creda ch’io m’inventi alcunché, riproduco, col classico sistema del copia-incolla, una e-mail di una “Fiduciaria”, inviata nel dicembre 2015, e un documento comune, firmato da vari partecipanti al suddetto incontro di Sagrado. Ovviamente, non renderò pubblici i nomi di tali persone, per non esporle alle prevedibili rappresaglie che vi sarebbero nei loro confronti. Ecco, tal quale – ho corretto solo gli evidenti errori di battitura o d’ortografia – la suddetta e-mail:

«Cari Amici

chiedo scusa, ma la risposta della Federazione Scuole Waldorf sulla vicenda dell’iscrizione al FOE è talmente problematica che non mi è possibile, come iniziativa personale, non rispondere PRIMA dell’incontro del prossimo 6-7.  

Per cui, in base alla lettera suddetta, chiedo che all’incontro qualcuno possa chiarirmi il punto della Triarticolazione Sociale nel quale Rudolf Steiner dice che la Necessità terrena giustifica il compromesso, anche quando questo compromesso significa sottoscrivere l’impegno ad attenersi ai dettami di Dottrine Sociali contrarie all’Antroposofia, quali quella (nel caso in oggetto) della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Quella stessa che sostiene dall’869 l’inesistenza dello Spirito umano.

La devastazione Sociale e culturale derivante da questa asserzione dogmatica infatti, quale ultima odierna manifestazione indirettamente derivata dall’assioma della negazione dello Spirito umano, sta equiparando la procreazione naturale a quella cosiddetta eterologa con gestazione estranea a pagamento, cosa che sconvolge il processo karmico dell’incarnazione dell’IO umano. Infatti, là dove esistono solo corpo ed anima, la scienza e la legge possono giustificare tutto ed il contrario di tutto e ogni cosa diventa relativismo possibilista.

E queste implicazioni sarebbero ininfluenti ai fini della utilità pratica derivante dall’iscrizione al FOE (alias Compagnia delle Opere, alias Comunione e Liberazione)? Per cui, per utilità pratica, è accettabile sottoscrivere l’iscrizione a queste matrici che come DOGMA DOTTRINALE rifiutano lo Spirito nell’uomo condannandolo al solo moralismo derivante dalla polarità Inferno-Paradiso?

Quanto al “…sarebbe stato più opportuno chiedere a noi della Federazione anziché porre la questione nell’ambito dell’incontro dei Fiduciari” contenuta nella lettera in oggetto, ritengo personalmente che il Collegio dei Fiduciari sia il luogo Centrale dove possano (e forse debbano) avvenire i confronti inerenti ad OGNI espressione della vita Antroposofica. In questo modo il Centro può essere coscientemente presente nelle attività operanti, figlie dell’Antroposofia.

A questo proposito ricordo che alcuni anni or sono proprio alcuni membri del Collegio di Presidenza della Federazione Waldorf parteciparono ad un incontro dei Fiduciari (credo fosse a Conegliano) per chiedere buoni pensieri da parte dei Gruppi Antroposofici verso le situazioni difficili in cui si trovavano le Scuole italiane.

Saluto cordialmente».

E segue la firma da me omessa.

Sempre col sistema del copia-incolla, e con l’omissione di tutti i nomi coinvolti, ecco il documento – del quale ho corretto solo punteggiatura e ortografia – presentato da una serie di “Fiduciari” alla riunione di Sagrado: 

«Spett. Collegio di Presidenza

della Società Antroposofica in Italia

[seguono cinque nomi]

Via privata Vasto, 4 – 20121 Milano

E per conoscenza ad ogni Fiduciario dei Gruppi Antroposofici

In riferimento agli articoli pubblicati sulla rivista “Germogli”, grazie ai quali i firmatari della presente lettera, tutti membri della Società Antroposofica in Italia, vengono a conoscenza dell’iscrizione della Federazione delle Scuole Steineriane-Waldorf in Italia al FOE (Compagnie delle Opere-Federazione Opere Educative), dal 2001

si richiedono:

a) Un parere sulla natura spirituale e le conseguenze spirituali e karmiche per l’Antroposofia, La Società Antroposofica e il Movimento Antroposofico, le quali espressioni in essere, benché unificate dal Convegno di Natale, ancora rivestono sigle differenti.

b) Il grado di conoscenza e di coinvolgimento, in tale decisione, dei membri del Collegio di Presidenza

c) L’apertura di un processo di approfondimento tra tutti i membri della Società Antroposofica in Italia e in particolare tra i Fiduciari della medesima che operano con la Federazione delle Scuole Steineriane-Waldorf in Italia, al fine di stabilirne il grado di coinvolgimento, di consapevolezza e di adesione, che riguarda ogni partecipante attivo nella Società Antroposofica.

d) La messa all’ordine del giorno di tale argomento nel prossimo incontro dei Fiduciari, al fine di sensibilizzare l’attenzione e di consentire l’espressione di un dialogo di confronto.

Si esprimono le seguenti considerazioni:

Ci sembra banale ed inverosimile che la Federazione della Scuole Steineriane-Waldorf in Italia proponga l’adesione al FOE alle Scuole associate con una stringata proposta che il maestro X.Y. riporta testualmente nelle sue spiegazioni (pag. 27, n. III “Germogli”, in allegato):

“Si propone all’assemblea di aderire alla Federazione delle Opere Educative (FOE) per poter fruire dei servizi consulenziali specialistici gratuiti a supporto delle scuole private che tale organizzazione è in grado di fornire; si ritiene opportuno sottoporre l’adesione all’Assemblea”

L’assemblea approva con il seguente testo:

“Viene deciso di aderire alla Federazione delle Opere Educative per poter fruire dei servizi consulenziali specialistici gratuiti a supporto delle scuole private che tale organizzazione è in grado di fornire”

Non si fa cenno né alla natura spirituale, né alla natura animica che comporta tale decisione.

Basta leggere lo Statuto del FOE, la cui accettazione è ovviamente vincolante per tutti i soci, per capirne l’identità e la natura spirituale.

 All’art. 2 dello StatutoFinalità, si legge:

– Comma 2 –

L’associazione trae la propria ORIGINE e mantiene il proprio RIFERIMENTO IDEALE nella ESPERIENZA CRISTIANA e nella DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA.

Ne deriviamo la sintesi che una figlia dell’Antroposofia, la pedagogia Steineriana, si trova, per motivi unicamente utilitaristici, a servire le finalità della Chiesa Cattolica.

Riteniamo l’identità spirituale di una figlia dell’Antroposofia, che coincide con l’Entità Spirituale, non debba confondersi con altre qualsivoglia Entità Spirituali, in quanto ne verrebbe a meno la funzione di fonte ispiratrice dell’evoluzione della Pedagogia Antroposofica, costringendo le Scuole Steineriane in un agire solo riferito ad un arido piano terreno.

Senza entrare nella natura Spirituale della Chiesa Cattolica e dei suoi molteplici aspetti, ricordiamo solo la decisione del Concilio di Costantinopoli dell’anno 869, di abolire dalla costituzione umana lo spirito; vogliamo altresì sottolineare che rimane il paradosso della messa all’indice di Rudolf Steiner da parte della Chiesa Cattolica con conseguente scomunica ai cattolici che  avrebbero aderito al suo pensiero, scomunica  emanata nel 1910 dal Papa Pio X, promulgata dal Papa Benedetto XV (1914/1922) e ancora in vigore “ipso facto”.

Come membri della Società Antroposofica in Italia ci scusiamo per il nostro sonno e l’ignoranza su questa situazione che permane da ormai 14 anni e per questo riconosciamo ancora più fortemente il nostro compito di portare, unitamente agli altri membri, il peso karmico della Società Antroposofica Universale per essere al servizio dell’evoluzione spirituale dell’umanità. Né possono valere a riguardo le obiezioni trapelate, emesse da singoli appartenenti alla Presidenza, secondo le quali detto argomento sarebbe di pertinenza esclusiva della Federazione Scuole. Riteniamo infatti che l’argomento in essere, per le evidenti implicazioni karmiche sopra ricordate, riguardi TUTTI gli antroposofi.

In attesa di Vostre indicazioni in merito rimaniamo a disposizione per un fecondo lavoro.

Cordiali saluti

[seguono undici firme]

Milano/Como, li 20 dicembre 2015.

Allegati:

– fotocopie articoli della rivista Germogli

– fogli con firme autografe degli aderenti alla petizione, ovviamente minimi per comprensibili difficoltà alla circolazione del foglio, ma significativamente presenti al fine della richiesta contenuta nella presente lettera…».

E poi, lo strano sarei io… A parte la “venustà del periodare” – come lo chiamerebbe causticamente quel paganaccio cattivissimo e impenitente di Arturo Reghini – periodare nel quale ammiriamo sinceramente molto il singolare neologismo ‘consulenziali’ attribuito a non meglio specificati ‘servizi’ che fornirebbe la potentissima organizzazione di Comunione e Liberazione attraverso la Compagnia delle Opere e la subordinata Federazione Opere Educative, vi sarebbero un bel po’ di domande scomode da porsi e, soprattutto, da rivolgere a chi originariamente ha avanzato una così esiziale proposta. Essendo io, come il buon Arturo di cui sopra, pel quale nutro profondissimo affetto e altrettanta ammirazione, un vecchio paganaccio occultista, che di battaglie ne ha fatte mille e poi mille, ed essendo eziandio, anch’io come lui, un lupaccio cattivissimo e impenitente, son uno che non crede affatto al “caso” e, per diffidente prudenza, personalmente credo poco o punto alla “buona fede”: in special modo per tutto ciò che, a qualsiasi titolo, coinvolge la nota potenza straniera d’Oltretevere. Inoltre, in questo genere di cose, l’ingenuità e l’imbecillità sono – a mio orsolupesco modo di vedere – un’aggravante e niente affatto un’attenuante.

Ora, se – come è facile verificare – per insegnare in un qualsivoglia istituto cattolico educativo o d’istruzione, dall’asilo infantile, alle scuole elementari, alle scuole medie inferiori e superiori, agli istituti universitari cattolici, occorre ricevere un nihil obstat dall’autorità ecclesiastica superiore, la quale concede tale nullaosta solo dopo che il docente ha firmato un documento impegnativo, nel quale egli dichiara apertamente di uniformarsi alla dottrina religiosa e sociale della chiesa cattolica, ed anche alla dottrina e ai metodi pedagogici della chiesa. Conciosiacosaché, se viene richiesto che prima delle lezioni si recitino da parte di insegnanti ed allievi le prescritte preghiere, o che attivamente si partecipi al rito annuale della benedizione delle aule, o periodicamente alla messa collettiva della scuola, non è che un insegnante possa sottrarsi o rifiutarsi, ché verrebbe immediatamente cacciato – ed è comprensibilissimo – essendo venuto meno ad un impegno “liberamente” preso, e firmato. E ancor meno, un insegnante può sostenere dottrine dal magistero ecclesiale dichiarate eretiche, o scelte di vita e comportamenti, da essa dichiarati immorali e peccaminosi, quali divorzio, rapporti sessuali prematrimoniali, convivere more uxorio, et similia perché in tal caso verrebbe attuato nei suoi confronti un piano di distruzione totale in ogni campo. Come più volte avvenuto.

Ora, che l’Antroposofia rientri in pieno nelle scomuniche e negli anatemi della chiesa cattolica – checché ne dica o ne pensi l’anonimo scrittore della rivista romana “scaligeropolitana” – è fuor di ogni dubbio. Basta leggere i testi dei vari concili da Nicea e Costantinopoli in poi, per rendersene conto. La chiesa cattolica esplicitamente condanna a chiare lettere – e commina la scomunica maggiore a chi vi aderisce – la tripartizione dell’essere umano in corpo, anima e spirito; condanna e scomunica la dottrina origeniana della preesistenza delle anime e quella della reincarnazione; condanna e scomunica la concezione ariana, di origine platonica, del Logos emanato e subordinato al Padre, la concezione nestoriana della distinzione del Gesù umano e del Cristo cosmico, la concezione gnostica e manichea degli eoni, degli spiriti e delle anime “emanati” dall’Uno, dall’Assoluto – e quindi consustanziali ad esso – e non creati dal nulla. La chiesa cattolica condanna e scomunica, che più chiaramente non potrebbe, il concetto stesso d’Iniziazione, la quale porta l’essere umano ad una “conoscenza” diretta del Mondo Spirituale al di fuori della comunità ecclesiale e facendo a meno della imposta mediazione liturgica e sacramentale, della quale la chiesa cattolica pretende avere monopolio e privativa. La chiesa condanna e scomunica, infine, ogni forma di occultismo e di esoterismo, antico o moderno, orientale o occidentale, che non si sottomettano ciecamente e disciplinatamente al suo magistero. Essa scomunica e condanna chi non crede nell’infallibilità del papa – proclamata dal marchigiano Giovanni Maria Mastai Ferretti, papa Pio IX, carnefice di molti patrioti italiani, esaltato, per presunti suoi meriti d’infallibilità teologica, dall’anonimo sulla “scaligeropolitana” rivista romana – allorché egli affermi di parlare, in questioni di dottrina e morale, ex cathedra. Tesi apertamente sostenuta, peraltro, da Valentin Tomberg, un cui seguace – dirigente di una casa editrice catto-tomberghiana – scriveva e talvolta ancora scrive sulla suddetta rivista romana. 

Per togliere ogni dubbio al candido lettore circa la posizione della chiesa cattolica nei confronti della Scienza dello Spirito, posizione di aperta condanna e di lotta spietata, basterebbe il fatto che il R.P. Otto Zimmermann S.J. formulò, dopo la prima Guerra Mondiale, in tre articoli, pubblicati nell’estate del 1918, sulla rivista gesuitica «Stimmen der Zeit», una sorta di condanna, ancora non ufficiale dell’Antroposofia, assimilata alla Teosofia, da parte della chiesa cattolica.  Comunque la condanna pienamente ufficiale ebbe luogo, invece, il 18 luglio 1919, allorché la Congregazione della Fede ovvero il Sant’Uffizio a Roma decise che la Antroposofia, assimilata alla Teosofia, era inconciliabile con la fede cattolica. Ma inconciliabilità significa per la chiesa cattolica, in ultima istanza, lotta con ogni mezzo, anche i più “sporchi”, contro l’Antroposofia. A sua volta, passò all’attacco il R.P. Giovanni Busnelli S.J., il sordido calunniatore di Rudolf Steiner, la cui azione viene descritta da Marco Pasi, in Teosofia e antroposofia nell’Italia del primo Novecento, in: Gian Mario Cazzaniga (a cura di), Storia d’Italia. Annali 25. Esoterismo, Torino, Einaudi, 2010, p. 592:   «Nei suoi quattro sostanziosi volumi le dottrine teosofiche vengono passate al setaccio per evidenziarne l’incompatibilità con quelle cattoliche. E non è difficile immaginare i punti dolenti su cui batte il martello di padre Busnelli: il concetto di Dio, la reincarnazione, la cosmogonia emanazionista e panteista, la pretesa di autodivinizzazione dell’uomo tramite pratiche di tipo iniziatico o magico. Infine, nel 1919, la Chiesa si mosse anche formalmente, con una condanna del movimento teosofico da parte del Sant’Uffizio che sancì una presa di posizione definitiva sulla questione e rese la teosofia poco appetibile per chi desiderasse rimanere buon cattolico». Ed ecco il decreto di condanna, riportato da Marco Pasi a piè della p. 592: «Così recita il testo della condanna: «An doctrinae, quas hodie theosophicas dicunt, componi possint cum doctrina catholica; ideoque an liceat nomen dare societatibus theosophicis, earum conventibus interesse, ipsarumque libros, ephemerides, diaria, scripta legere. […] Negative in omnibus» (Sanctum Officium, De theosophismo, in Acta Apostolicae Sedis, 9 [1919], p. 317, cit. in j. Rousse-Lacordaire, Ésotérisme et christianisme cit., pp. 205-6, n. 1). Cfr. anche La condanna della teosofia nel recente decreto del S. Offizio, in «La Civiltà Cattolica», III (1919), pp. 272-76; G. Busnelli, Teosofia e teologia, in «Gregorianum», I (1920), pp. 154-59». Ora, che nella bella Terra d’Ausonia molti antroposofi, “scaligeropolitani” compresi, come del resto molti massoni ed esoteristi di vario orientamento, malgrado la scomunica loro comminata, frequentino assiduamente le chiese, partecipino con devota compunzione alle liturgie cattoliche, si accostino ai sacramenti, facciano tranquillamente la comunione, ecc. ecc., fa parte dell’incoerenza più illogica, tipica della circense mancanza di serietà, della faciloneria mentale, del sentimentalismo facente appello alle molte e contraddittorie pulsioni subrazionali dell’anima, del pressappochismo morale più non chalant, dell’opportunismo, attraverso i quali diciassette secoli di ecclesiale “cura d’anime” hanno ridotto gl’italiani al rango di stupidissimi e accomodanti ‘italioti’. Comunque, antroposofi, “scaligeropolitani”, massoni ed esoteristi vari, sappiano – e lo tengano per detto – che la scomunica maggiore è loro comminata ipso facto, che per la chiesa essi sono in stato di peccato mortale, che l’accostarsi ai sacramenti è loro vietato, e se lo fanno vengono considerati sacrileghi. Con tutta la buona volontà, ci sono momenti nei quali non mi riesce proprio di capacitarmi come gli esoteristi possano farsi così scioccamente infettare da quella “sindrome di Stoccolma”, che le rende vittime complici e innamorate del loro stesso carnefice!

Il candido lettore è pregato di non meravigliarsi troppo anzi tempo, ché ora ne vedrà sùbito di ben peggiori. Se quello delle Scuole Steineriane Waldorf, attuato per ben quindici anni con la connivenza della direzione della Società Antroposofica in Italia, è un grossolano errore, più che altro dettato da opportunismo e imbecillità, oltre che da inconsequenzialità logica, quanto attuato in quel di Roma dalla cerchia vicina all’innominato è – a mio orsolupesco modo di vedere – una vera e propria opera coscientemente corruttrice e volutamente disorientatrice, sicuramente ben più grave. Decenni fa, venne messa su nel quartiere di Monteverde a Roma, per la fattiva iniziativa di una personalità romana, un asilo e una scuola elementare nei quali si attuavano metodi pedagogici e didattici messi a punto e insegnati dalla suddetta personalità, ispiratrice dell’iniziativa pedagogica, che si occupava con molto zelo altresì della formazione degli insegnanti. Non vi apparivano ufficialmente né il nome di Rudolf Steiner, né quello del metodo Waldorf. Nei primi anni, asilo e scuola vennero generosamente ospitati in un edificio, con annesso giardino, appositamente affittato a Monteverde da un’altra persona, la quale vi aveva stabilito pure, all’ultimo piano dell’edificio, la propria abitazione.

In seguito, scuola e asilo vennero spostati in altro punto di Monteverde, in locali che appartenevano ad un individuo, a dir poco “problematico” per moralità e legami politico-confessionali. In un colloquio avuto allora con l’innominato, lo avvertii del fatto che l’individuo, al quale egli si affidava per i locali nei quali sistemare asilo e scuola, individuo che io conoscevo per motivi professionali, ma con il quale non avevo mai avuto, né tampoco volevo avere rapporti di qualsiasi sorta, era una scelta ‘infelice’ e potenzialmente foriera di “guai”. Lo informai del fatto che quel individuo era ben noto per i suoi rapporti con una importante e potente personalità politica, legata alla potenza straniera d’Oltretevere; che l’individuo in questione era molto attivo come riclicatore, in quanto uomo di “fiducia” e “sicuro”, di “soldi sporchi” di un alquanto discusso istituto finanziario; che l’individuo in questione, estremamente corrotto e corruttore, col suo “diplomificio” violava alla grande le leggi dello Stato italiano, ma che la protezione di quel inossidabile uomo politico e della potenza straniera d’Oltretevere faceva sì che godesse di un’assoluta impunità. Naturalmente – in questi casi faccio sempre agli occhi altrui la parte del rompiscatolone – sconsigliai vivamente l’innominato di mettersi nelle mani di un individuo così “problematico”, per usare un eufemismo, ché se un domani fosse convenuto alla potenza straniera d’Oltretevere, asilo e scuola si sarebbero trovati rapidamente senza locali. Come poi è avvenuto in anni recenti, ma – come vedremo – non a caso… L’innominato fece le viste di sottovalutare il problema e scherzò, prendendomi in giro per i miei scrupoli.

Allora, pensando soltanto ad una sua eccessiva ingenuità. non capii, ma capii sin troppo bene in seguito, allorché i fatti su di lui mi aprirono – devo dire con mio grande disappunto – gli occhi, e mi fu evidente che l’ingenuo, terribilmente ingenuo, invece, ero stato io che troppo a lungo mi ero ostinato a fargli credito d’esser in buona fede, mentre mi resi conto di aver avuto a che fare soltanto con un abile simulatore. Ma, come ho avuto già modo di dire – per la dura legge della vita – noi lupacci impariamo molto in fretta dall’esperienza. Infatti, quasi un annetto prima che Alfredo Rubino – del quale come asceta, nonché come leale e fraterno amico, non posso dire altro che un gran bene – ci lasciasse, dissi ad una persona di Roma, da me moltissimo stimata: «Vedrai che qualche mese dopo che Alfredo ci avrà lasciati, si faranno vivi l’innominato e i suoi famuli, e diranno che “siamo tutti discepoli di uno stesso Maestro, ed è uno scandalo che vi siano divisioni, nate in fondo solo da deprecabili incomprensioni”, e che, quindi, secondo loro, dovremmo lavorare ed operare tutti insieme appassionatamente», incomprensioni che loro attribuivano tutte ad Alfredo Rubino, o addirittura ad una mia – in realtà mai esistita – influenza nefasta su di lui. Almeno così diceva e dice tuttora, nella mia città, la “regista” della “manovalanza indigena” dell’innominato. Quella persona di Roma – persona molto ‘sveglia’, che già in passato mi aveva messo sull’avviso circa le capacità simulatrici dell’innominato – fu perfettamente d’accordo con me.  

E così, in effetti, avvenne. Alfredo ci lasciò nel gennaio del 2014, e ai suoi funerali si presentò al gran completo la “squadra” dell’innominato, sia quella romana che quella della mia città, ostentando amicizia e apprezzamento nei confronti di Alfredo defunto – che in vita avevano tradito, sabotato, calunniato e deriso in ogni maniera – e addirittura venendomi persino a salutare con apparente grande cordialità. Cordialità apparente, perché alcuni di loro avrebbero preferito, forse, che di me si facesse il roast-beef a Campo dei Fiori. Un paio di settimane prima della Pasqua successiva, mi sento telefonare da T., un amico della mia città che non vedevo da anni, il quale mi dice: «Mi ha telefonato da Roma X. [costui, molto legato all’innominato, è magna pars nella direzione del suddetto asilo-scuola] il quale mi ha pregato di dirti che lui era rimasto molto commosso pel fatto che, al funerale di Alfredo Rubino, ci si era ritrovati [a suo dire] tutti uniti e concordi. Allora, X. propone di ritrovarsi prima di Pasqua, in ricordo di Alfredo Rubino, come bravi discepoli di uno stesso Maestro, per una semplice lettura e meditazione insieme. X. ha invitato tutti noi della nostra città». Risposi a T. che non vedevo perché X. avesse telefonato a lui e non direttamente a me, visto che aveva il mio numero di telefono. Comunque telefonai, a mia volta, alla persona molto ‘sveglia’ di cui sopra, la quale mi comunicò che anche lei aveva ricevuto la stessa esternazione telefonica da parte di X., il quale proponeva che tale riunione si svolgesse non nel consueto luogo a Monteverde, ove per alcuni decenni si erano svolte le riunioni di Alfredo Rubino e quelle dello storico, e glorioso, Gruppo Novalis, bensì nei locali dell’asilo-scuola, a suo dire, «perché lì vi era più posto per accogliere le molte persone che sarebbero venute». Spinto da un Angelo malizioso, decisi di recarmi a Roma e con alcuni amici romani, tutti ‘vispi’ e piuttosto ‘svegli’, andammo insieme alla annunciata riunione “ecumenica”, alla scuola-asilo.

Appena giuntovi, ebbi un colpo, una sorta di flash-back che mi riportò indietro di 50-60 anni, quando – per le tragedie della mia famiglia – a 4-5 anni di età, destinatovi dal Tribunale dei Minori, finii in una serie di collegi, che a quella epoca erano tutti religiosi. L’asilo-scuola era in un edifico in una tenuta, recintata da un alto muro e cancello “schermato”, di un istituto religioso di preti. All’entrata della tenuta, subito dopo il cancello, vi era – come nei collegi dove ero stato da piccolo – la tipica grotta artificiale, riproducente quella di Lourdes, con una statua della Vergine e relativa fontana. Di fronte all’edificio, ospitante l’asilo-scuola, ve n’era un altro, del quale mi fu detto da coloro che ci vennero incontro a salutarci con ostentata cordialità: «Là ci stanno i preti». Dire che ero oltremodo perplesso, è dire davvero troppo poco. Naturalmente, la riunione non si svolse – e la mia orsolupesca diffidenza se lo aspettava – secondo quel che X. mi aveva fatto annunciare telefonicamente da T., ossia con una semplice lettura e meditazione. Come direbbe la mia cara amica Fang-pai, «La parola di quella gente non è affidabile, non è “oro”, perché essa non viene da loro onorata». Dalla mia città, a parte T. e sua moglie, non vennero altri, contrariamente a quanto annunciatomi. Alla suddetta riunione “ecumenica”, X. prima fece una “concione” introduttiva, durata una ventina di minuti, in arido stile universitario, dopo di che lesse una conferenza di Rudolf Steiner e, dopo la lettura della medesima, X. procedé a propinarci una sorta di noiosissima e aridissima “lezione universitaria” sulla medesima, allargandosi ad illustrare ogni due per quattro allo strabiliato popolo catecumeno in ascolto, come con Jorge Bergoglio, l’attuale papa Francesco, «la morale cattolica sia diventata una morale mondiale, una morale globalizzata», e via di seguito, per oltre mezzora abbondante, con affermazioni – per me oltremodo discutibili – della stessa risma. Addirittura, finita la “lezione” catechistico-universitaria, Y., uno degli amici ‘vispi’ romani che mi aveva accompagnato, si alzò e non partecipò al breve esercizio finale, tanto l’intera cosa gli era andata di traverso. Era chiaro che, senza avvertire, erano state cambiate le carte in tavola, e che venivamo messi di fronte al classico fatto compiuto. L’altra persona ‘vispa’, quella alla quale avevo fatto la sin troppo facile profezia di come sarebbero andate le cose dopo la dipartita di Alfredo Rubino, addirittura disse: «Mai e poi mai accetterò di partecipare più in questo luogo ad una riunione così».  

Tornato nella mia città, feci alcune ‘birbonissime’ ricerche – aiutato nell’intrapresa dal mio terribilissimo amico C. – e da cotal fatica, vennero fuori risultati a dir poco sorprendenti. Riporto, qui di seguito, con un pedissequo ‘copia-incolla’ – onde non si dica che m’invento qualcosa – quanto chiunque può agevolmente verificare essere pubblicato su internet, in vari siti, anche “ufficiali”, delle varie istituzioni citate. Da tali ricerche, X., un tempo assistente e ricercatore in una delle università statali di Roma, risulta esser stato dal 2004 professore associato di Economia Politica presso la Facoltà di Economia della Libera Università LUSPIO (ora Università degli Studi Internazionali di Roma), dove è stato altresì membro del Consiglio di Amministrazione, delegato del Rettore per l’orientamento, delegato annuale del Preside della Facoltà di Economia per varie funzioni, componente della Commissione Rettorale per la riforma della Facoltà di Economia: tutti incarichi di estrema fiducia, che di regola non si affidano al primo venuto, e senza precise garanzie di totale e verificata ortodossia. Ha inoltre svolto attività di docenza presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA), che è – come la precedente – una università non statale italiana d’ispirazione cattolica, con sede principale a Roma e altre sedi a Palermo e a Taranto.

Attualmente, X. risulta esser docente di ruolo, per le materie di Economia politica I, Economia politica II, Economia dei beni e delle attività culturali, alla Libera Università degli Studi “S. Pio V” (in sigla LUSPIO), e collaboratore dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, fondato a Roma nel 1972, il quale tra le sue finalità ha quella di «promuovere e incoraggiare, in Italia e all’Estero, gli studi nelle discipline economiche ed umanistiche, con particolare riferimento a quelle storico politiche e linguistiche, nonché ai problemi della società contemporanea” ispirando la propria attività “all’affermazione e alla difesa dei valori della civiltà, alla luce dei principi e della tradizione cristiana”. (Statuto art. 1)». Infatti, «Nel 1996 l’Istituto ha fondato la Libera Università degli Studi “S. Pio V” (oggi LUSPIO), con cui l’Istituto mantiene stretti rapporti di collaborazione scientifica e didattica, ispirandone in particolare le direttrici e le iniziative di ricerca».

Naturalmente, la “tradizione cristiana” è, per il suddetto Istituto e per la Pontificia Università dal medesimo emanata, esclusivamente quella ortodossa cattolica, alle cui “direttrici” si devono uniformare strettamente tutti i docenti nelle loro “iniziative di ricerca” e nel loro insegnamento. Che X., nei suoi studi di economia e nell’insegnamento universitario, aderisca pienamente a tale indirizzo di “ortodossia” cattolica è dimostrato dalla sua partecipazione, per esempio, alla “Pastorale Universitaria”, indetta dal Vicariato di Roma, e alla Settimana dell’economia 2015, indetta dal medesimo Vicariato e intitolata: L’UMANESIMO NELL’ECONOMIA GLOBALIZZATA: UTOPIA O PROGETTO FUTURO?. Naturalmente nella produzione scientifica e letteraria di X., come nel suo insegnamento universitario, non viene mai fatto verbo di Rudolf Steiner, dell’Antroposofia, delle opere di Massimo Scaligero, né tampoco della Tripartizione dell’organismo sociale, che pure una qualche relazione con le materie da lui insegnate ce l’avrebbe.  

Risulta, appunto, dalle suddette diligenti verifiche, come l’Università degli Studi Internazionali di Roma (o UNINT) sia un istituto privato di istruzione universitaria fondato a Roma nel 1996 dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” con il nome di Libera Università degli Studi San Pio V, successivamente modificato nel 2010 in Libera Università degli Studi Per l’Innovazione e le Organizzazioni, o LUSPIO; la denominazione attuale è del marzo 2013 e la gestione del suddetto Ateneo è dal 2011 della Fondazione per la Ricerca sulla Migrazione e Integrazione delle Tecnonologie (FORMIT). Nel 2006 la LUSPIO fu pure oggetto di inchiesta giornalistica da parte del settimanale televisivo Report in ragione della relativa facilità con cui, a detta degli autori del reportage, si poteva accedere al titolo di laurea anche tramite le convenzioni di università come la LUSPIO con ministeri ed enti pubblici, che permettono di avere un percorso universitario più breve e grazie alle quali si possono convalidare esami con minor controllo rispetto alle università pubbliche: tutte notizie verificabili da chiunque abbia accesso a internet.

Per chi avesse dubbi in proposito circa la “santità” di Antonio Ghisleri, il futuro “San” Pio V, divenuto frate e sacerdote domenicano col nome di Michele Ghisleri, sappia ch’egli fu il papa della battaglia di Lepanto, ma fu soprattutto, sin dagli anni giovanili entusiasta sostenitore dell’Inquisizione. Nel 1528 fu ordinato sacerdote a Genova e presto diede prova delle opinioni che avrebbero trovato realizzazione pratica nel corso del suo pontificato, sostenendo a Parma trenta proposte a supporto del seggio pontificio contro le eresie. La Santa Sede lo nominò Inquisitore a PaviaComo e Bergamo. Nel suo nuovo compito, frate Michele difese con zelo i principii della religione cattolica, suscitando viva impressione nel cardinale Gian Pietro Carafa, che lo segnalò a papa Paolo III. Nel 1557 fu creato cardinale; e dal 14 dicembre 1558 al 7 gennaio 1566, Grande Inquisitore dell’Inquisizione romana.

Per la Santa Inquisizione romana, ossia per il Sant’Uffizio, “San” Pio V scelse una nuova sede della congregazione, dopo che quella precedente era stata distrutta dopo la morte del predecessore Pio IV. Tenne in elevata considerazione il lavoro degli inquisitori e alcune volte assisté personalmente alle riunioni. Riordinò i poteri dei cardinali inquisitori nella bolla Cum felicis record. Nel 1571 istituì la Congregazione per la riforma dell’Indice dei Libri Proibiti (nota come Congregazione dell’Indice), attribuendole l’esclusivo compito di aggiornare l’elenco dei libri proibiti, che pertanto sottrasse all’Inquisizione. Pio V stabilì quali fossero i criteri in base ai quali si poteva definire un’opera come fonte di eresia. La Congregazione aveva il compito di esaminare i testi, applicando i criteri imposti dal pontefice. La lista dei libri proibiti veniva inviata a tutti gli inquisitori locali, i quali informavano gli stampatori su cosa non si potesse pubblicare. Durante il pontificato di Pio V si svolsero i processi agli umanisti Pietro Carnesecchi, fiorentino, e Aonio Paleario, che era di Veroli come Massimo Scaligero, processi che si conclusero entrambi con la condanna a morte (rispettivamente, 1567 e 1570), ossia con la morte atroce sul rogo. “San” Pio V confermò nel 1570 i privilegi accordati alla Società dei Crociati per la protezione dell’Inquisizione e ordinò loro di difendere con le armi le azioni dell’Inquisizione. Istituì a Roma il Ghetto per gli Ebrei, che perseguitò in molti modi vessatori.

“San” Pio V «…perseguitò con furore ancor più sfrenato i protestanti veri e propri…» [Leopold von Ranke, Storia dei Papi, p. 269]. Dopo l’adesione alla riforma protestante dei Valdesi che, in seguito alle persecuzioni subite nelle valli d’origine, si erano trasferiti da Bobbio Pellice nel paese di Guardia Lombarda (oggi Guardia Piemontese) in Calabria, l’allora ancora solo cardinale Michele Ghislieri (futuro papa Pio V), deliberò che venissero annientati sia i valdesi del Piemonte che quelli della Calabria. Scatenò così contro di loro una crociata e li fece sterminare. La persecuzione religiosa giunse fin dentro le mura della parte antica di Guardia (il cosiddetto “paese”) con inenarrabili violenze e l’uccisione di gran parte della popolazione, comprese donne e bambini, 118 persone in totale [Cesare Cantù, Gli eretici d’Italia, Vol. 2, Unione Tipografico-Editrice, Torino 1866, p. 359]. I pochi superstiti scampati al massacro furono costretti alla conversione. Rimane a testimonianza la porta del sangue, chiamata così dal 5 giugno 1561, giorno del massacro di circa 2000 valdesi, che viene commemorato dal 2008 con la Giornata della Memoria.

Non c’è che dire: proprio un bel tipino, questo papa, con la sua bella scia di sangue… E a “San” Pio V, al suo Concilio di Trento, al suo Catechismo, alla sua messa ‘tridentina in latino, si richiamano con entusiasmo tutti gl’integralisti cattolici: quelli di Alleanza Cattolica, della rivista Sodalitium, della rivista Controrivoluzione, del gruppo politico di estrema destra “Lepanto”, della “lefevriana” Fraternità Sacerdotale S. Pio X, e tutta una vasta e varia congerie di gruppi, associazioni politiche e religiose reazionarie, che sognano una Restaurazione come quella voluta da Metternich al tempo del Congresso di Vienna, col ritorno all’Ancien Régime, ante 1789, all’asburgico Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, allo Stato della Chiesa e al Papa Re, alla monarchia borbonica nel Meridione d’Italia, gruppi e associazioni che la noia e la fatica soltanto mi impediscono di trascrivere più in dettaglio. 

Ora, le gerarchie superiori della chiesa cattolica e i suoi prelati, in quasi venti secoli, sono state accusate di tutto, ma mai di essere degli sprovveduti, o gente che per sentimentalismo si faccia facilmente ingannare. Perciò, se all’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, e alla Libera Università degli Studi “S. Pio V” (oggi LUSPIO), ad X. sono state offerte ben tre docenze di ruolo, ossia la cattedra in tre materie, immagino docenze lautamente compensate, e collaborazione ad un prestigioso istituto culturale con molteplici relazioni internazionali, opino che ciò sia avvenuto – così almeno mi fa intravedere la mia orsolupesca ‘fiutoveggenza’ – non solo per meriti “scientifici”, che sicuramente ci saranno, e che non intendo minimamente mettere in dubbio, in quanto un’apposita Commissione esaminatrice, “in scienza e coscienza” li ha stimati validi, ma anche perché egli presentava quelle qualità che la chiesa cattolica ritiene essenziali e necessarie per insegnare in un qualsivoglia Istituto, che sia conforme per “Statuto” alla dottrina sociale e religiosa della chiesa, quindi presentante ai loro occhi precise “garanzie” ideologiche e, soprattutto, di certissima affidabilità confessionale, come del resto tutto il discorso fatto da X. all’esterrefatto uditorio “scaligeropolitano”, all’asilo-scuola, lasciava chiaramente trasparire. Del resto, sempre da diligente indagine, risulta che all’indirizzo romano del suddetto asilo-scuola vi sia la sede di una congregazione sacerdotale, con tanto di ‘noviziato’, e che tutta la tenuta sia direttamente dipendente dal Vicariatus Urbis, ossia direttamente dipendente dalla Curia romana della potenza straniera d’Oltretevere, mentre la sede principale di detta congregazione risulta essere in Via Merulana, dove e/o nelle adiacenze son pure locate sedi importanti delle congregazioni dei R.P. Rogazionisti, Redentoristi, Salesiani, della nota Compagnia, e molte altre maschili e femminili, che tralascio.

Tra le altre istituzioni squisitamente cattoliche, sempre in Via Merulana 124, vi è eziandio la Pontificia Universitas Antonianum, del cui Comitato Scientifico della Commissio Sinica fa parte il nostro innominato, assieme ad altri suoi stretti collaboratori. L’innominato ha rapporti altresì con la Pontificia Universitas Urbaniana, che ha persino pubblicato suoi lavori, editi direttamente in Vaticano. Conoscendo i legami molto stretti che intercorrono tra l’innominato e X., e penso pure – questa la mia orsolupesca opinione – tra l’innominato e la rivista romana, che si presenta come “scaligeropolitana”, sulla quale si leggono molti articoli di un anonimo che non possono non lasciare alquanto perplessi molti discepoli di Massimo Scaligero per le tesi confessionali chiaramente espresse, vi è proprio da chiedersi che cosa costoro direbbero se partecipassero, nell’ambito di una “Pastorale Universitaria” indetta dal Vicariatus Urbis, ad una Settimana della Pedagogia, e se ivi parlerebbero di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia, la cui visione dell’uomo e del mondo, la cui concezione del Logos e della Iniziazione sono in frontale contrasto con quanto dogmaticamente proclamato ex cathedra dal magistero papale come obbligatoria materia di fede per ogni cattolico, pena la scomunica.

In effetti, dopo la Settimana dell’Economia, la suddetta “Pastorale Universitaria” del Vicariato di Roma, organizzò, il 3-9 maggio 2015, anche una Settimana delle Scienze Sociali; il 10-16 maggio 2015, una Settimana del Diritto, e il 17-23 maggio 2015, una Settimana delle Scienza Educative, ma non credo proprio che X. sia andato in sì auguste assisi, ad esporre quanto l’Antroposofia e Rudolf Steiner hanno da comunicare sull’economia, sul diritto, sulla Tripartizione dell’organismo sociale, sulla pedagogia alla luce della Scienza dello Spirito. argomenti di cui X. – come magna pars del suddetto asilo-scuola, e come scrittore, sotto prudente eteronimo, della citata rivista romana “scaligeropolitana” – ha o dovrebbe avere ampia conoscenza e competenza. 

Tutto questo mostra ad abundatiam quanto siano, alla bisogna, elastiche e spregiudicate la politica e le strategie operative della potenza straniera d’Oltretevere, quanto sia elevata ed efficace la sua capacità di penetrazione insinuante negli ambienti “esoterici”, e quanto siano ingenui e sprovveduti coloro che in campo spirituale ed iniziatico sognano un accomodamento, una convivenza, una “coesistenza pacifica” – che si rivelerà sempre esiziale – con tale potenza straniera d’Oltretevere, la quale usa, a seconda delle occorrente o delle opportunità, ogni mezzo violento o pacifico, per attuare il proprio progetto di potere totalitario.

Tra chiesa cattolica ed esoterismo autentico, tra chiesa cattolica e Scienza dello Spirito, vi è stato, vi è, e vi sarà sempre, un contrasto fatale ed una inconciliabilità d’origine, congenita. Su questo punto – veramente cruciale – vi sono innumerevoli pagine, chiarissime, e dichiarazioni orali sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, e solo la comodità interiore, la pavidità, la sciocca e superficiale sentimentalità, nonché la volontà di autoillusione, l’inconsequenzialità logica di molti esoteristi, di molti antroposofi e “scaligeropolitani” possono portare a pensare che le cose stiano diversamente.

Abbiamo visto, inoltre, quanto siano vere le parole ammonitrici di Massimo Scaligero di come l’Ostile giunga a mentire persino dicendo la verità. A queste parole vorrei accostare quelle, parimenti severamente ammonitrici, di Rudolf Steiner di non permettere che venga separata la sua Opera dal suo nome; di non permettere che vengano separate le tecniche del metodo ascetico, da lui dato nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenza dei mondi superiori e nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, dalla visione antroposofica dell’uomo e del mondo, e dalla Via iniziatica rosicruciana; di non permettere che vengano separati dalla Scienza dello Spirito, asceticamente e iniziaticamente sperimentata, doni del Mondo Spirituale come la pedagogia antroposofica, la pedagogia curativa, la medicina antroposofica, l’agricoltura biodinamica, l’arte della parola, l’euritmia. Rudolf Steiner ammonì che una tale separazione della sua Opera dal suo nome sarebbe stata una grande vittoria dell’Ostile, dell’Oscuro Signore della morte e della menzogna. In tal caso, tutto il dono degli Dèi si sarebbe mutato in venefica menzogna: che è quanto costantemente tenta di fare la potenza straniera d’Oltretevere. Ma Marie Steiner ripeteva sempre di nuovo il motto goethiano, da Rudolf Steiner e da lei scelto, nel 1913, come divisa della prima Società Antroposofica: Die Weisheit ist nur in der Wahrheit!, ossia: La Sapienza è solo nella Verità!. Appunto, nella Verità, e non nella menzogna, nell’intrigo, nella simulazione, nella seduzione, nella corruzione, nella disinformazione, nel disorientamento degl’ingenui, nella doppiezza, nel trasbordo ideologico inavvertito.    

Quanto al rapporto tra esoterismo e chiesa cattolica, e all’azione disgregatrice di alcuni  ‘inviati non invitati’ – come direbbe il mio terribilissimo amico C. –  in “missione speciale, che attuano all’interno della Comunità Solare opera deliberata di “trasbordo ideologico inavvertito”, avrò modo di ritornare con un ulteriore articolo di incomodo disvelamento. Quanto a me, tengo sempre ben presente quel che mi disse Massimo Scaligero:

«Ricordati: prima o poi tutti i traditori dello Spirito finiscono tra le braccia della chiesa cattolica».

SCIENZA DELLO SPIRITO

DUE TEMI DI MEDITAZIONE INEDITI DONATI DA MASSIMO SCALIGERO

M. SCALIGERO

In occasione dell’Equinozio di Primavera, per festeggiare l’entrata dell’Invitto Sole nel segno d’Ariete e del Risveglio della Natura, voglio donare agli amici di Eco due pensieri di Massimo Scaligero. Egli era uso scrivere su foglietti di carta dei temi di meditazione, che donava ad alcuni di noi su nostra richiesta. Poiché i due temi di meditazione, tuttora inediti, che trascriverò qui di seguito, non hanno natura personale, ma sono pensieri di valore universale, e soprattutto per il loro legame interiore con la Filosofia della Libertà, della quale sono una mirabile sintesi, desidero farne partecipe gli amici che vorranno farne oggetto della loro pratica interiore. Consiglierei loro di meditarli a lungo, ché sicuramente ne coglieranno aurei frutti.

Nel primo pensiero, Massimo Scaligero ha indicato il superamento ascetico di ogni forma di “realismo”, che non sia il realismo – sperimentato in maniera cosciente e vivente – del moto dinamico del pensare che diviene estraformale “forma” di se stesso. Al contempo, egli indica all’asceta sperimentatore il superamento del dualismo tra percezione e pensiero nell’esperienza contemplativa, nell’atto del pensare vivente, del momento genetico della forma del percepito e del pensato, che nulla sono fuori di tale folgorante atto del pensare vivente.

***

Il primo aureo tema di meditazione è il seguente:

«La Via è dominare in modo cosciente

il momento dinamico del pensiero,

che dà a se stesso la forma di concetto,

e nella percezione diviene oggetto».  

***

Come il primo tema di meditazione dona una mirabile sintesi ascetica della prima parte della Filosofia della Libertà, il secondo tema dona – a chi sappia scorgere in profondità – il segreto della seconda parte della Filosofia della Libertà. Eccolo:

«Il segreto dell’idea è il suo sorgere da un proprio centro, da cui attinge potere di vita: senza il quale non potrebbe valere nella coscienza.

Con l’idea, la coscienza si trova dinanzi a un ente dotato di vita autonoma, avente in sé il fondamento, la scaturigine del proprio essere.

Tale scaturigine è l’Io medesimo che contempla l’idea e in essa attua la propria vita cosciente».

***

A tutti gli amici di questo “blog” dinamico e coraggioso il mio augurio più fervido e sincero che il Sole in Ariete porti loro, una volta di più, Luce, Forza, Coraggio, Sapienza, Gioia e Realizzazione Interiore.

Hugo de’ Paganis

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DISVELAMENTO "INOPPORTUNO"

iside

Nelle moltissime malinconiche notti, pervase di dolcissima e cronica insonnia – che, a quanto pare, divertono moltissimo i cari Savitri e Isidoro, i quali invece la notte dormono e ronfano saporitissimamente – mi ritrovo ad avere molto tempo a disposizione per leggere, meditare, e alquanto pensare. Il molto tempo, diurno ma soprattutto notturno, dal Cielo e dai Numi così benignamente concessomi, mi permette di pensare e di scavare in profondità in quel che leggo, di portare uno sguardo attento e non frettoloso fin nei meandri meno evidenti delle realtà espresse o inespresse, che stanno dietro a parole, a discorsi, a ricordi di eventi talvolta da lungo tempo trascorsi.

Insistendo con diligenza e pazienza in tale opera di “scavo”, giunge spesso il “felice” momento nel quale la mia Amata, la glaucopide Dea della Celeste Sapienza, generosamente manifesta, e disvela al suo cronicamente insonne innamorato, parole e discorsi dagli aspetti davvero sorprendenti, talvolta ben celati, che si collegano ‘stranamente’ con altre parole ed altri discorsi, nonché con eventi nel tempo vicini o lontani. Quando Ella decide che il disvelamento si operi, la ierofania allora avviene in tutto il suo travolgente, abbagliante splendore: questo è appunto il significato originario, misterico e pagano, della parola ellenica ἀποκάλυψις, apokàlypsis (tratta dal verbo καλύπτειν, kalýptein, “velare”), e significante appunto il sollevamento del ‘velo’ che ‘celava’, a Sais e in altri Suoi Templi, in Egitto e altrove, il volto della mia Amata agli occhi degli inscienti, dei non iniziati, dei profani, ossia di tutti coloro che erano tenuti a rimanere fuori dell’Iseum, del Tempio dell’Unica Dea.  

In tale disvelamento, i frammenti dispersi – come le disjecta membra di Osiride, il Dio di Abido, raccolte dalla sua fedelissima sposa, la sapientissima dea-maga Iside – vengono irresistibilmente ricomposti in una folgorante, e inaspettata, sintesi che non manca mai di sorprendere e di suscitare lo stupore di colui allo sguardo del quale, ogni volta, il mistico velo viene sollevato. Quel che in tali momenti il disvelamento manifesta è sovente l’esatto contrario di ciò che la pragmatica, e imperante contortodossia ha “interesse” ad ammannire come “rivelazione” al fidente e ingenuo popolo catecumeno. Non si riflette quasi mai al fatto che ri-velare, alla lettera, in realtà significa “velare ripetutamente”, ossia “velare due volte”: quindi proprio il contrario di quel che generalmente si crede. Ma, ‘cosa’, ‘a qual fine’, e ‘perché’ si vuol “ri-velare”, velare due o anche più volte, appunto per ben nasconder qualcosa, onde ciò che è stato così accuratamente celato non venga, molto “inopportunamente”, prima rinvenuto e poi dis-coperto? È quanto cercheremo, nel tempo, gradualmente, di dis-velare. Sarà comunque una impresa ben temeraria, che esigerà da parte del candido lettore, oltre una buona dose di pazienza, la più grande spregiudicatezza, perché il sollevare il velo mostrerà quanto la verità appaia molto poco verosimile e ancor meno gradita alla pigra e torpida comodità della natura umana, la quale di massima preferisce permanere nell’ignoranza ed evitare di scontrarsi con “inopportune”, quanto importune, demolizioni dell’interessata vulgata ufficiale, al colto e all’inclita a gran voce continuamente predicata e affermata. Ma cominciamo intanto con la degustazione di qualche saporita “primizia”, cui nel tempo ne seguiranno alquante altre.

Nella Introduzione alla recente riedizione dell’opera di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, ci sono considerazioni abilmente rivestite di consumata dialettica, ma le cui implicite proposte – ancorché molto prudentemente espresse, e quindi tali da sfuggire allo sguardo non attento ed esercitato di molti – comportano tutta una serie di conseguenze nefaste, le quali possono rivelarsi sommamente esiziali per i singoli individui e per la Comunità Solare. Tale Introduzione, non firmata e presumibilmente attribuibile a chi firma la Prefazione unicamente con le sole iniziali B.M., può leggersi alle pp. 11-55 del volume pubblicato nel 2012 dalle romane Edizioni Mediterranee, e riprende pressoché alla lettera, con variazioni minime, quanto scritto in un articolo, parimenti non firmato, apparso, nel giugno 2000, col titolo «Il coraggio è un’abitudine». Ricordo di Massimo Scaligero a vent’anni dalla scomparsa, alle pp. 3-39 del numero 69-70, di una rivista romana della quale ho già avuto più volte occasione di occuparmi a proposito dell’ormai famigerato e mai troppo infamato “trasbordo ideologico inavvertito”. Soprattutto inavvertito: specialmente nel suddetto articolo e nell’Introduzione, che si vorrebbero far credere esser “fedelmente biografici” – rispetto alla vita e all’operare di Massimo Scaligero – scritti dal presunto unico, anonimo, estensore dei due sunnominati scritti. Ma veniamo a quel ch’egli scrive, con identica formulazione, alle pp. 18-19 della sua Introduzione e alle pp. 9-10 dell’articolo pubblicato nella su accennata rivista romana. Facendo riferimento al rivolgersi di Massimo Scaligero ai “disperati”, come a coloro che possono percorrere con radicalità e assolutezza la Via dell’Io, l’anonimo così scrive:   

«Egli [Massimo Scaligero] di costoro fu l’antesignano, l’avanguardia, il preparatore. Diceva: “Noi siamo i preparatori dei preparatori dei preparatori”, e su di ciò converrà riflettere, finalmente giunti a questo punto di svolta. Nella progressione da lui indicata si nasconde una verità che non ammette indugi: né quelli della nostalgia, né quelli derivanti dalla troppa passiva assunzione della sua opera. Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere. Ossia la sua opera deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello, ma con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa. In quel piccolo passo in più è il senso solare di una tradizione che non si interrompe, di una ricerca che accompagna la manifestazione mutante nel tempo.

Sui continuatori incombe la severa responsabilità di non ingessarne l’opera, tradirla, disperderla. L’assunzione piena e consapevole di questa responsabilità fa di ognuno un continuatore. È parimenti la responsabilità a rendere ognuno preparatore di quanti, a loro volta, intendessero assumere la stessa responsabilità. Il senso di responsabilità, in realtà sintesi di immaginazione e di moralità, è lo strumento più efficace per correggere gli errori che la singola personalità inavvertitamente immette nella ricerca, sperimentazione, mediazione dell’ideale ascetico. Esso pone il continuatore in rapporto con l’essere interiore di chi lo ha preceduto senza fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti, né riguardo al ricordo troppo umano dei suoi giorni terreni, di questi lasciandogli cogliere l’aspetto essenziale, l’immagine indipendente da vita e morte e quindi di rinnovata vita.

Anche a questo proposito soccorre il modello incarnato dallo stesso Scaligero rispetto all’opera di Rudolf Steiner, da lui accolta e vivificata nella direzione essenziale e secondo la libertà noetica sopra indicata».

Il candido lettore, pur preso ed edificato dall’elegante e fluido periodare del nostro anonimo scrittore, può non aver del tutto chiaro a ‘cosa’ concretamente si riferiscano i “generosi” avvertimenti ed eziandio le indicazioni “operative”, così sibillinamente offerte. Ma poiché ritengo – mi si perdoni la selvaggia e lupesca presunzione – di ben conoscere per diretta esperienza vissuta, nonché accurata, estremamente diligente, verifica, quale sia la “ascosa significazione” delle su riportate parole, a quali non evidenti realtà esse si riferiscano, e soprattutto quali siano le segrete, prudentemente inespresse, intenzioni dell’anonimo, non sarà poi così difficile dissipar la nebbia che le avvolge. Ma, ci si chiederà – ed è comprensibilissimo – come faccia io a conoscere cotali segrete ed inespresse intenzioni del nostro anonimo scrittore. Beh, a parte una certa selvatica ‘fiutoveggenza’ ch’ogni lupaccio appenninico in abbondanza istintivamente possiede e mantiene in costante esercizio per la propria sopravvivenza, vi è pure il generoso aiuto della glaucopide Dea, la quale usa sovente mezzi straordinari ed eziandio piuttosto stravaganti per far conoscer, a chi Ella vuole, i contenuti più celati. Ma procediamo con ordine.

Esattamente venti anni fa – tempus, heu, celeriter fugit! – ebbi un ‘incontroscontro’ a casa mia con una persona che da vari anni operava in campo editoriale pubblicando libri vari ed una rivista relativi, anche se non sempre, ai temi della Scienza dello Spirito. Con lui avevo un rapporto estremamente polemico, non condividendo spesso le sue idee e scelte editoriali, e soprattutto molte azioni, che allora – piuttosto ingenuamente, lo confesso – giudicavo essere solo sciocche e controproducenti, ma non ancora volutamente e intenzionalmente ostili alla Scienza dello Spirito e a Massimo Scaligero, e di conseguenza demolitrici e fuorvianti. Mi ostinavo a volergli essere amico, e a voler pensare ch’egli pure lo volesse essere nei miei confronti: una serie di incontri mi dimostrarono, nella maniera più eloquente, quanto clamorosamente mi sbagliassi. I discorsi che faceva questo innominato sono straordinariamente simili e concordanti con quelli dell’anonimo introduttore della recente edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, presumibilmente autore pure di molti articoli non firmati apparsi sulla suddetta rivista romana. Questo per spiegare il ‘perché’ del racconto di alcuni eventi, da chi scrive vissuti in prima persona e taciuti per decenni.

Per oltre quindici anni, dopo che Massimo Scaligero ci aveva lasciati, avevo ripetutamente invitato nella mia città tale innominata persona, ma ella molto elegantemente declinava ogni invito, facendo capire con educata malgrazia quanto poco gliene calesse. Ma siccome noi lupacci, anche se in taluni casi possiamo risultare un tantinellino ingenui (il candido lettore tenga conto, però, che noi lupacci impariamo molto in fretta…), siamo altresì ostinatamente testardi, mi ero ficcato nella mia lupesca testaccia l’idea di farlo venire nella mia città, e di averlo una volta mio ospite. Pensavo che di fronte ad un piatto di spaghetti affogato nella rubiconda italica pommarola, dopo aver bevuto il “nero e rio caffè”, e fumando poi, belli comodi comodi, ottimi sigari d’etrusca fattura, sarebbe stato molto più facile parlare, chiarire ed appianare divergenze e malintesi.  

Mai idea, invero, fu più “felice” – nel senso latino e romano, e non in quello attuale, sentimentale e banale, del termine – e mi resi conto solo in séguito come un birbonissimo Àngelos, abile messaggero e fedele ministro della mia sapientissima Amata, mi avesse maliziosamente ispirato cotale ideaccia, non precisamente “platonica”, e come poi abbia fatto in modo che gli eventi si svolgessero in maniera per me sorprendentemente disvelatrice – oltre che alquanto ‘inopportuna’ per chi so io – dei segreti pensieri e delle occulte intenzioni di costui. In effetti, il risultato – cui, in verità, non avrei mai pensato prima di allora di pervenire – fu l’esatto opposto di quello da me atteso e financo auspicato e desiderato. Risultato per me, paradossalmente, ‘felice’, ossia molto ‘fortunato’, in quanto ho sempre ritenuto migliore e infinitamente preferibile la conoscenza della più tragica realtà al poetico sogno di qualsivoglia rosea illusione. In precedenza, a dire il vero, dubbi più che giustificati e forti ne avevo avuti molti e da lunga pezza, ma la persona in questione ai miei occhi non aveva ancora superato quella che gli anglosassoni chiamano “redline”, ossia quella linea rossa oltrepassata la quale non vi è più ritorno possibile. Lo fece precisamente in quel memorabile ‘incontro-scontro’. Ulteriori colloqui, e tutto il suo comportamento successivo, non fecero altro che confermarmi quanto si manifestò in quel ‘fatale’ incontro.

Per farlo muovere dall’Urbe, e decidere di venirmi a trovare, gli promisi una cosa cui sapevo non avrebbe saputo resistere. Avevo in mio possesso – fattomi generosamente pervenire dalla mia sapientissima Amata – un testo di Rudolf Steiner, inedito persino in tedesco. Si trattava delle conferenze – come ho già scritto nell’articolo su Giovanni Colazza – da lui tenute nel marzo del 1909, a Palazzo del Drago, ospite della nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta col matrimonio Principessa d’Antuni del Drago. L’aristocrazia felsinea può riservare, ad un sincero e leale ricercatore, molte mirabili sorprese! Il testo di quelle conferenze – che pur si sapeva essere state tenute – era ignoto persino al Lascito di Rudolf Steiner, a Dornach, e quando le portai al Lascito, una trentina d’anni fa, la mia cara amica Hella Wiesberger mi coprì di benedizioni, di ringraziamenti, e di doni. L’innominato, che sarebbe stato mio ospite, non solo ignorava del tutto l’esistenza di quelle conferenze romane di Rudolf Steiner ma, a quel tempo, non sapeva neppure chi fosse, quale fosse il suo nome, e ancor meno conosceva la biografia di colei che, negli ambienti antroposofici dei primi del Novecento, veniva familiarmente chiamata “Elika” d’Antuni del Drago, essendo “Elika” non il suo nome di battesimo, bensì solo un semplice diminutivo di “Angelica”, usato da familiari ed amici, a Bologna e a Roma, come affettuoso vezzeggiativo.

Il testo in questione recava – scritta a matita, e quasi cancellata dall’usura del tempo, ma ancora leggibile – la dedica, molto delicata, firmata dalla nostra Principessa, ad un’amica (che io penso essere, per una serie di motivi, la baronessa Emmelina de’ Renzis), così formulata: Alla mia compagna ed amica, seguendo la Via, Elika d’Antuni”. E, subito sotto, recava come titolo, Conferenze tenute dal Dr. R. Steiner al Palazzo del Drago nel marzo 1909, e come sottotitolo Appunti presi per desiderio di Sua Eccellenza la Principessa d’Antuni. Questo testo era rilegato, in un grosso quaderno miscellaneo formato A-4, con altro materiale sapienziale, di estremo interesse, alcune parti del quale riguardanti la dottrina e mantram vari della Sezione cultico-simbolica della Mystica Aeterna, ossia della Seconda Classe della prima Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner negli anni 1905-1906. Addirittura, su ben due di quelle parti, vi era l’avvertenza autografa di Giovanni Colazza – la cui calligrafia è per me riconoscibilissima, possedendone moltissimi specimen – che diceva: Riservato per lo studio nelle logge R.+C.. Anche questi testi, assolutamente inediti in tedesco, li portai a Hella Wiesberger, al Lascito di Rudolf Steiner a Dornach, ricevendo da lei ulteriori benedizioni, ringraziamenti e doni.

Per suscitare, anzi per attizzar vieppiù, in maniera birbonissima, la curiosità dell’innominato, gli dissi – naturalmente senza comunicargli minimamente di che cosa si trattasse – che gli avrei dato un testo di Rudolf Steiner, sino ad allora inedito persino in tedesco. Avrebbe avuto quindi in mano una “primizia” che, pubblicata in Italia in anteprima mondiale, avrebbe costituito un evento di notevole importanza. L’innominato, pur affettando – come suo solito – una sorta britannico “distacco”, s’incuriosì assai e quella volta, dopo innumerevoli e inutili inviti, accettò la proposta di venirmi a trovare. Poco dopo il suo arrivo, quella sera stessa, lo portai alla nostra riunione rituale di meditazione, che si svolgeva in una stanza liberalmente messami a disposizione al suo studio da mio fratello, anche lui discepolo di Massimo Scaligero, dopo che anni prima in conseguenza di una serie di azioni – come scoprii in séguito – freddamente programmate, in quel di Roma, dallo stesso innominato e da qualcun altro, indi brutalmente attuate nella mia città da condiscendente e volenterosa “manovalanza indigena” eterodiretta, ero stato cacciato dalle case, ove per lunghi anni avevo tenuto le riunioni. In questa casa tu non potrai più fare riunioni, mi fu più volte detto, ed io “scossi la polvere dai miei calzari”.

La riunione di meditazione, estremamente scarna di forme ma intensa di forze, si svolse come sempre con tutto il rigore rituale al quale, con la necessaria gradualità, nel corso degli anni, Massimo Scaligero ci aveva condotti. Io sapevo che tale forma rituale e il correlativo rigore erano quelli attuati da Rudolf Steiner e da Giovanni Colazza nelle loro rispettive cerchie interne, nonché – come mi confermò personalmente Massimo Scaligero – nel Gruppo di UR, alla cui cerchia “operativa”, negli anni Venti dello scorso secolo, parteciparono qualificati discepoli del Dottore come Giovanni Colazza, Giovanni Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, e altri. Una volta giunti a casa mia, l’innominato ospite fece delle osservazioni assai beffarde – per me oltremodo offensive – alle quali tuttavia non diedi spazio per rispetto dei doveri dell’ospitalità. Tra le varie cose, disse: Ma che cose strane fate voi quaggiù!. Gli risposi soltanto che quelle “cose strane” erano quanto ci aveva indicato Massimo Scaligero e che io, in quanto orientatore, attuavo perché convinto non tanto, o non solo, dall’autorevolezza della sua indicazione, che pure tenevo in estremo conto, quanto da personali e radicali esperienze interiori. In seguito, mi resi conto quanto e perché il silente Rito della meditazione in comune al mio innominato ospite stesse – per usare un’espressione decente – “sull’anima”.

Già anni prima erano venute alcune persone da Roma, le quali, una volta tornate nell’Urbe, molto slealmente – e rigorosamente alle spalle – avevano calunniato la modalità rituale trasmessaci, cercando in tal modo di metterci in cattiva luce con persone a noi molto amiche, per esempio con Alfredo Rubino, il quale ovviamente non si “bevve” le velenose menzogne. Anni dopo, falliti tali grossolani attacchi dall’esterno, si passò ad attacchi più mirati e attuati – “dall’interno della cittadella”, per usare un’espressione di Massimo Scaligero stesso – da parte di una disponibile “manovalanza indigena” della mia città, cui venne commissionato il “lavoro sporco” da farsi. Mi resi presto conto che il “progetto” in questione, sia pure nella sua scellerata perfidia, era molto “intelligente” e ben pensato. Non “robetta” da dilettanti, bensì un vero e proprio “progetto”, abilmente pensato da gente astuta, di grande esperienza, e soprattutto priva di qualsivoglia genere di scrupoli: quindi molto pericolosa.  

Da una parte, mettendo in atto una melliflua strategia di seducenti parole, si cercò di trasformare quella che doveva essere una Comunità spirituale in un brillante “Club di Lettura e Conversazione”. Mentre dall’altra, si procedeva, sempre da parte della suddetta “manovalanza indigena”, molto “cristianamente”, alla demolizione morale – dapprima rigorosamente alle spalle, poi sempre più apertamente e sfacciatamente, davanti a tutti gli amici – di colui che a un tale progetto scellerato si prevedeva si sarebbe opposto con tutte le sue forze.

Da una parte, furono usati tutti i discorsi che potevano compiacere la pigrizia di molti che trovavano dura e faticosa – ed indubbiamente lo è – l’intensa pratica di un’ascesi così impegnativa com’è la Via del Pensiero. Perciò, sia a Roma che nella mia città, fu data la stura a discorsi del tipo da voi di concentrazione ne è stata fatta abbastanza, anzi troppa”, “bisogna stare attenti a farne troppa di concentrazione, perché può far male”, “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo, ed altre simili sconce menzogne delle quali ho avuto ripetutamente occasione di parlare sul blog di “Eco”. E per gratificare le velleità dialettiche di taluni, ossia la loro vanità oratoria, invece, veniva proposto di trasformare le riunioni rituali di meditazione, ritenute troppo austere, in liberi dibattiti – sorta di talk-shows all’americana – nei quali si discuteva su un testo letto o su un qualsivoglia altro argomento. A chi, un giorno, propose di tornare alle forme scarne e spartane di un tempo, fu brutalmente risposto che per molti un’assoluta austerità era insopportabile, ossia – dico io – era insopportabile alla loro infingarda, pigra, paurosa, sciocca e vanitosa natura inferiore. Ma, per tutti i Numi dell’Olimpo, io dico: a cotal gente, non l’aveva mica prescritto obbligatoriamente il medico, o ordinato e costretto un militare col fucile mitragliatore puntato, di fare per forza un cammino iniziatico così duro, difficile ed estremamente esigente, come la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero: ci sono tanti altri modi belli, divertenti, interessanti, e consolanti  – ma soprattutto innocui e molto meno faticosi – di sciupare in maniera del tutto innocente e “creativa” il proprio tempo…

Dall’altra, fu deciso di occuparsi di colui che, non volendo adeguarsi a cotali equivoche “sperimentazioni”, si ostinava nella “eretica pravità” di voler perseguire l’ideale ascetico indicato costantemente a noi tutti da Massimo Scaligero. A tale ideale persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima di lasciare la spoglia corporea, egli chiese – con parole che l’eretico ostinato porta scritte a lettere di fuoco nella mente, nel cuore, e nell’anima – di essere fedeli ad ogni costo. Perciò contro l’ostinato nemico delle mirabili innovazioni si ritenne necessario dover usare i sistemi tipici dell’arsenale politico e clericale: non rispondere alle argomentazioni, ma squalificare sotto ogni aspetto chi le portava, infamandolo prima alle spalle e poi, una volta sufficientemente delegittimato agli occhi degli amici ingenui e stupiti, anche pubblicamente. L’eretico depravato veniva dipinto agli ingenui amici – secondo una ben sperimentata prassi leninista e gesuitica – a tinte fosche come pagano, buddhista, orientaleggiante, esseno, come individuo anticristico, antigraalico, invasato nientepocodimenoché dagli Asura, nonché psichicamente squilibrato e clinicamente paranoico ecc. ecc., e quindi qualunque cosa ch’ei dicesse non aveva alcun valore.   

Nei loro “cristianissimi” intenti, egli avrebbe dovuto o piegarsi e adeguarsi, e – dopo le salutari umiliazioni e penitenze, come fu detto qualche secolo fa al mio amato Principe – accettare di essere eterodiretto, o in caso contrario andar incontro all’isolamento personale, all’ostracismo e alla distruzione delle sue amicizie, degli stessi rapporti familiari, alla rovina totale anche economica, all’esecrazione della sua memoria.

La massima prova di forza – da parte della disponibile “manovalanza indigena”, tanto per esser chiari – fu tentata alla fine di settembre del 1990. Fu da loro organizzata una riunione di tutti gli amici in stupito ascolto, ai quali furon dapprima ammanniti suadenti discorsi, in stile “sessantottino”, del tipo: bisogna andare incontro democraticamente alle esigenze della base”, “bisogna intervenire socialmente sul ‘territorio’, e non chiudersi in maniera astratta ed egoistica nella pratica spirituale”, “la funzione spirituale dell’orientatore è superata e superflua”, “siamo tutti orientatori. Dopo vari simili infervorati discorsi, svolti con un’abile programmazione dei vari interventi, si passò alle accuse aperte, alle quali mi guardai bene dal rispondere, tanto erano infami: si pretendeva ch’io facessi una sorta di maoistica “autocritica davanti alle masse”, come nella Cina delle Guardie Rosse all’epoca della “Rivoluzione Culturale”. Vi fu un momento parossistico nel quale, di fronte all’indifferente e divertito distacco dell’eretico pertinace e del pagano incallito sotto accusa, uno degli intervenuti pensò che fosse venuto il momento di passare alle vie di fatto, cercando persino di mettere le mani addosso al corrigendo peccatore, il quale – non volendo dar sfoggio delle un tempo molto ben apprese Arti Marziali estremo-orientali – ritenne savio mostrare algida indifferenza di fronte a cotale manifestazione di tanta plebea volgarità, e lasciar sfogar inutilmente nel vuoto l’esagitata violenza.

In tali drammatici eventi, vi è talvolta un momento in cui la situazione dal tragico vira decisamente al comico, e vengon fuori allora aspetti circensi delle persone così buffi da muovere al riso persino chi si nutrisse quotidianamente dell’apàtheia, e dell’ataraxìa, ossia dell’impassibilità e dell’imperturbabilità stoiche, o dell’upeksha e del vairagya,  ossia della equanimità e del distacco predicati dal Buddha Shakyamuni. Infatti, ad un certo punto di quella tragicomica riunione una persona, appartenente alla solerte e disponibile “manovalanza indigena” di cui sopra, evidentemente incaricata di intervenire, secondo un copione già preparato, in quel momento, rivolgendosi alla “base”, le cui “esigenze creative” erano state in precedenza così altamente decantate, disse: «Chi è d’accordo con me sul fatto che alle riunioni si parli, si commenti e si discuta, alzi la mano!». In quel momento, io mi volsi e ficcai fisso lo sguardo negli occhi della persona che sapevo essere in loco l’occulta ‘regista’, incaricata da qualcuno in quel di Roma dell’esatta esecuzione di una sceneggiatura già scritta. La persona in questione, accortasi del mio divertito sguardo provocatorio, non ebbe l’animo, né il fegato, di unire la sua mano alla selva di braccia alzate, cui solo pochi irriducibili coraggiosi non si unirono. E così, io che mi ero preparato nell’animo a vedere una tragedia di Sofocle, mi ritrovai invece ad assistere ad un’autentica sceneggiata, ad una sorta di commedia napoletana di Eduardo Scarpetta. Pensai, col buon Orazio Flacco, Odi profanum vulgum, et arceo, scossi ancora una volta “la polvere dai miei calzari”, e me ne andai.

Per dare un’idea di quel che può accadere allorché, in maniera cinica e furbastra, si trasferisce la spregiudicatezza dal campo conoscitivo – ove essa è qualità altamente lodevole e auspicabile – al campo dell’agire “morale” (si fa per dire…), si pensi che una persona, la “regista indigena” di cui sopra, particolarmente legata al mio innominato ospite, e persona di sua fiducia, si permise financo – ovviamente senza chiedere il permesso a nessuno – di andare a “bracare”, come dicono nella vetusta Etruria, allo studio di mio fratello, nella stanza che questi generosamente mi aveva concesso per le riunioni dopo il mio decretato ostracismo, e dove tenevo una parte della mia biblioteca scientifica, filosofica ed esoterica. Il fatto mi venne descritto dalla segretaria di mio fratello, la quale – persona semplice d’animo, ma dal cuore puro e dalla moralità limpida – mi riferì come la sunnominata persona una volta entrata nello studio, senza dire una parola, per non dover dare spiegazioni di sorta, si fosse fiondata direttamente nella mia stanza, e avesse preso a perquisirla diligentemente, aprendo cassetti, guardando libri, fogli, documenti, appunti e quaderni personali. Evidentemente, era alla ricerca di “prove” di una mia scellerata colpevolezza, per giustificare il “teorema” costruito e insistentemente predicato al fidente popolo catecumeno. Allorché la solerte “regista” indagatrice, fu da me apertamente interrogata in proposito, dapprima negò sfrontatamente il fatto, poi – di fronte alla possibile testimonianza della segretaria di mio fratello – con un’arroganza senza pari rivendicò un suo diritto a cercare “con ogni mezzo”, anche non lecito, di trovare sul sottoscritto le notizie che io non le davo. Il mezzo illecito, a suo dire, diventava lecito e “giustificato” in forza di un superiore principio o una spirituale necessità o urgenza, della quale naturalmente era lei unica giudice assoluta e irresponsabile. Esattamente come fece Albert Steffen, il quale per giustificare la spoliazione da lui operata di Marie Steiner, oltre che del conto in banca e della casa editrice da lei fondata e finanziata, anche del suo diritto a difendere l’opera di Rudolf Steiner, davanti al giudice civile del Tribunale di Solothurn, si appellò ipocritamente ad un  fantomatico Mysterienrecht, ossia ad una sorta di un mai udito prima “Diritto o Giurisprudenza dei Misteri”, che divertì moltissimo giudice, avvocati e pubblico, ma che ovviamente non gli venne riconosciuto. Leggendo gli atti del processo di Solothurn, donatimi con i suoi appunti ad essi relativi da Hella Wiesberger, sorrisi amaramente vedendo come, una volta di più, una tragedia con certi figuri si muti in farsa.

Se è per questo, all’inizio di questo novello millennio, un amico romano, R., mi raccontò – relata refero – come colui, che era stato mio ospite, avesse inviato in casa sua una certa persona, da lui incaricata di asportare e poi farsi consegnare un pacco di quaderni riservati, senza chiedere al mio amico verun permesso, nonché come il committente di tale abile “esproprio esoterico” si fosse poi rifiutato di restituire quei quaderni al loro legittimo proprietario, che insistentemente glieli richiedeva. Evidentemente, sia nell’Urbe che nella mia città, vi sono persone che della moralità hanno una concezione, per così dire, molto “creativa” e “a geometria alquanto variabile”. In seguito sia la “regista indigena” che l’esoterico “espropriatore” fecero ben di peggio. Sed de hoc satis, almeno per il momento.

Il mio innominato ospite non volle ch’io andassi a riceverlo alla stazione dei treni, come faccio sempre con chi arriva nella mia città, bensì volle che andassi a prenderlo a casa della suddetta “regista”, sua fiduciaria nella mia città, con la quale voleva un conciliambolo prima d’incontrarmi, evidentemente per definir con lei, prima di vedermi, una “opportuna” linea di condotta. Era una sgarberia bella e buona, che già prometteva malissimo, ma – per dirla con il mio ottimo amico C. – bevvi, ancorché a stomaco vuoto, un paio di bicchieroni di “menefrego”, che in cotali evenienze aiutano moltissimo, e andai avanti. Quella sera lo portai alla riunione meditativa con gli amici, e al ritorno a casa mia l’innominato fece i suoi beffardi commenti sul Rito, che Massimo Scaligero ci aveva donato. Quello fu il primo grave errore dell’innominato. Il secondo errore, ancor più grave del precedente, l’innominato lo fece il giorno dopo a tavola.

Stavamo consumando con gusto il primo piatto – buona pasta arrossata dall’italico pomodoro – e parlavamo tranquillamente in conviviale allegria. Una delle poche gioie, concessemi dal mio spartano stile di vita, è il ritrovarmi ogni tanto – more pythagorico atque platonico – al sacro desco con amici ‘simposiasti’, e parlar di cose belle, nonché proseguire poi tali amabili conversari, dopo aver trangugiato, ancor bollente, un forte e nero caffè, fumando comodamente buoni sigari in salotto. Nel nostro conviviale discorrere, stavo per l’appunto dicendo al mio ospite delle differenze di stile nello scrivere di Rudolf Steiner, che gli amici della Scienza dello Spirito normalmente possono leggere solo nelle ottime traduzioni di un tempo e in quelle più recenti, spesso molto meno felici, mentre le opere scritte di Massimo Scaligero, in Italia, noi le possiamo leggere direttamente nella bella lingua di Dante, ch’egli adoprava in maniera veramente magistrale: opere nelle quali la sua esperienza spirituale, e la vita estraformale dell’idea, venivano ad espressione e si manifestavano con una immediatezza ed una corrispondenza perfetta tale da trasformare le opere di Massimo Scaligero in un immenso mantram di cinquemila pagine.

La stessa armonia tra idea vivente e parola mi era stata fatta notare, negli anni ottanta dello scorso secolo, da Amleto Scabelloni, suo cugino, col quale consideravamo, nelle nostre ‘filosofiche passeggiate’ a Monteverde, come le ottime vecchie traduzioni italiane delle opere di Steiner, eseguite da Emmelina de’ Renzis, da suo figlio Giovanni Colonna di Cesarò (che le firmava con l’eteronimo di Saro Giadice), da Ida Levi Bachi, e pochi altri, ci tramettessero fedelmente l’ideale trama aurea del pensiero di Rudolf Steiner, ma come  fatalmente esse mancassero di quel elemento ‘mantrico’, invece presente nelle opere del Dottore da lui scritte direttamente in tedesco.  

Dal punto di vista dell’Ascesi del Pensiero è di estrema importanza che con l’atto pensante si possa seguire fedelmente la trama ideale di pensiero dei Maestri, sino a poter ascendere, per volitiva intensificazione dell’atto pensante stesso, al momento genetico di quei luminosi pensieri, cioè sino a poter inverare, nell’individuale pensare dell’asceta meditante, la potenza estraformale del pensare universo, dal quale quei luminosi pensieri erano scaturiti. In questo lo studio, rosicrucianamente inteso, rimanda all’arte della Concentrazione. E può esser di grandissimo aiuto che determinate opere possano essere lette direttamente nella lingua originale, perché in tal caso alla trama aurea delle idee, possedente già una sua particolare forza, viene ad aggiungersi la potenza spirituale del ‘suono’, che agisce come forza ‘mantrica’ nell’anima del meditante. Precisamente per questo motivo, Hella Wiesberger mi aveva consigliato di meditare i mantram e di studiare, pure meditativamente, le opere di Rudolf Steiner direttamente in tedesco, cosa che faccio ormai da oltre tre decenni, e – avendone sperimentata l’efficacia – sarò sempre grato con tutto il cuore alla mia amata Hella per un così prezioso consiglio.

All’udir quelle mie considerazioni, l’innominato venne fuori con una frase che mi gelò letteralmente il sangue nelle vene: «La Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata!». Un’altra persona era presente a quel fatidico ‘incontro-scontro’, e se ‘ricorda’ e se lo ‘vuole’, può sempre testimoniare la veridicità del mio racconto. A quelle parole, un lampo abbagliante mi attraversò l’anima, e in meno di un femtosecondo tutte le tessere di un immenso mosaico andarono perfettamente al loro posto: parole sue e di altri, avvenimenti che mi avevano lasciato alquanto perplesso, decisioni ed azioni sue e di altri delle quali, sino a quel momento, non ero riuscito ancora a scorgere il ‘perché’. Ora era tutto maledettamente chiarissimo, e l’innominato nei miei confronti aveva oramai passato la redline, il punto di non ritorno.

Chiesi al mio ospite – che con quelle parole aveva compiuto l’errore, ben ‘grave’ dal suo punto di vista, e ‘felice’ dal mio punto di vista, di gettare la maschera – come potesse essere “superata” una Via, qual era quella indicata da Massimo Scaligero, che non era stata ancora, se non minimamente, veramente percorsa, e ancor meno realizzata. Chiesi chi potesse giudicare di aver interamente percorsa e superata l’Ascesi del Pensiero Vivente indicataci da Massimo Scaligero, che poi è quella donataci da Rudolf Steiner stesso, e come – senza aver compiuto quel percorso di realizzazione ascetica – si potesse avere i mezzi per giudicare “superata” una Via, che io ritenevo invece insuperata e insuperabile, e chi potesse quindi, senza una tale realizzazione, presumere di mostrar ciò che, a suo dire, era “oltre” quanto indicato da Massimo Scaligero. L’innominato, accortosi di esser così inabilmente inciampato, oramai non poteva più fermarsi a metà strada, e ritenne di dovermi in ogni modo “convincere”.

Parlò per ben sei ore, apertis verbis, rispondendo alle molte domande con le quali lo incalzavo. Disse chiaramente che non si trattava tanto di “andare oltre” la Via indicata da Massimo Scaligero, con “ulteriori” conseguimenti ascetici nella medesima Via, quanto del fatto che la Via da lui indicataci, a suo dire, era errata, e che quindi si dovesse avertere semitam’, ossia cambiar radicalmente sentiero, ché la stessa ascesi perseguita da Massimo Scaligero era “orientale”, “yoghica”, “buddhista”, e quindi non solo “superata” da nuove mirabili forme di spiritualità, ma anche “incompleta” in quanto gravemente mancante, sempre a suo dire, dell’impulso del Logos, e soprattutto dell’impulso del Graal. Di fronte a tali enormità io strabuzzai più volte gli occhi, e volli capire sino in fondo dove volesse andare a parare col suo ‘presumere’ di giudicare l’ascesi stessa di Massimo Scaligero, ed egli, rispondendo a quanto gli chiedevo, si spinse ben oltre e mostrò chiaramente quanto grande fosse questa sua ‘presunzione’, cominciando a parlare in termini ingenerosi e poco eleganti – per usare un eufemismo – oltre che assolutamente falsi e calunniosi, della personalità di Massimo Scaligero, della sua intelligenza, della sua capacità di muoversi nel mondo, della sua stessa moralità. Questo fu il terzo micidiale errore compiuto dall’innominato.

Poi si dilungò alquanto nella descrizione dell’altra via, quella “cristica” e “graalica”, che – a suo dire – nella mia città avremmo dovuto tutti entusiasticamente abbracciare, dopo aver rinnegato gli “errori” nei quali – sempre a suo dire – ci aveva “indotto” il “cattivo maestro”, sino a quel momento da noi seguito. Si trattava – la cosa era affatto evidente da tutta la sua descrizione – di una forma di occultismo cattolico, di un “cattoesoterismo” abbastanza esplicito, che nella fattispecie mi ricordava molto da vicino tutta una serie di pratiche devozionali di visualizzazione sentimentale in uso quando, bambino e appena adolescente, mi trovavo in collegio, la ripugnanza verso le quali mi portò verso i 13-14 anni alla ricerca delle vie orientali, e ad innamorarmi allora perdutissimamente dello Yoga, del Buddhismo e del Taoismo. ‘Amor’, che sia pure ‘metamorfosato’, in me ancor perdura.

Naturalmente, il mio innominato ospite dichiarò esplicitamente, che quanto veniva esponendomi non era sua personale “sapienza”, e che lui era soltanto un “indegno portavoce” di chi a lui tale eccelsa “sapienza” aveva benignamente trasmessa, e dichiarò altresi, con un certo lirismo, quanto una tale “personalità iniziatica” fosse incomparabilmente superiore a Massimo Scaligero: mirabile “sapienza” davvero, quella di tale “personalità”, la quale – lei sì, e Massimo Scaligero invece no – era, a suo dire, l’autentica portatrice dell’impulso del Logos e di quello del Graal, mancante in Massimo Scaligero.  

Pur nella drammaticità di tali “abbaglianti” rivelazioni, mi dette un senso oltremodo curioso e strano il fatto che le accuse che l’innominato rivolgeva a Massimo Scaligero erano le medesime, ed espresse con lo stesso lessico ricercato, che a Roma e nella mia città molti rivolgevano alla mia lupesca e selvaggia persona. Non ch’io ambisca minimamente esser paragonato a Massimo Scaligero – e lo dico assolutamente senza quella stucchevole, e nauseante, “umiltà” recitata, tipicamente “cristiana”, ma solo con la serena percezione dei miei limiti – ma mi stupiva assai udire sulla bocca dell’innominato quello stesso e identico lessico ricercato, che avevo udito usare spesso da parte di persone, cui mancava assolutamente quella preparazione culturale minima, che serve almeno a capire il significato di quelle parole, da loro ripetute a mo’ di slogans. Il che mi chiarì la ragione e l’origine di tanti discorsi fatti nella mia città, e di taluni eventi ad essi correlati. Esauriti i sacri obblighi dell’ospitalità, accompagnai l’innominato al treno.

Tornò l’anno dopo e, in maniera molto più aggressiva e dialetticamente ancor più organica, mi ripeté, per altre sei ore, gli stessi ragionamenti dell’anno precedente, ma anche quella volta la sua capacità di persuasione nei miei confronti fu pari a zero. Lo rividi poi nel 1998, e l’innominato fece un quarto grossolano errore nei miei confronti. Una persona di Roma, che stimo moltissimo e alla quale sono da sempre affezionatissimo, volle mettermi in guardia nei confronti della ‘levantina’ – così la definì – capacità di simulazione dell’innominato. Ma io avevo già le idee affatto chiare su di lui. Tanto più ch’egli era venuto meno alla promessa sacra che mi aveva fatta. Allorché gli donai il ciclo inedito delle conferenze tenute nel 1909 da Rudolf Steiner a Palazzo del Drago, gli posi come unica condizione che tale ciclo non venisse smembrato, bensì che venisse pubblicato, tutto intero, in un volumetto in modo da valorizzarlo pienamente: condizione che l’innominato accettò e promise. Nel Celeste Impero, ossia nella Cina d’un tempo – come mi riferiva di recente la mia cara amica Fang-pai, figlia di quello che i poeti d’Oriente una volta chiamavano il ‘Regno di Mezzo’ e ‘maestra’ in molte cose – vi era il detto che “la parola di un uomo nobile è ‘oro’, ed egli non può venirvi meno sotto nessun pretesto”, ma evidentemente il nostro innominato non la pensava affatto così, e riteneva col Frosini – con un’espressione che Arturo Reghini, con giusto sarcasmo, riferì ad onta di chi la pronunciò – “che simili ‘principî’ vanno bene per i piccoli uomini ed i macachi”. Conciosiacosaché, in barba ad ogni formale promessa, il ciclo venne pubblicato vilmente smembrato nei vari numeri della suddetta rivista e, con un miserabile sotterfugio, il fedifrago non volle riconoscere neppure la paternità del dono. Da molto tempo so per personale esperienza, purtroppo, che è più facile trovare la pietra filosofale che lealtà e gratitudine nel cuore degli uomini.

Nell’incontro che ebbi con lui nell’Urbe, nel 1998, egli tentò con me – questo il suo quarto errore – la carta più sbagliata che gli potesse venire in mente. Cercò di “sedurmi” ad unirmi alla sua cerchia, e al suo “progetto”. E per “convincermi” –ossia per “comprarmi” – dopo molte melate parole, aggiunse: “Cosa devo fare per dimostrarti la mia stima e la mia fiducia? Ecco, guarda, se vuoi ti apro tutto l’archivio di Massimo Scaligero”. A parte il fatto che io sono un lupaccio cattivissimo, di una razza non disposta a “vendersi” per nessun motivo, la sola proposta di un tale squallido “commercio” – denotante, come direbbe il mio ottimo amico C., “una volgare mentalità bottegaia: da mercanti di birra e venditori di trippa” – a me fa semplicemente vomitare e mi offende profondamente. Inoltre, oltre che moralmente indegno e spregevole, sarebbe stato terribilmente ingenuo da parte mia (ma, come detto più sopra, noi lupacci impariamo molto in fretta…), solo il credere ch’egli avrebbe rispettato la promessa abbinata alla sua “seducente” proposta, perché – direbbe sempre la cara, e da me molto stimata nobile amica, Fang-pai – “la sua parola non è certo ‘oro’, giacché essa non viene da lui onorata”, mentre, secondo che ammonivano i sapienti Latini, “chi ha già tradito una volta, di nuovo tradirà”.   

Ora, vi è una straordinaria somiglianza e concordanza, per non dire assoluta identità – sia di contenuti che di forma – tra pensieri e parole del mio innominato ‘ospite’, da me ascoltati – ex suo ore ipso – per vari decenni, e quanto scrive l’anonimo redattore di molti articoli della rivista di cui sopra, nonché della citata Introduzione, e forse anche della Prefazione, alla seconda edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce di Massimo Scaligero. Ma in fondo, è cosa relativamente secondaria, anche se non senza importanza, l’appurare e verificare quale relazione vi sia tra l’innominato e l’anonimo, giacché dal punto di vista di quel idealismo magico, che sta alla base della Via del Pensiero, sono molto più importanti, nella loro dinamica azione creativa o distruttiva, nelle singole anime e nel mondo, idee e pensieri in sé che non le personalità che le veicolano. Infatti, l’azione di idee e pensieri opera nel mondo molto al di là del singolo individuo, ed agisce sia spazialmente anche molto lontano da lui, che temporalmente per lungo tempo dopo la scomparsa dell’originario loro pensatore dallo scenario sensibile. Anzi, proprio le opere di Rudolf Steiner di Massimo Scaligero sono esempi, dal punto di vista spirituale – alla faccia dei molti, troppi ostacoli incontrati – di una tale azione spazialmente vasta e temporalmente duratura, della quale tali opere contengono persino la giustificazione gnoseologica e filosofica, espressa in limpidi e luminosi pensieri.  

Nella Introduzione e nell’articolo commemorativo sopra citati, l’anonimo invita coloro ch’egli chiama “prosecutori” dell’opera di Massimo Scaligero – della Via da lui indicata – a farlo in una maniera affatto particolare e, per così dire, “creativa”, cosa che a coloro che, come noi, più che presumere di “proseguirla”, vorrebbero consacrarsi a sperimentare una tale opera, e a percorrere, “osando l’impossibile”, una tale Via, non può che lasciare alquanto perplessi. L’anonimo parla – esattamente come fece varie volte, apertis verbis, l’innominato – di una “nostalgia” e di una “troppo passiva assunzione della sua [di Massimo Scaligero] opera”. Infatti, egli intende spiegarci – con un ‘gentil’ atteggiamento pedagogico, come farebbe una maestrina nei confronti di allievi particolarmente “lenti” – una “verità”, a suo dire, nascosta nelle parole di Massimo Scaligero da lui citate, e da noi “ottusi” punto compresa, ovverossia che: “Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere”. Ciò è stato, con ogni evidenza, scritto ad uso e consumo di quei “nostalgici”, i quali – a suo modo di vedere, son davvero alquanto “tardi” a comprendere – a causa della loro “troppo passiva assunzione”, si ostinano a pensare che rimanere fedeli all’opera del Maestro si realizzi solo con lo sperimentarla asceticamente, e che “preparare i preparatori”, significhi appunto prepararli asceticamente e trasmetter loro la Via del Pensiero per sperimentare il momento originario del conoscere, o pensiero vivente, quale e come ce l’hanno trasmessa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, e non un’altra cosa, diversa e opposta.

Ovverossia, sempre secondo gli ostinati “zucconi”, è un cinico tradimento nei confronti dei Maestri, ed un perfido tentativo di disperderne l’opera, l’attuare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito”, col sostituire ai contenuti di Sapienza celeste dei Maestri e ai metodi ascetici da loro trasmessi, altre dottrine, puramente dialettiche e sentimentali, e altri metodi e pratiche individuali e comunitari, diversi e opposti a quelli che ci aveva trasmesso direttamente Massimo Scaligero. Tali metodi “innovativi” conducono ‘lento pede ac pedetemptim’, ossia insensibilmente ma certissimamente, nell’ovile e nelle “accoglienti” braccia della chiesa cattolica.   

Il nostro anonimo articolista e introduttore afferma che “la sua opera [di Massimo Scaligero] deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello”, ma abbiamo visto che il proseguirne l’opera si realizza con la dedizione all’ascesi volitiva della Concentrazione e la consacrazione alla Via del Pensiero Vivente, e non certo, una volta abbandonato l’aureo sentiero da lui indicatoci, “con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa”. Perché quel “qualcosa”, quel “pochissimo”, che dovrebbe aggiungersi, in realtà, si risolve in un inavvertito smarrire l’originario sentiero intrapreso, mentre “quel piccolo passo in più” è l’incauto inoltrarsi in una mefitica palude meotide, satura di attossicanti miasmi; ed è infine perire, miseramente naufragando, sotto la fascinazione di un seducente canto delle sirene. Il contenuto contraffatto, surrettiziamente proposto, la “manifestazione mutante nel tempo”, è finalizzato segretamente proprio a provocare l’interruzione della continuità di quella “tradizione solare”, che a parole egli ostenta difendere.

Infatti, egli poi attacca gli “ostinati reprobi” che, a suo dire, Massimo Scaligero vogliono “fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti”, e di “ingessarne l’opera, tradirla, disperderla”. A mio immodesto e lupesco parere, credo che l’opera del Maestro la tradisca e la disperda, non certo chi, pur facendo una vita molto, ma molto difficile, si scuoia vivo per venire ai ferri corti con se stesso, e si costringe a seguire la Via del Pensiero, a praticare la Concentrazione anche nelle condizioni più impossibili. Semmai la tradisce e la disperde eventualmente l’‘ignoto’ che, la notte stessa in cui Massimo Scaligero ci lasciò, violò il suo studio, ne cambiò la serratura, cominciò il saccheggio delle sue cose, facendo pure “opportunamente” sparire il suo testamento e impedendo così l’attuazione della sua dichiarata volontà. Sempre secondo il mio selvaggio modo di vedere, tradiscono e disperdono l’opera del Maestro, semmai vari infami ‘incogniti che andavano e tuttora vanno a giro per l’Italia – così sono venuto a sapere – a descrivere, in maniera derisoria, Massimo Scaligero come “ingenuo”, “sprovveduto”, e “non abile a muoversi nella vita e nel mondo” (mentre posso testimoniare che era vero esattamente il contrario…), offendono la sua intelligenza, la sua ascesi, la sua moralità, e gettano palate di letame persino sulla sua esperienza graalica. Cotali ‘ignoti’ e ‘incogniti’ vengano pure a raccontare le loro sozze menzogne su Massimo Scaligero nella tana del lupaccio cattivissimo, e poi vediamo cosa succede…

Non si può poi certamente dire, invece, che “ingessi” o “fissi nell’inchiostro” l’opera di Massimo Scaligero chi si permette di alterarne gli scritti o inserisca nelle sue opere parti o capitoli che ad esse non appartengono, e giustifichi tale arbitrio con spiritose affabulazioni. Né che sia un fedele “prosecutore” della sua opera l’anonimo che, nella innominata rivista, numero 81-82 del giugno 2003, p. 18, contrappone a “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi, che è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica, dell’uomo di questo tempo”, una mistica “circoncisione eterica”, che a me fa semplicemente accapponare la lupesca pelle e il pelo. È vero, invece, esattamente il contrario: per chi sia autenticamente “figlio di questo tempo”, non vi è altra possibilità di essere veramente cosciente e libero, e di conseguenza morale, che lottare energicamente, per realizzare l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, tutt’altro che spontanea e gradita all’infingarda natura egoistica dell’uomo attuale e sperimentare, per volitiva intensificazione consacrata dello stesso atto conoscitivo, la folgorante travolgenza del pensiero vivente. Né, tampoco, ritengo che sia un leale “prosecutore” dell’opera di Massimo Scaligero, anzi ne sia un livido e cinico affossatore, chi diffama il Rito della meditazione in comune da lui trasmesso, o cerca di scoraggiare, in vari modi, l’intensa e fervida pratica della Concentrazione, oggi UNICA via cosciente all’esperienza spirituale.

Per adesso, mi fermo qui, perché l’articolo si è già troppo allungato, ed io volevo per il momento – anche se vi è moltissimo altro da dire, e sicurissimamente, presto, sarà pure detto – commentare solo quelle poche frasi dell’anonimo “introduttore”. Ma il benevolo lettore non disperi, e non dubiti, ché molti altri “incomodi”, “inopportuni”, ed “importuni” disvelamenti avranno luogo su questo temerario ‘blog : ci può contare! 

SCIENZA DELLO SPIRITO

PLATONE E IL MITO DELLA CAVERNA

Platon_Cave_Sanraedam_1604

All’inizio del settimo libro della sua Politèia, il cui titolo ormai da secoli viene tradotto con Repubblica, Platone narra il mito della caverna, uno dei più conosciuti e suggestivi. In esso Platone, esprimendosi col linguaggio simbolico e allegorico del mito –  quella allegoria che il mio amato Dante chiama “bella menzogna” – descrive un sentiero di conoscenza, che mena dalla maya sensibile, dal mondo delle cose che meramente appaiono e divengono, ma non “sono”, su verso la contemplazione di quel sovrasensibile mondo delle idee e degli archetipi, i quali non divengono bensì perennemente “sono”, e poi, ancora più in alto, sino alla contemplazione dell’Uno-Tutto, di quel Uno-Unissimo, che come idea del Bene, tutto pervade, muove e vivifica.

Per Platone non si tratta semplicemente di una “gnoseologia”, ossia di una sia pur interessante “teoria della conoscenza”, bensì – in maniera identica alle opere “filosofiche”, o meglio “filosofali”, di Rudolf Steiner come le Opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, o Verità e scienza, la Filosofia della Libertà, la Concezione goethiana del mondo, ed altre dello stesso genere – di un’Ascesi che richiede ardore, slancio, tenacia e dedizione estrema. Una tale ardente Ascesi conduce dantescamente dalla “selva selvaggia” e dalla “diserta piaggia”, attraverso un “cammino alto e silvestro”, alla mirabile visione, ossia a contemplare quella “giustizia senza schermi”, che è il Bene di Platone, ovvero quel “Amor che muove il Sole e l’altre stelle”. Strumento di una tale Ascesi è, naturalmente il pensiero – che come afferma Hegel, “fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito”, e suo strumento è – lo ripeteremo sino a sgolarci – la Concentrazione, il cui calor cogitationis, è un “fuoco”, che, come afferma Aristotele, “ha il suo luogo naturale in Alto”, ed è dunque strumento dell’ascesa. L’immagine, particolarmente bella, che propongo alla intelligente considerazione del lettore è del pittore neerlandese Jan Pietersz Saenredam (Zaandam, 1565-1607),  che la incise nel 1604, anno fatidico per il movimento rosicruciano del tardo Rinascimento, intitolandola Antrum Platonicum.

In questo mirabile dialogo platonico, Socrate, vero filosofo, ossia “amante di Sophia”, ritiene che colui ha contemplato la Verità nel sovrasensibile, iperuranio, mondo delle idee e degli archetipi creatori debba tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. E Socrate affrontò con tragica serietà la sua missione sacrale di indicatore della vera Sapienza, e affrontò coraggiosamente il martirio, per testimoniare che l’uomo deve “seguir virtute e conoscenza”. In questo dialogo, Socrate ha come suo interlocutore l’amico Glaucone.

 * * *

[514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

– Vedo, rispose.

– Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita?

– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

– Sicuramente.

– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

– Per forza.

– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

– Io no, per Zeus!, [c] rispose.

– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

– Per forza, ammise.

 – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

– Certo, rispose.

   [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati?

– È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

 – Come no?

– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

– Per forza, disse.

– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

 – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

– Certo.

– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

– Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.

– Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

– Sí, certo, rispose.

– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose. […] 

(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 339-342) 

* * * 

Come dice Socrate a Glaucone, questi strani prigionieri somigliano in tutto e per tutto a noi, e noi, suoi lontani discendenti, potremmo aggiungere che essi ancor più assomigliano all’uomo attuale, il cui pensiero razionalistico e astratto, o psichico, sentimentale e istintivo, è prigioniero della natura corporea, avvinto da bronzee catene nell’oscurissimo antro cerebrale.

Questo pensiero esangue è in uno stato cadaverico, esanime, ma all’attuale uomo, colto o incolto che sia, la cosa non suscita né sofferenza – anche se è all’origine di tutto il suo affannato soffrire – né problemi, ch’egli non si pone. Egli non conosce altro pensiero, non lo concepisce, e neppure sospetta che il suo pensare possa partorire qualcosa di diverso da quei morti aborti che sono i suoi esangui e pallidi pensieri. Crede che i suoi pensieri siano solo i riflessi delle sue percezioni sensorie, che ritiene essere realissime. Ma Rudolf Steiner ammonisce che: pensieri degli uomini sono ombre, mentre i pensieri degli Dèi sono esseri viventi. Inoltre, le sue “realissime” percezioni sensibili non sono che ombre esse stesse, pallido riflesso delle idee o archetipi viventi del Mondo Spirituale. Per cui i suoi esangui pensieri riflessi, essendo pallidissime ombre delle soggettive sue percezioni, ombre esse stesse, da lui scambiate per verace e consistente “realtà”, vengono ad essere ombre di ombre: stravolgimenti di una inconsistente irrealtà. Beh, se questa è – come effettivamente è – la “conoscenza” dell’orgogliosissimo uomo razionale moderno, una tale “conoscenza”, annaspante tra le ombre, è cosa miseruccia e vile assai!

Un ben difficile còmpito si pone colui che voglia restituir la VITA a un tale smorto, cadaverico, pensare. A lui si prospetta una risalita su una ripida e aspra china: risalita che scoraggia molti, anzi i più, i quali trovano preferibile rinunciare a cotal tanto faticosa ascesa, e permanere, vilmente e comodamente, nella condizione di prigionia. Le catene, se uno resta immobile, non implicano faticoso sforzo, mentre il lottare per liberarsi dalle catene è sicuramente faccenda faticosa e dolorosa. Comodità e viltà suggeriscono che un tale lottare è inutile, ed anche pericoloso, e che la condizione di prigionia sia l’unica concessa all’uomo, che sia “follia”, “presunzione superuomistica”, “prometeica” aspirare ad una libertà, la quale sarebbe solo “patologica fantasia” ed “evasione”. Una tale concezione avvilente – proprio nel senso che rende l’uomo vile – tuttalpiù si pone il problema di come render piacevole e meno monotona la prigionia, di come eccellere sugli altri prigionieri dimostrando una più raffinata “conoscenza” intellettuale delle ombre sensibili, dichiarate queste esser l’unica realtà. A rendere sopportabile la condizione degli incatenati, e per i meno fortunati – per quelli che non “eccellono” – vi sono le “consolazioni” della religiosità sentimentale, della moralità “virtuosa”, del buonismo, dell’attivismo sociale e politico, dei magismi rituali, del misticismo, della cultura, della psicanalisi, e financo di un fallace “esoterismo” facente appello alle morbide “vie dell’anima”.

Per coloro che, invece, hanno sete d’incondizionato, per coloro nei quali sorge dal profondo – come dice Rudolf Steiner – un “urlo interiore”, si apre una Via eroica, indubbiamente “aspre e forte”, faticosa: la Via della resurrezione del Conoscere dal cadavere del morto pensare, l’impresa della realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero Folgore. Mentre gli incatenati giungono all’abiezione di amare la tenebra che li avvolge, a temere di abbandonarla, innamorati come sono della loro prigione, i coraggiosi osano tentare la via dell’Altezza, e temerariamente abbandonano il vile giaciglio e le catene, delle quali i loro compagni sono innamorati. E gli Dèi amano tali audaci e li soccorrono nella loro temeraria impresa: gli ostacoli e le prove, che con generosità essi disseminano sul loro cammino verso l’l’Altezza e la Luce, li liberano dal morto cascame che si portano addosso e li fortificano nella volontà e nella capacità di mirare l’inesprimibile, abbagliante, Luce.

Strumento aureo di una tale ascesa – di tale Ascesi – è il Rito della conversione del pensiero nella sua originaria Luce: la Concentrazione, che è l’esercizio del neofita principiante, del praticante avanzato, dell’Iniziato. Ad ogni stadio del cammino ascendente, la Concentrazione rivela più vasti e più profondi livelli, talché non si finisce mai di apprenderla, poiché è un aprirsi all’Infinito. E chi giunga alla liberazione del pensiero dalla prigionia somatica – e tutti possono giungervi, se veramente lo vogliono – contempla non più le ombre illudenti e sempre deludenti di un inafferrabile esistere, sempre roso dal veleno della brama, della paura e dell’avversione, MA l’Essere puro, le “cose che sono e non divengono”. Una tale Conoscenza è fonte inesauribile della Gioia, del Coraggio, della Generosità.

Ancora più audace e veramente eroico è, poi, chi, una volta conquistata e realizzata la Conoscenza, ha la generosa temerarietà di voler nuovamente ridiscendere nell’oscurissimo antro, ove ancora giacciono, incatenati, i suoi antichi compagni di prigionia, per tentare di liberarli dalle catene che li avvincono alla loro avvilente e abietta condizione. Egli vuole liberarli dalle catene somatiche, dissolvere il cupo “realismo” che fa sì ch’essi credano vere le ombre che li illudono. Impresa temeraria la sua, perché sovente gli ottenebrati temono e odiano la Luce, e ritengono pericolosa illusione la Verità liberatrice, che l’audace conquistatore della Luce vuole portare loro. Essi temono perdere le loro catene e sono innamorati dei veleni della brama, della paura, dell’avversione che li intossicano, veleni che temono perdere. Facilmente temeranno e odieranno, come sagacemente ammonisce Platone, colui che vorrà liberarli dalle amate catene, dai bramati veleni, e cercheranno di metterlo in condizione di “non nuocere”, talvolta addirittura di ucciderlo. La storia dell’umanità offre numerosi esempi di tali martiri. Ma, come affermava coraggiosamente Arturo Reghini, “i Sapienti si preoccupano di come vive l’anima, e non di come muore il corpo”, che è solo una transitoria ombra.

Infinita gratitudine dobbiamo, quindi, a Maestri spirituali come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero, i quali ci hanno indicato La Via eroica della Conoscenza, quel platonismo magico – autentico idealismo magico – che è la Via del Pensiero Vivente, l’aurea Via Regia della liberazione del pensiero.

Questi pensieri mi sono sorti nell’anima nel 36° anniversario del disciogliersi di Massimo Scaligero dall’apparire sensibile, nel ricordo delle parole incitatrici e liberatrici ch’Egli rivolse ad alcuni di noi la sera della vigilia, parole che restano – a lettere di fuoco nella mia anima – come pegno di fedeltà alla Via ch’Egli volle donare a tutti noi.

Hugo de’ Paganis

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

GIOVANNI COLAZZA, L’ASCETA ADAMANTINO

Giovanni Colazza

Per motivi anagrafici (infatti incontrai la Scienza dello Spirito nel 1969: 16 anni dopo la sua scomparsa) non ho potuto conoscere personalmente Giovanni Colazza, ma considero uno tra i più grandi doni della mia vita – veramente un dono dei Numi e del Cielo – l’aver ancora potuto fare a tempo ad incontrare, alla fine della mia adolescenza e nella mia giovinezza (avevo allora 19-20 anni), una serie di persone che conobbero bene Giovanni Colazza, le quali me ne parlarono diffusamente. Da parte mia, ho cercato di conservare fedelmente nella memoria del cuore quanto queste persone – amicizie tra le più care – vollero donarmi coi loro racconti, con le loro descrizioni, con la comunicazione delle loro vivaci impressioni interiori. Di quelle persone oggi, dopo oltre 46 anni dal mio primo incontro con la Scienza dello Spirito, sono rimaste viventi – credo – solo tre amiche, M.G.M., S.B. e T.V., oramai molto anziane.

La prima persona che mi parlò di Giovanni Colazza fu, naturalmente, Massimo Scaligero, e lo fece sin dai nostri primissimi incontri. Egli aveva nei confronti di Giovanni Colazza una venerazione sconfinata. Lo stimava come personalità estremamente salda, di grandissima forza interiore, e lo stimava ancor più come asceta, come strenuo praticante spirituale ed eccezionale sperimentatore dell’occulto, come fedele discepolo di Rudolf Steiner.

Giovanni Colazza ricercò ed incontrò la Scienza dello Spirito – prima sotto il nome di Teosofia e poi sotto quello di Antroposofia – sin dalle sue primissime manifestazioni in Italia. Egli fu una di quelle personalità che posero il Sentiero della Conoscenza, ossia lo studio meditativo e rituale delle opere di Rudolf Steiner, nonché l’intensa e ininterrotta pratica degli esercizi, al centro della propria vita, e si sforzò altresì sempre, instancabilmente, di orientare i seri ricercatori spirituali nella stessa direzione.

Egli nacque a Roma, il 9 agosto 1877, in una famiglia romana di alto livello sociale, dalla quale uscirono molti distinti professionisti e persino varie personalità ecclesiastiche. L’educazione che la famiglia avrebbe voluto impartirgli, era rigorosamente cattolica, ma essa evidentemente doveva stargli alquanto stretta, visto che già da adolescente egli si rivolse con passione alla ricerca occulta assieme al giovane Giovanni Amendola, del quale rimase intimamente amico sino alla tragica morte di questi. Dopo la maturità, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e sostenne l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione nel 1902.

Esercitò, con dedizione e grande professionalità, l’arte medica per tutta la vita. Per la sua alta preparazione e la sua abilità diagnostica e terapeutica, divenne rapidamente il medico della comunità internazionale, residente a Roma, e in particolare delle ambasciate, favorito in ciò anche dalle sue molteplici competenze linguistiche: ho lettere sue in inglese, in francese e in tedesco. Fu altresì il medico dell’aristocrazia romana, anche a livello dell’allora Casa Reale, ma si dedicò con grande amore anche a persone semplici e sprovvedute di mezzi economici, ch’egli curava sempre gratuitamente. Il suo amico e discepolo, il grande orientalista Enrico Pappacena, che fu membro del Gruppo Novalis, nel suo libro Di alcuni cultori della Scienza dello Spirito, Bari, 1971, riferisce come Giovanni Colazza curasse gratuitamente bambini poveri, ospitandoli anche a lungo nella sua casa romana sino alla loro completa guarigione. La sua presenza aveva un aspetto imponente e severo, che a molti poteva mettere soggezione, e a taluni persino incutere timore, ma è testimoniato da Enrico Pappacena e da altri come i bambini avessero nei suoi confronti una forma di spontanea fiducia e di gioiosa confidenza. Molti hanno testimoniato circa le sue celate, ma potenti, forze del cuore.

L’incontro con il movimento teosofico avvenne presto, nella sua gioventù, sin dalla ufficiale costituzione della Sezione Italiana della Società Teosofica, nel 1902, nella quale conobbe personalità di rilievo come Isabel Cooper-Oackley, Alfred Meebold (divenuto anche lui, in seguito, dopo una iniziale opposizione, discepolo di Rudolf Steiner) e Arturo Reghini. Ma, soprattutto, negli ambienti teosofici, egli incontrò la giovane aristocratica russa, di origine tedesco-baltica, Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, allora residente in Italia, a Bologna, con la quale rimase in stretta amicizia per tutta la vita. I limiti evidenti del movimento teosofico, allora di impostazione blavatskiana e besantiana, non lo soddisfacevano nella sua ricerca del Logos. Formò allora un autonomo gruppo di studio, che si dedicò con alacrità allo studio del Vangelo di Giovanni, non nel senso confessionale, bensì in senso iniziatico e sapienziale. Fu Marie Steiner ad introdurlo alla conoscenza del pensiero di Rudolf Steiner. Fu lei che lo presentò personalmente a Rudolf Steiner nel 1909, in occasione del primo ciclo di conferenze romano del Dottore, organizzato a Palazzo del Drago nel marzo di quel anno dalla nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta, attraverso il matrimonio con Don Ferdinando, principessa del Drago, e nota familiarmente negli ambienti antroposofici col nome di principessa “Elika” (diminutivo di Angelica) d’Antuni del Drago. A questo proposito, voglio riportare quanto scrisse Mario Viezzoli, discepolo fedele di Rudolf Steiner e successore di Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis. Nella sua commemorazione del 13 marzo 1953, In memoria del Dott. Giovanni Colazza, Mario Viezzoli così lo rievoca:

«Pochi giorni prima di morire, [Giovanni Colazza] disse con vera gioia ad una vecchia amica antroposofa: “Sa, in questi giorni ho compiuto cinquant’anni di Antroposofia!”. Già da questo si comprende come il nostro Amico avesse fatto dell’Antroposofia, per mezzo secolo, il massimo interesse della Sua vita, la quale fu perciò strettamente intrecciata allo sviluppo del Movimento Antroposofico in Italia.

Aveva avuto un profondo rapporto di amicizia con la Sig.na Maria von Sivers, ancora quale esponente della Società Teosofica, e fu Lei a presentarlo a Rudolf Steiner. L’incontro, quanto mai interessante, avvenne in Roma. Una personalità che pure seguiva allora il movimento teosofico e che in seguito divenne un esponente molto ragguardevole dell’Antroposofia nel mondo [n.d.HdP.: si trattava, come mi disse personalmente Massimo Scaligero, e come mi confermarono in seguito altre fonti e mie ricerche personali, proprio di Alfred Meebold], aveva avvertito il Dott. Colazza di diffidare di R. Steiner, per cui al primo incontro il Dr. Colazza fu piuttosto riservato e non si sentì di aderire subito. Più tardi raccontò, però, che, prima ancora di vedere fisicamente R. Steiner, avendo voltate le spalle, aveva avvertito intorno a lui la presenza di una forza eccezionale. R. Steiner, con molta cortesia, diede al Dr. Colazza il libro “Iniziazione” (Wie erlangt man ecc.). Colazza si diede subito a quello studio e, appena letto il libro, riconobbe il Maestro e divenne Suo discepolo. Da allora incominciò il Suo instancabile lavoro antroposofico.

Rudolf Steiner ebbe a dire di Lui che Egli non lo conosceva, ma che gli era stato indicato dal Mondo Spirituale. Per iniziativa del Dr. Colazza venne fondato in Roma il Gruppo Novalis, per il quale R. Steiner diede una speciale meditazione, considerandolo come un Suo figlio prediletto. Ogni anno il Dr. Colazza prendeva contatto con R. Steiner e con la Sig.a Steiner. Egli fu a Monaco ove prese parte alla prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner e assistette alla rappresentazione del primo Mistero. Ci teneva a rendere testimonianza oggettiva della considerazione altissima in cui R. Steiner teneva Marie von Sivers nell’ambito della Scuola, ove figurava sempre “ad laterem” del Maestro».

In effetti, risale a quel periodo la nascita del Gruppo Novalis affidato da Rudolf Steiner alla guida di Giovanni Colazza. Michele Beraldo in un suo studio, Il movimento antroposofico italiano durante il regime fascista, apparso alle nella rivista  del Dipartimento di Storia, Culture, Religioni della “Sapienza”-Università degli Studi di Roma, Dimensioni e problemi della ricerca storica, anno 2002, n.1, pp. 145-180, così scrive nel capitolo 2,  Il sorgere del movimento antroposofico in Italia e il suo radicarsi nella cultura esoterica degli anni Venti, pp.146-147:

«La diffusione in Italia dell’antroposofia è da farsi risalire all’anno 1909, allorché Rudolf Steiner, che in quel periodo non aveva ancora lasciato la Società teosofica tedesca di cui era a capo, visitò l’Italia sostando a Roma dal 25 marzo al 2 aprile, dove tenne presumibilmente otto conferenze su invito di Elika del Drago, principessa d’Antuni. Esse si svolsero in palazzo del Drago, eccetto quella del 29 marzo e del 2 aprile che tenne nella nuova sede del Gruppo “Roma”, in via Gregoriana 5, affiliato alla Lega teosofica Indipendente di Decio Calvari.

A Roma Rudolf Steiner ebbe modo di incontrare la personalità che più di altre avrebbe contribuito alla diffusione dell’Antroposofia in Italia: il medico chirurgo Giovanni Romano Colazza, già massone e vicepresidente del gruppo teosofico Roma, conferenziere apprezzato ed estensore di alcuni articoli comparsi sulla rivista antipositivista e di ispirazione teosofica la “Nuova Parola”, alla quale collaborava il suo intimo amico e compagno di classe Giovanni Amendola. A seguito dell’incontro con Rudolf Steiner, Colazza si convinse della necessità di una diversificazione tra teosofia orientale e occidentale, confusione invece su cui si fondava il pensiero della presidente della società, Annie Besant. Con una conferenza intitolata La respirazione e l’occultismo, tenuta nella sede del gruppo Roma nell’aprile del 1910 (nello stesso mese Steiner fece nuovamente quattro conferenze: tre a palazzo del Drago dalla principessa d’Antuni e una presso la sede del gruppo teosofico della Lega indipendente), Giovanni Colazza rafforzò i concetti espressi da Steiner, sconsigliando l’applicazione di forme orientali di meditazione in chi vive entro organismi fisici non più adattabili alle antiche correnti spirituali e inseriti in un tessuto sociale, quello occidentale, assai diverso, per forma e costituzione, da quello orientale: «Il voler applicare esclusivamente i metodi indiani nel nostro tempo e alla nostra razza, significa non tener conto né dell’evoluzione che ha modificato considerevolmente la possibilità del nostro organismo, né delle nuove correnti spirituali immesse nel mondo».

Gli incontri romani in casa della principessa del Drago portarono alla fondazione di un gruppo di studio riservato a coloro che intendevano aderire alla visione steineriana del mondo anche in Italia. Fu Steiner stesso, nel frattempo uscito definitivamente dalla Società teosofica e dimessosi dall’incarico di presidente per la Germania, ad incaricare Giovanni Colazza di condurre il primo gruppo di studi italiano di antroposofia che chiamò “Novalis”, tuttora operante in Roma».  

Giovanni Colazza e Giovanni Amendola, amici sin dall’adolescenza, ebbero percorsi spirituali e umani, che s’incrociarono, si confrontarono, e si influenzarono a vicenda più volte. Ebbero, nell’adolescenza, una comune ricerca spirituale e «magica» (la quale peraltro preoccupò moltissimo la madre del giovane Amendola), poi, nella giovinezza, ebbero in comune la partecipazione alla Società Teosofica e alle vie orientali, la ricerca della iniziazione massonica.  Il 24 maggio 1905, Giovanni Amendola viene iniziato alla massoneria di Palazzo Giustiniani, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all’Oriente di Roma, ed è altresì documentato che Giovanni Colazza venne “iniziato”, nel 1905, apprendista libero muratore nella Loggia Roma, sempre all’Oriente di Roma, nella quale nel 1906 venne “passato” compagno d’arte, e probabilmente, nel 1907, “elevato” maestro massone, ma di quest’ultimo evento manca la documentazione, probabilmente andata dispersa durante le persecuzioni subite dall’Ordine massonico durante il fascismo. Comunque, già nel 1908, sia Amendola che Colazza si erano “posti in sonno”, probabilmente per il disinteresse che dimostravano la maggior parte dei massoni – sia pure con alcune importanti eccezioni  –  per l’autentica ricerca spirituale, e per la scissione dilacerante che si verificò nel 1908 tra la massoneria del “Grande Oriente” di “Palazzo Giustiniani” e quella della “Gran Loggia d’Italia” di “Piazza del Gesù”, scissione – che ebbe motivazioni politiche, e confessionali, niente affatto spirituali – che allontanò, disgustati, molti spiritualisti dalla massoneria. Entrambi parteciparono come volontari e ufficiali alla Prima Guerra Mondiale, nella quale Giovanni Amendola raggiunse il grado di capitano, mentre lo stesso Colazza fu ufficiale medico. Alcuni membri del Gruppo Novalis di Roma, tra i quali Romolo Benvenuti – il quale diresse il Gruppo Novalis per oltre mezzo secolo –  mi parlarono di una documentata frequentazione di Giovanni Amendola alle riunioni del “Novalis”.

L’importanza del Gruppo Novalis sta nel fatto che questo venne “fondato” ritualmente – in tedesco, il termine usato è eingeweiht che alla lettera significa “consacrato”, “iniziato”, mentre Einweihung, oltre ai significati di “inaugurazione”, “consacrazione”, ha proprio il significato di “Iniziazione” – personalmente da Rudolf Steiner, e da lui affidato ad una personalità spiritualmente eccezionale come Giovanni Colazza, al quale affidò pure la direzione del movimento antroposofico in Italia. Dietro l’apparenza esteriore e storica del “Novalis” è celata una profonda realtà spirituale, non facile da investigare, realtà spirituale riguardante la missione e i destini della nostra Italia, e i còmpiti della corrente spirituale rosicruciana e graalica, di cui furono portatori nel nostro paese Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, e che tanti attacchi da non pochi anni sta subendo “fuori e dentro la cittadella”. La dedizione di Giovanni Colazza a questa opera di direzione del “Novalis”, e di orientamento dei suoi membri sulla via dell’Iniziazione, fu esemplare, instancabile e coraggiosa.

Un’antroposofa inglese, nata a Trieste, Miss Dora Baker, “Dorie”, prima grande amica e poi decisa avversaria di Giovanni Colazza, mi testimoniò, in una serie di colloqui avuti con lei a Dornach nel 1979, la sacrificale dedizione, il rigore e il grande coraggio di Giovanni Colazza, il quale “non interruppe mai le riunioni del Gruppo Novalis: né allorché il governo fascista sciolse la Società Antroposofica, e neppure durante la seconda guerra mondiale, quando Roma era sotto l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati”. Miss Dora Baker ammirava moltissimo Giovanni Colazza, mi raccontava che quando era di passaggio a Roma era sempre ospite a casa sua, e rimpiangeva molto la rottura dell’amicizia tra loro, causata dallo schierarsi apertamente di Colazza, in maniera coraggiosa e leale, in difesa di Marie Steiner durante la vergognosa persecuzione – attuata con metodi che la stessa Marie Steiner ebbe a definire “da gangsters” – che la fedele compagna e stretta collaboratrice di Rudolf Steiner ebbe a subire da parte di Albert Steffen e dei suoi famuli, del quale la Baker era invece seguace fanaticissima. Essendo la sua la testimonianza favorevole di un’avversaria, essa ha per me una paradossale, particolarmente rilevante, importanza.

Naturalmente, per me – ma non solo per me – ha il massimo valore la testimonianza di Massimo Scaligero, sia per quello che oralmente riferì nei suoi incontri a me e ad altri, sia per quello ch’egli scrisse in Dallo Yoga alla Rosacroce, dove per esempio, alle pp. 85-86, scrive:

«Secondo la testimonianza di Olga de Grünewald, Giovanni Colazza non solo era il discepolo più caro a Rudolf Steiner, ma la figura più elevata dopo di lui. La de Grünewald, sin dall’infanzia amica di Maria von Sivers – che doveva divenire più tardi moglie dello Steiner – era discepola strettamente connessa con il «Dottore». La testimonianza di lei è fondamentale: ella mi narrava che la evidente fiducia di Steiner in Colazza, suscitava a questi non poche invidie, perché la sua figura non rispondeva al cliché del discepolo compìto, dotato della conformità richiesta, onde giungevano a Dornach contro di lui accuse di vario genere: che perseguiva lo Yoga e la Magia, che non brillava per regolarità organizzativa, ecc., ma soprattutto si consentiva un tipo non platonico di relazioni femminili. Coloro che lo accusavano, si aspettavano di vederlo escludere dalla cerchia intima del Dottore: perciò rimanevano sconcertati ogni volta che, recandosi Colazza a Dornach a visitare lo Steiner, questi, allorché lo vedeva lo accoglieva con gioia, come qualcuno a cui tenesse in particolare. Ciò naturalmente accresceva la serie delle ostilità nei confronti di Colazza».

E poco più oltre – con espressioni che confermano le parole, da noi sopra citate, scritte nella sua commemorazione di Colazza da Mario Viezzoli, parole confermate pure da Enrico Pappacena a p. 188 del suo libro più sopra citato – Massimo Scaligero aggiunge, alle pp. 86-87, che:

«Secondo la citata testimonianza della de Grünewald, lo Steiner sarebbe venuto in Italia (1911) a conoscere Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”. Mediante elementi derivantimi dai colloqui personali con Colazza, da mie dirette esperienze estradialettiche […] potei accertare che lo Steiner era venuto in Italia, tra l’altro, per incontrare Colazza, previa conoscenza del grado della sua personalità, in previsione di un’opera da compiere, in senso rituale e trascendente, con un ristretto numero di discepoli esotericamente qualificati. L’opera avrebbe avuto simultaneamente funzione cosmica, umana e storica, epperò si sarebbe svolta grazie al concorso di Guide invisibili e visibili dell’umanità, in una città dell’Europa Centrale.

Doveva essere il compimento di un rito, la cui entelécheia, necessaria al fatidico momento della storia umana, esigeva dai discepoli partecipi un trascendimento assoluto dell’elemento umano epperò un atto di coraggio per superare la Soglia del Mondo Spirituale e stabilire un incontro là dove è istaurabile, come veicolo di visione, la pax profunda».  

Di assoluta importanza – da quel che personalmente mi disse Massimo Scaligero – è il fatto che Giovanni Colazza conoscesse in profondità, coltivasse e praticasse con tutto se stesso il “filone aureo” della Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero Vivente. Al di là di quello ch’egli donava all’interno della cerchia strettamente antroposofica, nella quale necessariamente egli si adattava nel linguaggio e nella donazione della Scienza dello Spirito al livello, molto vario peraltro, di coloro che lo ascoltavano, come del resto aveva dovuto fare lo stesso Rudolf Steiner, al centro della sua ricerca spirituale vi era per lui la Concentrazione: il Rito sacro e iniziatico della resurrezione del Pensiero Vivente. Ed è Massimo Scaligero stesso che testimonia la centralità della Via del Pensiero nella vita interiore di Colazza. Infatti, sempre nella stessa opera, così scrive a p. 88:

«In uno dei primi colloqui avuti con lui, dopo l’avvenuta conoscenza grazie ad Evola, ebbi a dirgli, parlando di me – con la determinazione di comunicargli soprattutto ciò che ritenevo una mia vocazione personale, probabilmente esigente rettificazione – che ero portato al Sovrasensibile per via di rituale ascesi noetica, secondo una interna conversione del pensiero nella propria luce. Ricordo che Colazza ebbe un momento di gioia e mi disse: “Ma questa è la via”!».  

Questo per rispondere con assoluta chiarezza, – una volta di più – a coloro che “all’interno della cittadella” cercano, abilmente o rozzamente, di attuare – sotto le morbide, illudenti e per taluni molto seducenti, “vie dell’anima” – quel esiziale “trasbordo ideologico inavvertito” che, pedetemptim, come dicevano i sapienti Latini, ossia passettino dopo passettino, gradualmente, senza scosse traumatiche, porta illusi, ipnotizzati, pigri, opportunisti, sentimentali e sciocchi, prima ad esser divorati dalle ampie fauci ed infine ad esser totalmente digeriti dal capace stomaco della nota Potenza Straniera d’Oltretevere, la quale – come disse Benedetto Croce (una delle pochissime cose giuste da lui asserite nella vita) – è “uno stomaco che può digerire tutto!”. Infatti, essa fagocita e digerisce benissimo tutto ciò ghermisce: liturgie indifferentemente cristiane o pagane, esoterismi, occultismi, magismi, massonismi, pratiche yoghiche, zen, taoiste e orientali in genere, misticismi, afflati socialitari o “aristocraticamente” reazionari, dottrine teosofiche e antroposofiche comprese. Ma non la Via del Pensiero, non la Concentrazione, contro le quali da essa viene tentata un’azione di distruzione totale! Il benevolo lettore è pregato di credere che chi fa queste affermazioni sa bene quel che dice, e potrebbe agevolmente documentare ogni affermazione che scrive.

Contro la Via del Pensiero – all’interno della “cittadella” – è stato tentato di tutto: dagli attacchi rozzamente brutali a quelli – more jesuitico – più abilmente insinuanti, raffinatamente edulcorati o stucchevolmente sentimentali. Per esempio, ai giovani praticanti della mia città, fu detto per attaccare la centralità della Via del Pensiero e distoglierli dall’intensa ascesi individuale della Concentrazione, alla quale essi venivano instancabilmente incitati da chi aveva ricevuto da Massimo Scaligero la grave responsabilità di orientarli: «Nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa, e si vede! Dovete stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male! La via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo!», e via di questa solfa! E, al contempo, fu messo in atto un feroce attacco al Rito – così lo chiamava Massimo Scaligero – della meditazione in comune, sia solleticando l’inutile verbosità di quanti potevano subire gli ambigui fascini di un vuoto intellettualismo vanitoso, sia con l’aperta denigrazione del silente Rito meditativo in comune, al fine di trasformare la Comunità spirituale in una sorta di “Club di Lettura e Conversazione”, e le riunioni sacrali in terapeutiche “sedute di autocoscienza”, nel socializzante  californian style, alla “Berkeley 1968”. Poiché chi aveva la responsabilità – per volontà dichiarata di Massimo Scaligero e non sua propria –  di orientare la Comunità spirituale non intendeva “adeguarsi” ad essere “telediretto” e combatteva con ogni sua forza tali “spiritosi”, e niente affatto spirituali, “sviluppi creativi” ed ambigue “sperimentazioni”, nei suoi confronti venne, e viene tuttora attuata, nel peggiore stile politico – alla faccia della predicata morbida “via dell’anima”, della “autotrasfomazione nell’anima dell’altro”, della “compassionevole misericordia”, e di altre “cristianissime” edificanti virtù, alle quali in maniera martellante venivano e vengono esortate le fidenti “anime belle” – una strategia di brutalità morale fatta di ingiurie, minacce, aggressioni, ostracismo, denigrazione, calunnie infamanti, isolamento dalle amicizie, ed intrighi di ogni genere, che nel tempo portarono alla distruzione quasi completa della suddetta Comunità spirituale. Tale completa distruzione fu poi scongiurata – per benevola nostra fortuna, ac dis bene juvantibus –  solo dalla tenace fedeltà di pochi “irriducibili”, che vollero custodire e tenere acceso sull’altare sacro quel “fuoco di Vesta”, che è la ragion d’essere della Comunità Solare, “fuoco” che, passata la tempesta, ha permesso una ricostruzione più salda e soprattutto più rigorosa.

Il Rito della meditazione in comune fu oggetto, per anni, di ripetuti colloqui tra Massimo Scaligero e me, di lettere ch’egli mi scrisse, ed anche di alcune sintesi scritte che dette agli orientatori e ai praticanti di alcune città. Massimo Scaligero volle che nella nostra Comunità venisse attuata una certa gradualità nell’esecuzione del Rito, che nel tempo, seguendo le sue indicazioni, giunse alla sua forma più rigorosa ed elevata. Egli mi disse esplicitamente, che la forma di operatività comune che mi comunicava, era la medesima che Giovanni Colazza attuava nelle riunioni rituali della sua cerchia più interna, e che egli aveva portato come azione operativa rituale, alla fine degli anni venti, nel Gruppo di UR. Lo stesso Rudolf Steiner dette direttive precise circa il Rito della meditazione in comune a particolari cerchie di praticanti interiori, ed io ho tutte le testimonianze orali e scritte in proposito. Come ho già avuto occasione di scrivere su questo blogsed repetita iuvant – ad una persona, la quale con molta enfasi attaccava il silente e sacrale Rito della meditazione in comune, e mi faceva colpa – in totale malafede – di essermelo inventato io, affermando che quella era una forma orientale: nella fattispecie yoghica, buddhista, e addirittura essenica, e quindi da riprovare, risposi che invece quella era proprio la forma trasmessaci da Massimo Scaligero, e che lei lo sapeva bene, visto che una volta era stata presente quando egli me l’aveva trasmessa. Al che quella persona se ne uscì – come ho già avuto occasione di raccontare – con la frase: «Sì, ma allora c’era Massimo. Ora i tempi son cambiati». La cosa, conosciuta da Alfredo Rubino, discepolo tra i più fedeli di Massimo Scaligero ed energico praticante interiore, fu da questi, con feroce sarcasmo, così commentata: «Sì, facciamo come la chiesa cattolica: adeguiamoci ai tempi!».   

Giovanni Colazza, assieme a Lina Schwarz e ad Emmelina de Renzis, entrambe amiche personali di Marie Steiner, fu tra i fondatori del movimento antroposofico in Italia, e sicuramente la personalità spiritualmente più rilevante e qualificata. Partecipò ai Drammi Mistero di Rudolf Steiner a Monaco prima della prima guerra mondiale. Partecipò anche nel 1922 al Congresso Oriente-Occidente di Vienna (ho persino una sua foto a quel Congresso), nel quale Rudolf Steiner tenne, dal 1 all’11 giugno, un ciclo di 10 conferenze, di particolare importanza, aventi come tema: Polarità tra Oriente e Occidente. Giovanni Colazza fu, inoltre, il primo medico antroposofico in Italia e, sin negli ultimi anni, cercò di formare con corsi e incontri personali alcune persone qualificate, che erano suoi discepoli e al contempo medici o studenti di medicina. A tale proposito ebbi, in ripetuti colloqui, la testimonianza di cari amici come Fiorenza Berto e Amleto Scabelloni (era il cugino di Massimo Scaligero), ambedue valenti medici e risoluti praticanti interiori.

Data la sua eccezionale qualificazione interiore, Giovanni Colazza fu accolto come membro delle tre Classi della prima Scuola Esoterica del Dottore – quindi anche della II e III Classe costituenti la sezione “cultica” della Mystica Aeterna, della quale mi parlò diffusamente la mia fraterna amica Hella Wiesberger – e, questa è una comunicazione che Massimo Scaligero fece a me e ad altri amici, Colazza fu uno dei “dodici”, costituenti la cerchia “operativa” più intima di Rudolf Steiner, nonché il grado più elevato, il nono e ultimo, cui partecipavano appunto solo dodici discepoli qualificati del Dottore, della suddetta Mystica Aeterna. A metà degli anni ottanta dello scorso secolo, Hella Wiesberger volle donarmi la riproduzione di una lettera di Marie Steiner-von Sivers a Giovanni Colazza, nella quale ella gli comunicava le disposizioni di Rudolf Steiner per le riunioni “rituali” del Novalis e il mantram (in seguito i mantram divennero due, avendone Steiner comunicato un altro) da usarsi per la consacrazione delle riunioni medesime.

Nel secondo dopoguerra, egli fu incaricato dagli amici di Marie Steiner, responsabili del Nachlassverein, ossia dall’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, istituito dalla Signora Steiner per salvare l’Opera del Dottore dalle profanazioni, dalle alterazioni e dal saccheggio che operavano Albert Steffen e la sua banda, di istituire in maniera consacrata in Italia per la prima volta, la Prima Classe (l’unica che Rudolf Steiner riuscì ad istituire nel 1924, e operante dal 15 febbraio al 20 settembre dello stesso anno, mentre la seconda e la terza Classe non vennero da lui riaperte per l’inadeguatezza di molti suoi discepoli e per un grave tradimento avvenuto nell’agosto del 1924) della seconda Scuola Esoterica, cosa che Giovanni Colazza fece con estremo rigore rituale, giovandosi dell’aiuto di Massimo Scaligero nella scelta dei partecipanti. Per un dono del destino, ho avuto in eredità da Pinetta Marconi, che aveva partecipato alla Classe Esoterica sia nel 1924 con Steiner che nei primi anni cinquanta con Colazza, i mantram in tedesco che Pinetta Marconi aveva ricopiato dalla lavagna stessa ove li scriveva Steiner, e da lei tradotti per suo uso personale in italiano, ed alcuni appunti datati della sua partecipazione alle “lezioni” di Colazza. Possiedo inoltre le due traduzioni dei mantram eseguite da Colazza stesso, e la traduzione che usava lo stesso Massimo Scaligero negli incontri rituali che alcuni di noi avevamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Giovanni Colazza “lesse” la Classe Esoterica dal 1951 sino al 1953.

Massimo Scaligero mi descrisse dettagliatamente le condizioni richieste per la partecipazione alla Classe Esoterica e le modalità estremamente rigorose del suo svolgimento, così come esse vennero attuate dallo stesso Giovanni Colazza. Questi aveva stabilito che il proprio successore nella direzione della Classe avrebbe dovuto essere Massimo Scaligero e a lui avrebbero dovuti essere consegnati i relativi testi  delle “lezioni”, ma alla morte di Colazza, avvenuta improvvisamente, il 16 febbraio 1953, mentre si era recato a visitare un paziente a casa di questi, una certa persona fu incaricata di portare via dalla casa del Maestro – mediante un furto con destrezza, come lo qualificherebbero i giuristi – i testi scritti delle “lezioni di Classe”, in modo che questi non venissero consegnati, come da stabilito da Colazza, a Massimo Scaligero. Fatti simili, ossia l’audace prodezza di compiere tali furti con destrezza, assieme ad altre cristianissime e virtuose “piacevolezze” – e anche più numerosi, ma soprattutto ben più gravi – sono avvenuti subito dopo la morte di Massimo Scaligero e, in maniera continuativa, sino ad anni recentissimi.

Negli anni 1927, 1928 e 1929, Giovanni Colazza partecipò al Gruppo di UR, fondato per iniziativa del pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini, il quale dopo l’esperienza delle riviste Atanòr e Ignis, a causa delle persecuzioni cui era sottoposto si vide costretto ad affidarne la direzione al giovane Julius Evola, che diresse la rivista UR secondo molto discutibili criteri personali, causando non poche difficoltà ed aspri dissensi, provocando in tal modo la fine dell’esperienza di UR. Dietro la suddetta rivista, si celava un gruppo operativo con incontri rituali ai quali partecipò Colazza,  che in quelle riunioni apportava una decisiva forza spirituale capace di animare già con la sua sola presenza – come testimoniò lo stesso Evola, che pure era acerrimo avversario di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia – la “catena magica” di tale gruppo operativo. Fu proprio la modalità rituale di UR quella che Massimo Scaligero mi disse che Giovanni Colazza adoperava nella sua cerchia interna, e che volle descrivermi e trasmettermi.

Sulla rivista, che portava il titolo di UR – INTRODUZIONE ALLA MAGIA QUALE SCIENZA DELL’IO, scrissero personalità del mondo esoterico di varia provenienza, le quali si celavano sotto vari eteronimi. Tra queste, quelle che qui particolarmente ci interessano sono quelle che avevano accolto il messaggio spirituale di Rudolf Steiner, ossia il duca Giovanni Colonna di Cesarò-Krur e Breno (e non Arvo, come scrive erratamente l’evoliano Renato Del Ponte), i poeti Arturo Onofri-Oso, Girolamo Comi-Gic, Nicola Moscardelli-Sirio, e lo stesso Giovanni Colazza, che assunse l’eteronimo di Leo, forse ispirandosi al proprio segno zodiacale. Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, pp. 81-82, così rievoca la loro partecipazione alla prestigiosa rivista: «… nella prima edizione di UR («Introduzione alla magia quale Scienza dell’Io») la figura di Steiner era stata presentata con qualche fedeltà alla sua grandezza: vari brani che si riferivano a un tale apprezzamento dovevano venir tolti nelle edizioni successive e parimenti modificate parti degli articoli di collaboratori dello Steiner: in sostanza i massimi calibri di UR: Leo, Oso, Krur, ecc.».

A proposito dell’azione spirituale di Giovanni Colazza nella prima Scuola Esoterica e in Ur, è necessario ristabilire la verità – la quale deve essere sempre onorata – e correggere alcune affermazioni che appaiono nella Prefazione che l’anonimo editore antepone alla pubblicazione del libro Dell’Iniziazione, Tilopa, Roma 1992, che riunisce l’elaborazione, peraltro molto personale e “creativa”, com’è suo mal vezzo, ch’egli fa del ciclo di 14 conferenze che Giovanni Colazza tenne al  Gruppo Novalis, dal 4 gennaio al 12 aprile 1945, sul libro l’Iniziazione – Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner.

A p. 8 della suddetta Prefazione dell’editore, leggiamo: «Dopo la fine del primo conflitto mondiale, almeno una volta l’anno, G. Colazza si recava a Dornach per visitare il dottor Steiner, cui riferiva di se stesso e del lavoro spirituale presso il Gruppo Novalis da Lui presieduto, e frequentato, fra le numerose e notevoli personalità, da Emmelina de Renzis, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, ecc. nel 1922, Colazza tenne in Roma una serie di incontri riservati intorno ai “Quaderni Esoterici” di Rudolf Steiner».

Quel che scrive l’editore nella sua Prefazione contiene una serie di non verità. In parte esse sono frutto di mera ignoranza, sans arrière pensée, sia da parte sua sia da parte della sua fonte informatrice. In parte, tuttavia, tali non verità dipendono anche da una volontà di épater le bourgeois e di impressionare le pigre anime credule, affabulando poeticamente, e talvolta inventando nomi ed eventi di sana pianta, contando sul fatto che nessuno, dopo quasi un secolo, sarebbe andato a controllare la veridicità di tali affabulanti affermazioni. Ma è stato da parte sua un grave errore, perché vi è sempre qualche lupaccio curioso, rompiscatole e ostinato il quale, invece di “farsi i fattacci suoi”, ha l’improvvida idea di andare a verificare le affermazioni che non gli tornano. Se poi il lupaccio cattivissimo ha il difetto di appassionarsi alla storia dei movimenti spirituali ed iniziatici, di ricercarne i documenti accessibili, meditandovi sopra – parola per parola – per anni, e a volte per decenni, ci si può trovare di fronte a scoperte “scomode” e a situazioni decisamente spiacevoli. Ma procediamo con ordine.

È falso che la baronessa Emmelina de Renzis, sorella dell’ex-Presidente del Consiglio, Giorgio Sidney Sonnino, e suo figlio, il duca Giovanni Colonna di Cesarò, appartenessero al Gruppo Novalis e ne frequentassero le riunioni. Tra i documenti in mio possesso, essi non risultano in nessuna delle varie liste dei membri del Novalis di quegli anni, né di quelli successivi. Una delle liste dei membri è autografa della baronessa Olga de Grünewaldt (così esattamente si firmava), l’amica di Marie Steiner e di Massimo Scaligero. Altri documenti autografi sono firmati direttamente da Giovanni Colazza. La baronessa de Renzis e il duca Colonna di Cesarò avevano un loro gruppo antroposofico a Roma, il Pico della Mirandola, o Roma II, di formazione più recente, che si riunì dapprima in Via Gregoriana 5 e poi in Via Po 9, mentre a quell’epoca il Novalis, o Roma I, più antico, si riuniva in Corso Italia 6, passando in seguito alla storica sede di Via Tevere. Per varie ragioni, che non riguardano il presente articolo, i due gruppi non si frequentavano. Solo dopo la morte della baronessa de Renzis, avvenuta nel 1944, il Gruppo Pico della Mirandola si sciolse e i suoi membri confluirono per la maggior parte nel Novalis, diretto da Giovanni Colazza.

È altresì falso che Giovanni Colazza abbia tenuto una serie di incontri riservati sui cosiddetti “Quaderni Esoterici”, per il semplice fatto che, a quell’epoca, tali “Quaderni” non esistevano affatto. La fonte informatrice del nostro solerte editore evidentemente o non “ricordava” bene o più probabilmente affabulava. I tre “Quaderni Esoterici” vennero raccolti, solo alcuni decenni più tardi, da Marie Steiner, la quale si assunse la coraggiosa responsabilità di renderli pubblici, proprio per salvare il movimento spirituale antroposofico dalla degenerazione parossistica della Società Antroposofica, divenuta un centro di potere di Albert Steffen e dei suoi complici e manutengoli, i quali tutti perpetravano i peggiori tradimenti e misfatti. La pubblicazione dei tre “Quaderni Esoterici”, apparsa in tedesco col titolo Aus den Inhalten der esoterischen Schule, ossia “Dai contenuti della Scuola Esoterica”, avvenne in successione: il primo “Quaderno” nel 1947, il secondo nel 1948, mentre il terzo apparve dopo la morte di Marie Steiner, nel 1949, pubblicazione che suscitò la reazione rabbiosa e imbecille degli antroposofi, oramai ammalati di “steffenite acuta”. Di tali “Quaderni Esoterici”, nella traduzione compiuta da Mario Viezzoli, ho una copia dattiloscritta con appunti e correzioni di mano di Massimo Scaligero. Nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica vi era un rapporto personale tra Rudolf Steiner e i discepoli ch’egli accoglieva nella medesima. I discepoli della Scuola ricevevano dal Dottore esercizi individuali e mantram, che dovevano rimanere personali e gelosamente custoditi. Oltre a questo rapporto personale, vi era un’opera d’insegnamento da parte di Rudolf Steiner in quelle che venivano chiamate esoterische Stunden, ossia “ore esoteriche”, e quindi ore sacre, nelle quali egli trasmetteva – sotto la responsabilità dei Maestri invisibili, come egli stesso più volte apertamente dichiarò, e non sotto la propria – un insegnamento in una atmosfera di forza spirituale di particolare intensità. Durante quelle riunioni rituali, ai partecipanti era severamente vietato prendere appunti, tuttavia essi erano liberi di trascrivere a casa, per esclusivo uso personale, quanto ricordavano col divieto  esplicito di trasmetterlo ad altri, fossero pure essi altri membri della Scuola. Ma solo Rudolf Steiner teneva queste riunioni, ore esoteriche o lezioni di classe: al di fuori di queste riunioni sacrali tenute dal Dottore, non vi erano riunioni comuni dei discepoli della prima Scuola Esoterica, ma solo e unicamente silenzioso lavoro ascetico individuale. Nelle 15000 pagine di documenti editi e inediti della Scuola Esoterica, che mi sono state donati, lettere dei discepoli al Maestro comprese, non si parla mai di riunioni comuni non in presenza di Rudolf Steiner. Di queste cose ebbi numerose occasioni di parlare con Hella Wiesberger, la quale fu colei che non solo pubblicò la versione più completa di tali Quaderni Esoterici, ma fu altresì colei che con amore e competenza curò e pubblicò, per esplicita volontà di Marie Steiner, l’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Hella volle donarmi – con un gesto di grande fiducia e generosità – tutto il materiale, edito e inedito, della Scuola. Le regole vigenti nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner erano molto cogenti e non è punto verosimile né credibile che Giovanni Colazza potesse o volesse violarle. Tanto più ch’egli poteva benissimo organizzare una cerchia di persone dedite alla pratica interiore individuale e comune senza violare le regole della Scuola.

Sempre alle pp. 7-8 della sua Prefazione l’anonimo editore scrive che: «Fu proprio Marie Von [sic] Sivers a presentare Giovanni Colazza a Rudolf Steiner, il quale secondo la testimonianza della baronessa de Grünewald, sarebbe tornato in Italia nel 1911 – dopo le precedenti visite del 1909 e 1910 – espressamente «a conoscere il dottor Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”». Rapidamente Colazza divenne discepolo del dottor Steiner, che lo pose alla direzione del Movimento Antroposofico in Italia, dopo la fondazione del Gruppo Novalis nel 1913. Il Gruppo Novalis fu, per altro, il primo gruppo antroposofico in Italia».

In realtà, Rudolf Steiner venne in Italia una prima volta già nel 1907, anno in cui fece un viaggio a Venezia con Marie Steiner, poi tornò nel 1908, nel 1909, nel 1910, ed un’ultima volta nel 1911.

È falso che Colazza abbia incontrato Rudolf Steiner solo nel 1911, giacché la sua conoscenza personale col Dottore risale ad un paio di anni prima, come risulta anche dalle testimonianze di alcuni discepoli non italiani, come l’inglese Harry Collison, il quale aveva abbandonato a Londra la carriera forense per venire a studiare pittura a Roma e che fu grande amico di Colazza, e con lui partecipò alle conferenze che il Dottore, ospite della Principessa Angelica, svolse a Palazzo del Drago, divenendo poi il traduttore e l’editore, fedele editore nel suo caso, delle opere di Rudolf Steiner in Inghilterra. Così come non è corrispondente ai fatti che la fondazione del Gruppo Novalis sia avvenuta nel solo 1913, né risulta che: «Il Gruppo Novalis di Roma fu, peraltro, il primo gruppo antroposofico in Italia», perché vi erano già gruppi in Italia – allora si chiamavano «logge teosofiche» – per es. il “Leonardo da Vinci” fondato e diretto a Milano da Charlotte Ferreri e Ludwig Lindemann (il quale fondò pure un piccolo gruppo a Palermo, ove Steiner tenne una conferenza pubblica ed una riservata): gruppo che nel 1913 si separò dalla Società Teosofica, come fece pure il Gruppo Novalis, per aderire alla Società Antroposofica di Steiner. Inoltre, io ho una lettera di Mario Viezzoli, spedita da Roma l’8 dicembre 1947, e indirizzata alla Segreteria della Società Antroposofica Universale, nella quale egli dichiara esplicitamente che: «Il Gruppo Novalis venne fondato il 1° giugno 1910 ed in Italia è quello numericamente più rappresentato. La sua attività procede in maniera incessante. […] Già nell’anno 1909 il Dr. Rudolf Steiner fu veneratissimo ospite degli antroposofi a Roma, ove Egli tenne alcune conferenze a Palazzo Del Drago. Durante la guerra gli studi antroposofici vennero proseguiti con la massima alacrità in amichevoli cerchie familiari. Con soddisfazione durante il periodo bellico vennero accolti addirittura diversi nuovi membri. Il Gruppo Novalis come tale non si sciolse mai, malgrado i tempi difficili, e come vivente entità spirituale fiorì per la amorevole intelligente dedizione dei membri esperti più anziani, sostenuti dall’entusiasmo degli amici giovani. […] Appena lo scenario di guerra si spostò verso il Nord, il Gruppo Novalis proseguì il lavoro spirituale in maniera ancora più intensa. Il dott. Colazza tenne conferenze di carattere introduttivo, alle quali seguì l’esegesi del libro “L’Iniziazione”; indi su “Una Via alla conoscenza di se stesso”, “Le massime antroposofiche” e le “Lettere ai membri” di R. Steiner».

Inoltre, è falso che il Gruppo Novalis sia stato fondato nel 1913, anche perché la lettera di Marie Steiner a Colazza, relativa alle riunioni del Gruppo medesimo, è datata 1910 e, con quella lettera donatami da Hella Wiesberger, mi venne data pure la riproduzione della trascrizione autografa di Colazza della versione in italiano del mantram dato dal Dottore per le riunioni del Novalis, trascrizione anch’essa datata 1910.

L’anonimo editore, sempre nella citata Prefazione, a p. 11, afferma: «In merito alla partecipazione alla rivista UR, M. Scaligero ci precisò, in un colloquio personale, che il dottor Colazza non era in realtà l’estensore degli articoli firmati col suo pseudonimo. Egli infatti si limitava ad illustrare gli argomenti al direttore della Rivista, il quale provvedeva poi a redigerli per iscritto».  

Ciò è, una volta di più, rigorosamente falso. Che l’Evola possa – forse – aver funto da “scriba”, non significa ch’egli abbia redatto la stesura degli scritti eventualmente dettati – forse – da Giovanni Colazza. Del resto chi conosce il modo di parlare di Giovanni Colazza, vede bene che sua è ogni idea, sua è ogni parola, suo è il periodare, suo il modo di fare gli esempi, sua la grammatica, sua la sintassi, suo il lessico, insomma suo tutto lo stile. Mentre estremamente diverso è lo stile, riconoscibilissimo, di Evola. Se è vero che Evola ha agito – in maniera scorretta – nei confronti di altri partecipanti del Gruppo di UR, “tagliando e cucendo”, a suo libito, i loro articoli – e questa fu la causa della “rottura” della concordia del Gruppo – non si sarebbe mai azzardato a farlo nei confronti di Colazza (almeno non finché Colazza fu in vita ), di fronte al quale – come mi è stato molte volte testimoniato – «tremava come una foglia, e si comportava come un cagnolino scodinzolante». Personalmente, ho avuto la concorde testimonianza di Amleto Scabelloni, di Romolo Benvenuti, entrambi discepoli diretti di Giovanni Colazza, e soprattutto di Massimo Scaligero, i quali tutti mi confermarono, categoricamente e più volte, che tali scritti erano integralmente di Giovanni Colazza. Ergo, non vedo proprio il motivo per cui dovrei credere alla parola dell’anonimo editore. Egli non se ne dolga, ma ubi maior… Del resto – e se fossi nei panni del nostro affabulante editore ci mediterei a lungo – è curioso come la parola latina fabula volta nella lingua di Dante, e debitamente anagrammata, divenga bufala!

Ritornando alla commemorazione che Mario Viezzoli volle tributare a Giovanni Colazza il 13 marzo 1953, meno di un mese dalla sua scomparsa, a Roma, colpiscono le parole: «Per chi avesse una certa sensibilità, nel suo modo di star ad ascoltare il prossimo si manifestava la Sua grande maturità, il Suo livello spirituale, oltre che la Sua esperienza del mondo. Poteva capitare, per esempio, che andasse da Lui per consiglio una persona piuttosto agitata, che gli esponeva in modo disordinato i casi suoi, e che, di fronte a tutto quel parlare precipitato, Egli se ne stesse quasi del tutto in silenzio. Dopo che l’interlocutore aveva finito il colloquio, se ne andava più tranquillo e, grazie al lavoro tutto interiore fatto dal Dr. Colazza nel “silenzio attivo”, sentisse poi affiorare dalla coscienza quelle risposte che prima, per il suo stato di agitazione, non avrebbe potuto accogliere. Nel dicembre 1944 il Dr. Colazza tenne una conferenza pubblica, con successivo dibattito, nella sala Capizzucchi in Roma, dal titolo “Antroposofia”. Il nostro Amico si presentò in sala con la febbre oltre 39° e dolorante per la riaccensione di una sinusite nella zona frontale. Parlando senza appunti, fece ugualmente un’esposizione che era un capolavoro di chiarezza e di eleganza. Aveva appena finito, che subito scattò veemente a contraddirlo un giovanissimo professore di filosofia. Il tono del contraddittorio era, più che aggressivo, villano; il contenuto delle sue obiezioni consisteva nella pretesa di voler dimostrare come l’Antroposofia fosse nient’altro che una miscellanea arbitraria di tante correnti filosofiche, principali e secondarie. Stanco e sofferente, dopo un’ora di esposizione tenuta ad alto livello, che cosa fece il Dr. Colazza? Umile, calmo, sereno, si limitò a guardare in silenzio il suo aggressore animico. Questi di fronte a tanta superiorità, indignatissimo, con gesto doppiamente villano, si alzò furioso e lasciò frettolosamente la sala. La mattina dopo, però, si precipitava a chiedere scusa al Dr. Colazza! Anche quella volta, pur in condizioni difficili, il “silenzio attivo” aveva prodotto la sua efficacia, consentendo all’altro di oggettivarsi».

La conferenza che Giovanni Colazza tenne a Roma, il 10 dicembre 1944, alla Sala Capizzucchi e alla quale intervenne, con la sua intellettuale e villana albagìa, il non nominato Prof. Porfirio, è quella che fu pubblicata su questo blog, il 5 gennaio 2014. Tale conferenza di Colazza mi venne donata, oltre quarant’anni fa, da un anziano suo discepolo, il quale partecipò personalmente a quella conferenza pubblica del Maestro, nonché a molte altre, e più volte, nei lunghi anni della nostra amicizia, ebbe modo di rievocarla, descrivendomi l’evento. L’ascoltare le rievocazioni che amici più anziani di me mi donavano con le loro vivaci descrizioni, ha sempre prodotto su me uno stato interiore veramente particolare, estremamente lontano da qualsiasi altra sensazione da me conosciuta. Sensazione che si accentuava ancor più allorché era Massimo Scaligero a rievocare, con la sua magica parola, la figura umana e spirituale di Giovanni Colazza. Mi colpiva come Colazza venisse da lui più volte paragonato ad un adamantino Patriarca Chan o Zen, e credo – ma questo è solo un mio pensiero, frutto di una mia personale impressione – che, sia pure per enigmatici accenni, alludesse a un di lui remoto passato. Qualcosa di simile emerge, per altro verso, dalla suddetta commossa e devota commemorazione che Mario Viezzoli tenne a meno di un mese dalla scomparsa del Maestro:

«Più volte il nostro Amico, come tutti coloro che si distaccano dalla mediocrità, fu oggetto di calunnie e di maldicenza. Pur sapendolo, ed anzi, proprio perché lo sapeva, aveva continuato a prodigarsi amorevolmente quale medico e quale amico per i Suoi più autentici nemici, i quali non sospettavano nemmeno che Egli sapesse la loro vergogna. Era difficile sentirlo pronunziare la parola “amore”, per il semplice fatto che Egli era diventato capace di realizzarlo nella forma più alta. A ragione si poté dire di Lui che avesse raggiunto quel grado di perfezione morale cui accenna la Bhagavad Gita con le parole: “Rinunziare al risultato delle proprie azioni”, nel senso di compiere l’azione morale e subito distaccarsene, affidandola direttamente, si può dire, come reale acquisizione del mondo morale, al ministero degli Esseri della Terza Gerarchia.

Tutto quello che possono dire gli amici che hanno avuto la ventura di conoscere e praticare il Dr. Colazza, si può riferire alle manifestazioni della Personalità, mentre ci rimane sconosciuta l’Individualità, di cui abbiamo potuto intuire qualcosa soprattutto attraverso il tono morale della Sua vita e del Suo operare. Ma chi abbia ascoltato le Sue conferenze con una più acuta sensibilità, avrà potuto rilevare il modo del tutto particolare di esporre. Prima di incominciare a parlare, se ne stava alcuni minuti seduto al podio, raccolto in silenzio che rapidamente s’imponeva a tutti i presenti. Si aveva l’impressione che in quel silenzio venisse creata una specie di barriera di protezione contro l’invadenza delle forze del mondo. Poi si alzava calmo e, dopo un’altra pausa, incominciava pianamente l’esposizione. Parlava pacato, senza mai alzare la voce ad alti toni, formando un’atmosfera di attenzione intensa. Il Suo modo di esporre e le Sue pause davano la sensazione che, di volta in volta, prima di parlare, Egli stesse in ascolto, per dare poi veste a quanto aveva udito. Si può dire che in questo si manifestasse una caratteristica della Sua Individualità e di come questa operasse attraverso la Personalità».

Parole, queste, che si collegano a quanto disse di lui Amleto Scabelloni, che poté seguirlo come discepolo dal 1944 al 1953, con immagini che ricordano quanto del Maestro diceva Massimo Scaligero: «Giovanni Colazza appartiene alla rarissima progenie di Maestri autentici capaci di assumere sul proprio anche una parte del destino terrestre, in virtù di una potenza dell’Io capace di operare mediante il silenzio o anche mediante le espressioni rivelatrici di verità, destinate a rimanere inscrivibili, fatte salve alcune eccezioni. Chi lo ha incontrato non può non ricordare le pause di silenzio, talora non brevi, che egli faceva precedere o seguire al discorso […]  Vogliamo di tali pause, non tanto parlare in relazione a certo imbarazzo di taluno che ne trasse motivo di decidere sul modo più sicuro di non volere averne esperienza alcuna in futuro. Di esse invece riteniamo giusto dire ciò che alcuni vi lessero. Questi meritavano di ricevere ciò che si rivelava dal silenzio. […] Vi fu chi vi scorse “la Pace profonda sulla quale poggiano le Gerarchie Celesti”; chi “la sussistenza sospesa nel vuoto”; chi vi riconobbe “il remoto distacco della presenza siderea”, ed altri che videro nel silenzio il simbolo “dell’Essere cinto di silenzio, come è dell’Entità-Guida dell’epoca presente”».  

Il suo esempio, la sua figura di Asceta adamantino, la sua calma, il suo coraggio, la sua fedeltà, la sua generosità, il suo Silenzio indicano il clima interiore necessario e il còmpito posto a chiunque oggi voglia esigere da se stesso la temeraria audacia di realizzare lo Spirito. Con queste immagini voglio chiudere la rievocazione della figura umana e spirituale di Giovanni Colazza, dopo nove settenni dal suo disciogliersi dall’apparire sensibile.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

DIES NATALIS SOLIS INVICTI

sole invicto

Nell’antica Roma, il 17 dicembre cominciavano i Saturnalia istituiti, come racconta Tito Livio, ad opera dei consoli A. Sempronio e M. Minucio, ed erano festeggiamenti appunto in onore dell’italico dio Saturno – che ha caratteri in parte diversi da quelli del dio Kronos-Chronos ellenico – festeggiamenti che si concludevano il 23 dicembre. E proprio il 17 Dicembre dell’anno 498 a.C., si svolse a Roma la consacrazione del Tempio di Saturno, situato nel Foro al termine della Via Sacra. Il tempio di Saturno – il più antico di Roma dopo quelli di Vesta e di Giove, e del quale ci restano sei magnifiche colonne ioniche – era ai piedi del colle del Campidoglio. In questo luogo si trovava un antichissimo altare, da collegare, secondo la tradizione romana, ben prima di quella romulea sul Palatino, alla mitica fondazione sul colle capitolino da parte di Saturno della città originaria, che da lui prese il nome di Saturnia. Tali festeggiamenti erano preceduti dalla festa del Sol Indiges, che si celebrava l’11 dicembre in onore del Sole Natio, festa di origine sabina e non latina, che era stata introdotta a Roma dal Re Tito Tazio, che regnò assieme a Romolo.

Tali festeggiamenti, che duravano sette giorni nei quali coloro che si incontravano si scambiavano il saluto augurale Io Saturnalia!, e si porgevano come doni augurali le strennae, includevano il solstitium hiemale, ossia il giorno del solstizio invernale nel quale il Sole, nel giorno più corto del ciclo annuale, ha una sorta di stasi e, per così dire, “muore” e “rinasce”. Il 21 dicembre, giorno del solstizio, erano celebrati i Divalia o Angeronalia, ovverossia le celebrazioni e i riti in onore della Diva Angerona. Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, era celebrato il Dies Natalis Solis Invicti, nel quale era celebrata la nascita, o la rinascita del Sole, ma al contempo quella del dio Mithra, che dal Sole veniva distinto, e collegato, ma, talora, addirittura ad esso identificato.

Questi erano – e sono – giorni tra i più sacri nel ciclo dell’anno, e nell’antica Roma erano giorni nei quali, lontano dagli sguardi profani, si celebravano i sacra e gli initia, ossia quelle cerimonie che nella Iniziazione aprivano ai coraggiosi, ai puri, e ai degni, il varco all’esperienza cosciente del Mondo Spirituale. Quei mysteria venivano accuratamente celati agli sguardi profani, talché mentre della religiosità ellenica molto ci è giunto, e dei vari Misteri eleusini, frigi, orfici, samotraci, isiaci, dionisiaci e simili, pur se nessuno in duemila anni mai ne tradì l’intimo segreto, qualche esteriore notizia pure ci è giunta, dei Misteri romani, invece, i più – quasi tutti – ne ignorano tuttora persin l’esistenza. Ciò fu dovuto alla cura somma e gelosa con la quale – e ben a ragione – ne venne custodito l’arcano, che fu efficacemente difeso da ogni profanazione.

Massimo Scaligero, parlando della spiritualità romana, mette in evidenza come essa fosse molto più profonda di quella ellenica. Egli fa notare come alle origini la spiritualità e la religiosità romane, contrariamente all’efflorescenza della mitologia religiosa ellenica, fossero scarne, pressoché prive d’immagini e di miti. E ciò, non per una “povertà” di contenuti, bensì per il loro derivare da una sorgente spirituale “più alta” e soprattutto “più pura”, di tipo ispirativo-intuitivo, rispetto a quella immaginativa, e immaginifica, ellenica. Di ciò erano coscienti le stesse élite spirituali e politiche della Roma repubblicana, le quali parlavano, in termini chiaramente non proprio elogiativi, della graecula fabulositas, come di qualcosa che era il segno di uno sfaldarsi della tenuta interiore e dell’integrità spirituale. Anche l’incontro dell’austero e severo costume romano con la ormai decadente accozzaglia filosofica greca destò il fastidio e la diffidenza dei Romani nei confronti di quei filosofastri scettici, che nel foro facevano sfoggio della loro vuota dialettica, dimostrando che gli uomini erano rane, che le rane erano alberi e che gli alberi erano uomini! Non era più ormai l’aurea età dei Pitagorici, di Platone e di Aristotele. E se i romani ebbero una simpatia filosofica, l’ebbero per i Pitagorici e per gli Stoici, il cui ethos consonava pienamente con l’aristocratico e austero mos maiorum, col costume della romanità più antica.

Non che da allora i tempi siano poi granché cambiati. Se lo sono, lo sono sicuramente in peggio e in pessima, ruinosa, direzione. L’intellettualismo oggi è una marea dilagante, e la dialettica – mala arte capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto, nonché di giustificare forbitamente ogni tradimento, ogni spergiuro, ed ogni menzogna – viene usata e abusata persino nelle cerchie sedicenti “spirituali” ed “esoteriche”, che dovrebbero proprio guardarsene bene, le quali, invece, come affermava Giovanni Colazza, sono sovente ridotte a congreghe di “chiacchieroni dello spirito”. Oggi sono tutti, proprio tutti – parola di Massimo Scaligero – fastidiosamente intelligentissimi e dialettici, e mai l’intelligenza discorsiva è stata così inflazionata come nella nostra epoca: oggi son tutti intelligentissimi furbastri e nessuno, quasi nessuno, è saggio. La saggezza viene dal silenzio e non dalla dialettica. Il silenzio è l’estinzione della dialettica: di ogni dialettica.   

Non per niente la Diva Angerona, preposta ai sacra, era una Dea del Silenzio sacro. Anzi, come fa notare, in UR-1928, quel paganaccio – incorreggibilissimo paganaccio – di Arturo Reghini, erano ben tre le Dee romane preposte all’Iniziazione, alle quali era sacro il silenzio. Tra queste notiamo: «la Musa Tacita di Numa (Plutarco, Numa, 8), la dea Muta di Tatius (Ovidio, Fast., II, 583), la dea Angeronia del Velabro, rappresentata con un dito sopra la bocca ed in atteggiamento silenzioso (ore obligato signatoque)».

L’italico Saturno era un dio dell’età dell’oro, e lo stesso Virgilio – il mio amato Virgilio – nella quarta Ecloga o Bucolica collega l’aureo Saturno all’età dell’oro:

Ùltima Cùmaeì | venìt iam càrminis aètas;

màgnus ab ìntegrò | saeclòrum nàscitur òrdo 

Iàm redit èt Virgò, | redeùnt Satùrnia règna,

iàm nova prògeniès | caelò demìttitur àlto.

Questi ritmici versi, tradotti nella bella lingua di Dante, ci direbbero che: «L’ultima età, cantata dalla Sibilla Cumana, ormai è giunta; novellamente nasce il grande ordine dei secoli. Torna ormai anche la Vergine, ritornano i regni di Saturno, e già una nuova stirpe scende dall’alto cielo».

Quella di cui parla il sapientissimo Virgilio, è una vera e propria trasmutazione: una trasmutazione al contempo sia macrocosmica e storica, che microcosmica e umana. In Alchìma il piombo, il pesante e opaco metallo di Saturno – il più esteriore, lontano e lento dei sette pianeti dell’antica cosmologia – è considerato “oro decaduto”, “oro lebbroso”, che deve essere riportato al suo stato originario. Il “piombo” è un decaduto “oro terrestre”, così come il Dio Saturno è un dio “caduto”, che fu prima “cacciato” dall’Olimpo, e poi si nascose nel Lazio. I Latini facevano derivare il nome Latium da latère, che ha il significato di “occultare”, “celare”, “nascondere”. Ma egli è altresì il dio dell’Età dell’Oro, che può riportare l’uomo e il mondo a tale aurea età. Ciò significa, tra l’altro, che l’oro alchemico, del quale vanno in affannosa cerca i discepoli di Hermete, è nascosto, celato, ben occultato nella terra. Per cui passare – secondo l’antico simbolismo astronomico-astrologico tolemaico – da “Saturno” alla “Terra”, è lo stesso che dire passare, ambulando ab intra, dall’esterno all’interno. E si rifletta sul fatto che nella religiosità romana Saturno, rifugiandosi e occultandosi nel Lazio, portò agli Aborigeni, a coloro che ab origine abitavano quella terra, la peritia ruris, l’agricoltura, traendo così gli umani da uno stato selvaggio di barbarie, così come altrettanto fece nell’Ellade la Dea Demetra che a Trittolemo ad Eleusi insegnò l’agricoltura, e Demetra è una Dea identica alla romana Cerere, la donatrice dei cereali.

Questa sapiente coltivazione della “terra”, di cosa ha particolarmente bisogno? Che cosa di particolarmente importante portò Saturno affinché la “terra” potesse germinare? Egli portò quel calore saturnio, quel fuoco, senza il quale la “terra” rimane “fredda” e non fa germinare il grano e le altre piante! E anche la pianta “uomo” necessita, su tutti i piani, di un tale “calore” e “fuoco”. Esiste una “agricoltura celeste”, che è capace di far sbocciare, fiorire e fruttificare la pianta umana, così come con l’Arte Regia ermetica si fa trasmutare il lento e opaco “piombo” umano nell’Oro della Sapienza.  

I sapienti Latini parlavano di una triplice cultura, che non era in quei tempi lontani quanto di narcisistico e corrotto va a giro nel mondo attuale sotto tale nome. Vi era la cultura agrorum, la coltivazione dei campi; vi era la cultura animi, ovvero la coltivazione ed educazione dell’animo umano sotto ogni aspetto; vi era, infine, la cultura o il cultus deorum, ossia la pratica di quella religio, che collega il visibile all’invisibile, l’umano al Divino. Lo stesso buon Orazio Flacco, in una sua Ode, si confessa colpevole, perché parcus deorum cultor et infrequens, ovvero: tiepido, incostante e negligente “cultor degli Dèi”, e si ripromette saviamente di cambiar rotta. E ancor oggi si parla di “uomo colto”, di “coltivar le arti o le scienze”, “coltivare odio” (malapianta questa…), “coltivare amicizie”, “coltivare sentimenti elevati”, ed infine di “culto divino”, ossia della liturgia e dei riti religiosi. Per i Latini era intuitivo poter parlare di cultura animi, o di cultura hominis, in quanto per loro homo e humanus erano parole correlate ad humus, lo strato vitale della terra. Ed anche nel racconto della Genesi, Adam, l’uomo, è tratto da adamàh, la terra rossa e vitale.

Cosmogonicamente, il mondo generato dal Logos è scaturito dall’originario “fuoco” saturnio, perché la Parola, il Verbo stesso, è “fuoco” generatore, “fuoco” che nel trascorrere successivo degli stati cosmici, sempre più “densi”, di “Saturno”, “Sole”, “Luna”, ed infine “Terra”, sempre più si volge alla manifestazione creativa, allontanandosi dall’Uno-Tutto, differenziandosi, specializzandosi – ossia, alla latina, manifestando species, apparenze diverse – e recludendosi nella frantumata, illusoria molteplicità. Nella “terra”, nella “pietra”, è celato il saturnio “fuoco” originario: vi dorme celato, ma da esso è novellamente ridestabile, pronto a divampare come brace da sotto la cenere, e a dissolvere l’esteriore apparire illusorio. Per cui dagli Ermetisti è detto: Omnia ab Uno, et in Unum omnia, cioè tutte le cose provengono dall’Uno e all’Uno esse tutte ritornano”. Ciò che dal “fuoco” è scaturito, nel “fuoco” di nuovo verrà dissolto: ma ciò che viene dissolto è l’illusorio apparire, la maya, ossia ciò che il tempo dal suo seno ha generato e che poi il tempo – come nel mito di Saturno – divora, mentre ciò che permane è ciò che è “originario”, che è ab origine, ossia l’elemento eterno.

A tale proposito, possiamo volgere il nostro meditare a due logia gnostici del Vangelo di Tommaso, che trascriviamo nella mirabile traduzione dal copto di Luigi Moraldi, ove nel primo, il n° 10, il Logos afferma: «Ho gettato fuoco sul mondo, ed ecco, lo custodisco finché divampi», mentre nel secondo, il n° 82, dice: «Colui che è vicino a me è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal Regno». Questi due logia rimandano a quanto è scritto nel Vangelo di Luca, Cap. XII, 49, «Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e come anelo che divampi!».  

Ora il Logos dichiara di esser l’Alpha e l’Omega, ossia il “principio” e la “fine”. E ciò è comprensibile perché, come nel serpente οὐροϐóρος-urobòros, la “fine” coincide col “principio”, essendovi nell’Uno, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, quel “fuoco” al contempo generatore e dissolvitore della frantumata molteplicità. Ma il Logos dichiara altresì di essere “pietra”, la “pietra” su cui tutto si fonda come solida roccia, e Paolo lo conferma scrivendo – trascrivo il latino della Vulgata di Girolamo – petra autem erat Christus. E tutta l’Alchìmia rosicruciana identifica la “pietra”, il lapis philosophorum, con il Logos.

Ora, come nella profonda tenebra del Solstizio d’inverno si occulta il Sole, per “morire e rinascere”, come nel plumbeo metallo saturnio si cela quell’oro dal quale si deve “togliere” l’oscurante “ombra”, così nella “pietra” si celano la “luce” e la “folgore”. Poiché – secondo l’aureo tema di meditazione donatoci da Massimo Scaligero – “ogni pietra ha la sua folgore”, e poiché, inoltre, – come ammoniva Basilio Valentino – occorre visitare interiora terrae per invenire, ossia trovare, quello occultum lapidem, che è veram medicinam, della quale ha urgente bisogno l’uomo caduto per trasmutarsi da bestia stupida, vigliacca e arrogante, in Angelo, è necessario operare sulla “pietra” o sul “piombo” saturnio col “fuoco”, togliere ad essi la “tenebra”, quella “ombra” oscurante, che ci rende schiavi dell’in-significante menzognero apparire.

Nei Misteri Mitriaci – tanto amati dai Romani al punto di disseminarne i mitrei dal Vallo Adriano, ai confini con celtica Scotia sin nella Mesopotamia, sulle rive dell’Eufrate e del Tigri – il 25 dicembre, nel dies natalis Solis Invicti, si festeggiava non solo la nascita, o la rinascita del Sole vincitore della profonda tenebra solstiziale, ma anche la nascita del Dio Mitra, che del Sole era amico e alleato, o che con lo stesso Sole veniva talvolta identificato. Il Dio nei suoi sacra e mysteria veniva chiamato Mithra petrogenos, ossia generato, sorgente, scaturente, in maniera fulgurea, dalla petra genetrix. Balzando fuori dalla pietra che lo ha generato, Mitra tiene in una mano un ferreo gladio e nell’altra una face accesa: dunque ferro e fuoco. Egli è, dunque, il portatore – come Michael – di una ardente spiritualità marziale, e ciò spiega il grandissimo amore che i legionari di Roma avevano per i suoi mysteria. E come non pensare – sia pure in altro, contesto apparentemente molto diverso, ma neanche poi tanto – all’audacissimo Conte di Cagliostro il quale, nel suo egiziaco Rituale, scrive: Qui agnoscit Martem, cognoscit artem, o qui agnoscit mortem, cognoscit artem : chi conosce Marte o la Morte, costui conosce l’Arte Regia. Ora il marziale gladio è di ferro – o di fiero acciaro, dicevano un tempo i Poeti: l’Acciaio dei Saggi dei Figli di Hermete – e col gladio si fa pugna e si dà la morte, o nella pugna si trova la morteL’oro venne considerato, in ogni tempo e in ogni luogo, essere il più puro e il più nobile dei metalli, al contempo indistruttibile ed eterno – al punto che gli alchimisti affermavano che era più facile “fare” l’oro che distruggerlo o “disfarlo” – in quanto è l’ultima, più “matura”,  e culminante realizzazione tra quelle che si attuano nel seno della Madre Terra o Petra Genitrix. L’oro, essendo il raggiungimento della “perfezione” – nel senso latino di perfectio e di perfectum, da perficere, e in quello greco di τέλειος-tèleios e di τελετή-teletèsimbolicamente rappresenta “sapienza”, “immortalità” e il conseguimento della “beatitudine celeste”: esattamente come nella “rigenerazione” fisica e morale, ovvero la preparazione della “pietra filosofale” e il “pentagono mistico”, della quale parlava il Conte di Cagliostro nel suo “egiziaco” sistema. Chi abbia sguardo sagace, può intendere tali simboli sub specie interioritatis, scorgendone, come direbbe Dante, “l’ascosa significazione”.  

La spiritualità mitriaca è dunque, come quella michaelita, una spiritualità pugnace, battagliera. E Massimo Scaligero, in Kundalini d’Occidente, scrive che a viva forza il discepolo espugna il pensiero puro, il che dimostra – una volta di più – come sia menzognera e ad arte fuorviante l’affermazione dell’anonimo articolista di una sedicente “scaligeropolitana” rivista romana, il quale in maniera insana e improvvida afferma essere “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica”.

Ora, chi affronta la pratica fervida, intensa, fedele della Concentrazione, chi ad essa con tutto se stesso si consacri, sa che in essa l’audace sperimentatore coraggiosamente sfida la Morte e il suo potere. Egli sa di quanto slancio, di quanto impeto, di quanta fredda determinazione, di quanta ardente consacrazione, egli deve essere capace per far risorgere nella Concentrazione il pensare cadaverico dal suo stato di morte. Egli sa che non v’è altra Via, se non quella del combattimento eroico per giungere ad aprire il varco alla travolgenza del Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore capace di dissolvere e rinnovare radicalmente l’umano. Il resto – le morbide “vie dell’anima”, gli stucchevoli mistici languori, le emozioni e i sentimentalismi delle “anime belle”, e via dicendo – è solo illusione, menzogna, vigliaccheria, consapevole o inconsapevole inganno di sé e degli altri.

Ho voluto sollevare appena un lembo sugli arcani di un’antica misteriosofia, e tuttavia qualcosa prezioso penso di averlo celato tra le righe, qualcosa che l’audace e diligente “pellegrino d’Amore”, come lo chiama il mio sempre più amato Dante, saprà ritrovare. E forse ho detto più che non lice…”. Per concludere, voglio trascrivere una traduzione un po’ più esatta di quella, veramente un po’ troppo approssimativa, che circola negli ambienti “scaligeropolitani”, del primissimo mantram che Rudolf Steiner donò nel 1906, al Solstizio d’inverno. Qui potest capere, capiat, e a tutti i nostri affezionati lettori di Ecoantroposophia auguro di tutto cuore un buon Dies Natalis Solis Invicti! 

Die Sonne schaue

Um mitternächtige Stunde.

Mit Steinen baue

Im lebenlosen Grunde.

So finde im Niedergang

Und in des Todes Nacht

Der Schöpfung neuen Anfang,

Des Morgens junge Macht.

Die Höhen laß offenbaren

Der Götter ewiges Wort,

Die Tiefen sollen bewahren

Den friedensvollen Hort.

Im Dunkel lebend

Erschaffe eine Sonne.

Im Stoffe webend

Erkenne Geistes Wonne.

***

Contempla il Sole

Nell’ora di mezzanotte.

Con pietre edifica

nel fondo senza vita.

Cerca così nel baratro

e nella notte di morte,

nuovo principio della creazione,

la giovane potenza del mattino.

Fa’ che le Altezze rivelino

l’eterna Parola degli Dèi.

Le profondità devon custodire

il tesoro colmo di pace.

Vivendo nella tenebra

crea un Sole.

Tessendo nella materia

conosci la beatitudine dello Spirito.

Rudolf Steiner

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE,
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