AMOR VERITATIS. PARTE SESTA.

Il grande – anzi grandissimo – 老子 Lao-tzu principia il suo celebre e alquanto incompreso 道德經, Tao Teh Ching, ovvero il Libro della Via e della Virtù, con parole enigmatiche che, come quelle di ʽViaʼ, 道 ʽTaoʼ, e di ʽVirtùʼ, 德  ʽTehʼ, sono state rese dai traduttori occidentali, eruditi o meno, nelle forme più diverse, talvolta persino contraddittorie tra loro. Ma gli eruditi studiosi – i savants, ovvero ʽcolor che sannoʼ, come li chiamano i nostri cugini latini d’Oltralpe, i francesi – sovente si occupano della trattazione di una materia della quale poco o nulla intendono per la loro totale mancanza di vissuta esperienza interiore, e di conseguenza i savants nel tradurre un testo così profondo ed enigmatico come quello di Lao-tzu, invece di far parlare meditativamente il testo, fanno parlare dialetticamente la loro intelligentissima testa, e vi introducono quanto deriva dal loro savoir, dal loro ʽsapereʼ, con tutti i pregiudizi, persino confessionali, con tutte le loro sin troppo soggettive ed erratiche, talvolta addirittura ridicole (come quelle psicanalitiche, nella fattispecie), ʽinterpretazioniʼ, per cui è proprio il caso di chiedere, in maniera toscanamente dissacrante, come faceva il caro zio Arturo, mais quʼest ce que savent les savants? Ovvero: ma, poi, tutti questi intelligentissimi ed eruditissimi savants, tutti questi idiots savants, questi ʽsapienti idiotiʼ, come li chiamano, piuttosto acidamente, sempre i nostri cloridici cugini d’Oltralpe, affetti da quella che Massimo Scaligero chiamava ʽintelligentissima stupiditàʼ, davvero, che cosa ʽsannoʼ, che cosa ʽconosconoʼ, o che cosa, soprattutto, credono di ʽconoscereʼ? Sicuramente – come causticamente rilevava sempre il caro zio Arturo – in questo genere di ʽconoscenzeʼ, val meglio – molto meglio«sapere di non sapere, che credere, illudendosi di sapere», e aggiungeva che le ʽcredenzeʼ stanno benissimo in cucina, luogo loro deputato, con i piatti, le pentole, le posate, i bicchieri, e i barattoli di marmellata.

Massimo Scaligero, che lʼopera di Lao-tzu e il Taoismo conosceva ed amava profondamente, traduceva il primo verso dellʼaurea opera del Maestro cinese, 道可道非常道, tao kʼo tao fei chʼang tao, così: «La Via Vera, il Tao, non la via di cui si può parlare, non è la via ordinaria», e metteva in evidenza come la ʽVia del Cieloʼ, appunto, «non sia la via ordinaria».

Ma se la ʽVia del Cieloʼ non è quella ordinaria – direbbe il prode Jacques II de Chabannes, detto Jacques de La Palice o de La Palisse, signore, appunto, di La Palisse, e Maresciallo di Francia, che perse la sua ancor giovane, ardimentosa, vita, il 24 febbraio 1525, sotto le mura di Pavia – non può davvero essere altro che una ʽViaʼ tale da poter esser detta solo ʽstraordinariaʼ. Verità, questa, oserei dire, lapalissiana! Ora, la ʽVia del Cieloʼ non è altro che la ʽViaʼ del Mondo Spirituale, ossia la ʽViaʼ dellʼAssoluto, la ʽViaʼ dellʼIncondizionato, che come tale non subisce, né tampoco può mai subire, i limiti e i condizionamenti del miserabile, intelligentissimo, intelletto umano. La parte, il frammento, non può mai veramente mai – prevaricare sullʼUno-Tutto, ed è cosa stupidissima il solo pensarlo. Questo volersi imporre, prevaricando, sullʼUno-Tutto, sullʼUno Unissimo, è frutto di sciocca arroganza e di profonda ignoranza, ed è al contempo un esiziale errore di pensiero, nonché un atto di ὕβρις, hýbris, di quella ʽinsolenzaʼ, di quella ʽsuperbiaʼ, di quella ʽtracotanzaʼ, di quella ʽprevaricazioneʼ, che sono i frutti  guasti e tossici di un orgoglio, di una ambizione, di una arroganza, di un eccesso, di una violenza, di un accecamento spirituale – la avidyâ della sapienza indiana – che impedisce all’uomo di conoscere se stesso, di conoscere i propri limiti, limiti che pure è chiamato a superare proprio mediante conoscenza, ossia essi sono frutti avvelenati contro i quali ci mette in guardia Rudolf Steiner, il Maestro dei Nuovi Tempi, con parole che andrebbero spesso, e a lungo, meditate dai sovente troppo spensierati discepoli della Scienza dello Spirito. Egli mostra come la parte e il frammento possano e debbano trovare lʼarmonia con e nellʼUno-Tutto, e come lʼindividuale possa e debba riconoscersi nellʼUniversale, nonché coraggiosamente ritrovareUniversale in se stesso. Infatti così leggiamo, in una traduzione fatta dall’ottima Iva Levi Bachi, traduzione ed edizione che preferisco rispetto ad altre, di Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, GA-9, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp. 147-148:

«Gli si apre così la possibilità di non seguire più soltanto le imprevedibili influenze del mondo sensibile, che spingono la sua volontà ora nellʼuna ora nellʼaltra direzione. Mediante la conoscenza egli ha contemplato lʼessenza eterna delle cose. Mercè la trasformazione del suo mondo interiore ha in sé la facoltà di percepire quellʼessenza eterna. Per chi cerca la conoscenza, assumono inoltre unʼimportanza speciale i seguenti pensieri. Quando egli trae il motivo dell’azione da se stesso, sa di trarlo dallʼessenza eterna delle cose, perché le cose esprimono tale loro essenza in lui. Egli agisce quindi nel senso dellʼordine eterno del mondo quando trae dall’eterno che vive in lui la direzione da imprimere allʼazione. Egli sa così di non essere più soltanto condotto dalle cose, ma di condurle egli stesso secondo le leggi ad esse inerenti, quelle stesse che sono divenute leggi del proprio essere.

Questʼagire partendo dallʼinteriorità può essere soltanto un ideale a cui si aspira. Il raggiungimento di questa mèta è assai lontano. Ma chi cerca la conoscenza deve voler vedere chiaramente questa via. Questa è la sua volontà di libertà, poiché la libertà è agire partendo da se stessi, ed è lecito agire partendo da se stesso solo a chi derivi i moventi dallʼeterno. Chi si comporta altrimenti agisce per motivi diversi da quelli inerenti alle cose. Si oppone allʼordine universale, e da questo dovrà essere vinto. In altri termini, ciò che egli prescrive alla propria volontà non potrà da ultimo attuarsi. Egli non può divenir libero. L’arbitrio del singolo essere si annulla attraverso gli effetti delle sue azioni».

Questa idea della connessione del singolo con lʼUno-Tutto, con lʼUno Unissimo, fu espressa da Rudolf Steiner in un suo breve scritto giovanile, databile presumibilmente attorno allʼanno 1886 o al 1888, dal titolo Credo. Der Einzelne und das All, ossia Credo. Il Singolo e il Tutto. Si tratta di tre fogli manoscritti, ritrovati nell’Archivio di Rudolf Steiner soltanto nel 1944, e pubblicati per la prima volta da Marie Steiner sul settimanale Das Goetheanum nel n° 52 del 24 dicembre 1944, ed ora presenti in Wahrspruchworte, GA-40, Rudolf Steiner Verlag, 1998, pp. 14-17. In questo breve scritto, risalente probabilmente al periodo viennese di Rudolf Steiner, allorché egli lavorava sul componimento poetico in prosa di Goethe sulla Natura, sono espresse, in un linguaggio filosofico – ma dovrei, forse, dire ʽfilosofaleʼ – di tipo idealistico, idee affini a quelle che si ritrovano in Goethe, in Hegel, in Schelling, in Lessing, in Spinoza, ma non solo in loro, e non solo in Occidente, circa lʼantica idea ellenica dello Ἕν καὶ Πᾶν, Hen kài Pan, dellʼUno-Tutto. La stessa, stessissima, idea è alla base di tutta la Filosofia Ermetica, nonché di tutta lʼautentica Alchìmia. Non soddisfacendomi troppo la traduzione pubblicata in Italia a suo tempo, prima nella rivista Antroposofia, poi in un volumetto della milanese Editrice Antroposofica, preferisco ritradurne alcuni brani:

«Il mondo delle idee è la sorgente e il principio di tutto lʼessere. In esso è infinita armonia e beata pace. Un essere che non venisse illuminato dalla sua luce, sarebbe una cosa morta, senza senso, esclusa dalla vita del Tutto. Sullʼalbero della creazione dellʼUniverso ha valore solo ciò che deriva la propria esistenza dallʼidea. Lʼidea è lo Spirito completo e chiaro in se stesso, sufficiente per se stesso, ed è se stesso. Il singolo deve guardare e riconoscere in sé lo Spirito, altrimenti si stacca e cade da quellʼalbero come una foglia secca, ed è come se fosse vissuto invano.
Quando lʼuomo si sveglia a piena coscienza, sente e riconosce se stesso come una cosa singola. Ma a tale grado della sua vita interiore, percepisce insita in sé la nostalgia dellʼidea. Questa nostalgia lo spinge a superare il suo stato dʼisolamento e dar vita allo Spirito in sé, e a divenire conforme alla realtà dello Spirito. Lʼuomo cioè si sente spinto a spogliarsi di ogni forma di egoismo che fa di lui un essere particolare, isolato in se stesso, in quanto è lʼegoismo che ottenebra la luce dello Spirito. Tutto ciò che sorge in lui da istinto, brama, passione, è solo frutto di questo egoismo. Lʼuomo deve perciò uccidere ed estinguere in sé questa volontà egoistica, per volere unicamente ciò che lo Spirito e lʼidea vogliono in lui.
«Abbandona quel che vive in te come espressione personale, e segui la voce dellʼidea in te, perché essa sola è divina».
Quello che si vuole come singolo non è che un punto senza importanza alla periferia del mondo, destinato a scomparire nella corrente del tempo. Quello che si vuole «nello Spirito» è nel centro, perché è lì che si accende per lʼuomo la luce centrale dellʼUniverso: e una tale azione non soggiace al tempo. Se si agisce come singolo, si cessa di essere un anello nella catena dellʼazione cosmica; ci si esclude. Se si agisce in Spirito, si partecipa con la propria vita allʼazione cosmica. La morte di quanto è congiunto col nostro sé inferiore è la base di una vita superiore. Giacché chi fa morire in sé il proprio egoismo, costui vive un Essere eterno. Noi siamo immortali nella misura in cui facciamo morire in noi il nostro sé inferiore. Questo è il senso dellʼantico detto:
«Chi non muore prima di morire, andrà in rovina dopo la morte».

Questʼultimo detto, che nel testo tedesco riportato da Rudolf Steiner, suona: «Wer nicht stirbt, bevor er stirbt, der verdirbt, wenn er stirbt», risale al mistico slesiano Angelo Silesio, ma si ritrova, prima di lui, in forma appena lievemente diversa, in un altro mistico tedesco, Jakob Böhme, nella sua Theosophia Revelata oder Alle göttlichen Schriften, Neudruck in 11 Bänden, hrsg. von A. Faust 1942, ove così suona : «Wer nicht stirbt, eh’ er stirbt, der verdirbt, wenn er stirbt», di assolutamente identico significato. Ma il motto è di sicura ispirazione rosicruciana, ed il suo contenuto ha unʼorigine misterica apertamente dichiarata in Platone e Plutarco. Si tratta di quella ʽmors mysticaʼ, di quella ʽmors philosophorumʼ della quale tanto parlano i Fedeli dʼAmore, Dante Alighieri, primo fra tutti, nella Vita Nova, e della quale parlano altresì mistici medievali come Riccardo di San Vittore, Meister Eckhart, e come loro molti altri. Ed è il risultato di quella platonica, plotiniana, bruniana e campanelliana ʽprattica dell’estasi filosoficaʼ, nella quale si apprende e si sperimenta l’ermetica Arte del ʽmorire prima di morire senza morireʼ.

Rudolf Steiner, nellʼunico punto della sua immensa opera ove egli parla del Conte di Cagliostro, nelle sue ʽesoterische Stundenʼ, ossia nelle cosiddette ʽlezioni della prima Classe della prima Scuola Esotericaʼ, da lui istituita nel 1904 e poi chiusa nel 1914, e da lui riaperta nel 1924 nella sola prima Classe, ossia in Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica di misteri dellʼevoluzione passata e futura dellʼuomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, 1982, 1991, nella sezione intitolata Wesen und Aufgabe der Freimaurerei vom Gesichtspunkt der Geisteswissenschaft, Essenza e compito della Frammassoneria dal punto di vista della Scienza dello Spirito, e precisamente nella terza ʽlezione esotericaʼ di quella sezione, tenuta a Berlino, il 16 dicembre 1904, parla come scopo ed essenza della ʽegiziacaʼ Via ermetico-rosicruciana del Conte di Cagliostro fosse appunto il superamento della ʽprova della morteʼ, simbolicamente – quanto al contempo affatto realisticamente – raffigurata dalla realizzazione della ʽpietra filosofaleʼ.

Infatti, nel Rituale del Conte di Cagliostro troviamo una frase rivelatrice: «Qui agnoscit mortem, cognoscit artem», significante il fatto che unicamente chi conosca la ʽmorte misticaʼ o la ʽmorte filosofaleʼ, conosce veramente ancheArte Ermetica della trasformazione, della trasfigurazione, o della trasmutazione, di un uomo mortale in un dio immortale. Il poeta Novalis così descrive il potere trasmutativo della Morte in Fragmente. Erste, vollständig geordnete Ausgabe hg. von Ernst Kamnitzer, Dresden 1929. Magische Philosophie:

«Wenn ein Geist stirbt, wird er Mensch. Wenn der Mensch stirbt, wird er Geist. Freier Tod des Geistes, freier Tod des Menschen». Il che nella lingua del nostro Dante suona: «Allorché uno spirito muore, ei diviene uomo. Allorché muore un uomo, ei diviene spirito. Libera morte dello spirito, libera morte dellʼuomo».

Questo legame tra morte – la ʽmorte misticaʼ o la ʽmorte filosofaleʼ, naturalmente – e Iniziazione, da sempre riconosciuto nelle cerchie dei Misteri, viene così mostrato poeticamente da Goethe nei versi del suo Westöstlichen Diwan, Divano occidentaleorientale, spesso citati da Rudolf Steiner, per es. in Wo und wie findet man den Geist?, Dove e come si trova lo Spirito?, GA-57, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, p. 79, ove egli riporta anche il sopra citato detto di Jakob Böhme:

«Und so lang du das nicht hast, / Dieses: Stirb und Werde! / Bist du nur ein trüber Gast / Auf der dunklen Erde», ovvero: «E finché tu non lo avrai compreso / Questo: Muori e divieni / Tu sarai soltanto un fosco ospite / sulla oscura Terra».

Questo, del resto, è sempre stato lo scopo, il fine ultimo, e il più elevato – la ʽEccelsa Mètaʼ, della quale parlava il principe Siddhartha Gautama, il Buddha Shakyamuni – dell’impresa di ogni autentico Sentiero Iniziatico. La prova delle prove è, appunto, quel «morire al mondo, al secolo, alle sue imperfezioni», quel «morire a se stessi» del quale parlava nel XVIII secolo il barone Henri Théodore de Tschoudy, amico e discepolo del rosicrucianoMassimo Scaligero hoc dixit – principe Raimondo di Sangro di San Severo. Ma questo «morire al mondo», questo «morire a se stessi», è cosa niente affatto gradita al miserabile ego umano, ossia a quellʼente poco consapevole di sé, che di regola si identifica ad una natura inferiore da millenni dominata e manovrata da Deità Ostacolatrici avverse allo Spirito. In uno stato di ottusa ignoranza, che gli obnubila ogni visione della Realtà, lʼego, ridotto ad uno stato di abiezione umano-animale, si identifica e si lega a tale menzognera natura inferiore mediante brama, paura e avversione. Egli, soprattutto, brama la vita – quella ch’ei, illudendosi, crede essere vita – e, di conseguenza, teme e avversa la morte. Egli, in realtà, temeestinguersi della brama, che, pure, ardendo, lo consuma, e lo teme ancor più della perdita di un determinato oggetto del suo bramare, il quale può ben continuare a sussistere sostituendo un oggetto bramato con un altro. Dunque, egli teme il morire della brama, il morire della bramosa natura inferiore alla quale ottusamente e tenacemente egli, ʽtetanicamenteʼ, si aggrappa, si avvince, si avvinghia con un doloroso crampo, e si identifica. Illuso da una potente maya, che non scorge, egli cerca la ʽvitaʼ – quella, dicevo, chʼegli crede essere ʽvitaʼ – e, invece, trova la morte, dissolvitrice di ogni illusione. In luogo di cercare ostinatamente, e stupidamente, la morte tra le braccia di quella che crede essere, e non è, ʽvitaʼ, trovando poi così inevitabilmente la morte, egli dovrebbe cercare coraggiosamente la ʽvitaʼ – una vera ʽvitaʼ, ossia una vita immortale – tra le braccia della ʽmorteʼ : di una dolcissima ʽmorte misticaʼ, di una beatrice ʽmorte filosofaleʼ, come fa Dante Alighieri, naturalmente. Sembra essere un giuoco di parole, ma – il candido lettore mi può serenamente credere – non lo è affatto. Ma, vittima comʼegli è di una maya ottundente, nel suo stato di profonda ignoranza, lʼuomo cerca bramosamente quella chʼegli crede essere ʽvitaʼ, e in questo suo ebbro cercare trova, come abbiamo visto, appunto, solo la morte. Di fronte alla possibilità di estinguere la brama,  di calpestare, senza misericordia, speranza e paura, ossia di fronte alla possibilità di far morire una riottosa natura inferiore, lʼimpaurito essere umano, posto davanti alla prova cruciale, come una bestia braccata, affannosamente cercapessima idea – la fuga, e, come dice in Ex Imo il caro zio Arturo, in tal caso in lui «l’animale si è istintivamente difeso, e per paura di morire l’uomo resta, come prima, mortale»

Detto sinteticamente, in maniera rudemente, e crudamente, spartana: «Chi cerca la vita animale, trova la morte. Chi, invece, cerca la morte filosofale, trova la vita immortale!».

Nel suo giovanile scritto – nel caso risalisse davvero al 1886, egli avrebbe avuto allora solo 25 anni – Rudolf Steiner, poi parla di come attraverso la Conoscenza, lʼArte, lʼautentica Religiosità, e lʼAmore, lʼessere umano possa e debba liberarsi, estinguendolo, del proprio egoismo, che lo rende un essere singolo, distaccato dallʼUno-Tutto, dal Tao, direbbe il sapientissimo Lao-tzu. E aggiunge che:

«Se lʼuomo, procedendo attraverso una di queste quattro sfere, esce dalla sua singolarità, arriva a vivere nella vita divina dellʼIdea, allora egli avrà raggiunto ciò che vi è in nel suo petto come nucleo del suo anelito: la sua unione con lo Spirito; e questa è la sua vera missione. Ma chi vive nello Spirito, vive libero. Poiché egli si è estirpato tutto tutto ciò che in lui è inferiore. Niente lo costringe, di ciò cui egli volentieri accetta la costrizione, giacché egli lo ha riconosciuto come ciò che vi è di più sublime.

«Fa’ che la Verità diventi vita; perdi te stesso, per ritrovarti nello Spirito del Mondo».

Da tutto ciò risalta con assoluta chiarezza come la ʽVia del Cieloʼ, la ʽViaʼ del Mondo Spirituale, come afferma Massimo Scaligero, non possa davvero essere la ʽvia ordinariaʼ, il che equivale a dire che non può affatto essere la ʽviaʼ volgare, la ʽviaʼ dei savants, degli idiots savants, degli intelligentissimi acculturati intellettuali, dei callidi machiavellici furbastri, che pensano di poter manipolare lo Spirituale per i loro scopi mondani, che poi son sempre mediocremente scopi umano-troppo umani, scopi mondani che con lo Spirituale, malgrado tutta la abilissima dialettica giustificatrice da loro messa in campo, nulla hanno davvero a che vedere: anzi ne sono il completo tradimento.

Ecco, offerti alla diligente e sagacia riflessione del volenteroso lettore, alcuni eloquenti esempi ʽstoriciʼ di una cotal stupidissima prassi, la quale – va da sé – ritiene sempre di essere particolarmente ʽintelligenteʼ, anzi, ʽintelligentissimaʼ. Negli anni venti dell’ultimo secolo del trascorso millennio, vi furono nella sveva Stoccarda, in Germania, coloro che – nella dantesca Città del Fiore li definirebbero dei gran ʽbischeriʼ, dei ʽmambrucchiʼ, dei ʽgrullerelliʼ, degli ʽscappati di casaʼ, che se li vedesse il grullaio, se li porterebbe via tutti col suo barroccio – ritenevano essere un Iniziato, un Istruttore spirituale, come Rudolf Steiner, individuo molto poco ʽpraticoʼ, ed essendo loro, invece, ovviamente ʽintelligentissimiʼ, tentarono con macchinazioni varie di ergere, alle sue spalle ovviamente, e contro il suo illuminato agire, un intelligentissimo ʽStuttgarter Systemʼ, un ʽsistema stuttgartenseʼ, ovvero di ʽStoccardaʼ – divenuto in séguito, in elvetica terra, il ʽDornacher Systemʼ, un farisaico e filisteo, sommamente ipocrita, opportunista e vigliacco, ʽsistema dornacchianoʼ – che infiniti guai e sciagure, per oltre un secolo, portarono, ed ancora portano, nel movimento antroposofico. In Italia, Giovanni Colazza, che, pure, Rudolf Steiner, sin dagli anni 1909-1910, ʽsu indicazione del Mondo Spiritualeʼ, secondo la testimonianza della baronessa Olga de Grünewaldt, amica d’infanzia di Marie Steiner e socia del romano Gruppo Novalis, a Massimo Scaligero, aveva preposto alla guida dellʼAntroposofia in Italia, fu, sì, ripetutamente oggetto delle calunniose accuse, quelle più infami e sordide, ma anche del fatto che, egli pure, fosse poco ʽpraticoʼ, ovverossia del fatto che, secondo i suoi velenosi critici, non brillasse per capacità organizzative, conciosiacosaché dopo la seconda guerra mondiale, egli venne emarginato, e ʽsostituitoʼ nella direzione della Società Antroposofica in Italia da chi, come la scialba principessa Sofia Dentice di Frasso, ʽdonna di pagliaʼ, eterodiretta dalla sua intima amica anglo-triestina Miss Dora Baker, fervida propagandista della più esiziale ʽsteffenite acutaʼ in Italia (che, nel 1979, ebbi la ventura di conoscere personalmente in quel di Dornach), era assolutamente ʽallineataʼ con le ʽintelligentissimeʼ direttive ʽipersteffenianeʼ, che giungevano da Dornach. Nella farisaica ipocrisia steffeniana, la dornacchiana e milanese dirigenza antroposofica, per far dimenticare il nome di Giovanni Colazza, giunse a retrodatare la presidenza della Società Antroposofica in Italia da parte della esimia principessa. Infatti, così leggiamo in un articolo apparso in rete, strapieno di imprecisioni storiche, a firma di Sanzia Ghislieri e Elisabetta Liechtenstein Winspeare: «Sofia rimase assai impressionata dalle idee di Steiner, tanto da diventarne una delle più appassionate adepte. Diverrà infatti presidente della Società Antroposofica italiana, carica che manterrà per ben quarantasette anni coadiuvata da Dora Baker la quale, oltre ad esserle preziosa collaboratrice, diverrà anche la sua più intima amica». Una cotale piuttosto avventata affermazione viene clamorosamente smentita, per i suoi vari anacronismi, dal calendario, in quanto solo dopo la seconda guerra mondiale la principessa Sofia Dentice del Frasso venne riconosciuta dal Vorstand, dalla sempre più iperinsteffenita Direzione del Goetheanum, livida avversaria e cinica persecutrice di Marie Steiner, come presidente della Società Antroposofica in Italia. Del resto lei stessa non visse che pochissimo tempo in Italia, dimorando perlopiù a Vienna o a Klagenfurt in Austria, o a Dornach in Svizzera, dove quasi si isolò, per cui delle faccende antroposofiche italiane si occupò poco o nulla, sino alla morte avvenuta il 5 agosto del 1968. Un altro atto, veramente squallido, volto a cancellare il ricordo di Giovanni Colazza – vero e proprio atto scellerato di ʽdamnatio memoriaeʼ nei suoi confronti – è stato quello di indicare il Dott. Aldo Bargero come il primo ʽmedico antroposoficoʼ in Italia, come se Giovanni Colazza, che era discepolo di Rudolf Steiner sin dal 1909, non fosse degno di tale qualifica. Dispiace leggere in uno scritto, reperibile in rete sul sito di Minerva Medica, a firma di Giancarlo Buccheri le seguenti parole: «Nel capitolo sulla storia della medicina antroposofica in Italia è descritto come alcuni coraggiosi pionieri si attivarono a partire dagli anni ’50 del secolo scorso per farla e per praticarla nel nostro paese. Il primo di essi fu il dott. Aldo Bargero di Milano, a cui vala nostra profonda gratitudine». Mentre è noto come da oltre mezzo secolo prima di Aldo Bargero, peraltro personalità del milieu milanese molto ostile a Colazza e a Massimo Scaligero, Giovanni Colazza non solo praticasse la medicina antroposofica, ma addirittura formasse giovani medici come Amleto Scabelloni, Fiorenza Berto, da me benissimo conosciuti sin dagli anni settanta dello scorso secolo, ed altri che non nomino. Del resto, visto che i farmaci della medicina antroposofica Weleda erano presenti in Italia sin dagli anni trenta del Novecento, avranno pur dovuto esserci dei medici che li prescrivevano e li usavano essi stessi. Questo per l’obbiettività storica.

Le stesse accuse di ʽingenuitàʼ, di mancanza di ʽpraticitàʼ, ebbi modo di sentirle personalmente già nel 1996 e nel 1997, in casa mia e davanti ad una mia congiunta, quindi ella pure testimone, dalla bocca stessa dellʼInnominato, nei confronti di Massimo Scaligero, oltre allʼaccusa, calunniosa, gravissima e infame, ossia quella di praticar lui ed indicare ad altri una ʽvia incompleta e superataʼ, una ʽvia orientaleʼuna ʽvia yoghicaʼ, una ʽvia buddhistaʼuna ʽvia non cristicaʼ, una ʽvia non graalicaʼ, e come tale necessitante di ʽcompletamentoʼ, di ʽriorientamentoʼ, di salutare ʽrettificaʼ, di ʽcorrezioneʼ. Rabbrividii letteralmente di orrore, quando a Roma, alcuni decenni fa, da qualcuno mi fu detto: «Su richiesta di X., ci siamo presi la responsabilità di mentire a Massimo Scaligero». Costoro – essendo, ovviamente, tanto ʽintelligentiʼ e ʽpraticiʼ, manodotti da chi era persona di loro ancor più ʽintelligenteʼ e ʽpraticaʼ – pensavano di esser chiamati a ʽgestireʼ un Iniziato come Massimo Scaligero, da essi ritenuto, appunto, ʽpoco praticoʼ, e addirittura, con plausibili menzogne, secondo loro facilmente ʽingannabileʼ, dimostrando così il sommo disprezzo ch’essi  avevano non solo per il suo essere spirituale, e per il còmpito iniziatico affidatogli direttamente dal Mondo Spirituale, e non scelto certo da lui stesso, ma altresì un grande disprezzo per la sua stessa umanità. Il tutto – inutile farlo presente – attuato per ʽun più nobile fineʼ, che ai loro occhi scusava, anzi giustificava, come assolutamente necessari e meritevoli, la turpe menzogna, e l’inganno.

Questa è, letteralmente, la follia, la stupidissima presunzione, di chi, nella propria più colpevole ottenebrata ignoranza, non si rende minimamente conto che un Iniziato, pur spesso dovendo tacereper una ferrea regola occulta – scruta sin nei più profondi e oscuri meandri le anime di coloro che il destino gli porta incontro, sia ch’egli li abbia davanti, sia che essi gli siano spazialmente lontani, e che un Iniziato, un Istruttore Spirituale come Massimo Scaligero, vede persino le cose più celate, talvolta, dagli stessi interessati, da lungo tempo dimenticate. Di ciò ne ebbi personalmente molteplici, ripetute, inequivocabili prove. Questa è la follia di coloro che non si rendono conto che si può e si deve sempre servire il Mondo Spirituale, ma non ci si può mai e, soprattutto, non ci si deve mai e poi mai – in alcun modo e per nessun motivo o fine – servire del Mondo Spirituale, e che questa stupida presunzione, questa arroganza, questa tracotanza – la hybris che, secondo gli Elleni, gli Dèi odiano – è, e non può essere altro che «tradimento»

Ora, se, come Dante nella Comoedia, in Inf. I, 26, lʼanimo mio si volge «retro a rimirar lo passo» dei molti anni – oltre cinque decenni – trascorsi ad operare e lottare in questa ʽViaʼ, vedo scenari che, oggi, mi stupiscono assai, e mi confermano, una volta di più come la ʽVia del Cieloʼ, la ʽVia del Mondo Spiritualeʼ, non sia proprio, e non possa proprio essere, per nulla, una ʽVia ordinariaʼ. Quando, alla fine di una adolescenza oltremodo agitata, tramite lʼamico L., venni in contatto con la Scienza dello Spirito e, soprattutto, con Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, ed eziandio, per fatale inesperienza, anche molto sciocco.

Per questa mia giovanile inesperienza e ingenuità, nei miei ventʼanni, vedevo e ritenevo – giustamente ritenevo – talune persone che sapevo avere molti più anni di Scienza dello Spirito alle loro spalle, rispetto al poco, al pochissimo che potevo avere io, alquanto migliori del selvaggio e ignorantissimo individuo che allora ero, e che ancora largamente sono. E, giustamente, davo fiducia ad una serie di persone, dalle quali intuivo che avrei potuto imparare molto. Ed infatti, da loro molto appresi. Per questa ragione, allora ero altresì portato a dare per scontate – e qui sbagliavo alla grandemolte cose, che in séguito avrei scoperto che, scontate, davvero non lo erano affatto, cose che, anzi, mi sarebbero poi costate molto care, e che mi avrebbero procurato moltissime amare, anzi amarissime, delusioni, nonché moltissime ore non poco difficili. Del resto, Massimo Scaligero stesso, già nel primo incontro, volle mettermi in guardia – oggi ritengo profeticamente – rispetto al fatto di credere ad un qualcosa, proclamato vero unicamente sulla base della presunta autorevolezza, o della imposta, pretesa, autorità, che si voleva, senza verifica, da taluni esigere da me con totale, cieca, sottomissione. Questi taluni – diversamente da quanto, invece, fece sempre Massimo Scaligero, che mai e poi mai impose la sua autorità – dopo la di lui dipartita, vollero instaurare un ʽnuovo corsoʼ, sostenendo che ʽtempi son cambiatiʼ (strategia subdola e gesuitica, che Alfredo Rubino, fedele discepolo della Via, causticamente, in maniera cloridrica, sentenziò così: «Sì, facciamo come la Chiesa Cattolica: adeguiamoci ai tempi!»), e che dovevano inaugurarsi non solo ʽnuoviʼ, ʽdiversiʼ, ʽpiù efficaciʼ metodi di ʽascesiʼ, di ʽrealizzazione spiritualeʼ, ma altresì doveva venire introdotta una nuova, mirabile, ʽrivelazioneʼ, la quale andava a sostituire in tutto o in parte – eccoci ancora una volta al cosiddetto ʽtrasbordo ideologico inavvertitoʼ – i contenuti della Scienza dello Spirito donati da Rudolf Steiner, e comunicatici da Giovanni Colazza e da Massimo Scaligero. Soprattutto la rigorosa Ascesi del Pensiero, la Via del Pensiero Vivente, indicataci da Massimo Scaligero doveva  lentamente, progressivamente – con la pavida, omertosa, cinica prudenza dei vili – esser messa da parte, e gradualmente sostituita dalla aggiornata ʽvia dell’animaʼ, scaturita da una sì mirabile, novella, ʽrivelazioneʼ. E chiunque avesse chiesto spiegazioni in proposito, o – peggio ancora – avesse opposto motivate obbiezioni, sarebbe stato bollato – come, poi, in effetti, ripetutamente avvenne – di sconfinata ʽpresunzioneʼ, di essere un ʽinvasatoʼ, un ʽpossedutoʼ dalle Potenze Avverse, addirittura di essere ʽpsichicamente insanoʼ, ʽparanoicoʼ, additato a sommo dispregio. E attorno a costui – sempre molto ʽcompassionevolmenteʼ e ʽcristianamenteʼ, ovviamente – veniva prima fatta terra bruciata, poi attuato un vero e proprio ostracismo e linciaggio morale. Egli veniva indicato come ʽhaereticus vitandusʼ, col quale era bene non aver comunanza veruna, e che veniva condannato alla ʽdamnatio memoriaeʼ.         

Negli anni, anzi nei decenni a seguire, avrei potuto poi vedere, a lungo e con mio grande sconcerto, come molti dei ʽmiglioriʼ, nei quali in passato avevo riposto avventatamente totale fiducia, poi risultassero non solo ʽerrareʼ – il che è pacifico, e questo non è certo un problema, ché tutti noi, io per primo, e molte volte, ʽerriamoʼ – ma mostrassero, in maniera evidente, consapevolmente di ʽtralignareʼ, di ʽtradireʼ, e addirittura – come direbbe, con la compassionevole delicatezza dʼanimo che la contraddistingue, la mia sapientissima amica Fang-pai, Figlia del Celeste Impero, e Maestra del Dharma – mostrassero anche di ʽvoltar le spalle alla mètaʼ di ʽdimenticare lʼintenzione originariaʼ, di ʽsmarrire lʼintenzione originariaʼ, che per destino e, soprattutto, per la benevolenza del Cielo e dei Numi, ci aveva portati tutti a calcare la ʽVia Solareʼ

Destava in me particolare stupore il fatto di vedere persone, che ritenevo moralmente molto migliori di me, e ben più avanzate nella ʽViaʼ del sottoscritto, finire esse, e fare finire altre persone, in esse fidenti, su sentieri traversi, molto problematici e pericolosi, nonché vederle compiere azioni non esattamente commendevoli, volutamente e apertamente contraddicenti lʼassunto spirituale, e produrre di conseguenza enormi disastri, financo grandi tragedie. Considerando come la mia selvaggia persona allora fosse, ed ancor lo è, piena di macroscopici difettoni, ai quali peraltro sono affezionatissimo, ossia essendo la mia una natura capacissima di innumerevoli errori, difetti ed errori di ogni tipo e sorta – e confesso ciò senza quella ipocrita, lacrimevole, stucchevole, rugiadosa, mucillaginosa, recitata e falsa ʽumiltàʼ, tipicamente cattolica, che dilaga in molte comunità spirituali, anzi con la più colpevole, dispettosa, delinquenziale, complice, ostentata fierezza e per nulla celata soddisfazione – mi era difficile comprendere perché certe cose fossero evidenti e chiare agli occhi di un poco raccomandabile ʽpredone della steppaʼ quale mi ritenevo io, e non a costoro, tanto ʽintelligentiʼ, e tanto moralmente ʽprogreditiʼ, e perché, naturalmente, altrettanto non evidenti e chiare, tali cose apparissero, oserei dire, fatalmente, altresì a tutte le ʽanime belleʼ – e questo lo dico lo dico senza veruna ironia, perché ʽbelleʼ, quelle anime, che ad altrui ʽautoritàʼ, purtroppo, con spontanea fiducia, e con slancio del sentimento, si affidavano, lo erano e lo sono davvero – ed è, a mio modo di vedere, criminale fuorviare queste ʽanime belleʼ su falsi sentieri, paralizzarne la volontà nellʼascesa spirituale, ed esporle a non pochi pericoli, facendo in modo che esse accolgano nelle loro anime delle non verità, delle palesi menzogne, alle quali veniva e viene loro chiesto di dare acritica, cieca, adesione.

Ma i giovani, ingenui, inesperti lupacchiotti cogli anni crescono, ed anche i selvaggi ʽpredoni della steppaʼ, nei decenni trascorsi a lottare, si fanno alquanto più accorti, molto meno creduli, e non dànno più per scontate cose che, decenni prima, al loro sguardo sembravano, solo sembravano, apparire ʽevidentiʼ, mentre poi si sarebbero rivelate delle illudenti fattispecie, ossia delle recitate, indubbiamente molto abili, messe in scena. Molto aiutò la conoscenza diretta delle opere di Rudolf Steiner, lette direttamente negli originali tedeschi, il che fece capire come talune persone, ignorantissime, su determinati argomenti ʽaffabulasseroʼ assai, e celassero la loro ignoranza condendo, con mirabili particolari, narrazioni da loro totalmente inventate (una sorta di ʽvi stupiremo con gli effetti specialiʼ), o frutto di ambigue esperienze psichiche, non certo spirituali, o semplicemente frutto di un riportato, che è, esso pure, un pessimo malvezzo degli ambienti sedicenti spiritualisti in generale, e in special modo di quelli ʽantroposoficiʼ e ʽscaligeropolitaniʼ, ovvero manifestazioni delle ʽdinamiche tipiche del mondo settarioʼ, per dirla col mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina, nonché animoso lottatore spirituale, e mio compagno d’armi di tante tempestose battaglie.

Naturalmente, questo andare a verificare direttamente sulle fonti – e Massimo Scaligero sin dal nostro primo incontro di quella fine di primavera del 1970, mi invitò apertamente a farlo, e a ʽnon credereʼ a qualcosa sulla base della semplice altrui ʽautoritàʼ – non era cosa a taluni gradita, e non poteva che suscitare malumore ed indispettire, allora, ma anche in séguito, chi amava le proprie infondate opinioni, le proprie consolanti od opportune illusioni, le proprie fantasticate affabulazioni, più della verità. Per cui, per quanto, inizialmente, uno non avesse avuto la minima intenzione, comʼera – per fatale inesperienza e giovanile ingenuità – il caso mio a quellʼepoca, di contrastare quanto dogmaticamente affermato da una cotale ʽautoritàʼ, finiva per divenire sempre più inviso da chi esigeva – sia pure in forme non brutali, ma ʽmorbideʼ e ʽinsinuantiʼ – il riconoscimento di essa. Quello che, nel tempo, andò a suscitare nel mio animo sempre maggiore stupore, fu non soltanto il non andare da parte di costoro a verificare sulle opere originali di Rudolf Steiner in tedesco, quanto lʼevitare, di proposito, di farlo pure sul molto materiale, tradotto in italiano, e riprodotto in forma dattiloscritta, presente per esempio nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis, diretto nel secolo scorso, prima da Giovanni Colazza, poi da Mario Viezzoli, da Caio Sallustio Crispo, da Romolo Benvenuti.

Ora, per quanto io sentissi viva amicizia, e a volte venerazione, nei confronti di talune persone, non potevo scordare lʼadagio, che la tradizione attribuisce ad Aristotele, che afferma: Φίλος μεν Πλάτων, φιλoτέρα δε ἀλήθεια, Phìlos men Plàton, philotèra de alètheia, o nella sua più nota versione latina, Amicus Plato, sed magis amica veritas. Queste parole, tradotte nella bella lingua del nostro Dante, suonerebbero: «Platone mi è caro, ma la verità mi è ancor più cara». Ed è lo stesso Aristotele ad affermare nella Ethica Nicomachea, I, 4, 1096 a 16, che «Se gli amici e la verità ci sono ugualmente cari, allora si dovrebbe dare la preferenza alla verità», e Platone nel Fedone, 91 C, «Di Socrate ci si deve occupare un poʼ, ma della verità molto di più», e nel X libro della Repubblica, «Eppur un certo affetto e rispetto che ho sin da bambino per Omero mi trattiene dal parlarne. Perché lui è stato, mi sembra, il primo maestro e la guida di tutti questi eccellenti tragici, Non si deve però onorare un uomo più della verità, ma, come io sostengo, bisogna parlarne».

Il problema drammatico, semmai, sorge quando ci si rende conto – magari dopo molto errare – che talune persone alle quali un tempo si rivolgeva cotanta ammirazione e fiducia, sul piano etico e morale non assomigliavano affatto ad Omero, a Socrate, o allo stesso Platone. Il problema, addirittura tragico, sorge, semmai, quando, in un giorno che mai si avrebbe voluto veder sorgere, uno arriva a rendersi conto di avere a che fare con chi non rispetta i patti di fede giurata, con chi mente sapendo di mentire, con chi non onora né la sacra parola data, né i giuramenti fatti, né amicizia, né verità, ossia uno si rende conto che di avere a che fare con chi pone in atto, volutamente e sistematicamente, metodi e machiavelliche strategie di manipolazione dellʼanimo delle persone, con chi cela le finalità vere del proprio agire, ed agisce cinicamente, spregiudicatamente, con lʼintrigo, con la congiura, con la calunnia, con la diffamazione più gratuita, col linciaggio morale di chi motivatamente dissente, con la sistematica menzogna

Vi è stato anche chi, volendo ingiuriarmi, calunniarmi in privato, diffamarmi in pubblico, oralmente e per iscritto, mi ha rivolto spesso (la cosa va avanti da decenni) lʼaccusa – che, personalmente, trovo oltremodo lusinghiera, quasi al limite della adulazione – di essere dal punto di vista spirituale, orientale, yoghico, taoista, e addirittura buddhista. Davvero troppo buoni! Francamente, non sento di meritare sì lusinghiere ingiurie – le medesime che dalla bocca stessa dellʼInnominato, in casa mia, nel maggio del 1996 e del 1997, davanti a persona testimone a me congiunta, vennero rivolte da questi a Massimo Scaligero – anche perché da esse vengo immeritatissimamente associato ad una figura troppo più grande, e troppo più luminosa del selvaggio ʽlupaccioʼ cattivissimo e del delinquenziale ʽpredone della steppaʼ, quale io sono. Comunque, ribadisco la promessa, già più volte da me fatta in passato, di sforzarmi, in futuro, operando con diligenza, in ogni maniera, per meritare accuse ed ingiurie, che mi fanno sin troppo onore. Ma vi è un punto del Dharma, ossia della Dottrina, e del Marga, ovvero dellʼAscesi realizzativa, del Buddha Shakyamuni, che mi ha sempre colpito: il grandissimo amore per la verità, per la veracità, per la sincerità, e la più grande ripugnanza, come per cosa ignobile e indegna, della menzogna, della falsità, della doppiezza, che deve avere ogni discepolo della ʽViaʼ, di qualsiasi autentica, sincera, onesta ʽViaʼ di realizzazione spirituale. Ma, se guardiamo lʼattuale realtà, e non ci vogliamo scioccamente illudere, non è, purtroppo, che negli ambienti sedicenti ʽspiritualistiʼ, ʽantroposoficiʼ, anche in quelli ʽscaligeropolitaniʼ – come li definisce in maniera ironica e alquanto divertita il mio ottimo amico, e compagno dʼarmi di tante battaglie, C. – la veracità, la veridicità,amore per la verità abbondino e siano proprio di una abbagliante evidenza.

Facciamo un esempio. Allʼinizio dellʼattuale secolo, in una riunione ʽclandestinaʼ – si preferiva da parte di chi l’aveva organizzata, e pertanto a tal proposito venne fatta fare ai partecipanti una acconcia promessa, che il sottoscritto non ne venisse a conoscenza – svoltasi nella mia città, riunione dai vari problematici aspetti, sui quali ho avuto modo in passati articoli di scrivere sul presente blog, tra varie altre cose dallʼInnominato venne reso noto chʼegli era in possesso dei ʽquaderniʼ, che a suo tempo sarebbero stati scritti da ʽOraoʼ (sive mas sive faemina), il contenuto dei quali è stato oggetto, in anni più recenti, di alcune pubblicazioni da parte della romana casa editrice Tilopa. In particolare, si tratta, per il momento, di tre libri – non sappiamo se ne usciranno ancora altri – rispettivamente intitolati Resurrezione, Madre, e Intelligenza Celeste. Al termine di uno studio, apparso in più puntate su questo pugnace e temerario blog, ponevo allʼInnominato una serie di esplicite, leali, anche se scomode, scabrose, precise domande, rispetto alle quali era più che legittimo ed auspicabile aspettarsi di ricevere una chiara, esauriente, onesta risposta, risposta che – esattamente come prevedevo – non giunse mai. Due tra le varie domande, tutte facili facili, riguardavano il fatto di sapere chi fosse in possesso legale dei suddetti ʽquaderniʼ di ʽOraoʼ (sempre sive mas sive faemina) dopo la sua dipartita, e comeInnominato ne fosse venuto, a sua volta, eventualmente, in legittimo e lecito possesso. Trattandosi di evenienze estremamente delicate, in questi casi il sintattico periodo ipotetico è d’obbligo. Ora – stando, ovviamente, a quello che mi hanno comunicato, relata refero, alcune fonti romane ʽautorevoliʼ e ʽsolitamente bene informateʼ, alle quali lascio la reponsabilità di quanto comunicatomi – lʼInnominato afferma ora, ossia solo dopo le mie esplicite domande, che i suddetti ʽquaderniʼ gli sarebbero stati donati da ʽOraoʼ in persona, prima della propria dipartita, che peraltro sarebbe avvenuta oltre trent’anni fa, e non si capisce, però, perché essi vengano pubblicati in così rapida sequenza solo ora, vista l’estrema rilevanza ed importanza – novella, mirabile, ʽrivelazioneʼ, sia pure in palese contrasto con le esplicite comunicazioni di Rudolf Steiner, che con i metodi di realizzazione spirituale indicati da questi, da Giovanni Colazza, e da Massimo Scaligero – che il gianicolense editore romano attribuisce loro. Questa narrazione dei fatti da parte dell’Innominato lascia il sottoscritto molto perplesso, in quanto nel dicembre 2001, R., congiunto di ʽOraoʼ, mi disse che quei ʽquaderniʼ, dopo la morte di ʽOraoʼ, erano rimasti per molti anni in suo legittimo possesso, e che da una certa persona, una donna, frequentatrice con varie incombenze e scuse della sua casa, non molto tempo prima del nostro colloquio, su incarico ricevuto da qualcuno, gli erano stati furtivamente sottratti. R. mi mostrò anche il punto della biblioteca dove, prima del suddetto ʽesproprio esotericoʼ, vero furto con destrezza, erano custoditi. E come sarebbero giunti, poi, questi ʽquaderniʼ nelle mani dellʼInnominato? Chissà?! Mistero! Non è dato di sapere! Naturalmente, queste due versioni, questi due diversi relata, sono tra loro contrastanti, e non possono davvero, secondo ogni logica, aristotelica, hegeliana, o nagarjuniana che sia, essere contemporaneamente ambedue veritiere e fededegne. Conciosiacosaché, la tal cosa lascia il sottoscritto molto perplesso, anche se, devo dire che, personalmente, non ho mai, davvero mai, visto o udito R. – col quale, pure, in passato avevo avuto dei contrasti – mentire, o inventarsi a bella posta ʽstorieʼ di qualsiasi tipo e sorta. Cosa che, francamente, non posso dire di altri. Di vari altri, dei quali – come ho avuto modo più volte di rilevare in passato – è tipica una molto disinvolta concezione della verità a ʽgeometria variabileʼ.

Lascia, peraltro, molto perplesso il sottoscritto anche la ʽnarrazioneʼ, che l’Innominato, anch’essa ora, solo ora, dà, circa il suo esser venuto in possesso di un ʽdiarioʼ di Massimo Scaligero, che da questi fu donato, con dedica, al su citato R., e di cui molte pagine in questi ultimi due anni sono state riprodotte sia su L’Archetipo di Marina Sagramora, sia su un noto social forum ad opera di altra persona, suscitando nello scorso dicembre, sulla rivista romana Graal, da parte di un anonimo autore, alcune agrodolci rimostranze, condite con sommessi, e poco velati, accenni ad eventuali possibili misure, non meglio precisate, da prendere in proposito. L’Innominato, ora, sostiene che quel ʽdiarioʼ di Massimo Scaligero, gli sarebbe stato donato proprio da R., prima della propria dipartita. Conoscendo i manifesti sentimenti, invero piuttosto irritati, di R. nei confronti dell’Innominato dopo l’impresa del suddetto ʽesproprio esotericoʼper carità, impresa, ça va sans dire, attuata da chi allora la fece, non ne dubitiamo affatto, per nobilissimi fini – vi è davvero di che essere molto scettici, e non poco perplessi, circa una cotale ʽnarrazioneʼ. Del resto, persona molto vicina al suddetto R., e fedele di Massimo Scaligero e della Via, mi descrisse la scena di quel che disse e fece l’Innominato a casa di R., dopo la dipartita di quest’ultimo per ʽrecuperareʼ in ogni maniera – non si sa a quele titolo – tutte le sue cose. La stessa persona fedele di Massimo Scaligero e della Via, mi testimoniò quel che disse e fece l’Innominato – dapprima per interposta persona, poi direttamente egli stesso – per impadronirsi dello storico Gruppo Novalis, e del suo presioso Archivio. Tutte queste ʽintraprendenzeʼ testimoniano di una grande fiducia nella propria callida intelligenza, nella propria abilità nell’operare intrighi e macchinazioni, nel seguire vie trasverse – le vie ordinarie dei politici e delle ʽeminenze grigieʼ, dei ʽgrandi pupariʼ – che sono le vie della menzogna, e non quelle del Mondo Spirituale, nel quale evidentemente non si ha fiducia veruna, e del quale si ritiene di potersi fare impunemente beffe. Altri motivi, questi, appunto, di personale perplessità del sottoscritto nell’ascoltare ed esaminare la ʽnarrazioneʼ dell’Innominato circa queste tristissime, vessate, questioni.

Viste le lusinghiere accuse che oramai da molti anni mi vengono rivolte di essere poco o punto ʽcristianoʼ, bensì di essere pervicacemente ʽbuddhistaʼ (sempre troppo buoni…), mi piace citare dal Canone Buddhista della Scuola Theravada, un breve brano tratto da un Sūtra, o Sutta in pāli, del Majjhimanikāya, il LXI, Ambalaṭṭhikārāhulovāda, Insegnamento a Rāhula, nel quale il Buddha Shakyamuni espone a suo figlio Rāhula il valore estremo della veridicità, della sincerità, per un asceta che cerchi la realizzazione dellʼIlluminazione. Egli, dopo aver paragonato la persona insincera allʼacqua sporca con la quale ci si lavano i piedi, e che poi viene gettata via, così aggiunge, con parole indubbiamente estremamente severe, che riporto nel testo originale pāli, che poi traduco:

«Evameva kho, Rāhula, yassa kassaci sampajāmusavāde natthi lajjā, nāhaṁ tassa kiñci pāpaṁ akaraṇīyanti vadāmi»,

«Allo stesso modo, o Rāhula, in chiunque non vi sia vergogna di una consapevole menzogna, ogni azione malvagia è possibile».

Per chi volesse leggere, e meditare, l’intero Sūtra, o Sutta, può trovarlo in una bellissima edizione de I Discorsi di Gotamo Buddho del Majjhimanikāyo, per la prima volta tradotti dal testo pāli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, secondo volume, mezzocentinaio medio, Bari, Gius. Laterza & Figli, 1925, pp. 107-113. Gli altri due volumi apparvero rispettivamente il primo nel 1916, e il terzo nel 1927. Massimo Scaligero mi raccontò di aver fatto uso per molti anni di questi tre volumi come di un prezioso strumento di pratica ascetica. Egli aveva grande stima di Giuseppe De Lorenzo, da lui conosciuto di persona, al punto di parlarne in alcune riunioni come di un rigoroso asceta, fedele all’insegnamento originario del Buddha Shakyamuni.

Rudolf Steiner, parlando dei còmpiti cogenti della rifondata Scuola Esoterica dopo il Convegno di Natale del 1923, e dei doveri che, davanti alla sacra Potenza di Michele, si assumevano i discepoli della Scuola, della quale – a causa della inadeguatezza, della totale mancanza di serietà, della faciloneria, del pressappochismo, e in alcuni casi di veri e propri tradimenti da parte di molti, troppi partecipanti – venne riaperta unicamente la Prima Classe, dovette ribadire come uno dei doveri fondamentali di un discepolo della Scuola Esoterica fosse la sincerità, la più risoluta e diligente volontà di verità, lʼimpegno più sacro a dire sempre e solo l’assoluta verità: verità accertata nella maniera più possibilmente esatta. Ma su questo punto, come su molti altri Rudolf Steiner ebbe il dolore di veder con quanta leggerezza, solo a fior di labbra, gli antroposofi assumessero un impegno sacro di fronte alla Potenza di Michele, e con quanta approssimazione e faciloneria essi soddisfacessero ad un tale impegno sacro. Egli dovette rinunciare – checché ne dica su internet, e lo ribadisca spesso on-line attraverso i suoi molteplici pseudonimi, con la sua fumettistica, e alquanto affabulante, narrazione Unas/Apis/N.R.Ottaviano/Claudio Ottaviano/Eques a Floribus/Efesto/Tau Julianus, o chiunque si celi dietro tali pseudonimi – a riaprire la Seconda Classe, e la ‘Mystica Aeterna’, oggi oggetto di varie sacrileghe speculazioni, non tornò mai in vita: la stessa Marie Steiner, che pure avrebbe avuto il legittimo potere di riaprirla, vista la cialtroneria pressappochistica, l’ambizione, e addirittura i tradimenti, degli antroposofi, malgrado le pressanti richieste di Albert Steffen e di Ita Wegman, non volle mai riaprirla, e fece benissimo a rifiutarsi di riaprirla. Ed infatti, già nella Settima Lezione della Classe Esoterica, da lui tenuta a Dornach l’11 aprile 1924, Rudolf Steiner dovette ribadire energicamente questo impegno che ogni sincero, onesto, serio discepolo dell’Iniziazione deve assumere e ad ogni costo rispettare. Riporto qui di séguito le parole di Rudolf Steiner, sia nel testo italiano, che nell’originale tedesco, per documentazione e salutare meditazione del volenteroso lettore:

«Uno dei compiti dei membri di questa Scuola sarà che tale trascuratezza sparisca. Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che pronunciamo; dobbiamo, in ogni caso, sentire la responsabilità che ogni parola da noi pronunciata sia da noi esaminata con la massima serietà, in modo che la possiamo affermare come verità. Perché espressioni non veritiere, anche quando nascono, per così dire, dalla buona fede, agiscono distruttivamente in un movimento occulto. A tale riguardo non deve esservi alcuna illusione, ma la massima chiarezza. Non sono le intenzioni che contano, perché spesso esse vengono coltivate assai alla leggera, ma è la verità oggettiva quella che conta. Fa parte dei primi doveri di un discepolo dell’esoterismo quello di sentirsi obbligato non soltanto a dire ciò che crede essere vero, ma anche ad accertarsi se quanto dice corrisponde realmente alla verità oggettiva. Infatti soltanto ponendoci nel senso della verità oggettiva a servizio delle potenze divino-spirituali che fanno fluire le loro forze attraverso questa Scuola, soltanto ponendoci al loro servizio potremo superare tutte le difficoltà che si presenteranno di fronte all’antroposofia».

«Es ist ja so, daß Lässigkeit in ganz besonderem Maße in den letzten Jahren in die Anthroposophische Gesellschaft eingezogen ist. Daß sie wiederum ausziehe aus ihr, das wird die Aufgabe, mit eine der Aufgaben der Mitglieder dieser Schule sein. Wir sollen bis zu dem Worte, das wir sprechen, uns verantwortlich fühlen, sollen uns vor allen Dingen verantwortlich dafür fühlen, daß ein jegliches Wort, das wir sagen, im allerernstesten Sinne so weit von uns geprüft wird, daß wir es als Wahrheit vertreten können. Denn nicht-wahre Aussagen, auch wenn sie sozusagen aus gutem Willen hervorkommen, sind etwas, was innerhalb einer okkulten Bewegung zerstörend wirkt. Darüber darf keine Täuschung sein, sondern darüber muß völligste Klarheit herrschen. Nicht Absichten sind es, auf die es ankommt, denn die nimmt der Mensch oftmals sehr leicht, sondern objektive Wahrheit ist es, auf die es ankommt. Und zu den ersten Pflichten eines esoterischen Schülers gehört es, daß er sich nicht bloß dazu verpflichtet fühlt, dasjenige zu sagen, wovon er glaubt, daß es wahr ist, sondern daß er sich verpflichtet fühlt, zu prüfen, ob dasjenige, was er sagt, wirklich objektive Wahrheit ist. Denn nur, wenn wir im Sinne der objektiven Wahrheit dienen den göttlich-geistigen Mächten, deren Kräfte durch diese Schule gehen, werden wir hindurchsteuern können durch all diejenigen Schwierigkeiten, die sich der Anthroposophie bieten werden».

Ma sarebbe sufficiente leggere, e meditare profondamente, quel che il Signore dice a Tommaso nel Vangelo di Giovanni, XIV, 6: «λέγει αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς· ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή», ossia: «Gli disse Gesù: Io Sono la Via, e la Verità, e la Vita». È evidente che il Signore è la Via (ἡ ὁδὸς – he hodòs), ma questa non può essere la via ordinaria, tant’è che il Suo agire andò direttamente in rotta di collisione contro legalismo di sacerdoti, scribi, farisei e sadducei, verso i quali tutti Egli fu, sin da sùbito, σκάνδαλον, skàndalon, ossia pietra d’inciampo. La Via del Christo non è, e non può essere, la jahvetica Legge mosaica, la Torah, con i suoi 10 comandamenti e le sue 613 minuziose prescrizioni, ma la libertà, perché essa è basata sulla Verità (ἡ ἀλήθεια – he alètheia) ch’Egli è: la sola che rende liberi. Infatti, nel Prologo del Vangelo di Giovanni è scritto: «ὅτι ὁ νόμος διὰ Μωϋσέως ἐδόθη, ἡ χάρις καὶ ἡ ἀλήθεια διὰ Ἰησοῦ Χριστοῦ ἐγένετο», che nella lingua di Dante così suona: «Perché la Legge fu data attraverso Mosè, la grazia e la verità vennero attraverso Gesù Christo». Infatti, in Giov. VIII, 32, il Signore afferma: «καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς», «e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Quindi solo la Via non ordinaria (ἡ ὁδὸς – he hodòs), al di là della Legge (ὁ νόμος – ho nòmos), portà alla Verità (ἡ ἀλήθεια – he alètheia), e solo essa dona vera Libertà, e fuori della Verità e della Libertà non vi è, non vi può essere Vita  (ἡ ζωή – he zoè).  

Ora, è evidente come la Via del Logos, che è al contempo Verità e Vita, non possa mai, in nessun caso, essere la via della menzogna, la quale è sempre, inevitabilmente, solo una via di schiavitù e di morte. E Dominatore della Morte è l’Oscuro Signore, il Principe dell’Oscuro Pensiero, quello che gli antichissimi Persiani, e dopo di loro i Manichei, chiamarono Angra Mainyush, appunto Ahriman, l’Avversario di Ahura Mazdah, di Ohrmazd. E chiunque, in qualsiasi forma, in un movimento spirituale – in modo particolare nella Comunità Solare, come la chiamava Massimo Scaligero – usi affabulazione, menzogna, calunnia e diffamazione, come mezzi vòlti ad ottenere un fine da loro, dogmaticamente,  con una scaltra e ambigua petizione di principio, dichiarato “buono”, persegue ed attua le occulte finalità dell’Oscuro Signore: persegue con mezzi ingiusti un fine comunque, sempre, solo iniquo, come, assieme a Lao-tzu e Lü-tzu, direbbe – anzi come in varie riunioni disse e apertamente  scrisse in libri – lo stesso Massimo Scaligero.

Quale sia per il Signore il valore mortifero della menzogna, lo possiamo leggere nel Vangelo di Giovanni, VIII, 43-44: «διὰ τί τὴν λαλιὰν τὴν ἐμὴν οὐ γινώσκετε; ὅτι οὐ δύνασθε ἀκούειν τὸν λόγον τὸν ἐμόν ὑμεῖς ἐκ τοῦ πατρὸς τοῦ διαβόλου ἐστὲ καὶ τὰς ἐπιθυμίας τοῦ πατρὸς ὑμῶν θέλετε ποιεῖν. ἐκεῖνος ἀνθρωποκτόνος ἦν ἀπ’ ἀρχῆς καὶ ἐν τῇ ἀληθείᾳ οὐκ ἔστηκεν, ὅτι οὐκ ἔστιν ἀλήθεια ἐν αὐτῷ. ὅταν λαλῇ τὸ ψεῦδος, ἐκ τῶν ἰδίων λαλεῖ, ὅτι ψεύστης ἐστὶν καὶ ὁ πατὴρ αὐτοῦ», che riportiamo nella bella e precisa traduzione italiana della Riveduta fatta dal valdese Giovanni Luzzi: «Perché non comprendete il mio parlare? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo, perché è bugiardo e padre della menzogna».

Motivo e ragion d’essere della Comunità Spirituale – della Comunità Solare – è realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, ossia le finalità che spinsero gli Dèi a creare l’Uomo, e ad avviarlo alla temeraria avventura cosmica che tutti viviamo. Perché, come scrive Rudolf Steiner – trascrivo anche l’originale testo tedesco per la sua estrema importanza – in Anthroposophische Leitsätze. Der Erkenntnisweg der Anthroposophie. Das Michael-Mysterium. Rudolf Steiner Verlag. Dornach, 1998, p. 185:

«Es offenbart sich ein Gewaltiges beim Hinblicken auf diese Tatbestände. Der Mensch ist Götter-Ideal und GötterZiel. Aber dieses Hinblicken kann nicht der Quell von Überhebung und Hochmut beim Menschen sein. Denn er darf sich ja nur, als von ihm kommend, zurechnen, was er in den Erdenleben mit Selbstbewußtsein aus sich gemacht hat. Und dies ist, in kosmischen Verhältnissen ausgedrückt, wenig gegenüber dem, was als die Grundlage seines Eigenwesens die Götter aus dem Makrokosmos, der sie selber sind, heraus als Mikrokosmos, der er ist, geschaffen haben»,

ossia nelle Massime Antroposofiche, La via conoscitiva dell’Antroposofia. Il Mistero di Michele, trad. a c. di Lina Schwarz e Rinaldo Küfferle, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, p. 162:

 «Un quadro possente ci si rivela contemplando quei processi. L’uomo è l’ideale degli dèi, la mèta degli dèi. Ma il riconoscerlo non può essere per l’uomo fonte di orgoglio o presunzione, perché a lui è lecito attribuirsi, come generato da sé, solamente ciò che nelle sue vite terrene egli ha fatto di sé con la sua autocoscienza. E questo, espresso in proporzioni cosmiche, è ben poca cosa di fronte a ciò che, come base del suo proprio essere, gli dèi, dal macrocosmo che sono gli dèi stessi, hanno creato come microcosmo, vale a dire l’uomo stesso».

Quindi l’uomo è l’ideale degli DèiGötter-Idealla mèta degli DèiGötter-Ziella mèta delle Gerarchie, non viceversa. Questo perché solo attraverso l’uomo, disceso in basso sin nello stato di abiezione, nel quale egli è prigioniero della materia ed immemore della sua origine divina, immemore della sua passata sovrumana grandezza – quella dell’Adam Kadmon – gli Dèi possono portare ad esistenza Autocoscienza, Libertà e Amore. Pochissimi tra gli Dèi hanno abbandonato il proprio originario rango divino, e si sono sacrificati, umanizzandosi, per accompagnare l’uomo in questa temeraria, ʽimpossibileʼ, impresa.

E affinché l’impresa si realizzasse, il Logos stesso si è fatto uomo, divenendo l’Io Sono immanente nell’Io di ogni uomo: divenendo la Via, la Verità, e la Vita. La Via del Logos è la Via del Pensiero, e non un’altra, perché solo attraverso la resurrezione del pensare dal cadaverico stato riflesso, che lo rende schiavo del sistema nervoso e della corporeità, l’uomo ritrova la Verità che lo rende libero, la Verità che gli restituisce la Vita.

Perciò gli attacchi che da decenni – da «dentro la cittadella», come profeticamente scrisse Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – in forme brutali o subdole, aperte o mascherate, con i metodi machiavellici tipici di uno stile ʽpoliticoʼ, o ʽconfessionaleʼ, con intrighi, con suadente dialettica verbosità, vengono rivolti alla Via del Pensiero, alla pratica intensa, radicale,  anche estremista, della Concentrazione, sono menzogna, sono ispirazione ed opera di oscure e oscuranti potenze antispirituali, che con l’autentica Scienza dello Spirito nulla hanno a che fare, perché ne fanno strame e scempio. Perché tentano di rompere nuovamente quel ʽfilo aureoʼ, che dopo il fallimento del sacrificale tentativo spirituale compiuto da Rudolf Steiner col Convegno di Natale del 1923, e il tradimento vergognoso compiuto dalla Società Antroposofica, era stato spezzato, e che Massimo Scaligero aveva «rincappiato». Un attacco alla Via del Pensiero, un attacco alla Concentrazione – sia mediante negazione assoluta, o svalutazione, o silenziosa messa da parte, o cialtronesca deformazione – è sempre anche un attacco al Graal.  

Poiché dovremo affrontare, nel proseguo del presente studio, un tema di estrema importanza sacrale come quello del Graal, tema correlato per palesi o celati legami a tutti i temi della Scienza dello Spirito, sarà bene porre sin da sùbito un chiaro discrimine tra verità ed errore, la tra verità e menzogna, tra un metodo ascetico corretto, veritiero, salutare e fecondo, che è quello – il solo  omogeneo, consustanziale e compatibile con la Scienza dello Spirito, e i molti, invero troppi, metodi errati, menzogneri, fallaci, morbosi, illudenti, paralizzanti, attossicanti, distruttivi. In alternativa al metodo spiritualmente ‘scientifico’, sperimentato ed instancabilmente indicato da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero, da vari anni – per la verità, da decenni, sin dalla dipartita di Massimo Scaligero – vengono proposti metodi ‘animici’, in molti casi di natura ‘mistica’, per non dire, in non pochi casi, addirittura di natura ‘confessionale’, che portano facilmente ad un mondo di esperienze visionarie, scambiate per ‘immaginazioni’, che possono, sì, presentarsi con caratteri di imponenza, e di travolgenza rispetto a forze non coscienti, sognanti, dell’anima, ma che fatalmente conducono nella esiziale, fetida palude stigia delle più pertinaci illusioni, delle trasognate e suadenti visioni, e corromperesenza che sovente il soggetto neppure se ne accorga – le forze morali dell’anima. E ciò malgrado i più insistenti, martellanti, appelli ad una prassi morale, che in moltissimi casi si è rivelata solo una ipocrita e cinica recitazione di uno stantio moralismo di maniera.

Al sagace ricercatore spirituale deve essere ben chiaro che la Verità è tale in se stessa, indipendentemente da chiunque la proclami, e che una affermazione errata non diviene ʽveraʼ semplicemente perché chi la proclama è una persona ʽbuonaʼ,  ʽmoraleʼ e  ʽsantaʼ. La gratitudine, l’ammirazione, la venerazione verso una cotal persona non esimono dal dovere di esaminare se sia realmente ʽveroʼ, quel che viene affermato essere ʽveroʼ. Se, poi, palesi errori e menzogne vengono presentati come  ʽveritàʼ da chi – malgrado ogni illudente apparenza – è tutt’altro una persona ʽbuonaʼ,  ʽmoraleʼ e ʽsantaʼ, ossia da una persona che non si fa scrupolo di mentire sapendo di mentire, e si pretende che le si creda semplicemente sulla base della pretesa autorevolezza delle sue affermazioni, la situazione si fa veramente grave, anche per le conseguenze che determinate non verità, e certe improvvide indicazioni che ne conseguono, hanno sulla vita interiore  di chi acriticamente, sentimentalmente, si affida loro.

In questi casi – dopo aver ripetute volte avvertito che «la ‘Via del Pensiero’ può diventare la ‘via del sublime egoismo’», che «la concentrazione non è necessaria» (potrei riportare, con nomi e cognomi, casi concreti di persone cui fu detto che per loro essa era ‘superflua’), e che «bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione perché può far male!» – viene fatto largo uso di una invadente, suadente, difficilmente resistibile ‘sentimentalità’. Questa sentimentalità è, poi, l’ingrediente obbligato per ‘condire’, in maniera persuasiva, le mirabili ‘rivelazioni’ circa novelli contenuti e metodi di realizzazione da introdurre, pedetemptim, pian pianino, nella maniera più inavvertita possibile, all’interno della ‘Comunità Solare’, in luogo di quelli indicati da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Naturalmente, questa ‘sapiente’ o ‘perfida’ strategia (la valutazione della medesima dipende, ovviamente, dai punti di vista scelti) viene portata avanti non in maniera totalmente aperta ed esplicita, come lealtà vorrebbe, ma con discorsi e tatticismi, dietro i quali vi sono sempre inespresse riserve mentali. A coloro che, in buona fede, vengono persuasi da una cotal abile ‘strategia di mercato’, di ‘marketing’ (perché, nei metodi di coloro che, alquanto spregiudicatamente, la pongono in atto, essa è assolutamente tale), vi sarebbe da ricordare quanto Rudolf Steiner dice a proposito della ‘sentimentalià’. Per esempio, ne La Saggezza dei Rosacroce, trad. di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, nella prima conferenza, intitolata La nuova forma della sapienza, tenuta a Monaco, il 22 maggio 1907, a p. 13, così leggiamo:

«Da quanto diremo nei prossimi giorni, si vedrà come la verità possa penetrare in modo immediato nella vita pratica. Noi non edifichiamo un sistema solo teorico, ma un mezzo per conoscere le profonde basi della scienza attuale, per far penetrare le verità spirituali nella nostra vita quotidiana.la sapienza dei rosacroce non deve entrare soltanto nella testa e nel cuore, ma anche nella mano, nell’attività giornaliera dell’uomo. Essa non vuol destrae in noi una sentimentale partecipazione, ma farci conseguire facoltà atte a lavorare al servizio dell’umanità. Immaginiamo un’associazione che si proponga la fratellanza fra gli uomini, limitandosi però a predicarla; essa non agirebbe in senso rosicruciano. Per un rosacroce, se un uomo si è rotta una gamba per la strada e quattordici persone lo circondano piene di affettuosi sentimenti e di compassione, ma nessuno gli sa rimettere a posto la gamba, tute quattordici gli sono meno utili di qualcun altro che arrivi, forse per nulla sentimentale, ma che sa rimettere a posto una gamba, e lo fa. L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a voler solo sentire senza conoscere. La conoscenza attiva, capace di penetrare nella vita, non intesa in senso materialistico ma attinta ai mondi spirituale, ci rende adatti all’azione pratica. Dal necessario riconoscimento che il mondo deve progredire, si produce di per sé l’armonia, risultato sicuro e naturale della conoscenza».

Nella quattordicesima ed ultima conferenza del medesimo ciclo, intitolata L’essenza dell’iniziazione, tenuta a Monaco, il 6 giugno 1907, pp. 158-159, così leggiamo:

«La scienza dello spirito dei rosacroce è una forma di conoscenza sovrasensibile, e il suo studio, come è fatto in queste conferenze, è il primo gradino dell’iniziazione rosicruciana. In queste conferenze non è stata esposta la scienza dei rosacroce per una qualsiasi ragione esterna, ma perché essa è il primo gradino dell’iniziazione rosicruciana. Si crede spesso che non sia necessario soffermarsi sulle parti costitutive della natura umana, sull’evoluzione dell’umanità o sulle diverse fasi planetarie, perché si preferisce abbandonarsi ai bei sentimenti invece di studiare sul serio; però per quanto ci si abbandoni a bei sentimenti, in quel modo soltanto è impossibile salire ai mondi spirituali. La scienza dello spirito non vuole suscitare sentimenti, ma per mezzo dei potenti fatti dei mondi spirituali vuol far vibrare i sentimenti medesimi. Un seguace dei rosacroce sentirebbe come una mancanza di riguardo il gettarsi sui suoi simili con dei sentimenti. Egli li conduce invece attraverso lo sviluppo dell’umanità, come presupposto affinché sorgano poi i sentimenti corrispondenti; fa sorgere davanti a loro le trasformazioni dei pianeti nello spazio cosmico affinché l’anima, dopo aver sperimentato quei fatti, possa essere afferrata con forza anche nei suoi sentimenti. Rivolgersi in via diretta ai sentimenti, oltre che un chiacchierare a vuoto, è anche una comodità. La scienza dello spirito rosicruciana lascia parlare i fatti, e afferma che si è sulla giusta strada quando i pensieri esposti entrano nel sentimento, dominandolo. L’uomo può essere beatificato soltanto dai sentimenti che sorgono in lui medesimo. Il seguace dei rosacroce lascia parlare i fatti del cosmo, perché questo è il modo d’insegnare più impersonale. È del tutto indifferente chi ci stia insegnando, perché non ci si deve lasciar affascinare da una determinata persona, ma essere invece afferrati dai fatti relativi al divenire del mondo che tale persona possa raccontare. Per questa ragione nella scuola dei rosacroce è radiata ogni forma di adorazione verso il maestro; egli non la richiede, non ne ha bisogno; vuol parlare al discepolo di ciò che esiste, indipendentemente da chi parla».

Marie Steiner, la più fedele discepola, quella più asceticamente impegnata e, a mio modesto giudizio, anche quella spiritualmente più progredita, di Rudolf Steiner, era usa dire che le Comunità spirituali vengono sempre distrutte da tre massimi mali: l’ambizione, il sentimentalismo, la comodità interiore. Nell’esperienza di oltre cinque decenni, chi qui scrive ha potuto constatare – molto dolorosamente peraltro – come, in varie parti d’Italia, numerose Comunità spirituali, sorte per l’impulso dato da Massimo Scaligero, siano andate completamente distrutte esattamente per l’azione di quei tre mali, molte volte energicamente denunciati da Marie Steiner. La comodità interiore porta all’indebolimento, alla fiacchezza, all’inerzia nella pratica interiore, alla rinuncia o addirittura all’avversione nei confronti dell’Ascesi del Pensiero, della Concentrazione, e alla scelta o dell’intellettualismo dialettico, o al sentimentalismo, che non di rado sfocia nel misticismo e nel visionarismo. A loro volta, intellettualismo e misticismo visionario aprono sovente la strada ad una sfrenata ambizione, che – in special modo nel caso del mistico moralismo sentimentale – si traveste in un’apparente, stucchevole, ipocrita forma  di ‘umiltà’. Del resto, la vicenda – lunga oramai oltre un secolo – del movimento antroposofico e quella della stessa Società Antroposofica mostrano – addirittura dimostrano – ad usura l’azione spiritualmente distruttiva dell’intellettualismo, del sentimentalismo, dell’ipocrita e farisaico moralismo, del misticismo, del visionarismo, e dell’ambizione. Di questi mali, come abbiamo potuto vedere, non è stata, purtroppo, esente neppure la Comunità Solare, voluta e impulsata da Massimo Scaligero.

Per questo motivo, la ‘Via del Cielo’, la ‘Via del Tao’, la ‘Via del Mondo Spirituale’ non può essere – oggi più che mai – la ‘via ordinaria’. E di fronte al fatto tragico e inquietante che – per usare, una volta di più, l’espressione della mia sapiente amica Fang-pai – molti ‘dimenticano’, ‘smarriscono l’intenzione originaria’, al fatto che molti ʽvolgono le spalle alla mètaʼ, e rinunciano all’impresa interiore, che scelgano la fiacchezza, la latitanza, la diserzione nei confronti dell’Ascesi Solare, indubbiamente severa, aspra, difficile, impegnativa, e dura – ma forse la vita stessa lo è di meno? – o addirittura ‘tralignano’, ‘tradiscono’, corrompendo – talvolta persino in maniera ‘circense’ e ‘pagliaccesca’ – l’aureo Insegnamento ricevuto, il Mondo Spirituale può scegliere, in una maniera che agli occhi degli ‘ortodossi’ può apparire  straordinariastravagante, i suoi combattenti tra coloro che, pieni di molti difettoni, non fidandosi della propria ‘natura’, scelgono di impegnarsi – ‘instancabili’ e ‘disperati’, ‘armati di solo coraggio’, ci disse una volta Massimo Scaligero – nella ‘Via’ non ordinaria, nell’Ascesi del Pensiero, che esige essere attuata indipendentemente, oltre, malgrado, e senza, l’infida natura alla quale normalmente ci si identifica. Ma come ci disse Massimo Scaligero: «Noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero». A questoe solo a questo – lupacci cattivissimi e predoni della steppa convintamente, tenacemente, ostinatamente si attengono, e sempre si atterranno.

Alcune persone, per l’esattezza tre, della mia città hanno trovato che quanto venne affermato dal sottoscritto su questo animoso blog circa due pubblicazioni che l’editore romano Tilopa aveva fatto di libri di ʽOraoʼ, Resurrezione e Madre, sia ʽmeschinoʼ. Ma come scriveva un tempo, tanto allegramente quanto ironicamente, zio Arturo: «Com’è noiosa / la gente virtuosa / quando predica moral».

Quelle tre persone non sono per nulla entrate nel merito delle affermazioni che mostravano – ʽdimostravanoʼ in maniera documentata – come le affermazioni di ʽOraoʼ (sive mas sive faemina) andassero apertamente in rotta di collisione con le comunicazioni fondamentali della Scienza dello Spirito. In quegli articoli, non veniva stata minimamente posta in questione la ʽpersonaʼ di ʽOraoʼ (sive mas sive faemina), anche perché tali pubblicazioni, alle quali se ne è aggiunta una terza, non hanno un rigo di presentazione e di introduzione, e non sappiamo quanto l’editore abbia messo mano a quei testi, ʽortopedizzandoliʼ, ʽtagliando e cucendoʼ, ʽcopiando e incollandoʼ, ʽinterpolandoʼ – naturalmente, anche nel suo caso, per carità, ça va sans dire, sicuramente sempre con le migliori, e le più idealistiche ʽintenzioniʼ – come  abbiam visto da lui fare con opere di Rudolf Steiner e dello stesso Massimo Scaligero: cosa che potrei documentare e dimostrare, alla bisogna anche filologicamente, con pochissima fatica, in qualsiasi momento. Il dubbio è più che lecito, tanto più che sulla romana rivista Graal sono apparsi, anche in tempi relativamente recenti, articoli firmati, appunto, ʽOraoʼ, articoli attribuibili sicuramente solo all’Innominato, dei quali in seguito sarà doveroso, da parte dello scrivente, occuparsi. Ma se quelle tre persone, che parvemi non abbiano affatto ben chiaro che cosa sia l’esser ʽmeschinoʼ, vorranno chiarirsi bene le idee, non hanno che da chiedere, e verrà loro illustrato con abbondanza di esempi concreti (alcuni dei quali li abbiam più sopra e in passati articoli riportati), che possano farli alquanto riflettere, che cosa sia veramente, al di là, di tutte le illudenti parvenze ʽmoraliʼ, recitate ed ostentate, l’esser ʽmeschiniʼ. Ad dei lupacci può esser imputato l’esser ʽcattivissimiʼ, e a dei predoni della steppa di esser ʽferocissimiʼ, ma non di esser ʽmeschiniʼ : spregevole qualità, questa, di intrallazzati cortigiani, di  vili opportunisti, di infami ʽinformatoriʼ, di infiltrati ʽinsinuantiʼ, di falsi doppiogiochisti : non certo quella di cattivissimi ʽlupacciʼ o di selvaggi ʽpredoni della steppaʼ. Dubito assai – dati i loro comportamenti di decenni – ch’essi ne abbiano la volontà e il coraggio. Ma, per citare quel vecchio e navigato arnese della politica, da me peraltro mai punto stimato, Giulio Andreotti (al quale, così come alla potenza straniera d’Oltretevere, peraltro, conducevano certe strane connessioni di manipolate iniziative pedagogiche gianicolensi), «a migliorare c’è sempre tempo», per cui come direbbero i marines, never say never, mai dire mai!     

 

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