AURORA CHE PIETRE ERRANTI DISSOLVE

AURORA

MORTI NEL GELIDO LAMENTO

STANNO AMMASSATI

E REPLICANO –INUMANI- IL DISPREZZO CHE LI MOSSE.

 

VISSERO NELLA SUPERBIA DEL SANGUE E DELLA CARNE

E OLTREPASSATA LA SOGLIA DELLA MORTE

NON EBBERO ALTRA EVIDENZA DA POTER SEGUIRE.

 

ASSORTI NELL’UNICO PENSIERO CHE EBBERO LE CARNI DI CUI FURONO SCHIAVI :

IMMERSI NEL MALEDIRE

OSSERVANO DISTANTI L’AGIRE DEI VIVENTI.

 

LE LORO TOMBE SONO ALTARI DI IMPASSIBILE FURORE

MASSE DI GELO E DI VERGOGNA ISPESSISCONO I LAMENTI

NEL SEMPRE PIU’ DISUMANO GIUDICARE.

 

MORTI SOLO A META’ POICHE’ VISSERO D’ABISSO

ORA NULLA LI PUO’ SCALDARE AL DI FUORI DELLA FOLGORE SUPREMA.

UNO SGUARDO LAMPEGGIANTE CHE LI ESPONGA AL GIUDIZIO DEI CELESTI.

 

NON POSSONO MORIRE POICHE’ VISSERO A META’

NEL SANGUE DELLA CARNE ADORATA COME SE FOSSE IL DIO.

NELLE PROFONDITA’ DEL GELO CHE TUTTO RESPINGE E ODIA.

 

L’ENTE DEL NEGARE ASSORBE OGNI RESIDUA FORZA

E TUTTO QUANTO SI SPESE QUALE VIGORE UMANO

NACQUE DAL MALEDIRE.

 

ACIDI E SILENZIOSI AMMORBANO DI GELO L’ARIA CHE LI CIRCONDA.

AFFOLLANO UNA TERRA CHE  STRENUAMENTE LI RIFIUTA

MA CHE SANNO DI NON POTER LASCIARE.

 

IL PESO E’ UNA FERITA CHE A LORO PIACQUE INFLIGGERE

E CHE ORA LI TORMENTA POICHE’ NON LI LASCIA LIBERI

E CHE ANZI LI COMPRIME NEL NULLA INAMOVIBILE.

 

FINANCHE LE TRAPIANTATE ROSE REALI : GIACCIONO IMMERSE NEL CALCARE

PREDA DELL’OMBRA IMMENSA E DELL’IMMANE PESO

CHE GLI OCCHI FISICI NON POSSONO VEDERE MA SOLO PRESENTIRE.

 

INFINE UN VIVENTE SGUARDO HA TRAPASSATO IL TUMULO.

HA SCOSSO QUELL’INFINITA RABBIA DEL MORIRE

HA OTTENUTO IL PALPITO DELLA FULGUREA FIAMMA

CHE NELL’IMMATERIALITA’ DISSOLVE E SANA.

 

UN ATTIMO DI FOLGORE HA INCRINATO IL PESO.

HA INTERROTTO IL DRAMMA DELL’INUTILITA’ CALCAREA.

UN PALPITO DI LUCE SI E’ ACCESO SULL’INFERNO

PERMETTENDONE IL DISSOLVERSI.

 

NELLO STUPORE STREMO : UN PALPITO DI MERAVIGLIA HA EGUAGLIATO IL TUONO.

CALORE HA PERCORSO I GELIDI SENTIERI

MENTRE VERITA’ ACCORREVA AD ANNIENTARE ESSENZE MINERALI

DI INAMOVIBILE MENZOGNA.

 

UN FUOCO LONTANISSIMO IMPONE LO STUPORE CHE INNESTA LA MERAVIGLIA.

 

POTENZA DELL’ACCENTRARE NEL SOVRUMANO

SVELLE IL DENSISSIMO COMPRIMERE

E SVELA IL VERO VOLTO DEL PENSARE CHE MAI VENNE NEPPURE CONCEPITO.

E MASSE MINERALI SGRETOLANO AL SUO COSPETTO.

 

TUONO FOLGORE E LAMPO INDICANO LE VIE DEL CUORE

CHE MAI EBBERO RICOMPENSA

MA CHE SONO L’UNICA MEDICINA NEL TEMPO ESTREMO DEL GIUDIZIO.

DINANZI ALL’ESSENZA VERA DEL REALE.

 

VERA FISIONOMIA DEL SOVRAMENTALE RESPIRO NEL SOLE ETERICO

LUNGO I SENTIERI DELL’IDEA CHE GIUNGE A CONTEMPLARE LA PROPRIA FORMA.

ATTRAVERSO UN VOLERE CHE NELL’IMMATERIALE PROTENDERE : CONSACRA.

E ARDE.

 

UNA SPERANZA INCRINA QUELLE OCCULTE PIETRE CHE BRAMARONO GLI ABISSI.

UNA LIEVITA’ ILLUMINA IL PESARE E LO TRAPASSA.

INTOCCABILE E INVINCIBILE  INDICA IL CALORE.

INDICA LE ALTEZZE.

 

IMPONE GLI ORIZZONTI CHE  -SACRI-  ORA RITORNANO VISIBILI.

 

ATTRAVERSO GLI INFINITI GRADI DI UNA LUCE CHE E’ IL SOLO FONDAMENTO.

 

ALL’UOMO AFFIDATA ED AL SUO ATTO DI ACUME.

CHE E’ ATTO DI FEDELTA’ IN IDEA.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SCOPI

 Hephæstus

Tra chi realizza pienamente quello che aveva concepito e chi non ha potuto realizzare nulla di ogni cosa, vi è di sicuro una gradazione quasi infinita di valori intermedi.

E’ una scala assai complessa poiché, oltre alla differenza tra i gradi di conseguimento dell’ideale che si voleva raggiungere, viene ad aggiungersi la differenza fra le qualità diverse dell’ideale medesimo.

Vediamo un po’: vi sono ambiziosi che mirano ad interessi materiali, sentimentali o intellettuali personali.

Altri che si propongono scopi più generali, più elevati e che possiedono l’impeto di scavalcare, a momenti, sé stessi.

Altri che, per così dire, sentono da millenni il canto delle stelle e vogliono scalare le cime che conducono agli splendori della Verità, della Coscienza e della Pace, quelli oltre ogni tempo.

E’ facile capire che la forza immessa negli sforzi e nelle rinunce  deve essere proporzionale all’ampiezza e all’elevazione dello scopo che ci si è proposti.

In ogni grado, dal più modesto al più trascendente, è raro trovare la quantità e l’equilibrio tra la somma di sforzi individuali, la forza di sacrificio di cui dispone chi si è proposto una meta e la somma delle rinunce di ogni genere e di ogni ordine che tale scopo esige.

Nei momenti in cui la costituzione complessiva di un essere umano permette la coerenza di ognuno di tali elementi è possibile il trascendimento di sé oltre il vincolo terreno.

Per questo servono le discipline. Che debbano essere molte o poche è destino individuale.

Il significato della “disciplina”, il suo significato originale, è quello di essere un discepolo.

Seguire la disciplina ed essere discepolo sono un tutto unico, come ossigeno e idrogeno sono una cosa sola quando vediamo l’acqua.

I tempi sono mutati, il maestro esteriore appartiene ad un momento precedente, ma rimane il fatto che il discepolo è uno che impara, che è pronto ad imparare da un maestro.

Dunque il primo requisito di un allievo, di uno che impara, è quello di obbedire. L’obbedienza è l’inizio e la base della disciplina.

Dei tempi antichi sappiamo qualcosa dei modi in cui si esigevano le dimostrazioni della disciplina dell’obbedienza da parte del discepolo. Poi la Conoscenza era un quid vivente che passava dalla coscienza del maestro in quella del discepolo.

Nel mondo dello Spirito ciò non è cambiato. Un giorno di decenni orsono un Iniziato che avrebbe abbandonato il corpo fisico dopo pochi mesi, mi disse forse con una punta d’amarezza ma con il tono neutro dell’obbiettività: “ Non c’è nessuno a cui possa trasmettere….”.

Un tempo fu necessario per il discepolo che la Trasmissione avvenisse in condizioni di animo del tutto passivo e ricettivo, frutto di obbedienza assoluta. Questo era il procedimento universalmente accettato. Molte cause hanno prodotto nell’uomo un maggiore senso di sé ed un forte sentimento di libertà che non consentono più una condizione di quel genere.

Ma, in ultima analisi, la dedizione, l’abnegazione verso il maestro, liberatesi dal maestro, sono riapparse dentro al discepolo, si sono incarnate in lui. Sono regole a cui egli accetta di obbedire.

Però ci sono regole e regole. Dipendono dallo scopo che ci si prefigge: se esso è ristretto, superficiale, le regole sono dello stesso calibro e per quanto efficaci in campi definiti, hanno (avranno) un effetto limitativo, persino debilitante sulla coscienza dell’individuo.

Se la disciplina significa obbedire, dovrebbe essere obbedienza ad una legge ampia ed elevata. La disciplina perfetta verrà soltanto dall’obbedienza alla legge più elevata. Il cuore della disciplina è quindi lo sforzo di superare sé stessi.

Invece di un sé inferiore che immancabilmente segue le leggi della natura inferiore, ciò che occorre è elevarsi ad un livello superiore di coscienza e alle sublimi leggi dell’Essere.

“Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo”.

Tanti hanno letto queste parole, pochi hanno avuto il rispetto e la devozione e la disciplina necessaria per condurre il proprio cuore “nelle profondità della venerazione e della devozione”.

Semplificando al massimo: si fa perché si ama. Si fa tutto per amore. Ma questo termine è così frainteso che è come se non avessi detto nulla.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LIBERTA' INDIVIDUALE E FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Cari amici,

se non vi dispiace vado subito al nocciolo di queste righe con una domanda forse ingenua oppure meno ingenua di quel che appare: “Perché nel movimento antroposofico (collettivo e individuale) c’è tanta paura nei confronti della Filosofia della Libertà?”.

Ho usato il termine “paura” e così troverò tantissimi scudi alzati. Avrei dovuto o potuto scrivere indifferenza, scarso interesse, rimozione, ecc. ma poiché credo assai poco al candore personale in chi segue da decenni la Scienza dello Spirito, non farei un buon servizio se usassi una fumosa diplomazia per evitare una parola indicante una nota animica fondamentale che, quando ascende e si fa discorso, in attimi come il geniale Fregoli, si traveste d’altro, persino nascondendosi in panni di elegante fattura bene imbottiti di sacrificio, moralità e volontà (desiderio) di azioni eroiche.

Anche e soprattutto di amore si parla e si straparla, come se questa elevatissima virtù – reale presenza dello Spirito nel mondo e potenza trasformatrice di ogni realtà – potesse venir accesa (o spenta) al pari delle lampadine, con un “clic” sull’interruttore. Come se la personalità corrente, che è qualcosa di più di un incidente di percorso ma non molto, non fosse consanguinea della stessa Forza che divise l’uomo dal mondo universale attraverso ciò che nell’anima si esprime come impulso d’odio e separatezza. Persino l’io in quanto intuibile e sperimentabile al centro della coscienza ordinaria, viene avvertito nelle individualità più deste e sensibili, come se attraversasse una sorta di “ossificazione” che pochi decenni fa ancora non esisteva.

Non coltivo il pessimismo ma vorrei soltanto che i lettori ed i ricercatori tenessero i piedi ben ancorati al suolo, ossia alla realtà che purtroppo è spesso meno carina delle rappresentazioni che gemmano dall’impulso spiritualista. Essa, la realtà, però educa l’uomo al pensiero corretto: è il sano contrappeso alla fantasia, quella che di “morale” non ha proprio nulla poiché nasce nel servaggio dell’anima dominata dal corpo ossia dalla animalità che giunge sino ad ingombrare e drogare la coscienza: fantasia che quando si agita nel pescivendolo o nell’antroposofo ha la medesima dinamica.

In realtà, quello che si evita non è un “libro” ma l’assunto della Scienza, che ha per fondamento l’osservazione pensante rivolta ad un fenomeno, il più possibile indipendente dalle condizioni esistenziali ed animiche dell’osservatore.

La Filosofia della Libertà risponde a questi requisiti, ponendo solamente come fenomeno da osservare il pensare stesso. Compreso questo, comprendiamo subito dopo che l’osservazione del pensare non è una condizione ordinaria.

Abbiamo un illustre esempio. Quando il libro fu stampato, Steiner mandò una copia a Eduard von Hartmann, il grande filosofo dell’Inconscio (oggi quasi dimenticato) che in una conferenza di molti anni dopo, il Dottore definì come “l’uomo più intelligente del XIX secolo”. E, infatti von Hartmann, oltre a tante annotazioni a margine, marcò laconicamente la cosa con una sola parola: “impossibile”.

In questa parola sta tutta la chiave per capire la Caporetto generale, non dell’antroposofia in sé ma dell’averla abbandonata come scienza, preferendo estrarre da essa una mistica che, in essa, non c’è mai stata.

Nella mia concezione, l’essere umano si apre e porta in sé a oggettiva manifestazione il mondo spirituale esterno; mentre il mistico intensifica la propria vita interiore, cancellando così il vero aspetto dell’elemento spirituale oggettivo” (la corsivizzazione delle parole, equivalente alla sottolineatura, è mia).

Ed è proprio questo che si è fatto e si sta facendo anche ora, energizzando anche indirettamente caratteri e atteggiamenti dell’anima che ribaltata com’è esigerebbe un “ribaltamento delle luci” per stare almeno diritta come si conviene, con la terra sotto ed il cielo sopra.

L’anima personalizzata a misura propria, cioè della propria natura consueta, non esce (e mai uscirà) dalla ruota dell’imperduranza e dell’impotenza: capace soltanto di creare scenari spirituali del tutto soggettivi per un solipsistico uso e consumo. Da ciò risulta consequenziale l’ottuso scontro, la rissosità, l’avversione cieca di cui fanno continua mostra i dinamici campioncini dell’amore fraterno ed i piazzisti del cammino spirituale.

Rudolf Steiner, sedici anni dopo la prima pubblicazione della Filosofia della Libertà (e altre otto opere), nel più ampio testo da lui scritto sull’uomo e il suo divenire cosmico, La Scienza Occulta, dedica una speciale parentesi a quanto può essere ritrovato nel suo libro precedente, nel quale converge il risultato “a cui il pensiero umano può giungere, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso(qui il corsivo è dell’Autore) e continua osservando che il pensiero puro, come entità vivente giunga alla conoscenza del mondo, della vita e dell’uomo. Indicando questa via come più sicura e più esatta.

Circa nel 1922, rispondendo ad una domanda che presumibilmente riguardava il destino della sua vasta opera, il Dottore rispose che sarebbe rimasta “solo La Filosofia della Libertà” e che in essa “era contenuta tutta l’antroposofia”.

Risposta che non può non essere intesa se non “sub specie interioritatis”, essendo il libro fatto di carta e non di leghe iperuraniche. E forse non è isolata follia quanto apparve scritto e firmato sul Das Goetheanum nel gennaio 1992, in occasione dell’uscita in lingua tedesca di un libro di Massimo Scaligero in cui si garantiva la connessione eterica del suddetto libro con il chef d’oeuvre di Steiner (evidentemente ignorando i non compos mentis italici contrari a Scaligero, da essi non compreso ma nemmeno letto: contraddizione grottesca e senza scusanti).

Per non dilungarmi troppo concludo questo excursus, ricordando ancora una severa conferenza di Steiner, tenuta all’inizio del 1923 che, forse dà una parziale risposta alla domanda, canagliescamente retorica, che ho posto nelle prime righe.

Molte cose non andavano bene nella Società Antroposofica, tra beghe, discussioni, scarsa capacità scientifica, compromessi, ecc. che il Dottore denunciò apertamente, come denunciò pure l’estraniamento dei movimenti connessi (ora diremmo “le figlie”) dal nocciolo spirituale dell’antroposofia. Suppongo si sappia com’è andata poi, nonostante l’estremo sacrificio del Maestro!

Ai dirigenti convenuti, Steiner fa osservare che anche nel  diffondere l’antroposofia, sarebbe dovuto subentrare un atteggiamento diverso. “Si tratta di quanto segue. Vorrei rimandare al mio libro La Filosofia della Libertà, pubblicato tre decenni or sono…quando oggi si parla di pensiero, proprio quando se ne parla nelle cerchie più influenti, si collega ad esso il concetto di passività nell’atteggiamento dello spirito umano…di fronte a ciò, nella mia Filosofia della Libertà ho messo in rilievo l’elemento attivo nel pensiero umano, ho messo in rilievo come la volontà penetri nell’elemento del pensiero, come si possa sperimentare la propria attività interiore nel cosiddetto pensiero puro, mostrando al tempo stesso, come da tale puro pensiero sgorghi tutto ciò che può diventare impulso morale nella realtà. Ho quindi cercato di descrivere l’inserimento della volontà nel passivo mondo dei pensieri ed il conseguente risveglio di questo mondo a quanto l’uomo attivamente compie da un punto di vista interiore”. Prosegue indicando in questa esperienza un reale risveglio della coscienza, rispetto ad un precedente stato (ordinario) affine al sonno e oltre. “Si giunge a vedere che il pensiero passivo si comporta nella vita dell’anima proprio come il cadavere di un uomo nel mondo fisico.”

Poi il Dottore comunica un certo tipo d’esperienza che si attua con il pensiero vivificato, ”ossia bisogna giungere al di là di Saturno per trovare il mondo a cui siano applicabili i pensieri viventi, in cui si possa tuttavia trovare ciò che dall’universo agisce creativamente sulla nostra Terra” proseguendo in ulteriori descrizioni cosmiche che si manifestano quali esperienze attraverso il puro elemento della volontà.

E benché abbia sempre detto che l’ordinaria ragione umana, scevra da pregiudizi, possa ammettere i risultati della Scienza dello Spirito, ho anche sottolineato come per chiunque sia oggi accessibile un tale atteggiamento della coscienza, attraverso il quale poter conseguire direttamente un nuovo pensare ed un nuovo volere, onde sentire di penetrare effettivamente nel mondo di cui narra la Scienza dello Spirito. Sarebbe stato necessario evitare di leggere qualcosa come la mia Filosofia della Libertà con lo stesso atteggiamento con il quale si leggono altre esposizioni filosofiche”.

Davanti a queste parole, pronunciate da uno dei più grandi Iniziati che si sono palesati nella storia umana, il peggiore criterio possibile usato comunemente dall’anima è il cieco ossequio o il totale respingimento. Ciò è persino comprensibile, data la condizione del “umano troppo umano” anche se sarebbe auspicabile che l’individuo avesse il coraggio conoscitivo di lasciar penetrare qualche fastidioso granello di pensiero estraneo e perturbante nel suo oliato meccanismo di spiegazioni e giustificazioni che gli consente di mantenere una ferrea e statica opinione su tutte le cose.

Ma come potrebbe essere possibile accendere nell’anima una condizione di libertà individuale capace di esperire le condizioni che La filosofia della Libertà sembra esigere? Probabilmente esercitando se stessi all’atteggiamento scientifico, necessariamente portato al limite delle sue caratteristiche.

La raccomandazione di Steiner è questa: “…elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso”.

Qui si indica la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza ossia la condizione zero della coscienza!

Appare chiaro che con ciò va fermato il pensare ulteriore e con esso tutto il più o meno vasto mondo dei nostri pensati e con essi il nostro mondo personale e la brama di essere che sostiene ogni nostra rappresentazione.

La mistica personale, che è sempre ipertrofia di ciò che semplicemente crediamo di essere e valere, va ridotta all’assoluto silenzio.

Quanti sono coloro che accettano di “morire da vivi”? Credo pochi, mentre i molti coltivano subcoscientemente una sorta di orrore per la più che audace azione interiore che, progressivamente, sembra spogliare di tutto l’entità umana, specialmente se arricchita dalla conoscenza esoterica che invece è per lo più fondata su un errore di valutazione evidente: non è esoterico ciò che naviga sul mare della discorsività. Questo non è un assioma mio, ma un fatto. Un fatto irriconosciuto, respinto: ma così è e tale rimane.

Ma cosa ci resta che renda forse possibile una “violenza buona” così radicale? Non di certo il continuo monologo con noi stessi a cui siamo abituati: esso è infinito ma non esce mai dal proprio circuito, equivalendosi in ogni suo punto.

E’ necessario l’esercizio, la disciplina dell’anima capace di interrompere progressivamente tutti gli apriorismi della nostra esistenza: l’atto, non l’elucubrazione.

L’itinerario, le esperienze della Filosofia della Libertà sono sostanzialmente raggiungibili solo quando l’anima possa riconoscerle, ma per riconoscerle, l’Io abbisogna del grado corrispondente all’intuizione – non parola vaga – come definita nella terminologia antroposofica. L’intuizione può affacciarsi là dove il pensare che contiene tutto il sentire e tutto il volere, in quanto rappresentativo, venga consumato: il fine ultimo della Concentrazione quando non venga scambiata con il  pur sano controllo delle rappresentazioni o altra operazione mentale o giochino psichico, essendo propriamente estinzione dell’essere in quanto brama radicale di vita.

Questo è il veridico livello dell’opera, in quanto si cerchi, per questa via, lo Spirito (e le eventuali “carenze” se reiterate quasi giornalmente, appartengono a chi fa il possibile per allontanarsi, assai più di chi fatica per avvicinarsi. Un pochino di logica, no?) .

E’ stata anche data la via delle immagini cosmiche: quella che dovrebbe essere “più facile”, sempre ché si dia un senso nuovo a tale parola. L’avete vista indicata, questa via, su  l’Archetipo, nelle limpide parole del dott. Colazza:”La Scienza dello Spirito, infatti, invece di esporre una dottrina (Pesate bene l’”enormità” di tali parole!)– come avviene in altri campi del sapere umano – suscita immagini vive che sviluppano, di per se stesse, forze di evoluzione e trasformazione. Così, chi riesca a percepire in sé l’operare delle Gerarchie che hanno contribuito e lavorano tutt’ora alla sua formazione umana, risveglia la coscienza di quanto vive nel suo essere, e si congiunge alle superiori forze dello Spirito in una relazione attiva…Chi formi questo quadro d’insieme e lo faccia vivere in sé, sviluppa forze viventi e muove un passo verso l’Illuminazione della coscienza…”.

Però anche in questo caso l’anima dovrebbe avere un eccezionale portato karmico o una completa disciplina di preparazione che si traduce nella capacità di porre dietro a sé la personalità ordinaria per offrire spazio e luogo all’attività del pensare-sentire-volere quando esso incontri, senza autoimpedimenti, le articolazioni immaginative dello Spirito.

Compiere questo sacrificio, per il quale serve tanta forza e tanta dedizione, per il quale è indispensabile uscire dalla mistica del proprio sé, è obbiettivamente difficile, per cui, anche questa direzione sembra essere stata sostituita da una sorta di astrazione discorsiva, anche da chi si ritiene operatore capace, alla conta dei fatti preferendo ogni sorta di rivoluzione o rifondazione che, fuori dalla realtà dello Spirito, è solo illusione nobile nell’illusione ideologica del mondo.

Questa è la partita che viene giocata nel prezioso ambito della libertà individuale,in nuce esistente davvero, ma che sembra accolta con poco entusiasmo dall’anima la quale non vuole subordinarsi all’io se non avvisa in sé l’intima presenza dell’Io Sono che i più intendono come esperienza mistica.

SCIENZA DELLO SPIRITO

VIVEKANANDA (di Savitri)

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E’ vero che oggi in occidente il materialismo e la dittatura del corpo sensibile ci impediscono di cogliere il fulcro delle dottrine orientali. Però è anche vero che, sempre oggi, è ormai giunta la potenzialità di poter cogliere, con capacità e volontà propria cosciente, l’essenza di queste tradizioni, invece che il loro manto e la forma di moda, invece che il deragliamento di questa su binari di allenamenti mentali arenantisi nell’inconscio, arricchenti il desiderio di torpore e oblio della triste realtà.

Dopo Ramakrishna ecco la virilità e la forza di Vivekananda, che porta il suo messaggio addirittura in occidente.

Due anime differenti eppure da amare nella loro totalità.

Se metto a fianco questi due grandi uomini non posso evitare di pensare al grande compito che è stato diviso tra Steiner e Scaligero.

“ Siate virili. Siate forti.” (Vivekananda)

Dalla “Sapienza Mistica” alla “ Forza Sociale Operativa”.

Vivekananda rimette in tutto il suo merito alla virtù di Ramakrishna.

Trasmette in “linguaggio occidentale” la potenza della sapienza mistica del suo maestro.

Scaligero operò una sintesi potente e attiva del messaggio di Steiner, e comprese di dover portare all’uomo sociale ciò che questi aveva dimenticato e ritenuto ormai solo astrazione e potenza perduta, per poter risorgere dalla tomba del materialismo e del meccanicismo.

Rifererendosi a Vivekananda Scaligero pone l’accento sul “… suo duplice compito di spiritualizzare il materialismo occidentale e di operare al contempo alla redenzione morale e materiale delle popolazioni dell’India.”

“Tra i pensatori orientali, egli è stato il primo ad opporsi alla plutocrazia e al suo presuntuoso considerare il denaro come guaritore di tutti i mali del mondo.” ( M. Scaligero)

Vivekananda sosteneva che “l’India può essere rigenerata sia socialmente che materialmente da una totale ripresa di quelle dottrine e di quella tradizione.”

Non si può non essere d’accordo con Scaligero quando sottolinea di Vivekananda la grande intuizione del collegamento da ripristinare tra lo spirito e la materia morta, divenuta avulsa dall’ interiorità dell’uomo; del collegamento come sola salvezza, la grande intuizione della necessità di ricongiungersi alla tradizione perenne, per l’uomo, per la sua redenzione.

Steiner nelle sue opere sulla questione sociale pone l’accento sulla urgenza di dover riesaminare la caratteristica di priorità che l’uomo ha assegnato al lucro, con l’illusione  cosi’ di soddisfare un istinto di libertà e creatività di diritto umano, mentre al contrario è caduto, a causa di questa sua brama, solo in un meccanismo di grande schiavitù, in una dipendenza apparentemente senza sbocco e sempre più facogitata, stretta e soffocante.

Questa problematica ha sviluppato Scaligero nella sua intera opera di pensiero, da una parte dimostrando la grande contraddizione della logica umana arrestatasi al suo limite razionale sensibile da cui si fa dirigere in toto e dall’altra, specialmente nelle sue “OPERE SOCIALI” , quasi spietatamente e in maniera profetica analizza la questione sociale come risultato sia della deificazione del liberalismo economico più sfrenato, sia della deificazione della collettivizzazione o pianificazione economica, generanti entrambi l’alienazione e la sofferenza dell’uomo.

La spiritualizzazione della materia… non significa eliminare e rifiutare quest’ultima per l’eremitaggio e la fuga nella meditazione.

“Non si può concepire peggior errore di una pratica del misticismo fine a se stesso, cioè come forma di individualismo essoterico, reso totalmente estraneo agli interessi e alle vicende dell’uomo comune”. (M. Scaligero)

Nello stesso tempo nemmeno la soluzione può essere il ripristino di usi e costumi tradizionali svuotati, e solo di facciata o comunque separati e indipendenti dalla vita sociale, cioè non intridenti di spirito e vita le azioni e il lavoro quotidiano.

Dunque dar vita e potenza di spirito al lavoro e alla creazione dell’uomo.

“Uno sforzo costante per spiritualizzare ogni giorno la vita umana, applicando al mondo della realtà il potere derivante dal mistero dello Spirito, è la forza motrice dell’opera di Vivekananda.” (M. Scaligero)

“Un vero uomo è colui che è forte come la forza stessa eppure ha un cuore di donna…». (Vivekananda)

In questa frase di Vivekananda è racchiusa una grande verita’ ed essenza di vita. Il Volere ed il Pensare, il maschile e il femminile in unità nel regno dell’Anima.

Le visioni profetiche per questi tempi, di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, potrebbero scoraggiare e far temere l’uomo, ma focalizzarsi sulla forza, sul pensiero che permettono la giusta visione ed analisi, ridona la speranza di poter cambiare e correggere le sorti nefaste dell’umanità, perché allora trasferire, collegare lo stesso giusto pensare e la stessa forza che permette la chiara visione, all’azione creativa e restauratrice è –  e può essere – l’espressione umana della Magia dei nuovi Tempi.

«Alcuni dicono – scrive Vivekananda – che le religioni stanno cadendo in rovina, mentre le idee spirituali stanno scomparendo dal mondo degli uomini. Al contrario, mi sembra che le religioni stiano imboccando adesso il percorso che li condurrà alla loro realizzazione finale… Fintanto che la religione è nelle mani di una élite di sacerdoti, rimarrà confinata entro il ristretto spazio di un tempio, di una chiesa, di un libro di preghiere, di un rituale e di una liturgia. Ma lasciate che si estenda il suo raggio d’azione e che il suo ritualismo si purifichi, che sia permeata dallo spirito della fratellanza universale degli uomini: essa sarà allora una forza vitale che influenzerà di nuovo ogni aspetto della vita sociale e della vita dell’individuo, una dispensatrice di bene infinitamente piú efficace di quanto non lo sia mai stata».

Non si può, di fronte a al valore di queste grandi anime, non pensare alla Pietra di Fondazione, Anima dell’ Uomo, dove Steiner recita:

“… Fate che l’ Oriente accenda di fuoco Ciò che attraverso l’ Occidente assume forma…

… In Oriente, Occidente, Nord, Sud, possano udirlo gli uomini…”

E’ il Fuoco della Tradizione Perenne che l’Oriente vuol donare all’Occidente affinchè quest’ultimo possa riaccendere nel suo pensare il potere forgiante il nuovo mondo.

(Swami Vivekananda at Chicago’s parliament of world’s religions -1893)

Personalmente, dovendo riconoscermi l’ignoranza di molta grande realtà orientale, ringrazio di cuore Isidoro per tutte le sue preziose proposte di figure rappresentanti la relativa tradizione, in questa sezione dedicata che integreremo man mano. E dopo la sua presentazione di Ramana, trovare ne L’Archetipo la descrizione di Vivekananda nelle profonde spiegazioni di Massimo Scaligero,  mi rende davvero grata anche nei confronti di Marina Sagramora per averci proposto questa lettura.

Segnalo dunque nella sezione Filosophia de L’Archetipo lo scritto molto interessante di Massimo Scaligero sulla figura del discepolo preferito di Ramakrishna, Vivekananda. 

http://www.larchetipo.com/2011/nov11/filosophia.pdf

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, TRIPARTIZIONE SOCIALE

ELOGIO DELLA FOLLIA

il_matto

 

Ogni “paese che si rispetti” ha i suoi matti, conosciuti, coccolati, derisi, presi come termine di paragone, nutriti e accuditi come figli e fratelli di tutti.

E’ buffo osservare le reazioni che suscitano: ci sono quelli che li accolgono sempre a braccia aperte, offrono caffè e cibo, scambiano quattro chiacchiere e due sorrisi. Oppure quelli che se ne discostano, li additano da lontano, ne hanno paura e preferiscono non averci nulla a che fare. Eppure, volenti o nolenti, i matti non lasciano indifferente nessuno, hanno la rara capacità di metterti di fronte a te stesso, nudo e senza appigli. E questo spaventa e affascina al contempo.

La funzione del matto di paese è la stessa antica del giullare di corte: spezza i limiti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali, mostra apertamente che oltre la barriera ereditata di cosa è giusto e sbagliato, del “abbiamo sempre fatto così’”, ci sono altre vie, altri modi sconosciuti e temibili di vivere. Strade senza indicazioni e, come tali, strade per folli che decidono di uscire dal seminato, dal già visto e già fatto ed esplorano territori vergini, mettendo in campo tutto ciò che sono, fino a perdersi per ritrovarsi diversi e sempre più reali.

Il matto è metafora vivente di possibilità ignote e per questo riverito e temuto. E’ esorcizzazione visibile di quella paura dell’ ignoto che ciascuno si porta dentro, non vista né, spesso, presagita. E’ un capro espiatorio e un perenne monito delle debolezze che non ci permettiamo di affrontare né superare. Il senso ultimo della lotta per la normalità che, in definitiva, non esiste se non come idea errata che, continuamente e inconsapevolmente, facciamo nostra e ci àncora alla stessa illusoria realtà, giorno dopo giorno.

Il matto ci sfida, è lui che ci deride; attore di un ruolo tragicomico nel quale paventiamo di riconoscerci, senza sapere che è porta di accesso ad altri piani in cui solo i più coraggiosi sono pronti ad avventurarsi. Emblema della libertà da schemi comportamentali e, perciò, familiari e sociali, rigidi e meccanici, che intrappolano dentro ruoli e convinzioni formali e stereotipate. Simbolo di quella terra di mezzo, ponte sospeso tra genio e follia, istmo interiore mai vissuto fino in fondo, che regola i ritmi e traccia una parvenza di percorso per arrivare alla libertà e comprendere cosa farne.

ALTRO

DIO DALLA PIETRA

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Dio dalla pietra” è il terzo simbolo elencato da Firmico Materno, che interpreta la pietra come Gesù che “sostiene i fondamenti della fede, e posto angolarmente, compone in proporzione media le membra delle due pareti, cioè consocia le diversità del corpo e dell’animo a partire dall’immortalità largita all’uomo”.

La pietra cresce (i cristalli salini si agglomerano) dunque è viva, ha energia, è lo stato più compatto dell’energia: quello che meglio figura l’eternità.

Inoltre forniva materia per gli strumenti antichi ed era perciò madre, anzi era lo strumento di ogni strumento, la fonte di ogni mezzo, l’origine della vita.

Perciò si spargevano d’olio o si incoronavano le pietre (“Vetus in trivio florida serta lapis” dice Tibullo, I,I,12), perché l’energia vi si è accumulata e può essere restituita.

Come ho scritto, il rullare delle pietre smosse dai danzatori era simile al tuono, l’accoppiamento rituale simile alla pietra squarciata dal primo fulmine di primavera: dal tamburo si procede al sasso per mediazione dello sposalizio.

I significati sono tanti, il fondamentale è che la pietra è come il dio: Diversità e Silenzio assoluti.

L’uomo è incantato dal mondo, assordato dall’errore, ammutolito dalla sofferenza: all’incanto occorre il disincanto, poi bisogna fare silenzio, perché nel silenzio “parlano le pietre”.

Nel sonno delle sue facoltà sensibili, Giacobbe accosta il capo ad una pietra ed ha la visione della scala al cielo: quando si desta consacra la pietra, che Filone chiama Logos.

Ciò che è fuori dal mondo dei valori, perciò spregiato dal mondo, serve a dissipare l’incanto, a sciogliere la pietrificazione: la pietra disprezzata da tutti è l’angolare (Matteo, 21, 42): ciò che sta fuori dal mondo lo regge (lo rende sopportabile) come la chiave di volta di un edificio.

La pietra è anche ciò che percosso, s’infiamma, come il Marino scrive nel IV canto dell’Adone:

.

Selce ch’auree scintille in seno asconde

Il loro chiuso splendor mostrar non pote

Se dall’interne sue vene profonde

Non le tragga il focil che la percote

.

La pietra per eccellenza sarà dunque pietra focaia che nasconde la fiamma o un areolito di origini celesti.

E’ resistenza su cui i peccati si infrangono: la Ka’ aba alla Mecca è annerita dai peccati degli uomini.

E Origene, nella II omelia sul Cantico dei Cantici, dice: “La pietra spiccata dal monte senza soccorso di alcuna mano è l’avvento di Nostro Signore nella carne, e non fu tutta la montagna a scendere verso la terra, perché la fragilità umana non l’avrebbe saputa sostenere intera; solo una pietra, pietra d’inciampo, roccia dello scandalo, scese nel mondo”.

Pietra è anche ciò che rimane dopo che si sono bruciati i peccati, col fuoco che è la Nuova Luce.

Chi è questo fuoco sapiente che lascia illesa quella pietra preziosa che è in me, consumando solo i mali che ho commesso?” si chiede Origene.

Così l’arte alchemica affermava che la pietra celata nell’uomo dev’essere squadrata e vetrificata, che allora è capace di guarire da ogni male diventando filosofale: la pietra è corpo in cui si edifica una vita non già psichica ma spirituale: mossa dal “soffio” che attizza il fuoco.

La pietra viene consacrata dalla folgore, perché la pietra va spezzata affinché il dio appaia: si sarà grati a chi ci infrange il cuore: è la divina rugiada che lo scioglie.

Tuttavia si dovrà essere come roccia, impassibili come Dio stesso: il medesimo evento viene designato con segno sia positivo che negativo.

La tentazione di Gesù avviene in due momenti. Al primo è offerto il potere, al secondo, più sottile, gli si chiede di trasformare le pietre in pani.

Egli risponde che queste devono risuonare come Verbo, nutrire lo spirito, non il corpo.

Pietre cantanti sono quelle che si circondano di silenzio e perciò le pietre furono scolpite in figure rappresentanti note musicali nei templi (così afferma Filone delle steli scolpite e nei chiostri medioevali sono state scoperte e decifrate da M. Schneider).

Per il Petrarca la pietra è l’origine delle sue affinanti sofferenze, come nell’envoi della canzone Ne la stagion che‘l ciel rapido inchina:

.

Canzona, se l’esser meco

Dal mattino a la sera

T’ha fatto di mia schiera,

Tu non potrai mostrarti in ciascun loco;

E d’altrui loda curerai sì poco,

Ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio

Come m’ha concio ‘l foco

Di questa viva pietra ov’io m’appoggio

.

TRADIZIONE

TERSICORIADE

 Tersicore

Mi è parso di leggere nei commenti come lupescamente un nostro prode articolista falci sotto i piedi di un innocente (?) lettore ogni vaghezza di verdi pascoli, di suoni flautati, di rugiadose pratoline pennellate su artistica tela

Ma, beninteso sulle cime di aspri monti, devo difendere (d’ufficio) la danza con i suoi misteri. Sarò per qualche riga, scudo a Tersicore.

Poiché essa, conclusiva all’estasi in Santa Teresa come in San Giovanni della Croce, è il linguaggio che ancora oggi porta tracce della sua origine misterica, ancorché appaia ammutolito dall’inconsapevolezza del suo originario ufficio.

Nell’anemica danza occidentale ancora si possono seguire le tracce dell’origine quando gli uomini miravano a diventare simili agli uomini rotondi del Simposio platonico, e imitavano i giri degli astri nelle loro danze dedaliche e zodiacali, sicché G. Zacharias ha stabilito il senso dei movimenti principali:

L’allenamento è il digiuno e il tormento dell’inversione.

En dehors è  il movimento del sacrificio, l’offerta del braccio o della gamba che si tende al massimo come rinunciando al suo possesso.

A celebrazione della nozione che soltanto la liberazione dalla possessività scioglie il coagulo delle energie.

Aplomb è l’equilibrio che ci possiede, che ci sposa.

Elévation o relevé sulla punta dei piedi è il volo sciamanico o lievitazione, l’ascensione, il salto del dio fuor dalla pietra

Plié è il movimento di umiliazione che solleva, come écarté o épaulé sono segni di mediazione.

Poi, la danza primaverile cinese del fagiano, segue lo schema dell’iniziazione passo a passo.

Essa mira a propiziare gli accoppiamenti, e, per continuità temporale, la manifestazione del tuono, rimasto celato durante l’inverno.

Poiché il destino lega l’amore tra i fagiani, il tuono e gli incontri umani di primavera, accettarlo significa connettere questi suoi momenti danzandoli.

Dapprima i fagiani cantano e simulano il tambureggiare con le ali, agitano le spalle come tuonando.

Essi calpestano pietre in modo da farle suonare, rotolare, così essi spietrificano, sgelano le fagiane.

Insomma, come scrive Schiller, è gioia fondamentale, altissima, non come opposizione alla morte, ma gioia che abbraccia la morte come l’anno l’inverno, la giornata la notte.

Sempreché non si infilino le rosse scarpette di Andersen…

Carla

SENZA CATEGORIA

RAMANA

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Quando, ancora agli inizi degli anni settanta, dopo essere entrato nel suo studio, ti sedevi davanti a Scaligero, anzi davanti alla sua scrivania, era facile notare che sul muro, alla sua destra, stava appesa, a mo’ di quadretto, la foto di un volto dalla pelle scura, barba e capelli bianchissimi e uno sguardo pieno di bontà e mitezza.

La si vede, un po’ indistinta, in quella foto di Massimo che per molti è la più cara poiché lo riprende come noi anziani lo conoscemmo.

Riconobbi con sorpreso piacere il personaggio della foto appesa: già lo consideravo come il migliore tra gli asceti/maestri dell’India contemporanea. Da tempo praticavo anche secondo le sue indicazioni: le più semplici ed essenziali che erano come un fiore nuovo oltre l’immenso retaggio della millenaria spiritualità dell’Oriente

Era Ramana Maharshi (Bhagavan Sri Ramana Maharshi. 1879-1950).

Realizzò l’identità con l’Io universale a 17 anni.

“…quel giorno fui colto da una violenta paura della morte (…)è venuta la morte: il corpo muore (…)Ma con la morte di questo corpo io sono morto? Il corpo è io? E’ silenzioso e inerte ma io sento tutta la forza della mia personalità e la presenza dell’io dentro me, indipendente da esso. “IO è lo Spirito che trascende il corpo (…) Ciò significa che Io sono lo Spirito immortale. Tutto questo non era smorto pensiero, lampeggiava in me come verità viva, al di là del processo di pensiero. Da allora in poi l’assorbimento nell’IO continuò ininterrottamente.”

Poi Ramana abbandonò la famiglia e si recò a Tiruvaṇṇāmali, un paese ai piedi del sacro monte Aruṇācala, dove visse per il resto della vita.

Scrisse di Aruṇācala: “Sta come un monte insensibile. Per chiunque è difficile capire la sua azione. (…) Quando, acquietando la mia mente, mi chiamò a sé, e io mi avvicinai, scoprii che era l’Inamovibile”.

Che si può dire di un essere che si fonde col Sovraumano? Mi limiterò a narrare alcuni dei tanti fatti che accaddero durante la sua vita.

Un Funzionario che visse dal 1910 a Tiruvaṇṇāmali, si era recato a visitare Ramana, covando sopratutto il pensiero di quale fosse la forma reale del Santo: seduto davanti a Ramana fu ciò che gli chiese. Improvvisamente scomparve la figura del Maestro e del dipinto di Shiva che figurava all’esterno della grotta. Vi era solo lo spazio vuoto, senza neppure la roccia. Dopo un po’ apparve una nube bianca ed emersero i contorni della figura del Maestro e dell’immagine. Lentamente il devoto vide nuovamente la forma concreta di Ramana e i rimanenti dettagli. Silenziosamente si alzò, si chinò e e se ne andò. Tornò dopo un mese e allora il Maestro gli disse: “tu volevi vedere la mia forma: hai veduto la mia sparizione: io non ho forma”.

Anni dopo vi fu chi espresse una domanda simile e, dov’era seduto Ramana, apparve alle persone presenti nella stanza una gigantesca colonna di luce/fiamma roteante da cui balenavano infiniti occhi. Diversi tra i presenti intuirono d’aver visto Shiva stesso.

Visto il continuo flusso di devoti e visitatori, i discepoli che risiedevano nell’Ashram misero un cartello che vietava, nelle ore più calde, l’ingresso nella sala dove Ramana riceveva.
Uno di essi, passando davanti alla porta si accorse che il Maestro riposava accovacciato lì vicino a terra: “Maestro! Cosa fai qui per terra?” Ramana, col suo mite sorriso indicò la porta e il cartello. “Volevo riposare lì dentro ma c’è scritto che non si può entrare”.

Fin quando poté, Ramana amava camminare nella giungla intorno ad Arunachala. Tutti potevano seguire da lontano il suo cammino poiché sopra di lui volavano gli uccelli e dietro a lui le scimmie, gli elefanti e le tigri e i leopardi seguivano la sua passeggiata.

Arrivarono gli occidentali: Humphreys, Osborne, Paul Brunton: avventuriero dello Spirito e giornalista, il romanziere Graham Greene (Il filo del rasoio) e l’audace esploratore dell’inconscio C. G. Jung che, a pochi chilometri di distanza e vettura pronta accusò tali malesseri che gli fornirono l’alibi per evitare l’incontro e ripartire velocemente dall’India.

Brunton, già pratico di iniziazioni e meditazioni giunse del tutto scettico: “Appena gli occhi di Ramana si posarono sui miei, dimenticai tutte le domande che mi ero accuratamente preparato, mentre mi parve che un continuo rivolo di pace scorresse in me, riempiendomi di un’immensa quiete”.

Sri Bhagavan disse (tra le altre cose) a Brunton: “ Non si deve rinunciare alla vita attiva. Purché tu faccia una o due ore di meditazione ogni giorno, puoi continuare con i tuoi impegni. Se mediti bene, la corrente che viene indotta nella tua mente continuerà a scorrere nel bel mezzo del tuo lavoro. E’ come se un’idea venisse espressa in due modi allo stesso tempo; quello della tua meditazione e quello della tua azione.”

A chi voleva restare con Lui, abbandonando il mondo, Ramana disse: “Bhagavan (sinonimo di Dio) è sempre con te, dentro te. L’IO che sta in te è Bhagavan. Di questo devi rendertene conto. Rinunciare non vuol dire il gesto esteriore di gettare vestiti, famiglia e casa. La rinuncia è l’abbandono dei desideri, delle passioni e degli attaccamenti.
Chi rinuncia davvero si immerge nel mondo ed espande a tutto il mondo il suo amore.”

Sua madre visse nell’Ashram per 10 anni. Mentre moriva, Ramana le teneva una mano sul cuore e l’altra sul capo, non per farla guarire ma per acquietarle la mente affinché la morte fosse Mahasamadhi, riassorbimento nel Sé. Appena morta, Ramana, senza tristezza, si rialzò e disse: Adesso possiamo cenare, non c’è nessuna necessità di purificazione.”

Per Lui la vita sensibile non era un tesoro da economizzare: nel 1949 gli si manifestò un tumore al gomito sinistro; fu operato, contrariamente alla tradizione che non permette che il corpo di un Saggio venga trafitto dal metallo. Solo rifiutò qualsiasi anestesia.
Continuò a parlare ai tanti devoti, a tradurre stanze delle Scritture e costantemente disapprovando le ‘eccessive’ cure dategli. Prima di morire, ai discepoli più vicini che lo pregavano di non abbandonarli, con dolcezza rispose: “Io non me ne vado. Dove potrei andare? Io sono qui”.

Non lasciò molto di scritto ma con le sue parole trascritte dai discepoli si riesce a ottenere una stringata “Opera Omnia”, tradotta anche in italiano. A mio parere la più essenziale è quella curata da Arthur Osborne (Ubaldini edit.).

Gli scritti, per certi versi più importanti, sono: “La ricerca del sé” e “Chi sono?”.

Ramana non costruisce sistemi dottrinali ma indica un metodo, alquanto secco e diretto (del tutto rivoluzionario in un Paese stracolmo di tradizioni, riti e correnti che si contrastano da…migliaia d’anni).

Cerco di indicarlo abbastanza in breve.

L’ostacolo che si frappone tra la Coscienza Integrale e la condizione di ‘ignoranza’ è la mente comune.
Essa non è un’entità autonoma ma un coacervo ribollente di pensieri.
Smorzati i pensieri è smorzata la mente. Arrestati i pensieri la mente svanisce e alla nostra coscienza di esseri esistenti su tutti i livelli della Creazione, appare la nostra struttura nella sua integrità. Quanto di noi vive nel mondo fisico è sorretto dall’Essenza Universale.
Di questa Essenza, la mente non è un organo ma una facoltà e non ha quindi nemmeno quell’esistenza temporale che il corpo fisico possiede. Essa esiste in quanto funziona: fermata la sua attività, rimane al puro stato di potenzialità.
L’ego è un’illusione iniziata dalla mente e rafforzata con l’identificazione all’apparente oggettività delle cose, alla fisicità ed alla mente stessa.

L’integrale riconessione con l’IO può avvenire dopo un completo processo di disidentificazione.

Il primo metodo è quello della continua analisi e discriminazione.

Ad ogni pensiero che sorge, Ramana suggerisce di porsi la domanda: “Chi è che pensa?
Donde viene codesto pensiero?”
In questo modo i pensieri svaniscono e svaniscono i successivi, finchè l’attività mentale cessa ed l’IO può apparire
(ricordo che l’opera si svolge durante la meditazione: è meditazione)

Tutti gli altri mezzi possono essere individualmente utili in quanto e soltanto come ausiliari,
ad esempio cito una risposta riguardante la pratica del pranayama: “Il controllo respiratorio può essere di aiuto. E’ uno dei vari metodi intesi ad aiutarci per raggiungere ekagratha, ossia la fissazione della mente in un solo punto e dev’essere usato solo per quello. Non ci si deve accontentare delle esperienze che possono derivarne ma bisogna strumentalizzare la mente con la domanda “Chi sono io?”, finchè la mente non si sommerge nell’IO.
E per le posizioni (asana): “Qual’è la migliore?” “La migliore è la mente puntata ad un solo bersaglio”.
Sui dubbi: “Tutti i dubbi cessano quando si è trovato ‘chi’ dubita e la sua sorgente. A nulla serve il togliere dubbi all’infinito. Tolto uno, eccone un altro, e così a non finire. Ma se si scopre che chi dubita è inesistente col ricercare la sua sorgente, tutti i dubbi cesseranno.”
Lo sforzo: “ E’ necessario poiché è necessario un incessante esercizio, fino a che non si raggiunge, senza il minimo sforzo, quello stato originario in cui la mente è libera dai pensieri: cioè finchè “io” e “mio” non sono del tutto strappati e distrutti.

Come per la concentrazione che adottiamo nella pratica della Scienza dello Spirito, l’assunto di Ramana è così semplice che desta infinite difficoltà. Ecco un esempio tipico (“D” sta per devoto e “R” per Ramana):
D.Come si può prendere coscienza dell’Io? R. L’Io di chi? Trovalo. D. Il mio; ma io, chi sono? R. Sei tu che lo devi scoprire. D. Io non so. R. Ripensa alla tua domanda: chi è che dice “io non so”? Chi è l’”io” nella tua affermazione? E cos’è che non conosci? D. Qualcuno o qualcosa. In me. R. Chi è questo qualcuno? E in chi? D. Perché sono venuto al mondo? R. Chi è venuto al mondo? Tutte le tue domande hanno la stessa risposta. D. E allora, chi sono io? R. (con un sorriso) Sei venuto a farmi l’esame? Tocca a te dire chi sei tu. D. Per quanto ci provi, non mi pare di poter afferrare l’io. Non riesco neppure a discernerlo chiaramente. R. Chi è che dice che l’io non è discernibile? Ci sono in te due tu, che l’uno non discerne l’altro?………

Questo scambio di battute non era raro (l’esempio riportato continuava). Forse colui che chiedeva vi parrà ottuso…ma in quanti decenni ho visto qualcuno capire il senso della Concentrazione?
C’è chi, fregiandosi “insegnante di occulte scienze” la ripudia avendola trasformata in bizzarria personale, chi la evita sgusciando in un fruscio di vesti pseudo sacerdotali.
(“ma gli Eletti non ne hanno bisogno?” “Si figuri, cara signora, Noi siamo un tantino più su” “Grazie Maestro” “Ma le pare…ehm, vuole che la benedica?” )

No, Ramana non era così: questa figura emaciata ed esile con una mitezza che trasformava il cuore alle tigri era solo una Luce del divino nel mondo.

 

il fu RASTIGNAC

TRADIZIONE

IL TAMBURO NEL CUORE: SUONO E FIAMMA

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Ah, Isidoro, quale potente immagine è il suonare il tamburo!

Esso in Asia, ma anche altrove, è stato associato sovente al «cuore»: fisico e metafisico. Nello Yoga dei tantrika, descritto nello Shatchakranirupana, che l’ottimo Sir John Woodroffe – con l’eteronimo di Arthur Avalon – all’inizio del XX secolo tradusse nella sua opera, oramai classica, The Serpent Power, il chakra del cuore è detto Anahata-chakra, ovvero «il (tamburo) non battuto», evocando così quel sangue freddo del serpente, o – come si esprime Gustav Meyrink – quella «fredda qualità magica», la quale vince la trepidante paura, che appunto fa venire ai pavidi il «batticuore».

La «fredda qualità magica» è quella che vince l’infero calore della brama, che divora la vitalità spirituale dell’anima e quella stessa animante il corpo, per cui il corpo si ammala e muore. La «fredda qualità magica» vince il batticuore e fa altresì il «silenzio» dei rumori del mondo, di questo rumoroso, malvagio, stupido e immondo mondo.

La «fredda qualità magica» induce col silenzio, il distacco, e la calma. Diviene quella «bevanda dell’oblio» che vince e spegne quel infero magnetismo che avvince alla maya divorante, a quel aspetto illusorio del mondo che – come insegna Massimo Scaligero ne Trattato del pensiero vivente – si fa indebitamente potenza interiore nell’anima, invertendo la gerarchia Spirito-anima-corpo. Altrove, egli ricorda pure che l’uomo deve riconquistare il sangue freddo del serpente e come il Serpente fosse un grado della Iniziazione caldea. Per questo amo il silenzio solenne  e il freddo delle ore della notte…
Ma il «vuoto» della natura, il suo dissolversi è il risvegliarsi e il risorgere dello Spirito, dello Spirito imperituro. Per cui il cuore che non batte più, trepidante, per la paura dell’ignoto, dello svanire dell’effimero, per il dissolversi dell’oggetto della brama sempre delusa, il cuore che diventa «sordo» allo scomposto stridore dei rumori del mondo, diviene di converso capace di battere per l’Eterno, per l’Infinito, per l’Assoluto, comincia ad udire l’Armonia delle Sfere, sente risuonare in sé il ritmo dei Mondi, e una tale esperienza diviene per l’anima vera «bevanda della memoria».

Il «fuoco sidereo» che discende nell’anima al contempo «gela» – ed è per questo che i pavidi non amano la Via del Pensiero e la Concentrazione – istinti, brame, passioni della natura inferiore e caduta, mentre «risveglia», «resuscita», «riaccende» la morta virtù dell’anima, ne «riscalda» il cuore celeste. Il cuore comincia a udire la «Voce del Silenzio», o come diceva un vecchio Sapiente veneziano, riprendendo una delicata immagine orientale, anzi tibetana, le «campane del Silenzio», preludenti alla «morte mistica» e a quella corporea.
Dunque il «tamburo» e la «fiamma», il suono e il calore. Nell’immagine hindu di Shiva Nataraja, il Supremo danza tenendo nella mano destra esterna il tamburo col cui suono – shabda-brahman o vak o parola creatrice – Egli chiama in essere la manifestazione cosmica – manvantara – e con la mano sinistra tiene il mistico fuoco – agni – che dissolverà la manifestazione cosmica nel pralaya.

Ma ciò è pure quel che micro cosmicamente avviene nel cuore e nell’anima dell’asceta operante, dell’asceta che si vota alla pratica della Concentrazione e della Meditazione. l’ardore dell’ascesi – tapas – l’entusiasmo per il pensiero puro, che Giovanni Colazza nei suoi Aforismi chiama «il segno della maturità dell’anima», è il «fuoco» che discioglie i legami che incatenano l’anima al corpo e la obbligano alla univoca e illusoria visione sensibile, ossia il solvere ermetico che dissolve il «fisso», e permette al contempo il coagulare che fissa il «volatile».

Nell’immagine di Shiva danzante, il fuoco – oltre che esser portato dalla mano sinistra più esterna – circonda come un arco l’intera raffigurazione: simbolo di quel «fuoco saturnio» dal quale, col sacrifico di Prajapati, il Mahapurusha o Uomo Cosmico, son nati l’Universo e i mondi, e nel quale parimenti essi si dissolveranno. Massimo Scaligero, ricordando un insegnamento di Giovanni Colazza, ci insegna come nel cuore dell’uomo sia presente, ma occulta, una «forza più potente della forza stessa del Sole» e come il cuore umano possa in sé ricreare il «calore saturnio».

Possa il risuonare nel cuore del tamburo del Verbo-Vak, della divina Parola Creatrice, Shabda-brahman, proveniente dal Supremo danzante, risvegliare gli asceti dormienti e riaccendere in loro l’ardore del fuoco che nella Concentrazione dissolve le illudenti apparenze della Maya.

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TRADIZIONE

SPICCIOLI DI MAGIA

fiamma[1]

Vorrei porre lo sguardo su frammenti di discipline in uso tra maghi e stregoni; una tra queste era più importante rispetto alle altre: si trattava di esercitare un certo dominio sul cuore e sul sistema vascolare. Nel medio evo e sino quasi ai nostri giorni, ciò poteva essere ottenuto per mezzo di droghe di origine vegetale e talvolta animale.

Ho notizia che ancora oggi, in certe zone delle campagne europee, questo viene praticato da stregoni. Non scrivo per fare la morale, comunque sono pratiche estremamente pericolose, non fosse altro che per le sostanze altamente tossiche impiegate e anche qualche nome importante del passato panorama occulto europeo chiuse la sua vita anzitempo a causa di errori nelle preparazioni.

Del resto, i possibili risultati, per un certo modo di vedere, erano piuttosto ghiotti: viaggi in astrale, alcuni poteri e molti altri fenomeni extra- normali.

Prescindendo dai venefici composti, è esistita un’altra via, più ascetica e disciplinata che portava ai medesimi effetti.

La tecnica era questa:

Ci si aggiustava in una posizione determinata, si rilassavano i muscoli e si chiudevano occhi ed orecchi (questi ultimi con la cera).

Poi si rallentava leggermente la respirazione, concentrandosi sulle pulsazioni cardiache, immaginando il cuore che si contrae e si stende.

Affiora allora una percezione, ordinariamente inavvertita (in un individuo sano) che risulta ben poco piacevole. Le pulsazioni vengono avvertite come esagerate, dolorose, mentre il polso si accelera. Si prova anche un senso di angoscia che non dovrebbe essere pericoloso.

Con un periodo di pratica, le sensazioni negative cessano e l’impressione della contrazione cardiaca diviene naturale.

Allora è il momento di passare ad un secondo stadio: ci si rappresenta le pulsazioni come gradualmente distanziate. Si immagina di contrarre il cuore volontariamente e sempre più lentamente.

Con un po’ di pratica ci si accorge che il polso in effetti rallenta. Allora è giunto il momento di invertire il processo cercando di accelerare le pulsazioni. Così si continua, un giorno rallentando e il giorno dopo accelerando le pulsazioni.

Poi, con calma e prudenza, si accentua il fenomeno. Generalmente, l’occultista che dopo circa un anno di esercizio, giunge a rallentare a volontà le pulsazioni verso le 30 al minuto e ad accelerarle fino a 140, ha raggiunto lo scopo su questo gradino.

Circa a metà dell’opera e adoperando lo stesso procedimento, l’operatore si esercita a diminuire l’ampiezza dei movimenti del cuore, con lentezza. Lo scopo da raggiungere è, in pratica, quello di ottenere una pulsazione regolare ma appena percettibile.

Ottenuto questo risultato, esso va potenziato con la respirazione superficiale, fino a ridurre il corpo in uno stato di morte apparente.

Questa è la condizione più adatta per l’esecuzione di realizzazioni magiche…se si rimane svegli, se non si cade in trance, se non si entra in anomali stati di autoipnosi e se siano stati felicemente superati i pericoli generali, sia fisici che psichici, facilmente immaginabili, presenti lungo questo lavoro.

Per evitare l’aborto finale di una così lunga esercitazione, dal principio della via, si concentrava l’attenzione su una rappresentazione forte, quasi sempre simbolica o che rappresentasse la realizzazione dell’opera.

Come nel mondo ogni cosa ha la propria singolarità ma nessuna è totalmente separata dalla moltitudine delle altre cose, potrebbe sorgere la domanda se nella scuola occulta moderna vi sia qualcosa che possa assomigliare alle tecniche descritte, più vicine al fachirismo che a vie dello Spirito.

La risposta è negativa…ma anche nel sano occultismo troviamo, ad un certo livello e come effetto, modificazioni nella percezione del sistema sanguigno e nel centro cardiaco. A ciò corrispondono, accanto ad interiori risvegli, anche certe capacità magiche.

La chiave si trova, in primis, nell’attivazione del “sole che splende tra gli occhi”. Leo dà di ciò alcuni prudenti cenni nel II volume di Ur.

Anche Massimo Scaligero ha disseminato in più volumi alcune pratiche che rimandano a modificazioni della percezione sanguigna, di fatto quasi celandole, vista la modesta ampiezza e profondità di cui si fa uso nello studio dei testi. Comunque e sempre subordinandole alla cosciente liberazione di determinate correnti eteriche, rigorosamente sciolte dalle categorie fisico-corporee attraverso la pratica della concentrazione e meditazione.

SENZA CATEGORIA

L'ARCHETIPO – FEBBRAIO 2014

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laboratorio

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 60

Socialità
O. Tufelli L’oro di Roma

Poesia
F. Di Lieto Ikiru

Etica
T. Diluvi Fuori tutto

AcCORdo
M. Scaligero Oltre lo Spirito della menzogna

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Il pensiero che nasce

Therapeia
E. Tolliani Lungo le rive del grande fiume

Il Maestro e l’opera
I. Stadera Il potere solare del pensiero

Invocazione
Eliano Ansia d’Assoluto

Le voci di dentro
Grifo Angeli e Dei

Testimonianze
M.G. Moscardelli Danza Il mio ricordo di Massimo Scaligero

Musica
Serenella Riflessioni su alcuni aspetti della musica

Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti

Inviato speciale
A. di Furia Congeliamo la disoccupazione

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di Rudolf Steiner

Uomo dei Boschi
R. Lovisoni Il Libro

Spiritualità
R. Steiner Le Feste cristiane e la respirazione della Terra

Costume
Il cronista Omaggi-Oltraggi

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I. Elliot I giardini di Babilonia

 Arretrati

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

TAMBURI LONTANI

 

…anzi lontanissimi. Nel tempo. E’ possibile che il tamburo sia stato il primo strumento musicale creato dall’uomo, ma è certo che fu uno dei primi.

Fu usato dall’età della pietra ed espresse, sin dall’origine, la massima potenza che non va intesa semplicemente come esteriore ma anche spirituale.

Nella forma più antica è strumento cultuale che riproduce tutti i ritmi vitali ed ordinatori: quando il tamburo fa questo, si dice che parla solennemente.

Nelle forme più antiche era ricavato da un tronco d’albero: squarciato in lunghezza, svuotato e arrotondato col fuoco; curando che un bordo dell’incavo fosse più spesso dell’altro: percuotendo il bordo spesso esce un suono grave mentre il bordo sottile produce un suono alto.

A seconda del rito, il tamburo veniva adagiato a terra oppure collocato ritto e inclinato verso la stella polare, così svolge la funzione di albero cosmico. Perché con il suono esso aveva lo scopo di congiungere verticalmente il cielo e la terra: la sua “parola” era il ponte tra cielo e terra.

Come l’albero della vita e della morte, il tronco-tamburo cercava di ricondurre all’unità il mondo lacerato da forze opposte: cielo e terra, acqua e fuoco, uomo e donna.

Per le Upanishad il denominatore comune a tutte le contraddizioni era: suono e ritmo. Il suono è acqua ed il ritmo è fuoco. Però il suono ed il ritmo non si osteggiano ma si fondono per formare quel “fuoco liquido” che, per le Puranas, costituisce l’essenza della musica e la matrice dell’universo.

Questa concezione portò a considerare il tamburo a tronco come uno spirito ermafrodito. I guerrieri appendevano le teste dei vinti per onorarne l’aspetto maschile e latte e piante quello femminile.

Da ciò ebbero origine i tamburi di pelle (matriarcali). Negli antichi stati feudali africani solo il re era il padrone di tutti i tamburi del Paese: solo il re poteva permettere il privilegio di suonarli. Lo stesso re riceveva il diritto del tamburo dall’alto, cioè dal Re del Mondo, dal dio del lampo e del tuono.

In India, da documenti che risalgono al primo millennio a. C. sappiamo che il tamburo era oggetto di venerazione: l’atmosfera era la sede specifica dello spazio rituale in cui si distinguevano due forme di tamburo: una era un enorme tamburello cilindrico che riproduceva la voce del tuono; l’altra aveva la caratteristica forma a X di una clessidra il cui centro era formato fa un piccolo collo mentre le parti inferiori e superiori formavano due cerchi uguali, uno rivestito con la pelle di animale maschio, l’altro con pelle d’animale femmina: cielo e potenza guerriera e terra e fecondità. Il tamburo a clessidra riproduceva il rumore del vento, del tuono e della pioggia.

Nel Rigveda si legge che questo tamburo è di volta in volta un cavallo, una nave o un cocchio a due ruote di cui una scorre sulla terra, l’altra in cielo. In un inno le pelli del tamburo vengono chiamate “orecchi” con cui cielo e terra si ascoltano.

Il Suono era l’unico mezzo di collegamento tra cielo e terra, per cui, ad esempio, non era attribuito un valore all’acqua piovana in sé ma solo al ritmo sonoro, al tambureggiare delle gocce di pioggia.

Gli sciamani americani originari dicevano pressappoco: “Questo tamburo veneriamo perché la sua forma rotonda è immagine dell’universo. Il suo suono è il cuore che batte al centro dell’universo. E’ la voce del grande spirito. Il suo suono ci porta la comprensione del mistero e della forza di tutte le cose”.

Concretamente, perché?

Perché, per quel tipo di consapevolezza, il tamburo era l’altare sacrificale in cui l’uomo sacrificava la fuorviante molteplicità delle impressioni sensibili, riconoscendo nel ritmo puramente periodico la Norma ultima e suprema a cui ogni evento del mondo è sottomesso. Se si osserva, ogni evento naturale è periodico e nulla è capace di riprodurre tale periodicità con la chiarezza e semplicità del ritmo puro, che è slegato da qualunque forma fenomenica precisa.

Inoltre esistono ritmi più segreti, che l’uomo teme di scoprire poiché ogni conoscenza presuppone un sacrificio.

In antico esisteva la figura della “vacca espiatoria”: essa, in perpetuo servizio, dà alla terra più di quanto riceve, e se uccisa non dona solo la carne ma anche la pelle che serve al tamburo: dunque l’unica moneta che abbia corso fra gli dei e gli uomini: il suono che emana dalla pelle della vacca espiatoria uccisa.

Tutte le altre azioni cultuali non erano che fenomeni collaterali del sacrificio acustico.

Per le antiche culture superiori il suono prodotto dalla pelle sacrificata era una massima espressione di ascesi: il grande cantore Kuei, dopo aver inutilmente esortato gli uomini ad una vita retta dal Dharma, si fece uccidere affinché la sua pelle potesse essere tesa sul cerchio di un tamburo. Compiuto questo supremo sacrificio, la sua voce cominciò a gridare dalla sua pelle in modo tale che gli uomini, costernati, seguirono le sue esortazioni.

Secondo la tradizione degli indiani Sioux, Manitù consegnò agli uomini un tamburo con due pelli, per poter comunicare con lui, chiedendo come contropartita la pelle di due persone sacrificate.

Non si dovrebbe semplificare troppo i ritmi dei tamburi primitivi in quanto, eseguiti quasi esclusivamente in ritmi asimmetrici, sono assai più dinamici delle suddivisioni a quantità regolari. Per esempio suddividendo un ritmo 8/8, non più in 4 e 4 o in 4 x 2 ma in 2 + 3 + 3. Ci si accorge che la suddivisione di un 8/8 in 4 x 2 dà addirittura un senso di pesantezza e fastidio.

Solo il suono del tamburo può fornire tali ritmi o proporzioni e altri infinitamente più complicati, in una forma cosi pura e tuttavia viva e non schematica.

Solo il tamburo può darci l’impressione, purificata, di valori universali, traducendoli simultaneamente in esperienza interiore: questa è la combinazione che conta: non limitarsi a formulare l’essenziale teoreticamente, ma essere capaci di tradurlo in esperienza che abbraccia corpo e anima.

La “comprensione” del ritmo aiuta l’uomo a raggiungere cose che gli sarebbero inaccessibili perché estranee al suo ordinario essere.

I riti antichi prescrivevano danze animali (orrore!) non col solo scopo di imitare allegoricamente l’animale, bensì di tradurre in personale esperienza il ritmo insito in quell’essere.

L’assimilazione perfetta di un ritmo essenziale è possibile soltanto trasformando in sostanza propria il suono che soltanto il tamburo è capace di produrre.

Per il medesimo motivo nessun altro strumento può emulare il tamburo, perché tutti gli altri strumenti sono costretti a rivestire il ritmo col mantello della melodia.

Nelle antiche prescrizioni dello yoga veniva detto: “Il suono del flauto è una conoscenza segreta, il suono del tamburo è un’arte sacrale, il colpo sul grande tamburo è uno sguardo gettato sugli dei” Soltanto nel rombo del tuono lo yoghin diventa brâhman.

L’ultimo mistero del tamburo è nascosto nella sua cavità: per l’Oriente tutti i fenomeni del mondo sensibile poggiano sul Vuoto, di cui la cavità del tamburo ne è simbolo.

Cavità che è pure l’origine delle cose, poiché la cassa armonica riecheggia quello che la volontà di vita vi proietta contro.

La “volontà di vita” nasce dal desiderio, insito in ogni spazio vuoto, di pienezza. Pur non appartenendo alla natura del Vuoto, il desiderio vi si introdusse già quando il Creatore decise di dare forma e vita al mondo. Esprimendo il desiderio, il rito introdusse nella cavità del tamburo il ciclo delle morti e delle rinascite: il corpo del tamburo-madre è pertanto culla e tomba di ogni esistente.

TRADIZIONE

NEL CROGIOLO (di F. Di Lieto)

crogiolo

NEL CROGIOLO

Poiché la forma si degrada e varia
in corrotta materia, e la bellezza
tradisce col trascorrere degli anni,
e la mano ferisce se ripudia
l’oggetto di un amore alla sua fine,
per non patire queste immani offese,
ecco, mi rendo a una placata inerzia,
a una stasi privata di ogni pena,
libera da moventi di passione.
Dico al mio cuore: férmati, ho trovato
il momento sublime, il dolce attimo
in cui dolore e gioia, tempo e sangue
ghiacciano il loro fiume diventando
calmo diamante, equilibrata pace.
E la mia mente un silenzioso lago
con sereni vascelli di pensieri
all’ancoraggio, finalmente paghi
dei peripli incessanti, dell’ozioso
vagabondare che riporta il viaggio
sempre al suo punto di partenza. Ho spento
sulle mie tempie l’onda inesauribile
del recidivo fuoco cui si accendono
i desideri, e la mia fronte splende
viva di quieta luce, ormai dissolte
in me le inesaudibili speranze.
Ma non è questa la mia sorte, né
il segnato destino. Occorre scendere
nel vortice, saggiare la veemenza
del turbine, salvare la fugace
dolcezza, nonostante la tempesta
che spinge il mondo alla brutalità,
farsi scudo nel vento per la fiamma
che rischia di morire, e della musica
alta, vibrante, della interna voce,
facili ostaggi di un sentire muto,
rendersi testimoni. Consumare
nel rogo della vita ogni tessuto
del nostro corpo. È quanto ci richiede
l’invisibile essenza: di provare
cosa valiamo esposti ai reiterati
oltraggi, alla violenza degli eventi,
ai colpi inevitabili del male.
E quando finalmente il logorìo
avrà fatto di noi combusta cenere,
da smembrate parvenze allora, forse,
il primo fiato e la bontà paterna
ci chiameranno a esistere, saremo
infinita radianza, eterno seme.

.

Fulvio Di Lieto

***

www.larchetipo.com/1998/feb98/poesia.htm

L’Archetipo, febbraio 1998 – Poesia

Fulvio Di Lieto | Il sito ufficiale

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'APPENDICE DEL '18

 rudolf-steiner

Non è difficile aver notato qualche milione di volte, la ripetitività di singole frasi, svuotate dal contesto e contenuto, mentre brevi discorsi completi dalla a alla zeta e posti a perfetta chiarezza e fondamento vengono eternamente evitati come fossero il calderone della peste.

Sfido! Esternano le condizioni sine qua non affinché un possibile resto ci sia e non si concluda l’avventura mai iniziata nel luna park del fantastico o delle sue ceneri.

Detto questo mi sobbarco l’onere di riscrivere su Eco, una relativamente breve nota, che c’è in tutte le edizioni dell’Iniziazione (perciò in tutte le biblioteche di coloro che…) e che, a quanto pare non viene né letta né valutata per quel molto che vale.

Premetto che le corsivizzazioni, equivalenti a sottolineature, sono mie e non dell’Autore.

Dall’Appendice all’ottava edizione (1918):

La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione o malinteso sul medesimo.

In questo campo riesce facile all’uomo esser tratto in inganno.

Una delle illusioni, e la più importante, si verifica, se spostiamo l’intero campo dello sperimentare animico di cui si parla nella vera scienza dello spirito, in modo da sembrare che esso si debba confondere con la superstizione, coi sogni visionari con la medianità e con parecchi altri deviamenti dell’aspirazione umana.

Questo spostamento deriva spesso dal fatto che alcuni uomini i quali, vorrebbero cercare una strada che li conduca nella realtà soprasensibile, cadono nei deviamenti citati, e vengono confusi con gli altri che seguono la via indicata in questo libro.

Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico-spirituale.

E’ possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma dei pensieri che non derivano dal percepito, sentito, o voluto.

Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri.

Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri in un certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori.

Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su  se stesso.

Chi però l’ha sperimentata, sa per esperienza che sempre, quando il pensare domina nella vita dell’anima, e nella misura stessa in cui tale pensare compenetra altre funzioni dell’anima, l’uomo si trova coinvolto in un’attività alla cui formazione il suo corpo non partecipa.

Nella vita ordinaria dell’anima, il pensare è quasi sempre commisto ad altre  funzioni animiche: percepire, sentire, volere, e così via.

Queste altre funzioni si formano per mezzo del corpo. Ma il pensiero agisce in esse.

E nella misura in cui vi agisce, si svolge nell’uomo e per mezzo dell’uomo qualcosa a cui il corpo non prende parte.

Gli uomini che negano questo non possono superare l’illusione che viene creata dal fatto di osservare l’attività pensante sempre in unione con altre funzioni.

Ma nell’esperienza interiore ci si può animicamente spingere a sperimentare la parte pensante della vita interiore da sola, anche separata da tutto il resto.

Dall’ambito della vita animica si può liberare qualcosa che è unicamente costituito di puri pensieri; di pensieri che  esistono di per se stessi, e dai quali è escluso tutto ciò che è dato dalle percezioni, o dalla vita interiore dipendente dal corpo.

Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile.

E l’anima che si unisce a tali pensieri, in quanto durante questa unione esclude da sé ogni percezione, ogni ricordo, ogni abituale vita interiore, sa di essere con il pensiero stesso in una regione soprasensibile, e sperimenta se stessa al di fuori dal corpo.

Chi abbraccia con lo sguardo tutta intera la questione, non può più porsi il quesito se esista uno sperimentare dell’anima in un elemento sovrasensibili al di fuori del corpo, perché sarebbe per lui negare ciò che egli sa per esperienza.

Per lui esiste soltanto la domanda: “Che cosa impedisce agli uomini di riconoscere un fatto così certo?” E a questa domanda trova la risposta che il fatto in questione è tale da non manifestarsi se prima l’uomo non si pone in una disposizione di anima atta ad accogliere la manifestazione stessa.

Gli uomini diventano però subito diffidenti se devono cominciare col fare qualcosa di puramente animico, affinché si manifesti loro un elemento in sé indipendente da loro.

Per il fatto di doversi preparare ad accogliere la manifestazione, credono di aver formato il contenuto della manifestazione stessa.

Vogliono esperienze alle quali l’uomo non contribuisca per niente, di fronte alle quali rimanga completamente passivo.

Se inoltre questi uomini ancora ignorano le più semplici condizioni necessarie alla comprensione scientifica di uno stato di fatto, allora, nei contenuti e nei prodotti animici in cui l’anima è pressata al di sotto di quel grado di autoattività cosciente che si trova nella percezione sensoria e nell’azione volontaria, vedono una manifestazione obbiettiva di un’essenza non sensibile.

Tali contenuti animici sono le esperienze visionarie, le manifestazioni medianiche.

Ciò che si palesa però attraverso manifestazioni siffatte non è un mondo soprasensibile, è un mondo subsensibile.

La cosciente vita umana di veglia non si svolge completamente nel corpo; la parte cosciente questa vita si svolge soprattutto ai margini fra corpo e mondo esteriore fisico; così la vita percettiva, per quanto si svolge negli organi sensori, è tanto l’introdursi di un processo extracorporeo nel corpo, quanto una penetrazione di questo processo da parte del corpo stesso; e così dicasi della vita volitiva, che dipende dal porre l’essere umano nell’essere cosmico, in modo che quanto succede nell’uomo per mezzo della sua volontà sia al tempo stesso un organo del divenire cosmico.

In questo sperimentare animico che si svolge al limite del corpo, l’uomo è in gran parte dipendente dalla sua organizzazione corporea; ma in questo sperimentare agisce l’attività pensante e, nella misura in cui ciò avviene, l’uomo si rende indipendente dal corpo nella percezione sensoria e nella volontà.

Nello sperimentare visionario e nelle produzioni medianiche l’uomo si pone completamente alle dipendenze del corpo.

Egli elimina dalla sua vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà.

E di conseguenza i contenuti animici e le produzioni animiche diventano semplici manifestazioni della vita corporea.

Lo sperimentare visionario e la produzione medianica risultano dalle circostanze che in questo sperimentare e in questo produrre l’uomo, con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita abituale percettiva e volitiva.

Nello sperimentare del sovrasensibile, quale è inteso in questo libro, l’evoluzione dello sperimentare procede in direzione opposta a quella dello sperimentare visionario e medianico.

L’anima si rende progressivamente più indipendente dal corpo, di quanto non lo sia nella vita percettiva e volitiva. Arriva a quella indipendenza che si può abbracciare nello sperimentare del pensiero puro, per darsi ad una attività animica molto più vasta.

Per la qui intesa attività animica soprasensibile è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro, perché in sostanza questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile.

Però è tale che, per mezzo di essa, non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel sovrasensibile; ma si sperimenta soltanto esso in modo soprasensibile; non si sperimenta niente altro di soprasensibile.

E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione dello sperimentare animico che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro.

Perciò è tanto importante poter sperimentare questa unione in modo giusto, perché dalla comprensione di tale unione risplende la luce che può anche recare una visione giusta sulla natura della conoscenza soprasensibile.

Appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe sopra una via sbagliata per la vera conoscenza del mondo soprasensibile.

Essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee; ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe non sarebbe allora una manifestazione del soprasensibile attraverso di essa, ma una manifestazione corporea nel campo de mondo subsensibile.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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