LA CONCENTRAZIONE E LA BAIA DI TOKYO

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A proposito di “Anima e concentrazione”, Savitri e altri amici ne hanno parlato un gran bene, ma non come essa scrive, per il modo in cui ho scritto (l’articolo era stato buttato giù con dita…più veloci del pensiero) e forse nemmeno per la tematica, per la quale sono e sarò preso per matto da molti lettori e da tutti gli odiatori fissi (ça va sans dire).

Comunque, se qualcuno andava ringraziato, non ero io ma la viva immagine di un mio caro amico, la quale – lei, l’immagine, non lui – mi saltellava, quasi spazientita, per l’anima.

Tutti voi che mi leggete, dovreste sempre ricordare una cosa che è fin troppo facile dimenticare, ovvero che ci sono pure quelli che non appaiono mai, che non apparirebbero né per soldi né per amore e tanto meno per gli inconfessabili motivi di chi vuole apparire ad ogni costo.

Già, vi sono quelli, vivi, vegeti e salterini che non hanno alcun desiderio di apparire nemmeno se promettete loro tutta la riserva aurea di Fort Knox.

Sono anche, almeno per il mio sense of humor, decisamente spiazzanti, se li associo ai paludamenti in cui Tizio o Caio cercano di occultare (e già che ci siamo, di soffocare in senso letterale) l’impulso che dal sovra-umano, cioè da Michele, attraversa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero.

La gentaccia di cui faccio accenno, se ne frega beatamente dei  bric-à-brac esposti, delle forme universalmente concordate, delle virtuosità esibite o vezzosamente mal celate…insomma sgomma via veloce dai partitini esoterici. Non si preoccupa nemmeno di selezionare ciò che è buono da ciò che lo è meno: vede, sa e non se ne cura affatto.

Nel vivere passano inosservati, oppure sono conosciuti per altre cose che fanno in totale distacco dai benefici personali come Krishna insegna nel Bhagavad Gītā.

Sono esoteristi? Ma, per semplificare, diciamo pure di sì. Eppure sono distanti anni luce da quelli che si dicono esoterici…non avendo alcun tratto comune con questi ultimi, privi come sono del peso dell’importanza personale, dunque ignoti per chi vive costantemente in un eccesso forsennato di autostima o nel desiderio di possedere tale ambìto eccesso.

Allora, mi fa un gran bene conversare di tanto in tanto con i militi ignoti di cui parlo. Entro un po’ in loro e vedo le cose dalla loro prospettiva in cui, oltre l’essenziale, tutte le categorie pubbliche sono più inconsistenti di fata Morgana.

Ma questo, dato che pure le parole scritte hanno una forma precisa, a riportarlo è impossibile e del resto cosa si potrebbe scrivere per sottolineare il senso di una Filosofia della Libertà che già c’è, dei Testi di Scaligero (ma qualcuno ha letto interamente un suo libro? Qualcuno ha capito almeno la metà di un suo libro?) che già ci sono?

Beh, molti hanno fatto anche questo lavoro di rimessa, qualcuno spero con le migliori intenzioni, ma sono sempre traduzioni al ribasso o inconsci tentativi per dare al ricercatore la mela di plastica al posto della mela vera: sia mal fatta o ben fatta è sempre una porcata a gloria di chi l’ha compiuta.

Allora vengo al punto: avevo scritto una frase dopo le prime righe e messa in corsivo, affinché fosse evidenziata ma non sfacciata.

La sua eventuale declinazione è solo questa:

Solo chi è capace di superare il confine dell’anima conosce la concentrazione.

Mi pare persino più netta dell’originale.

Perché ho parlato di individui fuori dai contesti famigliari a molti? Perché quello che ho corsivizzato loro lo cantano in coro e con tutti gli accenti immaginabili e non.

Mi sono solo preso il permesso di dirlo e credo che, per la loro “non-visione” del mondo lo direbbero soltanto dietro ad una precisa domanda perché nel loro vocabolario la parola “mentire” non esiste.

Lo direbbero a chi ha già capito, poiché sanno benissimo che chi non capisce o non vuol capire, non capirà una risposta facile, ma facile solo per chi ha già capito.

Infatti (come mi era stato predetto), a parte insignificanti disturbi sulle onde hertziane, ho avvertito un gran bel silenzio…Prego, cancellate quel “bel” perché è un silenzio imbarazzato, perché non sta bene scavare solchi, segnare confini dove dovrebbe dominare l’informe, ciò che si plasma facile facile a tutte le esigenze dell’animuccia.

Quale rozzissima violenza dare una forma ad un Proteo che si vorrebbe trasformato in ogni cosa che più aggrada: e giù i Vangeli e anche di questi ciò che più piace. E giù il “Maestro” che, come un dio di poco prezzo, viene ricostruito a propria immagine e somiglianza.

Comprendo meglio la malafede o l’avidyā che le fenomenali torsioni o conversioni di conclamati ottimi discepoli…che forse erano già un tantino meno che ottimi se non riuscirono a stare in piedi da soli quando Massimo Scaligero mancò al mondo.

Ho potuto constatare il fenomeno con una personalità molto vicina a Scaligero. Bontà sua, la vedevo abbastanza spesso. Dopo la scomparsa di Massimo, portava con sé, oltre una ricchezza acquisita sul campo, l’amore, il rispetto e la viva memoria che un lungo rapporto con il portatore del Pensiero Vivente aveva forgiato.

Bastarono circa due anni di tempo che tutto sembrò confondersi e Scaligero ormai stava “ruzzolando” giù di gradino in gradino. Taccio, per carità (non so se pagana o cristiana), qualche oscura frase a metà, presenti non pochi amici, su cui nessuno chiese lumi per tatto e amicizia ma che purtroppo si sarebbe delineata, sempre più chiaramente in un “sistema” un tantinello buio.

Soltanto dopo due anni, già l’amico, il maestro e la sapienza dispensata venivano dimenticati in nome di una sorta di mistica alternativa che poi – noi ne sapevamo poco o nulla, lontani da Roma – venne considerata addirittura come una evoluzione o un superamento dell’insegnamento di Scaligero, il quale in ultima analisi era la nuova – e probabilmente unica – fioritura di quello che Rudolf Steiner aveva espresso in Verità e Scienza e nella Filosofia della Libertà.

Allo stesso modo come ora, in cui uno scombiccherato rivolo para-religioso vorrebbe porsi come superamento dell’antroposofia, dopo averla depredata dalla testa ai piedi senza averne compreso un accidente. Stessa deriva, un tantino più volgare.

Qualcuno ha il lodevole coraggio di chiedermi perché scrivo sempre (non è del tutto vero) di “tecnica” e mai d’amore.

Quante risposte potrei dare!

Per non farla troppo lunga:

a) perché è una parola prostituita,

b) perché troppi, tra gli animi di chi legge, la interpreterebbero sentimentalmente,

c) per il rispetto dovuto al suo originario significato,

d) per il rispetto dovuto alle Figure che l’hanno usata con il suo contenuto vero.

E spero (invano) che ciò basti.

Ps: nel titolo, cosa c’entra la baia di Tokyo? Andateci e se avete occhi e naso capirete se c’entra o no.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INCONTRI SOLARI CON MASSIMO SCALIGERO

-Massimo

Incontrai per la prima volta Massimo Scaligero quasi alla fine della mia adolescenza. Nell’agosto del 1969 avevo conosciuto a Roma L., che aveva in Via Flaminia una piccola baracca che usava come atelier di pittura. Vi veniva alcune volte durante la settimana per dedicarsi in pace alla sua arte. Pur essendo romano di nascita, viveva ad Anzio dove si era trasferito quando si era sposato. L’incontro con L. fu per me oggetto di grandissima meraviglia, perché era un uomo decisamente fuori del comune, e quello che mi proponeva andava completamente oltre tutto quello che conoscevo.

Io venivo dalle Vie dell’Oriente, delle quali ero appassionato cultore. All’età di 13-14 anni, poco prima di iniziare il liceo, avevo incontrato l’India ed era stato subito amore a prima vista. I Veda, le Upanishad, lo Yoga, la Bhagavad Gita mi avevano preso subito il cuore, ma l’incontro con la figura del Buddha Shakyamuni, l’Illuminato, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, e soprattutto lo Zen,  mi aveva preso la mente, il cuore e l’anima tutta.

Allora non vi era la disorientante proluvie di libri, che oggi così tanto disorientano ed ubriacano il cercatore spirituale. Allora si trovavano pochi libri in circolazione, ma devo dire che, pochi, quei libri erano sotto molti aspetti davvero molto buoni. E vi era inoltre la possibilità di accedere alla Biblioteca Nazionale e ad un’altra ricca ottima biblioteca della mia città, che nel loro seno nascondevano dei veri tesori. Soprattutto vi erano i testi classici della Sapienza d’Oriente. A quell’epoca ancora non era diffusa la possibilità di fotocopiare, per cui mi ero organizzato in modo da poter copiare a mano i testi che amavo. A volte passavo in biblioteca intere giornate. Per cui già nell’estate del 1964 mi buttai con tutto me stesso nella lettura di quei testi, che dissetavano la mia divorante sete di conoscenza.

A dire il vero, il primo anno di liceo lo passai in Sicilia, ospite dei miei zii, a Paternò, un paese alle falde dell’Etna, ad una ventina di kilometri da Catania. La piccola biblioteca comunale locale divenne subito oggetto della mia immoderata cupidigia. Vi scoprii i quattro volumi delle Civiltà dell’Oriente, editi a cura di Giuseppe Tucci, il Buddha di Hermann Oldenberg, e persino uno dei primi testi sullo Zen, che di recente era stato pubblicato in Italia. Fu a Paternò che iniziai la pratica di copiare a mano i testi che amavo. Quel copiare, che cercavo di compiere in uno stato di silenzio interiore, si trasformava nella mia anima spontaneamente in una forma di attenta meditazione che accendeva in me uno stato interiore di intensità intuitiva, che cercavo di mantenere a lungo.

Applicavo tale silente lettura soprattutto a testi come il Dhammapada, o i Discorsi Lunghi del Buddha nel Digha Nikaya, o ai testi dei Maestri Chan e Zen, che leggevo alla Biblioteca Nazionale nei tre volumi di D.T. Suzuki dell’edizione francese di Albin Michel degli Essais sur le Bouddhisme Zen, mirabilmente tradotti in lingua gallica da Jean Herbert. Subito mi resi conto che la cosa più importante era la pratica interiore e l’esperienza spirituale diretta che ne discende, mentre l’intellettualismo e la dialettica erano per me la morte di tale luminosa esperienza spirituale.

Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L. avevo letto e praticato molto. L’incontro con L. fu l’incontro non con un erudito – per quanto anche lui avesse ben conosciuto prima della Scienza dello Spirito sia le Vie dell’Oriente che quelle d’Occidente – bensì fu la prima volta l’incontro con qualcuno che veramente sperimentava ciò di cui parlava. Non ero uno che si lasciava incantare da coloro che tentavano rifilare con le loro parole quanto avevano letto nei libri, perché quei libri più o meno me li ero letti anch’io e mi rendevo conto se qualcuno cercava di rivogarmi con belle parole quel che non aveva sperimentato. L. invece mi parlò di quello che lui sperimentava ed ebbi subito la percezione di trovarmi di fronte – mi si passi la parola, ma è quella giusta – ad un vero mago. Aveva una vasta conoscenza ed una vasta esperienza. Esperienza diretta: vissuta sulla sua pelle. Anche dolorosamente.

Al di là delle tradizioni d’Oriente, mi ero interessato – anche se vi capivo il giusto, ossia quasi nulla – alla Tradizione Ermetica, all’Alchìmia, al Rosicrucianesimo. Allorché, in quel agosto del 1969, con L. portai il discorso – con tutta la disarmante ingenuità della mia adolescente età – sui Rosacroce, lui cambiò volto e mi descrisse una sua diretta esperienza interiore nel pensiero vivente. Quando, a distanza di moltissimi anni, glielo ricordai ringraziandolo cordialmente, L. si allarmò assai, perché è vero che parlava talvolta delle esperienze interiori da lui vissute, ma si guardava bene dal descriverle. Egli aveva fatto allora quella descrizione per un forte impulso interiore – diciamo un’ispirazione – ed io ne ebbi l’anima totalmente presa, come se si trattasse di un elemento spirituale totalmente nuovo nella mia vita. Sentivo che lo Yoga, il Buddhismo e lo Zen appartenevano alla mia storia interiore proveniente da vite passate, mentre quello che L. poneva di fronte al mio sguardo era l’assolutamente nuovo, qualcosa che dovevo conquistarmi, con dura lotta, a nuovo. Qualcosa che andava oltre la mia anima, la mia antica anima «asiatica». L. venendomi qualche mese dopo a trovare mi donò la Logica contro l’uomo di Massimo Scaligero, e proprio su suo consiglio. Mi introdusse alla pratica della concentrazione: conservo ancora le lettere ch’egli mi scrisse in quegli anni lontani.

Alla fine della primavera del 1970, potei tornare a Roma. La mia situazione finanziaria era allora – ed avrebbe continuato ad esserlo nei successivi decenni – drammaticamente fallimentare. Un vecchio occultista mi aveva fatto la «simpatica» (si fa per dire…) predizione: «Ricorda: a quelli come te il Cielo darà sempre tutto il necessario, e nulla di più del necessario». Nessuna sciagurata profezia si dimostrò invariabilmente più vera! Conciosiacosaché dovendo andare a Roma per incontrare Massimo Scaligero, nella mia endemica condizione di squattrinamento assoluto (che si sarebbe protratta nei decenni successivi…), mi risolsi «eroicamente» a fare l’autostop su quella che allora veniva chiamata l’Autostrada del Sole. Mi ero portato dietro zaino e sacco a pelo e, sfruttando un primo passaggio di un automobilista, giunsi ad una area di servizio ai confini con l’Umbria e quella notte mi feci una saporita dormita sull’erba verde (quanto le mie tasche…) di una vasta aiuola dell’area stessa. La mattina dopo, un camionista – gli Dèi lo benedicano – mi offrì un secondo passaggio sino a Piazza Ungheria a Roma, donde, pedibus calcantibus, me ne venni fino a Via Flaminia alla baracca-atélier del mio amico L.

Qualche giorno dopo, generosamente rifocillata la mia arretratissima fame, L. mi portò da Massimo Scaligero. Sin dai miei 13-14 anni ritenevo che la più grande fortuna per un sincero cercatore spirituale fosse quella di incontrare un Maestro, che potesse guidare con mano sicura sull’arduo sentiero della Conoscenza, e ciò era l’oggetto dei mie auspici e delle mie silenti invocazioni ai Numi. Ed ha ragione la nostra amata Marina ad affermare che colui che ci ha fatto incontrare Massimo Scaligero è nell’attuale vita sicuramente il nostro più grande amico: quello che ci ha fatto il dono più grande, quello al quale dobbiamo la gratitudine più grande. Il mio debito nei confronti di L. rimane, dunque, felicemente impagabile.

Venni condotto da L. a Monteverde Vecchio, in Via Cadolini – corta stradina senza sfondo – ove salimmo sino all’attico al quarto piano, all’interno 7, che Marina Sagramora aveva messo a sua disposizione. Salendo le scale, il mio cuore – che in precedenza avevo sconsideratamente creduto passabilmente coraggioso – mi batteva in gola all’impazzata. Bussammo, e Massimo ci aprì. Mi trovai di fronte ad una persona sulla sessantina, vestito con grande semplicità, calmissimo. Ci accolse molto cordialmente. Nella stanza – coperta di quadri e di alcune foto per me molto significative – ove venni introdotto era già presente A., un altro discepolo di Massimo, valente violinista. Così mi trovai di fronte a tre «artisti»: L. pittore, A. musicista, e Massimo, Maestro dell’Arte Regia. Appena mi sedetti sulla poltrona verde, che si trovava accanto alla vecchia stufa a cherosene, sentii chiaramente nella mia anima: sono ritornato a casa!

Fu il momento più felice della mia vita. Parlai della mia affannosa ricerca spirituale, dell’amore sconfinato che nutrivo per l’Oriente, per il Buddhismo Mahayana in particolare, e per lo Zen. Egli mi invitò ad approfondire il Mahayana, dandomi consigli che si rivelarono in seguito molto preziosi. Gli chiesi notizie e chiarimenti su quelle organizzazioni americane, sedicenti rosicruciane, che avevano cominciato ad inondare l’Europa con i loro «corsi per corrispondenza», che – data la loro plebea volgarità – lasciavano non poco perplessi. Massimo fu drastico. Mi disse esplicitamente: «Ricordati, dall’America non verrà mai niente di buono!». E da allora questo io me lo son tenuto per detto.

Massimo mi lasciò assolutamente libero. Anzi mi invitò ad una prudente diffidenza, e mi disse: «Tu non devi credere in nulla. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi. Tu non devi credere a niente e devi sperimentare tutto!». Anche questo me lo sono tenuto per detto. Una tale attitudine era simile a quella del suo amico di gioventù Arturo Reghini, il quale dichiarava umoristicamente che non si doveva credere, perché le credenze stanno bene in cucina con i piatti, i bicchieri e i barattoli di marmellata. Ed in seguito me ne sono ricordato, quando – soprattutto dopo che Massimo ci ebbe lasciati – mi furono chiesti ‘atti di fede’, di varia natura e tendenti al fine di ‘sostituire’ surrettiziamente alla Via del Pensiero una morbida ‘via dell’anima’, ritenuta e predicata come ‘più adatta’ alla maggioranza delle anime, per le quali «una completa austerità è insostenibile». Questo è un miserabile inganno: una frode, perpetrata attraverso la predicazione di una edificante e stupefatta sentimentalità, la quale devia i pigri e gl’ingenui dall’unica Via percorribile da chi veramente vuole realizzare lo Spirito, per condurli spregiudicatamente a…, lasciamo perdere dove!

Massimo mi donò il Trattato del Pensiero Vivente – copia che, oramai quasi distrutta dall’uso, conservo ancora gelosamente – ed un fascicolo tratto dai Quaderni Esoterici con la traduzione del testo dei cosiddetti cinque esercizi, che poi in realtà son sei, che taluni chiamano ‘ausiliari’ e che stanno alla base del cammino interiore, del vero e proprio lavoro di Concentrazione e Meditazione. E siccome ero molto giovane e molto ignorante, a Massimo chiedevo tutto: come si fa la Concentrazione, come si fa la Meditazione, come si esegue la Percezione pura, l’ascesi della volontà, e così via. Ma, soprattutto, egli m’insegnò il valore dello studio rosicruciano delle opere fondamentali della Scienza dello Spirito, ossia dello studio rituale, sacrale, di tali opere: elaborazione interiore meditativa, detersa da quell’intellettualismo che tutto deforma e tutto paralizza nell’anima: questo mi ha salvato!

Infatti, è enorme il pericolo che l’intellettualismo riduca la Sapienza Celeste a vuota dialettica parolaia, all’ipocrita recitazione di valori che non vengono vissuti, ad una illudente menzogna, dietro la quale si celano i più inconfessabili fini. Mentre l’energica pratica interiore fa giustizia radicale annientando ogni dialettica, smascherando ogni recitazione, dissolvendo ogni menzognera illusione.   

Massimo era un Maestro severo. La sua compassione non aveva alcunché di sentimentale e di condiscendente. Egli non concedeva alcunché alle approssimazioni, alle sfrangiature di pensiero, agli sfilacciamenti o – come direbbero a Roma – agli «ammosciamenti» della volontà. Nei confronti dell’intellettualismo e delle sue presunzioni poi, era spietato. Le recitazioni le smascherava, e le ambizioni le abbatteva senza misericordia alcuna. A me egli ricordava quei terribilissimi Maestri Chan della Scuola Lin-tsi o Tsao-tung, i quali con urla, pugni, colpi di bastone, e scarpate «raddrizzavano» – e non di rado «illuminavano» – i volenterosi quanto inevitabilmente deraglianti discepoli. Io gli sono grato – davvero estremamente grato – dei molti «shampoo» nei quali egli lavava la mia testaccia di rapa con l’acido nitrico e la risciacquava con l’acido muriatico. Vedevo, invece, che dei gaglioffi, ch’io giudicavo essere degli autentici «pendagli da forca», venivano trattati da Massimo con distaccata e divertita cortesia – a meno che essi, per dirla alla romana, non si «allargassero» ed allora lui inesorabilmente li «stroncava» – e questo per me valeva come un criterio fondamentale di distinzione di valori rispetto alla Via.

Incontravo Massimo con la maggior frequenza possibile, compatibilmente alla mia possibilità di andare a Roma, e al crescente numero di impegni che i sempre più frequenti incontri individuali e le riunioni che da metà degli anni settanta erano divenute bisettimanali, il mercoledì e il sabato, ai quali Massimo doveva far fronte. Gli incontri con Massimo erano un respirare e vivere nell’atmosfera del pensiero puro, un riaccendere e far divampare la fiamma dell’Ascesi, una energica fluidificazione della volontà.

A partire da metà degli anni settanta, cominciammo alcuni amici ed io a ritrovarci con Massimo, al suo studio in Via Cadolini, l’ultimo venerdì di ogni mese per una intensa meditazione rituale. Egli la introduceva con alcune parole, quindi recitava un mantram e meditavamo a lungo. Infine, recitava il Prologo di Giovanni e ci salutava. Uscivamo silenziosi dal suo studio, e silenziosi rimanevamo durante tutta la lunga camminata che andava da Porta San Pancrazio al Gianicolo sino a casa di L. dall’altra parte di Monteverde Vecchio, ascoltando la rimembranza in noi delle sue parole e dello stato meditativo vissuto insieme nel Rito.

Il 25 gennaio 1980 – appunto l’ultimo venerdì di quel mese – ci riunimmo con Massimo per il Rito della meditazione comune. Eravamo in sei – in sette con Massimo – e tra noi vi era L. come nel mio primo incontro. Massimo non stava visibilmente bene, pur tuttavia trasse da sé la più grande forza, ci fece in pochi colpi d’ala – come un’aquila che s’innalza in cielo – una sintesi luminosa della Via del Pensiero: ci fece una sorta di operativo testamento spirituale. Già nei due mesi scorsi aveva mostrato apertamente quanta fiducia egli avesse nel gruppo di giovani, che negli anni avevo collegato con la Scienza dello Spirito e con lui, e che per sua volontà cercavo di orientare verso la Via del Pensiero. In quelle occasioni, egli disse che aveva fiducia in noi giovani «Perché seguivamo veramente la Via del Pensiero. Perché nella Via del Pensiero noi potevamo essere fervidi, alacri, intensi. Potevamo anche esagerare, addirittura essere ‘settari’, perché la forza-pensiero è l’unica capace di autocorrezione».

E nell’ultimo incontro rituale con lui – in quel tardo pomeriggio del 25 gennaio 1980 – egli ribadì la centralità della Via del Pensiero, e ci fece il quadro degl’inganni, dei possibili deragliamenti e guai, che il «realismo» primitivo, scientifico, trascendentale, religioso e persino «antroposofico» produceva in ogni campo, ma soprattutto in quello spirituale. A quel guasto realismo, ch’egli fustigava nelle riunioni, Massimo opponeva il «realismo del pensare», il realismo dell’esperienza eterica del concetto, il realismo del Logos, che non lascia residui fuori del proprio energico atto conoscitivo. In quella ultima riunione egli ci chiese di essere fedeli a questo «realismo», di essere fedeli alla Concentrazione, e di tendere con ogni nostra forza all’esperienza del momento eterico del concetto. Poi facemmo la meditazione come ogni volta. Quella volta Massimo volle abbracciarci uno per uno – ben sapeva che ci avrebbe lasciati – e ci salutò con particolare calore. Fummo gli ultimi che quel giorno egli ricevé. Io uscii per ultimo, e varcando la porta sentii nell’anima: questa è l’ultima volta che vedi Massimo! Cacciai il pensiero, come avevo allontanato dalla mia anima i presagi che mi avevano assalito durante il viaggio di andata a Roma.  Le parole di Massimo di quell’incontro sono scritte a lettere di fuoco nella mia anima, e dopo trentaquattro anni sono vive in me come allora.

A quanto Massimo ci disse quella sera, all’impegno ch’egli ci chiese, dentro di me giurai di voler esser fedele per la vita. Molte sciagure, che negli anni successivi avrebbero colpito la Comunità spirituale da lui fondata e impulsata, sono la diretta conseguenza dell’oblio, della noncuranza, della negligenza, ed in alcuni casi di un tradimento vero e proprio, rispetto a quel che egli aveva indicato come Via Aurea, come Via solare, come Via Vera, come l’Unica Via sulla quale il Principe dell’Oscuro Pensiero non aveva e non ha potere alcuno.

Ma silenziosi ed operanti, coloro che vogliono realizzare quanto indicato da un Maestro luminoso e adamantino come Massimo Scaligero, continueranno, con quello che lui chiamava il «coraggio dell’impossibile», a perseguire «instancabili e disperati», come egli ci disse che dovevamo essere per giungere alla Mèta, con ogni forza, quella impresa di Sapienza e d’Amore ch’egli ci ha indicato e per la quale soltanto – per noi –  vale l’esser nati.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SE SMARRITA

notte sulla collina

Se smarrita l’immagine del sole
mi chiama dal profondo della vita,
sento che ignota l’onda del pensare
si rifrange nell’anima e s’invola:
non disperare: la più vera amata
è colei che nel ciel sempre ritrovi
mentre nel giorno un sonno t’affatica
in trame strane di perdute cose.

L’essenza che non può tradir tu cerchi
oltre vaghe penombre d’un sentire
che alimenta l’angoscia del suo farsi.

Cercala sol tornando a quell’altezza
ove limpida splende la sua gioia
d’essere vera oltre la morte e il fato.

Cercala nell’angelica orditura
che è il mistero sottile di ogni vita,
sciogliendo il senso della pena buia
che grava come peso della terra,
cuore di piombo sotto gola amara.

Qualcuno attende là sulla collina
vivendo amore in palpito di stella.

Soltanto se tu sai salire il colle,
se sai tendere l’ala sulla morte
di questo giorno senza luce amica,
tu puoi salvar del mondo il tuo segreto,
ineffabile dono del Divino
da consacrare alla vicina fiamma
vivente nel respiro alto dell’aura
che accende il giuoco della sua figura.

Sciogliti e vivi per recarle il dono
che il suo fato respinge per averlo,
che il suo sogno nel tuo sogno richiede
come sorgente di perenne vita
come un amore che non può tradire.

.

Massimo Scaligero

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SUPER REALISMO NELL'ARTE

 coloswar

Il VERO SURREALISMO

L’essenza e la caratteristica della vera immagine super- realistica sono state descritte molto chiaramente da Plotino.

Il compito dell’opera d’arte è, per Plotino, quello di trasmettere una visione spirituale.

La sua premessa è un atto di contemplazione, un elevamento dello Spirito, in forza del quale il mondo fa risplendere in maniera trasparente la più alta realtà: una visione contemplata non con gli occhi del corpo ma con quelli dello Spirito, cioè con lo sguardo interiore.

Lo strumento essenziale della rappresentazione artistica di una simile visione è stato felicemente chiamato il “simbolo rivelatore” (Weinhandl).

Secondo il principio della simpatia universale, esso capta – nella sua forma materializzata – parte dell’essenza delle cose ultratemporali, e la “rispecchia”.

Ne risultano certi tipici procedimenti artistici. Mentre nell’immagine realistica l’oggetto della rappresentazione è reso così come esso appare, in maniera che si possano distinguere con precisione i rapporti relativi di grandezza, il volume dei corpi, le distanze che li dividono, l’illuminazione, per l’immagine super-realistica quello che conta è mostrare la “vera” grandezza delle cose, bandire la “profondità” (dello spazio) e l’”oscurità”, per facilitare all’osservatore la penetrazione dell’immagine.

Questa teoria dell’opera d’arte profetizza determinati caratteri artistici che, al tempo di Plotino, esistevano più che altro, in germe (e più in Oriente che non a Roma), ma che determinano (come A. Grabar ha dimostrato) l’essenza dell’immagine “medioevale”.

Sono quei germi, che dall’ottuso orgoglio dei giorni “progrediti”, furono considerati per lungo tempo come goffaggini delle rappresentazioni medioevali.

L’arte cristiana del secolo quarto ha sviluppato, nel senso indicato da Plotino, i primi passi di un’arte figurativa anticlassica e super-realistica, le cui premesse erano state poste nella tarda antichità: proprio come la teologia cristiana si è appropriata di idee proprie della filosofia neoplatonica.

Particolarmente profondo è stato lo sviluppo interpretativo che Dionigi l’Areopagita, nel secolo quinto, ha dato di queste immagini super-realistiche.

Anche in questo filosofo la visione spirituale, e con essa tutta la Creazione, si basa sull’elevazione dello Spirito e sull’immaginazione del mondo della sopra-natura così contemplato.

E’ un’estasi…che tende alla semplice quiete”.

Il cielo per mezzo del quale avviene l’elevazione è un firmamento di oracoli, di maschere e involucri divini, che sono completamente decifrabili soltanto per Colui che è suprema santità, e cioè Cristo stesso.

Solo a chi si è sottratto – fino al completo estraniamento da sé – ai legami sensibili e si è sbarazzato di tutti i deteriori pensieri, a chi ha messo da parte tutte le fantasie e le occupazioni dispersive, soltanto a lui si schiude la grandezza ultrasensibile.

Chi può accordare all’unisono il visibile con l’invisibile e l’invisibile con l’ultrariconoscibile, è toccato dalla luce…” (H. Ball).

Secondo questa interpretazione super-realistica le visioni e le immagini proprie della realtà corporea sono di rango inferiore, anche quando Cristo è in esse, e meritano di essere rifiutate.

Perciò Dionigi vuole che tutte le cose visibili e tutti i fenomeni siano considerati come simboli di ciò che da un punto di vista divino-spirituale sta dietro le cose stesse.

Secondo Dionigi, per esempio, bisogna contemplare con “occhi soprannaturali” gli emblemi di cui le Scritture si servono per descrivere gli angeli, e ciò vale anche per le immagini artistiche.

Gli stani attributi tolti dal mondo della meccanica e degli animali (ruote, figure animalesche, ecc.) servono, secondo lui, soltanto ad accennare a ciò che non può essere detto o rappresentato, per mezzo di allegorie.

L’essere esteriormente alterato che ne deriva, favorirebbe l’intenzione di tenere lontano ogni carattere profano.

Inoltre, nell’assurdità palese di tali rappresentazioni, è insita una esigenza che eccita la fantasia e stimola la ragione nell’individuo maturo per una ascesa.

Dunque si può dire che l’interpretazione moderna dell’arte medioevale è legittima quando essa riconosce che nelle sproporzioni, negli sfiguramenti e nelle contorsioni delle sue figure, nelle sue “chimere”, c’è una intenzione positiva. Solo che questa intenzione non è l’elemento principale della categoria artistica né è un aiuto per lo Spirito, che dal Divino deve essere tratto ed illuminato.

Ma questo non riguarda, comunque, le conoscenze storiche. Riguarda, invece, il fatto che nella pratica e nella teoria dell’arte i cui principi sono stati esposti da Plotino e Dionigi, tutti quei caratteri appaiono in una purezza luminosa la cui magica caricatura è rappresentata da quello che, a torto, si chiama Surrealismo.

Anche nel Super-realismo esiste l’estasi, l’abbandono, la vista ultracosciente. Anche qui esiste la “cifra”, la contraddizione, l’estraniamento, ma tutto esiste con un segno indicatore capovolto, col Vettore rivolto verso l’alto invece che verso il basso.

(“A Dio non si sfugge: chi non vuole essere suo figlio sarà eternamente la sua scimmia” G. Thibon).  

ARTE

FEDELTA’ (di Savitri)

la dea ignota

FEDELTA’

(La Dea ignota)

****************

Dimenticanza non temo
quando nel tempio ti rechi
e volente ritrovi la forza.
Da te amata per sempre,
riconosciuta ogni volta,
nei tuoi respiri di luce
io vivo.

Presso l’altare
da me nasci fedele
quando il pensiero
si libera e la volontà pure:
in unione volgiamo
a Gioia nuova infinita
che universi feconda.

( S. S. )

ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ANIMA E CONCENTRAZIONE

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L’altra volta ho accennato ai Misteri, non a quelli di Eleusi ma a quel mondo misterioso che sta intorno a noi e a quello che portiamo dentro di noi.

Allora, sebbene sia quieto e silenzioso un po’ oltre la media, il dàimon personale mi invita ad essere un tantino più scandaloso di quanto lo sia di solito.

Posso esserlo? Lascio ad altri il gravoso compito di stabilire cosa sia più giusto e cosa non lo sia: scivolate via da me tali preclare virtù, non sono ritornate e la mia ignoranza s’è fatta più ampia e profonda. Conosco solo ciò che sperimento e solo di questo posso parlarne, spero tra amici.

Temo che offenderò molti con la apodittica frase che segue:

Solo chi è capace di attraversare l’anima conosce la concentrazione.

E chi la fa davvero ha subito compreso cosa essa significhi.

Perché, vedete, sarebbe sempre il momento del grande rintocco in cui una voce grida di smascherarsi: solo così cadrebbero le infinite interpretazioni, i logoranti “distinguo” e le polemiche poco serie su cose serissime.

Avevo scritto che anche i sassi si concentrano. Mica è una battuta! Dal punto di vista delle dottrine della Potenza, i sassi esprimono al massimo la potenza dell’immobilità. Le piante la potenza della crescita e della riproduzione. Gli animali la potenza del moto…e l’uomo?

Già, l’uomo! Contiene naturalmente le potenze elencate e non ditemi che lui però possiede l’anima perché quella c’è l’ha anche il mio cane che, per intelletto associativo, ha pure una visione del mondo e così capisce molte cose.

Forse l’uomo (dico forse perché c’è una casistica che fa cadere le braccia e non solo quelle…) possiede l’intuizione del proprio principio che quelli sotto di lui non hanno.

E’ un’intuizione costante, almeno quando egli è desto, ma pur essa tende ad attutirsi considerevolmente quando le “acque inferiori” lo immergono troppo oltre la sua statura. E’ davvero notevole la capacità umana di farsi canale di forze (sono Entità, sono sempre Entità) aliene e distruttrici.

Tale capacità negativa, in tempi antichi, era meno perniciosa e per quei tempi pur essendo in parte persino naturale, veniva sorvegliata, controllata e  talvolta indirizzata a scopi positivi.

Genericamente ora passa col nome di medianità. Un nome non dice molto ma possiamo comprenderla meglio se immaginiamo i due piatti della bilancia classica. Poniamo su di un piatto la presenza del Principio e sull’altra la sua Assenza. Così ogni piatto si alza o s’abbassa a seconda di quanto pesa di più. Possiamo anche immaginare che i due piatti non stanno mai fermi: mai i “giudici” coincidono.

L’uomo comune è quasi sempre veicolo di qualcos’altro. Quando viene afferrato da un dilagante istinto o passione e compie le azioni sotto quelle forze, il suo Principio pesa assai meno. Non moraleggio: ciò vale per il criminale che, afferrato da parossismi, compie i più atroci delitti e per il santo che fa opera di bene in quanto dominato dall’estasi divina.

La tirannia dell’Altro muta la fisionomia coi tempi, sa stare alla moda. Nel tempo dell’intelletto, pur di scansare il Principio, diventa “idea dominante” e funziona benissimo: subordina la coscienza dell’uomo all’ideologia che naturalmente si colora di colori diversi per le singole anime, fornendo una ammirevole impressione di libertà individualistica. In tale senso, dal condizionamento della natura e passando per il condizionamento delle regole, siamo giunti al condizionamento ideologico: un bel passo in avanti!

Qualcuno penserà subito alla Politica. Se vuole può farlo ma non sarebbe esatto poiché avviene per tutte le attività umane. Anche per le scienze. Ma qui è necessaria una distinzione: tra quanto è prodotto dal rigoroso pensiero e quanto si presenta come un portato animico. Difficile è distinguere le due cose, giacché l’uomo è complesso e la sua interiorità disordinata, ma quello che risalta è che, quando l’anima prende il sopravvento, quello che viene espresso si avvicina molto ad una leggiadria demenziale.

Spero comprendiate che non parlo di Anima ma di animuccia, quella semi-accidentale che grava sul corpo fisico-sensibile allo stesso modo per cui il corpo la condiziona totalmente. E questo insano connubio dobbiamo tenercelo dalla nascita alla morte! E’ con l’animuccia che abbiamo a che fare per tutta la vita, abituati come siamo a darle un’importanza sproporzionata e immeritata, poiché essa è la generosa fonte di tutte le nostre ambasce e dei nostri malanni.

Poi, quando questa si incarica di decifrare le Vie dello Spirito produce ineffabili casini: è lei che produce l’ordinaria lotta del “tutti contro tutti”, anche tra coloro che, spero in buona fede, dicono di fare disciplina nel pensiero.

Molti, tra questi, mentono, pur non sapendo di mentire…perché?

Perché, se la concentrazione non esce oltre l’anima, non può assolutamente, chiamarsi ancora concentrazione. Da qui i mille equivoci (sempre in buona fede, spero).

Se la concentrazione inizia e termina nell’animuccia, chiamiamola tentativo, chiamiamola inizio…ma non chiamiamola con un nome che non le appartiene.

Come una linea ferroviaria consta di scali intermedi, così la concentrazione non principia dallo scalo di partenza e non rappresenta la stazione finale. Ma la tratta significativa si realizza quando oltrepassa il confine dell’anima.

Va messa e rimessa sempre in chiaro una cosa: l’anima teme ogni superamento, da reazionaria assoluta e ingorda usa e userà ogni strumento a sua disposizione per non permettere alla coscienza di disincagliarsi da essa. Non va sottovalutata poiché userà le possenti forze corporee per sabotare ogni punto del tragitto. Userà tutti i sentimenti alti e bassi – fa lo stesso – e la debolezza insita nel pensiero riflesso (perciò corporeo) per rendere difficilissimo il percorso.

L’asceta può superare l’impasse solo quando riesce a suscitare una forza o uno sforzo più potente e questo non è facile.

Faccio un esempio al negativo. Un valido collaboratore al tempo del forum, preferì lasciare adducendo come motivo importante che situazioni di contrasto gli rovinavano per una settimana l’esercizio interiore (ricordatevi per piacere che è solo un esempio tratto dalla realtà e niente altro). In parole povere, l’anima, turbata, non gli permetteva un buon stato interiore.

Cose come questa non dovrebbero accadere se non al neofita. Ad un esperto mai. Anzi, l’esperto avrebbe avuto ottime occasioni per separare o superare il maltempo animico, l’impulso polemico, lo stato d’animo e i pensieri parassiti dall’esercizio che richiedeva, nel caso, una intensità maggiore.

Certo, non si può sostenere ogni giorno o più volte al giorno una lotta senza quartiere: a volte possono mancare in simultanea l’energia e il tempo…ma sono pure imprescindibili all’esercizio momenti di determinazione e volontà tali da portarsi oltre il limite dell’anima. Sennò che staremmo a fare con l’indicare cose come il puro pensiero, la sua origine extra-corporea ed extra-animica?

Allora vivremmo la Via spirituale in una condizione di menzogna, allora dovremmo respingere il contenuto della Filosofia della Libertà, gli incalzanti insegnamenti di Scaligero, sempre ripetuti in ben 28 libri (senza ritagli ad usum di questo o quello).

Sono così tanti gli ostacoli che l’anima frappone tra il dominio del pensiero e la concentrazione profonda che sarebbe impossibile farne un elenco e persino quando si impara a superare ciò che in un certo senso è grossolano può succedere di entrare in una condizione di dolore diffuso che, sebbene non sia come l’emicrania o il mal di denti, ha il carattere dell’insopportabilità (il Dottore ne parla in un ciclo tradotto, ma non chiedetemi quale).

Questa insopportabilità è simile ai “muri” che esistono su vari livelli del Mondo spirituale. La scelta di ritirarsi dal dolore o di continuare si offre continuativamente all’asceta: se rincantucciarsi nell’anima o uscire da essa: nella Realtà, dove affanni personali e dolenzie di ogni tipo sono temporaneamente superate.

Almeno qualche volta l’esperimento andrebbe fatto. Uno fa l’esercizio e sa di non aver fatto nulla. Perché non ritentarlo? E ritentarlo ancora?

Un giorno, un giovanotto telefonò disperato a Scaligero. Aveva in mente il suicidio per ragioni che sono fuori da questo contesto. Massimo, dopo aver cercato di calmarlo lo implorò di fare una concentrazione. Poi ci fu una seconda telefonata e Scaligero convinse il disperato a fare ancora una concentrazione. Non so quante furono complessivamente le telefonate. Non furono poche. Ma miracolosamente, l’autorità di Scaligero funzionò ed il giovane s’imbarcò in ore d’esercizio…finché, nella telefonata finale poté comunicare a Massimo, assai sbalordito, che tutto il dolore e la furia autodistruttiva che lo perseguitavano, s’erano dissolti, erano completamente spariti. Poi, il giorno dopo, guarda caso, anche i motivi sensibili che avevano travolto il suo animo, si erano risolti per il meglio.

Io e altri vecchi imbecilli par mio, abbiamo fatto cose simili molte e molte volte, per più ore, decisi a farcela o crepare. Anche con tremende emicranie o in condizioni scomodissime, perciò dopo poco assai dolorose. E taccio riguardo a situazioni interiori come quella narrata che riguardò un discepolo di Scaligero.

Funziona? Non sempre, anche se mi piacerebbe raccontare di mali di testa magicamente scomparsi.

Però, quello che apprendemmo “sul campo” è che gli ostacoli possono venire superati e l’animella vinta. Se parlo di abnorme quantità è solo perché devi attraversare un piccolo inferno per trarre dall’interiorità l’intensità necessaria e l’uomo, in condizioni relativamente “normali” non attiva l’intensità nemmeno a pagarlo a lingotti d’oro, non la conosce!

Chi, attraverso la concentrazione, riesce talvolta a passare oltre l’anima, osserva con sincera curiosità l’affanno di moltissimi a darsi regole per aprirsi allo Spirito che, evidentemente, in questo modo di pensare è sempre fuori dall’uomo.

E’ evidente che la comprensione dello Spirito come interno al proprio Io è rimasta un’astrazione, mentre le mille regole paiono la salvezza per le anime vetero-testamentarie.

In queste ultime vige frequentemente una particolare collera verso l’ego, ma chiedo ai lettori, che razza di ego è quello che naviga imperterrito verso la propria estinzione?

Perché è ciò che succede quando il pensiero cosciente e voluto supera il limite dell’anima. Perché a quel punto nulla resta della mia natura e dei suoi abiti e virtù, vizi, convinzioni, carattere, eccetera, tutto il mio mondo personale svanisce, è svanito. Lì il pensare è impersonale, così non può certo “pensare” a stilare sofismi di qualsiasi tipo. E pazienza se ciò non sembra chiaro.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA LUCE

luce

Dopo il solstizio d’ inverno la luce del giorno, lenta e sicura, riprende a salire.

Ma che cos’è, o chi è in realtà la luce che illumina il mondo intorno a noi?

Qual’è la natura di quella cosa invisibile chiamata luce, la cui presenza ci fa vedere ogni cosa, tranne se stessa? Per quanto possa sembrare impossibile, la luce è invisibile!

Esperimenti scientifici hanno dimostrato che la luce diventa visibile solo quando illumina un oggetto.

L’occhio umano vede sempre soltanto cose, soltanto oggetti, non lei….la luce.

In un’ intervista, l’astronauta del progetto Apollo, Russell Schweickart, raccontò che durante il suo viaggio nello spazio, nonostante fosse difficile mantenere fuori dal campo visivo il veicolo spaziale o altri oggetti che, colpiti dalla luce, diventavano estremamente luminosi, se riusciva a farlo, allora si vedevano solo le profondità oscure dello spazio punteggiate dallo splendore di innumerevoli stelle. La luce del sole, sebbene presente in ogni luogo, non cadendo su nulla non era percepibile e quindi tutt’intorno c’era solo profonda oscurità.

Il fenomeno luce ha sempre affascinato l’essere umano. La sua natura e il suo significato sono stati oggetto di attenzione e venerazione per millenni da parte dell’uomo, ma essa ha conservato sempre il suo mistero.

E’ stata trattata scientificamente dai fisici, simbolicamente da mistici e filosofi, praticamente da artisti e tecnici: ognuno ha dato voce ad una parte della nostra esperienza collettiva della luce.

Molto prima di divenire oggetto di studi scientifici, la luce e le sorgenti di luce, furono venerate come divine, come immagini di divinità della natura.

Mitologie di tutte le civiltà sono ricche di racconti sul Sole, la Luna, le Stelle, il Fuoco, l’Arcobaleno e l’Aurora.

In questi miti si rispecchiavano le esperienze e le emozioni che l’anima umana viveva tramite le varie manifestazioni della luce. Epoche diverse e popoli differenti, sono stati attratti da uno o dall’altro dei numerosi suoi aspetti, e ognuno a suo modo, ha tentato di interpretarli e raccontarli.

La storia della luce “esterna” all’essere umano, nel tempo, si è delineata prima dolcemente nell’antica mitologia, poi i moderni studi scientifici hanno tentato, con esperimenti sempre più complessi e sofisticati, di svelare, inutilmente, i suoi più intimi segreti.

Ma in che relazione sta l’uomo con questa luce e con il mondo da lei illuminato? Qual’è il ponte che unisce se stesso con il mondo esterno?

Deve trattarsi di un ponte a sua volta fatto di luce, perché solo la luce può cogliere la luce e questo ponte è il PENSARE!

L’uomo, che ne sia cosciente o no, vive tra due tipi di luce: la luce “esterna” e la “luce sua propria”.

Senza questa seconda luce che illumina e fluisce attraverso tutti i nostri sensi, lo splendore del mondo rimarrebbe muto davanti al nostro spirito indagatore.

L’occhio percepisce la luce perché è intessuto di luce, diceva Goethe. E l’organo umano per percepire la realtà del mondo è il pensare, perché il pensare è spirito umano nella sua attività.

Anche la luce del pensare viene percepita attraverso le percezioni, ma anch’essa rimane invisibile all’essere pensante. Egli la usa continuamente per illuminare le percezioni intorno a lui, ma dimentica di chiedersi cosa o chi essa sia. Solo quando questa luce inizia ad indagare se stessa l’uomo la può portare a coscienza.

Grandi pensatori si sono impegnati nella ricerca di una spiegazione scientifico-spirituale anche per questa luce interiore e ci si può accostare a loro nel tentativo di comprendere.

 

J. W. Goehe fu il primo ad iniziare un percorso di conoscenza nuovo. Il suo approccio richiedeva un cambiamento del metodo di osservazione, sia dei fenomeni naturali sia della mente che osservava.

Nel processo andavano a formarsi nuovi organi di percezione, atti a vedere gli aspetti essenziali dei fenomeni osservati, fino ad arrivare a percepire l’idea dentro la realtà, come fenomeno archetipico. Goethe, di fronte al fenomeno vegetale contemplato in maniera vivente, dal concetto di forma statica, salì al concetto di forma in movimento e in questo movimento trovò la Urpflanz o Pianta primordiale che comprendeva in sé tutte le piante e tutte le creava: questa fu l’ opera grande e centrale della sua ricerca scientifica in questo campo.

Rudolf Steiner con la “ Filosofia della libertà”, non partì nella sua ricerca con l’ indagare concetti o idee, ma iniziò dall’attività pensante. Non si fermò ad osservare gli oggetti illuminati dalla luce, ma la luce stessa: e la rese oggettiva e osservabile.

Analizzò e descrisse le sue leggi. La mise in stretta relazione all’Io dell’uomo, e restituì al pensatore la possibilità di percepire nuovamente lo spirituale, facoltà andata perduta nel corso dei millenni, attraverso un lavoro di pensiero cosciente e voluto, perché… “vivere nel pensare è già vivere nello spirito”. (Fil. d. Lib.)

Nell’uomo non dovrebbero esistere solo pensieri atti a riempire i vuoti involucri delle percezioni, ma un pensare che può potenziarsi fino a diventare la luce che illumina e “crea” la realtà del mondo.

Nel dare la possibilità all’essere umano di vivere coscientemente il mistero dell’atto conoscitivo, il dottor Steiner superò con un balzo la paralisi del pensare portata nel mondo da Kant con la sua “teoria della cosa in sé” irraggiungibile e inconoscibile, per ridare vita alla facoltà più importante dell’essere umano: il pensare!

Massimo Scaligero: il Maestro del pensare vivente!

Il suo “Trattato del pensiero vivente “ è un inno alla Luce spirituale e, nello stesso tempo,un accorato appello al risveglio dell’uomo.

I pensieri, nelle pagine del trattato, disegnano meravigliosi arabeschi dove la luce appare e scompare su tracciati volutamente disseminati di luci ed ombre, che confondono il viandante che in essi si è avventurato.

Il suo passo deve proseguire lento, parola dopo parola, frase dopo frase, ponendo grande attenzione per non perdere quel filo di luce che, se veramente lo vorrà, lo condurrà alla meta.

L’anima che vuole percorrere la via del labirinto senza perdersi, deve immettere una luce sempre più forte e più cosciente nel pensare che, tramite questo lavoro, si sveglia a se stesso, ritrova la vita e si riconosce per quello che è: perché questo è lo scopo del trattato di Scaligero!

Come in una palestra vengono fatti lunghi e faticosi esercizi per rinforzare i muscoli, così per potenziare il pensare servono analoghi sforzi nello spirito.

Finalmente, forse dopo anni di tentativi, può arrivare qualche risultato.

Può succedere che un giorno, improvvisamente, una pagina diventi luminosa….e si sa di aver trovato la chiave che svelerà, a poco a poco, tutte le altre pagine.

La Luce finalmente ha conosciuto se stessa!

Le due luci, quella esterna e quella interna all’uomo, ora si riconoscono come la stessa identica Luce: la Luce Logos!

SCIENZA DELLO SPIRITO

FRA LE ARMONIE RISORTE

 GIU 2013 FK 023 

MENTRE SI INNALZA IL PENSIERO NELLA  FIAMMA

SI LACERANO LE NEBBIE DELLA BESTIA CEREBRALE.

 

TENEBRA DISCETTANTE OVE SI CHIUDONO LE VIE DEI CIELI

E L’ORIZZONTE E’ CUPO DI MENZOGNA.

FRA I PIU’ RAFFINATI INTELLETTI MARCI.

 

NEBBIE DI SUPERBIA AVVOLGONO I PENSIERI

NEL GELO E NELL’OLTRAGGIO

CHE GIUDICA INCONSISTENTE IL CUORE

E L’INTELLETTO AUREO CHE IRRAGGIA LE ARMONIE.

 

NEBBIE DEL GRIGIORE INTELLETTIVO COLMO DI AUTOAPPREZZAMENTO

E RIGIDO DI CALCE.

POSSENTE OTTUSITA’ EMANATA DA CIO’ CHE TEME LE VIE DEL CUORE.

DA CIO’ IN CUI VIVE L’ENTE DEL PALLORE.

NEL POSSENTE DISPREZZARE CHE CALPESTA I SOGNI CONSACRATI.

E CHE NEL PROPRIO DISPREZZARE : UCCIDE.

 

AVVAMPANO DI GELO NEL PUERILE INORGOGLIRSI LE MENTI DEI MALIGNI.

 

GIGANTI INTELLETTIVI COMPOSTI ED IMPLACABILI

TRAGGONO I PENSIERI DA CIO’ CHE LI SOSTIENE :

IL GELIDO PALLORE DI UNA SUPERBIA GRIGIA

CUI SONO APPRODATI IN CERCA DI UN PADRONE.

IN CERCA DI UN SAPERE CHE E’ SOLO DENSA IRRITAZIONE CONTRO IL BENE.

 

ORA SONO SCONVOLTI DINANZI A UN SOLE CHE LAMPEGGIA.

 

DINANZI AD UNA VERITA’ CHE GENERA UNA FIAMMA.

 

DINANZI AD UN POTERE INTELLIGENTE

CHE TANTA PIU’ LUCE IMPRIME

QUANTO PIU’ CONTEMPLA IL PROPRIO SORGERE IRRAGGIANDO.

 

DINANZI AD UNA FORMA IDEANTE

CHE NEL MANTENERSI TALE

RIGENERA LE ESSENZE DEL CALORE

POICHE’ ATTUA IL RICORDO FRA CIELI IN CUI PERENNEMENTE RISORGE IL SOLE.

 

IMPOSSIBILE MANIFESTARSI DI UN’AURORA CHE REDIME

E CHE SOLO L’ATTO IMPREVEDIBILE DELLA SCELTA INTERIORE HA MANIFESTATO.

ATTO CONCESSO ED INNALZATO.

 

ED E’ LAVACRO-ARSIONE CHE SQUARCIA QUELLE NEBBIE.

 

SORGE E SI MANTIENE AUREO IL POTERE CHE DISSOLVE IL GELO E LO TRAPASSA.

 

– IMPRIMENDO NUOVE CONNESSIONI DI PENSIERO CHE GIUNGONO A FOLGORARE IL MONDO –

 

NELLA LUCE E NEL CALORE.

FRA LE ARMONIE RISORTE.

LUNGO I SENTIERI DELLA BELTA’ CHE ARDE NELLA GRAZIA.

 

MENTRE INTELLETTI DI SUPERBIA ESTREMA

CUI ERA INTERNA L’IMPOSTURA FINALE DELL’OLTRAGGIO

IMPONEVANO COME CREDIBILE E SCONTATO

IL VOLTO SOTTILE DEL DISPREZZO NELL’AFFANNO.

 

STUDIO E FATICA CEREBRALE

NEL DISINVOLTO ODIO DEL CALORE E DELLA LUCE.

 

SERIO E SEVERO VOLTO DELLA RABBIA

SEMPRE PRONTA ALL’ISTERICA ESPLOSIONE DI FOLLIA.

IMPLACABILE E CONVINTA E RADICALE.

 

LE NEBBIE DELL’ARIMANE LUNARE

CHE OPPRIME L’INTELLETTO TRAMITE I GIGANTI DELLA MEMORIA IMMENSA.

IMMERSA NEL MAGNETE

FRA PALLIDE CALIGGINI DENSISSIME

SU TRONI DI SUPERBIA RIGIDA ED ASTIOSA.

 

EPPURE L’ARMONIA SI E’ IMPOSTA.

 

ED HA IRRAGGIATO ACUME.

 

VERO CALORE HA RIPERCORSO I SENTIERI DEL PENSARE.

 

HA RINNOVATO I TRONI DEL FULGORE.

 

SOTTILISSIMA IMPRONTA DELLO SCULTOREO SOLE.

 

NEL CUORE DELL’IDEA

MENTRE CONTEMPLA IL RICREARSI DEL CONCETTO

LUNGO I SENTIERI DEL VERO RICORDARE :

– CHE E’ RICONSACRARE –

SI E’ MANIFESTATO L’AUREO POTERE DELLA RICONNESSIONE ALLE FISIONOMIE DEI CIELI.

 

FRA LE ESSENZE DEL CONNETTERE I CONCETTI NEL FUOCO DELLA VOLONTA’ CHE  DIVENTA GENERARSI DI UN AMORE.

 

IMPRIMERSI E SCOLPIRE DEL SOLARE.

 

NELL’IMPOSSIBILE ATTUARSI DEL REDIMERE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

AL TRAMONTO, GETTANDO SASSOLINI IN MARE

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Osservare, prego, come la quasi totalità delle aspirazioni metafisiche vorrebbe salire ai Campi Elisi per poi…discendere immancabilmente nella vasta offerta, più o meno patologica, che la corporeità offre gratuitamente.

Il corpo, in senso occulto, è una miniera di grandi cose ma occorre che il minatore le trovi e le estragga. Il minatore non è la miniera: essa da sola non può scavarsi ed il minatore viene da fuori.

Così come il vasaio che, per fare il suo lavoro è altro e fuori dalla creta del vaso…che non produce vasai.

Questo per dire che la psiche con cui ci orientiamo nel mondo, o meglio, che ci tiene a guinzaglio corto, è a conti fatti, una sorta di secreto corporeo. Dunque abbiamo un fenomeno fondato nel corpo che eserciterebbe un’azione sul corpo medesimo: ciò nell’uomo avviene, ma come?

La psiche attua modifiche nella corporeità…legando maggiormente la coscienza alle forze corporee. Poiché trascina la coscienza nelle sensazioni: è l’opposto di ciò che l’uomo sano fa quando agisce: egli dimentica il corpo, dimentica le sensazioni, non viene sollecitato da esse. Immergersi in esse è una iniziale condizione di malattia, è come calarsi in un pozzo chiuso da ogni parte. Ci si lega e ci si sottomette al sensibile assai più che nel ordinario vincolo che subiamo con i comuni “percepiti” del mondo.

Quelli, nell’uomo normale, non costringono. Ci permettono di conservare l’atomo della nostra libertà.

Non v’è una delle moderne tecniche “psicofisiche” che non si ispiri al corpo, alle sensazioni: essendo il malanno che trova le sue giustificazioni logiche e la sua spiritualità. La via al sub-umano si è fatta ampia tanto quanto il pensiero caduto.

Per uscire dai limiti che paiono come imposti alla nostra povera anima, il pensiero di dover “leggere antroposofia” è una rappresentazione deleteria. O perlomeno inutile. Nessuno dovrebbe “leggere” scritti di Scienza dello Spirito. Ma accogliere con anima desta i suoi contenuti fondamentali forse sì. Ripeto: non si tratta di leggere ma di lasciare che pensieri ed immagini possano divenire attivi nella propria anima, permettendo che il contenuto  di essi si trasformi nelle forze di cui l’anima (tra l’altro) ha disperato bisogno per vivere, per rivivere e per crescere.

Temi come nascita e morte, reincarnazione, struttura dell’uomo e la sua identità con il grande cosmo, non sono (non dovrebbero essere) una pletora di eccentrici dati da sapere, ma più che altro e qualora discendano in verità dallo Spirito, forze di cambiamento e di risveglio: sono temi di ricordo sovrasensibile, di quando si è stati Spiriti nel mondo degli Spiriti.

Prendi la Scienza Occulta o Teosofia e fa tuoi i suoi pensieri, con calma e senza fretta, assimilane riga dopo riga. Poi ripensa a quelle righe anche in altri momenti: ciò che più t’ha colpito scaldalo nell’intimo calore del cuore. Anche poche parole, tieni dentro il loro senso e cuocilo a “cottura lenta”. Così, semplicemente.

Frena, per quanto t’è possibile, la brama del sapere. Impara a distinguerla da ciò che il Dottore chiama “impulso alla conoscenza”. A parole sembra cosa difficile ma, con la pratica, sarai capace di ripercorrere la via che dall’anima porta alla corporeità: in realtà non è difficile rintracciare le zone corporee da cui ascende la brama immediatamente accolta dall’anima: l’impulso a superare i “veli di maya” è cosa diversa.

Alterna a queste opere le pagine costituite da puro pensiero, come nel caso del Trattato del Pensiero Vivente.

Un percorso difficile, poiché la forma ed il contenuto di questo libro sono perfettamente uniti. Ti occorrerà un poco di volontà extra ma sarai ben ripagato, pensa che l’autore osa scrivere nella breve introduzione che “la concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia ad essere l’esperienza proposta”, che poi sarebbe la massima esperienza possibile all’uomo di questo tempo. Tritura ogni singola virgola del testo, combatti con ogni singola frase del libro, sperimenta in te se l’affermazione dell’Autore s’invera o sia falsa.

Poca roba dunque, non “letta” ma vissuta da te in te, per quanto t’è possibile.

Se tanti avessero fatto così poco, avremmo legioni di veri e forti discepoli dello Spirito: poiché l’uomo si risveglia per quanto l’anima vive.

L’anima vive comunque ma di solito è impercepita, è invisibile anche a noi stessi. Spalmata sulla sensazione di sé, aderisce al corpo e quando “guardiamo dentro” sembra che tutto sia buio e vuoto.

Il peso dei libri non modifica questa impressione. Solo quando abbiamo il coraggio di mettere in moto pensare-sentire-volere iniziamo a percepire qualcosa.

Non dobbiamo accontentarci del momentaneo sentire che accompagna ogni modificazione causata dagli eventi: la condizione normale è questa. Normale?

La concentrazione: essa fa parte della nostra vita. A far bene una cosa dobbiamo concentrarci. Anche i sassi conoscono la concentrazione: giorno e notte la fanno per rimanere fermi al loro posto! E le vie alchemiche, gnostiche, yoghiche, magistiche, a loro modo pure (un giorno, su di una patinata rivista dedicata al Kendo, ho trovato una delle migliori descrizioni pratiche dell’esercizio che mi sia capitato di leggere).

Con questo intendo dire che, a parte la decadente, pigrissima e sedicente corrente spiritualistica, tutto il mondo dello Spirito e dell’occulto fa, ognuno a suo modo, la concentrazione. Madame Blavatski (la fondatrice della moderna teosofia) prendeva a calci i discepoli che non superavano la “prova dell’ago”.

Questa consisteva nel muovere a distanza, con  attenzione concentratissima, un ago, sospeso per via della tensione molecolare sulla superficie dell’acqua che riempiva una ciotola. Se qualcuno volesse provare ora aggiungo che l’ago va preventivamente ingrassato. Il burro va bene. Poi deposto con estrema delicatezza sulla superficie liquida. Indi gran calma e attenzione concentrata su una delle estremità: dopo qualche minuto l’ago trema e si muove. Con la pratica è possibile farlo ruotare su se stesso. L’esperimento è del tutto grossolano, non apre alcuna porta…ma quanti riuscirebbero a farlo?

Sì, sono uscito dal seminato, ma non dal fatto che la concentrazione sia necessaria. Su You Tube, UdB, a suo tempo, ha pubblicizzato l’esercizio che Scaligero diede a chi gli diceva di non poter fare la concentrazione: si osserva la punta della lancetta dei secondi in movimento del proprio orologio (o del Rolex che avete rubato a uno che passava), mantenendo mente sgombra ed un guardare continuato. Non riesce per più di tre secondi? Bene, rifatelo in giornata. Poi ripetetelo il giorno dopo: col tempo saranno trenta, di secondi. Già una vittoria e non sto scherzando. Arrivate ad un minuto continuato e scuoterete il pianeta! E, già che ci siamo, saprete fare anche una concentrazione vera e propria, beninteso avendo superato la timidezza di passare dal sensibile all’invisibile.

Durante questo tragitto, imparate a entrare in voi stessi, più in profondità. Come? Naturalmente uscendo dal “voi” abituale. Davvero! Si entra uscendo, guarda un po’.

Sedetevi su una panchina del parco e osservate la meraviglia della luce che circonda la superficie  della pietra che sta nell’erba davanti a voi. Osservatela con amicizia, con simpatia. Osservate le gemme vegetali che stanno per schiudersi, l’arabesco puntiforme del primo verdeggiare contro l’azzurrità del cielo oppure i cerchietti concentrici che i sassolini che sto gettando disegnano sulla superfice del mare. Niente altro da fare che vedere e guardare: vedrete che il cuore incomincerà a rispondere. Potete anche fare ciò camminando, è un po’ più difficile ma basta abituarsi a non ascoltare il frinire dei grilli dentro la testa.

Questi atteggiamenti non sono appannaggio di questo o quello, non appartengono a Scuole occulte e anzi, poeti, pensatori e ragionieri ne hanno beneficato: fanno un gran bene a tutti quelli che non disdegnano di sperimentarli.

Chi si sente affascinato dall’occulto, crede di trovare grandi cose ovunque ci sia una targa con su scritto: Mistero. Mentre non vengono presi in considerazione i veri misteri che sono sempre manifesti. L’unico misteriaccio che dovrebbe essere svelato è la benda che l’uomo mantiene sugli occhi per restare cieco dalla nascita alla morte. Tanta è la paura del vedere!

Già! La paura è il mistero che non si vuole trovare mentre sarebbe indispensabile spingerla alla luce…

*

Ne parlavo ieri con un vecchio amico, occultista dalla nascita. Una coppia di scemi, poiché in oltre sessant’anni (più di centotrenta in due), non siamo riusciti a capire una frase ricorrente, quando viene estratta a forza dal contesto in cui originariamente si trova. La si usa e la si ripete (io sospetto, con molta voluttà, ma i gusti sono gusti…) Si tratta di “Tre passi nella morale e uno nella conoscenza”. Così, ripeto, fuori contesto: è bellissima e mi sento defraudato, umiliato, poiché non so come si fa in pratica. C’è qualche anima pia che possa aiutare in concreto  due vecchi imbecilli?

Io lo spero proprio poiché sembra una cosa che (quasi) tutti sanno. Può anche darsi che non ci sia nulla da dire…ma in questo strano caso perché viene detta e ridetta continuamente? E’ possibile che occorra forse una conoscenza antecedente? Se sì, perché nessuno me l’ha mai fatta conoscere tale conoscenza?

Heu, me miserum…

SCIENZA DELLO SPIRITO

KASPAR APPENZELLER

Riportiamo qui di seguito un lungo estratto dall’introduzione di Silvano Mirami al testo da lui stesso tradotto La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana che ci offre un esaustivo ritratto dell’autore Kaspar Appenzeller.

Ringraziamo Silvano Mirami e l’Editrice CambiaMenti, sul cui sito (www.cambiamenti.com/Argomentogenesi.htm) è possibile leggere integralmente l’introduzione stessa nonché indice, prefazione e l’intero Capitolo I.

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Kaspar Appenzeller nacque il 13 aprile 1927, come terzo figlio di Susanne e Hans Appenzeller-Zellweger, a Davos in Svizzera. La difficile gravidanza di sua madre ad un certo punto fu veramente a rischio e si dovette alla sapienza e alla perizia del Prof Loffler – il quale in seguito sarà uno dei suoi insegnanti allorché intraprenderà gli studi universitari di medicina – se malgrado tante difficoltà tale gravidanza poté essere portata facilmente a termine. Kaspar nacque dunque tra quelle montagne svizzere, ch’egli sentì sempre come suo ambiente congeniale, come sua vera patria e anche come protezione. Montagne che amerà profondamente.

Sin dall’infanzia la sua salute fu cagionevole: a due anni e mezzo Kaspar venne colpito da una grave forma d’asma che lo accompagnò costantemente lungo tutta la sua vita e con la quale dovette di conseguenza fare continuamente i conti. All’età di sei anni entrò alla Rudolf Steiner Schule, ma ogni anno i gravi attacchi d’asma lo costringevano per un terzo del periodo scolastico a non frequentare le lezioni. Tuttavia, malgrado tale inconveniente, egli riuscì a seguire senza difficoltà l’iter dell’insegnamento.

A parte i problemi di salute, infanzia e adolescenza si svolsero solari e felici – così egli le ricordava – con i suoi fratelli Heiner e Vreni. Ma anche a scuola egli era amato – da compagni e insegnanti – per il suo carattere gioviale e per il suo particolarissimo umorismo, che ogni volta rallegravano l’ambiente. I suoi compagni poi, ammiravano le sue qualità artistiche, che eccellevano soprattutto nel disegnare e nel suonare il violoncello. Per tutta la vita Kaspar Appenzeller coltivò vari aspetti dell’arte e per le sue notevoli capacità avrebbe potuto diventare un artista riconosciuto ed affermato. Ma sin da piccolo sentì come sua propria missione –e volle ciò in maniera decisa – il diventare medico.

A questa sua peculiare missione di operare terapeuticamente nei confronti della malattia e della sofferenza umana egli si donò senza risparmiarsi, sacrificando qualsiasi ambizione, anche legittima, che avrebbe potuto realizzarsi in campi, sia scientifici che artistici, diversi dalla medicina. Una spinta, ed un aiuto, in tal senso kaspar Appenzeller l’ebbe sicuramente dal suo incontro con la Scienza delo Spirito di Rudolf Steiner, ch’egli conobbe già nell’ambiente familiare, tanto più che medico della famiglia Appenzeller era il Dr. Hans Werner Zbinden, amico fedele di marie Steiner e presidente della Rudolf Steiner-Nachlaßverwaltung, ossia quel Lascito, fondato dalla compagna del Dottor Steiner, che per oltre sessant’anni tanto ha fatto per salvarne e diffonderne l’Opera.

Fu all’epoca degli studi ginnasiali a Flims che Kaspar Appenzeller affrontò l’Opera di Rudolf Steiner (la sua prima lettura fu la conferenza: Il sangue è un succo affatto peculiare) contemporaneamente all’opera e al pensiero di Platone. Nel 1947 si iscrisse alla Facoltà di Medicina all’Università di Zurigo e appena ventenne intraprese lo studio della medicina antroposofica e dell’euritmia curativa. Sin dalle prime fasi del suo studio venne giuidato dal Dr. Zbinden, il quale nutrì una tale fiducia nelle sue qualità, sia professionali e umane che interiori, da affidargli nel 1961 la direzione del Seminario Medico che si svolgeva alla Rudolf Steiner Halde a Dornach. Inoltre nel 1977, una settimana prima della sua morte, il Dr. Zbinden offrì a kaspar Appenzeller di diventare socio dell’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, il Nachlaßverein.

Dopo l’Approbation, conseguita nel dicembre 1953, sotto i professori Löffler e Brunner e la Dissertation conclusiva, ossia la tesi c’egli sostenne nella primavera del 1954 su L’encefalite conseguente a morbillo, egli iniziò il periodo di assistentato al Regionalspital di Wattwil sotto la direzione del Dr. Christ, che per tutta lavita rimase per lui una personalità decisiva.

Nel frattempo egli poté realizzare nel giugno del 1954, dopo sedici anni di fidanzamento, quella che definì “la migliore decisione della mia vita” e portare all’altare Johnnie Stokar, ch’egli conosceva sin dall’infanzia e che fu poi la compagna della sua vita.

Nel luglio del 1955 nacerà il primo figlio Peter. A quel periodo risale il primo lavoro da lui pubblicato sul cuore.

Nell’autunno del 1956 egli poté rilevare a St. Moritz lo studio del dr. De Giacomi, appena defunto, studio medico che poté portare avanti per 42 anni. Il trasferimento in Engadina, tra le montagne dei Grigioni, da lui profondamente amate, fu un grande aiuto per la sua salute. Gli esordi non furono facili e nei primi sei anni i magri bilanci non gli permisero l’ausilio di un’infermiera. Ma in segfuito, sebbene il suo ambulatorio fosse aperto soprattutto ai pazienti locali, esso ricevette, sia per il suo talento e la sua pazienza, sia per la conoscenza delle lingue straniere ch’egli coltivava con gioia, pazienti da tutti i continenti.

Nel 1959 nacque il suo secondo figlio Georg.

Nel frattempo divenne medico scolastico a St. Moriz e lo rimase per oltre tre decenni. Ciò gli permise di approfondire, attraverso l’auscultazione cardiaca di migliaia di bambini, la sua conoscenza di tale arte diagnostica, giungendo poi a conclusioni preziose, ch’egli donerà al mondo nei suoi scritti su tale materia.

Nel 1978, dopo la morte del Dr. P.R. Berry, Kaspar Appenzeller venne eletto Presidente dell’Associazione Medica di St. Moritz, ufficio che espletò con grande coscienza e impegno per 20 anni.

La dedizione, veramente sacrificale, a curare le sofferenze umane lo portò a ricevere fino a cento pazienti al giorno, e allorché l’ultimo paziente lasciava l’ambulatorio, egli sidedicava per ore alle sue ricerche sul sangue e sul cuore. All’inizio degli anni 60 giunse a dimostrare sul cuore vivo di un pollo, documentandola con una pellicola da 16 mm, l’affermazione di Rudolf Steiner che il cuore non è una pompa bensì un organo di senso, e che il sangue stesso possiede la forza di muoversi lungo le vie sanguigne.

Naturalmente la sua dedizione al lavoro e allo studio, che lo portavano a non concedersi più di 5 ore di sonno per notte, non potevano non minare la sua salute, e nel 1965 ebbe un attacco di itterizia. Per qualche mese la sua attività ebbe un fermo repentino. Si ristabilì, ma gli rimasero come conseguenza forti emicranie che lo accompagnarono per oltre 25 anni.

Nel 1970, iniziò a tenere a St. Moritz un gruppo di lavoro antroposofico che portò avanti regolarmente sino al 5 novembre 1998, allorché venne colpito da ictus cerebrale. Tenne pure corsi e conferenze pubbliche che ebbero notevole risonanza nell’Engadina. Continuò la sua attività di conferenze al Seminario Medico presso la Rudolf Steiner Halde, a Dornach, e portò la sua parola in conferenze e corsi a Zurigo, Berna, Lugano, Berlino e Milano. Attraverso la collaborazione con l’euritmista Franziska Brem raggiunse una conoscenza approfondita del Corso di Euritmia terapeutica di Steiner.

Al di là di articoli vari, pubblicati su alcune riviste, Kaspar Appenzeller riversò i frutti del suo sapiente lavoro in quattro opere, ch’egli scrisse soprattutto nei periodi di ferie, da lui abitualmente trascorsi in Italia, sulla costa adriatica, o in Ticino.

La prima opera, apparsa nel 1976, fu la Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, che qui presentiamo tradotta. Traiamo, traducendola dai risvolti dell’edizione originale, la presentazione – verosimilmente dell’Autore – che ci sembra offrire una mirabile sintesi delle idee esposte in questa opera: “In questo libro il racconto biblico della Creazione viene messo in relazione all’evoluzione embrionale umana. In esso, come risultato di un lavoro di ricerca di lunghi anni, viene mostrato come questo documento biblico nelle sue possenti immaginazioni descriva esattamente quello che la scienza ha da dire oggi sulla nascita del corpo umano. Le immagini della nascita del cosmo del racconto della Creazione diventano per il lettore le immagini dello sviluppo embrionale umano. Egli perviene alla concezione che l’uomo è un piccolo Cosmo, un Microcosmo di fronte al grande mondo, il Macrocosmo. Inoltre questo testo, che in molti punti viene esaminato nell’originaria lingua ebraica, si dimostra una vera meraviglia; giacché non solo secondo il suo contenuto concettuale, bensì sin all’interno dei singoli suoni si estende la concordanza di queste potenti parole con la vita formatrice organica. Attraverso ciò si viene posti a confronto col fatto che lo scrittore di questo testo ha toccato i veri – invisibili, per occhi terreni – impulsi di formazione del cosmo e dell’uomo. L’impulsatore spirituale di questo libro è Rudolf Steiner, il fondatore della moderna Scienza dello Spirito. Lo scienziato spirituale insiste su nuove Vie alle forze originarie dell’evoluzione; egli comprende nella loro profondità i documenti provenienti dall’antica sapienza dei Misteri perché ritrova in essi ciò che egli ha investigato indipendentemente da qualsiasi documento. La sintesi qui realizzata di testo della Genesi ed evoluzione organica comporta un’elevazione di ambedue i rami del sapere. Il testo veterotestamentario diviene, in ogni sua parola, profezia di futuri eventi dell’umanità, così come l’embrione è la promessa di un uomo che in futuro agirà nel mondo – e l’embrione appare, nei suoi cambiamenti di forma, come testimone di processi di creazione cosmica da lungo tempo trascorsi. La profezia della Genesi indica inoltre con chiaro gesto, parola per parola, l’evento del Christo e la Via, che diviene possibile a partire da questo evento, dell’individualità alla mèta terrestre, e l’embrione cela attraverso i suoi gesti di nascita che l’uomo è predisposto ad esssere il portatore della forza dello Spirito, che mediante tale evento si è collegato alla Terra. A chi si rivolge il libro? Nell’introduzione si trova: questo scritto non presuppone alcuna conoscenza specialistica, si rivolge ad ogni lettore per il quale la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore”.

Ad esso seguì La Quadratura del Cerchio, del 1979, nella quale viene mostrata la soluzione di tale millenario problema attraverso l’uomo stesso. Il suo terzo libro fu Fondamenti per un nuovo tipo di auscultazione cardiaca, nel quale viene mostrata tutta l’ampiezza diagnostica che si apre ad un medico che voglia veramente approfondire tale arte.

Nella primavera del 1999 appare il suo quarto e ultimo libro: Il Calendario antroposofico dell’anima alla luce dell’evoluzione dell’umanità, che apre un nuovo accesso meditativo a tale opera di Rudolf Steiner. Sempre nel 1999 apparve la traduzione italiana del Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner, eseguita da Kaspar Appenzeller con la collaborazione di amici italiani.

A partire dall’aprile 1986 cominciarono ad aggravarsi i suoi problemi di salute. Dapprima una discopatia grave, poi l’ictus cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma per il quale dovette essere operato a Zurigo dal Prof. Iasargil. I problemi alla colonna vertebrale si aggravarono negli anni. Le sue ultime 16 settimane trascorsero al Paracelsius-Spital a Richterswil per un ictus transitorio in conseguenza di un collasso cardiaco. Chi lo incontrò in quegli ultimi tempi lo trovò cosciente, fluido nella parola e vivace nel pensiero come sempre. Affrontò con serenità e contagioso umorismo gli ultimi anni dolorosi della malattia, sino a quel 3 marzo 1999, un mercoledi, nel quale alle 9.37 egli chiuse la lotta della vita. La sua fu una vita eroica. La vita di un nuomo buono, forte, coraggioso e sapiente.

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LIBRI E AUTORI

LE PECORE NERE DELLO GNOSTICISMO

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Forse perché, come scrive s. Epifanio, praticassero “cose nefande” oppure per ciò che Sinesio chiama ” un eccesso di verità in delirio”…

Oppure può considerarsi un miscuglio caotico di idee esasperate, assai mal definite, quello che può essere chiamato il circolo dei Cainiti.

Così si chiamarono poiché il loro anti jehvehismo si spinse al punto di onorare Caino, Cam e Esaù, e in genere, tutti i maledetti delle Scritture, per il fatto che Jehveh li aveva bersagliati con la sua ira.

Probabilmente fiorirono tra il 140 ed il 150, poi la traccia oscura si perde e rimane di essi solo il nome.

Come quasi tutti gli gnostici, anche i Cainiti affermavano che il Creatore del mondo non è il Dio supremo. Per essi il mondo sensibile è un aborto o una “nascita postuma” in confronto alla Nascita vera, corrispondente al Mondo degli Eoni Superiori. Il Padre di quest’ultimo era il Dio della luce e della sapienza, mentre il nostro mondo era stato generato da un Potere inferiore. Il Dio espresso dall’antico testamento imponeva l’assoluta obbedienza ai comandamenti del Potere inferiore.

In questa sfera vennero considerati come giusti quelli che, come Abele, Giacobbe, Lot e Mosè, avevano seguito i comandamenti di Jehveh (espressione del Potere inferiore), esecrando e maledicendo tutti quelli che non avevano seguito tale obbedienza.

Questo il motivo della maledizione su Caino: Abele, come pastore offriva sacrifici di sangue, mentre Caino offriva il frutto dei campi, l’ostia incruenta: naturalmente Jehveh, il Demiurgo, preferiva il sacrificio di sangue.

Uno tra gli aspetti più interessanti delle dottrine cainite riguarda Giuda. Egli possedeva la nozione esatta del vero Dio e di conseguenza lo distingueva dall’inferiore Jehveh. Perciò egli aveva insegnato a vivere separando completamente le cose del mondo, della carne.

L’uomo doveva salire al vero Dio attraverso la crocifissione del Cristo. Il Cristo era lo Spirito che era sceso dall’Alto per rafforzare nell’uomo il potere del mondo spirituale.

Così esso trionfò col sacrificio del suo corpo di carne, abbandonando questo corpo alla Morte che è la manifestazione del Potere inferiore.

Giuda tradì il Cristo?

Sì, ma in ciò stava il suo eterno merito, in ciò il suo titolo per l’eterna gratitudine del genere umano. Egli, da vero gnostico, sapeva che la salvazione del mondo necessitava del sacrificio del Cristo: era necessario tradirlo e farlo crocifiggere per aprire all’umanità la strada verso Dio.

Perciò Giuda si fece traditore del Maestro, come era stato stabilito dalla Divina Sapienza, e così divenne l’importante fattore della Salvazione, votandosi in pari tempo al proprio sacrificio, cioè ad essere maledetto ed esecrato nei secoli come il traditore più abbietto.

Pare che Quintilla facesse, in Africa, ampia propaganda di questa dottrina.

Il completo rigetto di Jehveh da parte dei cainiti fu simile al profumo delle rose se confrontato da una setta più oscura, quella degli Antitacti. Poco si sa di essi, forse anche nulla poiché le notizie provengono dai Padri della Chiesa Cattolica.

Sembrerebbe che gli Antitacti praticassero con ostentazioni tutto quello che la Antica Legge jehvehtica aveva proibito, e poiché si cade sempre lì, praticavano soprattutto con entusiasmo religioso (!) l’adulterio.

Di calibro ben diverso erano gli Ofiti. Anche in questo caso il termine non fu coniato dagli stessi ma da eresiologhi a cui interessava sottolineare, utilizzando caratteri non compresi, come gli gnostici fossero una variegata banda di criminali dello Spirito. Dunque per il trionfo della causa propria, diverse correnti furono bollate con il sbrigativo giudizio di “adoratori del Rettile odiato” e ammucchiate in un dispregiativo termine di Ofitismo.

Probabilmente il serpente di bronzo inchiodato alla croce che Mosè fece plasmare per difendere il suo popolo dal mortale attacco dei serpenti velenosi, fu un simbolo profetico in questa corrente che si pone, sulla più spassionata testimonianza del pagano Celso, in un tempo tra il primo e secondo secolo, quando ancora Gnosticismo e Cristianesimo non erano ancora due movimenti in conflitto.

Nel generico Ofitismo si riassumono le scuole dei Peratei, Naasseni e Setiani.

La cosmogonia è davvero complicata e la risparmio al lettore: credo basti sapere che l’Eone di Luce, asceso alla regione di mezzo, sotto la Madre universale, aveva creato un figlio quando venne a contatto con le Acque dello Spazio. Costui fu il principale Potere creativo del mondo sensibile e il suo nome era Jaldabaoth. Egli produsse Jao o Jehveh, il quale generò Sabaoth, padre di Adonai che generò Eloi, il quale generò Uraios, padre di Astaphaios. Così furono sette i Poteri demiurgici dell’universo sensibile: bellicosi e in continua lite.

Dal gioco tra queste forze nacque la mente, la quale era “formata dal Serpente” e nacquero pure “spirito” e “anima” e tutte le altre cose del mondo.

Jaldabaoth era millantatore e arrogante e si proclamò Padre e Dio, affermando che sopra di lui non ci fosse nessuno. Ma Sofia, sua madre, gli gridò di non mentire perché sopra di lui vi è il Padre supremo, il Primo Uomo e col Padre v’è il Figlio: l’Uomo Figlio dell’Uomo.

I Poteri rimasero stupiti dalla Voce che veniva dall’alto…allora Jaldabaoth, per distrarre la loro attenzione, li portò a creare l’uomo terrestre a loro immagine e somiglianza. A questo simulacro Jaldabaoth soffiò il fluido di Luce ricevuto da Sofia.

Allora l’uomo terrestre ringraziò l’Uomo primo e disprezzò gli Elohim che lo avevano creato dal fango: Jehveh, preso da rabbia gelosa, stabilì di privare l’uomo da una scintilla di Luce, formando Eva. Le potenze demiurgiche si innamorarono di Eva e da questo amore nacquero gli Angeli.

Così Adamo cadde sotto la signoria di Jaldabaoth e degli Elohim: allora Sofia mandò il Serpente (la Mente) nel paradiso di Jaldabaoth. Adamo e Eva ascoltarono i suoi consigli e ancora una volta l’uomo fu liberato dalla tirannia del potere demiurgico, trasgredì l’ordine di ignoranza imposto dal demiurgo che non voleva che l’uomo conoscesse Forze più elevate. Di conseguenza Jaldabaoth lo espulse dal paradiso, ma con il “serpente”, cioè con l’intelligenza.

Nel frattempo le cattive qualità di Jaldabaoth avevano generato: il figlio di ciò fu Shath-an Ophiomorphos, il Deviato, il quale procreò a sua volta sei figli, i Poteri Diabolici che tormentano l’uomo.

Adamo e Eva, prima dell’espulsione dal paradiso, avevano “corpi vaporosi”, come gli angeli. Ma dopo l’espulsione, densificandosi, i corpi divennero vestiti di pelle, finché Sofia misericordiosa rese loro il profumo della Luce ed essi conobbero di portare con sé la morte. Ma anche riebbero memoria dello stato anteriore e attesero, sapendo che la veste di pelle un giorno sarebbe stata deposta.

Poi appaiono, tra l’umanità, i Profeti che parlano illusioni suggerite dai sette Elohim, sebbene talvolta Sofia riesce ad inserirvi frammenti su l’Uomo primo e sul Cristo.

Vedendo come andavano le cose, la Sapienza implorò l’aiuto della grande Madre e questa pregò il primo Uomo di mandare il Cristo a redimere il mondo.

Tramite Giovanni ed il battesimo del pentimento, Gesù fu preparato a ricevere il Cristo. Il Cristo attraversò le sette sfere, facendosi simile agli Arconti, privandoli del loro potere e della Luce da essi trattenuta. Prima di ogni altra cosa il Cristo rivestì la sorella Sofia del Vestimento di Luce. Poi scesero in Gesù, il Cristo e Sofia, l’uno racchiudendo l’altro, e Gesù divenne il Cristo.

I poteri studiarono di sopprimerlo. Così, l’uomo Gesù fu crocifisso. Ma Cristo e Sofia ascesero all’Eone incorruttibile.

Cristo non dimenticò chi lo aveva accolto in sé e mandò un potere che fece risorgere il suo corpo psico-pneumatico. I discepoli che videro questo eterosoma rivestito di tutte le apparenze sarcosomatiche, lo credettero risorto in carne.

Egli spiegò il mistero e diede molti insegnamenti a coloro che furono in grado di comprendere. Ora egli siede alla destra del Padre e accoglie le anime che ricevettero i misteri. Così il potere di Jaldabaoth diminuisce: non può più mandare anime sante a reincorporarsi. Quando tutta la Luce sarà nuovamente raccolta dall’Eone Incorruttibile, avverrà la Consumazione finale dell’Hylê.

Questo a larghissimi cenni e sospetto che sembrerà molto noioso. Ma la colpa è tutta mia. Notate il coraggio degli gnostici a ribellarsi all’ordine stabilito e pure a rovesciare molto di quanto si è sedimentato anche in noi, poiché persino il dramma umano-divino, alla fine fu scritto dai vincitori…e direi che ne stiamo pagando le conseguenze. FK aveva ragione quando scrisse: “Che Europa sarebbe sorta dalla dottrina gnostica?”. Dico solo che aveva ragione ad invitarci a riflettere.

TRADIZIONE

E' IL PENSIERO CHE GENERA L'UOMO

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Se queste poche righe fossero ambiziose e rigorose potrebbero iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per se, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile.

La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque (magari con un piccolo aiuto).

Nella sua indagine, Rudolf Steiner  osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi”. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito. Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo.

Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo)  dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.

Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita consapevolmente.

In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza o morfologia del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero: la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero, in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante  sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il più negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.

A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio e se davvero fosse così  il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra.

Purtroppo così non è, la confusione regna e per ‘esperienza interiore’ si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono famigliari nel mondo sensibile.

Questo è un errore ma vi sono errori ancora più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile.

Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono Chiese, Scuole sapienziali, Correnti spiritualistiche.

Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) malsane correnti d’aria se non avesse a fondamento una esigenza di obbiettività scientifica.

Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione e atto di fede senza attività di pensiero, dunque…spensierata.

Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.

La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.

Ebbene, nel divenire scientifico è quasi “vergognoso” constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portò alla radice epistemologica, indicando come, alla base dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione.

Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione.

E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.

La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.

In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza “Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”. Non è facile capire questa frase, poiché se pure immersa in un contesto di forma filosofica, essa indica una operazione tanto radicale che per l’anima umana significa un portarsi allo zero di sé.

E questo, se non sbaglio, è il percorso ultimo della Via iniziatica.

Però è così, allo stesso tempo, che le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.

Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza?

A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?

Anche questo è un evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Prima Parte – terza visione

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® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
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Tavola III

Terza visione della prima parte

Creazione dell’uomo ad opera di Jahvè

Il capo laterale esterno a destra (se lo ruotiamo di 90° a sinistra ha la stessa posizione di testa e mano della tav.II) rappresenta Jahvè dell’Antico Testamento.

La sua posizione è nella Luna opera come esecutore del volere del Padre (pergamena nella mano come nella tav. II) ed esecutore dell’ordinamento divino nell’Antico Testamento.

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

VERITÀ CONTRO MENZOGNA

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Se devo essere sino in fondo sincero, non trovo affatto divertente dovermi occupare ogni volta di quel che scrivono tanti che si sono fiondati sull’esoterismo e sulla Scienza dello Spirito, come su di una preda appetitosa da spolpare e divorare. Una tantum, passi! Ma dover ogni volta ricominciare a rispiegar da zero quali cose non vanno e perché non vanno, porta rapidamente ad esaurimento la pazienza – la pochissima che ho – e altrettanto rapidamente genera in me una incoercibile forma di nausea compulsiva. Uno ha la sensazione del tempo inutilmente sprecato (che potrebbe esser davvero impiegato ben più proficuamente a livello spirituale) e del vano sciupio di molte forze preziose. Inoltre, temo di venire pure a noia a quegli amici, ben svegli, che con le loro proprie forze nella viva esperienza si sono conquistati la capacità di discernere il vero dal falso, il reale dall’apparente.

Del resto è generoso, ma invero ben poco savio e molto faticoso, voler passar la vita a raddrizzar le gambe ai cani, e a lavar la testa agli asini, rimettendoci pure – come dicevano gli Etruschi – il ranno e il sapone. E non si può nemmeno cavar sangue da una rapa, o luminosi pensieri da una testa di rapa. Tuttavia, come diceva l’Illuminato della nobile stirpe degli Shakya, il Buddha Gautama, vi sono pure molti che “hanno poca polvere sugli occhi”, e per loro è giusto spendere alcune parole chiare chiare, al fine di mostrar loro il giusto sentiero. Dopo di che, una volta mostrati secondo veridicità i dati del problema sui quali riflettere, è giusto che ognuno si faccia un proprio individuale giudizio, affaticandosi con le proprie forze nella ricerca e nella conquista della Verità.

Conciosiacosaché, essendomi io stufato di ripetere polemicamente sempre le stesse cose, e temendo altresì di annoiare amici ben più provveduti e vispi del sottoscritto, daremo qui per l’ultima volta il quadro eloquente di quel che si muove nella palude mefitica e nell’immensissima fogna dello pseudoesoterismo – e fantaesoterismo – italiota. Poi ognuno sarà responsabile delle savie o stolte scelte che vorrà fare e si sciropperà altresì tutte le conseguenze piacevoli o meno della scelta fatta.

Detto questo, faccio formale promessa – con grandissimo gaudio degli esultanti scarrafoni – che non tornerò più sulle vessate questioni delle presenti polemiche.

Nel fantasioso e variegato mondo dell’esoterismo d’accatto oggidì si incontra veramente di tutto. Usa dire che il mondo è bello perché è vario, ma si dimentica talvolta quanto il mondo sia tragico perché contraddittorio e quanto la vita di molti sia drammatica perché in tale mondo contraddittorio si deve necessariamente lottare contro la menzogna.

Ma non è che la menzogna si presenti in forme palesi, facilmente distinguibili dalla verità. La menzogna è tenebra, ma possiede le sue ambigue e fallaci luci, le quali illudono, talvolta affascinano o sconcertano, sovente fuorviano. La menzogna si paluda di variopinte e attraenti vesti, e coloro che non riescono a distinguere la veste illusoria dalla menzogna che di essa si riveste, difficilmente giungerà a scorgere l’autentica realtà, quella verità che in questo immondo mondo porta sovente vesti dimesse e poco appariscenti.

Se la menzogna affermasse apertamente : quel che dico è falso, ciò sarebbe apprezzabile e sotto certi aspetti, nella sua sincerità, persino una mezza verità. Ma, siccome l’intento della menzogna volontaria è quello di avvelenare deviare dal retto sentiero le anime, nonché distorcere, deformare, ammalare la realtà umana, difficilmente una tale menzogna deporrebbe le mentite spoglie e si presenterebbe nel suo ributtante aspetto.

Nel campo dell’esoterismo autentico già da molto tempo si è infiltrato un menzognero esoterismo d’accatto, uno pseudoesoterismo – come direbbe il mio sapientissimo amico C. – da “mercanti di birra e venditori di trippa”, che cerca di fare una sorta di pot-pourri, o – come dicevano gli Antichi –  olla putrida nella quale si fa entrare di tutto: il tutto generosamente condito nella dolciastra e sentimentaloide salsa di sapore new-age.  Coloro che stanno dietro questo giuoco infame, sono ben più svegli e cinici dei servi sciocchi dei quali si servono, ed hanno una visione ben più ampia e ‘sulfurea’ di quella bottegaia, che traspare dagli scritti dei servi sciocchi e degli utili idioti dei quali essi così spregiudicatamente si servono.

Naturalmente, vi sono a giro persone che sciocche non sono, che non trangugiano il contenuto, davvero immangiabile, di tale olla putrida, e non sono disposti a bersi il cocktail di menzogne, che con fare accattivante essi ammanniscono al loro stupito e ammirato popolo catecumeno. Le persone ‘vispe’ sono ritenute pericolose perché, strappando brutalmente le variopinte vesti della cortigiana, possono mettere a nudo il ripugnante corpo della meretrice con tutte le sue piaghe infette. In tal caso, contro chi si dimostri inopportunamente troppo ‘vispo’ e riottoso all’omologazione dell’universal menzogna, ed anzi intenda energicamente lottare per smascherarla, vengono messe in atto due abili strategie.

Da una parte si invita con magniloquente verbosità all’universale concordia, ad una sorta di buonismo di maniera che giustificherebbe ogni sincretismo, alla ostentazione di una sciropposa sentimentalità, per cui chi ad essa vuol sottrarsi sarebbe un “egoista”, un “presuntuoso”, un “separatista”. E di afferma ad altissima voce che sarebbe uno scandalo che coloro che avrebbero il dovere di esser concordi discepoli di un solo Maestro, si dividano, si contrappongano, polemizzino tra loro. Mentre nulla è più falso dell’affermazione che siamo discepoli dello sesso Maestro, e quanto segue lo mostrerà ad abundantiam.

Dall’altra, “si cuce un vestito addosso” a coloro che veramente vogliono essere fedeli alla Verità e all’insegnamento autentico del Maestro, e si dice che costoro dicono questo e quello, che sono unilaterali ed intolleranti, che mutilano l’insegnamento del Maestro, portando avanti per es. una concezione unilateralmente unicitaria della Concentrazione e così via. Naturalmente, ciò non è vero, e viene data una ‘versione’ menzognera e caricaturale di ciò che affermano coloro che vogliono difendere – anche aspramente lottando, quando necessario – la Verità, l’insegnamento e la figura del Maestro. Poi si adoprano i sempre luridi strumenti dell’ingiuria, della calunniosa diffamazione. Ed anche – potendo e avendone l’occasione –  la persecuzione.

Ci si serve di quella vasta platea di smarriti, o di furbi, o di perditempo, che si rivolge alla “rete”, ai ‘social network’, alla ricerca di improbabili certezze dogmatiche, di sensazioni emozionanti, di divertente intrattenimento. E a loro si propone d’ingurgitare l’edulcorata brodaglia della horrenda potio, ma non si trascura di additare i ‘cattivoni’, i ‘presuntuosi custodi’ di un insegnamento rigido e cristallizzato, i ‘negatori delle esigenze dell’anima’, gli ‘ignobili inquisitori’e via dicendo. Se su tali social network ci si permette la volgare ingiuria e l’aperta calunnia, lo si fa per provocare l’inopportuno e importuno avversario, smascheratore della da loro spacciata menzogna. Si provoca nel tentativo di trascinare nella polemica, e di abbassare l’avversario al proprio livello fognardo, sia pure imbellettato e profumato come conviene ad una illudente cortigiana. Ma tali ingiurie ed espressioni volgari appaiono telematicamente visibili solo per poco tempo – a volte solo per pochissimi minuti – perché deturperebbe in maniera controproducente l’immagine falsamente ingenua e buonista, che si vuole ammannire al poco scaltrito popolo catecumeno.

Lo scopo – al di là delle vanità e delle presunzioni personali – è quello di snaturare, deformare, paralizzare l’insegnamento che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno dato come vivente e autentica Scienza dello Spirito. A parte la banalizzazione sentimentale e buonista della Sapienza spirituale, si introducono in essa elementi indebiti di vie spiritualmente irregolari, che vengono accolti ben mascherati dall’unanimismo buonista – una sorta di ipocrita “ecumenismo esoterico” – che difficilmente fa scorgere agli sprovveduti l’aspetto esiziale di tali ‘inserimenti’, che arrivano da una parte a paralizzare il contenuto spirituale originario, dall’altra surrettiziamente propongono una “via sostituita”, come la chiamava con un’immagine efficace, decenni fa, un esoterista francese.

Per cui nell’immangiabile pastone troviamo – accanto a Maestri della Iniziazione rosicruciana come Rudolf Steiner e Massimo Scaligero – la Fraternité Blanche del felicemente defunto Mikhail Omraam Aivanov, col suo sentimentalismo luciferico da quattro soldi ed uno pseudokabbalismo, con i contenuti ch’egli rubò allo Steiner e al Deunov, la solita magia sessuale e la forsennata commercializzazione. Troviamo l’esaltazione di un maestro della forma più pura di iniziazione ahrimanica come G. I. Gurdjeff, o quella dei suoi discepoli Uspenskij e Orage, ora addirittura pubblicati da una cattolicissima casa editrice, che si spaccia per “antroposofa”, e spaccia le indicazioni di costoro come vie all’amore sacro. Vi è l’esaltazione di Valentin Tomberg, con tutto il suo liquamoso e infido gesuitismo. Vi sono strambi apostoli vari, che a mani basse depredano ovunque tutto quello che possono. Troviamo l’esaltazione e l’indicazione di un maestro della iniziazione ahrimanica – e peggio – come Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, il mago di Portici, con la sua magia cerimoniale spacciata per teurgia, e la sua magia sessuale spacciata per alchìmia palingenetica e angelificante. Vi sono vari dichiarati avversari e nemici acerbi dell’Antroposofia. E tra le righe qua e là, ovviamente, non può mancare un po’ di Aleister Crowley, con la sua magia asurica e le sue porcherie di magia auto-etero-omosessuale. Il tutto  nascondendosi dietro l’immagine di Rudolf Steiner – usata da vari di loro anche come ‘avatar’ nei social network – dell’Antroposofia, della Scienza dello Spirito.

Vi è anche un dichiarato integralista cattolico, ispiratore di una discussa casa editrice ultraintegralista cattolica, volta ad operare quel mirabile “trasbordo ideologico inavvertito”, teorizzato in Brasile da Plinio Correo de Oliveira, e ampiamente praticato in Italia da Alleanza Cattolica. Costui – che mostra la sua inimicizia all’Italia, rivestendo sui social network il mantello del borbonico e antitaliano Ordine Costantiniano – viene fatto scrivere su una delle pagine il cui amministratore – da sempre suo amico e seguace – si cela dietro l’immagine del Dottore.

E non può mancare la strumentalizzazione della Scienza dello Spirito per inconfessate – neanche poi tanto – finalità politiche di destra, di centro di sinistra, e persino  a finalità sedicenti antipolitiche. Per ‘portare lo Spirito’ nella politica. Al tale scopo sono state organizzate persino scuole a pagamento in distensivo e bucolico ambiente rurale.

Ma c’è sempre qualche angelo malizioso che pone una fortunosa “buccia di banana”, sotto il piede  di questi imbonitori e millantatori, e la vanità prima o poi tradisce la mal congegnata mistificazione: le persone perdono sempre l’occasione di stare zitte, e viene fuori la patente menzogna e la natura bugiarda dei furbastri. Infatti, oggi ci è capitato di leggere, su uno dei sopra citati social network, la «commossa» evocazione dell’improvvisa scomparsa di un nostro caro amico. Sono tante le menzogne, e piuttosto maldestre, che – pur nella tristezza del momento – ci è venuto da sorridere.

Si tratta di un personaggio di origini ciociare, delle cui millantate imprese abbiamo avuto modo di occuparci talvolta in passato. Imprese dagli aspetti decisamente circensi e clowneschi. Costui vanta – falsissimamente – una conoscenza ed una frequentazione personale di molti anni con Massimo Scaligero mai avvenute, avendo egli confessato in passato – ed avendo avuto io modo di accertarmene tramite suoi amici di gioventù – di aver sentito il suo nome solo diversi anni dopo la morte di lui. Ora costui scrive:

« Nella seconda pagina delle vecchie edizioni delle Opere di Massimo Scaligero, sotto l’elenco dei testi pubblicati dall’Autore c’è una scritta “Per informazioni bibliografiche rivolgersi al Dr. Alfredo Rubino, Via Rubicone 42-Roma”. Alfredo Rubino, “Il Discepolo Indefettibile” di Massimo è morto oggi, dopo una lunga malattia che lo aveva da molto tempo, unitamente a gravi problemi familiari, fatto isolare dal mondo. Conobbi Alfredo circa 40 anni fa, a casa di Massimo: era un uomo molto schivo, timido, silenzioso, che amava rimanere dietro le quinte ma si capiva subito che Massimo ne aveva una enorme considerazione ».

Che il suddetto individuo abbia incontrato quarant’anni fa Massimo Scaligero è non solo una menzogna, visto che ne aveva udito il nome solo dopo anni dalla sua scomparsa, ma anche una impossibilità perché, per motivi banalmente anagrafici,  quarant’anni fa costui aveva solo dodici o tredici anni, essendo nato – a quanto ci costa – nel corso del 1960 ben inoltrato, in un paesino di mezza montagna della provincia di Frosinone. Inoltre Massimo Scaligero non riceveva a casa sua, bensì nello studio che si trovava nell’attico dello stabile che si trovava al numero 7 di Via Cadolini, messo a sua disposizione da Marina Sagramora.

Ma il nostro affabulante ciociaro, fantasioso mandriano  di ‘bufale’ non si ferma qui, e dà una descrizione alquanto errata delle riunioni che Massimo Scaligero teneva a Via Barrili 12 a Monteverde, dapprima solo al sabato e, poi da metà degli anni settanta, due volte a settimana, il mercoledì e il sabato, dimostrando di non avervi mai partecipato. Da come il nostro affabulatore descrive lo svolgimento di quelle riunioni, chi vi ha partecipato capisce subito ch’egli non vi è mai stato presente: neppure una volta. Infatti, così prosegue nella sua «commossa» evocazione della scomparsa del nostro amico:

« La conferma dell’enorme stima e della totale fiducia che Massimo nutriva nei Suoi riguardi si ebbe dopo la morte terrena del Maestro, di cui sta per ricorrere il 34° anniversario, dal momento che Massimo, nelle Sue ultime volontà lasciò ad Alfredo il compito di dirigere quelli incontri bisettimanali (il mercoledì ed il sabato pomeriggio) che Massimo conduceva per amici e discepoli a Monteverde Vecchio. Si trattava di riunioni molto particolari: Massimo arrivava, si sedeva dietro un tavolo e leggeva, a volte accompagnando la lettura con brevi commenti, Opere di Steiner o Sue medesime. Quindi, da un recipiente posto sul tavolo, estraeva a caso, uno o due biglietti, preparati in precedenza: erano domande scritte dai Discepoli o dagli Amici di Massimo, che, guarda caso, erano sempre straordinariamente correlate con il discorso immediatamente prima fatto da Massimo. Alfredo lasciò immutato lo stile di questi incontri riuscendo peraltro a ricreare perfettamente la profonda atmosfera Spirituale che si percepiva quando Massimo era vivo ».

Tutto ciò è una ‘fiaba’, o meglio una menzogna pronunciata per accreditare una personale conoscenza ed intima frequentazione del nostro affabulante mandriano di ‘bufale’ col Maestro. Massimo Scaligero svolgeva quelle due riunioni sempre alla stessa maniera: entrava nel silenzio totale dei presenti, faceva un gesto di saluto con un ampio gesto della mano destra, si sedeva, e leggeva tutte le domande scritte che erano state poste sul tavolo. Ma in quelle due riunioni mai egli lesse o commentò – come invece afferma il nostro affabulante mandriano – opere di Rudolf Steiner o proprie. Mai in anni e anni. Non estraeva le domande a caso ‘da un recipiente’, che su quel tavolo non è mai esistito, bensì le raccoglieva dal tavolo dove erano poste direttamente, oppure da una antica copia di un libro nel quale chi domandava a volte, ma non sempre, le poneva. Non ne leggeva una a caso, bensì nel silenzio meditativo le leggeva tutte, e poi cominciando da una le commentava tutte, intessendole e connettendole l’una con l’altra. Oltretutto vi è la testimonianza delle integrali registrazioni delle riunioni di Massimo ad attestare questa nostra affermazione.

È vero che Alfredo Rubino, per volontà di Massimo Scaligero, proseguì quelle due riunioni del mercoledì e del sabato, ma anche allora non esisté nessun recipiente nel quale le domande venivano poste. Semmai è da osservare che fu Alfredo ad introdurre la lettura di un testo di Massimo Scaligero ed uno di Rudolf Steiner nelle riunioni del mercoledì e del sabato. Il nostro imperial affabulatore, forse a conoscenza di questo particolare, lavorando di fantasia, ha creduto di dedurre una verosimile identità nelle svolgimento di quelle riunioni prima e dopo la morte del Maestro.

Poi – e sarebbe persino comico rilevarlo, se non fosse per chi lo ha conosciuto e amato un momento  così triste – il nostro imperiale affabulatore scrive che:

« Alle, purtroppo non infrequenti, polemiche sorte nei c.d. “Ambienti Scaligeriani” Alfredo non partecipò mai, come pure fu sempre assai misurato nei confronti dei giudizi su ambienti esoterici “rivali”(quasi sempre PRESUNTI TALI) contro i quali troppo zelanti (o semplicemente ottusi) discepoli di Massimo si scagliavano o continuano a scagliarsi ancora oggi. MAI udii Alfredo esprimere commenti negativi nei confronti di CHICCHE E SIA (come Totò avrebbe detto), era al contrario ,sempre gentile, affabile, cortese e disponibile con CHIUNQUE come un VERO Discepolo Occulto dovrebbe essere! ».

Chiunque sia stato vicino ad Alfredo Rubino, invece, sa bene quanto egli sia stato osteggiato, indegnamente vilipeso, quanto egli abbia dovuto aspramente lottare – con parole anche dure e con l’azione coraggiosa – contro la pampuriesca centrale gianicolense, per difendere la figura spirituale di Massimo Scaligero, la centralità della Concentrazione, l’adamantina purezza della Via del Pensiero contro coloro che la sfiguravano o la alteravano. Io udii la sua voce vibrare energicamente per difendere la verità contro la menzogna, lo udii denunciare apertis verbis le machiavelliche macchinazioni di un politicantismo esoterico, lo udii e lo vidi difendere a viso aperto il rapporto e la realizzazione graalica di Massimo Scaligero. E soprattutto questa coraggiosa presa di posizione, contro la menzogna e la diffamazione, volte a colpire l’adamantina sostanza celeste di tale rapporto e realizzazione, oltre la fedeltà alla Concentrazione, non gli sono mai state perdonate.

Il nostro bucolico imperial pastore di mandrie ciociare dimostra una ‘creatività’ veramente ‘artistica’, ch’egli ovunque dispiega nell’etere, a beneficio del colto e dell’inclita, ostentando la multiformità stupefacente del suo versatile ingegno anche nel propalar la sua iniziatrice ‘sapienza’ servendosi altresì di vari ierofantici e faraonici alias – che più che degli eteronimi o degli ieronimi, sono degli autentici (si fa per dire…) pseudonimi – come Pontifex Maximus Unas (faraonico ierofante di un tutto e solo suo Anticuus [sic!] Ordo Aegypti, almeno fino a che alcuni classicisti gli fecero più volte notare che Antiquus in latino si scrive con la ‘q’ e non con la ‘c’…) e Ta Merit, 33.’. 66.’. 90.’. 95.’., Gran Conservatore, Gran Cancelliere, Gran Ministro di Stato etc. etc., di uno degli innumerevoli Ordine di Memphis-Misraim (di schietta origine ‘ambelainiana’, naturalmente, come ci teneva a precisare…) che in Francia, in Terra d’Ausonia, ai Caraibi e nell’Oceano Indiano, pare che sorgano come i funghi dopo la pioggia in una giornata di sole. E in tale funzione, costui si faceva redattore e scrittore di una telematica rivista ‘egiziaca’ di nome Sophia Arcanorum, e nella parte segretissima e riservatissima del sito di cotal occulto Ordine, ei si faceva altresì mirabile Maestro d’occultismo, prescrivendo esercizi vari di editazione e di respirazione di sua propria  invenzione, ed altri saccheggiati a tradizioni varie, facendo persino strame di insegnamenti e mantram del Dottore. Il violare la segretezza e la riservatezza di un tale massonico consesso telematico fu ed è un giuoco banale per chiunque sappia che cos’è un ‘tegolatore’ massonico, acquistabile in ogni buona libreria, o anche on line da chiunque vi sia interessato, e quindi conosca parole sacre e di passo dei vari gradi.

Ma ad un certo punto il nostro elegiaco e bucolico pastore di ciociare mandrie di ‘bufale’, ha deciso di non fermarsi lì, e – come dicono a Roma – si è «allargato» con la ‘creativa invenzione’ di ancora una volta un tutto e solo suo Sovrano Santuario Egizio-Mediterraneo – Regime Rettificato dei Riti di Memphis-Misraim del quale si è impancato a Gran Maestro, di un Ordine Martinista Isiaco Osirideo, facendo rivoltare nella tomba il povero Louis Claude de Saint-Martin, il quale nella sua vita ha sempre odiato l’Egitto, i Riti Egiziani, l’Ermetismo, scrivendo contro di essi, e soprattutto mai si sognò di ‘inventare’ un Ordine Martinista, che noi dobbiamo interamente all’affaccendata solerzia involgarizzatrice del Dr. Gérard Encausse, alias ‘Papus’, contro il quale Rudolf Steiner ebbe sempre parole di fuoco, che alla bisogna potremmo tranquillamente citare. Costui ci rivoga altresì una Ecclesia Gnostica Egizia e i suoi esorcismi scritti in un latino pieno zeppo di errori grammaticali  a dir poco esilaranti. E dire che il nostro imperial ierofante ha fatto il liceo classico!

E anche l’evoliano, sufico, guénoniano, battiatiano, giorgiogaberiano, ecceteriano, Diamond Moor, col suo ‘rivoltante’ e ‘antimoderno’ blog. Infine egli ora è diventato il legittimo erede – a suo dire anche in via sanguinis – del principe Raimondo di Sangro di Sansevero, del principe Leone Caetani, dell’enigmatico Pasquale de Servis, preteso Maestro di Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, il mago di Portici, di Giustiniano Lebano, del suo maldestro elettricista Vincenzo Gigante, autoeleggendosi Gran Hierophante dell’Ordine Osirideo Egizio: vertice unico e legittimo di tutto l’Ermetismo occidentale. Buuuuuummmmmm!!!!!!!!!!

Davvero la vanità non è la minore delle sue eccelse ierofantiche virtù! Ei si fa persino dogmatizzante teoreta, scrivendo – come Haiaiel Maestro dell’Ordine Egizio – un lunghetto anziché no articolo “Sul Sacro Amore”, ove si spaccia per amore graalico la solita porcheria magico-sessuale. Sarebbe davvero curioso sapere cosa ne penserebbero della sua concezione dell’amore graalico alcune fedeli discepole del nostro Maestro: penso oltremodo perplesse di fronte allo spacciar tali ‘teorie’ e ‘pratiche’ non precisamente cavalleresche ed eroiche, e neppure da gentiluomo. E per parlar bene.

In questo «fritto misto di totani, calamari e gamberi» – come lo chiamerebbe il sapientissimo C., mio ottimo amico e commilitone di tante battaglie contro la falsificazione esoterica – si fa strame di insegnamenti e mantram del Dottore e di Massimo Scaligero, mescolati e accostati alla rinfusa e in maniera improbabile a tutto quel che si può trovare di personaggi esoterici e delle rispettive dottrine, ancorché contraddittorie e in aspro conflitto tra loro: Julius Evola, René Guénon, Robert Ambelain, René A. Schwaller de Lubicz, Giuliano Kremmerz, Aleister Crowley, il Buddhismo Tibetano, la Magia Celtica e quella Runica (o pretese tali…) e di tutto, di più, e di ogni. Rendendo ogni cosa orribile all’aspetto oltre che immangiabile.

Onde egli è stato eletto, recentemente, all’unanimità dall’assemblea plenaria degli occultisti italici – con acclamazione e standing ovation – Gran Califfo di Lambrate – espressione, questa, sempre del mio ottimo amico C. – dando luogo poi ad una rumorosa festa alla napoletana, “tipo Piedigrotta”, con fuochi, tricche, ballacche e putipù.

Ho voluto un po’ briosamente scherzare sugli aspetti comici e circensi che la tragedia della sacrilega profanazione – e il simoniaco sfruttamento bassamente commerciale – della Sapienza Celeste, della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, porta inevitabilmente con sé. Quello dell’imperiale affabulatore e mandriano è solo un esempio – forse particolarmente pittoresco – fra vari altri: poi ci sono alla grande rockettari emiliani e romagnoli, ‘ultras’ laziali, e ‘cervi bianchi’ partenopei, strambi apostoli, antropo-gesuiti e tomberghiani, antropo-esaltatori del pontefice gesuita, giunto a finibus terrae.

Tutti costoro, vorrebbero disarmare – servendosi della ‘predicazione’ di una ipocrita tolleranza, equanimità, positività e spregiudicatezza di comodo che predicano agli altri, e che si guardan bene dal praticare loro – coloro che invece si ostinano a voler essere fedeli a Massimo Scaligero, alla Via del Pensiero e alla Concentrazione dal lui sempre e poi sempre indicate. Si arriva – e questo è il colmo della loro disgustosa ipocrisia – a citare le parole di Massimo Scaligero – che loro strumentalizzano e combattono – contro i discepoli che gli vogliono essere fedeli. E stupisce quanti nostri amici caschino – in buona fede, certamente – in cotale sporco, bieco, e cinico giuoco, la cui totale malafede è evidente a chiunque vi guardi a fondo.

Ma il tempo è giusto  e la verità si farà strada. I ‘mercanti del tempio’ riceveranno dal Cielo l’adeguato salario dei loro sporchi e porchi traffici. Ma nel frattempo, è anche necessario – anche in questo momento per noi  così triste – pronunciare parole di verità per smascherare la menzogna, la mistificazione, le ruberie, gli oltraggi, le sacrileghe profanazioni, che vengono perpetrate contro la Sapienza Celeste, e le cattiverie operate contro gli amanti di Lei, e svegliare dal sonno sentimentale e dogmatico alcuni nostri amici cari, i quali per troppa bontà dànno credito  e plauso a tali menzogne e scellerati sacrilegi.

Non sono così folle ed asino da pretendere di essere il ‘possessore della Verità’, ma so che è mio dovere – e vari amici sono con me in questa impresa – lottare per Essa, e combattere contro la menzogna non dandole mai quartiere, e bollandola a fuoco – come ingiungeva Rudolf Steiner – ogni volta ch’essa presenti il suo deforme e disgustoso volto. Se non lo facessi, se tacessi di fronte alle buffonate, alle ciurmerie, alle menzogne, alle profanazioni, allora sì che sarei veramente un asino da bastonare energicamente!

Qui vult capere, capiat!, diceva l’ottimo Cagliostro.

Un cordialissimo  e gioioso saluto

all’intera Armata Brancaleone

da parte del cattivissimo Hugo,

che si è stufato di far lo stracotto col sugo.

 

 

SCIENZA DELLO SPIRITO
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