COL SILENZIO SI FERMA IL MONDO

Ur

Come i lettori di Eco sanno, lo scopo di queste note è, nella loro modesta forma, un costante invito formulato in storie, riflessioni e indicazioni pratiche per chi vorrebbe aprirsi un varco verso la sperimentazione del sovrasensibile.  Il titolo di queste righe l’ho preso dalla via sciamanica, della cui esistenza il mondo conobbe qualcosa attraverso i fortunati scritti di Castaneda

La mia disponibilità interiore non risente di trascorse affinità verso una via antica e sciamanica ma, molto più semplicemente, ho avvertito in diverse osservazioni e comunicazioni di “don Juan”, l’interiore vitalità della corrente spirituale a cui apparteneva. Ciò per me è più importante della complessiva valutazione critica.

In taluni ambienti che verso Scaligero e la sua Opera avevano già stabilito i canoni dell’ortodossia, questo non fu compreso, al punto che girarono divertenti voci sul mio ennesimo tradimento aggravato da un gastronomico contorno di funghi allucinogeni. Questo attraverso persone che credevo amici fidati.

Nel mondo sciamanico, alcune nozioni ascetiche di fondamento sono coniate con grande felicità d’espressione. A mio parere l’immagine di ‘fermare il mondo’ è accomunabile al Silenzio Occulto ma sottolinea vigorosamente le grandi implicazioni di questa tappa della coscienza. Per quei vecchi stregoni estremo-occidentali, l’uomo comune con il suo continuo, accecante dialogo interiore, crea un mondo a sua immagine, meno reale di un fondale di cartapesta: Schopenhauer sarebbe stato d’accordo, la psicologia in parte converrebbe, l’occultista sa che ciò è radicalmente vero.

Se il ricercatore ferma il continuo dialogo interiore ossia domina il pensiero ordinario e mantiene con la massima continuità possibile tale inusitato non-pensare, può anche uscire dal teatrino del mondo conosciuto per metter piede su terreni ignoti e respirare con l’anima.

Certamente il Silenzio non s’improvvisa e non si apparenta a nessuna delle centinaia di forme di rilassamento psicofisico che vengono spacciate, ormai anche in Oriente, come meditazioni.

La confusione si è fatta tale che il significato di meditazione è stato sepolto nel mondo contemporaneo sotto uno spesso cumulo di assurdità e idiozie su cui è inutile intrattenersi per quanto queste appaiono come fatti. Invece è piuttosto grave, nel contesto che qui si tratta, l’incapacità religiosa, esoterica e antroposofica, di realizzare che le Vie spirituali che ci hanno calamitato, anche se ci fosse una per ciascuno di noi, dunque tante o tantissime, hanno o avrebbero in comune come nucleo fondante l’anelito a rintracciare la nostra Patria spirituale, dunque, in un modo o nell’altro, un elementare bisogno di trascendimento, che inizia sempre con il tentativo di una o più azioni interiori.

Nei confronti di un deliberato lavoro nell’anima è l’inerzia, la passività che domina. Comprendo e compatisco la passività  dei molti esseri a cui non è stata ancora data alcuna possibilità di conoscenza (e nemmeno questo è completamente vero perché in tanti l’evolversi dell’anima, esteriormente irriconoscibile, si manifesta assai spesso in difficili sacrifici e dure prove, apparentemente esteriori ma che modificano e maturano l’interiorità), mentre in esoteristi ed antroposofi, allegramente intenti ad opinare, schematizzare, formulare, ecc., immersi nel sottile piacere dell’autocompiacimento, l’esenzione dalla azione interiore è una colpa grave.

Persino la pratica del  Rosario, snocciolato dalla vecchietta nella penombra della Compieta, supera in qualità le moresche affabulazioni dei teorici dei Misteri.

Cari amici, condividiate o meno le mie parole, posso, per quel poco che mi è concesso, assicurarvi che, per il nostro normale metro di giudizio, il Mondo Spirituale, cioè gli Esseri Creatori, sono ‘immensamente’ severi (oppure: buoni come la folgore) e pesano sulle loro bilance (come ripete in molti modi Maître Philippe) ogni nostra azione. E’ bene ricordare che la valutazione Divina e quella umana hanno poca coincidenza ma per la vita pratica è utile ricordare che ogni nostro superamento, a qualsiasi livello si esplichi, è accettabile per il Cielo e tutto il resto di cui sovente andiamo fieri è un bel zero, comunque giudicato negativamente. E’ Legge, non dissimile a quanto regola impeccabilmente la natura sensibile: tutto quello che l’uomo produce tangendo con il subumano, non passa i confini dello Spirito.

Però è anche vero che fare gli esercizi, quali essi siano, non può mai essere soltanto una riproposta tecnica di quanto è stato assimilato con la lettura. Già la lettura, quella con cui sovente ci si ‘presenta’, può essere solo un passaporto fasullo, un contenitore vuoto.

Spiegando l’ampio ventaglio della realtà ci sono coloro che leggono per la prima volta Teosofia e le parole si trasformano in immagini pregne, dotate di propria vita mentre per altri la medesima lettura fa il paio con l’acquisto di banane dal fruttivendolo.

I testi donatici da Rudolf Steiner, nonostante i rischi insiti nelle traduzioni (generalmente preferisco le edizioni d’annata perché tradotte da valenti cultori dell’antroposofia, bilingue dalla nascita), andrebbero almeno letti con la più alta attenzione possibile, interpunzioni comprese, anche se la prosa sembra piana e la scelta dei vocaboli piuttosto semplice. Tutto sommato per molti non sarebbe neppure una sorta di sacrilegio se la lettura s’arrestasse per molto tempo a poche pagine: spesso sono frasi assai brevi quelle che superano la barriera della testa (intellettualismo) e scendono a germogliare come forza al centro dell’anima.

Vorrei a questo proposito ricordare nuovamente Giovanni Colazza. Come molti sanno, al di là dalle rivisitazioni di maniera, fu, tra i tanti aspetti di una vita palese ed occulta, il perno di quell’irripetibile esperimento che è stato il Gruppo di Ur (e anche il motore della catena operante, fatto che i bibliografi ed i bibliomani non sanno o preferiscono ignorare), mentre Evola ne fu il direttore organizzativo e letterario.

Colazza, in accordo a degli obblighi sovrasensibili, non scriveva nulla. Per quello che è stato il contributo documentale dei partecipanti, Colazza (sotto lo pseudonimo di Leo) parlava ed Evola scriveva.

Talvolta pasticciando un poco: come ad esempio è accaduto per un passo importante dell’articolo intitolato Avviamento all’esperienza del corpo sottile, in cui a pagina 59/60  (Vol. I, Ed. Tilopa-Roma-1980) Evola scrive: “si consegue sentendo lontana e al di sopra di noi la nostra testa, quasi che essa fosse esteriore a noi” (il corsivo è originale). Dando alla frase il senso della comunicazione di un esercizio fondamentale.

Non era e non è così. La frase di Colazza descriveva soltanto  un notevole aspetto della fenomenologia dell’esperienza. Pertanto la frase originaria, in tutta probabilità poteva essere: “si realizza quando si sente lontana….”.Quasi una sciocchezza se non si pensa a quelli che in buona fede si sono esercitati per prendere… fischi per fiaschi!

Considerate le ultime righe come un piccolo contributo alla verità oppure una mia digressione.

A pagina 296 dello stesso volume Colazza, in un successivo articolo dice: “Queste note si rivolgono a coloro che non hanno soltanto letto ciò che ho esposto fin’ora; ma che di fronte agli insegnamenti hanno sentito e voluto.”

Alcune righe più sotto ribadisce più dettagliatamente: “Di fronte a ciò che viene comunicato, non bisogna reagire e afferrare soltanto con la mente (questo è il primo ostacolo che incontra l’insegnamento occulto, e che può arrestare e neutralizzare tutto) – i pensieri devono invece dar luogo ad immagini viventi e queste debbono venir sentite. Voglio dire che lo stato che viene descritto deve essere immaginato come formantisi in noi – quasi come se noi stessi lo ‘inventassimo’ – e contemporaneamente avere e trattenere nel cuore un corrispondente stato di sentimento.”

Sono parole semplici e inascoltate, più o meno alla pari di quelle scritte da Rudolf Steiner a pagina 17 di un suo testo fondamentale (L’Iniziazione. E.A.- Milano, 1971): “Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo.”(il corsivo è mio). Osservate come il termine ‘fondamentale’ viene riscritto tre volte su quattro righe e magari rileggete la frase che ho evidenziato.

Forse tra chi  legge queste righe ci saranno (e ci sono) quelli che penseranno: ”Troppo alla lettera; è fideismo spinto. Lo ‘Steiner dixit’ è insopportabile e le imposizioni sono in contrasto con l’anima cosciente”. Se questa è la loro opinione (coerentemente mantenuta durante gli studi scolastici e poi alle lezioni di guida?), beh…se la tengano!

D’altronde esiste da sempre un codazzo di poveri diavoli che non vogliono comprendere nulla se non le proprie ‘immani’ sofferenze e le ‘abissali’ contraddizioni che lacerano la loro anima: incompresi dal mondo, da Steiner, da Scaligero e, permettetemi, pure da chi scrive, persi come sono in una personalissima e ingarbugliatissima presunzione blindata. Chi pensa e sente in tal maniera non vuole conoscere affatto la Scienza dello Spirito che, se viene vissuta operativamente, sviluppa senza limiti indipendenza e libertà anche da sé stessi, e ancora: le esperienze interiori corrette possono andare allo stesso passo con lo sbalordimento che ti prende quando scopri che l’esperienza coincide sino nei più minuti particolari, a quanto viene espresso da Steiner e Scaligero anche nei singoli aggettivi usati: il rispetto e la devozione per queste individualità è andata crescendo nel vostro articolista anche per questi avvenimenti, testati sul campo.

Perciò a chi è disposto a seguire con spirito d’ amicizia questa nota è sinceramente doveroso ricordare che senza un cuore caldo di devozione e venerazione è possibile capire tutto fuorché le Vie Sacre.

Non v’è uomo (“normalmente organizzato”) che non possegga una fiammella di questo fuoco. Occorre solo distinguerla dalla banalità e dai fuochi impuri, difenderla e alimentarla senza paura. La devozione e la venerazione per la conoscenza e la verità (occultisticamente conoscere e realizzare sono la stessa cosa) non è un sentimento, la confusione deriva dal fatto che questo e quelle occupano la stessa sede, ma ‘quelle’ sono uno stato interiore e, come tale, stabile oltre le tempeste. Come ogni stato interiore, esso può essere alimentato, coltivato e sviluppato ulteriormente.

Con una minima buona volontà è possibile scoprire che qualsiasi immagine e ogni percezione, mantenute nella loro risonanza in una condizione meditativa, in cui non si pensa ulteriormente, non si deduce, portano al cuore. Nutrono il calore dell’anima.

Il calore dell’anima è il sangue dell’Antroposofia Vivente. Parlare di antroposofia come negli ultimi decenni si usa in diverse comunità è un involontario atto di necrofilia: insepolcrato il vivo si amoreggia col morto.

Quando con la concentrazione si dominano i pensieri e si attiva la volontà e con la meditazione si scalda l’anima, le forze sono in equilibrio attivo e allora è facile realizzare il Silenzio: si potrebbe affermare che il Silenzio diventa una intima necessità. Può succedere che il Silenzio si instauri da sé e ti rapisca, anche nel mezzo di una festa fragorosa. Esso è una tappa del lavoro interiore ma è una tappa con molti gradini: il silenzio dell’ego e il silenzio dell’Io sono in linea, ma diversi.

Il primo gradino è quello che si consegue perché il pensiero è stato volitivamente dominato: esso è una sorta di passaggio obbligato ma finché lo si raggiunge dopo la concentrazione, seduti immobili in una stanza silenziosa per pochi minuti, è solitamente una tensione interiore supportata dall’atto precedente e dalla immobilità corporea. Però è comunque un inizio.

Un grado superiore di silenzio potrebbe venir sviluppato indirettamente:

a) con il progredire della forza-pensiero nella concentrazione quando ci si sia resi capaci di togliere da quest’ultima ogni traccia di parola sub-vocalica;

b) con l’abituarsi a brevi meditazioni distribuite a volontà nell’arco giornaliero. Tali meditazioni possono consistere in una parola o un’immagine tolta dalle comunicazioni di Scienza dello Spirito, o ancora, da un fenomeno naturale in movimento. Le più semplici sono anche le migliori. Facciamo qualche esempio, magari ricordandoci che sulla Via del Pensiero, l’attività messa in moto è più importante dell’oggetto che la supporta: basta l’isolamento che deriva dalla certezza che nei prossimi tre minuti nessuno chiederà una vostra risposta o che non stiate viaggiando in corsia di sorpasso in autostrada, alla guida.

Prendete, ossia evocate una parola che, magari soltanto oggi, impressioni la vostra anima ( Luce – Logos – Folgore, ecc.). Non ripetetela come pappagalli: frenatevi! Evocatela una volta soltanto e ponetevi in silenzioso ascolto dell’eco interiore che essa ha provocato.

Provate e riprovate con desta serenità: quando funziona è come una delicata vibrazione, comunque avvertibile, che si espande nell’anima. Ogni intervento arresta l’esperienza che già  dura poco; poi si ascolti pazientemente il nulla successivo per uno o due minuti ancora. E’ ancora più semplice rievocare un fenomeno naturale che, se portate un poco di giovinezza dentro, quale sia la vostra età biologica, vi ha incantato per la sua caratteristica o per nessun motivo plausibile (una goccia di rugiada pendente dalla curva estremità di una foglia, il continuo e mutevole flusso di un torrente, il colorato tappeto delle foglie cadute ecc.). Evocate l’immagine e permettete che l’impressione/sentimento irraggi in voi, senza aggiungere altro, evitando il compiacimento estetico. Non sforzatevi  di trattenerla e quando va via attendete ancora un poco. “Ma non devo fare proprio nulla?” Infatti tutto ciò è anche la palestra del non-fare personale.

Questi piccoli esercizi possiedono diverse implicazioni e non sono piccoli esercizi poiché tutto nella vita dovrebbe diventare meditazione.

Il silenzio può venir sviluppato direttamente però occorrono tempo, pazienza e buoni muscoli interiori.  Il principio è semplice: si porta il pensiero potenziato dalla concentrazione (dopo la concentrazione, oppure staccandosi da essa appena si ravviva o in momenti del tutto diversi, in questo ultimo caso però quando si è capaci di contemplare, nella concentrazione, l’immagine finale) a un nulla silenzioso e quieto, “raccogliendo intorno ad esso i poteri dell’anima”.

E’ bene ricordare che la forza-pensiero persiste ma raccolta in se stessa. Si tronca di netto il pensiero dialettico e anche le eventuali immagini. Quando ciò riesce, l’esercizio consiste nel sviluppare (prolungare) il silenzio in qualità e durata. La pratica indica con un sentimento liberatorio di interiore riposo la realizzazione dello stato di silenzio. Se un moto d’insofferenza insorge all’improvviso, non reagire ad esso, realizzando adialetticamente che è una cosa qualsiasi: esterna ed estranea al silenzio. Essere indifferenti a tutto.

Il tempo che si impiega nell’esercizio del silenzio è per principio un fatto individuale, inoltre risente interiormente dal grado e dalla profondità raggiunta ed esteriormente dal tempo concesso dagli obblighi della vita corrente. Se si avverte un cedimento verso il sonno è meglio concludere subito l’esperienza: non aprirsi a delle condizioni ipnagogiche che sono i quattro quinti delle vantate veggenze!

Il silenzio non fa male.  Anzi guida l’anima verso il proprio originario essere, verso il Fondamento, e questo è un immenso beneficio per la sua natura, e di conseguenza, per il corpo: in particolare per lo stravolto sistema nervoso e per gli organi di senso.

Con la pratica prolungata nel tempo, il silenzio interiore può divenire una condizione stabile dell’interiorità, come nella vita ordinaria lo è la propria casa a cui si torna dopo aver svolto la fatica del lavoro; ma il paragone non è esaustivo poiché concentrazione e silenzio interiore formano nell’anima un assetto permanente che ci permette di mantenere una parte di noi immobile e imperturbata anche quando si sia del tutto immersi nelle vicende del mondo, intendendo con questo termine pure  le azioni e le rappresentazioni che paiono nostre ma appartengono in sostanza al mondo esteriore.

“Si elimina il pensare, se accogliamo l’intero contenuto percettivo, riempiendocene completamente, più intensamente di quanto, come di solito, quel contenuto viene attenuato dai pensieri, dalle rappresentazioni” (R. Steiner: I confini della conoscenza della natura. E.A. 1979, pag. 99). Con questa premessa possiamo tornare a quanto Colazza indicava come disciplina basilare nel primo dei suoi articoli citati prima (Avviamento all’esperienza del corposottile), ossia di avvertire una speciale risonanza interiore davanti al percepito che inizialmente è quello fuori di noi, poi più avanti, quando risulta possibile, si volge l’attenzione verso qualsiasi moto o impulso dell’anima finché al senso di sé corporeo si sostituisce o si aggiunge uno nuovo, più ampio, mobile ed a-spaziale.

Il silenzio è la condizione base dell’esperienza. Esso è la prima forma di immobilità interiore che permette al sovrasensibile incantato intorno a noi di resuscitare dalla fissità della (nostra) caduta. Si faccia una lunga passeggiata tra boschi e prati con la mente ricondotta al silenzio, magari mantenendo lo sguardo rivolto a qualche albero distante o al mare d’erba sottile nel suo moto ondoso provocato dal vento, oppure all’invisibile aria che riempe lo spazio di una radura (per l’occultista l’aria è tutt’altro che invisibile). Nelle prime fasi (positive) dell’esperienza può essere necessario un cuore coraggioso poiché ciò che si osserva acquista intensità. Nell’ordinario non sperimentiamo intensità dal mondo ma solo immagini. Ora tutto si intensifica e l’anima non esercitata può sentirsi minacciata, aggredita e si spaventa subito. Diverso è il caso di chi ha sviluppato lo stato della devozione e venerazione: con esso non si respinge l’esperienza ma anzi la si incontra con gioia. Più esattamente la contemplazione silenziosa intensifica quello che il Dottore chiama venerazione che diviene dinamica o “estasi attiva”. Tutto diventa possente: è Volontà operante quella che ci viene incontro (vedasi di R. Steiner: Il Mondo dei Sensi e il Mondo dello Spirito, II Capitolo) e cresce ancora: qualcosa ci balza dentro…oppure è da dentro che qualcosa incontra quello che c’è fuori.

In definitiva è come se la triade composta dall’oggetto, dall’anima e dallo spazio, venisse modificata. La spazialità si altera o svanisce e l’oggetto e l’anima si fondono partorendo una rapida immagine vivente.

Più in generale diventa ormai possibile avvertire, correlata a ciò che si osserva, una nota, un’impressione animica che però proviene dall’oggetto osservato. Ma occorrerà maturare un silenzio più intimo e profondo (Scaligero lo chiamava “profonda quiete” e anche “riposo”) per favorire la discesa della coscienza verso il suo vero centro, analogicamente corrispondente al cuore.

Naturalmente la grande difficoltà non sta nella tecnica. Non dobbiamo dimenticarci  che tutte le azioni umane sono interiori (non esistono per l’uomo ‘azioni esteriori’) e poiché l’uomo è un essere spirituale, esse sono anche morali e implicano delle scelte.

Per addentrarsi in quello di cui accenno nelle precedenti righe occorre, con vita e discipline, agire su scelte radicali: si tratta di morire al mondo personale o se volete, scendere da esso (fermare il mondo) e fare con il punto di autoconsapevolezza che permane, alcuni passi concreti in ciò che per lo stato di esseri fisio-psichici è ignoto e pare persino (alla coscienza usuale) inumano. Non importa che ciò si realizzi per un attimo o per sempre: occorre la medesima attitudine, un grandissimo coraggio e un ‘atomo’ di vero amore per lo Spirito. Nessuno incolpa nessuno ma, diciamocelo francamente, sono forze che mancano a quasi tutti i sostenitori della realtà dei Mondi Spirituali.

La capacità e la possibilità di sostare lungamente nel silenzio interiore, utilizzando un’intera giornata di cammino solitario sulle alte vie di montagna o una condizione d’obbligata immobilità causata da un malanno o un incidente, possono produrre risultati eccezionali. Succede che si avvia un temporaneo risveglio di sensi sottili e nella lunga camminata silenziosa dapprima si percepirà il significato delle rocce, dei laghetti, la loro interazione estrasensibile; poi appariranno gli esseri elementari: all’inizio come labili impressioni, poi sufficientemente percepibili. In questo caso occorre mantenere davvero imperturbabilità e silenzio: non tutto ciò che si vede ha caratteristiche carine o buffe! Sembra che questi esseri apprezzino (a modo loro) la presenza di asceti silenziosi e una moltitudine di essi ti accompagna anche per lunghi tratti di strada.

I luoghi quieti ma assai più mondani, ad esempio i parchi pubblici e frequentati, possono essere fonte di sorprese.

Avevo accennato alla percezione silenziosa dell’aria che nel vedere comune sembra soltanto ciò che non si intromette quando guardiamo le cose vicine o lontane. Ora invece l’aria diviene visibile e la avvertiamo alla stregua di una sostanza minerale traslucida dotata di forme in continuo movimento; poi la sentiamo come se ad  essa si aggiungesse sostanza animica. Ma questa non le appartiene poiché esala dell’attività interiore umana. Si riconoscono (nell’aria) istinti, sentimenti e pensieri. Questa impressione è sorprendente perché tali istinti e sentimenti sono assai diversi da come vengono normalmente conosciuti quando essi vivono dentro l’uomo, cioè dentro noi stessi.

Ma è su un fatto singolare che volevo indirizzarmi: si percepisce con netta chiarezza la differenza, tra tutte le emanazioni di pensiero, quelle di coloro che pensano o discutono con passione di argomenti spirituali! Compresi i più goffi e disarticolati. . . I pensieri che abbiano un minimo contenuto spirituale irraggiano nel mondo circostante un elemento diverso da tutti gli altri  pensieri pensabili!

Non andrebbe comunque dimenticata la disciplina della parola: essa non porta direttamente al Silenzio (ma nei Monasteri sì. In quei luoghi l’obbligo del silenzio funziona: dall’esterno all’interno), però ridurre, con un po’ di disciplina cosciente,  la montagna giornaliera di parole inutili che esce dalla nostra bocca, anche se si parla poco, fa bene a noi stessi, all’Umanità e all’intero Universo.

                                                                                                                   

SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA TECNICA DEL MEDITARE

 Alba su mare -

 

Mesi fa ho incontrato (si dice per caso) un giovanotto che è membro della Società Antroposofica da parecchi anni e che è stato molto attivo nell’ambito di questa.

Ora mi è sembrato un po’ arrabbiato, deluso e sperduto. In un troppo breve abbozzo di discorso, mi ha fatto una domanda che riguardava la modalità della Meditazione. Non sono riuscito neppure ad iniziare a rispondergli, richiamato dal meccanico che stavo aspettando. Ho dovuto lasciarlo in fretta e la domanda è rimasta nell’etere.

Se fosse stata una cosa molto seria, avrebbe avuto da aspettarmi per pochi minuti…tutto normale dunque: sembra che in realtà la Meditazione interessi tiepidamente. Oppure che essa sia una operazione talmente ovvia…

Ma così non è. Non solo io trovai difficoltà verso essa, ammettiamo pure che la mia esperienza non conti, ma mi è parso che sia stata un bel problema per tutti quelli che ho incontrato nel mio, ormai lungo, viaggio terreno tra mistici, maghi e occultisti.

Ne abbiamo talvolta parlato in Eco. Ripassiamo brevemente, come in una scaletta, ciò che può servire. La Meditazione, il meditare, da un certo momento in poi, cammina di pari passo con la Concentrazione.

Anzi, per analogia alle cose del sensibile, essa può diventare per l’anima, vasta come l’aria: diviene il necessario respiro dell’anima, la riscalda e la trasporta in alto.

In pratica, iniziare con un serio lavoro interiore partendo dalla Meditazione (cosciente) non porta lontano o è del tutto impossibile: l’uomo attuale deve prima attuare un rapporto reale tra pensiero e volontà.

Ciò è ben espresso dall’interazione che si forma con la pratica assidua del I e II esercizio dei 5 ausiliari: controllo del pensiero (dominio del pensiero comune) e atto puro. Un gradino oltre, con la Concentrazione vera e propria.

Non si dovrebbe essere troppo rigorosi nella sistematicità del prima, del dopo del cosa e del come, perciò prendete quello che scrivo con molte cucchiaiate di sale.

Se attendiamo di giungere alle vette della Concentrazione non faremo mai la Meditazione. Possiamo introdurla per il buco della serratura: abituiamoci, a Concentrazione conclusa, col rimanere in silenzio per una manciata di minuti . Abituiamoci a questo non-agire, lucido e paziente.

Quando la condizione  di paziente silenzio diviene famigliare e stabile, possiamo passare alla “Concentrazione meditativa”. Gli spunti, nella Scienza dello Spirito, ci vengono offerti in grande quantità.

Sotto la formula di Concentrazione meditativa possiamo collocare gli esercizi dell’aria e del calore, dati su Ur dal dott. Colazza e quelli anche più facilmente fruibili che Scaligero ha dato in Meditazione  e miracolo. Poi, sempre di Scaligero, i più difficoltosi esercizi con le rappresentazioni di triangoli, che troviamo nella II parte della Logica contro l’uomo (questi ultimi sono veramente più difficili, poiché – esperimenti personali a parte – implicano una certa stabilità  o autonomia nell’immagine suscitata).

Trovate anche precisi esercizi di Concentrazione meditativa nelle prime, densissime pagine di Tecniche della concentrazione interiore. Tutti questi esercizi non hanno un vero limite. Sono tracciati, in cui la parte del leone la fa l’immaginazione saturata di volontà e soprattutto di dedizione che il soggetto riesce a poco a poco ad immettere nell’operazione. Ho già scritto da qualche parte di aver trovato, forse per mia complessione, in Concentrazioni immaginative in movimento del tipo “Il vento solleva corpi leggeri”, risultati di una certa rilevanza.

Poi, con o senza l’aiuto di quanto ho indicato (ma il dominio del pensiero è davvero indispensabile, insieme al silenzio), si può e si dovrebbe tentare la Meditazione.

Se rileggete le indicazioni di Scaligero, tutto dovrebbe essere chiaro e limpido. Però di solito non va così.

Cosa dice Scaligero? Prendo un testo a caso: “La meditazione è una concentrazione simultanea del pensare del sentire e del volere su un contenuto spirituale che non ha bisogno di essere elaborato, essendo già compiuto e sufficiente nella forma in cui si presenta. Il tema sorge immediatamente come pensiero, ma va lasciato nella sua forma immediata, perché agisca direttamente nell’anima: non va pensato”.

Tutto bene? Per me malissimo poiché non riuscivo a comprendere, in pratica, come si potesse concentrare simultaneamente il pensare, il sentire ed il volere.

Mi complicavo la vita già non molto facile, perciò accantonai la Meditazione per lungo tempo. Fu Massimo in persona ad estrarmi dalle ubbie in cui ero caduto.

Quando gli confessai che non facevo alcuna meditazione, non ci fece su una malattia ma si mostrò sinceramente stupito: “E’ persino più facile della concentrazione!”. Questa frase non mi convinse affatto. Lui si accorse della mia resistenza (o abissale incapacità) e decise di darmi una prova diretta della meditazione: la fece lui per me…in me.

Immaginate un grande disco di rame sospeso, fatto apposta per vibrare sonoramente, quello che viene chiamato gong.

Ebbene, Massimo scandì una sola parola e tutta la mia anima (pensare-sentire-volere) vibrò, come un gong centrato da un forte impatto.

Ciò durò sino all’ultima vibrazione. Poi Massimo, guardandomi, aggiunse: “Hai visto che è facile!” Rimasi in silenzio. Cosa avrei potuto dire?

Già! Per lui era facile e quello che era successo incredibilmente potente, ma assai meno per me…senza il suo intervento. Però aveva ragione e le strane problematiche che avevano incartato nella nullità i pensieri nel merito, e quello che più importa, paralizzato l’azione o, almeno, il tentativo, persero di colpo ogni diritto di asilo.

E’ vero! La Meditazione è semplice e facile, sempre che si abbia raggiunto il minimo dei requisiti…e non si cerchi di aggiungere, complicare o barare.

Rileggete la seconda frase riportata sopra dal testo di Scaligero: ecco che taluni, evocata nella coscienza la frase o l’immagine meditativa, cercano subito di tirar su dalla zona del sentimento un qualcosa che possa, in un certo qual modo, nutrire il contenuto evocato. E’ un errore comune.

Uno…due: si compiono così due atti e il secondo non dovrebbe neppure iniziare.

Peccato veniale se si sbaglia per imperizia, piuttosto grave se si continua nell’appiccicare sentimenti al tema.

Bisogna prendere la strada più breve: si evoca un contenuto, anche breve o brevissimo (es: Siate desti! Oppure: Il coraggio!) e si permetta che l’impressione, forse anche minima, come un lontano diapason, vibri per virtù e impressione propria.

NON C’è ALTRO DA FARE; NULLA DA AGGIUNGERE. E’ IMPORTANTE CAPIRLO.

Quando la minima eco interiore che fu accesa dalla parola o dalla frase, si spegne del tutto, l’operazione può venir ricominciata. Forse ora l’impressione animica sarà minore…e se poi manca del tutto l’esercizio è concluso. Per chiudere completamente l’Opera, è meglio dedicare una brevissima frazione di tempo al Silenzio, quello che non rifletta alcun nostro turbinio, sia nel pensare che nel sentire.

La Meditazione non ha limiti: oggi una parola e domani la sintesi delle condizioni dell’Antico Saturno, le immagini di Giovanni sull’essere cosmico del Verbo o alcune delle parole che Krishna mormora ad Arjuna prima del conflitto.

Ognuno fa quel che vuole, poi anche qui, in linea di massima, il consiglio è di non mirare subito a mantra lunghi e complessi. Il “più è meglio” funziona assai male. E’ una questione di sensibilità e buon senso: meglio iniziare con poco, per poco, infrequentemente e senza pregiudizi o tentazioni irragionevolmente positive verso “oggetti” che stanno sugli altari di tutti gli addetti ai lavori.

Sorge invece l’esigenza di meditare, a poco a poco, le righe degli scritti fondamentali di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero: il “leggere” diventa del tutto insufficiente.

Per i forti potrebbe valere anche l’errore perfetto, come la frase che il fu Attila scrisse verso la fine di Eco-forum: “La luna è di formaggio”.

In questo ultimo caso usiamo l’arbitrio di Lucifero, come l’eventuale esattezza e concordanza con la realtà sensibile nella ricostruzione dell’oggetto per la Concentrazione l’abbiamo tolta ad Arimane.

Ecco: qui toccate con l’anima ciò che può essere usato a nostro favore dalla potenza degli Ostacolatori e si può intendere che queste operazioni occulte non sono uno scherzo, come l’Io debba essere davvero desto e presente durante tutto l’esercizio.

L’abitudine alla Meditazione, col tempo, diventa un organo dell’anima e  a questo punto qualsiasi cosa può diventare oggetto di meditazione: la parola di un amico, la fisionomia di altri esseri umani, l’albero che giganteggia davanti a noi, il riso di bambini che giocano, la luce di un raggio di sole che si riflette su una pietra…

L’abitudine alla Meditazione, col tempo, ci assorbe in un quid interiore che avvertiamo nettamente più reale della realtà comune, avvertiamo l’eco di un linguaggio che ogni cosa pronuncia, avvertiamo di essere sulla soglia di una realtà più vera.  Avvertiamo concretamente il senso del Sacro.

Il sensibile che è morta immagine, la parola che è stanco suono iniziano ad integrarsi ad una sostanza di profondità. Nella quiete dell’anima, più si va dentro in queste silenziosi impressioni e più il cosmo annuncia la sua vita, che è anche nostra.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UN EROE CI HA LASCIATI!

roma

Alfredo Rubino, il fedelissimo tra i fedeli discepoli di Massimo Scaligero, ci ha lasciati, ma è sempre con noi. Alfredo, centrato in maniera assoluta nella Via del Pensiero e nella Concentrazione, ha operato silenziosamente per decenni come energico asceta nel sentiero individuale, e  al contempo è stato – per volontà di Massimo Scaligero – testimone e indicatore incrollabile della centralità della Concentrazione e della Via del Pensiero, avversate entrambe dai pigri e dai pavidi, dagli approssimativi e dai faciloni, dagli intellettuali chiacchieroni, i quali temono e sfuggono la travolgenza e l’incandescenza dello Spirito che, come un fuoco divorante, consuma l’effimero e l’inconsistente come fossero paglia secca.

La fedeltà di Alfredo Rubino alla Via indicata da Massimo Scaligero, e alla figura spirituale di lui, non è piaciuta a molti che tendevano ad abbassare e ad adattare l’assolutezza della Via del Pensiero alla comodità del proprio fiacco livello. Egli ricordava sempre di nuovo – rievocando le parole del Maestro – che l’Ascesi è vera quando apre coraggiosamente il varco alla Luce-Folgore del Logos che nell’umano percuote e dissolve la natura umano-animale e la riplasma secondo lo Spirito, secondo il verace Archetipo spirituale. Egli ricordava continuamente come l’esercizio di concentrazione – ben oltre l’iniziale controllo del pensiero – comincia ad essere autentico quando noi vorremmo interromperlo, ossia quando – secondo l’espressione di Massimo Scaligero, ch’egli amava sempre ricordare –  “la natura comincia a gemere sotto la pressione imperiosa dello Spirito”, quando la menzogna umana comincia a dissolversi incontrando la potenza dinamica dello Spirito.

Per questa sua fedeltà, per la sua insistenza della necessità assoluta della Concentrazione, egli è stato osteggiato per decenni, calunniato e diffamato, e persino fatto oggetto di stupide facezie, che volevano ridicolizzarlo. Ma io in lui ho conosciuto l’energico pensatore, l’asceta capace di spogliarsi di ogni intellettualismo sino alla più scarna essenzialità, il meditatore consacrato, l’intuitore silenzioso dello Spirito. L’ho avuto innumerevoli volte compagno nel fraterno rito della meditazione eseguita insieme.

L’ho conosciuto come fedele compagno d’armi nel lottare per difendere la purezza della Via Solare donataci dal Maestro, contro i tatticismi, le manipolazioni, le interpolazioni, le falsificazioni, le astute macchinazioni, gli opportunismi, le deviazioni. Ho potuto confrontare la sua nobiltà d’animo con la mediocrità, la bassezza, l’ipocrisia di coloro, che con mille pretesti e mille maschere lo ostacolavano nel suo compito spirituale.

Tale compito non se lo era scelto o attribuito da solo, ma fu lo stesso Massimo Scaligero che lo designò nel suo testamento scritto – testamento letto dallo stesso Maestro davanti a quattro testimoni e poi ‘misteriosamente’ scomparso alla sua morte – come colui al quale fare riferimento come orientatore della Comunità spirituale, una volta che Massimo Scaligero ci avesse lasciati. Io mi sono attenuto, con assoluta convinzione, alla indicazione ricevuta dal Maestro.

Alfredo Rubino aveva una profondissima umanità, e grande schiettezza d’animo. Indifferente alle ‘mode’ e agli ‘adattamenti’, considerava sacra l’amicizia. Nei momenti nei quali mi sono trovato nella tempesta, esposto all’ostracismo feroce, alla organizzata lapidazione, alla terra bruciata che mi veniva fatta intorno dalle “anime belle”, delicate cultrici della ‘via dell’anima’, egli fu colui che mi difese a viso aperto, soprattutto in mia assenza, ostentando indifferenza nei confronti delle voci e delle dicerie, e disprezzando i complotti di stile politico che avrebbero rovinato una Comunità spirituale.

Egli fu per me un compagno d’armi, sul quale incondizionatamente contare nella battaglia, un esempio di forza, di coraggio, di lucidità, di fedeltà.

Egli fu un forte e sereno eroe spirituale!

SCIENZA DELLO SPIRITO

ESERCIZI PER SUPERARE LE CONTRADDIZIONI INTERIORI

Massimo Scaligero

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Alcuni anni fa mi venne donato da una fedele discepola di Massimo Scaligero l’originale di uno scritto di Massimo Scaligero, che trattava di qualità dell’anima le quali mediante adeguati esercizi possono essere creativamente equilibrate. Io donai l’originale di quel testo a colei che con amore, dedizione, e tanti sacrifici, si era assunta il compito di pubblicare l’Archetipo, che resta ancor oggi una delle poche voci spiritualmente libere, una delle poche voci che con sincerità e  lealtà difendono la figura spirituale, il pensiero e l’opera di Massimo Scaligero. Difendono e indicano la Via del Pensiero Vivente, che è il filone aureo e la ragion d’essere della Scienza dello Spirito. Ella volle pubblicare questo aureo scritto del nostro Maestro nel numero di marzo 2002 dell’Archetipo. E siccome ho rivisto questo scritto di Massimo Scaligero mal copiato e pubblicato anche con qualche improvvido taglio su un gruppo di un social network – come ora usa diremi sembrava necessario, oltre che utile pubblicarlo nella sua integralità e nel suo adamantino nitore.

L’esercizio di tali qualità dell’anima non sostituisce l’Ascesi del Pensiero, ma va considerato come propedeutico e come accompagnamento all’esercizio della Concentrazione e della Meditazione: le quali devono essere viste come Via spirituale alla liberazione del pensare dal supporto corporeo e dai limiti dell’anima, la quale – anche educata e illimpidita – non può di per sé attuare il “salto” richiesto nella Via iniziatica. Il semplice controllo del pensiero, come lo si può desumere dal primo degli esercizi fondamentali o ausiliari dati da Rudolf Steiner, o quello proposto da Massimo Scaligero nello scritto che presentiamo, non è la Concentrazione, ma unicamente ciò che la può favorire e propiziare.

Di per sé la Concentrazione – nel suo integrale attuarsi – è (e non potrebbe essere diversamente) l’ esercizio aureo a sé sufficiente nella sua unicità. La Concentrazione è a sé sufficiente per colui che è consacrato e tutto osa. Per coloro che ad un tal “periglioso passo” non son pronti, o della sacrificale dedizione richiesta non sono capaci, i vari esercizi ausiliari o collaterali, possono essere una buona e necessaria “preparazione” all’assolutezza unicitaria della concentrazione.

Avvicinandosi il giorno nel quale nel nostro cuore celebriamo il ricordo del Maestro che ci ha lasciati, ma che è sempre con noi, vogliamo dedicare ai volenterosi lettori queste pagine luminose come ulteriore tema di feconda meditazione nella Via del Pensiero.

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Hugo de’ Paganis

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 ESERCIZI PER SUPERARE LE CONTRADDIZIONI INTERIORI

di

 MASSIMO SCALIGERO

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La realtà è sempre una contraddizione in divenire continuo e si evolve nella realizzazione della tesi-antitesi-sintesi e non può essere spiegata da una logica astratta che fissa una volta per tutte il bene e il male, il bello e il brutto, la verità e la menzogna; essendo la realtà una contraddizione in evoluzione anche gli esercizi contengono delle contraddizioni da superare.

1) Il pensiero obiettivo trasforma la distrazione in sicurezza e deve superare le contraddizioni delle fissazioni.
2) L’azione libera trasforma la mancanza di volontà in attività e deve superare le contraddizioni dell’attivismo.
3) L’equanimità trasforma i complessi in calma interiore e deve superare le contraddizioni dell’insensibilità.
4) La positività trasforma gli schemi mentali in nuove amicizie e deve risolvere le contraddizioni dell’ipocrisia.
5) La spregiudicatezza trasforma l’attaccamento al passato in ricettività e deve superare le contraddizioni dell’illogicità.
6) L’osservazione esatta trasforma il non ricordare in memoria e deve risolvere le contraddizioni dell’attaccamento al passato.
7) La percezione degli archetipi trasforma l’astratta dialettica in creatività e deve superare le contraddizioni della fantasticheria.
8) L’equilibrio interiore trasforma la scontentezza in armonia e deve superare le contraddizioni interiori prima di poter agire sulla realtà esteriore.

Le contraddizioni interiori vengono superate dagli esercizi prima di poter agire sulla realtà esteriore.

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ESERCIZI PRATICI PER L’EVOLUZIONE DELLA PERSONALITÀ

Per superare la paura delle interrogazioni, dei blocchi mentali, degli esami, per rendere quanto si è studiato, bisogna esercitarsi costantemente come un atleta. Ci alleniamo coscientemente riuscendo a pensare (almeno per cinque minuti al giorno per vari mesi) sopra un oggetto di uso quotidiano costruito dall’uomo, per esempio: una spilla, una matita, un bottone, controllando l’esclusione durante quel tempo di ogni altro pensiero che non si riferisca a quell’oggetto. Pensando intensamente per qualche tempo sopra un oggetto famigliare, siamo sicuri di esercitare il pensiero obiettivo. Nel chiederci: di che cosa è costituita una matita? Come viene preparato il materiale che costituisce una matita? Come vengono connesse le diverse parti? Quando è stata inventata la matita? E così di seguito, armonizziamo le nostre idee con la realtà molto più che riflettendo su problemi astratti insolubili. L’esercizio sul pensiero prepara ad orientarci nelle difficoltà della vita poiché in un primo tempo non si tratta di pensare questa o quella cosa, ma di pensare obiettivamente per libera decisione personale. È importante per la riuscita dell’esercizio l’illimitata attenzione, ossia l’evitare qualsiasi distrazione riguardo al tema. Esercitando il pensare obiettivo ci rendiamo indipendenti nel pensiero dalle situazioni esteriori, dall’ambiente sociale, dalle tradizioni determinanti una dialettica astratta e soprattutto dalla distrazione così deleteria nello studio. La ripetizione continua dell’esercizio, così semplice da capire ma così difficile da effettuare dà un senso di sicurezza che agisce favorevolmente sulla formazione della personalità. Questo esercizio risolve l’affermazione della non conoscibilità delle cose. Infatti è vero che il mondo esterno si presenta come un enigma insoluto di cui non possiamo sapere nulla di certo ma, come creatori del nostro pensiero, possiamo affermare di reggere il divenire del mondo per un lembo di quel mondo di pensiero in cui senza la nostra partecipazione nulla si percepirebbe. Abbiamo un punto fermo: il pensiero obiettivo; su questo si farà leva per poter comprendere e poi trasformare la realtà del mondo.

La distrazione viene trasformata dal pensiero obiettivo in sicurezza. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA VOLONTÀ

Nel mondo fisico sensibile è sempre la vita esteriore che si presenta come dominatrice rendendoci instabili e schiavi degli avvenimenti esteriori. Per lo più reagiamo di fronte agli avvenimenti esteriori come ci è stato inculcato nel passato. La schiavitù a volte tragica, a volte ridicola dei riflessi condizionati determina azioni che vorremmo modificare, ma che sul momento non riusciamo a dominare. Da questo stato scaturisce un sentimento di mancanza di volontà; per liberarsi dalla mancanza di volontà scegliamo un’azione di poca o nessuna importanza – per esempio spostare una sedia, innaffiare un fiore – decidendo l’ora della realizzazione ed agendo poi con la sicurezza dataci dall’esercizio precedente. Le nostre azioni derivano per lo più dall’educazione famigliare, dall’ambiente sociale, dalla professione ecc.; scaturiranno dalla nostra iniziativa personale se ci esercitiamo nell’azione libera, non imposta dall’esterno. Eseguendo infatti l’esercizio proviamo un impulso all’attività che nel tempo ci libera dalla tradizione. Con questo esercizio diventiamo dominatori, non soltanto della volontà ma anche del pensiero volitivo che pensa e poi riesce ad agire. L’instabilità della volontà proviene dal desiderio di cose, di cui non ci formiamo un pensiero obiettivo. È una cattiva abitudine dire: «desidero questo, desidero quello», senza riflettere alla possibilità di effettuare il desiderio. Così educandoci a desiderare ciò che è possibile ci rendiamo capaci di trasformare “l’impossibile in possibile”  mediante l’esercitata volontà.

La mancanza di volontà viene trasformata dall’azione libera in attività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA CALMA

Le continue oscillazioni fra gioia e dolore, fra esaltazione e depressione, col passare degli anni rendono insensibili. Dobbiamo rallegrarci per una cosa piacevole, e una cosa triste deve riuscirci penosa; ma per non divenire arteriosclerotici e insensibili nell’età matura ci esercitiamo a dominare l’espressione della gioia e del dolore. Non reprimiamo il legittimo dolore, ma il pianto involontario; non l’orrore di un’azione malvagia, ma il cieco sfogo della collera; non il giusto premunirsi di fronte ad un pericolo, ma l’inutile timore. Impariamo a sospendere le reazioni istintive, se siamo capaci di un minimo stop, sia pure di pochi secondi, quando una reazione istintiva tende a portarci lontano da ciò che vogliamo. Possediamo l’equanimità, quando giungiamo a sentire come propri i dolori e le gioie altrui, e come di altri i propri dolori, le proprie gioie. Ci serviamo dell’impulso all’attività per conseguire un minimo freno alle reazioni istintive; questi esercizi danno un senso di calma interiore che ci permette di superare i complessi e il ricordo di esperienze passate e negative che ancora influenzano l’evoluzione della nostra personalità. Chi crede che la propria spontaneità emotiva o il proprio sentimento ne abbiano a soffrire, ignora l’efficacia dell’equilibrio del sentimento. Possiamo già credere di essere provvisti nella vita di un determinato equilibrio e possiamo ritenere perciò superflui questi esercizi; possiamo rimanere completamente calmi di fronte ad alcuni eventi della vita, ma nel momento della prova ritorna con maggior forza a manifestarsi la mancanza di equilibrio che era soltanto repressa. Per evolverci non si tratta di ciò che ci sembra già possedere, ma piuttosto importa esercitare regolarmente le qualità che ci occorrono. La vita può averci insegnato molte cose, ma per evolvere occorrono le qualità che da noi stessi ci siamo acquistate. Se la vita ci ha reso irascibili, dobbiamo spogliarci di questa irascibilità; ma se la vita ci ha insegnato l’indifferenza dobbiamo scuoterci, per mezzo dell’autoeducazione, in modo che lo stato d’animo corrisponda all’impressione ricevuta. Se non siamo capaci di ridere di niente, dominiamo altrettanto poco il nostro riso di quanto colui il quale si abbandona continuamente al riso senza dominarsi.

I complessi vengono trasformati dalla equanimità in calma interiore. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE L’AMICIZIA

In una leggenda viene raccontato che il Cristo, mentre camminava con alcuni discepoli, trovò sulla strada la carogna di una cane in putrefazione. Tutti distolsero lo sguardo da quella vista, Egli invece parlò con ammirazione dei bei denti dell’animale. L’errore, il male, il brutto non devono mai impedire di riconoscere il vero, il buono, il bello ovunque lo possiamo trovare. Non confondiamo la positività con la volontà di chiudere gli occhi al male, al falso, al mediocre. Se ammiriamo i bei denti di una carogna vediamo anche il corpo in decomposizione, ma questo non impedisce di vedere i bei denti. Non riteniamo che il male sia bene o che l’errore sia verità, ma il male non impedirà di vedere il bene, né l’errore di scoprire la verità. Per i rapporti subcoscienti creati soprattutto nella prima infanzia siamo abituati a considerare le persone e le cose secondo schemi mentali. Per trasformare questo stato di fatto esercitiamo la positività nella calma interiore; guardando solo il lato positivo della persona, della cosa, dell’avvenimento, impostiamo immediatamente un rapporto nuovo con la persona, la cosa, l’avvenimento, poiché modifichiamo la schematizzazione istintiva del passato e instauriamo nuovi rapporti di amicizia per il futuro. Se cerchiamo il positivo in qualsiasi manifestazione e in qualsiasi essere, ben presto osserviamo che sotto l’involucro del repugnante, persino sotto le sembianze di un delinquente, si nasconde qualcosa di buono; sotto l’apparenza di un pazzo si cela una personalità in evoluzione. La positività è connessa con l’astensione dalla critica. Non dobbiamo intendere la positività chiamare nero il bianco e bianco il nero; c’è differenza se giudichiamo secondo simpatia o antipatia istintiva oppure ci poniamo di fronte al fatto o all’altro essere chiedendoci: «come avviene che giunga a pensare, a sentire, a volere così? Se noi avessimo avuto la sua vita, la sua educazione, i suoi dolori agiremmo come lui». La critica negativa e distruttiva proviene dal nostro atteggiamento sempre identico di fronte alla realtà sempre nuova e diversa; è perciò necessario liberarci dai pregiudizi acquisiti dalle nostre esperienze passate, esercitandoci a non giudicare secondo etichette già esistenti. Con un simile atteggiamento ci proponiamo immediatamente di aiutare ciò che è imperfetto a renderlo perfetto, anziché limitarci a criticarlo.

Gli schemi mentali vengono trasformati dalla positività in nuove amicizie. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA RICETTIVITÀ

Il pensare unito alla volontà acquista una certa maturità, purché non permettiamo alle esperienze antiche di toglierci la ricettività per accogliere spregiudicatamente quelle nuove. Non dobbiamo pensare: «questo non l’abbiamo mai sentito, questo non lo credo», ma dedichiamo un po’ di tempo a imparare qualcosa di nuovo da ogni cosa e da ogni essere. Ogni soffio d’aria, ogni foglia d’albero, ogni balbettio infantile può insegnare qualcosa, purché si osservi da un punto di vista nuovo.
Certamente possiamo esagerare a tale riguardo e non dobbiamo trascurare di tenere conto delle esperienze attraversate. Se di fronte a un fatto qualsiasi diciamo “a priori”: «lo conosco», attribuiamo ad esso, automaticamente un dato contenuto di memoria senza uno spregiudicato confronto con la realtà attuale.
Se, data un’affermazione, diciamo immediatamente: «ho già udito questo e non può essere vero», giudichiamo secondo il sangue, secondo l’attaccamento al passato e non secondo realtà.
Ciò che sperimentiamo attualmente deve essere giudicato alla stregua delle esperienze passate, queste devono pesare sopra un piatto della bilancia mentre sull’altro piatto poniamo la tendenza a raccogliere sempre nuove esperienze date dai nuovi rapporti di amicizia, convinti soprattutto della possibilità che le esperienze nuove possano essere in contraddizione con le antiche.
Il trascurare, in talune circostanze, ciò che abbiamo acquistato con l’esperienza, ci permette di aprirci a nuove esperienze o ad un diverso giudizio riguardo a cose già interpretate e codificate. Rimanere ancorati a giudizi definitivi immobilizza la nostra evoluzione. Non v’è giudizio umano o scienza che, rispetto alla evoluzione dell’uomo, possa essere definitivo; tra mille anni noi saremo considerati “barbari” altrettanto quanto noi giudichiamo “barbari” i medioevali. Cerchiamo di essere ricettivi verso l’inaspettato, altrimenti ci chiudiamo alla verità, ossia a ciò che è oltre il limite dell’ordinario conoscere. Rendendoci indipendenti dai giudizi tradizionali possiamo accogliere l’ignoto.

L’attaccamento al passato viene trasformato dalla spregiudicatezza in ricettività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA MEMORIA

La mancanza di memoria, l’amnesia, il non ricordare esattamente un episodio, un discorso, una pagina, portano un continuo logoramento delle facoltà intellettive, fino ad arrivare ai blocchi mentali : non ricordiamo ora quello che sicuramente ricorderemo poi. Esercitiamo la memoria provando a rammentare un avvenimento, per esempio del giorno precedente, con lo stesso metodo grossolano di cui ci serviamo per rammentare un ricordo qualsiasi. Ordinariamente le immagini che compongono i ricordi dell’uomo sono prive di colore e di regola. Ci contentiamo di rammentarci del nome di una persona incontrata il giorno prima. Non dobbiamo ritenerci soddisfatti di così poco, occorre giungere mediante uno sforzo sistematico a precisare il ricordo, ci sforziamo di ricordare esattamente le nostre percezioni, e qualora non riusciamo ci rappresentiamo qualcosa di falso. Supponiamo di avere completamente dimenticato se la persona da noi incontrata portasse un abito marrone o nero. Immaginiamo allora che essa indossava un completo marrone con una cravatta gialla, con dei particolari bottoni ecc. L’immagine è, naturalmente, falsa e ci repugna, tuttavia mediante lo sforzo che siamo costretti a fare per completarla siamo indotti ad osservare con maggior esattezza in avvenire e non dimenticheremo più nulla, e ogni particolare si imprimerà in noi e rimembreremo ogni particolare delle nostre azioni. L’obiettività della memoria si raggiunge quando si riesce a ricordare esattamente tutte le proprie percezioni, a volontà, in modo da non agire in contraddizione col passato.

Il “non ricordare” viene trasformato dalla osservazione esatta in memoria.

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ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA CREATIVITÀ

Gli archetipi sono le essenze delle cose, inconoscibili per i sensi e per l’astratta dialettica. La geometria indica una via per percepire gli archetipi come essenze di forme in movimento. Pensiamo ad un determinato triangolo, per esempio equilatero, e manteniamo la sua immagine innanzi alla coscienza col massimo della semplicità e continuità; accanto ad esso rappresentiamoci un altro triangolo, parimenti equilatero ma più grande, e raffrontiamolo al primo. Constatiamo come l’uno e l’altro siano figure di una identica immagine. Grande o piccolo, il triangolo, avendo identica forma, non pone al pensiero problemi di spazio, ma sollecita una relazione intuitiva oltre le differenze dimensionali. Concentriamoci ora sull’immagine del triangolo: l’oggetto del nostro pensiero non è un determinato triangolo isoscele, rettangolo, o equilatero, bensì il triangolo tipo, che li contiene tutti. L’esercizio consiste nell’immaginare i lati in movimento reciproco e gli angoli che mutano ampiezza nel tempo. La forma del triangolo tende ad essere immagine concettuale mobile e indipendente non solo dalla spazialità, ma anche dalla temporalità.
Pensiamo ora la pura idea del triangolo: l’immagine sparisce, ma rimane la sua idea, l’idea del triangolo che, non veduta, anima come movimento l’immagine. Spariscono forma e nome, pur sussistendo vivo il contenuto ideale, al di fuori dello spazio e del tempo. La percezione del momento creativo del pensiero comporta qualcosa di più che una constatazione filosofica. Perché quella istantanea creatività non sia illusoria, occorre che il pensiero non sia assunto semplicemente come filosofico “pensiero dialettico”, ma sperimentato, secondo la presente tecnica come corrente di calore, luce e vita indipendente da nome e forma. Con la memoria percepiamo gli archetipi che muovono la creatività; ricominciamo così il ciclo dell’esercizio della concentrazione creando nuovi rapporti, immaginando nuove sintesi, ispirando nuove idee, intuendo soluzioni nuove che riescano a mutare la nostra società.

L’astratta dialettica viene trasformata dalla percezione degli archetipi in creatività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA SINTESI

Dopo aver dedicato qualche tempo agli esercizi pratici del pensiero obiettivo, dell’azione libera, dell’imperturbabilità di fronte al piacere e al dispiacere, della positività nel giudicare il mondo, della spregiudicatezza nella concezione della vita, dell’osservazione esatta, della percezione degli archetipi, occorrerà anche esercitare questi simultaneamente per gruppi di due, di tre e così via, fino a conseguire un’armonia, un equilibrio interiore. Una situazione difficile, una lite in famiglia, una lotta fratricida possono essere risolte dal nostro equilibrio interiore, esercitato da un pensiero obiettivo, da un dominio degli impulsi istintivi, dalla imperturbabilità di fronte al dolore e alla gioia, dalla positività di giudicare una situazione, dalla spregiudicatezza di un consiglio, dalla memoria di un particolare, dalla creatività. Notiamo che scomparirà presto un certo senso di scontentezza, ci apriamo ad una tranquilla comprensione delle cose e perfino il nostro passo e il nostro gestire mutano, e possiamo accorgerci che la nostra scrittura è migliorata, dimostrando cosí che abbiamo raggiunto un primo vero progresso.

1) La distrazione viene trasformata dal pensiero obiettivo in sicurezza.
2) La mancanza di volontà viene trasformata dall’azione libera in attività.
3) I complessi vengono trasformati dalla equanimità in calma interiore.
4) Gli schemi mentali vengono trasformati dalla positività in nuove amicizie.
5) L’attaccamento al passato viene trasformato dalla spregiudicatezza in ricettività.
6) Il non ricordare viene trasformato dalla osservazione esatta in memoria.
7) L’astratta dialettica viene trasformata dalla percezione degli archetipi in creatività.

L’efficacia degli esercizi non può essere discussa dialetticamente dopo averli soltanto letti, ma può essere discussa e approfondita coscientemente l’attuazione pratica individuale dopo averli almeno sperimentati per un certo tempo.

La scontentezza viene trasformata dall’equilibrio interiore in armonia.

 

Massimo Scaligero

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SCIENZA DELLO SPIRITO

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Friedrich Heinrich Jacobi

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Nato a Düsseldorf  il 25 gennaio 1743, secondogenito di un ricco commerciante di zucchero (il fratello maggiore era il poeta Johann Georg Jacobi), Friedrich Heinrich Jacobi, a dispetto della posizione marginale riservatagli solitamente nei manuali,   è stato un importante filosofo polemista e letterato dalla vivace vita sociale che lo portò a rapportarsi direttamente con diversi personaggi eminenti del mondo culturale a lui contemporaneo quali Herder, Lessing, Hamann e lo stesso Goethe tra gli altri; aspetto biografico, questo, riflettentesi nel fatto che i suoi lavori filosofico/letterari (tutti volti a riconciliare l’individualismo illuminista con gli obblighi sociali individuali) sono risultati occasionali e brevi, spesso aventi forma epistolare sebbene non scevri di accuratezza e precisione tali da permettergli di spogliare gli oggetti della sua indagine da tutte le sovrastrutture esterne afferrandone  l’intima essenza (talento, quest’ultimo, pubblicamente riconosciutogli anche da Fichte).

Famoso per aver coniato il termine “nichilismo” indicandolo come uno dei principali portati negativi dell’Illuminismo (in particolar modo quello propugnato dai sistemi filosofici di Spinoza, Kant, Fichte e Schelling) era un sostenitore della fede (intesa tanto come certezza del mondo sensibile, quanto come certezza riguardo all’ambito divino o dell’incondizionato) nei confronti della ragione, ed era anche noto all’interno dei vari circoli letterari dell’epoca per le sue posizioni critiche nei confronti dello Sturm und Drang e di quell’individualismo atomizzato che lo caratterizzava, nonché del tardo illuminismo tedesco, dell’idealismo trascendentale Kantiano (in primis nella rielaborazione fattane dal primo Fichte) e dell’Idealismo Romantico di Shelling.

Inizialmente la sua istruzione fu improntata sul commercio e previde un periodo di apprendistato tenutosi a Francoforte nel 1759. Successivamente fu inviato a Ginevra per ricevere un’istruzione di carattere più generale e qui cominciò a frequentare gli ambienti scientifici e letterari (nell’ambito dei quali spiccava la personalità di Le Sage), avendo modo di approfondire lo studio dei lavori di Charles Bonnet nonché delle opere politiche di Rousseau e di Voltaire.

Nel 1763 fece ritorno a  Düsseldorf; l’anno successivo si sposò con Elisbeth von Clermont e prese le redini dell’azienda paterna, che lasciò però poco tempo dopo.

Nel 1770 divenne membro del Consiglio del Granducato di Jülich e Berg, ruolo nel quale ebbe modo di distinguersi per la sua abilità nelle questioni finanziarie nonché per lo zelo riguardo alle riforme sociali. Nel frattempo mantenne l’interesse per le materie filosofiche e letterarie grazie anche ad una fitta rete di corrispondenti, mentre la sua residenza di Pempelfort, nei pressi di Düsseldorf venne a costituirsi come un importante polo attorno a cui viveva un attivo circolo letterario.

In connubio con Christoph Martin Wieland partecipò alla fondazione di un nuovo giornale letterario (Der Teutsche Merkur) che ospitò anche la pubblicazione di alcuni dei suoi primi scritti , riguardanti più che altro argomenti pratici ed economici. Sulla stessa pubblicazione apparirà pure in parte il primo dei suoi lavori filosofici: Epistolario di Allwill  (1775).

Nel 1779 venne pubblicato Woldemar, altro romanzo filosofico, dalla struttura molto imperfetta sebbene ricca di idee geniali ed in grado di fornire l’immagine più completa dell’approccio di Jacobi alla filosofia. Nello stesso anno si recò a Monaco a seguito dell’incarico ricevuto come ministro e consigliere presso il dipartimento delle dogane e del commercio della Bavaria. In tale veste esercitò azione oppositiva nei confronti delle politiche mercantilistiche bavaresi e si impegnò per liberalizzare dogane e dazi a livello locale; tale impegno durò per poco tempo a causa delle differenze di vedute tanto con i colleghi quanto con le autorità bavaresi, a cui si accompagnava la non disposizione ad essere coinvolto in lotte di tipo politico.

Tornato a Pempelfort pubblicò, sulla scorta di quest’ultima esperienza, due saggi nei quali difendeva le teorie politico-economiche di Adam Smith.

Una conversazione che ebbe con Gotthold Lessing nel 1780, nella quale quest’ultimo asseriva di non conoscere alcuna filosofia nel vero senso della parola a parte lo “Spinozismo”, lo portò ad uno studio approfondito delle opere di Spinoza. Pochi mesi dopo la morte di Lessing, Jacobi intraprese un fitto rapporto epistolare “spinoziano” con Moses Mendelssohn (legato a Lessing da profonda amicizia). Tutta questa corrispondenza verrà pubblicata nel 1785, con commenti del Jacobi stesso, in una raccolta dal titolo Lettere sulla dottrina di Spinoza a Mosè Mendelssohn  (seguirà poi nel 1789 una seconda edizione riveduta ed ampliata). In esse prende forma maggiormente definita la forte avversione di Jacobi nei confronti della riduzione della filosofia a sistema dogmatico, la qual cosa gli valse una certa ostilità da parte dell’Aufklärer e anche da parte di quanti lo accusavano di voler reintrodurre nella filosofia il desueto ed ambiguo elemento della “fede al di la della ragione”, additandolo come nemico della ragione, gesuita mascherato e pietista.

La prima edizione delle Lettere si apriva con un poema di Goethe che non apparve invece in quella del 1789. Su tale poema Jacobi lavorò in manierà tale  che alcune frasi chiave fossero stampate in rilievo in maniera  da rendere  nell’insieme una serie di “immagini” che presentassero lo stretto rapporto fra gli uomini e le divinità pagane, rivelatrici  dele qualità umane più nobili ed essenziali. Trovò invece posto in entrambe le edizioni il testo Goethiano del Prometheus, che fu poi l’argomento che diede inizio alla corrispondenza con Lessing, e la cui paternità venne attribuita da molti  allo stesso Jacobi essendo il testo ancora inedito all’epoca ed incluso nella raccolta senza citarne l’autore.

La rivelazione delle posizioni “spinoziane” del Lessing diede vita anche ad una polemica sul panteismo (Pantheismusstreit) tra diverse figure culturali di primo piano dell’epoca (che vide coinvolti oltre a Mendelssohn anche Goethe, Kant e Herder). Se uno dei propositi di Jacobi era quello di evidenziare la pericolosità di quel panteismo spinoziano che mondanizzando la divinità finiva per identificare il condizionato con l’incondizionato sfociando di fatto nell’ateismo, si può affermare che i risultati disattesero le aspettative. Vi fu infatti un rinnovato interesse generale verso Spinoza che contribuì tra le altre cose al rinvigorimento delle disposizioni panteiste che già erano presenti nel post-illuminismo, mentre i partecipanti alla Pantheismusstreit si espressero per lo più in maniera favorevole nei riguardi della filosofia di Spinoza (che Goethe ebbe ad indicare come filosofo “theissimus et christianissimus”)

In  David Hume sulla fede. Realismo e idealismo, un dialogo, opera pubblicata nel 1787 (ed inizialmente concepita come raccolta di tre separati dialoghi) venne evidenziato come il termine “fede” fosse stato utilizzato dagli scrittori più importanti alla stessa maniera in cui egli aveva fatto nelle Lettere sulla dottrina di Spinoza, oltre al fatto che la natura della cognizione dei fatti in quanto opposta alle costruzioni deduttive non potesse essere espressa ed indicata in altro modo. In questo scritto, ed in particolare nell’appendice, Jacobi venne a contatto con il criticismo e sottopose l’approccio kantiano alla conoscenza ad un attento studio.

Nel 1787 jacobi si occupò, nel suo libro Sulla Fede, del concetto Kantiano del “noumeno”, concordando sul fatto che esso non potesse essere oggettivamente conosciuto in maniera diretta. Però Jacobi sosteneva che da ciò conseguisse il fatto che esso andasse preso tramite atto di fede. Un soggetto deve dunque credere che vi sia un oggetto reale nel mondo esterno che sia connesso con la rappresentazione o idea mentale che è conosciuta direttamente. Tale fede o credenza è il risultato di una rivelazione o di conoscenza immediata sebbene logicamente non provata come reale. La reale esistenza della “cosa in sé” è rivelata o dischiusa al soggetto osservante. In tale maniera il soggetto conosce in maniera immediata la rappresentazione soggettiva e ideale che appare a livello mentale, e crede fortemente all’oggettiva esistenza della “cosa in sé” anche fuori dal mentale. Presentando il mondo esterno come oggetto di fede, Jacobi leggittimava il credere ed i relativi annessi e connessi teologici. L’esperienza umana trovava così un’apertura verso il “soprasensibile” (o comunque verso il non-sensibile), possibile non solamente all’intuizione intellettuale del filosofo ma ad ogni individuo in quanto tale, essendo esperienza metafisica basica presente in essenza in tutto ciò che l’uomo vive e conosce.

Il 1794, anno in cui le conseguenze della rivoluzione francese si fecerò sentire anche in Germania (che proprio contro la Francia era entrata in guerra),  portò la fine dell’esperienza di Pempelfort. L’occupazione di Düsseldorf da parte delle truppe francesi costrinse Jacobi a trasferirsi ad Holstein dove visse per un decennio. Nello stesso periodo il clamore suscitato dalle accuse di ateismo indirizzate contro  Gottlieb Fichte a Jena portarono alla pubblicazione da parte di Jacobi delle Lettere a Fichte, ove veniva resa in maniera più definita la relazione tra i suoi principi filosofici e la teologia.

Nel 1804, dopo essere rientrato in germania, Jacobi ricevette (e accettò anche per motivi economici, avendo perso una considerevole parte del suo patrimonio) una chiamata presso la nuova accademia delle scienze fondata a Monaco, della quale assunse la presidenza nel 1807.  

Nel 1811 apparve il suo ultimo lavoro filosofico, Von den göttlichen Dingen und ihrer Offenbarung, molto critico nei confronti di Friedrich Schelling, il quale rispose alle critiche stesse senza avere peraltro riscontro alcuno dal Jacobi.

Nel 1812 Jacobi si dimise dalla presidenza dell’accademia  e si dedicò alle edizioni delle sue opere; lavoro che non riuscì a terminare prima della sua morte e che verrà portato a compimento nel 1825 dall’amico F. Koppen.

In definitiva si può dire che la filosofia di jacobi è essenzialmente asistematica e tenda ad emergere gradualmente per contrasto allorché si trova a confrontarsi con quelle dottrine che paiono da essa molto distanti.

Il filo rosso che in qualche maniera sottende il tutto è la completa separazione tra comprensione e apprendimento di un fatto reale. Per Jacobi la comprensione, o la facoltà logica, è puramente formale ed elaborativa, ed i suoi risultati non trascendono mai la materia che le viene sottoposta. Partendo dall’immediata esperienza o percezione, il pensiero procede per comparazioni ed astrazioni, stabilendo delle connessioni tra i fatti, ma non uscendo dalla sua natura mediata e finita. Il principio della ragione e ciò che ne consegue, la necessità di pensare ogni dato/fatto percettivo in maniera condizionata, implicano che la comprensione avvenga a mezzo di una serie infinita di proposizioni, e di una serie di comparazioni e astrazioni. La regione della comprensione si limita così a quella del condizionato, in maniera tale che il mondo non può presentarsi ad essa se non come un meccanismo.

Se, dunque, esiste una verità oggettiva allora l’esistenza di fatti reali deve esserci portata a conoscenza in maniera diversa che non tramite la facoltà logica del pensiero e, dato che il regresso dalle conclusioni alle premesse deve dipendere da qualcosa di non radicato nel terreno della logica, il pensiero mediato implica la coscienza di un pensiero immediato.

La filosofia dunque deve rinunciare all’idea senza speranza di una spiegazione sistematica delle cose, accontentandosi piuttosto di occuparsi dei fatti relativi alla consapevolezza. E’ un mero pregiudizio dei pensatori filosofici, un pregiudizio che discende da Aristotele, che la conoscenza mediata o manifesta sia superiore in attinenza e valore alla immediata percezione delle verità o dei fatti.

Asserendo la dottrina di Jacobi che il pensiero è limitato e parziale, applicabile solo alla connessione dei fatti, ma incapace di spiegare la loro esistenza, è evidente che per lui ogni sistema dimostrativo metafisico che intendesse sottomettere tutta l’esistenza ai principi radicati sul terreno della logica risulti inaccettabile. Ora, nella filosofia moderna il primo e piu grande sistema dimostrativo di metafisica è quello di Spinoza, ed è nella natura delle cose che il primo bersaglio del criticismo di jacobi sia stato proprio il sistema Spinoziano, visto come ateo, germe di una confusa riproposizione da parte della filosofia Kabbalistica, punto di arrivo (per il pensatore attento) della filosofia di Leibniz e Wolff e nichilista (come ogni altro metodo dimostrativo), laddove invece il fulcro di tutta la conoscenza ed attività umana è nel sentimento dell’incondizionato, ossia nella fede.  

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

ELISABETH VREEDE

 

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Nata a L’Aia il 16 luglio 1879, secondogenita di padre avvocato e madre dedita ad opere di carità, era una donna dotata di una spiccata sensibilità ed ebbe un ruolo importante nel contesto della vita e dell’attività antroposofica in Olanda.

Entrò presto in contatto con la teosofia, giacché entrambi i genitori erano teosofi, e mostrò un precoce interesse verso il cosmo, le stelle, e per le opere dell’astronomo e scrittore francese Camille Flammarion (che studiò di pari passo alla lingua francese), attivo tra seconda metà dell’800 e gli inizi del ‘900 e fautore di un approccio metodologico di tipo scientifico a tematiche riguardanti spiritismo e reincarnazione, affrontate con la convinzione che “è solo grazie al metodo scientifico che possiamo compiere progressi nella ricerca del vero. Le credenze religiose non devono prendere il posto dell’analisi imparziale. Dobbiamo stare costantemente in guardia dalle illusioni”.

Elisabeth Vreede cominciò le scuole all’età di sette anni. Terminati gli studi superiori si iscrisse all’università di Leida dove studiò matematica, astronomia, flosofia (approfondendo in particolar modo Hegel) e sanscrito. Attivamente dedita tanto alla vita accademica che a quella sociale,  fondò un club nautico e fu rappresentante studentesca.

Il primo incontro con Rudolf Steiner avvenne al congresso della Società Teosofica di Londra nel 1903.

Sulle orme dei genitori era diventata lei stessa  membro della Società Teosofica, ed in occasione di quel congresso profonda fu l’impressione che trasse da Rudolf Steiner, alla cui conferenza riguardante “Matematica ed Occultismo” ebbe poi modo di assistere l’anno successivo al Congresso della Federazione delle sezioni europee della Società Teosofica tenutosi ad Amsterdam.

Dioplomatasi nel 1906, insegnò matematica in una scuola superiore femminile fino al 1910, anno in cui si trasferì a Berlino dove lavorò alla tesi svolgendo occasionalmente attività di segreteria per Rudolf Steiner. Il 17 aprile 1914 si trasferì a Dornach onde dare il suo contributo alla costruzione del primo Goetheanum. Spesso la si poteva trovare nel cantiere dedita alla lavorazione del legno.

Durante gli anni della guerra, nel 1916/17, lasciò la sua residenza a Dornach per lavorare a Berlino come collaboratrice di Elisabeth Rotten (quacchera, attivista per la pace ed impegnata nel movimento per l’educazione progressiva), occupandosi dei prigionieri di guerra.

Dopo il conflitto partecipò attivamente allo sviluppo delle idee riguardanti la tripartizione sociale, tanto che fu la prima ad introdurre in Inghilterra l’idea di un ordine sociale tripartito. Nel 1918 avviò, avvalendosi di occasionali aiuti da parte di amici, la costruzione della libreria e dell’archivio del Goetheanum, pagando di tasca propria le costose trascrizioni delle letture allorché, destenografate, venivano date alle stampe.

Nel 1920 si trasferì ad Arlesheim dove si era costruita una piccola casa, basandosi su un modello progettato da Steiner, mentre nel 1924 fu designata a dirigere la Sezione di matematica e astronomia della libera università del Goetheanum .

Nel gennaio del 1926, anno successivo al suo ingresso nel Vorstand della Società Antroposofica, tenne una conferenza (pubblicata dapprima nei numeri dal 41 al 46 del Vol. 6 dell’Antroposophical Movement) riguardante Il mondo delle stelle e il destino umano, delineando l’utilizzo dell’astrologia più appropriato rispetto al nostro tempo:

Potrete ora comprendere per quale motivo noi abbiamo un oroscopo, e che non è in primo luogo lì per il nostro diletto. Capirete che quando un oroscopo viene fatto per una soddisfazione personale vi è sempre una certa dose di egoismo connessa ad esso; non è questo il motivo per cui ci è stato dato! E se voi prendete i passaggi nella nostra letteratura dove il Dr. Steiner parla di astrologia (ci sono passaggi in molti cicli e conferenze) constaterete come egli enfatizzi in continuazione il fatto che l’astrologia debba essere qualcosa di sociale, che non presti attenzione ad aspirazioni individuali, avendo invece aspirazioni sociali. In una vera astrologia viene considerato solo quanto è universalmente umano e non la soddisfazione dell’egoismo dell’essere umano. Con un approccio di tipo egoistico, l’azione di Michele diviene incompiuta, laddove altri esseri avrebbero dovuto essere salvati dal precipitare nell’abisso.
…..
Quando il Dr. Steiner chiedeva la posizione delle stelle al momento di una nascita, era sempre in riferimento a bambini che erano privi di una delle forze ora descritte. Diventava così possibile apprendere da ciò quale di queste forze non era operante in maniera corretta; di conseguenza diveniva possibile dedurre in cosa tale anima umana avesse subito la mancanza prima della nascita. Era poi possibile in date circostanze trovare anche una cura. Qui vediamo come la questione venga allontanata da ciò che è egoistico e portata verso ciò che è sociale, quando un bambino affetto da tale grossa disabilità può in tale maniera trovare una cura che altrimenti potrebbe forse non essere possibile. Ma in quei bambini nei quali certe forze non sono state portate al momento della nascita queste influenze rimangono presenti…Pertanto vediamo come l’astrologia può essere utilizzata quando ne viene preservato il carattere Micaelita, contrariamente al modo nel quale viene così spesso praticata oggi”.

Tra il settembre 1927 e l’agosto 1930 redasse delle lettere a cadenza mensile, diffuse in abbonamento, nelle quali si occupava di astrologia classica e moderna da un punto di vista scientifico spirituale, esponendo in maniera chiara i fondamentali dell’astronomia e trattando il ruolo dell’astrologia nel mondo moderno, evidenziando altresi come le stelle, i pianeti ed i vari fenomeni fisici siano manifestazioni di esseri ed attività di tipo spirituale.

Nel 1928 invitò Willi Sucher a Dornach a collaborare ad un lavoro sugli astrogrammi di diverse personalità storiche, già parte integrante della di lui ricerca storica, che egli sviluppò ulteriormente tra la fine degli anni ’30 e gli anni ’40, applicando il tutto anche alla ricerca terapeutica a supporto di bambini bisognosi in Inghilterra e Scozia.

Nel 1935, a seguito di dissidi interni a causa dei quali il movimento medico e curativo nonché una larga parte della sezione olandese della Società Antroposofica lavoreranno in maniera autonoma fino agli anni ‘50/’60, venne estromessa dal Vorstand (assieme all’amica Ita Wengman), esclusa dall’osservatorio e dagli archivi sui quali aveva tanto lavorato, mentre la sua Sezione passò in altre mani.

Gli ultimi anni della sua vita furono intrisi di solitudine, separata dagli amici esteri a causa della guerra e segnata dalla morte di Ita Wengman, in onore della quale scrisse l’elogio funebre che lesse di fronte ai suoi ex colleghi del Vorstand.

Le sue ultime due apparizioni in pubblico furono in occasione dell’anniversario della morte di Rudolf Steiner, allorché commemorò non solo il Dottore ma anche altre importanti personalità antroposofiche, e del quattrocentesimo anniversario della morte di Copernico. Pochi giorni dopo quest’ultima occasione le sue già precarie condizioni di salute la costrinsero a letto, e la morte sopravvenne il 31 agosto del 1943 cogliendola nella sua casa di Ascona dove era stata nel frattempo trasferita.

SCIENZA DELLO SPIRITO

I RE MAGI E L'EPIFANIA

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Alla umile capanna si recano Tre Magi, tre Re ( che si uniscono ai gia’ presenti pastori).

Nella realta’ noi consideriamo solo i primi due Re. L’ Oro, l’ Incenso……
La saggezza antica del passato, nostalgia e rimpianto, la devozione antica, il misticismo………
Noi esaltiamo o il pensiero o lo spiritualismo, rifiutando o cercando di evitare, inconsciamente, il dono del terzo Re.
La Mirra e’ il riconoscimento della regalita’ della Morte.
Il Mistero Cosmico ed umano della Trinita’ che il Divino offre in tutta liberta’ e’ da realizzare, da Manifestare in noi.

Secondo il Dottor Rudolf Steiner:

l’Oro è il simbolo del potere esoterico sapienzale;

l’Incenso era il simbolo del Mondo dell’Etere che tesse intorno a noi su tutti i lati con un “gesto” o l’ intenzione” di sacrificio, e in cui lo Spirito e’ vita;

la Mirra era il simbolo della vittoria della vita sulla morte.

Rudolf Steiner in altra occasione descrisse i doni dei Re Magi in un altro modo ancora:

l’Oro e’ stato il simbolo per la saggezza del passato, l’incenso il simbolo della caducita’ del presente, che si modello’ come offerta di sacrificio nel costante apparire e sparire (di sostanze, ma anche di pensieri, sentimenti etc.) che prendono atto in un momento preciso, sospeso tra il passato e il futuro. Da questo punto di vista la Mirra puo’ essere vista come il simbolo o il segno di queste forze che portano nel futuro.

Non ci resta che meditare la nascita dell’uomo nuovo e la sua vittoria sulla morte.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA INEDITA di GIOVANNI COLAZZA – Introduzione di Hugo de' Paganis

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LA PAROLA SAPIENTE DI UN MAESTRO SEVERO: GIOVANNI COLAZZA

Giovanni Colazza, il fedele discepolo di Rudolf Steiner, e l’amico leale e fedele di Marie Steiner-von Sivers, fu un Maestro severo e adamantino come un Patriarca Zen (Maximus dixit). Egli era al contempo severo nella sua austerità e compassionevole nella sua grandissima umanità, che lo portava ad essere vicino e generoso nei confronti dei bisognosi, dei deboli, dei poveri, dei fanciulli, dei malati.

Come Maestro spirituale, nei confronti di coloro che gli affidavano l’orientamento e la guida nel cammino dell’Iniziazione egli era estremamente esigente, o come direbbe Arturo Reghini un Maestro di difficile contentatura. Ed io penso che – sempre per usare una espressione di Arturo Reghini – data la “nequizia dei tempi”, oggi egli sarebbe ancor più esigente e sicuramente ancor più di difficile contentatura, ovvero ancor più severo nei confronti delle recitazioni spirituali, ambizioni, delle sacrileghe profanazioni, dei tradimenti, delle facilonerie, delle indebite commistioni, della mancanza di serietà, della viltà, dell’immoralità, della stupidità, della serena ignoranza, dell’accidiosissima pigrizia di tanti sedicenti “esoteristi”.

Egli amava parlare poco, ed agire nel suo “silenzio attivo”. Come dono sacrificale nei confronti di coloro che avevano scelto di seguirlo come discepoli di un sì severo Maestro, parlò in uno stile semplice, immediato, quasi dimesso, senza veruna ricercatezza retorica, ma – come mi disse Massimo Scaligero – “quando Giovanni Colazza parlava, sentivi aleggiare lo Spirito!”. E per rendere più efficace l’immagine, Massimo accompagnava con eloquente gesto della mano la descrizione di tale “spirituale aleggiare”.

Giovanni Colazza scrisse poco, e ben suoi sono gli scritti firmati con lo ieronimo di “Leo” nelle monografie del Gruppo di UR. Tali scritti sono suoi, come mi testimoniarono Massimo Scaligero, suo cugino Amleto Scabelloni, Romolo Benvenuti ed altri amici e discepoli di Colazza. Scritti suoi e non di Julius Evola, come altri hanno scritto altrove. Suo è lo stile, sua la semplicità dei concetti e degli esempi, sua la terminologia, sua l’impronta spirituale in essi impressa come un sigillo. Evola, che davanti a Giovanni Colazza – mi è stato direttamente testimoniato – “tremava come un cagnolino”, non avrebbe mai osato sostituirsi a lui.

Vero è che a Colazza non piaceva materialmente scrivere, per cui talvolta dettava, con la vivezza della parola orale, i suoi pensieri, che altri trascrivevano mentre egli parlava in una sorta di meditazione ad alta voce, e questo è il caso della presente sua conferenza, che in sua presenza venne stenografata da A. Izzo.

Doniamo ai volenterosi lettori, a coloro che fattivamente sono impegnati nell’Ascesi Solare della Via del Pensiero, la trascrizione della parola vivente di Giovanni Colazza, che ci venne donata circa quarant’anni fa da un suo discepolo.

Hugo de’ Paganis

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ANTROPOSOFIA

 di Giovanni Colazza

Conferenza tenuta alla sala Capizucchi di Roma, 10 dicembre 1944, stenografata da A. Izzo.

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Io credo che l’argomento della conversazione d’oggi non riesca a molti di loro completamente nuovo. Già da diversi anni sono diffusi in Italia molti libri che trattano di questo soggetto; vi è stata anche l’attività della Società Antroposofica con conferenze e pubblicazioni. Naturalmente quest’attività fu soffocata negli ultimi anni, fino ad essere proibita; ma i libri rimasero perché, al contrario di quello che è avvenuto in Germania, in cui la persecuzione si è estesa ai libri e alle persone, qui i libri hanno potuto continuare a diffondersi. Dico questo perché si tratta di un soggetto ormai vasto ed esteso, e difficile a chiudersi nei limiti di un’ora di conversazione. Però noi tenteremo adesso, sia per quelli che la conoscono, che per quelli che non la conoscono, di dare una specie di sintesi, di visione generale di che cosa è antroposofia.

Naturalmente, il nome stesso è una scelta conosciuta che mette in valore appunto la ricerca della verità e della spiritualità attraverso la figura stessa dell’uomo.

Angelo Silesio diceva: “Se tu penetrerai dentro te stesso e così andrai al di là di te stesso, tu giungerai fino a Dio”. Ebbene, scopo appunto dell’Antroposofia è quello di giungere attraverso il lato spirituale umano al lato spirituale cosmico; accogliere i rapporti di ciò è in fondo un’unità che, come vedremo, sono partecipi delle stesse forze cosmiche cosicché si può dall’uno andare verso l’altro.

Se noi guardiamo l’uomo così com’esso è attualmente, come si presenta al nostro sguardo, noi abbiamo un’apparenza fisica esteriore e delle forse interne. Soprattutto vi vorrei far notare come l’uomo sia in realtà la storia vivente di se stesso, vale a dire, di quelle forze che lo hanno formato; l’essenza spirituale che egli ha ricevuto è presente in lui e mantiene i suoi rapporti con la sua origine cosmica. Noi vogliamo vedere nel mondo una molteplicità di forze. Un concetto astratto d’un assoluto non può servirci di base per un lavoro proficuo per la conoscenza; esso resta freddo ed immenso, al di fuori di noi e non può essere una concezione feconda. Noi dobbiamo procedere per gradi, noi dobbiamo procedere da ciò che possiamo raggiungere con le nostre facoltà e con la nostra essenza. Dobbiamo incominciare a cogliere le forze della manifestazione già in movimento, così com’esse hanno formato il nostro essere. Forse se noi, attraverso uno sviluppo spirituale, raggiungessimo stati di coscienza differenti, potremo spingere più in avanti il nostro sguardo. Per ora dobbiamo e vogliamo limitarci a questo: alla manifestazione divina in quanto essa ha un rapporto con l’umanità’.

Noi concepiamo la vita ed il mondo sotto un aspetto evolutivo. E’ ben vero che il concetto di evoluzione accolto con troppa facilità e con troppo semplicismo, è stato ereditato nel campo scientifico e filosofico sotto certi aspetti, ma è avvenuto questo: che quello che ha perduto in materialità lo ha guadagnato in spiritualità. Scientificamente ora non si pensa più a certe leggi determinanti l’evoluzione che appartengono al mondo esteriore, ma piuttosto ad una spinta interiore evolutiva che si muova sopra un piano teologico, vale a dire che va in una direzione, direzione immediata, che possiamo vedere come tendenza di vita, anzi verso forme più complesse di vita. Per l’umanità noi possiamo vedere anche qualche cosa di più; possiamo vedere che in realtà proceda verso una finalità che coincide con la direzione della volontà creativa divina. “Tutta l’evoluzione tende all’uomo” diceva Goethe, “come ad una vetta”. Fin dal principio della manifestazione era presente questa meta lontana, l’ultima ad apparire nella scala degli esseri: l’uomo.

Noi, come del resto molti nel campo scientifico, non vediamo nei diversi gradini degli esseri delle forze che hanno condotto alle forze superiori attuali, ma vediamo l’arresto d’altrettante spinte evolutive separate su per dei gradini e che, a poco a poco appaiono come i portatori di forme sempre più complesse ed elevate. Quindi, possiamo affermare che si è distaccata da questa corrente principale che tendeva verso l’uomo una serie di forme inferiori che, a poco a poco, hanno formato quello che doveva essere l’ambiente per l’uomo. In un certo senso, se vogliamo contemplare il mondo in modo finalistico, ciò che attornia l’uomo è ciò che non è potuto divenire uomo, e forma ora il suo ambiente. Ma non solo questo: noi possiamo vedere, osservando la natura intorno a noi, come l’uomo attuale rappresenti una sintesi della natura stessa, quello che si chiama il microcosmo.

Vi è nel corpo umano abbandonato dalla vita qualche cosa che ci presenta l’aspetto del mondo minerale. Quando la vita abbandona l’uomo, esso soggiace alle leggi comuni fisico-chimiche ed i processi vitali che si svolgono nel suo corpo sono estranei all’uomo. Vi e’ poi un aspetto di vita che noi possiamo cogliere il certo stato di catalessi, nei quali i processi vitali continuano, senza la sensibilità. Come avviene nelle piante. Vi sono stati sognanti ed automatici nell’uomo così come vi è nella coscienza animale una coscienza sensitiva, ma vi è in più nell’uomo un’autocoscienza, un’Io che rappresenta il coronamento dell’evoluzione, che rappresenta la forza motrice che dovrà portare l’uomo verso il suo destino superiore.

Per il suo Io l’uomo può guardare nella propria interiorità, può osservare e guardare, analizzare i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di esteriore. Esso è un centro del suo essere che non è soggetto ai mutamenti ed alle influenze esteriori e che sembra essere un testimonio della nostra esistenza, a volte sommerso, a volte come fluttuante alla superficie come centro dell’essere, ciò che noi chiamiamo Io, non è che il risultato di stati d’animo e della coscienza in un momento attuale; ma il vero senso dell’Io è un senso che deve essere guadagnato, un senso che deve essere rinforzato perché esso sia realizzato in tutta la sua pienezza. Il cammino della evoluzione umana è appunto segnato dal rapporto dell’uomo con il proprio Io.

In periodi lontani dalla nostra evoluzione attuale, la direzione evolutiva era ancora tenuta da forze esteriori all’uomo. Infatti, noi vediamo che il sentimento religioso, il sentimento della guida degli dei ed il sentimento della loro presenza erano immediati ed indiscussi. Naturalmente, accenno soltanto, perché devo procedere; ma ognuno può misurare nella diversa epoca le religioni nel loro carattere relativo. Noi vediamo che fino a tempi non lontani, per la maggior parte degli uomini era inconcepibile l’idea che la divinità non fosse. Vi era ancora nel loro essere qualche cosa che rimaneva attaccato come per un filo invisibile al Divino.

Naturalmente, col procedere della civiltà, col progredire dell’intellettualità’, vi è stata una compenetrazione sempre più profonda dell’Io e una connessione sempre più intima col corpo e dei sensi, così che a poco a poco, l’uomo ha potuto dimenticare la sua origine divina. Si è perduto questo rapporto e si è giunti così fino alla negazione del Divino: in questo momento l’uomo aveva raggiunto la sua libertà; vale a dire, esso era solo al mondo, era diventato arbitro del suo destino. Giungiamo così al nostro periodo attuale, nel quale si è maturato uno sviluppo organico e somatico umano, che a poco a poco, tendeva verso una maggiore materializzazione, e vi è stato anche uno sviluppo interiore dell’uomo che veniva a dare più e più importanza a quella saggezza che gli veniva dall’osservazione dei sensi piuttosto che dal sentimento religioso. Vale a dire, parallelamente all’evoluzione somatica vi era asservimento dell’Io. Qui noi afferriamo senz’altro che questo Io non potrebbe fare le sue esperienze, non potrebbe raggiungere una meta, non potrebbe essere una forma feconda nell’uomo, se non avesse la possibilità di passare attraverso ripetute esperienze di vita terrena.

Sappiamo già che la dottrina della reincarnazione è stata screditata da certi ambienti nei quali è diventata una ricerca di sensazioni orgogliose da parte di certe persone che trovano più facile essere state qualche cosa in una vita precedente, piuttosto che fare qualcosa nella vita attuale. Altro hanno voluto vedere nella reincarnazione un ritorno a concezioni orientali adesso non più adatte al nostro corpo, alla nostra attuale essenza umana, perché non si torna indietro nel cammino dello sviluppo spirituale e dello sviluppo umano. Quindi, è forse, sotto certi aspetti, una teoria screditata ma in realtà obiezioni gravi contro di essa, veramente gravi, non sono state fatte. Sono state fatte delle obiezioni contro delle interpretazioni eccessive, diremo quasi “materialistiche” della reincarnazione stessa.

In realtà se noi pensiamo a ciò che col cervello muore e che con la forza vitale, che è propria dell’individuo, se ne va tutto il mondo del suo sentire e ciò che appartiene alla sua vita intellettuale, noi vediamo che vi è poco di quella che è la personalità attuale che resta: vi è il testimone dell’esperienza, vi è un impulso determinato dall’esperienza della vita che ci spinge verso la direzione di un’altra esistenza per continuare la sua via, quella che i buddhisti chiamano la “brama”, che si reincarna, ma non è l’essere attuale, non è la personalità che si reincarna.

Questo è quello che dobbiamo tener presente, ed allora molte delle obiezioni contro la reincarnazione potrebbero cadere. In realtà come personalità vi è molto poco che possa essere riconosciuto. Vi è la spinta di una vita verso l’altra e vi è soprattutto il testimonio che ha accompagnato quella linea particolare evolutiva e che dalle esperienze ha ricavato degli impulsi e delle tendenze; e questi impulsi matureranno appunto fra una vita e l’altra, quando queste forze egoiche ridiventano una forma spirituale, perché’ s’immergono nella loro sorgente primordiale e lì, in un certo senso si riunisce quella che è la coscienza terrena con la coscienza cosmica e quindi si può maturare l’esperienza in saggezza e la saggezza in impulsi di volontà.

Abbiamo detto che l’umanità’ cammina da secoli verso una maggiore realizzazione, ossia verso una specie di appesantimento delle sue percezioni che sono sempre più rivolte al mondo dei sensi: quindi, la linea evolutiva precipita per così dire, nel mondo materiale, si immerge in esso ed è questo il momento tragico, questo è il momento che attraversiamo.

L’uomo, senza guida interiore, deve salvare se stesso e ritrovare se stesso; deve ricongiungersi alla propria spiritualità. In questo volgersi al mondo sensibile, egli ha delle tendenze, dei desideri, dei problemi che si volgono nel campo sociale ed economico, ma non porta in questi problemi il senso della sua vera aspirazione, vale a dire, quella che è la sua vera finalità. Tutto questo insieme di forze evolutive è stato messo in movimento da una volontà divina con uno scopo definito, ed è questo scopo che noi dobbiamo cercare di trovare.

Vedete, attualmente noi ci sentiamo da un lato pienamente liberi, ma da un altro lato ci sentiamo imprigionati, noi ci sentiamo liberati dalla guida divina, ma in un certo senso siamo diventati i servi della nostra personalità inferiore. Anzi, noi ci domandiamo: com’e’ possibile che la gran massa dell’umanità possa ora volontariamente cambiare strada? Noi stiamo vivendo lezioni terribili, tragiche, che potrebbero essere un aiuto ad aprirci gli occhi, ma si vede qua e là che la soluzione dei problemi è solo cercata in un campo sociale ed economico.

Oggi leggevamo sul giornale questa frase “noi abbiamo perduto il senso di quale sia il posto dell’uomo nell’universo”. Questo era messo come una delle cause della tragedia attuale e dell’impossibilità di risolvere, in modo soddisfacente, i problemi che nascono e si presentano nell’era attuale. Questo è un sintomo del fatto che tutto il problema deve essere spiegato ed essere portato su un campo integrale, il campo dell’uomo integrale: quello dell’uomo materiale e spirituale al tempo stesso.

Noi forse, avremmo perduto questa possibilità, perché non basta che uno, due o tre uomini agiscano qua e là in tale direzione, ma noi sappiamo che nella corrente cosmica è entrata una forma che può riportare in alto l’umanità’ dal suo punto di svolta e tale è il senso della redenzione. L’uomo divenuto libero, deve scegliere la sua via ed allora egli può ritrovare le stesse forze spirituali che hanno mosso la corrente umana alle origini. Queste forze spirituali possono trovarle di nuovo e salire coscientemente sul cammino della spiritualità e qui, vedete, io parlo della forza del Cristo, io parlo appunto dell’essenza della redenzione che assume un significato cosmico e può essere inteso nel suo vero e più profondo carattere. Però, per unirsi a questa forza vi deve essere un atto volontario e cosciente da parte dell’uomo, vale a dire che egli deve fare la sua scelta e sarà portato a questa scelta sia da eventi esteriori, sia da illuminazioni interiori, illuminazione che egli con la cultura spirituale può far nascere entro se stesso.

Adesso si presenta ancora un’altra domanda: “Il cammino interiore dell’umanità’ in quale direzione va?”. Prima di tutto noi rispondiamo: verso un ulteriore sviluppo della coscienza attuale. Anticamente erano le forze divine che scendevano verso di noi, ora è l’uomo che deve ascendere verso le forze spirituali mediante un allenamento interiore, mediante una disciplina interiore. Intorno a noi, accanto all’esperienza sensibile, vi sono continuamente delle percezioni che noi riceviamo e che provengono dal mondo spirituale. Il mondo spirituale è sempre attivo intorno a noi, soltanto che noi non percepiamo tutto quello che accompagna le sensazioni e che ha un carattere supersensibile perché vi è troppo disordine, troppa agitazione nella nostra interiorità e noi non sappiamo ricevere impressioni che abbiamo e ciò che sentiamo quando tentiamo di fare qualche esercizio di disciplina mentale, troviamo un caos nell’interno di noi, le associazioni si muovono liberamente mentre studiamo un tema e cerchiamo di riuscire a fissare sopra di esso la nostra attenzione. Vi sono sempre idee collaterali che si muovono contemporaneamente, vi sono reazioni che sorgono dal nostro subcosciente. In realtà, quando studiamo coscientemente, noi stessi vediamo che abbiamo molto da fare per portare ordine nel nostro mondo interno, ma pur essendo attaccati alla vita quotidiana si può giungere ad integrare la nostra partecipazione sensibile con numerose percezioni che ci provengono dalla natura, dagli uomini, da tutti gli esseri viventi intorno a noi: ciò allarga e riempie veramente la nostra coscienza.

Quando si comincia a fare luce in noi questo senso, vediamo degli uomini che come noi sono passati attraverso un gran numero di vite e che vogliono avviarsi come noi verso una meta spirituale. Se noi abbiamo una percezione più sottile, noi non sentiamo soltanto quelle che sono le voci dei loro desideri, dei loro impulsi e magari di quelli che si chiamano i loro difetti, ma sentiamo invece la loro vita interiore che cerca di riunire se stessa con la spiritualità e che, magari, ancora non si è coscientemente manifestata. Non è possibile altro che un rapporto d’amore, quando si comincia a sentire tutto ciò, non solo, ma vedete, istintivamente, l’uomo ha cercato sempre di ritrovare al di fuori di sé qualche cosa che fosse giusto, il senso della giustizia. Ora il senso della giustizia è appagato da questa concezione spirituale della reincarnazione; noi non abbiamo più quelle ineguaglianze fra esseri che hanno delle opportunità ed altri non ne hanno, fra esseri che sembrano avere tutto più facile nel loro cammino ed altri che hanno invece, tutti gli ostacoli e tutte le difficoltà, fra esseri che possono realizzare ed esseri che non possono realizzare.

Noi pensiamo che ogni vita sia una fase, un momento della vera vita dell’essere che scorre verso una nuova vita terrena e così percorre il suo cammino; noi sappiamo, quindi che le opportunità che non vi sono oggi vi possono essere domani. Non è che noi cerchiamo di proiettare al di fuori un desiderio di giustizia, ma noi sappiamo che vi è una legge di giustizia distributiva attorno a noi, come legge della vita.

Un’altra forma di soddisfazione interiore, di realizzazione di noi stessi, sta nel desiderio che abbiamo di conoscere. Uno sviluppo spirituale come quello che ci viene presentato con le possibilità di spiegare la nostra coscienza al di là dei limiti dei sensi, da’ a noi la soddisfazione di poter conoscere; vale a dire, che lo slancio verso la conoscenza non è frustrato come avviene nel mondo sensibile, nel quale troviamo limiti del mondo stesso. Noi sentiamo che possiamo andare al di là, e non è più questione di fede, ma questione di esperienza e di conoscenza.

Il senso faustiano di voler conoscere e sapere che vi è nella nostra natura non è stato portato inutilmente, ma può spingere sempre innanzi a ricercare la verità, una verità che non ha limiti che siano determinati dall’esperienza sensibile. Certo che, se nel momento attuale vi fosse un gran numero d’uomini abituato a queste idee, che si nutrissero di queste idee e che le sentissero profondamente, la soluzione dei nostri problemi sarebbe più facile. Ora si mescola molto ciò che è il mezzo ed il fine; ma in realtà anche la libertà e la democrazia possono apparire un fine, ma in realtà sono un mezzo perché tutte le voci possano levarsi e sia dato a tutti la possibilità di poter portare il loro contributo. Vi sono molti che possono ricevere dall’ambiente impulsi spirituali e devono poter parlare per esprimerli; quindi attraverso un regime di libertà, queste voci potranno levarsi, ma occorrerà che vi siano anche quelli che le raccolgono.

Noi che per molti anni abbiamo studiato antroposofia, noi che abbiamo cercato di vedervi sempre più chiaro, ebbene, sentiamo in questo momento che la forza che è in essa potrebbe avere una grande influenza nel mondo. E quelli che sono preparati a riceverla, al di là di preconcetti e di pregiudizi, potrebbe darsi che trovino appunto in essa la via per la realizzazione di un mondo migliore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASPETTI DELLA CONCENTRAZIONE (di F. Giovi)

Una immagine della saggezza estremo-orientale paragona il ciclo samsarico della vita e della morte al cerchio esterno di una ruota che gira incessantemente. L’attenzione viene poi portata al mozzo della ruota, al punto che si trova al centro del mozzo. Punto che non gira, attorno al quale raggi e cerchio sono mossi.
È una immagine sapienziale assai semplice, ma chi spesso la ripensi o la mediti trarrà forse da essa diverse impressioni animiche, anche importanti, essendo caratteristica peculiare delle frasi o immagini comunicate dalle vere sorgenti spirituali la capacità di stimolare diversi livelli di intuizione conoscitiva.
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Poiché l’attuale configurazione dell’entità umana riconosce se stessa anzitutto nel possedere una autoconsapevolezza sostenuta dal pensiero, sarà la realizzazione di un Io pensante, non soggetto alle categorie del mutamento, il centro del mozzo che andrebbe cercato. L’esercizio della Concentrazione è il modo piú semplice e diretto per afferrare il punto “stante e non cadente”, il principio permanente oltre l’illusione dell’apparire.
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Ricollegandoci con il filo dei temi trattati nel precedente articolo, osserveremo che tra molti si è come depositato il giudizio che la Concentrazione coincida in pratica con l’esercizio del controllo del pensiero.
Tralasciando come artefatte l’indignazione e le puntualizzazioni che, dalla conoscenza di questa commistione, vengono manifestate in scritti quali Note introduttive all’esercizio interiore (Ed. Antroposofica, pp. 10-11), per chi conosce solo ad un certo grado gli scritti di Steiner e Scaligero, una certa confusione c’è e persiste perché non si riesce a trovare nell’opera di Rudolf Steiner il canone della Concentrazione descritto da Massimo Scaligero, mentre, da un punto di vista pratico, la ricostruzione in pensieri di un oggetto sensibile appare simile a quanto viene insegnato dal Dottore come esercizio di controllo del pensiero.
Per le opinioni, settarie e conformiste, coltivate in certi ambienti, tale somiglianza è la prova di una inammissibile mistione e contraffazione.
Perciò crediamo sia bene chiarire che la Concentrazione e il controllo del pensiero sono due esercizi diversi.
Il controllo del pensiero, come fu dato da Rudolf Steiner ne La Scienza Occulta, o ai discepoli della Scuola Esoterica con il II e III tempo, è organicamente connesso ad altri esercizi (atto puro, equanimità ecc.) e concorre a formare e destare nella costituzione umana delle particolare correnti di vita eterica, come del resto è già stato scritto su questa rivista, da diversi punti di vista, in maniera vasta ed esauriente.
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La concentrazione, come viene ripercorsa in ogni segmento del suo canone e illuminata nel suo significato generale in tutte le molte opere di Massimo Scaligero, trova l’originaria, cristallina sorgente (per chi intuisca il senso di una “trasmissione” sovrasensibile) nel contenuto degli scritti gnoseologici di Rudolf Steiner (in particolare vedasi il III capitolo de La Filosofia della Libertà) dove l’indagine filosofica priva di preconcetti trova nel pensiero l’elemento finora trascurato dell’osservazione compiuta del fenomeno. Da cui deriva la necessità di conoscere il pensare stesso.
Dovrebbe essere chiaro come il sole (ma non lo è quasi mai) che non si tratta di osservare il flusso dei pensieri che naturalmente attraversa la coscienza, ma di risalire a contemplare il pensiero quando non sia ancora divenuto casa, albero, telefono o qualsiasi altra cosa. Come abbiamo scritto nel precedente articolo, si tratta perciò di osservare il pensiero che abbia solo se medesimo come contenuto. Con ciò si indica un’impresa che non può essere attuata dall’indagine filosofica, ma che esige piuttosto una difficile disciplina interiore: un lavoro ascetico.
La Concentrazione è l’arte pratica che può condurre a tale, eccezionale, esperienza.
Perciò, nella concretezza di un lavoro interiore, la Concentrazione principia da una sensata somiglianza con il controllo del pensiero (pensiero che, per fare la concentrazione, non può non essere controllato!) ma si caratterizza subito come ricostruzione in pensieri del concetto di un oggetto sensibile.
Quando la ricostruzione termina, la Concentrazione continua, anche avvalendosi di una immagine nella misura in cui questa esprima il concetto. L’insistenza volitiva dell’attenzione sul concetto coscientemente rianimato è l’esercizio della Concentrazione, che sarebbe stato impossibile senza un robusto sforzo di dominio sul flusso pensante.
Chi, per sua benigna sorte, non è attratto dalle “accademie dello Spirito”, potrà anche ritenere le precedenti distinzioni alla stregua di una gran perdita di tempo, eppure il non confondere i due esercizi ci permette una maggiore attenzione per non arrestare la Concentrazione al suo inizio.
Con un lucido esame del proprio lavoro, non pochi ricercatori si accorgeranno di avere quasi sempre concluso l’esercizio al termine della ricostruzione in pensieri dell’oggetto, proprio dove inizia la vera Operazione, con un di piú di volontà e coraggio, per dedicare tutta la coscienza ad un unico, dominato, pensiero.
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Coloro che prima di accostarsi alla disciplina indicata dalla Scienza dello Spirito hanno seguíto un tirocinio yoghico, hanno anche potuto sperimentare su di sé, con notevoli tribolazioni, la differenza sostanziale che intercorre tra la Concentrazione tradizionale e la Concentrazione attiva, idonea alla coscienza contemporanea. A pagina 144 del suo libro Dallo Yoga alla Rosacroce, Massimo Scaligero scrive in merito: «La differenza c’è ed è determinante: chi la ravvisa è salvo».
Nella concentrazione tradizionale l’asceta, seguendo le indicazioni della disciplina adottata, spegne con adeguate tecniche l’attività della mente (positure, ripetizioni mantriche, respiro modificato, fissazione dello sguardo ecc.), porta allo zero ogni moto individuale al fine di giungere presso una immobilità inegoica che permetta l’azione dello Spirito universale.
Alla luce della coscienza contemporanea dovrebbe però risultare palese che negli insegnamenti antichi vige l’annientamento dell’ego, considerato, non a torto, l’alteratore della realtà e l’artefice dell’illusione. L’ego era temuto, e qualcosa è rimasto anche ai nostri giorni, quando ad esempio si usano a getto continuo la parole del Maestro, evitando cosí ogni responsabilità personale. L’uomo moderno è mutato dai tempi antichi e, parafrasando un noto proverbio, quando fa lo spiritualista rischia di gettar via l’Io insieme all’ego.
La presenza del Logos nell’Io e il manifestarsi dell’Io nell’ego, secondo una fenomenologia spirituale immanente all’attuale coscienza, non trova riscontro nell’insegnamento tradizionale, ma sembra poco avvertita nelle anime degli attuali cultori dello Spirito.
Esemplificando ciò che sembra un paradosso, possiamo dire che l’attuale soggetto umano possiede due volti diversi su una sola testa: l’Io subordinato agli istinti e passioni è l’ego, l’ego che si costringe ed esegue il canone della disciplina è l’Io. L’asceta non deve temere l’ego, perché in quanto Io è il soggetto del dominare il pensiero, del determinare la pura azione; è parimenti colui che cerca il Vero, la via della Libertà, le discipline piú appropriate.
Si inizi da ciò che si è e non dalla rappresentazione di un Io, nobile ed elevato, sempre fuori, sempre oltre se stessi. E ancora: se l’ego riesce a strappare dai sotterranei di Arimane il potere del pensiero esatto e rigoroso senza divenirne un succube compiaciuto, è l’Io che opera; se l’ego è capace di innalzare l’anima alla bellezza e alla gioia senza estasiarsi nell’ebbrezza dei cieli luciferini, è azione dell’Io.
L’ego è l’Io riflesso finché vige il pensiero riflesso: la Concentrazione, ove superi il pensare riflesso, diviene opera dell’Io puro.
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I primi passi nella Concentrazione eseguita secondo il canone del tempo sono “atletici” piuttosto che mistico-ieratici. Chi è stato sportivo conosce la differenza tra lo sforzo e il riposo: chi inizia la Concentrazione e trova il riposo, sta sbagliando. La Concentrazione (e il soggetto) deve innanzitutto liberarsi dall’inerzia psico-fisica (di solito ciò diventa una prolungata e sofferta schermaglia), impresa sempre troppo poco evidenziata giacché per molti è già un muro quasi invalicabile. Qui vale sempre lo stesso consiglio: sedersi e fare, non permettendo al corpo e alla psiche nemmeno un attimo di indulgente libertà. Da questo assetto di base si prosegue volendo pensare, a tutti i costi. È essenziale mantenere durante tutto l’esercizio i pensieri voluti e la volontà di pensarli.
Dopo la ricostruzione, in cui si raccoglie sempre piú vivo tutto il pensiero, è sufficiente pensare un unico pensiero, equivalente di fatto a tutti i pensieri pensabili, purché venga, attimo dopo attimo, nuovamente pensato. Non ci si adagi su di un pensiero, ma si rinnovi costantemente l’atto sorgivo del suo apparire nella coscienza.
Ripetiamo: non ci si abbandoni all’immagine, non si abbandoni l’immagine, ma si continui con calmo impeto a rievocarla, senza perdere per strada il concetto enucleato.
Il fuoco dell’attenzione cosciente verso il concetto non deve subire interruzioni, purché venga sorretto in profondità da una “volontà di andare avanti” a cui la possibilità della resa, dell’arretramento su precedenti posizioni, sia assolutamente ignota.
Sino alla consumazione del concetto, in quanto concetto di qualcosa, ossia di tutte le cose.
Allora si instaura uno stato superiore di Silenzio in cui l’astrale inferiore con l’ego è deposto, o restituito alla Quiete.
Il flusso del pensiero, liberato dai pensieri, con una concretezza che il materialismo non ha mai trovato, si riempie di Volontà, come una diga aperta riempie di liquida e impetuosa possanza la valle sottostante. Può essere chiamato pensiero, ma non è piú pensiero: nella sua forza ci si sveglia dal sonno della coscienza sensibile, trapassando in un veicolo di vita-potenza presso quel mondo che fu chiamato nei Tantra il regno della Shakti universale.
Ma per ora accontentiamoci di rintracciare i sottili passaggi nella massiccia muraglia del carcere platonico.
Poiché non crediamo salutare e produttivo per l’anima il cullarsi nelle illusioni, non va dimenticato che a causa di un complesso retroscena sovrasensibile (ben conosciuto dalla Scienza dello Spirito) l’opera di reintegrazione interiore, negli ultimi decenni, si è resa progressivamente piú difficile poiché oggettivamente impedita da un moltiplicarsi di attacchi all’entità umana, in particolare contro l’albeggiante “anima cosciente”. A causa di ciò per tanti sarà un compito eroico non già il superare le “prove iniziatiche” ma il solo passaggio dalla conoscenza elementare delle indicazioni fondamentali di Scienza dello Spirito ad un inizio corretto e conforme di disciplina attiva.
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Durante il nostro cammino di viandanti della Conoscenza può accadere (e accade!) che l’Essere dell’Io, il Principio, conceda un suo gesto all’anima: allora crollano le barriere, per un attimo si partecipa ad ogni vittoria. Il continuo inestricabile nodo del dolore umano con l’illusione dei fatti si scioglie e disviene. Ogni cosa acquista una raggiante trasparenza, anche e soprattutto l’anima e il corpo. Poi lentamente ritorniamo alla tenebra del mondo. Però qualcosa è cambiato. D’ora in avanti il nostro cuore saprà, senza incertezze, che per Qualcuno, assoluto e desto alla radice di noi stessi, nulla è impossibile.

 

Franco Giovi

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Immagine in alto: La ruota cosmica al cui centro è la Terra, perno del mondo, secondo la visione di Hildegard von Bingen, dal Liber Divinorum Operum, XIII secolo

Per gentile concessione de www.larchetipo.com

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

CATARSI

9 GIU 2013 FK 026 - Copia

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IL MALE CHIEDE DI ESSERE AFFRONTATO DA UNA POTENZA TANTO INTENSA NELL’IMMATERIALITA’ QUANTO E’ INTENSA LA DENSITA’ TRAMITE CUI AGISCE.

NELL’IMMATERIALITA’ NON VI E’ ALTRO POTERE REDIMENTE CHE LO STRAZIO DEL CUORE MENTRE PENSANDO VIVE IL MALE  E LO DISSOLVE.

UN TEMPO FU L’OFFERTA DEL SENTIRE CHE NEL CELESTE RESPIRO DEI MIGLIORI

ATTRAVERSO SDEGNO E SACRIFICIO POTEVA COLPIRE IL MALE.

ORA NEL DESERTO ESTREMO DI OGNI SENTIRE O NELLA MORTE DI OGNI SUO POTERE DI UNIFICANTE INTENSITA’ :  SOLITARIO REGNA IL PENSARE.

SOLITARIO ED ASSOLUTO CUSTODE DI UNA INCONCEPIBILE MAESTA’

CHE E’ TANTO SOVRUMANA QUANTO PIATTA E BANALE APPARE LA SUA TROPPO UMANA VESTE SPONTANEA.

SE IL PENSARE SI INNALZA OLTRE LE PAROLE MEDIANTE CUI SI AFFACCIA ALLA COSCIENZA

OTTIENE LA FOLGORE ED IL TUONO

LA CATARSI E LA PIETA’

IL FUOCO DISSOLVENTE CHE RIEDIFICA IL PASSATO

MENTRE SCOLPISCE A NUOVO IL FUTURO CHE SI APPRESTA.

VIVERE PENSANDO NEL VEDERE IL MALE

MENTRE LO SI PONE AL COSPETTO DI CIO’ CHE LO REDIME

E CHE ABITA NELL’AUREO ALONE CORONATO

POSTO AL DISOPRA DELLE NUBI CHE ASSEDIANO L’IDEA.

IN ALTO UNA VIRTU’ LAMPEGGIA NELL’IMMATERIALITA’ D’IDEA

NELLA SINTESI PIU’ LIEVE

NELLA FLUTTUANTE POTENZA FORMANTE IN CUI IL SIGNIFICATO E’ ASCESO

E CHE CONTINUAMENTE OCCORRE RICREARE.

TALE VIRTU’ E’ CIO’ CHE SVELA IL MALE COME TALE

E CHE NE SVELLE OGNI DENSITA’ VOLENTE DA CUI COMUNQUE SCATURIVA.

TALE VIRTU’ E’ IL VIVENTE METRO DI OGNI BENE

IL PARAGONE INVITTO CHE NELL’UNITIVO POTERE DEL CONNETTERE

MANIFESTA IL LOGOS DEL SOLO CONCEPIRE.

FIAMMA VIVENTE DELL’ORDINE LOGICO CHE ARTICOLA IL PENSARE.

QUALITA’ VIVENTE E UNICA CHE UNISCE LA LIBERTA’ DELL’UOMO AL DIO.

AUREA DIVINITA’ CHE INFINE PER ATTIMI NELL’UOMO SI REALIZZA

TRASPORTANDO NELL’ETERE SOLARE CIO’ CHE CONOSCENDO VIENE TRASMUTATO.

E POI REDENTO.

AVE TRAVASO ETERICO DEGLI ENTI IN CUI L’UMANITA’ DAL SOVRUMANO AGISCE.

NELL’ATTO DEL PENSARE CHE ATTRAVERSO GLI OSTACOLI AL SUO FARSI SINTESI

REALIZZA ESSENZE IMMATERIALI DA CIO’ CHE FU DENSISSIMO OLTRAGGIARE.

NELL’UNIFICATA VAMPA DEL CONTEMPLARE L’ATTO LOGICO CHE VIVE

L’ANIMA LIBERATA SVELA QUANTO DI ORRIBILE VIENE RISANATO.

CATARSI NELL’ATTO LOGICO INFINITO

CHE NEGLI INFINITI LIVELLI IN CUI S’ATTUA :

E’ RITO.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

COMUNICAZIONI DA SIGWART – 7

Botho_Sigwart_conde_de_Eulenburg - Copia

 

21 dicembre 1930

 

Dopo l’esecuzione della “Sonata di Natale”, composta da Sigwart e suonata da una delle sue sorelle

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I suoni di Natale che un tempo risuonavano sulla terra, continuano a riecheggiare; risuonano ora nelle nostre sfere e impregnano lo spazio che vi circonda e ci circonda.

I suoni che ci uniscono sono stati creati un tempo a partire dallo spirito e sono stati incorporati nella materia; al presente, divenuti dei luminosi legami alati, tessono i fili che ci uniscono.

Formano una rete che, dolcemente, si posa su di noi. Festeggiamo insieme il Natale, perché le sacre cerimonie, i cui irraggiamenti impregneranno le nostre sfere, sono già iniziate.

Il suono delle campane si rivolge ai cuori degli esseri umani per innalzarli verso l’alto, verso le regioni dello spirito in cui saranno santificati e purificati per la santa notte di Natale.

Ascoltate, il suono delle campane si rivolge anche a voi!

 

17 febbraio 1931

Miei cari, oggi posso infine parlarvi e dirvi ciò che riempie interamente il mio cuore. Improvvisamente, mentre mia sorella eseguiva la mia Sonata (opera composta in trincea da Sigwart poco prima del suo decesso), mi sono ricordato dei momenti che ho vissuto creandola.

Anche se occupato da un duro lavoro, finché la componevo, ho vissuto tuttavia dei santi momenti .Luminosi sentimenti di felicità mi circondavano – non quella che gli esseri umani chiamano “felicità”-, no, qualcosa del tutto diverso si era impadronito di me.

Ora che siete dei saggi, miei fratelli e sorelle, posso ben dirvelo: all’epoca sapevo perfettamente che questa musica sarebbe stata il mio” canto del cigno”.Per questa ragione mi è stato dato di conoscere l’esperienza più alta che l’essere umano possa vivere e sentire nella sua esistenza terrena: il distacco assoluto e il presagio del volo verso i mondi superiori.

Credetemi, quando ho composto l’Adagio, ho pianto! Nel momento di prendere congedo da questo mondo, che avevo conosciuto nel suo aspetto più luminoso, il mio cuore si mise a tremare.

Avevo quasi voglia di fuggire, di scappare all’obbligo di creare, di strapparmi a questo commiato che, a poco a poco, prendeva forma. Ma essa mi teneva con una forza inflessibile, e un comandamento venuto dall’alto, mi ordinava di perseverare per finire quest’ultima opera nella quale stavo riversando il sangue del mio cuore, ma mi sembra che al presente siete forti abbastanza per poter ascoltare serenamente questo racconto.

Ho vissuto ore difficili a causa della tristezza che provavo nel dover lasciare tutto.

Il mio amore per la vita era immenso, perché avevo vissuto il cielo sulla terra. Ero capace di gioire intensamente della vita, ed ero più spesso trasportato dall’allegria che dalla tristezza.

E’ necessario che sappiate questo, affinché comprendiate ciò che sentivo quando creai la mia ultima opera. Essa non cessa di attirarmi e di collegarmi a voi, così come tutto ciò che mi era caro.

Fermiamoci qui per oggi, perché questa comunicazione mi ha troppo emozionato.

Con il mio profondo amore.

 

23 febbraio 1931

In quest’ora, qualcuno che non ha mai comunicato con voi si rivolge a voi, ascoltatelo!

Io, Sigwart, taccio.

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Il Messaggio del Maestro.

 

Voglio darvi conoscenza oggi, di un grande sacrificio d’amore che è stato fatto per voi.

Un tempo camminavate insieme sul sentiero terrestre cosparso di spine.

Uno dei vostri è uscito dal gruppo e vi ha lasciati. Circondato dai raggi del vostro amore, questo spirito di Luce è venuto a noi animato dall’intenso desiderio di dedicare ad una sacra meta le fiamme che il suo cuore nutriva. Il suo desiderio era così forte, che fu toccato da un raggio di benedizione divina sorto dai mondi più luminosi.

Ricolmo di felicità si prostrò, perché questo raggio gli dimostrò comprensione per l’esaudimento del suo desiderio. Raggiante, prese conoscenza di un compito enorme, santo e impregnato dalla presenza del Divino.

Quando egli divenne pienamente cosciente del compito che prendeva su di sé…. nel nostro spazio celeste risuonò il suo “SI” , grande, vasto, che espanse in tutte le sfere.

Così ebbe inizio la grande opera alla quale voi siete associati e alla quale, più tardi, molti altri si aggiungeranno. Un’ onda, nata dalle sfere più alte, impregna la sua entità che è divenuta amore.

Essa passa attraverso di lui con una forza di qualità così elevata, che le sue parti più luminose e fini si staccano da lui e trovano le vostre anime e i vostri involucri spirituali. Così vi impregna della sua entità che diviene una parte del vostro proprio Io.

Fiamma egli si offre a voi, affinché il fuoco rimannesse presso di voi. Tali azioni sono rette da alte Leggi: ora non gli è più permesso di lasciarvi prima che l’opera della vostra liberazione sia compiuta!

Potete dunque considerare che colui che voi chiamate “vostro” è veramente incorporato in voi.

Si tratta di un’opera di liberazione per amore – un’opera di valore inestimabile.

Avendo voi il privilegio di vivere questo, potete essere certi di essere stati colmati di favori divini.

Tuttavia, la vostra riconoscenza non deve limitarsi all’amore; deve essere animata dalla volontà di liberare a vostra volta questo salvatore, con la vostra propria elevazione e crescita.

Nel grande momento in cui vi avrà portati tutti alle sue altezze, alle cime rosseggianti, nell’istante in cui sarete maturi per unirvi a lui, alla sua entità, egli sarà libero!

Libero di elevarsi come gli dei! Allora il vostro lavoro, il vostro amore e ciò che avete creato saranno le fondamenta che gli permetteranno di spaziare liberamente nelle altezze e in direzione di infinite lontananze celesti.

Ho potuto annunciarvi questo oggi perché, ora che voi provate e sapete elevarvi poggiando sulle vostre forze, vi è permesso di accogliere in voi questo santo mistero.

Mostratevi degni della grazia che ho potuto concedervi, che consisteva nell’aprire i vostri occhi!

Io sono, unito con Sigwart, vostra guida e lo sarò fino a quando la sua missione sarà compiuta. Non dimenticate mai questa grande ora. Ci rivedremo il giorno in cui, inondati di luce, lui e voi confluirete in una unità che non avreste mai immaginato.

Sono l’Istruttore e il Maestro di Sigwart ,così come il vostro.

Amen!

 

1 giugno 1931

Si, è Sigwart che parla. Sì, ora siamo in contatto. Devi trasmettere le mie parole, ho spesso bisogno delle tue vibrazioni più sottili: quando esse sono compenetrate di pensieri, devo attendere.

Vorrei dare a tutti una comunicazione, come ho sempre fatto nell’anniversario del mio richiamo nell’altro mondo, nell’anniversario del giorno in cui ho dovuto lasciarvi.

Si è compiuta una profezia degli antichi tempi, nei quali noi vivevamo insieme sulla terra. Non eravamo una famiglia: fratelli, sorelle, genitori dello stesso sangue, ma una comunità.

Successivamente sono arrivati altri tempi in cui dovetti lottare molto e in cui il nostro reciproco amore spirituale si infiammò. E’ stato necessario vivere e sopportare tutto ciò per trarne insegnamenti e maturare.

Dopo questo ebbe luogo la santa promessa, il sacrificio che io ho compiuto per voi. Ho pronunciato quelle parole in un momento solenne, in ricordo del grande amore che ci univa.

Con la forza della sacra volontà, quel momento è rimasto vivente per millenni.

Quella promessa fatta da così lungo tempo, ora è compiuta!

Sappiate che il desiderio di compiere delle azioni importanti ha la forza di sussistere per dei millenni. Questa promessa non l’ho fatta nella mia ultima vita – oggi mi è permesso dirvi questo-

essa è stata fatta molto, molto tempo prima. In quei tempi, le forze magiche degli esseri umani erano molto sviluppate, la passione ardente per una santa causa agiva con la forza originale che è propria agli dei.

Oggi volgete lo sguardo verso il passato e sentite -non ne verrà che un leggero oscuramento- quella grande esperienza che avete vissuto allorché uno tra voi si è creato lui stesso il suo Karma con il suo sacrificio e con la sua volontà impregnata di santa forza e di gioia, che non sono mai impallidite nel corso di molte vite.

Sì, la felicità e la gioia furono le conseguenze di questo sacrificio compiuto volontariamente.

Valeva la pena che facessi il sacrificio? Giudicate voi stessi.

La mia volontà ha aspettato millenni per ottenere lo scopo che si era prefissata. Ha vissuto fino al momento del compimento. Ora il bocciolo è diventato fiore: in questa vita, in quest’epoca nell’ambito dell’unione che questa volta noi formiamo.

Oggi, nell’anniversario del compimento del mio desiderio che risale a migliaia di anni, volevo e avevo il permesso di raccontarvi questo, dopo che il nostro grande Maestro ve ne ha già dato conoscenza. Immergetevi profondamente nelle mie parole…silenziosamente…. lasciate agire le vibrazioni intorno a voi…allora vi ricorderete….vedrete delle immagini che si riferiscono all’origine del grande giorno.

 

Oro solare

Poi porpora incandescente

La notte cade.

 

L’oscillare e la danza di migliaia di partecipanti nelle loro ampie vesti… nuovi fuochi vengono accesi…

una pietra piatta è stata scaldata e su di lei viene versato del profumo….

Silenzio solenne…..allora io parlai

All’inizio la mia sola voce, poi il mormorio del cuore….

 

La folgore cadde e suggellò il mio giuramento

 

Il seguito fu un amore immenso e la grande devozione di cui avete tutti avuto prova.

 

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Cari amici di Eco, termina qui il mio lavoro di trascrizione di alcune comunicazioni “dall’aldilà” di un’anima molto evoluta.

Egli ha avuto la forza ed il privilegio di mantenere il contatto con la terra per lunghi anni dopo la sua morte, tramite una delle sue sorelle, con il gruppo di familiari e amici che si erano  raccolti intorno a lei.

Il modo di esprimersi, a volte, può sembrare un po semplice, (dobbiamo tener presente che c’è di mezzo anche una traduzione), ma i contenuti, per chi ha letto le numerose conferenze tenute dal dottor Steiner sulla vita dopo la morte, concordano in maniera stupefacente con quanto viene comunicato da Sigwart! Molto altro viene raccontato di alto e importante; gli interessati, ora, dovranno attendere la traduzione e la stampa ufficiale…. prima o poi arriverà!

Mi auguro che questo mio modesto lavoro, sia riuscito a portare un po di consolazione e di coraggio in chi ne aveva bisogno…. credo in tutti noi!

ALTRO, SIGWART ( a cura di Mar_zia )

EQUANIMITA' E DINTORNI

bilancia

Sembra che l’approccio disciplinare verso la sfera del sentimento sia ancora più ostacolato e confuso di quello che dovrebbe essere l’esercizio di fondamento ossia la Concentrazione, anche quando essa sia vista riduttivamente soltanto come una decente padronanza del mondo dei pensieri senza l’assistenza delle cose sensibili.

In Eco scrivo volentieri riguardo l’asse operativa che si costituisce tra pensiero e volontà e che, sebbene un po’ alla buona (però non c’è limite alla sua intensificazione), può essere interpretata, almeno finché non si sia capaci di…sopravvivenza nella vera Concentrazione, come la risultanza del potenziale che si sviluppa nell’interazione tra il I ed il II dei cinque esercizi ausiliari (controllo del pensiero e atto puro).

A dire il vero, non faccio mistero del fatto di essere convinto che la Concentrazione sia completamente sufficiente per raggiungere la massima reintegrazione concepibile e concessa all’uomo di questo periodo storico e spirituale.

Basta che la Concentrazione non venga rappresentata come un liscio palo verticale:essa è piuttosto un albero con i suoi rami: se c’è l’albero (Concentrazione), crescono di pari passo pure i rami (il silenzio con i suoi diversi gradi, a cui segue un certo distacco dall’inerimento col sensibile che dà mobilità al corpo eterico che permette di cogliere il quid creativo presso le cose create: perciò l’inizio dei risultati della percezione pura, ecc.).

Ditemi se è poco! Inoltre è dalla Concentrazione che risultano altre eccelse attività dell’anima, come, ad esempio, la Meditazione e la Contemplazione che non vengono comprese o fatte male specialmente per la carenza di quanto si può formare nell’anima con la Concentrazione.

Ma questa era una parentesi, mia sebbene condivisa da altri amici che seguono la medesima pratica. Su Eco non è condivisa da tutti, ma restiamo amici lo stesso.

Ora ritorno ai cinque.

E qui poi le cose si complicano. Sempre che non si consideri l’”equanimità” come una sorta di placido e saggio atteggiamento cerchiobottista verso le opposte fasi della vita pratica. Ma per questo ruolo mi pare giochi molto il carattere e l’immaginazione personale, nella quale ci si veda come bonari arbitri che, stando alla finestra, sanno dare ragione a tutto e a tutti.

Questione di gusti…il solo “ma” è dato dalle grandi difficoltà che si hanno, che sorgono appena si tenti di far fare onestamente una virata “innaturale” al corso ordinario delle potenze dell’anima. Allora si avverte di essere entrati in zone pericolose, dove manca il terreno sotto i piedi e soffiano fortissimi venti contrastanti. Infatti i tentativi di dominare direttamente la zona del sentire che è condominio di possenti forze extra-umane di vita che ci subaffittano un certo uso, è pura follia: la zona toracica è intessuta alla corporeità che è per il soggetto ordinario una inavvertita sostanza di brama.

Tale brama non è avvertita, tanto che uno può giudicarsi assai poco bramoso di questo e quello, anche di ogni cosa, eppure è manifesta come è manifesto il bisogno di respirare: dal primo vagito all’ultima espirazione. Non a caso, nella Concentrazione profonda, nella meditazione profonda o nella contemplazione succede che il respiro si riduca al minimo e persino cessi per brevi momenti. Ancora oltre, esso cessa completamente poiché si accende il misterioso circuito della respirazione interiore. Swedenborg conseguì una vasta veggenza in concomitanza a tale accensione.

Se qualcuno ha letto le indicazioni del Dottore date per gli “Esercizi principali” della Scuola esoterica, ha potuto osservare come i brevi mantra da concentrare su specifiche zone corporee siano sostenuti da una specie di controllo del respiro, suddiviso in porzioni di tempo praticamente inverse rispetto al pranayama tradizionale e alle sue salutistiche traduzioni moderne. A rispettarne i tempi, specie nella seconda versione, ci si scontra con l’auto-soffocamento: lì avvertiamo in noi l’urlo incontrastabile della immensa potenza della brama di vita.

Il cuore delle discipline che riguardano il sentimento è sempre un prudente, progressivo e indiretto arresto del passivo sentire personale (perché lo sentiamo così prezioso? A causa di un equivoco: poiché è indissolubilmente intrecciato con la nostra percezione della vita, allora lo confondiamo con il fondamento di noi stessi e con la verità più assoluta).

In effetti l’impersonale sentire (il termine stesso indica una peculiare attività) è il grande organo di percezione: se liberato dalla deformante contrattura personale esso percepisce la vita dell’Infinito e le Forze e gli Esseri che a buon diritto agiscono archetipicamente nel cosmo. Come il raggio di un faro nel buio della notte, esso illumina lo “spazio” dello Spirito. E’ un organo elettivo di percezione dello Spirito.

Esso diviene attivo anche nei mistici, in cui non essendosi operata la netta separazione tra coscienza pura e personalità, tra potenza estracorporea del pensare e le forze organiche, diviene una capacità spuria, nella quale la visione obbiettiva e la vicenda personale (sensazioni e sentimenti) sono mescolate e sfrenate. Ciò al punto che, come in basso lo scoppio dell’ira ci porta via, così in alto, nel mistico, l’eccesso emotivo cancella l’Io dall’apice dell’esperienza.

Rileggete con attenzione le parole dello Steiner nei riguardi dell’equanimità: “L’anima deve soltanto arrivare a dominare l’espressione della gioia e del dolore, del piacere e del dispiacere”.

A meno di non atteggiarsi stupidamente imperturbabili, se si tenta davvero una simile disciplina, scorrerà del sangue (animico) per molti anni, prima di giungere a essere dotati dell’intima calma di cui il Dottore scrive in qualche riga successiva, mentre si diviene “più ricettivi di quanto prima non si fosse,per tutta la gioia e il dolore che ci attorniano”. E, per l’appunto, ciò non è possibile fintanto non ci si renda capaci di sollevarsi oltre il proprio astrale.

Scaligero consigliava di iniziare avvertendo l’irrealtà delle tragedie, commedie o farse umane, in maniera di separare quello che succede intorno a noi dal nostro sentimento personale, lasciando che ogni cosa possa scorrere secondo la sua propria dinamica davanti all’anima che vede ma lascia che tutto accada poiché così deve accadere.   Più che un semplice esercizio – pochi minuti e via – è un lento lavoro di separazione della luce dal fuoco che va fatto all’interno senza metterci le mani. La “separazione del sottile dal denso” dura tutta la vita.

Però è possibile ed augurabile fare dei fruttuosi tentativi, come scrive Scaligero nelle poche pagine di un libretto che circolò dappertutto (Massimo diede una lavata di capo ai zelanti amici che lo avevano stampato a causa del suo anonimato) in cui consiglia di dare un breve stop alla reazione emotiva. Pure ciò non è per niente facile, per la qual cosa sarebbe meglio prepararsi con brevi e vivaci immaginazioni di situazioni in cui rimanere distaccati, ossia non permettendo l’immancabile reazione. Del resto Scaligero mi disse che quasi tutti gli esercizi avrebbero dovuto essere preparati meditativamente.

Questa equanimità può essere avvertita come un impoverimento per la propria anima, però se viene compresa a fondo, non è rinuncia ma via di conoscenza: divenire tanto tersi da poter afferrare le forze che stanno dietro le passioni. Faccio il più classico degli esempi: finché aderisco col mio sentire al ossessivo attaccamento umano generale alla natura inferiore (Prakŗti), finché mi sento coinvolto e leso dall’ingiustizia, dalla falsità, finché prendo sul serio la cattiveria e le passioni altrui, rimango giocato dall’illusione. Che consiste nel fatto che non riesco a cogliere le realtà che mi vengono incontro, nella misura in cui la mia reazione cala un velo di cecità sui miei organi percettivi interiori.

Abituarsi dunque alla solitudine ed al silenzio, e da questa profondità dell’anima volgersi verso fuori. Osservare, con una crescente meraviglia ed indulgenza, la ferrea immedesimazione degli uomini, nella illusione rappresentativa. Sorge allora il senso della vanità dei sentimenti incontrollati ma, da un punto di vista diverso, controllatissimi perché obbliganti secondo leggi non dissimili dalle oggettive leggi naturali.

E’ vero che le azioni degli altri possono giovarmi o nuocermi, ma questo sempre più non è il motivo per il quale debba, per forza, provare dei sentimenti verso di essi.

Scaligero ricordava spesso una frase di Lao-Tzë: “Il saggio è buono coi buoni, buono coi cattivi” (questo non significa, come i superficiali pensano – ma che Bernardo da Chiaravalle ben sapeva e insegnava – che le carezze debbano sostituirsi agli sganassoni ma piuttosto che questi vengano somministrati con conoscenza e compassione commisurata all’energia del loro impatto)

Così, lentamente, i moti paralizzanti dell’ego vengono allontanati dalla sfera del sentire e la sua forza, non alterata, si ridesta come una potenza pura, originaria, in cui l’autocoscienza può espandersi. In effetti non più come “emozione” ma come “manifestazione di vita” del nostro essere, in comunione con enti celesti che operano magicamente nelle altezze e negli abissi cosmici della nostra anima e dell’Infinito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – GENNAIO 2014

anno19n1archetvr

erode

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 59

Socialità
L.I. Elliot Nutrire il drago

Poesia
F. Di Lieto Nel giardino d’inverno

Economia
T. Diluvi Oltre misura

AcCORdo
M. Scaligero La terapia dell’Amore umano

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e Arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Nel principio e cosí sia

Leggende esoteriche
R. Steiner Il mistero dei Rosacroce

Il Maestro e l’opera
I. Stadera Il potere solare del pensiero

Testimonianze
M.G. Moscardelli Danza Il mio ricordo di M. Scaligero

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Spiritualità
R. Steiner I figli di Lucifero

FiloSophia
Y. Uchiyama Dedizione ascetica

Inviato speciale
A. di Furia Un detto proverbiale di nonno Berlicche

Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Antroposofia
R. Steiner Nascita della luce terrestre…

Costume
Il cronista Offshore

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
O. Tufelli Il deserto di Atacama

Arretrati

Link

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA RUOTA DEL TEMPO

 stelle

 

Mille vite ho già vissuto!

Nei sepolcri ho abbandonato

molte ossa: son tornato,

ed ogni volta ho veduto

nuovo il mondo.

E più non torno

a mani vuote.

Ma pianto

in ogni riso, in ogni pianto

l’Eternità del mio giorno.

(L. Caffarelli)

*

Cari Amici di Eco, auguro a tutti voi un anno spruzzato di VERO di BUONO e di BELLO!

POESIA

CANI, UOMINI E BESTIE

                       cora sola                                

Il mio ultimo cane è una biondina, un po’ piccola per la sua razza, ma è leggera e veloce. Ora ha compiuto tre anni: dicono che ormai, rispetto al bambino lei resterà così, ma ciò non è vero, contrasta col fatto che impara sempre cose nuove. Magari per associazione.

Uno dei suoi più grandi divertimenti consiste nella lotta con i quadrupedi pelosi che ci stanno. Assisti ad un continuo intrecciarsi di corpi, zampe, zanne e code e devi schivarti spesso poiché un furibondo rotolamento di 60/80 e più chili può spezzarti una gamba. Può succedere che uno dei due sia irrefrenabile, più eccitato. Cosa si fa allora? Ognuno dei padroni afferra il proprio peloso e gli ordina il ‘seduto’. In meno di un minuto, già stanchi e soddisfatti, riprendono la loro attività primaria: immergersi nel  vasto e misterioso mondo degli odori.

Sono solo cani, perciò abbaiano poco, non si mordono per farsi male e rimangono amici.

E se non c’è amicizia? Qualche impercettibile segnale (un movimento della coda, il rizzarsi dei peli dorsali, un sordo ringhio) e ognuno per la sua strada.

Mi si domanderà: e quelli che abbaiano forte, che tendono il guinzaglio ed esibiscono una dentiera feroce? Lo crediate o meno sono una sparuta minoranza di cui, la maggior parte, nasconde solo paura. I cattivi sono pochissimi e sono tutti squilibrati. Ossia portano nell’anima gravi e irrimediabili ferite, sempre provocate dall’uomo.

Noi siamo un gradino più su, ma è un gradino importante e non perdo tempo a parlare dell’uomo ad antroposofi (poi preferirei parlare di cani o con cani: meno stress).

Allora chiedo a uomini e cultori di antroposofia: perché tanto astio tra personalità che vorrebbero o dovrebbero comunicare qualcosa, dare qualcosa?

Certo, i motivi ci sono e ci sono stati, con feritori e feriti, ma è davvero impossibile dominare lo spirito malvagio che trova facilmente giustificazione razionale, anzi, tutte le giustificazioni del mondo? E’ impossibile scrivere una frase che non stilli, freudianamente all’incontrario, biasimo su ogni cosa? E tanto meno è logico ritenere che il male provenga tutto da ovest ed il bene tutto da est? Chi affermasse ciò sarebbe da immediato ricovero. E’ impossibile per un antroposofo separare l’individualità col suo destino da eventuali pensieri che, da cristallini sono passati alla cristallizzazione, divenendo una gabbia per chi li ha pensati?

C’è persino qualche ossessivo…professionista che generalmente nuota in acque bassissime  a cui non dispiacerebbe respirare, fingendo nobiltà di sentimenti, l’odore del sangue (degli altri, beninteso).

Beh, anch’io ho sempre ritenuto più coerente la civiltà che dirimeva gli oltraggi con la spada o la pistola: non ditemi che coerenza e coraggio (anche a rischio di vita) siano miserabili difetti mentre valanghe di insinuazioni e maldicenze siano preclaro esempio di virtù.

Non ditemi che spruzzare getti di moralismo a parole su altri esseri umani che hanno un punto di visione diverso, un carattere diverso, e allestire lo spettacolino con esibizioni di virtuosità finta come un fondale per marionette, sia nient’altro più che miserabile.

E’ una fissazione questa, di inforcare lenti monocromatiche per obbligarsi a vedere tutto sotto una sola, personalissima, luce colorata.

Sembra che l’arena esoteristica sia la continua dimostrazione del pensiero leviatanico di Hobbes.

Una cosa sola m’addolora profondamente: vedere il Dottore usato come zerbino o trattato da cavia di vivisezionatori dilettanti (per diletto).

Potete anche non credermi, io posso solo darvi la mia parola che è vero.

Arrivo al concreto: ognuno a suo modo, incontra l’Opera del Dottore, poi legge: diffidente o con grande apertura, comprendendo poco o molto, trova affermazioni che lo scandalizzano o riempiono di gioia la sua anima. Ognuno a suo modo.

Ma poi, se possiede un briciolo d’autocoscienza e d’attenzione, trova necessariamente in tutti i Testi indicazioni per una lettura più rigorosa di cui un’anima sufficientemente sana sente con maggior forza il bisogno.

L’Autore non gli chiede di credere a quanto scrive ma di pensare quei pensieri. Se guardiamo le cose con obbiettività, è l’esperimento necessario. In caso contrario saremmo degli sprovveduti che si fanno abbindolare da ogni Guru che passa (e ciò succede nella realtà quotidiana poiché i cialtroni sono innumerevoli e moltitudini genuflettono coscienza e anima con fedeltà canina, cioè ad un grado subumano che nel cane è bellissimo, nell’uomo no) e l’antroposofia – come in effetti lo è l’antroposofismo – sarebbe l’ennesima cialtronata “usa e getta”.

Se i pensieri della Scienza dello Spirito vengono davvero pensati succede che trovino ognuno il suo posto in un “edificio di pensieri” e ci si accorge che esso è capace di reggersi da sé. Sembra poca cosa ma osservate per un momento come tutto il mondo percepito deve reggersi su altro da sé: il bicchiere sul tavolo, il tavolo sul pavimento, eccetera. E nel mondo della cultura e del pensiero ordinario non cambia niente: tutto si riferisce ad altro che lo convalidi e lo sostenga. Nella religione abbiamo persino la “dogmatica” per mantenere fisse ed immutabili le colonne ed i puntelli. E chi crede di uscire dall’oppressione del sacro prefissato, spesso s’infila nel giogo delle Logge o delle chiesuole estemporanee…o al bar.

L’attività che l’anima applica nello studio della scienza occulta rosicruciana porta davvero alla dimostrazione  della sua realtà.

Poi si può anche confrontare questa impressione di realtà con le altre costruzioni di pensiero del mondo e si osserverà (forse con genuino stupore) che simile auto fondatezza non esiste in nessun’altra concezione di pensiero. Provai una sera a seguire con desta attenzione il discorso scientifico di un noto volto tra i fondatori del CICAP, l’organizzazione dalla maschera benigna…un tantino diversa dagli scopi meno palesi e e molto più oscuri. Bene! Anzi molto male! Rintracciai in quel discorso una impressionante e continua sequenza di affermazioni campate nel vuoto, senza alcuna base seriamente scientifica e senza nessi logici. Su Eco, ora, si parlava del gesuitismo, ma anche questi non sono mammole…

Nella sfera dell’attività che porta il pensatore nello studio della Scienza dello Spirito, valutare se c’è chi sa più o meno antroposofia è uno scivolone: se l’antroposofia è una esperienza consapevole ciò non ha senso. Anzi ha un significato trascendente per un ex gesuita che fa l’ antroposofo: ero presente quando si faceva conoscere e dopo nome e cognome, la sua pistola fumante era “Ho letto tutta l’Opera omnia”… (e una mentalità di questo tipo viene seguita ed esaltata da tanta gente).

Notate, prego, che non tiro fuori di tasca, trinità, deva o “cosa succede nei mondi spirituali”. Specie questi ultimi sono solo patacche.

Non credo serva incensare gli Immortali per trovare quel tenore di pensiero, d’anima e destità che  serve a pensare il pensiero come è stato plasmato in accuratissime parole dal Dottore.

Qualora tale pensiero sia stato veramente pensato si è anche sperimentato un ‘essere sé stessi’ un po’ oltre la inamidata e spesso rabbiosa reazione della personalità, quella più elementare e contingente.

Sono d’accordo sul fatto che l’anima non può mantenere elevatezze tutto il santo giorno: prodursi in simile atteggiamento significherebbe torcersi in una falsa immagine di sé stessi: una menzogna stabilizzata. Né sembra utile l’immane tentativo di modificare artificiosamente il carattere, anzi: prendere treni deviati su binari di sosta non porta a destinazione. In tali casi si dilapidano tutte le poche forze in atteggiamenti che consumano la sana spontaneità del tessuto interiore. Tutto già visto..e troppo spesso.

Ciò vale anche per l’hobby della demonizzazione dei caratteri di Tizio e Caio, specie se sospetto che non facciano quello che io faccio o facciano quello che io non faccio.

Però, ritornando a quelle esperienze di base sopraddette e che già non fanno parte del “sapere comune”, che già traggono anima e pensiero oltre il comune sensibile, non sarebbe forse possibile imparare da esse un minimo tenore interiore che si protenda verso il senso dello Spirito? Non sarebbe possibile la coerenza di rispettare e onorare (gratitudine) l’Autore che è stato capace di donare i pensieri che sono divenuti una direzione alla nostra più intima vita (anche se occorrerà tanto di più per intuire l’immensa grandezza sua e della Comunità Interiore a cui partecipa)?

E magari ricordarsi di ciò tra le mille difficoltà dei rapporti umani?

Difendere con forza le proprie idee, con ardore…ma tentando di rispettare l’individualità che difende le sue con pari energia. Se manca il minimo punto d’incontro, basta che ognuno vada per la sua strada con il meglio di sé: ricordatevi che se le idee si accendono a causa dello scontro, sono idee deboli: idee galvanizzate dall’adrenalina? Che cavolo sono?

Concludo il mio inutile sermone con poche righe  assolutamente serie.

Non si usino frasi del Dottore come pietre. Non le si frantumi fuori dal contesto. Non se le ritraduca come fossero secrezioni personali. Non si svilisca nel sapere straccione le  rivelazioni del sovra-umano!

Ciò non è accettato dai Mondi Spirituali che poco si occupano della superficie della vita quotidiana ma sono davvero severi per quanto riguarda quello che l’uomo riesce a fare con contenuti spirituali strappati dal livello d’appartenenza per interessi ben poco encomiabili.

Di sfuggita ricordo che tale abuso ottiene l’effetto inverso a quanto vorrebbe prefiggersi: è una ‘gridata’ manifestazione di infantilismo (e spesso di incredibile ignoranza strutturale) in personalità che si stimano adulte (poi nel campo che vorrebbe essere considerato esoterico, tra professori, iniziati e gran maestri, tutto ciò diviene solo un perfetto Hellzapoppin’).

Scusate queste dolèances, di cui Eco e i suoi commenti non c’entra per nulla.

Su queste allegre note, colgo, come si dice, l’occasione di augurare al mondo, insieme a Zeno Cosini, mio più famoso concittadino, una fine…scoppiettante!

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