TAMBURI LONTANI

 

…anzi lontanissimi. Nel tempo. E’ possibile che il tamburo sia stato il primo strumento musicale creato dall’uomo, ma è certo che fu uno dei primi.

Fu usato dall’età della pietra ed espresse, sin dall’origine, la massima potenza che non va intesa semplicemente come esteriore ma anche spirituale.

Nella forma più antica è strumento cultuale che riproduce tutti i ritmi vitali ed ordinatori: quando il tamburo fa questo, si dice che parla solennemente.

Nelle forme più antiche era ricavato da un tronco d’albero: squarciato in lunghezza, svuotato e arrotondato col fuoco; curando che un bordo dell’incavo fosse più spesso dell’altro: percuotendo il bordo spesso esce un suono grave mentre il bordo sottile produce un suono alto.

A seconda del rito, il tamburo veniva adagiato a terra oppure collocato ritto e inclinato verso la stella polare, così svolge la funzione di albero cosmico. Perché con il suono esso aveva lo scopo di congiungere verticalmente il cielo e la terra: la sua “parola” era il ponte tra cielo e terra.

Come l’albero della vita e della morte, il tronco-tamburo cercava di ricondurre all’unità il mondo lacerato da forze opposte: cielo e terra, acqua e fuoco, uomo e donna.

Per le Upanishad il denominatore comune a tutte le contraddizioni era: suono e ritmo. Il suono è acqua ed il ritmo è fuoco. Però il suono ed il ritmo non si osteggiano ma si fondono per formare quel “fuoco liquido” che, per le Puranas, costituisce l’essenza della musica e la matrice dell’universo.

Questa concezione portò a considerare il tamburo a tronco come uno spirito ermafrodito. I guerrieri appendevano le teste dei vinti per onorarne l’aspetto maschile e latte e piante quello femminile.

Da ciò ebbero origine i tamburi di pelle (matriarcali). Negli antichi stati feudali africani solo il re era il padrone di tutti i tamburi del Paese: solo il re poteva permettere il privilegio di suonarli. Lo stesso re riceveva il diritto del tamburo dall’alto, cioè dal Re del Mondo, dal dio del lampo e del tuono.

In India, da documenti che risalgono al primo millennio a. C. sappiamo che il tamburo era oggetto di venerazione: l’atmosfera era la sede specifica dello spazio rituale in cui si distinguevano due forme di tamburo: una era un enorme tamburello cilindrico che riproduceva la voce del tuono; l’altra aveva la caratteristica forma a X di una clessidra il cui centro era formato fa un piccolo collo mentre le parti inferiori e superiori formavano due cerchi uguali, uno rivestito con la pelle di animale maschio, l’altro con pelle d’animale femmina: cielo e potenza guerriera e terra e fecondità. Il tamburo a clessidra riproduceva il rumore del vento, del tuono e della pioggia.

Nel Rigveda si legge che questo tamburo è di volta in volta un cavallo, una nave o un cocchio a due ruote di cui una scorre sulla terra, l’altra in cielo. In un inno le pelli del tamburo vengono chiamate “orecchi” con cui cielo e terra si ascoltano.

Il Suono era l’unico mezzo di collegamento tra cielo e terra, per cui, ad esempio, non era attribuito un valore all’acqua piovana in sé ma solo al ritmo sonoro, al tambureggiare delle gocce di pioggia.

Gli sciamani americani originari dicevano pressappoco: “Questo tamburo veneriamo perché la sua forma rotonda è immagine dell’universo. Il suo suono è il cuore che batte al centro dell’universo. E’ la voce del grande spirito. Il suo suono ci porta la comprensione del mistero e della forza di tutte le cose”.

Concretamente, perché?

Perché, per quel tipo di consapevolezza, il tamburo era l’altare sacrificale in cui l’uomo sacrificava la fuorviante molteplicità delle impressioni sensibili, riconoscendo nel ritmo puramente periodico la Norma ultima e suprema a cui ogni evento del mondo è sottomesso. Se si osserva, ogni evento naturale è periodico e nulla è capace di riprodurre tale periodicità con la chiarezza e semplicità del ritmo puro, che è slegato da qualunque forma fenomenica precisa.

Inoltre esistono ritmi più segreti, che l’uomo teme di scoprire poiché ogni conoscenza presuppone un sacrificio.

In antico esisteva la figura della “vacca espiatoria”: essa, in perpetuo servizio, dà alla terra più di quanto riceve, e se uccisa non dona solo la carne ma anche la pelle che serve al tamburo: dunque l’unica moneta che abbia corso fra gli dei e gli uomini: il suono che emana dalla pelle della vacca espiatoria uccisa.

Tutte le altre azioni cultuali non erano che fenomeni collaterali del sacrificio acustico.

Per le antiche culture superiori il suono prodotto dalla pelle sacrificata era una massima espressione di ascesi: il grande cantore Kuei, dopo aver inutilmente esortato gli uomini ad una vita retta dal Dharma, si fece uccidere affinché la sua pelle potesse essere tesa sul cerchio di un tamburo. Compiuto questo supremo sacrificio, la sua voce cominciò a gridare dalla sua pelle in modo tale che gli uomini, costernati, seguirono le sue esortazioni.

Secondo la tradizione degli indiani Sioux, Manitù consegnò agli uomini un tamburo con due pelli, per poter comunicare con lui, chiedendo come contropartita la pelle di due persone sacrificate.

Non si dovrebbe semplificare troppo i ritmi dei tamburi primitivi in quanto, eseguiti quasi esclusivamente in ritmi asimmetrici, sono assai più dinamici delle suddivisioni a quantità regolari. Per esempio suddividendo un ritmo 8/8, non più in 4 e 4 o in 4 x 2 ma in 2 + 3 + 3. Ci si accorge che la suddivisione di un 8/8 in 4 x 2 dà addirittura un senso di pesantezza e fastidio.

Solo il suono del tamburo può fornire tali ritmi o proporzioni e altri infinitamente più complicati, in una forma cosi pura e tuttavia viva e non schematica.

Solo il tamburo può darci l’impressione, purificata, di valori universali, traducendoli simultaneamente in esperienza interiore: questa è la combinazione che conta: non limitarsi a formulare l’essenziale teoreticamente, ma essere capaci di tradurlo in esperienza che abbraccia corpo e anima.

La “comprensione” del ritmo aiuta l’uomo a raggiungere cose che gli sarebbero inaccessibili perché estranee al suo ordinario essere.

I riti antichi prescrivevano danze animali (orrore!) non col solo scopo di imitare allegoricamente l’animale, bensì di tradurre in personale esperienza il ritmo insito in quell’essere.

L’assimilazione perfetta di un ritmo essenziale è possibile soltanto trasformando in sostanza propria il suono che soltanto il tamburo è capace di produrre.

Per il medesimo motivo nessun altro strumento può emulare il tamburo, perché tutti gli altri strumenti sono costretti a rivestire il ritmo col mantello della melodia.

Nelle antiche prescrizioni dello yoga veniva detto: “Il suono del flauto è una conoscenza segreta, il suono del tamburo è un’arte sacrale, il colpo sul grande tamburo è uno sguardo gettato sugli dei” Soltanto nel rombo del tuono lo yoghin diventa brâhman.

L’ultimo mistero del tamburo è nascosto nella sua cavità: per l’Oriente tutti i fenomeni del mondo sensibile poggiano sul Vuoto, di cui la cavità del tamburo ne è simbolo.

Cavità che è pure l’origine delle cose, poiché la cassa armonica riecheggia quello che la volontà di vita vi proietta contro.

La “volontà di vita” nasce dal desiderio, insito in ogni spazio vuoto, di pienezza. Pur non appartenendo alla natura del Vuoto, il desiderio vi si introdusse già quando il Creatore decise di dare forma e vita al mondo. Esprimendo il desiderio, il rito introdusse nella cavità del tamburo il ciclo delle morti e delle rinascite: il corpo del tamburo-madre è pertanto culla e tomba di ogni esistente.

2 pensieri su “TAMBURI LONTANI

  1. Un magnifico viaggio nel Tempo dei tamburi, grazie di cuore Isidoro!

    “Il Ritmo è tutto!” diceva qualcuno. Con il giusto ritmo ogni singolo gesto, anche il più semplice e banale, si trasforma in atto magico-sacro.
    Nel Ritmo umano restaurato si può udire la forte Eco dell’Etere Cosmico, vera musica delle sfere. Parafrasando Pascal si potrebbe dire, per restare in tema, che “L’uomo è un tamburo pensante”.

    Buon Febbraio (purificazione) a tutti!

  2. Isidoro, che nel Mar dell’Esser navighi come un Commodoro, avéo inver nel cuor della notte un commento principiato, ma il suo dilungarsi un articolo lo fece diventar. Non mento, ma rammento: quello è il mio commento!

    Hugo, che corre sul tratturo
    al possente suono del tamburo.

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