MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (8° PARTE)

Mas

Non è tanto importante ciò che noi percepiamo negli altri uomini e negli animali superiori, quanto il fatto che per tal mezzo ci educhiamo e percepiamo, dietro agli uomini e agli animali, gli Spiriti che appartengono ad una delle categorie della prima Gerarchia, gli spiriti della Volontà, o, come li chiama l’esoterismo occidentale i Troni. Percepiamo allora Entità che possiamo descrivere soltanto dicendo: “Non sono costituite di carne, né di sangue, né di aria, né di luce, ma soltanto di ciò che possiamo percepire in noi stessi quando siamo consapevoli di avere una volontà”. Sono costituite nella loro sostanza interiore soltanto di volontà.
La forza che conduce il pianeta attraverso lo Spazio, che regola il suo movimento nello Spazio, emana dagli Spiriti della Volontà: essi danno al pianeta l’impulso di volare attraverso lo spazio. Il movimento del pianeta nello spazio corrisponde dunque agli Spiriti della Volontà, o Troni.
Come possiamo avere comunione con tali Spiriti della Volontà? Dobbiamo perdere completamente il senso di esistere in un punto qualsiasi del mondo come esseri separati: dobbiamo giungere non soltanto a ritrovarci nelle altre entità – pietra animale albero uomo – restando simultaneamente accanto ad esse con la nostra capacità di esperienza, ma dobbiamo realmente sentire le altre entità come nostro Sé: dobbiamo uscire completamente da noi stessi e sapere di essere tutt’uno con una determinata entità e da questa guardare indietro a noi stessi. Questo ci educa a percepire gli Spiriti della Volontà.
La correlazione profonda con questi Esseri è il coraggio: l’uomo infatti è riportato a se stesso, ossia ad una relazione con l’Io autentico, e scopre la sua possibilità di contemplazione profonda. E’ come se fosse lo specchio dell’Universo: tutto accoglie, rimanendo se stesso; con tutto si identifica; tutto infine può riflettersi in Esso. Il tessuto del coraggio è perciò la dedizione, quella dedizione di cui non si può essere capaci se non dietro la conoscenza di Sé e della propria missione nel mondo: da ciò può nascere l’autentica Volontà, e nella Volontà è il Coraggio.
L’uomo è ancora un essere soltanto intelligente, ma ben poco di ciò che egli vive nella sua intelligenza riesce a vivere come volontà; la forza del suo volere è appena in embrione. Il discepolo sa che deve fin d’ora preparare la base di quella potente Volontà che è nell’essenza, capacità di dedizione assoluta. Non vi può essere dedizione senza la base di una adamantina volontà. Una grandiosa mèta attende l’uomo e ad essa la Scienza Spirituale dà il nome di Grande Sacrificio. Esso è l’atto splendente di amore e di coraggio; reca con sé una potenza di volontà che pone l’uomo volente in condizione di donarsi radicalmente, senza residui. Ed è chiaro che non si può donare se non ciò che realmente si possiede. Questo è l’inizio delle esperienze della volontà creatrice: nell’esaurimento dell’ego nasce l’Io. Ciò che per ora è base della individualità è portato ad estinzione e nella capacità di tale estinzione nasce la volontà creatrice.
L’oscurità del soffrire umano può essere sfittita dalla chiara luce, se l’umo sa ricreare se stesso con il dono degli Spiriti della Volontà, se egli sa trarsi dalla ottusa adesione al mondo delle sensazioni e al consueto mondo mentale, se egli sa vivere nella essenziale luce del pensare voluto di qua dalla sfera cerebrale, indipendente dal respiro. Egli può contemplare. Ma è inevitabile che egli giunga a ciò attraverso un costante operare, un fervido aspirare: lo sforzo, la fatica, il coraggio, il sacrificio, la dedizione, la resistenza, la fiducia attraverso la lotta, sono un’unica opera di formazione della Volontà magica.
Accogliere cosmici pensieri, vivere in cosmici pensieri, lasciarsi tessere dalla vita del sentire cosmico, crearsi della sostanza degli Esseri della Volontà. Il dolore e l’angoscia, l’oscura depressione dell’anima sono qualcosa, hanno valore, in quanto l’ego necessità di essi e li accoglie facendosi togliere vita: l’Io dimentico della sua vera natura li fa suoi, e li crede suoi, si identifica con essi. Ma l’Io acquisire coscienza di essere quello che è al centro della meditazione, di potersi appoggiare a ciò che è indipendente come pura vita del pensare e opera nell’anima, creando. A questo occorre giungere, affinché le sensazioni e i sentimenti divengano mezzi di conoscenza.
E ancora più veracemente dietro una simile educazione del conoscere, la vita del cosmo diviene liberatrice, quando si giunge a leggere nell’anima, nella struttura del proprio essere, nelle forse degli organi, il linguaggio creativo delle Stelle: nella visione delle forze che sorreggono la natura e i mondi, si ritrova il fondamento della nostra vita animica e corporea, mentre lo spirito è vivente nella relazione che appunto in ciò diviene conoscenza. Sollevarsi dalla visione limitata delle cose, liberarsi dal pensare legato al mondo sensibile, ma simultaneamente portarsi sopra la sfera della oscura angoscia, dell’oscuro soffrire, là dove l’angoscia ed il soffrire rivelano il vero senso, dove essi divengono forza per una aspirazione più decisa all’esperienza dello spirito. Questo è penetrare nel mondo di Lucifero, per instaurarvi l’essenza del Cristo.
Ora la conoscenza del regno di Lucifero è la chiave dell’Iniziazione. La verità finale è che gli adepti che si sono rivolti al Cristo, vedono per prima cosa riapparire il mondo luciferico. Quando l’influenza del Cristo ha agito per qualche tempo nell’anima, questa rimane imbevuta della sostanza di Lui, e così cristificata diventa matura, atta a penetrare nuovamente nel regno delle entità luciferine. Punto di partenza è una conoscenza del Cristo, di natura “paracletica”, che va men oltre ciò che può essere donato dalla comunione con i Vangeli.
Questa è la via dei R+C.
La conoscenza del Cristo vivente, nella sua attiva realtà, può illuminare l’anima al punto che essa riacquista la facoltà di penetrare nel regno di Lucifero. Vi penetreranno primi gli Iniziati R+C, i quali poi daranno al mondo ciò che essi avranno conosciuto del Principio Luciferico. La sostanza del Cristo che è penetrata nell’anima umana, verrà compresa dagli uomini per mezzo delle facoltà spirituali che essi avranno maturato con l’aiuto del principio di Lucifero, che è affluito nell’anima di ogni singolo come sotto nuova forma. (Via della Filosofia della Libertà) Lucifero= =Chr.
Gli iniziati R+C saranno i primi, perché essi si sono dedicati ad approfondire la figura di Cristo, a far penetrare nelle anime loro il Cristo Cosmico, a farlo vivere in loro. Essi hanno trovato, per così dire, in quella sostanza del Cristo la forza che li guida e li difende in ogni avvenimento. Questa sostanza del Cristo diviene nelle loro anime Luce Nuova che li illumina interiormente; una luce astrale interiore: il Graal.
La risonanza del Graal nell’anima rende attuale la guarigione di essa dal male luciferico e perciò ahrimanico. Soccombendo alla tentazione di Lucifero, l’uomo nella sua caduta ha trascinato tutta la natura: così l’ordine morale è stato escluso dalla natura. Il fenomeno di fecondazione è in realtà in contraddizione con la natura originaria del mondo vegetale. A causa del male luciferico, mondo minerale, vegetale e animali a sangue freddo sono entrati nella sfera della sessualità. Questi non hanno più forza interiore: occorre loro un’azione nuova dal di fuori. Questa dipende dalla scelta dell’uomo, dal suo riconoscere il Christo.

(Fine)

Breve nota aggiunta.
Come sapete ho cercato di mantenere integro lo scritto di Scaligero. Tenete presente che la carta originale era vecchia, alcune parole erano frequentemente semi cancellate (al punto da dover disturbare qualche vecchio avvoltoio per il confronto), che posso aver fatto qualche errore nella battitura e che tutte le parole corsivizzate, nell’originale erano sottolineate. Detto questo, sarò ben felice di non accettare alcuna critica.

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IL VINO MIGLIORE

18tombari  Tombari

Vi ricordate quando, forse in una incarnazione precedente, vi parlai di uno scrittore italiano di spessore, ora dimenticato. Si chiamava Fabio Tombari. Giacché in un articoletto io inneggiai alla buona birra, ora passiamo al vino di Tombari, con una prosa più felice della mia.

IL VINO DELL’ASTEMIO

Il vino del bevitore è schietto, non adacquato. E siccome il bevitore in genere è un intenditore, quel vino è certamente sincero.

Ma il vino dell’astemio è ancora più genuino.

Il bevitore è di bocca buona, purché il vino sia di suo gusto: amabile o asciutto, abboccato ed asprigno, il bevitore lo manda giù anche se navigato o tagliato.

L’astemio no: esige una purezza, una limpidezza maggiore. Così, per quanti aggettivi si possano appioppare ai vini, tutti più o meno spumanti, nessuno raggiunge l’elogio cui può arrivare l’astemio.

Tutto si può dire di un buon vino: che eccita l’appetito, aiuta la digestione, rallegra il cuore, lo riscalda, lo fa cantare.

Ma per quanti attributi e virtù gli si possano attribuire, compresa quella di essere esso stesso un alimento, arrivati al colmo bisogna fermarsi. Così per gli aggettivi elogiativi: generoso, frizzante, solenne, smagliante, gli aggettivi hanno un termine; più su non s’arriva.

Si può essere Redi, Carducci, si può esilararsi; o come Baudelaire o Verlaine, ammutolire o impazzire; gli stessi Sufi che la sapevano molto più lunga di quanto noi occidentali sappiamo su loro, raggiungono un massimo, e più in alto non vanno.

L’astemio sì: l’astemio arriva al sublime.

Non ci sono alternative: fra il vino e l’astemio non vi può essere altro rapporto  che quello divino. E’ per questo che lo troviamo al centro di tutti i Misteri.

Ma il divino passa per l’umano. Romolo stesso stabilì che non si offrisse altro vino in sacrificio, che quello di vite potata; cioè curata da mano d’uomo; poiché è soltanto attraverso l’uomo che la Terra può ascendere.

Ecco perché ancor oggi lo troviamo al massimo dei sacrifici.

Ma non tutto ci è chiaro.

Per solito si dice: “in vino veritas”. E ci pare di capir molto quando diciamo che il vino fa cantare chi lo beve. Così, per far parere buono un vino scadente, il venditore offriva finocchio al compratore.

Ma quella è una verità buona per chi la beve, non per chi non beve. Qui si tratta di bere la verità, non di darla a bere.

Il vino, dice Goethe, va bevuto in bei calici e il calice cui allude Goethe, di puro cristallo e istoriato, è quello di Faust; così che Faust vi intravede lo spirito della Terra. Non già che lo spirito voglia significare alcool; ma è alcool che vuol dire soffio, alito, respiro. L’alcool sta per etere. E il fatto che Goethe o Faust lo possa ammirare in trasparenza, è certamente una gran bella verità. Ma vi è una verità anche maggiore.

Il calice con cui il sacerdote celebra, non è trasparente; e se fuori è d’argento, dentro è d’oro. Non è il calice che traspare, ma il vino: non è il calice che lascia vedere il vino, bensì il vino che traspare il calice. E cosa traspare?

L’oro. L’oro è l’espressione terrena della somma sapienza. Si potrebbe andare al Soma dei Veda, a Melchisedec, ma a noi basta quel che ce ne dice un astemio.

A proposito delle Nozze di Cana, Rudolf Steiner fa osservare che quanto quel giorno ha operato il Cristo, la vite lo fa naturalmente.

La vite è quella pianta che tramuta l’acqua celeste, l’acqua di benedizione riposta nelle idrie, in vino nuziale. E il Redentore compie lo stesso miracolo della vite: quanto dire prosegue la trasmutazione di sostanze compiute dalla Terra, tramite la vite.

Nessuno che non fosse Dio avrebbe potuto mai fare altrettanto (e nessuno all’infuori d’un astemio avrebbe potuto mai rivelarcelo).

A cosa conduce questo pensiero? Conduce a Dionisio.

Osiride, portato a Nysa, nell’Arabia Felice, era figlio di Zeus, e venne chiamato come suo padre (nominativo Zeus, genitivo Dios) Dio-nysios, o Giove di Nysa: Dionisio. Non a caso Bacco era stato allevato nella grotta di Nysa. Nysa, Nissa, sarebbe il Sinai. E secondo il mito, Dionisio, sotterrati con la barbatella di vite tre ossi, di uccello, di leone, di asino, allude ai tre gradi dell’ebrietà: nel bere vino infatti, dapprima ci si sente leggeri come uccelli, quindi forti come leoni e infine stolti come somari.

Ma passiamo alla Genesi, Cap. IX 20-21. Noè che era agricoltore, piantò la vigna. E avendo bevuto del vino, s’inebriò e si spogliò dei panni in mezzo al suo tabernacolo.

La trovata dei volgarizzatori non poteva essere più geniale. Non per niente verità e virilità si assomigliano: perché Noè si è visto quale era. E’ un’interpretazione gustosa e rusticamente salace.

I primi assaggi infatti, si fanno quando il Sole entra in Scorpione; e lo Scorpione ha che vedere col sesso, cui si fa risalire ogni origine. Ma la creazione,  cioè la generazione dal nulla non deriva dal sesso, dallo Scorpione, bensì da Dio, dalla Verità: è questa che a noi preme.

La vera Genesi. Vediamo pertanto di leggerla nella versione letterale. Fabre d’Olivet ce ne offre una più genuina anche se più recondita: “Ed Egli liberò Noah, l’Uomo intellettuale, esaltò il suo pensiero e si rivelò al centro più segreto del tabernacolo suo”.

Qual è questo centro più segreto? Vogliamo scoprirlo insieme? E’ semplice, perché è già racchiuso nella sola parola veramente intima.

Come spirito per alcool adombra il soffio divino, jin, per vino, adombra l’essenza spirituale, la quinta essenza degli Alchimisti.

Cosa fa la foglia di vite su Eva? Copre, cela il mistero della vita, il mistero della creazione.

L’idea di adombrare nella sbornia di Noè una verità così nobile con un sentimento di pudore, è stata saggia, lungimirante: basti pensare alla folle esaltazione di Nietzsche e alle sue fatali conseguenze.

Così la Chiesa, più che previdente, è stata materna, poiché nessuno di noi è tanto maturo alla verità, da non avere bisogno di esservi condotto per mano come un bambino. Così San Paolo. Ma oggi l’importanza che si dà al sesso, non è meno pericolosa.

Noè rivela ciò che vi è di più intimo in ciascuno, cioè l’Io.

E il mistero dell’Io (che è poi il mistero dell’Uno quale numero più piccolo se inteso fisicamente, e più grande perché riflette l’unità) è il mistero della creazione dal nulla. Nei tempi remotissimi, quando l’uomo non aveva la possibilità di autodeterminarsi, era col vino che si esaltava e usciva di sé, fino a ricongiungersi con la Divinità.

La verità che sta in fondo al vino, lo jin, è l’Io universale.

Fuori di Santa Maria in Cosmedin vi è una pietra rotonda: la Bocca della Verità. E’ fuori della chiesa, ma sempre dentro il suo ambito. Guardiamo bene cosa rappresenta.

Il Sole, il volto stesso del Sole. Quanto a dire la fonte di ogni verità. La vite infatti trae i succhi dalla terra per congiungerli con la luce del Sole. Ed è il Sole che produce la transustanziazione in succo. Non per niente col suo sangue Cristo si immedesima con la Terra. Caterina da Siena vedeva la Chiesa come la cantina del Signore, in cui i sacerdoti mescono alle anime il vino eucaristico, che è il sangue dell’agnello senza macchia, perché il vino è sangue del nuovo Adamo.

Non dice la tradizione che va assaggiato con tutti e cinque i sensi? Dal rumore quando spilla e casca nel bicchiere (e non scivoli); dalla vista, che sia chiaro e trasparente, che frizzi e spumeggi e subito si rassereni; dall’odore, che sia profumato e non guasto; dal gusto, che stimoli e non dispiaccia; e infine dal tatto: che non abbia avuto la calda e non sia febbricitante? Il vino è l’uomo intero.

A queste verità da sensale si arriva bevendo. Ma alla verità che sta dietro, e cioè che il vino, jin, riportava all’Io primigenio, ci si arriva non bevendo, né vino né sicera.

Oggi, attraverso l’Ente per la tutela dei Vini Tipici, si vuol tornare alla genuinità. E’ giusto.

Non è più tempo di mezzi vini o di mezze verità. Il vino deve essere schietto, generoso, sincero. E così l’uomo.

Fabio Tombari

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SALUTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Ottava Lettera (Parte II)

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OTTAVA LETTERA

Novembre 1944

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO

(Continuazione)

In tal modo, abbiamo trovato il carattere fondamentale dei tre gradini di passato, presente e futuro in quanto essi rivelano se stessi attraverso la nostra vita. Essendo il tempo settuplice, dobbiamo ora trovare il carattere fondamentale dei tre gradini del passato e quelli del futuro e, in mezzo ad essi, l’unico gradino del presente. Se riusciamo nel rinvenire il carattere di questa settuplicità, non solo risolveremo l’enigma di una delle leggi del tempo, bensì riusciremo altresì a leggere il carattere interiore e le capacità dei cinque Pianeti, del Sole e della Luna. Infine giungiamo alla ragione del perché abbiamo intrapreso questo compito apparentemente arido e faticoso di scoprire la legge della settuplicità del tempo.

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L’essenza dell’evoluzione è l’emancipazione. Qualche essere che finora è stato sommerso in un oceano di esistenza universale, muove verso l’esistenza individuale. Per iniziare le nostre osservazioni, prendiamo il bambino neonato nel suo stadio presente e guardiamo poi indietro nel suo passato. In primo luogo al momento del concepimento egli giunse ad esistenza attraverso il padre e la madre. Possenti Potenze di Volontà, che chiamiamo destino, compenetrarono le vite del padre e della madre. Attraverso queste Potenze di Volontà fu aperta per l’anima del bambino la porta nell’esistenza fisica. Questo fu il primo gradino, ma ciò non sarebbe stato sufficiente. Forze di vita compenetrarono il germe del corpo fisico e lo portarono sempre più a forma umana finché esso non nacque. Persino un terzo stadio fu necessario a render capace l’organismo, da un certo momento in poi, di avere sensazioni e sentir dolore o soddisfazione attraverso i suoi propri bisogni corporei.

  • Primo: possenti Potenze di Volontà causano l’esistenza fisica. Viene creato il germe di un singolo corpo individuale.
  • Secondo: questo germe di un corpo individuale è permeato da forze vitali che plasmano il germe ad immagine dei suoi genitori.
  • Terzo: mentre il germe è plasmato sempre più ad immagine dei suoi genitori, esso è permeato pure dalle forze dell’Anima e dalle forze della coscienza.

Nel descrivere questi tre stadi abbiamo descritto pure le caratteristiche e le capacità dei tre Pianeti superiori – Saturno, Giove e Marte.

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Saturno appare sempre come la manifestazione di quelle forze che nell’Universo creano il germe della singola esistenza fisica per tutte le specie di esseri, sia che essi abbiano bisogno dei corpi di pietre, di piante, di animali, oppure di esseri umani per la loro presenza terrestre. Tremende Potenze di Volontà emanano da questi Esseri di Saturno.

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Da Giove fluiscono Potenze di vita che dotano i germi della singola esistenza fisica di forze di Vitalità. Qui, comunque, incontriamo una difficoltà. Percepiamo che la pianta è ancora permeata da forze vitali, ma non possiamo vedere queste forze nel minerale. Dobbiamo riconoscere che i minerali non possono essere vitalizzati dalle forze di Giove, benché queste forze vengano riflesse. Il secondo stadio della settuplice evoluzione lavora in una maniera diversa dentro il regno minerale.

Le forme cristalline dei minerali sorsero dalla riflessione delle forze di Giove in passati cicli di evoluzione, rivelando la magnifica Saggezza del Cosmo. In seguito vedremo pure come queste forze di Saggezza Cosmica siano collegate con Giove.

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Marte è il donatore delle forze animiche. Per forze animiche intendiamo le Potenze che rendono le creature capaci di avere sensazioni ed emozioni, sorte entrambi da eventi nel mondo esteriore o da attività provenienti dall’interno del loro proprio corpo. Queste percezioni possono risvegliare o simpatia o antipatia. Così, per esempio, il bambino neonato è capace di sperimentare qualsiasi impressione causata dal mondo circostante, o come dolorosa oppure confortevole. Un ago che punga la pelle può essere spiegato soltanto come un evento meccanico, ma ciò non spiega il fatto che il bambino cominci a piangere. La ferita causata viene sperimentata qualitativamente in una sfera diversa da quella di un semplice evento fisiologico.

La capacità di esperienza animica è già qui nel bambino neonato, ma che cosa accade con le sostanze inanimate e nelle piante? Che capacità animiche siano innate in questi oggetti non possiamo dirlo, tuttavia le forze di Marte operano su qualsiasi cosa venga in essere. Le sostanze inanimate, come i minerali e gli esseri viventi più semplici come le piante, hanno soltanto un “riflesso” di esse. Le forze animiche riflettono se stesse nelle proprietà chimiche di questi oggetti. Se guardo la penna nella mia mano, allora certamente non posso dire che essa abbia qualcosa come delle sensazioni, ma mentre essa era ancora in costruzione, prima che venisse nelle mie mani, il seme della disgregazione era già impiantato in essa. Questo destino, che porta l’inevitabile disintegrazione, sembra dapprima negare la vita, tuttavia dobbiamo occuparci di esso. Qui la natura aggressiva di Marte appare come quella che alla fine distrugge ciò che è stato creato. Troviamo, inoltre, che là dove Marte crea capacità animiche esso semina pure il seme della disgregazione, poiché le forze animiche e le emozioni di piacere e dolore alla fine distruggono il corpo di un essere umano. Queste forze fluiscono in tutti gli esseri creati prima che entrino nella fase della loro presente esistenza.

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Le forze del Sole creano o causano l’attuale stato di essere in tutti gli oggetti della creazione. Nell’era presente esse causano anche l’emancipazione e l’anelito verso l’indipendenza. Pensiamo ancora una volta al bambino neonato. E’ appena nato, il che significa che è stato separato dal corpo della madre, la quale è stata fisiologicamente una parte di esso prima della nascita. Ora egli è fisiologicamente separato, e crescendo tende verso l’indipendenza. Ciò è mostrato anche dal fatto che uno dei primi atti di coloro che attorniano il bambino è quello di dargli il suo nome proprio. Viene riconosciuto come essere individuale. Con i nostri sensi possiamo realizzare ch’egli ha il suo proprio corpo, e speriamo persino che questo corpo crescerà sempre più indipendente dalle necessità della vita nelle quali egli è implicato durante la sua prima infanzia e la sua fanciullezza.

Non possiamo parlare di un impulso di individualizzazione entro i regni inferiori della natura nella stessa maniera in cui possiamo farlo entro l’umanità, sebbene l’impulso del Sole sia operante anche qui. La luce solare li rende visibili ai nostri occhi; noi percepiamo il loro profilo e i loro colori. Pensiamo alla costruzione del primo motore a vapore. In primo luogo, l’idea arrivò all’inventore; questo fu lo stadio di Saturno. Poi l’inventore dovette riflettere sulla sua idea e considerarla in rapporto con le leggi meccaniche e fisiche, con i conseguimenti tecnici della sua era. Egli dovette entrare nel Mondo della Saggezza Universale nella misura in cui essa venne rivelata all’umanità; questo fu lo stadio di Giove della costruzione del motore a vapore. Quindi l’inventore, procedendo nella realizzazione del suo progetto, dovette usare sostanze terrestri, come ferro e acciaio, nelle quali erano già impiantate reazioni chimiche che determinavano la stabilità del metallo, considerare le reazioni del vapore ecc. Questi fatti in seguito potrebbero aver causato il fallimento o l’impopolarità della sua macchina; quello era il periodo di Marte del motore a Vapore. Poi un giorno il motore fu completato. Esso poté esser visto come un’entità ed ognuno poté percepire come si muoveva e lavorava. Ora come macchina esso era entrato nella fase del suo “attuale stato di essere”. Era entrato altresì nel regno della percezione empirica; questa fu l’opera delle forze del Sole. Esse creano il regno dell'”empirismo” che risplende come la luce di un Sole sugli oggetti individualizzati.

Abbiamo ora descritto l’operare delle forze di Saturno, di Giove e di Marte come processi nel tempo. Queste forze, mediante le quali tutt gli esseri che entrano nell’esistenza devono passare, sono collegati con la “fabbricazione” degli oggetti nell’Universo. Essi rappresentano il passato. I tre stadi del passato possono, comunque, differire grandemente nel tempo secondo la natura dell’oggetto. Essi possono prolungarsi per età di durata “astronomica”, oppure possono pure contrarsi in pochi secondi, ma possono sempre venir trovate.

Pensiamo ora gli ultimi tre gradini del settuplice ciclo di evoluzione. Il quarto gradino era l’emancipazione della creatura dalla sua origine. Ora nei gradini successivi l’essere individualizzato anèla secondo le sue capacità a manifestare se stesso come un essere libero, e nel manifestare se stesso, che è possibile unicamente se esso entra nel futuro, può rivelare e liberare tutto ciò che è nato in esso durante il primo stadio del passato.

Per esempio, crescendo il bambino diventa sempre più attivo nella vita. Comunque, divenendo attivo l’essere umano, qui appaiono come retroscena della sua attività tutte quelle forze animiche che già erano impiantate in esso prima della nascita: le sue simpatie e antipatie; la sua capacità innata per reazioni dolorose o gioiose, sia che promuovano o ostacolino le sue azioni; e proseguendo la vita, la sua attività diviene una sorta di maestro e redentore di quelle innate qualità animiche. Spessissimo questo istruttore entro il regno dell’attività umana è più saggio dello stesso essere umano e diventa la sua giuda spirituale, investito con l’autorità del Destino.

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Queste forze vengono dal Pianeta che è chiamato Mercurio in astronomia. Così Mercurio è il redentore delle forze di Marte che abbiamo descritto più sopra. Le vie del destino, lungo le quali lo Spirito di Mercurio guida l’essere umano per la sua redenzione, sono spesso strane e incomprensibili. Solo se l’essere umano anela ad una comprensione spirituale del nostro proprio destino può trovare coscientemente un rapporto con lo Spirito di Mercurio, che rappresenta il quinto gradino nella settuplice legge del tempo.

Il Pianeta chiamato Venere in astronomia rappresenta il sesto gradino. Il sesto gradino è in rapporto al secondo, a Giove. Essendo Giove il donatore di forze di Vita e di Saggezza, Venere è collegata con lo sviluppo di queste forze di vita creativa nell’essere umano. Inoltre, l’essere umano di oggi è lontano dall’esser capace di creare vita entro la sfera della Terra, sebbene nell’incoscienza profonda noi stiamo realmente facendo ciò. Ci sono attività nelle profondità incoscienti del nostro organismo che non soltanto distruggono la vita, ma creano anche la vita; tuttavia, non abbiamo ancora il controllo su di esse.

In un lontano futuro l’umanità sarà capace di sviluppare coscientemente simili attività, e quindi essa sarà capace non solo di creare oggetti come macchine morte, bensì anche esseri come piante, che portano in sé vita. Così opera Venere nelle profondità dell’organismo umano. L’arte umana è un debole albeggiante splendore di quelle forze che un giorno saranno pienamente sveglie nell’umanità.

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Il settimo gradino è causato dalla Luna. Sebbene la Luna sia vicina alla Terra, le capacità che sono collegate con la sua sfera sono lontanissime dalla coscienza dell’umanità. Il settimo gradino, la Luna, è collegata al primo gradino, Saturno. Saturno appare in relazione con lo stadio di ogni evoluzione in cui un impulso, oppure un essere animico compenetrato da possenti Potenze soprannaturali di Volontà, entra nel regno fisico e crea per se stesso un recipiente fisico. Ora, dopo aver attraversato tutti gli stadi della creazione e dell’individualizzazione, nel settimo stadio esso ha raggiunto una tale perfezione, come essere individuale, che può dotare la pura esistenza animica dell’esistenza fisica.

Negli esseri umani, oggi, vive soltanto un pallido riflesso di questa capacità. E’ soltanto una profezia di quel che un giorno, in una lontana epoca futura sarà una capacità pienamente sviluppata e coscientemente controllata. E’ la capacità di “ri-produzione”, profondamente radicata nel nostro organismo e guidata da Entità Spirituali. Questo potere oggi è soltanto una pallidissima immagine della sua reale controparte spirituale.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (7° PARTE)

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Occorre avere la coscienza del senso relativo dell’essere. Non è sufficiente saper che è Maya: occorre giungere a percepire mediante quali forze il rapporto della vita con il Mondo, con il Cosmo, con lo Spirito, appare Maya. Questo è già in noi ma ora soltanto si rivela e porta a stati di serenità, di calma risanatrice: esiste una certezza superiore, esiste una libertà più alta. Lo spirito non si nasconde dietro la vita, ma parla attraverso essa: il suo linguaggio, non compreso, è Maya, compreso, è conoscenza liberatrice.

Ogni vera conoscenza è nata dal dolore, dall’angoscia. E se con i mezzi della scienza dello Spirito si tenta di percorrere la via verso i Mondi Superiori, si potrà giungere a una  mèta soltanto se si è passati attraverso il dolore. Senza aver sofferto, senza aver molto sofferto, ed essersi così liberati dell’elemento egoistico insito nel dolore, non si può accedere al Mondo Spirituale. Abbiamo troppo poco il senso della realtà del Mondo Spirituale e delle Gerarchie: sarebbe sufficiente coltivare con serietà questo senso della realtà degli Esseri Spirituali, che operano nel mondo e nell’uomo, per procedere lungo la via dell’Iniziazione. Non vi è serio lavoro interiore che non colleghi con un mondo di Realtà e di Forza, che potranno essere presenti nell’anima attraverso ogni prova.

Che cosa significa liberarsi di ciò che il dolore ha di depressivo? Non rifiutare il dolore, non opporsi al dolore, ma azione interiore nel mezzo di esso: significa volgersi con tutte le forze interiori al senso ultimo di esso, a ciò che vuole realmente significare. Occorre essere conoscenti di qua dal dolore, liberare il sentimento del dolore dall’attaccamento personale. Siamo noi che rendiamo depressivo il dolore: il nostro egoismo. La sofferenza diviene così veicolo interno di affinamento. Noi comprimiamo il sentire con il peso del nostro ego: da questo peso nasce la deformazione dei sentimenti. Il dolore diviene oscura forza che logora l’anima e il corpo. Forze di conoscenza debbono sollevare l’Io al di sopra di questa oscura, luciferica inclinazione. Occorre trarsi al di qua del sentire, perché i sentimenti sorgano come forze, immagini, percezioni, contatti con il Mondo Spirituale.

Gli uomini, nei tempi che sempre più annunciano l’avvento di una “sub-natura”, debbono operare con dedizione e purezza, con volontà e ardimento: debbono evitare le Guide dell’umanità trovino difficile o impossibile il rapporto con loro. Il dolore non risolto secondo conoscenza esige nuovo sacrificio, esige martirio. Il dolore va affrontato con serenità, con certezza assoluta della realtà del Mondo Spirituale. Occorre liberarsi della paura di soffrire: il coraggio è la via diretta verso lo Spirito. La viltà esige ancora oscuro soffrire, ancora sacrificio, martirio. In questa vicenda viene coinvolta la personalità più alta, ogni iniziato che percorra la via del Cristo. Alludiamo ora a Christiano Rosenkreuz.  Coloro che sanno come realmente stiano le cose con questa individualità, sanno anche che Christiano Rosenkreuz sarà il più grande martire fra gli uomini, a prescindere dal Cristo, il quale ha sofferto come un Dio. E i dolori che lo renderanno il grande martire, nasceranno dal fatto che gli uomini tanto poco prendono la decisione di guardare intimamente nella propria anima per cercare la sempre più sviluppantesi individualità e sottomettersi alla incomodità (derivante dal fatto) che la verità non viene presentata loro come su un vassoio, pronta; bensì bisogna conquistarla in un rovente tendere, (aspirare), lottare, e cercare, e che non possono venir poste altre esigenze nel nome di Colui che si indica come Christiano Rosenkreuz.

Occorre di continuo sollevare la vita da quella condizione di sordità,per cui si passa innanzi al mondo, alla natura e agli esseri senza riconoscerli. E’ come se ciò che vi è di più prezioso, ciò che vi è per noi di più desiderabile, ciò che è il valore finale dell’essere nostro, ci passasse vicino, e noi non ce ne avvedessimo, anzi lo respingessimo, per volgersi a miti o a fantasmi. Occorre attingere a quella fonte sacra della realtà, che è la conoscenza di sé: lasciare che i moti dell’anima parlino il loro linguaggio, che parli la sofferenza, che parli l’angoscia, l’oscuro gelo dell’anima. Questo ascoltare è sollevarsi ad una luce rischiaratrice, che fa cogliere la realtà di se stessi. Parla allora anche il Mondo, la Natura, la Vita. E se possiamo con la stessa trasparente liberata chiarità guardare il Mondo, la Natura, la Vita, allora troviamo noi stessi.

E’ un sollevarsi a quel clima, per il quale si vive in libertà di fronte alla sfera delle emozioni e degli istinti e si ha per ogni soffrire, il suo coronamento, il suo senso: tutto chiede all’uomo che egli ritrovi se stesso, tutto lo esorta e lo incalza perché egli ritrovi se stesso. L’uomo deve cessare di smarrirsi in una semi-cosciente adesione alla visione del mondo sensibile, dimentico delle forze che operano in lui, degli enti che tramano nel suo esistere: non può usare della vita rinunciando a conoscere le sue basi, non può muoversi nella vita dell’anima rinunciando a conoscere la fonte di essa.

Se egli dice IO di se stesso, non può rassegnarsi ad avere questo poco più che come una parola: già sarebbe qualcosa se egli potesse averne l’immagine. Il compito dell’autoconoscenza deriva dalla necessità che l’uomo sia l’Io che dice di essere. L’uomo si comporta come il padrone di una bellissima casa che viva fuori di essa, in un gradino fuori della porta, soffrendo gelo e caldo, pur affermando di essere il padrone di casa. Eppure tutto insiste, attraverso eventi di ogni giorno, attraverso angoscia, dolore e illuminazione, tutto insiste perché l’uomo si conosca come IO.

“…Se si potesse afferrare l’Io e porselo davanti come il mondo esteriore fisico e se si volesse parimenti ricercare quanto è attorno all’Io, questa Um-gebung, dalla quale l’Io altrettanto dipende quanto il corpo umano da tutto ciò che vien visto mediante gli occhi e percepito mediante i sensi, come si ha questa Um-gebung nel mondo fisico, nelle nuvole, negli alberi, nei monti ecc.; oppure come il corpo fisico dipende dai suoi mezzi di nutrizione, allora si giungerebbe ad una caratteristica cosmica, ad un quadro cosmico, in cui parimenti impregnata e contenuta la nostra antica Um-gebung (ambiente) invisibilmente cacciata dentro; e ciò è parimenti collegato con il quadro cosmico dell’antico Saturno. Ciò significa: chi vuol conoscere l’Io nel suo mondo, costui deve potersi porre dinnanzi agli occhi un mondo, quale era l’antico Saturno. Questo mondo è coperto, è un mondo supersensibile per l’uomo. Al grado attuale della sua evoluzione l’uomo non lo potrebbe sopportare.

Gli è occultato grazie al Guardiano della Soglia. Si tratta di una visione a cui occorre prima abituarsi. E’ necessario giungere ad una rappresentazione, a tutta prima, che occorre per giungere a sperimentare un siffatto quadro cosmico, come qualcosa di reale (concreto, operante). “Quanto percepite coi sensi, dovete cacciarlo col pensiero ed ugualmente escludere col pensiero il vostro mondo interiore, in quanto questo stesso consiste dei modi abituali di sentimento (stati d’animo). Ulteriormente l’uomo dovrebbe cancellarsi di quanto possiede nel mondo in fatto di rappresentazioni. Quindi dal mondo esteriore dovreste togliere quanto i sensi possono percepire e, dall’interno, tutto quanto sia moto di sentimento, rappresentazione”.

“Se di fronte a tale disposizione d’animo ci si volesse fare un concetto, quando si afferri realmente il pensiero, “tutto ciò sia pur cancellato, ma l’Uomo resti ancora”, allora altrimenti non ci si può dire che “conviene che l’Uomo impari a poter provare Orrore, Paura di fronte al Vuoto infinito che ci si fa (su), attorno. Bisogna che si possa parimenti provare il proprio “ambiente” completamente saturo e colorito di quanto intorno a noi da tutti i lati suscita Orrore, Spavento, e occorre contemporaneamente essere in condizione di superare questa paura mediante fermezza interiore e sicurezza del proprio essere (Wesen – ente realtà).

Senza queste due condizioni di Spirito – Orrore e Spavento di fronte al Vuoto infinito dell’Essere (Dasein) – non si può sperimentare alcuna impressione di quanto sta alla base del nostro essere (Dasein) come Essere-Saturno. “Per afferrare quanto sta alla base del mondo non basta parlarne in concetti e farsene idee; più necessario è bensì poter evocare “ciò che si sente” (Empfinden) di fronte all’Infinito Vuoto dell’antico Essere-Saturno: l’animo allora afferra, anche se solo ne possiede il sospetto, il sentimento del Raccapriccio (Schaudern). E’ qualcosa che può essere paragonato con l’orrore del vuoto che si prova su una parete a picco in alta montagna: si tratta di una condizione di vertigine che non può essere messa da parte e che ha una ragion d’essere: non può essere negata o ignorata.

“Ora, vi sono due possibilità per l’uomo attuale: una sicura è l’aver compreso gli evangeli ed essersi aperto alla forza che emana dal Mistero del Golgota. Chi si regoli secondo questo impulso con profondità, si rende sicuro, consegue qualcosa in quel Vuoto, che gli si ingrandisce da un punto e riempie il vuoto con qualcosa simile a Coraggio che è un sentimento di coraggio, di essere-riparato, mediante l’essere-unito a quella Entità che sul Golgota ha compiuto il Sacrificio.

L’altra via è quella per cui si penetra nel mondo spirituale senza passare per i Vangeli, ma mediante autentica, pura, Theosofia. Occorre sempre porre mente, anzitutto, che non si parte dai Vangeli quando si considera il Mistero del Golgota, ma vi si perverrebbe anche se non vi fosse alcun Vangelo. Ciò non sarebbe potuto verificarsi prima che avvenisse il Mistero del Golgota. Oggi però è il caso, poiché è accaduto qualcosa nel mondo, grazie al Mistero del Golgota, per cui l’Uomo può immediatamente afferrare da sé il Mondo Spirituale dalle impressioni sensibili, grazie alla forza del “pensiero puro”.

Ciò è quanto denominiamo il valere (il vigere, il dominare) dello SPIRITO SANTO nel mondo, il dominare del Pensiero Cosmico nel mondo. Se prendiamo l’una o l’altra via, non possiamo perderci e precipitare nell’abisso infinito, appena ci troviamo di fronte al Vuoto-pieno-di-raccapriccio.

Si impara allora a conoscere la natura degli Spiriti della Volontà o Troni, proprio in modo che per noi diviene come una effettiva esperienza ciò che potremmo dire un “ondoso mare di coraggio”. “Quanto al principio l’Uomo può soltanto rappresentarsi, diviene realtà chiaroveggente. Pensatevi immersi nel mare – ora immersi quale entità spirituale che si sente una con la Entità-Cristo, portati in mare dalla Entità-Cristo, nuotanti, ma non in un mare di acqua, bensì in un mare riempiente lo spazio infinito di straripante, mareggiante (fluttuante) coraggio, di straripante energia! E non si tratta puramente e semplicemente di un mare indifferenziato: ma tutte le le possibilità e differenzialità vi sono comprese, di ciò che si può indicare con il sentimento del Coraggio, che ci viene incontro. Impariamo a conoscere allora Entità come esseri concreti, consistenti di Coraggio, sostanziati di Coraggio”.

Queste Entità compiono un sacrificio verso i Cherubini, nella intemporeità: d’onde nasce il tempo. Sperimentando questo sacrificio, qualcosa si distacca dal nostro essere – sono gli Archai (Nascita del tempo – Archai = Spiriti del TEMPO). E’ importante intuire e sentire questo sacrificio offerto dagli Spiriti della Volontà ai Cherubini, e alla nascita del Tempo…Similmente il fumo del Sacrificio dei Troni, che partorisce il Tempo, è ciò che denominiamo il Calore di Saturno. Ma questo calore scaturisce come calore di sacrificio che gli Spiriti del Volere presentano ai Cherubini. Ovunque è calore, abbiamo in verità Sacrificio, Sacrificio dei Troni di fronte ai Cherubini.

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(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

I MONTI PALLIDI

dolomiti

Le Alpi, ma particolarmente le Dolomiti, sono lo scenario dove io sono nata, cresciuta e dove sto vivendo: la mia Heimat, la mia terra.

E dell’anima di questa terra vorrei far conoscere un frammento.

Come? Raccontando una fiaba tratta dalla raccolta “I MONTI PALLIDI”.

dol

Nelle due isole ladine delle Dolomiti e dei Grigioni, ma specialmente nelle vallate tra Bolzano e Belluno, si trovavano ancora, alla fine dell’ottocento, tracce di una antichissima poesia ladina la quale, nel tempo, si diffuse per tutte le Alpi. Documenti meravigliosi di una ingenua poesia pastorale, ma anche scampoli di saggezza e di spiritualità che venivano conservati e tramandati, nel corso dei secoli, da persone umili nate e cresciute nella magia delle Dolomiti: i monti pallidi.

Solo i pastori sentono di più l’incanto delle solitudini e il fascino delle vette, e l’anima di questa gente di montagna aveva saputo trasformare e rendere leggenda il mondo che la circondava.

…..Il sorgere del mitico regno dei Fànes, la leggenda del castello reale sui Cunturines, la principessa Dolasilla che dorme incantata nel lago di Braies, la storia di Soreghina “filo di sole”, che muore dolcemente a mezzanotte per un suo perduto amore, il valoroso guerriero Ey de Net….. …

sono solo alcuni dei personaggi e dei fatti che si incontrano nel libro.

Questi racconti vennero raccolti, girando tra le valli delle Dolomiti, da Karl Felix Wolff, poeta, giornalista e antropologo bolzanino che, pazientemente ascoltava, raccoglieva, e ricostruiva i racconti di queste persone umili, dando vita ad un testo che venne presentato al pubblico per la prima volta nel 1913, dieci anni dopo l’inizio della sua ricerca.

Il racconto che ho scelto per voi, amici di Eco, si intitola:

IL PASTORE DEL MONTE CRISTALLO

Sul monte Cristallo, che spicca nel cielo di Cortina d’Ampezzo come possente pallida guglia e che d’inverno, ricoperto di neve, brilla nel sole come puro cristallo, c’era una volta un magnifico castello reale, dalle cui torri si dominava la valle e si vedevano le vette lontane e i ghiacciai della Marmolada.

In quella reggia abitava una principessa bellissima e aggraziata, alla cui mano molti figli di re avevano aspirato: ma tutti erano tornati indietro mortificati e non si erano più fatti vedere.

La principessa si divertiva a respingerli tutti, proponendo loro come condizione del suo consenso un quesito che nessuno sapeva risolvere.

Si trattava di raccontare una storia che la riguardasse, che ella non conoscesse, ma che fosse verosimile. Trovare una simile storia come era possibile?

E poi, appena un pretendente cominciava a narrare, la principessa lo guardava fisso con i suoi begli occhi azzurri così scrutatori, che l’infelice si confondeva, perdeva la testa e il filo del discorso.

Comunque erano sempre favole troppo incredibili.

Vicino a lei, inoltre, stava sempre il cerimoniere di corte, il quale con abili domande sapeva confondere il narratore e farlo cadere in una serie di contraddizioni.

Un giorno, la principessa udì cantare da uno dei cavalieri del castello una canzone che le piacque molto e gli chiese se fosse una sua composizione. Il cavaliere rispose di no; la canzone era di un pastore del quale non si sapeva la provenienza e che diceva di chiamarsi Kristal.

La principessa volle sapere di più su questo pastore e si rivolse al cerimoniere per avere notizie.

“ Sì, rispose questi, lo conosco bene. Era un pastore come tutti gli altri, ma da quando per caso ha visto voi, principessa, cogliere fiori in un prato, è diventato poeta e tutto il giorno va in giro per i boschi componendo canzoni. La gente dice che è innamorato di voi alla follia, e deve essere vero.

Una volta è venuto qui a presentarsi come pretendente, dicendo che sapeva una storia che vi riguardava. Ho dovuto farlo mandare via dalle guardie: non potevo presentarvi, come aspirante alla vostra mano, un pastore!”

La principessa andò in collera e fece al cerimoniere una lavata di capo. Gli disse che non toccava a lui scegliere i suoi pretendenti, che questo riguardava soltanto lei. E per suo ordine Kristal il pastore fu subito avvertito che poteva andare al castello per raccontare la sua storia.

Kristal non se lo fece ripetere due volte e il giorno seguente si presentò alla porta del castello.

Le guardie lo condussero nella grande sala dove la principessa ed il cerimoniere e le sue dame, lo aspettavano con molta curiosità. La principessa fissò su di lui i suoi grandi occhi azzurri ed il suo sguardo era amichevole, senza un’ombra della solita ironia.

Kristal cominciò a parlare:

“Nobile principessa, quel che racconterò è avvenuto in un luogo molto lontano da qui, molto lontano da tutti i paesi della terra: nei campi dei Beati.

Tutti noi, prima di nascere, abbiamo vissuto nei campi dei Beati, ed eravamo felici perché non sapevamo che il nostro destino ci avrebbe chiamato a diventare uomini sulla terra dove avremmo dovuto stentare e soffrire. Lassù ciascuno di noi aveva un dovere da compiere. Voi, nobile principessa, eravate una regina, e tutti i sudditi vi amavano per la vostra bontà e la vostra giustizia. Ma quello che ammiravamo di più in voi erano i vostri meravigliosi occhi, che nessuno poteva guardare senza sentirsi immensamente felice.

Io ero un cavaliere, ma un giorno scelsi di fare il pastore per poter passare ogni giorno con i miei agnelli sotto le finestre del castello, per dare il buongiorno alla mia regina, suonando con il corno un’arietta allegra. Questo era in tutto il giorno la mia gioia più grande e credevamo che sempre sarebbe stato così.

Ma un bel giorno un Angelo venne ad annunziarci che presto saremmo dovuti scendere sulla terra.

Tra coloro che dovevano scendere Egli cercò i più meritevoli e, dopo aver scelto la regina e me, ci permise di esprimere un desiderio che sulla terra sarebbe stato esaudito. Io ero vicino alla regina e vedevo i suoi meravigliosi occhi azzurri d’una luce così bella, che pregai con sincero desiderio:

“Possa ella sulla terra conservare questi begli occhi”.

L’Angelo approvò con un cenno del capo la mia preghiera, e si rivolse alla regina che aveva ascoltato sorridendo. Anch’ella non domandò nulla per sé ma, per ricompensarmi, chiese all’angelo che sulla terra venisse esaudito il mio più grande desiderio.

Di nuovo Kristal s’interruppe, di nuovo riprese:

“Vedete nobile principessa, la mia preghiera è stata esaudita perché voi avete sempre gli stessi occhi che avevate nei campi dei Beati, ma se l’Angelo abbia accolto anche la vostra domanda e voglia esaudire ora il mio desiderio più ardente, io non lo so”.

E Kristal tacque.

Le dame si guardavano di sfuggita, mentre la principessa fissava il pastore in silenzio, meravigliata.

Allora il cerimoniere prese la parola e riconobbe che il racconto non usciva dai limiti delle tre condizioni: riguardava la principessa, era un fatto che lei non conosceva ed era credibile, perché chi può sapere quello che è avvenuto o non è avvenuto nei campi dei Beati?

“Ma, continuò rivolgendosi a Kristal, il tuo racconto ha un a grande lacuna. Tutti noi siamo stati un tempo nei campi dei Beati, perché noi non ricordiamo nulla e tu solo ricordi tutto?”

Kristal rimase un po in silenzio e poi rispose con calma:

“Il ricordo di quei luoghi e di quella vita torna alla mente, quando si rivede l’ultima cosa luminosa che si era vista prima del buio che precede la venuta sulla terra.

L’ultima cosa che io vidi furono gli occhi azzurri della mia regina; e quando li rividi, la prima volta che incontrai la principessa, subito mi tornò la memoria perfetta di quei tempi felici”.

Il cerimoniere ammutolì e, per quanto riflettesse, non poté trovare un argomento per contraddire il giovane. La principessa sorrise e lentamente porse la sua mano all’umile pastore.

Con quel gesto gli donò se stessa e tutto il suo regno.

ALTRO

NOTE SUL GRUPPO DI UR E LA SUA RIVISTA

UR copertina

Marzia ha chiesto alcuni chiarimenti circa il Gruppo di UR.

È una storia abbastanza intricata per coloro che si accostano per la prima volta all’attuale edizione pubblicata da una casa editrice romana. Forse è buona cosa dare alcune notizie che possono gettare un po’ di luce su alcuni risvolti riguardanti la nascita del Gruppo di UR e sulla omonima rivista apparsa negli anni venti del trascorso secolo. A quanto mi risulta dai documenti in mio possesso e dai colloqui con persone qualificate, oltre da quanto comunicatomi a suo tempo da Massimo Scaligero, l’iniziativa della pubblicazione della rivista si deve al pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini e non al giovane Julius Evola che allora aveva 28 anni.

Arturo Reghini aveva pubblicato già due riviste di carattere esoterico negli anni precedenti, e precisamente Atanòr nel 1924 e Ignis nel 1925. In queste riviste, il tono dei suoi articoli era ferocemente anticlericale, e dovettero essere chiuse ambedue per le persecuzioni del Regime allora imperante, il quale già preparava quel Concordato con la parte clericale, che tante sciagure avrebbe portato alla nostra amata Italia. Nel 1926, Arturo Reghini decise di far nascere una nuova rivista col nome di UR, rivista che avrebbe dovuto evitare i toni ferocemente polemici delle precedenti riviste ed occuparsi unicamente dei temi storici e dottrinali dell’esoterismo, e delle relative discipline. La nuova rivista apparve nel 1927 e fu molto apprezzata negli ambienti che si dedicavano all’esoterismo classico.

Essendo il suo nome ampiamente compromesso, ed avendo subito persecuzioni ed aggressioni personali, Arturo Reghini decise di affidare la direzione della rivista al giovane e relativamente ancora poco noto Julius Evola, nella speranza di evitare le passate difficoltà. Sulla rivista scrissero autori di varia provenienza: pitagorici, ermetisti e antroposofi. In particolare vi scrissero qualificati discepoli di Rudolf Steiner come il Dott. Giovanni Romano Colazza Leo, il Duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò Krur e Breno, che con la madre la baronessa Emmelina de Renzis aveva partecipato a Dornach al Convegno di Natale del 1925, e i poeti Arturo Onofri Oso, Nicola Moscardelli Sirius, e Girolamo Comi Gic. Non corrisponde a verità che dietro l’eteronimo di Arvo si celasse il Duca Colonna di Cesarò, come scrive l’evoliano Renato Del Ponte, perché è certo che Arvo era lo stesso Evola, come risulta da documenti degli anni trenta del Novecento, dal contenuto e dalla forma degli articoli firmati con tale eteronimo, e da quanto Evola pubblicò nella seconda e terza edizione – apparse sotto forma di tre volumi, editi nel 1955 dai Fratelli Bocca, e nella successiva edizione del 1971 delle Edizioni Mediterranee, ampiamente e arbitrariamente rimaneggiate da Evola – come ulteriori contributi firmati Arvo, allorché il Duca Colonna di Cesarò era già deceduto nel 1940.

Julius Evola, tutto preso dalla sua personalissima concezione dell’idealismo magico, per la quale si riteneva «Individuo Assoluto», «Signore del Sì e del No», volle scavalcare Arturo Reghini, alla cui iniziativa si doveva la nascita della rivista stessa, e si impose come «signore e donno» della medesima imponendo il proprio volere ed arbitrio nel tagliare e modificare a suo libito gli articoli, che i vari autori gli affidavano per la pubblicazione. Un tentativo di sanare tale arbitraria e antipatica situazione con l’associare nel 1928, secondo anno di pubblicazione, come direttori della rivista di UR i nomi di Pietro Negri e Luce, eteronimi dietro i quali si celavano lo stesso Arturo Reghini e il suo amico e sodale Giulio Parise. Ma in pratica  le cose non cambiarono affatto, perché Evola continuò indisturbato a perpetrare i suoi arbitri, ad onta delle promesse e del fatto che la rivista dovesse essere concorde espressione di tutto il Gruppo di UR. Questo portò allo scioglimento della rivista, per cui Evola, nel 1929, con molto materiale sottratto a Reghini, ne pubblicò un’altra col nome di Krur (e per tale motivo il Duca Colonna di Cesarò mutò il proprio eteronimo da Krur in Breno), mentre Reghini tentò di ripubblicare Ignis, ma dopo l’uscita del primo numero la Questura di Roma impose a tutte le tipografie di rifiutare di stampare la rivista, che così interruppe le pubblicazioni.

Dietro la rivista di UR agiva un gruppo operativo, il vero e proprio Gruppo di UR, che si riuniva per agire secondo un Opus Magicum meditativo in comune. A tale proposito ho anche dei documenti. Inevitabilmente, la rottura della concordia – a mio parere determinanti furono appunto le molte scorrettezze di Evola – rese impossibile il proseguire tale Opus comune.

Le edizioni del 1955 e del 1971 dettero modo ad Evola di operare ulteriori notevoli arbitrarie modifiche. In particolare, ne soffrirono gli articoli di Leo-Colazza, di Breno-Colonna di Cesarò, di Oso-Onofri, dai quali – oltre a subire molte modifiche – scomparvero anche tutti i riferimenti al nome di Rudolf Steiner e alle sue opere. In tali edizioni comparvero sia la pubblicazione degli esercizi fondamentali della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner – che Evola fece passare per propri apponendovi il proprio eteronimo di Ea – che una parte di un commento di Colazza sui suddetti esercizi, anche questi fatti passare per propri. Vi appare anche uno scritto di Massimo Scaligero, Appunti sul distacco, al quale pure Julius Evola non si peritò di portare qualche non richiesta modifica. Infine, a sciupare il tutto, appaiono pubblicati, sempre ad opera di Evola, alcuni scritti del mago inglese Aleister Crowley, che Massimo Scaligero mi dipinse come «mago nero, assatanato di sesso».

Alla fine degli anni settanta, Massimo Scaligero volle che venisse ripubblicata l’edizione originale degli anni venti della rivista UR, alla quale egli fece una breve prefazione per spiegare il motivo della ripubblicazione in copia fotostatica. Tale edizione, che apparve per la neonata casa editrice Tilopa, ebbe poca diffusione, non essendo stata pubblicata in numero elevato di copie. L’Editore ha manifestato l’intenzione di non procedere ad una ristampa dei tre volumi, per cui quella edizione è divenuta piuttosto rara. Io ho la fortuna di possedere sia tale edizione, sia quelle del 1955 e del 1971, per cui posso fare i debiti confronti. Possiedo anche alcuni fascicoli originali di UR, appartenuti a Giovanni Colazza, ed uno con sopra gli appunti a matita di Massimo Scaligero.

Per questi motivi è bene che chi possiede la riedizione stampata per volontà di Massimo Scaligero la custodisca come un prezioso tesoro per la sua rarità, ma soprattutto perché in essa vi si trovano contenuti di sapienza spirituale scomparsi o alterati nelle successive edizioni.  

Riproduco qui di seguito l’Avvertenza di Massimo Scaligero alla riedizione da lui voluta e pubblicata dalla casa editrice Tilopa nel marzo del 1980: 

Si può considerare una novità necessaria – dopo mezzo secolo – la presente ristampa della prima edizione originale della rivista UR (1927), alla quale seguiranno UR (1928) e KRUR (1929). Tale ristampa si è resa inevitabile, a un determinato momento, in quanto l’edizione a suo tempo (1955) ripubblicata ad iniziativa di uno dei tre direttori, con successive riedizioni, si presentava, rispetto all’originale, completamente rielaborata, indubbiamente secondo un criterio personale nobilissimo, ma in qualche modo contraddicente l’impulso iniziale e l’orientamento del Gruppo del quale la rivista intendeva essere concorde espressione.

Oggi l’edizione da noi ripubblicata, mediante riproduzione fotostatica dell’originale, risponde soprattutto all’intento, condiviso dai continuatori del Gruppo di UR, di far conoscere, allato al contenuto integrale della famosa rivista, il senso della diversificazione di orientamento impressa ad esso retroattivamente mediante le successive ristampe. Il confronto non può che significare arricchimento della visione esoterica richiesta dai nuovi tempi, ma soprattutto necessità della saggia concordia dei cultori della Scienza dello Spirito, rispetto ai problemi posti dalla grande crisi umana, prevista per la fine del secolo: crisi che potrà essere dominata nella misura in cui venga obiettivamente riconosciuto il suo retroscena sovrasensibile.

LIBRI E AUTORI

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (6° PARTE)

Mas

Occorre che il R+C giunga allo spirito attraverso il pensare cosciente: per virtù dell’intima forza del pensiero, egli può varcare l’abisso. Nel periodo dell’anima cosciente gli Angeli operano nel corpo astrale: nell’uomo dormiente (ma anche negli stati di sonno compresenti nella coscienza di veglia), anche nell’uomo veramente immerso nella meditazione. Ogni angelo agisce per un singolo uomo, ma in cooperazione con gli altri.

Gli Angeli formano immagini nel corpo astrale, sotto la guida degli Spiriti della Forma; preparano la trasformazione dell’umanità secondo le Gerarchie, ossia secondo il Cristo. Essi preparano nell’uomo l’impulso della fraternità (per cui si giunge a non poter avere pace se altri soffrire), l’impulso a riconoscere il “divino” nell’uomo (tutta la religione libera che nell’avvenire si svilupperà nell’uomo: in ogni uomo il divino sarà realmente riconosciuto nella pratica della vita e non solamente in teoria: già fin d’ora il R+C che può riempire l’anima di celeste beatitudine quando riesce a percepire il divino nell’altro).

Dagli Angeli viene preparato il pensare celeste che porta oltre il limite (nel coltivare il pensare puro si va incontro all’opera degli Angeli e si sa che questo pensare è già l’inizio di tale opera). Risultati: a) – l’Angelo desta nell’anima un impulso a compenetrarsi dell’altro uomo, del proprio fratello: viene infuso dall’alto un essenziale segreto, “che cosa è realmente un altro uomo, la sua storia, il suo destino”. E ciò come qualcosa di realmente attivo; (mirabile la conseguenza risanatrice e il riflesso sociale). b) – Radicale adesione al Cristo e libera religiosità. c) – Conoscenza concreta della natura spirituale del mondo.

Questo evento futuro è già inserito nella volontà umana, secondo il Volere Divino. Gli esseri luciferici lo ostacolano cercando di oscurare all’uomo la pratica della sua libera volontà, nonostante che essi tendano a far di lui un essere buono (che sentirà invece come infrazione o eresia ogni moto o atto di libertà). Lucifero vuole realmente il buono e lo spirituale nell’uomo, ma in modo che divenga automatico, senza la libera volontà, che egli può sviluppare nello sperimentare il sensibile. In certo modo l’uomo deve essere portato automaticamente, secondo i buoni principi, alla visione superiore. In sostanza Lucifero tende a eliminare nell’uomo la libera volontà, la possibilità che egli conosca il male, per divenire un essere libero. Vuole che l’uomo agisca dallo spirito, ma non come un “IO”, bensì come immagine spirituale riflessa, automatica.

Gli esseri luciferici hanno interesse ad afferrare l’uomo, così che egli non giunga alla libera volontà, perché essi stessi sono indietro, non hanno acquisita la libera volontà: questa infatti può essere acquisita solo sulla Terra, ma essi non vogliono avere a che fare con la Terra: si arrestano alla Luna; odiano in certo senso la libera volontà dell’uomo. Agiscono in modo altamente spirituale, ma automatico. Con ciò vi sarebbe il pericolo che l’uomo, diventando troppo presto un uomo spirituale automatico, prima che funzioni la sua anima cosciente, lasci passare come in sonno la manifestazione dell’Angelo nell’Astrale.

Il discepolo deve regolare la sua vita in modo da non lasciar passare come addormentato ciò che deve verificarsi nella sua anima: altrimenti la sua evoluzione attraverserà serio pericolo. Certe entità spirituali evolvono attraverso l’uomo, in quanto l’uomo evolve con esse: gli Angeli che operano nel corpo astrale hanno una loro meta. Tutto sarebbe un inutile gioco se l’uomo attivasse le forze dell’anima cosciente, trascurando coscientemente ciò: diverrebbe un inutile gioco lo sviluppo del corpo astrale.

Se l’uomo non si apre alla conoscenza spirituale, vive come immerso nel sonno. Ciò che deve essere raggiunto con le “immagini” angeliche attive nel corpo astrale umano, può diventare un’azione degli Angeli per via diversa. Ciò che l’uomo impedisce che si attui nel suo corpo astrale allo stato di veglia, dovrebbe essere raggiunto in questo caso per il fatto che gli Angeli realizzassero i loro intenti nei corpi umani addormentati. Ciò che viene trascurato nello stato di veglia e che gli Angeli non possono raggiungere, può essere raggiunto con l’aiuto dei corpi eterico-fisici durante il sonno: ivi si cercherebbero le forze per raggiungere ciò che non è possibile raggiungere nell’uomo sveglio grazie al suo pensare autonomo (Filosofia della Libertà) quando le anime sveglie si trovano nel nel corpo eterico e nel fisico. Potrebbe accadere che gli Angeli dovessero portare via tutta la loro azione dal corpo astrale umano per immergerlo nel corpo eterico, affinché essa possa realizzarsi. L’uomo non sarebbe presente in essa: se fosse presente allo stato di veglia, la impedirebbe. Ma questo già si sta verificando.

Le conseguenze di tale non attuata coscienza interiore, possono essere:

A) quando l’uomo dorme verrebbe creato qualcosa che egli non troverebbe attraverso la libertà, ma al mattino al risveglio; gli diventa istinto qualcosa che dovrebbe invece sorgere in lui per via di coscienza attiva e libera. Ciò significa distruzione delle forze creatrici dello spirito. Certe conoscenze istintive che debbono penetrare nella natura umana e sono collegate con il mistero della nascita, della procreazione e del sesso, si presenterebbero in forma corrotta: taluni istinti penetrerebbero anche nella vita sociale, agendo attraverso il sesso nel sangue, e impedirebbero all’uomo lo sviluppo di qualsiasi fraternità. Si possono sviluppare istinti orrendi: gli scienziati saranno pronti a spiegare che si tratta di necessità naturali.

B) una conoscenza istintiva di certi mezzi di cura, dannosissimi: conquista di nuovi mezzi terapeutici che provocheranno danni gravi alla salute degli uomini. Ciò che è malato sarà chiamato sano.

C) si conosceranno determinate forze, per mezzo delle quali, attraverso armonizzazioni di vibrazioni, si potrà manovrare grande potenza meccanica.

L’uomo si sentirà soddisfatto del suo conoscere nuovi mezzi curativi e i segreti di certe sostanze; proverà benessere nel seguire certe aberrazioni degli istinti sessuali, esaltando tali aberrazioni come vie verso il superumano, o forme elevate di spregiudicatezza, di disinvoltura: ciò che è brutto diverrà bello e viceversa.

Se il guardare nello spirituale è un ulteriore svegliarsi rispetto allo stato di veglia abituale, così come questo è uno svegliarsi dal sonno, possiamo dire che la vita di veglia non ordinata è dannosa all’esperienza del sonno. Occorre essere ben desti nell’Io, nell’anima cosciente, affinché gli Angeli operino. Le idee sono come messaggeri che conducono agli ultimi esteriori risultati del pensiero, ma non hanno niente a che fare con tali ultimi risultati stessi. Esse vengono a vivere in noi nel loro universale tessuto, quale che sia il contenuto meditativo con cui ci apriamo ad esse.

Non passa giorno nel quale non accada un miracolo nella nostra vita: si tratta di accorgersene. Se qualche giorno non troviamo un miracolo nella nostra vita, è perché ci è sfuggito. Si può scoprire ogni giorno un avvenimento che – si potrà notare la sera – è entrato in modo strano nella nostra vita: si tratta di afferrare taluni delicati rapporti. Si può anche chiedere che cosa con un dato atto è stato impedito che accadesse.

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Soltanto nella concentrazione attuata secondo il metodo R+C, l’uomo realizza la volontà libera: la volontà si afferma nel ricondurre sempre il pensiero all’oggetto e col tenerlo fermo al tema. L’oggetto è il mezzo per il manifestarsi libero del volere. Questo volere viene sottratto al mondo istintivo e alla sostanza istintiva delle emozioni.

Quanto più l’uomo in rapporto al suo corpo fisico e in genere come essere del mondo fisico è vincolato alle necessità, tanto più è libero il suo corpo eterico: in quanto, allora, il corpo eterico è completamente affidato alle sue forze. Il corpo eterico rimane affidato a se stesso; invece per tutto ciò che vincola l’eterico ad una necessità, l’uomo è libero sul piano fisico. Mentre dunque il corpo fisico soggiace alla necessità, l’eterico dispone di una uguale misura di libertà.

Esempio: costringendo ad una disciplina il fisico, si libera l’eterico, il quale ordinariamente è necessitato invece dall’automatismo, (ossia dalla “falsa” libertà) del corpo. Costringendo secondo un ordine interiore l’eterico, esso svolge in libertà ciò che deve nei riguardi del fisico. Chi impara a riconoscere la necessità spirituale, si rende via via sempre più libero per tutto quanto concerne la vita sul piano fisico. Se ci uniamo alla corrente spirituale dell’Universo, se lasciamo scorrere in noi la corrente Cristo-micheliana, accogliamo in noi quel che si svincola dall’incatenamento del mondo fisico. Quanto più, di volta in volta, ci colleghiamo per via del corpo eterico con la necessità del piano spirituale (che è per noi la libertà), tanto più ci si libera dalla necessità del piano fisico.

Con la nostra coscienza ci protendiamo incontro ad Esseri che dal mondo spirituale ci compenetrano, e mentre accettiamo la necessità degli impulsi che vengono dal mondo spirituale, attendiamo che si riversi nella nostra spontaneità la virtù di quei Esseri. Si produce in tal modo quella relativa, profonda, “incoscienza” per la quale sentiamo l’azione di ciò che opera in noi spiritualmente, come di solito “sentiamo” un’azione incosciente. Questo ci dà la certezza che lo Spirito è in noi e che ci è lecito obbedirgli. Si è presso la soglia del supermondo, là dove la memoria ritorna memoria spirituale. La memoria agisce nell’uomo come uno specchio: riflette infatti le conseguenze delle impressioni sensibili. Questo specchio può essere superato, si può cercare quella realtà che è dietro la cortina speculare della memoria.

Per via dell’attività interiore libera, per via del pensiero, ogni volta nell’essere corporeo viene annientata la materia e con essa tutte le leggi della natura; la vita materiale viene rigettata nel Caos, così che dal Caos può risalire una nuova natura permeata di impulsi morali. Tutto ciò che agisce come processo di distruzione è sotto (o dietro) lo specchio della memoria: quando dunque possiamo guardare oltre questo specchio possiamo vedere che cosa in realtà siamo. L’uomo può guardare all’interno la sua malvagità, scoprire il Male Nascosto che opera e per forza del quale la materia viene distrutta; contemplare come là dove la materia viene respinta nel Caos aleggino le mirabili forze degli impulsi morali.

Si può contemplare così il principio dell’essere spirituale in noi: percepiamo in noi stessi lo spirito creativo. Mentre le leggi morali operano sulla materia-caos, abbiamo in noi lo “spiritualmente attivo” (che opera come la natura creatrice). Allora non siamo più entro il limite della soggettività, ma lo superiamo perché ci affacciamo sulla scena interiore del mondo. L’uomo penetra per mezzo di dedizione e di amore; oltre la cortina dei sensi e si protende a percepire le entità che si palesano a lui mediante la totale donazione di sé, per mezzo di quello che egli deve lasciar valere come parola interna. Possibilità questa di ogni uomo moderno che voglia.

Tutto ciò che viene percepito coi sensi è morente, è cadaverico: è ciò su cui si intessono pensiero e cultura moderna che vedono una materia esistente in sé e permanente attraverso tutti i fenomeni. Ma la Terra e il Cielo passeranno, ciò che vuol farsi valere attraverso i sensi sparirà. Quello che però sorge come vita interiore, parola occulta, nel Caos interiore dell’Uomo, nel focolare di distruzione, quello continuerà a vivere dopo che cielo e terra saranno passati. Attraverso le prove, il dolore, la dedizione e la volontà, si formano nell’anima segreta dell’uomo i germi dei mondi nei quali vive il Cristo: germi di un Cosmo futuro in sé perenne, per virtù del quale la carne ritornerà Verbo.

(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 2 GIUGNO 1979

Massimo Scaligero

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02.06.79

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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 “Tornare in luoghi dove si è molto sofferto, può produrre nell’anima angoscia e paura? L’antico dolore si riaffronta anche quando se ne è intuita la sua funzione purificatrice: perché avviene tutto questo?”

altalena

Avviene perché è così.

Avviene perché non siamo degli esseri compiuti. Siamo degli esseri che in una zona siamo molto avanzati, in un altra un po’ meno, in un’altra stiamo in mezzo equilibrio, in un altra siamo il contrario di quello che siamo in alto.

Però la parte più potente è proprio quella che sta in basso. Perché noi mediante il lavoro interiore troviamo dei momenti di elevazione e ci nutriamo di pensieri non transitori, di pensieri perenni; però quello è un nutrimento eccezionale e la vita ci riafferra… E la natura inferiore che è legata all’abitudine fisica – non perché il fisico sia il colpevole ma perché la psiche è legata al fisico –  malgrado la nostra evoluzione di pensiero la nostra natura reagisce alla maniera antica. E quindi in un luogo dove noi abbiamo ricevuto un grave dolore entriamo lì malgrado che abbiamo tutto superato interiormente, c’è una reazione automatica; quindi guardiamo un oggetto e pensiamo alla persona scomparsa, vediamo le impronte di qualcosa che un tempo c’era e ora non c’è più… E questo ha un potere che viene certamente dalla natura egoica, eppure c’è, e più potente dei bei pensieri di cui ci nutriamo. E è interessante perché così impariamo quale forza dobbiamo dare a quei pensieri, ai pensieri veri, perché all’atto pratico quello che c’è di inferiore è più forte, mentre dovremmo rovesciare la situazione: questo è il lavoro che dobbiamo fare.

Quindi, nel caso qui contemplato bisognerebbe provare se stessi e poi cercare di ritrovare le forze e poi ritornare in quel posto e riprovare se stessi. E piano piano tutto si rimette a posto. E quindi: c’è speranza.

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“Parliamo tanto di pensiero liberato e facciamo del tutto per metterlo in atto (Ecco lo stavamo dicendo).  Perché nonostante tutta la buona volontà ogni qualvolta ci soffermiamo su un pensiero a noi caro, piacevole, simultaneamente si presenta l’immagine del pensiero negativo, distruttivo?”

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(Pensare liberato di Marina Sagramora)

Qui si può dire che bisogna avere un minimo di autorità col proprio pensiero, a questo punto. Quindi quando ci soffermiamo su un pensiero a noi caro… non è un pensiero che ci vincola, è un pensiero che noi abbiamo deciso di volere. Allora dobbiamo avere l’autorità di impedire che altri pensieri si introducano e distruggano il pensiero giusto. Piuttosto occorre dire che: “Perché un pensiero è caro?” Se dentro c’è un minimo di bramosia riguardo all’oggetto allora già è un pensiero un pochino sospetto. Se invece è caro perché è un pensiero dello spirito allora noi dobbiamo veramente avere la fermezza di difenderlo rispetto a qualsiasi distrazione o deviazione.

E adesso qui cominciano delle domande piuttosto… Ce n’è una di… firmata… il logosgrammatico. Il logos grammatico… Però sembra… è scritta in maniera che si può leggere il logo sgrammatico. Comunque la firma non ha importanza perché tanto sappiamo chi è questo. Questo è Ciceruacchio sì quello… quello che… che Giuditta Tavani Arquati eccetera…

Dice così, cita un brano del Vangelo di Matteo e dice: “Andate a imparare che cosa significhi io voglio misericordia e non sacrificio poi che venni per i peccatori e non per i giusti”. Bellissimo. Che si può accordare con quello che è scritto in un’ altra domanda della nostra amica che forse può darsi che non ci sia. “Dal Vangelo di Matteo: <Preferisco la misericordia al sacrificio>. Puoi parlare della misericordia emotiva e della misericordia pensata”.

Ora, questo brano è seguito da un commento del nostro amico topo-grammatico: “Il verbo correggere prima di poter testimoniare la reggenza del cuore deve rimediare il corrotto.” Questo siamo d’accordo. “Poi che tutto si è conrupto nella rovina della corda da cui dipendevamo non pesi e rotta che fu ci fu di peso. Taglio della corda a cui l’oggetto è sospeso avevamo detto l’altro giorno… quindi… tagliata la corda è fatto. Il tutto si è con noi incorrotto, permettendosi nel corrotto… (senti amico mio questa volta…) Che noi nel percorso che ne sorte fuori da consortati a risorti perché allora vantarci esclusivamente della corruzione lasciando ai soli corrotti il titolo, la possibilità di sortire dalla vecchia sorte.”

E’ un pochino il gioco di colui che aveva un quattrino e lo voleva squattrire squattrare squattrovolducare e lo portò dal maestro squattrì squattrò squattrovolducatore dei quattrini…. 

Comunque questa volta l’amico lofogrammatico si salva solo per il fatto che lofos… il lofos sarebbe la parte più alta del cranio in cui, in cui c’è il supporto del loto a mille petali, quindi il  sahasrara-chakra,  quindi lofogrammatico… Invece lui si riabilita per il fatto che ha citato un versetto di Matteo importantissimo che siccome risponde ad alcuni pensieri di altre domande adesso ci soffermeremo proprio su questo.

Dunque, intanto un’altra persona che parla.. “Preferisco la misericordia al sacrificio…” e poi…il riferimento alla Pentecoste: “Il ciclo cristico dei 33 anni e il ciclo pentecostale dei 50 giorni nella coscienza storica di un popolo e nella meditazione del singolo.”

“Mentre venne all’improvviso dal cielo un rombo come di vento che si abbatte gagliardo. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono in ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo.”

Questi sono gli Atti degli Apostoli. E poi un altro piccolo brano:

“Io effonderò il mio spirito sopra ogni persona, il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue prima che giunga il giorno del Signore”. Atti.

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 Dunque, allora riprendiamo il discorso. Andate a imparare cosa significa:

“Io voglio misericordia e non sacrificio poiché venni per i peccatori e non per i giusti”.

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Questo cela un alto mistero di cui poi ci darà un pochino contezza l’amico Vercingetorige che sta qui ad aspettarci.  Però dobbiamo capire questo, che si riferisce al senso che noi dobbiamo risvegliare della azione del Christo sulla Terra, e credo che sia il momento giusto perché non solo gli avvenimenti ma anche il fatto che siamo … 2 giugno il 3 è la Pentecoste… e noi non ci possiamo permettere di considerare questi avvenimenti accademicamente oppure con buon spirito  antroposofico. Noi dobbiamo avere uno slancio impetuoso per afferrare veramente che cosa c’è in questo.

E lo slancio non è lo slancio soltanto del sentimento: è prima di tutto quello del volere intuitivo.

Perché se noi facciamo una sintesi di quello che ci viene insegnato noi possiamo a un certo punto capire – e ci viene detto parecchie volte – che il Christo poteva non intervenire nella storia umana. E’ Lui che lo ha deciso. E’ l’atto della libertà assoluta. L’atto più potente della libertà riguardo alla storia, a una storia che era avviata e che cosmicamente si andava compiendo con la salvazione di taluni esseri che avevano già vinto (prendiamo tutte le figure dell’Oriente e talune dell’Occidente).

E poi c’era una parte dell’umanità che andava verso una involuzione che non avrebbe avuto conseguenze tragiche, solo il ritorno di una parte spirituale in alto e un’altra come zavorra lasciata. E fu lìche il Logos guardò… (potremmo raccontarlo in linguaggio nostro, banale) e fu preso da compassione verso questi innumerevoli esseri lasciati, andati alla deriva, che andavano ormai verso una china prima grigia e poi buia, perché ormai non avevano più slancio interiore.

Cominciava l’epoca di un autentico materialismo, il peggiore, perché non era un materialismo cosciente ma era un materialismo accompagnato ancora da spinte spirituali… guardate la Grecia, il sensualismo greco, e guardate la potenza fisica dei Romani. E fu allora che ci fu il dono più potente, il dono più grande, inaspettato, qualcosa che fu un atto che noi non possiamo definire, un atto eroico, un atto di suprema donazione verso esseri che veramente erano destinati a decadere, non avevano più speranza di evoluzione, perché andavano veramente a… il Kali Yuga era ormai completo. Ed è venuto un essere che però per poter operare per la salvezza ha rivestito la forma della decadenza, la forma dell’umano; ha dovuto affrontare tutto quello che l’umano aveva ormai di deteriore e di avvilente e l’ha affrontato punto per punto. E’ un dono di cui noi non ci possiamo rendere minimamente conto se non ci mettiamo a contemplarlo col massimo della severità: perché noi corriamo il rischio questo dono di guastarlo. Perché è il dono di un atto assolutamente libero, di un atto che è: poteva anche non compiersi. E adesso spiego perché.

Possiamo spiegarci perché qualcuno diceva “questo esperimento può anche non riuscire”; perché l’uomo può anche respingere il dono. Ma come lo può respingere?  Lo può respingere proprio con la forza stessa che gli viene da questo dono. E che sia un dono non toglie niente alla libertà dell’uomo perché lo riporta a una condizione in cui lui deve veramente realizzare il dono. Lo deve, deve avere il coraggio di farlo funzionare: ossia egli si trova dinanzi a situazioni tragiche che sono superabili unicamente con quella forza, ma quella forza c’è, ma egli non ha l’abitudine a fare appello a quella forza. E quindi è incantato ancora dall’antica natura decadente. L’uomo è decadente mentre la forma della resurrezione è già in lui e si è espressa nella forma più bassa. Quindi… perché il Christo dice “Vengo per i peccatori e non per i giusti”?

Perché per i giusti già c’era qualcosa che operava. Ai tempi suoi c’era anche un Apollonio di Tiana il quale era un essere che non aveva bisogno del Christo perché già aveva l’impulso originario. C’erano anche in Oriente degli esseri formidabili, e c’erano anche in Occidente. Soltanto che il Christo non veniva per questi, veniva per gli esseri veramente sofferenti, per quelli che non avevano speranza di ritrovamento della Luce. Ora questo noi non possiamo saperlo intellettualmente, non lo possiamo sapere come un sapere: lo dobbiamo contemplare come qualcosa che si muove nell’anima come una forza, e che ci fa capire che cosa dobbiamo fare ora, perché questo dono è nel segreto del nostro essere, è nel segreto del nostro volere, nell’intimo del nostro sentire, e prima di tutto nell’intimo del nostro pensare. E quando noi pensiamo già c’è: e allora guardate che uso facciamo del pensiero. Però procediamo per ordine.

Pentecoste: quel dono funziona, e di colpo questi esseri sono investiti da una forza che vince la morte.

La morte.

Finora l’uomo non aveva conosciuto la morte. Tutto il mondo antico è pervaso dall’idea della vita. Non troverete mai il concetto della morte. Appena accennato, ma come qualcosa che non riguarda l’uomo, tanto è vero che i difensori della tradizione sottolineano questo, dicendo che l’uomo antico aveva questa facoltà di essere indipendente dalla suggestione della morte, dal pensiero della morte, ma la realtà è questa, che la vera forza dell’uomo comincia quando l’uomo si sente sfuggire la vita, e comincia a sentire l’esperienza della morte, e comincia a temere la morte perché sente che gli manca il terreno sotto i piedi. Perché ? Perché la sua coscienza è fondata sul fisico. Togliete il fisico e viene meno tutto. E allora la coscienza sente in questo momento che deve trovare un appoggio che non sia il fisico e allora trova il Christo, ma è questo che viene. E questo è contessuto in quello che noi abbiamo detto riguardo ad Arimane, che… povero Arimane… fino a un certo punto però, eh ? Perché bisogna… guai a sentire compassione per Arimane, quello ci dà certe mazzate! Arimane viene chiamato ad operare nell’evoluzione dell’uomo e Arimane lo accetta perché sente che diventa più forte. Perché?

Perché può entrare come dominatore nell’anima dell’uomo, ma ancora nella parte non cosciente, nella parte non cosciente. Però Arimane è paziente, perché il suo sogno… sa benissimo che se arriva alla coscienza dell’uomo, alla coscienza di veglia, lui avrà un’ espansione del dominio, come non si aspettava. E questo si può dire che carica la sua forza di una pazienza e di una tenacia che persino si esprime in ispirazioni sacrali per l’uomo. Guardate all’Egitto, è tutto ispirato da Arimane, tutto il mondo delle mummie:  l’idea di prolungare la vita terrestre alla maniera proprio fisica, per cui si imbalsamava quest’essere, si voleva prolungare questo cadavere… questo è una suggestione d’Arimane.

Quando si incarna il Christo, Arimane viene sconcertato, direi, possiamo dire: traumatizzato, perché sente sconvolto tutto il piano che lui si era fatto riguardo all’uomo. E per un certo periodo rimane sconvolto, e riprende speranza quando? Nei secoli in cui comincia l’epoca dell’anima cosciente, e in cui c’è la perdita del contatto mistico con il Christo. Perché noi sappiamo che questo contatto mistico fu provvisorio  perché l’uomo ancora non aveva l’Io, e quindi ci fu un periodo in cui solo il sentire poteva accogliere il Christo, e questa è l’epoca che noi conosciamo come l’epoca del cristianesimo mistico, l’epoca dei santi più grandiosi, meravigliosi, ma in cui non c’è un rapporto dell’ Io con il Christo.

Quando comincia il rapporto dell’Io questo rapporto si manifesta molto in basso, e comincia – e questo è il punto – e comincia nel grado più basso; laddove quel dono si manifesta come coscienza sensibile che cerca di avere contatto con la realtà, che cerca di connettere se stesso e di trovare correlazione col mondo. E comincia  l’epoca – da Cartesio in poi – comincia l’epoca in cui questa correlazione cristica funziona come indagine della scienza. Irriconoscibile, però riconoscibile da chi riesce ad avere una esperienza chiara del pensiero, perché si può dire che tutti coloro che hanno agito come primi indagatori erano tutti ispirati, erano guidati dai Rosacroce. L’indagatore non ispirato è venuto dopo, perché questi primi indagatori avevano ancora una parte di anima antica aperta all’ ispirazione, quindi erano degli esseri formidabilmente devoti.  Se voi pensate che Giordano Bruno era un religioso: Giordano Bruno viene bruciato.

Ora siamo al punto in cui questo limite, il mondo fisico, fa rinascere la speranza di Arimane, ossia Arimane ebbe il massimo della speranza al momento… fino al momento in cui venne il Christo. Dai primi di questo secolo la sua speranza comincia a rinascere, perché si accorge che l’uomo, abbandonato dalle antiche ispirazioni, e malgrado il soccorso della Scienza dello Spirito, sta perdendo quota. Comincia per Arimane la speranza di conquistare la coscienza dell’uomo, perché ha riconquistato tutto sul piano della subcoscienza. Lo ha riconquistato – adesso non stiamo a fare nuovamente il processo alla psicoanalisi, alla teosofia, a tutti gli occultismi di oriente, di occidente, e persino a certe sclerotizzazioni di quella che dovrebbe funzionare invece secondo l’insegnamento giusto – però la realtà è questa: che questo è il momento in cui Arimane ritorna ad avere la speranza di dominare la coscienza del mondo, e guardate: questa speranza è giustificata.

E questo è il momento in cui si prepara una scelta, il dilemma cosmico, il dilemma decisivo per l’uomo; perché non passeranno molti anni che saremo dinanzi a un bivio, e Arimane sa questo, ha riacquistato forza, perché ha visto che quello che era venuto dal Christo è stato velato, è stato appannato. E l’uomo sta lavorando per lui, questa è la realtà.

Questo non contraddice il fatto che ci siano degli esseri che, invece, lavorano per lo Spirito, che lavorano anche con grande zelo. Però, coloro che lavorano con grande zelo, bisogna che sappiano che non è sufficiente e questo è il senso delle domande che mi trovo davanti e delle risposte che devono essere date.

Non e’ sufficiente, perché il lavoro che noi facciamo, non riguarda solo noi stessi, non riguarda la mediazione, tutte le attività che svolgiamo di gruppo, l’asilo, riguarda anche la collettività a cui noi apparteniamo. Riguarda il mondo, e quindi, i problemetti, sono l’aspetto di una qualcosa che è molto più vasto. E alla vigilia della Pentecoste noi possiamo ricordare che, ogni volta, in questa data, si rinnova la promessa di un potere che l’uomo può riprendere.

Il Dottore parla persino di un testo in cui c’è il mistero della Pentecoste e c’è il segreto della resurrezione del potere dell’ uomo, e Lui dice che una copia di questo testo è negli archivi segreti vaticani e che però non può essere letto, se non da chi ha la sapienza delle cose iniziatiche, e un’ altra copia è nelle mani del Conte di Saint Germain.E allora non è che noi, privi di questo testo, dobbiamo rinunciare a comprendere il senso della Pentecoste, perché nella conferenza in cui il Dottore parla di questo, da’ delle immagini che sono decisive, soltanto che noi dobbiamo farle funzionare, perché due sono le novità che si connettono con la potenza della Resurrezione possibile ad ogni esperimentazione vera dello Spirito.Una è il segreto del Volere, l’altra è il segreto del Pensiero.

Il segreto del Pensiero è la sua trascendenza. Il segreto, ne abbiamo parlato per anni, abbiamo sottolineato questo, si può dire che sì, c’è la Filosofia della Libertà, c’è Verità e Scienza, Teoria Goethiana, Gnoseologia Goethiana etc., però lì c’è qualche cosa che va tratto, un succo da prendere e sono anni che noi facciamo questo lavoro, però ancora è un segreto perché il Pensiero contiene la trascendenza, altrimenti non potrebbe conoscere. Quindi il Pensiero già contiene ciò che conosce e l’uomo usa questo pensiero e ne ha tutti i risultati che vuole, ognuno può averne, ma ignora questo potere del pensiero perché non può rivelarsi solo per il fatto che l’uomo si eserciti, occorre che, veramente, questo sia deciso da un Mondo Spirituale e questo è il senso di tutto il lavoro della Scienza dello Spirito: che questa trascendenza divenga esperienza dell’uomo.

La trascendenza è la forza intima del pensiero, un’ intuizione in cui c’è già la forza dell’azione. Nella trascendenza del pensiero c’è già il Divino, c’è il Logos, quando questo pensiero intuisce delle verità, c’è l’azione della trascendenza, però la trascendenza non è conosciuta. Noi arriviamo alle verità, sappiamo qualcosa, che qualcosa ha folgorato in noi, ed è arrivato al segno giusto, ma se lo afferriamo, dove sta? Perché la trascendenza significa che l’ Io incontra il pensiero e il pensiero da all’Io la possibilità, finalmente, di muoversi, è tutto connesso con questo, quindi non può avvenire se ci sono certi limiti in noi.

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Adesso sospendiamo la questione della trascendenza e vediamo l’altro aspetto che ci spiega il perché sia possibile fare una domanda come questa:

“Inseguendo i pensieri psichici fino alla loro scaturigine, si può scoprire da che cosa sono originati e perché. Allora un raggio di luce riscalda l’oscura anima e si può preparare la presenza del Logos.”

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Ottimo, questo va benissimo, senonché è un’operazione difficile e qui incontriamo il tema del Volere. Il segreto del Pensare è la trascendenza, il segreto del Sentire è la Iside-Sophia, il segreto del Volere lo possiamo cogliere in una espressione del Dottore che noi conosciamo benissimo, perché tutte le volte che il Dottore parla di questo Volere, lui dice: “La forza del Pensare, la vita potente del Sentire”, del Volere dice: “il fine del Volere”. Non dice la potenza del Volere, dice “il fine del Volere”, perché il Volere è la massima forza dell’ uomo. Si può dire che la trascendenza del Pensiero è questo Volere, soltanto che è un Volere legato ai Troni, legato ai Cherubini, ai Serafini. E’ un Volere veramente divino: se noi pensiamo all’euritmia, vediamo un minimo il primo contatto che si può avere secondo quella Scienza, quell’Arte, con questo ritmo dell’Universo, ritmo del Volere.

Però ritorniamo al concetto di “fine del Volere”: questo Volere ci obbedisce, noi possiamo fare quello che vogliamo, se noi lo avessimo tutto, potremmo muovere le montagne e Maitre Philippe fece, Maitre Philippe faceva qualcosa che era qualcosa di simile, perché un giorno, a uno che voleva fargli un gioco di prestigio, disse: “ Beh, adesso faccio io un esperimento. Vedete il cielo come è azzurro? Ebbene, decido che in un quarto d’ora il cielo sia cupo di tempesta e che soltanto qui sopra, in un quadrato, ci sia l’azzurro e non piova.” Dopo un po’ ci fu un addensarsi di nubi, con lampi, tuoni, piogge scroscianti e sopra c’era una cupola azzurra e non piovve. Dopo di che, quel tale che voleva fare il bravone con lui, con gli esperimenti, s’è preso, s’è squagliato e non s’è visto più. Questo è documentato, quindi faceva quello che voleva. Perché? Perché era autorizzato. Quando lui spiegava, dice: “ Io sono autorizzato a fare queste cose, perché certe volte occorre che io faccia vedere qual’è la mia relazione col Divino.”

Questo Volere è possibile, però il Dottore perché dice “Il fine del Volere”? Perché quello è tutto! Perché ognuno ha il Volere che è relativo al fine che veramente persegue e quando uno crede di perseguire il Divino, non è vero, apposta non  viene quel Volere! Perché lui vuole il Divino per ornare la propria vita e per fare da cornice ad una vita nella quale lui si mantiene tutto il suo egoismo e se lo trasforma, se lo racconta in modo mistico. Ho conosciuto un amico, che è un uomo di gran valore, che aveva i calli, dù dita di calli ai ginocchi per quanto stava inginocchiato a pregare, ma io sapevo benissimo che lui per quante preghiere, lui voleva costringere il Divino a entrare in lui e lui rimanere quello che era. Perché, per esempio, negava la Scienza dello Spirito, quindi non voleva conoscere come far agire il Divino che era in lui, quindi il fine suo era un fine egoistico, malgrado i due dita di calli sotto i ginocchi, perché stava veramente, lo sorprendevo sempre in preghiera, in meditazione. Anzi, diceva che io perdevo tempo perché andavo qui, andavo là e il suo fine era quello e quindi non aveva altra forza che quella che, minimamente, lo soccorreva in certi momenti, ma ognuno ha quello che corrisponde al suo vero fine.

Che il vostro fine sia il Cristo, allora avrete il Cristo! Che il vostro fine sia veramente la donazione assoluta e allora il Volere è potente! Il Volere è in relazione al fine di cui si è capaci, ossia all’obiettivo che si è capaci di concepire! Ossia il fine che si può mettere a tutta la vita e che non è quello che noi perseguiamo mentalmente. Quello veramente risponde al nostro grado di evoluzione. Certamente una vita cosciente, una forma di coscienza del pensiero, aiuta a capire questo fine: ecco perché la via del Pensiero è importante, è importantissima perché l’uomo si rende conto di ciò che veramente avviene nella propria anima e non si fa illusioni, perché scopre che vuole il Divino fino ad un certo punto e se lo scopre, si spiega il perché questo Divino in lui non si realizza: perché lui non lo vuole ancora, non ha il coraggio di volerlo, non ha il fine che crede di avere, perché ognuno ha un fine. Ecco perché il Dottore dice “Il fine del Volere, la forza del Pensare, la Vita Cosmica del Sentire”. Il fine del Volere perché questo Volere agisce secondo il fine di cui noi siamo capaci.

A questo punto ero intenzionato di leggere la domanda di Vercingetorige ma Vercingetorige mi perdonerà, per oggi la dobbiamo lasciare, perché il discorso si sarebbe potuto completare proprio con questo e… però prometto di ritornare sull’ argomento nel prossimo mercoledì, perché altrimenti brucerei un argomento meraviglioso.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

L’ARCHETIPO – GIUGNO 2014

ascensione

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 64

Socialità
O. Tufelli Numina

Etologia
T. Diluvi Scala al Fattore

Poesia
F. Di Lieto Percorsi

AcCORdo
M. Scaligero Lo slancio di redenzione

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Perché l’Antroposofia

Spiritualità
R. Steiner Impulsi originari della Scienza dello Spirito

Testimonianze
M.G. Moscardelli Danza Maria Corradi Pizzo
Le violette di Mimma

Musica
Serenella L’ABC della Musica

Pubblicazioni
G. Burrini Alfabeto in filastrocche

Teatro
C. Gruwez, M. Nauwelaerts Manicheismo nei Drammi Misteri?

Inviato speciale
A. di Furia Un’intrigante ‘respirazione’

Personaggi
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Costume
Il cronista Monito

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I.Elliot Lambaréné

 Arretrati

Link

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA SOGLIA

attraversare

In questi tempi in cui la tecnica ci permette di fare tante cose prima mai sognate, paradossalmente, il mondo interiore degli esseri umani rischia di diventare sempre più povero e arido. Se andiamo indietro di due o trecento anni, la vita esterna era molto più semplice, le cose che si potevano fare ed avere erano molte di meno, quantitativamente parlando, e l’uomo viveva con il sentimento che il mondo fosse ancora tutto da indagare e che il futuro racchiudesse in se molte promesse.

Oggi la vita ha subito una forte accelerazione grazie alla tecnologia e alle scienze, ma questa accelerazione può bruciare prematuramente l’uomo e l’illusione del “tutto e subito” ha solo portato al vuoto e alla noia.
“Che altro c’è di nuovo?”

La globalizzazione dell’informazione ha esteso le coscienze sino ai confini della Terra, strappando l’uomo dal chiuso dei suoi piccoli interessi personali, ma questo bisogno di riempirsi ogni giorno di notizie nuove e possibilmente sensazionali, può diventare solo un paravento che nasconde il vuoto dell’anima.

Sembra di sapere tutto, ormai si è assaggiato un po di tutto e nella domanda: “…Che c’è di nuovo?…”  vive non solo la noia ma anche un elemento di paura, una paura indistinta, forse più subconscia che conscia, dovuta al fatto che tutto appare scontato, manifesto, appiattito.

L’essere umano ha perso la capacità di stupirsi o meravigliarsi per qualcosa; è fiero del suo realismo e così scompaiono lo slancio e la sorpresa.
La frenesia insaziabile che spinge l’uomo moderno ad accelerare sempre più i ritmi della vita fino a stordirsi, fa sorgere la passione per un limite sempre più estremo.

Nella gioventù, in particolare, c’è oggi la tendenza a voler avvicinare sempre più il limite delle forze fisiche. E’ la ricerca del brivido dovuto al pericolo-limite, che si accompagna alla forza, alla velocità, al rischio, qualunque esso sia purché porti in sé un‘emozione intensa.

Il limite assoluto della vita è la morte e dunque in questa spinta verso l’estremo, l’uomo ha il desiderio di far propria anche la soglia di tutte le soglie, quella frontiera che determina il confine fra due mondi: quello sensibile e quello soprasensibile.

L’esperienza di soglia per eccellenza è quella del limite verso lo spirituale!
Questa tensione sarebbe in se stessa profondamente religiosa, ma poiché l’uomo si è estraniato dal religioso, va a concentrarsi e manifestarsi nella ricerca del limite nel mondo fisico.

Nell’inconscio però, permane il desiderio di incontrare “l’altra soglia”, perché questo mondo diventa sempre più angusto e l’anima umana non si può comprimere più di tanto.
Il livello della fede o della pietà tradizionale, non bastano più a chi è riuscito a portare a coscienza il vero bisogno dell’anima che anela a quella soglia: “Ho bisogno di spazi nuovi, luminosi e immensi!”... E mondi luminosi e immensi attendono il risveglio dell’uomo per essere da lui conosciuti e amati.

L’essere umano d’oggi avrebbe bisogno di poter indagare il mondo invisibile che ci circonda, con la stessa scientificità, con la stessa forza penetrante del pensare che il suo spirito ha esercitato ormai da secoli riguardo al mondo visibile.

In un tempo in cui l’umano sembra esaurito nella immagine fisica che la scienza e la tecnologia gli attribuiscono, ogni anima, anche se non lo sa, vorrebbe lasciarsi narrare dagli Angeli quanto è bello e importante essere Uomo… perché lui l’ha dimenticato!

ALTRO

FRAMMENTI

Novalis

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Il fenomeno eterno, quello più mirabile è la nostra esistenza.

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Il mistero più grande, per l’uomo, è lui stesso.

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La vita è l’inizio della morte.

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La vita esiste per amore della morte.

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La morte è insieme compimento e principio, al tempo stesso separazione e più stretta unione.

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Quando uno spirito muore diventa uomo.

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Quando muore un uomo, diventa spirito.

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Libera morte dello spirito, libera morte dell’uomo.

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Per mezzo della vita futura si può salvare e nobilitare la vita passata.

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Comprenderemo il mondo comprendendo noi stessi, poiché noi e il mondo siamo due metà che vanno insieme.

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Tutto è seme.

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La natura non può essere spiegata statisticamente, bensì solo nel suo diventare moralità. Un giorno non dovrà più esservi una natura: essa deve gradualmente trasformarsi in un mondo di spiriti.

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L’uomo è il messia della natura.

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La forza matematica è forza ordinatrice. Ogni scienza matematica tende a ridiventare filosofica – a diventare animata o razionalizzata – indi poetica – infine morale – ultimamente religiosa.

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Secondo Kant la matematica pura e la scienza naturale pura si applicano alle forme della realtà esteriore. Qual è allora la scienza che si applica alle forme della realtà interiore? Esiste anche una conoscenza extrasensibile? Si apre anche un’altra via per uscire da se stessi e pervenire ad altri esseri o a risentirne l’azione?

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Solo in questo mondo noi siamo questi esseri limitati, ma non limitati per sempre.

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Noi siamo congiunti con l’invisibile più strettamente che col visibile.

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L’umanità è il senso superiore di questo pianeta, il nervo che lo congiunge col mondo di sopra, l’occhio che esso innalza al cielo.

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L’universo è in tutto l’analogo dell’essere umano, in corpo, anima e spirito: questo l’abbreviatura, l’altro l’allungatura della medesima sostanza.

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Il sole è nell’astronomia quello che Dio è nella dottrina religiosa.

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Noi siamo in missione: siamo chiamati a formare la terra.

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Tutta la nostra vita è servizio divino.

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Con la formazione e la solidità del pensare cresce la libertà.

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Libertà e amore sono una cosa sola.

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Dio è l’amore. L’amore è la realtà suprema – il fondamento primo.

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Il cuore è la chiave del mondo e della vita.

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Così Cristo è certamente la chiave del mondo.

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L’amore è lo scopo finale della storia universale – l’amen dell’universo.

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Novalis

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA RISPOSTA

Quello che segue è la risposta che ho dato ad un lettore. Essa è semplice. L’ho parzialmente rimaneggiata e minimamente ampliata. Non contiene rivelazioni (che non posseggo): diciamo che è soltanto un ripasso. Cosa che ritengo sempre utile perché può servire per mantenere abbastanza chiari, nella coscienza, alcuni tra i pochi concetti che, sul cammino interiore, rischiano sempre di affondare sotto la sfera della destità.

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Caro amico, le dirò volentieri quello che posso nel merito e, spero che non le dispiaccia se poi passo la sua a Eco poiché, per molto o poco, sono certo che comunque potrà interessare qualcun altro dei nostri lettori che, obbiettivamente, sono davvero tanti ma non sempre gli stessi.

Come lei saprà benissimo, il Dott. Giovanni Colazza strettissimo discepolo del Dott. Rudolf Steiner (lo scrivo non per lei ma per i lettori), forse la più alta figura nel manipolo di discepoli di rango – questo al punto che lo Steiner venne a Roma per incontrarlo secondo precise indicazioni fornitegli da esseri dei Mondi Spirituali – poco tempo dopo la scomparsa del Dottore, accettò l’offerta, promossa da J. Evola, di collaborare ad un progetto, rimasto unico in Italia (ma forse anche fuori dal nostro Paese), di pubblicazioni di esoterismo di indirizzo dottrinario e pratico, con l’apporto di molti tra i migliori operatori dell’epoca.

Date le scuole spirituali non omogenee, i fascicoli espressero pur tuttavia il meglio di diverse tradizioni. E furono sostanzialmente ricchi di indicazioni pratiche. Alcune figure importanti del panorama antroposofico del tempo furono presenti tra i più validi collaboratori. Tutti figurarono come ignoti al pubblico poiché vennero adottati nomi simbolici e pseudonimi.

Leo è la firma che indica gli scritti di Colazza… che scritti non furono poiché egli seguì per tutta la vita in seno all’antroposofia l’indicazione spirituale di non scrivere. Durante il periodo di vita della Rivista, fu Evola, nella doppia mansione di direttore e collaboratore, che, sedendosi accanto a Colazza, scriveva quanto gli veniva dettato.

Tant’ è che ci fu qualche errore nel complessivo di cui si è discusso, credo, sulla rivista L’ Archetipo.

Se parliamo dei primi due scritti: Barriere e Atteggiamenti, il problema non sussiste poiché la trascrizione è del tutto corretta (e parimenti corretta rimase anche nelle successive edizioni, parzialmente modificate da Evola).

Se qualcuno legge l’intera produzione di Leo su Ur osserverà un “crescendo” di spunti e discipline che porterebbero chiunque sulla soglia dei Mondi Spirituali ma forse osserverà meno alcune cose. Una di queste è il lavoro di correzione compiuto da Leo per controbilanciare tecniche descritte da altri autori, suggestive quanto avventate.

Inoltre, Leo, come spesso accade nell’agire sottile di grandi figure occulte, in un certo senso inganna il lettore o, da un diverso punto di vista, chiama chi vuole lui.

La sua prosa, neutra, senza attrattive, estremamente riassuntiva, priva di riferimenti e alquanto povera di terminologia sembra fatta per allontanare il lettore che scopre sapori e colori forti e gioielleria scintillante da altre parti.
Ma non presso Colazza che pare offrire la mercanzia più scipita o meno invitante del mercato.

Detto questo passiamo a “Barriere” dove Colazza insegna al suo speciale apprendista, la modalità che ora sappiamo necessaria: “Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente.” Non credo servano spiegazioni per questo: comunque, per intendersi, viene sottolineata la necessità di un meditare non casuale ed infrequente ma anzi il suo esatto contrario: trattasi di un lavoro interiore continuo, voluto e predeterminato.

E’ pure piuttosto importante un chiarimento che Colazza non si perita, a buon diritto, di dare.

Il breve scritto potrebbe essere pensato come diviso in tre parti. Diciamo, alla buona, che la prima parte introduce il problema adombrato dal titolo, la terza indica la retta fenomenologia del lavoro animico e l’indicazione della conseguente esperienza. La seconda parte è il contenuto che andrebbe meditato e realizzato: 20 righe di frasi e nessuna altra indicazione. Può succedere (è successo) che il discepolo zelante le impari a memoria, ma poi a passarle tutte diventa più un rosario che una meditazione e ben presto si forma l’ombra della delusione.

Naturalmente quello è l’approccio sbagliato, la trappola, a dirla brutta. In realtà ogni singola frase è uno spunto meditativo completo. Non un mantra ma uno spunto meditativo da sviluppare individualmente e liberamente con immagini vive, cioè capaci di afferrare tutta l’anima e il sentimento. Come ogni meditazione, la frase scelta non va pensata (elucubrata) ma trasformata in immagine che possa essere sentita dall’intera anima.

Scelga autonomamente quali frasi usare. Non c’è altra regola se non quella che il contenuto suggerito susciti, ad un certo momento, un “senso di grandezza e di potenza” finché questo venga percepito come la “presenza di una forza”. Con queste parole che ho corsivizzato, il Dott. Colazza intende che tale meditare dovrebbe afferrare tutto l’uomo: se la meditazione rimane confinata nella coscienza della testa non cambia nulla; se giunge ad afferrare il sentimento essa si realizza ad un grado superiore; se viene accolta, per così dire, da tutto l’uomo, pervadendo sottilmente gambe e braccia, allora il suo senso ritorna alla coscienza come una inusuale impressione di forza interiore.

Occorre decisione e coraggio, poiché, come sappiamo sin troppo bene, l’uomo ha paura di sentirsi rinnovato e forte anche quando lo desidererebbe: più come enunciato che nella realtà. Eppure Colazza (come poi Scaligero, con forma stilistica diversa) è assai drastico: “Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.”

Nel secondo scritto di Leo: “Atteggiamenti” ritroviamo il medesimo schema: una densa parte introduttiva, le discipline, e nella terza parte alcune indicazioni che indicano (sempre in maniera semplice e dimessa) la portata delle precedenti discipline: “Gli accenni di pratiche ora esposti ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle percezioni sensorie, pur con tutta la vivezza e la realtà propria a queste ultime”. Se queste parole paiono indicare un’attività interiore libera dai sensi fisici e però altrettanto intensa, non ci si sbaglia.

Aggiungo solo che gli esercizi indicati da Colazza portano in sé diversi gradini di esperienze, certo culminanti con la liberazione della forza-pensiero dai legami sensibili, ma anche diverse altre conoscenze estrasensibili e gli strumenti per passi successivi sulla Via iniziatica.

Sono due le meditazioni immaginative proposte: il senso dell’aria ed il senso del calore.

Chi le sperimenta ben presto s’accorge che ambedue iniziano con l’aiuto di immagini sensibili (interiorizzate) e procedendo, l’essenza della loro attività contemplativa supera, per attività dell’operatore, ma anche per lo stesso contenuto dei temi, il confine del pensiero legato ai sensi. Detta così, sono consapevole che sembri una operazione abbastanza facile ma le assicuro che non lo è.

I “risultati” descritti da Colazza per i due esercizi dovrebbero essere compresi appieno poiché indicano condizioni “sine qua non” per l’operatore. Anche per chi ha scelto discipline diverse e segue gli importanti esercizi dati da Steiner e Scaligero. Di alcuni aspetti delle esperienze intermedie circa il senso dell’aria e del calore ne ho parlato in anni precedenti (ad esempio ho scritto come il senso dell’aria si rivolti completamente e si sperimenta come si venga respirati dall’aria che ci circonda, che, viva e attiva, vuota e riempie i nostri polmoni. Inoltre si può imparare ad avere una sottile percezione dell’aria, quasi essa fosse visibile). A mio parere il senso del calore è più difficile, ma possiede la caratteristica di non poter rimanere nella testa e realmente si accende nella zona del cuore, fenomeno che si compie da sé, che non deve essere tentato con artifici: passa da sé dalla testa al cuore. Trovo indirettamente l’occasione di ricordare una immagine meditativa, anche saltuaria, in cui ci si rappresenti tripartiti: testa-torace-arti: da ciò si imparano diverse cose.

Per finire sottolineo come le due discipline racchiudano in sé la sintesi di molti esercizi singoli, gli strumenti interiori ma concreti volti alla liberazione del corpo sottile (eterico) ed una inusuale porta per il pensiero libero dai sensi. Per il resto non saprei che ripetere, magari distorcendo, le parole di Leo che, come ho già scritto, possono apparire fin troppo semplici (una manna per la pigrizia dei sedicenti occultisti odierni), mentre in realtà la loro piana semplicità vela, al pensiero superficiale e avido di sconvolgenti rivelazioni, le operazioni interiori più possenti.https://dub122.mail.live.com/

Come scrissi ad un altro lettore a cui ho parlato dei 44 esercizi di Tecniche della Concentrazione Interiore di Massimo Scaligero, nulla andrebbe preso come sta. Tutte le discipline resterebbero sulla carta se non vi fosse un’iniziale risveglio delle potenze interiori: è l’anima che con onestà (purità attiva) e coraggiosamente libera dalla banalità di precedenti rappresentazioni, dovrebbe trovare in questi scritti quello che potrebbe servirle per il suo lavoro: questo è solo un consiglio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Johann Heinrich Merck

“Il piacere di discutere e interpretare..con Merck fu di breve durata, giacché l’accorta landgravia dello Hessen-Darmstad lo volle con sé nel suo seguito nel viaggio a Pietroburgo. Le compiute lettere che mi scrisse, mi aprivano una più ampia prospettiva sul mondo, che mi era tanto più agevole comprendere dal momento che quei quadri erano tracciati da una mano familiare ed amica. Rimasi comunque piuttosto a lungo in solitudine e privato proprio in quell’importante momento della sua assistenza chiarificatrice, di cui avevo pure tanto bisogno”

Goethe, Dichtung und Wahrheit, Libro XIII 

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Autore e critico tedesco, Johann Heinrich Merck nacque (già orfano di padre) a Darmstadt l’ 11 aprile 1741.

Dopo gli studi giuridici e un precettorato in svizzera ottenne un impiego presso la Cancelleria di Darmstadt prima e presso il ministero della guerra in un secondo momento.

Importante fu l’influenza  esercitata sull’intero movimento letterario tedesco. Nonostante la formazione razionalista non rimase insensibile all’esperienza dello Sturm und Drang , tanto che diversi giovani esponenti lo ebbero in grande considerazione quale figura di riferimento.

Si era in un momento storico nel quale la produzione e la fruizione culturale, molto vivaci in quel di Darmstadt, non erano più esclusivo appannaggio degli ambienti di corte. Anche le case private delle persone non direttamente ascrivibili a circoli nobiliari erano dunque luoghi in cui si faceva cultura,  a volte  capaci anche di influenzare la vita culturale dell’ambiente di corte stesso.

La dimora di Merck era uno di questi luoghi, e divenne un importante centro di intensa vita intellettuale, specie nel periodo che seguì la sua scelta di dedicarsi con particolare cura all’attività di critica letteraria. Ciò avvenne anche grazie alla sua conoscenza diretta di tutte le principali personalità dell’epoca (Herland, Wieland, Jacobi, Gleim e La Roche tanto per citarne alcune), con le quali intratteneva fitti rapporti via a vis piuttosto che epistolari. Fu, tra le altre cose,  cofondatore delle  Frankfurter gelehrte Anzeige, nonché principale contributore della Allgemeine Bibliothek di Nicolai. E proprio le Frankfurter gelehrte Anzeige ospitarono alcuni fra i primi lavori di Goethe; nella fattispecie otto recensioni.

La conoscenza con Goethe ebbe luogo nel 1771 presso Francoforte. Poco tempo dopo il primo fu introdotto da Merck, con il nome di “Viandante”,  nel circolo Darmstadter Kreis. Per Goethe si trattò dell’amico giusto al momento giusto, ed importante fu l’influenza di Merck sul giovane (tra i due correvano otto anni di differenza) sia in termini di stimolo creativo che di orientamento e critica, sempre caratterizzati da precisione, lucidità e da uno spirito capace di apprezzarne il genio e sostenerlo senza invidia o tornaconti personali. Ma c’era anche un altro aspetto ad intrigare Goethe. Tanto nella produzione culturale quanto nella sua vita, Merck mostrava spesso un alternanza fra aspetti positivi e produttivi e aspetti distruttivi, tanto da indurre Goethe ad utilizzare diverse volte l’appellativo di “Mefistofele Merck”. Volker Ebersbach ebbe a scrivere in proposito: “La personalità di Mefistofele che Goethe studiò e che ritrasse nell’antagonista di Faust deriva dalla profonda capacità di penetrazione di Merck nelle proprie sofferenze ed in quelle altrui”.

Nel 1773 Merck intraprese il viaggio a San Pietroburgo al seguito della Landgravia Carolina di Hesse-Darmstadt a cui fanno riferimento le righe Goethiane in apertura, di ritorno dal quale fu ospite del Duca Carlo Augusto di Weimar al castello di Wartburg.

Nel 1788, a seguito dell’esito negativo di alcuni investimenti,  finì in bancarotta, e Goethe fu tra coloro che cercarono di dargli supporto, ma lo stato di prostrazione psicofisica andò via via peggiorando (complice la morte di cinque dei suoi figli) fino al suicidio che avvenne il 27 giugno 1791.

Oltre alla produzione critica  ne esiste anche una  letteraria, costituita principalmente da brevi saggi su arte (pittura soprattutto) e letteratura (poemi e racconti), sebbene la corrispondenza rimanga l’aspetto forse più interessante, potendosi da essa evincere molti aspetti e risvolti della scena letteraria del suo tempo.

MERCK

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“E’ impossibile spiegare quanto questo circolo mi abbia ravvivato e sostenuto. Le persone erano liete di ascoltare la lettura dei miei lavori terminati o in via di componimento. Venivo incoraggiato quando aperatmente e laboriosamente riferivo ciò su cui stavo lavorando. E venivo rimproverato quando, ad ogni nuova distrazione, trascuravo scritti precedenti ed incompiuti”

Goethe in merito al circolo Darmstadter Kreis , Dichtung und Wahrheit, Libro I

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

SLOGAN ESOTERICI?

Il Logos e ...

Alcuni ragazzacci sembrano essersi affezionati ad una riga di un testo di Massimo Scaligero. Ciò al punto di considerarla, forse, alla stregua di un motto, oppure di una stravagante sintesi di qualcosa che, per loro rappresenta una bandiera, un apice inamovibile o uno scoglio. Probabilmente con essa dichiarano un proprio limite verso il quale va tutta la mia comprensione. So bene quanto sia difficile manifestare apertamente le proprie difficoltà, specie quando, giovanissimi, ci si credeva capaci di raggiungere ogni mèta senza tempi lunghi e senza troppe difficoltà.

Poi, raggiunto l’imbrunire, si guarda indietro e ci si accorge che parte dello slancio iniziale ha perso nel tempo la sua bella forza, che la dedizione avrebbe preteso il meglio di noi stessi: cosa che non siamo riusciti a mantenere, che troppe volte il pessimo in noi ha preso il sopravvento, che non abbiamo tenuto saldo nelle bufere della vita, che forse nemmeno la costanza ha convissuto in noi senza incertezza.

Se si hanno occhi per vedere, sono tante le cose che vorremmo fossero state diverse. Io credo però che ogni essere umano ha, in fondo a se stesso una intangibile dignità che nulla o nessuno può portagli via. Per questo, invece di scalciare al vento, credo che l’uomo possa comportarsi con limpida fermezza (puramente interiore) sempre, anche quando cede al mondo il suo ultimo fiato.

Come l’atleta paolino o il guerriero egli può battersi anche quando la battaglia sembra ormai perduta: v’è in ciò un eroismo più alto rispetto ai rari tripudi di chi crede di vincere la scaramuccia di una singola vita terrestre.

“Boia chi molla”: con queste parole Scaligero mi salutò alla fine del nostro primo incontro e trascinare tale frase in contesti politici sarebbe vergognoso per chi lo pensasse. Penso invece che possa valere per sempre.

Qualcuno non capirà quale sia il senso di ciò che per ora ho scritto (ma spero che giunga a chi è stato destinato, almeno), di questo mi scuso e ritorno al nocciolo espresso nelle prime quattro righe.

La frase di cui parlavo (neppure completata) è questa: “La Via del Pensiero rischia di divenire una via del sublime egoismo”.

Essa, così scritta e riscritta, presenta non poche pecche. Non voglio neppure sospettare un suo uso contro qualcuno. Spero che ciò non sia vero anche se c’è stato chi ha pensato proprio questo.

Ma, procedendo con ordine sereno, essa, già con il sistema deprecabile del fuori contesto, può diventare una menzogna o un’arma. Inoltre, dato che i ragazzacci invocano costantemente bontà e moralità, hanno per caso valutato come essa possa provocare dubbi ed incertezze in chi, con tutte le difficoltà che ordinariamente ha attraversato, è giunto faticosamente a comprendere la Via del Pensiero – fatto non meccanico e in divenire – giusto in tempo per notare consciamente o meno che “scafati” discepoli della medesima Via riportano tali, contrastanti parole scritte dal Maestro stesso? E’ un bene questo?

E ancora: come essa possa provocare tripudio tra pigri e sciocchi che, senza arte e conoscenza s’accontentano di una cubitale critica verso lo scomodo pensare. Anche questo è un bene?

Ho parlato di menzogna e per provarlo, lasciando che i lettori giudichino da sé, riscrivo l’intero brano dal quale la riga è stata strappata:

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“La ricongiunzione del pensiero con l’Io è l’iniziale moto della Volontà magica: l’atto della libertà possibile unicamente all’uomo autocosciente. La pura connessività del pensiero dialettico può portare lo sperimentatore a intuire una simile logica del pensiero vivente: l’autonomia di questo rispetto ai sensi e alla psiche, la sua possibilità di donare l’iniziale esperienza del “corpo sottile”. Ma ciò non è ancora ritrovare il Logos: anzi, questo è il momento in cui l’asceta corre il rischio di usare inconsciamente l’acquisita virtù del puro pensiero contro il Logos: secondo un residuo impulso della radicale natura egoica. Egli può diventare l’istruttore di molti discepoli avidi di dipendenza da un maestro che dialetticamente mostri di possedere la via.

La Via del Pensiero rischia di divenire una via di sublime egoismo, se non viene illuminata dalla luce della Iside-Sophia.  V’è un possibile punto d’arresto nella sfera dell’intellettualismo esoterico, dotato della sua dinamica interiore e persino dei suoi poteri: certamente limitati. Si può parlare di arresto della via, al livello di un intellettualismo esoterico organico ma incapace di connessione radicale con l’Io, ossia con il Logos. E’ la zona che può essere superata soltanto, ove si segua radicalmente l’Ascesi del Pensiero: così che apra la via al cuore, dal quale risorge la Memoria delle cose divine, la Iside-Sophia.

Per superare la zona neutra, in cui è possibile il ritorno alla viltà senziente o al tradimento dell’intelletto, occorre il trasferimento dal sussistente modo di essere dell’anima a un modo di essere originario, perduto: che era necessario perdere, per riconquistarlo da un grado di spontaneità a un grado di libertà: la Memoria delle essenze perenni, che è l’intima struttura dell’anima, smarrita: eliminata dalla coscienza dialettico-sensuale.

L’originario modo di essere dell’anima risorge nella misura in cui essa giunga a contemplare fuori di sé ciò che le è divenuto processo intimo: il formarsi dell’idea, l’imaginare creatore. Questo imaginare è il s e n t i r e liberato, che volge verso la zona in cui può accendersi, come fiamma dell’Amore Divino, la potenza dell’antica fede ridestata, la virtù dell’assoluta consacrazione di sé. Essa viene preparata dal connubio del Pensiero con la Volontà.”

*

Chi vuole e può, legga con molta attenzione le precedenti righe: appartengono ad un Testo piuttosto difficile e di alti contenuti che Scaligero fece uscire nel 1973 per le Ed. Teseo col titolo “Il Logos e i Nuovi Misteri”.

Allora, i ragazzacci, tra le 5.000 pagine dei 28 libri scritti da Scaligero tra  il ’59 e l”80 sono andati a cercare, in uno tra i più avanzati per quanto viene indicato per l’ascesi e la connessione di questa all’esperienza dei Misteri, risorti dal Sacrificio del Cristo, l’unica frase mozza che pare contraddittoria ad almeno 4.500 pagine del Suo Insegnamento.

E’ lo scherzetto di un perenne Carnevale…o cosa?

Se con la frase in oggetto si voleva discriminare la plebe ignorante dai pochi aristocratici sapienti…con quale coraggio?

Oppure (ma, seriamente, quasi non oso dirlo), si voleva tirare confini tra chi “ha accolto il Cristo nel suo cuore” e chi ha, nel suo lavoro interiore, tutto sbagliato? Chiedo: con quale (arbitrio e) certezza?

In questo ultimo caso da dove giunge il giudicare (contraddittorio: recita il bene ma esprime critica), dall’alto o dal basso?

Se una sola tra queste domande fosse in qualche modo congrua alla realtà, quello che apparirebbe sarebbe solo la manifesta miseria di “ego” smisurati, seppur fingenti tutte le virtù dei tre mondi.

Cari miscelli, c’è poco spazio per alternative.

A meno che sia tutto un’illusione e che apparteniate a chiese o correnti che, in lecita libertà percorrano strade assai diverse da quanto si riconosce come Scienza dello Spirito. Ma allora diventa incomprensibile una più o meno dichiarata appartenenza a quella Manifestazione dello Spirito che in Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero e altre poche figure ha trovato la via per comunicare agli uomini.

Ma se è questo il reale in cui vi muovete, allora potrebbe venirvi addebitato il più che biasimevole fatto che Massimo Scaligero venga usato per i propri scopi: lo so, ciò sta andando sempre più di moda e così diventa consuetudine accettabile. Viene fatto da molti ed è la cosa più facile a farsi: specie col mare magnum dell’Opera di Steiner: prendere una manciata di righe con le quali qualsiasi cosa ed il suo opposto possono avvalorare ogni punto di vista personale!

Ma se vi è difficile evitare questa pratica, potreste almeno togliervi dalla bocca quel zuccheroso “amato maestro”: un po’ di rispetto non recitato (quello che do anche al mio cane), forse sarebbe sufficiente.

E se vorreste dare, donare veramente, un piccolo tributo alla comunità di coloro che tentano l’arduo cammino, date qualcosa che sia vostra sperimentata esperienza, non certo e non a caso righe e frasi spillate dall’immensa produzione del Dottore (con Scaligero la cosa è più difficile), con cui manipolare il facile sentimento degli ingenui.

Sebbene sia rude (quando si diventa vecchi si tende, con poca diplomazia, a dire quel che si pensa), è sempre un po’ difficile dire queste cose a cuore aperto, senza acrimonia, ma posso assicurarvi che vi sto parlando  come amico, a cui veramente dispiace dire quello che ho voluto dirvi.

Ora vi saluto senza alcuna animosità e anzi, com’era in uso dalle mie parti, intrise un tempo di cortesia europea, chino il capo con un sussurrato “Servo Vostro”.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

ARTE E TERAPIA

muse

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Cari amici lettori,

è arrivato un po’ di caldo e subito s’avvicina la tentazione di batter fiacca…Massimo diceva: “Stanchi o col mal di denti, il teorema di Pitagora continua ad essere vero” intendendo che si può pensare in ogni condizione.

Vabbè, sono troppo esigente. Rallento il passo e mi dirigo su temi più generici che non riguardino gli esercizi essenziali ma che in taluni casi possono essere attività assai utili. Poi, come sempre ognuno farà (o non farà) ciò che reputa interessante, necessario o ininfluente. 

Qui non si tratta di “creazioni artistiche” ma di una semplici pratiche elementari che stimolino forze creative e curative per l’anima ed il corpo. Ogni arte trova applicazione nelle forze che operano nell’uomo: la forma, il ritmo e la materia informe. Tratto perciò brevemente di musica, di pittura e di scultura. 

Musica: 

E’ l’arte più diretta in relazione al sistema ritmico e alla sfera del sentire. Tensioni e abbandoni, cupezza e gaiezza, dissonanze e armonie sembrano fatte per esprimere le disposizioni dell’anima oscillante tra gioia e dolore. Potenza certa e come lo spirito governa il sentire che s’innalza o ricade in seno all’anima. Come il calore in altro modo, la musica irraggia e attraversa il nostro essere sino alla sfera del movimento e agisce sui nostri istinti, la volontà ed il ritmo sanguigno. Poiché ha origine nei Cieli che sono anche patria dell’uomo, ha il potere di ristabilire armonia tra opposte tendenze a cui ci trascinano le cangianti impressioni sensorie per ricondurci all’ordine dell’eternità. Un tempo percepita come “armonia delle sfere” e infatti nella gamma delle sette note, negli intervalli e nella misura si riflettono le leggi numeriche cosmiche che ritroviamo nel moto planetario e nel passaggio del sole attraverso i dodici segni dello zodiaco. L’accelerazione o il rallentamento di un pianeta è sottomessa alla legge matematica della vibrazione armonica che regola anche la sonorità delle corde strumentali. 

La musica è veramente un’eco del macrocosmo. Certo che ognuno la sente differentemente, ma si può dire che porta nell’anima una risonanza delle sfere immortali. Richiamandosi alla realtà dello Spirito in noi, chiunque può sperimentare che la vera musica ispira il bene e l’aiuta a trionfare sugli impulsi cattivi. Per contro, le musiche degenerate hanno un effetto opposto (disgregano le formazioni ‘delicate’ del corpo eterico); se l’anima non è ancora sotto l’autorità dell’Io, è frequente al giorno d’oggi che pensiero, sentimento e volontà tendano ad una precoce indipendenza gli uni dagli altri.

Però è la musica che permette allo spirito d’intervenire nella vita animica. Si sa da tantissimo che accompagnando il lavoro fisico lo rende più leggero grazie all’elemento ritmico: l’anima può volare sulle ali della melodia quando il metro scandisce il moto delle membra. E’ solo una delle influenze, tra altre ben più sottili, che una terapeutica può utilizzare con profitto. 

Pittura: 

La pittura e il mondo dei colori hanno un rapporto con le forze del cuore. Come i colori nascono da un’oscillazione tra luce e tenebre, così l’anima vive tra le mille sfumature che le emozioni suscitano tra la luce e le tenebre interiori. Essa sente la salute quando, in una sorta di respirazione psichica, si dà al mondo per poi ritirarsi in sé stessa. Se tale ritmo è sregolato, si producono molteplici danni nella respirazione e nella circolazione, alludendo da un lato ai processi nervosi, dall’altro ai fenomeni digestivi.

Quando dipingiamo, doniamo forma esteriore ad immagini interiori. Traduciamo le impressioni ricevute dall’ambiente o da immagini che ascendono in noi: corrispondentemente ad una inspirazione ed espirazione. Dipingere è oscillare continuamente tra l’azione e la contemplazione e tra i due interviene un “giudizio di sentimento” che guida il tocco del pennello. Bisogna provare almeno una volta per comprendere l’analogia che esiste tra le due fasi della pittura ‘terapeutica’ e quelle della respirazione. Molti tra quelli che non sono abituati a contemplare il mondo circostante si meravigliano dopo qualche esercitazione, che l’anima si arricchisce, che si coglie nel percepito le sfumature più svariate, che la sensibilità si apre alla bellezza delle forme naturali. La respirazione si fa più profonda e conduce a prendere parte più attiva nei confronti delle sensazioni dateci dalla vita giornaliera. A quelli troppo esclusivamente legati a idee astratte e fisse, il colore che fluttua insegna come svincolarsi dalla rigidezza e respirare più liberamente.

La pittura ha uno spazio d’applicazione assai ampio in tutti i problemi che si rapportano tra l’individuo ed il suo ambiente. L’amore per il mondo dei colori ci rende più indulgenti e più pazienti: sveglia più interesse per gli esseri e le cose della vita.

Più siamo capaci di fare ‘immagini’ di uomini, cose e avvenimenti, portiamo più comprensione e simpatia al mondo in cui viviamo.

Un ricordo personale: stavo per uscire dal suo studio quando Massimo mi disse: “Se hai un po’ di tempo, prova a dipingere. Ti farà bene” Mi spiazzò un poco. 

Scultura: 

E’ ancora diversa l’azione dello scolpire. La creta, la cera, la pasta da modellare che la mano impasta sono sostanze terrestri. Esse devono prendere forma. Quando si pratica quest’arte per un certo tempo, non ci si sente soltanto fermi sul suolo terrestre ma ci si muove con più sicurezza poiché si percepiscono meglio le forze spaziali. Si rendono in effetti più attivi i sensi del tatto e dell’equilibrio.

La ‘fermezza’ delle forme scolpite non deve tuttavia condurre all’indurimento ed è per questo che il movimento delle forme gioca un grande ruolo. Le forme organiche evolvono secondo una necessità interna e ciò suscita una profonda calma. Tale calma agisce fino agli organi e gli fortifica.

La scultura fa appello alla volontà per guidare l’attività delle membra; insegna a orientarsi ed adattarsi alle leggi dello spazio nella realizzazione di forme concepite dal pensiero. Se il dominio della corporeità è difettoso e si producono malanni come vertigini, angosce, perdita dell’orientamento, in tali casi la scultura è risanante. La sua azione si fa sentire nei problemi interiori legati alla mancanza di concentrazione, perdita di memoria e manifestazioni nervose diverse (da eccitazioni leggere a malattie nervose più serie).

 Ci sarebbero tante altre cose da scrivere, ma col caldo che arriva…

 

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO
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