ISIDE SOPHIA – Ottava Lettera (Parte II)

Denderah

OTTAVA LETTERA

Novembre 1944

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO

(Continuazione)

In tal modo, abbiamo trovato il carattere fondamentale dei tre gradini di passato, presente e futuro in quanto essi rivelano se stessi attraverso la nostra vita. Essendo il tempo settuplice, dobbiamo ora trovare il carattere fondamentale dei tre gradini del passato e quelli del futuro e, in mezzo ad essi, l’unico gradino del presente. Se riusciamo nel rinvenire il carattere di questa settuplicità, non solo risolveremo l’enigma di una delle leggi del tempo, bensì riusciremo altresì a leggere il carattere interiore e le capacità dei cinque Pianeti, del Sole e della Luna. Infine giungiamo alla ragione del perché abbiamo intrapreso questo compito apparentemente arido e faticoso di scoprire la legge della settuplicità del tempo.

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L’essenza dell’evoluzione è l’emancipazione. Qualche essere che finora è stato sommerso in un oceano di esistenza universale, muove verso l’esistenza individuale. Per iniziare le nostre osservazioni, prendiamo il bambino neonato nel suo stadio presente e guardiamo poi indietro nel suo passato. In primo luogo al momento del concepimento egli giunse ad esistenza attraverso il padre e la madre. Possenti Potenze di Volontà, che chiamiamo destino, compenetrarono le vite del padre e della madre. Attraverso queste Potenze di Volontà fu aperta per l’anima del bambino la porta nell’esistenza fisica. Questo fu il primo gradino, ma ciò non sarebbe stato sufficiente. Forze di vita compenetrarono il germe del corpo fisico e lo portarono sempre più a forma umana finché esso non nacque. Persino un terzo stadio fu necessario a render capace l’organismo, da un certo momento in poi, di avere sensazioni e sentir dolore o soddisfazione attraverso i suoi propri bisogni corporei.

  • Primo: possenti Potenze di Volontà causano l’esistenza fisica. Viene creato il germe di un singolo corpo individuale.
  • Secondo: questo germe di un corpo individuale è permeato da forze vitali che plasmano il germe ad immagine dei suoi genitori.
  • Terzo: mentre il germe è plasmato sempre più ad immagine dei suoi genitori, esso è permeato pure dalle forze dell’Anima e dalle forze della coscienza.

Nel descrivere questi tre stadi abbiamo descritto pure le caratteristiche e le capacità dei tre Pianeti superiori – Saturno, Giove e Marte.

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Saturno appare sempre come la manifestazione di quelle forze che nell’Universo creano il germe della singola esistenza fisica per tutte le specie di esseri, sia che essi abbiano bisogno dei corpi di pietre, di piante, di animali, oppure di esseri umani per la loro presenza terrestre. Tremende Potenze di Volontà emanano da questi Esseri di Saturno.

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Da Giove fluiscono Potenze di vita che dotano i germi della singola esistenza fisica di forze di Vitalità. Qui, comunque, incontriamo una difficoltà. Percepiamo che la pianta è ancora permeata da forze vitali, ma non possiamo vedere queste forze nel minerale. Dobbiamo riconoscere che i minerali non possono essere vitalizzati dalle forze di Giove, benché queste forze vengano riflesse. Il secondo stadio della settuplice evoluzione lavora in una maniera diversa dentro il regno minerale.

Le forme cristalline dei minerali sorsero dalla riflessione delle forze di Giove in passati cicli di evoluzione, rivelando la magnifica Saggezza del Cosmo. In seguito vedremo pure come queste forze di Saggezza Cosmica siano collegate con Giove.

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Marte è il donatore delle forze animiche. Per forze animiche intendiamo le Potenze che rendono le creature capaci di avere sensazioni ed emozioni, sorte entrambi da eventi nel mondo esteriore o da attività provenienti dall’interno del loro proprio corpo. Queste percezioni possono risvegliare o simpatia o antipatia. Così, per esempio, il bambino neonato è capace di sperimentare qualsiasi impressione causata dal mondo circostante, o come dolorosa oppure confortevole. Un ago che punga la pelle può essere spiegato soltanto come un evento meccanico, ma ciò non spiega il fatto che il bambino cominci a piangere. La ferita causata viene sperimentata qualitativamente in una sfera diversa da quella di un semplice evento fisiologico.

La capacità di esperienza animica è già qui nel bambino neonato, ma che cosa accade con le sostanze inanimate e nelle piante? Che capacità animiche siano innate in questi oggetti non possiamo dirlo, tuttavia le forze di Marte operano su qualsiasi cosa venga in essere. Le sostanze inanimate, come i minerali e gli esseri viventi più semplici come le piante, hanno soltanto un “riflesso” di esse. Le forze animiche riflettono se stesse nelle proprietà chimiche di questi oggetti. Se guardo la penna nella mia mano, allora certamente non posso dire che essa abbia qualcosa come delle sensazioni, ma mentre essa era ancora in costruzione, prima che venisse nelle mie mani, il seme della disgregazione era già impiantato in essa. Questo destino, che porta l’inevitabile disintegrazione, sembra dapprima negare la vita, tuttavia dobbiamo occuparci di esso. Qui la natura aggressiva di Marte appare come quella che alla fine distrugge ciò che è stato creato. Troviamo, inoltre, che là dove Marte crea capacità animiche esso semina pure il seme della disgregazione, poiché le forze animiche e le emozioni di piacere e dolore alla fine distruggono il corpo di un essere umano. Queste forze fluiscono in tutti gli esseri creati prima che entrino nella fase della loro presente esistenza.

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Le forze del Sole creano o causano l’attuale stato di essere in tutti gli oggetti della creazione. Nell’era presente esse causano anche l’emancipazione e l’anelito verso l’indipendenza. Pensiamo ancora una volta al bambino neonato. E’ appena nato, il che significa che è stato separato dal corpo della madre, la quale è stata fisiologicamente una parte di esso prima della nascita. Ora egli è fisiologicamente separato, e crescendo tende verso l’indipendenza. Ciò è mostrato anche dal fatto che uno dei primi atti di coloro che attorniano il bambino è quello di dargli il suo nome proprio. Viene riconosciuto come essere individuale. Con i nostri sensi possiamo realizzare ch’egli ha il suo proprio corpo, e speriamo persino che questo corpo crescerà sempre più indipendente dalle necessità della vita nelle quali egli è implicato durante la sua prima infanzia e la sua fanciullezza.

Non possiamo parlare di un impulso di individualizzazione entro i regni inferiori della natura nella stessa maniera in cui possiamo farlo entro l’umanità, sebbene l’impulso del Sole sia operante anche qui. La luce solare li rende visibili ai nostri occhi; noi percepiamo il loro profilo e i loro colori. Pensiamo alla costruzione del primo motore a vapore. In primo luogo, l’idea arrivò all’inventore; questo fu lo stadio di Saturno. Poi l’inventore dovette riflettere sulla sua idea e considerarla in rapporto con le leggi meccaniche e fisiche, con i conseguimenti tecnici della sua era. Egli dovette entrare nel Mondo della Saggezza Universale nella misura in cui essa venne rivelata all’umanità; questo fu lo stadio di Giove della costruzione del motore a vapore. Quindi l’inventore, procedendo nella realizzazione del suo progetto, dovette usare sostanze terrestri, come ferro e acciaio, nelle quali erano già impiantate reazioni chimiche che determinavano la stabilità del metallo, considerare le reazioni del vapore ecc. Questi fatti in seguito potrebbero aver causato il fallimento o l’impopolarità della sua macchina; quello era il periodo di Marte del motore a Vapore. Poi un giorno il motore fu completato. Esso poté esser visto come un’entità ed ognuno poté percepire come si muoveva e lavorava. Ora come macchina esso era entrato nella fase del suo “attuale stato di essere”. Era entrato altresì nel regno della percezione empirica; questa fu l’opera delle forze del Sole. Esse creano il regno dell'”empirismo” che risplende come la luce di un Sole sugli oggetti individualizzati.

Abbiamo ora descritto l’operare delle forze di Saturno, di Giove e di Marte come processi nel tempo. Queste forze, mediante le quali tutt gli esseri che entrano nell’esistenza devono passare, sono collegati con la “fabbricazione” degli oggetti nell’Universo. Essi rappresentano il passato. I tre stadi del passato possono, comunque, differire grandemente nel tempo secondo la natura dell’oggetto. Essi possono prolungarsi per età di durata “astronomica”, oppure possono pure contrarsi in pochi secondi, ma possono sempre venir trovate.

Pensiamo ora gli ultimi tre gradini del settuplice ciclo di evoluzione. Il quarto gradino era l’emancipazione della creatura dalla sua origine. Ora nei gradini successivi l’essere individualizzato anèla secondo le sue capacità a manifestare se stesso come un essere libero, e nel manifestare se stesso, che è possibile unicamente se esso entra nel futuro, può rivelare e liberare tutto ciò che è nato in esso durante il primo stadio del passato.

Per esempio, crescendo il bambino diventa sempre più attivo nella vita. Comunque, divenendo attivo l’essere umano, qui appaiono come retroscena della sua attività tutte quelle forze animiche che già erano impiantate in esso prima della nascita: le sue simpatie e antipatie; la sua capacità innata per reazioni dolorose o gioiose, sia che promuovano o ostacolino le sue azioni; e proseguendo la vita, la sua attività diviene una sorta di maestro e redentore di quelle innate qualità animiche. Spessissimo questo istruttore entro il regno dell’attività umana è più saggio dello stesso essere umano e diventa la sua giuda spirituale, investito con l’autorità del Destino.

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Queste forze vengono dal Pianeta che è chiamato Mercurio in astronomia. Così Mercurio è il redentore delle forze di Marte che abbiamo descritto più sopra. Le vie del destino, lungo le quali lo Spirito di Mercurio guida l’essere umano per la sua redenzione, sono spesso strane e incomprensibili. Solo se l’essere umano anela ad una comprensione spirituale del nostro proprio destino può trovare coscientemente un rapporto con lo Spirito di Mercurio, che rappresenta il quinto gradino nella settuplice legge del tempo.

Il Pianeta chiamato Venere in astronomia rappresenta il sesto gradino. Il sesto gradino è in rapporto al secondo, a Giove. Essendo Giove il donatore di forze di Vita e di Saggezza, Venere è collegata con lo sviluppo di queste forze di vita creativa nell’essere umano. Inoltre, l’essere umano di oggi è lontano dall’esser capace di creare vita entro la sfera della Terra, sebbene nell’incoscienza profonda noi stiamo realmente facendo ciò. Ci sono attività nelle profondità incoscienti del nostro organismo che non soltanto distruggono la vita, ma creano anche la vita; tuttavia, non abbiamo ancora il controllo su di esse.

In un lontano futuro l’umanità sarà capace di sviluppare coscientemente simili attività, e quindi essa sarà capace non solo di creare oggetti come macchine morte, bensì anche esseri come piante, che portano in sé vita. Così opera Venere nelle profondità dell’organismo umano. L’arte umana è un debole albeggiante splendore di quelle forze che un giorno saranno pienamente sveglie nell’umanità.

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Il settimo gradino è causato dalla Luna. Sebbene la Luna sia vicina alla Terra, le capacità che sono collegate con la sua sfera sono lontanissime dalla coscienza dell’umanità. Il settimo gradino, la Luna, è collegata al primo gradino, Saturno. Saturno appare in relazione con lo stadio di ogni evoluzione in cui un impulso, oppure un essere animico compenetrato da possenti Potenze soprannaturali di Volontà, entra nel regno fisico e crea per se stesso un recipiente fisico. Ora, dopo aver attraversato tutti gli stadi della creazione e dell’individualizzazione, nel settimo stadio esso ha raggiunto una tale perfezione, come essere individuale, che può dotare la pura esistenza animica dell’esistenza fisica.

Negli esseri umani, oggi, vive soltanto un pallido riflesso di questa capacità. E’ soltanto una profezia di quel che un giorno, in una lontana epoca futura sarà una capacità pienamente sviluppata e coscientemente controllata. E’ la capacità di “ri-produzione”, profondamente radicata nel nostro organismo e guidata da Entità Spirituali. Questo potere oggi è soltanto una pallidissima immagine della sua reale controparte spirituale.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (7° PARTE)

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Occorre avere la coscienza del senso relativo dell’essere. Non è sufficiente saper che è Maya: occorre giungere a percepire mediante quali forze il rapporto della vita con il Mondo, con il Cosmo, con lo Spirito, appare Maya. Questo è già in noi ma ora soltanto si rivela e porta a stati di serenità, di calma risanatrice: esiste una certezza superiore, esiste una libertà più alta. Lo spirito non si nasconde dietro la vita, ma parla attraverso essa: il suo linguaggio, non compreso, è Maya, compreso, è conoscenza liberatrice.

Ogni vera conoscenza è nata dal dolore, dall’angoscia. E se con i mezzi della scienza dello Spirito si tenta di percorrere la via verso i Mondi Superiori, si potrà giungere a una  mèta soltanto se si è passati attraverso il dolore. Senza aver sofferto, senza aver molto sofferto, ed essersi così liberati dell’elemento egoistico insito nel dolore, non si può accedere al Mondo Spirituale. Abbiamo troppo poco il senso della realtà del Mondo Spirituale e delle Gerarchie: sarebbe sufficiente coltivare con serietà questo senso della realtà degli Esseri Spirituali, che operano nel mondo e nell’uomo, per procedere lungo la via dell’Iniziazione. Non vi è serio lavoro interiore che non colleghi con un mondo di Realtà e di Forza, che potranno essere presenti nell’anima attraverso ogni prova.

Che cosa significa liberarsi di ciò che il dolore ha di depressivo? Non rifiutare il dolore, non opporsi al dolore, ma azione interiore nel mezzo di esso: significa volgersi con tutte le forze interiori al senso ultimo di esso, a ciò che vuole realmente significare. Occorre essere conoscenti di qua dal dolore, liberare il sentimento del dolore dall’attaccamento personale. Siamo noi che rendiamo depressivo il dolore: il nostro egoismo. La sofferenza diviene così veicolo interno di affinamento. Noi comprimiamo il sentire con il peso del nostro ego: da questo peso nasce la deformazione dei sentimenti. Il dolore diviene oscura forza che logora l’anima e il corpo. Forze di conoscenza debbono sollevare l’Io al di sopra di questa oscura, luciferica inclinazione. Occorre trarsi al di qua del sentire, perché i sentimenti sorgano come forze, immagini, percezioni, contatti con il Mondo Spirituale.

Gli uomini, nei tempi che sempre più annunciano l’avvento di una “sub-natura”, debbono operare con dedizione e purezza, con volontà e ardimento: debbono evitare le Guide dell’umanità trovino difficile o impossibile il rapporto con loro. Il dolore non risolto secondo conoscenza esige nuovo sacrificio, esige martirio. Il dolore va affrontato con serenità, con certezza assoluta della realtà del Mondo Spirituale. Occorre liberarsi della paura di soffrire: il coraggio è la via diretta verso lo Spirito. La viltà esige ancora oscuro soffrire, ancora sacrificio, martirio. In questa vicenda viene coinvolta la personalità più alta, ogni iniziato che percorra la via del Cristo. Alludiamo ora a Christiano Rosenkreuz.  Coloro che sanno come realmente stiano le cose con questa individualità, sanno anche che Christiano Rosenkreuz sarà il più grande martire fra gli uomini, a prescindere dal Cristo, il quale ha sofferto come un Dio. E i dolori che lo renderanno il grande martire, nasceranno dal fatto che gli uomini tanto poco prendono la decisione di guardare intimamente nella propria anima per cercare la sempre più sviluppantesi individualità e sottomettersi alla incomodità (derivante dal fatto) che la verità non viene presentata loro come su un vassoio, pronta; bensì bisogna conquistarla in un rovente tendere, (aspirare), lottare, e cercare, e che non possono venir poste altre esigenze nel nome di Colui che si indica come Christiano Rosenkreuz.

Occorre di continuo sollevare la vita da quella condizione di sordità,per cui si passa innanzi al mondo, alla natura e agli esseri senza riconoscerli. E’ come se ciò che vi è di più prezioso, ciò che vi è per noi di più desiderabile, ciò che è il valore finale dell’essere nostro, ci passasse vicino, e noi non ce ne avvedessimo, anzi lo respingessimo, per volgersi a miti o a fantasmi. Occorre attingere a quella fonte sacra della realtà, che è la conoscenza di sé: lasciare che i moti dell’anima parlino il loro linguaggio, che parli la sofferenza, che parli l’angoscia, l’oscuro gelo dell’anima. Questo ascoltare è sollevarsi ad una luce rischiaratrice, che fa cogliere la realtà di se stessi. Parla allora anche il Mondo, la Natura, la Vita. E se possiamo con la stessa trasparente liberata chiarità guardare il Mondo, la Natura, la Vita, allora troviamo noi stessi.

E’ un sollevarsi a quel clima, per il quale si vive in libertà di fronte alla sfera delle emozioni e degli istinti e si ha per ogni soffrire, il suo coronamento, il suo senso: tutto chiede all’uomo che egli ritrovi se stesso, tutto lo esorta e lo incalza perché egli ritrovi se stesso. L’uomo deve cessare di smarrirsi in una semi-cosciente adesione alla visione del mondo sensibile, dimentico delle forze che operano in lui, degli enti che tramano nel suo esistere: non può usare della vita rinunciando a conoscere le sue basi, non può muoversi nella vita dell’anima rinunciando a conoscere la fonte di essa.

Se egli dice IO di se stesso, non può rassegnarsi ad avere questo poco più che come una parola: già sarebbe qualcosa se egli potesse averne l’immagine. Il compito dell’autoconoscenza deriva dalla necessità che l’uomo sia l’Io che dice di essere. L’uomo si comporta come il padrone di una bellissima casa che viva fuori di essa, in un gradino fuori della porta, soffrendo gelo e caldo, pur affermando di essere il padrone di casa. Eppure tutto insiste, attraverso eventi di ogni giorno, attraverso angoscia, dolore e illuminazione, tutto insiste perché l’uomo si conosca come IO.

“…Se si potesse afferrare l’Io e porselo davanti come il mondo esteriore fisico e se si volesse parimenti ricercare quanto è attorno all’Io, questa Um-gebung, dalla quale l’Io altrettanto dipende quanto il corpo umano da tutto ciò che vien visto mediante gli occhi e percepito mediante i sensi, come si ha questa Um-gebung nel mondo fisico, nelle nuvole, negli alberi, nei monti ecc.; oppure come il corpo fisico dipende dai suoi mezzi di nutrizione, allora si giungerebbe ad una caratteristica cosmica, ad un quadro cosmico, in cui parimenti impregnata e contenuta la nostra antica Um-gebung (ambiente) invisibilmente cacciata dentro; e ciò è parimenti collegato con il quadro cosmico dell’antico Saturno. Ciò significa: chi vuol conoscere l’Io nel suo mondo, costui deve potersi porre dinnanzi agli occhi un mondo, quale era l’antico Saturno. Questo mondo è coperto, è un mondo supersensibile per l’uomo. Al grado attuale della sua evoluzione l’uomo non lo potrebbe sopportare.

Gli è occultato grazie al Guardiano della Soglia. Si tratta di una visione a cui occorre prima abituarsi. E’ necessario giungere ad una rappresentazione, a tutta prima, che occorre per giungere a sperimentare un siffatto quadro cosmico, come qualcosa di reale (concreto, operante). “Quanto percepite coi sensi, dovete cacciarlo col pensiero ed ugualmente escludere col pensiero il vostro mondo interiore, in quanto questo stesso consiste dei modi abituali di sentimento (stati d’animo). Ulteriormente l’uomo dovrebbe cancellarsi di quanto possiede nel mondo in fatto di rappresentazioni. Quindi dal mondo esteriore dovreste togliere quanto i sensi possono percepire e, dall’interno, tutto quanto sia moto di sentimento, rappresentazione”.

“Se di fronte a tale disposizione d’animo ci si volesse fare un concetto, quando si afferri realmente il pensiero, “tutto ciò sia pur cancellato, ma l’Uomo resti ancora”, allora altrimenti non ci si può dire che “conviene che l’Uomo impari a poter provare Orrore, Paura di fronte al Vuoto infinito che ci si fa (su), attorno. Bisogna che si possa parimenti provare il proprio “ambiente” completamente saturo e colorito di quanto intorno a noi da tutti i lati suscita Orrore, Spavento, e occorre contemporaneamente essere in condizione di superare questa paura mediante fermezza interiore e sicurezza del proprio essere (Wesen – ente realtà).

Senza queste due condizioni di Spirito – Orrore e Spavento di fronte al Vuoto infinito dell’Essere (Dasein) – non si può sperimentare alcuna impressione di quanto sta alla base del nostro essere (Dasein) come Essere-Saturno. “Per afferrare quanto sta alla base del mondo non basta parlarne in concetti e farsene idee; più necessario è bensì poter evocare “ciò che si sente” (Empfinden) di fronte all’Infinito Vuoto dell’antico Essere-Saturno: l’animo allora afferra, anche se solo ne possiede il sospetto, il sentimento del Raccapriccio (Schaudern). E’ qualcosa che può essere paragonato con l’orrore del vuoto che si prova su una parete a picco in alta montagna: si tratta di una condizione di vertigine che non può essere messa da parte e che ha una ragion d’essere: non può essere negata o ignorata.

“Ora, vi sono due possibilità per l’uomo attuale: una sicura è l’aver compreso gli evangeli ed essersi aperto alla forza che emana dal Mistero del Golgota. Chi si regoli secondo questo impulso con profondità, si rende sicuro, consegue qualcosa in quel Vuoto, che gli si ingrandisce da un punto e riempie il vuoto con qualcosa simile a Coraggio che è un sentimento di coraggio, di essere-riparato, mediante l’essere-unito a quella Entità che sul Golgota ha compiuto il Sacrificio.

L’altra via è quella per cui si penetra nel mondo spirituale senza passare per i Vangeli, ma mediante autentica, pura, Theosofia. Occorre sempre porre mente, anzitutto, che non si parte dai Vangeli quando si considera il Mistero del Golgota, ma vi si perverrebbe anche se non vi fosse alcun Vangelo. Ciò non sarebbe potuto verificarsi prima che avvenisse il Mistero del Golgota. Oggi però è il caso, poiché è accaduto qualcosa nel mondo, grazie al Mistero del Golgota, per cui l’Uomo può immediatamente afferrare da sé il Mondo Spirituale dalle impressioni sensibili, grazie alla forza del “pensiero puro”.

Ciò è quanto denominiamo il valere (il vigere, il dominare) dello SPIRITO SANTO nel mondo, il dominare del Pensiero Cosmico nel mondo. Se prendiamo l’una o l’altra via, non possiamo perderci e precipitare nell’abisso infinito, appena ci troviamo di fronte al Vuoto-pieno-di-raccapriccio.

Si impara allora a conoscere la natura degli Spiriti della Volontà o Troni, proprio in modo che per noi diviene come una effettiva esperienza ciò che potremmo dire un “ondoso mare di coraggio”. “Quanto al principio l’Uomo può soltanto rappresentarsi, diviene realtà chiaroveggente. Pensatevi immersi nel mare – ora immersi quale entità spirituale che si sente una con la Entità-Cristo, portati in mare dalla Entità-Cristo, nuotanti, ma non in un mare di acqua, bensì in un mare riempiente lo spazio infinito di straripante, mareggiante (fluttuante) coraggio, di straripante energia! E non si tratta puramente e semplicemente di un mare indifferenziato: ma tutte le le possibilità e differenzialità vi sono comprese, di ciò che si può indicare con il sentimento del Coraggio, che ci viene incontro. Impariamo a conoscere allora Entità come esseri concreti, consistenti di Coraggio, sostanziati di Coraggio”.

Queste Entità compiono un sacrificio verso i Cherubini, nella intemporeità: d’onde nasce il tempo. Sperimentando questo sacrificio, qualcosa si distacca dal nostro essere – sono gli Archai (Nascita del tempo – Archai = Spiriti del TEMPO). E’ importante intuire e sentire questo sacrificio offerto dagli Spiriti della Volontà ai Cherubini, e alla nascita del Tempo…Similmente il fumo del Sacrificio dei Troni, che partorisce il Tempo, è ciò che denominiamo il Calore di Saturno. Ma questo calore scaturisce come calore di sacrificio che gli Spiriti del Volere presentano ai Cherubini. Ovunque è calore, abbiamo in verità Sacrificio, Sacrificio dei Troni di fronte ai Cherubini.

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(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

I MONTI PALLIDI

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Le Alpi, ma particolarmente le Dolomiti, sono lo scenario dove io sono nata, cresciuta e dove sto vivendo: la mia Heimat, la mia terra.

E dell’anima di questa terra vorrei far conoscere un frammento.

Come? Raccontando una fiaba tratta dalla raccolta “I MONTI PALLIDI”.

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Nelle due isole ladine delle Dolomiti e dei Grigioni, ma specialmente nelle vallate tra Bolzano e Belluno, si trovavano ancora, alla fine dell’ottocento, tracce di una antichissima poesia ladina la quale, nel tempo, si diffuse per tutte le Alpi. Documenti meravigliosi di una ingenua poesia pastorale, ma anche scampoli di saggezza e di spiritualità che venivano conservati e tramandati, nel corso dei secoli, da persone umili nate e cresciute nella magia delle Dolomiti: i monti pallidi.

Solo i pastori sentono di più l’incanto delle solitudini e il fascino delle vette, e l’anima di questa gente di montagna aveva saputo trasformare e rendere leggenda il mondo che la circondava.

..Il sorgere del mitico regno dei Fànes, la leggenda del castello reale sui Cunturines, la principessa Dolasilla che dorme incantata nel lago di Braies, la storia di Soreghina “filo di sole”, che muore dolcemente a mezzanotte per un suo perduto amore, il valoroso guerriero Ey de Net….. …

sono solo alcuni dei personaggi e dei fatti che si incontrano nel libro.

Questi racconti vennero raccolti, girando tra le valli delle Dolomiti, da Karl Felix Wolff, poeta, giornalista e antropologo bolzanino che, pazientemente ascoltava, raccoglieva, e ricostruiva i racconti di queste persone umili, dando vita ad un testo che venne presentato al pubblico per la prima volta nel 1913, dieci anni dopo l’inizio della sua ricerca.

Il racconto che ho scelto per voi, amici di Eco, si intitola:

IL PASTORE DEL MONTE CRISTALLO

Sul monte Cristallo, che spicca nel cielo di Cortina d’Ampezzo come possente pallida guglia e che d’inverno, ricoperto di neve, brilla nel sole come puro cristallo, c’era una volta un magnifico castello reale, dalle cui torri si dominava la valle e si vedevano le vette lontane e i ghiacciai della Marmolada.

In quella reggia abitava una principessa bellissima e aggraziata, alla cui mano molti figli di re avevano aspirato: ma tutti erano tornati indietro mortificati e non si erano più fatti vedere.

La principessa si divertiva a respingerli tutti, proponendo loro come condizione del suo consenso un quesito che nessuno sapeva risolvere.

Si trattava di raccontare una storia che la riguardasse, che ella non conoscesse, ma che fosse verosimile. Trovare una simile storia come era possibile?

E poi, appena un pretendente cominciava a narrare, la principessa lo guardava fisso con i suoi begli occhi azzurri così scrutatori, che l’infelice si confondeva, perdeva la testa e il filo del discorso.

Comunque erano sempre favole troppo incredibili.

Vicino a lei, inoltre, stava sempre il cerimoniere di corte, il quale con abili domande sapeva confondere il narratore e farlo cadere in una serie di contraddizioni.

Un giorno, la principessa udì cantare da uno dei cavalieri del castello una canzone che le piacque molto e gli chiese se fosse una sua composizione. Il cavaliere rispose di no; la canzone era di un pastore del quale non si sapeva la provenienza e che diceva di chiamarsi Kristal.

La principessa volle sapere di più su questo pastore e si rivolse al cerimoniere per avere notizie.

“ Sì, rispose questi, lo conosco bene. Era un pastore come tutti gli altri, ma da quando per caso ha visto voi, principessa, cogliere fiori in un prato, è diventato poeta e tutto il giorno va in giro per i boschi componendo canzoni. La gente dice che è innamorato di voi alla follia, e deve essere vero.

Una volta è venuto qui a presentarsi come pretendente, dicendo che sapeva una storia che vi riguardava. Ho dovuto farlo mandare via dalle guardie: non potevo presentarvi, come aspirante alla vostra mano, un pastore!”

La principessa andò in collera e fece al cerimoniere una lavata di capo. Gli disse che non toccava a lui scegliere i suoi pretendenti, che questo riguardava soltanto lei. E per suo ordine Kristal il pastore fu subito avvertito che poteva andare al castello per raccontare la sua storia.

Kristal non se lo fece ripetere due volte e il giorno seguente si presentò alla porta del castello.

Le guardie lo condussero nella grande sala dove la principessa ed il cerimoniere e le sue dame, lo aspettavano con molta curiosità. La principessa fissò su di lui i suoi grandi occhi azzurri ed il suo sguardo era amichevole, senza un’ombra della solita ironia.

Kristal cominciò a parlare:

“Nobile principessa, quel che racconterò è avvenuto in un luogo molto lontano da qui, molto lontano da tutti i paesi della terra: nei campi dei Beati.

Tutti noi, prima di nascere, abbiamo vissuto nei campi dei Beati, ed eravamo felici perché non sapevamo che il nostro destino ci avrebbe chiamato a diventare uomini sulla terra dove avremmo dovuto stentare e soffrire. Lassù ciascuno di noi aveva un dovere da compiere. Voi, nobile principessa, eravate una regina, e tutti i sudditi vi amavano per la vostra bontà e la vostra giustizia. Ma quello che ammiravamo di più in voi erano i vostri meravigliosi occhi, che nessuno poteva guardare senza sentirsi immensamente felice.

Io ero un cavaliere, ma un giorno scelsi di fare il pastore per poter passare ogni giorno con i miei agnelli sotto le finestre del castello, per dare il buongiorno alla mia regina, suonando con il corno un’arietta allegra. Questo era in tutto il giorno la mia gioia più grande e credevamo che sempre sarebbe stato così.

Ma un bel giorno un Angelo venne ad annunziarci che presto saremmo dovuti scendere sulla terra.

Tra coloro che dovevano scendere Egli cercò i più meritevoli e, dopo aver scelto la regina e me, ci permise di esprimere un desiderio che sulla terra sarebbe stato esaudito. Io ero vicino alla regina e vedevo i suoi meravigliosi occhi azzurri d’una luce così bella, che pregai con sincero desiderio:

“Possa ella sulla terra conservare questi begli occhi”.

L’Angelo approvò con un cenno del capo la mia preghiera, e si rivolse alla regina che aveva ascoltato sorridendo. Anch’ella non domandò nulla per sé ma, per ricompensarmi, chiese all’angelo che sulla terra venisse esaudito il mio più grande desiderio.

Di nuovo Kristal s’interruppe, di nuovo riprese:

“Vedete nobile principessa, la mia preghiera è stata esaudita perché voi avete sempre gli stessi occhi che avevate nei campi dei Beati, ma se l’Angelo abbia accolto anche la vostra domanda e voglia esaudire ora il mio desiderio più ardente, io non lo so”.

E Kristal tacque.

Le dame si guardavano di sfuggita, mentre la principessa fissava il pastore in silenzio, meravigliata.

Allora il cerimoniere prese la parola e riconobbe che il racconto non usciva dai limiti delle tre condizioni: riguardava la principessa, era un fatto che lei non conosceva ed era credibile, perché chi può sapere quello che è avvenuto o non è avvenuto nei campi dei Beati?

“Ma, continuò rivolgendosi a Kristal, il tuo racconto ha un a grande lacuna. Tutti noi siamo stati un tempo nei campi dei Beati, perché noi non ricordiamo nulla e tu solo ricordi tutto?”

Kristal rimase un po in silenzio e poi rispose con calma:

“Il ricordo di quei luoghi e di quella vita torna alla mente, quando si rivede l’ultima cosa luminosa che si era vista prima del buio che precede la venuta sulla terra.

L’ultima cosa che io vidi furono gli occhi azzurri della mia regina; e quando li rividi, la prima volta che incontrai la principessa, subito mi tornò la memoria perfetta di quei tempi felici”.

Il cerimoniere ammutolì e, per quanto riflettesse, non poté trovare un argomento per contraddire il giovane. La principessa sorrise e lentamente porse la sua mano all’umile pastore.

Con quel gesto gli donò se stessa e tutto il suo regno.

ALTRO

NOTE SUL GRUPPO DI UR E LA SUA RIVISTA

UR copertina

Marzia ha chiesto alcuni chiarimenti circa il Gruppo di UR.

È una storia abbastanza intricata per coloro che si accostano per la prima volta all’attuale edizione pubblicata da una casa editrice romana. Forse è buona cosa dare alcune notizie che possono gettare un po’ di luce su alcuni risvolti riguardanti la nascita del Gruppo di UR e sulla omonima rivista apparsa negli anni venti del trascorso secolo. A quanto mi risulta dai documenti in mio possesso e dai colloqui con persone qualificate, oltre da quanto comunicatomi a suo tempo da Massimo Scaligero, l’iniziativa della pubblicazione della rivista si deve al pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini e non al giovane Julius Evola che allora aveva 28 anni.

Arturo Reghini aveva pubblicato già due riviste di carattere esoterico negli anni precedenti, e precisamente Atanòr nel 1924 e Ignis nel 1925. In queste riviste, il tono dei suoi articoli era ferocemente anticlericale, e dovettero essere chiuse ambedue per le persecuzioni del Regime allora imperante, il quale già preparava quel Concordato con la parte clericale, che tante sciagure avrebbe portato alla nostra amata Italia. Nel 1926, Arturo Reghini decise di far nascere una nuova rivista col nome di UR, rivista che avrebbe dovuto evitare i toni ferocemente polemici delle precedenti riviste ed occuparsi unicamente dei temi storici e dottrinali dell’esoterismo, e delle relative discipline. La nuova rivista apparve nel 1927 e fu molto apprezzata negli ambienti che si dedicavano all’esoterismo classico.

Essendo il suo nome ampiamente compromesso, ed avendo subito persecuzioni ed aggressioni personali, Arturo Reghini decise di affidare la direzione della rivista al giovane e relativamente ancora poco noto Julius Evola, nella speranza di evitare le passate difficoltà. Sulla rivista scrissero autori di varia provenienza: pitagorici, ermetisti e antroposofi. In particolare vi scrissero qualificati discepoli di Rudolf Steiner come il Dott. Giovanni Romano Colazza Leo, il Duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò Krur e Breno, che con la madre la baronessa Emmelina de Renzis aveva partecipato a Dornach al Convegno di Natale del 1925, e i poeti Arturo Onofri Oso, Nicola Moscardelli Sirius, e Girolamo Comi Gic. Non corrisponde a verità che dietro l’eteronimo di Arvo si celasse il Duca Colonna di Cesarò, come scrive l’evoliano Renato Del Ponte, perché è certo che Arvo era lo stesso Evola, come risulta da documenti degli anni trenta del Novecento, dal contenuto e dalla forma degli articoli firmati con tale eteronimo, e da quanto Evola pubblicò nella seconda e terza edizione – apparse sotto forma di tre volumi, editi nel 1955 dai Fratelli Bocca, e nella successiva edizione del 1971 delle Edizioni Mediterranee, ampiamente e arbitrariamente rimaneggiate da Evola – come ulteriori contributi firmati Arvo, allorché il Duca Colonna di Cesarò era già deceduto nel 1940.

Julius Evola, tutto preso dalla sua personalissima concezione dell’idealismo magico, per la quale si riteneva «Individuo Assoluto», «Signore del Sì e del No», volle scavalcare Arturo Reghini, alla cui iniziativa si doveva la nascita della rivista stessa, e si impose come «signore e donno» della medesima imponendo il proprio volere ed arbitrio nel tagliare e modificare a suo libito gli articoli, che i vari autori gli affidavano per la pubblicazione. Un tentativo di sanare tale arbitraria e antipatica situazione con l’associare nel 1928, secondo anno di pubblicazione, come direttori della rivista di UR i nomi di Pietro Negri e Luce, eteronimi dietro i quali si celavano lo stesso Arturo Reghini e il suo amico e sodale Giulio Parise. Ma in pratica  le cose non cambiarono affatto, perché Evola continuò indisturbato a perpetrare i suoi arbitri, ad onta delle promesse e del fatto che la rivista dovesse essere concorde espressione di tutto il Gruppo di UR. Questo portò allo scioglimento della rivista, per cui Evola, nel 1929, con molto materiale sottratto a Reghini, ne pubblicò un’altra col nome di Krur (e per tale motivo il Duca Colonna di Cesarò mutò il proprio eteronimo da Krur in Breno), mentre Reghini tentò di ripubblicare Ignis, ma dopo l’uscita del primo numero la Questura di Roma impose a tutte le tipografie di rifiutare di stampare la rivista, che così interruppe le pubblicazioni.

Dietro la rivista di UR agiva un gruppo operativo, il vero e proprio Gruppo di UR, che si riuniva per agire secondo un Opus Magicum meditativo in comune. A tale proposito ho anche dei documenti. Inevitabilmente, la rottura della concordia – a mio parere determinanti furono appunto le molte scorrettezze di Evola rese impossibile il proseguire tale Opus comune.

Le edizioni del 1955 e del 1971 dettero modo ad Evola di operare ulteriori notevoli arbitrarie modifiche. In particolare, ne soffrirono gli articoli di Leo-Colazza, di Breno-Colonna di Cesarò, di Oso-Onofri, dai quali – oltre a subire molte modifiche – scomparvero anche tutti i riferimenti al nome di Rudolf Steiner e alle sue opere. In tali edizioni comparvero sia la pubblicazione degli esercizi fondamentali della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner – che Evola fece passare per propri apponendovi il proprio eteronimo di Ea – che una parte di un commento di Colazza sui suddetti esercizi, anche questi fatti passare per propri. Vi appare anche uno scritto di Massimo Scaligero, Appunti sul distacco, al quale pure Julius Evola non si peritò di portare qualche non richiesta modifica. Infine, a sciupare il tutto, appaiono pubblicati, sempre ad opera di Evola, alcuni scritti del mago inglese Aleister Crowley, che Massimo Scaligero mi dipinse come «mago nero, assatanato di sesso».

Alla fine degli anni settanta, Massimo Scaligero volle che venisse ripubblicata l’edizione originale degli anni venti della rivista UR, alla quale egli fece una breve prefazione per spiegare il motivo della ripubblicazione in copia fotostatica. Tale edizione, che apparve per la neonata casa editrice Tilopa, ebbe poca diffusione, non essendo stata pubblicata in numero elevato di copie. L’Editore ha manifestato l’intenzione di non procedere ad una ristampa dei tre volumi, per cui quella edizione è divenuta piuttosto rara. Io ho la fortuna di possedere sia tale edizione, sia quelle del 1955 e del 1971, per cui posso fare i debiti confronti. Possiedo anche alcuni fascicoli originali di UR, appartenuti a Giovanni Colazza, ed uno con sopra gli appunti a matita di Massimo Scaligero.

Per questi motivi è bene che chi possiede la riedizione stampata per volontà di Massimo Scaligero la custodisca come un prezioso tesoro per la sua rarità, ma soprattutto perché in essa vi si trovano contenuti di sapienza spirituale scomparsi o alterati nelle successive edizioni.  

Riproduco qui di seguito l’Avvertenza di Massimo Scaligero alla riedizione da lui voluta e pubblicata dalla casa editrice Tilopa nel marzo del 1980: 

Si può considerare una novità necessaria – dopo mezzo secolo – la presente ristampa della prima edizione originale della rivista UR (1927), alla quale seguiranno UR (1928) e KRUR (1929). Tale ristampa si è resa inevitabile, a un determinato momento, in quanto l’edizione a suo tempo (1955) ripubblicata ad iniziativa di uno dei tre direttori, con successive riedizioni, si presentava, rispetto all’originale, completamente rielaborata, indubbiamente secondo un criterio personale nobilissimo, ma in qualche modo contraddicente l’impulso iniziale e l’orientamento del Gruppo del quale la rivista intendeva essere concorde espressione.

Oggi l’edizione da noi ripubblicata, mediante riproduzione fotostatica dell’originale, risponde soprattutto all’intento, condiviso dai continuatori del Gruppo di UR, di far conoscere, allato al contenuto integrale della famosa rivista, il senso della diversificazione di orientamento impressa ad esso retroattivamente mediante le successive ristampe. Il confronto non può che significare arricchimento della visione esoterica richiesta dai nuovi tempi, ma soprattutto necessità della saggia concordia dei cultori della Scienza dello Spirito, rispetto ai problemi posti dalla grande crisi umana, prevista per la fine del secolo: crisi che potrà essere dominata nella misura in cui venga obiettivamente riconosciuto il suo retroscena sovrasensibile.

LIBRI E AUTORI

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (6° PARTE)

Mas

Occorre che il R+C giunga allo spirito attraverso il pensare cosciente: per virtù dell’intima forza del pensiero, egli può varcare l’abisso. Nel periodo dell’anima cosciente gli Angeli operano nel corpo astrale: nell’uomo dormiente (ma anche negli stati di sonno compresenti nella coscienza di veglia), anche nell’uomo veramente immerso nella meditazione. Ogni angelo agisce per un singolo uomo, ma in cooperazione con gli altri.

Gli Angeli formano immagini nel corpo astrale, sotto la guida degli Spiriti della Forma; preparano la trasformazione dell’umanità secondo le Gerarchie, ossia secondo il Cristo. Essi preparano nell’uomo l’impulso della fraternità (per cui si giunge a non poter avere pace se altri soffrire), l’impulso a riconoscere il “divino” nell’uomo (tutta la religione libera che nell’avvenire si svilupperà nell’uomo: in ogni uomo il divino sarà realmente riconosciuto nella pratica della vita e non solamente in teoria: già fin d’ora il R+C che può riempire l’anima di celeste beatitudine quando riesce a percepire il divino nell’altro).

Dagli Angeli viene preparato il pensare celeste che porta oltre il limite (nel coltivare il pensare puro si va incontro all’opera degli Angeli e si sa che questo pensare è già l’inizio di tale opera). Risultati: a) – l’Angelo desta nell’anima un impulso a compenetrarsi dell’altro uomo, del proprio fratello: viene infuso dall’alto un essenziale segreto, “che cosa è realmente un altro uomo, la sua storia, il suo destino”. E ciò come qualcosa di realmente attivo; (mirabile la conseguenza risanatrice e il riflesso sociale). b) – Radicale adesione al Cristo e libera religiosità. c) – Conoscenza concreta della natura spirituale del mondo.

Questo evento futuro è già inserito nella volontà umana, secondo il Volere Divino. Gli esseri luciferici lo ostacolano cercando di oscurare all’uomo la pratica della sua libera volontà, nonostante che essi tendano a far di lui un essere buono (che sentirà invece come infrazione o eresia ogni moto o atto di libertà). Lucifero vuole realmente il buono e lo spirituale nell’uomo, ma in modo che divenga automatico, senza la libera volontà, che egli può sviluppare nello sperimentare il sensibile. In certo modo l’uomo deve essere portato automaticamente, secondo i buoni principi, alla visione superiore. In sostanza Lucifero tende a eliminare nell’uomo la libera volontà, la possibilità che egli conosca il male, per divenire un essere libero. Vuole che l’uomo agisca dallo spirito, ma non come un “IO”, bensì come immagine spirituale riflessa, automatica.

Gli esseri luciferici hanno interesse ad afferrare l’uomo, così che egli non giunga alla libera volontà, perché essi stessi sono indietro, non hanno acquisita la libera volontà: questa infatti può essere acquisita solo sulla Terra, ma essi non vogliono avere a che fare con la Terra: si arrestano alla Luna; odiano in certo senso la libera volontà dell’uomo. Agiscono in modo altamente spirituale, ma automatico. Con ciò vi sarebbe il pericolo che l’uomo, diventando troppo presto un uomo spirituale automatico, prima che funzioni la sua anima cosciente, lasci passare come in sonno la manifestazione dell’Angelo nell’Astrale.

Il discepolo deve regolare la sua vita in modo da non lasciar passare come addormentato ciò che deve verificarsi nella sua anima: altrimenti la sua evoluzione attraverserà serio pericolo. Certe entità spirituali evolvono attraverso l’uomo, in quanto l’uomo evolve con esse: gli Angeli che operano nel corpo astrale hanno una loro meta. Tutto sarebbe un inutile gioco se l’uomo attivasse le forze dell’anima cosciente, trascurando coscientemente ciò: diverrebbe un inutile gioco lo sviluppo del corpo astrale.

Se l’uomo non si apre alla conoscenza spirituale, vive come immerso nel sonno. Ciò che deve essere raggiunto con le “immagini” angeliche attive nel corpo astrale umano, può diventare un’azione degli Angeli per via diversa. Ciò che l’uomo impedisce che si attui nel suo corpo astrale allo stato di veglia, dovrebbe essere raggiunto in questo caso per il fatto che gli Angeli realizzassero i loro intenti nei corpi umani addormentati. Ciò che viene trascurato nello stato di veglia e che gli Angeli non possono raggiungere, può essere raggiunto con l’aiuto dei corpi eterico-fisici durante il sonno: ivi si cercherebbero le forze per raggiungere ciò che non è possibile raggiungere nell’uomo sveglio grazie al suo pensare autonomo (Filosofia della Libertà) quando le anime sveglie si trovano nel nel corpo eterico e nel fisico. Potrebbe accadere che gli Angeli dovessero portare via tutta la loro azione dal corpo astrale umano per immergerlo nel corpo eterico, affinché essa possa realizzarsi. L’uomo non sarebbe presente in essa: se fosse presente allo stato di veglia, la impedirebbe. Ma questo già si sta verificando.

Le conseguenze di tale non attuata coscienza interiore, possono essere:

A) quando l’uomo dorme verrebbe creato qualcosa che egli non troverebbe attraverso la libertà, ma al mattino al risveglio; gli diventa istinto qualcosa che dovrebbe invece sorgere in lui per via di coscienza attiva e libera. Ciò significa distruzione delle forze creatrici dello spirito. Certe conoscenze istintive che debbono penetrare nella natura umana e sono collegate con il mistero della nascita, della procreazione e del sesso, si presenterebbero in forma corrotta: taluni istinti penetrerebbero anche nella vita sociale, agendo attraverso il sesso nel sangue, e impedirebbero all’uomo lo sviluppo di qualsiasi fraternità. Si possono sviluppare istinti orrendi: gli scienziati saranno pronti a spiegare che si tratta di necessità naturali.

B) una conoscenza istintiva di certi mezzi di cura, dannosissimi: conquista di nuovi mezzi terapeutici che provocheranno danni gravi alla salute degli uomini. Ciò che è malato sarà chiamato sano.

C) si conosceranno determinate forze, per mezzo delle quali, attraverso armonizzazioni di vibrazioni, si potrà manovrare grande potenza meccanica.

L’uomo si sentirà soddisfatto del suo conoscere nuovi mezzi curativi e i segreti di certe sostanze; proverà benessere nel seguire certe aberrazioni degli istinti sessuali, esaltando tali aberrazioni come vie verso il superumano, o forme elevate di spregiudicatezza, di disinvoltura: ciò che è brutto diverrà bello e viceversa.

Se il guardare nello spirituale è un ulteriore svegliarsi rispetto allo stato di veglia abituale, così come questo è uno svegliarsi dal sonno, possiamo dire che la vita di veglia non ordinata è dannosa all’esperienza del sonno. Occorre essere ben desti nell’Io, nell’anima cosciente, affinché gli Angeli operino. Le idee sono come messaggeri che conducono agli ultimi esteriori risultati del pensiero, ma non hanno niente a che fare con tali ultimi risultati stessi. Esse vengono a vivere in noi nel loro universale tessuto, quale che sia il contenuto meditativo con cui ci apriamo ad esse.

Non passa giorno nel quale non accada un miracolo nella nostra vita: si tratta di accorgersene. Se qualche giorno non troviamo un miracolo nella nostra vita, è perché ci è sfuggito. Si può scoprire ogni giorno un avvenimento che – si potrà notare la sera – è entrato in modo strano nella nostra vita: si tratta di afferrare taluni delicati rapporti. Si può anche chiedere che cosa con un dato atto è stato impedito che accadesse.

*

Soltanto nella concentrazione attuata secondo il metodo R+C, l’uomo realizza la volontà libera: la volontà si afferma nel ricondurre sempre il pensiero all’oggetto e col tenerlo fermo al tema. L’oggetto è il mezzo per il manifestarsi libero del volere. Questo volere viene sottratto al mondo istintivo e alla sostanza istintiva delle emozioni.

Quanto più l’uomo in rapporto al suo corpo fisico e in genere come essere del mondo fisico è vincolato alle necessità, tanto più è libero il suo corpo eterico: in quanto, allora, il corpo eterico è completamente affidato alle sue forze. Il corpo eterico rimane affidato a se stesso; invece per tutto ciò che vincola l’eterico ad una necessità, l’uomo è libero sul piano fisico. Mentre dunque il corpo fisico soggiace alla necessità, l’eterico dispone di una uguale misura di libertà.

Esempio: costringendo ad una disciplina il fisico, si libera l’eterico, il quale ordinariamente è necessitato invece dall’automatismo, (ossia dalla “falsa” libertà) del corpo. Costringendo secondo un ordine interiore l’eterico, esso svolge in libertà ciò che deve nei riguardi del fisico. Chi impara a riconoscere la necessità spirituale, si rende via via sempre più libero per tutto quanto concerne la vita sul piano fisico. Se ci uniamo alla corrente spirituale dell’Universo, se lasciamo scorrere in noi la corrente Cristo-micheliana, accogliamo in noi quel che si svincola dall’incatenamento del mondo fisico. Quanto più, di volta in volta, ci colleghiamo per via del corpo eterico con la necessità del piano spirituale (che è per noi la libertà), tanto più ci si libera dalla necessità del piano fisico.

Con la nostra coscienza ci protendiamo incontro ad Esseri che dal mondo spirituale ci compenetrano, e mentre accettiamo la necessità degli impulsi che vengono dal mondo spirituale, attendiamo che si riversi nella nostra spontaneità la virtù di quei Esseri. Si produce in tal modo quella relativa, profonda, “incoscienza” per la quale sentiamo l’azione di ciò che opera in noi spiritualmente, come di solito “sentiamo” un’azione incosciente. Questo ci dà la certezza che lo Spirito è in noi e che ci è lecito obbedirgli. Si è presso la soglia del supermondo, là dove la memoria ritorna memoria spirituale. La memoria agisce nell’uomo come uno specchio: riflette infatti le conseguenze delle impressioni sensibili. Questo specchio può essere superato, si può cercare quella realtà che è dietro la cortina speculare della memoria.

Per via dell’attività interiore libera, per via del pensiero, ogni volta nell’essere corporeo viene annientata la materia e con essa tutte le leggi della natura; la vita materiale viene rigettata nel Caos, così che dal Caos può risalire una nuova natura permeata di impulsi morali. Tutto ciò che agisce come processo di distruzione è sotto (o dietro) lo specchio della memoria: quando dunque possiamo guardare oltre questo specchio possiamo vedere che cosa in realtà siamo. L’uomo può guardare all’interno la sua malvagità, scoprire il Male Nascosto che opera e per forza del quale la materia viene distrutta; contemplare come là dove la materia viene respinta nel Caos aleggino le mirabili forze degli impulsi morali.

Si può contemplare così il principio dell’essere spirituale in noi: percepiamo in noi stessi lo spirito creativo. Mentre le leggi morali operano sulla materia-caos, abbiamo in noi lo “spiritualmente attivo” (che opera come la natura creatrice). Allora non siamo più entro il limite della soggettività, ma lo superiamo perché ci affacciamo sulla scena interiore del mondo. L’uomo penetra per mezzo di dedizione e di amore; oltre la cortina dei sensi e si protende a percepire le entità che si palesano a lui mediante la totale donazione di sé, per mezzo di quello che egli deve lasciar valere come parola interna. Possibilità questa di ogni uomo moderno che voglia.

Tutto ciò che viene percepito coi sensi è morente, è cadaverico: è ciò su cui si intessono pensiero e cultura moderna che vedono una materia esistente in sé e permanente attraverso tutti i fenomeni. Ma la Terra e il Cielo passeranno, ciò che vuol farsi valere attraverso i sensi sparirà. Quello che però sorge come vita interiore, parola occulta, nel Caos interiore dell’Uomo, nel focolare di distruzione, quello continuerà a vivere dopo che cielo e terra saranno passati. Attraverso le prove, il dolore, la dedizione e la volontà, si formano nell’anima segreta dell’uomo i germi dei mondi nei quali vive il Cristo: germi di un Cosmo futuro in sé perenne, per virtù del quale la carne ritornerà Verbo.

(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 2 GIUGNO 1979

Massimo Scaligero

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02.06.79

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

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 “Tornare in luoghi dove si è molto sofferto, può produrre nell’anima angoscia e paura? L’antico dolore si riaffronta anche quando se ne è intuita la sua funzione purificatrice: perché avviene tutto questo?”

altalena

Avviene perché è così.

Avviene perché non siamo degli esseri compiuti. Siamo degli esseri che in una zona siamo molto avanzati, in un altra un po’ meno, in un’altra stiamo in mezzo equilibrio, in un altra siamo il contrario di quello che siamo in alto.

Però la parte più potente è proprio quella che sta in basso. Perché noi mediante il lavoro interiore troviamo dei momenti di elevazione e ci nutriamo di pensieri non transitori, di pensieri perenni; però quello è un nutrimento eccezionale e la vita ci riafferra… E la natura inferiore che è legata all’abitudine fisica – non perché il fisico sia il colpevole ma perché la psiche è legata al fisico –  malgrado la nostra evoluzione di pensiero la nostra natura reagisce alla maniera antica. E quindi in un luogo dove noi abbiamo ricevuto un grave dolore entriamo lì malgrado che abbiamo tutto superato interiormente, c’è una reazione automatica; quindi guardiamo un oggetto e pensiamo alla persona scomparsa, vediamo le impronte di qualcosa che un tempo c’era e ora non c’è più… E questo ha un potere che viene certamente dalla natura egoica, eppure c’è, e più potente dei bei pensieri di cui ci nutriamo. E è interessante perché così impariamo quale forza dobbiamo dare a quei pensieri, ai pensieri veri, perché all’atto pratico quello che c’è di inferiore è più forte, mentre dovremmo rovesciare la situazione: questo è il lavoro che dobbiamo fare.

Quindi, nel caso qui contemplato bisognerebbe provare se stessi e poi cercare di ritrovare le forze e poi ritornare in quel posto e riprovare se stessi. E piano piano tutto si rimette a posto. E quindi: c’è speranza.

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“Parliamo tanto di pensiero liberato e facciamo del tutto per metterlo in atto (Ecco lo stavamo dicendo).  Perché nonostante tutta la buona volontà ogni qualvolta ci soffermiamo su un pensiero a noi caro, piacevole, simultaneamente si presenta l’immagine del pensiero negativo, distruttivo?”

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(Pensare liberato di Marina Sagramora)

Qui si può dire che bisogna avere un minimo di autorità col proprio pensiero, a questo punto. Quindi quando ci soffermiamo su un pensiero a noi caro… non è un pensiero che ci vincola, è un pensiero che noi abbiamo deciso di volere. Allora dobbiamo avere l’autorità di impedire che altri pensieri si introducano e distruggano il pensiero giusto. Piuttosto occorre dire che: “Perché un pensiero è caro?” Se dentro c’è un minimo di bramosia riguardo all’oggetto allora già è un pensiero un pochino sospetto. Se invece è caro perché è un pensiero dello spirito allora noi dobbiamo veramente avere la fermezza di difenderlo rispetto a qualsiasi distrazione o deviazione.

E adesso qui cominciano delle domande piuttosto… Ce n’è una di… firmata… il logosgrammatico. Il logos grammatico… Però sembra… è scritta in maniera che si può leggere il logo sgrammatico. Comunque la firma non ha importanza perché tanto sappiamo chi è questo. Questo è Ciceruacchio sì quello… quello che… che Giuditta Tavani Arquati eccetera…

Dice così, cita un brano del Vangelo di Matteo e dice: “Andate a imparare che cosa significhi io voglio misericordia e non sacrificio poi che venni per i peccatori e non per i giusti”. Bellissimo. Che si può accordare con quello che è scritto in un’ altra domanda della nostra amica che forse può darsi che non ci sia. “Dal Vangelo di Matteo: <Preferisco la misericordia al sacrificio>. Puoi parlare della misericordia emotiva e della misericordia pensata”.

Ora, questo brano è seguito da un commento del nostro amico topo-grammatico: “Il verbo correggere prima di poter testimoniare la reggenza del cuore deve rimediare il corrotto.” Questo siamo d’accordo. “Poi che tutto si è conrupto nella rovina della corda da cui dipendevamo non pesi e rotta che fu ci fu di peso. Taglio della corda a cui l’oggetto è sospeso avevamo detto l’altro giorno… quindi… tagliata la corda è fatto. Il tutto si è con noi incorrotto, permettendosi nel corrotto… (senti amico mio questa volta…) Che noi nel percorso che ne sorte fuori da consortati a risorti perché allora vantarci esclusivamente della corruzione lasciando ai soli corrotti il titolo, la possibilità di sortire dalla vecchia sorte.”

E’ un pochino il gioco di colui che aveva un quattrino e lo voleva squattrire squattrare squattrovolducare e lo portò dal maestro squattrì squattrò squattrovolducatore dei quattrini…. 

Comunque questa volta l’amico lofogrammatico si salva solo per il fatto che lofos… il lofos sarebbe la parte più alta del cranio in cui, in cui c’è il supporto del loto a mille petali, quindi il  sahasrara-chakra,  quindi lofogrammatico… Invece lui si riabilita per il fatto che ha citato un versetto di Matteo importantissimo che siccome risponde ad alcuni pensieri di altre domande adesso ci soffermeremo proprio su questo.

Dunque, intanto un’altra persona che parla.. “Preferisco la misericordia al sacrificio…” e poi…il riferimento alla Pentecoste: “Il ciclo cristico dei 33 anni e il ciclo pentecostale dei 50 giorni nella coscienza storica di un popolo e nella meditazione del singolo.”

“Mentre venne all’improvviso dal cielo un rombo come di vento che si abbatte gagliardo. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono in ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo.”

Questi sono gli Atti degli Apostoli. E poi un altro piccolo brano:

“Io effonderò il mio spirito sopra ogni persona, il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue prima che giunga il giorno del Signore”. Atti.

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 Dunque, allora riprendiamo il discorso. Andate a imparare cosa significa:

“Io voglio misericordia e non sacrificio poiché venni per i peccatori e non per i giusti”.

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Questo cela un alto mistero di cui poi ci darà un pochino contezza l’amico Vercingetorige che sta qui ad aspettarci.  Però dobbiamo capire questo, che si riferisce al senso che noi dobbiamo risvegliare della azione del Christo sulla Terra, e credo che sia il momento giusto perché non solo gli avvenimenti ma anche il fatto che siamo … 2 giugno il 3 è la Pentecoste… e noi non ci possiamo permettere di considerare questi avvenimenti accademicamente oppure con buon spirito  antroposofico. Noi dobbiamo avere uno slancio impetuoso per afferrare veramente che cosa c’è in questo.

E lo slancio non è lo slancio soltanto del sentimento: è prima di tutto quello del volere intuitivo.

Perché se noi facciamo una sintesi di quello che ci viene insegnato noi possiamo a un certo punto capire – e ci viene detto parecchie volte – che il Christo poteva non intervenire nella storia umana. E’ Lui che lo ha deciso. E’ l’atto della libertà assoluta. L’atto più potente della libertà riguardo alla storia, a una storia che era avviata e che cosmicamente si andava compiendo con la salvazione di taluni esseri che avevano già vinto (prendiamo tutte le figure dell’Oriente e talune dell’Occidente).

E poi c’era una parte dell’umanità che andava verso una involuzione che non avrebbe avuto conseguenze tragiche, solo il ritorno di una parte spirituale in alto e un’altra come zavorra lasciata. E fu lìche il Logos guardò… (potremmo raccontarlo in linguaggio nostro, banale) e fu preso da compassione verso questi innumerevoli esseri lasciati, andati alla deriva, che andavano ormai verso una china prima grigia e poi buia, perché ormai non avevano più slancio interiore.

Cominciava l’epoca di un autentico materialismo, il peggiore, perché non era un materialismo cosciente ma era un materialismo accompagnato ancora da spinte spirituali… guardate la Grecia, il sensualismo greco, e guardate la potenza fisica dei Romani. E fu allora che ci fu il dono più potente, il dono più grande, inaspettato, qualcosa che fu un atto che noi non possiamo definire, un atto eroico, un atto di suprema donazione verso esseri che veramente erano destinati a decadere, non avevano più speranza di evoluzione, perché andavano veramente a… il Kali Yuga era ormai completo. Ed è venuto un essere che però per poter operare per la salvezza ha rivestito la forma della decadenza, la forma dell’umano; ha dovuto affrontare tutto quello che l’umano aveva ormai di deteriore e di avvilente e l’ha affrontato punto per punto. E’ un dono di cui noi non ci possiamo rendere minimamente conto se non ci mettiamo a contemplarlo col massimo della severità: perché noi corriamo il rischio questo dono di guastarlo. Perché è il dono di un atto assolutamente libero, di un atto che è: poteva anche non compiersi. E adesso spiego perché.

Possiamo spiegarci perché qualcuno diceva “questo esperimento può anche non riuscire”; perché l’uomo può anche respingere il dono. Ma come lo può respingere?  Lo può respingere proprio con la forza stessa che gli viene da questo dono. E che sia un dono non toglie niente alla libertà dell’uomo perché lo riporta a una condizione in cui lui deve veramente realizzare il dono. Lo deve, deve avere il coraggio di farlo funzionare: ossia egli si trova dinanzi a situazioni tragiche che sono superabili unicamente con quella forza, ma quella forza c’è, ma egli non ha l’abitudine a fare appello a quella forza. E quindi è incantato ancora dall’antica natura decadente. L’uomo è decadente mentre la forma della resurrezione è già in lui e si è espressa nella forma più bassa. Quindi… perché il Christo dice “Vengo per i peccatori e non per i giusti”?

Perché per i giusti già c’era qualcosa che operava. Ai tempi suoi c’era anche un Apollonio di Tiana il quale era un essere che non aveva bisogno del Christo perché già aveva l’impulso originario. C’erano anche in Oriente degli esseri formidabili, e c’erano anche in Occidente. Soltanto che il Christo non veniva per questi, veniva per gli esseri veramente sofferenti, per quelli che non avevano speranza di ritrovamento della Luce. Ora questo noi non possiamo saperlo intellettualmente, non lo possiamo sapere come un sapere: lo dobbiamo contemplare come qualcosa che si muove nell’anima come una forza, e che ci fa capire che cosa dobbiamo fare ora, perché questo dono è nel segreto del nostro essere, è nel segreto del nostro volere, nell’intimo del nostro sentire, e prima di tutto nell’intimo del nostro pensare. E quando noi pensiamo già c’è: e allora guardate che uso facciamo del pensiero. Però procediamo per ordine.

Pentecoste: quel dono funziona, e di colpo questi esseri sono investiti da una forza che vince la morte.

La morte.

Finora l’uomo non aveva conosciuto la morte. Tutto il mondo antico è pervaso dall’idea della vita. Non troverete mai il concetto della morte. Appena accennato, ma come qualcosa che non riguarda l’uomo, tanto è vero che i difensori della tradizione sottolineano questo, dicendo che l’uomo antico aveva questa facoltà di essere indipendente dalla suggestione della morte, dal pensiero della morte, ma la realtà è questa, che la vera forza dell’uomo comincia quando l’uomo si sente sfuggire la vita, e comincia a sentire l’esperienza della morte, e comincia a temere la morte perché sente che gli manca il terreno sotto i piedi. Perché ? Perché la sua coscienza è fondata sul fisico. Togliete il fisico e viene meno tutto. E allora la coscienza sente in questo momento che deve trovare un appoggio che non sia il fisico e allora trova il Christo, ma è questo che viene. E questo è contessuto in quello che noi abbiamo detto riguardo ad Arimane, che… povero Arimane… fino a un certo punto però, eh ? Perché bisogna… guai a sentire compassione per Arimane, quello ci dà certe mazzate! Arimane viene chiamato ad operare nell’evoluzione dell’uomo e Arimane lo accetta perché sente che diventa più forte. Perché?

Perché può entrare come dominatore nell’anima dell’uomo, ma ancora nella parte non cosciente, nella parte non cosciente. Però Arimane è paziente, perché il suo sogno… sa benissimo che se arriva alla coscienza dell’uomo, alla coscienza di veglia, lui avrà un’ espansione del dominio, come non si aspettava. E questo si può dire che carica la sua forza di una pazienza e di una tenacia che persino si esprime in ispirazioni sacrali per l’uomo. Guardate all’Egitto, è tutto ispirato da Arimane, tutto il mondo delle mummie:  l’idea di prolungare la vita terrestre alla maniera proprio fisica, per cui si imbalsamava quest’essere, si voleva prolungare questo cadavere… questo è una suggestione d’Arimane.

Quando si incarna il Christo, Arimane viene sconcertato, direi, possiamo dire: traumatizzato, perché sente sconvolto tutto il piano che lui si era fatto riguardo all’uomo. E per un certo periodo rimane sconvolto, e riprende speranza quando? Nei secoli in cui comincia l’epoca dell’anima cosciente, e in cui c’è la perdita del contatto mistico con il Christo. Perché noi sappiamo che questo contatto mistico fu provvisorio  perché l’uomo ancora non aveva l’Io, e quindi ci fu un periodo in cui solo il sentire poteva accogliere il Christo, e questa è l’epoca che noi conosciamo come l’epoca del cristianesimo mistico, l’epoca dei santi più grandiosi, meravigliosi, ma in cui non c’è un rapporto dell’ Io con il Christo.

Quando comincia il rapporto dell’Io questo rapporto si manifesta molto in basso, e comincia – e questo è il punto – e comincia nel grado più basso; laddove quel dono si manifesta come coscienza sensibile che cerca di avere contatto con la realtà, che cerca di connettere se stesso e di trovare correlazione col mondo. E comincia  l’epoca – da Cartesio in poi – comincia l’epoca in cui questa correlazione cristica funziona come indagine della scienza. Irriconoscibile, però riconoscibile da chi riesce ad avere una esperienza chiara del pensiero, perché si può dire che tutti coloro che hanno agito come primi indagatori erano tutti ispirati, erano guidati dai Rosacroce. L’indagatore non ispirato è venuto dopo, perché questi primi indagatori avevano ancora una parte di anima antica aperta all’ ispirazione, quindi erano degli esseri formidabilmente devoti.  Se voi pensate che Giordano Bruno era un religioso: Giordano Bruno viene bruciato.

Ora siamo al punto in cui questo limite, il mondo fisico, fa rinascere la speranza di Arimane, ossia Arimane ebbe il massimo della speranza al momento… fino al momento in cui venne il Christo. Dai primi di questo secolo la sua speranza comincia a rinascere, perché si accorge che l’uomo, abbandonato dalle antiche ispirazioni, e malgrado il soccorso della Scienza dello Spirito, sta perdendo quota. Comincia per Arimane la speranza di conquistare la coscienza dell’uomo, perché ha riconquistato tutto sul piano della subcoscienza. Lo ha riconquistato – adesso non stiamo a fare nuovamente il processo alla psicoanalisi, alla teosofia, a tutti gli occultismi di oriente, di occidente, e persino a certe sclerotizzazioni di quella che dovrebbe funzionare invece secondo l’insegnamento giusto – però la realtà è questa: che questo è il momento in cui Arimane ritorna ad avere la speranza di dominare la coscienza del mondo, e guardate: questa speranza è giustificata.

E questo è il momento in cui si prepara una scelta, il dilemma cosmico, il dilemma decisivo per l’uomo; perché non passeranno molti anni che saremo dinanzi a un bivio, e Arimane sa questo, ha riacquistato forza, perché ha visto che quello che era venuto dal Christo è stato velato, è stato appannato. E l’uomo sta lavorando per lui, questa è la realtà.

Questo non contraddice il fatto che ci siano degli esseri che, invece, lavorano per lo Spirito, che lavorano anche con grande zelo. Però, coloro che lavorano con grande zelo, bisogna che sappiano che non è sufficiente e questo è il senso delle domande che mi trovo davanti e delle risposte che devono essere date.

Non e’ sufficiente, perché il lavoro che noi facciamo, non riguarda solo noi stessi, non riguarda la mediazione, tutte le attività che svolgiamo di gruppo, l’asilo, riguarda anche la collettività a cui noi apparteniamo. Riguarda il mondo, e quindi, i problemetti, sono l’aspetto di una qualcosa che è molto più vasto. E alla vigilia della Pentecoste noi possiamo ricordare che, ogni volta, in questa data, si rinnova la promessa di un potere che l’uomo può riprendere.

Il Dottore parla persino di un testo in cui c’è il mistero della Pentecoste e c’è il segreto della resurrezione del potere dell’ uomo, e Lui dice che una copia di questo testo è negli archivi segreti vaticani e che però non può essere letto, se non da chi ha la sapienza delle cose iniziatiche, e un’ altra copia è nelle mani del Conte di Saint Germain.E allora non è che noi, privi di questo testo, dobbiamo rinunciare a comprendere il senso della Pentecoste, perché nella conferenza in cui il Dottore parla di questo, da’ delle immagini che sono decisive, soltanto che noi dobbiamo farle funzionare, perché due sono le novità che si connettono con la potenza della Resurrezione possibile ad ogni esperimentazione vera dello Spirito.Una è il segreto del Volere, l’altra è il segreto del Pensiero.

Il segreto del Pensiero è la sua trascendenza. Il segreto, ne abbiamo parlato per anni, abbiamo sottolineato questo, si può dire che sì, c’è la Filosofia della Libertà, c’è Verità e Scienza, Teoria Goethiana, Gnoseologia Goethiana etc., però lì c’è qualche cosa che va tratto, un succo da prendere e sono anni che noi facciamo questo lavoro, però ancora è un segreto perché il Pensiero contiene la trascendenza, altrimenti non potrebbe conoscere. Quindi il Pensiero già contiene ciò che conosce e l’uomo usa questo pensiero e ne ha tutti i risultati che vuole, ognuno può averne, ma ignora questo potere del pensiero perché non può rivelarsi solo per il fatto che l’uomo si eserciti, occorre che, veramente, questo sia deciso da un Mondo Spirituale e questo è il senso di tutto il lavoro della Scienza dello Spirito: che questa trascendenza divenga esperienza dell’uomo.

La trascendenza è la forza intima del pensiero, un’ intuizione in cui c’è già la forza dell’azione. Nella trascendenza del pensiero c’è già il Divino, c’è il Logos, quando questo pensiero intuisce delle verità, c’è l’azione della trascendenza, però la trascendenza non è conosciuta. Noi arriviamo alle verità, sappiamo qualcosa, che qualcosa ha folgorato in noi, ed è arrivato al segno giusto, ma se lo afferriamo, dove sta? Perché la trascendenza significa che l’ Io incontra il pensiero e il pensiero da all’Io la possibilità, finalmente, di muoversi, è tutto connesso con questo, quindi non può avvenire se ci sono certi limiti in noi.

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Adesso sospendiamo la questione della trascendenza e vediamo l’altro aspetto che ci spiega il perché sia possibile fare una domanda come questa:

“Inseguendo i pensieri psichici fino alla loro scaturigine, si può scoprire da che cosa sono originati e perché. Allora un raggio di luce riscalda l’oscura anima e si può preparare la presenza del Logos.”

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Ottimo, questo va benissimo, senonché è un’operazione difficile e qui incontriamo il tema del Volere. Il segreto del Pensare è la trascendenza, il segreto del Sentire è la Iside-Sophia, il segreto del Volere lo possiamo cogliere in una espressione del Dottore che noi conosciamo benissimo, perché tutte le volte che il Dottore parla di questo Volere, lui dice: “La forza del Pensare, la vita potente del Sentire”, del Volere dice: “il fine del Volere”. Non dice la potenza del Volere, dice “il fine del Volere”, perché il Volere è la massima forza dell’ uomo. Si può dire che la trascendenza del Pensiero è questo Volere, soltanto che è un Volere legato ai Troni, legato ai Cherubini, ai Serafini. E’ un Volere veramente divino: se noi pensiamo all’euritmia, vediamo un minimo il primo contatto che si può avere secondo quella Scienza, quell’Arte, con questo ritmo dell’Universo, ritmo del Volere.

Però ritorniamo al concetto di “fine del Volere”: questo Volere ci obbedisce, noi possiamo fare quello che vogliamo, se noi lo avessimo tutto, potremmo muovere le montagne e Maitre Philippe fece, Maitre Philippe faceva qualcosa che era qualcosa di simile, perché un giorno, a uno che voleva fargli un gioco di prestigio, disse: “ Beh, adesso faccio io un esperimento. Vedete il cielo come è azzurro? Ebbene, decido che in un quarto d’ora il cielo sia cupo di tempesta e che soltanto qui sopra, in un quadrato, ci sia l’azzurro e non piova.” Dopo un po’ ci fu un addensarsi di nubi, con lampi, tuoni, piogge scroscianti e sopra c’era una cupola azzurra e non piovve. Dopo di che, quel tale che voleva fare il bravone con lui, con gli esperimenti, s’è preso, s’è squagliato e non s’è visto più. Questo è documentato, quindi faceva quello che voleva. Perché? Perché era autorizzato. Quando lui spiegava, dice: “ Io sono autorizzato a fare queste cose, perché certe volte occorre che io faccia vedere qual’è la mia relazione col Divino.”

Questo Volere è possibile, però il Dottore perché dice “Il fine del Volere”? Perché quello è tutto! Perché ognuno ha il Volere che è relativo al fine che veramente persegue e quando uno crede di perseguire il Divino, non è vero, apposta non  viene quel Volere! Perché lui vuole il Divino per ornare la propria vita e per fare da cornice ad una vita nella quale lui si mantiene tutto il suo egoismo e se lo trasforma, se lo racconta in modo mistico. Ho conosciuto un amico, che è un uomo di gran valore, che aveva i calli, dù dita di calli ai ginocchi per quanto stava inginocchiato a pregare, ma io sapevo benissimo che lui per quante preghiere, lui voleva costringere il Divino a entrare in lui e lui rimanere quello che era. Perché, per esempio, negava la Scienza dello Spirito, quindi non voleva conoscere come far agire il Divino che era in lui, quindi il fine suo era un fine egoistico, malgrado i due dita di calli sotto i ginocchi, perché stava veramente, lo sorprendevo sempre in preghiera, in meditazione. Anzi, diceva che io perdevo tempo perché andavo qui, andavo là e il suo fine era quello e quindi non aveva altra forza che quella che, minimamente, lo soccorreva in certi momenti, ma ognuno ha quello che corrisponde al suo vero fine.

Che il vostro fine sia il Cristo, allora avrete il Cristo! Che il vostro fine sia veramente la donazione assoluta e allora il Volere è potente! Il Volere è in relazione al fine di cui si è capaci, ossia all’obiettivo che si è capaci di concepire! Ossia il fine che si può mettere a tutta la vita e che non è quello che noi perseguiamo mentalmente. Quello veramente risponde al nostro grado di evoluzione. Certamente una vita cosciente, una forma di coscienza del pensiero, aiuta a capire questo fine: ecco perché la via del Pensiero è importante, è importantissima perché l’uomo si rende conto di ciò che veramente avviene nella propria anima e non si fa illusioni, perché scopre che vuole il Divino fino ad un certo punto e se lo scopre, si spiega il perché questo Divino in lui non si realizza: perché lui non lo vuole ancora, non ha il coraggio di volerlo, non ha il fine che crede di avere, perché ognuno ha un fine. Ecco perché il Dottore dice “Il fine del Volere, la forza del Pensare, la Vita Cosmica del Sentire”. Il fine del Volere perché questo Volere agisce secondo il fine di cui noi siamo capaci.

A questo punto ero intenzionato di leggere la domanda di Vercingetorige ma Vercingetorige mi perdonerà, per oggi la dobbiamo lasciare, perché il discorso si sarebbe potuto completare proprio con questo e… però prometto di ritornare sull’ argomento nel prossimo mercoledì, perché altrimenti brucerei un argomento meraviglioso.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

L’ARCHETIPO – GIUGNO 2014

ascensione

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 64

Socialità
O. Tufelli Numina

Etologia
T. Diluvi Scala al Fattore

Poesia
F. Di Lieto Percorsi

AcCORdo
M. Scaligero Lo slancio di redenzione

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Perché l’Antroposofia

Spiritualità
R. Steiner Impulsi originari della Scienza dello Spirito

Testimonianze
M.G. Moscardelli Danza Maria Corradi Pizzo
Le violette di Mimma

Musica
Serenella L’ABC della Musica

Pubblicazioni
G. Burrini Alfabeto in filastrocche

Teatro
C. Gruwez, M. Nauwelaerts Manicheismo nei Drammi Misteri?

Inviato speciale
A. di Furia Un’intrigante ‘respirazione’

Personaggi
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Costume
Il cronista Monito

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I.Elliot Lambaréné

 Arretrati

Link

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA SOGLIA

attraversare

In questi tempi in cui la tecnica ci permette di fare tante cose prima mai sognate, paradossalmente, il mondo interiore degli esseri umani rischia di diventare sempre più povero e arido. Se andiamo indietro di due o trecento anni, la vita esterna era molto più semplice, le cose che si potevano fare ed avere erano molte di meno, quantitativamente parlando, e l’uomo viveva con il sentimento che il mondo fosse ancora tutto da indagare e che il futuro racchiudesse in se molte promesse.

Oggi la vita ha subito una forte accelerazione grazie alla tecnologia e alle scienze, ma questa accelerazione può bruciare prematuramente l’uomol’illusione del “tutto e subito” ha solo portato al vuoto e alla noia.
Che altro c’è di nuovo?”

La globalizzazione dell’informazione ha esteso le coscienze sino ai confini della Terra, strappando l’uomo dal chiuso dei suoi piccoli interessi personali, ma questo bisogno di riempirsi ogni giorno di notizie nuove e possibilmente sensazionali, può diventare solo un paravento che nasconde il vuoto dell’anima.

Sembra di sapere tutto, ormai si è assaggiato un po di tutto e nella domanda: “…Che c’è di nuovo?…”  vive non solo la noia ma anche un elemento di paura, una paura indistinta, forse più subconscia che conscia, dovuta al fatto che tutto appare scontato, manifesto, appiattito.

L’essere umano ha perso la capacità di stupirsi o meravigliarsi per qualcosa; è fiero del suo realismo e così scompaiono lo slancio e la sorpresa.
La frenesia insaziabile che spinge l’uomo moderno ad accelerare sempre più i ritmi della vita fino a stordirsi, fa sorgere la passione per un limite sempre più estremo.

Nella gioventù, in particolare, c’è oggi la tendenza a voler avvicinare sempre più il limite delle forze fisiche. E’ la ricerca del brivido dovuto al pericolo-limite, che si accompagna alla forza, alla velocità, al rischio, qualunque esso sia purché porti in sé un‘emozione intensa.

Il limite assoluto della vita è la morte e dunque in questa spinta verso l’estremo, l’uomo ha il desiderio di far propria anche la soglia di tutte le soglie, quella frontiera che determina il confine fra due mondi: quello sensibile e quello soprasensibile.

L’esperienza di soglia per eccellenza è quella del limite verso lo spirituale!
Questa tensione sarebbe in se stessa profondamente religiosa, ma poiché l’uomo si è estraniato dal religioso, va a concentrarsi e manifestarsi nella ricerca del limite nel mondo fisico.

Nell’inconscio però, permane il desiderio di incontrare “l’altra soglia”, perché questo mondo diventa sempre più angusto e l’anima umana non si può comprimere più di tanto.
Il livello della fede o della pietà tradizionale, non bastano più a chi è riuscito a portare a coscienza il vero bisogno dell’anima che anela a quella soglia: “Ho bisogno di spazi nuovi, luminosi e immensi!”... E mondi luminosi e immensi attendono il risveglio dell’uomo per essere da lui conosciuti e amati.

L’essere umano d’oggi avrebbe bisogno di poter indagare il mondo invisibile che ci circonda, con la stessa scientificità, con la stessa forza penetrante del pensare che il suo spirito ha esercitato ormai da secoli riguardo al mondo visibile.

In un tempo in cui l’umano sembra esaurito nella immagine fisica che la scienza e la tecnologia gli attribuiscono, ogni anima, anche se non lo sa, vorrebbe lasciarsi narrare dagli Angeli quanto è bello e importante essere Uomo… perché lui l’ha dimenticato!

ALTRO

FRAMMENTI

Novalis

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Il fenomeno eterno, quello più mirabile è la nostra esistenza.

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Il mistero più grande, per l’uomo, è lui stesso.

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La vita è l’inizio della morte.

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La vita esiste per amore della morte.

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La morte è insieme compimento e principio, al tempo stesso separazione e più stretta unione.

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Quando uno spirito muore diventa uomo.

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Quando muore un uomo, diventa spirito.

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Libera morte dello spirito, libera morte dell’uomo.

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Per mezzo della vita futura si può salvare e nobilitare la vita passata.

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Comprenderemo il mondo comprendendo noi stessi, poiché noi e il mondo siamo due metà che vanno insieme.

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Tutto è seme.

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La natura non può essere spiegata statisticamente, bensì solo nel suo diventare moralità. Un giorno non dovrà più esservi una natura: essa deve gradualmente trasformarsi in un mondo di spiriti.

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L’uomo è il messia della natura.

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La forza matematica è forza ordinatrice. Ogni scienza matematica tende a ridiventare filosofica – a diventare animata o razionalizzata – indi poetica – infine morale – ultimamente religiosa.

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Secondo Kant la matematica pura e la scienza naturale pura si applicano alle forme della realtà esteriore. Qual è allora la scienza che si applica alle forme della realtà interiore? Esiste anche una conoscenza extrasensibile? Si apre anche un’altra via per uscire da se stessi e pervenire ad altri esseri o a risentirne l’azione?

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Solo in questo mondo noi siamo questi esseri limitati, ma non limitati per sempre.

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Noi siamo congiunti con l’invisibile più strettamente che col visibile.

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L’umanità è il senso superiore di questo pianeta, il nervo che lo congiunge col mondo di sopra, l’occhio che esso innalza al cielo.

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L’universo è in tutto l’analogo dell’essere umano, in corpo, anima e spirito: questo l’abbreviatura, l’altro l’allungatura della medesima sostanza.

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Il sole è nell’astronomia quello che Dio è nella dottrina religiosa.

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Noi siamo in missione: siamo chiamati a formare la terra.

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Tutta la nostra vita è servizio divino.

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Con la formazione e la solidità del pensare cresce la libertà.

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Libertà e amore sono una cosa sola.

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Dio è l’amore. L’amore è la realtà suprema – il fondamento primo.

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Il cuore è la chiave del mondo e della vita.

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Così Cristo è certamente la chiave del mondo.

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L’amore è lo scopo finale della storia universale – l’amen dell’universo.

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Novalis

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA RISPOSTA

Quello che segue è la risposta che ho dato ad un lettore. Essa è semplice. L’ho parzialmente rimaneggiata e minimamente ampliata. Non contiene rivelazioni (che non posseggo): diciamo che è soltanto un ripasso. Cosa che ritengo sempre utile perché può servire per mantenere abbastanza chiari, nella coscienza, alcuni tra i pochi concetti che, sul cammino interiore, rischiano sempre di affondare sotto la sfera della destità.

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Caro amico, le dirò volentieri quello che posso nel merito e, spero che non le dispiaccia se poi passo la sua a Eco poiché, per molto o poco, sono certo che comunque potrà interessare qualcun altro dei nostri lettori che, obbiettivamente, sono davvero tanti ma non sempre gli stessi.

Come lei saprà benissimo, il Dott. Giovanni Colazza strettissimo discepolo del Dott. Rudolf Steiner (lo scrivo non per lei ma per i lettori), forse la più alta figura nel manipolo di discepoli di rango – questo al punto che lo Steiner venne a Roma per incontrarlo secondo precise indicazioni fornitegli da esseri dei Mondi Spirituali – poco tempo dopo la scomparsa del Dottore, accettò l’offerta, promossa da J. Evola, di collaborare ad un progetto, rimasto unico in Italia (ma forse anche fuori dal nostro Paese), di pubblicazioni di esoterismo di indirizzo dottrinario e pratico, con l’apporto di molti tra i migliori operatori dell’epoca.

Date le scuole spirituali non omogenee, i fascicoli espressero pur tuttavia il meglio di diverse tradizioni. E furono sostanzialmente ricchi di indicazioni pratiche. Alcune figure importanti del panorama antroposofico del tempo furono presenti tra i più validi collaboratori. Tutti figurarono come ignoti al pubblico poiché vennero adottati nomi simbolici e pseudonimi.

Leo è la firma che indica gli scritti di Colazza… che scritti non furono poiché egli seguì per tutta la vita in seno all’antroposofia l’indicazione spirituale di non scrivere. Durante il periodo di vita della Rivista, fu Evola, nella doppia mansione di direttore e collaboratore, che, sedendosi accanto a Colazza, scriveva quanto gli veniva dettato.

Tant’ è che ci fu qualche errore nel complessivo di cui si è discusso, credo, sulla rivista L’ Archetipo.

Se parliamo dei primi due scritti: Barriere e Atteggiamenti, il problema non sussiste poiché la trascrizione è del tutto corretta (e parimenti corretta rimase anche nelle successive edizioni, parzialmente modificate da Evola).

Se qualcuno legge l’intera produzione di Leo su Ur osserverà un “crescendo” di spunti e discipline che porterebbero chiunque sulla soglia dei Mondi Spirituali ma forse osserverà meno alcune cose. Una di queste è il lavoro di correzione compiuto da Leo per controbilanciare tecniche descritte da altri autori, suggestive quanto avventate.

Inoltre, Leo, come spesso accade nell’agire sottile di grandi figure occulte, in un certo senso inganna il lettore o, da un diverso punto di vista, chiama chi vuole lui.

La sua prosa, neutra, senza attrattive, estremamente riassuntiva, priva di riferimenti e alquanto povera di terminologia sembra fatta per allontanare il lettore che scopre sapori e colori forti e gioielleria scintillante da altre parti.
Ma non presso Colazza che pare offrire la mercanzia più scipita o meno invitante del mercato.

Detto questo passiamo a “Barriere” dove Colazza insegna al suo speciale apprendista, la modalità che ora sappiamo necessaria: “Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente.” Non credo servano spiegazioni per questo: comunque, per intendersi, viene sottolineata la necessità di un meditare non casuale ed infrequente ma anzi il suo esatto contrario: trattasi di un lavoro interiore continuo, voluto e predeterminato.

E’ pure piuttosto importante un chiarimento che Colazza non si perita, a buon diritto, di dare.

Il breve scritto potrebbe essere pensato come diviso in tre parti. Diciamo, alla buona, che la prima parte introduce il problema adombrato dal titolo, la terza indica la retta fenomenologia del lavoro animico e l’indicazione della conseguente esperienza. La seconda parte è il contenuto che andrebbe meditato e realizzato: 20 righe di frasi e nessuna altra indicazione. Può succedere (è successo) che il discepolo zelante le impari a memoria, ma poi a passarle tutte diventa più un rosario che una meditazione e ben presto si forma l’ombra della delusione.

Naturalmente quello è l’approccio sbagliato, la trappola, a dirla brutta. In realtà ogni singola frase è uno spunto meditativo completo. Non un mantra ma uno spunto meditativo da sviluppare individualmente e liberamente con immagini vive, cioè capaci di afferrare tutta l’anima e il sentimento. Come ogni meditazione, la frase scelta non va pensata (elucubrata) ma trasformata in immagine che possa essere sentita dall’intera anima.

Scelga autonomamente quali frasi usare. Non c’è altra regola se non quella che il contenuto suggerito susciti, ad un certo momento, un “senso di grandezza e di potenza” finché questo venga percepito come la “presenza di una forza”. Con queste parole che ho corsivizzato, il Dott. Colazza intende che tale meditare dovrebbe afferrare tutto l’uomo: se la meditazione rimane confinata nella coscienza della testa non cambia nulla; se giunge ad afferrare il sentimento essa si realizza ad un grado superiore; se viene accolta, per così dire, da tutto l’uomo, pervadendo sottilmente gambe e braccia, allora il suo senso ritorna alla coscienza come una inusuale impressione di forza interiore.

Occorre decisione e coraggio, poiché, come sappiamo sin troppo bene, l’uomo ha paura di sentirsi rinnovato e forte anche quando lo desidererebbe: più come enunciato che nella realtà. Eppure Colazza (come poi Scaligero, con forma stilistica diversa) è assai drastico: “Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.”

Nel secondo scritto di Leo: “Atteggiamenti” ritroviamo il medesimo schema: una densa parte introduttiva, le discipline, e nella terza parte alcune indicazioni che indicano (sempre in maniera semplice e dimessa) la portata delle precedenti discipline: “Gli accenni di pratiche ora esposti ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle percezioni sensorie, pur con tutta la vivezza e la realtà propria a queste ultime”. Se queste parole paiono indicare un’attività interiore libera dai sensi fisici e però altrettanto intensa, non ci si sbaglia.

Aggiungo solo che gli esercizi indicati da Colazza portano in sé diversi gradini di esperienze, certo culminanti con la liberazione della forza-pensiero dai legami sensibili, ma anche diverse altre conoscenze estrasensibili e gli strumenti per passi successivi sulla Via iniziatica.

Sono due le meditazioni immaginative proposte: il senso dell’aria ed il senso del calore.

Chi le sperimenta ben presto s’accorge che ambedue iniziano con l’aiuto di immagini sensibili (interiorizzate) e procedendo, l’essenza della loro attività contemplativa supera, per attività dell’operatore, ma anche per lo stesso contenuto dei temi, il confine del pensiero legato ai sensi. Detta così, sono consapevole che sembri una operazione abbastanza facile ma le assicuro che non lo è.

I “risultati” descritti da Colazza per i due esercizi dovrebbero essere compresi appieno poiché indicano condizioni “sine qua non” per l’operatore. Anche per chi ha scelto discipline diverse e segue gli importanti esercizi dati da Steiner e Scaligero. Di alcuni aspetti delle esperienze intermedie circa il senso dell’aria e del calore ne ho parlato in anni precedenti (ad esempio ho scritto come il senso dell’aria si rivolti completamente e si sperimenta come si venga respirati dall’aria che ci circonda, che, viva e attiva, vuota e riempie i nostri polmoni. Inoltre si può imparare ad avere una sottile percezione dell’aria, quasi essa fosse visibile). A mio parere il senso del calore è più difficile, ma possiede la caratteristica di non poter rimanere nella testa e realmente si accende nella zona del cuore, fenomeno che si compie da sé, che non deve essere tentato con artifici: passa da sé dalla testa al cuore. Trovo indirettamente l’occasione di ricordare una immagine meditativa, anche saltuaria, in cui ci si rappresenti tripartiti: testa-torace-arti: da ciò si imparano diverse cose.

Per finire sottolineo come le due discipline racchiudano in sé la sintesi di molti esercizi singoli, gli strumenti interiori ma concreti volti alla liberazione del corpo sottile (eterico) ed una inusuale porta per il pensiero libero dai sensi. Per il resto non saprei che ripetere, magari distorcendo, le parole di Leo che, come ho già scritto, possono apparire fin troppo semplici (una manna per la pigrizia dei sedicenti occultisti odierni), mentre in realtà la loro piana semplicità vela, al pensiero superficiale e avido di sconvolgenti rivelazioni, le operazioni interiori più possenti.https://dub122.mail.live.com/

Come scrissi ad un altro lettore a cui ho parlato dei 44 esercizi di Tecniche della Concentrazione Interiore di Massimo Scaligero, nulla andrebbe preso come sta. Tutte le discipline resterebbero sulla carta se non vi fosse un’iniziale risveglio delle potenze interiori: è l’anima che con onestà (purità attiva) e coraggiosamente libera dalla banalità di precedenti rappresentazioni, dovrebbe trovare in questi scritti quello che potrebbe servirle per il suo lavoro: questo è solo un consiglio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Johann Heinrich Merck

Il piacere di discutere e interpretare..con Merck fu di breve durata, giacché l’accorta landgravia dello Hessen-Darmstad lo volle con sé nel suo seguito nel viaggio a Pietroburgo. Le compiute lettere che mi scrisse, mi aprivano una più ampia prospettiva sul mondo, che mi era tanto più agevole comprendere dal momento che quei quadri erano tracciati da una mano familiare ed amica. Rimasi comunque piuttosto a lungo in solitudine e privato proprio in quell’importante momento della sua assistenza chiarificatrice, di cui avevo pure tanto bisogno

Goethe, Dichtung und Wahrheit, Libro XIII 

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Autore e critico tedesco, Johann Heinrich Merck nacque (già orfano di padre) a Darmstadt l’ 11 aprile 1741.

Dopo gli studi giuridici e un precettorato in svizzera ottenne un impiego presso la Cancelleria di Darmstadt prima e presso il ministero della guerra in un secondo momento.

Importante fu l’influenza  esercitata sull’intero movimento letterario tedesco. Nonostante la formazione razionalista non rimase insensibile all’esperienza dello Sturm und Drang , tanto che diversi giovani esponenti lo ebbero in grande considerazione quale figura di riferimento.

Si era in un momento storico nel quale la produzione e la fruizione culturale, molto vivaci in quel di Darmstadt, non erano più esclusivo appannaggio degli ambienti di corte. Anche le case private delle persone non direttamente ascrivibili a circoli nobiliari erano dunque luoghi in cui si faceva cultura,  a volte  capaci anche di influenzare la vita culturale dell’ambiente di corte stesso.

La dimora di Merck era uno di questi luoghi, e divenne un importante centro di intensa vita intellettuale, specie nel periodo che seguì la sua scelta di dedicarsi con particolare cura all’attività di critica letteraria. Ciò avvenne anche grazie alla sua conoscenza diretta di tutte le principali personalità dell’epoca (Herland, Wieland, Jacobi, Gleim e La Roche tanto per citarne alcune), con le quali intratteneva fitti rapporti via a vis piuttosto che epistolari. Fu, tra le altre cose,  cofondatore delle  Frankfurter gelehrte Anzeige, nonché principale contributore della Allgemeine Bibliothek di Nicolai. E proprio le Frankfurter gelehrte Anzeige ospitarono alcuni fra i primi lavori di Goethe; nella fattispecie otto recensioni.

La conoscenza con Goethe ebbe luogo nel 1771 presso Francoforte. Poco tempo dopo il primo fu introdotto da Merck, con il nome di “Viandante”,  nel circolo Darmstadter Kreis. Per Goethe si trattò dell’amico giusto al momento giusto, ed importante fu l’influenza di Merck sul giovane (tra i due correvano otto anni di differenza) sia in termini di stimolo creativo che di orientamento e critica, sempre caratterizzati da precisione, lucidità e da uno spirito capace di apprezzarne il genio e sostenerlo senza invidia o tornaconti personali. Ma c’era anche un altro aspetto ad intrigare Goethe. Tanto nella produzione culturale quanto nella sua vita, Merck mostrava spesso un alternanza fra aspetti positivi e produttivi e aspetti distruttivi, tanto da indurre Goethe ad utilizzare diverse volte l’appellativo di “Mefistofele Merck”. Volker Ebersbach ebbe a scrivere in proposito: “La personalità di Mefistofele che Goethe studiò e che ritrasse nell’antagonista di Faust deriva dalla profonda capacità di penetrazione di Merck nelle proprie sofferenze ed in quelle altrui”.

Nel 1773 Merck intraprese il viaggio a San Pietroburgo al seguito della Landgravia Carolina di Hesse-Darmstadt a cui fanno riferimento le righe Goethiane in apertura, di ritorno dal quale fu ospite del Duca Carlo Augusto di Weimar al castello di Wartburg.

Nel 1788, a seguito dell’esito negativo di alcuni investimenti,  finì in bancarotta, e Goethe fu tra coloro che cercarono di dargli supporto, ma lo stato di prostrazione psicofisica andò via via peggiorando (complice la morte di cinque dei suoi figli) fino al suicidio che avvenne il 27 giugno 1791.

Oltre alla produzione critica  ne esiste anche una  letteraria, costituita principalmente da brevi saggi su arte (pittura soprattutto) e letteratura (poemi e racconti), sebbene la corrispondenza rimanga l’aspetto forse più interessante, potendosi da essa evincere molti aspetti e risvolti della scena letteraria del suo tempo.

MERCK

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“E’ impossibile spiegare quanto questo circolo mi abbia ravvivato e sostenuto. Le persone erano liete di ascoltare la lettura dei miei lavori terminati o in via di componimento. Venivo incoraggiato quando aperatmente e laboriosamente riferivo ciò su cui stavo lavorando. E venivo rimproverato quando, ad ogni nuova distrazione, trascuravo scritti precedenti ed incompiuti”

Goethe in merito al circolo Darmstadter Kreis , Dichtung und Wahrheit, Libro I

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

SLOGAN ESOTERICI?

Il Logos e ...

Alcuni ragazzacci sembrano essersi affezionati ad una riga di un testo di Massimo Scaligero. Ciò al punto di considerarla, forse, alla stregua di un motto, oppure di una stravagante sintesi di qualcosa che, per loro rappresenta una bandiera, un apice inamovibile o uno scoglio. Probabilmente con essa dichiarano un proprio limite verso il quale va tutta la mia comprensione. So bene quanto sia difficile manifestare apertamente le proprie difficoltà, specie quando, giovanissimi, ci si credeva capaci di raggiungere ogni mèta senza tempi lunghi e senza troppe difficoltà.

Poi, raggiunto l’imbrunire, si guarda indietro e ci si accorge che parte dello slancio iniziale ha perso nel tempo la sua bella forza, che la dedizione avrebbe preteso il meglio di noi stessi: cosa che non siamo riusciti a mantenere, che troppe volte il pessimo in noi ha preso il sopravvento, che non abbiamo tenuto saldo nelle bufere della vita, che forse nemmeno la costanza ha convissuto in noi senza incertezza.

Se si hanno occhi per vedere, sono tante le cose che vorremmo fossero state diverse. Io credo però che ogni essere umano ha, in fondo a se stesso una intangibile dignità che nulla o nessuno può portagli via. Per questo, invece di scalciare al vento, credo che l’uomo possa comportarsi con limpida fermezza (puramente interiore) sempre, anche quando cede al mondo il suo ultimo fiato.

Come l’atleta paolino o il guerriero egli può battersi anche quando la battaglia sembra ormai perduta: v’è in ciò un eroismo più alto rispetto ai rari tripudi di chi crede di vincere la scaramuccia di una singola vita terrestre.

Boia chi molla”: con queste parole Scaligero mi salutò alla fine del nostro primo incontro e trascinare tale frase in contesti politici sarebbe vergognoso per chi lo pensasse. Penso invece che possa valere per sempre.

Qualcuno non capirà quale sia il senso di ciò che per ora ho scritto (ma spero che giunga a chi è stato destinato, almeno), di questo mi scuso e ritorno al nocciolo espresso nelle prime quattro righe.

La frase di cui parlavo (neppure completata) è questa: “La Via del Pensiero rischia di divenire una via del sublime egoismo”.

Essa, così scritta e riscritta, presenta non poche pecche. Non voglio neppure sospettare un suo uso contro qualcuno. Spero che ciò non sia vero anche se c’è stato chi ha pensato proprio questo.

Ma, procedendo con ordine sereno, essa, già con il sistema deprecabile del fuori contesto, può diventare una menzogna o un’arma. Inoltre, dato che i ragazzacci invocano costantemente bontà e moralità, hanno per caso valutato come essa possa provocare dubbi ed incertezze in chi, con tutte le difficoltà che ordinariamente ha attraversato, è giunto faticosamente a comprendere la Via del Pensiero – fatto non meccanico e in divenire – giusto in tempo per notare consciamente o meno che “scafati” discepoli della medesima Via riportano tali, contrastanti parole scritte dal Maestro stesso? E’ un bene questo?

E ancora: come essa possa provocare tripudio tra pigri e sciocchi che, senza arte e conoscenza s’accontentano di una cubitale critica verso lo scomodo pensare. Anche questo è un bene?

Ho parlato di menzogna e per provarlo, lasciando che i lettori giudichino da sé, riscrivo l’intero brano dal quale la riga è stata strappata:

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La ricongiunzione del pensiero con l’Io è l’iniziale moto della Volontà magica: l’atto della libertà possibile unicamente all’uomo autocosciente. La pura connessività del pensiero dialettico può portare lo sperimentatore a intuire una simile logica del pensiero vivente: l’autonomia di questo rispetto ai sensi e alla psiche, la sua possibilità di donare l’iniziale esperienza del “corpo sottile”. Ma ciò non è ancora ritrovare il Logos: anzi, questo è il momento in cui l’asceta corre il rischio di usare inconsciamente l’acquisita virtù del puro pensiero contro il Logos: secondo un residuo impulso della radicale natura egoica. Egli può diventare l’istruttore di molti discepoli avidi di dipendenza da un maestro che dialetticamente mostri di possedere la via.

La Via del Pensiero rischia di divenire una via di sublime egoismo, se non viene illuminata dalla luce della Iside-Sophia.  V’è un possibile punto d’arresto nella sfera dell’intellettualismo esoterico, dotato della sua dinamica interiore e persino dei suoi poteri: certamente limitati. Si può parlare di arresto della via, al livello di un intellettualismo esoterico organico ma incapace di connessione radicale con l’Io, ossia con il Logos. E’ la zona che può essere superata soltanto, ove si segua radicalmente l’Ascesi del Pensiero: così che apra la via al cuore, dal quale risorge la Memoria delle cose divine, la Iside-Sophia.

Per superare la zona neutra, in cui è possibile il ritorno alla viltà senziente o al tradimento dell’intelletto, occorre il trasferimento dal sussistente modo di essere dell’anima a un modo di essere originario, perduto: che era necessario perdere, per riconquistarlo da un grado di spontaneità a un grado di libertà: la Memoria delle essenze perenni, che è l’intima struttura dell’anima, smarrita: eliminata dalla coscienza dialettico-sensuale.

L’originario modo di essere dell’anima risorge nella misura in cui essa giunga a contemplare fuori di sé ciò che le è divenuto processo intimo: il formarsi dell’idea, l’imaginare creatore. Questo imaginare è il s e n t i r e liberato, che volge verso la zona in cui può accendersi, come fiamma dell’Amore Divino, la potenza dell’antica fede ridestata, la virtù dell’assoluta consacrazione di sé. Essa viene preparata dal connubio del Pensiero con la Volontà.”

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Chi vuole e può, legga con molta attenzione le precedenti righe: appartengono ad un Testo piuttosto difficile e di alti contenuti che Scaligero fece uscire nel 1973 per le Ed. Teseo col titolo “Il Logos e i Nuovi Misteri”.

Allora, i ragazzacci, tra le 5.000 pagine dei 28 libri scritti da Scaligero tra  il ’59 e l”80 sono andati a cercare, in uno tra i più avanzati per quanto viene indicato per l’ascesi e la connessione di questa all’esperienza dei Misteri, risorti dal Sacrificio del Cristo, l’unica frase mozza che pare contraddittoria ad almeno 4.500 pagine del Suo Insegnamento.

E’ lo scherzetto di un perenne Carnevale…o cosa?

Se con la frase in oggetto si voleva discriminare la plebe ignorante dai pochi aristocratici sapienti…con quale coraggio?

Oppure (ma, seriamente, quasi non oso dirlo), si voleva tirare confini tra chi “ha accolto il Cristo nel suo cuore” e chi ha, nel suo lavoro interiore, tutto sbagliato? Chiedo: con quale (arbitrio e) certezza?

In questo ultimo caso da dove giunge il giudicare (contraddittorio: recita il bene ma esprime critica), dall’alto o dal basso?

Se una sola tra queste domande fosse in qualche modo congrua alla realtà, quello che apparirebbe sarebbe solo la manifesta miseria di “ego” smisurati, seppur fingenti tutte le virtù dei tre mondi.

Cari miscelli, c’è poco spazio per alternative.

A meno che sia tutto un’illusione e che apparteniate a chiese o correnti che, in lecita libertà percorrano strade assai diverse da quanto si riconosce come Scienza dello Spirito. Ma allora diventa incomprensibile una più o meno dichiarata appartenenza a quella Manifestazione dello Spirito che in Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero e altre poche figure ha trovato la via per comunicare agli uomini.

Ma se è questo il reale in cui vi muovete, allora potrebbe venirvi addebitato il più che biasimevole fatto che Massimo Scaligero venga usato per i propri scopi: lo so, ciò sta andando sempre più di moda e così diventa consuetudine accettabile. Viene fatto da molti ed è la cosa più facile a farsi: specie col mare magnum dell’Opera di Steiner: prendere una manciata di righe con le quali qualsiasi cosa ed il suo opposto possono avvalorare ogni punto di vista personale!

Ma se vi è difficile evitare questa pratica, potreste almeno togliervi dalla bocca quel zuccheroso “amato maestro”: un po’ di rispetto non recitato (quello che do anche al mio cane), forse sarebbe sufficiente.

E se vorreste dare, donare veramente, un piccolo tributo alla comunità di coloro che tentano l’arduo cammino, date qualcosa che sia vostra sperimentata esperienza, non certo e non a caso righe e frasi spillate dall’immensa produzione del Dottore (con Scaligero la cosa è più difficile), con cui manipolare il facile sentimento degli ingenui.

Sebbene sia rude (quando si diventa vecchi si tende, con poca diplomazia, a dire quel che si pensa), è sempre un po’ difficile dire queste cose a cuore aperto, senza acrimonia, ma posso assicurarvi che vi sto parlando  come amico, a cui veramente dispiace dire quello che ho voluto dirvi.

Ora vi saluto senza alcuna animosità e anzi, com’era in uso dalle mie parti, intrise un tempo di cortesia europea, chino il capo con un sussurrato “Servo Vostro”.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

ARTE E TERAPIA

muse

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Cari amici lettori,

è arrivato un po’ di caldo e subito s’avvicina la tentazione di batter fiacca…Massimo diceva: “Stanchi o col mal di denti, il teorema di Pitagora continua ad essere vero” intendendo che si può pensare in ogni condizione.

Vabbè, sono troppo esigente. Rallento il passo e mi dirigo su temi più generici che non riguardino gli esercizi essenziali ma che in taluni casi possono essere attività assai utili. Poi, come sempre ognuno farà (o non farà) ciò che reputa interessante, necessario o ininfluente. 

Qui non si tratta di “creazioni artistiche” ma di una semplici pratiche elementari che stimolino forze creative e curative per l’anima ed il corpo. Ogni arte trova applicazione nelle forze che operano nell’uomo: la forma, il ritmo e la materia informe. Tratto perciò brevemente di musica, di pittura e di scultura. 

Musica: 

E’ l’arte più diretta in relazione al sistema ritmico e alla sfera del sentire. Tensioni e abbandoni, cupezza e gaiezza, dissonanze e armonie sembrano fatte per esprimere le disposizioni dell’anima oscillante tra gioia e dolore. Potenza certa e come lo spirito governa il sentire che s’innalza o ricade in seno all’anima. Come il calore in altro modo, la musica irraggia e attraversa il nostro essere sino alla sfera del movimento e agisce sui nostri istinti, la volontà ed il ritmo sanguigno. Poiché ha origine nei Cieli che sono anche patria dell’uomo, ha il potere di ristabilire armonia tra opposte tendenze a cui ci trascinano le cangianti impressioni sensorie per ricondurci all’ordine dell’eternità. Un tempo percepita come “armonia delle sfere” e infatti nella gamma delle sette note, negli intervalli e nella misura si riflettono le leggi numeriche cosmiche che ritroviamo nel moto planetario e nel passaggio del sole attraverso i dodici segni dello zodiaco. L’accelerazione o il rallentamento di un pianeta è sottomessa alla legge matematica della vibrazione armonica che regola anche la sonorità delle corde strumentali. 

La musica è veramente un’eco del macrocosmo. Certo che ognuno la sente differentemente, ma si può dire che porta nell’anima una risonanza delle sfere immortali. Richiamandosi alla realtà dello Spirito in noi, chiunque può sperimentare che la vera musica ispira il bene e l’aiuta a trionfare sugli impulsi cattivi. Per contro, le musiche degenerate hanno un effetto opposto (disgregano le formazioni ‘delicate’ del corpo eterico); se l’anima non è ancora sotto l’autorità dell’Io, è frequente al giorno d’oggi che pensiero, sentimento e volontà tendano ad una precoce indipendenza gli uni dagli altri.

Però è la musica che permette allo spirito d’intervenire nella vita animica. Si sa da tantissimo che accompagnando il lavoro fisico lo rende più leggero grazie all’elemento ritmico: l’anima può volare sulle ali della melodia quando il metro scandisce il moto delle membra. E’ solo una delle influenze, tra altre ben più sottili, che una terapeutica può utilizzare con profitto. 

Pittura: 

La pittura e il mondo dei colori hanno un rapporto con le forze del cuore. Come i colori nascono da un’oscillazione tra luce e tenebre, così l’anima vive tra le mille sfumature che le emozioni suscitano tra la luce e le tenebre interiori. Essa sente la salute quando, in una sorta di respirazione psichica, si dà al mondo per poi ritirarsi in sé stessa. Se tale ritmo è sregolato, si producono molteplici danni nella respirazione e nella circolazione, alludendo da un lato ai processi nervosi, dall’altro ai fenomeni digestivi.

Quando dipingiamo, doniamo forma esteriore ad immagini interiori. Traduciamo le impressioni ricevute dall’ambiente o da immagini che ascendono in noi: corrispondentemente ad una inspirazione ed espirazione. Dipingere è oscillare continuamente tra l’azione e la contemplazione e tra i due interviene un “giudizio di sentimento” che guida il tocco del pennello. Bisogna provare almeno una volta per comprendere l’analogia che esiste tra le due fasi della pittura ‘terapeutica’ e quelle della respirazione. Molti tra quelli che non sono abituati a contemplare il mondo circostante si meravigliano dopo qualche esercitazione, che l’anima si arricchisce, che si coglie nel percepito le sfumature più svariate, che la sensibilità si apre alla bellezza delle forme naturali. La respirazione si fa più profonda e conduce a prendere parte più attiva nei confronti delle sensazioni dateci dalla vita giornaliera. A quelli troppo esclusivamente legati a idee astratte e fisse, il colore che fluttua insegna come svincolarsi dalla rigidezza e respirare più liberamente.

La pittura ha uno spazio d’applicazione assai ampio in tutti i problemi che si rapportano tra l’individuo ed il suo ambiente. L’amore per il mondo dei colori ci rende più indulgenti e più pazienti: sveglia più interesse per gli esseri e le cose della vita.

Più siamo capaci di fare ‘immagini’ di uomini, cose e avvenimenti, portiamo più comprensione e simpatia al mondo in cui viviamo.

Un ricordo personale: stavo per uscire dal suo studio quando Massimo mi disse: “Se hai un po’ di tempo, prova a dipingere. Ti farà bene” Mi spiazzò un poco. 

Scultura: 

E’ ancora diversa l’azione dello scolpire. La creta, la cera, la pasta da modellare che la mano impasta sono sostanze terrestri. Esse devono prendere forma. Quando si pratica quest’arte per un certo tempo, non ci si sente soltanto fermi sul suolo terrestre ma ci si muove con più sicurezza poiché si percepiscono meglio le forze spaziali. Si rendono in effetti più attivi i sensi del tatto e dell’equilibrio.

La ‘fermezza’ delle forme scolpite non deve tuttavia condurre all’indurimento ed è per questo che il movimento delle forme gioca un grande ruolo. Le forme organiche evolvono secondo una necessità interna e ciò suscita una profonda calma. Tale calma agisce fino agli organi e gli fortifica.

La scultura fa appello alla volontà per guidare l’attività delle membra; insegna a orientarsi ed adattarsi alle leggi dello spazio nella realizzazione di forme concepite dal pensiero. Se il dominio della corporeità è difettoso e si producono malanni come vertigini, angosce, perdita dell’orientamento, in tali casi la scultura è risanante. La sua azione si fa sentire nei problemi interiori legati alla mancanza di concentrazione, perdita di memoria e manifestazioni nervose diverse (da eccitazioni leggere a malattie nervose più serie).

 Ci sarebbero tante altre cose da scrivere, ma col caldo che arriva…

 

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

TRE SCRITTI DI MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO

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Quanto scritto da Isidoro e da me su questo blog in vari commenti all’articolo MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER,  e poi da me nell’articolo MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO, ha suscitato in alcuni lettori il desiderio di poter conoscere quanto scritto da Massimo Scaligero su Paolo M. Marchetti, «Virio», divenuto in seguito cognato di Massimo Scaligero, avendone sposato la sorella Adelina, «Luciana», nonché sulla torbida figura del conte Umberto Alberti, «Erim di Catenaia». Tale legittimo desiderio da parte di ricercatori spirituali di quel Verbum dimissum del quale parlava nel XV secolo quell’autentico Maestro dell’Ars Regia, che era Bernardo Trevisano, è giusto che venga soddisfatto.

La Parola perduta, che Rudolf Steiner ci aveva riportato, è stata dopo di lui troppe volte di nuovo smarrita, per la superficialità, l’approssimazione, l’ignava accidia, il sentimentalismo, il vacuo intellettualismo di molti che dicono di richiamarsi al suo nome. Tale Parola perduta – il filo aureo della Via del Pensiero Vivente, che percorre l’intera Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – è stata ricercata e novellamente ritrovata da un Iniziato dell’Arte Regia come Massimo Scaligero, che ce l’ha ridonata, indicando in ogni rigo dei suoi scritti l’urgenza dell’Ascesi liberatrice del pensiero, la pratica della Concentrazione e della Meditazione, come sola Via per la resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere del morto pensiero riflesso. Oggi non vi è altra Via che conduca all’autentica esperienza sovrasensibile e all’Iniziazione. 

Affinché il lettore possa farsi a questo proposito, in piena libertà, un personale giudizio autonomo, ecco la trascrizione dei tre scritti di Massimo Scaligero su P.M. Virio, dei quali parlavo nel suddetto articolo. Il primo è la Prefazione al romanzo esoterico Il Segreto del Graal, pubblicato nel febbraio del 1955. Il secondo è l’opuscolo commemorativo, scritto su richiesta di sua sorella Adelina da Massimo Scaligero subito la morte di Virio, surrettiziamente introdotto nell’attuale edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce e spacciato per un capitolo originariamente previsto per il libro e poi non pubblicato, il che – a quanto mi risulta – è il contrario della verità. Il terzo è la trascrizione del dattiloscritto, datomi personalmente da Massimo Scaligero, e da lui commentatomi, che rappresenta il vero capitolo che doveva essere pubblicato nel suddetto libro, e che per la sua causticità alcuni suoi familiari chiesero che non venisse pubblicato. Ma oggi – in difesa della Verità e per gratitudine verso il Maestro – è giunto il momento che questo scritto, nonché gli eventi ai quali allude, sia conosciuto.

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Prefazione

[dal libro di Paolo M. Virio Il Segreto del Graal, Casa Editrice Rocco, Napoli 1955]

Nel mondo delle dottrine esoteriche non si può fare a meno di rilevare un equivoco generalmente invalso: ci si volge al Mondo Spirituale, o alla Tradizione, o allo Yoga, con un’attitudine conoscitiva che ignora la mutata costituzione interiore dell’uomo moderno rispetto a quella dell’uomo antico, al quale la Tradizione, ove talune condizioni fossero presenti, parlava senza mediazione alcuna. Si coltiva la conoscenza di certe dottrine con lo stesso modo di conoscere che si è formato nella esperienza del mondo transeunte e finito: per tal motivo il ricercatore si comporta con lo Spirituale non diversamente da come il positivista moderno si rivolge al mondo dei fenomeni: cambia soltanto la forma del limite, ossia l’oggetto, rimane l’alterità.

Si prendono le mosse da un “oggetto spirituale”, ben descritto, messo a fuoco secondo un sottile criticismo esoteristico, e si crede, in quanto sia così ben fissato, di poterlo in un secondo tempo afferrare, senza avvertire che per una effettiva comunione col sovrasensibile non conta l’oggetto della meditazione bensì l’atto interiore così suscitato. L’oggetto non è che mezzo, pretesto: può essere albero, sole, Tradizione, concetto, cosa tra le cose.

Non v’è da cercare il Mondo Spirituale fuori dall’attività meditativa che lo sollecita, perché in tale attività il Mondo Spirituale già si esprime: considerarlo come un “oggetto”, che stia lì in attesa di essere conosciuto, per cui possa o non venir conosciuto, è atteggiamento non dissimile a quello del realista ingenuo che crede di avere dinanzi come realtà in sé una materia, una “natura”, e si vieta così l’atto della conoscenza.

Simile chiarimento va applicato al tema della Tradizione. Non può esistere Tradizione fuori dall’atto dello Spirito che la fa risorgere in sé: qui soltanto vive la Tradizione. Si tratta di accorgersene: credere che esista una Tradizione che stia innanzi a noi come una “cosa”, con un suo aspetto misterioso che può anche essere identificato, per cui ci si possa accostare ad essa oppur no, si possa essere fuori o secondo la sua “ortodossia”, significa ingenuamente scambiare un oggetto o un pretesto dell’attività spirituale per lo Spirituale medesimo: il che è qualcosa come un naturalismo metafisico. Molta confusione e debilitazione sono state recate nel mondo degli studiosi di scienze tradizionali da certo criticismo esoteristico, tecnicamente perfetto, ma privo della coscienza critica stessa del proprio processo conoscitivo.

È evidente che l’Autore di questo “Il Segreto del Graal” ha saggiamente evitato di fissare in forma dottrinaria, e perciò in un dialettismo critico, gli aspetti di una esperienza interiore che non potrebbe essere delimitata in concetti senza venir snaturata.

La forma della narrazione è stata intenzionalmente lasciata nella fase intuitiva e, diremmo, impressionistica, senza elaborazioni che non riguardassero il contenuto esoterico. Ma una simile immediatezza, passando da visione a visione, di sequenza in sequenza, giunge talora al limite ove alita l’inesprimibile.

Massimo Scaligero

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P. M. VIRIO

(1910-1969)

Tra me e Paolo Marco Virio – al secolo Paolo Marchetti, romano – ci fu una di quelle rare amicizie spirituali che, mentre si svolgono sul piano umano cosciente attraverso consonanze e contrasti, in realtà hanno il compito supercosciente di preparare la funzione della comunità umana per i tempi, il cui senso può essere compreso alla luce dell’Apocalisse di Giovanni. Del resto, oltre colei che è stata la compagna interiore epperò l’anima complementare della sua esperienza “binomiale”, io so di essere stato l’amico più vicino che egli avesse, malgrado le nostre diverse scelte di “metodo” e di tipo di “visione” metafisica. Una concordia superiore ci univa, la più vera, perché non era un dato della natura, bensì un atto interiore consapevole, ogni volta rinnovato.

Virio veniva dagli studi classici, compiuti presso i Domenicani. Quando lo conobbi, nel 1932, egli aveva già dovuto impiegarsi perché, rimasto orfano, gli era stato necessario ben presto assumere responsabilità familiari. Continuava a studiare, frequentando assiduamente la Biblioteca Nazionale, non tanto per estendere il proprio sapere, quanto per sviluppare un piano di conoscenza già in lui maturante in ordine alla ricerca sovrasensibile.

Sin dai primi nostri contatti si accese tra noi una simpatia profonda, alla quale si aggiungeva il fatto che egli mi considerava suo maestro: atteggiamento dal quale facilmente venne affrancato anzitutto da me e in seguito grazie ai contatti che insieme avemmo con il Conte Umberto Alberti di Catenaia (Erim), patrizio fiorentino, e con la sua consorte Ersilia, i quali insieme perseguivano una via esoterica cristiana mirante a restaurare l’accordo originario della coppia umana. In tal senso l’Alberti era detentore di un riservato insegnamento tradizionale, che non ebbe difficoltà a comunicarci. L’insegnamento aveva il fascino di una fusione della Tradizione ermetico-alchemica con la vivente attualità dello Spirito cristiano, che io trovai illuminante, ma al tempo stesso necessitante di un compimento “tecnico” di tipo moderno nel senso di una noesis operativa, mentre per Virio fu il veicolo immediato di una connessione più profonda con l’Alberti, che divenne in tal modo il suo reale guru.

A quei tempi, dal 1933 in poi, attorno agli Alberti si formò un cenacolo, cui prendevano parte, oltre noi tre, altri due personaggi, Emilio Angelini e Giulio Daneri, il primo non molto persuaso delle dottrine dell’Alberti, tanto che ben presto si dileguò, il secondo invece aperto ed entusiasta. Giulio Daneri era libraio, rivenditore di libri, un’anima candida e fervida, che per anni prese parte alle nostre riunioni in casa di Virio, a Via Sant’Anna a Roma, e costituì per noi anche un punto di riferimento per un tipo più spicciolo di riunioni, presso la sua “bancarella” a Campo de’ Fiori, o presso il negozio – un autentico “buco” – nella stessa zona della vecchia Roma.

Quando conobbi Virio, egli era già autore di un volumetto di poesia mistica, dal singolare titolo La bestia intersessuale, e continuava a dedicarsi alla poesia come a un mezzo di espressione dello stato interiore. Questo stato era la sua forza, l’immediato assoluto da cui moveva la sua ricerca. La capacità di raccoglimento diveniva in lui il veicolo della preghiera e della contemplazione. Durante tutta la vita, ciò costituì per lui una continuità, una missione che ispirò la sua ricerca sovrasensibile e l’esperienza iniziatica con la sua compagna. Visse con fedeltà tale Ispirazione: era la ragione per cui io potevo essergli fraternamente vicino, pur seguendo una via diversa. Conoscevo la validità della sua via.

La scelta di Virio fu indubbiamente la Tradizione, la Via regale dello Spirito, che affiora attraverso forme varianti in rapporto allo spazio e al tempo, sempre tuttavia permanendo in sé indeterminabile. Ma per Virio v’è un momento in cui l’indeterminabile della Tradizione e il mondo della determinazione coincidono, il Mistero si veste di realtà umana e la storia dello Spirito eccezionalmente appare in tutta la sua potenza sulla scena umana: questo momento è l’incarnazione del Cristo, la sua Nascita e la sua specifica azione dal Battesimo del Giordano al sacrificio del Golgotha.

L’unità e la continuità della Tradizione trovano in Guénon l’esegeta e il metodologo della distinzione tra l’autentico tradizionale e le sue contraffazioni, specialmente riguardo all’epoca moderna. Virio non può non consentire a una tale distinzione, che investe tutta l’opera del Guénon, né può non riconoscere in J.Evola la presenza di un’analoga identificazione del Tradizionale. Ma per lui v’è qualcosa che manca in Guénon come in Evola, sia pure in misura diversa e con senso diverso: il riconoscimento della sintesi della Tradizione, allorché essa si presenta come Evento-simbolo visibile nella comparsa del Cristo, nella Morte e nella Resurrezione: un’Iniziazione umano-cosmica, dalla quale la Tradizione assume una funzione determinante, reintegratrice dell’umano, perciò volta alla radice individuale dell’umano.

Nel decorso “tradizionale”, prima del Cristo, l’elemento individuale-umano doveva essere eliminato, perché si verificasse l’estasi, o il samadhi, l’Iniziazione fosse possibile: con il Cristianesimo, l’elemento essenziale dell’individualità, liberandosi, diviene il fulcro del procedimento iniziatico. Per Virio questo procedimento fa del Cristianesimo la corrente novella della Tradizione: certo non il Cristianesimo che, per necessario processo storico, diviene una particolare religione, ma quello che assume la trasmissione del contenuto misterico: perciò la Gnosi cristiana, la Cabala, l’Alchimia, l’Ermetismo, cristiani. Questi, però, sono veduti da Virio come espressioni del Principio della Tradizione, o del Logos, non come ciò che può realizzare l’identità. L’identità è realizzabile solo nel segreto dell’anima dell’operatore spirituale, in quanto egli non si limiti a cercare il Logos in un sistema, o in una corrente, o in un corpo rituale, ma anzitutto trovi in sé ciò che come essenza dell’anima è già presenza del Logos. “Il Regno dei Cieli è dentro di Voi”.

Perciò, a un determinato momento della sua esperienza interiore, Virio si scinde dalla linea di Guénon e di Evola e segue una via autonoma, personale: anzitutto di venerante identificazione del Cristo umano-cosmico e del suo giustificare al livello dell’umana ricerca del Divino, l’universalità in sé compiuta della Tradizione. È questa scelta che da tale momento ci unisce essenzialmente, oltre ogni permanente divergenza di ordine dottrinario.

La divergenza ravvivava di continuo il nostro colloquio umano, ogni volta dileguando dinanzi alla visione metafisica che sostanzialmente ci univa. Dileguava soprattutto allorché la meditazione, per anni praticata insieme, diveniva tra noi un veicolo di confidenza, mediante il quale la mia esperienza interiore a lui appariva chiara e in sé giustificata: così come a me appariva chiara e in sé giustificata la sua necessità di permanere fedele osservante dei Sacramenti della Chiesa. Cattolico perciò nel senso originario del termine, cioè capace di riconoscere tutte le forme della presenza dello Spirito, in Oriente e in Occidente, come aspetti della identica presenza, che centralmente si manifesta come Evento della storia umana, anzi come cuore stesso della Storia, impulso visibile della Tradizione, nella comparsa fisica, nel rito e nel sacrificio del Redentore.

Il senso ultimo dell’opera di Virio è la resurrezione attuale della Gnosi, secondo una continuità, che è la perennità stessa della Tradizione. La virtù di questa perennità, però, accessibile un tempo in forza di una trasmissione trascendente oggi è afferrabile direttamente dal discepolo che consegua in sé la connessione con il mistero del Golgotha. Per Virio, perciò, come risulta dai suoi scritti e dalle sue meditazioni, la Gnosi esprime la perennità della Tradizione, in quanto è Gnosi cristiana. Egli scrisse le sue pagine in funzione di una simile persuasione: il Logos come essenza della tradizione. Logos precristiano che si incarna nel cristo. In tal senso, la Gnosi è cristiana, il contenuto del Graal non è un mito pagano, come tenta con molto ingegno di dimostrare Evola, ma un mito essenziale del Cristianesimo. Così l’Alchimia occidentale è integralmente cristiana.

È decisivo per Virio evitare la scissione della Gnosi dal Mistero cristiano: una simile scissione, che vorrebbe, mediante Evola e Guénon, porre una Gnosi sovrastante come un’astratta universalità tutte le espressioni misteriche d’Oriente e d’Occidente e tutti gli Annunciatori sullo stesso livello, compreso il Cristo, è un errore grave. In verità, solo l’individuale può realizzare l’Universale: certo l’individuale che venga redento dall’”Io sono”. Virio sentiva che il Materialismo della presente epoca trae la sua forza soprattutto dalla scissione tra Universale e Individuale. La Tradizione che ignori la centralità cosmica e storica del principio Logos e del suo rapporto con l’anima individuale, manca di virtù gnostica: non è più la Tradizione, ma l’apparato formale dei riti e dei simboli: il nutrimento dialettico di Spiritualisti a cui interessa, piuttosto che lo Spirito, il sapere spirituale. A tali Spiritualisti mancherà inevitabilmente l’intuizione del segreto della egoità, che in basso è il “malo individualismo”, in alto invece è il fulcro di tutta l’opera, ove realizzi la propria Essenza-Logos.

Certo, una volta riconosciuto come essenza della Gnosi il Mistero Cristiano, il problema del cercatore moderno è ricongiungere la Gnosi con il Logos: operazione esigente anzitutto svolgersi nell’anima individuale, prima che come rito di una comunità. Se la visione della Tradizione, come Impulso che si incarna nel Cristo, ci univa, la divergenza tra me e Virio cominciava là dove è richiesto un metodo, o se si vuole, una tecnica, ai fini del correlativo objectum operativo: ma tale divergenza, come accennavo, non aveva molta importanza. Se ne aveva, era il porre in luce, per contrasto, quel che ci univa.

Io ero persuaso che il metodo per attuare il Tradizionale, o il “metafisico puro”, nei tempi moderni, non poteva essere contenuto nelle forme trascorse della Tradizione, ma doveva “rivelarsi” nella interiorità dell’operatore, grazie a un atto di conoscenza, rinnovante in sé il puro elemento di perennità della Tradizione, ma necessariamente facente leva su quel processo originario del pensiero, che, nei tempi moderni, ai fini della scienza, ha realizzato in basso il massimo del suo potere di determinazione: tale processo, realizzato in alto, cioè svincolato dalle mediazioni sensibili, diviene il veicolo della identità con il metafisico. Per Virio invece permanevano valide le forme tradizionali: era egli però che in sostanza le rinnovava, grazie al suo valore, realizzando una sintesi gnostica comprendente la Cabala, così come l’Alchimia, l’Ermetismo, l’Esichasmo, eccetera. Io ero convinto che una simile via funzionava per lui, in quanto era lui: egli vi portava un impeto di moralità e di dedizione sacrificale che la rendeva giusta comunque. In questo, Virio era meravigliosamente assistito da quell’essere luminoso, in continuo stato di preghiera e di donazione di sé, che era la sua compagna di visione e di vita, “Luciana”, cioè Adelina Scabelloni.

Nell’accennata sintesi era presente anche l’idea della Reincarnazione e del karma, stranamente confutata invece dai due autorevoli interpreti delle dottrine tradizionali, citati: idea inseparabile dalla visione esoterica della vicenda umana e del suo senso ultimo: idea che, sola, oggi può spiegare le differenze esistenziali che hanno la loro ragion d’essere, le diversità dei destini, delle vocazioni, dei livelli mentali, e operare come forza sanatrice dei conflitti umani, reale smobilitatrice degli odi sociali.

Come l’idea della reincarnazione ci univa, così parimenti quella della esigenza di istituire un Ordine iniziatico “attuale”. Un simile tentativo fu effettivamente compiuto: venne anche concepito un rituale, uno statuto, e il movimento – che in realtà non ebbe se non un abbozzo di realizzazione – fu da noi chiamato Ordine Templario Occidentale (OTO). Del resto, in seguito Virio tentò lui personalmente la resurrezione di un movimento essenico, “Centro Esoterico Esseno Cristiano”: iniziativa che per la inadeguata rispondenza trovata esternamente, ebbe a procurargli qualche amarezza. Negli ultimi anni, si accentuò la sua solitudine: i nostri stessi incontri continuavano, ma, a causa dei miei impegni e mio malgrado, meno frequenti: salvo l’estate, quando ero suo ospite nella “Torretta” di Isola Farnese: allora era una felice ripresa del colloquio e della meditazione in comune, cui partecipava regolarmente “Luciana”. Del resto, ogni volta che Virio aveva la possibilità di una villeggiatura estiva, che era in sostanza la scelta di un luogo rispondente alle esigenze della disciplina del silenzio e del raccoglimento, io ero normalmente l’indivisibile ospite. Ricordo un’estate, tre settimane trascorse insieme nell’Eremo carmelitano di Monte Virginio: una reale operazione metafisica compiuta insieme, secondo un accordo che ancora una volta annientava le diversità. Una forza essenziale al disopra di ogni dialettica ci faceva incontrare, ed ambedue sapevamo che il nome di una tale Forza era quello dato nel Vangelo di Giovanni a Colui che era “al principio”.

Rispetto ai “segni dei tempi”, Virio sentiva l’urgenza di ricongiungere l’umano con il Superumano, la natura e la storia, con il Logos: il compito di liberarsi, per liberare. Compito sacro, nel momento più grave della vicenda umana, in cui lo Spirito della menzogna su tutta la terra assume vesti culturali e persino spirituali. Nell’ultimo nostro colloquio questo era il tema: la via era anzitutto ravvisare nell’intimo della coscienza la presenza dell’Essenza di Vita che, pur immanendo nell’uomo, sconfina nell’illimitato mondo delle Forze. A questo punto io affermavo che il compito dell’operatore spirituale consiste nel non illudersi di poter muovere direttamente dalla propria persuasione spirituale, bensì nell’operare con le forze formatrici di tale persuasione: afferrare non tanto lo stato interiore, quanto l’idea da cui questo muove. Per Virio, lo stato interiore nella sua immediatezza era il punto di partenza: la purità di tale stato interiore, per lui, era garantito dalla realtà del suo contenuto, dalla adesione profonda al Mistero Cristiano, cioè alla vera Tradizione, dalla fedeltà alla essenza metafisica di questa e alla sua vivente forma rituale. Egli invero visse e operò, consacrato a un tale ideale.

Massimo Scaligero

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P. M. VIRIO

Tra gli esseri a me cari e dai quali di continuo sarei stato affettuosamente accusato di trascurare la compagnia, c’era Paolo Marchetti, che doveva assumere lo pseudonimo di P.M.Virio in un suo romanzo spiritualistico e in taluni opuscoletti postumi. Egli “esordì” come mio discepolo e debbo dire che era tra i più devoti: poi, nella comunanza con me, frequentando casa mia, conobbe mia sorella Adelina e divenne dopo qualche anno mio cognato. Non è che con questo cessasse di essere mio discepolo, ma si verificava un lieve mutamento del rapporto: doveva subentrare un elemento “umano” che avrebbe in qualche modo condizionato l’esoterico.

Frattanto io mediante un amico, Emilio Angelini, allora costruttore, che incontravo con un gruppo di giornalisti comuni amici alla trattoria romana Mare nostrum in via dei Pastini, avevo conosciuto un anziano occultista, il conte Umberto Alberti, che amava usare lo pseudonimo Erim di Catenaia, per quanto non avesse pubblicato altro che tredici puntate sull’Occultismo su un settimanale non molto diffuso, di cui ricordo soltanto che era diretto dal giornalista mondano, Nino Bolla. Si era nel 1934.

L’Alberti, esoterista cristiano, cabbalista, martinista, coltivava le scienze esoteriche insieme con la moglie Ersilia: una coppia simpatica, ma stranamente collegata con l’Occultismo, perché al livello pratico finiva sempre sul piano delle sedute spiritiche. Peraltro egli, cultore della spagiria “a due vasi”, ossia della via dell’eros verso il sovrasensibile, a causa del fallimento di talune pratiche operative, era afflitto da una sorta di ossessione erotica, per cui tra l’altro la moglie doveva scegliere delle cameriere orbe, sciancate e senza denti, perché egli non subisse eccitazioni nell’ambito familiare: del resto di questa sua ossessione l’Alberti non faceva un mistero e la spiegava non senza un senso di umorismo, da noi condiviso, soprattutto riguardo alle “veneri” domestiche.

Era indubbiamente un uomo di valore, ma non poteva non condizionare il mio apprezzamento circa il suo Esoterismo il fatto che egli trascorresse diverse ore alla finestra del suo appartamento al mezzanino a sbirciare i seni e le anche delle bellocce che passavano. Tuttavia aveva una carica di simpatia e di fascinoso dialettismo esoterico. Come era mio uso, che di un’acquisita amicizia facessi partecipi coloro che erano con me collegati, così presentai Paolo Marchetti, o Virio, al conte Alberti.

La coppia Umberto ed Ersilia Alberti era invero una coppia anziana, in stato di malinconica solitudine e avida di compagnia: perciò si attaccò sentimentalmente a noi. Lui in particolare sentiva di poter riguadagnare un certo livello, comunicando il suo sapere a dei discepoli: ma era evidente che io non potessi diventare un tale discepolo, dati i limiti che scorgevo in quel “maestro”: tuttavia ascoltai con deferenza il suo insegnamento, invero degno di attenzione, e del cui valore dovevo assai più tardi dare un cenno nel capitolo “Eros e spagiria” del mio libro “Yoga, Meditazione, Magia”. Il discepolato invece funzionò con il Marchetti, che si vide sollecitato e lusingato e sottilmente indotto a rendersi indipendente da me: il che io trovai naturale. Cominciai a cogliere nel Virio una certa opposizione, ma non feci nulla per contraddirla: in realtà non ho mai contrastato un discepolo che si invaghisse di altre esperienze, anzi la incoraggiavo, perché sapevo che egli seguendo il suo karma, ma perciò parimenti il suo dharma, in sostanza realizzava ciò per cui si era incontrato con me.

Dopo la morte del conte Alberti, questa opposizione con il tempo doveva talora diventare da parte del Virio qualcosa di più polemico. Già prima, man mano che il conte Alberti gli trasmetteva il suo sapere, io sentivo che questa opposizione ascendeva in lui da una zona profonda della coscienza, più che dal suo mentale consapevole, onde volentieri lo assolvevo: ma in effetto essa veniva corretta e talora temporaneamente eliminata dal Virio stesso grazie a un riaffiorante senso di gratitudine nei miei riguardi e alla fraternità che, fondamentalmente permanendo tra noi, si riaccendeva allorché io trovavo il tempo per incontrarlo. Probabilmente se io avessi avuto la possibilità di vederlo più frequentemente, egli sarebbe stato più buon discepolo nei miei riguardi. Io facevo del tutto per trovare questo tempo, perché sentivo che nei nostri incontri egli riprendeva respiro, ma non sempre ci riuscivo, onde nelle lunghe pause di silenzio si riattizzava in lui la polemica: non riuscivo a farmi perdonare da lui la mia indipendenza. Poiché era un solitario, non molto ricco di relazioni umane, collegavo con lui tutti gli amici che potevo, ma avveniva che a tutti egli tentasse trasmettere la sua opposizione nei miei confronti e con talune personalità più affini a lui che a me, dovesse riuscire. Comunque, la fedeltà del suo discepolato al conte Alberti gli valse l’eredità, alla morte di costui, della sua ricca biblioteca gnostico-martinistica ed ermetico-alchimica, dotata di opere invero rare. Ritengo che questo fosse il colpo di grazia inferto allo sviluppo spirituale del Marchetti, che già trascorreva la sua giornata nel leggere e appuntare: del resto, non v’era novità libraria, di argomento esoterico, che egli sfuggisse, essendo egli altresì abbonato a diverse riviste di studi tradizionali.

P.M.Virio era pervaso dall’aspirazione a essere profondamente cristiano, ma era proprio questo che non poteva non riuscirgli problematico, essendo egli chiuso non solo nel cliché tradizionalista, ma soprattutto nella problematica della morfologia comparata delle mistiche di cui era valente studioso. Egli era avverso a Evola e a Guénon, ma specialmente di quest’ultimo subiva lo schema morfologico-metafisico, per una carenza di vita del pensiero. Si credeva indipendente dal cliché di Evola e di Guénon, ma in realtà ne era improntato in profondità: non riusciva a vedere nel cristo qualcosa di più di ciò che è imposto dallo schema gnostico e dalla mistica tradizionale: ossia vedeva ciò che il Cristo non è più o non è mai stato e che va superato come una medianità di cui il cristiano tradizionale aveva bisogno, non avendo egli altro modo per accogliere forze che trascendevano la sua coscienza. Per me era chiaro che quel rapporto antico non ha più nulla da dare all’uomo: il revivificarlo nei tempi attuali non può che dare luogo a introversione sensuale-mistica, se non a mania fanatica, mentre nuove forze si affacciano nell’uomo, che hanno il còmpito di incontrare viventemente il Cristo: un vero esoterista sa che le nuove forze della volontà e dell’autocoscienza dell’uomo moderno non hanno altro senso, e che tali forze, prive del loro vero soggetto, ossia prive di Io, diventano distruttrici.

L’autentico male dell’uomo di questo tempo è la corruzione delle forze del volere che i vecchi esoterismi, lo Yoga tradizionale, gli schemi della Gnosi, non riescono ad afferrare e perciò neppure a orientare. Il fallimento dell’Esoterismo è un appuntamento mancato con il Logos, ossia con il fulcro trascendente di tutto ciò che si presenta come dynamis spirituale dell’uomo moderno. All’egoismo mistico e alla mancanza del coraggio di uscire dal guscio della propria natura conservatrice spirituale, si deve questa incapacità di riconoscere il Logos vivente. Al Virio interessava trovare il Logos nelle meditazioni oranti, nelle giaculatorie e nelle letture tradizionali: rigorosamente seguiva l’osservanza cattolica, la Comunione, la Messa eccetera.

Tutto ciò, per quanto religiosamente nobile, non è realmente vivo nello Spirito, non è più sufficiente ad afferrare il Cristo: il cercatore del Logos oggi deve superare i vecchi limiti, anzi i temporanei limiti che sembrano ma non sono la Tradizione perenne.

Nelle forze sovrasensibili del Sole che splende, dei ritmi dell’Universo, della natura che crea, del pensiero che pensa, del sentire che sente, del volere che vuole, va incontrata la presenza del Logos, perché tale presenza possa divenire comunione dell’anima con il proprio Principio e perché l’anima, conseguendo la sua reale luce, divenga forza operante nel mondo. Altrimenti essa si sottrae alla sua corrente di vita e nella funzione che le viene imposta dall’umano attuale coopera alla corruzione di tale vita. Così lo gnostico fa l’asceta tradizionale e aspira a una vita dai modi santi, accusando il mondo moderno – secondo la moda esoterista del tempo – della cui degradazione egli senza saperlo è uno dei più solerti artefici.

Quello che invero permane indubbio come valore della personalità di P.M.Virio è la coerenza morale della sua vita: la fedeltà ininterrotta alla propria ascesi, come al proprio dharma, ma perciò stesso al limite che gli vietò di riconoscere la Scienza del Logos dei nuovi tempi: forse perché questa lo incalzava troppo da presso attraverso la mia persona: una mediazione a lui difficilmente accettabile.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R.STEINER (5° parte)

 Mas

Il discepolo conosce se stesso nello sperimentare sensibile: si dona all’esperienza dei sensi nella misura in cui non ne sia sopraffatto. Egli non offre presa all’aspetto angosciante del destino, non per aridità o insensibilità, ma per capacità di dedizione e di liberazione: la sua possibilità di immergersi nell’altro lo porta nell’intimo valore degli eventi, in ciò che essi significano come direzione saggia del mondo. Egli può guardare oltre la maschera terrificante di Arimane, può risalire l’onda della paura e dell’angoscia, e ritrovare la forza dispersa di cui sono tessute.

Non ci sono fatti del mondo spirituale o di quello fisico che non siano per lui vie di conoscenza; se essi significano dolore e distruzione, egli ha la forza di sopportarli, per poterli guardare: ne contempla la necessità, ne coglie l’interno senso e coopera con fermezza alla loro risoluzione. Non v’è nulla al mondo né in cielo né in terra, che possa piegarlo, nulla in cui egli non possa immergersi con dedizione, che è per lui il suo rivivere.

Egli consegue la possibilità di non recitare, non fingere, in quanto conosce ciò che nasce, nella sua verità profonda: riconosce le tensioni che dal fisico salgono nell’animico sembrano assoggettare lo spirito. Verso lo Spirituale è in stato di calma devozione: egli si volge al mistero del Cristo. Al Cristo egli tende ad aprire il varco nel pensare e nel sentire, e radicalmente nel volere. Donato, egli procede con sicurezza che non è sua, perché gli fluisce dal mondo spirituale. Dimentico di sé, vive nella compassione verso gli esseri che procedono senza saperlo, che sognano e dolorano. Egli non dà nulla che non sia richiesto dall’oggetto, non chiede, non impone.

Nella semplificazione ha lo scioglimento delle tensioni, e, in tale libertà, può parlare agli altri, perché la sua parola non viene da lui, nella misura in cui venga dallo Spirito. Ignora la lotta infeconda delle parole.

Una caduta non lo scoraggia: lo rende consapevole di sé e deciso per l’avvenire, lo rende più umile e dedito. Senza proporsi di esserlo, è modesto. Riposa nel profondo di sé, alle radici della vita, perché, donato, è veramente fondato su sé, là dove l’uomo comune è fondato su impulsi e passioni. Non conosce invidie, o gelosie, lascia agli altri il dominio della parvenza, perché il lasciarli liberi li può fare accorti di quanto è vanità. Non vuole affermarsi, non vuole vincere sul piano umano, perché non ha senso: gli è sufficiente agire nel sensibile secondo libera intuizione. A lui interessa questa sacra coerenza, non l’opinione del mondo: di questa prende atto per conoscere il gioco delle forze.

Sapendosi collegato nell’essenza con l’umanità, egli non può conoscere nessuna retorica dell’unità interiore e in nessuna filosofia può indulgere, ma opera per essere egli stesso questa unità, senza illudersi circa i suoi raggiungimenti. L’interna distensione è la sua forza, l’esaurimento dell’avidità, l’amore per il mondo. Tende a fare della sua anima un luogo di manifestazione per gli altri, per le cose e per gli esseri. Perciò conosce il segreto del silenzio. Lungi da recitazione e da finzione, egli realizza la vera sicurezza nel sentirsi a disposizione degli esseri e delle cose: per ciò non ha gesti, non guasta ciò con declamazione. Non altera il suo rapporto con gli altri con ornate loquele o enfasi, ma dice solo ciò che è necessario e, quanto necessario, dotato di potere di vita anche nella espressione più semplice.

Il suono della sua voce in tal senso vale più di quello che dice: la sua voce ha perduto il potere di ferire, anche quando ha il tono della severità. Dimentico di sé, non è distratto: il suo stile è una continuità. Lo spirito in lui ritorna istinto; egli sparisce di continuo per farlo essere.

E’ portatore di un clima interiore, di cui non gioisce, non si compiace: la sua stabilità così opera intorno a lui come amore, sollevando l’altrui animo, suscitandone le forze. Di ciò egli sa che gli Dei sono autori, mediatore il suo “IO” e ad Essi va la sua gratitudine.

Le velleità del temperamento sono in via di dissoluzione in lui, anche se la sua vita esteriore non rifiuta nulla alla necessità dell’esistere; ma anche in questa risposta, la sua trasparenza rimane intatta, il suo abbandono segreta meditazione. Non si preoccupa del dominio altrui: sa che ciò che vale deve valere e che nella parvenza del valore v’è anche il principio della sua dissoluzione. Lascia dunque che degli ossessi facciano la loro esperienza: sa che non v’è altro giovamento per loro che il suo operare in profondità. La guarigione del mondo ha solo inizio nel suo giusto operare, nel suo puro pensare. Non ha gesti che non siano spontanei e sorgano da necessità: nulla di ciò che compie è inutile. Ma sotto la sua riservatezza ferve un caldo ed irradiante amore per ogni cosa e per ogni essere.

Il suo amore ha la veste della calma beatifica: esso va all’estraneo come al congiunto, al nemico come all’amico. Le condizioni del malvagio, il suo servaggio al mondo degli istinti, lo toccano, lo rattristano, ma suscitano in lui volontà di soccorso e dedizione all’opera salvatrice. Non conosce avversario perché l’ha conosciuto e lasciato dissolvere. Il male egli non lo combatte, ma lo penetra con la sua forza e lo trasforma in bene.

E’ aperto a tutto, è in ascolto verso i suoni terrestri, come per quelli celesti. Tutto da lui è lasciato nella libertà del suo manifestarsi: soltanto egli è rivolto dall’intimo, là dove la libertà scaturisce, alla cooperazione santa con l’opera delle Gerarchie.

*

Per accedere al Mistero del Graal, il discepolo si educa a contemplare l’immagine della Vergine Madre con il Cristo-Bambino nel grembo. Se egli sa vivere questa immagine, giunge a sentire il Graal: ogni altra deità, ogni altra luce vengono superate dallo splendore della Sacra Coppa, dalla Madre lunare tòcca dal Cristo, dalla “nuova” Eva, portatrice dello spirito solare. Nel simbolo del Graal, il discepolo sente confluire due ordini di forze:  quanto all’uomo è originariamente venuto dalla Luna, ed è sorto poi nella Madre della Terra, in Eva, per manifestarsi di nuovo nella Vergine Maria, si unisce con ciò che viene dall’antico Signore della Terra, Ieova, e che come forza del nuovo Signore della Terra appare come essenza-Cristo, che si riversa nell’aura terrestre.

Egli sente il confluire di ciò che agisce ormai dalle stelle – simboleggiato dalla scrittura stellare – per l’esperienza terrestre dell’umanità. E’ un leggere la scrittura celeste, conoscere l’evoluzione umana per mezzo della storia cosmica di Saturno Sole Luna Terra -come è alluso al principio del Vangelo di Giovanni. Per il discepolo si tratta di esserne degno.

La giusta cooperazione delle correnti di vita dell’anima, pensare – sentire – volere, nella prima parte del periodo post-atlantico doveva venir regolata non da forze che provenissero da tutti i pianeti, ma soltanto da forze del Sole, della Luna e della Terra. L’anima di quell’Essere, che divenne più tardi Gesù di Nazaret, prese forma di anima cosmica tale che la sua vita, in certo modo, non si svolse né sulla Terra, né sul Sole, né sulla Luna, ma circondando la Terra, in accordo con essi: gli influssi terrestri giungevano a Lui dal basso, quelli solari e lunari dall’alto. Il discepolo vede quest’Essere nel suo fiore , nella medesima sfera in cui la Luna circola intorno alla Terra. Egli sente così il disperato appello dell’anima umana, in cui pensare sentire e volere sono afferrati dalla tenebra. Evoca così in sé nuovamente il sublime Spirito Solare (Cristo), perché ancora una volta operi nell’umano.

L’immagine del Sole ha un linguaggio polivalente;  così la Luna. Le contraddizioni sono apparenti. Ogni raffigurazione dell’occulto ne contraddice un’altra che guarda un altro aspetto dello stesso contenuto. L’uomo ordinario vuol trovare le contraddizioni per giustificare la sua paura di conoscere la realtà.

Allorché nel cielo appare la falce aureolucente della Luna, la grande Ostia è la parte nera del disco e sulla falce è il nome di Parsifal. S’intende che qui viene trovato il nome del Graal, non il Graal. Quando i raggi solari cadono sulla falce e ne vengono riflessi aureosplendenti, una parte di essi tuttavia penetra nella materia fisica: ciò che penetra è la parte spirituale dei raggi solari. La forza spirituale del Sole non viene come la forza fisica del Sole arrestata e riflessa: essa penetra. Mentre viene trattenuta dalla forza della Luna, un R+C vede realmente appunto nella parte scura, che giace nell’aurea coppa, la forza spirituale del Sole. Nella  parte aurea, ossia nella coppa-falce, si vede la forza fisica del Sole. Così, quando consideriamo il Sole, lo Spirito del Sole riposa nella Coppa della sua forza fisica: lo Spirito Solare riposa in realtà nella coppa lunare. Ciò che la Luna fa fisicamente, si presenta dunque come un simbolo: mediante quel che essa compie fisicamente, riflettendo il Sole e producendo la coppa aurea, essa si palesa portatrice dello Spirito Solare, che in lei riposa come un’Ostia, in forma di disco. Nella leggenda di Parsifal, ogni Venerdì Santo, al servizio divino, scende dal cielo l’Ostia e viene immersa nel Graal: viene rinnovata come cibo restauratore nella festa di Pasqua.

Una purificazione è possibile quando tali simboli possono vivere con il loro contenuto nell’anima. Il discepolo sa bene che è questo contenuto che importa, ma esso deve poter vivere non per moto intellettuale, bensì per vivificazione di pensiero e per devota liberazione del sentimento e della volontà dell’anima. A tal uopo preparatrice è la confessione. Nel votarsi al Cristo come all’essenziale Principio Cosmico, il discepolo può fare in ispirito la propria confessione e potrà nel silenzio, nella quiete della meditazione, ottenere da Lui la remissione dei peccati. Tra la sua anima e il Cristo può stabilire un legame così intimo da non poterne rinnovare troppo spesso la coscienza.

La remissione dei peccati è connessa con il nome del Cristo: essa va fin d’ora preparata. Il peccato può venire estirpato e tramutato in rinascente vita soltanto se il Cristo può congiungersi con l’anima, in quanto essa si sia aperta a Lui, secondo l’immagine paolina: “Non io, ma il Cristo in me”.

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(continua)

appunti

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