… SE UNO …

(Nutrimento di luce di Marina Sagramora)

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Se uno

ha veramente a cuore la sapienza,

non la ricerchi in vani giri,

come di chi volesse raccogliere le foglie

cadute da una pianta e già disperse dal vento,

sperando di rimetterle sul ramo.

La sapienza è una pianta che rinasce

solo dalla radice, una e molteplice.

Chi vuol vederla frondeggiare alla luce

discenda nel profondo, là dove opera il dio,

segua il germoglio nel suo cammino verticale

e avrà del retto desiderio il retto

adempimento: dovunque egli sia

non gli occorre altro viaggio.

*

(Margherita Guidacci)

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO SU P.M. VIRIO

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Isidoro, in due commenti, apparsi su questo blog, ha parlato di alcuni scritti di Massimo Scaligero in rapporto alla figura – per me oltremodo problematica – di P.M. Virio. Uno di questi scritti è stato introdotto surrettiziamente nell’ultima edizione dell’opera di Massimo Scaligero Dallo Yoga alla Rosacroce, come se tale scritto fosse un capitolo previsto nella prima redazione dattiloscritta del libro, capitolo che l’Autore aveva in seguito rinunciato a pubblicare. E così possiamo leggere nella Prefazione che:

«Uno di questi personaggi fu senza dubbio Paolo Virio, per il quale Egli aveva inizialmente previsto un capitolo, poi non pubblicato ( vedi infra, p. 27-29), apparentemente per lo stesso motivo che lo aveva sconsigliato di rendere note pagine pur essenziali riguardanti altri suoi congiunti. La rarefazione del tempo e la scomparsa di personaggi ivi citati, hanno reso possibile reintegrare l’opera del suddetto capitolo, del quale l’Archivio della Fondazione a Lui intitolata custodisce la stesura dattiloscritta e manoscritta».

Quello scritto di Massimo Scaligero viene spacciato per un dattiloscritto originariamente destinato – secondo che scrive colui che ha redatto l’Introduzione all’attuale edizione pubblicata nel giugno 2012 – a diventare:

 «Il capitolo dedicato a Virio, da pubblicarsi con ogni evidenza in una successiva edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, nella versione definitiva che riteneva doversi conoscere del loro annoso sodalizio. Una versione non conciliatoria, ma ispirata alla percezione di una realtà d’amicizia liberata da ogni risonanza contingente: di ciò che li univa piuttosto che di ciò che li divideva».

Questa è una affermazione arbitraria, che non corrisponde, come ho scritto nel mio precedente commento, alla verità dei fatti, anzi ne è – a mio giudizio – l’esatto contrario. Ma, siccome non tutti i lettori hanno trovato chiaro a quali testi il commento di Isidoro faceva riferimento, ne presenterò, qui di seguito, un quadro riassuntivo.

Le informazioni, da me trasmesse nel precedente commento, sono esatte, e posso qui completarle, chiarendo alcuni punti, compresa la questione della “prefazione” scritta da Massimo Scaligero ad un’operetta di P.M. Virio, e nominata di sfuggita da Isidoro. Faccio queste precisazioni, perché i lettori di Ecoantroposophia, potrebbero altrimenti farsi una immagine errata di ciò che nel tempo è realmente accaduto.

Massimo Scaligero – a quanto mi risulta – scrisse tre volte in relazione a P.M. Virio, al secolo Paolo Marchetti.

Egli scrisse una prima volta; e si trattò di una prefazione al “romanzo iniziatico”, scritto da P.M. Virio, intitolato “Il Segreto del Graal. Romanzo esoterico”, Giuseppe Rocco Editore – Napoli, finito di stampare il 12 febbraio 1955, nelle Officine Grafiche “Adriana” Srl, Via Giacomo Profumo 30, Napoli, Lire 600. Nella copertina è scritto: Prefazione di MASSIMO SCALIGERO, col nome in maiuscolo. Nel frontespizio interno, il sottotitolo è “romanzo iniziatico”, tutto in lettere minuscole, e a piè di pagina vi è la dizione CASA EDITRICE ROCCO – NAPOLI. Quindi il frontespizio interno è leggermente diverso dalla copertina. La prefazione, firmata da Massimo Scaligero, è alle pp. 1-3 del libro stesso. Traiamo questi dati dalla copia che possiedo da molti anni.

Libro Virio copertina 1 VIRIO FRONTESTIZIO 1bis

Il secondo scritto è il breve opuscolo commemorativo, già in precedenza stampato e non rimasto semplice dattiloscritto (come affermato nell’attuale riedizione di Dallo Yoga alla Rosacroce), di otto pagine non numerate, stampato in carta spessa di colore giallo-avorio, e porta il titolo P.M. Virio (1910-1969). Con questo scritto, Massimo Scaligero, aderì alle richiesta di sua sorella Adelina, la “Luciana Virio”, compagna di vita di P.M. Virio, la quale nei confronti di Massimo fu sempre molto polemicamente stizzosa (ho udito personalmente dalla sua bocca alcune poco eleganti espressioni calunniose nei confronti di suo fratello). Per chiudere e sanare annose aspre polemiche, in tale opuscolo commemorativo, Massimo Scaligero fu molto “generoso” nei confronti di Virio, gettando un velo sui forti contrasti, che pure vi erano stati. Ma come si dice : “parcere defuntis” e “de mortuis nisi bene”! Questo è l’opuscolo, che appare nell’attuale edizione di “Dallo Yoga alla Rosacroce”, surrettiziamente introdotto e spacciato per un capitolo originariamente previsto. Ma non lo era affatto. Anche questo opuscolo è da me posseduto in originale.

Opuscolo commemorativo stampato 2Capitolo introdotto in Yoga etc. 2 bis

Infine, vi è un opuscolo dattiloscritto, molto circostanziato nella descrizione del conte Umberto Alberti, “Erim di Catenaia”, di sua moglie Ersilia, e dello stesso P.M. Virio. In tale opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero dà una descrizione crudamente impietosa – ma, a quel che mi risulta, assolutamente obbiettiva – delle “imprese” del conte Umberto Alberti, sedicente esoterista cristiano, martinista, kabbalista ed ermetista, e non di rado, anzi regolarmente, spiritista. Massimo Scaligero accenna alle pratiche di “alchimia a due vasi”, che in realtà erano pratiche scabrose di una deviata e pervertita magia sessuale, alle quali il conte Alberti aveva iniziato P.M. Virio, che di lui era diventato fervente discepolo. Tali pratiche ebbero un effetto esiziale sulla vita e la stessa salute di P.M. Virio, che fu costretto a sospenderle definitivamente, malgrado le ripetute sollecitazioni di sua moglie Adelina. Massimo Scaligero in tale opuscolo dattiloscritto, in origine destinato ad essere inserito come un capitolo del libro Dallo Yoga alla Rosacroce, descrive chiaramente l’irregolarità di tale pratiche e quanto lontano dall’autentico camino iniziatico fosse il misticismo cattolico, al quale si erano dati anima e corpo (è proprio il caso di dirlo) P.M. Virio” e la sua “Luciana”. Come ho già scritto nel precedente commento, Massimo Scaligero, oltre a darmi personalmente l’opuscolo, mi disvelò alcuni retroscena del cammino spirituale di “Erim di Catenaia”, e del suo tradimento spirituale. Queste cose devono oggi essere dette con estrema chiarezza, sia per onorare e difendere la verità, che per evitare che la figura umana e spirituale di Massimo Scaligero venga ridisegnata a quarantadue anni dalla prima edizione del suo libro, e per evitare che gli ingenui caschino in equivoci che possono portarli fuori strada.

Nel suo precedente commento, Isidoro, accenna al fatto che Massimo intendeva pubblicare un capitolo anche su Giovanni Amendola, figura per me molto luminosa. In effetti, Giovanni Amendola ebbe, già prima dell Grande Guerra del 1915-1918, rapporti molto stretti con due grandi discepoli di Rudolf Steiner: Alfred Meebold e Giovanni Colazza. Io possiedo alcune lettere di Giovanni Amendola con Meebold e Colazza, dalle quali si evince quanto intesi e calorosi fossero i rapporti umani con loro, e quanto stretti fossero altresì i rapporti spirituali sin dai primi anni del Novecento. Romolo Benvenuti mi parlò più volte, anche a distanza di anni di una frequentazione – e addirittura di un’appartenenza – di Giovanni Amendola al Gruppo Novalis, diretto da Giovanni Colazza, del quale era amico sin dall’adolescenza. Data anche l’amicizia di Amendola col pitagorico Arturo Reghini, che di Massimo Scaligero era amicissimo e che questi frequentava, come scrive, sin dall’epoca della rivista “Ignis”, per me è certa la conoscenza personale tra Amendola e Scaligero, così come è accertata – cosa che mi è stata apertamente testimoniata – la conoscenza e l’amicizia sin da anni precoci con Giorgio, figlio di Giovanni Amendola. Sicuramente, se Giovanni Amendola non fosse caduto vittima delle conseguenze della selvaggia aggressione a Montecatini, i suoi legami con la Scienza dello Spirito si sarebbero molto intensificati e approfonditi.

Dattiloscritto di M.S.   per Dallo Yoga alla Rc 3

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

BUONI O CATTIVI?

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Accadono momenti, nella vita di ciascuno, in cui l’assenza di una figura forte che ci ha sorretti o aiutati, implica e ci porta incontro la necessità del superamento di una condizione di figliolanza a favore di un processo che potremmo definire “diventare padri di se stessi”. In questo senso, crescere, è lasciare un approdo certo per imparare a navigare senza la costante ricerca di una terraferma che è sempre estranea alla rotta interiore e individuale e ci fa scambiare parole non nostre per nostre verità.

Nelle mani di chi rimettiamo il potere su noi stessi? A chi tentiamo, talora disperatamente, di conferire le chiavi dell’ interiorità ancora misconosciuta? Chi assurge dentro di noi a ruolo di padre-padrone che, per quante parole suadenti possa proferire, rimane comunque un appoggio fittizio che ci allontana sempre, costantemente, dal compito prefisso?

La società così  com’è volutamente configurata, spinge a rimanere figli a vita, a restare ancorati ad una passività in ogni ambito, primo fra tutti e per ragioni ben precise, alla passività del pensare, del rimanere vincolati ad un già dato e costruito ad arte per perpetrare le catene invisibili che ci fanno schiavi in un gioco al massacro.

Tutto è costruito per tenere l’ uomo soggiogato alla sempre crescente soddisfazione di bisogni che non sono più primari, ma servono solo a nascondere e velare il senso d’ inquietudine sottostante, la necessità interiore di essere altro che semplici consumatori passivi. Non ci si accorge perché non si vuole, perché non si è stati educati, che ciò che neghiamo e bramiamo al contempo, non è l’oggetto in sè, non l’ultimo modello di palmare, o il vestito firmato o l’auto di lusso ma è l’esperienza di noi stessi che si compie nell’ oggetto.

E così il focus resta continuamente spostato verso l’esterno, invece che verso ciò che ci spinge all’ azione e al soddisfacimento di un appagamento che non potrà mai essere completo finché non se ne scorge la vera origine. Se l’ appagamento dei bisogni primari è sacrosanto diritto di ogni essere umano, anche questo sempre più consapevolmente e colpevolmente messo a rischio al giorno d’ oggi, indurre attraverso tecniche subdole la creazione di nuovi e fittizi bisogni, non fa altro che perpetrare la presenza incontrollata di una società madre e mammona, in cui il vero scopo dell’ esistenza di un uomo è totalmente stravolto a favore della ricerca di un sentimentalismo imperante, i cui nefasti effetti abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

Anche chi ritiene di star perseguendo un percorso di crescita, non avvedendosi delle dinamiche malate che si mettono in atto quando il sentimento la fa da padrone su tutti gli aspetti interiori, rischia di cadere in facili critiche proprio di quegli esercizi che ristabiliscono pian piano le giuste impostazioni interiori. Non è tanto il pensare a spaventare, quanto il volere, perché volere il volere, purificato da qualunque valenza antica, sociale, familiare, individuale, è accettare di non essere graditi, di stare soli con le azioni che si ritengono giuste, anche se incomprensibili ai più. Accettare di affermare se stessi e ciò che si sente essere la propria verità, indipendentemente da quel che altri possano pensare.

C’è la tendenza a considerare la constatazione di uno stato di fatto interiore comune a molti, come un giudizio o una critica a livello personale, perché incapaci di avere quel distacco necessario per accorgersi che la propria situazione interiore rispecchia quanto descritto. Ciò di cui si è deficitari è l’ esperienza diretta del proprio stato interiore al momento presente, ciò che rende quanto affermato da Scaligero, ad esempio, comprensibile almeno in parte.

Questo non implica aver superato certi scogli o voler assurgere a qualsivoglia forma di maestria sull’ altro, ma essere in grado di riconoscere che, quanto da Scaligero descritto nei testi fondamentali del suo lavoro, corrisponde all’ effettivo stato delle cose interiori, almeno per quanto riguarda l’ esperienza individuale vissuta fino a quel momento. Solo da questa comprensione si può criticare o meno certi scritti, se manca l’ esperienza reale quel che, necessariamente, ne consegue è l’ avversione che prende le mosse non dall’ Io ma da ciò che si ritiene essere Io e in realtà ne sta usurpando la legittima reggenza interiore.

Non ci si accorge di star avversando ciò che si crede di perseguire, perché non ci si accorge di essere altro da “chi” avversa… Se così non fosse, si sarebbe in grado di trovare sempre l’accordo, anche partendo da posizioni opposte, in quanto l’ esperienza riporterebbe tutti al medesimo punto: e cioè che, ad oggi, certe forze sono ancora depositarie della sovranità interiore che crediamo possedere mentre invece ne siamo posseduti.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Terza Parte – terza visione

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www.maramaccari.com

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

Tavola VIII
Terza visione della terza parte

In questa tavola è rappresentata l’Anima che fa da ponte tra l’elemento cosmico e  il corpo fisico umano (quadrato) vivificandolo con la sua acqua di vita.

Rappresentate nelle virtù:

Carità, Umiltà e Pace nell’essere umano tripartito corrispondono:

Spirito – pensare – anima cosciente – (figura con viso rosso) Pace

Anima – sentire – anima senziente – Umiltà

Corpo – volere – anima razionale – Carità.

Acqua di vita nella quale affondano le loro radici donando nutrimento vitale umano.

Al lavoro silenzioso che l’anima opera nella corporeità è dovuto lo stato di salute, di Grazia e  ogni miracolo di guarigione, essendo l’Anima sempre contigua al mondo spirituale (nube con i Santi); riceve sostanzialità dai pianeti (castelli nella città di Dio), che sono governati dall’armonia che l’Anima riesce a stabilire.

Tav. VIII

Tavola VIII

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

 

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

 

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA, SCIENZA DELLO SPIRITO

I TRE PASSI NELLA CONOSCENZA

FILOSOFIA DELLA LIBERTA' R. STEINER LATERZA 1919.

“La difficoltà principale nella spiegazione delle rappresentazioni viene trovata dai filosofi nella circostanza che noi stessi non siamo le cose esterne, e che tuttavia le nostre rappresentazioni devono avere una forma corrispondente alle cose. A un più preciso esame risulta però che tale difficoltà non esiste per niente. Certo noi non siamo le cose esterne, ma con le cose esterne facciamo parte di un unico ed identico mondo.”

Partendo da questi pensieri della “Filosofia della Libertà” (inizio capitolo VI) vorrei fare delle riflessioni su questo argomento, sempre tenendo presente il principio che dice:

….”ognuno descrive l’albero dal suo punto di osservazione e con i propri pensieri”…

L’uomo, in modo spontaneo, guarda il mondo, lo vede, lo sente, lo tocca, lo annusa e con tutta naturalezza, prima di diventare un filosofo, crede che il mondo materiale che lo circonda sia quello reale.

Questo è un primo modo di conoscere il mondo.

Il bambino gode il mondo proprio così come lo vede e come lo sente….solo che l’evoluzione umana prevede che il bambino cresca e che, divenuto adulto, possano sorgere in lui pensieri, domande e dubbi su quel mondo che lo attornia. Ed inizia a cercare risposte.

Egli può pensare: “Fuori di me c’è il mondo oggettivo che io chiamo mondo della percezione.

Io lo guardo dal di fuori e il pezzo di mondo che, di volta in volta, entra in contatto con me, si imprime in me ed in me rimane come rappresentazione o ricordo.

Del mondo che mi circonda, io posso però cogliere solo l’immagine statica, ed è questa che resta impressa in me, come nella fotografia si imprime solo l’attimo colto dall’obbiettivo.

Di questo mondo materiale non potrò mai raggiungere l’ interiorità, la sua essenza viva, perché mi sento racchiuso nel pezzetto di mondo che chiamo il mio corpo, e questo corpo non potrà mai diventare uno con gli esseri fuori di me. Tra me e il mondo c’è assoluta incomunicabilità.

Io vivo nel mio mondo di rappresentazioni, e posso conoscere solo la fisicità di quanto mi circonda, mai la sua vera essenza.

La “realtà vera” non si concede alla mia conoscenza, non è da me raggiungibile, io ne rimango escluso.

In questo modo però, per me, il mondo si divide, in due parti: il mondo esteriore ed il mondo interiore che ne è la sua immagine riflessa”.

Questo è un secondo modo di conoscere il mondo.

Come gettare un ponte tra queste due realtà? Chi può unificarle?

La risposta, o il grandioso chiarimento che l’uomo attendeva da molto tempo e che ancora oggi solo sempre troppo pochi sanno comprendere, ci viene dato dalla “Filosofia della Libertà”.

E questo può diventare il terzo modo di conoscere il mondo.

Si può pensare: il mio mondo interiore, nel quale ritrovo tutti i posti dove ho vissuto, tutte le persone che ho conosciuto, tutte le esperienze che mi sono venute incontro nella vita, le infinite immagini che ogni momento posso richiamare nella mia coscienza, tutto questo mio mondo di rappresentazioni come lo raggiungo? Lo raggiungo per mezzo della percezione. Esso è per me percezione esattamente come è percezione il mondo esterno, e ambedue devono venir illuminati dal pensare per divenire realtà.

Il pensare è al di sopra di questi due mondi ed è il pensare che crea il concetto di percezione, quando si riferisce al mondo esterno e rappresentazione quando si riferisce al mio mondo interiore.

I concetti che io trovo pensando completano le percezioni che mi vengono incontro sia dalla mia interiorità che dal mondo esterno.

Il pensare, questo tessuto luminoso che abbraccia, riveste, da senso e significato ad ogni percezione, creando così la realtà del mondo, riporta all’unità ciò che per necessità dell’uomo viene frammentato all’infinito nelle percezioni.

Solo il Pensare ricrea, per l’uomo, l’unità originaria fatta di amore e di saggezza….” Egli desta la nascita dello Spirito nel morire della materia”…..

Dunque, il terzo passo sulla via della conoscenza consiste nello “svegliarsi” al pensare, nel riconoscere nel pensare l’elemento vivo nel quale lo spirito dell’uomo e lo spirito dell’universo sono UNO e dove la “cosiddetta materia” può sciogliersi finalmente dall’incantesimo e tornare ad essere Luce!

SCIENZA DELLO SPIRITO

PENSIERO E AZIONE INTERIORE

Michele

(Arcangelo Michele di Mara Maria Maccari)

L’essere umano, il cui cuore non sia sordo al richiamo della Parola dello Spirito, e la cui anima non sia opaca alla Luce dello Spirito, sente l’impulso e la necessità dell’azione interiore. Quest’azione si svolge simultaneamente in due forme, in due modalità che hanno, ognuna, un suo significato operativo. Questa duplice e simultanea azione ha due finalità interdipendenti: liberazione e libertà. Queste due parole possono apparire, ad un esame superficiale, come sinonimi, ma non lo sono affatto.

Liberazione è liberazione dal servaggio corporeo, ossia liberazione da quella condizione di degradante abiezione nella quale l’uomo è caduto, sino all’inversione della gerarchia Spirito-anima-corpo. In tale condizione l’elemento spirituale dell’uomo è paralizzato e in stato di sonno catalettico; l’anima, ubriaca di effimero e in stato di oblio della Patria Celeste e della sua natura originaria, è prostituita al mondo delle brame, ossia ai dèmoni che ne divorano la vitalità, ne deturpano e ne deformano caricaturalmente la bellezza; il corpo, invece di essere lo strumento dello Spirito attraverso l’anima per la conoscenza e  l’azione nel mondo, è – come affermavano concordi pitagorici, platonici e iniziati orfici – «tomba» e «prigione» per l’anima.  

Platone parla – nel Gorgia 493a, nel Cratilo 400c, nel Fedone 62b – di questa condizione di traviamento, di caduta, alle quali solo la Sapienza e l’Iniziazione ai Misteri possono porre rimedio. Figure mitiche e immaginative, straordinariamente simili, le ritroviamo nei Misteri orfici e dionisiaci, nei quali l’anima è dipinta come preda dei Titani, che ne fanno strazio, e nella Sapienza degli Iniziati Gnostici, per i quali la condizione umana è una condizione di esilio, di degrado, di stordimento e di oblio, alla quale l’uomo viene portato da quel «doppio malvagio», che gli gnostici chiamano «spirito contraffatto», riecheggiante il «cattivo pilota» della sapienza egizia.

Edesio di Cappadocia, discepolo del grandissimo Giamblico, fondatore della Scuola neoplatonica di Pergamo, Maestro di Massimo d’Efeso e di Giuliano Imperatore – secondo quel che riporta Joseph Bidez, nella sua splendida  La vie de l’empereur JulienParisLes Belles Lettres, coll. « Collection d’études anciennes »,‎ 1930, 1e éd., il quale cita dalla Eunapii vitae sophistarum – così disse al Giuliano suo discepolo: «Quando un giorno sarai iniziato ai Misteri, ti vergognerai di essere nato soltanto uomo!».

Nel XVIII secolo, il mistico di Amboise, in una certa misura «iniziato» agli arcani della Sapienza cristiano-kabbalistica, Louis-Claude de Saint-Martin, usava  parole molto dure – parole che Massimo Scaligero amava ripetere frequentemente – per stimmatizzare l’abiezione nella quale l’uomo è precipitato: «Piuttosto che parlare dello stato di abominio nel quale è caduto l’uomo, preferisco arrossire e indicare le vie del ritorno».

Massimo Scaligero riassume, nel 23° capitolo  del Trattato del Pensiero Vivente, diagnosi, prognosi, e terapia di questa difficile – oserei dire: disperata – situazione dell’uomo, con parole che più chiare non potrebbero essere:

«Naturalmente l’anima esprime il male del mondo, che non viene dal mondo, ma dal dipendere di essa dalla corporeità e perciò dall’aver essa smarrito la sua natura spirituale, cioè la forza che domina la corporeità. Occorre che agisca nell’anima qualcosa che, pur appartenendole, abbia il potere di trascendere la dipendenza di essa dalla corporeità e di ridestare in essa l’elemento paralizzato della perennità. Questo qualcosa è il pensiero, il moto originario della coscienza, che ogni volta, nel momento pre-cerebrale del conoscere, si accende della luce del Logos, ma ignorato, contraddetto nella riflessità. […]

Il vero «atto» è il volere del pensiero, cioè l’essere del pensiero, che incontra il Logos del mondo. Ma tale atto si apprende soltanto nella meditazione, o nella concentrazione: grazie ad esso si realizza nell’essere del pensiero l’essere del mondo, la scaturigine del Cielo e della Terra, il segreto della connessione originaria con ogni creatura».

E poco prima, nel 22° capitolo del Trattato, così diceva:

«La trascendenza del pensiero, ogni volta realizzata come determinazione, segretamente esige che tale atto doni la propria potenza: nell’immanenza sia ritrovato come potenza del volere il Logos. Il segreto di tutto l’operare, il soffrire umano, è questo: ritrovare la potenza dell’atto che ogni volta si compie, volitivamente pensando: la luce che risolve la tenebra della psiche umana».

La libertà è la libertà di compiere ciò che l’intuizione concettuale, scaturente dalla facoltà della fantasia morale come predisposizione caratterologica dell’uomo che abbia attuato la liberazione dai limiti somatici e psichici, percepisce del Mondo delle Idee e degli Archetipi come atto realizzatore dello Spirito. È un atto assolutamente libero, perché colui che così agisce non è condizionato da nulla: nulla che provenga dal passato, dall’educazione, dall’ambiente, dalla tradizione, dalla «natura» fisica o spirituale, può oramai più condizionarlo. Il suo luogo interiore, lo stato nel quale egli dimora, è il «vuoto».

«Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell’Uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo».

La liberazione dai ceppi della natura è già un primo atto di libertà dell’Io, dell’essere autenticamente spirituale: è un atto simultaneo. Più radicale è la purificazione attuata nella liberazione, più vasta e potente è l’azione creatrice dalla libertà, che va attuandosi. Gli Ermetisti, che si dedicavano alla Grande Opera dell’Alchìmia, solevano dire che «bisogna già avere dell’oro per fabbricare dell’oro». In questo senso, vale altresì il detto ermetico:

«La soluzione del fisso è la fissazione del volatile».

Quanto detto sinora esige una discriminazione di valori nei confronti delle molte «vie», che oggi vengono proposte al ricercatore spirituale. Da questo punto siamo di fronte ad una vera inflazione, ad una autentica alluvione nell’offerta, più o meno seducente o più o meno rozzamente volgare. Massimo Scaligero avverte che «non tutto quello che fuoriesce dalle dighe rotte è lo Spirituale». 

L’uomo è composto di corpo, anima e spirito.

All’uomo vengono oggi offerte vie e metodi di azione del corpo sull’anima, attraverso un uso decadente e distorto dell’antico yoga, o di metodi analoghi, di ginnastiche particolari con l’impiego di posizioni, movimenti ed esercizi di respirazioni, forme «accomodate» delle antiche asana e del pranayama, che oggi portano ad una accresciuta vitalizzazione dell’ente corporeo e ad un maggiore legame del legame dell’anima, della psiche, ai dinamismi del corpo. Il risultato è sempre quello di una ulteriore, ed indesiderabile, galvanizzazione della sfera istintiva che, nelle sue varie forme, sublimazioni e travestimenti, divengono sempre più ingovernabili. Una eventualità particolarmente pericolosa e deprecabile è quella che propone l’uso «magico» di droghe – il mito delle acque corrosive di certa magia equivoca – al fine di superare i limiti della percezione sensibile e della volontà ordinaria. Sia che l’accogliere una tale equivoca «proposta» porti alle allucinazioni e alla precoce dipartita per il regno delle ombre dell’Ade, sia che porti ad una, cosciente o meno, «magia di patto» con entità tenebrose, ed a un provvisorio correlativo ottenimento di «poteri», che verranno poi pagati a ben caro prezzo, ciò – come nel caso di ogni azione che implichi l’uso di forze corporee – non è azione spirituale.

Vengono altresì offerte vie e metodi dell’azione dell’anima, sia sul corpo che sull’essere spirituale dell’uomo. Tutto ciò può creare una certa confusione, ed anche molte illusioni. L’anima deve naturalmente essere trasformata, e trasformata radicalmente. Ma la forza trasformatrice come vedremo, non è all’interno dell’anima: sono le forze dello Spirito nell’anima, che possono trasformare l’anima. L’azione dell’anima sull’anima, normalmente, non esce dai limiti della «natura». Nella sua soggettività, una pretesa «via dell’anima» apre facilmente le porte alla sentimentalità, al falso misticismo, al visionarismo, a tutta una serie di menzogne interiori con le quali le forze corrotte dell’anima possono trasvestirsi. Rudolf Steiner dedicò tutta una serie di conferenze al tema di come nel misticismo deviato certi «trasporti» mistici non siano altro che una traslazione dell’erotismo sul piano astrale. A questa via «animica» e sentimentale, si aggiunge sovente un moralismo dal carattere dolciastro, decisamente stucchevole, che, malgrado una sorta di ideologia buonista ed «ecumenica», porta il più delle volte a forme di un’autentica intolleranza nei confronti di coloro che non vogliono omologarsi e trangugiare un tale immangiabile minestrone, nel quale tutto tende a diventare indistinto e vischiosamente paralizzante. Anche questa non è azione spirituale.

Nell’ambito delle varie «vie dell’anima», vi è anche il ricorso alla riesumazione di antiche vie e misteriosofie, alle forme rituali della magia cerimoniale, alle forme di una ecclesiale religiosità sedicente «gnostica», alle forme più folcloristiche di pratiche religiose mediorientali a sfondo sufico, indiane, tibetane o estremo-orientali. Il bisogno è invariabilmente quello di una «chiesa», di una «ecclesìola», di una conventicola, o petite chapelle, come la chiamano causticamente i francesi, nella quale si possa comodamente regredire ad una sorta di anima di gruppo, che è esattamente il contrario di una Comunità di spiriti liberi, autonomi e liberi. Anche il ricorso a tali riesumazioni «archeologiche»  non è azione spirituale.

Con grandissima facilità, l’Ostile, l’Avversario, il Principe dell’Oscuro Pensiero, l’Angra Mainyush o Ahriman della tradizione persiana, s’impadronisce di queste vie del corpo e dell’anima, e le usa per oscurare il potere discriminante del cercatore spirituale e per paralizzarne le forze interiori. Per l’Ostacolatore, tutte le dottrine, antiche o moderne, si equivalgono sul piano del disanimato pensiero riflesso. Poco importa quale dottrina, nobile o volgare, venga usata per ipnotizzare l’audace ricercatore, purché non ci si stacchi dal piano del morto pensiero riflesso. Poco importa all’Avversario dell’uomo se per incatenare alla propria natura senziente vengano sollecitati – ed anche eccitati – sentimenti, emozioni e conati mistici. Poco importa, infine, all’Ostile la predicazione di uno stucchevole moralismo, o l’idolatria – sentimentale, secondo Massimo Scaligero – di una morale guerriera, o eroica, o prospettante l’immagine mitica dell’Individuo Assoluto, dell’Unico stirneriano, o il Superuomo nietzscheano, purché emozioni moralistiche o tensioni volitive si muovano – malgrado ogni pretesa contraria – all’interno della natura animica ferreamente dominata dal legame dell’anima alla dimensione corporea, legame non conosciuto e non superato. Un tale inconosciuto superamento viene dall’anima – anche dall’anima mistica – segretamente temuto e avversato. Anche questa, dunque, non è azione spirituale.

Se non si vogliono fare illusioni pericolose, è necessario guardare coraggiosamente una verità oltremodo scomoda. Ossia che la stessa Antroposofia, se non si esce dalla paralisi del pensiero riflesso, non esce affatto dalla zona dominata dall’Ostacolatore. Sul piano del pensiero riflesso, i pensati «antroposofici» valgono tutti gli altri, valgono i pensati della scienza materialistica, i pensati della disseccata teologia tradizionale, i pensati delle vie tradizionali, delle vie mistiche, delle vie orientali, della filosofia idealistiche o materialistiche.  

La Via Solare, la Via Vera (come talvolta Massimo Scaligero la chiamava) dell’epoca dell’anima cosciente, ossia la Via che non erra e non mena alle illusioni, alla catastrofe dell’impresa spirituale, non può essere che una via nella quale lo Spirito agisce direttamente su se medesimo con mezzi spirituali e, di conseguenza, poi, direttamente sull’anima  e indirettamente sul corpo. A questo riguardo, Rudolf Steiner è esplicito e chiarissimo. Nella conferenza del 3 agosto 1924, (che fa parte del ciclo Esoterische Betrachtungen karmischer Zusammenhänge. Terzo volume. Die karmischen Zusammenhänge der anthroposophischen Bewegung. Undici conferenze, tenute a  Dornach tra il 1° luglio e l’8 agosto, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1991)  parlando dell’azione dell’Arcangelo Michael nei confronti dell’uomo che cerca autocoscienza e libertà, così si espresse:

«Nun sind, und das ist für das Karma jedes einzelnen Anthroposophen von großer Bedeutung, die Michael-Impulse von solcher Art, daß sie tief und intensiv eingreifen in den ganzen Menschen».

Il che, tradotto nella bella lingua di Dante suona:

«Ora, e ciò è di grande importanza per il karma di ogni singolo antroposofo, gl’impulsi di Michele sono di natura tale da penetrare profondamente e intensamente nell’intero essere umano».

 E poco dopo aggiunge:

«Michael wirkt stark in das geistige Wesen des Menschen hinein. Das können Sie ja schon daraus entnehmen, daß er der Verwalter der Weltenintelligenz ist. Aber Michaels Impulse sind stark, sind kräftig, und sie wirken vom Geistigen aus durch den ganzen Menschen; sie wirken ins Geistige, von da aus ins Seelische und von da aus ins Leibliche des Menschen hinein».

Ossia:

 «Michael agisce fortemente nell’essere spirituale dell’uomo. Potete desumere ciò già dal fatto ch’Egli è l’amministratore dell’intelligenza cosmica. Ma gl’impulsi di Michael sono forti, vigorosi, ed essi agiscono a partire dallo spirituale attraverso l’intero essere umano; essi agiscono nello spirituale, e da lì nell’elemento animico, e a partire da questo dentro l’elemento corporeo dell’uomo».

E nella conferenza tenuta il giorno dopo, il 4 agosto 1924, aggiunse le seguenti parole:

«Denn wenn wir alles das zusammennehmen, was ich gerade über den, wenn ich es jetzt so nennen darf, Michaelismus gesagt habe, dann werden wir finden: die «Michaeliten» sind ja durchaus ergriffen in ihrer Seele von einer Kraft, die bis in den ganzen Menschen, auch ins Physische hinein, vom Geistigen aus wirken will»

il che, riportato nella nostra lingua, significa:

«Giacché, se consideriamo tutto quello, su quel che ho detto – se posso chiamarlo così – intorno al Michaelismo, troveremo allora che i «michaeliti» sono realmente afferrati nella loro anima da una forza, la quale partendo dallo spirituale vuole agire sin nell’intero essere umano, sin dentro l’elemento fisico».

Che lo strumento essenziale, assolutamente necessario di questa azione michaelita sia il pensiero, risulta da tutta l’opera di Rudolf Steiner, il quale chiama l’Arcangelo Michael «il fiammeggiante Principe del Pensiero».  Già nella Filosofia della Libertà troviamo scritto:

«Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito».

Questa citazione di Hegel, che il Dottore fa nel primo capitolo della Filosofia della Libertà, intitolato L’azione umana cosciente, dovrebbe fare molto riflettere, visto ch’egli aggiunge, a sottolineare la fondamentalità del pensare: 

«… dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire dell’uomo».

Non si riflette che, senza il pensare umano cosciente, l’anima umana rimane al livello animale. Non si intuisce – ma questa sarebbe già un’azione spirituale – che il pensare volitivo è l’azione più cosciente che l’essere umano possa compiere: che il pensare è cosciente di se stesso, e che solo il pensare può rendere coscienti – normalmente sognanti e dormienti – anche il sentire e il volere.

Una volta di più siamo rimandati alla Concentrazione come all’esercizio che rende attivo in maniera immediata lo Spirito nell’anima. Così Massimo Scaligero nell’opuscolo degli esercizi:

 «Consiste nel riattivare le forze originarie della coscienza mediante la convergenza volitiva del pensiero su un unico tema».

In fondo tutti gli esercizi non sono altro che forme ulteriori della concentrazione, la quale , in quanto Rito della resurrezione del pensiero dal cadavere della riflessità, è l’esercizio michaelita per eccellenza. Si dirà che parliamo sempre della Concentrazione. Ma quale ne è la ragione? Se siamo invischiati sempre nell’identico problema, se siamo fermati sempre dall’identico limite, o come dice un mio caro amico – un fedele della Concentrazione da oltre quarant’anni – se, per usare un’espressione sportiva, «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», è inutile cercare cose diverse. Il rimedio, l’unico, è sempre il medesimo: la Concentrazione.

Possiamo dire, giustamente,  che il nostro Io è tutt’uno con l’Io dei mondi, che nel nostro cuore vi è una scintilla o una fiamma del Fuoco che anima l’Universo, che come esseri spirituali non abbiamo limiti di spazio, di tempo, di potenza, ma tutto ciò viene contraddetto dalla banalità del nostro esistere quotidiano, da uno stato di coscienza fiacco e crepuscolare, da una volontà sfilacciata e fangosamente istintiva. Da una parte affermiamo altamente la nostra natura spirituale, e dall’altra ci facciamo portare  a spasso come cagnolini da istinti, stati d’animo, da passioni talvolta ridicole, da pensati che non solo pensieri, ma parole e immagini in libera uscita. Unico rimedio efficace a tutto ciò, se vogliamo essere liberi dal servaggio corporeo e animale, se vogliamo agire liberamente per lo Spirito, è la Concentrazione.

Perciò continueremo a indicare la Via del Pensiero e la Concentrazione, e ci sforzeremo di mostrare che cosa non è azione spirituale.    

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ESSERE ANGELICO

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L’essere angelico che attendiamo

Viene quando si è pronti

Meritarlo significa amarsi per amare

L’essere angelico che attendiamo

Muta continuamente forma

Quando si crede preso

L’abbiamo già perso

L’essere angelico che attendiamo

Ci invia continuamente segnali

Avvisi mai colti

Perché troppo pieni di noi e troppo vuoti d’amore!

L’essere angelico che attendiamo

È una ricerca continua d’amore

Cercata però su falsi piani

Lontani dalla vera sede … il Cuore

E per questo continuamente perso

*

BARTOLO MADARO

ARTE, POESIA

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (4° parte)

Mas

Il poterci unire a Lui quando siamo arrivati giù, e poter essere il suo custode, ci fa comprendere il rapporto in cui, come veste dell’uomo terrestre, il corpo eterico-fisico sta con ciò che lo pervade quale forza superiore dell’Io e dell’astrale. Nasce nel corpo fisico come una realtà, una specie di forza che lo rende capace in certo modo di separarsi dall’essere animico: tuttavia, resta unito, non cede, perché nell’epoca attuale l’esercizio occulto non deve andare tanto oltre da danneggiare il corpo: v’è in effetto una forza nella formazione occulta, che conduce sino alla possibilità  che l’eterico e il fisico coltivino forze interiori distruttive.

L’incontro con il Guardiano non è verificabile senza la possibilità di avvertire il pericolo di inoculare forze distruttive nell’eterico-fisico. Il rimedio è coltivare devozione, amore per gli altri, interesse per il mondo. Inoltre praticare i noti cinque esercizi. Dallo sperimentare interiore soltanto si comprende il rapporto degli involucri esteriori con l’essere spirituale dell’uomo, quando si sente l’entità esteriore come custode di quella interiore.

Si protende lo sguardo di là dal Guardiano fin giù nel mondo fisico. L’uomo guarda giù nel mondo fisico e vede l’immagine di se stesso come uomo. Egli osserva in sé il corpo astrale, ma questo che si palesa ora come una immagine riflessa, è diretto verso il basso, non vuole sviluppare le forze per affluire al mondo spirituale: rimane aderente al fisico, non si eleva. Il discepolo vede anche l’immagine riflessa dell’altro essere, il cui corpo astrale fluisce verso l’alto: ha il senso che questo scorra entro il mondo spirituale. Si dice: “Tu stai di nuovo laggiù; al posto dell’altro essere sta un uomo davvero differente laggiù: è un uomo migliore di te, il suo astrale tende verso l’alto, sale come il fumo: il tuo corpo astrale tende in basso verso la Terra”.

L’uomo acquisisce un senso dell’Io che vive in lui, mentre guarda quaggiù e riceve la terribile impressione: “In te spunta una tremenda risoluzione: uccidere l’altro che senti migliore di te”. L’uomo sa che questa decisione non proviene completamente dall’Io, perché esso è lassù. E’ un altro essere che parla quaggiù in lui, ma questo istiga alla risoluzione di uccidere l’altro. Egli sente di nuovo la voce, che prima ha dato l’ispirazione, ma ora come una tremenda voce: “Dov’è tuo fratello?” e da questo Io si sprigiona la voce opposta a quella di prima.

Prima l’ispirazione era: “Per esserti unito con le potenze benefiche dell’altro, tu ti riverserai con queste all’ingiù e farò di te il custode dell’Altro”. Ora da questo essere che l’uomo riconosce come Sé stesso si sprigionano queste parole: “Non voglio essere il custode di mio fratello”. Da prima la decisione di uccidere l’altro, poi la protesta contro la voce che era ispiratrice. “Dal momento che hai voluto unire il tuo gelo a quel calore, ti nomino custode dell’Altro”. “Non voglio essere il custode” è la protesta.

Quando si è avuta questa esperienza immaginativa, si sa che, invertite, le qualità più nobili del mondo spirituale possono divenire le più malefiche nel mondo fisico. Il discepolo deve essere preparato a un simile pericolo: che istinti molto bassi si manifestino in lui come segno della sua spiritualità che chiede di essere svincolata dall’essere sensibile. Nel fondo dell’anima, per l’inversione della più nobile volontà di sacrificio, può nascere il desiderio di uccidere il proprio fratello.

Si sperimenta gradatamente come questo uomo terrestre, così come è situato sulla Terra, sia il rovescio di ciò che era in origine.

La conoscenza antica si è dovuta smorzare, così come gli istinti e le forze inferiori, perché l’orrore originario in cui domina Arimane diminuisse e venisse indebolita la sua forza. L’insieme di queste forze si è dovuto attutire perché esse dominassero sull’uomo soltanto in modo che con i suoi concetti e le sue idee egli potesse trasferirsi negli altri esseri. Quando si cerca di far penetrare un concetto in un altro essere, quando si cerca di immergere una rappresentazione nell’essere di un’altra persona, tale rappresentazione è l’arma – ora spuntata – con cui Caino trafisse Abele.

E che quest’arma sia stata smussata rese possibile che ciò che ad un tratto è stato cambiato nel proprio contrapposto, si trasformasse in evoluzione. Così l’uomo in lenta evoluzione, lungo un crescente processo di conoscenza, può evolvere ciò che egli non ha potuto esplicare nel mondo fisico perché in questo è divenuto istinto di distruzione, e lo evolve a poco a poco, prima nella conoscenza “oggettiva” – che è l’attuale – poi nella conoscenza “immaginativa”, che già penetra nell’essere dell’altro, nella conoscenza ispirativa che penetra ancor più profondamente, nella intuitiva che penetra sino alla identità con l’altro (in cui la cainità è  estinta).

Si comprende così gradualmente cos’è effettivamente l’Io. Il corpo astrale, considerato nella sua natura più intima, è il grande Egoista: l’Io non vuole soltanto sé, ma sé anche nell’altro, vuole anche passare dentro l’altro. La conoscenza, come viene conseguita sulla Terra, è questa brama smorzata di penetrare nell’altro: (man mano che si spiritualizza perde il carattere cainico), (e, per converso, la “decainizzazione” della conoscenza significa la sua ascesa). Si tratta di un’ascesa dell’egoismo oltre se stesso.

Dal momento in cui, procedendo nell’esperienza interiore, l’Io continua ad avere per noi maggior valore che gli altri, nasce l’errore: è posto il germe della magia nera, quando non si accompagni lo sviluppo interiore con l’apprezzare gli interessi degli altri più dei propri. L’uomo non sperimenta veramente il suo corpo astrale: ciò che egli sperimenta è l’astrale, quale viene riflesso dall’eterico. E l’Io non è il vero Io, ma ciò che di esso si riflette nel fisico.

Perciò se egli sviluppa l’astrale e l’Io prima di aver conseguito un’attività interiore – pensiero libero dai sensi – indipendente dall’eterico-fisico, può nascere in lui l’istinto a nuocere, a ignorare gli altri. La forza dell’egoismo deve essere estesa agli altri, ossia agli interessi generali del mondo. L’ideale deve essere poterci immergere nell’altro, proponendoci di non cercare in lui noi stessi con i nostri interessi, bensì di trovare che l’altro Essere è più importante di quello che noi stessi siamo. Esso è il vero Io, cercato oltre l’Io riflesso; tale la chiave della via R+C. Il nostro vero Io è quello dell’altro.

Deve avvenire che i nostri propri affetti, i nostri istinti, desideri, velleità, passioni, non possano più scaldarci o darci motivo di vita, ma che, familiarizzandoci col corpo astrale, ci si familiarizzi col gelido isolamento e con questo stimolo ci si apra a un calore più vero, cioè all’interesse caldo che scorre dagli altri e che vuole riunirsi alle forze benefiche che emanano dall’altro Essere. Non si può salire in alto se non si vuol guardare in basso questo duale quadro di Caino e Abele (se stessi e il rappresentante dell’Io superiore), ma anche l’intermediario fra sé e le Gerarchie. Ciò che si può chiamare l’errore di Lucifero consiste soltanto nel fatto che qualcosa che era adatto per l’uomo della Luna, e cioè di compenetrarsi di egoità, è stato da lui inserito sulla Terra. Sul piano terrestre, o sensibile, l’ego è il responsabile dell’egoismo.

La forza dell’ego deve essere realizzata fuori dal sensibile, perché operi positivamente. Nel sensibile l’ego opera sempre distruttivamente. Perciò il discepolo segue la via del “pensiero libero dai sensi”.

I desideri, (non quelli che provengono dalla vita interiore, che sono luciferici), ciò che attira dal di fuori, ciò che attira verso esseri e cose, di guisa che per interesse personale si segue tale attrazione, tutto ciò dunque che seduce dall’esteriore al godimento, gli uomini imparano a conoscerlo come impressione di Arimane. Si impara altresì a riconoscere come impressione arimanica tutto ciò che incute paura dal di fuori. Due poli corrispettivi sono godimento e paura. Ciò che i materialisti negano, ossia la presenza immanente dello spirito dovunque essi vedono materia, produce la paura: e quando i materialisti che la paura si avvicina dai substrati della loro anima, dall’astrale, allora essi si stordiscono, escogitano nuove teorie materialistiche.

Solo quando si giunge a vedere o a concepire Arimane, ci si può difendere da esso: allora si vede che egli ci sta spiando dalle seduzioni del piacere, dalle impressioni della paura. Ovunque l’uomo sogna vi sia materia, epperò forma esteriore, in realtà fa sorgere Arimane. E’ il più grande inganno è la teoria materialistica della fisica, cioè degli atomi materiali, perché questi in realtà non sono che le forze di Arimane. La paura andrà sempre più assediando l’uomo, o il gelido egoismo o il degradante piacere, finché egli non riconosca se stesso come un Io indipendente e nella indipendenza di tutti gli altri Io.

Con la comparsa del Cristo in corpo fisico è stato provveduto perché l’uomo potesse fortificarsi, accogliendo l’impulso Cristo, contro la necessaria influenza esercitata da Arimane.

Nella purificazione di Caino e nel suo ricongiungersi per amore con Abele v’è il segreto della calma e della sicurezza, del sicuro riposo: nell’essere umano l’astrale inferiore deve poter effondersi tranquillo nella sede peculiare della volontà fluente verso il mondo esteriore.

L’Io dell’uomo, quanto più evolve, tanto più tende ad effondersi. Qualsiasi entità si intenda conoscere richiede che in essa si immerga la nostra coscienza dell’Io. Questo è l’impulso sano dell’Io a “uscire” e a diffondersi, a trasferirsi nell’altro, e a far vivere oltre in quell’essere ciò che prima ha vissuto soltanto in sé (nel sé). Questa tendenza ad allontanare da sé la propria coscienza (riflessa, che dà lo stato di veglia), si palesa in un gradino più basso nel sonno. In effetto l’astrale e l’Io, offrono all’iniziato l’immagine di un sole circondato dai suoi pianeti che si moltiplica e si diffonde verso altre entità. L’uomo per mezzo di ciò che dalle riproduzioni del suo Io gli viene riflesso di queste altre entità riconosce la loro natura.

Nella loro forma esteriore, gli animali, come esseri singoli, le piante meno di essi e ancor meno i minerali, sono immaginazioni di Arimane.

Venendo coscientemente dominate e smorzate le impressioni esteriori dei sensi, viene a trasformarsi quell’anima cosciente che appunto si forma per mezzo di esse. L’anima cosciente viene purificata, affinata, tratta verso il suo interno: può invertire il suo movimento: si trasforma in coscienza immaginativa: che è la sua vera formazione. Tale formazione è contraddetta dall’accentuazione del senso dell’Io contingente nella civiltà moderna, persino nel campo del pensiero, in cui di solito si tiene ad avere il proprio pensiero, il proprio punto di vista: mentre i pensieri non ci appartengono e l’anima cosciente appartiene a quell’Io che tende ad effondersi nell’Infinito e che ovunque si riconosce nell’altro.

Chi coltiva i cinque esercizi e le precedenti immaginazioni coopera con le Gerarchie. E chi sappia abbracciare questa idea in tutta la sua grandezza, con dedizione, sente che presso ad ogni pericolo, lotta, terrore, egli è collegato con la trasformazione del Cosmo e muove incontro alla beatitudine del mondo spirituale. L’iniziato è forte del pensiero che rimuove ogni terrore, del pensiero che è entusiasmo e coraggio: il pensiero della cooperazione con gli Dei. E pensare ciò è già tale cooperazione.

(continua)

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’AMOR CORTESE (di R. Arcon)

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L’amore è un dono. È il dono di sé ad un altro essere che diventa piú importante di noi stessi. Donare significa però avere qualcosa da donare: non dona nulla chi non ha nulla. Donare se stessi significa essere se stessi, ed essere se stessi significa conoscersi ed accettarsi. “Conosci te stesso”, era scritto sul tempio di Apollo a Delfi. Il segreto del donare se stessi è racchiuso in questa frase: soltanto chi conosce se stesso può “essere” e quindi donare. Conoscere se stessi vuol dire vedersi da fuori, come fossimo un osservatore esterno: senza illusioni ma anche senza mortificazioni, umiliazioni e pregiudizi. Chi non si ama non può amare. Amare se stessi è l’opposto dell’egoismo, perché è conoscenza. Conoscere vuol dire pensare, chi pensa non ricorda se stesso nell’atto del pensare: il pensiero è dunque la piú immediata ed inavvertita forma di amore, amore che si dà all’oggetto della conoscenza mediante un atto cosciente di sé. Occorre intensificare la propria coscienza per conoscere ed essere e quindi per donare, dunque amare.

L’amore non nasce come un sentimento. L’amore nasce come un’osservazione, pura conoscenza. Dante non canta Beatrice iniziando con un sentimento, non dice «Amo Beatrice…» ma comincia il suo sonetto col dire: «Tanto gentile e tanto onesta pare  la donna mia quand’ella altrui saluta….» Dante vede Beatrice ed osserva il suo portamento, quanto di limpido traspare dai gesti, dalle parole. Nota l’ammirazione degli altri (il Vero Amore non conosce gelosia! Nessuno mai potrà privarci dell’essere veramente amato) e allora, alla fine, sorge in lui il sentimento: «Che dà per gli occhi una dolcezza al core che intender non la può chi non la prova». Il sentire che nasce da questo processo lucidamente vissuto è indicibile, è troppo grande per essere cantato, perché quella Dolcezza è la Vita che risorge nella zona del cuore. I tre versi successivi rappresentano il miracolo dell’Incontro. Dante percepisce lo Spirito, l’Essere vero dell’altro, di Beatrice, che è l’Essere dell’Amore. «E par che dalla sua labbia [viso] si muova uno spirto soave e pien d’amore che va dicendo all’anima: sospira». Incontrare l’altro al di là del suo apparire è un invito all’abbandono di sé: il sospiro rappresenta fisicamente proprio un lasciare la presa, quel continuo ed ossessivo afferrare il mondo per affermare la propria personalità. Tutto ciò avviene in ogni incontro, in ogni innamoramento. Se fossimo capaci di mantenere vivo quel momento, allora nulla potrebbe privarci dell’amore: nemmeno la persona amata. Beatrice toglie il saluto a Dante ma poi l’aspetta in Paradiso.

Il vero tradimento è la dimenticanza. È dimenticare l’attimo nel quale è sorto l’amore, come una folgore. Resta soltanto un tuono lontano che si disperde nell’aria e noi ci ritroviamo soli, abbiamo perduto il Sommo Bene e ce ne lamentiamo dolenti: abbiamo ragione di farlo.

Eppure esiste un modo per non perdere l’attimo e proprio Dante, in quella canzone, ce lo insegna. Si può ripercorrere il momento dell’innamoramento, si può volere, pensiero dopo pensiero, quanto abbiamo osservato nell’essere amato, quanto s’è trasformato, come per un miracolo, in amore. La canzone di Dante ci mostra proprio questo: il poeta ripercorre in breve tutto ciò che forma il contenuto dell’incontro. Alla fine gli viene restituito l’attimo della dolcezza.

La dolcezza è Luce. L’essere amato risorge nel nostro cuore come Luce, come Figura di Luce imperitura: per quanta durezza il mondo geloso della luce possa gettarci addosso nel tentativo di distrarci, di farci perdere ciò che è piú forte di lui. L’antico serpente rinnova la sua tentazione, ma quando i due si incontrano nella rispettiva luce ne viene incantato e non può piú nulla.

Allora fioriscono le rose, il giardino si ammanta di fiori e le stelle cantano. Allora ciò che è unito sulla Terra si unisce in Cielo, poiché l’uomo che ama veramente viene accolto dai Cieli. Le Vere Nozze non sono una cerimonia ma uno stato, un essere inesprimibile che perennemente si rinnova: per volere di coloro che amano. Tentare una simile prova è la ragione della vita di coloro che sentono sorgere in sé l’amore. Occorre farlo giorno dopo giorno, con calma lucidità, con la stessa oggettività che abbiamo osservato in quei gesti, in quelle parole, in quel portamento e nel cogliere attraverso questi la limpidezza di un’anima, la sua onestà e la sua modestia. Che è quanto ha fatto sorgere in noi l’amore.

Il sesso non è che un gesto. Prima viene la donazione, poi il sesso, che sarebbe soltanto una funzione animale se mancasse del moto iniziale di donazione di sé. Ma la donazione di sé non è il sesso: è la Luce ritrovata. Il sesso non è il Male: è naturale. Diventa male quando dimentica l’attimo del donarsi, quando il piacere ci travolge facendoci perdere l’essere amato: anche il piacere va donato. Il piacere è sempre un trattenere, un conservare egoisticamente la sensazione corporea di sé, questa deve necessariamente esserci, ma il segreto è non restarne vittime, non esserne incantati al punto da cercarlo per sentirci e dunque dimenticare l’altro. Quando il destino impedisce qualsiasi forma di incontro che sia piú coinvolgente di un semplice abbraccio, questo deve bastare perché c’è già tutto.

Nell’abbraccio che proviene dall’anima, e non dal corpo, c’è completa la donazione di sé sino all’apparire fisico e ci si sente tutt’uno con l’altro, lucidamente e senza lo stordimento di un piacere nel quale l’altro viene dimenticato.

La Fedeltà è il riconnettersi al momento sorgivo dell’amore secondo un ri-cordo (cuore) che non sia memoria ordinaria ma un ritrovare la via del cuore, la sorgente viva, cosí che ogni volta è innamorarsi di nuovo, rinnovare l’incontro. Che questa fedeltà divenga anche fedeltà all’impegno preso non è dato da una costrizione che ci si sia imposti ma da un muoversi secondo libertà: la decisione immancabile presa ad ogni istante, perché è il senso di tutto il nostro amare.

Allorché avvenga che il destino ci separi dall’essere amato, il ritrovare in noi l’attimo dell’incontro significa superare ogni avversità, ogni distanza. Quando veramente si sia giunti ad amare non c’è separazione. Questa diventa soltanto forma apparente perché si estende nel tempo, trascorso il quale, sino ai suoi limiti, si è uniti di nuovo.

 

Renzo Arcon

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(Immagine: «Dell’amor cortese» miniatura del XIV secolo, Staatsbibliotek Bamberg)

per gentile concessione de www.larchetipo.com/2002/mar02/etica.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO

Sotto i Monitor

wpid-old-computers

Visto che, di recente, si è fatto un gran parlare di web, computer et simili anche in campo antroposofico, ho pensato di scrivere qualche articolo per conoscere un po’ meglio questo strano universo. Perlomeno per evitare che si inizi col dichiararlo “il regno di Arimane” per poi arrivare tranquillamente ad abusarne. Alla fine la conoscenza aiuta il pensiero.

Premetto che non voglio entrare troppo nel tecnico e che semplificherò assai le cose. Mi perdonino gli utenti esperti.

Per iniziare vi proporrei di semplificarci un pochino la vita: siamo oramai abituati ad avere windows, facebook, google, ecc. che diamo tutto per scontato. Proviamo invece ad immaginare un computer molto semplice e spartano. Con un sistema operativo minimale.
Ok, ci siamo, lo accendiamo e ci appare uno schermo nero con una scritta che varierà a seconda del tipo di pc ma che dovrebbe assomigliare a questa
C:
Orribile! E dov’è windows bello colorato? Beh fingiamo di doverlo creare noi… Perlomeno accontentiamoci di rendere il nostro computer immaginario un pochino più piacevole. Vogliamo che ci accolga con una scritta allegra.  Dovremmo perciò insegnarglielo parlando la sua lingua. Scrivendo un programma.
{ printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
return0; }
Ok, lo schermo sarà sempre nero ma ora il nostro computer ci accoglierà con un bellissimo: Benvenuto nel computer di Isidoro, che perlomeno, dato il personaggio, ci rassicura.
Ora però facciamo un ulteriore passaggio e aggiungiamo un altro pezzo al nostro programma:
{
printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
int a, b, c;
a=5;
b=25;
c=a*b;
printf(“%dn” c);
return0;
}

Ora, all’avvio, il nostro pc scriverà la nostra frase e calcolerà il risultato di 5 x 25 scrivendo pure quello:
Benvenuto nel computer di Isidoro
125
Potrebbe essere l’eta del nostro Isidoro, che dite? La cosa interessante avviene però se io elimino l’istruzione del programma che fa stampare il risultato.
{
printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
int a, b, c;
a=5;
b=25;
c=a*b;
return0;
}
Il risultato sarà che avremo la stessa scritta. Come nel primo esempio. Però il computer continuerà a calcolare il risultato di 5 x 25 ed a conoscerlo con la sola differenza, rispetto al caso precedente, che noi non vedremo nulla.

Quindi ragionamoci su: con un sistema semplicissimo ed una frasetta già è possibile capire che la macchina può fare un calcolo a nostra insaputa. Pensiamo alla quantità pressoché infinita di calcoli ed operazioni che noi non vediamo in un sistema complesso come windows. E pensiamo a questo blog, oppure a facebook ove addirittura ci sono più computer collegati l’uno all’altro.

Le possibilità sono infinite, oltre a tutti i processi invisibili necessari per la “vita” del sistema ve ne potrebbero essere altri introdotti ad arte (i famosi virus informatici ad esempio). Il processo non è molto dissimile da quello del corpo umano… Tutto succede, tutto si muove, tutto vive. Ma all’esterno non si vede nulla.

A questo punto dovrei tirare qualche conclusione. Ma non lo faccio, lascio ognuno a pensare per conto suo. A me interessava farvi capire la complessità del mondo che sta dietro ai nostri schermi. Sperando di esserci riuscito penso che, per ora, basti così.
Ringrazio per la pazienza chiunque sia arrivato a leggere fino a questo punto senza avermi scagliato addosso anatemi di vario genere.

SENZA CATEGORIA

PRIMO INTERLUDIO: L’INCONTRO

YURY

L’uomo ormai percepisce nettamente la morte e la sterilità delle sue fatiche nella vita sociale.

Immaginiamo un filo d’argento che collega il percepire al suo percepito. Il primo lascia ampio movimento di vita non in senso di concessione, ma di alimento vitale (un uomo sulla luna, o comunque lontano dalla terra, si troverebbe reciso il suo filo d’argento).
Se recidiamo il filo, il percepito muore.

I sentimenti dell’uomo oggi, quando considera l’andamento della vita sociale, sono di sofferenza e impotenza nei confronti di una situazione grave, completamente preda dell’approssimazione, degli istinti, del materialismo: egli percepisce dell’organismo sociale la privazione o assenza di una spina dorsale che sostenga e lo faccia andare nella direzione giusta. L’uomo avverte una forte necessità di morale nuova, vera, rigeneratrice, che riporti armonia positiva e socialità in tutti i campi della vita. L’uomo sente che l’attuale sistema di vita non è per l’umanità e il suo progresso completo, al contrario: porta alla sofferenza e alla distruzione.

Secondo Rudolf Steiner, l’attuale aggravamento della questione sociale vede la sua risoluzione nella applicazione della tripartizione dell’organismo sociale.
Restituire e donare libertà ed indipendenza (e quindi la vita, che oggi non ha più) al settore culturale, spirituale, permetterebbe lo sviluppo di nuove pure idee  e la conseguente inoculazione, in tutti i settori, di liberi e indipendenti impulsi, a costruire il settore giuridico, garante dell’uguaglianza, della libertà per tutti, e a stimolare una equa e fraterna espressione della vita economica.
Così come una ascesa del pensiero verso la libertà dai sensi donerebbe alla sede mediana del sentire il suo giusto e riscattato ritmo, allo stesso modo le conseguenti azioni concrete dell’uomo nel mondo avrebbero la loro legittimità e incidenza vitale nella società: i  nuovi pensare, sentire e volere che sviluppano l’armonia dell’agire umano, di un sano organismo sociale.

Attualmente la corruzione del pensiero ha ragione della promulgazione e dell’applicazione di quei rimedi e di quelle leggi, che nulla possono se non aggravare ancora di più la menzogna e le difficoltà sociali in cui l’uomo versa.
La comprensione della tripartizione dell’organismo sociale permetterà  all’uomo di sceglierla ed applicarla in libertà e convinzione.
Per ora non ci è dato che studiarla, farla conoscere. Ciò che potrà portare alla sua applicazione risiede nella “fede” che essa venga riconosciuta la soluzione al caos mondiale, risiede nella volontà di comprensione di questo nuovo rapporto tra libere ed indipendenti parti vitali, essenziali, che compongono l’organismo sociale; potrà risiedere nella grave necessità in cui l’uomo riterrà di dover abbandonare i vecchi sistemi inutili, inefficaci ed aggravanti l’equilibrio della società umana.
Solo riuscire ad immaginare un uomo che, spoglio di tutte le illusioni e disgustato di tutta l’ingiustizia, stanco di essere schiavo di leggi esterne a lui, decida da solo, senza forzatura ma per sua volontà di scegliere l’applicazione di un ordine sociale basato sulla tripartizione, può cominciare a rendere l’idea di cosa sia la Libertà insieme al suo legittimo portatore. Non più una filosofia, non più solo una fantasia morale, non più solo un Io. L’uomo vero comincerà la vita vera nel vero mondo.

Ma per tutto ciò occorrerà che l’uomo prima sperimenti la morte del suo schiavo sè inferiore, che “ri-conosca” il suo vero Sè. Solo questa forza di morte e di resurrezione potrà donare nuovi e fertili impulsi alla vita all’organismo sociale, all’umanità che ora versa nell’errore, nella sofferenza, nella disperazione, nella mortificazione, nell’illusione creata dai suoi pensieri privati della vita, nella prigionia della sua morale, nella schiavitù della sua volontà.

Un’ “azione” concreta a priori, un antecedente assoluto, può realmente “far toccare con mano” la fonte della vita: far immergere le nostre dita nell’acqua sorgiva della terra.

E’ azione dell’anima che strappa i suoi veli, per rivelare nella semplicità nascosta la verità più prossima che si offre a noi ogni giorno, e la realtà fedele che incontriamo per prima ogni giorno è il nostro primo pensiero di veglia.

L’antecedente assoluto può essere ritrovato mediante quell’Azione dell’ Anima che, come nella donna e nella madre, si compie ogni giorno: nell’offerta voluta e fedele di sè, alla Purezza e Preziosità della Vita dei suoi bambini, tempio di luce interiore; purezza, innocenza, e sacralità che solo lei può vedere nel semplice e innocente loro gioco.


“Ciò che farete a uno di questi piccoli, lo farete a me”
.
Curarsi della luce interiore è rivolgersi al Logos. A coLui che è morto per noi e in noi dimora in attesa della nostra accensione della luce.

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”
Sia la metamorfosi della vita dell’anima che il suo frutto ci riguardano individualmente.
Ossia l’Iside Sophia e La Luce che dobbiamo trovare e attivare dentro di noi.
Misteri profondi donati all’uomo dall’inizio, per essere da lui, e a se stesso, “svelati”.
Per entrare nel regno della Libertà e della Verità.

Savitri

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lavoro di donnegiochi di bambini

(S. Trismosin «Lavoro di donne e giochi di bambini» Splendor solis, Londra sec. XVI)

PRIMO INTERLUDIO: L’ INCONTRO

Per una mancanza di tempo e solitudine avevo svolto la mia meditazione scegliendo un orario piuttosto infelice: postprandiale. Per giunta la temperatura della stanza indicava il trapasso avvenuto da una timida primavera ad una estate prepotente. L’esercizio si consumò in una lotta contro il sonno. Mia, con molti forse, fu la vittoria: alla centesima volta in cui la coscienza tentava di svanire ricevetti una specie di energico calcio nell’anima: mi parve che qualcosa si spezzasse in mille frammenti, come se una parete di vetro si fosse frantumata nella coscienza, e l’esercizio terminò accompagnato da una lucidità straordinaria.

Stavo interiormente immobile, quasi a gustare meravigliato il modo stravagante del passaggio dall’impotente dormiveglia a quel brusco eccesso di coscienza, quando in quest’ultima si accesero immagini nette e roteanti che mi rapirono in una specie di gorgo velocissimo; avvertii tra le immagini il mio corpo che crollava, abbandonato sulla poltrona, e prima di ogni possibile reazione mi ritrovai nell’immensa libreria di un severo e maestoso edificio. Ero entrato nel paradiso di ogni studioso o lettore.

Tavoli di titaniche proporzioni sostenevano ogni sorta di volumi, tutti in sintonia di dimensione con i tavoli. Mi sedetti su una sedia libera e mi guardai attorno; mi accorsi allora che, pur nel piú profondo silenzio, le altre sedie, massicce e di legno scuro, erano occupate da uomini, e che uomini! Crani nobilissimi, barbe venerabili, rughe cesellate dall’intelletto, qua e là porpore cardinalizie: l’adunata universale di tutti gli studiosi, i sapienti, i pensatori del mondo. Le pareti impossibili a misurarsi ad occhio nudo in altezza, erano coperte da maestosi ripiani completamente pieni di libri.

“È il tempio della Sapienza” pensai, avvertendo un sentimento di profonda umiltà ed esultanza davanti a questo insieme di impressioni cosí intense e venerabili.

Improvvisamente una voce bambina, limpida e scherzosa, ruppe il silenzio ed i miei sentimenti: era in effetti una bambina di otto o nove anni al massimo che, accostatasi, mi strattonava con fermezza la manica. Mai dimenticherò come una vocina allegra ed infantile possedesse tanta profonda autorità:

«È ora che tu esca da questo posto se vuoi la vera conoscenza».

Guardai con nostalgia le nobili figure sedute ed intente, allora lei continuò:

«Lasciali qui seduti, non troveranno mai quello che cercano davvero».

Queste parole scandite in tono canzonatorio mi parvero un po’ crudeli, ma dovevo fare quello che lei diceva. Uscimmo e fuori c’era il sole, alto nel cielo, e lungo un torrentello serpeggiante alcune donne lavavano e battevano le stoffe bagnate; vicino a loro sul prato, alcuni bambini tra lievi schiamazzi giocavano a quei giochi che furono di tutte le nostre infanzie… Mi attraversò folgorante il pensiero «La vera conoscenza è lavoro di donna e gioco di bambini». Una frase simile dovevo già averla letta da qualche parte, ma capirla! Durante questa breve riflessione l’ambiente circostante cambiò completamente: non piú il sole ma la luna che con i suoi intensi e delicati raggi illuminava un mare. Mi ritrovai solo al limite della battigia: dal mare emerse Lei, ma trasformata in una splendida fanciulla di diciassette o diciotto anni apparenti, perché tutto di Lei era attuale eppure antichissimo. Notai i capelli d’ebano e la leggera curva epicantica dei suoi occhi: mille sentimenti si agitavano nella mia anima, ma la gola e la testa completamente paralizzate non mi permettevano di concepire, di parlare, e ciò divenne la cosa piú importante: io ora dovevo riconoscerLa, darLe un nome manifesto, proprio ciò che non potevo. L’angoscia e l’impotenza mi devastarono.

Fu il cuore che allora si mosse e dal cuore salí un mantram, una parola, quasi un urlo: «Madre» che conteneva tutto: sorella, madre, amante, speranza estrema, sostanza della vita.

Con gesti semplici ma sacerdotali, pervaso da devozione immensa, presi da terra una tonaca bianca e delicatamente coprii le sue membra nude. Sorrise e mi accolse nel suo abbraccio: il suo sorriso ed il suo abbraccio sostennero tutto il mio essere che si completava.

Diffusa in beatitudine infinita la coscienza vacillò e mi ritrovai in una stanza: un cubo malandato senza finestre e senza porte con al centro un tavolo semplice, di forma quadrata, con una candela sopra che rischiarava perfettamente il luogo. Mi sentii solo e la solitudine aumentò e portò con sé abbandono, amarezza e sconforto. Udii una voce affettuosa e serena: accasciato come ero alzai gli occhi e vidi una sconosciuta bionda, di pelle bianca, insignificante. Non capivo «Guarda meglio» mi disse la sconosciuta. Riconobbi allora i Suoi occhi. La sconosciuta sorrise e con la Sua voce che guariva l’anima mi disse: «Non temere, sarò sempre con te, il tuo compito è riconoscermi, ricordati, il mio è di non abbandonarti mai».

Qui il racconto si ferma. Posso soltanto aggiungere che in alcuni momenti della vita, dal profondo del sonno o in rare meditazioni alcune esperienze avute paiono confermare la sua promessa di non abbandonarmi. Permane inoltre il sentimento che al momento della morte Essa sosterrà il mio cuore nel severo giudizio e condurrà la mia anima sulla strada dei viventi.

Franco Giovi
( Primo Interludio: L’ Incontro – LA VIA SOLARE )

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

Una Volontà Solare (di A. Onofri)

arturo onofriscrittoregiovannetti olympia

L’alto movente, ch’ eccita ogni stasi

del passato a riprender contatto

col volere che intima nuove fasi

in avanti alla terra, urta di scatto

le resistenze nere

illuse di volere.

 

Volontà d’ uomo è solo movimento

verso il proprio rinascere immortale

e il desisterne è morte, è il fuoco spento

d’antichi dei, nel corpo minerale

ove l’ uomo è feticcio

irreale e terriccio.

 

Dal cherubico volto di Michele

splende in mondialità, senza arrestarsi,

l’ uomo che crea divine parentele

fra il suo futuro e gli esseri scomparsi,

che fu lui stesso, ma

senza sua volontà.

 

Raggia, da quel divino aspetto, il fuoco

della parola-dio, che uccide il mostro

superstite nel nostro sangue fioco;

e in quel volto risuscita, ma nostro,

l’ onnipotente aiuto

già da noi ricevuto.

 

Ora il nostro risveglio umano è l’ atto

che induce, fatto spada eccelsa, stasi

del passato a riprender contatto

col voler nostro, ch’ eccita altre fasi

in avanti alla terra.

E santa è questa guerra.

*

Arturo Onofri

ARTE, ARTURO ONOFRI, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

GNOSI DEL CUORE

GNOSI DEL CUORE

di

Maximus

Il pensiero dell’uomo moderno, in quanto riflesso e dialettico, sarebbe normalmente in stato di errore, se non avesse come continuo correttivo la realtà fisica, l’obbiettività sensibile, cioè, rigorosamente, l’assunzione fisico-matematica del reale.
Esiste bensì un vero sovrasensibile, ma il pensiero può attingerlo unicamente se volge ad esso mantenendo intatta in sé la direzione appresa nel suo impersonale sperimentare l’obbiettività fisica.

Nei nuovi tempi, le discipline della concentrazione e della meditazione debbono muovere dall’iniziale veridico rapporto del pensiero con la realtà sensibile.
Oggetto di tali discipline è l’accordo della natura animico-fisica con l’essere animico-spirituale.

L’uomo ha nel pensiero il veicolo di tale accordo.

In quanto il pensiero giunga a pensare secondo il proprio puro movimento, implica la cooperazione eterica dei due sistemi di forze, animico-fisico e animico-spirituale: perciò reca potenzialmente la connessione dell’Io con il cuore, ossia con il centro delle correnti eteriche: nel quale Divino e umano s’incontrano.
La forza che in tal modo si sviluppa, si può ravvisare come un potere di donazione assoluta dell’Io, tanto più essenziale quanto più centrifugo.
Essa nasce dall’etere del calore del cuore, allorché l’accordo tra uomo inferiore e uomo superiore viene realizzato dall’Io.

Mediante le rette discipline, viene riaffermata, sia pure temporaneamente, ogni volta, una gerarchia continuamente violata, sino ad inversione di essa, dalla esperienza quotidiana, inevitabilmente influenzata da eccesso di sensazioni prive di elaborazione interiore.
Tale elaborazione è possibile anche a posteriori, nel momento del raccoglimento e della meditazione: avviene allora una purificazione del sangue mediante il pensiero, analoga a quella che si compie nei polmoni mediante l’ossigeno.

Nel cuore il sangue dell’uomo inferiore e il sangue dell’uomo superiore si incontrano, determinando un equilibrio, per virtù del quale il sangue etericamente comincia a realizzare in sé l’Archetipo dell’uomo integrale.
Nel cuore, in realtà, il sangue parzialmente si smaterializza o si eterizza, trapassa in flusso eterico, resurrettore di vita, secondo un processo inverso a quello per cui, da una condensazione dell’etere cosmico e dalla conseguente differenziazione di esso in quattro eteri, nacque la forma fisica.

L’uomo può accendere la forza del Sole nel cuore: mediante il centro eterico del cuore, egli può produrre volitivamente l’etere del calore: ciò equivale a dire che egli può immettere forze rinnovatrici nel mondo.

L’uomo può realizzare la sua natura divina, se ne ritrova la forza originaria nell’essenza dell’Io.
Una simile possibilità, nell’uomo moderno, è quotidianamente contrastata dal pensiero dialettico, che per la sua natura riflessa, esprimendo la direzione opposta allo Spirituale, di continuo sbarra il passo alla luce eterica ascendente dal cuore.

Si può dire che la sintesi dinamica dei quattro eteri nell’uomo corrisponde a quella che lo Yoga Tantrico chiama corrente di Kundalinî.
Tale sintesi può essere realizzata dal pensiero che non soltanto liberi se stesso mediante lo ekâgrata assoluto, ma giunga ad attingere alla propria Luce di Vita, scaturente dal cuore.
Muovendo dall’etere del pensiero, l’uomo può accendere nel cuore le forze creatrici del Sole:
può ripercorrere a ritroso, mediante illuminazioni via via più intense, il processo cosmico grazie al quale egli da natura sidereo-divina si è degradato a una natura terrestre-animale.

Anche la scienza comincia a comprendere che l’uomo non discende dall’animale.
La concezione dell’origine animale dell’uomo, è invero un pensiero patologico, germe di malattia e di impulsi intellettuali distruttivi. Gli animali sono le forme vitali-fisiche, che l’uomo espulse da sé per incarnare la propria forma.
E’ decisivo per il destarsi dell’elemento solare del cuore, l’atto della conoscenza, grazie al quale nell’uomo non si vede un essere animale asceso alla forma umana, bensì il contrario: l’azione di un principio trascendente che ha potuto assumere la forma vitale-fisica, in quanto ha escluso da sé la natura animale.
Riconoscere questo principio è già metterlo in movimento: il suo moto si attua nell’etere del cuore.

Giova rendersi conto di una diversità radicale di metodo: mentre l’asceta antico muoveva dal sistema sanguigno per agire sul sistema nervoso, mediante il respiro, l’asceta di questo tempo muove necessariamente dal sistema nervoso, ma non può operare sul sangue mediante il respiro, bensì mediante il pensiero svincolato dal sistema nervoso, cioè affrancato dalla natura animale.
Normalmente ogni attitudine psichica o psicologica, o pseudoyogica, oggi tende a revivificare il dominio antico del sangue sul sistema nervoso, cioè ad alimentare il mondo delle brame e degli istinti contro l’Io.
L’asceta di questo tempo è sul giusto sentiero, se può riconoscere la via eterica verso il sangue, come la Via al pensiero liberato, che restituisce l’unità degli eteri disintegrati.
Solo possedendo la Via del Pensiero, egli può ritrovare la via metafisica del respiro.

Il veicolo che dà modo all’Io di operare etericamente sul sangue – cioè sugli istinti e sulle passioni – è l’autonomia che il pensiero può conseguire rispetto all’organo cerebrale e perciò al sistema nervoso.
Come insegna la reale Scienza Iniziatica, la sede sovrasensibile del pensiero è il corpo eterico (linga sharira): qui esso è una corrente di Vita incorporea.
Nel processo dialettico il pensiero si deteriora sino all’annientamento dell’elemento di Vita.
Normalmente la dialettica nasce da tale annientamento.
Non v’è individuo, oggi, che in tal senso non sia giocato dalla propria dialettica, cioè dal pensiero cerebrale, in cui risuona la sua natura inferiore, onde gli è inevitabile assrvire il pensiero all’errore.

L’errore è la dialettica, non il pensiero.

Il vero pensiero non può errare: un errore è sempre parvenza di pensiero.
Un errore veramente pensato cessa di essere errore: ma ritorna errore, se il pensiero non è capace ogni volta di nuovo il proprio momento di verità, o momento eterico, indipendente dal corpo eterico-fisico.
In realtà nel corpo fisico, gli eteri sono mossi, anche se non penetrati, dagli Ostacolatori dell’uomo.

La conoscenza di sé è, ancora una volta, nei tempi moderni, la chiave della liberazione dell’uomo.
Il suo corpo minerale appartiene alla Terra, il suo corpo eterico appartiene all’elemento solare che domina la terrestrità.
Giova non dimenticare che il mondo eterico è “fuori” dello spazio fisico, in quanto è lo spazio interiore degli enti e dei mondi, il vero spazio.
Nella dialettica, l’elemento terrestre viene portato a prevalere sull’elemento solare: questo prevalere, esprimendo la degradazione degli eteri, è la causa del male umano.
Colui che sa distinguere la dialettica e riesce tuttavia a continuare a pensare con deliberata determinatezza, in sostanza comincia a muovere nel corpo eterico superiore, là ove l’Io può operare sugli istinti e le passioni, in senso inverso a quello mediante il quale gli istinti e le passioni normalmente si trasformano in dialettica, asservendo il pensiero.

In forza di una transitoria struttura, l’Io è fondato sulla corporeità, illegittimamente mosso dagli istinti e dalle passioni, ossia da ciò che genera il male umano e la necessità della distruzione corporea.
Il fondamento invece è l’Io, non il corpo.
L’esercizio della soppressione della dialettica, mediante la concentrazione pura del pensiero, realizza l’indipendenza del principio interiore dalla psiche e dal corpo: porta la corporeità a fondarsi sull’Io, restituendo ai quattro eteri la funzione creatrice originaria.

Il segreto dell’opera è la restituzione dell’armonia dei quattro eteri e la loro sintesi: l’Io, in quanto mette in moto il potere del proprio Archetipo cosmico, suscita tale sintesi, impronta della propria virtù il corpo eterico, rendendolo indipendente dalla specifica correlazione che necessariamente sul piano fisico lo oppone alla forma sensibile degli enti.
Mediante tale animazione del corpo eterico, l’asceta riproduce volitivamente l’etere del calore, trasformandolo in forza d’amore, in quanto è capace di superare il limite soggettivo e di trapassare nell’altro: l’amore diviene il potere magico dell’Io, rispondendo alla sua originaria funzione redentrice rispetto agli eteri degli elementi impegnati nella struttura corporea.
Il corpo viene ricongiunto con la propria originaria potenza, dal Fuoco mediante il quale la coscienza ridesta in sé, come pensiero vivente, la virtù saturnia: virtù del primordiale elemento della creazione, ravvisabile ora come Spirito Santo operante.

Rastignac
SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 3° parte )

Mas

Allorché si “percepisce” come i pensieri abbiano forza propria, per mezzo della quale essi pensano se stessi in noi, si verifica un accordo del sentimento e della volontà. (Il pensiero si isola da essi, essi lasciano libero il pensare e ne vengono alleviati). Il sentire, si potrebbe dire, diviene sempre più attivo e la volontà si lascia temperare di più dal sentimento. Sentimento e volontà cominciano ad essere in armonia più di quello che prima non fossero sul piano fisico. Allora non si può più concepire un impulso volitivo senza sviluppare con esso un sentimento. Molto di quello che facciamo desta amarezza o sollievo: come se un giudice dall’interno giudicasse.

Occorre coltivare un senso che permetta di riconoscere la differenza tra il sentire egoistico, che tende verso il godimento, e il sentire non egoistico, rivelantesi come un dovere interiore spirituale (che è il sentire rivolto all’altro, al mondo, che sente per ciò che è, non per ciò che interessa personalmente).

Sempre più si realizza che sentimento e volontà sorgono da noi stessi, mentre il pensiero si manifesta in noi: si comincia a percepire l’egoità soltanto nel sentimento e nella volontà, mentre i doni della saggezza (dopo la liberazione del pensare e il suo silenzio) dai quali ci si sente pervasi, si sentono come quello che ci unisce al mondo intero.

Si comincia poi a sperimentare questa interiore attività di sentimento e di volontà, contessuta di interiore simpatia o antipatia. Si comincia a dirsi: “Se tu compi questa o quell’altra azione, è vergogna, perché tu possiedi una determinata saggezza”. Di un’altra azione si potrà sentire: “E’ bene che tu la compia, perché sei aperto a questa determinata saggezza”. Nel sentire comincia naturalmente a sorgere un controllo di sé. Un sentimento di amarezza ci assale quando si sente sorgere in noi una volontà che ci spinge verso qualche azione non giustificabile di fronte alla saggezza di cui ora siamo partecipi in quanto abbiamo potuto aprire un varco ad essa nell’anima.

Analogo processo si verifica per il pensiero. Di fronte ad un pensiero di cui si può sapere di averlo formato secondo l’impersonale saggezza, si sviluppa un senso di gratitudine per la fonte da cui scaturisce. L’inverso è che ci si rimprovera e ci si vergogna per un pensiero che contraddice tale saggezza.

Questo controllo in realtà non è un fatto razionale, non proviene da critica intellettuale, ma sorge come moto immediato del sentire in quanto il sentire sia sempre meglio educato. Colui che è soltanto intelligente o logico, colui che critica, non può arrivare a questa possibilità, che sorge nel sentimento. In taluni momenti, è come si sentisse la saggezza (dopo il superamento del pensare e l’armonizzarsi del sentire col volere) venirci incontro dall’alto fino al basso. D’altra parte si sente come nel nostro corpo scorra incontro ad essa un senso di “vergogna”: ci si identifica con questo sentimento e ci si volge a ciò che vi è di saggezza come a qualcosa che viene data da fuori di noi.

Occorre pertanto non dimenticare come questa più alta e profonda vita del sentire sia preparata da una interiore e ritmica vita del pensiero. Nel sentire il pensare ritrova i germi della sua forza.

Il dolore di dover biasimare può presentarsi come un segno di evoluzione esoterica. Quanto più si sente piacere nel dover biasimare e nel trovare che il mondo è ridicolo, tanto meno si è maturi. Occorre suscitare gradualmente un sentimento che sviluppi in noi sempre più una vita che ci permetta di contemplare sciocchezze ed errori non con occhio canzonatorio, ma con un occhio bagnato di lacrime (un altro però asciutto).

Essenziale è l’immagine dell’IO spirituale che contraddice la sua natura (in realtà, la sua natura-Logos viene contraddetta) nel divenire io umano, che aderisce alla natura e la sperimenta “finita”. Come se a un albero poderoso che va crescendo in splendore e nutrisce in sé rigogliosi animali (ricordare gli animali sacri e lo Zodiaco), che soltanto da da questo albero possono aver nutrimento, venisse praticato in un determinato punto un foro, così che da questo punto in poi si dissecchi, si raggrinzisca e con lui muoiano quegli esseri che da lui hanno nutrimento; così appare il corpo fisico umano all’occhio spirituale.

E l’uomo sa che da quando l’albero era vivo e gli animali anche (era il Paradiso), Lucifero spinse l’uomo (l’Io) entro la vita del suo corpo originario, che perciò appassì. Spinto entro la struttura di luce del suo originario essere arboreo-animale (eterico-astrale), l’Io perdette il proprio ambito, uscì dal regno della forma originaria, ottenendo fuori della forma delle aperture, che sono i sensi fisici.

Così dal piccolo spazio del corpo raggrinzito, l’uomo cominciò a percepire soltanto ciò che è fuori, e questa estroversione verso il mondo sensibile diviene la misura del suo rivolgersi alla propria interiorità. L’interno, un tempo, era il vero spazio: era l’Eden. L’uomo ne è stato cacciato: è stato espulso dalla sua interiorità, è stato espulso dalla vastità e dalla beatitudine.

Allorché il discepolo gradualmente riesce a rendere libero il suo corpo animico, a renderlo indipendente dal fisico e dall’eterico, è bene che si armi soprattutto contro le influenze degli altri corpi astrali. Quando l’astrale comincia a liberarsi, non essendo più difeso dall’involucro eterico-fisico, diviene attaccabile da tutto ciò che a quel livello può ricondurlo alla sua sede inferiore: altre forze astrali possono sopraffarlo. (La inconsapevolezza di ciò è quella che paralizza Parsifal al primo suo incontro con il Graal: il suo astrale è libero, ma senza difesa, rispetto alle altre forze astrali. Gli manca la forza tutelatrice dell’anima cosciente: la compassione).

*

Hanno diritto di agire nel super-mondo soltanto quelle individualità che rinunziano ad esercitare sugli altri qualsiasi influenza personale, e perciò recano agli altri la più benefica vita dello spirito. L’ideale del R+C è non voler arrivare a nulla a cui abbia interesse la sua personalità contingente; egli elimina tutte le decisioni e le azioni che dipendano dalla sua simpatia o dalla sua antipatia. Ciò che per un R+C vi è di più indifferente è in verità il proprio insegnamento. Tale insegnamento ha importanza proprio in quanto egli non vi attacca alcun interesse personale, ma tiene assoluto ad esso solo in quanto possa essere di aiuto ad altre anime.

Nessun R+C vorrà mai imporre ad alcuno il proprio insegnamento: neppure alla propria epoca, se egli sa che esso non può giovare a tale epoca. (Rudolf Steiner, in sostanza ha dato ciò che rispondeva alle esigenze dell’epoca e inoltre ciò che determinati gruppi o determinati discepoli erano in grado di chiedergli).

Per la superiore educazione dell’astrale, il discepolo non si lascia attrarre da ciò che tende ad attaccarsi a lui: per amore non vincola a sé alcuno: il suo amore agisce in forma interiore e reale verso gli altri. Instaura così una libertà ignota (Cristo) che opera come autentico amore. Nella sua educazione l’astrale trova la propria giustificazione soltanto quando i suoi interessi egoici non hanno natura personale – quella che finisce con l’incalzare con moltiplicata forza – quando egli è capace di abbracciare, come fossero propri, gli interessi dell’umanità e del mondo.

A questo punto come un contrappeso all’egoismo del corpo astrale, quanto più le forze egoistiche si agitano nell’astrale divenuto libero, tanto più si sente sorgere un senso di solitudine, di glaciale isolamento. Questo isolamento glaciale ha il compito di guarire della tentazione di lasciar prendere il sopravvento all’egoismo; e si sarà veramente preparati se a questo punto si potrà sentire tanto l’impulso ad essere tutto per mezzo di sé e per sé, quanto l’avvicinarsi del glaciale isolamento. Questo diviene uno stimolo ad accendersi della presenza del Cristo. L’Io si riempie del suo eterno essere.

L’impulso della “guerra di ciascuno contro tutti” ancora non si desta nell’anima, perché il corpo fisico e l’eterico sono stati preparati in modo che questo desiderio è attutito, non lo si vede, in quanto non si può vedere il proprio corpo astrale. Qui un simile impulso già vi è in germe: il discepolo lo sperimenta come gelo ed orrore, che chiede di essere risolto in pura conoscenza ed amore. Gli istinti distruttivi smorzati si traducono in conoscenza.

Un’anima umana durante la sua evoluzione, se non sviluppa una saggia coscienza di sé, può essere capace di ciò che è l’opposto delle più alte capacità di abnegazione. L’ispirazione di Caino, prima della seconda perdita dell’Eden, risuona dall’alto pressappoco in questi termini: “Per esserti tu unito con le potenze benefiche dell’altra entità (Abele), tu ti riverserai con queste verso il basso. Io farò di te il custode dell’altro essere. La risposta della parte dell’essere che rappresenta Caino è invariabilmente: “Non voglio”.

Eccone il senso. Si supponga che il discepolo sia passato dinnanzi al Guardiano, e abbia celebrato la sua unione con la immaginazione del Paradiso. Egli sperimenterà se stesso in un corpo astrale che si apre verso l’alto, che vuol fluire verso l’alto, e vedrà l’altro come un “IO” il cui corpo astrale invece spiega le sue forze verso il basso. Sorge allora questa coscienza: “Tu vali meno di questo altro essere: ciò che vale in lui è la sua possibilità di aprire il suo astrale verso il basso: così può riversare in giù le sue forze dall’alto”. Si ha a questo punto l’impressione di aver abbandonato il mondo fisico.

Le forze che dal corpo astrale dell’altro essere scorrono verso il basso, fluiscono nel mondo fisico e vi agiscono come forze benefiche: si ha l’impressione che esso faccia scendere come una pioggia benefica spirituale ciò che gli viene dalla sua natura spirituale. Mentre noi stessi non possiamo dirigere il nostro astrale verso il basso, l’essere astrale dell’altro vuole in effetto andare verso il basso.

Allora si giunge alla decisione spirituale di portare il nostro isolamento verso questo secondo Essere, di unirci a Lui, così che il nostro gelo si scaldi al calore di Lui. Si ha allora per un momento l’impressione che la coscienza stia per spegnersi: ci sembra di aver compiuto una specie di uccisione o combustione del nostro essere interiore.

Nell’auto-coscienza, che già si sentiva come spenta, irrompe allora qualcosa che ora soltanto si impara a conoscere: la forza dell’Ispirazione. E’ la conversazione tipica con un essere che si impara solo ora a conoscere, perché esso ci dà la sua ispirazione. Pressappoco egli dice: “Poiché tu hai trovato la via verso l’altro e ti sei unito alla sua pioggia di sacrificio, ti è permesso ritornare sulla Terra con lui, in lui, e io nomino te a suo custode sulla Terra”.

(continua)

terza parte isidoro

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Ottava Lettera (Parte I)

Denderah

OTTAVA LETTERA

Novembre 1944

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO

Sino ad ora abbiamo tentato di creare una conoscenza dello Zodiaco. In questo e nei prossimi numeri sarà nostro compito porre le fondamenta per una comprensione del mondo planetario.

Il mondo delle Stelle Fisse che circonda il nostro sistema solare è concentrato nel circolo dello Zodiaco. Ci sono molte Costellazioni al di fuori dello Zodiaco delle Stelle Fisse, ma tutti questi gruppi di Stelle sono in qualche modo profondamente collegati alle dodici Costellazioni dello Zodiaco. Troviamo, per esempio, al di sopra delle Costellazioni di Ariete e dei Pesci quelle di Perseo, di Andromeda, Cepheus, Cassiopea e molte altre. Se penetriamo più profondamente nel retroscena spirituale dei miti collegati con queste Costellazioni, troviamo un’espressione degli stessi fatti che appaiono nelle Costellazioni di Ariete, dei Pesci ecc. Se passiamo attraverso lo Zodiaco e guardiamo le Costellazioni al di sopra e al di sotto delle immagini familiari di Toro, dei Gemelli e del Cancro, troviamo in esse una sorta di “commentario” cosmico del dodecuplo Zodiaco.

perseo

Così il mondo delle Stelle Fisse è rappresentato dalle dodici Costellazioni dello Zodiaco. La dodecuplicità è la manifestazione dello spazio. Ivi troviamo i fatti che portarono alla creazione del nostro Universo, che esiste nello spazio, ed anche l’immagine Archetipica della forma umana che sulla Terra manifesta se stessa nello spazio.

Nelle Lettere precedenti abbiamo descritto la creazione di questo Universo nello spazio come l’evoluzione dell’Antico Saturno. Non abbiamo ancora descritto quegli stadi di evoluzione nei quali questo Universo, estendentesi nello spazio, venne compenetrato dalle forze della vita e della coscienza. Ciò rimane da fare nei prossimi numeri. Abbiamo stabilito una prospettiva nella creazione del nostro Universo da un punto di vista dello spazio, ed abbiamo collegato questo col dodecuplo Zodiaco. Entriamo in un mondo abbastanza diverso se guardiamo l’Universo planetario. Qui siamo posti di fronte ad una settuplice relazione. Nei tempi antichi gli esseri umani contavano cinque Pianeti in aggiunta al Sole e alla Luna. Questo era il mondo planetario che poteva essere percepito ad occhio nudo. Oggi non sembra esser più settuplice, poiché abbiamo scoperto qualche Pianeta in più – Urano, Nettuno e Plutone – con l’aiuto del moderno telescopio. Potrà accadere in futuro, con telescopi ancora più potenti e forti, che molti più Pianeti verranno scoperti appartenere al nostro Universo. Inoltre, dobbiamo tener bene in mente che tutti questi Pianeti, che vennero trovati con l’aiuto del telescopio, sono al di là del regno dell’Universo umano, poiché essi non possono essere visti dall’organismo umano senza aiuto. Essi possono essere visti unicamente mediante strumenti, attraverso un meccanismo – il telescopio – il quale in quanto macchina è “al di là” della natura umana e appartiene ad un mondo diverso. Poiché qui stiamo parlando della relazione tra l’essere umano e le Stelle, dobbiamo limitare la nostra prospettiva strettamente alle limitazioni dell’organismo umano non aiutato da strumenti.

Ciò non ci vieta lo studio di quei Pianeti novellamente scoperti, ma per una conoscenza di tal genere dovremmo entrare nel mondo del Superumano. In numeri successivi possiamo avere un’opportunità di far ciò, ma per adesso dobbiamo tenerci entro i limiti del regno umano.

Troviamo un settuplice mondo planetario in rapporto con l’essere umano. Per i sensi umani normalmente sviluppati, senza mezzi artificiali, sono accostabili sette corpi celesti entro il nostro Universo solare: Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio e, accanto ad essi, i corpi del Sole e della Luna.

Ogni cosa che nell’Universo appare in rapporto col numero sette è un’immagine del tempo. Movimento entro il tempo è evoluzione, che è dire creazione in stadi o intervalli. Quando abbiamo dovuto descrivere l’evoluzione dell’Antico Saturno, siamo stati forzati ad esporla in un settuplice aspetto (i sette cicli dell’Antico Saturno), perché ciò che fu creato poteva esser dato unicamente “nel tempo”. Tuttavia, l’essenza di questa evoluzione, l’immagine Archetipica della forma umana, appare nello “spazio”, nel dodecuplo Zodiaco.

La settuplicità, in quanto immagine del tempo, è altresì manifesta nei sette giorni della settimana. Essi sono una immaginazione dell’intera evoluzione universale, non solo dell’Antico Saturno, ma anche degli stadi passati e futuri.

Perché la settuplicità è un’immagine del tempo? Il fatto che la dodecuplicità, che è rappresentata dallo Zodiaco, è collegata con lo spazio può essere compreso da un punto di vista geometrico, giacché il cerchio è la forma che è giunta a riposo ed ha potenzialmente le altre forme geometriche dello spazio bidimensionale dentro di sé.

Dobbiamo trovare la legge fondamentale della settuplicità. Una volta che l’abbiamo trovata, abbiamo una base per una comprensione della sequenza interiore dei sette gradini. Se, per esempio guardiamo qualcosa che esiste nell’ambiente circostante, troviamo che esso ha un passato ed anche un futuro. Tra passato e futuro esiste il momento presente. Se guardiamo i fiori sulla nostra tavola, sappiamo che essi crescevano nel passato e che deperiranno o appassiranno, ma tra questi due stadi essi sono qui nel tempo presente. Così essi esistono non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Nella misura in cui gli oggetti esistono nel tempo, possiamo osservare tre gradini: passato, presente e futuro. Questi tre gradini non sono altro che una settuplicità semplificata. Troviamo che i primi tre gradini sono sempre delineati insieme in quello che chiamiamo “il passato”. Qualsiasi cosa che appartenga al passato in realtà porta sempre il segno di tre stadi di sviluppo. Se le nostre osservazioni sono fatte in maniera completa, troviamo ciò ovunque come legge fondamentale. Anche ciò che chiamiamo futuro rivela se stesso come una triplicità. In mezzo a questi due, passato e futuro, sta il presente come singolo momento nel tempo. Così l’evoluzione o lo sviluppo nel tempo rivela se stesso come una settuplicità.

Inoltre, se le nostre osservazioni sono fatte in modo ancor più esatto e accurato, troviamo che i tre gradini su entrambi i lati dei piatti della bilancia di passato e futuro hanno una relazione interna l’uno con l’altro. Così il primo gradino del passato appare esser collegato con l’ultimo sul lato del futuro. Il primo stadio della settuplice sequenza di qualsiasi evoluzione è in relazione col settimo stadio, il secondo col sesto, il terzo col quinto, e in mezzo sta il quarto che, in quanto presente, collega il passato col futuro.

GL39

Se proviamo a realizzare ciò come immaginazione, cominciamo a formare una figura simile al “settuplice candelabro” del Vecchio Testamento, e realizziamo che il candelabro a sette bracci che stava sull’altare del Tabernacolo era un’immagine di ciò che il popolo ebraico doveva sviluppare nel tempo. Mosè, il fondatore della nazione ebraica, conosceva questo compito. Gli ebrei dovevano creare un corpo capace di servire come vero recipiente per l’Essere del Christo che discendeva. Ciò poteva essere compiuto soltanto nel corso del tempo. Perciò Mosè creò l’immagine del tempo nel settuplice candelabro come una luce confortante sul lungo e faticoso sentiero del suo popolo.

Se oggi realizzassimo questa legge fondamentale del tempo, allora la nostra vita culturale e personale potrebbe essere meno caotica e disturbata. In molte circostanze fuggiamo da ricerche spirituali con la scusa che “non abbiamo tempo” o, se abbiamo un impulso, spessissimo diventiamo impazienti e vogliamo realizzarlo all’istante. Non possiamo riconoscere che dal tempo del suo concepimento sino alla sua realizzazione esso deve svilupparsi gradino per gradino fino a che si sia evoluto a compimento; altrimenti, questo seme può essere rovinato da una nascita prematura. Talvolta dimentichiamo che possiamo dover aspettare sette anni, oppure tre volte sette anni, o anche un intervallo di tempo più lungo fino a che i nostri impulsi e le nostre idee possano essere realizzati.

Dobbiamo imparare nuovamente le leggi segrete del tempo al fine di divenir più sani nella nostra vita animica e persino nella vita del nostro corpo. La settuplicità è la legge fondamentale del tempo, ma ci sono altri misteri del tempo dei quali non possiamo ora parlare.

Questa legge può esser trovata ovunque nel nostro Universo, ma essa rivela l’essenza del suo interno ritmo dinamico nella vita di un essere umano. Se guardiamo nella vita di un essere umano adulto, possiamo distinguere pure tra il passato, il presente e il futuro di lui o di lei. Il passato di ognuno di noi è la nostra Gioventù che include fanciullezza, infanzia e persino la vita embrionale. Più risaliamo indietro nel passato più troviamo una forma di dipendenza dalle Potenze protettive che ci circondano. Non siamo ancora signori di noi stessi; altri esseri devono aver cura di noi. Comunque, procedendo nella vita diventiamo gradualmente indipendenti. Qualsiasi età abbiamo raggiunto attualmente, troviamo che abbiamo, in una certa misura, liberato noi stessi da qualche potenza protettrice. Il bambino neonato è stato separato dal corpo della madre. In seguito noi, come persone pienamente adulte, separiamo noi stessi da molti altri rapporti. Quale che possa essere il “presente” di una vita umana, esso è sempre la manifestazione di un singolo essere che ha liberato se stesso da una precedente condizione di esistenza. Questo singolo essere, essendo divenuto indipendente da precedenti condizioni, è il potere determinante nel suo proprio terzo gradino d’evoluzione: il futuro. Nella misura in cui il singolo essere è divenuto indipendente nel suo “presente”, egli sarà capace di manifestare se stesso nel futuro come singolo essere di contro al retroscena delle condizioni dalle quali egli ha emancipato se stesso. Così, la vita umana rivela tre gradini di evoluzione nel tempo:

Passato: dipendenza da molte altre condizioni ed esseri.

Presente: emancipazione e indipendenza.

Futuro: manifestazione e attività come singolo essere individuale.

 

(Continua)

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