ASCESI DEL PENSIERO

 A RUDOLF STEINER.    A MASSIMO SCALIGERO.

MAESTRI SOLARI

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Tecnica dell’ascesi del pensiero ottenuta verificando autonomamente gli  insegnamenti dati da MASSIMO SCALIGERO in base alle indicazioni di RUDOLF STEINER.

SOLE TRAPASSANTE AUREO 8

ASCESI DEL PENSIERO

 

La Verità esiste.

Eterna e una.

Reale e tangibile.

Pura e assoluta ma al tempo stesso continuamente applicabile alla realtà contingente che da impura e relativa può approssimarsi ad essa sino a livelli supremi.

E tale è il compito dei tempi attuali.

Manifestare la Verità.

Farla fluire nel mondo tramite la propria persona.

Accedere ad essa secondo i  propri compiti e le proprie possibilità.

 

Ma non occorre cercarla  – essa già esiste continuamente  sfiorata e perduta dall’uomo che pensa – ciò che occorre conquistare è quella purezza, quella assenza di desideri consci e semiconsci, quella serenità di anima e pensieri che permette di scorgerla.

 

La Verità è ciò che si vede e si sa e si decide quando si è tanto coscienti e tanto puri da poterla concepire.

 

Non è un concetto o una dottrina o una ideologia da ripetere in branco, ma una luce intuitiva della coscienza capace – purchè pura – di concepire in prima persona ciò che è giusto e ciò che non lo è in rapporto ai propri compiti ed alle proprie capacità.

 

L’uomo continuamente sfiora questa luce, questa possibilità, questa potenza di retto giudizio che è implicita ad ogni pensiero, ma anziché ascendere sino ad essa, la ricopre dei propri “desideri interiori” e la degrada, la opacizza abbassandola al livello di opinione, di ciò che desidera che sia, di ciò che la sua conformazione caratteriale ed animica pretende che sia, perciò stesso perdendola.

 

I concetti, le ideologie, la cultura, le dottrine, gli ideali non sono la verità (e pertanto impararli cerebralmente a nulla vale) ma solo (e nel migliore dei casi, invero attualmente rarissimo) il prodotto di quella rarefatta, siderea dimensione di supremo equilibrio interiore e di lucida, cosciente trasparenza intuitiva che sola, aformale, eterna, archetipica, vuota è la Verità, e che è essa da conquistare, non i suoi prodotti dialettici, discorsivi, utilizzabili soltanto come appigli intuitivi per introdurvisi.

 

In questi termini la Verità è una con l’elevazione della persona e l’errore è il degradamento di essa al proprio livello umano, per quanto nobile o erudito o artisticamente acuto esso possa essere.

 

La via della Verità passa attraverso il troncamento, il superamento in alto  dei propri limiti umani.

 

Niente altro.

Senza scampo.

In suprema nudità.

 

La Verità è vuota e non può essere analizzata.

 

E’ una luce di purezza interiore cui solo chi ascende può attingere, ed al cui chiarore soltanto si possono concepire idee conformi a giustizia, realmente incidenti sulla realtà, realmente morali.

 

E’ uno stato d’essere, non una documentata analisi.

Una siderea dimensione interiore, non una consolante dottrina.

Una luminosa qualità d’animo e di mente, non una monumentale teoria economica.

 

E’ inoltre un apice umano che ha in se stesso la propria ragione d’essere, che E’ senza dipendere da nulla altro, che occorre conquistare di per se stesso e non per le eventuali applicazioni intuitive che dall’alto di quella luce possano venire concepite, formulate, decise ed applicate alla realtà, in quanto la Verità è già agire sulla realtà, è la riconnessione  (seppure temporanea e continuamente da riconfermare) dell’umano con la propria realtà originaria che compete ad ogni uomo secondo le proprie capacità e possibilità.

 

La Verità è la condizione normale dell’uomo.

 

Una assenza di desideri e di velleità naturalistiche insorgenti dalla componente semplicemente razziale, soggettiva, emotiva che è il rifiorire dell’IO umano al livello di nudità in cui soltanto è realmente libero, o in cui soltanto può iniziare ad esserlo, e dal quale soltanto può trarre indirizzi di azione  e di decisione realmente giusti perché liberi e quindi morali.

 

La via della Verità non è prefissata  (e nessuno può studiarla cerebralmente o fideisticamente recitarla mediante dogmi o testi sacri rivelati o ciechi e intoccabili materialismi dialettici che tutto credono di spiegare lasciando immutata ed immota l’interiorità umana)  ma è un compito di lucente, silenziosa, nobile ascesi interiore individuale, a cui nessuno può sottrarsi, poiché  ognuno è veramente se stesso solo fra le vette del proprio assoluto e soltanto fra i ghiacci e le aurore interiori di quelle ascese è riposta la purezza animica  e la luce intuitiva che è il proprio OGGETTIVO spiraglio sull’unica Verità.

 

Tale il compito.

La meta.

La conquista.

 

La Verità è una, molteplici spiragli su essa non potranno (non possono)  che accordarsi fra loro, seppure raggiunti a livelli diversi e tradotti in concetti diversi.

 

Soltanto l’errore  (la verità corrotta)  può dividere, la Verità è universale, è un assoluto umano, è una condizione  di chiarezza interiore che non può non unire secondo la realtà effettiva delle cose.

 

Il resto è solo ottundimento, sublimazione erudita, poetica, visionaria del soltanto umano, delle svariate componenti che sono diverse  (più o meno nobili)  per gradazione, intensità, qualità, in ogni uomo e che ne rappresentano soltanto il limiti, la componente subpersonale da superare e non da codificare dialetticamente, politicamente, religiosamente.

 

La Verità è in alto  (nuda, pura, incorruttibile)  e con essa è impossibile barare, così come è impossibile esaurirla in un dogma o in una filosofia, ad essa si può solo attingere elevandosi fra le vette delle proprie migliori qualità, che solo a tali altezze possono valicare i limiti del soltanto umano, iniziando a trasmutarsi in qualche cosa di oggettivamente, di universalmente valido, reale, operativo.

 

Così come fra uomo e donna quando fiorisce vero amore permeato di offerta interiore, di volontà di consacrazione reciproca, di dedizione interiore, l’archetipo di comportamento, la legge interiore, l’evidenza della realtà “amore” è identica per ambedue i componenti la coppia, o per ogni coppia che ascenda a tali livelli, altrettanto simile per ognuno è la realtà della Verità quando ad essa si voglia realmente ascendere, anziché subire il desiderio psicofisico di abbassarla a se stessi quali ci si trova ad essere per conformazione, sensibilità, predisposizioni innate, o sopraggiunte  (imposte)   tramite il caos contingente.

 

La Verità non è soggettiva e molteplice.

E’ una.

Sempre la stessa.

 

Ciò che è molteplice, multiforme, contraddittorio, opposto sono i veli che la alterano, le deformazioni di essa, le brame subconscie che la incrostano e che per poter esistere, comunque attingono ad essa come filtri sempre più opachi e plumbei di un’unica, incolore, siderea luce.

 

Rimuovere i filtri è ritrovare l’aurora che essi in vario grado e misura rendevano crepuscolo.

 

La via della Verità implica il superamento di se stessi, dei propri limiti, delle proprie  (sempre meschine)  velleità, e quanto più ci si libererà  (purificherà)  da essi  (sempre più incenerendoli)  tanto più come nuda evidenza oggettiva la realtà delle cose, un nobile criterio di giudizio, un cosciente intuito sicuro riguardo a ciò che è giusto, affiorerà come asse interiore fra le trame dei propri pensieri, illuminandoli.

 

E nei pensieri, nel proprio pensiero è l’inizio, il cardine, il campo di battaglia della via verso la Verità.

 

E’ nei pensieri che la luce di retto giudizio viene ad incontrarsi con le insorgenze automatiche della natura, del subconscio, delle predisposizioni emotive e caratteriali appartenenti alla “impalcatura organica” cui tale luce è innestata per trasmutarle in alto o per subirne la corruzione  (l’oscuramento)  qualora tale trasmutazione non avvenga.

 

L’Io dell’uomo è l’arbitro di questa lotta, colui a cui spetta la decisione di tale trasmutazione ed il compito di effettuarla.

 

L’uomo può essere concepito come una “impalcatura organica” evocatrice di sensazioni su cui è innestato un principio di luce conoscitiva che sono i pensieri, i quali “specchiandosi” nel corpo (individuandosi mediante esso, l’impalcatura organica)  permettono che un Io individuale sorga.

 

L’Io è conseguente ai pensieri, è tramite essi che un Io può sorgere ed innestarsi su questo piano di realtà, ed una individualità umana agire.

 

I pensieri non sono soggettivi, sono una pura, oggettiva, impersonale capacità conoscitiva che può venire soggettivizzata e quindi falsata, appunto dal mescolamento  (oscuramento) che la componente biologica, emotiva, naturalistica  (filtrandola impuramente)  può operare se l’Io non agisce ma si limita a subirla.

 

L’Io, l’uomo, è il ponte e l’arbitro fra la Verità ed il degradamento, la corruzione di essa.

 

Liberare i pensieri dalle brame sub-semiconscie della propria natura equivale all’ affiorare graduale della Verità, poichè una pura capacità conoscitiva riaffiora per l’Io al livello in cui essa inizia a ritornare tale, e l’Io dell’uomo è l’unica ragione per cui tale processo può avvenire, tale urto verificarsi, tale possibilità presentarsi.

 

La Verità già esiste  (Eterna,  Atemporale, Vivente, Una)  essa determina comunque anche le leggi biologiche  (fisiche ed iper fisiche, sottili) che reggono l’impalcatura organica, l’unico elemento libero, autonomo, non determinato di tale processo e per il quale tale processo accade, si manifesta, è l’Io dell’uomo  (l’ago della bilancia del creato)  che può elevarsi ai vari livelli di tale Verità e da tali altezze manifestarla coscientemente, reinserendola operante e folgorante al  livello di realtà in cui si trova ad esistere, oppure mancando a tale compito (ascesa) può corrompere tutto il piano di realtà  (spirituale, sociale,  fisica)  che da lui dipende e che da lui attende conoscenza, edificazione, attività sacrale.

 

I pensieri sono l’inizio, è tramite essi che l’Io sorge a coscienza di sé ed è tramite essi che si ricollega al mondo ed è tramite essi che potrebbe raggiungere  (concepire)  spiragli sempre più vasti di Verità.

 

La purificazione può principiare solo nel pensiero.

 

Il pensiero non è ciò che si pensa ma ciò che permette di farlo, un principio di pura lucidità conoscitiva che può essere potenziato, liberato, purificato, oppure ottenebrato.

 

Il pensiero è la capacità impersonale di concepire le cose, non il concepito, il formulato, il pensato che ne costituiscono il prodotto soggettivo.

 

L’atto del pensare  (continuamente folgorante la mente)  avvenendo si trova innanzi un potenziale di innatismi e predisposizioni caratteriali, di desideri consci e semiconsci, di convinzioni e schematismi culturali imparati  (letti o sentiti)  ma raramente pensati in prima persona  (di prima mano)  che immediatamente lo vincolano, lo ottenebrano, lo guidano verso formulazioni cui fornisce vita ma in cui si “sporca”, perdendo la possibilità di retta intuizione che sorgivamente  (se avesse trovato una mente ed un animo puri)  portava con sé come possibilità e potenza, e l’Io a tal punto (per debolezza di pensiero)  non può fare altro che fornire la propria individualità, ossia la recitazione di un soggetto agente per “proprie convinzioni”, a tale processo meccanico, subpersonale e cieco.

 

Il caos dei tempi attuali non ha altra origine.

 

Tale abdicazione del pensiero avviene sistematicamente nella generalità umana  (salvo rare eccezioni)  variando solo le forme di apparire ed i livelli di intensità e di degradamento di un unico generale stato di dipendenza interiore dell’uomo rispetto alla propria inferiore natura biopsichica.

 

Nessuno dei massimi esponenti della cultura attuale  (ufficiale o rivoluzionaria che sia)  escluso.

 

I meccanicismi razziali  (innati ed acquisiti)  già esistono comunque, per potersi purificare da essi l’unica via è rafforzare il pensiero sino a che sia tanto potente e radicato in sé  da non venire travolto, guidato, manovrato da essi;  a tal punto l’Io inizia a liberarsi ed a giudicare conformemente a verità, a giustizia, a serenità d’animo, a purezza, seppure applicherà i prodotti di tale elevazione secondo le proprie capacità e qualità ed attitudini personali depurate.

 

Tale la via della Verità.

Rafforzare il pensiero è il compito.

Purezza e serenità la meta.

Verità lo scopo.

Rettificazione dell’umano il risultato.

Manifestarsi del Divino.

 

 

L’ASCESI

 

Arida.

Apsichica.

Geometrica.

Concentrazione contessuta di volontà.

Che è volontà del vero.

Amore del vero.

Volontà di amore.

 

Occorre poggiare inizialmente la capacità di pensare su di un oggetto artificiale fabbricato dall’uomo, il più semplice ed il meno emotivamente interessante possibile  (penna, scarpa, spilla, bottone, bicchiere, cavatappi, zappa, etc…)  e in solitudine ricostruirlo mentalmente, analizzarne e visualizzarne la forma, le singole componenti, il colore, il materiale, l’uso a cui serve, le connessioni logiche e gli altri oggetti che ad esso si riconnettono, se ne può fare brevemente la storia rintracciando l’evoluzione dell’oggetto.

 

Tutto ciò in solitudine, concisamente, attentamente, il più minuziosamente possibile, senza divagazioni, concentrando i pensieri solo su tale operazione volitiva di ricostruzione  e di unificazione mentale di un oggetto ideato dall’uomo.

 

Ciò per circa qualche minuto.

Limpida attenta minuziosa operazione di pensiero contessuta di volontà.

Al termine di questa azione preliminare, occorre riprendere l’insieme dei pensieri dipanati attorno all’oggetto  (ossia tutto ciò che si è pensato nel corso degli almeno alcuni minuti)  e tentare di contemplarli TUTTI INSIEME, in sintesi, in un unico “concentrato” di significato.

 

Compiere o tentare di compiere ciò per almeno qualche altro minuto, regolandosi temporalmente ad intuito.

 

Così come spontaneamente, senza neppure esserne coscienti, al termine della lettura di un libro, il senso (la sintesi)  di tutto ciò che si è letto affiora nella mente in un unico insieme intuitivo, adialettico, che precede nei pensieri le parole con cui eventualmente si potrebbe descrivere ciò che si è letto, così  (coscientemente e volitivamente)  al termine della ricostruzione mentale dell’oggetto occorre fermarsi contemplativamente al livello di pensiero in cui la SINTESI di tutto ciò che si è pensato è una pura evidenza, un’idea allo stato formante, un senso pieno di significato che PRECEDE LE PAROLE con le quali eventualmente lo si potrebbe esprimere scomponendolo.

 

In definitiva si viene a consumare, ad incenerire, a trascendere il dialettismo, il dispiegarsi delle parole, la frase fatta, poiché quando si tenta di osservare unitariamente, in sintesi, in un unico “colpo d’occhio” mentale, tutto ciò che si è pensato attorno all’oggetto, NON SI PUO’  PIU’ PENSARE A PAROLE, si salta di livello, si è costretti a raggiungere, si è in grado di  “toccare”  la zona interiore in cui il pensiero sta per rivestirsi di un contenuto, di un significato discorsivo, è sul punto di farlo ma non è più le parole con cui lo si può tradurre e scomporre, è qualcos’altro, inizia a ritornare nudo: spogliato delle parole con cui si determina, il pensiero inizia a rafforzarsi ed a mostrarsi in quella zona sorgiva in cui ancora non può rivestirsi di errore.

 

L’apparente semplicità della tecnica concentrativa, l’apparente meccanicità che sembra contraddistinguerla, l’apparente lontananza da ogni contenuto metafisico – simbolico, magico, religioso può trarre in inganno i  “miopi dello spirito”, mentre in realtà è l’inizio e la chiave  di volta pressoché imprescindibile di ogni rettificazione individuale, di ogni ascesa conoscitiva dell’uomo verso il proprio assoluto.

 

Tutto il resto è erudizione.

 

Nulla può essere compreso se la capacità di comprensione è impura in partenza.

 

La prima ascesi attualmente è la rettificazione della propria capacità conoscitiva.

 

L’inizio di tutto non può essere un verità imparata  (qualunque essa sia e per quanto “giusta” essa possa essere)  dalla quale dedurre norme, orientamenti e dogmi, ma soltanto ed unicamente la verifica e la rettificazione della capacità che permette di imparare, ossia la coscienza e l’esperienza dell’atto del conoscere che è tutt’uno con la sua purificazione.

 

Insistere nella tecnica concentrativa permette di prendere coscienza del livello di luce in cui ancora non si pensa discorsivamente, poiché osservare in sintesi  – tutti assieme –  l’insieme di pensieri discorsivi dipanati attorno ad un oggetto e cercare di mantenere per alcuni minuti tale osservazione, implica un salto di livello interiore, ci si trova ad avere a che fare con UNA FORZA che tiene unita un’evidenza, che tiene unita l’essenza, l’idea, il concentrato adialettico  (privo di parole)  di quanto si è pensato.

 

Tale forza è pura.

 

Tale forza è ciò che continuamente dà vita a ciò che si pensa, ma che mai si è in grado di sperimentare, perché si è troppo avvinti al significato di ciò che si pensa, al prodotto del pensiero, al concetto pensato e non a ciò che permette di concepirlo.

 

Insistere nella tecnica concentrativa purifica.

E’ l’inizio.

E’ il progressivo SPERIMENTARE sempre più lucidamente l’elemento formativo dei pensieri, che non è i pensieri pensati ma ciò che permette di produrli.

 

E’ il progressivo prendere coscienza di sé al livello in cui i pensieri STANNO PER FORMARSI, superando il comune livello di veglia e dell’errore in cui si diventa coscienti di sé e del mondo nel pensato, fra i prodotti dialettici, discorsivi in cui l’elemento formante si è già rinchiuso e degradato, poiché gli innatismi e le predisposizioni caratteriali e la razza dell’anima sono ciò che ha ricoperto il suo cadere  – folgorare –  fra loro di per sé inerti.

 

E l’Io inizia a purificarsi nel prendere coscienza di sé senza dover pensare qualcosa ma pensando soltanto, poggiando sul potere formante dei pensieri e non sui pensieri già formati.

 

E’  l’inizio della libertà dalle opinioni,dalle verità accettate perché desiderate in quella forma, dalle frasi fatte che la propria personale natura preferiva.

 

Tramite la disciplina “concentrativa”  l’Io si conquista un terreno vergine, una zona pura, una luce di serenità di giudizio, ossia una autonomia dai propri vincoli che parallelamente è la possibilità di scorgere sempre più disinteressatamente  (secondo i propri compiti e le proprie possibilità)  il “nocciolo dei problemi” che si pone, sino a che la soluzione può spontaneamente fiorirgli in animo come naturale conseguenza del seme posto con la progressiva liberazione dell’Io.

 

Tale la via della Verità.

L’inizio di essa:

 

E con tale inizio l’anima si rischiara.

 

Poiché conoscere, concepire secondo verità è elevarsi alla qualità delle cose, alla loro bellezza morale, alla riposta purezza della realtà, mediante un atto interiore che è lucidità conoscitiva e splendore animico contessuti di volontà ossia di amore (si può volere solo ciò che si ama).

 

LA VIA DELLA POTENZA

 

La concentrazione del pensiero fa appello ad una zona di determinazione interiore che è la chiave della potenza, sia nell’analisi dell’oggetto creato dall’uomo, sia nella contemplazione della sintesi dei pensieri dipanati attorno all’oggetto,  si attinge ad una zona di decisione interiore che è crogiuolo di potenza.

Fissare l’attenzione pensante su di un oggetto insignificante e banale fabbricato dall’uomo e poi contemplare – o tentare di contemplare, il che è lo stesso – tutti assieme i pensieri  sviluppati intorno all’oggetto è sviluppare una volontà di attenzione cosciente fluente tramite i pensieri che è potenza.

Potenza dell’Io.

Potenza di determinazione.

Potenza di decisione.

Una individuale potenza di decisione che è asse interiore di fedeltà, di consacrazione, di dedizione al vero.

In antico tale potenza di decisione – che è consacrarsi ad un valore – poteva venire e veniva sollecitata ed eretta grazie alla spontanea capacità evocativa del sentire, dei sentimenti, dell’anima che sapevano “toccare” valori ideali (entità viventi) e dall’ardore che tale contratto accendeva, si enucleava forza di decisione interiore, la capacità di votarsi completamente, di consacrarsi del tutto ad un compito scelto in conformità a quei valori.

Ed era l’idealismo innato e spontaneo degli antichi.

Presente in tutti gli antichi, seppure in vario grado e misura, ed è una possibilità esaurita che non può essere imboccata in senso ascendente.

Ed è una via morta.

I mistici ed i cavalieri medievali agivano in questa direzione e da essa traevano forza.

Ma l’anima in essi era sana, forte, vigorosa, capace di orientarli nel mondo etico dei valori, capace di spietrificare le dottrine ed i simboli religiosi poggiando su essi la propria capacità intuitiva e morale, capace di sentire le qualità ideali come buone e sane o come cattive e malate.

Un’anima vasta e generosa splendente di un contatto emotivo per le qualità che sorreggono il mondo.

Un’anima che nell’unificare l’uomo secondo gli eterni valori non incontrava barriere celebrali.

La nascita del pensiero cerebrale moderno – ossia di un pensiero privo di intuizioni morali, capace di dipanare nessi logici soltanto razionali, capace di articolarsi in virtù di un intrinseco canone logico interno al pensiero e sordo ai suggerimenti evocativi dell’anima ad esso esteriori – ha segnato la fine, lo strangolamento, la morte dell’anima come organo di conoscenza innata e di orientamento spontaneo.

La barriera cerebrale è quanto si è sviluppato nell’uomo moderno e ha dato origine all’attuale civiltà agnostica e priva del sublime (del Divino).

E’ la solitudine – nei migliori è l’angoscia – che ogni uomo moderno sperimenta all’interno dei propri pensieri.

E’ la solitaria potenza razionale in cui ciascuno sa – più o meno consapevolmente – di essere separato da tutto e da tutti, dal vivente, dalle certezze ultime, da un reale rapporto con l’Eterno, con l’assoluto, col sublime, col superumano.

E’ l’isolamento all’interno della propria potenza concettuale, una vera e propria barriera che sa solo scomporre in pensieri razionali ogni aspetto del mondo e degli altri, che sa solo ricomporre in cerebralismi privi di slancio e di spontaneità il mistero dell’esistere, che sa solo parlare, pensare a parole, quando si vorrebbe provare amore o pietà, coraggio o dolore, amicizia o tripudio, ossia quando si tenta il collegamento unificante con una qualità, con un valore vivente super razionale.

La barriera cerebrale è un potere di pensiero che isola da tutto e da tutti, un deserto, un nulla puramente logico in cui ciascuno è solo, in cui ciascuno è libero, in cui ciascuno può disporre di se ed è responsabile di quanto compie.

Gli antichi erano meno liberi.

Mancando – poiché in via di svilupparsi – la barriera cerebrale, un orientamento riguardo al senso della vita era spontaneamente fornito dall’anima.

Mai un antico ha avuto problemi esistenziali.

Non avrebbe potuto.

Vi furono antichi che scelsero il male, ma – in occidente – la loro visione del male era sorretta dalla comprensione animica del bene, sapevano di compiere il male nella visione di un bene che sapevano esistere, che conoscevano, che sapevano di trasgredire, di tradire, di offuscare ma che esisteva, e che veniva da loro percepito.

Sapere di compiere il male non è compierlo fino in fondo, poiché una visione animica del bene ne è alla base e ne crea il rimorso, la nostalgia del celeste, una dilacerazione interiore che impedisce di demonizzarsi, di corrompersi del tutto.

Percepire il bene compiendo il male è compierlo in uno stato di relativa ingenuità.

Gli antichi erano ingenui.

Qualunque atrocità abissale da loro commessa  – e ne commisero molte – è paragonabile alle perfidie  (a volte atroci ) dei bambini: sono compiute in stato di inconsapevolezza parziale di semicoscienza, di ingenuità sostanziale, il bene può rifiorire in ogni istante facendovi appello, il male non è mai definitivo.

Le atrocità ma soprattutto i superbi splendori degli antichi rientravano ancora in una “economia dei divini”, in uno scontro tra potenze ideali, tra Dei che agivano tramite le anime degli uomini, la cui responsabilità interiore – che comunque vi era – era minore di ora .

In Occidente ad ogni antico – dopo la venuta del Logos – era innata la sensazione, il calore, il sentimento, la percezione animica del bene ( di ciò che è universalmente il bene, la potenza solare che tutto sorregge ) sia che vi aderisse  – secondo le proprio possibilità –  sia che vi rinunciasse per desiderio di vita.

Comunque agisse sapeva del bene.

Spontaneamente la forza del bene fluiva in tutti.

E quindi uno stato di ingenuità – ossia un potere di redimersi, una forza del rimorso – obbligava tutti a non potersi incattivire del tutto, obbligava tutti a vedere comunque, a vivere comunque, a percepire comunque il bene.

Poi l’avvento della barriera cerebrale.

L’avvento dell’uomo solo, che dipende da sé, dai propri pensieri astratti – perché incapaci di vedere il mondo quale è: sorretto dal bene e assediato dal male – pensieri che proprio in quanto astratti (ossia ciechi verso le potenze morali del mondo ) sono liberi.

Liberi di restare astratti (ossia di incattivirsi) o di superare l’astrattezza.

Liberi da ogni percezione obbligata – perché spontanea – del bene e quindi capaci di compiere il male peggiore: quello completamente estraneo ad ogni percezione del bene, quello la cui scelta ricade completamente sulle responsabilità individuali, quello privo di ingenuità, privo di rimorsi, arido, consapevole, tetro, convinto di sé.

Un male diretto, privo di scrupoli, convinto della propria potenza che è potenza di non essere più umano.

Il male del pensiero astratto che non vuole saperne di vincere la propria astrattezza, di riattingere all’eterno, al vivente, agli eterni valori, che vuole continuare ad inebriarsi dell’assenza di vincoli morali che la astrattezza fornisce, che vuole restare quale è, irrimediabilmente vincolandosi sempre più al subumano.

Questo male può essere vinto.

Deve essere vinto.

La barriera cerebrale isola da ogni percezione obbligata del bene (e quindi anche da ogni percezione del male, poiché la percezione del male può sorgere solo dal paragone col bene), la barriera cerebrale è una nebbia molto intelligente che può giostrare con i concetti in maniera tanto abile quanto errata, è come possedere un grande potere di comprensione intellettiva senza riuscire ad avere realtà viventi da comprendere, senza avere “materiali” su cui esercitare, su cui usare tale potere; pertanto è un potere che gira a vuoto, che non afferra nulla, che vorticosamente accelera la ginnica intellettiva nell’astratto.

Tale potere intellettivo astratto, proprio in quanto tale ha come costante sottofondo semiconscio la sensazione di soffocare.

Si tratta della percezione semiconsapevole del potere cosciente, dell’enorme potere di intelligenza individuale che ci si trova a dover amministrare e che d’altra parte non riesce ad afferrare nulla, non riesce ad afferrare entità, realtà capaci di soddisfare la sete di potenze reali nelle quali immettersi tramite il pensiero.

E’ come essere intelligenti nel punto zero di tutti i valori.

C’è l’intelligenza ma mancano i valori sui quali poggiarla.

C’è l’intelligenza ma manca il terreno, la realtà su cui poggiarla.

C’è l’intelligenza ma non c’è nulla che possa nutrirla.

Tale è la situazione iniziale dell’uomo moderno.

Si è intelligenti nella totale sterilità di un mondo e di una vita che sembrano privi di senso, scopo, mete.

Tale intelligenza può compiere una sola azione: contemplare se stessa.

Può compiere unicamente l’ascesi del pensiero.

La tecnica della concentrazione.

Nel punto zero di tutti i valori, un solo valore resta: il potere che permette di accorgersi di tale vuoto.

L’acume pensante.

In cui già è presente – inespresso – il bisogno, ossia il ricordo di una realtà capace di dare un senso alla vita.

Il bisogno di una realtà di cui il deserto è la mancanza e la negazione.

Ed è la via della potenza.

La via dell’impossibile potenza.

Poiché all’intelligenza astratta appare impossibile superare il deserto, pur riconoscendone l’esistenza, pur soffrendone la presenza.

Ed invece la potenza capace di spezzare il deserto gli è interna: è la potenza che permette ai concetti di concatenarsi tra loro.

E’ la potenza che permette di muoversi entro i pensieri.

E di una forza si tratta.

Di una potenza.

Una realtà che è oltre ogni barriera razionale.

Oltre ogni morta aridità.

Oltre ogni deserto.

La via della Potenza.

La potenza di manifestare il sovamentale consacrato.

 

LA FONTE

 

Se vi è sufficiente acume per accorgersi del deserto:

Se vi è sufficiente limpidità per soffrirne:

Se vi è sufficiente vastità intuitiva per comprendere che si è sull’orlo di un abisso razionale incolmabile: allora la potenza può essere ipotizzata.

Si può giungere a sospettare che l’estrema capacità intellettiva è in se una forza.

Ed è in se l’unica vita in una sfera di morte conoscitiva.

Ed è la via dei tempi attuali.

L’unica via.

Il passo ulteriore è viverla questa potenza.

Percepirla.

Elevarsi ad essa.

Abbeverarsi al suo fluire.

Ed è la tecnica della concentrazione.

Indicata da Massimo Scaligero.

Donata da Massimo Scaligero.

In base agli insegnamenti di Rudolf Steiner.

Poiché tentare di contemplare la sintesi dei pensieri usati per descrivere un oggetto, è in definitiva finire per contemplare la forza che li tiene uniti, la forza che tiene unito il senso, il significato che essi sono.

Tale forza è la vita.

Dapprima appunto potrà essere concepita solo come una potenza ma sperimentata che sia, essa col tempo si disvelerà come un valore che vive.

La potenza si svelerà: vita superiore.

Vita.

Valore in cui l’intelligenza ed il puro sentire diventano tutt’uno.

Valore in cui l’intelligenza svela la propria anima eterna.

L’impossibile.

Ciò che all’interno della barriera razionale appare impossibile diviene realtà: l’anima eterna cui gli antichi si abbeverarono tutti, è intima al pensiero, è intima alla potenza che permette di pensare e di muoversi nei pensieri.

Ed è la progressiva morte di ogni deserto.

E’ superare l’abisso razionale.

E’ riuscire a respirare oltre ogni soffocamento.

Poiché ora l’intelligenza ha veramente ciò su cui immettere l’enorme acume che prima dispiegava unicamente per dubitare e per soffrire del vuoto.

Ed è proprio questo il senso del deserto e della barriera razionale: che tutto rivelandosi vuoto e privo di scopo, permette in quella suprema nudità sofferente di accorgersi della nuova vita che albeggia là ove si riflette sul vuoto, là ove si diviene coscienti del nulla.

Tale nuova vita è una potenza che può logicamente essere ipotizzata.

La potenza del proprio muovere entro pensieri che sanno di essere giunti là ove ogni ulteriore riflettere sul mondo, sulla vita, sui valori è un barare con se stessi.

Ogni pensiero può essere errato o irreale ma indubitabile è la realtà di ciò che li concatena e li fa muovere.

Una potenza.

La potenza.

La fonte di vita.

Nella sintesi della concentrazione essa affiora.

In quello sforzo.

Nello sforzo di mantenerla.

Nella lotta interiore che si sviluppa per continuare a contemplare la sintesi.

Tale lotta, tale sforzo impegna il più intenso acume di pensiero, poiché si ha a che fare con un ente che si è manifestato tramite l’oggetto analizzato, ma che non ha nulla a che vedere con esso, in quanto ciò che si finisce per contemplare è il mistero del prodursi dell’intelligenza in un uomo.

Si finisce per contemplare ciò che in noi è il mistero del nostro essere individui raziocinanti.

Si finisce per contemplare il potere che in noi si fa intelligenza individuale.

Si entra in contatto con il mistero della nostra vita cosciente. Tale mistero è una potenza in cui sottile ed impalpabile vive il sentire, l’eterno sentire, l’anima eterna del solo valore, la fonte eterna di ogni verità.

Una fonte oggettiva, universale, valida per tutti, seppure individuale e sperimentabile unicamente all’interno del proprio pensare.

Ed è la via della potenza.

La potenza di ritrovare l’anima eterna.

Il sentire.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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HELIOS FUOCO SOLARE FK 18 OTT 2012 FK 004

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

I SAGGI DI ANTONIO – N. 4: IL LOGOS E IL PENSIERO

 

Si possono praticare gli yoga più rigorosi, possedere le tecniche segrete del Tantrismo, essere partecipi di catene occidentali operanti secondo canoni ritualmente ineccepibili, conoscere le più sottili distinzioni del “tradizionale” dal non-tradizionale: tutto ciò serve ben poco allo sperimentatore di questo tempo, se egli non avverte che il pensiero da cui muove e mediante il quale comunque regola se stesso e fa le sue scelte interiori, non è il vero pensiero, ma il riflesso di una luce originaria che non gli è cosciente, e che tale riflesso, come processo dialettico, dipende in gran parte dall’organo cerebrale, che normalmente, come uno specchio deformante, lo altera, asservendolo ad influssi ascendenti dalla natura corporea. Un tale pensiero riflesso gli può concedere tutte le soddisfazioni dialettiche e persino esoteriche, ma non lo lascia uscire dal limite umano, soggettivo, luciferico, in realtà materialistico.

Un tale pensiero riflesso può anche apparire sagace e sublilmente filologico nella identificazione del “tradizionale”, severo nella sua tensione critica, fedelmente echeggiante lo stile dei maestri della Tradizione: può mettere a posto tutti, dando a ciascuno la lezione che merita riguardo al suo tipo di allineamento, e tuttavia non afferrare la benché minima particella del mondo sovrasensibile in nome del quale parla. Il riflesso in realtà, non è luce.

L’arte del cercatore di questo tempo è risalire dal riflesso alla luce, dal pensiero morto al vivente. Morto è invero il normale pensiero intellettuale, o razionale: effettivamente gli è vietata la connessione con il Logos, con il Mistero perenne della Iniziazione, cioè “secondo Melchisedec”.

Non sarà mai abbastanza sottolineata l’importanza che ha per lo    s p e r i m e n t a t o r e  l’ascesi del pensiero, ai fini di un accesso non erroneo al dominio del Logos. Tale ascesi ha come oggetto lo svincolamento del mentale, e perciò di tutta la vita interiore, dalla mediazione cerebrale, per il fatto che eccezionalmente si realizzi l’indipendenza del pensiero logico dalla mediazione, sino alla percezione di qualcosa che cessa di essere pensiero: è piuttosto forza-pensiero.

Si tratta della prima percezione interiore autentica, cioè lucida come una normale percezione sensoria. Nell’adepto moderno, infatti, il lucido stato di veglia della normale esperienza autocosciente, logica o matematica, è la misura della regolarità della percezione sovrasensibile. Ogni forma di sperimentazione che dia luogo a sonno, o sonnolenza, o condizione sognante, non è spirituale, ma medianica, anche se il suo contenuto presenti caratteri di grandiosità.

Una condizione sognante poteva legittimamente accompagnare determinate esperienze magiche, o mistico-estatiche, ancora alla fine del 1800, attingendo esse ai sopravviventi residui di una connessione del corpo vitale superiore con le forze pre-dialettiche del pensiero: non più oggi, date le operazioni compiute dai Maestri iniziatori – secondo l’Ordine dell’Iniziatore perenne – nell’aura della Terra, in rapporto all’inevitabile stato di ottusità di coscienza della generalità umana, determinatosi con la ulteriore caduta nel materialismo, cioè con la definitiva discesa della coscienza al
livello del pensiero riflesso, la cui regolarità è esclusivamente logico-matematica.

E’ il livello all’altezza del quale è inevitabile il materialismo, ma è parimenti il primo livello in cui l’uomo può accogliere l’Io allo stato di veglia. Ma occorre che questo stato di veglia sia reale. La coscienza dialettica è già semisognante. E’ importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere individuale. E’ inevitabile che l’autocoscienza nasca dapprima come inferiore individualismo.

Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti appartiene all’Io: deve essere recuperata da questo. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti, purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla croce nera: segno, questo, dell’ordine originario dei quattro elementi riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentisi all’Io. L’Io è in sé l’Io superiore.

Il cercatore di questo tempo deve rendersi conto che sperimentare lo Spirituale significa non avere sensazioni eccentriche o evocare simboli pre-interpretati, bensì percepire concretezze assolutamente sovrasensibili, altrettanto obbiettive quanto quelle sensibili, anzi assai più reali di queste. E’ proprio tale realtà che contrassegna l’obbiettività dell’esperienza e del suo potere solare. Se vuole sperimentare il Sovrasensibile, il pensiero deve afferrare se stesso non in una ipotetica sua determinazione, bensì là dove il momento della indeterminazione è quello della sua attività più lucida e originaria, in quanto processo produttivo di concetti e idee: qui la coscienza può attuare una sua realtà che normalmente le sfugge, pur presupponendola di continuo.

Lo strumento interiore che consente all’indagatore di concepire il Sovrasensibile è il pensiero. Quale che sia l’esperienza della coscienza a cui possa accedere e che giunga a formulare, non essendogli possibile dapprima se non mediata, da pensiero a pensiero, da idea a idea, così da essere in verità sostanziata di pensiero, esige che egli ponga l’esperienza predialettica del pensiero alla base della ricerca. Egli può dapprima avere il Sovrasensibile come contenuto noetico “tradizionale”, praticamente come contenuto di pensiero: il passo ulteriore è la percezione di tale contenuto, mediante un’attività interiore talmente intensificata da potersi attuare essa stessa come contenuto.

L’indagatore apprende che non si tratta di elaborazione razionale di un contenuto estrarazionale, bensì di penetrazione interiore del moto puro della razionalità. Il pensiero è lo strumento della coscienza e della coscienza di sé. La coscienza si manifesta bensì mediante il supporto dei centri corticali, del tronco encefalico e l’incontro degli organi sensori con il mondo sensibile, ma essa può sapere di tale mediazione grazie a un atto di pensiero, indipendente dalla mediazione stessa. Nel momento in cui la coscienza di tale atto sorge, l’uomo ha il reale rapporto con il mondo e con se medesimo.

E’ legittimo parlare: a) di una forza-pensiero esistente prima della mediazione cerebrale; b) del suo farsi cosciente grazie a tale mediazione; c) della sua possibilità di attuarsi cosciente fuori della mediazione, in quanto la conosca e la superi. Si può dire che il pensiero moderno si è inceppato nella seconda fase, che ha senso unicamente in ordine alla prima e alla terza. Coloro che oggi contestano la civiltà tecnologica, inconsapevolmente tendono alla terza fase, ma permangono prigionieri nella seconda, perché non dispongono di sufficienti forze di coscienza per intenderla: cadono nell’equivoco di un’azione volta contro strutture economico-tecnologiche il cui esistere è in sé un valore neutro: è illegittimo soltanto alla posizione del pensiero, soggiacente senza saperlo alla mediazione cerebrale e perciò incapace di quella identità con sé che sola può decidere del giusto uso della tecnologia.

Chi osservi il processo razionale, in effetto constata come ordinariamente il pensiero divenga cosciente di sé nel momento del suo determinarsi dialettico, che è il momento della mediazione cerebrale. Come antecedente di tale momento, mediante la concentrazione, può intuire il puro moto del pensiero: che può dirsi metadialettico. Questo moto è tanto più sollecitato a divenire cosciente, quanto più il pensiero è capace di di volgere non alla propria dialettica, ma a se medesimo: che è a dire, non alla comprensione del proprio essere, ma al proprio essere medesimo: che non ha bisogno del proprio essere compreso, per essere.

Da una simile osservazione si ricava in primo luogo che il pensiero ogni volta diviene cosciente, in quanto determina se stesso da un prius indeterminabile, che è il suo essere. Di continuo si pensano pensieri di cui non si ha preventiva coscienza e di cui non si presuppone il contenuto. Non c’è nessun nume che predisponga i pensieri che l’uomo pensa: ogni pensiero ha in sé la propria essenza. Lo sperimentatore in tale direzione può riconoscere il punto in cui sorge il suo essere libero, come pensiero. Tale libertà egli può attuare come percezione del momento originario del pensiero, o come visione interiore del suo determinarsi. E’ la via cosciente al Logos.

Quando volitivamente si rivolge al pensiero l’attenzione cosciente, come nella concentrazione, si constata che esso scaturisce da una “zona” di cui inizialmente non si deve avere coscienza, se si vuole trarre da essa tale attenzione, che è una con il momento originario del pensiero. Risulta qui una direzione verso la quale occorre dirigere la ricerca, se si vuole incontrare la soglia della coscienza e sperimentare ciò che significa il mondo intuibile oltre essa. Si è sulla Soglia mentale del Sovrasensibile, ossia là dove si ha la possibilità di percepire dinamicamente la diversità profonda dello Spirituale dallo psichico.

Il problema del Sovrasensibile postula il metodo della penetrazione della struttura del pensiero. Occorre che il pensiero realizzi il proprio essere metadialettico, perché possa attuare in sé le funzioni estracoscienti o supercoscienti dell’Io, grazie al quale dominare la subcoscienza, o l’inconscio emozionale-istintivo. Tra il supercosciente dell’Io e l’inconscio fisiopsichico deve essere sperimentata dall’indagatore una distinzione essenziale, se egli non vuole essere tratto su un sentiero illusorio, e perciò patologico, dalla mistione ordinaria delle forze psichiche: in quanto non sappia distinguere la cosa dal concetto della cosa, l’inconscio dal concetto di inconscio; concetto in cui già l’inconscio comincia a essere dominato.

Quanto poco una simile distinzione sia speculazione filosofica o introspezione psicologica, si può ricavare dal fatto che l’operare mediante il concetto implica non la comprensione o l’elaborazione di un determinato significato, bensì la percezione della sua dinamica: come di un contenuto che non ha bisogno di venir capito, per essere nostro. Il capire infatti è già un uso determinato del concetto, in relazione a qualcosa di cui si vuole il significato. La filosofia può dare la dialettica del concetto, ma in quanto filosofia cosciente dovrebbe indicare, come sua ultima istanza, la osservazione del pensiero, fuori dal suo significare qualcosa. Tale

osservazione, o contemplazione, conduce a percepire in un primo momento l’identità con sé dl pensiero e, in un secondo momento, l’unità originaria del pensare con il sentire e il voler, connessa con le Gerarchie del Cosmo. Si tratta della sfera supercosciente dell’Io.

L’esperienza del concetto è un’operazione pre-iniziatica. E’ importante rendersi conto che il concetto è in realtà non è una sintesi di rappresentazioni, ma anzitutto un quid adamantino che si serve di tale sintesi.

L’esperienza del concetto dà modo all’indagatore di enucleare un puro potere di pensiero capace di identità con le forze profonde del sentire e del volere. Egli ha a che fare con qualcosa di più del pensiero dialettico: con la forza-pensiero che sempre lo produce in relazione a un dato. Il dato viene tolto alla sua immediatezza dal pensiero in movimento: questo pensiero può essere ravvisato come un dato esso stesso e come tale percepito. In tale direzione è possibile incontrare le forze da cui normalmente scaturisce la vita dell’anima. Potendo avere obbiettiva innanzi a sé la corrente del pensare nella quale normalmente è immedesimato, l’indagatore riesce a percepire le forze cosmiche interne al pensare: il puro sentire, il puro volere. Le sente fluire dall’Universo, animare la natura e in lui farsi veicoli dell’Io Superiore.

Se può sperimentare il pensiero non come pensiero di qualcosa, ossia non come forma di un qualsiasi contenuto sensibile o interiore, ma come forza formatrice non vincolata ad oggetto, egli si trova dinanzi a un contenuto in sé, fatto di puro pensiero e dotato di interna vita. Se giunge a contemplare tale contenuto, lo sperimenta come affiorare di una corrente di vita indipendente dal sentire e dal volere ordinari, ma in sé recante le forze originarie di questi, il Logos fluente dal Cosmo. Interiormente egli può sperimentare una distinzione decisiva, tra il sentire-volere necessitante la coscienza mediante la forma richiesta dalla natura soggettiva, e le forze originarie del sentire e del volere, che egli percepisce grazie all’esperienza liberatrice del pensiero.

Può scoprire che a questo livello si svolge la vera relazione del pensiero con il sentimento e la volontà, in quanto il pensiero muove secondo il suo immediato potere di estrasoggettività, o di universalità. A un tale grado, il discepolo si trova alla Soglia del Mondo Spirituale. Comprende il vero senso della Via del Pensiero. Il pensiero deve essere posseduto, sino a che dalla sua estinzione nasca la forza di luce di cui esso è alienazione: ma a questo punto egli sa che la Luce viene dal perenne Iniziatore degli Iniziati.

Nell’epoca dell’autocoscienza, una guida spirituale può aiutare il discepolo soltanto se gli dà modo di attingere in sé le forze per l’accesso al Sovrasensibile, che è a dire per l’incontro con il proprio Maestro iniziatore. Non lo abbaglia con dottrine presupponenti una specifica visione del mondo o con interpretazioni già fatte di simboli e miti, bensì lo aiuta a essere egli stesso il liberatore del pensiero dalla maya dialettica e l’interprete diretto dei simboli Un simbolo già interpretato può divenire un ostacolo alla identificazione del suo contenuto trascendente, salvo che l’operatore abbia già realizzato l’indipendenza del pensiero da qualsiasi dialettica, sia pure formalmente esoterica.

L’attuale periodo è reso ancora più saturo di insidie dal fatto che la dialettica di taluni “maestri” può essere formalmente esoterica, grazie ad un padroneggiamento del pensiero, che tuttavia non è superamento del limite dialettico: perché tale superamento può avvenire solo grazie a un ben determinato metodo, all’interno del pensiero stesso, come atto non dialettico, che congiunge il puro mentale individuale con l’Intelligenza cosmica. In verità chi trova Melchisedech, trova il Logos. Se non trova il Logos, è perché non ha potuto ancora incontrare Melchisedech. Occorre meritare di conoscere, o riconoscere, il metodo giusto.

Antonio Massimo

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Nota di Isidoro:

Allora, cari amici, i quattro scritti precedenti, che sono nell’ordine: Scienza dell’Io e Concentrazione, L’illuminazione, Concentrazione e Liberazione, Il Logos e il Pensiero, furono scritti da “Antonio” per ambienti di esoterismo tradizionale. Scritti quando il suo nome riuscì a varcare le fortificate muraglie di ambienti che, di solito, tra la rappresentazione dell’Antroposofia e la morte avrebbero indiscutibilmente scelto la seconda. Perciò appartengono ai tempi della sua avanzata maturità. Senza polemizzare con questo o quello, “Antonio” in questi quattro articoli dice tutto quanto è necessario. Anzi, notate come in poche righe di “Concentrazione e Liberazione” indica l’operazione fondamentale, capita da pochi e favoleggiata da troppi.

Ho scritto “dice tutto quanto è necessario”, cioè senza damaschi o arabeschi. Non nasconde nulla e anzi, troverete che sovente ripete più volte gli stessi concetti, perché vuole che le cose siano capite.

Potete studiare questi Saggi, perché è fatale che interi brani non vengano compresi. Ma, per favore, non pensate neppure per un attimo che siano troppo difficili, e che perciò dunque non vi riguardino. Faccio un esempio facile: si parla di “anima cosciente” o di livello “matematico o logico”: allora uno pensa di essere già fuori dal gioco. Così non è: riuscite a misurare i lati di un tavolo, indipendentemente da passioni, simpatie, opinioni? Fate vostra per qualche attimo la condizione interiore che avete messo in moto mentre misuravate, la “condizione” vostra e del vostro pensiero in quel momento. Fatto? Bene! Eravate nella condizione che viene chiamata “anima cosciente” e avete applicato tutta la matematica e tutta la logica del mondo!

Continuate così, date concretezza ad ogni frase, riferitela a voi, alla vostra vita e se qualcosa proprio non passa, quello è un mistero per il futuro, è l’impulso propulsivo per i giorni che verranno…se ci date dentro con la disciplina di pensiero. Nemmeno Padreterno potrebbe spiegare razionalmente tutta una serie di esperienze che sono anche di un pelo sopra la razionalità.

“Antonio” ha detto tutto il necessario per chi volesse tentare (due settimane, vent’anni, chissà).

Già che ci siamo, per molti sarà chiaro che qualche pedata la molla al Barone e al Francese, ma se avete gli occhi aperti, certe osservazioni valgono per tutte le figure che non danno il retto aiuto ai discepoli, per tutti i Movimenti che, formalizzandosi, razionalizzano lo spirituale che c’era e che se c’era, se l’è svignato da un pezzo e per coloro che hanno preferito fare qualche passo indietro verso un più facile settarismo, fideistico e simil-mistico: alla fin dei conti notevolmente peggiore rispetto all’interminabile “studio” praticato da diversi antroposofi.

Ah! Mi stava sfuggendo: m’è parso che l’Autore sottolinei un tantino spesso il prius del pensiero. Strano! Proprio ora in cui s’è arrivati (come disciplina esoterica del volere) al sacrificio di saltare il bicchiere di vino a pranzo…

I SAGGI DI ANTONIO, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ASCESA DELL'ANIMA

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Il grande Socrate presenta l’ascesa dell’anima attraverso svariate allegorie, la più celebre delle quali è quella del mito della caverna scritto da Platone nel settimo libro della Repubblica.
Platone, come ben sappiamo, è la voce di Socrate dato che “ il padre della filosofia” ha prediletto il parlare allo scrivere. Di Socrate nessun manoscritto è mai saltato fuori dalla sabbia di qualche deserto o dal fondo di una biblioteca.
Sembra proprio che, nonostante il passare dei millenni, il mito della caverna sia sempre di grande attualità!

Degli uomini incatenati in una caverna con la schiena rivolta all’entrata, non possono vedere che le ombre che si disegnano sul fondo dell’antro che è la loro prigione. Non avendo mai visto altro del mondo esterno che queste ombre, immaginano che che esse costituiscano l’unica realtà.

Uno di questi prigionieri viene slegato, viene fatto girare fino a vedere la luce. Anchilosato e abbagliato, l’uomo comincia a soffrire e a non distinguere più niente.Deve poi scalare  l’interno della montagna per risalire verso un’apertura dalla quale provengono dei raggi della luce del giorno, ascensione difficile e particolarmente terrorizzante ma una volta uscito e arrivato alla luce, non può sopportarne lo splendore.

Deve quindi abbassare gli occhi e cominciare col guardare le ombre, i riflessi, i chiarori lunari e notturni prima di poter affrontare quella luce troppo forte per le sue forze.
Alla fine arriverà a vedere il Sole e comprenderà che esso governa il mondo.
Dopo aver avuto accesso alla visione ed alla comprensione della realtà,
attraverso una progressione lunga e laboriosa, se ritornerà dai suoi antichi compagni per spiegarla, si scontrerà con le loro risate, il loro scherno e ben presto con il loro odio.
Essi, se potranno, lo uccideranno.

Simbolo dell’avventura socratica, l’allegoria mette in evidenza il contrasto tra due realtà:quella delle ombre, che costituisce la realtà ordinaria dell’uomo, e un’altra realtà, incomparabilmente superiore, che permette di illuminare la prima in seguito alla comprensione del mondo soprasensibile al quale si accede solo a prezzo di una lunga e faticosa ascensione.

L’allegoria insiste sulle dure prove della salita e sulla difficoltà di comunicare agli altri la vera realtà che si è contemplata, perché essa si realizza unicamente in un’ esperienza spirituale, non riducibile a dimostrazione empirica.

Quello di Socrate è un invito alla ricerca, l’invito ad un lavoro su se stessi, che intuiamo come diventi sempre più urgente per il bene di tutti.

I veri filosofi, dice il Socrate della Repubblica, sono coloro che amano contemplare la Verità, e questa Verità non potrà mai venir raccontata in parole.

Per cercare di capire cosa intenda qui Socrate, possiamo fare l’esperienza che nessuna descrizione di una vera opera d’arte potrà mai suscitare in noi ciò che provoca il poterla contemplare. Nessuna dotta spiegazione potrà mai paragonarsi al contatto diretto con l’opera.

Si può proprio asserire che “la Verità è uno spettacolo”, e spettacolo può diventare tutto il mondo intorno a noi se guardato con occhi diversi.

La Verità è “il reale”, è la “realtà delle cose”, ma questa realtà si trova oltre la parvenza, si trova quando la parvenza, grazie al pensare, diventa essenza.

La conoscenza autentica non è dunque comunicabile, non può essere dimostrata, dal momento che può venir colta solo in una visione spirituale che presuppone una lunga preparazione.

Solo a pochi grandi iniziati è data la facoltà di saper trasporre in chiari concetti quanto percepito nello spirituale, per poterlo comunicare a chi ha fame e sete di verità.

ALTRO

ISIDE SOPHIA – NONA Lettera (Parte I)

Denderah

NONA LETTERA

Dicembre 1944

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

SATURNO

Nell’ottava Lettera abbiamo sviluppato un metodo per comprendere le attività dei corpi celesti nel nostro sistema planetario, ed abbiamo mostrato come l’immaginazione del candelabro a sette bracci sia una figurazione delle influenze planetarie. In questa e nelle lettere successive sarà nostro compito entrare più in dettaglio riguardo a queste attività.

Willi Sucher

Abbiamo visto nella nostra ultima Lettera l’essenza del tempo nello spazio e siamo giunti alla conclusione che Saturno deve essere attivo ovunque; ovunque la semplice esistenza animica entra nell’esistenza fisica. Allo scopo di fare un ulteriore gradino nelle nostre investigazioni nella natura di Saturno, dobbiamo considerare due indicazioni date da Rudolf Steiner nei suoi libri La Scienza Occulta nelle sue linee generali e Teosofia. Possiamo usarle, per così dire, come chiavi per aprire la porta nel regno della conoscenza.

Ne La Scienza Occulta nelle sue linee generali, specialmente nel IV Capitolo: “Evoluzione cosmica e umana”, Rudolf Steiner delinea le condizioni che hanno preceduto la creazione dell’Universo nel quale viviamo. Egli parla di vari stadi dell’evoluzione pre-terrestre che sono chiamati, secondo la tradizione occulta, Antico Saturno, Antico Sole e Antica Luna. Nelle Lettere precedenti abbiamo già menzionato l’evoluzione dell’Antico Saturno, tuttavia così lontana che non abbiamo proceduto oltre nella descrizione. Ciò nonostante abbiamo un’idea di come il nostro Universo giunse ad esistenza attraverso la possente opera di Entità Spirituali che sono attive dietro il velo degli eventi fisici.

Durante l’evoluzione dell’Antico Saturno, per la prima volta nel corso degli eventi apparve la sostanza fisica, sebbene essa non si evolvette oltre lo stato di calore o di fuoco. Ciò non fu causato da un’unica categoria o gruppo di Entità Spirituali, bensì dalla comune attività di tutti gli Esseri dell’Ordine delle Gerarchie. Vogliamo ora ricordare i nomi delle Entità delle Gerarchie che sono implicate in questa attività, per aiutare il lettore a comprendere questa e le Lettere successive. I nomi differiscono nei vari insegnamenti occulti, perciò sono dati qui i diversi gruppi che mostrano la loro corrispondenza. [La tavola che segue, sotto la colonna col titolo Scienza Occulta riporta le denominazioni usate nell’opera Scienza Occulta di Rudolf Steiner].

9_cori_angelici

Scienza Occulta

Bibbia

Dionigi
Areopagita

Greco

Prima

Spiriti dell’Amore

Serafini

Serafini

Seraphim

Gerarchia

Spiriti dell’Armonia

Cherubini

Cherubini

Cherubim

Spiriti della Volontà

Troni

Troni

Thronoi

Seconda

Spiriti della Saggezza

Dominazioni

Signorie

Kyriotetes

Gerarchia

Spiriti del Movimento

Virtù

Potenze

Dynameis

Spiriti della Forma

Potestà

Potestà

Exousiai

Terza

Spiriti della Personalità

Principati

Principati

Archai

Gerarchia

Spiriti del Fuoco

Arcangeli

Arcangeli

Archangeloi

Spiriti del Crepuscolo

Angeli

Angeli

Angeloi

Tutte le Gerarchie operarono insieme per causare gli stadi essenziali dell’Antico Saturno. Ogni Gerarchia ebbe, per così dire, un certo còmpito. Dopo che questo còmpito fu completato, un’altra Gerarchia portò avanti l’evoluzione ad un altro livello di perfezione. Questo grande giro di evoluzione che chiamiamo antico Saturno, insieme con tutto ciò che fu creato in esso, viene ereditato nel corpo che nel nostro Universo solare osserviamo astronomicamente come Pianeta Saturno.

Nulla viene perso nell’evoluzione del mondo; niente di ciò che una volta è stato può scomparire. Esso esiste ancora, sebbene possa essere nascosto dietro l’apparire esteriore del mondo dei sensi. Così l’Antico Saturno non è soltanto qualcosa che è stato, giacché esso può essere trovato ovunque: per esempio nell’attività del Pianeta Saturno e così in molti altri rapporti, di alcuni dei quali dovremo parlare in séguito.

Il Saturno del nostro Universo solare è il più esteso dei sette “vecchi” Pianeti, cioè di quei Pianeti che l’essere umano può ancora percepire ad occhio nudo. Perciò la sua orbita è la più grande di quella di tutti gli “antichi” Pianeti, e sappiamo che per percorrere una volta la sua orbita Saturno ha bisogno di circa 30 anni. Sappiamo pure che Saturno ha una forma peculiare. Lo percepiamo come un globo che è sospeso o che riposa dentro ad un immenso circolo luminoso. Se con un telescopio guardiamo verso Saturno, percepiamo il suo circolo luminoso e dentro ad esso il globo illuminato del Pianeta. Una spiegazione realmente soddisfacente di questo fenomeno non è stata trovata, ma se guardiamo il Saturno di oggi come la percepibile “memoria” dell’Antico Saturno, possiamo accettare il seguente suggerimento: Rudolf Steiner, nella descrizione dell’evoluzione dell’Antico Saturno nel libro Scienza Occulta, menziona il fatto che questo “Pianeta” era circondato da una “atmosfera” di carattere spirituale. Da questa atmosfera spirituale circostante le Gerarchie riversarono le loro attività entro il corpo del Pianeta. Questo fatto è rimembrato negli anelli del Saturno attuale.

troni

Ora, dobbiamo tener presente che il reale “corpo” del Pianeta Antico Saturno fu creato dalla sostanza di Volontà sacrificata dagli Spiriti di Volontà o Troni. Così possiamo affermare che i Troni sono gli Spiriti dominanti dell’Antico Saturno, poiché nella sostanza dell’Antico Saturno, che in stadi successivi divenne calore, la loro sostanza era presente, e questa deve venir ereditata in tutte le successive trasformazioni che la sostanza originaria attraversò. Essa deve perciò, nel nostro Universo solare, essere presente come eredità nella natura essenziale e nell’attività di Saturno. Ovvero, in altre parole, Saturno deve essere specialmente il regno in cui gli Spiriti della Volontà hanno impresso la loro propria attività in una sorta di memoria cosmica, e tale attività deve in qualche modo emanare ancora da questo Pianeta. Le indicazioni di Rudolf Steiner confermano ciò, indicando che la sfera di Saturno oggi ha la dimensione che era occupata dal Pianeta dell’Antico Saturno. Se prendiamo l’immensa orbita di Saturno come un grande circolo di forma sferica, possiamo allora chiamare questa la sfera di Saturno. Questa sfera oggi è grande come il Pianeta dell’Antico Saturno e, inoltre, Rudolf Steiner indica che è il dominio degli Spiriti della Volontà.

Ora siamo arrivati a due termini di riferimento riguardo all’attività dell’odierno Saturno: esso è il dominio degli Spiriti della Volontà, ed è un ricordo del Pianeta dell’Antico Saturno. (In séguito faremo uso di queste descrizioni).

Le descrizioni in Teosofia di Rudolf Steiner aprono un’altra via di approccio. In essa egli descrive la natura del Mondo Animico e del Mondo dello Spirito, e le esperienze del’anima umana in queste regioni nella vita dopo la morte (Capitolo III). Quel che ci interessa maggiormente in rapporto al nostro còmpito attuale è la descrizione della terza regione del Mondo dello Spirito. Lì Rudolf Steiner dice: “La terza regione del Mondo Spirituale contiene gli Archetipi del Mondo Animico. Tutto quanto vive nel Mondo Animico esiste qui allo stato di vivente essere-pensiero. Qui si trovano gli Archetipi delle brame, dei desideri, dei sentimenti e così via…Tutto ciò che durante la vita terrena l’uomo ha compiuto al servizio della comunità, operando con dedizione al bene altrui, qui porta i suoi frutti poiché, attraverso quel servizio, quella dedizione, egli è vissuto in un riflesso della terza regione del Mondo Spirituale. I grandi benefattori del genere umano, le nature piene di abnegazione, quelli che rendono grandi servigi alle comunità, hanno conquistato le facoltà corrispondenti in questa sfera, dopo aver conseguito in precedenti vite il diritto ad una particolare affinità con essa”.

Perciò siamo giunti ad un altro aspetto di Saturno. Questa terza regione del Mondo Spirituale è la sfera di Saturno attraverso la quale l’anima umana deve passare nella vita dopo la morte. Ciò è indicato nel ciclo di conferenze di Rudolf Steiner Vita tra morte e nuova nascita (Berlino, 1912-1913), nel quale parla degli aspetti cosmici di ciò che egli ha dato in Teosofia.

Il terzo aspetto di Saturno aggiunge agli altri due il rapporto con l’umanità. E’ la Volontà emanata nel principio dagli Spiriti della Volontà che vive come la sorgente dei servizi dei “grandi benefattori della razza umana”. Esso opera attraverso membri della famiglia umana come un impulso ad un nuovo principio, servendo così la “Volontà di esistenza e di evoluzione”.

La questione è come questa Potenza di Volontà, che è l’essenza della sfera di Saturno, fu in grado di creare in principio l’esistenza fisica. Nella nostra ultima Lettera, nella quale avevamo elaborato la settuplice sequenza dell’attività del tempo, affermavamo che la possente Potenza di Volontà di Saturno emanava, causando l’esistenza fisica. Immaginiamo i Troni che sacrificano la loro Volontà, che allora era il principio più basso del loro intero (settuplice) Essere. Essendosi questa separata dalla sua origine, essa divenne già un mondo per se stesso, sebbene fosse ancora in una pura condizione animica. Essa era in “formazione animica”, sebbene avesse ereditato la Volontà in una forma caotica. Questa Volontà anelava verso l’evoluzione. L’essenza di questa evolutiva Potenza di Volontà è l’ “Io”, poiché mentre era ancora unita ai Troni essa aveva raggiunto la qualità dell’ “Io”.

Ora, in Scienza Occulta, possiamo leggere che realmente da questa Potenza di Volontà venne creata la base per l’ “Io” umano, cioè il singolo corpo umano, con l’ausilio di altre Entità Spirituali: gli Spiriti della Forma. E poco dopo, la sostanza animica di Volontà fu trasformata in calore. Possiamo così afferrare una delle più grandi leggi di evoluzione: da un lato venne fatto un passo verso l’individuazione; dall’altro, come conseguenza, la sostanza animica discese al più basso gradino di sostanza fisica.

Forse possiamo spiegarlo con un esempio. Immaginiamo un essere umano attivo spiritualmente. Egli può forse essere un artista, un poeta, uno scienziato. Egli vive in un Mondo Animico che è pieno d’impulsi creativi e d’intuizioni morali. Questo Mondo Animicogli appartiene: esso eredita l’impulso a portare la fantasia morale alla conoscenza dei compagni esseri umani per il loro beneficio e la loro evoluzione interiore. Quel che era mondo proprio dell’artista sta, in una certa maniera, per venire separato da lui. Esso si muove verso la comunicazione, e muovendosi verso la comunicazione incontra la cerchia dei lettori, l’uditorio, gli ammiratori dell’arte ecc., ma nello stesso momento diventa l’opera dell’autore, come letteratura o come prodotti d’arte percepibili. Nel suo apparire esteriore, l’opera si è allontanata dalla sua origine animica ed è entrata nella sua “esistenza fisica”. Perciò, possiamo percepire ogni creazione primordiale e la sua evoluzione nell’immagine del triangolo:

L’ESSERE DEL CREATORE

SAMSUNG

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

I SAGGI DI ANTONIO – N. 3: CONCENTRAZIONE E LIBERAZIONE

 

La concentrazione del pensiero dell’asceta dell’attuale tempo, contiene una possibilità di liberazione dell’anima dalla natura fisiopsichica, che nessuna ascesi trascorsa ha potuto conoscere, proprio per il fatto che mai il pensiero si è legato alla natura inferiore come in questo tempo. In effetto l’indagine esclusivamente fisica del reale si compie a spese di un pensiero che entra nel sensibile, a condizione di ignorare il proprio autonomo movimento: non riconosce il proprio spirituale intuire le verità fisico-matematiche, che crede perciò gli giungano da fuori, dai fenomeni e dai calcoli. Continuamente l’elemento interiore del pensiero, irriconosciuto, viene annientato.

Ove questo pensiero, mediante retta ed energica concentrazione, realizzi il proprio autonomo movimento, conquista se stesso in una profondità del sensibile, al cui livello, come uno stato di sonno catalettico, questa costituisce per esso la più profonda degradazione. Non è la Scienza della quantità la degradazione, ma il pensiero che si vincola ad essa. Il Materialismo in realtà è una simile degradazione.

L’ekâgrata dell’asceta di questo tempo perciò non può non essere una disciplina ardimentosa.

Non vi è altra via per debellare il Materialismo. Il Materialismo non si vince con persuasioni spiritualistiche o dialettiche, ma con un’azione interiore rigorosa, precisa come una operazione matematica. Ma occorre tale tipo di azione, occorre conoscere che cosa è realmente il canone della retta concentrazione, oggi.

Si tratta di una liberazione del pensiero dal vincolo più sottile, il meno consapevole, che non viene risolto dall’essere cultori dell’idea tradizionale, ma soltanto dalla realizzazione della indipendenza del principio pensante da qualsiasi condizione, anche da quella tradizionale. L’essere assolutamente liberi da qualsiasi dogma, da qualsiasi mito, da qualsiasi principio, che non sia l’assoluto a priori della coscienza, è il presupposto vero. Qualsiasi nome assuma un altro presupposto, è un inganno.

Il pensiero più degradato oggi è quello stesso che, mediante concentrazione di profondità, può diventare il pensiero più potente, sintesi delle forze dell’anima, in quanto il più coincidente con la tenebra della materia. Oggi, la possibilità del samadhi, della “visione penetrante” e dell’azione sovrasensibile è insita nel tipico pensiero razionale rivolto al sensibile.

L’esperienza sensibile-razionale è il grado iniziale, epperò il più basso, di una esperienza cosciente del Sovrasensibile. Lo stato di sogno e di sonno profondo del pensiero che s’immerge nel sensibile, risponde ai gradi superiori della coscienza, cui l’asceta antico si elevava evadendo dal sensibile. Questi gradi di coscienza, rispondenti allo stato di sogno e di sonno al livello sensibile, il pensiero cosciente li contiene in sé e solo penetrando in sé può sperimentarli: nell’Autocoscienza esso ha l’inizio di tale possibilità.

E’ la realizzazione della coscienza di sé indipendente, che esso ha preparato come senso ultimo del proprio movimento: l’identità assoluta e impersonale con un contenuto che non è valido in sé, ma come segno di una operazione di profondità: il sentiero nuovo dell’anima, volta in forma cosciente al ritrovamento del Logos.

Il moto non cosciente del pensiero che s’immerge nell’oggetto sensibile, è in sé la forza di superamento della soggettività e della psichicità: il discepolo moderno ha la possibilità di realizzare coscientemente tale forza. Suo compito è sperimentare obbiettivamente il pensiero mediante cui sperimenta il sensibile, per entrare veramente in un superiore segreto di sé e del mondo.

Sembra che il pensiero riflesso sia tale in quanto aderisce al sensibile: in realtà il pensiero riflette il sensibile grazie alla coincidenza di profondità con il sensibile della sua parte non cosciente. Il pensiero tuttavia è uno. Il pensiero riflesso è soltanto l’ a p p a r i r e  del pensiero. Da questo apparire occorrerebbe non trarre la cultura, ma far sorgere il reale pensiero.

Ove il profondo potere d’identità del pensiero non venga attuato da un minimo numero di indagatori coscienti, né venga vissuto in sé come il senso reale dell’esperienza sensibile, tale potere viene perduto per la collettività umana: esso scende nella corporeità, divenendo vita istintiva: di un tipo che degrada ulteriormente l’umano.

Lo sperimentatore opera in modo che l’incorporeità del riflesso divenga veicolo dell’incorporeità del potere di profondità del pensiero. L’incorporeità dominatrice della corporeità è  o r i g i n a r i a al pensiero, come  p o t e r e  d i  i d e n t i t à.

Lo sperimentatore non deve fare nulla che non sia già compiuto nel moto immediato del pensiero rivolto all’oggetto sensibile: deve realizzare v o l i t i v a m e n t e quel poter d’identità.

Deve realizzare questo medesimo immediato moto riguardo al pensiero riflesso, allorché giunge ad averlo obiettivamente dinanzi a sé.

Così contemplato, con la stessa determinazione sollecitata dall’oggetto sensibile, grazie alla più semplice dedizione ad esso, il pensiero, come contenuto non sensibile, fa appello all’immediata Vita della Luce.

Tale immediatezza, come potere del pensiero originario, afferra ora l’oggetto non sensibile: non avendo di contro a sé un oggetto sensibile, non ha bisogno di dar luogo a un riflesso, ma estrinseca indipendentemente dalla forma riflessa la propria forza. Risolve la forma riflessa nel potere della sua Luce.

Nel pensiero riflesso è presente ma sconosciuto l’Io: se si penetra il riflesso, si trova l’Io. Come i n t e n t a m e n t e si guarda un oggetto sensibile, occorre giungere a guardare intentamente il pensiero. Si tratta di un’operazione più radicale che la semplice obbiettivazione del pensiero nella concentrazione, essendo il suo senso ultimo la penetrazione del mistero del mondo minerale.

La mineralità terrestre cela il segreto dell’originaria struttura  saturnia e solare della Terra. In ordine alla metafisica della Terra “solare”, la contemplazione ascende per diversi gradi a sempre più pure essenze di liberazione nella misura in cui il pensiero più profondamente realizzi la penetrazione della terrestrità.

In ogni forma dell’essere, la corrente radicale del pensiero muove attuando la sintesi correlativa alla particolare determinazione onde distingue ogni oggetto dagli altri. La particolarità appartiene alla percezione, il superamento di essa al pensiero. L’ e s s e r e sorge da questa sintesi,  che è compito del discepolo  possedere via via,    c o n o s c e n d o il proprio conoscere.

Questa sintesi, allorché egli l’attua direttamente in sé secondo l’ascesi solare, assumendo il pensiero come oggetto, epperò come essenza della oggettività, gli dà modo di incontrare l’essenza nel pensiero. Il pensiero, immergendosi nel proprio momento noetico, opera in sé con sé la sintesi, ma in realtà unisce le due correnti dell’essere, la interiore (metafisica) giungente attraverso il pensiero, e la esteriore (cosmica) giungente attraverso la percezione liberata dal dato sensibile.

L’uomo vive in idee, ma lo ignora: procede con il potere dell’idea, estinguendo di continuo in essa la fattualità sensibile, ma lo ignora. L’istanza ultima dell’esperienza sensibile è per l’uomo afferrare la volontà con cui muove nell’idea, là dove comincia ad esaurire il peso della materia fisica: là dove l’ e s s e r e  s o r g e   c o m e  p e n s i e r o , come sintesi iniziale, che esige essere conosciuta per essere proseguita.

La disciplina gli deve dare modo di cogliere la volontà presente ma non cosciente nel pensiero: l’identica volontà che mediante la percezione incontra radicalmente la mineralità. L’arte è l’entelécheia di tale sua volontà  u n a con il pensiero, che gli consente di sperimentare l’essere come pensiero: la realtà iniziale del mondo, in cui egli è creatore non in quanto pensa, ma in quanto realizza l’essere del pensiero.

Giova osservare che l’esperienza di tale essere originario dell’intima anima e del mondo risponde a un momento superiore di  a n n i e n t a m e n t o del pensiero dialettico. La vera Magia è l’attuarsi del pensiero come essere, onde l’essere scompare come alterità: il pensiero ritorna a essere, sia pure per attimi, il lampo primordiale che attraversa la mineralità.

L’essere del mondo che sorge come pensiero, in quanto pensare che sorge come essere, non è quello dell’idealismo, bensì l’essere del  p e n s i e r o  s o l a r e , sintesi della corrente originaria del pensare nella coscienza umana con la potenza pensante del Cosmo. Ciò che appare come essere del mondo non è alterità, oggetto estraneo e conoscibile al pensiero, che se lo trova innanzi come opposto, ma iniziale sintesi del pensiero penetrante in esso con il suo primo moto. Tale sintesi non è cosciente al pensiero riflesso: al cui meccanismo occorre l’alterità del mondo, per sentirsi fondato sul concreto.

Il vero concreto è l’assoluto fondamento che il pensiero della concentrazione ritrova in sé: ma non è più pensiero, bensì un originario volere magico.

Questo volere magico viene ritrovato nella segreta Operatio Solis del pensiero. Qui avviene la connessione essenziale con ciò che fu smarrito: qui la Tradizione riprende come operazione volitiva di profondità, indipendente dalla mâyâ delle mediazioni di qualsiasi tipo, culturale, filologico, rituale, ecc. L’equivoco della Tradizione soggettivamente assunta, senza coscienza del limite noetico della soggettività, cessa: essa non è un’integrazione, bensì un’ulteriore forma della interruzione. Sinora è stato inevitabile che, rispetto all’assunto metafisico dell’Io, il cosiddetto “organismo” indicato come mediatore della Tradizione risultasse conforme a condizioni e modalità pragmatiche, in realtà contraddicenti il carattere metafisico di essa, ossia la possibilità di valere indipendentemente dal binario rituale o cerimoniale.

La conoscenza tradizionale, efficacemente ripresentata nella forma critica “moderna”, può essere utile come oggetto di meditazione e stimolo al “ricordo”, ma l’accettarla come direzione metafisica non dovrebbe impedire di sapere che cosa si vuole veramente da essa: occorrerebbe non ignorare l’Io da cui si muove per la ricerca, allo stesso titolo che con qualsiasi altra ricerca.

La relazione con essa, infatti, inizialmente riguarda l’astrale, non l’Io  n o n  a n c o r a  r e a l i z z a t o  e che, per realizzare se stesso, tende a essere presente a tale relazione come a qualsiasi altro processo di conoscenza. Riguardo a ogni processo di conoscenza, l’intento metafisico dell’Io è sperimentate le forze del corpo astrale in atto come relazione di questo col mondo: in realtà, nel vedere, nell’udire, nel pensare, nell’immaginare, è l’Io che sperimenta.

La relazione deve passare dall’astrale all’Io, il cui compito è solo percepire mediante l’anima, al livello sensibile, contenuti che esso già possiede al proprio livello sovrasensibile. Senza la presenza dell’Io, il percepire, il pensare, il conoscere, permarrebbero allo stato di  r e l a z i o n e  s o n n a m b o l i c a  dell’anima con il mondo. Nel pensiero cosciente l’io ha l’iniziale incontro puro con l’astrale, con l’anima: l’ordine interiore viene, sia pure per breve momento, restituito.

Il Divino contemplato nei domini della Tradizione è vivente nelle normali attività della coscienza. L’uomo è invero il “tempio del Divino”, ma non può scoprire le forze superiori attive nei processi del percepire e del conoscere, finché mediante essi cerca tali forze fuori di sé: nei segni del passato, negli impulsi esauriti dell’anima. Il primo atto di resurrezioni dell’Io si realizza nel pensare che si liberi dalla soggezione al corpo astrale ed esprima l’autonomia del suo principio sovrarazionale.

La Tradizione vera è la trasmissione imprevedibile: l’accensione non imposta allo Spirituale da alcuna regola o formula, o rito, o appartenenza a u determinato organismo tradizionale. Lo Spirito oggi può realizzarsi nell’anima cosciente come ciò che non ha bisogno di alcun appoggio in altri enti, per operare al centro dell’umano, in quanto ha in sé l’assoluto fondamento.

E’ importante scoprire quanto l’impedimento allo Spirituale dipenda dal non attingere ad esso la pura autonomia che è possibile già sperimentare, sia pure al livello più basso, nel pensiero cosciente. Là dove non è più necessario pensare per conoscere perché il pensiero diviene puro volere dell’Io possessore di ciò che prima doveva conoscere, comincia l’identità con l’elemento perenne ritrovato della Tradizione: anche se non si è mai neppure conosciuto il nome di Tradizione. Il nominalismo di questo nome può essere il grande impedimento, malgrado l’imponente apparato filologico-storico, anzi mediante questo.

Antonio Massimo

I SAGGI DI ANTONIO, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – LUGLIO 2014

galatea

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 6

Socialità
L.I. Elliot La volpe nel pollaio

Poesia
F. Di Lieto Incantesimo

Sonorità
N. Gelo Il canto della natura

AcCORdo
M. Scaligero Il vero senso della Storia

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Rappresentazione e interpretazione

Spiritualità
R. Steiner Impulsi originari della Scienza dello Spirito

Musica
Serenella L’ABC della musica

Personaggi
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Botanima
T. Diluvi OGM

Inviato speciale
A. di Furia La mossa del cavallo

Pedagogia
R. Steiner Scienza dello Spirito, fonte di impulsi per la vita

Il racconto
F. Di Lieto La ruota

Costume
Il cronista Il cachinno

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Samoa

Arretrati

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Archivio A-Z

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

DELLA DIGNITA’ DELL’UOMO

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L’uomo, l’eterno viandante in continua mutazione, colui che costruisce e distrugge, che crea e vive grandezze e miserie, l’unico essere che racconta la sua storia sempre e solo a se stesso in cicli senza fine, quell’uomo, ogni tanto, dovrebbe ricordarsi di risollevare il capo e riconoscersi per quello che veramente è nel suo profondo.

Le scienze umane e biologiche dichiarano l’uomo un ente tra gli enti, un fenomeno naturale qualunque da spiegare, come per tutti gli enti, con vari predicati: la roccia è….la pianta è… l’atomo è… l’uomo è…. prendendo sempre troppo poco in considerazione il fatto che è l’uomo stesso che pone in questione gli enti e che domanda “che cos’è” oppure “chi sono io” e che senza di lui non sorgerebbero ne domande ne risposte.

Accanto ad un modo opaco, banale, piatto, di considerare l’essere umano ente tra gli enti, ce ne può essere un altro dove viene ricercata e posta in luce la sua potenziale grandezza, la sua dignità e la sua bellezza: l’umanesimo.

Un famoso tentativo in questo senso, il primo da prendere in considerazione perché considerato l’umanesimo per antonomasia, è stato fatto nel quindicesimo secolo, nel Rinascimento italiano da Pico della Mirandola, dove l’uomo venne invitato con forza a risvegliarsi a se stesso per diventare artefice e padrone del suo destino.

Venne esaltata la libertà dell’essere umano e ci fu il riconoscimento dell’assenza in lui di una natura stabile e definitiva. Ne emerse un essere che si auto- costruisce attraverso uno sforzo cosciente teso alla propria evoluzione.
Sembra che l’Umanesimo appaia in alcuni momenti storici precisi, in situazioni di crisi; è come una Luce che s
a dare nuovo vigore e linfa al cuore e alle azioni umane. Appare…… e poi sfugge nuovamente dalla coscienza dell’uomo.

Ogni umanesimo comporta , in modo più o meno esplicito, una definizione o un’immagine della natura e dell’essenza umana, un tentativo di conoscerla più in profondità.
Nel nostro tempo,la riscoperta dell’Uomo come centro dell’universo, bussa alle coscienze attraverso l’Antroposofia (saggezza o coscienza dell’Uomo) di Rudolf Steiner, ma pochi, sempre troppi pochi esseri umani sanno comprendere l’importanza e l’urgenza di usare per se stessi e per il mondo questo dono.
Pico, nacque a Mirandola il 24 febbraio 1463 e tutta la sua breve vita fu un inno all’intelligenza umana e alla conoscenza. Dotato di un’instancabile curiosità si interessò a tutte le materie, partendo dai classici greci e latini, restando però massimamente fedele alla Filosofia.

Fu un uomo eccezionale, estremamente dotto, che credette così fortemente nell’umano da venir considerato ancor oggi quasi un “manifesto” dell’Umanesimo Storico.Nulla sfuggiva alla mente e al pensare del giovane prodigio.
Secondo la descrizione del nipote, era di aspetto nobile, alto di statura e col carnato pallido “sparso graziosamente di porpora”, gli occhi grigioazzurri e biondo di capelli.

Fu un allievo diligentissimo e si dedicò ardentemente agli studi umanistici: il suo costante esercizio gli procurò quella straordinaria rapidità di apprendimento e di memoria per cui soltanto viene, disgraziatamente, ricordato dai più.
Ad appena 23 anni, decise di organizzare a Roma una grande disputa (ovvero una sorta di convegno internazionale, a cui dovevano partecipare tutti i più grandi sapienti dell’epoca, invitati anche a sue spese) sul tema della pax philosophica.
Il giovane conte di Mirandola avrebbe dimostrato, alla presenza
di dotte persone e del pontefice invitato per l’occasione, che sarebbe stato possibile, tramite il dialogo e la discussione, mettere tutti d’accordo sia sul piano filosofico che teologico.
Preparò novecento Conclusiones (tesi) poi andò a Roma dove il 7 dicembre 1486 uscirono a stampa le tesi
e fiducioso attese che il pontefice accordasse l’autorizzazione.
La cosidetta Oratio de hominis dignitate, il famoso discorso sulla dignità dell’uomo, doveva costituire la prolusione
al convegno romano.

Queste le parole con le quali Pico avrebbe voluto iniziare il suo lungo discorso:

“Lessi, reverendissimi Padri, in documenti arabi, che, interrogato Abdala Saraceno su che cosa in questa per così dire scena del mondo vi fosse di più straordinario da ammirare, rispose che non vedeva niente di più meraviglioso dell’uomo. E a questa risposta s’accorda pienamente quell’esclamazione di Mercurio: grande miracolo, o Asclepio, è l’uomo!”………

Ma nel gennaio 1487 il permesso alla pubblica disputa venne sospeso. Il papa Innocenzo VIII nominò una commissione per esaminare le tesi. Tredici vennero incriminate: tre dichiarate eretiche e le altre in odore di eresia.
Il 31 maggio Pico tentò una difesa delle tesi, scrivendo una Apologia, ma non riuscì a convincere i suoi interlocutori. Ai primi di agosto, il pontefice condannò le tesi in via definitiva.

A Pico non restò che abbandonare Roma per rifugiarsi in Francia. Nel gennaio 1488, su richiesta del papa, Pico fu arrestato, portato a Parigi e imprigionato nella fortezza Vincennes. A Marzo, grazie all’appoggio dei suoi amici e di Carlo VIII, venne rilasciato: pote così tornare a Firenze, ospite di Lorenzo de’ Medici.

Ora, tornando al discorso di apertura di quel convegno che non pote mai aver luogo, vorrei riportare uno stralcio di quei pensieri, (scritti allora in un dotto latino), che fortunatamente sono giunti fino a noi, per ricordarci come Pico intendeva la vera dimensione Umana che racchiude in se potenzialità infinite, dignità e libertà.

Il Dio Sommo, dopo aver creato il cielo e la terra, si accinge a creare l’uomo e Pico lo descrive con questi pensieri:

<<……..Prese allora l’uomo, opera di aspetto indefinito, e postolo nel mezzo dell’universo, così gli parlò: “Non ti abbiamo dato ne una sede determinata, ne un aspetto tuo proprio, ne alcun dono speciale, o Adamo, perché quella sede, quell’aspetto che tu in sicurezza avrai bramato, tu, per tuo desiderio, per tua decisione ce li possa avere e possedere.
Per tutti gli altri la loro natura già di per s
e definita è costretta entro leggi da noi prescritte: tu, non costretto da nessuna limitazione, di tuo libero arbitrio, sotto la cui potestà ti ho posto, te la determinerai da solo. Ti ho collocato nel mezzo del cosmo perché tu avessi maggior agio di guardarti attorno quel che c’è nel mondo. Non ti abbiamo fatto ne celeste ne terreno, ne mortale ne immortale, affinché di te stesso quasi arbitrario ed onorario plasmatore ed artefice, ti componga nella forma che avrai preferito. Potrai degenerare in quelle inferiori, che sono brute; potrai, per tua intima decisione, rigenerarti nelle superiori che sono divine”.
O somma liberalità di Dio Padre, somma e mirabile fortuna dell’uomo! A cui è dato d’avere quello che desidera, d’essere quello che vuole……..>>

Pico della Mirandola morì il 17 novembre 1494, a soli 31 anni d’età, di una malattia repentina e perniciosa…….molti sussurrarono che fosse stato avvelenato…..forse per aver troppo creduto nell’umano!

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

ORO OLTRE IL DESERTO CAP.6

 MAESTA' D'AURORA (2)

(OROLDES)

 

4/9014

LIBERTA’ E CALORE

 

PASTOSITA’ BIOLOGICHE.

DENSE NUBI DI ENERGIE INABISSANTI

CHE RISUCCHIANO I PENSIERI NEL DOMINIO DELLE CORPOREITA’.

FRA LE POTENZE IN CUI L’INDIVIDUO MUTA INDIRIZZO INTERIORE.

 

LE INTEMPERANZE TELLURICHE IN CUI SOLO IL NOCIVO DIVENTA PLAUSIBILE.

LE DENSE FORZE IN CUI SOLTANTO L’AVVERSIONE AL BENE DOMINA INAVVERTITA.

 

INSOPPRIMIBILE ARGOMENTARE CEREBRALE ACCECA SE STESSO

E PROCEDENDO IN UNA FALSA SPONTANEITA’ : VOLGE AL MALE.

 

TURBINANTI MASSE DI MEMORIA ACCULTURATA E DI COGITANTI ENERGIE

PERDONO OGNI ACUME ED OGNI SENSIBILITA’ MORALE

IMMERGENDOSI NELL’OPACO VORTICARE DEL MEDIANISMO ISTERICO

IN CUI IMPERA LA VOLONTA’ NON UMANA DEL LACERARE IL BENE.

 

INFINE UN ENTE NE SORGE E  ABITA I DORMIENTI NELLA CEREBRALITA’ ACUTIZZATA.

L’ENTE DELLA CONTRO-ISPIRAZIONE CONTINUA.

AVVELENATORE DELLE SENSIBILITA’ PROFONDE.

ENTE DELLE RABBIOSE REAZIONI COLLETTIVE CONTRO IL BENE.

 

L’ANTICA SAGGEZZA SPONTANEA VOLGEVA L’ANELITO PROFONDO VERSO L’AUGURARE IL BENE AL PROSSIMO.

ORA SORGE E DOMINA L’OPPOSTO  :

UN VORTICE NON UMANO CHE VUOLE IL MALE E IL DOLORE DEL PROSSIMO

E CHE POI RICERCA ARGOMENTAZIONI RAZIONALI PER MOTIVARE IL MALE CHE DESIDERA INFLIGGERE.

 

IRRITAZIONE LATENTE E SEDIMENTATA AVVOLGE DI RABBIA LE CEREBRALITA’ FISICIZZATE.

CUPO CONTINUO MALEDIRE IN CUI L’ODIARE SI NUTRE DEL MANCATO AMORE

MUTANDO IN IMPLACABILE LIVORE QUELLA DEVOZIONE VERSO UNA PERFEZIONE AFFERMATRICE

CHE PIU’ NON SI RIESCE A CONCEPIRE.

 

I SERVI DEL DOPPIO ARIMANICO DIVENTANO ORDA

E I LAMENTI CHE LANCIANO INCONTRO ALLA NOTTE SONO ISTERICHE SFIDE DI CRUDA FOLLIA.

OGNI FERITA ALLA CELESTE BELTA’ DIVENTA UNA META IMPELLENTE DA PRETENDERE IN BRANCO.

IL DIRITTO DI ERIGERE INFERNI MORALI E’ PRETESO E OTTENUTO FRA NORME GIURIDICHE FORMULATE DA OSSESSI.

 

MA IL PROBLEMA REALE E’ CHE NON VIDERO MAI QUEL BENE CONTRO CUI PURE SI SCAGLIANO.

NON VISSERO MAI FRA LE ARMONIE SOVRUMANE CONTRO CUI  -ALLUCINATI- INVEISCONO.

MAI RESPIRARONO FRA LE POTENZE FORMANTI DELL’UNICO BENE.

 

OCCORRE UNA LUCE TANTO DIRETTA  CHE POSSA FOLGORARE IL MALE

IMPRIMENDO L’EVIDENZA DEL RICORDO SOVRUMANO NELLE COSCIENZE OTTENEBRATE.

ESSENZA LOGOS DELL’AUREO IRRAGGIARE DALLE FONTI IMMATERIALI DEL PENSARE.

SOLE SOVRUMANO DELLA SOLA MERAVIGLIA IN CUI LA NUOVA DEVOZIONE E’ DESTA E PUO’ ISPIRARE.

 

SOLTANTO L’ATTO DEL PENSARE PUO’ TACITARE IL CONTINUO BLATERARE DELLE CEREBRALITA’ IMMERSE NEL MALIGNO.

SOLTANTO L’ESSENZA COSCIENTE DELL’IO -CHE VIVE  ALL’INTERNO DEI PENSIERI-  PUO’ DECIDERE DI CONTEMPLARE LA FONTE DA CUI IL PENSARE SORGE.

 

SOLTANTO IL VIVERE STRENUAMENTE TENTANDO DI MANTENERE COSCIENTE E UNITO IL SENSO DI UN INSIEME DI CONCETTI CEREBRALI :

OSSIA UN INSIEME DI RICORDI LOGICI ERETTI PER POTERLI CONTEMPLARE NELL’ESSENZA LORO :

PUO’ INNALZARE OLTRE LE SOGLIE DELL’UMANO DECADERE E PUO’ PORRE AL COSPETTO DI UN VALORE SOVRUMANO

CHE E’ INTERNO ALL’ESSENZA STESSA DEL MISTERO DELL’INTELLIGENZA IN UOMO.

 

UN AUREO VALORE SORGE DALL’IMMERGERSI VOLITIVO NEL POTERE UNIFICANTE DEL PENSARE CHE CONTEMPLA UN INSIEME DI CONCETTI.

UNA QUALITA’ SOTTILE CHE SOLO NEL TEMPO VERRA’ RICONOSCIUTA COME SOLA MEDICINA NEI RIGUARDI DELL’UMANO DECADERE.

UN LIVELLO DI SANITA’ INTERIORE CONGIUNTO AL POTERE UNITIVO E COSCIENTE DEL PENSARE.

 

IL RITO DEI NUOVI TEMPI.

 

COME UN RESPIRARE NEL SOVRUMANO PER POI REIMMERGERSI NELL’UMANO QUOTIDIANO E GRADUALMENTE –STRENUAMENTE- CONSUMARNE I VELENI.

REINNALZANDO E REDIMENDO.

RICONSACRANDO.

 

ATTO DI SOLA LUCE VOLITIVA.

NELL’IMMANE CONTINUO FORARE LE TENEBRE CEREBRALI IN CUI SI DECIDONO I DESTINI DEL MONDO.

 

ATTO DI LUCE DI LAVACRO E DI RESPIRO IN CUI TORNANDO OGGETTIVA LA MERAVIGLIA  :  TORNA LA VERA DEVOZIONE.

 

IMPREVISTO IMPREVEDIBILE ED IMPOSSIBILE INTRICO DI ENTI CHE ABITAVANO I MEANDRI INTELLETTUALI E FETIDI DELLE CEREBRALITA :

MOSTRA I SUOI VOLTI ORRIBILI MENTRE CEDE LE SUE FORZE ALLE FISIONOMIE DIVINE CHE –NETTE LINEARI ARMONIOSE E CALDE- IRROMPONO.

VOLUTE E CONCESSE NEGLI ATTI DI LIBERTA’ COMPIUTI.

 

NEL CONTINUO IRRAGGIARE DELL’UNICO REDIMERE RIPOSTO IN CENTRO AL SOLE IN CUI IL VIVENTE LOGOS RISPONDE E INNALZA E CREA.

 

RICAMBIO MORALE NELLA LIBERTA’ DI ACUME.

 

E POSSENTE SI FA IL LIEVISSIMO VALORE.

 

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ILLUSIONI SENSORIALI? (di Rastignac)

rifrazione

In questi giorni, altro cercando, ho trovato uno scritto riassuntivo che avevo preparato per una ‘conferenza’ poi svolta nel Gruppo Antroposofico. I limiti sono evidenti: comformità a quanto poteva esser detto in quell’ambiente, conoscenza ingenua della F.d.L., atteggiamento pedagogico di uno che voleva fare l’insegnante per tutta la vita (mentre la vita gli allestiva ben altro) e l’ingenuità dei vent’anni. Di buono mi risulta che cercavo di formulare pensieri chiari. Il nocciolo, molto semplice, può forse essere valido per chi inizia: promuove destità e lavoro di pensiero…ricordo ancora discepoletti di Steiner-Scaligero che, se passava un’auto di colore rosso, poi si ricordavano (e giuravano) che fosse di colore bianco… e su altro era anche peggio.

Illusioni sensoriali?

Le illusioni sensorie sono state oggetto di abbondante letteratura. Tuttavia, scrive M. Ponty (Fenomenologia della percezione) “ gli psicologi hanno da lungo tempo ignorato forzatamente tali fenomeni…la fisiologia verso cui si rivolgono come al massimo soccorso è nello stesso imbarazzo della psicologia”. I lavori, alle volte considerevoli, intrapresi ai giorni nostri al riguardo, hanno lo scopo evidente di fornire, per quanto possibile, un’interpretazione conforme alle teorie intellettualistiche più in voga.
Se gli autori non trovano inoltre il mezzo per superare le illusioni, può essere che ciò sia effetto di una infermità congenita della scienza tradizionale.
La Scienza dello Spirito, la cui base è epistemologica, ci permette forse di abbordare questo problema e di risolverlo?
Avendo acquisito che “la piena realtà di una cosa ci è data, nel momento dell’osservazione, dall’unione del concetto e della percezione”, ciò ci suggerisce che nel caso di illusioni sensorie abbiamo associato un concetto inesatto alla nostra percezione che, in effetti, non può essere ‘falsa’; si può al massimo giungere al fatto che utilizziamo male i nostri sensi. In verità ci sentiamo autorizzati a supporre che le illusioni sono dovute a errori d’ordine concettuale.
Del resto l’antroposofia ci indica il rigore della ricerca. Proviamo ad applicarlo a qualche illusione comune, non dimenticando che soluzioni generali non esistono proprio e ogni caso va studiato per sé stesso.

Un classico esempio ci è dato dal “bastone spezzato”. Un bastone, immerso parzialmente e obliquamente nell’acqua ci sembra spezzato (lo vediamo come spezzato): questo è l’esempio classico di illusione ottica, generalmente citato per primo nelle opere di fisica e psicologia e persino in alcuni dizionari.

In questo caso la nostra percezione non è certamente in causa. Quanto al concetto, non è falso, è semplicemente assente.
Infatti noi associamo la percezione alla rappresentazione di un bastone effettivamente rotto.
Per vincere l’illusione si dovrebbe elaborare il concetto esatto del fenomeno.
Si può allora porre la questione: non succede assai spesso proprio così? Le nostre percezioni non si congiungono assai frequentemente a delle rappresentazioni che non sono concernenti e non a dei concetti? Non è questa l’origine di illusioni, di tante, che sono ignorate dalla psicologia? Quelle, come la citata, sono le più facili a scalzare, ed è per questo che possiamo iniziare dalle illusioni ottiche.

“La rappresentazione occupa un posto intermedio tra la percezione e il concetto. Essa è il concetto definito, legato ad una precisa percezione, il concetto individualizzato”.
Poiché la rappresentazione è il concetto legato ad una precisa percezione, è solo a questa che io posso associarlo, ogni qualvolta essa cattura i miei sguardi. Se l’unisco ad un’altra, inizio ad allontanarmi dalla realtà. E’ però, per la maggior parte di noi, uno sbaglio assai frequente poiché le rappresentazioni si offrono a frotte nella nostra anima e se, per così dire, ignoriamo la possibilità di un adeguato concetto.
Inoltre non conserviamo soltanto “concetti individualizzati”ma pure concetti ‘congelati’ attraverso cui l’immobilismo si trasmette al nostro pensare.
Per questo è spiegabile la difficoltà che i i ragazzi a scuola provano nel disegnare un qualsiasi triangolo: tutti fanno pressapoco la medesima figura che non è altro che una lieve deformazione del loro squadretto o di ciò che hanno visto nei loro libri, di cui hanno acquisito e posseduto la rappresentazione. Perfettamente scusabili poiché nessuno ha gli ha mai insegnato l’idea generale di triangolo che permetterebbe loro di immaginare uno veramente qualsiasi.

Secondo che una percezione si unisca al suo concetto o alla sua rappresentazione, io ‘conosco’ l’oggetto percepito, oppure lo ‘riconosco’. Posso dargli il suo nome o, con minor eleganza, designarlo genericamente come ‘cosa’. Questo ultimo modo di parlare, sempre più frequente, merita d’essere segnalato: poiché sottolinea l’automatismo dell’unione tra pensiero e percezione che non esige l’intervento attivo del pensiero.
Ricordiamo anche che il nesso ideale tra due oggetti, due fenomeni e, in modo generale tra due percezioni, può non balenare immediatamente: intanto occorre che il nostro pensare sia attivo; la risultante scoperta della relazione concettuale può farsi attendere per molto tempo (com’è avvenuto per la fisica, la medicina, ecc.).

“Non vorrei che mio figlio crescesse.” Se non l’abbiamo detto noi, l’abbiamo ascoltato da altri, preoccupati da comportamenti, per essi inattesi, del proprio figlio. Qual’è il senso di ciò? Quando osservo il bambino o penso a lui, mi ricordo di fatti e avvenimenti passati, principalmente di quelli che hanno scosso il mio affetto, e la percezione che ho attualmente di lui si unisce alle rappresentazioni delle sue attitudini trascorse, ma non al concetto del suo divenire. Non lo vedo com’è veramente: come egli diviene, ma come mi piace immaginarlo.
E’ un caso, tra i più frequenti, in cui il nostro pensiero non elabora concetti ma rimane passivo in quello che, al contrario, richiederebbe una grandissima attività.

Si pieghi in due un foglio di carta al cui centro si siano fatte cadere alcune gocce d’inchiostro. Si ottiene una forma simmetrica, senza una forma netta.
Il test dello psichiatra svizzero Rorschach è costituito da dieci lastre, riproducenti ciascuna una chiazza simmetrica d’inchiostro, nero per le prime sette e policromo per le altre tre.
Si domanda al soggetto di indicare ciò che crede di vedere in ciascuna di esse. Poiché non figurano nulla di preciso, il soggetto unisce alle percezioni le rappresentazioni che in lui sono più vivaci al momento del test e lo psichiatra interpreta le risposte.
Talvolta succede che la persona interrogata non dà alcuna risposta. Allora si conclude che essa è inibita dai suoi complessi. Questa spiegazione non è sempre esatta: potrebbe essere che il soggetto disponga di tale libertà interiore da non essere costretto ad associare la percezione a delle rappresentazioni che sono sostanzialmente estranee.

In verità, nella vita corrente, siamo costantemente sottoposti a questo test, ripetuto nelle più varie forme. E’ così che nei dipinti fondali e nei bassorilievi che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, crediamo di vedere dei ‘motivi’ che il Disegnatore non ha messo. Ciò vale per una folla di fatti e oggetti, anche famigliari. In effetti il mondo intero si offre a noi come un’immenso test di Rorschach.

RASTIGNAC

SCIENZA DELLO SPIRITO

I SAGGI DI ANTONIO – N. 2: L'ILLUMINAZIONE

Presupposto dell’Illuminazione è il realizzare, mediante ascesi, l’accordo della natura animico-fisica con l’essere animico-spirituale. Normalmente l’uomo ha nel pensiero il veicolo di tale accordo. In quanto il pensiero giunga a pensare secondo il proprio puro movimento, implica la cooperazione eterica dei due sistemi di forze, animico-fisico e animico spirituale: perciò reca potenzialmente la connessione dell’Io con il cuore, ossia con il centro delle correnti eteriche: nel quale il Divino e umano s’incontrano. La forza magica che in tal modo si sviluppa, si può ravvisare come un potere di donazione assoluta dell’Io, tanto più essenziale quanto più centrifugo. Essa nasce da l’ ”etere del calore” del cuore, allorché l’accordo tra l’uomo inferiore e l’uomo superiore viene realizzato dall’Io.

In realtà viene restaurata, sia pure temporaneamente, una gerarchia continuamente violata, sino a inversione di essa, dalla esperienza quotidiana, inevitabilmente influenzata da eccesso di sensazioni prive di elaborazione interiore.

Tale elaborazione è possibile all’asceta anche a posteriori, nel momento del raccoglimento: avviene allora una purificazione del sangue mediante il pensiero, analoga a quella che si compie nei polmoni mediante l’ossigeno. Nel cuore il sangue dell’uomo inferiore e il sangue dell’uomo superiore si incontrano, determinando un equilibrio, per virtù del quale il sangue occultamente comincia a realizzare l’Archetipo dell’uomo integrale.

Nel cuore, in realtà, il sangue parzialmente si smaterializza o si eterizza, trapassa in flusso eterico, resurrettore di vita, secondo un processo inverso a quello per cui, da una condensazione dell’etere cosmico e dalla conseguente differenziazione di esso in quattro eteri, nacque la forma fisica. L’uomo può accendere la forza del Sole nel cuore: mediante il centro eterico del cuore, egli può produrre volitivamente l’etere del calore. Ciò equivale a dire che egli può immettere forze rinnovatrici nel mondo.

Una simile possibilità, nell’uomo moderno, è quotidianamente contrastata dal pensiero dialettico, che per la sua struttura riflessa, esprimendo la direzione opposta allo Spirituale, di continuo sbarra il passo alla luce eterica ascendente dal cuore. Si può dire che la sintesi dei quattro eteri nell’uomo corrisponde a quella che lo Yoga Tantrico chiama corrente di Kundalini. Tale sintesi può essere realizzata dal pensiero che non soltanto liberi se stesso mediante lo ekâgrata assoluto, ma giunga ad attingere alla propria Luce di Vita, scaturente dal cuore.

Movendo dall’etere del pensiero, l’uomo può accendere nel cuore le forze creatrici del Sole: può ripercorrere a ritroso, mediante illuminazioni via via più intense, il processo cosmico grazie al quale egli da una natura sidereo-divina si è degradato a una natura terrestre-animale.

L’uomo non discende dall’animale. La concezione dell’origine animale dell’uomo, è invero un pensiero patologico, germe di malattia e di impulsi intellettuali distruttivi. Gli animali sono le forme vitali-fisiche, che l’uomo espulse da sé per incarnare la propria forma. E’ decisivo per il destarsi dell’elemento solare del cuore, l’atto della conoscenza, grazie al quale nell’uomo non si vede un essere animale asceso alla forma umana, bensì il contrario: l’azione di un principio trascendente che ha potuto assumere la forma vitale-fisica, in quanto ha escluso da sé la natura animale. Ove tale principio conquisti coscienza di sé, continua la sua opera di superamento dell’animalità vitale-fisica. Riconoscere questo principio è già metterlo in movimento: il suo moto si attua nell’etere del cuore.

E’ importante comprendere una distinzione radicale di metodo. Mentre l’asceta antico muoveva dal sistema sanguigno per agire sul sistema nervoso, mediante il respiro, l’asceta di questo tempo muove necessariamente dal sistema nervoso, ma non può operare sul sangue mediante il respiro, bensì mediante il pensiero svincolato dal sistema nervoso, cioè affrancato dalla natura animale.

Normalmente ogni attitudine psichica o psicologica, o pseudoyoghica, oggi tende a revivificare il dominio antico del sangue sul sistema nervoso, cioè ad alimentare il mondo delle brame e degli istinti contro l’Io. E’ importante per l’asceta di questo tempo riconoscere la via eterica verso il sangue come la Via del Pensiero liberato, che restituisce l’unità degli eteri disintegrati. Solo possedendo la Via del Pensiero, egli può ritrovare la via metafisica del respiro.

L’autonomia che consente al principio interiore di operare etericamente sul sangue – cioè sugli istinti e sulle passioni – è l’autonomia che il pensiero può conseguire rispetto all’organo cerebrale e perciò al sistema nervoso. Come insegna la reale Scienza Iniziatica, la vera sede del pensiero è il corpo eterico (linga sharira): qui esso è una corrente di Vita sovrasensibile. Nel processo dialettico il pensiero si deteriora sino all’annientamento dell’elemento di Vita. Normalmente la dialettica nasce da tale annientamento.

Non v’è individuo, oggi, che in tal senso non sia giocato dalla propria dialettica, cioè dal pensiero cerebrale, in cui risuona la sua natura inferiore, onde gli è inevitabile asservire il pensiero all’errore. L’errore è la dialettica, non il pensiero. Il vero pensiero non può errare. Un errore è sempre parvenza di pensiero. Un errore veramente pensato cessa di essere errore: ma ritorna errore, se il pensiero non è capace di ricreare ogni volta di nuovo il proprio momento di verità, o momento eterico, indipendente dal corpo eterico-fisico. In realtà nel corpo fisico, gli eteri sono mossi, anche se non penetrati, dagli Ostacolatori dell’uomo.

Il corpo minerale dell’uomo appartiene alla Terra, il corpo eterico appartiene all’elemento solare che domina la terrestrità. Giova non dimenticare che il mondo eterico è “fuori” dello spazio fisico, in quanto è lo spazio interiore degli enti e dei mondi: il vero spazio. Nella dialettica, l’elemento terrestre viene portato a prevalere sull’elemento solare: questo prevalere, esprimendo la degradazione degli eteri, è la causa del male umano. Colui che sa estinguere la dialettica e riesce tuttavia a continuare a pensare con deliberata determinatezza, in sostanza comincia a muovere nel corpo eterico superiore, là ove l’Io può operare sugli istinti e le passioni, in senso inverso a quello mediante il quale gli istinti e le passioni normalmente si trasformano in dialettica, asservendo il pensiero.

Per naturale costituzione, l’Io è fondato sulla corporeità, illegittimamente mosso dagli istinti e dalle passioni, ossia da ciò che genera il male umano e la necessità della distruzione corporea. Il fondamento è l’Io, non il corpo. L’esercizio della soppressione della dialettica, mediante la concentrazione pura del pensiero, realizza l’indipendenza del principio interiore dalla psiche e dal corpo: porta la corporeità a fondarsi sull’Io, restituendo ai quattro eteri la funzione creatrice originaria.  Viene realizzata, per tale via, la sintesi degli eteri scissi nella sfera della manifestazione sensibile.

L’Io, in quanto metta in moto il potere del proprio Archetipo cosmico, suscita la sintesi degli eteri, impronta della propria virtù il corpo eterico, rendendolo indipendente dalla  specifica correlazione che necessariamente lo oppone alla forma degli enti. Mediante tale animazione del corpo eterico, l’asceta riproduce volitivamente l’etere del calore, trasformandolo in forza d’amore, in quanto è capace di superare il limite soggettivo e di trapassare nell’altro: l’amore diviene il potere magico dell’Io, rispondendo  alla sua originaria funzione redentrice rispetto agli eteri degli elementi impegnati nella struttura corporea. Il corpo viene permeato dalla propria originaria potenza dal Fuoco mediante il quale la coscienza ridesta in sé, come pensiero vivente, la virtù saturnia: virtù del primordiale elemento della creazione.

Antonio Massimo

I SAGGI DI ANTONIO, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

VEGLIA E SONNO. LA VIA SPIRITUALE E I SENTIERI ERRANTI DELL'ANIMA

Michae e Arcobaleno

Regnum celorum vïolenza pate.

Dante, Par. XX, 94.

La condizione di coscienza dell’essere umano nella vita ordinaria è una condizione veramente contraddittoria. È una condizione contraddittoria perché egli dorme là dove dovrebbe essere sveglio ed è sveglio là dove invece egli dovrebbe essere capace di sonno profondissimo.

Ma quale è questa contraddittoria condizione umana? Egli non è mai, o lo è ben raramente, attivamente, ossia realmente, attivo, ossia egli non è – come sarebbe logico, normale e giusto che fosse – il soggetto attivo che autonomamente e liberamente agisce, bensì è passivamente attivo. L’uomo è agitato, viene continuamente agitato: egli è continuamente attivo, ma non lui è il soggetto attivamente  agente, ossia egli viene agito nell’anima da un altro essere ch’egli non è. Nella sua passività egli viene agito da un entità antispirituale a lui straniera, aliena, per cui egli viene alienato alla propria autentica essenza, e scambia per autonoma spontaneità quel che in lui viene agito dall’«esterno».

«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui. Moto semispento dell’Io che, tuttavia, tende alla sua riaccensione pura: impegna la coscienza sino a che, attraverso la contraddizione insita nel suo essere forma del non-essere, essa decida farsi forma del proprio essere».

Così Massimo Scaligero, nel suo Trattato del Pensiero Vivente, Cap. 10, Tilopa, Roma 1979, p. 31.

L’anima è illegittimamente sveglia, ma lo Spirito dorme. L’anima agitata  – continuamente mossa dall’ente antispirituale esterno   – è anche troppo sveglia, ma lo è a prezzo della paralisi e del sonno dell’Io, dello Spirito, ossia del Soggetto vero. Infatti, Massimo Scaligero così mette in evidenza la condizione del passivo e trasognato pensiero riflesso:

«Il pensiero astratto, che è l’ordinario, non è il pensiero in cui l’Io può pensare, ma ciò che condiziona l’Io secondo la riflessità mediata dalla natura corporea. Non l’Io pensa il pensiero, ma l’anima legata alla corporeità: la quale vuole se stessa attraverso l’anima, per il fatto che può divenire pensiero: invertendo il senso radicale della vita dell’uomo. È l’inevitabile passività del pensiero che normalmente viene pensato in quanto tagliato fuori dalla incorporea corrente di vita da cui nasce, perciò contraddicente la propria natura spirituale». M.S., Ibidem, p. 31.

E aggiunge, nel successivo capitolo undicesimo, parole esplicite:

«Anche nel pensare logicamente articolato e più razionalmente consapevole, l’Io in realtà non va oltre uno stato di sogno, in quanto non esprime il proprio essere, bensì ciò che di esso viene riflesso dallo strumento fisico del pensiero e dalla correlativa condizione della coscienza. Condizione analoga a quella del sogno, che è mondo estrasensibile riflesso dalla corporeità, e perciò immediatamente tradotto nel simbolismo tratto dall’esperienza sensibile.

Nella coscienza di veglia non si è veramente désti, ma si ha il principio dell’essere désti: le immagini sono suscitate non da uno sperimentare sovrasensibile, come nel sogno, che la coscienza ordinaria non può seguire direttamente, ma da un’esperienza sensibile che la coscienza può seguire per il fatto che è coscienza di tale livello. Si può dire che nello stato di veglia il sognare coincide con lo sperimentare sensibile della coscienza.

In realtà, l’Io sogna il suo stato di veglia e lo sognerà finché il pensiero cosciente non si avvivi della incorporea corrente di vita che gli da modo di essere pensiero: vivendo il proprio essere, non alienandosi nel proprio riflesso: non facendo di una immagine sognante il mondo, bensì realizzando lo stato di veglia verace: il livello dell’Io, a cui di continuo si appella.

L’Io può suscitare nel pensiero il proprio superiore stato di veglia, se consciamente riconosce nel pensiero fluente l’essere del mondo, in cui ogni volta l’intuire predialettico diviene risveglio del suo potere originario». M.S., Ibidem, pp. 34-35.

Infine, nel capitolo tredicesimo del Trattato, Massimo Scaligero, dipinge senza infingimenti questa contraddittoria condizione dell’assottigliata e poco consapevole coscienza umana:

«Nel pensiero riflesso, nel pensiero che non si manifesta come forma di sé, ma solo come forma di un «contenuto», che sembra darsi e simultaneamente chiudersi nella sua alterità, l’Io è semplicemente sognante. Nel pensare riflesso, in effetto manca il soggetto pensante, essendo esso stesso riflesso, ossia meramente pensato, come tutto ciò che, in quanto pensato, non è: riportato perciò al sentire corporeo. Di cui, tuttavia, anche quando non si avverte, si sa mediante pensiero.

In sostanza, pensando l’apparire minerale, si pensa qualcosa che già come immagine del mondo è tessuto di pensiero: assorbito in un’oggettività che si crede avere, ma non si ha, perché si ha come appare: riflesso di un riflesso. Onde ciò di cui è duplicemente riflesso, è ignorato. È ignorato il Logos del mondo, la vita radicale del pensiero e di ogni ente.

Perciò si pensa il nulla: che, soltanto dopo la morte, si vedrà come il nulla, che si è creduto di percepire, che si è pensato e per cui si è gioito e sofferto. Ma è il pensare il gioire e il soffrire attraverso cui l’Io comincia, sia pure ottusamente, a operare». M.S., Ibidem, p. 39.

Unica terapia a questa contraddittoria e patologica condizione della coscienza umana è la Concentrazione. Perché nella Concentrazione viene intensificato il momento volitivo della genesi per pensiero. Indipendentemente dalla suggestione della potente percezione sensibile, il pensare nella Concentrazione viene così volitivamente intensificato nel suo momento produttivo, cosicché nell’univoca attenzione pensante si accende la coscienza del momento genetico del pensare e si attenua progressivamente il risuonare della sfera sensibile: il soggetto pensante – in un’attiva dis-trazione – giunge a svellersi da quel risuonare essa e a completamente spegnerlo, come nel sonno profondo.

Nella Concentrazione, che si intensifica progressivamente sino a realizzarsi come Contemplazione della fluente forza pensiero, si realizza una condizione che per la coscienza è invero positivamente paradossale. Mentre nella usuale coscienza dell’uomo ordinario si è passivamente attivi, ossia si viene agiti – alienati, ossia resi diversi e stranieri rispetto alla nostra propria essenza – dall’azione di entità antispirituali, operanti contro la possibilità di autocoscienza e di libertà dell’uomo, nella Concentrazione e nella Contemplazione pensante si giunge ad essere attivamente passivi: l’attiva forza dell’Io nel suo progressivo intensificarsi riesce a rendere immobile, inattiva, progressivamente passiva, la percezione sensoria, mentre l’autocoscienza – la percezione di sé dell’Io, diviene sempre più dinamicamente attiva. E sveglia.

Dunque la coscienza ordinaria, passivamente attiva, è sveglia per la coscienza sensibile e dorme per quella spirituale, mentre la coscienza superiore, conquistata mediante Concentrazione, Meditazione, Contemplazione, è sveglia – sempre più sveglia – per la coscienza spirituale, ed ha la forza attiva di rendere inattiva, passivamente dormiente l’usuale coscienza sensibile.

Si potrebbe dire, in estrema sintesi, che la Via è avere la forza di attivamente dormire senza dormire, e altrettanto attivamente morire senza morire.

Per questo è inevitabile passare attraverso la Via del Pensiero, perché essa è l’unica Via nella quale lo Spirito agisce su se stesso con mezzi attivamente spirituali, e non ci si illude che si possano oggi realizzare mutamenti o risvegli spirituali mediante operazioni corporee (asana, pranayama dello hathayoga, uso di droghe o “acque corrosive”, etc.) o addirittura mediante un uso magico del sesso (sia nelle forme orientali tradizionali tantriche indiane del dakshinachara e del vamachara, sia nelle forme taoiste, sia nelle attuali degenerazioni occidentali crowleyane e simili o nelle forme dello pseudotaoismo arimanizzato come in Mantak Chia, che tanto piace ad europei e americani alla ricerca di nuove ed esotiche vie facili alla potenza e all’impune soddisfacimento della brama erotica).  Più sottilmente insidiosa – e talvolta in molti essa si dimostra ancor più lividamente avversa alla Via del Pensiero – è, invece, l’illusione che si possa agire con l’anima sull’anima per ottenere autentiche realizzazioni spirituali. In tal modo – agendo in maniera passivamente attiva con l’anima sull’anima – si giunge a generare «emozioni» più o meno forti (che poi è quello che molti vanno cercando nella ricerca sedicente spirituale): emozioni che, ripetute, vengono emulsionate, o “saponificate” (per dirla col gergo tecnico dei chimici), sino a che “montando” come la panna, esse arrivano a invadere tutta l’anima e a diventare non di rado ingovernabili. E altrettanto non di rado possono sfociare in forme di visionarismo medianico, in istintività più o meno travolgenti e sfaldate, come molte volte – troppe volte – ho avuto modo di constatare direttamente.

Né l’operare mediante forze corporee, né l’operare mediante forze animiche sono autentica azione spirituale, perché comunque in tale stato di passiva attività si viene agiti da entità spirituali estranee, non conosciute, ostili all’autocoscienza e alla libertà dell’Io nell’uomo. Il pensare è l’unica forza che superi i limiti soggettivi dell’anima, e il volere nel pensare è l’unica forma di volontà veramente cosciente e libera.

L’anima è ammalata di soggettività, e il dramma è ch’essa è patologicamente innamorata di questa sua intossicazione, che la esalta e la deprime, la eccita e la usura nella ricerca sentimentale di una sognata e in tale maniera irraggiungibile felicità o nel tentativo di appagamento della propria animale istintività. Il tutto manifestantesi nelle più diverse forme: da quelle più esplicitamente volgari, a quelle intellettuali e sentimentali, e persino mistiche e devozionali. Il limite è sempre il medesimo: la condizione di acuta soggettività dell’anima, e l’innamoramento dell’anima nei confronti delle proprie catene, della propria prigione. Sino al punto di temere e odiare la liberazione. Sino al punto di temere e avversare la Concentrazione.

Lo ha rilevato anche Isidoro in una sua recente risposta a Milarepa :

«Per principio e pure per un po’di logica ESTREMA: non v’è spiegazione ragionevole all’accanimento costante e continuo espresso contro questa disciplina, che è di base, che è, a suo modo, semplice e facilmente riconoscibile come necessaria. Se poi ad essa si oppone la mala pianta di un banale sentimentalismo, in realtà del tutto estraneo all’esoterismo di qualsiasi tempo e che non esistette neppure nel robusto misticismo dei secoli passati, non è impossibile intuire un ampio attacco contro l’umana capacità di afferrarsi allo Spirito».

Ma l’anima ammalata di soggettività non trova l’accesso al Mondo Spirituale: ne viene impedita o severamente respinta. Normalmente, soprattutto nelle comunità spirituali che non pongono al centro l’assoluta necessità della liberazione del pensare dalla condizione di tramortita riflessità, che lo incatena al sistema nervoso e ai sensi, ci si fanno le più rosee illusioni in proposito. Il sentimentalismo e il più sfaldato misticismo – che nulla ha a che vedere con l’eroica e sapiente Mistica di secoli fa – si accompagna ad una fiacchezza della volontà, ed è portato a giustificare con molti pensieri, apertamente o larvatamente, questo punto di vista umano-troppo umano, per dirla alla Nietzsche. A tale proposito, le parole di Massimo Scaligero sono estremamente severe e non lasciano spazio ad equivoci di sorta:

«Il punto di vista umano che domina l’umano è la barriera effettiva tra umano e Superumano. L’a-umano è in effetto la caratteristica delle Entità Spirituali, o delle Gerarchie: l’assoluta impersonalità: una condizione umanamente inconcepibile, che può essere presentita soltanto mediante intensità interiore dell’anima, sino al limite  di impressioni di
estatica beatitudine, o di vuoto, o di spavento. Tutto ciò che nell’anima umana si svolge come gioia o emozione dello Spirituale, è per solito un arrangiamento personale, praticamente utile, ma irrelato almeno immediatamente, allo Spirituale. Le forze originarie del pensare, del sentire e del volere, che scendono come impulsi cosmici dalle Gerarchie, nella loro sostanza sono assolutamente impersonali: divengono un fatto personale nell’uomo. Divengono una maya. […]

L’ uomo crede erroneamente che lo Spirituale sia quello che egli si aggiusta dentro di sé: ma proprio questo spirituale arrangiato nella psiche, deve sparire, se al suo luogo deve esserci autentico contenuto spirituale: se vuole che il reale Sovrasensibile penetri nell’anima. Ma a ciò il veicolo attuale dell’uomo è la  l i b e r t à. Un energico sforzo di liberazione dell’Io dall’antica anima senziente-razionale, mediante l’ascesi del pensiero, è richiesto all’iniziato moderno. […]

Normalmente l’anima si difende dallo Spirituale, ma può accedere ad esso mediante discipline di concentrazione e di meditazione, ove conosca il reale còmpito di queste, che è proteggerla dalla travolgente impersonalità, propria alla forza autentica dello Spirito. […] L’asceta moderno può accedere all’esperienza dell’Impersonale spirituale, direttamente, vivificando e rettificando, mediante il potere del pensiero liberato, cioè reso non dialettico, l’elemento p e r s o n a l e. L’io, non l’anima, si deve aprire al Divino. L’Io deve essere rafforzato al punto che nella sua forza  si manifesti il Principio trascendente. Per un eccesso volitivo di sé, suscitato mediante la pura forza-pensiero, l’elemento personale consegue il proprio trascendimento. Ogni fuoriuscita dal limite personale, che non si verifichi grazie a un tale rafforzamento, è inevitabilmente un fatto medianico, quale che sia la dignificazione esoterica di cui si rivesta».

M.S., Reincarnazione e Karma, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 66-68.

Le parole di Massimo Scaligero più chiare non potrebbero essere, e in verità sono un energico rimedio terapeutico nei confronti di tutti gli sfaldamenti mistici e sentimentali, che emulsionando crescono sempre più allorché in una comunità spirituale vanno liquefacendosi e sfrangiandosi la tensione spirituale, la coscienza della mèta e la consacrazione della volontà. Sono parole energicamente disilludenti per quel misticismo sentimentale di quanti – temendo la travolgenza dell’esperienza spirituale autentica e la sua impersonalità – si arrangia una più umana e comoda «via dell’anima» e, distorcendo e mutilando le parole di Massimo Scaligero, tacciano calunniosamente di «via del sublime egoismo» quell’aurea Via del Pensiero, che non hanno la forza e il coraggio di percorrere. Per rincarare ulteriormente la somministrazione delle dosi nella cura d’urto nei confronti della soggettività dell’anima, che Massimo Scaligero ha donato al pavido, sentimentale, istintivo e accidioso uomo attuale, riportiamo un piccolo florilegio di sue citazioni particolarmente eloquenti:

«Come si è mostrato nel capitolo precedente, l’accordo tra il pensiero e la volontà dischiude all’Io la via del cuore: il flusso della corrente del cuore risponde alla discesa dell’Io, con un potere rinnovellato del sentire normalmente assoggettato all’ego: il potere della beatitudine, mediante il quale l’anima non abbandona il livello per il quale è immersa nel sonno, o nella calma profonda, ma dona questa all’Io come veicolo del suo estrinsecarsi nel mondo. L’io realizza come sua veglia superiore il sonno di luce dell’anima, che sorge come beatitudine. La luce si desta nella tenebra: è l’aurora dell’anima».

M. S., Meditazione e Miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 131.

«Perché l’Io possa operare nell’anima, questa deve essere portata alla «immobilità» metafisica, deve cessare di agire sentendo se stessa. Deve rientrare nel sonno profondo, per essere desta solo là dove l’Io si unisce ad essa. La vita può essere vissuta nella sua pienezza in quanto esperienza dell’Io, e perciò come espressione delle forze possenti che si destano nell’anima, fluendo dal Logos. La brama di vita di solito paralizza questa possibilità: la gioia che essa comporta è effimera, cela il disinganno e il dolore». M.S., Ibidem, pp. 131-132.

«La saggezza che l’anima deve acquisire mediante le discipline, è non prendere alcuna iniziativa, ma lasciarla all’Io. È l’Io che deve, portando l’anima a non sentire se stessa, così come l’occhio non sente se stesso onde sia possibile il vedere. Siamo ormai entrati nel tempo in cui non l’anima può aprire il varco al Logos, ma l’Io. Che equivale a dire: la parte dell’Io che opera nell’anima e s’identifica con la funzione senziente e razionale di essa, deve aprirsi alla propria entità superiore, all’Io spirituale: deve volersi secondo il proprio essere superiore nell’anima. Allora si ridesta nell’anima la beatitudine delle origini: entra in azione la Vergine Sophia. Destandosi dal sonno millenario. Essa soltanto, unendosi all’Io spirituale, può dargli modo di penetrare e di trasformare l’umano. Dal connubio, Io-Vergine Sophia, nasce immediato il potere del miracolo, la serie dei miracoli, di cui necèssita il mondo. Un simile connubio si può riconoscere come il contenuto occulto del Graal». M.S., Ibidem, pp. 134-135.

«Solo con il Logos l’anima può essere desta. Prima dell’azione del Logos, prima del discendere del fuoco dell’Io, l’anima dovrebbe cooperare all’opera dell’Io permanendo in stato di sonno, vietandosi di essere sveglia. Sveglia deve essere soltanto la zona in cui l’Io già incontra la luce dell’anima. In realtà, ogni movimento del corpo astrale che l’uomo subisce nella quotidiana esperienza, sotto forma di sentimento, emozione, istinto, fatto psichico, è patologico, in quanto esprime l’attività del corpo astrale, priva della centralità dell’Io. Soltanto la presenza dell’Io dovrebbe destare l’attività del corpo astrale, che ogni volta dovrebbe rientrare nel suo stato d’incoscienza, o di sonno, per essere veicolo della cosmica azione dell’Io nell’anima. L’uomo è calmo, positivamente cosciente, quando il suo corpo astrale non si fa sentire. Il corpo astrale opera secondo la saggezza che gli è innata, se viene portato alla calma della sua metafisica incoscienza: la calma è il suo tessuto segreto, ma la sua sostanza essenziale è amore. Perché questo amore si esprima, deve passare per la calma profonda, la pace essenziale: ma il potere di tale amore e di tale calma esige che il corpo astrale non senta se stesso, non operi invece dell’Io, non sia desto in luogo dell’Io, ma agisca dal riposo della sua incoscienza: così da lasciare all’Io il compito di destarlo ogni volta secondo la richiesta dello Spirito.

L’amore ordinario, il sentire affettivo, sono un continuo surrogato dell’essenziale amore, dell’essenziale sentire, in quanto l’astrale, illegittimamente desto, ossia desto non secondo l’Io, sente se stesso, credendo di sentire il mondo: in realtà si oppone allo Spirito. Il sonno del corpo astrale risponde ad una forma superiore di coscienza. Solo chi nel pensiero supera l’anima razionale, può gioire della trascendente coscienza del corpo astrale, rispondente al livello del sonno: può conoscere la mirabile calma del corpo astrale la calma difficilmente concepibile secondo misura umana. È la perfetta equanimità, di cui si è detto nelle pagine precedenti, a proposito della superiore esperienza del Logos, onde il Logos viene riconosciuto determinante, dall’essenza, la vita di ogni ente, o cosa, o evento. L’eco di un’antica esperienza «spontanea» di tale calma si può ritrovare nei testi taoisti – dove peraltro il Tao è continuamente intuito come essenza di ogni ente e di ogni universo – e negli insegnamenti del Buddhismo Zen. Tali insegnamenti non sono più metodologicamente validi per l’asceta moderno, che tuttavia può giovarsi di essi come temi d meditazione. L’asceta moderno, ove consegua la liberazione del pensiero e ascenda alla sua luce vivente, non solo realizza in sé tutto ciò che è contenuto in quegli insegnamenti,  ma soprattutto il principio Logos individuale, decisivo per la reintegrazione umana, al quale quelli non potevano far riferimento». M.S., Ibidem, pp. 136-137.

E questo fia suggel ch’ ogni uomo sganni.

Dante Alighieri, Inf., XIX, 20.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Terza Parte – quarta visione

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® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

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Tavola IX
Quarta visione della terza parte

In questa tavola viene rappresentato il ciclo vitale umano giunto a termine terreno e la sua prosecuzione nel regno spirituale.

Il corpo fisico (quadrato e città interne) è abbandonato dall’Anima (donna) e cade in dissoluzione.

L’Anima, che nell’uomo è passata attraverso la vita terrena (veste verde) e ha trasformato in gioielli le sue buone azioni e in perle tutte le sofferenze, si presenta al cospetto della divinità.

L’Io umano che ha vissuto in quel corpo è al tempo stesso contessuto con lo psicopompo (essere alato) che nelle mani di Dio Padre (mani blu) rimette il suo spirito, perché si faccia la sua volontà (testa nel ventre); il  giudizio sarà emesso nelle sfere planetarie (specchi nelle ali) che dovrà attraversare.

Ala destra

Via e Verità

Io sono la porta

di tutti gli arcani di Dio

Sono la

manifestazione di tutti i beni

Ala sinistra

Sono lo specchio in cui si valuta  l’intenzione degli eletti

Dicci se sei colui che  deve regnare

sul popolo di Israele

Tavola IX

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA, SCIENZA DELLO SPIRITO

CAMPANULE BIANCHE di VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV

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CAMPANULE BIANCHE.

Quante ne fiorirono, or non è molto,
candido mare in mezzo al bosco!
Una brezza tiepida le cullava ondosa,
proteggeva la loro fragile bellezza.

Sfiorisce la bellezza, sfiorisce:
si è appannata la corolla bianconivea,
ed è come se tutto il mondo appassisse…
fra le tombe io sto solitario.

«Noi, tuoi bianchi pensieri, viviamo
sul ciglio dei sacri sentieri dell’anima.
Per una strada tetra tu erri,
noi nel silenzio immoti splendiamo.

Non noi proteggeva il vento folleggiante:
noi potremmo proteggerti dalle tempeste.
Affrettati a raggiungerci attraverso il piovoso occidente:
per te noi siamo il meridione sereno.

Se la nebbia ottenebra la vista,
se echeggiò un tuono sinistro –
fiorisce il nostro cuore, e sospira…
Vieni, e ne saprai il perché».

*

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO, VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV

I SAGGI DI ANTONIO – N. 1: SCIENZA DELL'IO E CONCENTRAZIONE

Non v’è indagine legittima del “tradizionale”, che non supponga l’esperienza sovrasensibile, piuttosto che la somma delle conoscenze, cioè il sapere tradizionalistico. Questo sapere può essere un grosso inganno, se non è giustificato dalla reale percezione estracosciente, o super cosciente.

E’ più importante tale percezione che la problematica del valore tradizionale: questo, per essere autentico, presuppone appunto un percepire sottile, che è muovere nell’anima secondo il fondamento.

Dal punto di vista della percezione sottile, è lecito parlare di zone dell’anima che nell’uomo moderno si sottraggono alla coscienza ordinaria, non in quanto esistano come un “estracosciente” codificabile da una coscienza che rimane quale è a livello dialettico, incapace di afferrare se stessa,  bensì riferibili ad un Io che sperimenta: che è a dire al reale soggetto umano.

Esse sono sperimentabili nella misura in cui si possegga la dinamica del pensiero, epperò mediante questa si abbia di esse una percezione diretta, meglio che una deduzione in base a semplici nozioni o rappresentazioni spirituali.

Il pensiero è l’immediato veicolo dell’Io, l’immediato puro, ma come tale non conosciuto dall’uomo ordinario, che al massimo lo riconosce filosoficamente come mediazione. Sia Evola che Guénon non mancano di indicare come fondamentale per la ricerca interiore, la disciplina liberatrice, o trasformatrice (Evola), la ascesi dell’intelletto puro (Guénon), in definitiva la concentrazione. Qualsiasi tipo di concentrazione è in sé un’operazione di pensiero. In tal senso la concentrazione è la chiave di ogni tecnica interiore, sia di tipo yoghico, sia vedantico, sia sufico.

Il pensiero, quale viene quotidianamente sperimentato dal moderno uomo razionale, è il continuo sbrindellamento, ora deduttivo-induttivo, ora istintivo-cerebrale, di una forza superiore, che è in sé una corrente sintesi di Luce e di Vita. Qui il pensare ha interno a sé il volere, il volere ha interno a sé il sentire. In una zona supercosciente, le tre facoltà dell’anima, pensare, sentire, volere, sono solo una splendente forza.

Se, come tale, cioè con il suo originario potere di Luce di Vita, simile forza scendesse nell’organismo umano, lo distruggerebbe.

Per incarnarsi, perciò, questa forza si scinde in tre correnti, delle quali una soltanto, il pensare, diviene cosciente: ma diviene cosciente a spese del suo riflettersi nell’organo cerebrale. Rinunciando al proprio elemento sottile di vita, il pensiero diviene smorto riflesso, ombra esanime, dotata di moto in cui non c’è più anima, o luce interiore: è il moto dialettico, così caro ai moderni filosofi, materialisti o spiritualisti: il pensiero dell’impotenza.

Le altre due correnti, il sentire e il volere, mantengono bensì il loro elemento di vita, ma a condizione di vincolarsi alla subconscia sfera somatica, cioè al corpo senziente e al corpo vitale, o eterico, così che la loro dynamis si altera e ascende alla coscienza rispettivamente sotto forma di flusso emotivo e di flusso istintivo.

Normalmente l’uomo si trova in stato di sogno rispetto al vivo sentire e in stato di sonno profondo rispetto al vivo volere: è sveglio soltanto nel pensiero privo di vita. Questa privazione rende il pensiero indipendente dalla sua corrente sintetica originaria, onde l’uomo è bensì libero nel pensiero, ma di una libertà astratta, retorica, priva di spirito. Il vuoto guscio di questa libertà normalmente si riempie di contenuto istintivo: per tale ragione l’uomo giustamente si ritiene libero, ma viene sostanzialmente manovrato dagli istinti.

Non essendo cosciente dell’originaria forza sintetica, il pensiero non riesce a distinguere sé dal contenuto istintivo, così come non riesce a compiere un reale sintesi della molteplicità del mondo che gli viene incontro mediante le percezioni sensorie: non riesce se non a compiere astratte sintesi concettuali, non riesce a a muovere se non secondo relazione dialettica. Lo sbrindellamento del pensiero viene appena sanato dalla logica astratta, cioè dal moto riflesso, o dialettico del pensiero. La reale forma-pensiero invero si scinde in una serie continua di rappresentazioni, il cui piccolo caos viene appena ordinato dal pensiero logico. Gli istinti e gli stati emotivi in realtà spadroneggiano nella coscienza, grazie a questa impotenza del pensiero.

La concentrazione restaura, sia pure ogni volta per breve momento, il dominio dell’Io nell’anima, in quanto esige dal pensiero il movimento secondo il potere sintetico originario: ciò consegue mediante un tema non imposto dai bisogni o dai doveri quotidiani, ma voluto per sé, come mezzo per l’unificazione e l’intensificazione della corrente del pensiero normalmente dispersa. Mediante l’attenzione rivolta illimitatamente a un tema o ad un’ immagine o a un concetto, che deve campeggiare esclusivamente nella coscienza, il pensiero ritrova la propria unità originaria, la forza dell’Io.

L’errore generale umano, così come l’errore di taluni che tendono a ritrovare la dimensione sovrasensibile, senza rendersi conto di muovere da una coscienza dialettica, consiste nel fatto che la  presenza reale dell’Io nell’uomo non è diretta, ma continuamente riflessa dal corpo senziente, o psiche, rispondente a ciò che induisticamente viene chiamato kâma rûpa, e dall’esoterismo occidentale “corpo astrale”, cioè dal corpo animico vincolato alle categorie corporee. Nell’uomo comune, in effetto, all’impulso metafisico dell’Io, continuamente si sostituisce l’impulso psichico del corpo astrale. Mediante il corpo astrale, la corporeità fisica, con le sue potenze istintive e le sue demonie emotive, giunge a manovrare il pensiero.

Una simile situazione caratterizza specificatamente l’uomo moderno, il cui pensiero è caduto talmente nella cerebralità, da giungere persino a dubitare di una propria autonomia rispetto all’organo cerebrale e di costruire dottrine e teorie fondate sulla persuasione di una priorità dei processi cerebrali sul pensiero: che è la condizione del mondo animale. L’animale infatti non pensa, ma opera mediante un “pensare” adialettico, la cui immediatezza muove dalla sua corporeità fisica, sorretta da forze della propria incorporea “anima di gruppo”.

La dimensione esclusivamente razionale degrada l’uomo al livello animale: la sua intelligenza infatti è mondialmente mobilitata a soddisfare bisogni fisici e ad attuare un ferreo sistema di organizzazione economico-sociale conforme alla visione fisico-animale del mondo. Se v’è un momento primordiale della evoluzione umana, in cui l’uomo originario come entità spirituale supera il caos, occorre dire che l’attuale imporsi dell’organizzazione fisico-animale della società, è un ritorno del caos sotto forma tecnologico-scientifica. Nuovamente lo Spirito è chiamato a fronteggiare il caos, l’avvento sistematico del demoniaco. Il dramma del presente tempo consiste nel fatto che l’Io non dispone del potenziale di profondità di cui invece dispone il demoniaco.

La concentrazione dà modo al pensiero di estrinsecare la propria forza pura, indipendente dalla psiche. Il pensiero eccezionalmente si sottrae al dominio del corpo astrale, che di continuo lo assoggetta alla corporeità animale, cioè alla sfera delle potenze istintive. Tali potenze sono in realtà forze dell’Io, cioè forze del volere di profondità deviate verso la necessità strutturale corporea. L’Io le subisce come opposte e deviatrici, finché è un Io riflesso o dialettico, privo della propria indipendenza rispetto a corpo astrale e perciò del potere di presa su esso. L’esercizio della concentrazione, in realtà movendo dall’Io, comincia a restituire all’Io il dominio originario sul corpo astrale.

Il pensiero è l’arto immediato dell’Io. Dominando il pensiero attraverso il corpo astrale, le potenze corporeo-istintive s’impongono all’Io. Liberando il pensiero dalla soggezione al corpo astrale, l’Io riprende i comandi dell’anima e perciò del corpo, domina e trasforma le potenze corporeo-istintive. Queste sono in sostanza forze originarie smarrite dall’Io, che l’Io ha il compito di recuperare. Il recupero ha inizio mediante la retta concentrazione del pensiero: occorre dar modo al pensiero di manifestare la propria obbiettiva forza indipendente dal corpo astrale e perciò capace di veicolare la pura potenza dell’Io nell’anima. Colui che aspira all’Iniziazione nel presente tempo, deve anzitutto sperimentare il pensiero come forza pura indipendente dall’oggetto o dal tema mediante cui si manifesta, epperò come attività estra-psichica.

Il senso dell’esperienza è l’autonomia della coscienza dell’Io rispetto alla propria base corporea: autonomia che le consente la prima forma di conoscenza non dialettica, del Sovrasensibile, e perciò della reale fenomenologia della coscienza in rapporto alla funzionale “localizzazione” corporea dei movimenti tipici dell’anima.

Si comincia in tal modo a constatare come l’attività si svolga mediante il supporto cerebrale: la coscienza razionale si manifesta nel capo, basalmente stimolata dal percepire sensorio. La vita dei sentimenti invece ha come sede il torace: suo supporto è la forza che si esplica nei ritmi del respiro e della circolazione sanguigna. Il potere della volontà ha come veicolo i dinamismi metabolici del sistema del ricambio e del movimento degli arti. Allo stesso modo che i tre sistemi, neurosensorio, ritmico, metabolico, s’interpenetrano nell’organismo fisico, avendo tuttavia ciascuno una funzione predominante nella propria sede, così le tre funzioni, pensare, sentire, volere, operano in continua combinazione o collusione, secondo una mutevolezza che supera quella funzionale dei corrispettivi processi corporei.

L’uomo è in realtà un essere tripartito. La vecchia psicologia razionale aveva intuito tale trinità della vita dell’anima, ma non la sua rispondenza alle tre sedi corporee, che è un portato della Scienza dello Spirito occidentale. Le tre sedi, differenziate anche nelle loro strutture fisiche, mentre rispondono ai tre accennati tipi di attività della coscienza, simultaneamente risultano in relazione dinamica con i quattro sistemi della organizzazione corporea: osseo, ghiandolare, nervoso, sanguigno. Diciamo “relazione dinamica”, in quanto la tripartizione in sede della testa, del torace, del ricambio e delle membra, rispondente alla treità pensare, sentire, volere, si attua mediante lo stesso principio di sintesi psicosomatica che governa i quattro sistemi corporei simultaneamente presenti e cooperanti in ciascuna delle tre sedi.

Un ordine settenario governa metafisicamente i “quattro” e i “tre”. Si tratta di una sintonia basale, non meccanica, in quanto ciascuno di tali sistemi, guardato in sé, può essere riconosciuto operante secondo un tipo di forza che gli corrisponde dinamicamente: all’elemento minerale-osseo rispondono le forze radicali della struttura fisica, donanti degno di sé nella percezione sensoria: il sistema ghiandolare può essere riconosciuto veicolo delle forze vitali, o eteriche formatrici dell’organismo; il sistema nervoso supporto delle attività senzienti-psichiche (astrali); il sistema sanguigno portatore del principio Io, che si esplica come autocoscienza nel sistema della testa, mediante un particolare rapporto con l’organo cerebrale.

L’uomo moderno, con la sua ossessione materialista, sta intaccando con forze di caos l’ordine settenario: perciò la nevrosi e la malattia mentale, stanno diventando il male generale umano. Infatti, i quattro principi interiori, Io, astrale, eterico, fisico, sono presenti in simultaneo e interdipendente movimento in ogni esplicazione delle tre attività dell’anima, pensare, sentire, volere, mentre organicamente sono le forze originarie compenetranti le rispettive sedi di quelle: superiore, mediana, inferiore, rispondenti appunto ai tre sistemi, della testa, del torace, del ricambio e arti. L’equilibrio della vita dell’anima si può ravvisare come attuazione dell’ordine gerarchico che commette il principio dell’Io su l’ astrale, l’eterico, il fisico, attraverso l’armonico rapporto pensare-sentire-volere. Il principio Io in sé opera come centro originario delle forze. Ove tale principio venga contraddetto, il caos comincia a regnare nella struttura umana.

All’indagine della Scienza dello Spirito, la vita dell’anima risulta legata non soltanto al sistema nervoso, ma anche ad altri sistemi, con rapporti differenziati, che la coscienza ordinaria non registra, ma di cui ha di continuo le manifestazioni: alle cui cause  può risalire non con il ripercorrere intuitivamente il processo, ché un simile percorrere non può superare il limite della natura vitale-animale, ma con il ritrovare in sé  il principio indipendente dalla manifestazione. Al sistema nervoso può essere ascritta unicamente l’attività pensante e neuro-sensoria: perciò il pensiero è l’unica attività della coscienza capace di risalire il proprio processo pre-cerebrale.

Il sentire e il volere rimandano non ad organi, ma a supporti in movimento, come il ritmo sanguigno-respiratorio e l’attività del ricambio, che non offrono all’Io, come il sistema nervoso, una base per la coscienza di veglia. Il sentire e il volere, infatti, pur essendo attività di cui talune manifestazioni sono percepibili sensibilmente, si svolgono su piani che per la coscienza di veglia rispondono rispettivamente allo stato di sogno e di sonno profondo.

Quella che normalmente si attua come coscienza di veglia, sorge nella sede in cui si produce il pensiero: anche quando si muove per contenuti emotivi o istintivi. Dei moti del sentire e del volere, tale coscienza non ha percezione diretta, come può averla del pensiero. Il sentire e il volere, svolgendosi mediante altri supporti, possono venir avvertiti mediante il sistema nervoso, che non è il loro veicolo, bensì il veicolo mediante il quale giungono a coscienza.

Dal fatto che i moti istintivo-volitivi ed emotivi-senzienti si ripercuotono nel sistema nervoso sino alla zona cerebrale, i moderni psicofisiologi automaticamente deducono che la vita dei sentimenti, degli istinti e degli impulsi volitivi si svolge mediante tale sistema. In realtà le manifestazioni del sentire e del volere, pur giungendo a farsi percepire mediante l’attività dei nervi, non si compiono mediante questa. L’indagine scientifico-spirituale attesta che una evoluta o autonoma vita della coscienza, può dar modo all’uomo di percepire sentimenti, o stati d’animo, o impulsi, prima del loro entrare nella rete nervosa, ossia grazie a un preventivo incontro interiore con essi, onde accolga il loro obbiettivo contenuto, facendo valere tempestivamente una discriminazione, un consenso, o un rifiuto.

A ciò, tuttavia, è necessaria una specifica ascesi del pensare e del percepire, di cui è preparatrice appunto la concentrazione.

In realtà, i processi del sentire e del volere si svolgono mediante supporti corporei con i quali la coscienza ordinaria non ha connessione diretta. Ma neppure dove ha tale connessione con il proprio legittimo supporto nervoso, la coscienza è in grado di percepirla, se a ciò non educa se stessa mediante adeguata disciplina. La connessione esiste su un piano che sfugge all’ordinaria coscienza razionale, incapace di sperimentare se stessa indipendentemente dal supporto.

La coscienza può, grazie ad un atto interiore diretto, giungere all’origine dell’attività pensante e avere contezza di cooperare al sorgere del pensiero: questo procedimento, verificandosi a una sua indipendenza, sia pure temporanea, dal sistema nervoso, le dà modo di attuare un distacco e un controllo obbiettivo riguardo ai contenuti emotivi ed istintivi, i quali si danno normalmente come sensazioni in sé già compiute, avendo già coinvolto l’Io, avendo cioè già uno svolgimento fisiopsichico prima di venir percepiti, onde si presentano con un carattere di necessità e di obbligatorietà, che costituisce il reale problema della esperienza interiore.

Da quanto si è osservato, è intuibile la priorità della disciplina di pensiero ai fini di una liberazione delle facoltà animiche e di una elevazione della coscienza alla percezione di ciò che di primordiale unisce l’umano e il cosmico. La Tradizione non può essere afferrata dal pensiero dialettico: nella sua corrente metafisica può cominciare a muovere soltanto il pensiero liberato. Ma il pensiero non si libera mediante ad un tipo antico di ascesi, cui era estraneo l’impedimento del pensiero razionale-dialettico e che perciò non necessitava di conversione del pensiero dialettico. Tale conversione è indispensabile al cercatore moderno che inizialmente non dispone di altra possibilità di contatto con la Scienza del Sacro, se non quella dell’intelletto razionale, anche quando dietro a tale intelletto urge un’anima metafisicamente qualificata, cioè già consonante con l’impulso superiore dell’Io.

Soprattutto nel caso di effettiva qualificazione interiore, è necessaria la disciplina che eviti il guasto delle forze superiori per via del pensiero riflesso. In realtà, sul piano della coscienza ordinaria traente il senso di sé dai supporti corporei, le forze sovrasensibili, rispetto alle quali tale coscienza è immersa in stato di sogno o sonno, subiscono un rovesciamento, o un riflesso, che soltanto la interiorità di veglia può affrontare e gradualmente ripercorrere, nella misura in cui, malgrado il limite proprio alla condizione dialettica, muova secondo la direzione superiore dell’Io. Vere discipline del pensiero sono quelle che danno modo al pensiero di operare, al livello razionale-dialettico, secondo la direzione metafisica dell’Io.

Antonio Massimo

I SAGGI DI ANTONIO, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL "GRUPPO DI UR" E L'ORIENTE : IL PROBLEMA CUI SEMPRE SI SFUGGE

UR copertina

I miei cari amici Savitri e Isidoro, oltre a vessare e cloridricamente irridere il sottoscritto per le sue “melanconiche, dolcissime insonnie notturne”, hanno, eziandio, la impietosa perfidia di inguaiare il povero Hugo, promettendo al “colto e all’inclita” – senza minimamente consultarlo preventivamente, mi par ovvio e giusto – ch’ei avrebbe risposto alle lor domande tutte, proprio tutte, per quanto difficili, insidiose e intricate esse possano essere. È proprio il caso di dire che “da Savitri, Isidoro, e da cotali amici, vi guardi e lo guardi Iddio, ché da’ nemici d’ogni sorta e risma si guarda da solo (e, se gli riesce, vi guarda pure) il povero Hugo”. Ma, bando alle celie, e veniamo alle questioni sollevate da alcuni amici, affezionati lettori del Blog.

Milarepa pone una questione di non poco conto, ossia come vediamo le discipline del Buddhismo Vajrayana, e nella fattispecie quelle esclusivamente meditative. Egli fa poi considerazioni varie e pone alcune domande circa le discipline che dai diversi autori vengono indicate in UR. Altre considerazioni e valutazioni son state fatte da Iagla, da Balin, da Mir 83, da Prologiov, da Marzia, talché conviene dare un’unica risposta estesa a loro ed anche ad altri lettori non scriventi.

Vi sono due punti che il ricercatore spirituale deve avere chiari al massimo grado.

Il primo punto è saper bene chi fa che cosa. Perché non è affatto vero che tutti possano fare tutto: non è affatto vero che gli esseri umani siano tutti uguali, e nemmeno i cercatori dello Spirito lo sono tra di loro. Tra gli animosi cercatori dello Spirito vi sono differenze di comprensione, di forza interiore, di maturità spirituale e morale. Non tutti si possono permettere tutto.

Da questo punto di vista, innumerevoli sono le illusioni che gli umani si fanno a tale proposito. Ed innumerevoli pure le confusioni che essi fanno. Per esempio, un amico – che dopo oltre trent’anni di Scienza dello Spirito dovrebbe avere le idee più chiare – mi scriveva mesi fa  a proposito di discipline orientali da lui conosciute abbastanza tardi e non sistematicamente, che: «Studiando e studiando, le vie dei Sutra, dei Tantra, lo Dzogchen ed altre cose amene, mi accorgo sempre più di una cosa: ma se uno va a guardare fino in fondo, le differenze dottrinali, conoscitive e sapienziali, anche quelle tra le varie scuole e lignaggi, se guardi bene bene: ma che differenza c’è tra la Mahamudra che Tilopa insegnò a Naropa e lo Dzogchen, che pare addirittura sia stato lo stesso Tilopa a sollecitarne la conoscenza e la diffusione? A leggere il Grande Sigillo, o il Tesoro dei Cantici o i Tantra Dzogchen di Indrabhuti o Padmasambhava, mica c’è differenza, né di approccio, né di finalità, e il terzo tempo della concentrazione steineriana-scaligeriana, mi pare la si possa considerare esattamente identica: solo i termini dialettici sono diversi, come lo sono le nostre teste, diverse da quelle di allora. Ma è l’identica cosa!»

E invece no, proprio no, non è affatto l’identica cosa: né come approccio, né come finalità vi è identità con la Via del Pensiero che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno portato per la prima volta al mondo. La differenza c’è e grande, ed è fondamentale, anzi cruciale, sperimentarla. Io provengo dalle Vie dell’Oriente, Vie che ho appassionatamente amato e seguito con ardore e disciplina nella mia adolescenza, sino a quando incontrai Massimo Scaligero. Ho sperimentato sulla mia orsolupesca pellaccia la differenza radicale tra le antichissime e le meno antiche discipline dell’Oriente, e la Scienza dello Spirito, tra la sadhana yoghica, quella buddhista theravada, mahayana, zen e vajrayana, e la Via del Pensiero. Ed anche tra le discipline shivaite e taoiste e l’esperienza del pensare liberato. Ma il cogliere tale radicale differenza è un atto interiore, che dipende dalla forza interiore e dalla maturità spirituale. È un atto interiore, non una convinzione intellettuale o sentimentale, costruita e giustificata dialetticamente con ragionamenti e deduzioni logiche. Ragionamenti e deduzioni logiche, per quanto intelligenti e appropriati, nulla diranno a chi, per mancanza di forza e maturità spirituale, non apra il varco a quell’atto interiore, all’intuizione folgorante che invera in un momento indicibile l’esperienza dell’identità cosciente con l’essere originario del pensare.

Io ho molto amato le Vie dell’Oriente ed ho per esse profonda venerazione. So che esse hanno donato conoscenze e realizzazioni autentiche, ma ciò non vuol dire che tali conoscenze e realizzazioni siano identiche a quanto viene realizzato nella Via del Pensiero. E non vuol dire che tali nobili Vie siano – in quella forma – ancor oggi attuali.

Alla suddetta affermazione, un tantinellino “ecumenica”, del mio amico circa l’essenziale identità, e in qualche modo intercambiabile funzionalità delle varie discipline, che ai suoi occhi apparivano tanto simili, da sembrare identiche, mi trovai costretto a rispondere: « “Pare la stessa cosa”, Lei dice Don Ciccillo? Dice un adagio emiliano che “apparire e non essere, è come filare e non tessere”! Non solo non sono la stessa cosa, ma come ‘discipline’ sono addirittura polarmente opposte. Certo che vi è un’affinità nell’espressione dialettica, che appare persuasiva, ma al di là di una tale affinità, i contenuti reali – a mio immodestissimo parere – sono e restano diversi».

Questo desiderio di “ecumenica” unanimità può portare a fatali confusioni. Ad esempio, il mio amico Don Ciccillo di Scurcola Marsicana, sosteneva nello scrivermi che «la percezione cosciente e consapevole della propria Coscienza, del proprio Io immanentemente presente eppure trascendente della Mahamudra, non mi pare dissimile dalla esperienza dell’Io».

Non potei che rispondere a mia volta che, come afferma Massimo Scaligero: «”Non basta che l’Io sia, occorre essere l’Io”. Hai l’esperienza dell’Io? Allora non hai nessun bisogno né di Mahamudra, né di Dzogchen!».

Io non sono affatto contrario a che il libero cercatore tenti le più diverse esperienze spirituali, ed io stesso – sulla mia stessa orsolupesca pellaccia e a mio totale rischio e pericolo, senza coinvolgimenti altrui – ho affrontato le esperienze che ho ritenute necessarie al mio cercare. E, sempre al mio stimatissimo amico dovetti far presente che: «Se è per questo, io ho letto moltissimo, studiato moltissimo, cercato moltissimo, ma UNA sola è l’esperienza radicale che ha retto alle verifiche più spietate». Malgrado le speranzose affermazioni del mio amico scurcolano Don Ciccillo, non si giunge a realizzare l’esperienza dell’Io attraverso la pratica della Mahamudra o dello Atiyoga Dzogchen. Semmai è l’esperienza cosciente – e indipendente da ogni tradizione – dell’Io che permette di realizzare l’esperienza della Mahamudra e del Vajra, non viceversa.

Il simpatico Don Ciccillo scurcolano non era granché daccordissimo con le mie disilludenti affermazioni, e sosteneva che il Buddhismo può donare l’esperienza dell’Io, che: «comunque credo, anzi son certo che il concetto di Anatman nel Buddhismo sia inteso relativamente alla costituzione dell’uomo di allora, al sé contingente che ancora ci portiamo dietro. Se leggi Tilopa, Tilopa parla dell’Io parla all’Io. Il Grande Sigillo, il Tesoro dei Cantici sono veramente un tesoro, anche per noi razionali, occidentali, pensanti cerebrali».

Questa affermazione è rigorosamente una fiaba, perché se c’è una cosa che il Buddhismo ha costantemente combattuto nei suoi 2600 anni di storia, in tutte le sue scuole, è proprio il concetto dell’Io. Porterebbe alquanto lontano dire il perché e il per come di una tale costante negazione, ma non potei rispondere altro che le cose non stavano affatto a come, in speranzosa totale buona fede, se le dipingeva il mio amico scurcolano, e dirgli: «Il Buddhismo è preciso, e non si può fargli dire quel che non dice, e leggervi quello che ci mettiamo noi dentro, giusto o sbagliato che sia. Io non dico che l’esperienza del Buddhismo non sia giusta – io vengo da quella esperienza – ma non si può proprio far dire al Buddhismo quel che questo non dice. Nessun buddhista Theravada, Mahayana o Vajrayana, nessuna Scuola, neppure il Chan cinese o lo Zen giapponese sottoscriverebbe – a ragione o a torto che sia – una affermazione come la tua. Sarebbe come se tu dicessi che su un monte una persona posta, sull’altro lato del monte rispetto a te, vede quello che vedi tu, perché “tanto il monte è lo stesso”. No, non è così. Molta confusione è nata dall’unanimismo approssimativo che molti teosofi, hanno fatto a partire dalla fine dell’Ottocento. Loro, cominciando da Henry Steel Olcott, compassato Presidente della Società Teosofica, pretendevano di sapere meglio degli asceti buddhisti quel che tali asceti pensavano. Io sono estremamente contrario a queste forme di sincretismo esoterico. Uno è libero di seguire – e seguire sino in fondo – una Via rispettabilissima come il Buddhismo, ma è tutta un’altra cosa rispetto alla nostra Via, che è e rimane diversa. Varie vie – ma non tutte – portano a Roma, ma è impossibile percorrerle contemporaneamente, e  anche quelle che portano a Roma non portano alla mèta se vengono percorse in senso contrario!».

Il secondo punto è rendersi conto – con spietata sincerità nei confronti di se stessi – di che cosa spinge il ricercatore spirituale ad accomodarsi la via spirituale, ossia ad adeguarla alle esigenze della natura egoica. Da tale natura egoica nascono e prosperano molte illusioni e confusioni. Le confusioni sono sempre di origine sentimentale e intellettuale. Il più delle volte provengono da una forma, ben comprensibile, di “innamoramento” cui viene data una formulazione intellettuale, servendosi degli strumenti della logica, della dialettica e talvolta di una notevole erudizione. Massimo Scaligero sempre di nuovo ribadiva il fatto che “l’idea di un’esperienza spirituale non è l’esperienza spirituale stessa”. Sicuramente le pratiche buddhiste della consapevolezza del Satipatthana, le discipline del Samatha e del Vipassana, il Samadhi e la Bodhi, ossia tutte le discipline di attenzione, di dominio del mentale e del processo pensante sino alla sua cosciente estinzione, l’esperienza dell’Estasi e dell’Illuminazione folgorante, sono eventi e realizzazioni molto elevate, ma per l’uomo attuale – occidentale, e oramai anche orientale – sono idee, inizialmente unicamente idee, e non realtà. Unica realtà è l’ideare che li immagina. Ma tale ideare è cosciente? Ossia, è cosciente della forza e del momento genetico dell’ideare tali realizzazioni? Tale ideare, il suo tessuto di luce, la sua forza, il suo folgorante momento intemporale, sono ben più importanti delle ideate, e spesso sentimentalmente mitizzate, “esperienze” e “realizzazioni” mistiche e magiche, orientali e occidentali, antiche e moderne.

Di fronte all’indicazione della Via del Pensiero – mostrata nella sua scarna e spartana asciuttezza – molti rimangono delusi, perché sentono sgonfiarsi l’enfasi mistico-sentimentale, o la galvanizzazione mitico-eroica, che non è la realtà delle antiche Vie, bensì la loro irreale rappresentazione psichica, e non spirituale, generata da un pensare sognante, idolatricamente sentimentale e istintivo. Lo stesso problema si pone, oggi, a coloro che accostano le dottrine e le discipline esposte nei fascicoli della rivista UR, che Massimo Scaligero volle venisse ripubblicata.

Mir 83 chiede il perché delle resistenze alla ripubblicazione dei tre volumi, fedeli all’edizione degli Anni Venti: «Non capisco, se il fatto di smettere di pubblicare, anche dopo la decisione di Scaligero di ripubblicare la versione del 27, sia da imputare a “resistenze” insite nella città eterna oppure addirittura a livello nazionale; tanto da non interessare nessuna casa editrice della penisola. Non posso conoscere gli eventi per ragioni anagrafiche e spazio temporali ovviamente, ma il tutto mi sa tanto di blocco volontariamente messo in atto da chi considerava in un certo modo scomodo il lavoro effettuato illo tempore dal Gruppo di UR, anche perché non c’è motivo alcuno di diffondere grandi quantità di copie dichiaratamente rivisitate e modificate se non per altri scopi che vanno ben al di la dello scopo puramente editoriale di diffusione TALE E QUALE dei documenti».

Le “resistenze” alla ripubblicazione dei tre volumi di UR,  voluta da Massimo Scaligero, non sono tanto a livello nazionale – ove, anzi, molti cercatori spirituali sarebbero grati di potere rileggere quei testi introvabili –  semmai,  nella Città Eterna, sulla collina sacra al Dio Giano, vi è chi non ritiene auspicabile che i contenuti di UR vengano diffusi e conosciuti, e ancor meno praticati, ed ha esplicitamente dichiarata la sua intenzione di non ripubblicar giammai i tre preziosi volumi. Del resto non si ritiene auspicabile neppure  diffondere e ripubblicare TALE E QUALE l’Opera stessa di Massimo Scaligero, reputando che la Via in essa Opera indicata  – suis ipsissimis verbis relatum – sia una “via incompleta e superata”, e che le discipline di Concentrazione e di Meditazione in essa consigliate, da coltivarsi individualmente e fraternamente insieme, siano “pericolose” per l’«anima».

Venendo alle discipline di UR, occorre dire che esse hanno origini diverse, e che vennero indicate da personalità che seguivano sentieri spirituali diversi. Alcune di quelle discipline sono descritte in maniera indubbiamente fascinosa, e promettono molto al ricercatore spirituale. Ma, come nel caso delle discipline orientali, occorre ricordare – affinché la sadhana sia autentica e non illusoria – che non può essere saltato il momento ideante di quelle discipline. In Kundalini d’Occidente, Massimo Scaligero avverte che chi si dedica a discipline orientali o occidentali di tempi trascorsi, ha tanta possibilità di trarre da quelle discipline un contenuto vivente, e di giovarsene, per quanta liberazione del pensare dal supporto corporeo egli abbia concretamente conseguito.

Non può dunque, essere saltata la disciplina della liberazione del pensiero. E questa – checché ne dicano i romantici innamorati di un Oriente di maniera – è una disciplina ignota ad un Oriente, che ancora non ne aveva bisogno. Tale Oriente usava un luminoso e magico imaginare, ma non ne conosceva ancora la segreta virtù: la coscienza della informale forza imaginante. Ne accoglieva nell’astrale la luce da una sfera superumana, ma a quella sfera superumana originaria non poteva ancora accedere. Per cui quelle Vie erano ancora vie mistiche, che accoglievano il contenuto sacrale  da una ignota sfera trascendente. Quel contenuto sacrale – per quanto inverosimile ciò appaia ai “tradizionalisti” sognanti una irreale rappresentazione di un mondo trascorso – è presente nell’arido e apsichico atto del pensare puro. Nel pensare puro, coscientemente e intensamente voluto, è presente il potere nirvanico e atmico, che l’antico asceta accoglieva da una sfera trascendente.

Per questo l’atto del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, coscientemente voluto, è il meno accetto all’ego, il più faticoso, il meno fascinoso e gradevole. Massimo Scaligero ammoniva che non sono discipline particolari, od esercizi “speciali” ad aprire il varco all’esperienza sovrasensibile, bensì è l’esercizio che esige da noi il massimo della forza, l’esercizio per noi più difficile e faticoso, l’esercizio che permette al praticante di sviluppare il massimo della forza della volontà cosciente quello che porta alla concreta esperienza spirituale. Un tale esercizio è la Concentrazione. Il resto viene dopo: a condizione che la Concentrazione sia costantemente praticata con dedizione fedele, con stato interiore fervido, sacrale. Perché essa è l’azione più elevata che un essere umano può compiere sulla Terra, l’azione più radicale, coraggiosa ed efficace: quella più rivoluzionaria e trasmutatrice della tenebra terrestre.

Nell’incontro che ebbi con Massimo Scaligero, ebbi subito chiaro che se volevo realizzare samatha e vipassana, calma profonda e visione penetrante, dovevo passare attraverso la Concentrazione; se volevo realizzare prajna e karuna, sapienza trascendente e compassione, dovevo passare attraverso la liberazione del pensiero, attraverso la Concentrazione, e non viceversa. Se le discipline orientali, o certe discipline di UR appaiono più facili da praticare e più gratificanti, è proprio allora che vi è la necessità di una intensa, fervida e costante pratica della Via del Pensiero. Anche una disciplina come la “prattica dell’estasi filosofica”, indicata in UR,  oggi passa necessariamente per la pratica della Concentrazione, la quale soltanto porta alla liberazione dai vincoli somatici, dal supporto del sistema nervoso, e al Silenzio. Deve essere l’Io a praticare l’Ascesi Solare, non il corpo astrale, ossia la natura egoica. Nella estraformale forza-pensiero che volitivamente pensa nella Concentrazione vi è tutto quello che sentimentalmente, istintivamente, idolatricamente, molti spiritualisti vanno affannosamente cercando nelle asana e nel pranayama, nei mantram e negli yantra, nei sutra, negli agama, nei tantra, nei simboli, nelle sciarpe ricamate delle iniziazioni massoniche e martiniste, nei riti della magia cerimoniale, nelle “catene” sufiche e persino nello sciamanesimo degli Indiani Lakota del lontano Montana, nelle pratiche devozionali di tutte le confessioni religiose. Cercano lo spirituale in ogni possibile oggetto di pensiero, ma non nella forza-pensiero con la quale pensano così tante belle cose. Si può dire che tutti – quasi tutti – temono ed evitano, con abile codardia, di diventarne consapevoli.

La Filosofia della Libertà e il Trattato del Pensiero Vivente sono l’autentico Rituale magico della resurrezione del Pensiero-Folgore: l’Iniziazione autentica.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE
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