LA FINE DEL MONDO

crepuscolo

RAGNARØKKR, ossia la fine del mondo secondo l’Edda. Questo manoscritto fu probabilmente redatto agli inizi del 1300 e si trova in quattro principali codici. Compose l’Edda, all’incirca dopo il 1220, Snorri Sturluson, islandese, nato a Hvammr nel 1179 e fatto assassinare (forse con qualche ragione) dal re di Norvegia nel 1241. I racconti e la mitologia descritti nell’Edda sono uno dei principali tesori di conoscenza sulla religione dei popoli scandinavi e germanici. Ma nell’insieme è parte di una comune origine indoeuropea.

Per come le cose vanno a finire, potrà sembrare un tantino pessimistico, ma non troppo se lo confrontiamo con la visione indiana espressa dal Vishnu Purāna e, in occidente nell’Asclepio (uno dei testi del Corpus Hermeticum):”…allora il mondo, a causa del tedio degli uomini, sembrerà da non ammirare e da non adorare…Infatti saranno anteposte le tenebre alla luce e la morte sarà giudicata più utile della vita, nessuno guarderà il cielo, il religioso sarà tenuto (per) pazzo, irreligioso prudente, il furibondo forte, il pessimo buono. Avviene la secessione dolorosa tra dei e uomini, restano solo gli angeli nocivi…Verrà questa vecchiaia della terra con l’irreligiosità, il disordine, l’irrazionalità di tutti i beni”. E ditemi, chi pronuncia queste parole? “…insorgerà popolo contro popolo e regno contro regno. In ogni luogo ci saranno carestia, pestilenze e terremoti…; il sole si oscurerà, la luna non darà più il suo chiarore, le stelle cadranno e le potenze dei cieli saranno squassate…”.

Il motivo della decadenza del creato è dunque universale. Si presume che anche il ragnarøkkr sia fine del mondo come fine di un ciclo. Poi inizia uno nuovo. Comunque pensateci, prima di frullare lieti in vacanza…

*

Esso (il ragnarøkkr) avrà inizio quando verrà l’inverno chiamato Finbulvetr (inverno spaventoso): la neve cadrà vorticando da tutte le parti, vi sarà un grande gelo e venti pungenti. Non ci sarà più il sole.

Verranno tre inverni insieme, senza estati di mezzo. Passeranno altri tre inverni e su tutto il mondo imperverseranno grandi battaglie, i fratelli si uccideranno per cupidigia e non ci sarà rispetto per il padre o il congiunto nell’assassinio o nell’adulterio.

Era di lupi prima che il mondo crolli.

Allora avverranno gli eventi che parranno spaventosi: il lupo ingoierà il sole e sembrerà agli uomini una grande sventura. L’altro lupo raggiungerà la luna e farà un disastro. Le stelle scompariranno dal cielo.

Avverrà pure che tutta la terra tremerà e così le montagne, tanto che gli alberi saranno sradicati, i monti crolleranno e tutte le catene e i legami si scioglieranno e si spezzeranno.

Così il lupo Fenrir sarà libero.

Il mare dilagherà sulle coste poiché Midhgardhsormr (la serpe che nel profondo degli oceani cinge il globo) sarà preso dalla furia dei giganti e assalirà la terra. Allora sarà sciolta anche Naglfar, la nave che così si chiama: essa è fatta con le unghie dei morti, per questo motivo si fa attenzione se un uomo muore con le unghie non tagliate perché costui porta molto materiale per la nave Naglfar che gli uomini e gli dei vogliono si costruisca lentamente.

In questo mare tempestoso Naglfar avanzerà. Hrymr si chiama il gigante che la guiderà.

Il lupo Fenrir avanzerà con le fauci spalancate, la mascella superiore contro il cielo e quella inferiore contro la terra: ma le spalancherebbe di più se ci fosse posto. Dai suoi occhi e dal suo naso eromperanno fiamme.  Midhgardhsormr sputerà tanto veleno che ne saranno spruzzati tutto il cielo e la terra: spaventoso d’aspetto, avrà al suo fianco il lupo.

In quel boato si fenderà il cielo e di là si precipiteranno cavalcando i figli di Muspell. Surtr avanzerà per primo e davanti e dietro di lui ci saranno due fuochi. La sua è un’ottima spada e irradia più splendore del sole. Quando cavalcheranno su Bifröst, lo manderanno in frantumi.

I figli di Muspell avanzeranno lungo il campo che si chiama Vígrídhr; là verranno anche il lupo Fenrir e  Midhgardhsormr e inoltre Loki e Hrymr, e con lui tutti i giganti del ghiaccio e seguiranno Loki tutti i compagni di Hel. I figli di Muspell formeranno da soli una legione sfolgorante.

Il campo di  Vígrídhr si estende da ogni lato per centoventi leghe. E accadrà che Heimdallr si ergerà e soffierà impetuosamente nel corno Giallarhorn, e allora tutti gli dei si desteranno e cercheranno consiglio. Ódhinn cavalcherà verso la fonte di Mímir al quale chiederà consiglio per sé e la sua stirpe.

Il frassino Yggdrasill (l’asse del mondo) si scuoterà e nulla sarà allora senza terrore, né in cielo né in terra. Gli Asi indosseranno l’armatura e con loro tutti gli Einheriar, e avanzeranno verso il campo di battaglia.

Per primo cavalcherà  Ódhinn con elmo dorato e la corazza splendente e con la lancia che si chiama Gu˂ n ˃gnir, dirigendosi verso il lupo Fenrir, mentre Thórr avanzerà al suo fianco ma non potrà aiutarlo perché dovrà combattere una battaglia senza quartiere con  Midhgardhsormr.

Freyr si farà contro Surtr e sarà un’ardua battaglia prima che Freyr cada: mancandogli la buona spada che aveva donato a Skírnir, morirà. Allora sarà libero anche il cane Garmr che è legato davanti a Gnipahellir; è il più grande dei mostri: combatterà contro Týr e sarà la morte di entrambi. Thórr ucciderà  Midhgardhsormr, farà nove passi e infine cadrà morto a terra a causa del veleno sputatogli addosso dal serpente.

Il lupo ingoierà  Ódhinn, e questa sarà la sua morte.

Dopo avanzerà Vídharr e porrà uno dei suoi piedi sulla mascella inferiore del lupo, in quel piede avrà la calzatura che tutte le epoche hanno contribuito a fare: sono i triangoli di cuoio che gli uomini tagliano via dalle scarpe, dall’alluce o dalla caviglia (si parla degli avanzi di cuoio derivati dalla confezione); perciò chi desidera aiutare gli dei deve gettar via questi avanzi di pelle. Con l’altra mano  Vídharr afferrerà la mascella superiore del lupo e gli spaccherà la bocca: quella sarà la fine del mostro.

Loki combatterà contro Heimdallr: sarà la morte per entrambi. Subito dopo Surtr appiccherà il fuoco alla terra e tutto il mondo brucerà.

TRADIZIONE

AVVISO AI NAVIGANTI ( di Eco)

mare e monti

Rapiti, sequestrati…..chi tra i monti, chi al mare……i nostri collaboratori paiono scomparsi…….

Eco rallenta ma non si ferma! Per i fedeli che non butteranno il pc dalla finestra in agosto, ci saranno ugualmente dei bellissimi post.

Buone vacanze!

 

ANNUNCI

DUE INDICAZIONI OPERATIVE E UN PENSIERO DI MASSIMO SCALIGERO

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In un articolo precedente, ho avuto modo di pubblicare qualcosa d’inedito di Massimo Scaligero. Ad alcuni di noi, appassionatamente impegnati nella Via del Pensiero e nella meditazione rituale della Filosofia della Libertà, egli dava indicazioni operative per portare a fondo il lavoro della Concentrazione, per intensificarlo sino alla Contemplazione della pura forza-pensiero, sino all’esperienza della forza-pensiero «vuota» di pensieri, ossia di qualsivoglia pensato. Perché tutti i pensati scaturiscono da tale vivente forza-pensiero: ne sono il morire, l’irrigidita ed esangue cristallizzazione. Mentre l’Ascesi del Pensiero attua, attraverso la Concentrazione, il morire – lo sparire, l’annientamento – di tali morti pensati e il rivivere, oltre la loro dissolvimento, della forza-pensiero dalla quale erano scaturiti e alla quale essi erano morti.

Massimo Scaligero ci dava  alcune preziose indicazioni operative su fogli dattiloscritti, che donava a coloro che si votavano con ardore interiore alla pura Via del Pensiero. Dopo quasi trentacinque anni da quando egli ci ha visibilmente lasciati, alcune di queste indicazioni operative possono risultare preziose per coloro che, in questa epoca oscura stupida e malvagia, vogliono compiere la temeraria impresa della resurrezione del pensiero dalla tomba della riflessità, l’impresa eroica della resurrezione del pensiero vivente dal cadavere della conoscenza morta.

Queste indicazioni non sono un «segreto» nel senso convenzionale del termine, ossia non sono un segreto per la volontà, o anche la giustificata necessità, di tenere riservata una determinata conoscenza. Sono un «arcano», ossia qualcosa che rimane segreto per l’ineffabilità del loro contenuto, che respinge le anime volgari, o coloro che non sono ancora  pronti o maturi per la Via «assoluta», la Via senza appoggi, e necessitano ancora di conseguenza di appoggi e mediazioni varie: intellettuali, sentimentali, mistiche e così via.

Tuttavia si tratta di contenuti sacrali, che non devono essere profanati, portando loro incontro uno stato interiore dell’anima inadeguato  o volgare. In questa epoca oscura, malvagia e soprattutto stupida, vi è da parte di molti una sorta di impura voluttà di profanare, involgarire, degradare, banalizzare e addirittura sacrilegamente pervertire i contenuti della Scienza Sacra e della Sapienza. In questo campo di riprovevole eccellenza, internet dà un improvvido aiuto alle più oscene e sacrileghe intraprese. Ed è naturale, perciò, l’esitazione che si può avere di fronte alla decisione di donare contenuti talvolta di grande delicatezza. Ma è anche giusto che coloro che, in silenzio e solitudine, si consacrano alla fervida pratica della Concentrazione e della Meditazione, secondo la Via del Pensiero Vivente, non vengano privati di alcune indicazioni, che se seguite con intenzione pura e perseveranza, possono portare veramente lontano. I profanatori avranno dalle conseguenze delle loro stesse male azioni l’amaro salario che loro spetta.

Vengono pubblicate qui di seguito due di queste inedite indicazioni operative, date da Massimo Scaligero negli Anni Settanta. Le ho trascritte tali e quali dal foglio a suo tempo ricevuto.

Prima indicazione :

«SUPERAMENTO DEL LIMITE SENSIBILE

Si evochi un determinato oggetto: i.e. chiodo; lo si descriva; si osservi come ogni elemento della descrizione abbia risonanze sensibili (imagine definita, colore, profondità, etc.); si osservi come ogni volta, per richiamare un nuovo elemento della descrizione si faccia appello ad una “zona” dalla quale lampeggia un elemento inafferrabile e intemporale, che poi portiamo nel tempo col determinarlo.

Si veda come da tale zona, solitamente non avvertita, traggano origine tutti i pensati.

***

Esaurita la descrizione si tenga di fronte a sé l’imagine del chiodo e la si “animi” facendole assumere tutte le forme e le dimensioni possibili entro la funzione “chiodo”.

Si constati come tale imagine sia “animata” da qualcosa che lei non è, e che si trova dietro di essa.

Si faccia sparire di colpo tutta l’imagine sensibile, mantenendo però in azione l’elemento “animante”; lo si osservi.

Si descriva la sua natura. Si osservi il suo rapporto con il rappresentare e l’imaginare».

Seconda indicazione:

«COSCIENZA DELLA MEDIAZIONE PURA

Ci si porti alla percezione di due concetti. Si constati come, pur diversi nella “forma, “vivano” di un’unica forza.

Osservare come normalmente ogni persona si riferisce sempre inconsciamente a concetti.

Osservare come questi diventino rappresentazioni.

Osservare come tali rappresentazioni medino la percezione del sensibile e dello psichico.

Osservare la diversa relazione esistente tra rappresentazioni aventi per contenuto cosciente un concetto, e quelle aventi per contenuto un moto animico-egoico.

Osservare se sia possibile usare come mediazione alla percezione il concetto e che cosa ne consegua.

Osservare infine a mezzo della memoria cosa ha mediato via via la coscienza delle esperienze precedenti; i.e. come e a mezzo di cosa ci siamo mossi nell’indagine».

A queste indicazioni, voglio aggiungere un altro pensiero di Massimo Scaligero, che mi sembra esprimere in maniera lapidaria la tenuta interiore che deve avere colui che si impegna nella Via della Iniziazione. Anche questo pensiero offro alla attenta e fervida meditazione di coloro che amano la Via del Pensiero, che il nostro Maestro ci ha dato.

«Il mondo viene trasformato non tanto dalle nostre ideologie, dai nostri programmi, dalle nostre parole, quanto dai nostri pensieri profondi, da ciò che realmente siamo nel segreto dell’anima. Non è il nostro apparire, ma il nostro essere profondo, che lavora alla trasformazione del nostro destino».

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – AGOSTO 2014

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A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 66

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ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’UOMO e la BESTIA

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(La Bella e la Bestia – J. C. – 1946)

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Asceta: dal greco askētḗs che viene da askêin che significa semplicemente e s e r c i t a r s i.

Nel campo che possiamo chiamare come Vie alla coscienza spirituale o alla reintegrazione interiore ci si esercita…speriamo ci permettano allora di chiamare asceti coloro che esercitano disciplina sulle potenze dell’anima.

Ho notato che i detrattori più accaniti verso questo termine, messi da parte i mastini dell’ateo-materialismo militante (vedi l’ambiguo CICAP), sono proprio gli spiritualisti. Sembra un mistero.

Poi t’accorgi da “voci dal sen sfuggite”, che l’antipatia ha diverse radici: un  cattolicesimo appena represso ma che ronza vivo nel subcosciente, il raccapriccio verso la realtà della propria immagine che contende a Dorian Gray l’esigenza di tenere velato il quadro, ma soprattutto una paura abbietta verso l’ignoto, inteso come ciò che potrebbe trascendere la propria, personale realtà.

Il filo conduttore, il collante universale (chiamatelo come volete) è la bestemmia.

Non quella detta e sentita dai semplici, dagli innocenti (porco qua e porco là…).

No! La bestemmia vera è proteiforme, spesso razionale e ragionevole, suadente, talvolta amichevole. Allo sguardo interiore essa si riduce sempre a ciò che è sempre stata (simmetricamente opposta alla preghiera): è l’urlo della Bestia e nient’altro.

Da un certo punto di vista, la Bestia, sia pur terribile, non è un essere eccezionale poiché, come il male della Arendt, è banale, priva di fantasia, senza riscatto: grida e azzanna il vuoto, grida e azzanna il vuoto…così sempre, all’infinito. Se l’uomo non l’invitasse nel buio dell’anima sarebbe poca cosa. L’uomo ignora la propria grandezza e ottusamente nemmeno s’accorge quando la condivide con la Bestia.

La Bestia che usa l’intelletto umano, odia l’asceta. Così è sempre stato e continuerà a essere.

Sempre in oscena comunione con l’abisso, essa esprime in tutti i modi che sono permessi all’uomo che la veicola, il suo incessante odio verso l’Alto e verso chi tenta i percorsi di elevazione.

In realtà, con pacatezza di sguardo possiamo osservare come tutti gli uomini dabbene siano asceti: per amore o per dovere o per disperazione, tendono ogni giorno a superare se stessi: sul lavoro, nella famiglia, nell’accudimento dei bisognosi. Solo nella coscienza di veglia essi non ne sono granché consapevoli.

Purtroppo quando un barlume di consapevolezza si fa strada nella coscienza tutta la potenza degli Inferi si precipita a fermare una possibile alba della luce. E snatura ciò che non riesce a fermare.

Potete trovare altre spiegazioni, ma le cose stanno così.

Altrimenti come spieghereste il continuo ridimensionamento dei Maestri, svolto con ipocrite cautele, che ricorda tanto la martellata immagine del Logos imposta come “l’umile falegname di Nazareth”?

Il continuo ricacciare nello scantinato la messe di discipline esoteriche offerte (perché necessarie come l’aria per i polmoni) agli uomini da parte di tali grandi figure secondo le imperiose e misericordiose direttive del Santuario dello Spirito?

Il costante tentativo di seppellire tra risate, motteggi, offese, falsificazioni e disprezzo, lo sforzo ascetico dei pochi esseri dotati di un briciolo di buona volontà e coerenza?

L’uomo che si ritiene “normale” non avrebbe l’incrollabile costanza nel fare tutte queste cose! Già di suo, l’anima può diventare innaturalmente storta. Per la Bestia è invece espressione della sua propria natura: è la sua vita.

Natura che si fa persino raffinata quando finge una spiritualità che sa evitare il massiccio scoglio dell’impresa reale: la spoliazione delle proprie ricchezze, il superamento cosciente del sé ordinario: via battuta dalla Tradizione lungo l’intera storia dell’uomo e che si modifica quanto basta, quasi continuamente, poiché segue l’evolversi della struttura umana.

Come a dire che, alla fine, c’è sempre – dall’inizio del tempo dell’uomo caduto – la “cruna dell’ago” da attraversare: impresa nemmeno concepibile per la “ricchezza” del sé personale.

Avventura che procura un comprensibile timore all’uomo…ma un rifiuto selvaggio quando comanda la Bestia.

In questo sciagurato caso l’uomo schiavizzato si procura ogni genere di alibi (spesso incoerenti e ridicoli) che giustifichino la discesa verso il nulla.

Essa è ben celata dalle pareti senza appigli e speranza del razionalismo e del sentimentalismo: due potenti pietre d’inciampo: diffidate dalle “lucide” deduzioni e dall’esibito moralismo che, come pioggia sottile, si insinuano sulla strada e sui tetti.

Mentre per salire servirebbe la follia dominata, il freddo coraggio, l’accettazione del dolore profondo, l’illimitata fedeltà e, forse, un guizzo di memoria (nostalgia) per ciò che si è oltre l’illusione del tempo: ciò per osare gesti fatali, forse irrevocabili (cause) che non patiscano il canone del convenuto, dell’umano non più giustificato, superato, già indurito come la mummia che ci portiamo dentro.

In questo senso noi viviamo – male – nella morte, ove la vita che appare è riflesso e dubito fortemente che siano possibili “salti” se non a parole. Le parole!

Siete mai stati in una clausura? Io sì e posso dirvi che gli antichi metodi funzionano ancora. La parola è la prima cosa che viene tolta. Come ogni abitudine o vizio, per qualche giorno vorrebbe venir fuori dalla bocca, poi, come l’impulso s’acquieta, alla pari s’acquieta la testa e le vespe che vi hanno nidificato si addormentano al suono del silenzio. Facile come bere un bicchier d’acqua!

Ci si accorge che far eco alle cose con le parole e con i pensieri del pensiero è una fatica inutile, quasi una demenza: rumori nel mondo, rumori nell’anima.

Per qualcosa di simile gli asceti veri sono silenziosi. Essendo silenziosi sono invisibili: nessuna etichetta li distingue, conducono due vite e la vita interiore è dissimile a qualunque cosa che abbia un nome, che possa venir “parlata”, “discussa”. Se il mondo spirituale non impone loro il sacrificio di manifestare qualcosa, il silenzio interiore è estremo e le finalità del tutto incomprensibili, specie per i molti diventati servi dei parassiti interiori. Forse per questo la Misericordia divina li rende inconoscibili…e la Bestia non può vederli.

(NB: Righe di un demente affetto da “sindrome di Fort Apache”, ecco…)

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VITA DELL'ANIMA (2°SCRITTO)

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L’anima nella chiarità della percezione spirituale

Ricorso che si sia, per imparare a conoscere l’essenza dell’anima, ai fenomeni del sogno, si è costretti infine ad ammettere che quel che si cerca, ci sta dinnanzi con una maschera. Dietro i simboleggiamenti di stati e processi corporei, dietro le esperienze mnemoniche accozzate contro natura, si può presumere l’attività dell’anima. Ma non si può asserire di trovarsi di fronte alla figura reale dell’animico.

Dopo il risveglio, ci si avvede di quanto il lavorio del sogno soggiaccia all’attività del corpo e, per tramite di questo, sia dedito al mondo sensibile esterno. Mediante lo sguardo retrospettivo dell’auto-osservazione, si vedono soltanto, entro la vita dell’anima, le immagini del mondo esterno, e non l’anima stessa. L’anima sfugge alla conoscenza ordinaria nell’attimo in cui si vuole coglierla nella conoscenza.

Con lo studio del sogno non si può sperare di accostarsi alla realtà dell’animico. Per trattenere nella sua forma originaria l’attività dell’anima, si dovrebbero estinguere, con una forte attività interiore, i simboleggiamenti degli stati e processi corporei, nonché le esperienze della memoria. Dopodiché si dovrebbe poter osservare il trattenuto. Ma ciò è impossibile, poiché chi sogna è in una condizione di passività. Non può esplicare nessuna attività propria. Con l svanire della maschera animica, svanisce anche la sensazione del proprio sé.

Diversa è la cosa per la vita di veglia dell’anima. Qui l’attività del sé può non solo conservarsi quando si estinguono le percezioni del mondo esterno, ma può anche rafforzarsi in  se stessa. Ciò avviene se, nella veglia, ci si rende altrettanto indipendenti dal mondo sensibile estero, quanto lo si è nel sogno. Si diventa allora, in piena consapevolezza, imitatori desti del sogno. Ma in tal modo anche ogni illusorietà del sogno cade. Chi sogna tiene per realtà le immagini del suo sogno. Chi è desto ne riconosce l’irrealtà. Chi è desto e sano, in quanto è imitatore del sogno, non può tenere per reali le sue immagini. Resta consapevole di vivere in illusioni create da sé.

Ma non riuscirà a creare queste illusioni, se egli si fermerà soltanto al grado della coscienza ordinaria. Dovrà provvedere ad un rafforzamento di questa coscienza. Questo lo potrà ottenere con un pensiero che sempre di nuovo si accenda da dentro. Con questo continuo accendersi, l’attività animica interiore cresce (nei miei libri L’Iniziazione e La Scienza occulta ho descritto nei particolari la corrispondente attività interiore).

In tal modo si può portare alla chiara luce della coscienza quel che passa per l’anima nell’oscurità crepuscolare del sogno. Si effettua così l’opposto di quanto avviene con la suggestione o con l’auto-suggestione. In queste, dalla semi-oscurità, si fa penetrare nella vita dell’anima qualcosa che poi viene considerata realtà. Nella attiva riflessione animica, ora caratterizzata, si pone con chiara coscienza davanti alla vista interiore qualcosa che – nel senso più pieno della parola – viene considerato soltanto come illusione.

Così si perviene a costringere il sogno a porsi nel chiaro lume della coscienza. Di solito esso si presenta soltanto alla coscienza ridotta, alla coscienza semi-desta. Il sogno paventa la luce della coscienza. Davanti ad essa svanisce. La coscienza rafforzata lo trattiene.

Così trattenuto, non guadagna forza. Al contrario ne perde. Invece viene data alla coscienza l’occasione di rafforzare se stessa. Nell’anima, allora, succede come quando, nella corporeità, un corpo solido è trasformato in vapore. Il corpo solido conferisce a se stesso dei limiti da ogni lato. Si possono toccare. Esistono di per sé. Se si converte in vapore il corpo solido, allora, affinché non si volatilizzi da ogni lato, occorre rinchiuderlo con pareti solide. Così l’anima, se vuole da sveglia trattenere il sogno, deve trasformarsi – per così dire – in un robusto recipiente. Deve rafforzarsi in se stessa.

Questo rafforzamento non occorre che l’anima lo effettui quando percepisce in sé immagini del mondo esterno sensibile. In tal caso è il rapporto del corpo col mondo esterno a curare che l’anima sia stimolata a trattenere queste immagini. Ma se l’anima, da sveglia, sogna entro un elemento che è sensibilmente irreale, allora essa deve trattenerlo per forza propria. Col rappresentarsi in piena coscienza il sensibilmente irreale, ci si educa la forza per vedere lo spiritualmente reale.

Nel sogno l’attività propria dell’anima è debole. Il contenuto fuggevole del sogno sopraffà tale attività. Questa preponderanza del sogno effettua che l’anima lo consideri realtà. Nella coscienza sensoriale ordinaria l’attività propria dell’anima sente se stessa come realtà accanto alla realtà del mondo dei sensi. Ma questa attività propria non può percepire se stessa; l’intera capacità percettiva viene impegnata dalle immagini della realtà sensibile.

Se l’attività propria dell’anima impara a conservarsi, riempiendosi consapevolmente di un contenuto irreale, allora a poco a poco si avviva in se stessa anche l’auto-percezione. Ora essa non soltanto volge lo sguardo indietro dalla percezione esterna su se stessa, ma in quanto attività animica, torna indietro e trova se stessa nella sua entità spirituale: questa ora diventa il contenuto della sua percezione.

Mentre l’anima si trova così in se stessa, le si illumina ancor più la natura del sogno. Essa scorge chiaramente ciò che prima poteva solo intuire, cioè che il sogno, nella veglia, non cessa, ma continua. Però il sogno che agisce debolmente viene sopraffatto dal contenuto della percezione sensibile. Dietro la luce della coscienza, che è colmata dalle immagini della realtà sensibile, albeggia un mondo di sogno. E questo, mentre l’anima veglia, non è illusorio come il mondo di sogno del dormiveglia.

Nella veglia – sotto la soglia della coscienza – l’uomo sogna i processi interiori del suo corpo. Mentre si vede con l’occhio e si rappresenta con l’anima il mondo esterno, nello sfondo vive il debole sogno della vicenda interiore. Col rafforzamento dell’attività propria dell’anima, a poco a poco la percezione del mondo esterno si attenua fino alla debole intensità del sogno, e la percezione del mondo interiore si rischiara nella sua realtà.

Nella percezione del mondo estero l’anima è ricettiva; sperimenta il mondo esterno come produttivo, e il suo proprio contenuto come il riprodotto. Il pensiero del mondo esterno deve essere sentito come immagine degli esseri e dei processi del mondo esterno. Di fronte alla reale percezione dell’anima, conseguita nel modo descritto, il corpo umano può essere sentito solo come un’immagine dell’entità spirituale dell’anima.

Nel sogno, l’attività dell’anima si libera dallo stretto legame col corpo, in cui si trova nello stato ordinario di veglia: ma conserva ancora col corpo un allentato rapporto che essa riempie coi simboli della corporeità e con le esperienze della memoria, le quali pure si ottengono tramite il corpo. Nella percezione spirituale di se stessa, l’anima si rafforza tanto che la propria realtà superiore le diventa percettibile ed il corpo conoscibile nel suo carattere di riproduzione di quella realtà.

Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

DUE PENSIERI INEDITI DI MASSIMO SCALIGERO

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Abbiamo scritto, in precedenti articoli, alcune cose sul Gruppo di UR, che negli Anni Venti del trascorso Ventesimo Secolo pubblicò la bella e importante rivista omonima. Rivista che uscì a fascicoli per iniziativa del fiorentino Arturo Reghini, il quale – a causa della sua esposizione personale e delle persecuzioni, che nei suoi confronti giunsero persino ad aggressioni e tentativi di assassinio – fu costretto ad affidarne la direzione al non ancora trentenne Julius Evola, il cui comportamento si dimostrò tutt’altro che corretto, provocando infine la chiusura della rivista stessa. Il Gruppo di UR non si esauriva nella pubblicazione della suddetta rivista, comportando anzi una cerchia di personalità che agivano sia individualmente che in comune ad «operare» in vista della realizzazione della Iniziazione effettiva.

Lo scioglimento della rivista portò ad una separazione e ad una diversificazione delle varie componenti che, in precedenza, avevano operato in concorde unione spirituale alla realizzazione della finalità che ne costituiva la ragion d’essere. Da una parte, Leo-Colazza, Krur-Breno-Colonna di Cesarò ed altri che si riconoscevano nell’insegnamento di Rudolf Steiner, dall’altra Pietro Negri-Reghini, Luce-Parise che si riconoscevano nella Via ermetica e pitagorica, seguirono i rispettivi indirizzi. Evola, oramai era sempre più preso dal Tantrismo, da lui ampiamente rivisto e corretto per adattarlo alle proprie personali vedute, proseguì la sua via più o meno isolato. Per un anno pubblicò una nuova rivista col nome di Krur, che venne chiusa alla fine del 1929. Arturo Reghini tentò di ripubblicare la sua antica rivista Ignis, che però venne chiusa dopo il primo numero per ordine della Polizia. Si era già nell’atmosfera di quel disgraziato Concordato, voluto dal fascismo, tra Chiesa Cattolica e Stato italiano, che tante – troppe – sciagure doveva portare alla nostra amata Italia.

Il giovane Massimo Scaligero, ancor prima di conoscere Julius Evola, era già in contatto con Arturo Reghini e Giulio Parise, sin dai tempi della prima Ignis (1925), come scrive in Dallo Yoga alla Rosacroce, e rimase sempre in cordiale amicizia con loro.

È interessante notare il valore che Massimo Scaligero dava alle monografie originarie pubblicate nei fascicoli editi dal Gruppo di UR. Quelle preziose monografie vennero spesso profondamente alterate da Julius Evola nella pubblicazione dei tre volumi di Introduzione alla Magia, che vennero editi nel 1955 dai Fratelli Bocca – gloriosa casa editrice che venne fatta chiudere dalla mai troppo infamata Compagnia – e nel 1971 dalle romane Edizioni Mediterranee. Le monografie dei discepoli di Rudolf Steiner vennero profondamente alterate, togliendo tra l’altro ogni riferimento al suo nome. Altre monografie, di altri autori, furono addirittura soppresse. Il tutto secondo il libito e il criterio personale dell’autocratico Evola.

Il destino ha voluto che mi giungessero nelle mani alcuni fascicoli del Gruppo di UR, che erano appartenuti a Giovanni Colazza. Li conservo come un prezioso tesoro personale. Su uno di questi fascicoli, vi sono alcuni appunti a matita, scritti personalmente – la sua calligrafia, tipica, è riconoscibilissima – da Massimo Scaligero. Si tratta di una glossa, o breve commento, ad un articolo di Julius Evola, Sull’«eroico» e il «sapienziale» e sulla Tradizione Occidentale, apparso nel numero doppio 11-12 di UR, anno II, articolo che lo stesso Evola non ripubblicò, per qualche motivo, nelle successive edizioni del 1955 e del 1971 di Introduzione alla Magia.

Nella sua glossa, o commento, Massimo Scaligero, alla p. 322, «rettifica» e completa un pensiero di Evola, portandolo su un piano noetico e ascetico ben più alto. Poiché mi è parso che questo pensiero di Massimo Scaligero possa essere prezioso come tema di meditazione per chi sia impegnato con risolutezza nella Via del pensiero, ho deciso di farne dono ai lettori di Eco, certo che qualcuno tra loro saprà trarne grande giovamento nella Concentrazione e nella Meditazione. Eccolo:

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«La conoscenza è la vera azione e l’azione la realizza, in quanto sia PURA. Chi agisce non essendo tratto da frutti o da scopi; mettendo al pari il vincere e il perdere, il piacere e il dolore, il bene e il male; non avendo sguardo né per l’«io», né per il «tu», né per l’amore, né per l’odio, né per ogni altra coppia di contrarî, insomma – volge oltre la condizione individuale. Nella sicurezza soprannaturale di una intensità-limite, la «vita» si capovolge in un vuoto che è «più che vita»: viene conseguito il contatto con uno stato di luce e di potere che sorpassa, doma e trasporta tutto ciò che è umano e fisico, aprendo vie a cose, animazioni e visioni altrimenti impossibili. È lo stato di entusiasmo per il mondo delle Gerarchie e per la realtà cosmica, che svincola il pensiero puro e ci dà la comunione con Michele».

A questa breve citazione, voglio aggiungere un altro pensiero di Massimo Scaligero, parimenti inedito. Egli scriveva alcuni temi di meditazione su dei foglietti di carta, che dava ad alcuni suoi discepoli, affinché li ponessero al centro della loro attività meditativa. Un amico, che negli Anni Settanta viveva a Roma, me lo volle trasmettere. Ed io lo ricopiai, grato del dono che mi veniva fatto. A distanza di oltre tre decenni da quando Massimo Scaligero ci ha visibilmente lasciati, desidero donarlo a mia volta a chi voglia consacrare la vita a quell’idealismo magico, che è l’essenza vivente e luminosa della Via del Pensiero.

«Il segreto dell’idea è il suo sorgere da un proprio centro, da cui attinge potere di vita: senza il quale non potrebbe valere nella coscienza. Con l’idea, la coscienza si trova dinanzi a un ente dotato di vita autonoma, avente in sé il fondamento, la scaturigine del proprio essere. Tale scaturigine è l’Io medesimo che contempla l’idea e in essa attua la propria vita cosciente».

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Terza Parte – quinta visione

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® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

Tavola X
Quinta visione della terza parte

Ciclo cosmico terrestre (donna e sfera) e umano (quadrato e pietra) giunti a compimento.

Nell’estremo superiore centrale il piano divino (mano con pergamena) si realizza nello stato di Venere la cui orbita completa incorona la sua mano.

La Terra si libra quale corpo cosmico (donna nella sfera) e l’uomo non è più soggetto al ciclo di purificazione (cfr. Tav. VI); il corpo minerale nell’Archetipo Divino ad opera del Cristo nell’uomo e nella Terra si è trasformato (pietra bianca/pietra angolare).

La Carità quale volere del Padre (mano), del Figlio (pietra) e dello Spirito Santo (donna) si è realizzata; nella sua mano è posta una tavola di cristallo nella quale è scritto:

“Niente di ciò che ha inizio può comprendere ciò che non ha inizio… ”

Tavola X

Tavola X

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

EKÂGRATA SI, EKÂGRATA NO (di F. Giovi)

Franco Giovi

Appoggio subito, sul tavolo, le mie carte: cinicamente sfruttando l’illimitata generosità della Redazione, saltabecco talvolta sulla Rivista (L’Archetipo) e, come è evidente, sempre con gli stessi ringhi e ululati. Ottima scusa per dimostrare alla Redazione che sono sorpassato, che il mio tempo è finito, che il discreto credito avuto in dote s’è consumato. Poi mi giungono, davvero inaspettati, messaggi fin troppo buoni. A qualcuno rispondo, ad altri no: puro arbitrio. Ma non è questo il punto: è che mi costringono a rifarmi serio su una tra le poche cose che non sono mai state uno scherzo,dove la baldanza è scarsa e i balbettamenti tanti.

Solo Scaligero è stato capace di ripetere una cosa mille di quelle volte, rinnovandola ogni volta. Non è stato certo una sorta di chiodo fisso. Egli sapeva, in trasparente chiarezza, quanto sia difficile, per l’anima umana, cogliere la sfida del percorso interiore diretto, quello che passa dalla mortalità corporea allo Spirito vivente. Tentare la “scalata in diretta” è realmente la cosa più difficile. Volerla è anche cosa da matti.

Credo anche che siano pochini quelli che superata la miseria delle parole, del saputo, dei facili stati d’animo, hanno picchiato chiodi nel granito e agganciati moschettoni e corda metro dopo metro con freddo ardore, per decisione e disciplina: incuranti del prima e del poi. Poi, se questa impressione è sbagliata, meglio così, non vi pare?

Già: passare dal sentirsi corpi senzienti e pensanti a Spiriti viventi è una salita terribile, impossibile: bisogna farsi tanto cattivi da giungere alla radicalità del delitto: togliersi la calda vita dopo aver preparato il gesto per lunghissimo tempo. Semplice? Sì, semplice anche questo: si taglia il cordino e tutto quello che si è cade nel vuoto. Permane solo ciò che non può mai cadere. Anche prima c’era ma nessuno sapeva che ci fosse.

I monti alti hanno, di solito, tante vie, e comprendo bene come ognuno segua quella che sembra più accessibile alle sue forze. Non entro nel merito di tali scelte, spesso obbligate. Quindi, se parlo di una non escludo le altre. Però, se possibile, fate che ciò sia, nel giudizio, un tantino  reciproco. Non escludetemi a priori.

Ora passo, imperfettamente, a soffermarmi su una apparente contraddizione per la quale un amico sconosciuto mi ha inviato un messaggio con un bel punto interrogativo.

Tutto verte sul significato di una parola…ma va ben oltre la parola, anzi investe tutta la téchnē della via diretta.

Ridotta come un dado per il brodo la domanda è questa: “Ho letto nelle lettere a un discepolo che vengono stampate mensilmente dall’Archetipo, come più volte Scaligero indichi, come atto di base, “l’ekagrata assoluto”, mentre all’inizio del XIII capitolo del suo libro Dallo yoga alla rosacroce scrive che tra l’ekagrata e la concentrazione attuale la differenza è determinante”. Il messaggio è più lungo ma credo che il nodo centrale sia ciò che ho riportato.

Bene, iniziamo dal significato di ekâgrata: è confortante che le varie traduzioni non si discostino troppo tra loro e quella che mi piace di più è “la capacità di focalizzare la mente su un oggetto senza distrazioni per lungo tempo”. Tutto qua. Il bello o brutto dei termini antichi di lingue lontane è che si prestano a infinite interpretazioni. Forse non andrebbero nemmeno tradotti. Scaligero, come il Dottore, ne fa un uso molto parsimonioso e a ragione: fu attaccato a destra e a manca. Gli uni lo accusarono di essere un orientalista traditore, gli altri di voler orientalizzare la Scienza dello Spirito (Credo che nessuna delle due fazioni comprendesse i suoi scritti: cosa si può capire quando la lettura della copertina o della prima pagina ti manda già di traverso la digestione?).

A mio modesto parere, vista la traduzione riportata sopra, il termine non è per nulla importante. Importante davvero resta il modo dell’operazione.

E i modi sono sostanzialmente due.

Scaligero scrive che bisognerebbe conoscergli entrambi per ravvisare la divergenza.

E, a mio parere, già qui casca l’asino. A parole è facile condividere la formulazione che dice: “l’ekagrata è una concentrazione passiva, mentre la Scienza dello Spirito indica una concentrazione attiva”.

Ma il problema c’è già prima, poiché la concentrazione è comunque di molto difficile, di molto elusa, e sarei pronto a scommettere che molti tra quelli che credono di farla, non la fanno né orientale né occidentale: mollano prima. Basta e avanza la confusione che c’è ancora tra il primo esercizio (controllo del pensiero) e la concentrazione vera e propria. Poco tempo fa leggevo le stizzite parole di un  esoterista per burla che rampognava i reprobi che fanno all’infinito il primo esercizio, intendendo senza alcun dubbio la concentrazione.  Questo signor “so tutto”, in ciò identico a tanti “maestrini” bramosi di gridare al mondo la loro ignorante sapienza, parla e straparla, ma non sa dove abiti la concentrazione, né sa cosa essa sia. Del resto i molaccioni, i turdini ed i tardoni (così me li chiamò Massimo), probabilmente non capiranno mai l’esigenza di saturare la cranica psiche e di mollare robusti schiaffoni alle proprie verità da cinepanettone: carenza di “Io” e sovrabbondanza di “ego”.

In alcuni casi non c’è nemmeno la confusione ma la paura di tentare la concentrazione. Non giudico nessuno, esprimo solo una constatazione confermatami dalle castronate che sento da parecchi decenni.

In questo senso le concentrazioni che non sono concentrazioni si fermano un tantino prima che passività e attività diventino una discriminante di reale importanza.

Poiché in ambedue le direzioni occorrerebbe giungere ad una totale polarizzazione percettiva su qualcosa, temporaneamente obliando completamente tutto il resto del mondo, ovviamente includendo in esso il nostro essere abituale.

Solo se ciò viene veramente compreso ci sarà possibile continuare con un discorso concreto.

Eppure il capire come la concentrazione andrebbe fatta, non è poi così difficile ed è pure possibile, con un po’ di fatica in più, quale possa essere il suo significato per l’uomo: basterebbe seguire il percorso logico che, su essa, instancabilmente, Scaligero ci ha fornito. Solo una cosa sarebbe impossibile: ricavare la sua necessità, il suo percorso e il suo senso dall’esperienza limitata alla vita comune: essa (la concentrazione), che può raggiungere lo Spirito, non può essere che dono dello Spirito. Non sorgerà mai dal piccolo caos interiore che si scambia con un reale se stessi. Sapete quante di quelle volte ho inteso Tizio o Caio dire che, in nome della propria libertà, avrebbero trovato da sé la via interiore? Che furbacchioni! Senza dubbio qualcuno è diventato un buon padre di famiglia, ma oltre non hanno trovato mai nulla.

Sul percorso fenomenologico è possibile però distinguere da subito le due tendenze. Generalmente la polarizzazione della coscienza nella via antica (orientale) si avvale in primis di tutte le strategie fisiopsichiche ( posizioni del corpo, respirazione controllata, rilassamento, brevi mantra ripetitivi, ecc.) per giungere ad una mente sempre più calma e inerte in cui l”oggetto” della contemplazione può permanere proprio in virtù della profonda passività del mentale acquietato.

C’è pure da valutare cosa sia “l’oggetto” dell’esercizio, poiché nelle modalità tradizionali questo può essere un qualcosa che persiste stabilmente poiché è parte del mondo fisico-sensibile, come una immagine sacra o un punto lucente. In una corrente moderna si usavano cartoncini ritagliati su figure geometriche colorate poste non lontano dagli occhi. Ancora oggi vi sono antroposofi che guardano la matita, aggiungendovi, con beneficio d’inventario, dei pensieri correlativi…per poi discettare sui cosmici segreti…quelli sì facilmente compresi!

Nella concentrazione “moderna” o “rosicruciana”, all’opposto, si interviene immediatamente con il pensiero su di un tema o sul pensiero/immagine di un semplice oggetto, proprio per non subire il condizionamento della natura fisica e astrale: un pensiero che incessantemente si attiva nell’atto pensante, si ripropone costantemente come atto pensante. Certamente e per lungo tempo pensante “qualcosa”. Pensare senza  rappresentazioni è impossibile. Polarizzare l’attenzione del pensiero senza qualcosa che permetta di polarizzarla è impossibile. L’assidua ripetitività dell’esercizio è necessaria poiché sostituisce il fuoco dell’attenzione assoluta che non si è, da subito, in grado di suscitare e reggere. Questa lunghissima collana di “insistenze” rafforza la parte cosciente e volente dell’anima e simultaneamente purifica gli strati di tenebra: scioglie, nodo dopo nodo, le fisime ed i complessi che imprigionano l’uomo interiore.

Di queste ultime esperienze, si dovrebbe comprendere che parlarne è inutile, forse dannoso. Non fosse altro perché: a) la curiosità non è conoscenza ma vizio, b) per ognuno il cammino interiore si configura con una fisionomia plasmata sull’individuo singolo, ossia il nocciolo è unico ma le colorazioni sono infinite e per concludere, vale solo e concretamente solo ciò che viene realmente sperimentato.

Tutto ciò finché il puro atto supera la mediazione del qualcosa e subentra l’esperienza del “più-che-pensiero”, che altro non è che la (dapprima) sconosciuta corrente del Volere, quella che un tempo fu chiamata Kundalinî, che fluisce in tutta la sua luminosa potenza, non più  dalla radice corporeo-sottile ma dal pensiero vuoto di sé. Questa è esperienza, prima deducibile,a volte intuibile. Ma tra la deduzione e l’esperienza vi è un fosso che chiacchiere e filosofia non colmano: alla realtà sensibile si aggiunge un cosmo tremendamente più vasto e possente: è il cosmo della vita che suole essere definito come mondo eterico. Generalmente esso si dà come esperienza del corpo eterico dell’uomo, poi può allargarsi nell’infinito.

Lungo il tracciato che va dall’evanescente pensiero comune alla fioritura del Pensiero-Luce o vivente, vi sono atteggiamenti dell’anima (nel senso dato dal dott. Colazza) che devono essere tentati, coltivati e realizzati. Essi sono importanti quanto l’esercizio in sé.

Ho già citato il primo di essi che consiste nell’affrontare immediatamente le immagini ed i pensieri stabiliti volitivamente. In negativo ci si spiega meglio: ci si siede e ci si lancia: senza dare attenzione alla postura, ai rilassamenti…insomma a tutte le false esigenze dell’individuo psico-fisico, senza preoccuparsi se l’anima è a posto o fuori posto: si inizia dal pensiero e basta!

Un secondo atteggiamento importante è quello di coltivare, adialetticamente, l’idea o l’impressione che il pensiero (i pensieri) che si fanno incedere, voluti, nella coscienza, sono assolutamente indipendenti da qualsiasi altra cosa, cioè dagli stati d’animo, dalle situazioni contingenti, da qualsivoglia disturbo o distrazione esteriore o interiore: si aspira a percepirli come una realtà che si regge su se stessa: reale e bastante non meno di un qualunque oggetto dell’esperienza del mondo fisico.

Accenno di sfuggita al Silenzio. Esso è importantissimo, ma dal punto di vista di queste righe, si può dire che, se l’esercizio è corretto, il silenzio è un effetto progressivo. Poi può diventare molto di più.

Se l’esercizio si fa profondo, altra tappa importante (e indicata da Scaligero) è il mutamento che avviene nei confronti dell’immagine su cui si convergeva con sforzo: l’oggetto permane, fermo o in movimento, come fosse dotato di propria autonomia. Ciò riflette una modificazione nell’operatore che ha raggiunto una speciale quiete liberatoria poiché ora non è più questione di tensione interiore ma è il puro volere che alimenta l’immagine, lasciando al contemplante il sottile e decisivo onere di mantenersi al livello nel quale la volontà non è impedita dal personale senso di sé che è sempre una ricaduta nella corporeità. Immaginativamente parlando, si è aperto un varco o canale tra la zona metabolica e la testa: il compito dell’operatore è solo il mantenimento di rotta, non permettendo alcuna interferenza del sé riflesso nello svolgimento dell’operazione.

Ho trovato, come via più “facilitata” per questo livello dell’opera, un grande aiuto dalle concentrazioni meditative che Scaligero ha dato in Meditazione e Miracolo…ma non è mai la sola tecnica  che può produrre qualcosa: occorrono attenzione intensa e prolungata e dedizione, dunque la palla torna sempre al soggetto, in questo genere di lavoro l’ex opere operato non esiste.

A molti importa molto e a ragione, quale destino abbia, in tutto questo, il sentire. In effetti può sembrare che la forza dei sentimenti sia stata dimenticata. Prevengo le obiezioni: ciò è vero, ossia non è stata “dimenticata” ma messa a tacere. A ragione! Non sarebbe sano che una matita o un bicchiere pensato fossero oggetto di passioni. In tale senso vi è una parte del tragitto che dovrebbe sostenere la fredda luce del pensiero non ancora svincolato: il risveglio del volere esige una temporanea morte del sentire (ricordatevi che stiamo parlando di frazioni eccezionali di tempo). Eppure, da questo sacrificio nasce un sentire ben più profondo: dalla dedizione nasce la devozione e la concentrazione profonda diventa un tutt’uno con la preghiera più pura che sorge dal cuore. Elementare! Quando la testa si svuota per eccesso, al cuore viene tolto l’ostacolo principale. Si sente che è nella natura vera dell’anima  adorare il Divino, che risponde. E se ciò vi sembra troppo poco passate pure ad altro articolo.

Il metodo antico, passivo, era lecito finché l’uomo era in possesso di una virtù edenica, originaria, sostanzialmente identica allo Spirito che si attendeva e permeava l’asceta. Ora, almeno per gli occidentali, ciò di solito porta a condizioni che si esprimono sotto il livello di veglia. Queste possono facilmente condurre a orgie di visioni, come successe a rami laterali della Golden Dawn oppure, se si è fortunati, al sonno.

Il metodo moderno, attivo, è per l’uomo contemporaneo che ha subito una conversione delle forze che bollono sotto la desta coscienza, cioè libere come potenze d’animalità, esse insidiano e continuamente giungono a subordinare persino il suo “senso dell’io”. Per questo tipo d’uomo diventa urgente e necessaria una “presa diretta”: essa può provenire solo dal pensiero che in sé, è sovrasensibile. Virtualmente indipendente dai guasti…che non si vedono poiché fanno da padroni nella coscienza comune.

Poi il termine in sé (ekâgrata), come avevo scritto, può essere solo un termine e magari anche venire usato per indicare la capacità di “tenere” con intransigente attenzione l’oggetto della concentrazione, che non è mai solo oggetto ma movimento continuo di pensiero.

Per terminare la mia predica, ricordo il primo capoverso della prima meditazione che trovate  in Tecniche della Concentrazione Interiore: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Se, con vivo pensiero, percorrete interamente questa semplice e breve meditazione, avrete accolto nell’anima (niente di meno che) tutto il percorso verso la realtà dello Spirito.

FRANCO GIOVI

SCIENZA DELLO SPIRITO

SCIENZA, NON ILLUMINISMO

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Spesso, molto spesso, mi ritrovo a seguire e leggere discussioni, articoli, riflessioni pubblicati in altri lidi con i quali mi ritrovo a simpatizzare. A volte sono di carattere scientifico, quella scienza “illuministica” con la quale non mi dovrei ritrovare. Eppure… Eppure proprio in quegli ambienti, troppo “freddi”, decisamente atei, scopro persone che pensano.
Sicuramente non si esprimeranno come Steiner o Scaligero ma, nel loro senso di ricerca, si applicano, si concentrano. E si sacrificano.
È la Filosofia della Libertà che mi par di vedere? Quel qualcosa che va oltre la Scienza dello Spirito “didattica”. Il Pensare, Sentire, Volere.
Che differenza enorme si rileva rispetto a certi ambienti “spirituali” ove il sacrificio e la concentrazione si calcolano col cronometro.

No, la scienza non si pone sempre e comunque come un nuovo Illuminismo. Si è riscoperta la concezione Goethiana senza chiamarla con tal nome. Niente è certo, niente è scontato e tutto viene rimesso in discussione. Analizzato con quel metodo scientifico che, se non è propriamente scientifico-spirituale, perlomeno è più finalizzato della libera (ed allegra) interpretazione che i nostri testi subiscono quotidianamente.

Quanto è bello vedere un risultato pensato e ripensato. Che mi importa in fondo se per me è ancora discutibile? Rimane un prodotto dello spirito e non un passatempo messo insieme in cinque minuti.

Ovviamente, ma lo avrete capito, sto parlando di ragazzi e di studenti. Sto parlando di qualche professore. Non dei personaggi pubblici del mondo scientifico e nemmeno delle grandi aziende della chimica e della matematica. Non serviva scriverlo ma visto che il blog è pubblico meglio specificare. No, questi ricercatori sono un po’ come noi. Osteggiati isolati in un mare di ignoranza e superficialità che è sempre più vasto.

Però quando vedo loro e quando vedo voi; quando vedo gente che “non si accontenta” e che in questo non accontentarsi trova uno scopo, e non un ostacolo, non posso fare a meno di pensare a quanto si perde chi non li imita.

Grazie, a loro, a voi, a chi pensa.

SENZA CATEGORIA

LA VITA DELL'ANIMA (1° SCRITTO)

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Come sapete, sono abituato a separare nettamente l’Opera scritta del Dottore dall’immensa quantità delle Sue conferenze, nonostante la dovizia e la profondità di insegnamenti e comunicazioni che si ritrova in queste ultime. Ciò per diversi motivi. Siate d’accordo o in disaccordo su ciò, è argomento già trattato.

Molti sanno che Steiner, oberato e oppresso da un’enorme quantità di richieste, negli anni ’20 dovette abbandonare alcuni progetti di metter mano a nuovi Testi o a completi rifacimenti. Poi, ammalato, continuò sino allo stremo la biografia (La mia Vita) e quello che fu raccolto poi sotto il titolo di Massime Antroposofiche.

Però riuscì a pur dare qualche contributo scritto alla Rivista Das Goetheanum.

Trascrivo per Eco quattro saggi del Dottore che furono pubblicati tra il 21 ottobre e l’11 novembre 1923 su tale Rivista.

Apparvero in italiano sulla Rivista mensile Antroposofia nei numeri di maggio e giugno del 1956 e credo valgano la pena di essere nuovamente letti, riconquistati.

L’insieme prese il titolo seguente: La vita dell’anima, mentre il primo saggio risponde a:

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 L’anima nell’oscurità crepuscolare del sogno

 

Se nell’ambito dell’esperienza ordinaria l’uomo vuole contemplare la sua anima, non può bastargli soltanto volgere in certo modo lo sguardo spirituale all’indietro, per scoprire, guardando in sé, quello che egli è in quanto osservatore del mondo. Non scorge, in tal modo, nulla di nuovo. Scorge quello che egli è, in quanto osservatore del mondo, soltanto in un’altra direzione.

Nella vita di veglia l’uomo è dedito quasi interamente al mondo esterno. Vive nei sensi. Nelle impressioni dei sensi il mondo esterno continua a vivergli dentro. In queste impressioni si intessono i pensieri. Anche in essi vive il mondo esterno. La forza, però, con cui il mondo esterno vien colto nei pensieri può essere sentita come entità propria dell’uomo. Ma questa sensazione di una forza propria ha un carattere del tutto generico, indeterminato. In essa nulla si può distinguere con la coscienza ordinaria. Se l’uomo fosse costretto a riconoscere solo in essa l’essenza della sua anima, egli non avrebbe, di quest’ultima, nulla se non una indeterminata sensazione di sé, di cui non conoscerebbe che cosa essa è.

L’elemento insoddisfacente in una tale forma di autosservazione è che l’essenza dell’anima, quando essa vuol coglierla, subito le sfugge. Uomini che seriamente anelano alla conoscenza attraverso questa elemento di insoddisfazione possono essere spinti alla disperazione nei confronti di ogni conoscenza.

Perciò gli uomini riflessivi hanno quasi sempre cercato la conoscenza dell’anima per strade diverse da quella dell’auto-osservazione. Nell’osservazione dei sensi e nel pensiero ordinario essi hanno sentito che quella indeterminata sensazione di sé è tutta rivolta al corpo. Hanno riconosciuto che l’anima finché persiste in questa sua dedizione al corpo, non può saper nulla, con l’auto-osservazione, della sua propria essenza.

Un campo, sul quale questo sentimento si volse, è il sogno. Essi si accorsero, che il mondo di immagini, che il sogno magicamente evoca ha qualcosa a che fare con quella indeterminata sensazione di sé. Questa si presentò a loro, in certo modo, come la tabula rasa su cui il sogno dipinge le sue immagini. E poi riconobbero che questa stessa tabula è il pittore che dipinge su sé e in sé.

Così il sognare diventò per loro quella fuggevole attività, nell’interiorità dell’uomo, la quale riempie di contenuto l’indeterminata sensazione dell’essere animico. Un contenuto enigmatico; ma l’unico che, dapprima, si potesse avere dell’essere animico. Una contemplazione avulsa, bensì, dalla luminosità della coscienza ordinaria, spinta nella oscurità crepuscolare della semicoscienza; ma nell’unica forma, raggiungibile alla vita quotidiana.

Ma nonostante questa crepuscolare oscurità, risulta, non certo alla autosservazione pensante, bensì ad un autotastare interiore, un elemento molto significativo. Si lascia palpare un’affinità tra il sognare e la fantasia creatrice Si sente che quel che tesse in maniera aerea nel sognare, nel creare della fantasia, viene afferrato dall’interiorità del corpo. E questa interiorità del corpo costringe la forza plastica del sogno ad abbandonare il suo arbitrio e a trasformarsi in una attività che, sia pur liberamente, imita però ciò che esiste nel mondo dei sensi.

Raggiunta che si abbia una tale forma di tastare interiore, si progredisce ben presto di un passo. Si scorge che la forza plasmatrice del sogno può congiungersi ancora più intimamente col corpo. Si scorge ciò ciò in maniera presaga nell’attività del ricordare, della memoria. In questa, il corpo costringe la forza plasmatrice del sogno ad una maggiore fedeltà, rispetto al mondo esterno, che nella fantasia.

Se si è veduto questo, resta ormai un solo passo da fare per comprendere che la forza plasmatrice del sogno sta a base anche del pensiero ordinario e della percezione dei sensi. Qui essa è tutta dedita al corpo, mentre nella fantasia e nella memoria trattiene ancora qualcosa della forma di attività sua propria.

Ciò dà un certo diritto a presumere che nel sogno l’essere dell’anima si liberi dal corpo e viva nella forma che le è propria.

Così il sogno diventò il campo delle indagini di ricercatori animici.

Esso però costringe l’uomo entro una zona assai malsicura. Quando è dedita al corpo, l’anima è aggiogata alle leggi da cui la natura è pervasa. Il corpo è una parte della natura. In quanto è rivolta al corpo, l’anima è anche intessuta nelle leggi della natura. I mezzi con cui si adatta alla vita naturale, essa li sente come logica. Nel pensiero logico sulla natura l’anima si sente sicura. Nella forza plasmatrice del sogno essa si strappa al pensiero logico sulla natura. Rientra nel suo proprio essere. Così facendo, però, essa lascia per così dire il solido e limpido terreno della vita interiore e si abbandona allo sfuggente e impervio mare dell’esistenza spirituale.

La soglia del mondo spirituale sembra oltrepassata; ma dopo questo passo ci si presenta soltanto un elemento spirituale senza fondamento e senza direzione. Ricercatori animici che ne vogliono varcare in tal modo la soglia, scoprono l’affascinante ma anche problematico campo della vita dell’anima.

Esso è pieno di enigmi. Rapidamente, dagli avvenimenti esterni, esso intesse vaghe connessioni che deridono le leggi naturali; subito configura simboli di organi interni e processi corporei. Il cuore che batte troppo forte appare nel sogno come una fornace ardente; i denti dolenti come una palizzata con pali danneggiati. E, nel sogno, l’uomo impara a conoscersi in forma peculiare. La sua vita istintiva si configura in immagini di azioni dubbie che nella di veglia egli eviterebbe con cura. Suscitano un particolare interesse nei ricercatori dell’anima quei sogni che hanno carattere profetico, o quelli in cui l’anima si immagina di possedere facoltà che nella vita di veglia le mancano del tutto.

Qui l’anima appare disciolta dal suo aggiogamento all’attività del corpo e della natura. Vuole essere indipendente. Ma subito, non appena vuole esplicare se stessa, l’attività del corpo e della natura la inseguono. Non vuol saper nulla delle leggi di natura; ma i fatti naturali le appaiono nel sogno come contrarietà naturali. Vuol conoscere gli organi interni del corpo o le sue attività. Ma non porta ciò a chiare immagini di questi organi o facoltà, ma solo simboli che portano in sé il carattere dell’arbitrio.

L’esperienza esteriore della natura viene strappata dalla determinatezza in cui si trova per effetto della percezione sensoria e del pensiero; inizia l’esperienza dell’interiorità umana, ma inizia in una forma oscura. La percezione della natura è abbandonata; la percezione di sé non è ancora veracemente raggiunta.

L’indagine del sogno non mette l’uomo in condizione di contemplare l’anima nella sua vera forma. Per mezzo suo l’ha bensì dinanzi a sé più spiritualmente concreta che non nell’auto-osservazione pensante; l’ha, tuttavia, come qualcosa che si dovrebbe effettivamente vedere, ma che si può afferrare solo come involucro.

*

Rudolf Steiner

Della visione dell’anima attraverso la conoscenza spirituale dovrà parlare la seconda parte dell’articolo.

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CONTADINO DI JASNAJA POLIANA

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(V. Bulgakov e L. Tolstoj – 1910)

*

La storia del conte Lev Tolstoj non può certo venir raccontata e racchiusa in poche pagine, perché la sua anima ha i confini della Grande Madre Russia. Fu scrittore, inventore di “destini”, filosofo rivoluzionario, ma forse anche un nevrotico e un visionario di razza tutta speciale, come solo poteva essere un aristocratico russo del suo tempo.

Il grande amore per il popolo russo, il prodigarsi per alleviare la sua miseria e la sua sofferenza, fanno di quest’uomo una icona da ammirare, ma anche un’anima dalle mille sfaccettature che porta in sé bagliori di un’epoca futura.

Vorrei oggi riportare un episodio inedito della sua vita, riferito a Stoccarda nel 1930 nel corso di una convegno sul grande scrittore, che racconta e illumina la qualità della sua ricerca.

Era giunto a Stoccarda da Parigi il professor Bulgakov, invitato a parlare del “grande vecchio di Jasnaja Poliana”. Venne presentato, con una certa magniloquenza, come amico dello scrittore, ma lui si scher dicendo che i grandi come Tolstoj non hanno amici come lui; egli era semplicemente il suo segretario.

Questa introduzione, pronunciata con uno spiccato accento russo, incuriosì l’uditorio e l’oratore iniziò a parlare dell’infanzia di Tolstoj.
Disse che da ragazzo egli giocava con i suoi fratelli ed era particolarmente legato a Kolia.
Un giorno i bambini stavano sulla collina, alla quale avevano dato il nome fantasioso di “
colle fanfaronico”, quando d’un tratto Kolia disse: “Zitti, ascoltate, ho udito qualcosa.” “Che cosa?” chiesero gli altri. “Sì, qua sotto, in fondo, c’è una bacchetta di cristallo verde sulla quale stanno scritte tre parole…..a chi è capace di udire queste parole si aprono i segreti dell’universo.”
I bambini si misero in ascolto, ma non riuscirono a sentire nulla. Rimasero però fortemente impressionati e si proposero,
nel corso della vita, di scoprire quelle tre parole.
In seguito i fratelli si dispersero e
Tolstoj perse di vista Kolia.

Ma quando questi si ammalò di tisi, Lev lo raggiunse nella Francia meridionale per essergli vicino negli ultimi giorni di vita. L’antico legame che li univa da bambini si riaccese e quando il fratello chiuse gli occhi, a Tolstoj balenò alla mente con una specie di subitaneo sgomento la domanda……!

Egli aveva dimenticato di chiedere al fratello la spiegazione di ciò che, fin dagli anni giovanili, aveva silenziosamente occupato i suoi pensieri: che cosa c’era scritto su quella bacchetta verde? Il fratello adesso era morto portandosi dietro nell’eternità le parole misteriose….

Molti anni dopo, ormai vecchio, il “contadino eretico di Jasnaja Poliana” come molti lo chiamavano, era divenuto sempre più solitario.
“Un giorno – prosegue Bulgakov – la gente era riunita nella sala di soggiorno di Jasnaja Poliana, quando entrò Tolstoj con i begli occhi scintillanti come se gli fosse accaduto qualcosa di grandioso.
“Sapete che cosa ho scoperto? Sapete che cosa s
o?”

E poiché tutti tacevano pieni di aspettativa, disse finalmente:“Ora so cosa c’era scritto sulla bacchetta verde! Che io non lo avessi mai supposto prima! Sono le tre parole che Giovanni, vecchio e debole, ormai quasi incapace di parlare, ripeteva continuamente a Patmos: “Figlioletti, amatevi vicendevolmente”.

Le persone che lo osservavano in quel momento erano illuminate dai suoi occhi seri e chiari davanti ai quali nessuno osava pronunciare parole non veritiere.
In quello sguardo ora vedevano qualcosa di più: l’adempimento della sua vita.

ALTRO

L’IO E L’ANIMA. IL SONNO E LA VEGLIA

L_Angelo_di_Castello_Rome

Sull’immagine che fa bella mostra di sé in testa al platonicissimo – e bellissimo – articolo della nostra Marzia si leggono le parole giovannee:

«LUX VENIT IN MUNDUM ET DILEXERUNT HOMINES MAGIS TENEBRAS QUAM LUCEM».

Dovrebbe essere consequenziale, soprattutto per un cercatore spirituale, il chiedersi di quale «Luce» si tratti, ma – si sa – gli umani non amano punto la logica e ancor meno la consequenzialità. Alla logica, che dovrebbe essere quella del Logos, o dello Spirito, essi preferiscono la dialettica (che non è ovviamente, pur con i suoi limiti, quella platonica o quella hegeliana), e quanto alla consequenzialità sul piano conoscitivo o volitivo essa è cosa che alla maggior parte degli umani fa venire l’orticaria solo a sentirne parlare.

Quanto mai necessaria e opportuna, dunque, mi appare la diligenza con la quale Isidoro ci dona la trascrizione de «I saggi di Antonio», ossia di quegli articoli che Massimo Scaligero scrisse, negli anni settanta dello scorso secolo, sulla rivista palermitana Vie della Tradizione, da lui firmati con l’eteronimo di «Antonio Massimo». Ebbi la fortuna di trovare in una piccola libreria felsinea, nell’inverno 1980-1981, tutti i numeri della suddetta rivista nei quali Massimo Scaligero aveva scritto, e da allora li custodisco come un dono del Cielo, come un mio piccolo prezioso tesoro.

Il primo degli articoli, trascritti e postati da Isidoro, si intitola per l’appunto Illuminazione. Ed è sintomatico come nelle lingue d’Oriente, soprattutto quelle dell’India, che hanno conservato un nesso interiore profondo con la sfera spirituale, una parola come Bodhi significhi al contempo «Risveglio» e «Illuminazione», che Buddha significhi sia lo «Svegliato», che l’«Illuminato», e che un verbo come buddhati abbia in sanscrito e in pali – le lingue più antiche della tradizione buddhista – il duplice significato di «illuminare» e di «risvegliare».

Evidentemente vi è un nesso profondo tra Luce e Risveglio, come tra tenebra e sonno. In effetti solo chi è sveglio può vedere la luce. E anche fisicamente parlando, la luce che l’Astro del Giorno ci dona è inutile a chi di giorno dorma, e non serve di notte illuminare una stanza a chi sia immerso nel sonno profondo. Una relazione ancor più profonda vi è tra calore e vita da una parte, e gelo e morte dall’altra.

Ora, si tratta di scorgere bene che cosa nell’essere umano deve «risvegliarsi» e che cosa deve essere costretto a «dormire». È questione di esercizio, ossia è necessario esercitarsi, esercitare sforzi ripetuti e tenacemente vòlti allo scopo, sino a diventare spiritualmente più forti, sino a raggiungere attraverso una volitiva trasformazione interiore la realizzazione di un tale «svegliarsi» e di un tale «dormire». In greco, «mi esercito» si diceva askeo, e l’«esercitarsi» stesso rappresentava l’àskesis, ossia per noi l’Ascesi del Pensiero, la Concentrazione.

Generalmente, nell’uomo ordinario l’anima è sin troppo sveglia: soprattutto nelle sue parti inferiori, senzienti, emotive e istintive è «sveglia» sino quasi all’ingovernabilità. Ma questa parte dell’anima è passivamente sveglia, ossia essa non ha in se stessa il principio dell’esser sveglia, bensì viene mossa e agitata, a sua insaputa, dall’invisibile Avversario che la asserve e la usa. Sarebbe invece prezioso che l’anima «conoscesse» un cotale illegittimo dominatore della sua vita interiore ed esteriore.

Come diceva il Principe Siddharta Gautama, il Buddha Shakyamuni, «l’ignoranza, la nescienza, è la radice di tutti i mali». E mantenendo abilmente l’anima in tale stato di ignoranza, d’inconsapevolezza, l’Avversario la domina mediante la brama, la paura, l’avversione. Liberarsi dell’ignoranza è liberarsi dell’illecito dominio di un tale arrogante Avversario, inesorabile e spietato predatore dell’anima.

Per l’anima l’esser sveglia nel senso ordinario e passivo – cioè a condizione di un potente e costringente legame che l’avvince magneticamente alla vita dei sensi – è la massima schiavitù, la massima sciagura. Mentre sarebbe per essa grande ventura sottrarvisi. Liberarsi di una tale schiavitù, sottrarvisi attivamente, ossia volitivamente, significa avere tanta forza da riuscire a produrre il «sonno profondo» della vita dei sensi corporei e dell’intelletto legato ad essi, al cervello e al sistema nervoso in generale. Si tratta, dunque, di placare l’agitazione involontaria dell’anima, prodotta dal suo servaggio alla vita corporea. Essendo passiva una tale agitazione (mentale, emotiva e istintiva), non è facile da placare, da portare prima all’immobilità e poi al «sonno».

Si deve giungere al volitivo far sprofondare nel buio la riflessa luce dei sensi, si deve giungere all’oblio delle immagini provenienti dalla vita dei sensi. Ma deve altresì arrivare a tacere totalmente anche il mentale cerebrale, l’intelletto legato ai sensi: deve essere ridotta al silenzio l’intera vita di rappresentazione dipendente dalla vita sensoria, ridotto a nulla tutto il pensare dialettico e riflesso. Tutto questo non piace affatto all’ego, avido del suo dipanare incessantemente la sua inutile tela di pensieri morti, di accumulare tutto l’inerte cascame di anemici pensieri riflessi.

Il ridurre al buio tutta la scintillante vita dei sensi e il suo risuonare, il far tacere il mentale chiacchierone e il pensiero riflesso, è l’energica azione dello Spirito, non dell’anima. È l’azione dell’Io, non del corpo astrale. Lo Spirito, l’Io deve essere sveglio, non l’anima, non il corpo astrale. Questa energica azione dello Spirito si attua nella Concentrazione, la quale partendo dal dominio volitivo del processo pensante, si intensifica progressivamente sino a divenire Concentrazione profonda, e Contemplazione della pura forza pensiero libera di oggetto.

Questa è la radicale indicazione di Massimo Scaligero: la Via del Pensiero.

«Il vero esoterismo conduce l’Io al risveglio dell’Io. Veramente desto deve essere l’Io, che normalmente sonnecchia nel corpo astrale illecitamente desto. Illecitamente desto, il corpo astrale non consente all’Io l’esperienza diretta del pensiero, ma solo l’esperienza riflessa, che viene scambiata per esperienza diretta».

Massimo Scaligero, Meditazione e Miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 139.

Questa diretta azione dell’Io è al contempo un sempre più intenso risvegliarsi dello Spirito, e un restituire l’anima al suo stato primordiale: al suo riposare nel sonno divino. Il risvegliarsi dell’Io opera in profondità ad una trasformazione – ad una alchemica trasmutazione – delle forze essenziali dell’anima, produce un illimpidimento, una profonda kàtharsis dell’anima stessa. È il risveglio conoscitivo dell’essere spirituale che ha come conseguenza la trasformazione morale dell’anima, non viceversa. L’autentico stato di moralità dell’anima è il suo essere immobile, il suo sparire, di fronte alla presenza e all’azione dello Spirito.

L’equivoco delle varie «vie dell’anima» è il non rendersi conto che non vi può essere autentica moralità per un’anima la cui vita sia asservita ai sensi e al sistema nervoso. Non vi è stato di moralità verace per un anima paralizzata dal pensiero riflesso, dal pensiero dialettico. Non ci si libera dalla schiavitù dello stato di morte del pensiero, che produce il sonno narcotico dell’Io e l’illecita agitazione dell’anima, operando con l’anima sull’anima, ossia con la sentimentalità, con l’emotività mistica, oppure con le forze del volere caduto,  illudendosi di agire «magicamente». E ancor meno agendo sull’anima con forze corporee, come nello hathayoga, o con l’uso di farmaci e droghe: si giunge solo a corrompere ulteriormente le forze dell’anima. Follia pura è poi credere di raggiungere un qualsiasi risultato spirituale – magari illudendosi di giungere a “ricordare” vite passate e simili sciocchezze – sottoponendo l’anima a processi di ipnosi o di narcosi. Senza liberazione del pensare non vi è autentica vita sana dell’anima. Senza la Concentrazione non vi è liberazione del pensiero.

«Si supera l’inganno della dialettica, solo grazie alla disciplina iniziatica dei nuovi tempi, che è l’ascesi liberatrice del pensiero. Per intensificazione del proprio fluire cosciente, il pensiero può passare dallo stato riflesso a quello del suo reale dinamismo, pre-riflesso, in quanto si apre a se stesso, alla propria attività obiettivamente intuitiva, indipendente dall’organo cerebrale. Quando ciò si verifica, mediante la concentrazione o la meditazione, il corpo astrale comincia a entrare nel suo stato di calma, che tende a divenire assoluto, secondo il suo originario potere cosmico: comincia a realizzare una condizione identica a quella del sonno, cioè a dormire rispetto alla menzogna delle parvenze, che di continuo lo eccita: cessa di reagire soggettivamente alle parvenze. Cessa di essere sveglio rispetto alle futilità umane, alle ipocrisie e alle perfidie, alle crudeltà e alle sopraffazioni, così da funzionare come strumento della essenza-Logos che opera attraverso quelle. Ciò equivale a dire che il sistema nervoso entra in uno stato di calma perfetta e perciò di funzionalità secondo lo Spirito. […]

L’Io-Logos si desta là dove l’uomo è veramente se stesso, fondato su sé, libero. Il pensiero che libera se stesso dalla condizione riflessa, rendendosi indipendente dalla mediazione cerebrale, implica segretamente il moto vero dell’Io, il suo aprirsi alla propria essenza: svincola l’Io dalla identità con l’anima, onde l’anima si libera dalla falsa veglia, realizza se stessa come pace profonda.

Il sonno dell’anima è l’uso divino dell’anima da parte dell’Io. Ma là dove l’Io si congiunge con l’anima, questa viene elevata alla sua vera veglia. Dall’abbandono profondo di sé all’essenza, l’anima ritrova la sua vera vita, la beatitudine segreta della comunione con il Divino,, onde si scioglie dalle tensioni umane: risolve l’angoscia e la paura con il proprio incontrare in sé il fondamento. In realtà essa sprofonda nella propria natura originaria: senza sforzo, perché  non deve andare oltre se stessa, ma scendere illimitatamente entro se stessa, lasciare ogni appoggio, senza temere la profondità, senza temere di riposare nell’assoluta identità con se stessa. Nel cuore non v’è limite alla profondità della donazione dell’anima umano, cioè al Divino. Per tale via, superato l’organo cerebrale, l’Io si congiunge con l’anima: supera l’abisso che separa l’anima razionale dal corpo eterico». M.S., ibidem, pp. 139-140.

Quindi il sorgere della Luce dello Spirito, il risvegliarsi dell’Io mediante la Concentrazione comporta necessariamente l’oscuramento della fallace luce dei sensi, lo sprofondare nel sonno dell’agitata vita dell’anima. Ma l’anima è legata in zone profondissime di sé alla vitalità biologica, al calore che emana da quella natura istintiva, che la tramortisce e la consuma. L’anima viene paralizzata da «terrore e spavento» – come lo chiama il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya – alla sola idea di abbandonare la prigione corporea. Il disciogliersi dall’oscuro «calore» della vita istintiva produce in lei una sensazione di «gelo» mortale, un venir meno delle basi stesse della vita, un aprire il varco all’esperienza della morte. E il Dio della Morte incatena l’anima al proprio degradante servaggio proprio attraverso questo «terrore e spavento». Per paura di morire – osserva acutamente Arturo Reghini – l’uomo rimane mortale. L’essere umano, legandosi alla natura corporea, ossia alla natura animale, rimane appunto animale e mortale. Perché alla fine del suo sentiero, il cui percorso si consumerà sin troppo rapidamente, c’è la tomba. Questo, gli piaccia o no.

E non è certo col ricorrere alle consolazioni di una religiosità sfaldata e sentimentale, o col darsi all’emotività mistica, che l’uomo può impedire la decadenza biologica, il progressivo disfacimento della sua personalità, le conseguenze devastanti della morte, alla quale egli è condannato sin dal suo concepimento nel seno della madre. È conquistando il «risveglio», e il «distacco» del suo essere spirituale, dell’Io, dalle categorie corporee, è realizzando la liberazione del pensiero ch’egli vince la passività e l’agitazione dell’anima. Tutto ciò all’anima schiava dei sensi, dell’intelletto cerebrale, della vitalità animale, appare come un «morire», ed ha ragione perché è un attuare attivamente e volitivamente quello stato di morte, che altrimenti irrompe in maniera devastante sull’uomo alla fine della vita. Ma qui vale, come ammonizione, il detto rosicruciano, riportato da Jakob Boehme:

«Chi non muore prima di morire, va in rovina dopo la morte!».

Massimo Scaligero mette in evidenza quanto questa situazione sia pericolosa per chi, nel cammino iniziatico, si fermi ad una parziale liberazione. Affrontare l’esperienza della «morte iniziatica» è qualcosa di molto più radicale che non l’affrontare il «sonno» della coscienza. La prova viene affrontata con un insonne lottare, con un combattimento senza quartiere contro il Drago, che normalmente divora le forze e la vitalità dell’anima. Trascriviamo alcuni paragrafi da un articolo che  Massimo Scaligero scrisse, sotto l’eteronimo di Maximus, nel III volume dell’Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, a c. del Gruppo di Ur, III ed., Edizioni Mediterranee, Roma,1971, alle pp. 345-349:

«A tale riguardo, possiamo dire qualcosa che noi stessi abbiamo sperimentato e che dal punto di vista del metodo ci sembra di fondamentale importanza. È dunque raggiungibile un punto, in cui si è liberi dal dominio della prakrti, senza però che l’Io si sia ancora realizzato nella vera, assoluta natura purushica. Questo è un punto che noi possiamo chiamare «neutro», perché si è in un certo modo «liberati», ma non ancora capaci di «liberare», ed è un punto realmente pericoloso, non soltanto perché il discepolo può cadere nel compiacimento e nell’abuso di una certa libertà conquistata, ma soprattutto perché, proprio in tale stato, si verifica nella vita fisio-psichica di lui un arresto della direzione naturale di ogni suo processo vitale, ossia si verifica una interruzione nel ritmo di quella vita fisica intesa nel senso normale che, non disturbata da un’esperienza trascendente, passa generalmente da un rigoglio di giovinezza ad una vigoria nella maturità e ad un lento decadimento dopo l’età matura.

Avvenendo tale arresto, l’individuo ha la sensazione di un vacillare pauroso delle proprie forze fisiche e sente impellente la necessità di attingere energie vitali per sorreggere ed animare la propria esistenza corporea. Egli si riconosce, da quel momento, come un «lottatore contro la morte». E qui si presenta il pericolo di una insufficiente conoscenza, perché due vie gli si offrono per alimentare con ancora energia vitale le radici della sua vita fisica: una via dal basso e una via dall’alto. Ma quella dal basso è più facile e molti metodi magici, a questo punto, sono pronti ad aiutare il «lottatore contro la morte» il quale, continuando a mantenere la sua posizione di distacco, potrà salvare la propria vitalità fisica venendo ad un «patto» con delle forze «infere», dalle quali potrà effettivamente assorbire calore ed energia tanto da superare l’interruzione. E questo può essere il principio di gravi deviazioni.

Ma c’è l’altra via, quella solare, la via per cui «il lottatore contro la morte» porta a compimento il distacco ricongiungendosi con quella forza, che è la vera essenza originaria del suo spirito, che è il purusha correlativo non ad una prakrti particolare e mentale, ma all’intera prakrti, il che vale a dire, più o meno, a tutto l’ordine manifestato. Allora il punto neutro egli può superarlo, perché dall’alto gli viene una forza capace di compensare lo squilibrio, di sostenere ed animare la sua vita, producendo una trasformazione profonda di tutto l’essere. Chi ha provato il pericolo dello sprofondamento nelle tenebre da cui in effetti possono giungere calore e luce tenebrosi, ed ha avuto la forza di resistere al fascino di questo calore e di questa luce che lo spingerebbero ad un fruimento dionisiaco, il quale gli diverrebbe poi una necessità continua per la vita e il gusto della vita, può veramente comprendere quale sia la direzione solare, la direzione purushica, e cercar di attingere su di essa l’autentico calore e l’autentica luce». M.S., ibi, pp. 346-348.

Tutta l’opera in definitiva consiste nella lotta che il Purusha, l’Io, il Soggetto puro, deve condurre per liberarsi dagli avvolgenti, illudenti, e narcotici legami con la prakrti, ossia con quella «natura», che può manifestarsi in forme rozze e volgari, oppure sotto aspetti mistici, intellettuali, magici, comunque asserventi l’essere umano. Che importa all’Avversario se, per tenere legato l’uomo, debba usare ceppi e catene d’oro o d’acciaio. E forse una catena di «mistici» petali di rosa lo può incatenare ancor meglio di una rozza e rugginosa catena di ferro. Occorre illimitato coraggio per scegliere di diventare un «lottatore contro la morte», ed occorre coraggio e tenacia a tutta prova per persistere in tale Via eroica, innamorarsi della Concentrazione, rinnovare ogni volta lo slancio affinché la volontà nel pensare faccia sì che l’anima, la sua agitazione, vengano portate al «silenzio», alla totale «immobilità», al «sonno». E nell’Aurora risorga, sveglio, l’essere dell’Io.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

ASCESI DEL PENSIERO

 A RUDOLF STEINER.    A MASSIMO SCALIGERO.

MAESTRI SOLARI

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Tecnica dell’ascesi del pensiero ottenuta verificando autonomamente gli  insegnamenti dati da MASSIMO SCALIGERO in base alle indicazioni di RUDOLF STEINER.

SOLE TRAPASSANTE AUREO 8

ASCESI DEL PENSIERO

 

La Verità esiste.

Eterna e una.

Reale e tangibile.

Pura e assoluta ma al tempo stesso continuamente applicabile alla realtà contingente che da impura e relativa può approssimarsi ad essa sino a livelli supremi.

E tale è il compito dei tempi attuali.

Manifestare la Verità.

Farla fluire nel mondo tramite la propria persona.

Accedere ad essa secondo i  propri compiti e le proprie possibilità.

 

Ma non occorre cercarla  essa già esiste continuamente  sfiorata e perduta dall’uomo che pensaciò che occorre conquistare è quella purezza, quella assenza di desideri consci e semiconsci, quella serenità di anima e pensieri che permette di scorgerla.

 

La Verità è ciò che si vede e si sa e si decide quando si è tanto coscienti e tanto puri da poterla concepire.

 

Non è un concetto o una dottrina o una ideologia da ripetere in branco, ma una luce intuitiva della coscienza capace purchè pura di concepire in prima persona ciò che è giusto e ciò che non lo è in rapporto ai propri compiti ed alle proprie capacità.

 

L’uomo continuamente sfiora questa luce, questa possibilità, questa potenza di retto giudizio che è implicita ad ogni pensiero, ma anziché ascendere sino ad essa, la ricopre dei propri “desideri interiori” e la degrada, la opacizza abbassandola al livello di opinione, di ciò che desidera che sia, di ciò che la sua conformazione caratteriale ed animica pretende che sia, perciò stesso perdendola.

 

I concetti, le ideologie, la cultura, le dottrine, gli ideali non sono la verità (e pertanto impararli cerebralmente a nulla vale) ma solo (e nel migliore dei casi, invero attualmente rarissimo) il prodotto di quella rarefatta, siderea dimensione di supremo equilibrio interiore e di lucida, cosciente trasparenza intuitiva che sola, aformale, eterna, archetipica, vuota è la Verità, e che è essa da conquistare, non i suoi prodotti dialettici, discorsivi, utilizzabili soltanto come appigli intuitivi per introdurvisi.

 

In questi termini la Verità è una con l’elevazione della persona e l’errore è il degradamento di essa al proprio livello umano, per quanto nobile o erudito o artisticamente acuto esso possa essere.

 

La via della Verità passa attraverso il troncamento, il superamento in alto  dei propri limiti umani.

 

Niente altro.

Senza scampo.

In suprema nudità.

 

La Verità è vuota e non può essere analizzata.

 

E’ una luce di purezza interiore cui solo chi ascende può attingere, ed al cui chiarore soltanto si possono concepire idee conformi a giustizia, realmente incidenti sulla realtà, realmente morali.

 

E’ uno stato d’essere, non una documentata analisi.

Una siderea dimensione interiore, non una consolante dottrina.

Una luminosa qualità d’animo e di mente, non una monumentale teoria economica.

 

E’ inoltre un apice umano che ha in se stesso la propria ragione d’essere, che E’ senza dipendere da nulla altro, che occorre conquistare di per se stesso e non per le eventuali applicazioni intuitive che dall’alto di quella luce possano venire concepite, formulate, decise ed applicate alla realtà, in quanto la Verità è già agire sulla realtà, è la riconnessione  (seppure temporanea e continuamente da riconfermare) dell’umano con la propria realtà originaria che compete ad ogni uomo secondo le proprie capacità e possibilità.

 

La Verità è la condizione normale dell’uomo.

 

Una assenza di desideri e di velleità naturalistiche insorgenti dalla componente semplicemente razziale, soggettiva, emotiva che è il rifiorire dell’IO umano al livello di nudità in cui soltanto è realmente libero, o in cui soltanto può iniziare ad esserlo, e dal quale soltanto può trarre indirizzi di azione  e di decisione realmente giusti perché liberi e quindi morali.

 

La via della Verità non è prefissata  (e nessuno può studiarla cerebralmente o fideisticamente recitarla mediante dogmi o testi sacri rivelati o ciechi e intoccabili materialismi dialettici che tutto credono di spiegare lasciando immutata ed immota l’interiorità umana)  ma è un compito di lucente, silenziosa, nobile ascesi interiore individuale, a cui nessuno può sottrarsi, poiché  ognuno è veramente se stesso solo fra le vette del proprio assoluto e soltanto fra i ghiacci e le aurore interiori di quelle ascese è riposta la purezza animica  e la luce intuitiva che è il proprio OGGETTIVO spiraglio sull’unica Verità.

 

Tale il compito.

La meta.

La conquista.

 

La Verità è una, molteplici spiragli su essa non potranno (non possono)  che accordarsi fra loro, seppure raggiunti a livelli diversi e tradotti in concetti diversi.

 

Soltanto l’errore  (la verità corrotta)  può dividere, la Verità è universale, è un assoluto umano, è una condizione  di chiarezza interiore che non può non unire secondo la realtà effettiva delle cose.

 

Il resto è solo ottundimento, sublimazione erudita, poetica, visionaria del soltanto umano, delle svariate componenti che sono diverse  (più o meno nobili)  per gradazione, intensità, qualità, in ogni uomo e che ne rappresentano soltanto il limiti, la componente subpersonale da superare e non da codificare dialetticamente, politicamente, religiosamente.

 

La Verità è in alto  (nuda, pura, incorruttibile)  e con essa è impossibile barare, così come è impossibile esaurirla in un dogma o in una filosofia, ad essa si può solo attingere elevandosi fra le vette delle proprie migliori qualità, che solo a tali altezze possono valicare i limiti del soltanto umano, iniziando a trasmutarsi in qualche cosa di oggettivamente, di universalmente valido, reale, operativo.

 

Così come fra uomo e donna quando fiorisce vero amore permeato di offerta interiore, di volontà di consacrazione reciproca, di dedizione interiore, l’archetipo di comportamento, la legge interiore, l’evidenza della realtà “amore” è identica per ambedue i componenti la coppia, o per ogni coppia che ascenda a tali livelli, altrettanto simile per ognuno è la realtà della Verità quando ad essa si voglia realmente ascendere, anziché subire il desiderio psicofisico di abbassarla a se stessi quali ci si trova ad essere per conformazione, sensibilità, predisposizioni innate, o sopraggiunte  (imposte)   tramite il caos contingente.

 

La Verità non è soggettiva e molteplice.

E’ una.

Sempre la stessa.

 

Ciò che è molteplice, multiforme, contraddittorio, opposto sono i veli che la alterano, le deformazioni di essa, le brame subconscie che la incrostano e che per poter esistere, comunque attingono ad essa come filtri sempre più opachi e plumbei di un’unica, incolore, siderea luce.

 

Rimuovere i filtri è ritrovare l’aurora che essi in vario grado e misura rendevano crepuscolo.

 

La via della Verità implica il superamento di se stessi, dei propri limiti, delle proprie  (sempre meschine)  velleità, e quanto più ci si libererà  (purificherà)  da essi  (sempre più incenerendoli)  tanto più come nuda evidenza oggettiva la realtà delle cose, un nobile criterio di giudizio, un cosciente intuito sicuro riguardo a ciò che è giusto, affiorerà come asse interiore fra le trame dei propri pensieri, illuminandoli.

 

E nei pensieri, nel proprio pensiero è l’inizio, il cardine, il campo di battaglia della via verso la Verità.

 

E’ nei pensieri che la luce di retto giudizio viene ad incontrarsi con le insorgenze automatiche della natura, del subconscio, delle predisposizioni emotive e caratteriali appartenenti alla “impalcatura organica” cui tale luce è innestata per trasmutarle in alto o per subirne la corruzione  (l’oscuramento)  qualora tale trasmutazione non avvenga.

 

L’Io dell’uomo è l’arbitro di questa lotta, colui a cui spetta la decisione di tale trasmutazione ed il compito di effettuarla.

 

L’uomo può essere concepito come una “impalcatura organica” evocatrice di sensazioni su cui è innestato un principio di luce conoscitiva che sono i pensieri, i quali “specchiandosi” nel corpo (individuandosi mediante esso, l’impalcatura organica)  permettono che un Io individuale sorga.

 

L’Io è conseguente ai pensieri, è tramite essi che un Io può sorgere ed innestarsi su questo piano di realtà, ed una individualità umana agire.

 

I pensieri non sono soggettivi, sono una pura, oggettiva, impersonale capacità conoscitiva che può venire soggettivizzata e quindi falsata, appunto dal mescolamento  (oscuramento) che la componente biologica, emotiva, naturalistica  (filtrandola impuramente)  può operare se l’Io non agisce ma si limita a subirla.

 

L’Io, l’uomo, è il ponte e l’arbitro fra la Verità ed il degradamento, la corruzione di essa.

 

Liberare i pensieri dalle brame sub-semiconscie della propria natura equivale all’ affiorare graduale della Verità, poichè una pura capacità conoscitiva riaffiora per l’Io al livello in cui essa inizia a ritornare tale, e l’Io dell’uomo è l’unica ragione per cui tale processo può avvenire, tale urto verificarsi, tale possibilità presentarsi.

 

La Verità già esiste  (Eterna,  Atemporale, Vivente, Una)  essa determina comunque anche le leggi biologiche  (fisiche ed iper fisiche, sottili) che reggono l’impalcatura organica, l’unico elemento libero, autonomo, non determinato di tale processo e per il quale tale processo accade, si manifesta, è l’Io dell’uomo  (l’ago della bilancia del creato)  che può elevarsi ai vari livelli di tale Verità e da tali altezze manifestarla coscientemente, reinserendola operante e folgorante al  livello di realtà in cui si trova ad esistere, oppure mancando a tale compito (ascesa) può corrompere tutto il piano di realtà  (spirituale, sociale,  fisica)  che da lui dipende e che da lui attende conoscenza, edificazione, attività sacrale.

 

I pensieri sono l’inizio, è tramite essi che l’Io sorge a coscienza di sé ed è tramite essi che si ricollega al mondo ed è tramite essi che potrebbe raggiungere  (concepire)  spiragli sempre più vasti di Verità.

 

La purificazione può principiare solo nel pensiero.

 

Il pensiero non è ciò che si pensa ma ciò che permette di farlo, un principio di pura lucidità conoscitiva che può essere potenziato, liberato, purificato, oppure ottenebrato.

 

Il pensiero è la capacità impersonale di concepire le cose, non il concepito, il formulato, il pensato che ne costituiscono il prodotto soggettivo.

 

L’atto del pensare  (continuamente folgorante la mente)  avvenendo si trova innanzi un potenziale di innatismi e predisposizioni caratteriali, di desideri consci e semiconsci, di convinzioni e schematismi culturali imparati  (letti o sentiti)  ma raramente pensati in prima persona  (di prima mano)  che immediatamente lo vincolano, lo ottenebrano, lo guidano verso formulazioni cui fornisce vita ma in cui si “sporca”, perdendo la possibilità di retta intuizione che sorgivamente  (se avesse trovato una mente ed un animo puri)  portava con sé come possibilità e potenza, e l’Io a tal punto (per debolezza di pensiero)  non può fare altro che fornire la propria individualità, ossia la recitazione di un soggetto agente per “proprie convinzioni”, a tale processo meccanico, subpersonale e cieco.

 

Il caos dei tempi attuali non ha altra origine.

 

Tale abdicazione del pensiero avviene sistematicamente nella generalità umana  (salvo rare eccezioni)  variando solo le forme di apparire ed i livelli di intensità e di degradamento di un unico generale stato di dipendenza interiore dell’uomo rispetto alla propria inferiore natura biopsichica.

 

Nessuno dei massimi esponenti della cultura attuale  (ufficiale o rivoluzionaria che sia)  escluso.

 

I meccanicismi razziali  (innati ed acquisiti)  già esistono comunque, per potersi purificare da essi l’unica via è rafforzare il pensiero sino a che sia tanto potente e radicato in sé  da non venire travolto, guidato, manovrato da essi;  a tal punto l’Io inizia a liberarsi ed a giudicare conformemente a verità, a giustizia, a serenità d’animo, a purezza, seppure applicherà i prodotti di tale elevazione secondo le proprie capacità e qualità ed attitudini personali depurate.

 

Tale la via della Verità.

Rafforzare il pensiero è il compito.

Purezza e serenità la meta.

Verità lo scopo.

Rettificazione dell’umano il risultato.

Manifestarsi del Divino.

 

 

L’ASCESI

 

Arida.

Apsichica.

Geometrica.

Concentrazione contessuta di volontà.

Che è volontà del vero.

Amore del vero.

Volontà di amore.

 

Occorre poggiare inizialmente la capacità di pensare su di un oggetto artificiale fabbricato dall’uomo, il più semplice ed il meno emotivamente interessante possibile  (penna, scarpa, spilla, bottone, bicchiere, cavatappi, zappa, etc…)  e in solitudine ricostruirlo mentalmente, analizzarne e visualizzarne la forma, le singole componenti, il colore, il materiale, l’uso a cui serve, le connessioni logiche e gli altri oggetti che ad esso si riconnettono, se ne può fare brevemente la storia rintracciando l’evoluzione dell’oggetto.

 

Tutto ciò in solitudine, concisamente, attentamente, il più minuziosamente possibile, senza divagazioni, concentrando i pensieri solo su tale operazione volitiva di ricostruzione  e di unificazione mentale di un oggetto ideato dall’uomo.

 

Ciò per circa qualche minuto.

Limpida attenta minuziosa operazione di pensiero contessuta di volontà.

Al termine di questa azione preliminare, occorre riprendere l’insieme dei pensieri dipanati attorno all’oggetto  (ossia tutto ciò che si è pensato nel corso degli almeno alcuni minuti)  e tentare di contemplarli TUTTI INSIEME, in sintesi, in un unico “concentrato” di significato.

 

Compiere o tentare di compiere ciò per almeno qualche altro minuto, regolandosi temporalmente ad intuito.

 

Così come spontaneamente, senza neppure esserne coscienti, al termine della lettura di un libro, il senso (la sintesi)  di tutto ciò che si è letto affiora nella mente in un unico insieme intuitivo, adialettico, che precede nei pensieri le parole con cui eventualmente si potrebbe descrivere ciò che si è letto, così  (coscientemente e volitivamente)  al termine della ricostruzione mentale dell’oggetto occorre fermarsi contemplativamente al livello di pensiero in cui la SINTESI di tutto ciò che si è pensato è una pura evidenza, un’idea allo stato formante, un senso pieno di significato che PRECEDE LE PAROLE con le quali eventualmente lo si potrebbe esprimere scomponendolo.

 

In definitiva si viene a consumare, ad incenerire, a trascendere il dialettismo, il dispiegarsi delle parole, la frase fatta, poiché quando si tenta di osservare unitariamente, in sintesi, in un unico “colpo d’occhio” mentale, tutto ciò che si è pensato attorno all’oggetto, NON SI PUO’  PIU’ PENSARE A PAROLE, si salta di livello, si è costretti a raggiungere, si è in grado di  “toccare”  la zona interiore in cui il pensiero sta per rivestirsi di un contenuto, di un significato discorsivo, è sul punto di farlo ma non è più le parole con cui lo si può tradurre e scomporre, è qualcos’altro, inizia a ritornare nudo: spogliato delle parole con cui si determina, il pensiero inizia a rafforzarsi ed a mostrarsi in quella zona sorgiva in cui ancora non può rivestirsi di errore.

 

L’apparente semplicità della tecnica concentrativa, l’apparente meccanicità che sembra contraddistinguerla, l’apparente lontananza da ogni contenuto metafisico simbolico, magico, religioso può trarre in inganno i  “miopi dello spirito”, mentre in realtà è l’inizio e la chiave  di volta pressoché imprescindibile di ogni rettificazione individuale, di ogni ascesa conoscitiva dell’uomo verso il proprio assoluto.

 

Tutto il resto è erudizione.

 

Nulla può essere compreso se la capacità di comprensione è impura in partenza.

 

La prima ascesi attualmente è la rettificazione della propria capacità conoscitiva.

 

L’inizio di tutto non può essere un verità imparata  (qualunque essa sia e per quanto “giusta” essa possa essere)  dalla quale dedurre norme, orientamenti e dogmi, ma soltanto ed unicamente la verifica e la rettificazione della capacità che permette di imparare, ossia la coscienza e l’esperienza dell’atto del conoscere che è tutt’uno con la sua purificazione.

 

Insistere nella tecnica concentrativa permette di prendere coscienza del livello di luce in cui ancora non si pensa discorsivamente, poiché osservare in sintesi  – tutti assieme –  l’insieme di pensieri discorsivi dipanati attorno ad un oggetto e cercare di mantenere per alcuni minuti tale osservazione, implica un salto di livello interiore, ci si trova ad avere a che fare con UNA FORZA che tiene unita un’evidenza, che tiene unita l’essenza, l’idea, il concentrato adialettico  (privo di parole)  di quanto si è pensato.

 

Tale forza è pura.

 

Tale forza è ciò che continuamente dà vita a ciò che si pensa, ma che mai si è in grado di sperimentare, perché si è troppo avvinti al significato di ciò che si pensa, al prodotto del pensiero, al concetto pensato e non a ciò che permette di concepirlo.

 

Insistere nella tecnica concentrativa purifica.

E’ l’inizio.

E’ il progressivo SPERIMENTARE sempre più lucidamente l’elemento formativo dei pensieri, che non è i pensieri pensati ma ciò che permette di produrli.

 

E’ il progressivo prendere coscienza di sé al livello in cui i pensieri STANNO PER FORMARSI, superando il comune livello di veglia e dell’errore in cui si diventa coscienti di sé e del mondo nel pensato, fra i prodotti dialettici, discorsivi in cui l’elemento formante si è già rinchiuso e degradato, poiché gli innatismi e le predisposizioni caratteriali e la razza dell’anima sono ciò che ha ricoperto il suo cadere  – folgorare –  fra loro di per sé inerti.

 

E l’Io inizia a purificarsi nel prendere coscienza di sé senza dover pensare qualcosa ma pensando soltanto, poggiando sul potere formante dei pensieri e non sui pensieri già formati.

 

E’  l’inizio della libertà dalle opinioni,dalle verità accettate perché desiderate in quella forma, dalle frasi fatte che la propria personale natura preferiva.

 

Tramite la disciplina “concentrativa”  l’Io si conquista un terreno vergine, una zona pura, una luce di serenità di giudizio, ossia una autonomia dai propri vincoli che parallelamente è la possibilità di scorgere sempre più disinteressatamente  (secondo i propri compiti e le proprie possibilità)  il “nocciolo dei problemi” che si pone, sino a che la soluzione può spontaneamente fiorirgli in animo come naturale conseguenza del seme posto con la progressiva liberazione dell’Io.

 

Tale la via della Verità.

L’inizio di essa:

 

E con tale inizio l’anima si rischiara.

 

Poiché conoscere, concepire secondo verità è elevarsi alla qualità delle cose, alla loro bellezza morale, alla riposta purezza della realtà, mediante un atto interiore che è lucidità conoscitiva e splendore animico contessuti di volontà ossia di amore (si può volere solo ciò che si ama).

 

LA VIA DELLA POTENZA

 

La concentrazione del pensiero fa appello ad una zona di determinazione interiore che è la chiave della potenza, sia nell’analisi dell’oggetto creato dall’uomo, sia nella contemplazione della sintesi dei pensieri dipanati attorno all’oggetto,  si attinge ad una zona di decisione interiore che è crogiuolo di potenza.

Fissare l’attenzione pensante su di un oggetto insignificante e banale fabbricato dall’uomo e poi contemplare – o tentare di contemplare, il che è lo stesso – tutti assieme i pensieri  sviluppati intorno all’oggetto è sviluppare una volontà di attenzione cosciente fluente tramite i pensieri che è potenza.

Potenza dell’Io.

Potenza di determinazione.

Potenza di decisione.

Una individuale potenza di decisione che è asse interiore di fedeltà, di consacrazione, di dedizione al vero.

In antico tale potenza di decisione – che è consacrarsi ad un valore – poteva venire e veniva sollecitata ed eretta grazie alla spontanea capacità evocativa del sentire, dei sentimenti, dell’anima che sapevano “toccare” valori ideali (entità viventi) e dall’ardore che tale contratto accendeva, si enucleava forza di decisione interiore, la capacità di votarsi completamente, di consacrarsi del tutto ad un compito scelto in conformità a quei valori.

Ed era l’idealismo innato e spontaneo degli antichi.

Presente in tutti gli antichi, seppure in vario grado e misura, ed è una possibilità esaurita che non può essere imboccata in senso ascendente.

Ed è una via morta.

I mistici ed i cavalieri medievali agivano in questa direzione e da essa traevano forza.

Ma l’anima in essi era sana, forte, vigorosa, capace di orientarli nel mondo etico dei valori, capace di spietrificare le dottrine ed i simboli religiosi poggiando su essi la propria capacità intuitiva e morale, capace di sentire le qualità ideali come buone e sane o come cattive e malate.

Un’anima vasta e generosa splendente di un contatto emotivo per le qualità che sorreggono il mondo.

Un’anima che nell’unificare l’uomo secondo gli eterni valori non incontrava barriere celebrali.

La nascita del pensiero cerebrale moderno – ossia di un pensiero privo di intuizioni morali, capace di dipanare nessi logici soltanto razionali, capace di articolarsi in virtù di un intrinseco canone logico interno al pensiero e sordo ai suggerimenti evocativi dell’anima ad esso esteriori – ha segnato la fine, lo strangolamento, la morte dell’anima come organo di conoscenza innata e di orientamento spontaneo.

La barriera cerebrale è quanto si è sviluppato nell’uomo moderno e ha dato origine all’attuale civiltà agnostica e priva del sublime (del Divino).

E’ la solitudine – nei migliori è l’angoscia – che ogni uomo moderno sperimenta all’interno dei propri pensieri.

E’ la solitaria potenza razionale in cui ciascuno sa – più o meno consapevolmente – di essere separato da tutto e da tutti, dal vivente, dalle certezze ultime, da un reale rapporto con l’Eterno, con l’assoluto, col sublime, col superumano.

E’ l’isolamento all’interno della propria potenza concettuale, una vera e propria barriera che sa solo scomporre in pensieri razionali ogni aspetto del mondo e degli altri, che sa solo ricomporre in cerebralismi privi di slancio e di spontaneità il mistero dell’esistere, che sa solo parlare, pensare a parole, quando si vorrebbe provare amore o pietà, coraggio o dolore, amicizia o tripudio, ossia quando si tenta il collegamento unificante con una qualità, con un valore vivente super razionale.

La barriera cerebrale è un potere di pensiero che isola da tutto e da tutti, un deserto, un nulla puramente logico in cui ciascuno è solo, in cui ciascuno è libero, in cui ciascuno può disporre di se ed è responsabile di quanto compie.

Gli antichi erano meno liberi.

Mancando – poiché in via di svilupparsi – la barriera cerebrale, un orientamento riguardo al senso della vita era spontaneamente fornito dall’anima.

Mai un antico ha avuto problemi esistenziali.

Non avrebbe potuto.

Vi furono antichi che scelsero il male, ma – in occidente – la loro visione del male era sorretta dalla comprensione animica del bene, sapevano di compiere il male nella visione di un bene che sapevano esistere, che conoscevano, che sapevano di trasgredire, di tradire, di offuscare ma che esisteva, e che veniva da loro percepito.

Sapere di compiere il male non è compierlo fino in fondo, poiché una visione animica del bene ne è alla base e ne crea il rimorso, la nostalgia del celeste, una dilacerazione interiore che impedisce di demonizzarsi, di corrompersi del tutto.

Percepire il bene compiendo il male è compierlo in uno stato di relativa ingenuità.

Gli antichi erano ingenui.

Qualunque atrocità abissale da loro commessa  – e ne commisero molte – è paragonabile alle perfidie  (a volte atroci ) dei bambini: sono compiute in stato di inconsapevolezza parziale di semicoscienza, di ingenuità sostanziale, il bene può rifiorire in ogni istante facendovi appello, il male non è mai definitivo.

Le atrocità ma soprattutto i superbi splendori degli antichi rientravano ancora in una “economia dei divini”, in uno scontro tra potenze ideali, tra Dei che agivano tramite le anime degli uomini, la cui responsabilità interiore – che comunque vi era – era minore di ora .

In Occidente ad ogni antico – dopo la venuta del Logos – era innata la sensazione, il calore, il sentimento, la percezione animica del bene ( di ciò che è universalmente il bene, la potenza solare che tutto sorregge ) sia che vi aderisse  – secondo le proprio possibilità –  sia che vi rinunciasse per desiderio di vita.

Comunque agisse sapeva del bene.

Spontaneamente la forza del bene fluiva in tutti.

E quindi uno stato di ingenuità – ossia un potere di redimersi, una forza del rimorso – obbligava tutti a non potersi incattivire del tutto, obbligava tutti a vedere comunque, a vivere comunque, a percepire comunque il bene.

Poi l’avvento della barriera cerebrale.

L’avvento dell’uomo solo, che dipende da sé, dai propri pensieri astratti – perché incapaci di vedere il mondo quale è: sorretto dal bene e assediato dal male – pensieri che proprio in quanto astratti (ossia ciechi verso le potenze morali del mondo ) sono liberi.

Liberi di restare astratti (ossia di incattivirsi) o di superare l’astrattezza.

Liberi da ogni percezione obbligata – perché spontanea – del bene e quindi capaci di compiere il male peggiore: quello completamente estraneo ad ogni percezione del bene, quello la cui scelta ricade completamente sulle responsabilità individuali, quello privo di ingenuità, privo di rimorsi, arido, consapevole, tetro, convinto di sé.

Un male diretto, privo di scrupoli, convinto della propria potenza che è potenza di non essere più umano.

Il male del pensiero astratto che non vuole saperne di vincere la propria astrattezza, di riattingere all’eterno, al vivente, agli eterni valori, che vuole continuare ad inebriarsi dell’assenza di vincoli morali che la astrattezza fornisce, che vuole restare quale è, irrimediabilmente vincolandosi sempre più al subumano.

Questo male può essere vinto.

Deve essere vinto.

La barriera cerebrale isola da ogni percezione obbligata del bene (e quindi anche da ogni percezione del male, poiché la percezione del male può sorgere solo dal paragone col bene), la barriera cerebrale è una nebbia molto intelligente che può giostrare con i concetti in maniera tanto abile quanto errata, è come possedere un grande potere di comprensione intellettiva senza riuscire ad avere realtà viventi da comprendere, senza avere “materiali” su cui esercitare, su cui usare tale potere; pertanto è un potere che gira a vuoto, che non afferra nulla, che vorticosamente accelera la ginnica intellettiva nell’astratto.

Tale potere intellettivo astratto, proprio in quanto tale ha come costante sottofondo semiconscio la sensazione di soffocare.

Si tratta della percezione semiconsapevole del potere cosciente, dell’enorme potere di intelligenza individuale che ci si trova a dover amministrare e che d’altra parte non riesce ad afferrare nulla, non riesce ad afferrare entità, realtà capaci di soddisfare la sete di potenze reali nelle quali immettersi tramite il pensiero.

E’ come essere intelligenti nel punto zero di tutti i valori.

C’è l’intelligenza ma mancano i valori sui quali poggiarla.

C’è l’intelligenza ma manca il terreno, la realtà su cui poggiarla.

C’è l’intelligenza ma non c’è nulla che possa nutrirla.

Tale è la situazione iniziale dell’uomo moderno.

Si è intelligenti nella totale sterilità di un mondo e di una vita che sembrano privi di senso, scopo, mete.

Tale intelligenza può compiere una sola azione: contemplare se stessa.

Può compiere unicamente l’ascesi del pensiero.

La tecnica della concentrazione.

Nel punto zero di tutti i valori, un solo valore resta: il potere che permette di accorgersi di tale vuoto.

L’acume pensante.

In cui già è presente – inespresso – il bisogno, ossia il ricordo di una realtà capace di dare un senso alla vita.

Il bisogno di una realtà di cui il deserto è la mancanza e la negazione.

Ed è la via della potenza.

La via dell’impossibile potenza.

Poiché all’intelligenza astratta appare impossibile superare il deserto, pur riconoscendone l’esistenza, pur soffrendone la presenza.

Ed invece la potenza capace di spezzare il deserto gli è interna: è la potenza che permette ai concetti di concatenarsi tra loro.

E’ la potenza che permette di muoversi entro i pensieri.

E di una forza si tratta.

Di una potenza.

Una realtà che è oltre ogni barriera razionale.

Oltre ogni morta aridità.

Oltre ogni deserto.

La via della Potenza.

La potenza di manifestare il sovamentale consacrato.

 

LA FONTE

 

Se vi è sufficiente acume per accorgersi del deserto:

Se vi è sufficiente limpidità per soffrirne:

Se vi è sufficiente vastità intuitiva per comprendere che si è sull’orlo di un abisso razionale incolmabile: allora la potenza può essere ipotizzata.

Si può giungere a sospettare che l’estrema capacità intellettiva è in se una forza.

Ed è in se l’unica vita in una sfera di morte conoscitiva.

Ed è la via dei tempi attuali.

L’unica via.

Il passo ulteriore è viverla questa potenza.

Percepirla.

Elevarsi ad essa.

Abbeverarsi al suo fluire.

Ed è la tecnica della concentrazione.

Indicata da Massimo Scaligero.

Donata da Massimo Scaligero.

In base agli insegnamenti di Rudolf Steiner.

Poiché tentare di contemplare la sintesi dei pensieri usati per descrivere un oggetto, è in definitiva finire per contemplare la forza che li tiene uniti, la forza che tiene unito il senso, il significato che essi sono.

Tale forza è la vita.

Dapprima appunto potrà essere concepita solo come una potenza ma sperimentata che sia, essa col tempo si disvelerà come un valore che vive.

La potenza si svelerà: vita superiore.

Vita.

Valore in cui l’intelligenza ed il puro sentire diventano tutt’uno.

Valore in cui l’intelligenza svela la propria anima eterna.

L’impossibile.

Ciò che all’interno della barriera razionale appare impossibile diviene realtà: l’anima eterna cui gli antichi si abbeverarono tutti, è intima al pensiero, è intima alla potenza che permette di pensare e di muoversi nei pensieri.

Ed è la progressiva morte di ogni deserto.

E’ superare l’abisso razionale.

E’ riuscire a respirare oltre ogni soffocamento.

Poiché ora l’intelligenza ha veramente ciò su cui immettere l’enorme acume che prima dispiegava unicamente per dubitare e per soffrire del vuoto.

Ed è proprio questo il senso del deserto e della barriera razionale: che tutto rivelandosi vuoto e privo di scopo, permette in quella suprema nudità sofferente di accorgersi della nuova vita che albeggia là ove si riflette sul vuoto, là ove si diviene coscienti del nulla.

Tale nuova vita è una potenza che può logicamente essere ipotizzata.

La potenza del proprio muovere entro pensieri che sanno di essere giunti là ove ogni ulteriore riflettere sul mondo, sulla vita, sui valori è un barare con se stessi.

Ogni pensiero può essere errato o irreale ma indubitabile è la realtà di ciò che li concatena e li fa muovere.

Una potenza.

La potenza.

La fonte di vita.

Nella sintesi della concentrazione essa affiora.

In quello sforzo.

Nello sforzo di mantenerla.

Nella lotta interiore che si sviluppa per continuare a contemplare la sintesi.

Tale lotta, tale sforzo impegna il più intenso acume di pensiero, poiché si ha a che fare con un ente che si è manifestato tramite l’oggetto analizzato, ma che non ha nulla a che vedere con esso, in quanto ciò che si finisce per contemplare è il mistero del prodursi dell’intelligenza in un uomo.

Si finisce per contemplare ciò che in noi è il mistero del nostro essere individui raziocinanti.

Si finisce per contemplare il potere che in noi si fa intelligenza individuale.

Si entra in contatto con il mistero della nostra vita cosciente. Tale mistero è una potenza in cui sottile ed impalpabile vive il sentire, l’eterno sentire, l’anima eterna del solo valore, la fonte eterna di ogni verità.

Una fonte oggettiva, universale, valida per tutti, seppure individuale e sperimentabile unicamente all’interno del proprio pensare.

Ed è la via della potenza.

La potenza di ritrovare l’anima eterna.

Il sentire.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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HELIOS FUOCO SOLARE FK 18 OTT 2012 FK 004

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

I SAGGI DI ANTONIO – N. 4: IL LOGOS E IL PENSIERO

 

Si possono praticare gli yoga più rigorosi, possedere le tecniche segrete del Tantrismo, essere partecipi di catene occidentali operanti secondo canoni ritualmente ineccepibili, conoscere le più sottili distinzioni del “tradizionale” dal non-tradizionale: tutto ciò serve ben poco allo sperimentatore di questo tempo, se egli non avverte che il pensiero da cui muove e mediante il quale comunque regola se stesso e fa le sue scelte interiori, non è il vero pensiero, ma il riflesso di una luce originaria che non gli è cosciente, e che tale riflesso, come processo dialettico, dipende in gran parte dall’organo cerebrale, che normalmente, come uno specchio deformante, lo altera, asservendolo ad influssi ascendenti dalla natura corporea. Un tale pensiero riflesso gli può concedere tutte le soddisfazioni dialettiche e persino esoteriche, ma non lo lascia uscire dal limite umano, soggettivo, luciferico, in realtà materialistico.

Un tale pensiero riflesso può anche apparire sagace e sublilmente filologico nella identificazione del “tradizionale”, severo nella sua tensione critica, fedelmente echeggiante lo stile dei maestri della Tradizione: può mettere a posto tutti, dando a ciascuno la lezione che merita riguardo al suo tipo di allineamento, e tuttavia non afferrare la benché minima particella del mondo sovrasensibile in nome del quale parla. Il riflesso in realtà, non è luce.

L’arte del cercatore di questo tempo è risalire dal riflesso alla luce, dal pensiero morto al vivente. Morto è invero il normale pensiero intellettuale, o razionale: effettivamente gli è vietata la connessione con il Logos, con il Mistero perenne della Iniziazione, cioè “secondo Melchisedec”.

Non sarà mai abbastanza sottolineata l’importanza che ha per lo    s p e r i m e n t a t o r e  l’ascesi del pensiero, ai fini di un accesso non erroneo al dominio del Logos. Tale ascesi ha come oggetto lo svincolamento del mentale, e perciò di tutta la vita interiore, dalla mediazione cerebrale, per il fatto che eccezionalmente si realizzi l’indipendenza del pensiero logico dalla mediazione, sino alla percezione di qualcosa che cessa di essere pensiero: è piuttosto forza-pensiero.

Si tratta della prima percezione interiore autentica, cioè lucida come una normale percezione sensoria. Nell’adepto moderno, infatti, il lucido stato di veglia della normale esperienza autocosciente, logica o matematica, è la misura della regolarità della percezione sovrasensibile. Ogni forma di sperimentazione che dia luogo a sonno, o sonnolenza, o condizione sognante, non è spirituale, ma medianica, anche se il suo contenuto presenti caratteri di grandiosità.

Una condizione sognante poteva legittimamente accompagnare determinate esperienze magiche, o mistico-estatiche, ancora alla fine del 1800, attingendo esse ai sopravviventi residui di una connessione del corpo vitale superiore con le forze pre-dialettiche del pensiero: non più oggi, date le operazioni compiute dai Maestri iniziatori – secondo l’Ordine dell’Iniziatore perenne – nell’aura della Terra, in rapporto all’inevitabile stato di ottusità di coscienza della generalità umana, determinatosi con la ulteriore caduta nel materialismo, cioè con la definitiva discesa della coscienza al
livello del pensiero riflesso, la cui regolarità è esclusivamente logico-matematica.

E’ il livello all’altezza del quale è inevitabile il materialismo, ma è parimenti il primo livello in cui l’uomo può accogliere l’Io allo stato di veglia. Ma occorre che questo stato di veglia sia reale. La coscienza dialettica è già semisognante. E’ importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere individuale. E’ inevitabile che l’autocoscienza nasca dapprima come inferiore individualismo.

Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti appartiene all’Io: deve essere recuperata da questo. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti, purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla croce nera: segno, questo, dell’ordine originario dei quattro elementi riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentisi all’Io. L’Io è in sé l’Io superiore.

Il cercatore di questo tempo deve rendersi conto che sperimentare lo Spirituale significa non avere sensazioni eccentriche o evocare simboli pre-interpretati, bensì percepire concretezze assolutamente sovrasensibili, altrettanto obbiettive quanto quelle sensibili, anzi assai più reali di queste. E’ proprio tale realtà che contrassegna l’obbiettività dell’esperienza e del suo potere solare. Se vuole sperimentare il Sovrasensibile, il pensiero deve afferrare se stesso non in una ipotetica sua determinazione, bensì là dove il momento della indeterminazione è quello della sua attività più lucida e originaria, in quanto processo produttivo di concetti e idee: qui la coscienza può attuare una sua realtà che normalmente le sfugge, pur presupponendola di continuo.

Lo strumento interiore che consente all’indagatore di concepire il Sovrasensibile è il pensiero. Quale che sia l’esperienza della coscienza a cui possa accedere e che giunga a formulare, non essendogli possibile dapprima se non mediata, da pensiero a pensiero, da idea a idea, così da essere in verità sostanziata di pensiero, esige che egli ponga l’esperienza predialettica del pensiero alla base della ricerca. Egli può dapprima avere il Sovrasensibile come contenuto noetico “tradizionale”, praticamente come contenuto di pensiero: il passo ulteriore è la percezione di tale contenuto, mediante un’attività interiore talmente intensificata da potersi attuare essa stessa come contenuto.

L’indagatore apprende che non si tratta di elaborazione razionale di un contenuto estrarazionale, bensì di penetrazione interiore del moto puro della razionalità. Il pensiero è lo strumento della coscienza e della coscienza di sé. La coscienza si manifesta bensì mediante il supporto dei centri corticali, del tronco encefalico e l’incontro degli organi sensori con il mondo sensibile, ma essa può sapere di tale mediazione grazie a un atto di pensiero, indipendente dalla mediazione stessa. Nel momento in cui la coscienza di tale atto sorge, l’uomo ha il reale rapporto con il mondo e con se medesimo.

E’ legittimo parlare: a) di una forza-pensiero esistente prima della mediazione cerebrale; b) del suo farsi cosciente grazie a tale mediazione; c) della sua possibilità di attuarsi cosciente fuori della mediazione, in quanto la conosca e la superi. Si può dire che il pensiero moderno si è inceppato nella seconda fase, che ha senso unicamente in ordine alla prima e alla terza. Coloro che oggi contestano la civiltà tecnologica, inconsapevolmente tendono alla terza fase, ma permangono prigionieri nella seconda, perché non dispongono di sufficienti forze di coscienza per intenderla: cadono nell’equivoco di un’azione volta contro strutture economico-tecnologiche il cui esistere è in sé un valore neutro: è illegittimo soltanto alla posizione del pensiero, soggiacente senza saperlo alla mediazione cerebrale e perciò incapace di quella identità con sé che sola può decidere del giusto uso della tecnologia.

Chi osservi il processo razionale, in effetto constata come ordinariamente il pensiero divenga cosciente di sé nel momento del suo determinarsi dialettico, che è il momento della mediazione cerebrale. Come antecedente di tale momento, mediante la concentrazione, può intuire il puro moto del pensiero: che può dirsi metadialettico. Questo moto è tanto più sollecitato a divenire cosciente, quanto più il pensiero è capace di di volgere non alla propria dialettica, ma a se medesimo: che è a dire, non alla comprensione del proprio essere, ma al proprio essere medesimo: che non ha bisogno del proprio essere compreso, per essere.

Da una simile osservazione si ricava in primo luogo che il pensiero ogni volta diviene cosciente, in quanto determina se stesso da un prius indeterminabile, che è il suo essere. Di continuo si pensano pensieri di cui non si ha preventiva coscienza e di cui non si presuppone il contenuto. Non c’è nessun nume che predisponga i pensieri che l’uomo pensa: ogni pensiero ha in sé la propria essenza. Lo sperimentatore in tale direzione può riconoscere il punto in cui sorge il suo essere libero, come pensiero. Tale libertà egli può attuare come percezione del momento originario del pensiero, o come visione interiore del suo determinarsi. E’ la via cosciente al Logos.

Quando volitivamente si rivolge al pensiero l’attenzione cosciente, come nella concentrazione, si constata che esso scaturisce da una “zona” di cui inizialmente non si deve avere coscienza, se si vuole trarre da essa tale attenzione, che è una con il momento originario del pensiero. Risulta qui una direzione verso la quale occorre dirigere la ricerca, se si vuole incontrare la soglia della coscienza e sperimentare ciò che significa il mondo intuibile oltre essa. Si è sulla Soglia mentale del Sovrasensibile, ossia là dove si ha la possibilità di percepire dinamicamente la diversità profonda dello Spirituale dallo psichico.

Il problema del Sovrasensibile postula il metodo della penetrazione della struttura del pensiero. Occorre che il pensiero realizzi il proprio essere metadialettico, perché possa attuare in sé le funzioni estracoscienti o supercoscienti dell’Io, grazie al quale dominare la subcoscienza, o l’inconscio emozionale-istintivo. Tra il supercosciente dell’Io e l’inconscio fisiopsichico deve essere sperimentata dall’indagatore una distinzione essenziale, se egli non vuole essere tratto su un sentiero illusorio, e perciò patologico, dalla mistione ordinaria delle forze psichiche: in quanto non sappia distinguere la cosa dal concetto della cosa, l’inconscio dal concetto di inconscio; concetto in cui già l’inconscio comincia a essere dominato.

Quanto poco una simile distinzione sia speculazione filosofica o introspezione psicologica, si può ricavare dal fatto che l’operare mediante il concetto implica non la comprensione o l’elaborazione di un determinato significato, bensì la percezione della sua dinamica: come di un contenuto che non ha bisogno di venir capito, per essere nostro. Il capire infatti è già un uso determinato del concetto, in relazione a qualcosa di cui si vuole il significato. La filosofia può dare la dialettica del concetto, ma in quanto filosofia cosciente dovrebbe indicare, come sua ultima istanza, la osservazione del pensiero, fuori dal suo significare qualcosa. Tale

osservazione, o contemplazione, conduce a percepire in un primo momento l’identità con sé dl pensiero e, in un secondo momento, l’unità originaria del pensare con il sentire e il voler, connessa con le Gerarchie del Cosmo. Si tratta della sfera supercosciente dell’Io.

L’esperienza del concetto è un’operazione pre-iniziatica. E’ importante rendersi conto che il concetto è in realtà non è una sintesi di rappresentazioni, ma anzitutto un quid adamantino che si serve di tale sintesi.

L’esperienza del concetto dà modo all’indagatore di enucleare un puro potere di pensiero capace di identità con le forze profonde del sentire e del volere. Egli ha a che fare con qualcosa di più del pensiero dialettico: con la forza-pensiero che sempre lo produce in relazione a un dato. Il dato viene tolto alla sua immediatezza dal pensiero in movimento: questo pensiero può essere ravvisato come un dato esso stesso e come tale percepito. In tale direzione è possibile incontrare le forze da cui normalmente scaturisce la vita dell’anima. Potendo avere obbiettiva innanzi a sé la corrente del pensare nella quale normalmente è immedesimato, l’indagatore riesce a percepire le forze cosmiche interne al pensare: il puro sentire, il puro volere. Le sente fluire dall’Universo, animare la natura e in lui farsi veicoli dell’Io Superiore.

Se può sperimentare il pensiero non come pensiero di qualcosa, ossia non come forma di un qualsiasi contenuto sensibile o interiore, ma come forza formatrice non vincolata ad oggetto, egli si trova dinanzi a un contenuto in sé, fatto di puro pensiero e dotato di interna vita. Se giunge a contemplare tale contenuto, lo sperimenta come affiorare di una corrente di vita indipendente dal sentire e dal volere ordinari, ma in sé recante le forze originarie di questi, il Logos fluente dal Cosmo. Interiormente egli può sperimentare una distinzione decisiva, tra il sentire-volere necessitante la coscienza mediante la forma richiesta dalla natura soggettiva, e le forze originarie del sentire e del volere, che egli percepisce grazie all’esperienza liberatrice del pensiero.

Può scoprire che a questo livello si svolge la vera relazione del pensiero con il sentimento e la volontà, in quanto il pensiero muove secondo il suo immediato potere di estrasoggettività, o di universalità. A un tale grado, il discepolo si trova alla Soglia del Mondo Spirituale. Comprende il vero senso della Via del Pensiero. Il pensiero deve essere posseduto, sino a che dalla sua estinzione nasca la forza di luce di cui esso è alienazione: ma a questo punto egli sa che la Luce viene dal perenne Iniziatore degli Iniziati.

Nell’epoca dell’autocoscienza, una guida spirituale può aiutare il discepolo soltanto se gli dà modo di attingere in sé le forze per l’accesso al Sovrasensibile, che è a dire per l’incontro con il proprio Maestro iniziatore. Non lo abbaglia con dottrine presupponenti una specifica visione del mondo o con interpretazioni già fatte di simboli e miti, bensì lo aiuta a essere egli stesso il liberatore del pensiero dalla maya dialettica e l’interprete diretto dei simboli Un simbolo già interpretato può divenire un ostacolo alla identificazione del suo contenuto trascendente, salvo che l’operatore abbia già realizzato l’indipendenza del pensiero da qualsiasi dialettica, sia pure formalmente esoterica.

L’attuale periodo è reso ancora più saturo di insidie dal fatto che la dialettica di taluni “maestri” può essere formalmente esoterica, grazie ad un padroneggiamento del pensiero, che tuttavia non è superamento del limite dialettico: perché tale superamento può avvenire solo grazie a un ben determinato metodo, all’interno del pensiero stesso, come atto non dialettico, che congiunge il puro mentale individuale con l’Intelligenza cosmica. In verità chi trova Melchisedech, trova il Logos. Se non trova il Logos, è perché non ha potuto ancora incontrare Melchisedech. Occorre meritare di conoscere, o riconoscere, il metodo giusto.

Antonio Massimo

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Nota di Isidoro:

Allora, cari amici, i quattro scritti precedenti, che sono nell’ordine: Scienza dell’Io e Concentrazione, L’illuminazione, Concentrazione e Liberazione, Il Logos e il Pensiero, furono scritti da “Antonio” per ambienti di esoterismo tradizionale. Scritti quando il suo nome riuscì a varcare le fortificate muraglie di ambienti che, di solito, tra la rappresentazione dell’Antroposofia e la morte avrebbero indiscutibilmente scelto la seconda. Perciò appartengono ai tempi della sua avanzata maturità. Senza polemizzare con questo o quello, “Antonio” in questi quattro articoli dice tutto quanto è necessario. Anzi, notate come in poche righe di “Concentrazione e Liberazione” indica l’operazione fondamentale, capita da pochi e favoleggiata da troppi.

Ho scritto “dice tutto quanto è necessario”, cioè senza damaschi o arabeschi. Non nasconde nulla e anzi, troverete che sovente ripete più volte gli stessi concetti, perché vuole che le cose siano capite.

Potete studiare questi Saggi, perché è fatale che interi brani non vengano compresi. Ma, per favore, non pensate neppure per un attimo che siano troppo difficili, e che perciò dunque non vi riguardino. Faccio un esempio facile: si parla di “anima cosciente” o di livello “matematico o logico”: allora uno pensa di essere già fuori dal gioco. Così non è: riuscite a misurare i lati di un tavolo, indipendentemente da passioni, simpatie, opinioni? Fate vostra per qualche attimo la condizione interiore che avete messo in moto mentre misuravate, la “condizione” vostra e del vostro pensiero in quel momento. Fatto? Bene! Eravate nella condizione che viene chiamata “anima cosciente” e avete applicato tutta la matematica e tutta la logica del mondo!

Continuate così, date concretezza ad ogni frase, riferitela a voi, alla vostra vita e se qualcosa proprio non passa, quello è un mistero per il futuro, è l’impulso propulsivo per i giorni che verranno…se ci date dentro con la disciplina di pensiero. Nemmeno Padreterno potrebbe spiegare razionalmente tutta una serie di esperienze che sono anche di un pelo sopra la razionalità.

“Antonio” ha detto tutto il necessario per chi volesse tentare (due settimane, vent’anni, chissà).

Già che ci siamo, per molti sarà chiaro che qualche pedata la molla al Barone e al Francese, ma se avete gli occhi aperti, certe osservazioni valgono per tutte le figure che non danno il retto aiuto ai discepoli, per tutti i Movimenti che, formalizzandosi, razionalizzano lo spirituale che c’era e che se c’era, se l’è svignato da un pezzo e per coloro che hanno preferito fare qualche passo indietro verso un più facile settarismo, fideistico e simil-mistico: alla fin dei conti notevolmente peggiore rispetto all’interminabile “studio” praticato da diversi antroposofi.

Ah! Mi stava sfuggendo: m’è parso che l’Autore sottolinei un tantino spesso il prius del pensiero. Strano! Proprio ora in cui s’è arrivati (come disciplina esoterica del volere) al sacrificio di saltare il bicchiere di vino a pranzo…

I SAGGI DI ANTONIO, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO
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