LA VITA DELL'ANIMA (3° SCRITTO)

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L’anima sulla via dell’auto-osservazione

Nel sogno, l’anima coglie se stessa in una forma fugace che è una maschera.

Nel sogno senza sogni, apparentemente, essa si perde del tutto.

Nell’auto-percezione spirituale ottenuta mediante una meditata riproduzione del sogno, l’anima perviene a se stessa in quanto entità creatrice di cui il corpo è l’immagine.

Ma il sogno affiora dal sonno. Chi si propone di sollevare il sogno alla chiara luce della coscienza, deve anche sentirsi spinto ad andare oltre. Lo fa, quando cerca di sperimentare coscientemente il sonno senza sogni. Ciò sembra impossibile. Poiché nel sonno la coscienza, appunto, cessa. E pretendere di sperimentare coscientemente l’incoscienza, sembra una pazzia.

Ma la pazzia appare subito in altra luce, se ci si contrappone ai ricordi che si possono seguire retrospettivamente, da un determinato momento fino all’ultimo risveglio. Allora però bisogna procedere collegando in modo assolutamente vivo le immagini della memoria con ciò che esse rammemorano. Se allora si cerca di risalire all’indietro fino alla successiva immagine mnemonica cosciente, questa è situata prima dell’ultimo sogno. Se si compie realmente il collegamento con l’oggetto del ricordo, sorge una difficoltà interiore.

L’immagine mnemonica successiva al risveglio non si può accostare a quella antecedente al sonno.

La coscienza ordinaria supera la difficoltà effettuando il collegamento debolmente con l’oggetto ricordato, e semplicemente apponendo l’immagine del risveglio a quella dell’addormentamento. Per chi però abbia intensificato la sensibilità della coscienza mediante la ben consapevole riproduzione del sognare, quelle due immagini si scindono.

Per lui, fra le due sta un abisso. Ma, in quanto nota questo abisso, esso anche gli si colma. Il sonno senza sogni cessa di essere un vuoto lasso di tempo, nell’autocoscienza. Ne emerge, come un ricordo, uno spirituale colmarsi del tempo vuoto.

E’ bensì come un ricordo di qualcosa che la coscienza ordinaria prima non aveva affatto avuto in sé, nondimeno questo ricordo porta in sé il richiamo ad una esperienza dell’anima, altrettanto quanto ogni altro ricordo abituale. In tal modo però l’anima guarda realmente entro ciò che, per lo sperimentare ordinario – nel sonno senza sogni – trascorre per lei incoscientemente.

Questa è la via su cui l’anima guarda in sé ancora più profondamente alla sua propria entità che dà forma al corpo. Mediante la cosciente penetrazione del sonno senza sogni essa si vede, nella sua propria essenza, interamente svincolata dal corpo.

Ormai essa guarda non solo alla formazione del corpo, ma, al di là di quello, alla formazione del proprio volere.

L’intima essenza del volere resta altrettanto ignota, alla coscienza ordinaria, quanto gli eventi del sonno senza sogni. Si sperimenta un pensiero che racchiude in sé l’intento del volere. Questo pensiero si sommerge nel mondo indistinto del sentimento e scompare nell’oscurità dei processi del corpo. Riemerge da fuori, poi, come processo corporeo del moto del braccio, ed è di nuovo afferrato da un pensiero. Fra i due contenuti di pensiero sta qualcosa che è come il sonno fra i pensieri che precedono l’addormentarsi e quelli che seguono il risveglio.

Ma come con la prima forma di veggenza dell’anima si può cogliere il lavorio interiore dell’anima sul corpo, così con la seconda forma di veggenza si può cogliere il volere al di là del corpo. L’anima può trovare la via che la porti a contemplare il proprio intimo lavorio sulla struttura organica del corpo: e può anche arrivare all’altro sentiero, su cui le è possibile scorgere come essa lavori sul proprio corpo per estrarne il volere.

E come tra sonno e veglia sta il sogno, così fra il volere e il pensare sta il sentire. Sulla medesima via che conduce ad illuminare il processo volitivo, si trova anche l’illuminazione del mondo del sentimento.

Nella prima veggenza l’anima svela a se stessa il suo interiore lavoro sull’organismo. Nella seconda veggenza perviene al volere. Ma alla manifestazione esterna del volere deve precedere un’attività interiore. Prima che il braccio si sollevi, la corrente dell’attività deve riversarsi in esso in modo che entro i processi del ricambio che hanno luogo quando il braccio è in riposo, se ne inseriscano altri che si manifestano come l’esplicarsi di un sentimento. Il sentimento è un volere che resta chiuso nell’uomo, un volere che è trattenuto nella forma del suo nascere.

I processi inseriti nel corpo per l’esplicazione del sentire e del volere si rivelano alla seconda veggenza come processi opposti a quelli che sostengono la vita. Sono processi che demoliscono. Nei processi costruttivi la vita prospera: ma in essi l’anima si estingue. La vita del corpo che è edificata dall’anima stessa, deve essere demolita affinché la natura e l’attività dell’anima possano esplicarsi per suo mezzo.

Per la percezione spirituale, l’azione dell’anima sul corpo è come un ricordo di qualcosa che essa ha compiuto prima di estrinsecare se stessa nell’azione.

Ma in tale modo l’anima si sperimenta come un’entità puramente spirituale che ha fatto precedere alla propria attività la formazione del corpo, per avere nel corpo stesso il fondamento per la sua propria originaria e puramente spirituale esplicazione.

L’anima, prima dedica al corpo la propria attività creatrice, per manifestarsi poi, dopo aver assolto questo compito, in libera spiritualità.

E questo esplicarsi dell’anima comincia già col pensiero stesso che prende lo spunto dalla percezione sensoriale.

Se si percepisce un oggetto, l’anima entra già in attività. Essa plasma la corrispondente parte del corpo in modo che essa sia atta ad esplicare nel pensiero un’immagine riflessa dell’oggetto. Nello sperimentare questa immagine riflessa, l’anima scorge allora il risultato della sua propria attività.

Non si troverà mai l’essere spirituale dell’anima, filosofando sui pensieri che si presentano alla coscienza ordinaria. Poiché l’attività spirituale dell’anima non sta dentro, ma dietro a quelli. E’ esatto che i pensieri sperimentati dall’anima siano un risultato dell’attività cerebrale. Ma l’attività cerebrale è a sua volta il risultato dell’attività spirituale dell’anima.

Nel misconoscimento di questo fatto sta il malsano della concezione materialistica. Quando, partendo da ogni sorta di presupposti scientifici, essa dimostra che i pensieri sono un risultato dell’attività cerebrale, ha ragione. E una concezione che voglia confutare questa affermazione, dovrà pur sempre fare i conti con quanto il materialismo ha da dire. Ma l’attività cerebrale è risultato dell’attività spirituale. Per vedere ciò non basta volgere lo sguardo entro l’uomo: vi si incontrano i pensieri. E questi hanno solo una realtà riflessa: proprio questo è il risultato della corporeità.

Volgendo lo sguardo su se stessi, bisogna valersi di facoltà animiche rafforzate e potenziate. Bisogna strappare l’anima che sogna all’oscurità crepuscolare del sogno: allora essa non si volatilizza in fantasmi, ma depone la maschera per apparire come un essere che lavora sul suo corpo. Bisogna strappare l’anima che dorme, alla tenebra del sonno: allora essa non scompare di fronte a se stessa, ma si pone di fronte a se stessa come essere puramente spirituale che, nel volere, opera per tramite del corpo al di là di questo.

*

Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA FIDUCIA

bimbo pugno

Durante la lettura di un testo mi ha colpito questa frase:

“Vivere nel tempo è il coraggio di dare fiducia all’esistenza”.

Mi sono chiesta: quali motivi ho di dar fiducia all’esistenza? Come accetto ogni fatto che la vita mi porta incontro? Ci sono in me delle forze che mi sostengono e mi guidano, o vivo il più delle volte in una sottomissione impotente?

Il concetto moderno di fiducia o di fede è molto rarefatto, quasi inesistente al confronto dell’enorme forza che arrivava all’uomo dell’antichità, quando si affidava alle divinità che lo guidavano dall’esterno e interagivano con lui nella vita e nella morte.

Se invece veniamo al concetto di pìstis, che troviamo nel Nuovo Testamento, si inizia a percepire un’inversione di enorme importanza.

Non si tratta più di aver fiducia in una forza spirituale esteriore all’uomo, ma la fiducia inizia a partire dall’interiorità stessa, diventa una forza, una saldezza interiore che è affine alla posizione salda dello stare in piedi, dell’essere radicati in sé.

Risuonano le parole del Cristo ”… Va, la tua fede ti ha salvato….” , ma in questa fede troviamo ora forze umane, assolutamente nuove, capaci di fare miracoli.

L’esistere, cioè il percorso di vita che va dalla nascita alla morte, porta con sé inevitabilmente molti rischi. Se l’uomo volesse già in partenza assicurarsi di non rischiare nulla, non si incarnerebbe mai, perché ogni incarnazione, dal punto di vista della coscienza normale, è una scommessa pericolosa.

Cosa spinge invece l’uomo a cercare sempre nuove conoscenze, nuove esperienze, nuovi percorsi, persone nuove, luoghi nuovi ? Ci sono motivi validi per farlo o sono solo frutto di impulsi irrazionali, solo brama di vita?

Escludendo il “caso”, che per me è solo una parola senza senso e osservando il mio vissuto posso dire che ogni cosa che mi è venuta incontro nella vita in qualche modo mi apparteneva, e se finora me la sono cavata, se sono ancora qui, questo significa che ci sono in me tutte le forze per orientarmi, soppesare, valutare le cose, a man mano che mi si presentano.

La seconda considerazione mi dice che se io non avessi mai fatto l’esperienza di essere uno spirito pensante, avrei motivo di non aver fiducia, perché avrei l’impressione di brancolare nel buio davanti ad ogni decisione da prendere.

Ma io so di aver a disposizione la luce del pensare, l’ho sempre usata, perché essere uomini significa essere capaci di affrontare con il pensiero qualsiasi fattore, e questo pensare voluto ed esercitato con coscienza, lo riconosco sempre più come l’attività centrale del mio spirito, del mio Io.

Inoltre, in questo pensare, trovo anche una forma di amore di profondità che unisce tutti gli esseri umani….”Solo perché gli individui umani fanno parte di un unico spirito possono vivere gli uni accanto agli altri….”   Capire questo diventa un ulteriore motivo di fiducia!

So anche di fare sempre solo quello che posso, quello che è nelle mie facoltà; ciò che non posso affrontare nessuno lo può pretendere da me.

Dove trovo dunque la fonte della fiducia? In me stessa, nel mio Io, nel mio pensare!

Questo Io che, quando viene portato a coscienza, mi dà la massima fiducia, non è un’invenzione dell’uomo, ma è una forza cosmica che vive in ogni essere umano.

E’ però una forza che non si impone, che rispetta la libertà dell’uomo, chiede però l’impegno cosciente di volerla conoscere ed usare.

In altre parole, ogni essere umano, in quanto Io, o in quanto alberga in se il Logos, ha in mano tutti gli strumenti di cui ha bisogno per affrontare la vita.

La forza dell’Io non sta nel conoscere in partenza quale effetto sortirà da ogni causa, perché allora non si tratterebbe di fiducia. Se io volessi conoscere le conseguenze di ogni mio atto prima di attuarlo, questa non sarebbe fiducia ma sfiducia.

Invece il credere in me, nelle mie potenzialità, questo mi da coraggio e mi rende attiva!

Anche l’interagire con un altro essere umano, richiede principalmente che io abbia fiducia in me stessa, perché non posso sapere cosa salterà fuori dall’altro, e so che potrò pretendere il massimo solo da me. Se dall’altro mi arriverà del bene lo considererò un dono, in ogni caso saprò difendere la mia dignità!

So di avere abbastanza libertà da poter decidere di momento in momento, di situazione in situazione, il modo migliore e unico di pormi di fronte al mondo per interagire al meglio con esso.

Potrò sbagliare una, cento, mille volte, ma alla fine l’importante sarà ciò che avrò imparato da tali errori e il riconoscere di aver sbagliato mi salverà.

L’uomo è strutturalmente l’essere che nell’esistenza terrena se la può cavare sempre se vuole e se non omette di coltivare le forze che sono insite nella natura umana; quindi nella mancanza di fiducia si può vedere anche una sorta di pigrizia, di inerzia: per fare il minimo possibile, per non rischiare nulla.

Solo se avrò conquistato una profonda fiducia in me stessa saprò e potrò dare fiducia all’altro, senza correre il rischio di cercare, in chi mi sta vicino, solo un appoggio passivo.

Non ci dovrebbe mai essere motivo di revocare la fiducia a nessuno, però siamo fatti apposta per incoraggiarci a vicenda e per spronarci a vivere sempre più all’altezza delle possibilità umane.

Ognuno dovrebbe sentire nel profondo, il mistero e la responsabilità di portare in sè un frammento di cielo e se quel cielo ha dato la massima fiducia all’uomo, in quella fiducia e in quella saldezza l’uomo deve trovare il coraggio di vivere.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA FINE DEL MONDO

crepuscolo

RAGNARØKKR, ossia la fine del mondo secondo l’Edda. Questo manoscritto fu probabilmente redatto agli inizi del 1300 e si trova in quattro principali codici. Compose l’Edda, all’incirca dopo il 1220, Snorri Sturluson, islandese, nato a Hvammr nel 1179 e fatto assassinare (forse con qualche ragione) dal re di Norvegia nel 1241. I racconti e la mitologia descritti nell’Edda sono uno dei principali tesori di conoscenza sulla religione dei popoli scandinavi e germanici. Ma nell’insieme è parte di una comune origine indoeuropea.

Per come le cose vanno a finire, potrà sembrare un tantino pessimistico, ma non troppo se lo confrontiamo con la visione indiana espressa dal Vishnu Purāna e, in occidente nell’Asclepio (uno dei testi del Corpus Hermeticum):”…allora il mondo, a causa del tedio degli uomini, sembrerà da non ammirare e da non adorare…Infatti saranno anteposte le tenebre alla luce e la morte sarà giudicata più utile della vita, nessuno guarderà il cielo, il religioso sarà tenuto (per) pazzo, irreligioso prudente, il furibondo forte, il pessimo buono. Avviene la secessione dolorosa tra dei e uomini, restano solo gli angeli nocivi…Verrà questa vecchiaia della terra con l’irreligiosità, il disordine, l’irrazionalità di tutti i beni”. E ditemi, chi pronuncia queste parole? “…insorgerà popolo contro popolo e regno contro regno. In ogni luogo ci saranno carestia, pestilenze e terremoti…; il sole si oscurerà, la luna non darà più il suo chiarore, le stelle cadranno e le potenze dei cieli saranno squassate…”.

Il motivo della decadenza del creato è dunque universale. Si presume che anche il ragnarøkkr sia fine del mondo come fine di un ciclo. Poi inizia uno nuovo. Comunque pensateci, prima di frullare lieti in vacanza…

*

Esso (il ragnarøkkr) avrà inizio quando verrà l’inverno chiamato Finbulvetr (inverno spaventoso): la neve cadrà vorticando da tutte le parti, vi sarà un grande gelo e venti pungenti. Non ci sarà più il sole.

Verranno tre inverni insieme, senza estati di mezzo. Passeranno altri tre inverni e su tutto il mondo imperverseranno grandi battaglie, i fratelli si uccideranno per cupidigia e non ci sarà rispetto per il padre o il congiunto nell’assassinio o nell’adulterio.

Era di lupi prima che il mondo crolli.

Allora avverranno gli eventi che parranno spaventosi: il lupo ingoierà il sole e sembrerà agli uomini una grande sventura. L’altro lupo raggiungerà la luna e farà un disastro. Le stelle scompariranno dal cielo.

Avverrà pure che tutta la terra tremerà e così le montagne, tanto che gli alberi saranno sradicati, i monti crolleranno e tutte le catene e i legami si scioglieranno e si spezzeranno.

Così il lupo Fenrir sarà libero.

Il mare dilagherà sulle coste poiché Midhgardhsormr (la serpe che nel profondo degli oceani cinge il globo) sarà preso dalla furia dei giganti e assalirà la terra. Allora sarà sciolta anche Naglfar, la nave che così si chiama: essa è fatta con le unghie dei morti, per questo motivo si fa attenzione se un uomo muore con le unghie non tagliate perché costui porta molto materiale per la nave Naglfar che gli uomini e gli dei vogliono si costruisca lentamente.

In questo mare tempestoso Naglfar avanzerà. Hrymr si chiama il gigante che la guiderà.

Il lupo Fenrir avanzerà con le fauci spalancate, la mascella superiore contro il cielo e quella inferiore contro la terra: ma le spalancherebbe di più se ci fosse posto. Dai suoi occhi e dal suo naso eromperanno fiamme.  Midhgardhsormr sputerà tanto veleno che ne saranno spruzzati tutto il cielo e la terra: spaventoso d’aspetto, avrà al suo fianco il lupo.

In quel boato si fenderà il cielo e di là si precipiteranno cavalcando i figli di Muspell. Surtr avanzerà per primo e davanti e dietro di lui ci saranno due fuochi. La sua è un’ottima spada e irradia più splendore del sole. Quando cavalcheranno su Bifröst, lo manderanno in frantumi.

I figli di Muspell avanzeranno lungo il campo che si chiama Vígrídhr; là verranno anche il lupo Fenrir e  Midhgardhsormr e inoltre Loki e Hrymr, e con lui tutti i giganti del ghiaccio e seguiranno Loki tutti i compagni di Hel. I figli di Muspell formeranno da soli una legione sfolgorante.

Il campo di  Vígrídhr si estende da ogni lato per centoventi leghe. E accadrà che Heimdallr si ergerà e soffierà impetuosamente nel corno Giallarhorn, e allora tutti gli dei si desteranno e cercheranno consiglio. Ódhinn cavalcherà verso la fonte di Mímir al quale chiederà consiglio per sé e la sua stirpe.

Il frassino Yggdrasill (l’asse del mondo) si scuoterà e nulla sarà allora senza terrore, né in cielo né in terra. Gli Asi indosseranno l’armatura e con loro tutti gli Einheriar, e avanzeranno verso il campo di battaglia.

Per primo cavalcherà  Ódhinn con elmo dorato e la corazza splendente e con la lancia che si chiama Gu˂ n ˃gnir, dirigendosi verso il lupo Fenrir, mentre Thórr avanzerà al suo fianco ma non potrà aiutarlo perché dovrà combattere una battaglia senza quartiere con  Midhgardhsormr.

Freyr si farà contro Surtr e sarà un’ardua battaglia prima che Freyr cada: mancandogli la buona spada che aveva donato a Skírnir, morirà. Allora sarà libero anche il cane Garmr che è legato davanti a Gnipahellir; è il più grande dei mostri: combatterà contro Týr e sarà la morte di entrambi. Thórr ucciderà  Midhgardhsormr, farà nove passi e infine cadrà morto a terra a causa del veleno sputatogli addosso dal serpente.

Il lupo ingoierà  Ódhinn, e questa sarà la sua morte.

Dopo avanzerà Vídharr e porrà uno dei suoi piedi sulla mascella inferiore del lupo, in quel piede avrà la calzatura che tutte le epoche hanno contribuito a fare: sono i triangoli di cuoio che gli uomini tagliano via dalle scarpe, dall’alluce o dalla caviglia (si parla degli avanzi di cuoio derivati dalla confezione); perciò chi desidera aiutare gli dei deve gettar via questi avanzi di pelle. Con l’altra mano  Vídharr afferrerà la mascella superiore del lupo e gli spaccherà la bocca: quella sarà la fine del mostro.

Loki combatterà contro Heimdallr: sarà la morte per entrambi. Subito dopo Surtr appiccherà il fuoco alla terra e tutto il mondo brucerà.

TRADIZIONE

AVVISO AI NAVIGANTI ( di Eco)

mare e monti

Rapiti, sequestrati…..chi tra i monti, chi al mare……i nostri collaboratori paiono scomparsi…….

Eco rallenta ma non si ferma! Per i fedeli che non butteranno il pc dalla finestra in agosto, ci saranno ugualmente dei bellissimi post.

Buone vacanze!

 

ANNUNCI

DUE INDICAZIONI OPERATIVE E UN PENSIERO DI MASSIMO SCALIGERO

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In un articolo precedente, ho avuto modo di pubblicare qualcosa d’inedito di Massimo Scaligero. Ad alcuni di noi, appassionatamente impegnati nella Via del Pensiero e nella meditazione rituale della Filosofia della Libertà, egli dava indicazioni operative per portare a fondo il lavoro della Concentrazione, per intensificarlo sino alla Contemplazione della pura forza-pensiero, sino all’esperienza della forza-pensiero «vuota» di pensieri, ossia di qualsivoglia pensato. Perché tutti i pensati scaturiscono da tale vivente forza-pensiero: ne sono il morire, l’irrigidita ed esangue cristallizzazione. Mentre l’Ascesi del Pensiero attua, attraverso la Concentrazione, il morire – lo sparire, l’annientamento – di tali morti pensati e il rivivere, oltre la loro dissolvimento, della forza-pensiero dalla quale erano scaturiti e alla quale essi erano morti.

Massimo Scaligero ci dava  alcune preziose indicazioni operative su fogli dattiloscritti, che donava a coloro che si votavano con ardore interiore alla pura Via del Pensiero. Dopo quasi trentacinque anni da quando egli ci ha visibilmente lasciati, alcune di queste indicazioni operative possono risultare preziose per coloro che, in questa epoca oscura stupida e malvagia, vogliono compiere la temeraria impresa della resurrezione del pensiero dalla tomba della riflessità, l’impresa eroica della resurrezione del pensiero vivente dal cadavere della conoscenza morta.

Queste indicazioni non sono un «segreto» nel senso convenzionale del termine, ossia non sono un segreto per la volontà, o anche la giustificata necessità, di tenere riservata una determinata conoscenza. Sono un «arcano», ossia qualcosa che rimane segreto per l’ineffabilità del loro contenuto, che respinge le anime volgari, o coloro che non sono ancora  pronti o maturi per la Via «assoluta», la Via senza appoggi, e necessitano ancora di conseguenza di appoggi e mediazioni varie: intellettuali, sentimentali, mistiche e così via.

Tuttavia si tratta di contenuti sacrali, che non devono essere profanati, portando loro incontro uno stato interiore dell’anima inadeguato  o volgare. In questa epoca oscura, malvagia e soprattutto stupida, vi è da parte di molti una sorta di impura voluttà di profanare, involgarire, degradare, banalizzare e addirittura sacrilegamente pervertire i contenuti della Scienza Sacra e della Sapienza. In questo campo di riprovevole eccellenza, internet dà un improvvido aiuto alle più oscene e sacrileghe intraprese. Ed è naturale, perciò, l’esitazione che si può avere di fronte alla decisione di donare contenuti talvolta di grande delicatezza. Ma è anche giusto che coloro che, in silenzio e solitudine, si consacrano alla fervida pratica della Concentrazione e della Meditazione, secondo la Via del Pensiero Vivente, non vengano privati di alcune indicazioni, che se seguite con intenzione pura e perseveranza, possono portare veramente lontano. I profanatori avranno dalle conseguenze delle loro stesse male azioni l’amaro salario che loro spetta.

Vengono pubblicate qui di seguito due di queste inedite indicazioni operative, date da Massimo Scaligero negli Anni Settanta. Le ho trascritte tali e quali dal foglio a suo tempo ricevuto.

Prima indicazione :

«SUPERAMENTO DEL LIMITE SENSIBILE

Si evochi un determinato oggetto: i.e. chiodo; lo si descriva; si osservi come ogni elemento della descrizione abbia risonanze sensibili (imagine definita, colore, profondità, etc.); si osservi come ogni volta, per richiamare un nuovo elemento della descrizione si faccia appello ad una “zona” dalla quale lampeggia un elemento inafferrabile e intemporale, che poi portiamo nel tempo col determinarlo.

Si veda come da tale zona, solitamente non avvertita, traggano origine tutti i pensati.

***

Esaurita la descrizione si tenga di fronte a sé l’imagine del chiodo e la si “animi” facendole assumere tutte le forme e le dimensioni possibili entro la funzione “chiodo”.

Si constati come tale imagine sia “animata” da qualcosa che lei non è, e che si trova dietro di essa.

Si faccia sparire di colpo tutta l’imagine sensibile, mantenendo però in azione l’elemento “animante”; lo si osservi.

Si descriva la sua natura. Si osservi il suo rapporto con il rappresentare e l’imaginare».

Seconda indicazione:

«COSCIENZA DELLA MEDIAZIONE PURA

Ci si porti alla percezione di due concetti. Si constati come, pur diversi nella “forma, “vivano” di un’unica forza.

Osservare come normalmente ogni persona si riferisce sempre inconsciamente a concetti.

Osservare come questi diventino rappresentazioni.

Osservare come tali rappresentazioni medino la percezione del sensibile e dello psichico.

Osservare la diversa relazione esistente tra rappresentazioni aventi per contenuto cosciente un concetto, e quelle aventi per contenuto un moto animico-egoico.

Osservare se sia possibile usare come mediazione alla percezione il concetto e che cosa ne consegua.

Osservare infine a mezzo della memoria cosa ha mediato via via la coscienza delle esperienze precedenti; i.e. come e a mezzo di cosa ci siamo mossi nell’indagine».

A queste indicazioni, voglio aggiungere un altro pensiero di Massimo Scaligero, che mi sembra esprimere in maniera lapidaria la tenuta interiore che deve avere colui che si impegna nella Via della Iniziazione. Anche questo pensiero offro alla attenta e fervida meditazione di coloro che amano la Via del Pensiero, che il nostro Maestro ci ha dato.

«Il mondo viene trasformato non tanto dalle nostre ideologie, dai nostri programmi, dalle nostre parole, quanto dai nostri pensieri profondi, da ciò che realmente siamo nel segreto dell’anima. Non è il nostro apparire, ma il nostro essere profondo, che lavora alla trasformazione del nostro destino».

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – AGOSTO 2014

santiago

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 66

Socialità
O. Tufelli Animula vagula blandula

Poesia
F. Di Lieto Estiva

Botanima
A. Campanile I fichi di Catone

AcCORdo
M. Scaligero La perenne accensione

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Ascesi
F. Giovi Commentando

Considerazioni
A. Lombroni La regola del mosaico

Musica
Serenella L’ABC della Musica

Medicina
F. Burigana La scienza del vivente

Geologia
R. Steiner Gli strati della Terra e le eruzioni vulcaniche

Inviato speciale
A. di Furia Il trend evolutivo dominante

Spiritualità
R. Steiner Il 666

Personaggi
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Incontri
B. De Carminis Quello che hai dentro

Costume
Il cronista Naufragi

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Roncisvalle

Arretrati

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Archivio A-Z

 

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’UOMO e la BESTIA

bella bestia prigione

(La Bella e la Bestia – J. C. – 1946)

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Asceta: dal greco askētḗs che viene da askêin che significa semplicemente e s e r c i t a r s i.

Nel campo che possiamo chiamare come Vie alla coscienza spirituale o alla reintegrazione interiore ci si esercita…speriamo ci permettano allora di chiamare asceti coloro che esercitano disciplina sulle potenze dell’anima.

Ho notato che i detrattori più accaniti verso questo termine, messi da parte i mastini dell’ateo-materialismo militante (vedi l’ambiguo CICAP), sono proprio gli spiritualisti. Sembra un mistero.

Poi t’accorgi da “voci dal sen sfuggite”, che l’antipatia ha diverse radici: un  cattolicesimo appena represso ma che ronza vivo nel subcosciente, il raccapriccio verso la realtà della propria immagine che contende a Dorian Gray l’esigenza di tenere velato il quadro, ma soprattutto una paura abbietta verso l’ignoto, inteso come ciò che potrebbe trascendere la propria, personale realtà.

Il filo conduttore, il collante universale (chiamatelo come volete) è la bestemmia.

Non quella detta e sentita dai semplici, dagli innocenti (porco qua e porco là…).

No! La bestemmia vera è proteiforme, spesso razionale e ragionevole, suadente, talvolta amichevole. Allo sguardo interiore essa si riduce sempre a ciò che è sempre stata (simmetricamente opposta alla preghiera): è l’urlo della Bestia e nient’altro.

Da un certo punto di vista, la Bestia, sia pur terribile, non è un essere eccezionale poiché, come il male della Arendt, è banale, priva di fantasia, senza riscatto: grida e azzanna il vuoto, grida e azzanna il vuoto…così sempre, all’infinito. Se l’uomo non l’invitasse nel buio dell’anima sarebbe poca cosa. L’uomo ignora la propria grandezza e ottusamente nemmeno s’accorge quando la condivide con la Bestia.

La Bestia che usa l’intelletto umano, odia l’asceta. Così è sempre stato e continuerà a essere.

Sempre in oscena comunione con l’abisso, essa esprime in tutti i modi che sono permessi all’uomo che la veicola, il suo incessante odio verso l’Alto e verso chi tenta i percorsi di elevazione.

In realtà, con pacatezza di sguardo possiamo osservare come tutti gli uomini dabbene siano asceti: per amore o per dovere o per disperazione, tendono ogni giorno a superare se stessi: sul lavoro, nella famiglia, nell’accudimento dei bisognosi. Solo nella coscienza di veglia essi non ne sono granché consapevoli.

Purtroppo quando un barlume di consapevolezza si fa strada nella coscienza tutta la potenza degli Inferi si precipita a fermare una possibile alba della luce. E snatura ciò che non riesce a fermare.

Potete trovare altre spiegazioni, ma le cose stanno così.

Altrimenti come spieghereste il continuo ridimensionamento dei Maestri, svolto con ipocrite cautele, che ricorda tanto la martellata immagine del Logos imposta come “l’umile falegname di Nazareth”?

Il continuo ricacciare nello scantinato la messe di discipline esoteriche offerte (perché necessarie come l’aria per i polmoni) agli uomini da parte di tali grandi figure secondo le imperiose e misericordiose direttive del Santuario dello Spirito?

Il costante tentativo di seppellire tra risate, motteggi, offese, falsificazioni e disprezzo, lo sforzo ascetico dei pochi esseri dotati di un briciolo di buona volontà e coerenza?

L’uomo che si ritiene “normale” non avrebbe l’incrollabile costanza nel fare tutte queste cose! Già di suo, l’anima può diventare innaturalmente storta. Per la Bestia è invece espressione della sua propria natura: è la sua vita.

Natura che si fa persino raffinata quando finge una spiritualità che sa evitare il massiccio scoglio dell’impresa reale: la spoliazione delle proprie ricchezze, il superamento cosciente del sé ordinario: via battuta dalla Tradizione lungo l’intera storia dell’uomo e che si modifica quanto basta, quasi continuamente, poiché segue l’evolversi della struttura umana.

Come a dire che, alla fine, c’è sempre – dall’inizio del tempo dell’uomo caduto – la “cruna dell’ago” da attraversare: impresa nemmeno concepibile per la “ricchezza” del sé personale.

Avventura che procura un comprensibile timore all’uomo…ma un rifiuto selvaggio quando comanda la Bestia.

In questo sciagurato caso l’uomo schiavizzato si procura ogni genere di alibi (spesso incoerenti e ridicoli) che giustifichino la discesa verso il nulla.

Essa è ben celata dalle pareti senza appigli e speranza del razionalismo e del sentimentalismo: due potenti pietre d’inciampo: diffidate dalle “lucide” deduzioni e dall’esibito moralismo che, come pioggia sottile, si insinuano sulla strada e sui tetti.

Mentre per salire servirebbe la follia dominata, il freddo coraggio, l’accettazione del dolore profondo, l’illimitata fedeltà e, forse, un guizzo di memoria (nostalgia) per ciò che si è oltre l’illusione del tempo: ciò per osare gesti fatali, forse irrevocabili (cause) che non patiscano il canone del convenuto, dell’umano non più giustificato, superato, già indurito come la mummia che ci portiamo dentro.

In questo senso noi viviamo – male – nella morte, ove la vita che appare è riflesso e dubito fortemente che siano possibili “salti” se non a parole. Le parole!

Siete mai stati in una clausura? Io sì e posso dirvi che gli antichi metodi funzionano ancora. La parola è la prima cosa che viene tolta. Come ogni abitudine o vizio, per qualche giorno vorrebbe venir fuori dalla bocca, poi, come l’impulso s’acquieta, alla pari s’acquieta la testa e le vespe che vi hanno nidificato si addormentano al suono del silenzio. Facile come bere un bicchier d’acqua!

Ci si accorge che far eco alle cose con le parole e con i pensieri del pensiero è una fatica inutile, quasi una demenza: rumori nel mondo, rumori nell’anima.

Per qualcosa di simile gli asceti veri sono silenziosi. Essendo silenziosi sono invisibili: nessuna etichetta li distingue, conducono due vite e la vita interiore è dissimile a qualunque cosa che abbia un nome, che possa venir “parlata”, “discussa”. Se il mondo spirituale non impone loro il sacrificio di manifestare qualcosa, il silenzio interiore è estremo e le finalità del tutto incomprensibili, specie per i molti diventati servi dei parassiti interiori. Forse per questo la Misericordia divina li rende inconoscibili…e la Bestia non può vederli.

(NB: Righe di un demente affetto da “sindrome di Fort Apache”, ecco…)

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VITA DELL'ANIMA (2°SCRITTO)

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L’anima nella chiarità della percezione spirituale

Ricorso che si sia, per imparare a conoscere l’essenza dell’anima, ai fenomeni del sogno, si è costretti infine ad ammettere che quel che si cerca, ci sta dinnanzi con una maschera. Dietro i simboleggiamenti di stati e processi corporei, dietro le esperienze mnemoniche accozzate contro natura, si può presumere l’attività dell’anima. Ma non si può asserire di trovarsi di fronte alla figura reale dell’animico.

Dopo il risveglio, ci si avvede di quanto il lavorio del sogno soggiaccia all’attività del corpo e, per tramite di questo, sia dedito al mondo sensibile esterno. Mediante lo sguardo retrospettivo dell’auto-osservazione, si vedono soltanto, entro la vita dell’anima, le immagini del mondo esterno, e non l’anima stessa. L’anima sfugge alla conoscenza ordinaria nell’attimo in cui si vuole coglierla nella conoscenza.

Con lo studio del sogno non si può sperare di accostarsi alla realtà dell’animico. Per trattenere nella sua forma originaria l’attività dell’anima, si dovrebbero estinguere, con una forte attività interiore, i simboleggiamenti degli stati e processi corporei, nonché le esperienze della memoria. Dopodiché si dovrebbe poter osservare il trattenuto. Ma ciò è impossibile, poiché chi sogna è in una condizione di passività. Non può esplicare nessuna attività propria. Con l svanire della maschera animica, svanisce anche la sensazione del proprio sé.

Diversa è la cosa per la vita di veglia dell’anima. Qui l’attività del sé può non solo conservarsi quando si estinguono le percezioni del mondo esterno, ma può anche rafforzarsi in  se stessa. Ciò avviene se, nella veglia, ci si rende altrettanto indipendenti dal mondo sensibile estero, quanto lo si è nel sogno. Si diventa allora, in piena consapevolezza, imitatori desti del sogno. Ma in tal modo anche ogni illusorietà del sogno cade. Chi sogna tiene per realtà le immagini del suo sogno. Chi è desto ne riconosce l’irrealtà. Chi è desto e sano, in quanto è imitatore del sogno, non può tenere per reali le sue immagini. Resta consapevole di vivere in illusioni create da sé.

Ma non riuscirà a creare queste illusioni, se egli si fermerà soltanto al grado della coscienza ordinaria. Dovrà provvedere ad un rafforzamento di questa coscienza. Questo lo potrà ottenere con un pensiero che sempre di nuovo si accenda da dentro. Con questo continuo accendersi, l’attività animica interiore cresce (nei miei libri L’Iniziazione e La Scienza occulta ho descritto nei particolari la corrispondente attività interiore).

In tal modo si può portare alla chiara luce della coscienza quel che passa per l’anima nell’oscurità crepuscolare del sogno. Si effettua così l’opposto di quanto avviene con la suggestione o con l’auto-suggestione. In queste, dalla semi-oscurità, si fa penetrare nella vita dell’anima qualcosa che poi viene considerata realtà. Nella attiva riflessione animica, ora caratterizzata, si pone con chiara coscienza davanti alla vista interiore qualcosa che – nel senso più pieno della parola – viene considerato soltanto come illusione.

Così si perviene a costringere il sogno a porsi nel chiaro lume della coscienza. Di solito esso si presenta soltanto alla coscienza ridotta, alla coscienza semi-desta. Il sogno paventa la luce della coscienza. Davanti ad essa svanisce. La coscienza rafforzata lo trattiene.

Così trattenuto, non guadagna forza. Al contrario ne perde. Invece viene data alla coscienza l’occasione di rafforzare se stessa. Nell’anima, allora, succede come quando, nella corporeità, un corpo solido è trasformato in vapore. Il corpo solido conferisce a se stesso dei limiti da ogni lato. Si possono toccare. Esistono di per sé. Se si converte in vapore il corpo solido, allora, affinché non si volatilizzi da ogni lato, occorre rinchiuderlo con pareti solide. Così l’anima, se vuole da sveglia trattenere il sogno, deve trasformarsi – per così dire – in un robusto recipiente. Deve rafforzarsi in se stessa.

Questo rafforzamento non occorre che l’anima lo effettui quando percepisce in sé immagini del mondo esterno sensibile. In tal caso è il rapporto del corpo col mondo esterno a curare che l’anima sia stimolata a trattenere queste immagini. Ma se l’anima, da sveglia, sogna entro un elemento che è sensibilmente irreale, allora essa deve trattenerlo per forza propria. Col rappresentarsi in piena coscienza il sensibilmente irreale, ci si educa la forza per vedere lo spiritualmente reale.

Nel sogno l’attività propria dell’anima è debole. Il contenuto fuggevole del sogno sopraffà tale attività. Questa preponderanza del sogno effettua che l’anima lo consideri realtà. Nella coscienza sensoriale ordinaria l’attività propria dell’anima sente se stessa come realtà accanto alla realtà del mondo dei sensi. Ma questa attività propria non può percepire se stessa; l’intera capacità percettiva viene impegnata dalle immagini della realtà sensibile.

Se l’attività propria dell’anima impara a conservarsi, riempiendosi consapevolmente di un contenuto irreale, allora a poco a poco si avviva in se stessa anche l’auto-percezione. Ora essa non soltanto volge lo sguardo indietro dalla percezione esterna su se stessa, ma in quanto attività animica, torna indietro e trova se stessa nella sua entità spirituale: questa ora diventa il contenuto della sua percezione.

Mentre l’anima si trova così in se stessa, le si illumina ancor più la natura del sogno. Essa scorge chiaramente ciò che prima poteva solo intuire, cioè che il sogno, nella veglia, non cessa, ma continua. Però il sogno che agisce debolmente viene sopraffatto dal contenuto della percezione sensibile. Dietro la luce della coscienza, che è colmata dalle immagini della realtà sensibile, albeggia un mondo di sogno. E questo, mentre l’anima veglia, non è illusorio come il mondo di sogno del dormiveglia.

Nella veglia – sotto la soglia della coscienza – l’uomo sogna i processi interiori del suo corpo. Mentre si vede con l’occhio e si rappresenta con l’anima il mondo esterno, nello sfondo vive il debole sogno della vicenda interiore. Col rafforzamento dell’attività propria dell’anima, a poco a poco la percezione del mondo esterno si attenua fino alla debole intensità del sogno, e la percezione del mondo interiore si rischiara nella sua realtà.

Nella percezione del mondo estero l’anima è ricettiva; sperimenta il mondo esterno come produttivo, e il suo proprio contenuto come il riprodotto. Il pensiero del mondo esterno deve essere sentito come immagine degli esseri e dei processi del mondo esterno. Di fronte alla reale percezione dell’anima, conseguita nel modo descritto, il corpo umano può essere sentito solo come un’immagine dell’entità spirituale dell’anima.

Nel sogno, l’attività dell’anima si libera dallo stretto legame col corpo, in cui si trova nello stato ordinario di veglia: ma conserva ancora col corpo un allentato rapporto che essa riempie coi simboli della corporeità e con le esperienze della memoria, le quali pure si ottengono tramite il corpo. Nella percezione spirituale di se stessa, l’anima si rafforza tanto che la propria realtà superiore le diventa percettibile ed il corpo conoscibile nel suo carattere di riproduzione di quella realtà.

* 

Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

DUE PENSIERI INEDITI DI MASSIMO SCALIGERO

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Abbiamo scritto, in precedenti articoli, alcune cose sul Gruppo di UR, che negli Anni Venti del trascorso Ventesimo Secolo pubblicò la bella e importante rivista omonima. Rivista che uscì a fascicoli per iniziativa del fiorentino Arturo Reghini, il quale – a causa della sua esposizione personale e delle persecuzioni, che nei suoi confronti giunsero persino ad aggressioni e tentativi di assassinio – fu costretto ad affidarne la direzione al non ancora trentenne Julius Evola, il cui comportamento si dimostrò tutt’altro che corretto, provocando infine la chiusura della rivista stessa. Il Gruppo di UR non si esauriva nella pubblicazione della suddetta rivista, comportando anzi una cerchia di personalità che agivano sia individualmente che in comune ad «operare» in vista della realizzazione della Iniziazione effettiva.

Lo scioglimento della rivista portò ad una separazione e ad una diversificazione delle varie componenti che, in precedenza, avevano operato in concorde unione spirituale alla realizzazione della finalità che ne costituiva la ragion d’essere. Da una parte, Leo-Colazza, Krur-Breno-Colonna di Cesarò ed altri che si riconoscevano nell’insegnamento di Rudolf Steiner, dall’altra Pietro Negri-Reghini, Luce-Parise che si riconoscevano nella Via ermetica e pitagorica, seguirono i rispettivi indirizzi. Evola, oramai era sempre più preso dal Tantrismo, da lui ampiamente rivisto e corretto per adattarlo alle proprie personali vedute, proseguì la sua via più o meno isolato. Per un anno pubblicò una nuova rivista col nome di Krur, che venne chiusa alla fine del 1929. Arturo Reghini tentò di ripubblicare la sua antica rivista Ignis, che però venne chiusa dopo il primo numero per ordine della Polizia. Si era già nell’atmosfera di quel disgraziato Concordato, voluto dal fascismo, tra Chiesa Cattolica e Stato italiano, che tante – troppe – sciagure doveva portare alla nostra amata Italia.

Il giovane Massimo Scaligero, ancor prima di conoscere Julius Evola, era già in contatto con Arturo Reghini e Giulio Parise, sin dai tempi della prima Ignis (1925), come scrive in Dallo Yoga alla Rosacroce, e rimase sempre in cordiale amicizia con loro.

È interessante notare il valore che Massimo Scaligero dava alle monografie originarie pubblicate nei fascicoli editi dal Gruppo di UR. Quelle preziose monografie vennero spesso profondamente alterate da Julius Evola nella pubblicazione dei tre volumi di Introduzione alla Magia, che vennero editi nel 1955 dai Fratelli Bocca – gloriosa casa editrice che venne fatta chiudere dalla mai troppo infamata Compagnia – e nel 1971 dalle romane Edizioni Mediterranee. Le monografie dei discepoli di Rudolf Steiner vennero profondamente alterate, togliendo tra l’altro ogni riferimento al suo nome. Altre monografie, di altri autori, furono addirittura soppresse. Il tutto secondo il libito e il criterio personale dell’autocratico Evola.

Il destino ha voluto che mi giungessero nelle mani alcuni fascicoli del Gruppo di UR, che erano appartenuti a Giovanni Colazza. Li conservo come un prezioso tesoro personale. Su uno di questi fascicoli, vi sono alcuni appunti a matita, scritti personalmente – la sua calligrafia, tipica, è riconoscibilissima – da Massimo Scaligero. Si tratta di una glossa, o breve commento, ad un articolo di Julius Evola, Sull’«eroico» e il «sapienziale» e sulla Tradizione Occidentale, apparso nel numero doppio 11-12 di UR, anno II, articolo che lo stesso Evola non ripubblicò, per qualche motivo, nelle successive edizioni del 1955 e del 1971 di Introduzione alla Magia.

Nella sua glossa, o commento, Massimo Scaligero, alla p. 322, «rettifica» e completa un pensiero di Evola, portandolo su un piano noetico e ascetico ben più alto. Poiché mi è parso che questo pensiero di Massimo Scaligero possa essere prezioso come tema di meditazione per chi sia impegnato con risolutezza nella Via del pensiero, ho deciso di farne dono ai lettori di Eco, certo che qualcuno tra loro saprà trarne grande giovamento nella Concentrazione e nella Meditazione. Eccolo:

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«La conoscenza è la vera azione e l’azione la realizza, in quanto sia PURA. Chi agisce non essendo tratto da frutti o da scopi; mettendo al pari il vincere e il perdere, il piacere e il dolore, il bene e il male; non avendo sguardo né per l’«io», né per il «tu», né per l’amore, né per l’odio, né per ogni altra coppia di contrarî, insomma – volge oltre la condizione individuale. Nella sicurezza soprannaturale di una intensità-limite, la «vita» si capovolge in un vuoto che è «più che vita»: viene conseguito il contatto con uno stato di luce e di potere che sorpassa, doma e trasporta tutto ciò che è umano e fisico, aprendo vie a cose, animazioni e visioni altrimenti impossibili. È lo stato di entusiasmo per il mondo delle Gerarchie e per la realtà cosmica, che svincola il pensiero puro e ci dà la comunione con Michele».

A questa breve citazione, voglio aggiungere un altro pensiero di Massimo Scaligero, parimenti inedito. Egli scriveva alcuni temi di meditazione su dei foglietti di carta, che dava ad alcuni suoi discepoli, affinché li ponessero al centro della loro attività meditativa. Un amico, che negli Anni Settanta viveva a Roma, me lo volle trasmettere. Ed io lo ricopiai, grato del dono che mi veniva fatto. A distanza di oltre tre decenni da quando Massimo Scaligero ci ha visibilmente lasciati, desidero donarlo a mia volta a chi voglia consacrare la vita a quell’idealismo magico, che è l’essenza vivente e luminosa della Via del Pensiero.

«Il segreto dell’idea è il suo sorgere da un proprio centro, da cui attinge potere di vita: senza il quale non potrebbe valere nella coscienza. Con l’idea, la coscienza si trova dinanzi a un ente dotato di vita autonoma, avente in sé il fondamento, la scaturigine del proprio essere. Tale scaturigine è l’Io medesimo che contempla l’idea e in essa attua la propria vita cosciente».

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Terza Parte – quinta visione

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www.maramaccari.com

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

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Tavola X
Quinta visione della terza parte

Ciclo cosmico terrestre (donna e sfera) e umano (quadrato e pietra) giunti a compimento.

Nell’estremo superiore centrale il piano divino (mano con pergamena) si realizza nello stato di Venere la cui orbita completa incorona la sua mano.

La Terra si libra quale corpo cosmico (donna nella sfera) e l’uomo non è più soggetto al ciclo di purificazione (cfr. Tav. VI); il corpo minerale nell’Archetipo Divino ad opera del Cristo nell’uomo e nella Terra si è trasformato (pietra bianca/pietra angolare).

La Carità quale volere del Padre (mano), del Figlio (pietra) e dello Spirito Santo (donna) si è realizzata; nella sua mano è posta una tavola di cristallo nella quale è scritto:

“Niente di ciò che ha inizio può comprendere ciò che non ha inizio… ”

Tavola X

Tavola X

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

EKÂGRATA SI, EKÂGRATA NO (di F. Giovi)

Franco Giovi

Appoggio subito, sul tavolo, le mie carte: cinicamente sfruttando l’illimitata generosità della Redazione, saltabecco talvolta sulla Rivista (L’Archetipo) e, come è evidente, sempre con gli stessi ringhi e ululati. Ottima scusa per dimostrare alla Redazione che sono sorpassato, che il mio tempo è finito, che il discreto credito avuto in dote s’è consumato. Poi mi giungono, davvero inaspettati, messaggi fin troppo buoni. A qualcuno rispondo, ad altri no: puro arbitrio. Ma non è questo il punto: è che mi costringono a rifarmi serio su una tra le poche cose che non sono mai state uno scherzo,dove la baldanza è scarsa e i balbettamenti tanti.

Solo Scaligero è stato capace di ripetere una cosa mille di quelle volte, rinnovandola ogni volta. Non è stato certo una sorta di chiodo fisso. Egli sapeva, in trasparente chiarezza, quanto sia difficile, per l’anima umana, cogliere la sfida del percorso interiore diretto, quello che passa dalla mortalità corporea allo Spirito vivente. Tentare la “scalata in diretta” è realmente la cosa più difficile. Volerla è anche cosa da matti.

Credo anche che siano pochini quelli che superata la miseria delle parole, del saputo, dei facili stati d’animo, hanno picchiato chiodi nel granito e agganciati moschettoni e corda metro dopo metro con freddo ardore, per decisione e disciplina: incuranti del prima e del poi. Poi, se questa impressione è sbagliata, meglio così, non vi pare?

Già: passare dal sentirsi corpi senzienti e pensanti a Spiriti viventi è una salita terribile, impossibile: bisogna farsi tanto cattivi da giungere alla radicalità del delitto: togliersi la calda vita dopo aver preparato il gesto per lunghissimo tempo. Semplice? Sì, semplice anche questo: si taglia il cordino e tutto quello che si è cade nel vuoto. Permane solo ciò che non può mai cadere. Anche prima c’era ma nessuno sapeva che ci fosse.

I monti alti hanno, di solito, tante vie, e comprendo bene come ognuno segua quella che sembra più accessibile alle sue forze. Non entro nel merito di tali scelte, spesso obbligate. Quindi, se parlo di una non escludo le altre. Però, se possibile, fate che ciò sia, nel giudizio, un tantino  reciproco. Non escludetemi a priori.

Ora passo, imperfettamente, a soffermarmi su una apparente contraddizione per la quale un amico sconosciuto mi ha inviato un messaggio con un bel punto interrogativo.

Tutto verte sul significato di una parola…ma va ben oltre la parola, anzi investe tutta la téchnē della via diretta.

Ridotta come un dado per il brodo la domanda è questa: “Ho letto nelle lettere a un discepolo che vengono stampate mensilmente dall’Archetipo, come più volte Scaligero indichi, come atto di base, “l’ekagrata assoluto”, mentre all’inizio del XIII capitolo del suo libro Dallo yoga alla rosacroce scrive che tra l’ekagrata e la concentrazione attuale la differenza è determinante”. Il messaggio è più lungo ma credo che il nodo centrale sia ciò che ho riportato.

Bene, iniziamo dal significato di ekâgrata: è confortante che le varie traduzioni non si discostino troppo tra loro e quella che mi piace di più è “la capacità di focalizzare la mente su un oggetto senza distrazioni per lungo tempo”. Tutto qua. Il bello o brutto dei termini antichi di lingue lontane è che si prestano a infinite interpretazioni. Forse non andrebbero nemmeno tradotti. Scaligero, come il Dottore, ne fa un uso molto parsimonioso e a ragione: fu attaccato a destra e a manca. Gli uni lo accusarono di essere un orientalista traditore, gli altri di voler orientalizzare la Scienza dello Spirito (Credo che nessuna delle due fazioni comprendesse i suoi scritti: cosa si può capire quando la lettura della copertina o della prima pagina ti manda già di traverso la digestione?).

A mio modesto parere, vista la traduzione riportata sopra, il termine non è per nulla importante. Importante davvero resta il modo dell’operazione.

E i modi sono sostanzialmente due.

Scaligero scrive che bisognerebbe conoscergli entrambi per ravvisare la divergenza.

E, a mio parere, già qui casca l’asino. A parole è facile condividere la formulazione che dice: “l’ekagrata è una concentrazione passiva, mentre la Scienza dello Spirito indica una concentrazione attiva”.

Ma il problema c’è già prima, poiché la concentrazione è comunque di molto difficile, di molto elusa, e sarei pronto a scommettere che molti tra quelli che credono di farla, non la fanno né orientale né occidentale: mollano prima. Basta e avanza la confusione che c’è ancora tra il primo esercizio (controllo del pensiero) e la concentrazione vera e propria. Poco tempo fa leggevo le stizzite parole di un  esoterista per burla che rampognava i reprobi che fanno all’infinito il primo esercizio, intendendo senza alcun dubbio la concentrazione.  Questo signor “so tutto”, in ciò identico a tanti “maestrini” bramosi di gridare al mondo la loro ignorante sapienza, parla e straparla, ma non sa dove abiti la concentrazione, né sa cosa essa sia. Del resto i molaccioni, i turdini ed i tardoni (così me li chiamò Massimo), probabilmente non capiranno mai l’esigenza di saturare la cranica psiche e di mollare robusti schiaffoni alle proprie verità da cinepanettone: carenza di “Io” e sovrabbondanza di “ego”.

In alcuni casi non c’è nemmeno la confusione ma la paura di tentare la concentrazione. Non giudico nessuno, esprimo solo una constatazione confermatami dalle castronate che sento da parecchi decenni.

In questo senso le concentrazioni che non sono concentrazioni si fermano un tantino prima che passività e attività diventino una discriminante di reale importanza.

Poiché in ambedue le direzioni occorrerebbe giungere ad una totale polarizzazione percettiva su qualcosa, temporaneamente obliando completamente tutto il resto del mondo, ovviamente includendo in esso il nostro essere abituale.

Solo se ciò viene veramente compreso ci sarà possibile continuare con un discorso concreto.

Eppure il capire come la concentrazione andrebbe fatta, non è poi così difficile ed è pure possibile, con un po’ di fatica in più, quale possa essere il suo significato per l’uomo: basterebbe seguire il percorso logico che, su essa, instancabilmente, Scaligero ci ha fornito. Solo una cosa sarebbe impossibile: ricavare la sua necessità, il suo percorso e il suo senso dall’esperienza limitata alla vita comune: essa (la concentrazione), che può raggiungere lo Spirito, non può essere che dono dello Spirito. Non sorgerà mai dal piccolo caos interiore che si scambia con un reale se stessi. Sapete quante di quelle volte ho inteso Tizio o Caio dire che, in nome della propria libertà, avrebbero trovato da sé la via interiore? Che furbacchioni! Senza dubbio qualcuno è diventato un buon padre di famiglia, ma oltre non hanno trovato mai nulla.

Sul percorso fenomenologico è possibile però distinguere da subito le due tendenze. Generalmente la polarizzazione della coscienza nella via antica (orientale) si avvale in primis di tutte le strategie fisiopsichiche ( posizioni del corpo, respirazione controllata, rilassamento, brevi mantra ripetitivi, ecc.) per giungere ad una mente sempre più calma e inerte in cui l”oggetto” della contemplazione può permanere proprio in virtù della profonda passività del mentale acquietato.

C’è pure da valutare cosa sia “l’oggetto” dell’esercizio, poiché nelle modalità tradizionali questo può essere un qualcosa che persiste stabilmente poiché è parte del mondo fisico-sensibile, come una immagine sacra o un punto lucente. In una corrente moderna si usavano cartoncini ritagliati su figure geometriche colorate poste non lontano dagli occhi. Ancora oggi vi sono antroposofi che guardano la matita, aggiungendovi, con beneficio d’inventario, dei pensieri correlativi…per poi discettare sui cosmici segreti…quelli sì facilmente compresi!

Nella concentrazione “moderna” o “rosicruciana”, all’opposto, si interviene immediatamente con il pensiero su di un tema o sul pensiero/immagine di un semplice oggetto, proprio per non subire il condizionamento della natura fisica e astrale: un pensiero che incessantemente si attiva nell’atto pensante, si ripropone costantemente come atto pensante. Certamente e per lungo tempo pensante “qualcosa”. Pensare senza  rappresentazioni è impossibile. Polarizzare l’attenzione del pensiero senza qualcosa che permetta di polarizzarla è impossibile. L’assidua ripetitività dell’esercizio è necessaria poiché sostituisce il fuoco dell’attenzione assoluta che non si è, da subito, in grado di suscitare e reggere. Questa lunghissima collana di “insistenze” rafforza la parte cosciente e volente dell’anima e simultaneamente purifica gli strati di tenebra: scioglie, nodo dopo nodo, le fisime ed i complessi che imprigionano l’uomo interiore.

Di queste ultime esperienze, si dovrebbe comprendere che parlarne è inutile, forse dannoso. Non fosse altro perché: a) la curiosità non è conoscenza ma vizio, b) per ognuno il cammino interiore si configura con una fisionomia plasmata sull’individuo singolo, ossia il nocciolo è unico ma le colorazioni sono infinite e per concludere, vale solo e concretamente solo ciò che viene realmente sperimentato.

Tutto ciò finché il puro atto supera la mediazione del qualcosa e subentra l’esperienza del “più-che-pensiero”, che altro non è che la (dapprima) sconosciuta corrente del Volere, quella che un tempo fu chiamata Kundalinî, che fluisce in tutta la sua luminosa potenza, non più  dalla radice corporeo-sottile ma dal pensiero vuoto di sé. Questa è esperienza, prima deducibile,a volte intuibile. Ma tra la deduzione e l’esperienza vi è un fosso che chiacchiere e filosofia non colmano: alla realtà sensibile si aggiunge un cosmo tremendamente più vasto e possente: è il cosmo della vita che suole essere definito come mondo eterico. Generalmente esso si dà come esperienza del corpo eterico dell’uomo, poi può allargarsi nell’infinito.

Lungo il tracciato che va dall’evanescente pensiero comune alla fioritura del Pensiero-Luce o vivente, vi sono atteggiamenti dell’anima (nel senso dato dal dott. Colazza) che devono essere tentati, coltivati e realizzati. Essi sono importanti quanto l’esercizio in sé.

Ho già citato il primo di essi che consiste nell’affrontare immediatamente le immagini ed i pensieri stabiliti volitivamente. In negativo ci si spiega meglio: ci si siede e ci si lancia: senza dare attenzione alla postura, ai rilassamenti…insomma a tutte le false esigenze dell’individuo psico-fisico, senza preoccuparsi se l’anima è a posto o fuori posto: si inizia dal pensiero e basta!

Un secondo atteggiamento importante è quello di coltivare, adialetticamente, l’idea o l’impressione che il pensiero (i pensieri) che si fanno incedere, voluti, nella coscienza, sono assolutamente indipendenti da qualsiasi altra cosa, cioè dagli stati d’animo, dalle situazioni contingenti, da qualsivoglia disturbo o distrazione esteriore o interiore: si aspira a percepirli come una realtà che si regge su se stessa: reale e bastante non meno di un qualunque oggetto dell’esperienza del mondo fisico.

Accenno di sfuggita al Silenzio. Esso è importantissimo, ma dal punto di vista di queste righe, si può dire che, se l’esercizio è corretto, il silenzio è un effetto progressivo. Poi può diventare molto di più.

Se l’esercizio si fa profondo, altra tappa importante (e indicata da Scaligero) è il mutamento che avviene nei confronti dell’immagine su cui si convergeva con sforzo: l’oggetto permane, fermo o in movimento, come fosse dotato di propria autonomia. Ciò riflette una modificazione nell’operatore che ha raggiunto una speciale quiete liberatoria poiché ora non è più questione di tensione interiore ma è il puro volere che alimenta l’immagine, lasciando al contemplante il sottile e decisivo onere di mantenersi al livello nel quale la volontà non è impedita dal personale senso di sé che è sempre una ricaduta nella corporeità. Immaginativamente parlando, si è aperto un varco o canale tra la zona metabolica e la testa: il compito dell’operatore è solo il mantenimento di rotta, non permettendo alcuna interferenza del sé riflesso nello svolgimento dell’operazione.

Ho trovato, come via più “facilitata” per questo livello dell’opera, un grande aiuto dalle concentrazioni meditative che Scaligero ha dato in Meditazione e Miracolo…ma non è mai la sola tecnica  che può produrre qualcosa: occorrono attenzione intensa e prolungata e dedizione, dunque la palla torna sempre al soggetto, in questo genere di lavoro l’ex opere operato non esiste.

A molti importa molto e a ragione, quale destino abbia, in tutto questo, il sentire. In effetti può sembrare che la forza dei sentimenti sia stata dimenticata. Prevengo le obiezioni: ciò è vero, ossia non è stata “dimenticata” ma messa a tacere. A ragione! Non sarebbe sano che una matita o un bicchiere pensato fossero oggetto di passioni. In tale senso vi è una parte del tragitto che dovrebbe sostenere la fredda luce del pensiero non ancora svincolato: il risveglio del volere esige una temporanea morte del sentire (ricordatevi che stiamo parlando di frazioni eccezionali di tempo). Eppure, da questo sacrificio nasce un sentire ben più profondo: dalla dedizione nasce la devozione e la concentrazione profonda diventa un tutt’uno con la preghiera più pura che sorge dal cuore. Elementare! Quando la testa si svuota per eccesso, al cuore viene tolto l’ostacolo principale. Si sente che è nella natura vera dell’anima  adorare il Divino, che risponde. E se ciò vi sembra troppo poco passate pure ad altro articolo.

Il metodo antico, passivo, era lecito finché l’uomo era in possesso di una virtù edenica, originaria, sostanzialmente identica allo Spirito che si attendeva e permeava l’asceta. Ora, almeno per gli occidentali, ciò di solito porta a condizioni che si esprimono sotto il livello di veglia. Queste possono facilmente condurre a orgie di visioni, come successe a rami laterali della Golden Dawn oppure, se si è fortunati, al sonno.

Il metodo moderno, attivo, è per l’uomo contemporaneo che ha subito una conversione delle forze che bollono sotto la desta coscienza, cioè libere come potenze d’animalità, esse insidiano e continuamente giungono a subordinare persino il suo “senso dell’io”. Per questo tipo d’uomo diventa urgente e necessaria una “presa diretta”: essa può provenire solo dal pensiero che in sé, è sovrasensibile. Virtualmente indipendente dai guasti…che non si vedono poiché fanno da padroni nella coscienza comune.

Poi il termine in sé (ekâgrata), come avevo scritto, può essere solo un termine e magari anche venire usato per indicare la capacità di “tenere” con intransigente attenzione l’oggetto della concentrazione, che non è mai solo oggetto ma movimento continuo di pensiero.

Per terminare la mia predica, ricordo il primo capoverso della prima meditazione che trovate  in Tecniche della Concentrazione Interiore: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Se, con vivo pensiero, percorrete interamente questa semplice e breve meditazione, avrete accolto nell’anima (niente di meno che) tutto il percorso verso la realtà dello Spirito.

FRANCO GIOVI

SCIENZA DELLO SPIRITO

SCIENZA, NON ILLUMINISMO

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Spesso, molto spesso, mi ritrovo a seguire e leggere discussioni, articoli, riflessioni pubblicati in altri lidi con i quali mi ritrovo a simpatizzare. A volte sono di carattere scientifico, quella scienza “illuministica” con la quale non mi dovrei ritrovare. Eppure… Eppure proprio in quegli ambienti, troppo “freddi”, decisamente atei, scopro persone che pensano.
Sicuramente non si esprimeranno come Steiner o Scaligero ma, nel loro senso di ricerca, si applicano, si concentrano. E si sacrificano.
È la Filosofia della Libertà che mi par di vedere? Quel qualcosa che va oltre la Scienza dello Spirito “didattica”. Il Pensare, Sentire, Volere.
Che differenza enorme si rileva rispetto a certi ambienti “spirituali” ove il sacrificio e la concentrazione si calcolano col cronometro.

No, la scienza non si pone sempre e comunque come un nuovo Illuminismo. Si è riscoperta la concezione Goethiana senza chiamarla con tal nome. Niente è certo, niente è scontato e tutto viene rimesso in discussione. Analizzato con quel metodo scientifico che, se non è propriamente scientifico-spirituale, perlomeno è più finalizzato della libera (ed allegra) interpretazione che i nostri testi subiscono quotidianamente.

Quanto è bello vedere un risultato pensato e ripensato. Che mi importa in fondo se per me è ancora discutibile? Rimane un prodotto dello spirito e non un passatempo messo insieme in cinque minuti.

Ovviamente, ma lo avrete capito, sto parlando di ragazzi e di studenti. Sto parlando di qualche professore. Non dei personaggi pubblici del mondo scientifico e nemmeno delle grandi aziende della chimica e della matematica. Non serviva scriverlo ma visto che il blog è pubblico meglio specificare. No, questi ricercatori sono un po’ come noi. Osteggiati isolati in un mare di ignoranza e superficialità che è sempre più vasto.

Però quando vedo loro e quando vedo voi; quando vedo gente che “non si accontenta” e che in questo non accontentarsi trova uno scopo, e non un ostacolo, non posso fare a meno di pensare a quanto si perde chi non li imita.

Grazie, a loro, a voi, a chi pensa.

SENZA CATEGORIA

LA VITA DELL'ANIMA (1° SCRITTO)

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Come sapete, sono abituato a separare nettamente l’Opera scritta del Dottore dall’immensa quantità delle Sue conferenze, nonostante la dovizia e la profondità di insegnamenti e comunicazioni che si ritrova in queste ultime. Ciò per diversi motivi. Siate d’accordo o in disaccordo su ciò, è argomento già trattato.

Molti sanno che Steiner, oberato e oppresso da un’enorme quantità di richieste, negli anni ’20 dovette abbandonare alcuni progetti di metter mano a nuovi Testi o a completi rifacimenti. Poi, ammalato, continuò sino allo stremo la biografia (La mia Vita) e quello che fu raccolto poi sotto il titolo di Massime Antroposofiche.

Però riuscì a pur dare qualche contributo scritto alla Rivista Das Goetheanum.

Trascrivo per Eco quattro saggi del Dottore che furono pubblicati tra il 21 ottobre e l’11 novembre 1923 su tale Rivista.

Apparvero in italiano sulla Rivista mensile Antroposofia nei numeri di maggio e giugno del 1956 e credo valgano la pena di essere nuovamente letti, riconquistati.

L’insieme prese il titolo seguente: La vita dell’anima, mentre il primo saggio risponde a:

*

 L’anima nell’oscurità crepuscolare del sogno

 

Se nell’ambito dell’esperienza ordinaria l’uomo vuole contemplare la sua anima, non può bastargli soltanto volgere in certo modo lo sguardo spirituale all’indietro, per scoprire, guardando in sé, quello che egli è in quanto osservatore del mondo. Non scorge, in tal modo, nulla di nuovo. Scorge quello che egli è, in quanto osservatore del mondo, soltanto in un’altra direzione.

Nella vita di veglia l’uomo è dedito quasi interamente al mondo esterno. Vive nei sensi. Nelle impressioni dei sensi il mondo esterno continua a vivergli dentro. In queste impressioni si intessono i pensieri. Anche in essi vive il mondo esterno. La forza, però, con cui il mondo esterno vien colto nei pensieri può essere sentita come entità propria dell’uomo. Ma questa sensazione di una forza propria ha un carattere del tutto generico, indeterminato. In essa nulla si può distinguere con la coscienza ordinaria. Se l’uomo fosse costretto a riconoscere solo in essa l’essenza della sua anima, egli non avrebbe, di quest’ultima, nulla se non una indeterminata sensazione di sé, di cui non conoscerebbe che cosa essa è.

L’elemento insoddisfacente in una tale forma di autosservazione è che l’essenza dell’anima, quando essa vuol coglierla, subito le sfugge. Uomini che seriamente anelano alla conoscenza attraverso questa elemento di insoddisfazione possono essere spinti alla disperazione nei confronti di ogni conoscenza.

Perciò gli uomini riflessivi hanno quasi sempre cercato la conoscenza dell’anima per strade diverse da quella dell’auto-osservazione. Nell’osservazione dei sensi e nel pensiero ordinario essi hanno sentito che quella indeterminata sensazione di sé è tutta rivolta al corpo. Hanno riconosciuto che l’anima finché persiste in questa sua dedizione al corpo, non può saper nulla, con l’auto-osservazione, della sua propria essenza.

Un campo, sul quale questo sentimento si volse, è il sogno. Essi si accorsero, che il mondo di immagini, che il sogno magicamente evoca ha qualcosa a che fare con quella indeterminata sensazione di sé. Questa si presentò a loro, in certo modo, come la tabula rasa su cui il sogno dipinge le sue immagini. E poi riconobbero che questa stessa tabula è il pittore che dipinge su sé e in sé.

Così il sognare diventò per loro quella fuggevole attività, nell’interiorità dell’uomo, la quale riempie di contenuto l’indeterminata sensazione dell’essere animico. Un contenuto enigmatico; ma l’unico che, dapprima, si potesse avere dell’essere animico. Una contemplazione avulsa, bensì, dalla luminosità della coscienza ordinaria, spinta nella oscurità crepuscolare della semicoscienza; ma nell’unica forma, raggiungibile alla vita quotidiana.

Ma nonostante questa crepuscolare oscurità, risulta, non certo alla autosservazione pensante, bensì ad un autotastare interiore, un elemento molto significativo. Si lascia palpare un’affinità tra il sognare e la fantasia creatrice Si sente che quel che tesse in maniera aerea nel sognare, nel creare della fantasia, viene afferrato dall’interiorità del corpo. E questa interiorità del corpo costringe la forza plastica del sogno ad abbandonare il suo arbitrio e a trasformarsi in una attività che, sia pur liberamente, imita però ciò che esiste nel mondo dei sensi.

Raggiunta che si abbia una tale forma di tastare interiore, si progredisce ben presto di un passo. Si scorge che la forza plasmatrice del sogno può congiungersi ancora più intimamente col corpo. Si scorge ciò ciò in maniera presaga nell’attività del ricordare, della memoria. In questa, il corpo costringe la forza plasmatrice del sogno ad una maggiore fedeltà, rispetto al mondo esterno, che nella fantasia.

Se si è veduto questo, resta ormai un solo passo da fare per comprendere che la forza plasmatrice del sogno sta a base anche del pensiero ordinario e della percezione dei sensi. Qui essa è tutta dedita al corpo, mentre nella fantasia e nella memoria trattiene ancora qualcosa della forma di attività sua propria.

Ciò dà un certo diritto a presumere che nel sogno l’essere dell’anima si liberi dal corpo e viva nella forma che le è propria.

Così il sogno diventò il campo delle indagini di ricercatori animici.

Esso però costringe l’uomo entro una zona assai malsicura. Quando è dedita al corpo, l’anima è aggiogata alle leggi da cui la natura è pervasa. Il corpo è una parte della natura. In quanto è rivolta al corpo, l’anima è anche intessuta nelle leggi della natura. I mezzi con cui si adatta alla vita naturale, essa li sente come logica. Nel pensiero logico sulla natura l’anima si sente sicura. Nella forza plasmatrice del sogno essa si strappa al pensiero logico sulla natura. Rientra nel suo proprio essere. Così facendo, però, essa lascia per così dire il solido e limpido terreno della vita interiore e si abbandona allo sfuggente e impervio mare dell’esistenza spirituale.

La soglia del mondo spirituale sembra oltrepassata; ma dopo questo passo ci si presenta soltanto un elemento spirituale senza fondamento e senza direzione. Ricercatori animici che ne vogliono varcare in tal modo la soglia, scoprono l’affascinante ma anche problematico campo della vita dell’anima.

Esso è pieno di enigmi. Rapidamente, dagli avvenimenti esterni, esso intesse vaghe connessioni che deridono le leggi naturali; subito configura simboli di organi interni e processi corporei. Il cuore che batte troppo forte appare nel sogno come una fornace ardente; i denti dolenti come una palizzata con pali danneggiati. E, nel sogno, l’uomo impara a conoscersi in forma peculiare. La sua vita istintiva si configura in immagini di azioni dubbie che nella di veglia egli eviterebbe con cura. Suscitano un particolare interesse nei ricercatori dell’anima quei sogni che hanno carattere profetico, o quelli in cui l’anima si immagina di possedere facoltà che nella vita di veglia le mancano del tutto.

Qui l’anima appare disciolta dal suo aggiogamento all’attività del corpo e della natura. Vuole essere indipendente. Ma subito, non appena vuole esplicare se stessa, l’attività del corpo e della natura la inseguono. Non vuol saper nulla delle leggi di natura; ma i fatti naturali le appaiono nel sogno come contrarietà naturali. Vuol conoscere gli organi interni del corpo o le sue attività. Ma non porta ciò a chiare immagini di questi organi o facoltà, ma solo simboli che portano in sé il carattere dell’arbitrio.

L’esperienza esteriore della natura viene strappata dalla determinatezza in cui si trova per effetto della percezione sensoria e del pensiero; inizia l’esperienza dell’interiorità umana, ma inizia in una forma oscura. La percezione della natura è abbandonata; la percezione di sé non è ancora veracemente raggiunta.

L’indagine del sogno non mette l’uomo in condizione di contemplare l’anima nella sua vera forma. Per mezzo suo l’ha bensì dinanzi a sé più spiritualmente concreta che non nell’auto-osservazione pensante; l’ha, tuttavia, come qualcosa che si dovrebbe effettivamente vedere, ma che si può afferrare solo come involucro.

*

Rudolf Steiner

Della visione dell’anima attraverso la conoscenza spirituale dovrà parlare la seconda parte dell’articolo.

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CONTADINO DI JASNAJA POLIANA

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(V. Bulgakov e L. Tolstoj – 1910)

*

La storia del conte Lev Tolstoj non può certo venir raccontata e racchiusa in poche pagine, perché la sua anima ha i confini della Grande Madre Russia. Fu scrittore, inventore di “destini”, filosofo rivoluzionario, ma forse anche un nevrotico e un visionario di razza tutta speciale, come solo poteva essere un aristocratico russo del suo tempo.

Il grande amore per il popolo russo, il prodigarsi per alleviare la sua miseria e la sua sofferenza, fanno di quest’uomo una icona da ammirare, ma anche un’anima dalle mille sfaccettature che porta in sé bagliori di un’epoca futura.

Vorrei oggi riportare un episodio inedito della sua vita, riferito a Stoccarda nel 1930 nel corso di una convegno sul grande scrittore, che racconta e illumina la qualità della sua ricerca.

Era giunto a Stoccarda da Parigi il professor Bulgakov, invitato a parlare del “grande vecchio di Jasnaja Poliana”. Venne presentato, con una certa magniloquenza, come amico dello scrittore, ma lui si schernì dicendo che i grandi come Tolstoj non hanno amici come lui; egli era semplicemente il suo segretario.

Questa introduzione, pronunciata con uno spiccato accento russo, incuriosì l’uditorio e l’oratore iniziò a parlare dell’infanzia di Tolstoj.
Disse che da ragazzo egli giocava con i suoi fratelli ed era particolarmente legato a Kolia.
Un giorno i bambini stavano sulla collina, alla quale avevano dato il nome fantasioso di “
colle fanfaronico”, quando d’un tratto Kolia disse: “Zitti, ascoltate, ho udito qualcosa.” “Che cosa?” chiesero gli altri. “Sì, qua sotto, in fondo, c’è una bacchetta di cristallo verde sulla quale stanno scritte tre parole…..a chi è capace di udire queste parole si aprono i segreti dell’universo.”
I bambini si misero in ascolto, ma non riuscirono a sentire nulla. Rimasero però fortemente impressionati e si proposero,
nel corso della vita, di scoprire quelle tre parole.
In seguito i fratelli si dispersero e
Tolstoj perse di vista Kolia.

Ma quando questi si ammalò di tisi, Lev lo raggiunse nella Francia meridionale per essergli vicino negli ultimi giorni di vita. L’antico legame che li univa da bambini si riaccese e quando il fratello chiuse gli occhi, a Tolstoj balenò alla mente con una specie di subitaneo sgomento la domanda……!

Egli aveva dimenticato di chiedere al fratello la spiegazione di ciò che, fin dagli anni giovanili, aveva silenziosamente occupato i suoi pensieri: che cosa c’era scritto su quella bacchetta verde? Il fratello adesso era morto portandosi dietro nell’eternità le parole misteriose….

Molti anni dopo, ormai vecchio, il “contadino eretico di Jasnaja Poliana” come molti lo chiamavano, era divenuto sempre più solitario.
“Un giorno – prosegue Bulgakov – la gente era riunita nella sala di soggiorno di Jasnaja Poliana, quando entrò Tolstoj con i begli occhi scintillanti come se gli fosse accaduto qualcosa di grandioso.
“Sapete che cosa ho scoperto? Sapete che cosa s
o?”

E poiché tutti tacevano pieni di aspettativa, disse finalmente:“Ora so cosa c’era scritto sulla bacchetta verde! Che io non lo avessi mai supposto prima! Sono le tre parole che Giovanni, vecchio e debole, ormai quasi incapace di parlare, ripeteva continuamente a Patmos: “Figlioletti, amatevi vicendevolmente”.

Le persone che lo osservavano in quel momento erano illuminate dai suoi occhi seri e chiari davanti ai quali nessuno osava pronunciare parole non veritiere.
In quello sguardo ora vedevano qualcosa di più: l’adempimento della sua vita.

ALTRO

L’IO E L’ANIMA. IL SONNO E LA VEGLIA

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Sull’immagine che fa bella mostra di sé in testa al platonicissimo – e bellissimo – articolo della nostra Marzia si leggono le parole giovannee:

«LUX VENIT IN MUNDUM ET DILEXERUNT HOMINES MAGIS TENEBRAS QUAM LUCEM».

Dovrebbe essere consequenziale, soprattutto per un cercatore spirituale, il chiedersi di quale «Luce» si tratti, ma – si sa – gli umani non amano punto la logica e ancor meno la consequenzialità. Alla logica, che dovrebbe essere quella del Logos, o dello Spirito, essi preferiscono la dialettica (che non è ovviamente, pur con i suoi limiti, quella platonica o quella hegeliana), e quanto alla consequenzialità sul piano conoscitivo o volitivo essa è cosa che alla maggior parte degli umani fa venire l’orticaria solo a sentirne parlare.

Quanto mai necessaria e opportuna, dunque, mi appare la diligenza con la quale Isidoro ci dona la trascrizione de «I saggi di Antonio», ossia di quegli articoli che Massimo Scaligero scrisse, negli anni settanta dello scorso secolo, sulla rivista palermitana Vie della Tradizione, da lui firmati con l’eteronimo di «Antonio Massimo». Ebbi la fortuna di trovare in una piccola libreria felsinea, nell’inverno 1980-1981, tutti i numeri della suddetta rivista nei quali Massimo Scaligero aveva scritto, e da allora li custodisco come un dono del Cielo, come un mio piccolo prezioso tesoro.

Il primo degli articoli, trascritti e postati da Isidoro, si intitola per l’appunto Illuminazione. Ed è sintomatico come nelle lingue d’Oriente, soprattutto quelle dell’India, che hanno conservato un nesso interiore profondo con la sfera spirituale, una parola come Bodhi significhi al contempo «Risveglio» e «Illuminazione», che Buddha significhi sia lo «Svegliato», che l’«Illuminato», e che un verbo come buddhati abbia in sanscrito e in pali – le lingue più antiche della tradizione buddhista – il duplice significato di «illuminare» e di «risvegliare».

Evidentemente vi è un nesso profondo tra Luce e Risveglio, come tra tenebra e sonno. In effetti solo chi è sveglio può vedere la luce. E anche fisicamente parlando, la luce che l’Astro del Giorno ci dona è inutile a chi di giorno dorma, e non serve di notte illuminare una stanza a chi sia immerso nel sonno profondo. Una relazione ancor più profonda vi è tra calore e vita da una parte, e gelo e morte dall’altra.

Ora, si tratta di scorgere bene che cosa nell’essere umano deve «risvegliarsi» e che cosa deve essere costretto a «dormire». È questione di esercizio, ossia è necessario esercitarsi, esercitare sforzi ripetuti e tenacemente vòlti allo scopo, sino a diventare spiritualmente più forti, sino a raggiungere attraverso una volitiva trasformazione interiore la realizzazione di un tale «svegliarsi» e di un tale «dormire». In greco, «mi esercito» si diceva askeo, e l’«esercitarsi» stesso rappresentava l’àskesis, ossia per noi l’Ascesi del Pensiero, la Concentrazione.

Generalmente, nell’uomo ordinario l’anima è sin troppo sveglia: soprattutto nelle sue parti inferiori, senzienti, emotive e istintive è «sveglia» sino quasi all’ingovernabilità. Ma questa parte dell’anima è passivamente sveglia, ossia essa non ha in se stessa il principio dell’esser sveglia, bensì viene mossa e agitata, a sua insaputa, dall’invisibile Avversario che la asserve e la usa. Sarebbe invece prezioso che l’anima «conoscesse» un cotale illegittimo dominatore della sua vita interiore ed esteriore.

Come diceva il Principe Siddharta Gautama, il Buddha Shakyamuni, «l’ignoranza, la nescienza, è la radice di tutti i mali». E mantenendo abilmente l’anima in tale stato di ignoranza, d’inconsapevolezza, l’Avversario la domina mediante la brama, la paura, l’avversione. Liberarsi dell’ignoranza è liberarsi dell’illecito dominio di un tale arrogante Avversario, inesorabile e spietato predatore dell’anima.

Per l’anima l’esser sveglia nel senso ordinario e passivo – cioè a condizione di un potente e costringente legame che l’avvince magneticamente alla vita dei sensi – è la massima schiavitù, la massima sciagura. Mentre sarebbe per essa grande ventura sottrarvisi. Liberarsi di una tale schiavitù, sottrarvisi attivamente, ossia volitivamente, significa avere tanta forza da riuscire a produrre il «sonno profondo» della vita dei sensi corporei e dell’intelletto legato ad essi, al cervello e al sistema nervoso in generale. Si tratta, dunque, di placare l’agitazione involontaria dell’anima, prodotta dal suo servaggio alla vita corporea. Essendo passiva una tale agitazione (mentale, emotiva e istintiva), non è facile da placare, da portare prima all’immobilità e poi al «sonno».

Si deve giungere al volitivo far sprofondare nel buio la riflessa luce dei sensi, si deve giungere all’oblio delle immagini provenienti dalla vita dei sensi. Ma deve altresì arrivare a tacere totalmente anche il mentale cerebrale, l’intelletto legato ai sensi: deve essere ridotta al silenzio l’intera vita di rappresentazione dipendente dalla vita sensoria, ridotto a nulla tutto il pensare dialettico e riflesso. Tutto questo non piace affatto all’ego, avido del suo dipanare incessantemente la sua inutile tela di pensieri morti, di accumulare tutto l’inerte cascame di anemici pensieri riflessi.

Il ridurre al buio tutta la scintillante vita dei sensi e il suo risuonare, il far tacere il mentale chiacchierone e il pensiero riflesso, è l’energica azione dello Spirito, non dell’anima. È l’azione dell’Io, non del corpo astrale. Lo Spirito, l’Io deve essere sveglio, non l’anima, non il corpo astrale. Questa energica azione dello Spirito si attua nella Concentrazione, la quale partendo dal dominio volitivo del processo pensante, si intensifica progressivamente sino a divenire Concentrazione profonda, e Contemplazione della pura forza pensiero libera di oggetto.

Questa è la radicale indicazione di Massimo Scaligero: la Via del Pensiero.

«Il vero esoterismo conduce l’Io al risveglio dell’Io. Veramente desto deve essere l’Io, che normalmente sonnecchia nel corpo astrale illecitamente desto. Illecitamente desto, il corpo astrale non consente all’Io l’esperienza diretta del pensiero, ma solo l’esperienza riflessa, che viene scambiata per esperienza diretta».

Massimo Scaligero, Meditazione e Miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 139.

Questa diretta azione dell’Io è al contempo un sempre più intenso risvegliarsi dello Spirito, e un restituire l’anima al suo stato primordiale: al suo riposare nel sonno divino. Il risvegliarsi dell’Io opera in profondità ad una trasformazione – ad una alchemica trasmutazione – delle forze essenziali dell’anima, produce un illimpidimento, una profonda kàtharsis dell’anima stessa. È il risveglio conoscitivo dell’essere spirituale che ha come conseguenza la trasformazione morale dell’anima, non viceversa. L’autentico stato di moralità dell’anima è il suo essere immobile, il suo sparire, di fronte alla presenza e all’azione dello Spirito.

L’equivoco delle varie «vie dell’anima» è il non rendersi conto che non vi può essere autentica moralità per un’anima la cui vita sia asservita ai sensi e al sistema nervoso. Non vi è stato di moralità verace per un anima paralizzata dal pensiero riflesso, dal pensiero dialettico. Non ci si libera dalla schiavitù dello stato di morte del pensiero, che produce il sonno narcotico dell’Io e l’illecita agitazione dell’anima, operando con l’anima sull’anima, ossia con la sentimentalità, con l’emotività mistica, oppure con le forze del volere caduto,  illudendosi di agire «magicamente». E ancor meno agendo sull’anima con forze corporee, come nello hathayoga, o con l’uso di farmaci e droghe: si giunge solo a corrompere ulteriormente le forze dell’anima. Follia pura è poi credere di raggiungere un qualsiasi risultato spirituale – magari illudendosi di giungere a “ricordare” vite passate e simili sciocchezze – sottoponendo l’anima a processi di ipnosi o di narcosi. Senza liberazione del pensare non vi è autentica vita sana dell’anima. Senza la Concentrazione non vi è liberazione del pensiero.

«Si supera l’inganno della dialettica, solo grazie alla disciplina iniziatica dei nuovi tempi, che è l’ascesi liberatrice del pensiero. Per intensificazione del proprio fluire cosciente, il pensiero può passare dallo stato riflesso a quello del suo reale dinamismo, pre-riflesso, in quanto si apre a se stesso, alla propria attività obiettivamente intuitiva, indipendente dall’organo cerebrale. Quando ciò si verifica, mediante la concentrazione o la meditazione, il corpo astrale comincia a entrare nel suo stato di calma, che tende a divenire assoluto, secondo il suo originario potere cosmico: comincia a realizzare una condizione identica a quella del sonno, cioè a dormire rispetto alla menzogna delle parvenze, che di continuo lo eccita: cessa di reagire soggettivamente alle parvenze. Cessa di essere sveglio rispetto alle futilità umane, alle ipocrisie e alle perfidie, alle crudeltà e alle sopraffazioni, così da funzionare come strumento della essenza-Logos che opera attraverso quelle. Ciò equivale a dire che il sistema nervoso entra in uno stato di calma perfetta e perciò di funzionalità secondo lo Spirito. […]

L’Io-Logos si desta là dove l’uomo è veramente se stesso, fondato su sé, libero. Il pensiero che libera se stesso dalla condizione riflessa, rendendosi indipendente dalla mediazione cerebrale, implica segretamente il moto vero dell’Io, il suo aprirsi alla propria essenza: svincola l’Io dalla identità con l’anima, onde l’anima si libera dalla falsa veglia, realizza se stessa come pace profonda.

Il sonno dell’anima è l’uso divino dell’anima da parte dell’Io. Ma là dove l’Io si congiunge con l’anima, questa viene elevata alla sua vera veglia. Dall’abbandono profondo di sé all’essenza, l’anima ritrova la sua vera vita, la beatitudine segreta della comunione con il Divino,, onde si scioglie dalle tensioni umane: risolve l’angoscia e la paura con il proprio incontrare in sé il fondamento. In realtà essa sprofonda nella propria natura originaria: senza sforzo, perché  non deve andare oltre se stessa, ma scendere illimitatamente entro se stessa, lasciare ogni appoggio, senza temere la profondità, senza temere di riposare nell’assoluta identità con se stessa. Nel cuore non v’è limite alla profondità della donazione dell’anima umano, cioè al Divino. Per tale via, superato l’organo cerebrale, l’Io si congiunge con l’anima: supera l’abisso che separa l’anima razionale dal corpo eterico». M.S., ibidem, pp. 139-140.

Quindi il sorgere della Luce dello Spirito, il risvegliarsi dell’Io mediante la Concentrazione comporta necessariamente l’oscuramento della fallace luce dei sensi, lo sprofondare nel sonno dell’agitata vita dell’anima. Ma l’anima è legata in zone profondissime di sé alla vitalità biologica, al calore che emana da quella natura istintiva, che la tramortisce e la consuma. L’anima viene paralizzata da «terrore e spavento» – come lo chiama il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya – alla sola idea di abbandonare la prigione corporea. Il disciogliersi dall’oscuro «calore» della vita istintiva produce in lei una sensazione di «gelo» mortale, un venir meno delle basi stesse della vita, un aprire il varco all’esperienza della morte. E il Dio della Morte incatena l’anima al proprio degradante servaggio proprio attraverso questo «terrore e spavento». Per paura di morire – osserva acutamente Arturo Reghini – l’uomo rimane mortale. L’essere umano, legandosi alla natura corporea, ossia alla natura animale, rimane appunto animale e mortale. Perché alla fine del suo sentiero, il cui percorso si consumerà sin troppo rapidamente, c’è la tomba. Questo, gli piaccia o no.

E non è certo col ricorrere alle consolazioni di una religiosità sfaldata e sentimentale, o col darsi all’emotività mistica, che l’uomo può impedire la decadenza biologica, il progressivo disfacimento della sua personalità, le conseguenze devastanti della morte, alla quale egli è condannato sin dal suo concepimento nel seno della madre. È conquistando il «risveglio», e il «distacco» del suo essere spirituale, dell’Io, dalle categorie corporee, è realizzando la liberazione del pensiero ch’egli vince la passività e l’agitazione dell’anima. Tutto ciò all’anima schiava dei sensi, dell’intelletto cerebrale, della vitalità animale, appare come un «morire», ed ha ragione perché è un attuare attivamente e volitivamente quello stato di morte, che altrimenti irrompe in maniera devastante sull’uomo alla fine della vita. Ma qui vale, come ammonizione, il detto rosicruciano, riportato da Jakob Boehme:

«Chi non muore prima di morire, va in rovina dopo la morte!».

Massimo Scaligero mette in evidenza quanto questa situazione sia pericolosa per chi, nel cammino iniziatico, si fermi ad una parziale liberazione. Affrontare l’esperienza della «morte iniziatica» è qualcosa di molto più radicale che non l’affrontare il «sonno» della coscienza. La prova viene affrontata con un insonne lottare, con un combattimento senza quartiere contro il Drago, che normalmente divora le forze e la vitalità dell’anima. Trascriviamo alcuni paragrafi da un articolo che  Massimo Scaligero scrisse, sotto l’eteronimo di Maximus, nel III volume dell’Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, a c. del Gruppo di Ur, III ed., Edizioni Mediterranee, Roma,1971, alle pp. 345-349:

«A tale riguardo, possiamo dire qualcosa che noi stessi abbiamo sperimentato e che dal punto di vista del metodo ci sembra di fondamentale importanza. È dunque raggiungibile un punto, in cui si è liberi dal dominio della prakrti, senza però che l’Io si sia ancora realizzato nella vera, assoluta natura purushica. Questo è un punto che noi possiamo chiamare «neutro», perché si è in un certo modo «liberati», ma non ancora capaci di «liberare», ed è un punto realmente pericoloso, non soltanto perché il discepolo può cadere nel compiacimento e nell’abuso di una certa libertà conquistata, ma soprattutto perché, proprio in tale stato, si verifica nella vita fisio-psichica di lui un arresto della direzione naturale di ogni suo processo vitale, ossia si verifica una interruzione nel ritmo di quella vita fisica intesa nel senso normale che, non disturbata da un’esperienza trascendente, passa generalmente da un rigoglio di giovinezza ad una vigoria nella maturità e ad un lento decadimento dopo l’età matura.

Avvenendo tale arresto, l’individuo ha la sensazione di un vacillare pauroso delle proprie forze fisiche e sente impellente la necessità di attingere energie vitali per sorreggere ed animare la propria esistenza corporea. Egli si riconosce, da quel momento, come un «lottatore contro la morte». E qui si presenta il pericolo di una insufficiente conoscenza, perché due vie gli si offrono per alimentare con ancora energia vitale le radici della sua vita fisica: una via dal basso e una via dall’alto. Ma quella dal basso è più facile e molti metodi magici, a questo punto, sono pronti ad aiutare il «lottatore contro la morte» il quale, continuando a mantenere la sua posizione di distacco, potrà salvare la propria vitalità fisica venendo ad un «patto» con delle forze «infere», dalle quali potrà effettivamente assorbire calore ed energia tanto da superare l’interruzione. E questo può essere il principio di gravi deviazioni.

Ma c’è l’altra via, quella solare, la via per cui «il lottatore contro la morte» porta a compimento il distacco ricongiungendosi con quella forza, che è la vera essenza originaria del suo spirito, che è il purusha correlativo non ad una prakrti particolare e mentale, ma all’intera prakrti, il che vale a dire, più o meno, a tutto l’ordine manifestato. Allora il punto neutro egli può superarlo, perché dall’alto gli viene una forza capace di compensare lo squilibrio, di sostenere ed animare la sua vita, producendo una trasformazione profonda di tutto l’essere. Chi ha provato il pericolo dello sprofondamento nelle tenebre da cui in effetti possono giungere calore e luce tenebrosi, ed ha avuto la forza di resistere al fascino di questo calore e di questa luce che lo spingerebbero ad un fruimento dionisiaco, il quale gli diverrebbe poi una necessità continua per la vita e il gusto della vita, può veramente comprendere quale sia la direzione solare, la direzione purushica, e cercar di attingere su di essa l’autentico calore e l’autentica luce». M.S., ibi, pp. 346-348.

Tutta l’opera in definitiva consiste nella lotta che il Purusha, l’Io, il Soggetto puro, deve condurre per liberarsi dagli avvolgenti, illudenti, e narcotici legami con la prakrti, ossia con quella «natura», che può manifestarsi in forme rozze e volgari, oppure sotto aspetti mistici, intellettuali, magici, comunque asserventi l’essere umano. Che importa all’Avversario se, per tenere legato l’uomo, debba usare ceppi e catene d’oro o d’acciaio. E forse una catena di «mistici» petali di rosa lo può incatenare ancor meglio di una rozza e rugginosa catena di ferro. Occorre illimitato coraggio per scegliere di diventare un «lottatore contro la morte», ed occorre coraggio e tenacia a tutta prova per persistere in tale Via eroica, innamorarsi della Concentrazione, rinnovare ogni volta lo slancio affinché la volontà nel pensare faccia sì che l’anima, la sua agitazione, vengano portate al «silenzio», alla totale «immobilità», al «sonno». E nell’Aurora risorga, sveglio, l’essere dell’Io.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE
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