VERSO IL SANTO GRAAL (di Savitri)


(“Il Guardiano del Regno” di Marina Sagramora)
*
*****

Sogna la meta
il pensiero smarrito,
una volontà in germe
tenta di sostenerne un movimento di vita.

Miracolo d’amore
a superumano connubio
viene innalzato,
una luce si accende:
comincia a guarire, a destare.

Questa la prima azione di vita
da risvegliare
per capire che nessun sacrificio,
nessun perdono,
nessun amore è vano,
che tutto può essere assunto
e compreso in libertà
fin nella nostra più intima essenza.

(hierós gámos-verso Il Santo Graal)
( S. S. )

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ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

OSSERVAZIONI

Cannoni_Miramari

Ora che Eco ha terminato di pubblicare gli scritti di Massimo Scaligero e di Rudolf Steiner, che comunque possono essere riletti negli archivi dedicati di questo blog, permettetemi di esprimere alcune impressioni in sostanza molto semplici su questi brevi saggi che, tra le carte che possiedo in disordine, mi sembravano importanti  per il contenuto e perché erano testi scritti.

Ho sempre considerato gli Scritti, per molti versi, più importanti di altre cose: certamente la vivacità, in questi, è smorzata o addirittura non esiste, ma essi altresì non dipendono da contingenze e dagli interrogativi di qualche singola anima. Essi sono stati curati e prodotti per tutti i lettori o almeno per tutti i ricercatori che provano interesse per i percorsi della Scienza dello Spirito, sebbene un po’ meno per chi in questa cerca emozioni di qualunque tipo.

Poi non è secondario il fatto che gli scritti i quali discendono da una fulgida visione spirituale possano essere pensati dai lettori, anzi lo scopo del veggente che abbia avuto la capacità ed il permesso di scrivere è sostanzialmente questo: che ogni sua parola possa venir pensata, che ogni nesso tra questa e quella possa offrire da guida a fare altrettanto: ciò diventa un movimento meditativo nostro, che si dipana nella nostra anima: il suo pensiero diventa nostro pensiero, perché possiamo volerlo in libertà e piena consapevolezza. E se per lui lo scritto è esperienza spirituale tradotta in pensieri interconnessi in modo particolare, così – in perfetta chiarità – possiamo risalire il suo percorso. Una caratteristica del pensiero è di non essere qualcosa che uno possiede solo per sé medesimo. Il pensiero è universalmente condivisibile.

Mentre li trascrivevo per Eco, ho osservato, quasi a posteriori (potete credermi, poiché ero in primo luogo attento alla trascrizione, lavoro che a dirla tutta mi è faticoso) che, in realtà, Steiner e Scaligero, seppure in maniera diversissima, non si rivolgevano affatto al lettore onnivoro, al “turista (spirituale) per caso”, ma a tipologie animiche non proprio comuni (secondo la terminologia di Evola: differenziate), comunque, in un certo qual modo, particolari.

Come spesso accade all’impressione dei lettori, il linguaggio del Dottore, poiché incurante delle ortodossie terminologiche, sembra forse più semplice, mentre quietamente apre le porte alle conoscenze più elevate – più ardite – che possano essere avvertite sul limitare del pensiero sveglio e consapevole. Certo, Egli invita a prestare la massima attenzione verso tutte le facoltà dell’anima, ma per poter fare ciò è necessario che l’indagatore non ne sia in queste sommerso: dunque è bene vivere appieno i moti dell’anima ma è al pari importante procurarsi la forza per poterli contemplare in assoluta indipendenza.

Scaligero sfida, nei quattro scritti presentati, la difficoltà di offrire i mezzi per comprendere la situazione in cui si trova immancabilmente il pensiero ordinario, sia esso esotico o esoterico, il suo limite e dunque il modo per il suo trascendimento. Operazione non facile, perché il lettore non può non usare se non il livello di pensiero che dovrebbe superare: la comprensione di tale superamento – possibile a tutti ma difficile a molti – è uno dei motivi della ripetitività di alcuni concetti fondamentali che riappaiono costantemente nella lettura dei suoi scritti.

Scaligero, come ho già evidenziato in una noterella precedente, si rivolge agli esoteristi di qualsiasi appartenenza o scuola per svegliare in essi l’idea di una priorità epistemologica ed operativa ignorata, nonostante la loro passione: che molte volte si avverte geniale, impetuosa, ma che essi credono venire dalle profondità della tradizione abbracciata: una splendida audacia “naturale” che diviene, proprio a causa del pensiero discorsivo che l’avvolge, il limite che andrebbe eroicamente superato.

Eppure, almeno a mio parere, non è soltanto la Scienza spirituale ad unire nell’essenza tali grandi figure, non sono solo i contenuti, ma anche il rapporto che c’è o potrebbe esserci tra questi ultimi ed i lettori.

Senza pregiudizi è facile notare ciò che non c’è: ambedue trattano di esperienze spirituali, di realtà operative senza darsi alcuna pena per quanto vive nel contingente sensibile quando esso si riflette nell’anima, mentre informano l’indagatore su quali possono essere le vie da intraprendere al massimo delle forze. Fondamentalmente si appellano all’impulso alla trascendenza.

Permettetemi un siparietto che già in sé spiega qualcosa. Mi è stato raccontato da un amico che, andato un giorno a incontrare Scaligero, questi, appena esauriti i saluti, impassibilmente gli chiese ragguagli sulla salute del suo gatto. Avuta risposta (il gatto stava benissimo), Scaligero continuò ponendo domande su cose di tenore più o meno simile. Ottenute monosillabiche e stupite risposte in merito, Scaligero con più vivacità esclamò: “Ma allora oggi possiamo parlare di spirito!”. Poi, mantenendo un lieve umorismo raccontò qualcosa della valanga di frattaglie settimanali postegli sul tavolo dai tanti deferentissimi amici.

Morale della storiella è che se le condizioni del gatto o di ogni altra cosa si presentano come il prius interiore, diventa impossibile concedere se stessi ai momenti di disciplina, questa iniziando da una lettura in pensieri desti di un testo spirituale e che poi potrebbe giungere fino alla contemplazione. Itinerario impossibile per chi non riesce a dominare le sue preoccupazioni e le banalità che sempre infesteranno l’anima: abbiano pur esse una giustificazione o siano frutto di fantasia: c’est toujour la même chose.

In questo genere di cose Scaligero si è mostrato (quasi sempre) molto paziente, compassionevole e gentile. Anzi, ho potuto constatare che, se nel tempo qualcuno deludeva la propria potenzialità di ascesi, verso costui aumentava in Scaligero la gentilezza. Del resto chi fu presente e desto in quegli anni alle riunioni settimanali potrà convenire circa la sua santa capacità di incamerare in alte tematiche domande che forse avrebbero imbufalito anche Sorella Mitezza.

Più severo fu il suo Maestro, il dott. Colazza, capace (a fronte di certi incontri e domande) di rimanere in silenzio per due o tre minuti per poi indicare con il massimo risparmio di parole, la porta d’uscita (nell’estrema decadenza animica dei giorni nostri, tale modo di comportamento apparirebbe incivile ed insensibile). Colazza, per tutta la vita, in quanto dedicata all’antroposofia, randellò senza patemi anche amici carissimi e di gran caratura (ho copia di lettere personali che lo confermano) quando questi scivolavano in ciò che per lui era uno dei grandi nemici della Scienza sacra: il sentimentalismo spiritualistico.

Non a caso, tra le costanti accuse che gli furono sempre rivolte dai sodali della Società, capeggiava il suo rarefatto menzionare il Cristo e l’amore.

Negli scritti di Scaligero che avete letto su Eco avete trovato – nonostante le difficoltà contingenti – una formula essenziale che, sulla via di Michele, va dal pensare al Logos.  Tutto qua? Infatti, cosa volete che ciò sia per chi ha un ego di gran taglia? L’ascesi attiva è proprio quello che sembra interessare pochissimi tra i pochi. Gli altri sconigliano via lesti. E questa non è solo una sensazione: dovreste vedere come diminuiscono i lettori interessati!

Passiamo oltre: sulla stessa linea, Steiner è ancora più sintetico: nel titolo del suo quarto saggio trovate tutto l’essenziale: “Coraggio e paura dell’anima”: tutte le vicende singole, i drammi attraversati da ognuno, si contendono il campo della vita interiore, a qualsiasi livello, tra ciò che questi due termini significano per l’intera entità umana ed il suo destino.

Aggiungo che, contrariamente alla comune abitudine interpretativa, il coraggio e la paura non sono, all’origine, sentimenti, ma potenze sovrapersonali.

E’ sempre una questione di livello: Steiner e Scaligero scrivono di operazioni interiori, esperienze e realizzazioni che sono difficili o difficilissime, che però possono essere intuite ed è dunque anche possibile, per ogni essere umano, afferrarne il senso per poi ad esse tendere o rifiutarle.

In questo tendere o rifiutare gioca anche la libertà umana: dunque la scelta, quale possa essere, mi pare comprensibile, onestamente accettabile, non fosse altro, per il rispetto dovuto al dharma del singolo.

Provo un rispetto – sacro – per la figura metafisica – incarnata o disincarnata – di ogni essere umano: è lo sfondo reale che, di fatto, stempera di molto le asperità dei giudizi che non mancano in queste righe.

Però, fate ancora uno sforzo per seguirmi. Nemmeno so a che possano servire – non i miei articoletti, sciapi e rozzi – i brevi e densi saggi dei Maestri che avete finito di leggere su Eco.

Perché parlo così? Perché non li si vuole, perché urtano, perché offendono quelli che imbrogliano le carte, perché disturbano chi vorrebbe trasformare a propria misura – piccina e bislacca – l’Opera e l’Insegnamento di Steiner e Scaligero ( vengo a sapere che vi sono pure gli sciocchi ai quali i contenuti interessano assai poco o niente rispetto al dedurre che potrebbero essere solo tentativi di contrapposizione. Santiddio! A cosa? Va a sospettare che pure i Maestri siano, in qualche modo “arroccati e unilaterali” con la “sindrome di Fort Alamo”!).

Però è involontariamente vero un aspetto, colto da tale indecenza d’anima storta: sono di per sé praticamente opposti a ciò che viene esposto e trangugiato nelle mense collettive dello spiritualismo diffuso (confuso). Su tale piano sono incomprensibili. Fanno paura.

Esiste inoltre un problema a cui non si è abituati: nel comune comprendere, il compreso entra senza grandi difficoltà nell’archivio della memoria: è un processo naturale e lecito. Con le comunicazioni riguardanti lo spirituale le cose cambiano: chi legge può comprendere logicamente lo scritto, i cui nessi interni però scompaiono, come per magia, nel ricordo. Rimane il sentimento dell’aver compreso ma una corretta riproduzione in retti pensieri è impossibile.

Da qui il giudizio sbagliato che fa dire che “Steiner è facile e Scaligero è difficile”. Mentre semmai è vero il contrario.

I Nostri hanno scritto in tempi diversi, osservate ad esempio come, agli inizi del XX secolo il Dottore avvertiva ben poco il pericolo dialettico: non era una priorità che andava affrontata per le anime dell’epoca. Poi il Tempo galoppa ed il verbale astratto (dopo la II Guerra mondiale) afferra la coscienza umana ed è contro questa nullificazione che principia l’insegnamento di Scaligero (credo che ora, dopo solo poco più di trent’anni, Scaligero stesso si esprimerebbe già  diversamente). Comunque egli, vedendo l’incapacità degli antroposofi e dell’umano generale, di risalire oltre la forma delle descrizioni e delle conseguenti impressioni, a dir poco primitive (nei Paesi di lingua tedesca fioccarono grafici o persino artistiche stampe riassumenti tutta l’evoluzione cosmica, dall’antico Saturno in poi e testi riassuntivi facilitati), elaborò un linguaggio che porta alla massima tangenza l’esperienza interiore nel modo della forma. Ciò sfugge, e di solito non resta nulla nel cervello fisico: la “difficoltà” di cui tanto si ciancia risale all’incapacità di volere il pensare, che non è un prodotto della materia e nemmeno una sorta di eco vocalica. Occorre muovere il pensiero, ossia tendere a sperimentare.

Il comune “ricordare”, nel campo in cui si tratti di Spirito, fa un male della malora: lo si estrae dalla corporeità contaminato da molto del buio che c’è in questa (l’odio del doppio arimanico). Poi ci si domanda del perché degli eterni contrasti personali che fanno da sfondo fisso tra discepoli, magari della medesima scuola. E’ del tutto possibile che impiegando più energia nei processi conoscitivi e nel lavoro di ascesi questi scontri si esaurirebbero per motivi di lavoro e di livello.

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E qui, scusate, passo ad altro tema:  chiedo, seppure nella contingenza delle cose del mondo dove si scambiano sempre apparenze per sostanze, se per caso  mi è forse stato proibito esprimere al minimo un giudizio? Chi non me lo permette? Dovrei infilarmi in testa e in bocca una mordacchia per non urtare la dogmatica orba di Tizio o Caio?

Il giudizio, non proprio positivo, che ho espresso su parenti di Scaligero, beninteso per quanto si svolse in tempi successivi alla sua scomparsa, ha infuriato molti. Vi sono state pressioni un tantinello ardite (forse eccessi di buona volontà per farmi convertire a conversioni verso cui non convergo): tutta roba ridicola, spero, e che tengo in nessun conto .

Tali reazioni ad un’opinione fondata, se non fosse altro, sulle tombali parole di Scaligero, che si vogliono dimenticare o non tenere in alcun conto, dimostrano almeno in parte l’assennatezza dell’iconoclastia che mi si contesta.

Sembrano esserci, nel panorama antroposofico, figure che sono intoccabili, che se le sfiori con un pensiero che non sia di devota adesione, sei condannabile per blasfemia! Già quello che dissi, in semplice onestà, ovvero che sulla signora berlinese sospendevo ogni giudizio mentre ero rimasto basito dalla scolastica simil-guenoniana dei suoi difensori, ha sollevato il polverone della “lesa maestà” e volgari critiche su quanto mai avevo né pensato né scritto ma che mi sono state cucite addosso da chi mi fu amico fin l’altro ieri e che ora, per motivi a me estranei, pare traboccare di avversione distillata.

Ragazzi, documentatevi con cuore ed intelletto: e scoprirete che i migliori discepoli di Steiner furono quelli che seppero mantenere una ferma (persino feroce!) autonomia e capacità critica nei  confronti suoi e delle discipline sino a quando la loro stessa esperienza confermò le indicazioni del Dottore e la sua grandezza: ma è questione di autonomia interiore, di intuirne il valore. Se questa manca parlo al vuoto.

Però il polverone è conturbante e potrebbe essere esaminato alla luce delle abbondanti indagini del dottor Freud riguardanti le pulsioni verso das Mutter  più che con i mezzi della Scienza dello Spirito. Comunque, a chi sta davvero fuori dalle beghe di bottega, pare piuttosto che si tratti di un fenomeno di antroposofismo misticizzato e inchiodato, ridotto (pure quello!) a chiesismo, chiesismo ruzzolato nei settarismi esasperati dove ricerca e conoscenza sono astrazioni dissacrate, ammazzate e ben  sepolte. Ho potuto constatare nel nostro Paese, un po’ dappertutto, come tante anime intrise di cattolicesimo (e pure da ismi di lega inferiore), scivolino senza alcun mutamento interiore verso ammaestramenti scientifico-spirituali: il risultato è un ircocervo che trasmette il peggio del primo nei secondi.

Si è giunti ad un punto tale di ipogeica bassezza che chi ascoltò per molti anni il verbo della saggezza, oggi irride chi sa meditare nella propria stanza o, se volete, nella sua yurta o nel teepee (all’aria aperta, probabilmente, il giudizio non cambierebbe) snaturandone la realtà come se chi medita contemplasse inebetito il proprio ombelico. Però vige ancora e sempre la speranza che arrivi qualcuno che sia portatore di una rinascenza, come un vento di freschezza giungente magari da Berlino o da Singapore. Che arrivi da fuori e da lontano. Mi dispiace.

Così l’Io che si è, anche se non pare molto, viene sempre lasciato indietro: certamente sembra che non abbia dato granché… eppure nel lungo termine una incrollabile dedizione e una grandissima pazienza a opera dell’Io cosciente sarebbero già il miracolo che non arriva mai quando lo si cerchi fuori e a caso. Se si attinge al coraggio di guardare la situazione come essa sia, senza fantasie consolatorie, non dovrebbe essere impossibile realizzare quanto la via sia stata percorsa poco e male. E chi, sedotto da nebbie mistiche o  da viziate svogliatezze, ha svolto poco e male il compito, con quale diritto sfrutta la dabbenaggine della gente?

Piuttosto pare che l’idea dell’azione si traduca, a conti fatti, nel fare da appassionati campioni degli “occultologi fuori di testa” (termine felice apparso sui quotidiani nazionali) e dei volponi venditori di corsi di puzze fritte. Questa è l’azione? Ma va?

Lettori interdetti si chiederanno in cosa queste ultime righe abbiano a che vedere con gli scritti di Steiner e Scaligero: potrei rispondere: poco o molto o niente del tutto: dipende dal punto d’osservazione.

Molto di questo ambaradan –  certo malamente – di cui ho scritto, si presenta come parte del quadro che davanti alla conoscenza (Steiner) o nell’esperienza (Scaligero) non dovrebbe neppure esistere: adesione alle fantasie della psiche e fede in ciò  che è il rifiuto o l’oblio della conoscenza o esperienza che, in alcuni momenti in talune figure, forse almeno come direzione, inizialmente ci furono. Oggi però costoro paiono ricordare ciò che resta dopo aver bevuto a garganella dalla spumeggiante acqua del Lete.

Il pensiero della testa, nel vero esoterismo, non è sufficiente. I sentimenti della zona mediana, nel vero esoterismo, non sono sufficienti. Mentre cercare costantemente in altro ciò che urge nell’Io è il capovolgimento dell’assunto apicale della moderna Scienza dello Spirito.

A meno che non risulti una strutturale incapacità di discriminare tra ego e Io, tra anima e spirito. Allora si sparano continue bordate contro l’uno o l’altro solo per questioni di carattere, che, per analogia è soltanto la carta, la confezione e non l’oggetto. Con quale metro si invalida tutto? E dietro una sottile facciata di comprensione o accondiscendenza  più falsa di Giuda, vedi tutti i colori umorali che si sventagliano: dal risentimento per passare all’antipatia sino al livore ed all’avversione più radicale.

Il nocciolo del problema  resta sempre una questione di livello: rigorosamente distinto e distintivo rispetto alla sfera in cui si esplica il proprio inutile monologo discorsivo, vuoto di morale poiché consistente nella brama moralistica di riversare il proprio modo di sentire nelle altre anime. Genericamente, i detrattori grandi e piccini della via del pensiero (nonché i finti estimatori), mancano di disciplina interiore, né conoscono neppure l’ombra di cosa sia il volere super-personale. Questo lo scrivo con sicurezza certa: so che è così (ne uscirebbe un trattato). Sono intontite frange di pupari e pupi: corrotti dalla lunga frequentazione (fornicazione intrecciata) di personalismo e antroposofismo. Così tutto va ridotto al corpo morto della  scienza dello spirito subordinata ai propri fini.

Con le chiacchiere si è così lontani dalla vera Scienza dello Spirito che nemmeno si concepiscono le esperienze che il ricercatore trova lungo il cammino interiore che – santa pazienza! – è davvero un cammino su gradini illuminativi di percezione verso il riequilibrio degli eteri presso il cuore: da dove ascende in quieto, gioioso e inarrestabile impeto la potenza cosmica del Logos: mahâkâly ânanda.

E’ la forza che fluisce nel centro come nelle lontananze: si sperimenta quasi oltre la più intima realtà di noi stessi come essa sia l’illimitata portatrice di salvezza, redenzione e trasformazione dell’uomo e del mondo sin dentro la mineralità di questi: giungere ad essa è azione vera, tentare di giungere ad essa è azione vera:  le discipline portano l’operatore ascetico ben oltre i limiti e i luoghi conosciuti dagli uomini ma non ci mondano interamente dalla nostra infamia quotidiana. Perciò, alla fine è la Forza ciò che si dona, che sboccia:  qui in Occidente possiamo chiamarla col nome antico di Misericordia divina: l’Avvocatessa che interviene a salvare l’anima dal giudizio schiattante degli Dei.

Le discipline che investono tutto l’essere divengono la retta domanda: solo alla retta domanda risponde il Cielo.

Ma anche nel suo minimo, nei più timidi vagiti, è questione di spirito, non di anima  quando e se questa viene confusa  con il calderone di istinti, vitalismi e passioncelle personali e talvolta di volgare benché astuto plagio. Che confusione, forcuti amici miei!

E’ sempre una questione di livello ma chi è prigioniero della propria anima non sa di che parlo.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VITA DELL'ANIMA (4° SCRITTO)

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L’ESSERE ANIMICO NEL CORAGGIO ANIMICO

E NELLA PAURA ANIMICA

Le abitudini di pensiero ormai vigenti nella moderna conoscenza della natura sono giunte al riconoscimento di non poter fornire nella conoscenza animica alcun risultato soddisfacente. Quello che si vuole cogliere, con queste abitudini di pensiero, deve o dispiegarsi nella quiete dinanzi all’anima, oppure, se è in agitazione, l’anima stessa deve sentirsi saltar fuori da tale agitazione. Poiché, partecipare all’agitazione di ciò che viene conosciuto significa perdersi in esso, in certo qual modo sommergersi in esso.

Ma come deve l’anima afferrare se stessa in una conoscenza in cui dovesse perdersi? L’anima può attendersi l’autoconoscenza solo da un’attività in cui, passo per passo, essa conquisti se stessa.

Questa può essere unicamente un’attività che sia creatrice. Ma allora, per il conoscitore sorge subito una incertezza: egli crede di cadere nell’arbitrio personale.

Proprio a questo arbitrio nella scienza egli rinuncia.

Egli esclude se stesso e lascia dominare in sé la natura. Cerca la sicurezza là dove non può giungere col proprio essere animico. Nell’autoconoscenza non può comportarsi così. Ovunque voglia conoscere, egli deve condurre se stesso con sé. Non può perciò, sulle sue vie, trovare la natura. Perché là, dove essa lo incontrasse, egli non ci sarebbe già più.

Ma questo ci dà appunto quella sensazione che ci occorre di fronte allo spirito. Non si può attendere nient’altro se non di trovare lo spirito là dove la natura, nell’autoattività, in certo qual modo si dissolve. Là dove ci si sente tanto più forti quanto si sente di questo dissolversi della natura.

Se perciò si colma l’anima con qualcosa che più tardi si rivela simile al sogno nel suo carattere illusorio, e si sperimenta interamente l’elemento illusorio nella sua piena essenza, allora si rafforza il proprio sentire. Nei confronti del sogno, pensando, noi correggiamo la nostra credenza nella realtà del sogno stesso. Nell’attività della fantasia non si ha bisogno di questa correzione, perché non si ha questa credenza. Nell’attività meditativa dell’anima, a cui ci si dedica per la conoscenza spirituale, non ci si può accontentare della mera correzione del pensiero. Bisogna correggere, sperimentando. Bisogna creare il pensiero illusorio in una attività, ed estinguerlo poi in un’altra attività altrettanto forte.

Entro l’attività estinguente si desta poi l’altra, l’attività conoscitrice dello Spirito. Se infatti l’estinzione è reale, la forza per attuarla deve provenire da tutt’altra parte che non dalla natura. Ciò che questa può dare, si è volatilizzato nell’esperienza dell’illusione; ciò sorge durante la volatilizzazione non è più natura.

In questa attuazione deve presentarsi qualcosa che nella conoscenza della natura non entra neppure in questione: coraggio interiore. In virtù di questo si deve trattenere ciò che emerge interiormente. Nella conoscenza della natura non si vuole trattenere nulla interiormente. Ci si fa trattenere da quello che è esteriore. Non occorre il coraggio interiore. Perciò in essa lo si disimpara. Questo disimparare produce l’paura, allorché lo Spirituale deve penetrare nella conoscenza. Si ha paura di fronte al fatto di poter afferrare nel vuoto, quando non si può più tastare la natura.

Questa paura si erge alla soglia della conoscenza spirituale. E questa paura fa sì che di fronte a questa conoscenza si indietreggi. E allora si diventa creativi, anziché nell’avanzare, nel l’indietreggiare. Non si lascia che lo Spirito formi in sé una conoscenza produttiva: si inventa una logica apparente che contesti la legittimità della conoscenza spirituale. Sorgono ogni sorta di ragioni apparenti per risparmiarci di riconoscere lo spirituale, perché di fronte ad esso, angosciosamente, si indietreggia.

In luogo della conoscenza spirituale, dalla creatività che ormai si manifesta nell’anima, quando questa si ritrae dalla natura, affiora la nemica della conoscenza spirituale: dapprima il dubbio verso ogni conoscenza che sia  al di là della natura: poi, quando la paura cresce, la contro-logica che vorrebbe relegare ogni conoscenza spirituale nella sfera del fantastico.

Chi ha appreso a muoversi, conoscendo, nello Spirito, scorge spesso nelle confutazioni di questa conoscenza le più forti dimostrazioni. Gli appare infatti chiaro come il confutatore soffochi via via nell’anima la sua paura di fronte allo Spirito, e come egli in tale soffocamento produca la sua logica illusoria. Con un tale confutatore non è, dapprima, affatto il caso di discutere. Poiché la paura, che lo assale, affiora nel subcosciente. La coscienza vuole salvarsi da questa paura. Essa sente, in un primo tempo, che se sopravvenisse questa paura, sull’intero essere interiore si riverserebbe debolezza nello sperimentare.

D’altronde l’anima non può fuggire di fronte a questa debolezza, giacché la si sente ascendere dall’interiorità. Anche fuggendo essa ci accompagnerebbe ovunque. Chi progredisca nella conoscenza della natura e, dedito ad essa, debba conservare il proprio sé, sente sempre, se non è capace di riconoscere lo Spirito, questa paura. Essa lo accompagnerà se egli non vorrà sospendere, oltre alla conoscenza dello Spirito, anche quella della natura. Nel procedere nella conoscenza della natura, egli deve in qualche modo disfarsi della paura. In realtà non lo può farlo. Perché essa si genera nel subcosciente nella conoscenza della natura. Essa vuole sempre dal subcoscio ascendere nella coscienza. Perciò lo scienziato confuta entro la sfera del pensiero ciò che non può eliminare dalla realtà del suo sperimentare animico.

E questa confutazione è un illusorio strato di pensieri posti sopra la paura subcosciente. Il confutatore non ha trovato il coraggio di lottare nella vita meditativa contro l’elemento illusorio dove avrebbe dovuto estinguere l’illusione per giungere alla realtà spirituale. Perciò egli insinua in questa, ora emergente, sfera della sua vita animica, le ragioni apparenti della confutazione. Esse placano la sua coscienza: non sente più la sua paura, pure permanente nell’essere subconscio.  

Il rinnegamento del mondo spirituale è un voler fuggire di fronte al proprio essere animico. Ma ciò rappresenta una impossibilità. Si deve restare in se stessi. E poiché pur fuggendo non si può fuggire se stessi, si cura, nel procedere della fuga, di non vedere più se stessi. Avviene però, animicamente, con tutto l’essere umano, quello che avviene con l’occhio quando viene affetto da cataratta. Allora l’occhio non può vedere. Si è ottenebrato in se stesso.

Così si ottenebra colui la sua anima che confuta la conoscenza dello Spirito. Egli opera questo offuscamento mediante le ragioni illusorie nate dalla paura. Evita la sana illuminazione dell’anima: si crea un malsano ottenebramento dell’anima. Il rinnegamento della conoscenza dello Spirito ha la sua origine in una specie di malattia catarattogena dell’anima.

Così, in ultima analisi, si viene ricondotti all’intima forza spirituale dell’anima, allorché si vuole investigare la giustificazione della conoscenza spirituale. E la via ad una tale conoscenza può essere percorsa soltanto mediante il rafforzamento dell’anima.

L’attività meditativa dell’anima, preparatrice della conoscenza dello Spirito, è una graduale vittoria dell’anima sulla «paura di fronte al vuoto». Ma questo vuoto è soltanto un «vuoto della natura», entro il quale può rivelarsi «la pienezza dello spirito», se la si voglia cogliere. E in questa «pienezza dello spirito», l’anima non si immerge con l’arbitrio che le è proprio quando è attiva, mediante il corpo, nell’esistenza naturale: essa vi si immerge quando lo Spirito le mostra il volere creatore, di fronte al quale l’arbitrio sussistente unicamente all’interno dell’elemento naturale si dissolve così come la stessa natura.

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Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – ICONA del ROVETO ARDENTE

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ICONA del ROVETO ARDENTE

Icona del Roveto ardente

Icona del “Roveto ardente

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Nel “Roveto Ardente” confluiscono elementi dell’Antico Testamento e Nuovo Testamento, all’esterno c’è la rivelazione fatta ai profeti (qui non ci sono).
Le immagini convergono al centro e dal centro dipartono, un’unità in se conchiusa che raccoglie la storia dell’uomo e il suo rapporto con il mondo spirituale.

– Partendo dal centro, vediamo, rappresentato nel fanciullo incoronato, il Logos. Egli è posto nel seno della Vergine Madre, che, avvolta in un manto di nubi, simboleggia anche la terra; entrambe hanno accolto nel loro seno il Cristo, ed Egli si è fatto uomo, così lo troviamo in braccio alla Vergine vestito della luce spirituale dell’oro. Dal centro della loro sfera irraggiano nell’oro il pensiero divino alle sfere circostanti.

– Da Essi le Virtù ricevono il potere sugli elementi del mondo nella seconda sfera verde irraggiata d’oro.

– Nella stella blu agli estremi sono rappresentati gli Arcangeli. E come dice l’iconografia tradizionale l’Arcangelo Michele rappresenta/porta la A, l’Arcangelo Gabriele la D, l’Arcangelo Raffaele la A, l’Arcangelo Uriele la M, e l’Arcangelo Uriele che pronuncia il nome di ADAM, viene rappresentato dalla Trinità e posto in una posizione centrale rispetto agli altri.

– Nella stella successiva gli Evangelisti rappresentanti negli animali le quattro direzioni cosmiche come punti cardini della fascia zodiacale.

– Posti nel cerchio esterno racchiusi dalle nubi gli Arcangeli avvolgono la Terra operando nelle stagioni, la loro attività è indicata nelle braccia scoperte. Le loro funzioni sono duplici (in questa immagine) perciò essi vengono rappresentati due volte (in questo ultimo cerchio) 30 in perfetta comunione tra loro e diametralmente opposti.

Nella stella blu è il presidio della stagione.

Estate

Sopra l’immagine della Trinità alla sinistra sta l’Arcangelo Uriele, avvolto in una atmosfera di fuoco. Illumina l’essere interiore umano (il fanciullo nel braccio) come luce e calore che irradia dall’esterno.

Alla sua destra l’Arcangelo Gabriele (verde) tiene alle mani due coppe, apportando nutrimento al corpo fisico ed eterico.

Le due immagini si corrispondono in un armonico interiore “Gabriele” esteriore “Uriele”. In estate quando nel cielo compare l’immagine dell’ l’Arcangelo Uriele, l’atmosfera terrestre viene pervasa del calore del pensiero divino e all’interno dell’uomo vengono apportate le forze della crescita e del nutrimento.

Autunno

Successivamente nella stella blu entriamo nel campo d’azione dell’Arcangelo Michele, Egli tiene un mano un fanciullino con gesto di protezione.
Nell’immagine sottostante in una atmosfera celeste rivestito da
un’armatura Michele trae dalle forze del cuore la spada della Luce
Divina.

Nell’immagine sovrastante in un’atmosfera giallo ocra è presente l’Arcangelo Raffaele. In autunno quando nel cielo compare Michele, l’atmosfera esteriore è pervasa dalle forze cosmiche dell’Arcangelo Michele e nel nostro interno l’Arcangelo Raffaele restaura ferite e dolori.

Inverno

Nella stella successiva l’Arcangelo Gabriele, incede portando in mano il turibolo per aspergere di incenso il frutto del divino amore.

Nell’immagine sottostante, in una atmosfera verde, l’Arcangelo Gabriele, con il nuovo Adamo racchiuso in un uovo, rappresenta le forze di generazione fisica da Lui tutelate.
Di presso l’Arcangelo Uriele con il fanciullo rinchiuso nel tempio; la sua opera di luce è ora all’interno del corpo umano. In inverno nell’atmosfera dell’Arcangelo Gabriele riceviamo dall’esterno le forze di nutrizione e generazione e all’interno le forze di un intelletto maggiore.

Primavera

In fine, nella stella blu l’Arcangelo Raffaele che tesse dalle sue mani un arcobaleno.

Nell’immagine sottostante (giallo) l’Arcangelo Raffaele tiene in mano un caduceo ed un vaso, simboli della medicina.
Nell’immagine superiore (celeste) l’Arcangelo Michele, tiene in mano il fuoco divino che porta nell’uomo forza intrepida e volontà.
A primavera nell’atmosfera dell’Arcangelo Raffaele operano all’esterno le forze di rinascita, rinnovamento e nell’interiorità umana il fuoco divino di Michele.
Il tutto riassunto in questa immagine: la Madre Terra (le nubi sulla veste lo evidenziano) circondata da questa atmosfera celeste che opera per la salvezza umana e ci ricongiunge al Cristo indicandoci una scala nelle braccia della Vergine Madre.

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OSTERN
Das Mysterium zu Ephesus
(libera traduzione ritmica)

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Nato dal cielo, fatto sei di luce
dal Sole forza trai, virtù da Luna,

Marte ti dona il suono creatore
e Mercurio l’alato movimento,

Giove t’irradia lume di saggezza
E Venere l’amore e la bellezza,

Che lo spirito antico di Saturno
Te allo spazio, e al tempo consacri!

Rudolf Steiner
(da “Wahrspruchworte” O.O. n 40)

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

https://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

L'AMORE PER LO SPIRITO

 Medit e mirac

Nel terzo volume di Introduzione alla Magia quale Scienza Dell’Io edita dai Fratelli Bocca nel 1955, testo complessivo rimaneggiato da J. Evola rispetto all’originale del 1927 – 1929, a pagina 378 troviamo una nota intitolata: Appunti sulDistacco”. L’articolo in questione è già di per sé un sintetico riassunto di quanto, nella pratica, investe anni e decenni di strenua disciplina interiore, perciò ridurlo a poche righe utili ai fini della nostra nota è impossibile (comunque è consultabile in rete nel numero di giugno 2003 dell’Archetipo). Nel suo nocciolo descrive quel lungo e pericoloso periodo in cui l’asceta, raggiunto con il silenzio e la forza–pensiero la separazione dalla comune vita psichica, realizza un’autonomia, per così dire, neutra, perché se pure parzialmente liberata dalle istanze oppressive della natura, rimane incapace di ricongiungersi alla Forza che dall’alto scende, sostiene e trasforma l’essere sino alle tenebre delle sue radici e dunque viene indicata l’opportunità (la necessità) di integrare la “ via conoscitiva” con la bhakti, ossia con “un orientamento dell’anima fervidamente trascendente”.

Proprio coloro che svolgono con dedizione e fedeltà il retto lavoro volto alla liberazione del pensiero, indissociabile dalla rianimazione della volontà pura, possono avvertire con una chiarezza che non concede alibi o fraintendimenti, l’oscura tragedia che monta nel loro essere: la consapevolezza di un limite insormontabile anche per l’io ascetico.

“Ma come”, mormoreranno i lettori più fedeli ed attenti, “Non sei tu che sottolinei sempre come anche la sola concentrazione è la via verticale e diretta dalla terra al Cielo?”. E’ vero ed è proprio così; ma nella prassi, nel tempo misurato con l’orologio della terra, è anche altrettanto vero che la strada è lunga o lunghissima. Gli strati di tenebra da superare sono tantissimi come, alla pari, esistono molti gradi o gradini di liberazione.

E durante tale tragitto, cadute, arretramenti, angoscianti stagnazioni e strazianti incapacità ci sferzano con la brutale violenza di tempeste monsoniche. Questo accade paradossalmente perché siamo (stiamo diventando) assai più forti e svegli delle legioni di robottini che intorno a noi sognano il mondo: siamo così forti da disturbare (turbare) moltissimi esseri anche quando ci limitiamo a respirare. La nostra è la fragilità (il rischio) dell’alpinista forte che s’arrampica più in alto, per altezze che fanno paura: anche alla nostra anima. Quasi fossimo Titani risorgenti avvertiamo talvolta l’eterno, lancinante dolore di Prometeo, fratello nostro.

Ho scritto: “strati di tenebra da superare” e quando li si supera? Attenti amici! Quando li si supera ci si scopre mancanti di un pezzo di quel noi stessi che eravamo prima. Avvertiamo una sottrazione e la tentazione di ripigliarci qualcosa che assomigli al pezzo perduto è fortissima essendo un istinto costituzionale. Quanti di coloro che indicano i 5 ausiliari come una panacea universale (e hanno ragione), conoscono in corso d’opera cosa viene tolto alla brama che continuativamente esige sentirsi come sensazione, sentimento e soggetto ? Poiché questa, cari lettori, è la normalità umana: la rovesciata controfigura di Corpo, Anima e Spirito.

Nel 1977, per le Edizioni Mediterranee uscì un nuovo libro di Massimo Scaligero. Il titolo, a lungo meditato, era Meditazione e Miracolo. Ero da Massimo quando, terminata la bozza, stava soppesando il titolo possibile. Con amichevole gentilezza mi rese partecipe del dilemma: “Ho pensato di intitolarlo Appello ai Disperati. Tu che ne pensi?” Io, d’istinto, arricciai il naso; Massimo vide e continuò “Non convince neppure me, dobbiamo trovargli un altro titolo”. E lo trovò.

Ho notato che Meditazione e Miracolo non è stato uno di quei testi che, come si dice, abbia fatto e faccia “furore”: mai citato, poco letto… e direi che è del tutto giusto che sia così, almeno secondo una logica di verità interiore.

Fatto salvo che chiunque potrebbe studiarlo e meditarlo con estremo profitto, è essenzialmente dedicato ai “disperati” del testo ancora manoscritto, coloro che non sognano il mondo felici e contenti ma che, aggrappati alle colonne tra la Terra e il Cielo, guardano in alto una vetta irraggiungibile e vedono in basso l’enormità della caduta: nati non per strisciare ma privi d’ali per volare liberi.

Insomma quelli che fanno (che sanno fare) gli esercizi interiori e non giustificano in alcun modo la presenza continua della propria miseria. Vige per i praticanti non illusi una contraddizione giornaliera che sembra protrarsi all’infinito: da una parte momenti di riallineamento della propria struttura complessiva, nel Silenzio, ove per attimi il pensiero si trasfigura in Potenza e talvolta squarcia il mondo sensibile nelle vivificanti e trasmutatorie forme della Luce Vivente; dall’altra l’amaro rosario di fatti e corrispondenti reazioni che dominano e polverizzano non soltanto gli assetti interiori più nobili ma persino il modesto e ordinario equilibrio dell’anima.

Possiamo chiamare col nome di “crisi” i grani di tale rosario. La crisi è l’assoluta impotenza: poiché sembra perduta ogni possibilità d’azione e le forze sono scomparse. Subentrano, sottili e pervasive, la paura e l’angoscia e anche quando queste temporaneamente sembrano placarsi, permane un fondo di disperazione. E’ un quid percepito anche dalle anime più coraggiose e pure.

Qui, imperfettamente (a modo mio), ho tentato di descrivere alcuni aspetti animici alla cui soluzione si indirizza il contenuto di Meditazione e Miracolo. Tessuti nel discorso del libro troverete una gran quantità di indirizzi operativi d’assoluta potenza (chi ha pratica di concentrazione provi, ad esempio, l’efficacia delle meditazioni estratte da immagini di fenomeni naturali dinamici come, ad esempio: “Il vento solleva i corpi leggeri”).

Tra le tante v’è una pratica che non viene percepita o forse scivola immediatamente nell’oblio. La ripropongo copiandola fedelmente dal testo: “…V’è un’altra via, ugualmente valida; se si può intuire l’azione diretta dell’Io spirituale e la sua possibilità di risolvere qualsiasi oscurità, grazie al suo assoluto dominio della Materia e perciò a fortiori dell’animico e dell’eterico, si può anche comprendere a questo punto la via della preghiera continua nel cuore. Occorre imaginare di essere nel cuore come in un tempio, in cui genuflessi s’incontra vivente il Divino e si merita di accogliere il dono della sua Forza infinita. Può essere pronunciata una preghiera continua, breve, tale da potersi ritmizzare con il respiro: la frase orante può essere divisa in due tempi, venendo accordata con l’inspiro e l’espiro.(…) La  preghiera del cuore può preparare l’evento donato dalla connessione con il Logos. Il Potere che domina la Terra può in qualunque momento entrare in azione, se l’uomo si congiunge in sé con esso.”

In queste righe Massimo Scaligero espone un possibile adattamento (ce ne sono tanti e tutti ammissibili) di una antica forma d’orazione cristiana, già in uso presso alcuni Padri del deserto e che in seguito venne trascritta in un Corpus di due compilazioni della chiesa greca con il titolo di Filocalia (da philokalìa che significa “amore del bello”). La prima consiste in una selezione di scritti di Origene curati nel 359 da Basilio e Gregorio Nazianzeno mentre la seconda, più famosa, è un’antologia di scritti mistici e ascetici che vanno dal 300 al 1400, curata da Macario e Nicodemo del monte Athos e pubblicata per la prima volta a Venezia nel 1782. In questa seconda antologia viene esposto con rigore e ampiezza di particolari l’Esicasmo (da hesychìa che significa quiete) che fonda l’opera ascetica sulla ripetizione incessante della “preghiera di Gesù”(preghiera monologica) di cui l’esempio più conosciuto è: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”; poi vi sono diverse varianti anche più semplici e brevi. Si valuta che essa derivi dal precetto paolino “pregate senza interruzione” (Tessalonicesi 5, 17). La preghiera continua viene ritmata dal respiro e tradizionalmente inizia mormorata con la voce, poi per forza propria diviene mentale e infine “scende” nel cuore, accompagnata da fotismi (percezioni di luce) sino all’esperienza della Luce Increata Divina, detta anche Taboritica (in riferimento alla Trasfigurazione del Christo avvenuta sul monte Tabor). Storicamente la Filocalia riguardante l’esicasmo viene tradotta in slavo – ecclesiastico nel 1793 da Paisij Veličkovskij, poi in russo nel 1876 da Teofano il Recluso (sulle date le fonti sono discordi) per raggiungere poi una singolare “notorietà” mistico – letteraria con l’anonimo capolavoro: Racconti di un pellegrino russo. La prima edizione di quest’ultimo, stampata a Kazan’, praticamente introvabile, si situa negli stessi anni e anzi il testo cita la data di una Pasqua che in quel periodo cadde solo nel 1860; mentre è certa la data della seconda edizione che, corretta e completata da Teofano, è del 1881.

In Italia, dopo la pubblicazione di quattro edizioni incomplete, sotto la sensibilissima cura di Cristina Campo, nel 1973 il testo è stato pubblicato, per la prima volta in Occidente, in maniera assolutamente completa. Dall’introduzione di Cristina Campo: “…non lui prega la Preghiera, ma dalla Preghiera è pregato, non lui ne vive ma ne è vissuto, non il suo cuore scandisce le parole divine ma ne è divinamente scandito…” E’ un romanzo picaresco, un fiabesco poema e un grande trattato di ascesi spirituale: una storia di anime vive, quasi in opposta simmetria alle Anime morte di Gogol.

Vedo alquanto triste e bizzarro che gli spiritualisti europei, giustamente aperti ad accogliere la saggezza taoista e la grandezza vedantica e ora, seguendo con dubbia autonomia una certa corrente del  tempo, persino scoprenti l’elevazione nel prostrarsi nella direzione della Mecca (e, all’interno dell’edificio di Dornach, tempo fa, ascoltare compunti le fantasticherie di un Carneade islamico), sembrino non riuscire a scrollarsi di dosso quella antipatia anticristiana che, sul piano della chiara coscienza pensante, è frutto di un perdurante (e grossolano) equivoco. Equivoco in cui cadde l’imperatore Giuliano ed acuti pensatori moderni come Nietzsche ed Evola (equivoco che la loro serva di casa forse avrebbe superato con un po’ di buon senso). Tutti loro hanno coerentemente lottato contro la stoltezza e la depravazione degli uomini e delle istituzioni che nei secoli si sono dichiarate cristiane e che in realtà hanno usurpato, ottusamente o artatamente, i luoghi dell’anima preposti alla comprensione del Logos, cosmico e spirituale perciò non pertinente all’abuso, via via sanguinario o stolto, del suo Nome storico. Questa però è una valutazione bonaria che deriva dalla mia dichiarata simpatia per gli amici paganeggianti (di solito ho trovato più rettitudine e forza in chi anela alla “virilità olimpica” rispetto a coloro che si soddisfano con una conferenza o con un paio di “Credo” e di “Pater”…).

Però, gli amici neo-pagani dovrebbero pur essi praticare l’arte del risveglio per accorgersi, più prima che poi, che cercare di farsi “individui assoluti” è solo un buon esercizio per sentirsi eroici senza arrivare a niente. Poiché (e torniamo al tema della nota) anche la più possente quercia pur possedendo in germe la sua maestosità, senza il Sole e i suoi raggi rimarrebbe solo un’ipotesi di grandezza.

Il fatto è che essi sono interiormente solo adolescenti, indubbiamente dotati di nobili sentimenti ma passivamente alimentati dall’esotico semi–incomprensibile a patto che questo mantenga intatta la natura comune, comodamente trattenuti in profondità dalla paura del mutamento di cui si parla solo con parole: non si osa entrare nell’agone degli atleti dello Spirito. Non sono asceti.

L’asceta è il disperato coraggioso. Coraggioso poiché avanza nell’impossibile; disperato perché è consapevole che la sua forza è limitata anche quando cammina lungo i confini del Mondo, in territori impensabili (impraticabili) alla semi–totalità degli uomini.

Lì trova il suo severo guardiano che è lui stesso e le sue catene che sono le stesse nel buono e nel cattivo, nel dotto e nell’analfabeta, nel filosofo e nel carrettiere. Con il cuore sanguinante e con matematica chiarezza appare allora evidente la necessità di appellarsi (non per debolezza ma per slancio coraggiosissimo) ad una Forza più forte che anzi (si intuisce) dovrebbe (deve!) essere Assoluta : tale da trarre l’asceta oltre le acque infere simultaneamente annientando tutto il potere della natura inferiore, del guasto originario.

Allora sgorga, come una corrente sostanziale, la devozione vera e la preghiera; non c’è nulla di “sentimentale” in ciò! E’ quella che fluisce da Aurobindo, da Ramana, da Maître Philippe, da Madre Teresa, ecc. per il Divino. Il grande Śaņkara nel suo commento sul Brahmāsūtra scrive: “Il conseguimento della liberazione diviene possibile tramite la conoscenza che, in verità, è frutto della grazia di Dio.” E con queste righe, riprese dalla nota di Ur citata all’inizio, chiudiamo il cerchio: “Non altro è il senso profondo dell’insegnamento cattolico (cristiano), secondo il quale solo mediante la “grazia” è possibile combattere contro il “peccato” e contro le “tentazioni”.

Se qualcuno leggendo queste righe oppure riprendendo la lettura di Meditazione e Miracolo, trova possibile avventurarsi nell’esperienza indicata della preghiera continua, non temendo d’essere salvato, potrà trovare qui appresso alcune indicazioni pratiche, utili se non fosse altro a far tacere l’io solito che s’inventa problemi immaginari per consumarci a risolverli così da “farla franca” ancora una volta.

La Via Solare è imprescindibile dall’accordo profondo del pensare con il volere che temporaneamente annienta l’ordinario sentire. La vera forza del Sentire si attua dopo la cessazione dell’attività impropria della sfera mediana. Il vero Sentire è un organo, non la cassa di risonanza per l’ego.

Il Sentire è l’organo di percezione del Divino. L’assenza di percezione del Divino è la prova diretta del guasto e dell’errore di quello che nell’assurdo quotidiano crediamo giustificare come nostro sentimento.

La disciplina di cui stiamo trattando rimanda imprescindibilmente al possesso di una capacità di realizzare una concentrazione del pensiero e della volontà e di presentire il Sacro come una realtà superiore dell’anima e del mondo.

La preghiera, tradizionalmente corta può essere semplificata ulteriormente (es: Figlio di Dio, salvami) o essere cortissima se si pronuncia soltanto il Nome. Se nella veglia o nel sonno un Messaggero vi offre la preghiera che per voi è stata formulata in Cielo, accoglietela con gratitudine e fissatela senza commenti impropri nella vostra interiorità.

Quanto dura una preghiera continua? Tutto sia molto semplice e sensato: fermatevi quando siete stanchi.

Non cercate posture mistico-ieratiche, non siete sul palcoscenico e la disciplina è interiore: l’elevazione che comporta suggerisce da sé la dignità del portamento.

Siate riposati e tranquilli: se seguite il ritmo respiratorio questo non può essere affannoso e concitato. Non sforzate in alcun modo sul respiro: se un inspiro e un espiro non bastano non modificate volontariamente il ritmo; usate piuttosto quattro fasi respiratorie.

Per chi può, esiste un veicolo più potente del respiro. Si tratta del ritmo cardiaco stesso. E’ difficile sentire il battito cardiaco: è più facile percepirlo in generale; poi, da qualsiasi zona venga percepito (in genere si tiene con le dita di una mano la vena pulsante sul polso dell’altra mano), con la pratica vi porta diritti al cuore.

Infine, conformemente all’indirizzo dato da Scaligero, se nel concentrarsi e nel meditare siete stati capaci di superare del tutto il supporto della parola e persino della forma, potreste sentire come più alto e puro uno stato di adorazione silenziosa che, quasi formandosi da sé, chiede soltanto d’essere alimentato con assoluta semplicità e silenzio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – NONA Lettera (Parte II)

Denderah

NONA LETTERA

Dicembre 1944

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

SATURNO

(Continuazione)

Possiamo ora volgere lo sguardo su Saturno in questa maniera: l’immensa sfera del Saturno del nostro sistema solare è il regno o la regione in cui dimorano gli Archetipi di tutte le formazioni animiche. Dietro questi Archetipi è celata la Volontà che proveniva dagli Spiriti della Volontà. Questa Volontà è il nucleo spirituale di ogni vita animica. Essa è l’essenza della vita animica umana allorché questa tende verso la perfezione. Questa Volontà essendosi separata dalla sua origine nell’Essere dei Troni, ed essendosi impiantata nell’individuo, giunse sotto la grande legge cosmica menzionata più sopra. Poi, essendo passato l’individuo attraverso i vari stadi del suo progresso verso la perfezione, l’originaria sostanza animica di Volontà si ritirò, ovvero si desquamò come una conchiglia e divenne sostanza fisica. Perciò, se guardiamo questa Volontà o l’attività di Saturno, dobbiamo distinguere tra i suoi rapporti col Mondo Animico; per esempio, il Mondo Animico dell’umanità e la sua influenza sulla sostanza fisica.

Vogliamo dapprima considerare come gli Archetipi del Mondo Animico – o Saturno – operano come Volontà nel Mondo Animico degli esseri umani. Essi operano in special modo nella sfera dell’umano volere, ma in questa sfera essi sono ancora in sonno profondo. Noi siamo pienamente svegli nel nostro pensare. Nel sentire ci siamo già maggiormente allontanati dalla chiara luce della nostra coscienza diurna: in essa noi sognamo. Quanto al volere, noi non possiamo affatto afferrarlo con la coscienza diurna, essendo esso un mare profondo di impulsi ignoti, di emozioni, brame e desideri. Questa incapacità della mente umana di penetrare queste profondità della vita animica umana ha portato a molti giudizi erronei sulla natura dell’essere umano. Se cerchiamo la controparte cosmica del regno dell’umano volere, giungiamo a Saturno. La particolare posizione di Saturno al tempo della discesa di un’anima umana nella vita terrena, è sempre un’immagine di quei profondi domini della Volontà. Esso può essere nella Costellazione del Leone o dei Pesci, può essere in congiunzione o in opposizione ad altri Pianeti, ma ovunque sia, esso rivela i segreti del volere della persona che ha rapporto con esso. Dobbiamo esser capaci di leggere il linguaggio di Saturno in quanto attraversa le dodici Costellazioni dello Zodiaco, e queste Lettere vennero scritte per dare una comprensione di questo linguaggio. Per esempio, se una persona è discesa nella vita terrena allorché Saturno era in Leone, possiamo allora prendere quel che è stato detto su questa Costellazione, e al tempo stesso ascoltare, per così dire, i profondi impulsi volitivi della persona in quesitone. Molti destini nella vita potrebbero venir corretti, se si facesse questo senza egoismo. Percepiremmo, allora, il compito superiore e il fine spirituale individuale della nostra vita sulla Terra.

Può essere il compito superiore e il più profondo impulso vitale di una tale persona sperimentare ed ascoltare la celata armonia cosmica di tutti gli esseri esistenti nel cuore dell’Universo, e portare questa “percezione cardiaca” in equilibrio con le forze della testa. Ciò può comportare una gigantesca lotta nella vita, ma sicuramente essa dovrà essere diversa in ogni caso individuale secondo il linguaggio degli altri Pianeti. Una quantità di posizioni di Saturno sono date nella Lettera Quinta e Sesta.

Saturno, comunque, nel cielo di nascita di un individuo può rivelare molto di più. In precedenza abbiamo menzionato il compito superiore dell’essere umano nella vita così come esso appare nell’immagine di Saturno, sebbene il compimento di questo compito sia sempre difficilmente completato entro il tempo breve di un’unica vita. Molte vite terrene od incarnazioni sono necessarie all’ “Io” umano per completare quel che è richiesto da esso, ed è Saturno che tesse il filo da un’incarnazione all’altra. Così, nell’immagine di Saturno, all’epoca della discesa di un’anima in un’incarnazione, appare non solo il più intimo còmpito o la vocazione dell’anima, ma anche il retroscena delle passate incarnazioni.

Saturno è, per così dire, non soltanto la “Stella” dell’anima al di sopra della porta della nascita, esso è presente nuovamente al momento della morte e raccoglie i frutti delle vite terrene degli individui. Alla porta della nascita esso distribuisce i còmpiti superiori della vita che sta di fronte; alla soglia della morte riunisce o raccoglie i frutti della vita che é trascorsa, siano essi buoni o cattivi, siano essi la realizzazione del còmpito della vita oppure un fallimento. Ed ora, entrando l’anima umana nel Mondo Spirituale, Saturno porta l’immagine, l’Archetipo dell’anima, di fronte ad essa come un continuo giudizio della caricatura ch’essa ha, più o meno, fatto di esso durante le passate vite sulla Terra. Poi, dopo un certo tempo, l’anima decide di discendere in una nuova vita sulla Terra, e adesso passa attraverso la porta della nascita: Saturno sta lì di nuovo e solleva l’Archetipo dell’anima con i nuovi aspetti e le risoluzioni che sono stati aggiunti ad esso durante la vita tra l’ultima morte e questa nuova nascita. Sicuramente molte persone, mentre vivono sulla Terra, non hanno alcuna coscienza di questa presenza di Saturno prima del momento della nascita, ma esso è attivo nell’organizzazione umana come ignote forze volitive nella profondità dell’anima.

Bacone

Un esempio renderà quest’aspetto di Saturno più chiaro. Francesco Bacone da Verulamio nacque il 22 gennaio 1561. Allora Saturno stava nella Costellazione del Toro. Questa posizione rivela il retroscena della sua precedente incarnazione. Ricordiamo quel che dicevamo sul Toro in precedenti Lettere. Esso è collegato con la possente Parola Creatrice, con la Parola Cosmica. Possiamo vedere dietro ad esso il regno degli Spiriti del Movimento il cui còmpito fu quello di creare a partire dal movimento interiore, o moto animico, il movimento esteriore: la molteplicità dell’apparire nel mondo fisico. Perciò, il Toro è una sfera nell’Universo dalla quale emanano grandi forze di movimento e di potenza.

Ciò è concentrato in Saturno. Esso indica che Francesco Bacone era stato una potente personalità nella sua vita precedente, che aveva il potere di compenetrare il mondo attorno a lui con moto interiore, una personalità che ebbe rapporto in modo speciale col mondo, cioè letteratura, scienza ecc. Questo Saturno aveva in opposizione Marte che stava in Scorpione. Ciò da a Saturno un’altra faccia. Abbiamo menzionato in Lettere precedenti che lo Scorpione una volta era l’Aquila, è collegato col declino del Pianeta Marte nell’Universo. Perciò, questa opposizione di Saturno e Marte indica un potente, persino brillante, dirigente di qualche nazione, tuttavia con una certa oscurità nel suo splendore, essendo in rapporto con le decadenti forze di Marte.

Saturno può persino diventare una guida nel trovare l’intervallo di tempo durante il quale quest’anima era nel Mondo Spirituale. Nel caso di Francesco Bacone, esso ci può riportare indietro al IX secolo d.C. come al tempo della sua ultima vita sulla Terra. Ciò viene confermato dalle indicazioni di Rudolf Steiner il quale, secondo conoscenza spirituale, rivelò che quest’anima fu incarnata al principio del IX secolo d.C. come un potente principe che fu collegato con la culminazione della civiltà araba.

In queste Lettere non abbiamo ancora raggiunto il punto in cui possiamo elaborare pienamente questo aspetto di Saturno, che riporta a precedenti vite sulla Terra, dal loro punto di vista qualitativo così come rispetto al tempo, ma volendo parlare della natura di Saturno dovevamo menzionare ciò.

Saturno è il grande storico dell’Universo, come lo chiama Rudolf Steiner. Esso è la grande memoria dell’Universo; perciò, qualsiasi cosa appartenga alla sfera della storia è compenetrato dall’attività di Saturno: la biografia spirituale dell’essere umano, il rapporto tra le generazioni, le storie delle nazioni, e persino la storia dell’Universo è viva nella memoria di Saturno. E’ realmente la Volontà di Dio che amana da questo Pianeta. Nel ricordare gli stadi passati di evoluzione nell’Universo e nell’umanità, esso riporta il presente indietro dal suo errante sentiero: al Sentiero del grande piano di evoluzione voluto da Dio, anche se esso conduce attraverso tragedie e catastrofi.

Così l’attività di Saturno, ovvero la sfera degli Archetipi del Mondo Animico, è evidente nel volere dell’anima umana. Può essere trovata pure nel mondo fisico questa attività che giunge in essere come Volontà allontanatasi dalla sua origine – gli Spiriti della Volontà – e divenne la regione degli Archetipi di ogni formazione animica. Abbiamo tentato di spiegare questo sviluppo più sopra, là dove abbiamo trovato che la creazione dell’individuo necessita il portare in essere delle “opere”.

Possiamo trovare la presenza di Saturno ovunque nel mondo fisico. Saturno deve essere la sua più intima essenza, poiché abbiamo trovato che l’originaria Volontà dei Troni venne condensata in calore fisico che più tardi divenne la base di ogni sostanza fisica. Ma la Volontà è in qualche modo celata nella sostanza fisica, non possiamo percepirla con i nostri sensi. Ora: molti dei nostri lettori hanno avuto l’esperienza di rocce assolutamente aride, per esempio in montagne elevate o su una spiaggia, ove nessuna pianta può vivere. Se ascoltiamo molto attentamente il linguaggio di una tale esistenza, abbiamo l’esperienza di una austera Volontà, assolutamente immobile, che sta al centro di un tale paesaggio, ma se rievochiamo una tale esperienza nella nostra memoria, essa rivela in special modo la sua potenza e la sua superiorità. Ciò non è soltanto un riflesso oggettivo nell’anima umana e, quindi, senza alcun significato o realtà. Essa ha una “realtà animica” e rivela l’origine dell’esistenza fisica nella Volontà derivata dai Troni. Ciò è evidente in special modo in aridi paesaggi rocciosi e, in realtà, è presente in qualsiasi cosa che abbia un’esistenza fisica, corporea. In questo fenomeno animico è il regno dell’attività di Saturno che stiamo affrontando.

Possiamo percepire questa Potenza di Volontà inerente nella sostanza fisica con le nostre facoltà animiche, perché nel nostro corpo fisico siamo in rapporto con essa. Nella natura la percepiamo specialmente in rapporto col regno minerale, che è come il duro scheletro dell’intero organismo della Terra. Ed avendo le forze di Saturno la loro più pura manifestazione in questo Regno, esse sono attive nel fondamento dinamico dello scheletro umano e animale.

Fondamentalmente, lo scheletro delinea il corpo fisico. Non possiamo immaginare che il corpo umano sarebbe simile a come è senza lo scheletro. Le configurazioni principali del corpo – testa, tronco e arti – sono accennate dallo scheletro e riempite di materia morbida. Questa potenza configurante, che porta dentro di sé l’idea Archetipica dell’esistenza umana sulla Terra, proviene dal Pianeta e dalla sfera di Saturno. Essa forma la testa, in special modo il cranio, cosicché appare essere un’immagine dell’Universo sferico sopra di noi. E’ come un seme che si è distaccato dall’Universo e che assomiglia ancora alla sua origine. Da questa testa l’organismo cresce in basso verso la Terra. Nella testa la sostanza morbida è racchiusa nel cranio, ma scendendo verso il basso troviamo che le ossa inferiori sono circondate da sostanza morbida.

La tendenza sferica del cranio è trasmutata in una tendenza irradiante che si orienta verso il centro della Terra. Nell’animale la direzione dello scheletro è più o meno orizzontale alla superficie della Terra. Nell’essere umano questa linea è verticale, in una posizione eretta. In questa tendenza fisiologica, a dirigere l’esistenza da quel che appare essere un’immagine dell’intero Universo e a ruotare nella posizione eretta nell’essere umano, è celata una gigantesca Potenza di Volontà. Essa lega l’umana esistenza all’Universo spirituale.

E’ l’espressione fisiologica della Volontà del Padre che libera l’essere umano come un seme del Cosmo, cosicché esso può crescere entro l’esistenza terrestre, per così dire come una pianta rovesciata al fine di realizzare un còmpito voluto da Dio. In tal modo, incontriamo l’attività di Saturno nella natura così come l’abbiamo incontrata nella nostra vita animica. Esso è il Guardiano della Soglia e conduce il nostro essere animico nell’esistenza fisica. Custodisce il filo che ci collega con la nostra origine spirituale, col nostro Archetipo, e così ci richiama dalla regione terrena al Mondo Spirituale nel momento della morte.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

FINALMENTE UNA BUONA NOTIZIA!

E’ di questi giorni la notizia arrivata dall’Argentina, che il nostro amico Veeraj (a sua volta con l’aiuto di ottimi amici), può annunciare la pubblicazione del Trattato del Pensiero Vivente, già terza opera di Massimo Scaligero tradotta in castigliano.

Vi ricordiamo che Veeraj, negli ultimi anni, ha già tradotto di Scaligero, L’uomo interiore ed Il manuale pratico della Meditazione.

Per quanto sia riuscito a capire, il Trattato del Pensiero Vivente è stata probabilmente l’opera più sofferta. E’ una impresa azzardata e titanica riportare in una lingua diversa non soltanto il senso ma ancor più il ritmo concentrato, anzi meditativo di questo scritto. A ciò si sono aggiunte alcune traversie editoriali e umane, tanto per rendere più tosto lo sforzo.

Ma ora è fatta: il testo (forse più importante) è ora a disposizione dei tanti amici di lingua spagnola che soprattutto seguono l’Archetipo.

Noi da Eco, talloniamo a ruota il glorioso mensile, non certo per emulazione ma perché desideriamo che notizie come questa, che ci riempie di gioia, abbiano il maggior risalto possibile, rumoreggino come superbi tuoni.

Poi ho fiducia che lo spirito di un simile libro incontri, per virtù propria, le anime disposte ad accogliere nell’intimo l’avventura che esso indica e che si avviva con la sua lettura.

Infine ringraziamo Veeraj ed i suoi amici di Mendoza, i Responsabili dell’Archetipo e F. Giovi. Essi ci hanno permesso queste righe e la nota introduttiva al “Tratado del Pensamiento Viviente”.

***

 Prólogo a la edición castellana
sobre el autor

A lo largo de mi no muy breve vida en contacto con la Ciencia del Espíritu, -me acuerdo que leí por primera vez “La Ciencia Oculta” de Rudolf Steiner recién en la adolescencia-  encontré pronto y por casualidad, en una librería, el voluminoso texto de un italiano, cosa que, en mi opinión de aquel entonces, ya no hablaba muy bien sobre el autor. Las pocas informaciones que luego conseguí confirmaban ulteriormente mi juicio: se trataba de un discípulo de Julius Évola*, del cual había tomado posturas incluso más “preocupantes”, en fin, un comediante de la Iniciación, productor de mamarrachos donde un cierto orientalismo andaba mezclado con las fantasías evolucionistas de Steiner… y cosas por el estilo.

        Por suerte ya era capaz de separar los juicios ajenos de la experiencia directa, así que puse mucho empeño en la lectura de “La Vía della volontà solare”. Una vez llegado, con dificultad, al 2do capítulo, a duras penas, y además con el obstáculo de un lenguaje insólito y arduo, tuve (mejor dicho me encandiló) la clara intuición de que el autor hablaba soportado por el rarísimo privilegio que tiene el que conoce de lo que habla por experiencia directa. 

Luego de haber conocido y buceado a lo largo y a lo ancho por el océano de las comunicaciones sobre lo suprasensible, había sacado la desoladora conclusión de que eran muy pocos aquellos que tenían algo que decir más allá del saber académico y de la ambigua obra de copiar y trascribir textos y doctrinas precedentes. Siempre estas repeticiones se revelaban, cada vez, inferiores a los originales.

¡Qué abundancia de chantas, estafadores, médiums y locos !

¡Aptos para todos los gustos de las almas ya predispuestas en continuar en los sueños, las fantasías, y la más absoluta credulidad frente a toda barbaridad que hablara de Espíritu!

        Bueno, seguimos: empecé a buscar todo lo que Scaligero había ya escrito, que en aquel entonces todavía no era mucho. Encontré “El Hombre Interior” y “El Tratado del Pensamiento Viviente”. Confieso, en forma de auto-reproche, que pese a la breve aunque estimulante introducción del autor, el segundo texto me resultó más parecido a un breve tratado filosófico que a una indicación práctica de un camino interior.

Tal que me sorprendí mucho cuando me di cuenta que Scaligero consideraba este libro como un texto de suma importancia. De hecho, lo hizo reimprimir dos veces  en un tiempo relativamente breve.

        Tomé conciencia de la importancia del Tratado muy lentamente, no con los tiempos del intelecto, sino más bien con el ritmo de las estaciones y del crecimiento del mundo vegetal.

Pero esto no fue una desgracia, sino un bien, ya que uno no incorpora realmente tamaño escrito mientras falte todavía una puntual profundidad adentro suyo, mientras dentro de uno no exista ya al menos una pizca de conciencia de lo que realmente somos, y, claro está, no aludo a algo trascendente, sino simplemente a un conocimiento de sí mismo realista y riguroso.

        A falta de eso, ¿cómo podríamos advertir el impacto dramático de las palabras iniciales del libro: “El Yo que el ser humano dice ser no puede ser el Yo…?”: o sea, la negación de uno mismo, echada en cara. Y eso sin al menos una educada advertencia para poder cobijar algo el alma, para tener algo suave, agradable y protector alrededor de nuestra más segura certeza.

        Sin embargo, que se trata de un texto poderoso, casi prepotente, se lo intuye  ya desde la tapa: debajo del título, en seguida, la afirmación inaceptable: “Una vía más allá de las filosofías occidentales, más allá del Yoga, más allá del Zen”.

        O sea, ¡más allá de todo! ¡Claro! …Bueno, entonces será la obra de un loco… sin embargo, créanme, Scaligero era el más sabio entre los seres humanos. Quizás no conocía el Yoga, el Zen… pero no, incluso esto no es cierto, ya que practicó profundamente y por décadas tanto el Yoga como el Zen.

        Entonces, ¿por qué no considerar la eventualidad de que en un momento crucial de su vida encontró el secreto de los secretos, lo que todos buscan o aparentan buscar?

        Una individualidad excepcional que, tras haberlo experimentado todo, experimenta algo que nunca fue pensado ni experimentado. En comparación al cual el Yoga e incluso el Zen son cosas de adolescentes.

        Que quede claro, no se trata de creerlo, sino de leer. Y leer no es suficiente: hay que pensar los pensamientos, “descongelarlos” y liberarlos de las páginas escritas para volverlos propio pensamiento: algo para nada fácil, ya que en el Tratado forma y contenido coinciden a la perfección. El Tratado es una disciplina vertical, totalmente desprovista de cómodos puntos de agarre.

        Es difícil que la escalada tenga éxito al primer intento. Por lo que entiendo, teóricamente es posible, pero en la práctica nadie tiene la lucidez, la constancia y el valor para alcanzar inmediatamente la cumbre.

        Son necesarios la fuerza que se irá adquiriendo a lo largo de la obra, y  el pensamiento “querido” (y no simplemente pensado) que se irá formando más allá del sueño que, pasivamente soñando, confundimos con la realidad.

        Es necesario un tipo de conocer que nunca fue conocido, y que, si fuese conocido, no sería el saber hacia el cual apunta la obra de Scaligero. ¿Un conocer desconocido? Ya a partir de estas simples palabras, con las cuales no estoy jugando, podrán advertir cuán “peligrosa” puede ser la aventura que las páginas siguientes les presentan.

        ¡No! El Tratado no es idealismo filosófico, más bien lo llamaría un poderoso texto de Magia, de la cual nace y destella el Fulgor que derrotó al mundo.

        Por otro lado el Tratado no muerde, pueden no leerlo, o incluso leerlo como se lee un diario: así resultará totalmente incomprensible y su vida de ensueño podrá seguir tranquila.

Franco Giovi

ANNUNCI, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – SETTEMBRE 2014

san-michele

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 67

Socialità
L.I. Elliot Il pensiero deterrente

Poesia
F. Di Lieto Argonauti

Animalia
T. Diluvi Nel rispetto del tonno

AcCORdo
M. Scaligero La segreta armonia angelica

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Evoluzione e Tradizione

Letteratura
M. La Floresta Onofri

FiloSophia
F. Giovi A Giordano Bruno, guerriero dellʼIo

Personaggi
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Inviato speciale
A. di Furia Ha senso parlare di protesta o di rivoluzione?

Spiritualità
R. Steiner La conoscenza dello Spirito, fonte suprema…

I Maestri
M. Lombroni Il problema è tutto qui

Economia
Grifo Il Leviatano della Finanza

Antroposofia
R. Steiner Dellʼarte oratoria

Pubblicazioni
M. Scaligero Tratado del pensamiento viviente (F. Giovi)

Costume
Il cronista Sonde

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
A.A. Fierro, D. Scialfa Cipro: una foglia di quercia dorata

Arretrati

Link

Archivio a-Z

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 4 MARZO 1978

Massimo Scaligero

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04.03.78

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

*

“Le divinazioni e gli auspici in rapporto all’interiorità dell’uomo: le loro legittimità.”

Prevedere-futuro

Noi non ci dobbiamo preoccupare dell’avvenire, perché l’avvenire lo creiamo, e se qualcuno ci indovina, che uscendo di qui, e passando per Via Cavallotti, ci cade una trave in testa, che facciamo? Non ci passiamo? E allora quella ci aspetta. E noi ci passiamo: ma allora tanto vale non saperlo.

E quindi dove troviamo indovini che ci predicono… cerchiamo di essere un po’ sagaci, non abbiamo proprio bisogno di prevedere niente.

Altro è, per esempio, che noi sappiamo certe linee, conosciamo certe linee dell’evoluzione, per cui sappiamo che cosa avviene in una determinata epoca, se certe condizioni interiori vengono o non vengono osservate. Questo è importante, sì.

Possiamo anche essere depositari di certe profezie, ma tutto questo funziona soltanto secondo uno spirito sagace che non se ne serve per fare il furbo con il destino, perché se un saggio sa che passando per Via Ciceruacchio gli cade il mattone in testa ci passa, e si fa cadere il mattone in testa.

D’altra parte ci possono essere anche degli… non dico Iniziati, ma illuminati che riescono a vedere qualche cosa del futuro.

Se sono veramente saggi tacciono. Se invece cominciano a fare mostra della loro bravura forse sono degli imbroglioni. Oppure può darsi che una volta indovinano e un’altra no, e qui siamo già su un piano che non è molto serio. Comunque l’argomento è interessante da un altro punto di vista, perché noi possiamo veramente prevedere il futuro, ma in quanto siamo capaci anche di ritornare indietro nel tempo, e allora questa veramente è un’esperienza di autocoscienza in senso superiore, che però non ci serve per fare gli astuti con il destino.

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L’uomo da sempre è un dio con la preghiera e con il rito. Così dice il vangelo, così conferma il miracolo. Perché ora dici: “E’ il pensiero”? Il messaggio che il Christo ci ha dato è: “Ama il prossimo tuo come te stesso.” Perché tu dici che il Christo è  portatore dell’Io? – Non lo dico io – Perché Teosofia e non Teologia? E su quale posso realmente dire: “Io credo in Gesù”? E su quale delle due posso realmente dire: “Io credo”?

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Dunque… l’uomo è un dio… La differenza tra il Buddha e un uomo qualsiasi è questa: che il Buddha sa di essere il Buddha, e l’uomo qualsiasi non lo sa, e quindi patisce. Così l’uomo da sempre è un dio con la preghiera e con il rito. Però i tempi son cambiati e, salvo San Gennaro e Padre Severino, oppure Padre Igino, perché Padre Pio è morto, è sempre morto… – la preghiera voi sapete che non l’abbiamo mai fatta mancare nelle nostre operazioni e che noi crediamo al miracolo, però… : il pensiero… Senza pensiero non facciamo niente. E qui non sto a rifare tutta la storia, perché ne abbiamo scritte di cose sul pensiero.

Tuttavia i guai di questo tempo io credo di poterli riassumere in una sola situazione, che è terribilmente semplice, come l’uovo di Colombo: che gli uomini credono che il cervello pensa, e anche quando non lo credono si comportano come se ci credessero, per cui se da questo cervello che pensa viene il materialismo, coloro che credono di combatterlo sono materialisti di un altro colore, e si azzuffano tra loro perché sono da una parte e sono dall’altra, ma tutt’e due son materialisti, e non si esce se non si riesce a capire questo errore tragico: che da una parte è… proprio si può dire la sintesi del fondamento di tutta una dottrina, e che noi dobbiamo dire che in questo senso è la più coerente e la più rispettabile perché almeno è… lo dice, che ha questo fondamento. Mentre quegli altri che parlano di Spirito, di superamento del materialismo, di moralità superiore, sono nella stessa situazione, soltanto che hanno un linguaggio diverso, l’unica cosa che li differenzia è un sentimento diverso.

Perché stiamo dicendo questo? Questa domanda del nostro potentissimo… anzi ultrapotente, è simpaticissima perchè ci fa riassumere tutto. Perché?

Perché una volta la situazione dell’uomo non era questa, quindi c’era un uomo il quale aveva il cervello… pero’ certi cervelloni… Però intorno a questo cervello c’erano delle anime che erano capaci di guardare senza cervello… ahi, che ho detto!… guardare indipendentemente dal cervello: e che perciò avevano delle grandi intuizioni. Per esempio se noi prendiamo i pensatori greci, perché erano grandi? Perché avevano ancora una struttura eterica del pensiero indipendente dalla cerebralità. Infatti sono tutti dei grandi intuitivi.

Tutto questo noi, sappiamo che è così, lo possiamo apprendere dalla Scienza dello Spirito, però coloro che fanno esperienze di pensiero lo sperimentano questo, perché sanno che ci sono dei momenti in cui si è liberi dalla cerebralità e si penetra in certe realtà in una forma obbiettiva, precisa, determinata; altri momenti in cui si è nella cerebralità e si è tanto intelligenti, tanto logici ma d’una ottusità allarmante, per chi già sa come stanno le cose naturalmente, allarmante perché l’ottuso di natura è tutto, ha lì tutto il suo mondo, però uno che fa esperienza di pensiero sa benissimo che tutta l’anima dipende dal fatto che la coscienza è cerebrale. E quindi si può essere teologi secondo San Giovanni della Croce, perché quasi tutta la teologia mistica è fondata sulle intuizioni e le visioni di San Giovanni della Croce; si può essere formidabilmente religiosi, amici della preghiera, del miracolo, di tutte le forme della devozione rituale, ecc., e tuttavia il pensiero condizionato dalla cerebralità è tutta una retorica, perché quella teologia è una chiacchiera e non ti fa fare niente oltre il limite dialettico cerebrale: non c’è nessun contatto col sovrasensibile, e il minimo contatto che ci può essere è un contatto sentimentale oppure di teologia esaltata. La religione si trova a questo punto, e dobbiamo riconoscerlo se no non usciamo dai guai, perché bisogna che veramente una certa corrente, una minoranza umana compia il passo oltre la prigione, il carcere cerebrale.

E’ veramente un carcere perché c’è una filosofia, e quando noi diciamo filosofia qui ci mettiamo tutti i filosofi, perché?: “Ah, c’è Hegel!”. Sì, ma l’idealismo che cosa ha fatto per impedire che nascesse il materialismo? Non ha fatto niente. Ha semplicemente chiacchierato, ma non c’è niente che noi, pescando nell’idealismo troviamo come un metodo per superare il materialismo. Per poter compiere quest’ impresa abbiamo dovuto trovare uno yoga superiore, che poi era un pensiero occidentale, dopodiché abbiamo riconosciuto lo Steiner, colui che portava il messaggio del pensiero vivente e ci indicava la Via di Michele, e quindi la redenzione del pensiero. E se uno ama la religione deve redimere il pensiero, perché senza il santo pensiero non si può percorrere la via della santità.

Quindi, questa è la vera Theosophia, perché la vera, la sana esperienza del pensiero ci porta a percepire la zona in cui ciò che ci dà le basi della coscienza affonda nel Divino, e questa comincia ad essere la vera esperienza religiosa. E se non c’è questo non si può più parlare di religione se non in termini sentimentalistici, retorici, che sono ancora buoni per un certo livello umano che ha bisogno ancora di pastore, è al livello del gregge, quindi ha bisogno del pastore, ma guai se il pastore è il lupo camuffato da pastore, e questo pericolo c’è, anzi. Quindi è un ripiego: perché il gregge possa un giorno essere condotto a una esperienza dello Spirito occorrono delle Guide spirituali, ossia occorrono degli esseri che abbiano superato questo carcere della cerebralità.

Quindi l’amare il prossimo… “Ama il prossimo tuo come te stesso” è bellissimo, è veramente una formula meravigliosa; però uno può anche dire “E’ bellissimo, io voglio fare questo” dopodiché finisce tutto lì perché appena passa per Via Cavallotti incontra uno che je pesta il piede… : “Ahò, beh?!?” e lo vorrebbe uccidere, oppure arriva quello delle tasse… addio “Ama il prossimo tuo come te stesso”, perché che cosa è questo? E’ un sentimento e questo sentimento bisognerebbe tradurlo in una idea, questa idea in una forza, questa forza deve caricarsi di volontà e allora diventa potente come un istinto. Se diventa potente come un istinto allora avrete Madre Teresa di Calcutta, la citatissima, perché… le siamo molto grati perché ci abbiamo un esempio a cui ricorrere continuamente. Dove la piglia la forza di volontà questo essere? E’ eccezionale perché non conosce certamente la Via del Pensiero ma la forza ce l’ha, ma noi conosciamo l’origine di questa forza. E’ la stessa forza che in altri agisce negativamente come potenza d’istinto. Infatti gli uomini quando sono fatti forti degli istinti sono formidabili, perché non è la forza loro, non è la forza della volontà, è la forza dell’animalità istintiva. Ora, quando la nostra volontà, liberata dalla cerebralità riesce ad avere la stessa forza nell’amare il prossimo come te stesso allora realizziamo il Christo. Ma vedete che si tratta di superare sempre quel limite. Quindi mi pare di aver risposto al potentissimo amico.

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Qui ci avremmo una domanda del Filarcante, uno che firma il “Filarcante”. Dice “Intesa sull’orientamento verso la cultura, un nuovo Platone, tanto per intenderci, vorrei sapere: questo nuovo Platonismo si continua in quello che sfociò alla fine del secolo 16° nel chiaro bruno di Nero Giordano”, ah, il Giordano Bruno. Sic sunt bona nostra!

E questo va benissimo, perché prelude qualche cosa che noi dovremmo realizzare un giorno mediante la Tripartizione.

Questo ci rimanda a quella meravigliosa immagine mediante cui il Christo indica – non solo instaura la Eucarestia,  ma indica – il vero senso della liberazione dell’uomo. Ma siccome qui c’è una domanda che mi porta proprio a quest’argomento, la prendo subito, e dice:

“Il pensiero liberato come memoria del Logos”

schiavi ai lavori forzati -

Ecco, avevamo parlato appunto del pensiero celebrale che non è libero, perché determinato dai dinamismi cerebrali, quindi la lotta è lunga.

Ora quando il Christo istituisce la Eucarestia dice “Fate questo in memoria di me”, ricordate chi sono Io: ma questa memoria è una memoria cosmica, ossia, ricordate che sono l’origine del Sole, l’origine della Terra, l’origine di tutto ciò che della Terra è solare; e poi nella coppa, dà la bevanda che il nuovo patto…

Però tutto questo ci rimanda a quello che Lui dice, con cui risponde alla tentazione di Arimane, quando parla del pane. A quella tentazione il Christo risponde dicendo: “Non si vive di solo pane”. E lì il Vangelo dice che dopo, Arimane si allontanò, ma per poco tempo;  qui abbiamo il commento del Dottore che dice: “Sì, perché?”

Perché c’era una sostanza arimanica, che è il metallo della terra, che avrebbe agito in Giuda perché i trenta danari erano argento. I metalli argento e oro sono metalli arimanici.

E finché il pane si paga con metallo arimanico, quel pane non dà nutrimento spirituale, invece Lui lo dà come qualche cosa che non soggiace ad Arimane, questo nutrimento.

Ora pensate alla Tripartizione, in cui c’è un’idea luminosa, che farà – se le cose andranno bene, fortuna dell’avvenire – che il lavoro non deve essere pagato, che uno non deve lavorare per vivere, perché il lavoro non è comprabile, e quindi il pane non deve soggiacere al danaro; ossia il pane è il frutto della terra, ossia il frutto dell’ antico Sole, e quindi viene, è il Corpo del Christo,  infatti ecco l’Eucarestia, che è questa.

Però finché Arimane domina il pane mediante il danaro, quel pane non può aiutare l’uomo.

E’ quindi l’idea luminosa, … che però bisogna andare cauti a dirlo, perché sennò ti pigliano per pazzo, e già è avvenuto che dicessero “queste sono utopie…”, ma realmente se si vuole uscire da questo carcere di cui dicevamo,  si deve capire che il lavoro non può essere comprato: il lavoro non è merce,  e che bisogna liberare il pane dal metallo arimanico, e allora finalmente avremo via libera verso il Logos.

E questo pensiero liberato, che cosa è, se non quello di cui dicevamo prima,  che è il pensiero che supera il limite celebrale.

Il limite celebrale è un limite arimanico.

Noi sappiamo benissimo che l’uomo è dominato nel pensiero dalle potenze arimaniche e luciferiche, e che rari sono gli esseri che non vengono dominati così.

Coloro che conoscono la meditazione sanno che sforzo doloroso devono compiere per aver un pensiero che non sia dominato dai due, perché quotidianamente noi dobbiamo pensare secondo un condizionamento.

E siccome per l’umanità attuale c’è il pericolo – dal punto di vista arimanico – che l’uomo cominci ad avere un pensiero autonomo, Arimane ha fatto un grande giuoco col distruggere l’economia terrestre, in modo da arrivare a una preoccupazione continua in tutta la Terra per la vita, per il sostentamento quotidiano, in modo che l’uomo non abbia più tempo da pensare alle cose dello spirito, e quindi la preoccupazione per l’esistenza – il mezzo diventa il fine – e in questo c’è riuscito: perché Arimane sa benissimo che se degli esseri possono esseri indipendenti da questo, hanno la sagacia di usare bene il loro tempo, ossia la sagacia di dedicare il tempo alla meditazione, che diventa sempre più difficile, perché il tempo ci viene invaso dalla serie degli incidenti del giorno.

Quindi questa lotta sarà vinta dai portatori del Logos Solare, quindi “Portae inferi non praevalebunt”. Tuttavia bisogna guadagnarselo, con volontà decisa, e con coraggiosa insistenza nel giusto atteggiamento.

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E adesso….

”Io mi sento nel sentire, come è possibile volersi nel volere, onde realizzare il Christo in me?”

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La chiave è sempre il pensiero.

E poi dobbiamo ricordare la tecnica che è suggerita dal Dottore.

Nel pensare si può dire che noi ci dobbiamo mettere fuori del pensare.

Infatti l’esercizio della concentrazione ci porta ad obiettivare il pensiero, e dobbiamo insistere a lungo proprio per poter vedere il pensiero come un ente dal quale siamo indipendenti, un ente che ci dà l’esperienza dell’identità dell’Io, perché finalmente l’Io, piuttosto che essere riflesso dalle sensazioni fisiche, per cui siamo continuamente alla mercé di tutto quello che fisicamente accade, viene riflesso dalla corrente eterica del pensiero.

E lì noi abbiamo la prima immagine dell’Io.

Avuta questa immagine, l’Io ha una indipendenza, consegue una indipendenza, per cui vede le entità del pensiero obiettive, fuori, e gli esseri che portano il pensiero, sia degli spiriti elementari sia cosmico, sono delle entità da cui l’uomo si distingue, quindi c’è proprio un distacco dell’Io dal pensiero.

Diversa è l’esperienza del sentire: nel sentire dobbiamo sentirci dentro.

Se siamo capaci di questa indipendenza dal pensiero, noi possiamo avere la vera esperienza del sentire entro il sentire: bisogna tuffarsi nel sentire, come qualcuno che si tuffa nell’acqua, però sa nuotare, oppure come un pesce: perché il sentire è simboleggiato dalle acque, e nelle acque il pesce si trova molto bene, perché non è afferrato dalle acque, scivola nelle acque, non è prigioniero dell’acqua il pesce, ma è libero, guizza dove vuole, non solo, ma… si potrebbero dire diverse altre cose.

Comunque entro il sentire.

Allora noi ci sentiamo in una zona in cui agisce il Logos, perché questa domanda dell’amico che parlava del Christo ci rimanda veramente a questa esperienza del sentire, che non può venire se non c’è liberazione del pensiero.

Quindi difficile farlo capire a coloro che non conoscono la Scienza dello Spirito, perché altrimenti si sperimenta un sentire inevitabilmente luciferico, soggettivo, chiuso dentro di noi, che può anche avere esaltazioni, quelle esaltazioni sono veramente retoriche, tant’è vero che la Chiesa per secoli ha sempre temuto in certi mistici simili esaltazioni, e giustamente! Si può avere invece l’esperienza mirabile del sentire come il sentire del Logos, allora si comincia ad avere una sintesi di pensare e sentire, questa è la Via di Michele.

Infatti entusiasmo per il pensiero puro è il vero sentire.

Per il volere, invece, le cose sono diverse: si tratta di sentirsi al di sopra del volere, come uno che sentisse al di sotto di sé un cavallo. Entro… dunque…: dinanzi al pensiero, entro il sentire, al di sopra del volere; come se il volere fosse una forza che noi vediamo scorrere nelle membra, nel sistema di ricambio.

Naturalmente tutto questo deve essere tradotto in immagine pertinente, non è niente di astratto, risponde veramente ad una configurazione occulta dell’esperienza. Se noi ci identifichiamo con il volere in altre zone dell’essere, questo è provvisorio; anche nella testa ci possiamo… se noi, per esempio, sentiamo il punto in cui nasce il pensiero e sentiamo veramente scaturire il pensiero, è un’esperienza abbastanza lucida e viva, e direi… benefica. In quel momento c’è una corrente del volere ma tende a scendere in basso e lo stesso può avvenire anche nel cuore.

E l’esperienza, invece, del volere, autentica, è qualche cosa che ci porta a vederlo come un sostegno di tutta la vita, della vita, alla stessa maniera che gli arti sostengono, sì, gli arti, ma specialmente gli arti inferiori, sostengono tutto il corpo.

Il tronco non ha nessuna partecipazione a questo e il volere bisogna sentirlo come una corrente indipendente dal tronco. Il tronco deve riposare, perché è il punto in cui operano le forze della Buddhi, ossia del Sentire Superiore, quindi del Logos, e deve essere lasciata una grande quiete a questa zona, perché le potenze del volere possano essere al massimo dinamiche, e allora questo volere ci aiuta, ma noi dobbiamo aggiungere che giovarsi di questo volere, implica dei doveri interiori precisi, perché siccome dà una grande forza, bisogna poi questa forza usarla saggiamente, altrimenti… basta un uso irregolare di questa forza e non solo sparisce l’esperienza ma avvengono cose piuttosto pesanti.

Quando questa corrente della volontà è in accordo con l’Io, quindi con il pensare e il sentire, allora veramente si può sentire l’ Io Superiore, l’Io in se stessi e questo è come dire: “Non Io, ma il Cristo in me”. Credo che non ci sia da aggiungere altro perché il tema è piuttosto delicato.

E adesso vediamo di concludere con una…

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 “Ci avviciniamo alla Pasqua, ora come non mai, in questi terribili giorni di tenebra dell’umanità, la nostra comunità spirituale dovrebbe meditare sulla discesa della sostanza del Sovrano Amore nei cuori degli uomini e nel cuore della terra. Perciò è importante riaccendere in noi, con il potere sacrificale della parola ispirata dalla diretta esperienza il ricordo del Sacro Evento, così che ne possiamo effettivamente essere degni.”

vegetaura

 (Marina Sagramora – Vegetaura)

Sì, l’evento della Pasqua si prepara anche con un mutamento nella vita della natura, con un irrompere delle forze vitali della natura, che per questo devono servirsi di spiriti elementari superiori e di spiriti elementari inferiori.

In questo processo, le entità luciferiche e le entità arimaniche tendono ad afferrare l’uomo: le entità luciferiche mediante la respirazione, le entità arimaniche mediante la sollecitazione di tutti i processi minerali che dal profondo vengono mossi dalle radici delle piante. E quindi c’è un processo che noi possiamo chiamare minerale-calcareo mediante il quale le potenze arimaniche superano diaframmi e dal profondo della terra tendono ad elevarsi verso l’uomo, per il fatto che nelle piante avviene un trapasso di queste forze e poi l’uomo ne viene assediato e quasi reso ottuso, per il fatto che la gioia vitale della primavera lo rende ottuso.

Ecco, questa è un’ osservazione che possiamo ricollegare col fatto che l’uomo è diventato un essere cerebrale e che quindi quando sente gioia, è difficile che sia una gioia dello Spirito, è una gioia animale. Quindi tutto quello che viene come vitalità della primavera è preventivamente afferrato da queste potenze.

Nella primavera le entità luciferiche e arimaniche sono congiunte per distruggere l’uomo e per un certo periodo ci riescono, è un periodo pericoloso. Ci riescono… ah, l’uomo è difficile che se ne accorga però… se segue bene se stesso se ne accorge. E specialmente coloro che hanno una vita interiore ritmica si accorgono che prima della Pasqua c’è una lotta per mantenere l’Io indipendente dai processi vitali della primavera.

Bisognerebbe andare in campagna e avere un’esperienza pura della nascita, dello sbocciare delle gemme, dell’aprirsi dei fiori, e superare l’elemento animale ed estetico anche – perché estetico/sensuale – per poter afferrare ciò che di cristico c’è nelle forze della primavera. Ossia sono forze di nascita che però, qui questa poesia della primavera la cogliamo in un fatto esteriore, però dobbiamo anche pensare che ci sono forze che si imprigionano nelle forme delle piante per dare questa vita, quindi c’è un sacrificio.

Questo sacrificio però deve essere seguito dall’uomo, e l’uomo deve sentire la poesia di questo sacrificio e nella contemplazione pura dei processi di rinascita della natura, a cui non deve essere estraneo il pensiero dell’autunno – perché tutto questo deve essere sentito ritmicamente – con questo l’uomo redime, si rende indipendente dalle aggressioni luciferico-arimaniche, che si può dire che questo è il periodo dell’anno in cui queste entità hanno la speranza di distruggere l’uomo.

Voi potete dire: ma che se ne fanno se l’uomo è distrutto? No, perché loro pensano di incamerarlo, Lucifero, in una zona in cui lui vive spiritualmente e Arimane nella terra. Tutto questo a un certo punto viene… subisce un colpo di scena: nella Settimana Santa si acuisce la tensione, però coloro che meditano possono anche sentire la vita del Graal e prepararsi… preparare l’anima al Venerdì Santo e riconoscere la storia di Parzifal. E se arrivano a quella settimana con animo desto, allora l’evento della Pasqua ridà ad essi la forza, ridà l’elemento magico-solare di cui hanno bisogno. Naturalmente noi ci riserviamo di parlare di questo quando l’evento è più vicino, in maniera da poter dire qualche cosa di più pertinente riguardo alla Resurrezione.

In questo evento della Pasqua noi abbiamo l’occasione di collegarci con quello che di vivente oltre i processi luciferici  e arimanici è nella natura, però dobbiamo essere persuasi che non si tratta di niente di vitale, e di fisico: si tratta di processi assolutamente interiori che però, nelle fioriture, nel verde, nel verde tenero della pianta, nell’irrompere della vegetazione ha un simbolo; ed è difficile liberare questo simbolo dalla retorica estetica e dal piacere vitale. E’ qualche cosa di più sottile, di più radicale che ci rende capaci di sentire, nella primavera, la forza della Pasqua. Il pensiero della morte e della Risurrezione ci aiuta a sentire il valore vero della primavera. E questo lo possiamo fare fin d’oggi, qualcuno si può anche giovare, per esempio, della descrizione della Emmerich.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

UN GIOVANOTTO ESEMPLARE

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Attila (detto Etzel nella canzone dei Nibelunghi) è, storicamente una figura misteriosa. Vediamo di seguirlo con l’aiuto del Dottore.

Già le rappresentazioni storiche sono contraddittorie: le saghe e le epopee di popoli diversi danno di Attila una visione che contrasta col terrore con cui viene ricordato nel sud dell’Europa. Infatti presso i Germani e gli Ungheresi (per non parlare di Prisco, ambasciatore bizantino che lo conobbe) Attila viene descritto come un nobile eroe, un grande re, degno di sposare la vedova del sommo Sigfrido e chiamato a compiere un’alta missione per l’umanità.

Nei paesi meridionali invece e ancora oggi la parola “Unni” è sinonimo dei più inumani, spietati distruttori. Attila è il mostro orrendo del genere umano, la crudeltà e la barbarie fatta carne.

Veniva detto che gli Unni passavano la vita sul dorso dei cavalli: giorno e notte, staccati dal suolo e in moto quasi perpetuo. Pare anche che non possedessero leggi o ordinamenti, né scritti né orali e tuttavia nella loro azione, nel combattimento regnava una perfetta unità, un “disegno” impercepibile, simile a quello che guida gli uccelli migratori.

La scienza dello spirito ci dice che essi non avevano una coscienza diurna troppo dissimile da quella notturna e, non mettendo piede in terra, era come se vivessero nei moti dell’aria e con una possente organizzazione istintiva che nessun altro esercito poteva contrastare.

Gli Unni rubavano, massacravano, sterminavano: la sola notizia del loro giungere diffondeva una paralisi di terrore negli animi: così si moriva prima di morire.

Steiner li caratterizza dicendo che erano avanzi atlantidei: senza ordinamenti né leggi poiché ancora immersi in una coscienza chiaroveggente, quasi identica di giorno e di notte, non delimitata. La possibilità di operare con gli spiriti della natura cavalcava insieme all’ignoranza del senso del dolore e persino la morte fisica era per essi diversa da ciò che intendiamo comunemente.

Gli altri uomini avevano subito una grande trasformazione dall’epoca atlantica al IV e V secolo dc, mentre gli Unni, rimasti in parte nella coscienza atlantica (quindi luciferizzati) erano come una sorta di corpo estraneo per la restante umanità.

Tutte le leggende sugli Unni e su Attila confermano l’indole atlantica di questo popolo: in tempi assai remoti viveva nel centro dell’Asia una meravigliosa regina di nome Eneh. Essa aveva due figli: Hunor e Magyar (dunque capostipiti di due popoli: gli Ungheresi e gli Unni).

I due fratelli, appassionati cacciatori – così racconta la storia – inseguirono un cervo meraviglioso, sino ad un paese “ove il sole non tramontava più ad Occidente ma a Oriente”. Smarrito il cervo, trovano un boschetto dove due figlie di re imparano a diventare fate. I fratelli rapiscono le fanciulle e successivamente le sposano. Il luogo dove avvenne il rapimento divenne la seconda patria degli Unni: l’Ungheria, la grande pianura tra gli Urali del Sud e il mar Caspio.

Qui essi svolsero la loro vita nomade ma nel IV secolo questo immenso paese non basta ed iniziarono le scorrerie verso Occidente: questi primi urti spingono a loro volta, verso Occidente, popoli germanici e slavi: è fatto storicamente riconosciuto che la migrazione dei popoli fu iniziata dagli Unni ed ebbe termine con gli Ungheresi, loro popolo fratello, sul finire del IX secolo.

Rudolf Steiner parla dello sfondo spirituale di questa migrazione di popoli. Egli dice che essa fu inserita nella storia dell’umanità a causa del romanesimo che erigeva un carattere mondiale di uniformità, nemico dell’Io. Questa tendenza arimanica divenne pericolosa quando l’Impero iniziò a trasformare l’impulso cristiano in organismo esteriore.

Molto era già compiuto in questa direzione: gli gnostici erano stati sterminati, così i Manichei in Oriente: a Roma i superstiti venivano perseguitati orrendamente: nato fin d’allora, il concetto di eresia uccideva i più alti e nobili impulsi spirituali dell’umanità.

Secondo il disegno spirituale del mondo, la migrazione doveva combattere la base arimanica del decadente potere romano.

A mio parere è impossibile stabilire se gli Unni avessero consapevolezza della loro missione, però le leggende narrano che i sacerdoti avessero indicato, con precisione, che un grande re sarebbe sorto ed avrebbe avuto tra le mani “la spada di Dio” e la considerazione tra le genti come “flagello”.

Sappiamo che Attila fu consapevole del suo compito e per suo mezzo anche il popolo unno: ciò appare nella obbiettiva relazione di Prisco, ambasciatore bizantino. Secondo la scienza dello spirito, Attila possedeva una iniziazione atlantica che lo aveva dotato di forze e capacità occulte, così che i contemporanei vedessero in lui non solo un re e condottiero ma anche un mago. La leggenda racconta che il suo sguardo e la sua spada – la spada di Dio – sempre tenuta in mano, erano sufficienti per morire all’istante.

Si ritiene che Attila fosse nato in riva al Volga (Athlys). Il punto di partenza delle sue imprese fu l’odierna Ungheria che divenne la sede principale del suo regno che si estese dalla Scandinavia al Mar Nero. Divenne re nel 435.

La disciplina di iniziato, delle cui manifestazioni esteriori ci informa ancora Prisco, lo differenziavano molto dal carattere generale del suo popolo. Attila dominava costantemente la focosità, l’impulsività: i suoi tratti non si atteggiavano mai né al riso né al pianto: taciturno e impassibile, la disciplina esaltava queste sue qualità. Era immune da ogni sfarzo, indossava una semplice veste nera e beveva da rozzi recipienti di legno.

Sin dalla gioventù, Attila venne riconosciuto dal popolo come il predestinato e la missione del popolo unno era totalmente congiunta alla sua individualità. Convinzione fortissima e tale che nonostante avesse figli carnali, non vi sarebbe stato alcun successore e persino che, alla sua morte, sarebbe perito tutto il suo popolo.

Tale convincimento era diffuso in tutte le classi del popolo: Prisco ne parla nella sua sobria esposizione: Attila, come Wotan in attesa del Crepuscolo degli Dei, guardava giornalmente e consapevolmente la morte, sapendo che, adempiuta la missione, tutta la sua comunità sarebbe passata per l’annientamento.

La leggenda ungherese narra di un giovane toro ferito ad una zampa. Il pastore esamina allora il luogo dell’incidente e vede una punta di spada sporgente dalla terra: tra fuoco e fiamme questa spada cresce fulmineamente fuori dalla terra. Viene subito portata ad Attila. Questi traccia con la spada quattro segni nell’aria nella direzione dei venti e così si unisce con le correnti aeree per conseguire il futuro dominio sul mondo.

La storia, in (raro) accordo con la leggenda, conferma il fatto che Attila intraprende il compito di essere il flagello di Dio soltanto dopo aver trionfato su se stesso. Dovette sciogliere i legami affettivi più importanti: con Honoria, figlia dell’imperatore romano, col proprio fratello maggiore Buda (fondatore della futura capitale ungherese Buda-pest) e con Ezio, l’amico più intimo e profondo. Così strappò dal suo cuore amore, gratitudine e fedeltà: così poté intraprendere la sua missione.

E’ ancora fatto storico che Attila fu riconosciuto e considerato dalla maggioranza dei popoli germanici. Accanto agli Unni, le sue schiere furono colmate da numerosi Germani. Il fatto storico fu adombrato nelle epopee in cui si narra del matrimonio di Attila con Crimilde, come ho citato all’inizio.

Attila passò di vittoria in vittoria. Roma, quando se ne accorse, raccolse tutte le sue forze per fermare la sua avanzata con le truppe guidate da Ezio, l’amico di gioventù tradito. La battaglia decisiva fu combattuta nella attuale Francia, sui campi Catalauni sul fiume Marna (là dove, nell’autunno del 1914 ebbe luogo lo scontro tra l’Intesa e le Potenze centrali).

Sui campi Catalauni avvenne una delle più spaventose battaglie della storia mondiale: l’esercito romano fu sterminato e quello unno fortemente indebolito. Fu chiamata “la battaglia dei morti”.

Attila tornò in patria a raccogliere nuove schiere e ben presto marciò verso Roma per giungere alla vittoria finale.

L’esercito romano non esisteva più: fu comandato ad Ezio di riformare un nuovo esercito, ma con chi? Infatti Ezio rifiutò l’incarico.

Nel momento della estrema disperazione, il vescovo di Roma, Leone il Grande, mise a disposizione la propria vita e si offerse di andare da Attila insieme a due inermi compagni per chiedere la grazia…e la storia si vela di mistero poiché Attila si ritrasse con le sue schiere e tornò in patria.

La leggenda, rappresentata da Raffaello in un affresco del Vaticano, vuole che, all’incontro con Attila, oltre al vescovo Leone si presentassero al suo sguardo interiore una o due figure librate nell’etere e munite di spade:   queste figure dissero ad Attila che anche le loro spade erano di Dio e più alte e possenti della sua e con queste spade avrebbero combattuto a fianco di Leone e avrebbero vinto. Attila riconobbe la verità di queste parole e immediatamente si ritirò.

Gli storici sorridono davanti a questa narrazione, poiché nell’indole crudele e impavida di Attila, coerente lungo tutta la sua vita, non si riscontra alcun tratto di timore o paura. Però non trovano alcuna soluzione razionale per un accadimento così inspiegabile.

Rudolf Steiner ci dice che al momento dell’incontro di importanza mondiale, Attila effettivamente riconobbe che l’individualità di Leone si presentava con i caratteri sovrasensibili del nuovo Iniziato, di fronte al quale le forze atlantiche non potevano più affermarsi. Il compito del re unno si era adempiuto con l’annientamento dell’esercito romano. E poiché, come Iniziato, egli seguiva le norme date dalle potenze dello spirito, il nuovo fatto che ravvisò lo determinò a retrocedere.

Dopo il ritorno in patria la vita di Attila si chiude e con essa il regno degli Unni. Si narra che innumerevoli persone del seguito di Attila lo abbiano accompagnato nel sepolcro acqueo e con ciò fossero “morti da vivi”. La salma fu posta in un triplice feretro d’oro, d’argento e di ferro. Il Theiss (fiume dell’Ungheria) fu deviato dal suo letto naturale: in un punto fu posta la bara e coloro che vollero (o dovettero) morire col re. Poi l’acqua del fiume fu fatta scorrere nuovamente nel suo letto.

Una bella leggenda racconta che un grande numero di unni, sopravvissuti a tutte le battaglie, sotto la guida di Csaba, figlio minore di Attila, entrarono vivi nel mondo spirituale, attraverso la Via Lattea (denominata ancora ai tempi nostri, in Ungheria come “Via di Csaba”). Questo morire da vivi degli Unni, questo vivente passaggio nell’Invisibile ci indica che essi conservavano ancora qualcosa dell’antica Atlantide: morte come metamorfosi assai più che come trapasso.

La migrazione dei popoli, sostenuta da Attila, indebolì la coltre arimanica, le forze propulsive trovarono la strada e già nel VIII secolo cominciò a splendere la luce del Graal.

TRADIZIONE

RICORDO DI OTTAVIANO AUGUSTO

Augusto

HODIE DUOMILLESIMUM ANNIVERSARIUM TRANSITUS ATQUE AD IMMORTALEM VITAM EXITUS C.J. OCTAVIANI FELICIS IMPERATORIS AUGUSTI! QUOD BONUM FAUSTUMQUE IN HOC DIE OMNIBUS HOMINIBUS RECTE VOLUNTATIS SIT!
CAJUS JULIUS CAESAR OCTAVIANUS, FELICISSIMUS IMPERATOR AUGUSTUS, VIR SAPIENTISSIMUS, IN MYSTERIIS INITIATUS ATQUE EPOPTA, CORDIS AMPLISSIMUS, PATER PATRIAE, AUCTOR PACIS, RESTITUTOR PIETATIS, REPARATOR JURIS AC JUSTICIAE, VIR NOBILISSIMUS CUI NULLUM ELOGIUM NUNQUAM PAR ERIT!

Oggi è il duemillesimo anniversario del giorno nel quale Caio Giulio Cesare Ottaviano, Augusto Imperatore, a Nola, in Campania, abbandonò lo scenario del Teatro del Mondo. Egli fu uomo sapientissimo, di cuore ampio e generosissimo, fautore di pace, restauratore dell’originaria pietas romana, Iniziato ed Epopta, restauratore dello jus, ossia del Diritto e della Giustizia, del mos, del fas, ovvero del sobrio e retto antico costume romano, Padre e Salvatore della Patria in un’epoca di dilanianti discordie civili e di depravazione morale proveniente dalla decadente dissolutezza orientale.

Massimo Scaligero amava ricordare le ultime parole dette da Augusto poco prima di morire, con le quali chiese a Livia, sua sposa, di ricordarsi del loro amore, e agli amici presenti se egli avesse ben recitato sul palcoscenico dell’illusorio Teatro del Mondo. Massimo affermò come tali poche e scarne parole, dette in un momento per lui così solenne ed estremo, rivelino la sua altezza di Iniziato.

A lui va il mio commosso pensiero e deferente pensiero.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

ETEROGENESI DEI FINI

Paradiso 31_01-03 Rosa celeste

Oltre alla evoluzione della specie ora abbiamo anche quella dei fini.

Qualche tempo fa lessi un articolo, di cui riporto, di seguito, le due citazioni in grassetto. L’autore è un estimatore di Vico e considera questi superiore a Bruno.

“Proprio Vico ha introdotto il concetto di “eterogenesi dei fini”, che delinea un accadere il quale va sempre oltre il senso del nostro agire, una continua deviazione dagli intenti degli individui e delle nazioni, come se una Mano invisibile tirasse fili da noi inattingibili.”
Un modo, da un certo punto di vista, giusto, se si vuol riconoscere l’esistenza di un Dio padre creatore e la dipendenza eterna religiosa, totale dell’uomo; ma errato nella misura in cui si vuole a priori relegare l’uomo nella impossibilità congenita di comprendere e partecipare della creazione.

“Il bosone di Higgs è la particella che interagendo con le altre ha permesso che esse assumessero una massa. Cosa non di poco conto perchè se non si fosse verificata non si sarebbe creato l’Universo che ci ospita. Non a caso il linguaggio giornalistico ne parla come “la particella di Dio”.”
Interessante questa potenza dell’uomo di poter sperimentare Dio con una macchina costruita da lui stesso.

Sicuramente si deve dare l’onore alla scienza di voler riunirsi a quella sorgente che dolorosamente le manca, una sorta di identità perduta o genitore mai conosciuto che magari l’ha ripudiata alla nascita.

Là fuori da qualche parte c’è molto vuoto o antimateria, se lo manipoliamo però, non è detto che Dio correrà ai nostri piedi come un cagnolino.

Intanto ogni mattina l’astro per eccellenza sorge, e così pure la sua sposa alla sera.

Le acque sgorgano dalle loro sorgenti come sempre, i fili d’erba, i fiori e le piante nascono dal seno della terra.

Tutte prove di qualcosa di straordinario almeno nella misura in cui non siamo capaci di fare lo stesso.
Non parliamo poi di quel qualcuno il quale ogni volta che si mette a investigare, ad osservare, e a codificare in leggi sacre (fino a che qualcosa di straordinario non viene a correggerle e a sovvertirle) è sistematicamente dimentico di sè mentre si tuffa nell’oggetto mitizzando quest’ultimo così tanto da farsi poi alla fine condurre da esso, per riconoscenza: Viva la Materia!
Ma siamo insaziabili e scontatamente superiori di fronte a ciò che non riusciamo a conoscere, e che fino a prova contraria non ha diritto d’esistere, di essere.

Che un Dio abbia potuto amare tanto da creare noi e il mondo, e noi che a somiglianza sua tentiamo di creare per mezzo del mondo, in virtù di un pensiero che ci è stato donato ma che disconosciamo… è roba da chiesa e da hobby domenicale; intanto è proprio col pensiero che giudichiamo cosa può esistere e cosa no, insomma, ce l’aggiustiamo come ci pare, alquanto pigramente, almeno intellettualmente parlando.

Che una eterogenesi dei fini umani possa dipendere dalla nostra incoscienza di un Logos creatore e di quello umano è impossibile da considerare e contemplare fin tanto che l’uomo gioca con una macchina a cercare di produrre fenomeni automatici esclusivamente dimostrabili con leggi materiali.
Quanto potrà soddisfarci questo metodo, se la fedeltà del quotidiano che ritorna nel sole, nella luna e nelle altre stelle non basta a farci immergere con devozione e gratitudine e con coraggio in quel vuoto sacro che la tradizione perenne non osa nemmeno di nominare come Dio?

Quel che si vorrebbe materializzare e misurare ha del fanciullesco come l’azione del bimbo che immerge le dita credendo di poter toccare la luna che invece è solo il suo riflesso sull’acqua. E allora per non ammettere di voler rimanere bambini, per non riconoscere di essere degli eterni Peter Pan incoroniamo la natura a legge autocratica e dirigente, chiamiamola materia se come prova di sè ogni volta si ribella contro l’uomo, non è cosi’? La responsabilità è sempre di qualcos’altro o di qualcun altro… in mancanza la colpa è anche di un Dio onnipotente… nel frattempo possiamo giustificarci l’eventuale cronico abbandono a qualsiasi omissione o efferatezza.

Crediamo forse di aver materializzato il nostro pensiero quando fu creato il computer? Il pensare bisognerebbe distinguerlo dal pensato, che una volta tale è donato – appunto  dato – al mondo, privo della sua sorgente originaria, un dato che non dovrebbe diventare nostro tiranno.

Forse dovremmo svuotare di filtri e condizionamenti logici – da noi creati ma poi morti – il nostro pensare ordinario e unidirezionale, ossia dovremmo svuotarlo di ciò che lo imbriglia e lo zavorra, per poterlo finalmente vedere come è e sperimentarlo indipendente e puro nella coscienza, così come si dona tutto nell’oggetto della scienza quando si immerge e sprofonda nel mondo delle percezioni.
Diventare noi simili a quel vuoto tanto da poterlo conoscere: come dire che dovremmo diventare della stessa natura del vuoto, svuotarci noi stessi.

Poter risalire il riflesso argenteo fino a toccarla veramente la luna… E dalla luna ritrovata contemplare il sole….. questo è il mistero della nostalgia e del dolore dell’anima umana, destinata, se saprà volerlo, ad abbracciare dal piedistallo di falce luminosa tutta la creazione.
Scoprire questo mistero forse ci libererà dalla ferrea legge di natura che crediamo esclusiva pazza conduttrice anche dell’uomo mentre scioccamente, paradossalmente, nello stesso tempo cianciamo e sogniamo di libertà umana.

Finchè ci sottomettiamo scontatamente all’eterogenesi del finalismo di natura, il nostro parlare di libertà rimarrà tale, solo un sentimento, un capriccio, una retorica.

La materia è forma, e quando troveremo ciò che la anima forse l’uomo conoscerà la sua vera natura e la sua vera evoluzione.
Intanto, se crediamo che la materia pensi e non che quest’ultima sia invece un pensato del pensiero, ossia di un pensiero la cui forza una volta conosciuta possiamo sperare di poter dirigere a sanare noi stessi e il mondo, rischiamo di venderci prima di nascere: stiamo infatti per riconoscere in un mero meccanismo economico, da noi all’infinito astrattamente ed empiricamente manipolato, il nostro padrone: se questo è essere umani, logici, e concreti e scientifici …

L’economia è attività in sè pura e giusta, dell’uomo, fintanto che da spirito di giustizia e libertà essa viene generata.
Quando all’attività si concede potere su di noi essa perde la sua caratteristica di armonizzatore sociale.
Attenzione dunque agli sbandieratori di una pura giusta e libera economia a legiferare sugli uomini, è un inganno. Una economia giusta per tutti non può esistere senza “l’uomo” che la diriga.

Mente quindi chi blatera di una classe dirigente economica, finanziaria, apolitica e apartitica: non esiste, mentre vorrebbe invece imporre ai popoli e alle nazioni la sua personale politica, il suo proprio partito di interesse, promettendo come un qualsiasi altro pensiero corrotto, in base a sole demagogia, retorica e dialettica.
L’economia giusta deve essere giusta conseguenza di spirito di giustizia e libertà, ossia di corrispondente attività interiore continua. Questa è l’irrinunciabile Politica di cui improntare la vita sociale.
Oggi invece vogliamo far dipendere dall’economia la possibilità della giustizia e della libertà.
Se non ci svegliamo e non rimaniamo desti la nostra sofferenza per le ingiustizie,  le nostre emozioni e i nostri sentimenti saranno manipolati e usati contro di noi dagli stessi cattivi economisti tecnici e banchieri che ora rifiutiamo e contestiamo.

Conclude kantianamente il sostenitore del pensiero di Vico: “Tutto ciò (i limiti dell’uomo) è traducibile in conclusioni operative. Ci dice che siamo tenuti a fare la nostra parte nel processo storico e nella contingenza del periodo che la sorte ci ha assegnato, ma nella consapevolezza che il corso delle cose sarà profondamente diverso da quello per il quale abbiamo operato. Esserne convinti non ci esime dall’impegno e nello stesso tempo è il migliore antidoto al fanatismo.”

Non mi sembra questo un pensiero tessuto di logica bensì di fragili e inconsistenti basi, di fatalismo e ossequio proprio a quella legge dell’evoluzionismo che si vuole contestare, che più che farci considerare solamente umili (l’umiltà non è cosa cattiva in sè) anche rischia di farci disattendere il compito di partecipazione alla costruzione di un nostro sè migliore, di un mondo migliore: con ciò rendendoci ipocriti quando moralisticamente andiamo a criticare coloro che sempre in base a questo assunto kantiano invece che cedere al fatalismo magari si sentono giustificati ad operare anche il male, perché magari chissà, se i buoni nel fare il bene possono causare un male, magari a fare del male si può causare un bene…

Penso che dare attenzione scientifica ai fenomeni per ricavarne loro intrinseche leggi sia insufficiente; stessa attenzione deve darsi al pensare che come minimo dobbiamo riconoscere essenziale nella fase di constatazione e presa d’atto delle cose e del loro corso: senza il pensare non ci accorgeremmo nemmeno dei nostri disagi, dell’impotenza, dell’ inconcludenza, del fallimento, delle delusioni….di noi stessi.
E forse chissà, potremmo scoprire che ad esso, al pensare, non è solo possibile e concesso di prendere atto delle cose ma anche di potere influire sulla realtà.
A quel punto sarà importante mettere da parte il fatalismo perchè magari a sforzarsi un pò sorgerà impetuosa una domanda: E se oltre che a ritenere essenziale per l’uomo l’esercizio della Scienza sui fenomeni dimostrabili materialmente – onde aumentare il bagaglio di conoscenza dell’uomo visibile e dei fenomeni visibili – se accanto a questa Scienza si potesse autonomamente e liberamente applicare un metodo, una Scienza del pensiero, quindi dell’invisibile, di quell’invisibile e immateriale che usiamo inconsapevolmente o automaticamente tutti i giorni solo per incensare e curare il materiale, forse scopriremmo che come contribuiamo (così come stiamo facendo) all’essere dell’attuale economia, in quanto uomini che agiscono e lavorano, forse allo stesso modo possiamo modellarla con consapevolezza questa attività affinchè non finisca sempre di soffocare e asservire l’uomo.
In fondo è proprio una partecipazione incosciente, immatura, che rende malsana l’economia e suscettibile di essere abusata dai tornaconti egoistici e corrotti di persone, istituzioni delegate a dirigere le attività e i governi.

Sarebbe un peccato buttare alle ortiche gli entusiasmi e le buone intenzioni di propositori di alternative economiche quando questi attribuiscono solo a un meccanismo declinato in manuali e leggi economiche, equazioni e parabole, la speranza e il potere di sanare e prevenire gli squilibri. La fragilità delle azioni suddette sarà simile a quella delle azioni degli attuali esperti in carica che contestiamo, perchè in comune avrebbero l’esclusiva fede nei meccanismi ponendo in secondo piano, e/o conseguenti, la giustizia e la libertà.
Più che di appropriazione di materiali e/o imposizione di gestione di determinati meccanismi, quel che conta è la cosciente partecipazione attiva e costante di un pensare risvegliato che può garantire a sua volta nel tempo l’esercizio della forza correttrice delle attivita’ umane e quindi degli stessi meccanismi economici.

Forse la corruzione di dirigenti economici e di popoli non è identificabile e sanabile se prima non si risale alla causa prima che è l’errore del pensiero o la sua imperfezione, perché ad accanirsi sulla corruzione in sè, unicamente in base a leggi date, non si agisce sul nostro pensare errato o atrofizzato, o basato su predeterminatezze, che continuerà a generare l’errore in quanto non considerato e curato nella sua totale potenzialità.
Il denaro in sè non è il male, esso è simbolo di potere di giusto scambio e fraternità; la possibilità del suo male o del suo errore può risiedere nel suo errato ab-uso.

Abbiamo tutti la potenzialità del pensiero. Ognuno dovrebbe sviluppare il proprio.
Gli errori e le sofferenze, i dilemmi sono lì per darci un segno.
Non è troppo tardi.

E davvero siamo liberi, non di fare quello che ci pare, ché questa e’ solo dittatura dell’istinto, bensì di poter scegliere tra diventare uomini nuovi, completi e attivi, e quindi co-creatori del nuovo oppure rimanere gli stessi pigri e pavidi di sempre all’ombra protettiva e sostitutiva del padre a subire quel che i fini casuali della natura (nostra e del mondo) ci impongono perché essa non ha ancora chi, in consapevolezza e autocoscienza, liberamente, l’abbia conosciuta ed amata, ma al massimo, solo fideisticamente, fatalisticamente, accettata e temuta.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

STIRB UND WERDE

 Candle (2)

Chi si interessa di antroposofia ha sentito o letto quasi certamente la frase Muori e Diventa (Stirb und werde) e sa pure che fu coniata da Goethe. Difficilmente conosce il contesto in cui troviamo questo intenso e profondo ammonimento o se vi aggrada di più, questa splendida intuizione.

Essa si trova in una organica miscellanea che il Poeta scrisse tra il 1814 e il 1819 (anno di pubblicazione) con il titolo di Divano occidentale-orientale. Poco prima Goethe conobbe la traduzione tedesca del poeta Hafiz che lo colpì al punto di considerarlo il suo gemello spirituale. Questo incentivò in lui la conoscenza del Corano, del Libro di Kabus, poi ancora delle relazioni di viaggio, da Marco Polo alle recenti.

E’ stimolante per Goethe l’aria in cui respirano i maggiori poeti arabo-persiani del tempo che va dal 1000 al 1500: vivacemente e giocondamente fruitori della vita dei sensi ma altrettanto volti all’interiore ricerca del divino, spregiudicati davanti società, stato e religione ufficiale ma insieme attenti ai riposti significati che balenano dietro il comune apparire delle cose.

All’inizio del libro, nel capitolo intitolato Libro del Cantore, troviamo una poesia – tra tante! – che fu scritta il 31 luglio 1814 e che in prima stesura fu intitolata Sacrificio di sé, poi Perfezione ed infine Anelito spirituale:

Non ditelo a nessuno, solo ai savi,

perché la folla tosto si fa gioco:

io voglio celebrare ciò che vive,

che sospira la morte in mezzo al fuoco.

Quando tranquilla la candela splende,

nel refrigerio di notti d’amore,

donde tu avesti e dove hai dato vita,

un ignoto contatto ti sorprende.

La tenebra prigione

in sé più non ti tiene,

ti attira nuova brama

a più alta congiunzione.

Non distanza ti vince, affascinata

a volo eccoti giunta,

anelando alla luce,

o farfalla, tu infine sei consunta.

E finché non avrai compreso questo:

muori e diventa!

non sei che ospite mesto

qui sulla terra spenta.

C’è un giunco tuttavia, ch’emerge vivo

il mondo a raddolcire!

Quand’esso sta tra le mie mani e scrivo,

un fiume possa di dolcezza uscire!

*

Sempre nel Divano occidentale-orientale, nelle Note e Dissertazioni per una migliore comprensione del “divano occidentale-orientale”, all’inizio del capitolo intitolato Idee Generali, Goethe riporta il commovente scritto di Nizami, poeta persiano. Scritto che nelle parole del Dottore è divenuto l’asciutto paradigma di un importante esercizio dell’anima.

Il Signore Gesù, quando percorreva il mondo,

passò una volta accanto ad un mercato;

giaceva per terra sulla via un cane che s’era

trascinato a morire sulla porta di casa.

Lo circondava un crocchio di gente,

come gli avvoltoi s’affollano attorno alle carogne.

L’uno diceva: – Il mio cervello

non regge al puzzo. –

E l’altro: – Perché starlo a guardare?

I morti senza tomba portan solo sventura. –

Così ognuno cantava il suo ritornello

per denigrare quel povero corpo di cane morto.

Quando fu la volta di Gesù,

Egli parlò senza disprezzo, benignamente,

parlò secondo la sua indole buona:

I denti, disse, son bianchi come perle.

A queste sue parole arrossirono i circostanti

come conchiglie che una fiamma attraversi.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

LA VITA DELL'ANIMA (3° SCRITTO)

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L’anima sulla via dell’auto-osservazione

Nel sogno, l’anima coglie se stessa in una forma fugace che è una maschera.

Nel sogno senza sogni, apparentemente, essa si perde del tutto.

Nell’auto-percezione spirituale ottenuta mediante una meditata riproduzione del sogno, l’anima perviene a se stessa in quanto entità creatrice di cui il corpo è l’immagine.

Ma il sogno affiora dal sonno. Chi si propone di sollevare il sogno alla chiara luce della coscienza, deve anche sentirsi spinto ad andare oltre. Lo fa, quando cerca di sperimentare coscientemente il sonno senza sogni. Ciò sembra impossibile. Poiché nel sonno la coscienza, appunto, cessa. E pretendere di sperimentare coscientemente l’incoscienza, sembra una pazzia.

Ma la pazzia appare subito in altra luce, se ci si contrappone ai ricordi che si possono seguire retrospettivamente, da un determinato momento fino all’ultimo risveglio. Allora però bisogna procedere collegando in modo assolutamente vivo le immagini della memoria con ciò che esse rammemorano. Se allora si cerca di risalire all’indietro fino alla successiva immagine mnemonica cosciente, questa è situata prima dell’ultimo sogno. Se si compie realmente il collegamento con l’oggetto del ricordo, sorge una difficoltà interiore.

L’immagine mnemonica successiva al risveglio non si può accostare a quella antecedente al sonno.

La coscienza ordinaria supera la difficoltà effettuando il collegamento debolmente con l’oggetto ricordato, e semplicemente apponendo l’immagine del risveglio a quella dell’addormentamento. Per chi però abbia intensificato la sensibilità della coscienza mediante la ben consapevole riproduzione del sognare, quelle due immagini si scindono.

Per lui, fra le due sta un abisso. Ma, in quanto nota questo abisso, esso anche gli si colma. Il sonno senza sogni cessa di essere un vuoto lasso di tempo, nell’autocoscienza. Ne emerge, come un ricordo, uno spirituale colmarsi del tempo vuoto.

E’ bensì come un ricordo di qualcosa che la coscienza ordinaria prima non aveva affatto avuto in sé, nondimeno questo ricordo porta in sé il richiamo ad una esperienza dell’anima, altrettanto quanto ogni altro ricordo abituale. In tal modo però l’anima guarda realmente entro ciò che, per lo sperimentare ordinario – nel sonno senza sogni – trascorre per lei incoscientemente.

Questa è la via su cui l’anima guarda in sé ancora più profondamente alla sua propria entità che dà forma al corpo. Mediante la cosciente penetrazione del sonno senza sogni essa si vede, nella sua propria essenza, interamente svincolata dal corpo.

Ormai essa guarda non solo alla formazione del corpo, ma, al di là di quello, alla formazione del proprio volere.

L’intima essenza del volere resta altrettanto ignota, alla coscienza ordinaria, quanto gli eventi del sonno senza sogni. Si sperimenta un pensiero che racchiude in sé l’intento del volere. Questo pensiero si sommerge nel mondo indistinto del sentimento e scompare nell’oscurità dei processi del corpo. Riemerge da fuori, poi, come processo corporeo del moto del braccio, ed è di nuovo afferrato da un pensiero. Fra i due contenuti di pensiero sta qualcosa che è come il sonno fra i pensieri che precedono l’addormentarsi e quelli che seguono il risveglio.

Ma come con la prima forma di veggenza dell’anima si può cogliere il lavorio interiore dell’anima sul corpo, così con la seconda forma di veggenza si può cogliere il volere al di là del corpo. L’anima può trovare la via che la porti a contemplare il proprio intimo lavorio sulla struttura organica del corpo: e può anche arrivare all’altro sentiero, su cui le è possibile scorgere come essa lavori sul proprio corpo per estrarne il volere.

E come tra sonno e veglia sta il sogno, così fra il volere e il pensare sta il sentire. Sulla medesima via che conduce ad illuminare il processo volitivo, si trova anche l’illuminazione del mondo del sentimento.

Nella prima veggenza l’anima svela a se stessa il suo interiore lavoro sull’organismo. Nella seconda veggenza perviene al volere. Ma alla manifestazione esterna del volere deve precedere un’attività interiore. Prima che il braccio si sollevi, la corrente dell’attività deve riversarsi in esso in modo che entro i processi del ricambio che hanno luogo quando il braccio è in riposo, se ne inseriscano altri che si manifestano come l’esplicarsi di un sentimento. Il sentimento è un volere che resta chiuso nell’uomo, un volere che è trattenuto nella forma del suo nascere.

I processi inseriti nel corpo per l’esplicazione del sentire e del volere si rivelano alla seconda veggenza come processi opposti a quelli che sostengono la vita. Sono processi che demoliscono. Nei processi costruttivi la vita prospera: ma in essi l’anima si estingue. La vita del corpo che è edificata dall’anima stessa, deve essere demolita affinché la natura e l’attività dell’anima possano esplicarsi per suo mezzo.

Per la percezione spirituale, l’azione dell’anima sul corpo è come un ricordo di qualcosa che essa ha compiuto prima di estrinsecare se stessa nell’azione.

Ma in tale modo l’anima si sperimenta come un’entità puramente spirituale che ha fatto precedere alla propria attività la formazione del corpo, per avere nel corpo stesso il fondamento per la sua propria originaria e puramente spirituale esplicazione.

L’anima, prima dedica al corpo la propria attività creatrice, per manifestarsi poi, dopo aver assolto questo compito, in libera spiritualità.

E questo esplicarsi dell’anima comincia già col pensiero stesso che prende lo spunto dalla percezione sensoriale.

Se si percepisce un oggetto, l’anima entra già in attività. Essa plasma la corrispondente parte del corpo in modo che essa sia atta ad esplicare nel pensiero un’immagine riflessa dell’oggetto. Nello sperimentare questa immagine riflessa, l’anima scorge allora il risultato della sua propria attività.

Non si troverà mai l’essere spirituale dell’anima, filosofando sui pensieri che si presentano alla coscienza ordinaria. Poiché l’attività spirituale dell’anima non sta dentro, ma dietro a quelli. E’ esatto che i pensieri sperimentati dall’anima siano un risultato dell’attività cerebrale. Ma l’attività cerebrale è a sua volta il risultato dell’attività spirituale dell’anima.

Nel misconoscimento di questo fatto sta il malsano della concezione materialistica. Quando, partendo da ogni sorta di presupposti scientifici, essa dimostra che i pensieri sono un risultato dell’attività cerebrale, ha ragione. E una concezione che voglia confutare questa affermazione, dovrà pur sempre fare i conti con quanto il materialismo ha da dire. Ma l’attività cerebrale è risultato dell’attività spirituale. Per vedere ciò non basta volgere lo sguardo entro l’uomo: vi si incontrano i pensieri. E questi hanno solo una realtà riflessa: proprio questo è il risultato della corporeità.

Volgendo lo sguardo su se stessi, bisogna valersi di facoltà animiche rafforzate e potenziate. Bisogna strappare l’anima che sogna all’oscurità crepuscolare del sogno: allora essa non si volatilizza in fantasmi, ma depone la maschera per apparire come un essere che lavora sul suo corpo. Bisogna strappare l’anima che dorme, alla tenebra del sonno: allora essa non scompare di fronte a se stessa, ma si pone di fronte a se stessa come essere puramente spirituale che, nel volere, opera per tramite del corpo al di là di questo.

*

Rudolf Steiner

LA VITA DELL'ANIMA. Scritti di Rudolf Steiner, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA FIDUCIA

bimbo pugno

Durante la lettura di un testo mi ha colpito questa frase:

Vivere nel tempo è il coraggio di dare fiducia all’esistenza”.

Mi sono chiesta: quali motivi ho di dar fiducia all’esistenza? Come accetto ogni fatto che la vita mi porta incontro? Ci sono in me delle forze che mi sostengono e mi guidano, o vivo il più delle volte in una sottomissione impotente?

Il concetto moderno di fiducia o di fede è molto rarefatto, quasi inesistente al confronto dell’enorme forza che arrivava all’uomo dell’antichità, quando si affidava alle divinità che lo guidavano dall’esterno e interagivano con lui nella vita e nella morte.

Se invece veniamo al concetto di pìstis, che troviamo nel Nuovo Testamento, si inizia a percepire un’inversione di enorme importanza.

Non si tratta più di aver fiducia in una forza spirituale esteriore all’uomo, ma la fiducia inizia a partire dall’interiorità stessa, diventa una forza, una saldezza interiore che è affine alla posizione salda dello stare in piedi, dell’essere radicati in sé.

Risuonano le parole del Cristo ”… Va, la tua fede ti ha salvato….” , ma in questa fede troviamo ora forze umane, assolutamente nuove, capaci di fare miracoli.

L’esistere, cioè il percorso di vita che va dalla nascita alla morte, porta con sé inevitabilmente molti rischi. Se l’uomo volesse già in partenza assicurarsi di non rischiare nulla, non si incarnerebbe mai, perché ogni incarnazione, dal punto di vista della coscienza normale, è una scommessa pericolosa.

Cosa spinge invece l’uomo a cercare sempre nuove conoscenze, nuove esperienze, nuovi percorsi, persone nuove, luoghi nuovi ? Ci sono motivi validi per farlo o sono solo frutto di impulsi irrazionali, solo brama di vita?

Escludendo il “caso”, che per me è solo una parola senza senso e osservando il mio vissuto posso dire che ogni cosa che mi è venuta incontro nella vita in qualche modo mi apparteneva, e se finora me la sono cavata, se sono ancora qui, questo significa che ci sono in me tutte le forze per orientarmi, soppesare, valutare le cose, a man mano che mi si presentano.

La seconda considerazione mi dice che se io non avessi mai fatto l’esperienza di essere uno spirito pensante, avrei motivo di non aver fiducia, perché avrei l’impressione di brancolare nel buio davanti ad ogni decisione da prendere.

Ma io so di aver a disposizione la luce del pensare, l’ho sempre usata, perché essere uomini significa essere capaci di affrontare con il pensiero qualsiasi fattore, e questo pensare voluto ed esercitato con coscienza, lo riconosco sempre più come l’attività centrale del mio spirito, del mio Io.

Inoltre, in questo pensare, trovo anche una forma di amore di profondità che unisce tutti gli esseri umani….Solo perché gli individui umani fanno parte di un unico spirito possono vivere gli uni accanto agli altri….”   Capire questo diventa un ulteriore motivo di fiducia!

So anche di fare sempre solo quello che posso, quello che è nelle mie facoltà; ciò che non posso affrontare nessuno lo può pretendere da me.

Dove trovo dunque la fonte della fiducia? In me stessa, nel mio Io, nel mio pensare!

Questo Io che, quando viene portato a coscienza, mi dà la massima fiducia, non è un’invenzione dell’uomo, ma è una forza cosmica che vive in ogni essere umano.

E’ però una forza che non si impone, che rispetta la libertà dell’uomo, chiede però l’impegno cosciente di volerla conoscere ed usare.

In altre parole, ogni essere umano, in quanto Io, o in quanto alberga in se il Logos, ha in mano tutti gli strumenti di cui ha bisogno per affrontare la vita.

La forza dell’Io non sta nel conoscere in partenza quale effetto sortirà da ogni causa, perché allora non si tratterebbe di fiducia. Se io volessi conoscere le conseguenze di ogni mio atto prima di attuarlo, questa non sarebbe fiducia ma sfiducia.

Invece il credere in me, nelle mie potenzialità, questo mi da coraggio e mi rende attiva!

Anche l’interagire con un altro essere umano, richiede principalmente che io abbia fiducia in me stessa, perché non posso sapere cosa salterà fuori dall’altro, e so che potrò pretendere il massimo solo da me. Se dall’altro mi arriverà del bene lo considererò un dono, in ogni caso saprò difendere la mia dignità!

So di avere abbastanza libertà da poter decidere di momento in momento, di situazione in situazione, il modo migliore e unico di pormi di fronte al mondo per interagire al meglio con esso.

Potrò sbagliare una, cento, mille volte, ma alla fine l’importante sarà ciò che avrò imparato da tali errori e il riconoscere di aver sbagliato mi salverà.

L’uomo è strutturalmente l’essere che nell’esistenza terrena se la può cavare sempre se vuole e se non omette di coltivare le forze che sono insite nella natura umana; quindi nella mancanza di fiducia si può vedere anche una sorta di pigrizia, di inerzia: per fare il minimo possibile, per non rischiare nulla.

Solo se avrò conquistato una profonda fiducia in me stessa saprò e potrò dare fiducia all’altro, senza correre il rischio di cercare, in chi mi sta vicino, solo un appoggio passivo.

Non ci dovrebbe mai essere motivo di revocare la fiducia a nessuno, però siamo fatti apposta per incoraggiarci a vicenda e per spronarci a vivere sempre più all’altezza delle possibilità umane.

Ognuno dovrebbe sentire nel profondo, il mistero e la responsabilità di portare in sè un frammento di cielo e se quel cielo ha dato la massima fiducia all’uomo, in quella fiducia e in quella saldezza l’uomo deve trovare il coraggio di vivere.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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