I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL'ANTROPOSOFIA…

Rudolf Steiner cop

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA E LA SUA POSIZIONE RISPETTO ALLA TEORIA DELLA CONOSCENZA (*)

Rudolf Steiner

Sia detto innanzi tutto senza riserve che quella che si è usi chiamare scienza dello spirito, già per quanto riguarda il concetto di conoscenza, solo difficilmente può essere messa sullo stesso piano di quella che oggi sembra essersi affermata come l’idea di scienza e conoscenza, idea che è stata tanto ricca di benedizioni per la civiltà umana, e che indubbiamente continuerà anche in futuro ad esserlo.

Gli ultimi secoli hanno portato a considerare come scientifico tutto ciò che può essere senz’altro dimostrato, sempre e da tutti, mediante l’osservazione, l’esperimento e la loro elaborazione da parte dell’intelletto umano. Inoltre dai dati scientifici si deve escludere tutto ciò che presenta un significato solo nell’ambito delle esperienze soggettive dell’anima umana.

Non si potrà negare che il concetto filosofico di conoscenza si sia già da molto tempo adeguato all’atteggiamento scientifico ora caratterizzato. Ciò risulta con la massima chiarezza dalle disamine, in uso all’epoca nostra, sull’oggetto di una possibile conoscenza umana, e sui limiti che questa conoscenza deve riconoscere come suoi.

Sarebbe superfluo qui voler documentare una tale affermazione, dando un abbozzo di tutti gli studi fatti oggi dalle varie filosofie. Queste presuppongono tutte che il concetto del processo conoscitivo sia da determinarsi mediante il rapporto dell’uomo col mondo esterno: e che poi, sulla base di questo concetto, si possano delineare i contorni di ciò che è raggiungibile su base scientifica. Per quanto diverse possano essere le varie correnti gnoseologiche, purché si prenda in sufficiente considerazione la caratteristica di cui sopra, si potrà scoprire nella detta caratteristica il lato comune di tutte queste correnti filosofiche.

Ora, il concetto di conoscenza della scienza dello spirito è tale che sembra contraddire a quanto è stato caratterizzato ora. La scienza dello spirito intende la conoscenza come un qualcosa che non risulta direttamente dall’esame del rapporto fra l’uomo e il mondo esterno.

Sulla base di dati sicuri della vita dell’anima, la scienza dello spirito crede di poter affermare che la conoscenza non sia qualcosa di compiuto, di conchiuso, ma sia fluida e suscettibile di sviluppo. Crede di poter additare, dietro alla sfera della normale cosciente vita dell’anima, un’altra sfera in cui l’uomo può entrare. Ed è necessario sottolineare che con quest’altra sfera della vita dell’anima non si intende quella che oggi si è soliti designare come subcoscienza.

La subcoscienza può essere oggetto dell’indagine scientifica: da un punto di vista degli usuali metodi di indagine, essa può diventare oggetto di esame, come lo sono gli altri fenomeni naturali ed animici. Ma la subcoscienza non ha nulla a che fare con quella condizione dell’anima di cui intendiamo parlare qui. In questa condizione l’uomo vive altrettanto cosciente e con altrettanto controllo logico, quanto entro l’ambito della coscienza ordinaria.

Solo che questa condizione deve prima prodursi, mediante determinati esercizi, mediante determinate esperienze dell’anima. Non si può senz’altro premetterla, come un dato dell’entità umana: in questa condizione dell’anima si manifesta quello che può essere designato come un ulteriore sviluppo della vita animica umana: in questo ulteriore sviluppo, però, il controllo di sé e gli altri segni distintivi della vita cosciente non vengono meno.

Ora io vorrei prima caratterizzare questa condizione dell’anima, e poi mostrare che quanto in essa si consegue può essere inserito nei concetti conoscitivi del nostro tempo. Mio primo compito sarà dunque di descrivere, sulla base di un possibile sviluppo dell’anima, i metodi della corrente spirituale di cui qui si tratta. Questa prima parte della trattazione potrà chiamarsi:

.

I

Un metodo scientifico spirituale

fondato su determinati possibili fatti psicologici

Quanto andremo esponendo è da intendersi come una serie di esperienze dell’anima, attuabili purché nell’anima umana si producano determinate condizioni. E solo dopoché siffatte esperienze dell’anima saranno descritte, si potrà provarne il valore conoscitivo.

Si tratta di intraprendere quella che possiamo designare come una disciplina dell’anima.

Innanzi tutto si dovranno considerare da un punto di vista nuovo i contenuti dell’anima a cui normalmente si attribuisce solo un valore di immagini della realtà esterna. Nei concetti e nelle idee, l’uomo intende per lo più avere un quid che possa riprodurre o almeno significare ciò che sta al di fuori di tali concetti o idee.

Ma chi fa indagini spirituali, nel senso inteso qui, cerca dei contenuti animici che, pur essendo simili ai concetti e alle idee della vita ordinaria, o dell’indagine scientifica, non vengono da lui scelti per il loro valore conoscitivo, per il loro riferimento ad alcunché di oggettivo: bensì egli fa vivere questi contenuti nella sua anima come forze attive.

Li immerge, per così dire, come semi spirituali nel terreno della vita dell’anima, e attende con tranquillità assoluta che essi esplichino la loro azione su di essa. Così egli può osservare che, mediante il ripetersi di esercizi siffatti, la costituzione dell’anima effettivamente si muta: sia detto esplicitamente che quello che conta qui è il ripetersi dell’esercizio.

Infatti non è che nell’anima, mediante un contenuto concettuale, si attui un processo conoscitivo, come avviene solitamente: bensì, nella vita dell’anima, ha luogo un divenire reale. In questo divenire i concetti non operano come elementi conoscitivi, ma come forze reali: la loro azione si fonda sul fatto che la vita dell’anima viene ripetutamente afferrata sempre dalle stesse forze. E un tale effetto sull’anima non si ottiene essenzialmente mediante l’esperienza concettuale ma mediante la ripetuta azione sull’anima delle medesime forze.

A tale scopo si fanno perciò in genere, per un periodo di tempo abbastanza lungo, delle meditazioni sempre sul medesimo contenuto, le quali vengono ripetute in determinati momenti. La durata della meditazione non ha molta importanza. Può anche essere breve, purché si svolga nella quiete assoluta dell’anima e nel totale isolamento di questa da tutte le impressioni del mondo esterno e da tutta la consueta attività intellettuale. Quello che conta è l’isolarsi dell’anima in se stessa col contenuto di cui si è parlato.

E ciò sia detto esplicitamente, in quanto deve essere chiaro che, intraprendendo siffatti esercizi, l’andamento ordinario della vita non deve essere per nulla turbato. Per questa disciplina, ogni uomo normalmente ha a sua disposizione il tempo necessario. E il mutamento che essa produce, se esercitata correttamente nella vita dell’anima, non influisce affatto sulla struttura della coscienza necessaria all’uomo per una vita normale (che poi talvolta, a causa della loro stessa natura, gli uomini esagerino o facciano stranezze e ne consegua un danno, non può mutare per nulla la nostra visione sulla cosa stessa).

Per un siffatto trattamento dell’anima, i concetti consueti non sono in linea di massima molto usabili. Tutti i contenuti concettuali che si riferiscono spiccatamente a qualcosa di oggettivo situato fuori di loro, hanno uno scarso effetto per gli esercizi in questione. Sono invece da prendersi in particolare considerazione quelli che possiamo designare come concetti simbolici, come simboli. E utilissimi sono quelli che si riferiscono, in modo vivo e denso di sviluppi, ad un contenuto molteplice.

Buona per questa esperienza è per esempio quella che Goethe chiamava l’idea della pianta primordiale. Di questa pianta pianta primordiale egli tracciò una volta, in occasione di un suo colloquio con Schiller, con pochi tratti, un’immagine simbolica. E disse anche che chi fa vivere nella sua anima questa immagine, trova in essa qualcosa che permette di concepire, mediante legittime modificazioni, tutte le possibili forme di piante, tutte le forme vegetali che portano in sé la possibilità dell’esistenza. Qualunque cosa si pensi sul valore conoscitivo oggettivo di una siffatta simbolica pianta primordiale, se come si è detto, la si fa vivere nell’anima, se si attende tranquillamente l’effetto della sua azione sulla vita dell’anima, allora ecco che subentra quella che possiamo chiamare una disposizione mutata dell’anima.

Le rappresentazioni simboliche che la scienza dello spirito ritiene utilizzabili per questo scopo, potranno talvolta apparire assai singolari. Da un tale fatto però si può prescindere, se si riflette che tali rappresentazioni non devono essere prese, come di consueto, per il loro valore di verità, bensì se si tiene conto che esse operano sull’anima come forze reali. Chi fa indagini spirituali non dà valore a quello che questi simboli significano, ma a quello che, per loro influsso, si sperimenta nell’anima. Naturalmente qui si possono dare solo pochi esempi di simboli in tal senso efficaci.

Si pensi per esempio, in immagine, all’entità umana, in modo che il rapporto fra la natura inferiore dell’uomo, affine all’animale, e l’uomo stesso quale essere spirituale, venga espresso simbolicamente mediante la figura di un animale a cui sovrasta una figura umana altamente idealizzata (per esempio mediante una figura simile al centauro). Quanto più immaginativamente e denso di contenuto è il simbolo, tanto meglio è. Questi simboli, nelle condizioni sopra menzionate, operano sull’anima in modo che questa, trascorso che sia un tempo sufficientemente lungo, sente in se stessa rafforzarsi, mettersi in moto e vicendevolmente illuminarsi i processi vitali interiori.

Un simbolo antico, adatto allo scopo, è il cosiddetto caduceo, ossia l’immagine di una retta intorno a cui si svolge una curva a spirale. Occorre veramente rappresentarsi questa immagine come un sistema di forze: come se lungo la retta scorresse un un sistema di forze, a cui corrispondesse nella spirale, secondo determinate leggi, un altro sistema, di velocità relativamente minore (in concreto, si può aiutarsi rappresentandosi la crescita del fusto di una pianta e il germogliare lungo di esso delle relative foglie; oppure l’immagine dell’elettromagnete. Similmente possiamo anche rappresentarci l’immagine dell’evoluzione umana: le facoltà che si sviluppano nella vita sono simboleggiate dalla retta e la molteplicità delle impressioni corrisponde alla spirale).

Particolarmente significative possono essere le figure matematiche, in quanto vi si possono vedere dei simboli di processi universali. Un buon esempio è la cosiddetta curva del Cassini con le sue tre varianti: la forma simile all’ellissi, la lemniscata e la forma che consiste di due rami interdipendenti. In questo caso quello che conta è di far vivere in sé l’immagine, in modo che il passaggio da una forma all’altra, effettuato secondo leggi matematiche, corrisponda nell’anima a determinati sentimenti.

A tali esercizi se ne aggiungono altri. Anche questi consistono in simboli, che però corrispondono a rappresentazioni da esprimersi in parole. Si pensi alla saggezza che vive e opera nell’ordinamento del mondo, simboleggiata dalla luce. E si pensi alla saggezza che si manifesta nell’amore sacrificale, simboleggiata dal calore generato in presenza della luce. Si pensino delle parole coniate su tali rappresentazioni, che abbiano perciò solo un carattere simbolico. L’anima può abbandonarsi ad esse nella meditazione.

Il successo dipende in sostanza dal grado di tranquillità e di isolamento che l’uomo raggiunge nell’anima mediante l’immersione in un tale simbolo. Il successo consiste nel sentire l’anima come sollevata fuori dall’organizzazione corporea.  Subentra in essa come una trasformazione del suo senso dell’esistenza. Come nella vita normale l’uomo sente la sua vita cosciente unitaria specificarsi secondo le rappresentazioni derivate dalle percezioni dei singoli sensi, così in conseguenza di questa disciplina, l’anima si sente pervasa da un’autoesperienza i cui elementi mostrano confini meno netti che non, per esempio, le rappresentazioni dei colori e dei suoni entro l’ambito ordinario della coscienza.

L’anima ha l’esperienza viva di potersi ritirare in una sfera della vita interiore di cui va debitrice al buon successo degli esercizi e che, prima che fossero stati intrapresi, era un vuoto, era un alcunché di impercepibile. Prima che si possa raggiungere una tale esperienza interiore, hanno luogo nell’anima vari mutamenti. Uno di questi è annunziato da un notevole prolungarsi – ottenuto con l’esercizio – del momento in cui l’uomo si desta dal sonno.

Allora egli è in grado di sentire chiaramente che da un quid, prima ignoto, penetrano ora nella struttura dell’organizzazione corporea delle forze ben determinate. Egli sente, come in una rappresentazione mnemonica, l’eco dell’azione esplicata da questo quid, durante il sonno, sull’organizzazione corporea. Se poi l’uomo acquista anche la facoltà di sperimentare un siffatto quid dentro la propria organizzazione corporea, allora gli risulta evidente che il rapporto  fra questo quid e il corpo è diverso durante la veglia e durante il sonno. Allora egli non può dire se non che questo quid durante la veglia sta dentro al corpo e durante il sonno sta fuori. Non bisogna però connettere questo fuori e questo dentro con le consuete rappresentazioni spaziali: bensì bisogna designare per loro mezzo le esperienze specifiche che l’anima fa, quando abbia compiuto la sopra menzionata disciplina.

Gli esercizi sono di natura intimamente animica, e per ogni uomo si configurano in forma individuale. Principiati che siano, l’individuale risulta da una determinata prassi dell’anima che ne deriva. Ma quella che si manifesta con assoluta necessità è la positiva consapevolezza di una vita situata in una realtà che, rispetto all’organizzazione corporea esteriore, è autonoma e di natura soprasensibile. Per semplificare, chiameremo iniziato chi aspira a siffatte esperienze dell’anima.

L’iniziato si trova di fronte alla precisa consapevolezza, sottoposta ad esatto controllo, che alla base dell’organizzazione corporea sensibilmente percepibile sta un mondo soprasensibile, e che in quel mondo è possibile sperimentare se stesso, come alla coscienza normale è possibile sperimentare se stessa entro l’organizzazione fisico-corporea. Qui possiamo solo accennare in linea di principio a tali esercizi. Un’esposizione particolareggiata di essi si trova nel mio libro L’iniziazione.

Mediante un adeguato proseguimento degli esercizi, questo quid ora caratterizzato, passa ad una condizione in certo modo organizzata spiritualmente. Allora alla coscienza risulta evidente di essere in rapporto con un mondo soprasensibile come, mediante i sensi, essa è in rapporto conoscitivo col mondo sensibile. E’ ben naturale che gravi dubbi possano sorgere riguardo l’asserzione di un tale rapporto conoscitivo fra la parte sovrasensibile dell’entità umana ed il mondo sovrasensibile circostante. Si può tendere a relegare tutto quanto in tal modo si sperimenta, nella sfera dell’illusione, dell’allucinazione, dell’autosuggestione, ecc.

Naturalmente, una confutazione teorica di siffatti dubbi deve essere in fondo impossibile. In questa sede infatti non può trattarsi di una discussione teorica intorno all’esistenza, o meno, di un mondo soprasensibile, ma solo di possibili esperienze e percezioni che si presentano alla coscienza proprio nello stesso modo come si presentano le percezioni trasmesse dagli organi di senso esteriori. Non si può perciò raggiungere per il mondo soprasensibile nessun altro genere di cognizioni se non quello che l’uomo ha del mondo dei colori e dei suoni.

Bisogna però tener presente che se si fanno questi esercizi correttamente, e soprattutto senza che mai l’autocontrollo venga meno, la diversità tra la rappresentazione del sovrasensibile e la percezione di esso risulta per esperienza diretta con altrettanta certezza quanta ne risulta, nel mondo dei sensi, tra la rappresentazione di un ferro rovente e un ferro rovente toccato realmente. Proprio riguardo al divario fra allucinazione, illusione e realtà sovrasensibile, l’iniziato, coi suoi esercizi, acquista una pratica quanto mai infallibile. Naturalmente però,  l’iniziato deve andare cauto, e deve essere altamente critico nei confronti di ogni sua osservazione soprasensibile.

Ed effettivamente non si deve mai parlare di risultati positivi dell’indagine sovrasensibile, se non con la seguente riserva: sono state fatte delle osservazioni e la critica, esplicata al riguardo con ogni cautela, autorizza a supporre che chi sia in grado, mediante esercizi adeguati, di mettersi in rapporto col mondo sovrasensibile, farà anch’egli le medesime osservazioni. Che poi, nelle comunicazioni fatte dai diversi iniziati possano presentarsi delle differenze, ciò non può spiegarsi se non analogamente a quando dei viaggiatori diversi danno notizie differenti intorno ai luoghi che hanno visitato e descritto.

Nel mio libro L’iniziazione, accordandomi con la consuetudine di coloro che si sono rivelati iniziati nel medesimo campo, ho chiamato mondo immaginativo quel mondo che, nel senso ora descritto, emerge sull’orizzonte della coscienza. Questo termine, però, usato esclusivamente in senso tecnico, non è assolutamente da confondersi con quanto potrebbe alludere ad un mondo puramente immaginario. Qui il termine immaginativo sta solo ad indicare la qualità del contenuto animico. Nella forma, questo contenuto animico è simile alle immaginazioni della coscienza ordinaria: solo che, nel mondo fisico, un’immaginazione si riferisce ad un reale sensibile: mentre le immaginazioni dell’iniziato sono da attribuirsi altrettanto univocamente ad un reale sovrasensibile. Il mondo immaginativo e la sua conoscenza però, sono solo un primo passo sulla via dell’iniziazione. Per mezzo loro si può sperimentare soltanto il lato esterno del mondo soprasensibile.

Occorre ora fare un altro passo, il quale consiste in un approfondimento della vita dell’anima oltre quanto è stato effettuato col primo passo. Concentrandosi rigidamente sulla vita che gli si presenta nell’anima per opera dei simboli, l’iniziato deve ora acquistare la facoltà di allontanare totalmente dalla sua coscienza il contenuto dei simboli. Mediante una specie di astrazione reale, il contenuto rappresentativo deve ora essere eliminato, e solo la forma dell’esperienza deve permanere. In tal modo il carattere simbolico irreale della rappresentazione, che ha un significato per l’evoluzione dell’anima solo come stadio di transizione, viene rimosso: ora la coscienza prende come oggetto di meditazione l’attività interiore stessa dell’anima. Quello che di un tale processo è possibile descrivere, è, rispetto all’esperienza reale dell’anima, come una debole ombra rispetto all’oggetto che la proietta. Quella che dalla descrizione risulta come una parvenza dell’esperienza reale, acquista il suo significativo effetto tramite la forza impiegata.

La vita così suscitata nell’interiorità dell’anima, può essere chiamata una reale autopercezione. In essa l’interiorità umana impara a conoscersi, non soltanto mediante la riflessione su se stessa, come veicolo delle impressioni dei sensi e della elaborazione concettuale di esse. Bensì il sé impara a conoscersi come esso è, senza alcun riferimento ad un contenuto sensibile: sperimenta sé in se stesso come realtà sovrasensibile. Questa esperienza non è come la consueta auto osservazione dell’Io, nella quale l’attenzione viene distolta dal mondo conosciuto e riflessa sul sé conoscente. In tale caso per così dire si restringe sempre più nel punto dell’Io. Ma non è così per l’autopercezione reale dell’iniziato. Nel corso degli esercizi il contenuto dell’anima si arricchisce in lui sempre più e vive secondo determinate leggi: il suo sé non si sente estraneo alla rete di queste leggi, come lo è per le leggi naturali, estratte dai fenomeni del mondo circostante.

In questa fase della disciplina può presentarsi il pericolo che chi la esercita, a causa dell’insufficienza di un vero controllo di sé, creda troppo presto di aver conseguito il giusto risultato e senta allora come vita interiore quella che non è che una reminiscenza delle rappresentazioni simboliche. Naturalmente ciò è senza valore e non deve essere scambiato per la vera vita interiore che si presenta  al momento giusto, che è veramente riconoscibile a chi consideri che, sebbene essa manifesti una realtà piena, tuttavia non assomiglia a nessuna realtà precedentemente nota.

(*) Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911, Vol. III, pag. 224-227.

(Continua…)

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

FREUD (Uno scritto di Massimo Scaligero)

Riceviamo da un utente di Eco, discepolo di Scaligero. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.

_____________________________________________________________

 S. Freud

FREUD

Sigmund Freud è stato, ai primi di questo secolo, l’iniziatore del periodo della psicologia fondato su una visione realistica dell’ “inconscio”: di questo tuttavia già da qualche decennio esisteva il problema con le relative indagini: basti ricordare gli studi del Binet e di Morton Prince sul sonnambulismo e lo sdoppiamento della personalità, le esperienze del Bernheim sulla suggestione post-ipnotica, nonché le teorie di Pierre Janet circa l’inconscio e la dissociazione.

L’inconscio, ossia quella zona della vita interiore dell’individuo che sfugge alla coscienza ordinaria e al tempo stesso in qualche modo la condiziona, era già stato intravisto dagli studiosi di quel tempo: solo mancava loro l’audacia di fare di esso una base definitiva, universale, per la spiegazione di tutti i fatti psichici. Pensò Sigmund Freud a questo, portando innanzi l’esplorazione della zona del “profondo” e identificando nell’inconscio, non più semplicemente la “sede psichica” degli automatismi e della carenza di attività sintetica, bensì anche la sorgente delle forze istintive, dotata di capacità di manovra di tutta la vita cosciente.

La psicanalisi nacque prima come metodo di cura per affezioni isteriche semplici. Freud riteneva che il sintomo psico-nevrotico stesse a rappresentare la sostituzione di un atto mentale, legato a particolari esperienze infantili e omesso dalla coscienza. Ogni forte impressione ricevuta, non accolta dalla vita cosciente e perciò dimenticata – secondo la tesi freudiana – non sparisce, ma va a rifugiarsi nella zona dell’inconscio, alimentandone la sostanza, e da lì urge sulla vita fisico-psichica affiorando poi come fenomeno nevrotico. Di qui la necessità della “rimozione”, consistente nel richiamare alla memoria del paziente l’esperienza o l’impressione sofferta, per liberarlo di essa: il che venne più tardi sperimentato con il cosiddetto metodo della associazioni libere, ossia col suscitare nel soggetto l’attività dell’ “inconscio”, in modo da farlo giungere alla confessione, ossia alla obiettivazione dell’impedimento covato.

Procedendo in questa direzione, Freud si trovò a un dato momento dinanzi a una nuova visione della vita istintiva, che doveva rivoluzionare il campo di quegli studi: egli ravvisò alla base dell’inconscio l’azione della libido, ossia l’attrazione sessuale: da qui a spiegare tutti i fenomeni della vita psichica, compresi quelli più elevati dell’attività estetica ed ideativa, come risultato o di repressioni o di sublimazioni delle esigenze istintive, il passo fu breve. Ne derivò una tecnica che mediante il metodo associativo tendeva ad obiettivare i contenuti latenti della libido, mentre si formava in base a ciò una interpretazione di tutte le attività interiori dell’uomo: non lo spirito, ma l’inconscio, non gli ideali, ma gli istinti repressi, costituiscono le sorgenti dell’azione umana.

Ora, anche se si può pure concedere che tale schema sia, sotto qualche aspetto, giustificato dal fatto che oggi buona parte degli uomini, purtroppo tende a codificare quanto deriva dagli istinti, tuttavia è un sofisma deleterio il dare come tipo umano normale il nevrotico, che invero è solo il tipo di un “caduto”, di un essere venuto meno alla sua vera natura.

Punto di partenza per ogni sviluppo interiore, è riconoscere coraggiosamente la pseudo-spiritualità di una quantità di cose ritenute spirituali, mentre si riducono appunto a “sublimazione”, a surrogati o a forme di debolezza e di evasione. Ma quando si tratta di passare da una vita interiore alienata, a contatti con forze più profonde chiuse nella parte abissale del nostro essere, un tale contatto non deve significare ulteriore abdicazione e dissoluzione: occorre che a entrare in azione sia l’ “Io” come una forza completamente dominante, come un principio effettivamente sopra-cosciente, non come quell’effimera “costruzione” psicologistico-sociale che la psicanalisi suppone, anche se tale effettivamente è quel che nei nostri tempi si ha in molti casi.

Mettere a contatto la coscienza del malato con il suo male, senza dargli modo di fondarsi sul principio realmente dinamico della coscienza, significa non guarirlo, ma farlo peggiorare. L’ignoranza, molte volte, è una forza, e non è facile richiudere le porte della zona “infera”, una volta che esse siano state socchiuse.

Ora, la psicanalisi di Freud non solo non conosce alcuna supercoscienza da opporre alla subcoscienza “infera”, ma in fondo essa non conosce nemmeno alcun mezzo di vera difesa per la stessa normale personalità che voglia assumere il rischio del “contatto”, dato che a tale personalità essa comincia col negare ogni realtà propria. Così in tutti i casi in cui essa va oltre il ristretto ambito di una specifica psicopatologia e ai tipi di personalità menomata ad esso relativi, la psicanalisi costituisce senz’altro un pericolo. Essa sarebbe giustificata unicamente se fosse preceduta da una disciplina volta a formare una unità spirituale, una personalità vera a luogo di quella incosciente ed esteriore creata da educazione, convenzione, ambiente, atavismo, oltre ché dai frammenti di un inconscio assunto in forme addomesticate, trasposte e sublimate; ma in tal caso non si vede come la psicanalisi possa essere ancora utile.

Allorché il mito ci presenta il motivo di un eroe solare che scende intrepidamente negli “Inferi” ed affronta nature selvagge – serpenti, draghi o mostri – per trarne con la vittoria un dono superiore di vita, con il senso di simili figurazioni ci dà simbolicamente il punto decisivo: solo al principio sovrannaturale dell’Io, ossia di una personalità asceticamente fortificata in qualità eroica, è dato avventurarsi nella zona sotterranea dell’ “inconscio” senza pericolo di una distruzione spirituale, con la promessa, invece, di una vita più elevata e più vera.

MASSIMO SCALIGERO

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

PENSARE CREATORE

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Questo è il tempo di Michael, l’Arcangelo della luce del pensiero. Pochi sanno cosa questo significhi, perché pochi sanno cosa sia veramente il pensare. In un mondo dove il materialismo si impone come greve mantello sull’uomo rendendolo sempre più miope, l’anelito dell’anima assetata di spirito cerca acqua viva, e l’acqua vivente che zampilla sono i pensieri che si tuffano nell’essenza spirituale eterna delle cose per accendere e dare vita alla percezione.

Michael attende che l’uomo comprenda questo mistero!

Credo che il testo che più di ogni altro aiuti l’uomo in questa comprensione sia la “Filosofia della Libertà” e allora, per onorare l’Arcangelo del pensare, nei limiti delle mie possibilità, provo a muovere qualche passo in questa direzione.

La prima parte della “Filosofia della Libertà” viene sintetizzata dal suo autore Rudolf Steiner, anche con le parole “monismo di pensieri”, monismo inteso come unità.

Perché cosa sono e da dove derivano tutti i pensieri che spiegano il mondo?

Sono pensieri che stanno alla base del creato e sono stati pensati dal Pensatore supremo. Gli antichi greci l’hanno chiamato Logos: il Pensatore artistico e creativo per eccellenza.

Anche nel vangelo di Giovanni troviamo questo nome: “Nel principio era il Logos”, all’inizio di tutto ci fu, c’era e c’è sempre il pensare creatore.

Tutto l’apparire del mondo fisico nella sua magnificenza è iniziato da processi di pensiero. Cosa sono le cose? Concetti del Logos, idee del Logos, pensieri del Logos.

Cos’è una margherita? Un pensiero. Cosa sono un leone, un albero, un gabbiano? Pensieri.

Più allarghiamo il bagaglio delle percezioni e più ci addentriamo in questo mondo unitario di pensiero che ne sta alla base e che avvolge il mondo in un velo luminoso, in un monismo di pensieri che crea la realtà. Il credere che la realtà sia data dalla materia percepita è solo maya, illusione.

Anche noi, esseri umani fatti a immagine e somiglianza del Logos, partecipiamo a questa facoltà creativa artistica che è il pensare: un aquilone, una casa, un aereo sono strutture di pensiero realizzate dal pensare umano.

L’allenamento di questa attività, l’uomo lo esercita nel pensare le cose che sono già state pensate dal Logos, si muove nella perfezione dei pensieri divini ed impara a combinare questi concetti dati, in maniera nuova, divenendo a sua volta un dio nel creare nell’elemento della materia.

Se però l’uomo si limitasse a pensare e a muoversi solo nell’ambito fisico materiale, non avrebbe nessuna possibilità di esercitare la sua libertà, la sua creatività, perché questo campo è dominato dalle leggi di natura.

Nessuno è libero di creare una viola a modo suo, ma siamo determinati, in un certo senso, da quella struttura di pensiero che il Logos a messo a base della viola; possiamo al massimo manipolare quello che già c’è ma niente di più, e così è per tutte le cose create.

In questo monismo di pensiero non c’è spazio per la libertà creativa dell’essere umano.

Allora ci deve essere un’altra dimensione, una seconda dimensione del pensare che dà la possibilità a me, creatura del Logos, di immettere qualcosa nel mondo che ancora non c’è.

E che cosa crea l’uomo in assoluto perché prima non c’è mai stato?

Ciò che fa lui individualmente nella sua vita, nei momenti in cui non imita nessuno e non segue alcuna norma generale o comandamento, perché ogni situazione di vita è unica e irripetibile, non ci sono due situazioni di vita uguali.

Si tratta di capire in che modo questa unicità realizza, partendo dal bagaglio dei suoi pensieri e delle sue conoscenze, la realtà della sua vita, come crea, ad esempio, la realtà della Libertà, perché la Libertà è qualcosa che l’uomo crea, e se non la crea lui, non c’è.

Ognuno ha tanta libertà quanto ne crea, quanto ne realizza, non ci sono limiti alla realizzazione della libertà.

L’uomo è l’unico essere continuamente in bilico tra il bene e il male, teso verso un equilibrio sempre precario, sempre da riconquistare. Questo gli da la possibilità di scegliere continuamente tra queste due forze e questa scelta è la libertà.

L’uomo nel suo vivere si sperimenta libero non quando ubbidisce a delle leggi o si rivolge a norme di comportamento generali, perché sarebbe solo un copiatore, un esecutore.

Però l’essere umano sa che ha la possibilità, la potenzialità di cogliere, in determinate situazioni, l’intuizione per creare qualcosa di assolutamente nuovo.

Non necessariamente dovrà trattarsi di qualcosa di straordinario. Anche un incontro tra esseri umani potrebbe diventare una creazione artistica per quanto di attenzione, coscienza, interessamento vero verranno espressi in quel momento. Un incontro così non c’era mai stato, ne mai ci sarà, se creato in quel momento in maniera assolutamente nuova e libera.

Anche in un processo di pensiero voluto e creato dall’energia dell’anima e dall’intuizione pensante si sperimenta la libertà, perché è nel pensare che siamo massimamente liberi.

Ogni intuizione si manifesta alla coscienza per mezzo di un concetto, un concetto come tutti gli altri, ma si saprà di averlo creato intuitivamente in quel momento, non copiando nulla, non ripetendosi, non ubbidendo a nessuno: sarà una creazione dal nulla, nuova.

E questa possibilità, che è una delle più importanti per l’essere umano in quanto gli dà la facoltà di sperimentarsi creatore in modo intuitivo, unico, Steiner la chiama “individualismo etico”.

Due parole che di primo acchito sembrano difficili, lontane, ma che in realtà sono una potenzialità dell’anima umana. Creazione libera, individuale: basta lasciarla fiorire nella Luce del Logos ed esserne coscienti!

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'EDIFICIO

 abb05

Un piccolo, cattivo intervento, che potrebbe interessare pochi lettori, se non fosse per la sintomaticità trattata.

La storia, davvero insignificante, è questa: premesso che su Facebook non mi ci troverò mai, qualche volta ho sfogliato la pagina di Sigwart, di Scienza dello Spirito e poche altre cose. Trovo una certa correttezza nelle suddette.

Sotto l’immancabile e suggestiva fotografia del Goetheanum, oltre a 48 assensi di piacere (in effetti la foto è buona) lessi questa breve nota che riporto. M.M. scrisse: “chi può osservare e cogliere la sua bellezza, trasforma la propria anima attraverso lo sguardo che magicamente plasma una realtà che altrimenti rimarrebbe nell’oscuro come nostalgia incompresa”.

Se si parte dal presupposto che il nostro popolo sia composto da poeti (e navigatori) e che la positività sia la disciplina dell’anima più facile del mondo, non potrei aggiungere altro!

Invece leggo anche righe meravigliate dell’ubicazione dell’Edificio (sì, è vicino a Basilea e lontano da Kuala Lumpur), nessuna perplessità circa la non-architettura della facciata posteriore, né sulla pessima collocazione museale delle poche cose rimaste (es: i medaglioni planetari), né qualcosa sullo sconcio (sì, lo sconcio!) dell’ubicazione dell’unico manufatto spiritualmente vivo, ossia della grande composizione lignea, posta con divina intelligenza e purezza d’animo in una buca, per non sottolineare il tradimento architettonico di buona parte del pianterreno – tedesco sì, antroposofico no, nemmeno formalmente – .

Rudolf Steiner - Mozilla Firefox

L’Edificio viene a risultare un vistoso guscio della cui grandezza e creatività artistica rimane solo ciò di quanto è stato riprodotto dal bozzetto e da alcune indicazioni del Dottore (nemmeno queste eseguite fedelmente).

Pare quasi che l’effimero superficiale sia lo strutturale duraturo: ecco l’antroposofia che piace: vaghe impressioni, generiche piacevolezze. Roba che nemmeno i primitivi…

Su quanto scrivo, i vecchi antroposofi ne sapevano molto e molte furono le furenti polemiche in tal senso…poi ci mettiamo una pietra sopra che fa comodo per chi rimane.

Naturalmente i “bollettini” riportarono sempre e solo  gli entusiastici commenti, secondo il vizietto delle “democrazie popolari”.

Ancora oggi vecchi visitatori che vengono da molto lontano, dimenticano una vita di studio e disciplina (o forse proprio per questo) e scoppiano riprovevoli e vivaci alterchi.

Io ho assistito al tentativo di un anziano americano, ormai paonazzo, di strozzare (sì, avete letto bene) la guida all’edificio. Un caro amico svizzero mi ha confermato che le esplosioni di indignata delusione non sono rare.

Perché succede questo, moralisti spiritualeggiadri dei miei stivali?

Perché, ognuno al suo livello, percepisce la mancanza di ciò che dovrebbe esserci, oltre la splendida maschera della facciata.

Se poi uno ci va beato e contento e ritorna beato e contento, avrebbe potuto non andarci, risparmiando, nella sua beatitudine, fatica e denaro: beato era anche prima e può accontentarsi delle foto (suggestive) per essere contento.

Poi, se invece si è capaci di percepire qualcosa, si prolunghi l’itinerario e ci si rechi alla cattedrale di Chartes. Essa è posta su una collina, già sacra al tempo dei Druidi, su cui è possibile darsi una ripulita all’anima, facendo silenzio e contemplando.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SONETTO

rosa-dinverno-

Quelle ore che con delicato lavoro plasmarono
l’amabile sembiante su cui ogni occhio indugia,
saranno implacabili verso la loro opera
ed abbruttiranno quanto magicamente splende:
perché l’inarrestabile tempo guida l’estate
verso l’orrido inverno e ivi la sommerge;
linfa stretta dal ghiaccio e vive foglie cadenti,
bellezze sepolte da neve e squallore ovunque.
Se allora non rimanesse l’essenza dell’estate,
liquida prigioniera fra pareti di vetro,
l’eternarsi della bellezza finirebbe con la stessa
e non ci resterebbe nemmeno un suo ricordo:
ma i fiori distillati, pur colpiti dall’inverno
perdon solo l’apparenza: dolce ne vivrà il profumo.

(Shakespeare)

(32) ISIDE-SOPHIA La stessa Via del Pensiero rischia... - Piero Cammerinesi -


ARTE, POESIA

VERI E FALSI MAESTRI SPIRITUALI

In questa epoca di grandissima confusione spirituale, per molti non è davvero facile intuire e riconoscere un vero Maestro, e di conseguenza per molti è difficilissimo scorgere quale differenza, ancorché abissale, vi sia tra un Maestro spirituale autentico e le molte, troppe, contraffazioni che oggidì circolano nella vita reale, nonché in quella virtuale. Ed ha mille volte ragione Massimo Scaligero ad ammonire all’inizio del XVI capitolo, intitolato Secretum Inviolabile, di Dallo Yoga alla Rosacroce, p. 204:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è l’identico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno.

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale».

Non essendo in grado di discernere l’autenticità di un insegnamento veritiero rispetto alle molte contraffazioni, molti ancor meno sono in grado di accorgersi di chi sia un vero Maestro. Ma quali sono le caratteristiche intrinseche di un Maestro autentico o, come viene chiamato nella tradizione indiana, di un Guru, di un Acharya? Alcune parole estremamente chiare in proposito le dice Ramana Maharshi nella Upadeśa mañjarî, ovvero La ghirlanda delle istruzioni spirituali:

«Quali sono i segni che permettono di riconoscere un vero maestro (sadguru)?

La capacità di dimorare stabilmente nel Sé, il saper guardare ogni cosa con occhio equanime, un coraggio che non vacilla mai, sempre, ovunque e in ogni circostanza; e via dicendo».

Un Maestro spirituale è un Iniziato che ha ricevuto dall’Alto, dal Mondo Spirituale, un «sigillo» interiore, una «missione» da svolgere, la Conoscenza e le forze per svolgere tale missione. Si può giungere ad essere degli Iniziati, senza peraltro ricevere dall’ Alto il compito di essere Maestri, ossia degli «Istruttori», degli «Iniziatori». Non si diviene Maestri – quale che sia il livello, anche altissimo, della propria evoluzione spirituale – per una qualsivoglia decisione personale, bensì per «investitura» dall’Alto, dal Divino, dallo stesso Mondo Spirituale. L’arbitrio di una scelta personale, presa da un punto di vista inevitabilmente «umano», porta sempre, infallibilmente, alla prevaricazione e al tradimento.

Caratteristica del Mondo Spirituale, di ciò che non è meramente «umano», bensì «ultraumano», «superumano», è l’impersonalità, la sovrapersonalità, e di conseguenza il non venir condizionati da ciò che è meramente umano, umano-troppo umano, personale. L’assolutezza di una tale caratteristica del Mondo Spirituale viene impressa come un «sigillo» in colui che viene «investito» dall’Alto della missione di essere un Maestro. Una tale «Investitura» dona la certezza nell’insegnamento spirituale, certezza che non risente delle oscillazioni e della variabilità dell’opinare meramente umano. Il «sigillo» del Mondo Spirituale dà la stabilità interiore, propria a ciò che è impersonale e radicato nell’Assoluto. L’anima che nelle sue profondità abbia ricevuto un tale «sigillo», è quella che Enrico Cornelio Agrippa chiama l’«anima stante e non cadente». Il Maestro che parla è organo e voce del Mondo Spirituale stesso. Tutto ciò che è oscillazione animica, meramente personale, incertezza, è radicalmente estraneo alla funzione e alla missione del Maestro, dell’Istruttore spirituale.

E, soprattutto, egli è in una condizione di sincerità assoluta, di veridicità. Parla partendo dall’intima necessità dell’anima di colui che a lui si rivolge. Ossia parlerà scorgendo nell’anima di chi a lui si rivolge la reale richiesta interiore, percependo ciò che è realmente necessario, e sarà indifferente a quel che possa piacere o meno all’altrui psiche cosciente. Parlerà o tacerà sulla base dell’essenziale motivazione interiore percepita, indifferente anche alla delusione o alla ribellione, peraltro da lui sempre previste, che le sue parole o il suo silenzio possano suscitare nell’anima di chi a lui si rivolge.

Ma non mentirà mai. Non conoscerà tatticismi e machiavellismi, che possano giustificare una menzogna. Neppure a fin di bene. Parlerà o tacerà a seconda della necessità oggettiva, indipendente da simpatie o antipatie personali, ma non mentirà. Mai.

Avendo un tale punto di riferimento, dovrebbe essere facile discernere il reale dall’irreale, l’autentico dalla volgare contraffazione, la verace Via della Iniziazione da quella messinscena e finzione che gli antichi Latini ed Elleni chiamavano, con parola eloquente e calzante, «mistificazione», che non è altro se non una sacrilega profanazione. Ma gli umani si reputano spesso troppo intelligenti e scaltri per preoccuparsi di ciò che è reale, vero e autentico, e non rinunciano mai – quasi mai – a soddisfare tutte le vogliacce e le vanità del loro ego stratosferico.

A tale proposito vogliamo riportare quanto scrive Arturo Reghini in Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, che come noto è l’introduzione alla sua traduzione del De occulta philosophia dello stesso Agrippa. Così dice Reghini, con parole fortemente ammonitrici, in un passo importante e nella nota 66 ad essa collegata:

«Quanto poi alla completa iniziazione, a scanso di equivoci e di responsabilità, ci basterà avvertire il lettore che oggi, come al tempo di Agrippa, il mondo è pieno di falsi dottori, di ciechi che conducono i ciechi, di pseudo-iniziati che non son capaci neppure di riconoscere nell’intima sincerità della loro coscienza la loro profonda ignoranza, il loro analfabetismo radicale; si ricordi, quindi, la raccomandazione di Agrippa: Attenzione a non farsi ingannare da quelli che furono e sono alla loro volta ingannati (66)».

Ed ecco la nota 66: «Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico o politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Sarebbe facile dimostrare, con documenti e testimonianze alla mano, l’origine di quell’ autentico bluff che è il preteso «martinismo», nato dalla combine tra il non ancora dottore in medicina Gèrard Encausse, alias Papus, e il giovane letterato e orientalista Augustin Chaboseau. Non m’interessa impegnarmi in una polemica al riguardo. Le parole di per sé non convincono mai nessuno. Solo la conoscenza della verità, ossia l’esperienza diretta della realtà che sta alla base di un tale conoscere è convincente. Ma la verità è di chi sinceramente la cerca. Basti rilevare che né Gérard Encausse né Augustin Chaboseau erano degli Iniziati, né tantomeno dei Maestri. Una delle brame più forti, un’ autentica mania, dell’Encausse-Papus era quello di fondare Ordini iniziatici. Il visconte di La Palisse gli avrebbe facilmente obbiettato che per fare un Ordine iniziatico ci vogliono gli Iniziati. Perché scopo precipuo di un tale Ordine è di dare l’Iniziazione a dei postulanti, a dei recipiendari: ossia a persone che hanno le «qualificazioni» per richiederla e le adeguate «dignificazioni» per riceverla. Almeno un Iniziato, ossia un Maestro iniziatore ci deve essere, perché nemo dat quod non habet, ossia chi non possieda il «sigillo» e l’«investitura» dall’Alto, nulla potrà mai dare – se non una blasfema e sacrilega contraffazione del Sacro – per la semplice ragione che il più non può venire dal meno. E la storia di quelle congreghe, che d’iniziatico avevano ed hanno solo il nome, è sin troppo eloquente: una interminabile sequela di menzogne, scissioni, abusi, profanazioni, tradimenti, compromessi, intrallazzi, congiure e macchinazioni d’ogni tipo. Ma queste considerazioni interessano solo come casi esemplificatori di quel che può accadere, e che purtroppo accade.

Quindi, si deve concludere che un Maestro autentico non è facile da incontrare, e ancormeno da riconoscere. Perché non sarà il Maestro a cercare un discepolo, né gli renderà facile il riconoscimento. Non sarà suadente, non cercherà il consenso, né si piegherà mai ad usare quelle strategie d’immagine, tipiche  di quella forma di prostituzione morale che è il marketing, del quale si servono oggi ad abundantiam gruppi economici e finanziari, partiti, logge, chiese e quant’altro. Lo stesso Rudolf Steiner attese – secondo una rigorosa legge occulta – che la giovane Marie von Sivers lo «riconoscesse», ossia riconoscesse non solo la sua statura iniziatica, bensì la sua missione «magistrale» e, facendosi in certo qual modo “rappresentante dell’umanità”, gli ponesse la fatidica «domanda», che sola permise a Rudolf Steiner di iniziare a donare la Scienza dello Spirito. Giovanni Colazza era uomo molto riservato, silenzioso, quasi inaccessibile come un Patriarca Ch’an o Zen. Quanto a Massimo Scaligero, io stesso – come molti altri del resto – sono stato testimone di quanto egli fosse indifferente al successo e all’insuccesso, quanto disprezzasse privilegi e favori, quanto lasciasse liberi coloro che lo incontravano, quanto non lo smuovessero di un millimetro il biasimo e la lode, l’approvazione o l’aperta ribellione. Solo alcune cose non sopportava e non tollerava: l’ipocrisia, la recitazione, la finzione, la vanità, il vano e vacuo intellettualismo, la menzogna, il tradimento della verità e dell’amicizia, l’ambizione. Non le tollerava: le smascherava regolarmente  e le abbatteva senza misericordia veruna.

Dopo che Massimo Scaligero ci ha lasciati, quasi trentacinque anni fa, sono sorti vari personaggi che si sono «proposti» come suoi successori e continuatori. Questo loro autoproporsi li squalifica automaticamente. Alcune persone proposero a Massimo Scaligero, ancora vivo, di farsi da parte per lasciare a loro il compito e la funzione magistrale, e furono trattate  nella maniera dovuta. Altri, più scaltri ed infidi, agirono sordamente, «remando contro», e preparando l’erosione prima e la demolizione poi della sua opera. Vi fu anche chi, in qualche modo, pur non proponendosi personalmente in maniera esplicita, si fece proporre, ispirò, o accettò il fatto di venir proposto da entusiasti e e suggestionati seguaci. Massimo Scaligero ammonisce a chiarissime lettere che ciò che suggestiona e seduce sicuramente non libera.

Rudolf Steiner, all’inizio del Novecento, aveva designato Giovanni Colazza a guidare la Comunità Solare in Italia, e lo stesso Colazza trasmise l’identico mandato a Massimo Scaligero negli anni successivi alla seconda Guerra Mondiale. Massimo Scaligero non si faceva davvero illusioni di sorta circa la tenuta della comunità spirituale, alla quale per decenni aveva dato tutto se stesso. Infatti, non trasmise a nessuno il mandato ricevuto da Colazza. Sono personalmente testimone delle parole a me dette: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», e anche delle parole dette a varie persone: «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, sarà tutto finito!». Si limitò ad indicare, per l’orientamento delle riunioni, per iscritto nel proprio testamento – che infedele mano interessata ha fatto abilmente sparire – ed oralmente, la figura di Alfredo Rubino e lo fece mettendo in evidenza sempre la sua limpidità, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua ascetica fedeltà alla Concentrazione e alla Via del Pensiero. E per tali sue qualità Alfredo Rubino venne osteggiato, sabotato, calunniato e deriso sino alla fine della sua vita. Alfredo Rubino con la sua impersonalità e fedeltà è stato un autentico asceta ed un eroe spirituale.

Dopo la scomparsa del Maestro ho potuto assistere da parte di taluni ad una vera e propria surrettizia opera – ispirata – di «trasbordo ideologico inavvertito», per sostituire i contenuti originari con altri di dubbia e incontrollata origine, per sostituire le indicazioni circa una regolare ascesi individuale e l’operatività comune con altre, vòlte a secondare le comodità di una pretesa «via dell’anima». Ci si è opposti alla rigorosa Via dello Spirito, alla Via del Pensiero, alla centralità della Concentrazione, al silenzioso Rito della Meditazione in comune, sostenendo callidamente che «una assoluta austerità è insopportabile a molti, ai più». E aggiungendo, attraverso l’uso menzognero e in mala fede di frasi di Massimo Scaligero, monche e staccate dal contesto, che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo».

Ora, siccome gli umani sono liberissimi persino di non volere essere liberi, chi trova insopportabile l’austerità e il rigore della Scienza dello Spirito, forse dovrebbe considerare che nella vita vi sono tante altre cose belle e simpatiche alle quali piacevolmente dedicarsi. Ma neppure concedere questo pare che vada bene, perché si pretende che ciò che costoro hanno rinunciato a realizzare e conquistare, neppure altri devono anche solo tentare di realizzare e conquistare. Ma vi sono anche esseri umani che vogliono vivere vivi e non morti, e per essi rinunciare all’impresa spirituale equivale a morire nell’anima, e in tali condizioni per loro vivere è cosa vilissima, tale che non valga la fatica e la pena. Bisogna vivere una vita degna di essere vissuta: una vita che può essere bella o tragica, tranquilla o pugnace e irta di difficoltà, ma sempre una vita seria, non una pagliacciata nella quale ci si prende in giro, mentendo a se stessi. Per gli antichi mitriasti valeva il principio che «vita est res severa, vita est militia sacra super terram».

Non posso dimenticare le parole che Massimo Scaligero mi disse, con insistenza, in molte occasioni sino agli ultimi tempi, e all’ultimo giorno della sua vita:

«Per arrivare alla mèta, voi giovani dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio. Io ho fiducia in voi perché seguite veramente la Via del Pensiero: nella Via del Pensiero voi potete essere intensi, assoluti, consacrati. Potete essere unilaterali, potete esagerare, potete essere “settari”, perché la forza-pensiero è l’unica che è capace di autocorrezione. La forza-pensiero nel suo impeto travolge ogni ostacolo».

Nell’ultimo incontro – avvenuto poche ore prima che ci lasciasse – ci chiese di essere fedeli al realismo del pensare, al realismo del Logos, all’assolutezza della esperienza eterica del concetto.

Allora ero molto giovane, molto ignorante, molto stupido. E, aggiungo, anche passabilmente ingenuo. Trentacinque anni dopo, ringraziando le difficoltà, gli errori, le sciagure, i molti dolori che che la vita mi ha dato con generosa abbondanza e che mi hanno insegnato qualcosa, se non molto più saggio, sono almeno molto meno ingenuo. Ho visto, con mio grande stupore, i tradimenti, le menzogne, le macchinazioni, di persone un tempo per me insospettabili. Le ho viste chiamare “verità” delle consapevoli menzogne, e chiamare “errori” le verità e le indicazioni ascetiche più luminose del Maestro. Ho visto, e udito, gettare il fango sulla figura del Maestro, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua realizzazione spirituale, sulla sua maniera di vivere, sulla sua stessa moralità e dichiarare  “incompleta e superata”, “errata, orientale, yoghica, buddhista”, “carente del Logos e del Graal”, la Via del Pensiero che Massimo Scaligero ha prima realizzato e poi a noi indicato. Ho udito diffamare e deridere il rigoroso e silente Rito della Meditazione in comune, dato da Massimo Scaligero, come “orientale, essenico, buddhista”, e peggio. Alla mia obbiezione che tale Rito mi era stato dato dallo stesso Massimo Scaligero in presenza di chi una tale obbiezione faceva, mi fu risposto: «Sì, ma prima c’era Massimo, ora i tempi sono cambiati!». Di fronte alla enormità di una tale affermazione, venutala a sapere, Alfredo Rubino, ironicamente, commentò: «Sì, facciamo come la Chiesa Cattolica: adeguiamoci ai tempi!». Ma la verità non è adeguabile alle ambizioni, ai sotterfugi, ai «trasbordi ideologici inavvertiti», alle manipolazioni, alle sentimentali preferenze, alle interessate, suggestionanti, «operazioni d’immagine» vòlte a realizzare non dichiarate e non confessabili finalità, confessionali o politiche.

Ma un vero Maestro indicherà in maniera scarna ed insegnerà in maniera impersonale sempre la Via della Verità, che è la Via dello Spirito. Mentre i falsi maestri, coloro che si sono proposti da sé, o che si sono fatti proporre, e imporre, indicheranno le vie dell’errore, gl’ infidi sentieri della soggettività, della intellettualità, della sentimentalità, della istintività, le seducenti, ma variabili, incerte, alla bisogna “adattabili” vie dell’anima, della personalità, dell’arbitrio, dell’intrallazzo, dei giochi di corridoio, delle callide macchinazioni: della menzogna.

Di fronte a tali e tante alterazioni – e adulterazioni – per me, vale unicamente la sperimentata certezza dell’assolutezza dell’esperienza della forza-pensiero, vale unicamente la centralità della Concentrazione, che è la Via Assoluta, la Via Regia a sé sufficiente. In effetti, è necessario un “adeguamento” ai tempi, ma nel senso che i tempi sono drammatici, addirittura tragici, ed esigono imperiosamente che non si perda più tempo in rimedi illusori e meramente consolatori. L’urgenza dei tempi esige che si abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza veruna attenuazione o abbellimento della stessa, che ci si renda conto altresì che l’Ascesi non può più essere episodica, improvvisata, approssimativa, fiacca e sfrangiata. Tale urgenza esige che SI AMI l’Ascesi del Pensiero, SI AMI la Concentrazione, realizzando la consacrazione progressiva della totalità delle forze dell’anima all’impresa spirituale: a questa impresa spirituale della redenzione del pensiero, della resurrezione del conoscere dal cadavere della morta ed esangue riflessità. L’intuizione della unicità della Via del Pensiero e della Concentrazione, della sua efficacia, della sua assoluta necessità, può diventare l’esperienza della potenza trasfiguratrice di tale idea intuita: può diventare consacrazione della volontà alla più audace impresa spirituale, quella meno sentimentale, tuttavia quella concretamente trasformatrice dell’uomo e del mondo: la realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, la cui «vuota» essenzialità è obbiettiva forza d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L'ARCHETIPO – OTTOBRE 2014

uomo-nuovo

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 68

Socialità
O. Tufelli Virus

Poesia
F. Di Lieto Foglie

Testimonianze
F. Giovi Ancora sul “Tratado”

AcCORdo
M. Scaligero Inverare ciò che è già reale

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Carta bianca

Inviato speciale
A. di Furia Una sconvolgente eruzione… cutanea

Antroposofia
R. Steiner Dell’arte oratoria

Pubblicazioni
A. di Furia Inviato speciale – La cerchiatura del quadrato

Musica
Serenella L’ABC della musica

Spiritualità
R. Steiner La conoscenza dello Spirito, fonte suprema…

Scienza e coscienza
M. Marinelli Il sorprendente DNA “spazzatura”

Il racconto
F. Di Lieto Lo scettro di canna

La conferenza
A. Lombroni Le voci dello Spirito

Costume
Il cronista Ragione e sentimento

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Dendera

 Arretrati

Link

Archivio a-Z

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2014)

29 SETT  2014 FK 047

1/18006

AUREA CONNESSIONE

TUTTO INTRISTISCE NEL LIVORE CHE – IMMOTIVATO –  LIEVITA DAL BASSO
E SANCISCE IL DOMINIO DEL PLAUSIBILE NEGARE.

SI ESPANDONO LE OCCULTE NEBBIE DEL GIALLASTRO RADDENSARE.
E UN INVISIBILE INTRICO DI ENERGIE IMPONE UN ODIO CHE NON C’ERA.

PERDUTA LA LUCE ETERICA: INFINE SCOMPARE ANCHE IL SUO RICORDO.

RESTA LA COSCIENZA IMMERSA IN UN PANTANO ODIANTE
DI CUI NON CONCEPISCE NEPPURE L’ESISTENZA
MA DAL QUALE TRAE ORMAI OGNI SENSIBILITA’ CHE GENERA OPINIONI.

TALE LA MORTE CONOSCITIVA DI CHI E’ PERDUTO AI CIELI.

NAUSEA DISGUSTO E RABBIA ATTENDONO SOLTANTO UN’AUREA BELTA’ DA MALEDIRE.

MA ANCHE NEL PIU’ PROFONDO OLTRAGGIO PUO’ GIUNGERE –VOLUTA- L’IMMATERIALITA’ D’IDEA.

DALL’ESSENZA DI UN CONCETTO CONTEMPLATO DAL PENSARE :
SI TRAE UN VALORE CHE SCUOTE L’INFERO DILEGGIO DELLA NAUSEA.
E LA CONSUMA.

OVUNQUE ESSA AGISCA E INFETTI LA SVELA E LA DISSOLVE.

REIMPRIMENDO L’AUREA CONNESSIONE AI CIELI DEL CONCEPIRE.

FOLGORE SOTTILISSIMA NEL CUORE DEL PENSARE.

E SI ILLUMINANO DI SOVRUMANITA’ LE OSCURE STANZE CEREBRALI DEI PRECIPITATI.

MENTRE SI REINNALZANO I LIVELLI DELL’ACUME.

NEL FERREO DELINEARSI DEL VALORE DA CUI RISORGE L’AUREO.

_________________________

2/18007

LUCE DELL’IO

LE ESSENZE DEL NEGARE IMPRIMONO IL FASTIDIO.
IMPONGONO IL RIGETTO E LA CHIUSURA CONTRO OGNI LUCE MORALE.
PROFONDE GIALLASTRE PROPENSIONI ALL’INCREDULITA’ BLASFEMA.
ATTORTE POTENZE CEREBRALI IN CUI ABITA LA PERSONALITA’ MALIGNA.

IL SEMPLICE VIVERE NEL TROPPO UMANIZZATO
ACCOGLIE QUELLE POTENZE
E LE SUBISCE QUALE MOTORE OCCULTO
DEL PROPRIO PERDERE L’ANIMA CELESTE.
LIVIDA SOLFUREA PATINA DEL PROPRIO ACCOGLIERE SENSIBILITA’ INVERTITE.

LA TESTARDAGGINE NEL MALE SOLO DAL SOVRUMANO PUO’ ESSERE DISSOLTA.

MA SPENTA E SEPOLTA L’ANTICA DEVOZIONE :  RESTA SOLTANTO L’ATTO DEL PENSARE.

NELL’ESTREMA VOLONTA’ CHE CONTEMPLA UN CONCETTO RICORDATO :
SI ACCENDE INFINE UN VALORE CHE DISSOLVE QUEL NEGARE.

IL RITO DEL PENSARE PUO’ SCIOGLIERE GLI INFERNI.

SOLFUREITA’ NATE DALLA RABBIA VENGONO PERCORSE DALLA NUOVA DEVOZIONE.

NELLA FERREA INSISTENZA DELL’IDEA SORGE IL NUOVO AMORE.

SORGE E SI AFFERMA LA POSSIBILITA’ DEL VERO ESISTERE.

APICI IN CUI
UNIFICATI NELLA VOLONTA’ DINANZI AL PROPRIO SOLE INTERIORE
LA VERA ESSENZA DELL’IO RESPIRA NEL SOVRUMANO.
RESPIRA NEL FUOCO DELL’ARCANGELO.

E REDIME.

___________________________________

3/18008

FERRO DI METEORA

OVE LA SCIMMIA CEREBRALE INSEGUE IL SUO LIVORE
E TENACEMENTE NEGA OGNI LUCE IMMATERIALE.

LE CEREBRALITA’ RAPPRESE INCOLLANO AL NEGARE
OGNI POSSIBILE NUOVO CONCEPIRE.
AFFINCHE’ OGNI VERITA’ SIA CAPOVOLTA E AVVELENATA.

MASSE DI DERELITTI ACQUISTANO POTENZA INTELLETTIVA
ATTINTA OVE IL MENTIRE VIVE DEL LORO INSUPERBIRE.

ORDE DI NON PENSANTI ESEGUONO DISEGNI DI VOLONTA’
CUI NON SANNO DI OBBEDIRE
MA A CUI CEDONO IL PROPRIO VIVERE INTERIORE.

LA CONTROISPIRAZIONE MUOVE DAL BASSO E DISTRUGGE LE FORZE MORALI.
GUIDA VERSO IL CONTRARIO DEGLI ETERNI VALORI.

MA LA CALPESTATA SANITA’ TORNA –IMPOSSIBILE- A RIVIVERE.

PER ATTIMI SENZA TEMPO L’IMPOSSIBILE ACCADE.

NEL PENSARE CHE CONTEMPLA LA FORMA DEL CONCETTO
SI ACCENDE LA NUOVA SANITA’ CHE RICONSACRA.

APICI ETERNI VENGONO RINNOVATI E SI IMPRIMONO NELL’ILLIMPIDITO DECORSO DEI DESTINI.

CIO’ CHE APPARE IMPREVEDIBILE ED IMPOSSIBILE  ACCADE :
IL RINNOVARSI ED IL RISORGERE DEL BENE FRA LE ESSENZE.

ATTO INCANCELLABILE CHE SANA.

E MOLTE COSCIENZE INABISSATE TROVANO DEI LIMITI AL DECADERE.

POICHE’ DEL FERRO DI METEORA IMPRIME LA VOLONTA’ DIVINA
LIBERAMENTE IN ALLEANZA D’UOMO RICREATA.

_________________________________

4/18009

CONCEDONO IL SANARE

SENZA ASPIRAZIONI POICHE’ COMPLETAMENTE APPAGATI DALLA RABBIA.
I PIATTI.
I SENZA IDEALI.
I NEMMENO BRAMOSI.

AMANO SOLTANTO L’ODIO SOCIALE CHE LI NUTRE.
INABISSANDOLI.

L’ODIO PER LORO NON HA PIU’ SCOPO.
E’ FINE A SE STESSO.

TANTO ELEMENTARI DA DIVENTARE ZOLFO DEL NULLA.

SOLO LA CORRENTE DELL’ODIARE LI MANTIENE IN VITA.
E AD ESSA VOLGONO GLI ANELITI.
ALTRIMENTI NON AVREBBERO ESISTENZA NE PULSIONI.

L’ARIMANE CALUNNIATORE DEI TOTALMENTE IDEOLOGIZZATI NELLA FEDE.

EPPURE POSSONO ESSERE SVUOTATI DEL CALCARE E DEL VELENO.

POSSONO RIAVERE L’ANIMA PERDUTA.

POSSONO SUBIRE LO SPEGNERSI DELL’ODIO
SE DINANZI ALLO SGUARDO DELL’IDEA
E’ CONCESSO L’ALTO DILAVARE CHE CANCELLA IL MALE.

SE NELLO SVELARE S’ATTUA IL REDIMERE.

SE SUFFICIENTE INTENSITA’ D’ASCESI PERMETTE CHE IN ALTO SIA CONCESSO
AI VIZIATI DALL’ODIO IL POTER SOFFRIRE.

COSICCHE’ MOLTA DI QUELLA RELIGIONE INVERSA : MUORE.

L’ANIMA RISORGE AL NUOVO GIORNO.

RIAPPARE E VIVE UN SUO TENUISSIMO GERMOGLIO.

LUNGO I SENTIERI DELLE FOLGORI CHE CONCEDONO IL SANARE.

_____________________________________

5/18010

ORO DELL’IO

S’INNALZA OLTRE IL CAOS L’ATTIMO D’ARGENTO.
E NEL RINNOVATO ACUME
LA POTESTA’ DEL LAMPO IMPRIME VITA IMMATERIALE CHE CONSACRA.

SI LACERANO I VILUPPI DELLA DENSITA’ NEL CARNEO
E L’ANTIPENSIERO CHE NEGAVA : TACE DILAVATO.

ENERGIE SOLFUREE DELLA RIBELLIONE E DEL DEFORME :
VENGONO SQUARCIATE NEGLI APICI DEL VALORE LIMPIDO.

IMMATERIALITA’ REIMPRIME LE ESSENZE DELLA NORMA.

MENTRE LA VERITA’ INSISTE NELL’UNIRE.
RISORGENDO.

AVE DELLE AUREE VETTE NITIDO BAGLIORE CHE REDIME.

INSISTE NELL’INSEGUIRE L’ESSENZA DEL CONCETTO :
INSISTE IL CONTEMPLARE ESTREMO.
E PER ATTIMI RACCOGLIE SCINTILLE DI ARMONIA.

OTTENENDO IL RISTORO LAMPEGGIANTE CHE REINNALZA I LIVELLI DI PENSIERO

POTENZE DELLA FORMA SCACCIANO GLI INFERNI.
E MOSTRANO LE VIE DELL’ASSOLUTO.

MOSTRANO GLI ALLORI DEL LONTANISSIMO ORO DELL’ALTARE.
LONTANISSIMO E PRESENTE.
LONTANISSIMO E VIVENTE.

ORO DELL’IO NEL CUORE DELL’ARCANGELO.

_________________________________

HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS FUOCO SOLARE FK   18 OTT 2012 FK 004

http://folgoperis.blogspot.com/

http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

https://www.ecoantroposophia.it/2014/07/arte/fk-azione-solare/ascesi-del-pensiero/

 

 

ARTE, MICHELE - La Via del Pensiero, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

CORAGGIO MICHAELITA

Michele

«E nel corso del XX, quando sarà trascorso il primo secolo dopo la fine del Kali Yuga, l’umanità sarà o alla tomba di ogni civiltà, oppure sarà al principio di quella èra nella quale nelle anime degli uomini, che congiungeranno nei loro cuori l’intelligenza con la spiritualità, sarà condotta a termine la battaglia di Michele in favore dell’impulso di Michele».

Rudolf Steiner, 2° conferenza di Arnheim, 19 luglio 1924, ne Il Karma della Comunità Solare.

«Questa risoluzione di lasciarsi afferrare dai pensieri riguardanti lo Spirituale altrettanto concretamente come attraverso qualcosa di fisico è la forza di Michele! Avere fiducia nei pensieri dello Spirito, quando si ha la predisposizione ad accoglierli, soprattutto in modo da sapere:

«Tu hai questo o quello impulso dallo Spirituale. Tu ti abbandoni ad esso, ti rendi strumento della sua realizzazione!».

Viene un primo insuccesso – non importa! E se vengono cento insuccessi – non fa niente! Perché nessun insuccesso è decisivo per la verità di un impulso spirituale, del quale se ne scorge e se ne comprende l’efficacia».

Parole d’incoraggiamento di Rudolf Steiner, da Mitteilungen des Anthroposophischen Vereins in der Schweiz, Jahrg. XXIII.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA FESTA D'AUTUNNO

autumn

Ci siamo introdotti attraverso la soglia di San Giovanni nell’elemento infuocato (quest’anno, a onor del vero, alquanto bagnato) dell’estate il 24 Giugno.

Ora penetriamo i misteri legati all’autunno passando per la porta di  San Michele, il 29 settembre.

Il giorno di San Michele cade in un periodo divenuto incolore e privo di festività per il mondo moderno.

La liturgia cattolica, dopo la Pentecoste, sfila le domeniche con monotonia,  la vita esteriore si cruccia tra evasioni e rientri.

All’esaurimento di questo viavai ecco apparire l’equinozio di autunno: un gran vuoto triste… dalle mie parti con il grande vento e le foglie che cadono: molte foglie d’alberi e non poche foglie di… imposte mal fissate.

Ma questo vuoto, un po’ prima, è stato un crogiolo dove bollivano  e si calcinavano i rifiuti della immane solforizzazione che, in estate, debordava dalla natura.

Feste severe ma belle contrassegnano la presenza di Mikael nel cielo d’autunno:

– festa della condensazione delle forze della natura nelle spighe raccolte e nell’uva vendemmiata,

– festa di penitenza per l’uomo (Yom Kippur), d’interiorizzazione e di rientro in se stessi.

La circolarità dell’anno non deve rimanere incompleta e portare con sé vuotaggine o svista sul suo perimetro: mentre fuori la luce decresce, gli uomini debbono (dovrebbero) celebrare la luce interiore che rinasce in loro.

Questa luce è una presa di coscienza che mostra l’alta figura dell’Arcangelo solare che punta verso le profondità un gladio del tutto particolare.

Fuori, nel mondo, le meteore saturano l’atmosfera di un apporto metallico, di cui sarebbe di riconoscerne l’importanza: il ferro meteoritico, emesso non dalla terra ma dal sole.

Verso dentro, questa pioggia di ferro dona al sangue il supporto necessario affinché il coraggio sappia tornare nel cuore dell’uomo.

Egli – Volto del Signore – può allora ritornare nell’uomo: nella chiarità del pensiero cosciente, riprendendo la sfera in cui stava insediandosi il dragone sulfureo.

Il coraggio morale di trovare entro sé la luce, nel mezzo delle tenebre della vita e del mondo, può venire a noi nel tempo di San Michele più che in altri momenti dell’anno.

Comunque ciò che chiamiamo “via di Michele” è via trascendente: va verso l’Essere che trascende, nell’infinito, spazio e tempo: per l’asceta ogni attimo può essere l’immisurabile che incontra la forza di Michele.

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

DAI COLLOQUI CON ECKERMANN

 Goethe

Parva selecta:

J. W. von Goethe

DAI COLLOQUI CON ECKERMANN

A settantacinque anni non si può fare a meno di pensare talvolta alla morte. Questo pensiero mi lascia del tutto tranquillo perché ho la ferma convinzione che il nostro spirito sia un essere di natura indistruttibile, sempre operante di eternità in eternità: simile al sole, il quale solo ai nostri occhi mortali sembra tramontare, ma che effettivamente non tramonta mai e continua invece a splendere senza fine.

§

L’uomo deve percorrere diversi gradi: e ciascun grado porta con sé le sue particolari virtù e i suoi errori: i quali, nell’epoca in cui si producono, si devono considerare conformi a natura, e in qualche modo giusti.

Nel grado successivo, l’uomo è divenuto un altro: più nessuna traccia delle prime virtù e difetti, ma al loro luogo sono subentrati altri modi e altri trasmodamenti. E così via, sino all’ultima trasformazione: dopo la quale non sappiamo quello che saremo.

§

La capacità di ammettere il Superiore è molto rara, e nella vita ordinaria è quindi sempre bene di tenersi tali idee per sé, o scoprirne soltanto quanto è necessario per essere di qualche vantaggio agli altri.

§

Nel mezzo della vita di un uomo si produce generalmente una svolta: e come nella gioventù tutto gli andava a seconda e tutto gli riusciva, ora, ad un tratto, tutto si cambia, e una disgrazia succede a un sinistro, una sciagura ad una sventura.

Ma che cosa penso in proposito? Che è necessario che quell’uomo perisca!

Ogni uomo straordinario ha una certa missione che è chiamato a compiere. Quando l’ha compiuta, non è più necessario che egli duri sulla terra in quella forma, e la Provvidenza lo impiega a qualche altro fine.

Ma poiché in questo mondo tutto procede per via naturale, così i dèmoni gli dànno uno sgambetto dopo l’altro, talché alla fine egli viene sopraffatto.

Così accadde di Napoleone e di molti altri: Mozart morì a trentasei anni e Raffaello alla stessa età; Byron visse soltanto un poco di più.

Ma tutti avevano perfettamente assolta la loro missione ed era tempo che se ne andassero, così che anche agli altri rimanesse qualcosa di duraturo da compiere.

§

Ogni produttività veramente alta, ogni intuizione importante, ogni scoperta ogni grande idea che reca frutti e conseguenze, non è in dominio degli uomini e sta, sublime, sopra ogni potenza terrena.

Doni del genere l’uomo li riceve solamente dall’alto, e sono da riguardare come puri figli di Dio, che egli deve accogliere con liete azioni di grazie e deve adorare.

Tali doni sono parenti di quel Demonico il quale fa dell’uomo, prepotentemente, ciò che gli piace ed al quale l’uomo si arrende senza saperlo, mentre si illude di agire per proprio impulso.

In questi casi l’uomo è da riguardare piuttosto come uno strumento di un alto governo del mondo, come un eletto vaso riconosciuto degno d’accogliere un influsso divino.

Dico ciò considerando come spesso un’idea abbia dato un’altra fisionomia a secoli interi: come singoli uomini con l’opera loro abbiano impresso alla loro età un’impronta che restò riconoscibile anche nelle generazioni seguenti e che continuò ad operare beneficamente.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DOMINIO DI SE’ (di M.Scaligero)

M. SCALIGERO

🟠

Non è una drammatica e sterile contrapposizione ai propri istinti quella che può condurre al dominio di sé.
La via ascetica o mistica, d’altro canto, salvo rare eccezioni, non fa che sospendere le tensioni e rimandare indefinitivamente il problema, quando non giunga a potenziare sotterraneamente, ossia sotto la serie dei pretesti moralistici, quanto v’è di meno regolare nella coscienza.

La via che si può additare come la più adatta agli uomini di questa epoca, è una “via della conoscenza”: si tratterebbe di realizzare oggi il contenuto di un antico oracolo: “conosci te stesso”.

Occorrerebbe conoscere, oggettivandolo innanzi a sé, il proprio mondo istintivo, sino a scoprire in se stessi un secondo individuo, tessuto d’istinti, che tende continuamente a sostituirsi all’io, ossia a prendere il posto dell’essere spirituale vero.
Tale individuo istintivo non vive soltanto nella sfera della volontà inferiore, ma anche nei sentimenti incontrollati e nelle abitudinarie cerebrazioni, in tutte quelle attività mentali che si svolgono sotto il segno dell’automatismo.

Un suo modo di essere dominante è la paura, anzi si può dire che la paura è quella forza sottratta alla volontà cosciente, di cui esso si alimenta di continuo, per rimanere identico a sé: esso è infatti un possente conservatore di sé, non ha altro fine che vivere, ripetendo i medesimi movimenti.

Ma occorre notare che il fenomeno della paura non è quello in cui simile modo di essere si esaurisce, ossia la paura non si presenta soltanto come tale, ma normalmente si mimetizza in tutta la coscienza ordinaria, passando per la sfera del sentire nella quale si presenta come apprensione, sentimentalismo, antipatia, avversione, sino a giungere nella sfera mentale in cui assume la veste di critica negatrice, di dubbio, pigrizia intellettuale, pensiero materialistico.

La paura è la forza con cui l’individuo istintivo difende se stesso in noi.

Ciò spiega perché la contrapposizione ai propri istinti è una infeconda lotta, impostata su una inconsapevole finzione: è infatti una parte dell’anima compenetrata dalla paura che si contrappone all’altra parte in cui la paura e gli istinti congeniali direttamente si manifestano.

Occorre destare in sé le forze di una conoscenza che sollevi l’io all’altezza del suo vero dominio: una conoscenza che evochi nell’anima il terso splendore dello spirito.
Questo conoscere, esigendo un soggetto del suo compiersi, un soggetto realmente autonomo, in quanto conforme alle leggi del puro pensare e perciò con le stesse forze regolatrici del mondo, un simile conoscere, potenziandosi, è in grado di riassorbire in sé le energie che originariamente gli appartengono, ossia redimere il mondo degli istinti, riesprimendoli come veicoli della sua centralità e della sua libertà.

E’ chiaro che un simile conoscere è qualcosa di ben diverso da ciò che normalmente si intende con tale termine: esso fa appello a quel “pensare indipendente dai sensi”, a quel pensare vivente, a cui si è accennato in precedenti scritti.

E’ soltanto un’attività cosciente e affermativa del pensare che può isolare la coscienza centrale dalla invadenza degli istinti e da tutte le loro secondarie impressioni, da tutti i loro interni travestimenti.
Si tratta di opporre alle diverse forme ossessive, assunte in noi dagli istinti, una ossessione cosciente, ossia un monoideismo voluto.

Una conoscenza che sia mediata dal limitato pensare razionalistico, porta inevitabilmente a cercare gli impulsi della volontà non nel mondo spirituale da cui essi veramente traggono origine, ma nella sfera degli impulsi.
Questa è la tragedia dell’uomo attuale.
Il cosiddetto “uomo volitivo” dei tempi moderni è in sostanza soltanto un istintivo: la sua ostentata dinamicità è soltanto una apparenza di forza, che del resto risponde a un modello concepito secondo un’anima e una cultura prodotta dalla riflessità passiva della coscienza.

L’educazione del pensiero, la meditazione, coltivata secondo il metodo accennato, danno il modo di afferrare la coscienza centrale, quella in cui si può vivere effettivamente lo spirito, e di distinguerla dalla coscienza riflessa, intellettualisticamente in superficie, ma nella sua interna realtà tessuta di forze istintive.

Non vi è altra via per cessare di essere lo zimbello del gioco degli istinti, per divenire individui veri, per non cadere nell’autorecitazione moralistica e in tutte le analoghe ipocrisie.
L’uomo deve finalmente volere, non più per scambiare per sua volontà ciò che gli viene sotto varie forme del mondo istintivo: deve poter percepire la sua volontà prima che divenga istinto. Sino a creare istinti che gli obbediscano, in quanto obbediscono allo spirito in lui.
E’ evidente che questa stessa è la via della libertà, per l’uomo.

Massimo Scaligero

______________________________________________

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA PSICOLOGIA DELLA FRASE (Conf. di R. Steiner)

floatingonthedeadsea

Presento agli amici lettori questo breve stralcio del Dottore. Esso è piuttosto semplice ma ricco di osservazioni che ogni buon ricercatore potrebbe giustificatamente approfondire. Poiché lungo la strada della conoscenza si incontrano inciampi di tutti i tipi. A dire il vero, il discepolo della via dei Nuovi tempi dovrebbe essere abbastanza capace di evitare la magia soporifera su cui si pone l’attenzione di Steiner: perché il discepolo della Scienza spirituale si educa al pensiero in piena autonomia.

Così dovrebbe essere ma poi l’osservazione del reale mostra quanto spesso l’educazione del pensiero sembra mancare, e ciò accade dove non dovrebbe accadere: pare che una mistica malia stia vigile alle porte della coscienza pronta a fermare il pensiero o intricandolo in una tela di veti e contro veti. L’ortodossia che, per paura, teme l’eresia, è solo un serio guasto nell’organo del pensiero: se il pensiero non pensa a fondo, affonda. Se affonda rimangono i luoghi comuni e con essi si campa nelle paludi della falsità.

**************************************************************

di Rudolf Steiner

Sulla psicologia della frase

Si assumerebbe certamente un compito ragguardevole chi volesse intraprendere un’esauriente descrizione della potenza delle “frasi fatte”. Vi sono poche cose al mondo che operano altrettanto suggestivamente e con effetti così misteriosi.

Quel che più importa è che la “frase fatta” è sulla bocca di tutti: ognuno la pronuncia con una certa importanza, senza accompagnarla con alcun pensiero, e in modo altrettanto scevro di pensiero, ognuno l’ascolta con altrettanta importanza.

Basta che colui che parla, come colui che ascolta, sia ben persuaso del peso di quelle parole. Al tempo stesso deve apparire stolto chi chieda il senso della “frase fatta”: poiché così facendo, ne distruggerebbe l’effetto. E dovrebbe di necessità distruggerlo: poiché, naturalmente, un senso la “frase fatta” ce l’ha.

Semplicemente perché ogni parola ha un senso in bocca a chi la usa per primo in una certa connessione. L’effetto, però, non risiede nel senso della “frase fatta”, ma in qualcosa che col senso non ha nulla a che vedere.

Un uomo politico intelligente usa una parola. Questa, nel complesso della sua argomentazione, ha senso e piena giustificazione. Ora si dà il caso che, nel Paese a cui quell’uomo politico appartiene, per un certo tempo in ogni discorso politico s’incontri quella frase. Quando il primo uomo politico intelligente ne ha fatto uso, essa agì in modo elettrizzante, perché illuminata dal resto del discorso. Ma a quel senso non pensano più affatto gli innumerevoli altri che pronunciano la stessa frase.

Bismarck tiene un discorso autorevole: un discorso che è un’azione politica. Egli dice: “Noi tedeschi temiamo Dio e null’altro al mondo”. Queste parole hanno un senso nel contesto del suo discorso. Ma continuano ad essere usate. Diventano “frase fatta”. Possiamo risentirle in innumerevoli altri discorsi. E possiamo benissimo promettere una mancia competente a chi, in quelli innumerevoli altri discorsi, trova un senso in quelle parole. Eppure la massima parte di quei discorsi dovrà l’effetto che produce, alla circostanza che l’oratore abbia adoperato quelle parole.

Si può tranquillamente affermare che una frase deve perdere il suo significato prima di diventare “frase fatta”. Perché la gente nulla ama quanto le frasi: e nulla le riesce ostico quanto l’intenderne il senso. Gli organi della favella sono animati da un’enorme smania di attività: gli organi del pensiero sono i più pigri che un organismo possieda. Gli uomini vogliono parlare assai e pensare pochissimo. Perciò occorrono molte “frasi fatte” che producano forti effetti senza obbligare a pensare.

A chi sappia osservare la fisionomia degli uomini potrà capitare spesso di assistere a un fatto di questo genere: due si intrattengono tra loro; cercano di intendersi in modo sensato, e così continuano per un certo tempo. Ad un tratto, ad uno di essi questa sensatezza viene a noia. Gli salta in mente una “frase fatta” con la quale può metter fine alla conversazione. Allora su ambedue i visi si esprime la gioia di poterla finire. La “frase fatta”, priva di senso, pone termine a una lunga conversazione, forse tutt’altro che insensata.

Una lontana somiglianza con la tendenza ad agire mediante “frasi fatte” ha la mania di corroborare le asserzioni con le citazioni. Per lo più le citazioni non hanno senso, perché adoperate fuori del contesto originario. Ne troviamo per ogni dove: sopra bandiere, monumenti, portoni di casa, articoli di fondo, teste di pipa, bastoni da passeggio, ecc. Il leggere quelle citazioni ci spinge ogni volta a dimenticare il senso che hanno avuto all’origine.

Con tutto ciò, non voglio dir nulla contro i luoghi comuni, né contro l’uso delle citazioni. Perché spesso i modi di dire più spiritosi provengono dall’impiegare una citazione in senso contrario a quello originale. Sarebbe nondimeno istruttiva una raccolta di osservazioni sul modo in cui agiscono le “frasi fatte”. Chi scrivesse questo capitolo della psicologia popolare potrebbe prendere due piccioni ad una fava: perché scriverebbe al tempo stesso un brano notevole di un altro capitolo della dottrina dell’anima, dal titolo: La spensieratezza della gente. L’uso delle “frasi fatte” rivela nel modo più chiaro quanto la gente cerchi di evitare di pensare.

Vi sono giornalisti che erigono tutta la loro esistenza su questa qualità delle masse. Scrivono, diciamo, tutte le settimane, un articolo che contiene qualche parola atta a esser ripetuta otto giorni di seguito. Con ciò i lettori hanno per otto giorni il mezzo di parlare di una cosa senza far uso dei loro pensieri. Ad ogni occasione ornano il loro dire con l’ultimo motto del giornalista X. Molti giornalisti possono registrare grandi successi solo perché possiedono l’arte l’arte di coniare parole che, oltre il loro senso, hanno in sé anche qualcos’altro che esercita una azione suggestiva, che le fa agire quando sono state spogliate del loro senso. La psicologia della “frase” dovrà investigare che cosa sia questo “qualcosa” che residua quando da una frase si è distillato il senso, e che ha poi la forza magica di rendere quella frase una potenza che domina gli uomini. Questa psicologia della frase sarà un contributo importante alla psicologia delle masse.

***************************************************************

Nota: non potendo rintracciare il probabile ciclo di conferenze a cui quanto sopra appartiene, indico la provenienza: Antroposofia, rivista mensile di scienza dello spirito – Anno I – N. 1. Gennaio 1946.

SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto