ISIDE SOPHIA – DECIMA Lettera (Parte II)

Denderah

DECIMA LETTERA

Gennaio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

GIOVE

(Continuazione)

Durante il grande ciclo dell’evoluzione terrestre, il corpo eterico fu impegnato principalmente nel salvaguardare il corpo materiale dal declino e da un troppo forte estraniamento dalla sua origine cosmica. Ma lo sviluppo del pensiero, che non è così antichissimo nell’umanità, indica che il corpo eterico – ovvero, possiamo dirlo, le forze derivate dalla sfera di Giove – non solo preserva il passato, ma appartiene pure al futuro dell’Universo. Attualmente il corpo eterico è completamente incorporato, ovvero affondato, nel corpo materiale. In tempi antichi ciò era diverso, essendo il corpo eterico parzialmente fuori del corpo materiale, e attraverso ciò l’essere umano era capace di percepire le superiori regioni spirituali dell’Universo. Comunque, egli poteva farlo soltanto in maniera sognante, poiché l’autocoscienza non era ancora pienamente raggiunta. Verrà nuovamente un tempo in cui le forze eteriche saranno liberate dal corpo materiale e non saranno più unicamente impegnate nell’edificarlo, bensì riveleranno la loro luminosa, splendente luce di memoria e di preveggenza cosmica. Allora esse saranno compenetrate dall’autocoscienza, dalle forze dell'”Io”, e quindi riveleranno non soltanto una capacità riflessiva bensì anche una capacità creativa che sarà capace di edificare un nuovo Universo secondo le grandi Immaginazioni degli Déi. Questa sarà la vera immagine spirituale dell’umanità. Nel linguaggio dell’Apocalisse di Giovanni questa viene chiamata la “Nuova Gerusalemme”.

Possiamo ora capire Rudolf Steiner allorché in Scienza Occulta dice che il Giove attuale è una dimora di Esseri che sono troppo progrediti per prender parte all’evoluzione della Terra come Pianeta, e che saranno capaci di dispiegare la loro attività in un futuro grande ciclo di evoluzione che la Scienza Occulta chiama “Giove”. Questi Esseri attualmente “toccano” soltanto o “aleggiano al di sopra” dell’esistenza terrestre, mentre le forze eteriche operano come forze curatrici e rigeneratrici per preservare l’organismo vivente dal decadimento naturale. Proveremo ora a riconoscere l’attività di Giove in una certa quantità di cieli di nascita storici, e mostrare come essa appaia come un’indicazione della natura Archetipica delle forze eteriche di queste personalità, quale loro aura eterica, per così dire. Vedremo altresì come Giove appaia in tutto quel che è non solo una questione di destino personale nella vita umana, ma è in relazione con l’anelito e il progresso dell’umanità come un tutto: ciò che è utile e prezioso per la vita spirituale dell’umanità, anche se la personalità che ha creato tali opere di spirito risanatore ha oltrepassato da molto tempo la soglia della morte. Giove si rivelerà sempre come la sfera della quale Rudolf Steiner dice, in relazione alla vita dopo la morte, nel suo libro Teosofia: “…E’ l’unità vivente che esiste in ogni cosa. Anche di questa unità l’uomo non ha durante la vita terrena se non un riflesso. Questo si esprime in ogni forma di venerazione che l’uomo porta incontro al tutto, all’unità e all’armonia del mondo. La vita religiosa degli uomini deriva da questo riflesso. L’uomo riconosce come il senso totale dell’esistenza non risieda nel transitorio, nel singolo. Considera questo transitorio come un “simbolo” e un’immagine di un’eterna armonica unità. innalza con venerazione e adorazione lo sguardo verso questa unità. Le offre azioni religiose di culto… I frutti della vita religiosa e di tutto quanto ha relazione con essa si palesano in questa regione… Si forma qui la facoltà di riconoscere se stesso quale parte di un tutto”.

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Tommaso Moro (nato il 7 febbraio 1478): nel cielo di nascita di Tommaso Moro, Giove era appena entrato nella Costellazione dell’Ariete. Durante l’intero periodo del suo sviluppo embrionale esso fece un nodo in quella parte dello Zodiaco ove l’immagine dei Pesci congiunge le mani con l’Ariete. Era in una posizione assolutamente preminente.

Questa posizione di Giove indica le condizioni primarie dell’organismo eterico di Tommaso Moro. Giove raccoglie, in quel momento, gli impulsi dell’Ariete dietro ai quali vive l’attività e l’Essere degli stessi Spiriti della Saggezza. Così la Saggezza cosmica e le creative forze vitali di Giove vengono ancor più esaltate nella sfera del pensiero cosmico omnicomprensivo. Possiamo sperimentare ciò nell’atteggiamento di Tommaso Moro verso la vita e il suo anelito alla conoscenza. Con una vitalità come quella indicata in questo Giove, egli non poteva fare diversamente che dedicare ed ordinare la sua vita secondo la Saggezza universale. Perciò non stupisce ch’egli divenisse un seguace dell’ “umanesimo” quando aveva ancora soltanto diciannove anni e allorché Erasmo da Rotterdam si recò in Inghilterra. Più tardi nella sua vita, vediamo come egli dedicasse tutte le sue azioni dal punto di vista di questa Saggezza universale. Non era un fanatico, in effetti era proprio l’opposto, in quanto egli sviluppò un atteggiamento di assoluta calma e di autodominio qualsiasi cosa accadesse attorno a lui. Era risoluto e incrollabile nei suoi concetti e nelle sue convinzioni, come l’Ariete con le sue possenti corna. Persino la minaccia di morte non poteva mutarlo. Egli poté morire per le sue idee senza esser fanatico o pauroso. L’attegiamento vitale di Tommaso Moro è la descrizione ideale di Giove in Ariete.

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Dante (nato nel maggio del 1265): allorché Dante nacque Giove stava in Toro, ove era in congiunzione con Saturno. Così esso è in una posizione veramente preminente, sebbene il peso di un turbolento destino (Saturno) incomba su di lui. Il Toro è un’espressione dell’essere e dell’attività degli Spiriti del Movimento. Possiamo leggere in questa indicazione che le primarie tendenze vitali di Dante erano fortemente dirette verso la Parola, verso la Parola Creatrice degli Dèi così come la parola umana, che ha la sua origine in questa Costellazione o nella regione spirituale dietro di essa. Non vi è bisogno di molta spiegazione per mostrare come questa Parola Universale sia presente in Dante come potere di vita. Poiché il poeta della Divina Commedia conobbe realmente i “nomi eterni di tutte le cose e degli esseri”: essi erano scritti nel suo corpo eterico.

Il tragico destino di Dante in relazione con le Costellazioni politiche della sua età viene espressa da Saturno in Toro. Ivi la Parola Creatrice discende nella sfera del volere, e forgia con potenti soffi le molteplici forme di condizioni terrestri che, da un punto di vista superindividuale, sono necessarie per l’intera umanità.

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Gotthold Lessing (nato il 22 gennaio 1729): Giove stava tra le Costellazioni del Toro e dei Gemelli allorché Lessing nacque. Durante la maggior parte del tempo del suo sviluppo embrionale, esso disegnava un nodo tra le Stelle all’inizio dei Gemelli. I Gemelli sono l’espressione cosmica delle forze di individualizzazione nell’Universo. Nel loro retroscena spirituale abbiamo trovato gli Spiriti della Forma che prepararono la forma umana fino a che essa fu capace di divenire un veicolo per l’ “Io”. Il Giove di Lessing venne compenetrato da questi impulsi, e di nuovo possiamo trovare ciò, reso manifesto, nell’atteggiamento vitale di questa personalità. Possiamo dire ch’egli fu il primo giornalista, ma ebbe una vastissima e comprensiva conoscenza della vita spirituale e culturale della sua età. Inoltre il suo più forte impulso vitale fu la sua lotta per la libertà dell’individualità. Egli fu una delle poche personalità moderne che, attraverso il pensiero logico e un vero impulso per l’educazione, giunse all’idea della reincarnazione. Nel suo ultimo dramma Nathan il Saggio, espresse le sue convinzioni dell’unità di tutte le religioni, di tutte le confessioni e razze in un solo Cristianesimo mondiale. Nel suo corpo eterico ereditò dal Mondo degli Archetipi della vita il dono di riconoscere l’eterno nucleo dell’essere dell’umanità a dispetto delle ingannevoli apparenze della sua esistenza terrestre.

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Richard Wagner (nato il 22 maggio 1813): allorché Wagner nacque Giove era in Cancro, ma in opposizione a Marte che allora era in Capricorno. Giove in Cancro indica una forte tendenza formatrice. Questo caso è interessantissimo, poiché l’opposizione di Marte crea una contraddizione in questa personalità. Le sue forze animiche, indicate da Marte, furono non pienamente formate, almeno non durante la prima parte della sua vita; esse erano quasi esplosive e sanguigne. Ma le forze Archetipiche del suo corpo eterico anelavano alla forma rigorosa, ch’egli raggiunse nei suoi drammi musicali. Inoltre egli dovette lottare quasi per un’intera vita finché in se stesso vinse quelle forze animiche che troppo fortemente vivevano in cosmiche sfere e che non furono trasformate facilmente in forme legate alla Terra.

Giove nel Cancro indica pure una speciale relazione con la sfera degli Arcangeli, gli Spiriti del Popolo. Ciò è espresso altresì nei poemi musicali di Richard Wagner, che raccolgono il filo delle grandi immaginazioni della mitologia nordica. In realtà, egli ha formato nel suo operare vitale il dramma della nascita dell’individualità fuori dal grembo dello Spirito di Popolo.

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Rudolf Steiner (nato il 27 febbraio 1861): durante la prima metà dello sviluppo embrionale di Rudolf Steiner, Giove era in Cancro; in seguito esso eseguiva un nodo in Leone e stava in Leone all’epoca della sua nascita.

Incontriamo qui Giove in Cancro. Abbiamo già detto che ciò indica un potente potere formatore del corpo eterico. Possiamo trovare benissimo questa tendenza nella vita di Rudolf Steiner. E’ nella prima parte della sua vita che egli fu guidato dal suo particolare desitno allo sviluppo di una fortissima disciplina della sua facoltà pensante, come l’unica via per riuscire a portare all’umanità un nuovo e moderno metodo per la conoscenza dei mondi superiori. Ciò è riflesso nel suo libro fondamentale La Filosofia della Libertà.

Più tardi nella sua vita, questo pensare disciplinato divenne il portatore di un gigantesco e comprensivo messaggio dei mondi superiori che egli portò all’umanità moderna come “Antroposofia”. In essa appare un vero riflesso umano, una realizzazione microcosmica della più intima Anima dell’Universo. Ciò è indicato da Giove in Leone, e nella vita terrena di Rudolf Steiner abbiamo un’ideale rappresentazione di tali forze eteriche Archetipiche, e di come questo contenuto fluisse nel veicolo di un pensare disciplinato.

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Raffaello Sanzio (nato il 26 marzo 1483): nella vita prenatale di Raffaello, Giove si muoveva attraverso le ultime Stelle del Leone e subito dopo entrò nella Vergine ove si trovava all’epoca della sua nascita.

Rispetto a Giove in Leone dobbiamo dare una descrizione simile a quella data per il caso di Rudolf Steiner. Raffaello fu pure uno dei pochi che avevano ascoltato battere il cuore dell’Universo. Ciò venne impresso nel suo corpo eterico come una grande capacità d’amore.

Il carattere delle sue forze eteriche mutarono nello stato interiore della Vergine dopo la sua fanciullezza. Questo mutamento trovò la sua più pura espressione possibile nella vita di Raffaello, nel mondo delle sue molteplici ed innumeri immagini della “Madonna col Bambino”. La Costellazione della Vergine fu capace di trovare, attraverso di lui, come una forte manifestazione terrestre, poiché come pittore egli viveva in special modo in una sfera di coscienza immaginativa e nell’immaginazione che è collegata al Mondo degli Archetipi della vita, la cui sorgente è in Giove.

I dipinti delle Madonne di Raffaello non sono solo rappresentazioni della nascita del Bambino Gesù, ma hanno un significato molto più profondo. Esse rivelano l’esperienza della nascita del Figlio di Dio, il Signore della Vita Eterna nel Mondo Animico, persino nel Mondo di ogni Creazione. Questo è il vero significato della Costellazione della Vergine.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI

LIBERTA' E LIBERAZIONE

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Queste due parole sembrano avere lo stesso significato, o perlomeno un significato molto simile. Ma è soltanto un’apparenza: in realtà queste due parole hanno un significato profondamente diverso e si riferiscono a due diverse condizioni dell’essere umano, ancorché correlate tra loro. Vedremo, nel corso delle presenti considerazioni, come.

Possiamo dire che, in qualche modo la liberazione ha a che fare con il presente e il passato dell’essere umano, mentre la libertà con il presente e il futuro dell’uomo, e di conseguenza col destino eterno dell’essere umano.

Non è facile parlare di queste cose nel linguaggio arido e filisteo, che in gran parte è quello della abituale vita comune e dell’attuale cultura. Occorre un ben altro linguaggio, un linguaggio capace di toccare realmente le corde più profonde dell’animo umano, perché questi argomenti, come vedremo, sono di importanza suprema per l’essere umano. Devo alla nostra cara Marzia, a quanto su questo blog lei ha scritto, con delicato e profondo linguaggio poetico, nel suo articolo Pensare creatore sulla Filosofia della Libertà, e ad alcune conversazioni col nostro pugnace Daniel, l’ispirazione e lo stimolo a mettere per iscritto queste considerazioni, che da molti anni mi tenevo sepolte nel cuore.

A volte, Massimo Scaligero, per un tratto fortemente platonico del suo animo, amava allontanarsi dal linguaggio freddo e prosaico, tipico della corrente cultura, per elevarsi ad un linguaggio poetico – “poetico” in senso originario della parola greca ποίησις,  pòiesis, ovverossia “creatore” – e addirittura faceva  ricorso, tramite tale fantasia creatrice, al mito. In greco,  μύθος, mýthos, ha il senso di una narrazione sacrale, compiuta  in un poetico linguaggio elevato, quello per gli Antichi più consono alla sacertà dell’argomento, riguardante la natura divina, l’origine del mondo e dell’uomo, l’agire degli Dèi e così via. È noto come Platone, nelle sue opere filosofiche, abbia fatto ampiamente uso del mito, come strumento atto a trasmettere determinate verità, suscitandone l’intuizione nell’anima del lettore. Quello di Platone era un razionalismo sacro, che attingeva direttamente al mondo dei Misteri antichi e alla Sapienza pitagorica.

Alcune volte, Massimo Scaligero ci narrò, in immagini fortemente suggestive, quello ch’egli chiamava il «mito del Concilio degli Dèi». Tale «mito» era relativo alle origini dell’uomo e alla finalità della sua creazione da parte degli Dèi. Un mito dai caratteri, a mio modo di vedere, fortemente “prometeici” e “faustiani”. Verrebbe quasi da parafrasare il sottotitolo del libro Teosofia – perché in questo caso si tratta realmente di una Theo-Sophìa, ossia di una Sapienza Divina – ovvero, chiamarla una introduzione alla conoscenza sovrasensibile dell’uomo e del destino umano. Perché in tale mito è celata veramente una γνῶσις, gnósis, una sovrarazionale «conoscenza» salvifica,  non una subrazionale e inintelligente, antirazionale e cieca «fede» religiosa, perlomeno non quella che da molti secoli circola in Occidente sotto tale nome, e che infinite tragedie, dolori e spargimenti di sangue ha partorito dal suo ignominoso seno. Nel suddetto sottotitolo di Teosofia, il termine tedesco Bestimmung non ha solo il significato di «destino», come giustissimamente fu tradotto da Ida Levi Bachi nel trascorso secolo, bensì anche quello di «destinazione», di «missione», ed è lo stesso termine che usa il filosofo Johann Gottlieb Fichte nel titolo di due suoi aurei libri, La missione dell’uomo e La missione del dotto, testi più volte citati nelle opere del Dottore. Vedremo come tali sfumature di significato ben si attaglino alle conseguenze, non semplicemente logiche, del «prometeico» e «faustiano» mito delle origini dell’uomo.

In tale «mito», si narra come il Divino, l’Assoluto, abbia riunito in Concilio gli Dèi, dando loro un còmpito, che si rivelò superiore alle loro forze. L’improbo còmpito affidato loro fu quello di portare ad esistenza la «libertà». Il guaio era che tale «libertà» era cosa perfettamente sconosciuta ai Numi, anche ai supremi, ed è – per noi – d’importanza capitale intenderne il perché, giacché da tale «intendimento» dipendono assolutamente la nostra «salvezza» e il nostro futuro destino. Non conoscendo gli Dèi la libertà, ossia non essendo gli Dèi liberi, non potevano essi stessi portare ad esistenza la libertà nell’universo mondo.   

Perché gli Dèi non potevano, non erano capaci, di portare essi stessi, in maniera immediata, ad esistenza la libertà? Perché gli Dèi – direbbe l’italico filosofo Parmenide di Èlea – «sono» e «non possono non essere»: ovvero sono quello che sono, sono come sono, determinati o fissati, in una data forma di essere, alla quale, a tutta prima, essi sono del tutto incapaci di sottrarsi. Gli Dèi sono, fuor d’ogni dubbio, bellissimi, sapientissimi, potentissimi, buonissimi, ma non sono liberi, perché non hanno scelta di essere diversamente da come sono, ossia non possono non essere quello che sono e come lo sono.

Secondo l’antica concezione ermetica e platonica, gli Dèi sono dirette emanazioni del Divino, dell’Assoluto: emanazioni manifestanti in maniera immediata determinati aspetti del Divino stesso. Sono Spiriti della Saggezza, dell’Armonia, del Coraggio e via dicendo. Ma essi non hanno Saggezza, Armonia, Coraggio, e via dicendo, bensì  sono, in maniera immediata, Saggezza, Armonia, Coraggio e quant’altro. E poiché sono tali in maniera immediata, senza una loro scelta o decisione, non possono sottrarsi, di loro autonoma iniziativa, a tale condizione: certamente sublime, ma obbligata. Gli Esseri delle Gerarchie Celesti, i Numi, gli Dèi, manifestando se stessi manifestano in maniera immediata il Divino, e possono manifestare se stessi unicamente manifestando un aspetto determinato del Divino.

Tali Dèi e Numi, contemplando in maniera immediata l’Assoluto, il Divino, in certo qual modo vengono da Questo travolti: operano il bene, anzi essi sono il bene secondo la Volontà divina, tuttavia non secondo una loro autonoma volontà, che non hanno. Il piano divino, queste sublimi Entità divine lo passano poi a tutta una Gerarchia di Entità divine e angeliche a loro subordinate, le quali anch’esse, pur fedeli esecutrici della Volontà Divina, non hanno autonomia veruna. 

Il mito, poeticamente narratoci in avvincenti immagini da Massimo Scaligero, narra poi come in tale Concilio, gli Dèi deliberassero di creare l’Uomo, il quale avrebbe portato lui ad esistenza nell’Universo quella libertà che essi stessi erano incapaci di conoscere e di sperimentare direttamente. Decisero, quindi, di dar luogo all’«esperimento uomo». Esperimento, invero, ben audace,  anzi addirittura temerario, visto che non era certo prevedibile e fatale che un tale esperimento avrebbe avuto sicuro successo. Giacché se la libertà fosse un evento fatale, meccanico, certamente prevedibile, in maniera – per così dire – algebricamente calcolata, allora una tale libertà non sarebbe altro che una menzognera finzione, una tragica illusione: tutta la dolorosa avventura cosmica dell’uomo, coi suoi strazi, i suoi errori, le sue illusioni, le inevitabili disillusioni, gli smarrimenti e gli oscuramenti, non sarebbe altro che il mostruoso scherzo, progettato e attuato da una volontà malvagia. Come vedremo, così non è.

All’Uomo, creato, anzi generato come figlio degli Dèi, questi, tutti fecero dono delle qualità che costituivano la loro propria essenza. Per cui, questo Uomo Cosmico, o Uomo Primordiale, aveva in sé Volontà, Armonia, Coraggio, Sapienza, Forza e tutte le altre qualità divine degli Dèi, che non erano ciascuno altro che parziali aspetti dell’Unica Essenza Divina, da essi così manifestata: erano, ciascuno, singoli attributi, modi e aspetti dell’Assoluto, dell’Uno. A quest’Uomo Primordiale, Numi e Dèi delle varie Gerarchie fecero tutti il loro dono. Un grande dono. Il loro scopo, la finalità ultima dell’«esperimento uomo», era appunto la creazione, il venire in essere, della libertà.

Ma finché quest’Uomo Cosmico, l’Uomo Primevo, fosse rimasto nel seno degli Dèi, egli pure non sarebbe stato libero. Sicuramente, per i grandi doni ricevuti, egli sarebbe stato onnisciente, onnipotente, moralmente buono e savio, ma sicuramente non libero. Perché si sarebbe riproposto per lui lo stesso rapporto coartante che gli Dèi avevano nei confronti del Divino, dell’Assoluto. Una conoscenza elevata o una azione morale sarebbero sorte in lui in modo immediato, spontaneo, automatico, in certo qual modo «meccanico», quindi in un modo certamente non libero. L’uomo non sarebbe stato il libero produttore della propria verità, l’autonomo scopritore o il conquistatore di questa, bensì l’avrebbe accolta come «rivelazione», ispirata dagli Dèi. E l’impulso all’azione morale non avrebbe avuto origine da un atto della sua libera volontà, bensì sarebbe sorto come nell’uomo attuale sorgono la fame, la sete, il sonno, e così via: quindi in maniera non libera. È evidente che non era su quella strada che gli Dèi potevano far sorgere mediante l’uomo la libertà. Doveva essere battuta un’altra strada!

Gli Dèi, per rimediare tale evenienza, decisero di «espellere» l’Uomo Primordiale dal proprio seno, di «isolare» l’essere umano rispetto a se stessi e rispetto al Divino. Decisione in sé davvero problematica, per il semplice fatto che niente può essere «fuori» dallo Spirito e dal Divino. Essendo il Divino, l’Essere, l’Uno, nulla può realmente «essere», o «ex-sistere», fuori dal Divino. È evidente che l’essere umano poteva essere espulso o isolato rispetto al Divino solo illusoriamente, non realmente. Ovvero, poteva essergli soltanto prima progressivamente «velata» e poi «oscurata» del tutto la visione del Mondo Spirituale e la Conoscenza del Divino stesso. Altrimenti l’uomo non sarebbe mai stato libero.  

A tale scopo, vennero incaricate alcune deità, inferiori e secondarie, le quali dapprima furono costrette ad evolvere in maniera irregolare e ritardataria, e poi a divenire deità «ostacolatrici» rispetto al divenire dell’uomo stesso. Queste deità inferiori, anch’esse, non scelsero affatto di svolgere l’ingrato quanto necessario compito di «ostacolare» l’evoluzione dell’uomo: a tale còmpito esse vennero «costrette», senza potersi sottrarre, dalle Deità Superiori, alle quali non vollero, né poterono in nessun modo opporsi.

Nel corso di lunghe epoche, queste ostacolatrici deità inferiori velarono, progressivamente oscurarono, la percezione spirituale dell’essere umano. Gli inscenarono davanti una illusoria fantasmagoria, che prese anch’essa progressivamente consistenza, ne sedussero l’istintiva volontà incatenando l’essere umano a quel mondo illusorio, ch’esse portarono a intensamente bramare. Ma anche questo, per tali entità ostacolatrici, fu un còmpito affidato, una funzione alla quale furono obbligate, non una scelta ch’esse fecero, ché di una tale scelta esse erano del tutto incapaci, non essendo esse stesse libere.

Perdute, come dice Massimo Scaligero in Avvento dell’Uomo Interiore, l’originaria comunione col sovramondo e la percezione immediata degli Dèi, l’Uomo Primordiale cadde nella frantumazione dell’apparente molteplicità dell’illusorio mondo materiale. Come nel mito di Osiride e di Dioniso, l’Uomo Cosmico venne dilacerato, fatto a pezzi dalle forze «tifoniche» e «titaniche». Nel mito cosmogonico manicheo, il Padre delle Luci e il Mondo Spirituale «sacrificano» l’Adamo Primordiale, che viene fatto a pezzi dalle forze demoniache del Principe dell’Oscuro Pensiero, Angra Mainyush, o Ahriman, affinché la sua luce sacrificata agisca «come un lievito» dall’interno di quella luce caduta e morta, che è la materia, in vista della sua «resurrezione», della sua «liberazione», della sua trasfigurante spiritualizzazione. Perché, come insegna la Scienza dello Spirito, non esiste affatto una materia, autonoma, su sé fondata, esistente al di fuori e senza lo Spirito.

Massimo Scaligero descrive altresì come, nel corso di questo processo di caduta e di involuzione in una condizione di progressivo oscuramento spirituale, l’uomo caduto sia stato accompagnato e assistito da serie di Entità spirituali superiori, le quali si sono servite anche di una parte di entità ostacolatrici, «luciferiche», fornendogli una religiosità, riti e cerimonie, ascesi, forme di yoga, dottrine di salvezza, istituzioni di «Misteri», per tutelare in lui l’elemento originario, e proteggerlo dalle conseguenze nefaste della «caduta». Tutto quel mondo di riti, cerimonie, dottrine e ascesi, costituivano quella che Massimo Scaligero chiama la «tradizione lunare», in qualche modo mediata dall’aspetto «celeste» dell’impulso luciferico.

Per volontà degli Dèi, che non erano liberi, le entità luciferiche, esse pure non libere, da una parte hanno «sedotto» l’uomo, istigatolo alla libertà, intesa come precoce autonomia rispetto alla direzione spirituale degli Dèi, «agitando» il corpo astrale dell’uomo, nel quale ancora non era presente l’«Io», che rimaneva ancora nel seno degli Dèi. Il corpo astrale dell’uomo, in tale stato di caotica agitazione, paralizzò la virtù immortale del corpo di vita o corpo eterico, il quale a sua volta non dominò più il corpo fisico dell’uomo, che cadde sempre più nello stato di irrigidimento minerale, divenendo sempre più grossolano e di conseguenza mortale. All’azione «seduttrice» di queste entità luciferiche inferiori, se ne contrappose un’altra, sempre per volontà degli Dèi, ad opera di entità luciferiche celesti le quali offrirono all’uomo, come vie di salvezza e di precario surrogato della perduta comunione col Mondo Spirituale, tutta una religiosità composta di riti e cerimonie, la possibilità di conoscere la volontà degli Dèi attraverso comunicazioni, ispirazioni e oracoli, in modo che l’uomo conformasse a tale volere la vita individuale, familiare e sociale. L’obbediente conformità a tale direzione religiosa e rituale portava, nella vita individuale e sociale, l’«ordine», mentre la difformità, l’infrazione, la disobbedienza, produceva il «caos», il disordine morale, che tendeva all’ulteriore materializzazione dell’apparire sensibile, e portava gli umani che ne erano preda alla devastante anarchia delle passioni più distruttive. Religiosità che non fermava affatto il processo di caduta e di involuzione dell’umanità nel suo complesso e del mondo, processo che aveva una direzione fatale.

Oltre alla conformità religiosa e rituale, a quella che in India veniva chiamato il Dharma, riflesso terrestre e storico del Rta, ossia dell’Ordine Cosmico, ad una élite veniva offerta la possibilità della moksha, o mukti, ossia della «liberazione», la possibilità di essere atidharma, al di là del dharma, della legge religiosa e rituale, alla quale la restante umanità doveva obbligatoriamente conformarsi. Ma il privilegio, raro e aristocratico, di una tale élite spirituale era, si badi bene, la «liberazione», non la libertà.

Massimo Scaligero mette bene in evidenza come tale «liberazione» fosse un «tornare indietro», un resistere alla direzione fatale della «caduta», le cui conseguenze ultime, che nel Kali Yuga, o Età Oscura, e nell’epoca attuale sarebbero giunte al parossismo, erano fortemente temute, nonché descritte, per esempio nel Bhagavata Purana, in toni accorati, vivacemente «apocalittici». E descrizioni simili, le si possono agevolmente trovare in tutte le tradizioni antiche: egizie, elleniche, germaniche. Tali tradizioni erano tutte frammenti di un’unica «tradizione lunare». Non erano la «Tradizione Solare», della quale Massimo Scaligero parlava.

La tradizione lunare, tutta, era una via di liberazione dalle conseguenze della caduta, un evitare il confronto con le forze mortifere della materia, un tornare indietro a stati di coscienza pre-individuali, ad una obbediente sottomissione agli Dèi, in sostanza un rinunciare all’esperienza della libertà. Un tempo, per molti ricercatori spirituali, anzi per la quasi totalità, una tale Via lunare era l’unica possibilità accessibile. Massimo Scaligero la chiama una «Via dei Padri», che oggi è diventata una «via dei morti».

Rarissima, e ignota, era la Via solare. Perché nella Via solare venivano e vengono preparate e attuate le forze, che avrebbero permesso di fronteggiare la presente crisi immane dell’umanità, dell’intera civiltà. È la Via della «libertà», la Via eroica nella quale non si torna indietro, lungo la suddetta «via dei morti» a stati di coscienza pre-individuali e ad una obbediente sudditanza al volere dei Numi. Perché, ammonisce sempre Massimo Scaligero,

«delude gli Dèi, chi vuol dipendere dagli Dèi».

Il senso del lungo cammino che ha condotto l’essere umano all’attuale sua difficile condizione, e la non fatalità della conquista della libertà da parte sua, sono enunciati in parole, che più chiare non potrebbero essere, nel libro Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, che preferisco citare nella edizione originale di Perseo, Roma, 1969, nel quale, dopo aver descritto come oramai sia esaurita la funzione delle antiche metafisiche e dei loro metodi di «liberazione», alle pp. 10-11, viene detto:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza l’originaria natura. Chi vuol tornare indietro, segue la «via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi, per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando ancora egli traeva le sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita degli stati trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La Madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente».

Nell’illustrarci, con potente parola evocatrice e vivide immagini, il mito del «Concilio degli Dèi», Massimo Scaligero metteva in evidenza come l’isolamento nel quale l’essere umano veniva posto, l’esilio e la prigionia in quel materiale, illusorio mondo di limiti, operati dall’azione di non libere entità ostacolatrici, agenti per volontà degli Dèi, parimenti non liberi, avesse come scopo il lasciare l’essere umano nella solitudine, nel buio e nel silenzio, affinché egli imparasse a camminare con le sue gambe. Solitudine, perché ormai gli Dèi si sono allontanati dall’uomo totalmente immerso nello stato di coscienza sensibile. Buio, perché si è oscurata l’antica Conoscenza, la Gnosi, che era propria dell’uomo quando egli viveva nel seno degli Dèi, nel Mondo Spirituale, l’antica Madre: gliene rimangono solo tradizioni scritte e dottrine ch’egli crede di penetrare col morto pensiero riflesso, ma che in realtà sono per lui enigmatiche Sfingi, che gli parlano in un linguaggio a lui ignoto e incomprensibile. Silenzio, perché oramai gli Oracoli tacciono e l’uomo non può più richiedere ad un mondo superiore una rivelazione per il suo conoscere, una direzione per il suo agire, indicazioni per il suo procedere nel mondo nel quale egli, esistenzialmente si sente «gettato» ed «esiliato». L’uomo farà l’esperienza dell’errore, dello smarrimento, del dolore, della malattia, della morte. Imparerà, a proprie spese, con la propria diretta esperienza, a distinguere ciò che è reale da ciò che è illusorio, ciò che è sano e fecondo da ciò che guasto e sterile, ciò che è bene da ciò che è male. Ma, appunto, non sarà una rivelazione celeste a insegnargli tutto ciò, ma unicamente la sua esperienza: sarà la faticosa, dolorosa, conquista del suo pensare e del suo volere.

Non sarà, dunque, la rivelazione di una Sapienza Divina, o Theosophia, ma la conquista di una conoscenza e sapienza umana, o Anthroposophia. Tutto ciò ha un carattere apertamente «prometeico» e «faustiano». Nel mito antico, Prometeo, andando contro l’«invidia degli Dèi» e lo stesso volere di Giove-Zeus, portò agli uomini quel «fuoco-luce», che li trasse da un’ottusa condizione di oscurità, e li spinse alla ricerca dell’Autocoscienza, della Libertà e dell’Amore. Perché non vi è Amore autentico che non nasca dalla Libertà, e non vi è Libertà vera che non scaturisca dall’Autocoscienza: tre cose ignote agli Dèi, cose o forze o qualità che gli Dèi «invidiano» all’uomo. Infatti gli Dèi, come abbiamo visto, non sono liberi. Essi hanno indubbiamente una vasta e potente coscienza sovrasensibile, ma – ci diceva Massimo Scaligero – non hanno «autocoscienza», della quale solo l’uomo, per la prima volta nell’Universo, fa esperienza sulla Terra, in questo mondo di limiti, conquistandola con le proprie forze, senza l’ausilio di gratuite rivelazioni.

Da questo punto di vista, come già il Buddhismo originario mise in evidenza, la posizione dell’uomo è suprema. Infatti, nel Buddhismo, gli Dèi stessi, se vogliono la liberazione, devono rinunciare al loro rango divino, e incarnarsi sulla Terra come uomini, scendendo nella stessa oscura voragine, nello stesso mondo di dolorosi limiti, che oggi l’uomo affronta e sperimenta. Pochi Dèi hanno osato tanto. Una simile visione antifatalista dell’uomo, in certo qual modo privilegiata, nel nostro Rinascimento, la troviamo espressa, nel 1486, persino nella Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola, là dove dice:

«Stabilì infine l’ottimo artefice che, a colui al quale non si poteva dare nulla di proprio, fosse riservato quanto apparteneva ai singoli. Prese perciò l’uomo, opera dall’immagine non definita, e postolo nel mezzo del mondo così gli parlò: 

«Non ti abbiamo dato, o Adamo, una dimora certa, né un sembiante proprio, né una prerogativa peculiare affinché avessi e possedessi come desideri e come senti la dimora, il sembiante, le prerogative che tu da te stesso avrai scelto. Agli altri esseri una natura definita è contenuta entro le leggi da noi dettate. Tu, non costretto da alcuna limitazione, forgerai la tua natura secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti ho posto in mezzo al mondo, perché di qui potessi più facilmente guardare attorno tutto ciò che vi è nel mondo. Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché come libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che preferirai. Potrai degenerare nei esseri inferiori, che sono i bruti; potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori, che sono divini».  

Ora, la salvezza dell’uomo, oggi, non è certo nel «tornare indietro», nel cercare come in antico una «liberazione» dal coinvolgimento nel sensibile, regredendo a stati di coscienza pre-individuali, in quella forma, oramai, per sempre perduti. Perché la via già percorsa è franata alle spalle dell’uomo, e gli Dèi non concedono di rinunciare all’impresa, tornando indietro. L’uomo può unicamente procedere nel suo cammino, avanzando coraggiosamente sul sentiero della conquista dell’autocoscienza e della libertà. Nel momento in cui all’uomo non si dà più «rivelazione» attraverso la parola degli Dèi, questi può fare appello direttamente all’Assoluto che è alla base del suo essere, al Divino, all’«Io sono» che costituisce l’essenza più intima e autentica del suo Io.

Infatti, nell’Avvento dell’Uomo Interiore, alle pp. 194-196, leggiamo:

«L’esperienza di quei pochi che abbiano la giusta ispirazione e non si limitino ad un dottrinarismo esteriore, potrebbe dare l’impulso di rinnovazione alla collettività umana, non certo come gratuita salvezza in vista di un benessere da godere comodamente, ma come orientamento alle forze già nate e nascenti dell’ ‘anima cosciente’, come significato alle difficoltà e alle lotte, come motivo assoluto alle possibilità di superamento di un mondo già morto, che permane mescolato a quello nascente per paralizzarne l’impulso. Occorre però che quei pochissimi compiano anzitutto in sé il superamento e così dischiudere il varco: a ciò, il Maestro dei nuovi tempi ha dato l’insegnamento e ha costituito la forza iniziatrice.

Ma ancora: non è sufficiente avere la forza, occorre saperla dedicare. La forza va consacrata perché risorga come vera forza: soltanto ciò mantiene la comunione vivente con l’Iniziatore dei liberi ed evita il pericolo che l’insegnamento divenga accademia, retorica presuntuosa. Evita che vada perduto ciò che è stato donato: pericolo che, purtroppo, non risulta sia stato del tutto evitato.

Poi che l’autonomia interiore è il fondamento, e la decisione non può venire da suggerimenti o da inclinazioni o da preferenze dottrinarie, bensì solo da pura autodeterminazione, è possibile che i qualificati non rispondano positivamente a tale esigenza di libertà e scelgano una ‘via spirituale’ che, per tenue approssimazione, sia una ‘via dei padri’, una ‘via delle ombre’, non una ‘via degli Dei’. E questo è il mistero della libertà: che da essa possa nascere l’imprevisto, ciò che non è predeterminato e perciò non segua un decorso obbligato. Questo può far intendere la responsabilità che assumono coloro che oggi seguono e consigliano dottrine dello spirito, e può spiegare la nostra insistenza sul metodo che può condurre all’esperienza sovrasensibile, in quanto svincoli le forze del pensiero dalla forma astratta in cui sono portate a contraddire le leggi del pensare stesso, epperò dello spirito.

L’umano può essere superato: solo da una simile idea può scaturire il senso di una morale che restituisca all’uomo il significato e il valore del suo essere: morale non cercata in quanto tale, ma scaturente in linea spontanea dalla conoscenza. […] Ma questo è l’umano che esige il superamento, perché l’uomo vero si realizzi. Ed è questo il tempo, questa l’occasione: che potrebbe non presentarsi più. […]

Questo è il momento, perché l’ultima eco di una ‘direzione’ antica si è spenta ora e qualcosa di nuovo è cominciato, che si giunge a sentire, ma di cui non si suppone il volto o il senso, che urge nel segreto degli eventi contemporanei, già diviene storia ma non sotto il segno della conoscenza, bensì della confusione e dell’oscurità. Ciò significa che forze nuove rispondenti alla vocazione dell’uomo attuale all’autonomia, si stanno perdendo in attitudini titaniche, ottusamente distruttive; così come le energie dell’intelletto si vanno logorando in una tensione ininterrotta a sostenere la contraddittoria forma dell’esistenza».          

Perciò non si tratta di trasformare un tipo di uomo in un altro tipo di uomo, bensì di superare radicalmente l’umano.

Nel presente, egli si apre con le forze che trae direttamente dall’Assoluto, dall’«Io sono», la via verso il futuro, verso l’attuazione del suo essere eterno. Il «tornare indietro», il volgersi verso una esaurita religiosità tradizionale, il riesumare i morti riflessi di una «tradizione lunare» e gli antichi metodi di «liberazione», le sentimentali deliquescenze di una pretesa, quanto ingannevole, «via dell’anima», saranno per lui una tentazione distruttiva, una «via dei morti». Saranno la tentazione di una comoda via egoica, l’alibi per evitare lo sforzo e la fatica dell’autentica «Via eroica».

L’autentica Via eroica, oggi, passa unicamente attraverso l’esperienza del Pensiero Vivente, attraverso l’esperienza di quel Pensiero-Folgore, che travolge la mediocrità umana, che è sempre «umano-troppo umana». Il coraggio è aprire il varco a quella Forza-Logos, che annienta in noi tutto ciò che è natura, che dissolve e rigenera secondo lo Spirito ciò che in noi è natura caduta, ciò che è il passato, il già fatto, ciò che è cristallizzato nella morta forma.

Così scrive Massimo Scaligero in Iniziazione e Tradizione, p. 9 :

«Tutto il mondo antico è valido in vista di questa estinzione del sovrasensibile nel sensibile, che si verifica perché l’Io abbia l’esperienza della «individuazione» e della «libertà» e possa indi liberamente – non per spinta fatale e meccanica – riconquistare la smarrita divinità, proprio in quanto gli sia anche possibile perderla definitivamente. L’alternativa è dinanzi all’uomo, oggi, come possibilità di annientamento o di magica resurrezione».

E più oltre, alle pp. 41-42, troviamo le parole severamente ammonitrici:

«L’ora presente è grave : non è una semplice espressione retorica, questa. Chi conosca come stanno le cose, sa che quei pochi che hanno una qualsiasi responsabilità interiore, non dovrebbero ormai perdere più un minuto di tempo, non dovrebbero più rimandare di un attimo la loro decisione per quei superamenti che in segreto essi veramente conoscono di quale natura debbano essere. Compiti del genere non possono più essere rimandati. Occorre nella calma decisione realizzare quella stessa forza che è stato possibile evocare in taluni momenti decisivi, quando per lo schianto di ogni resistenza umana, sembrava che dovessero venir meno  le basi della vita.

Si è alla vigilia di eventi che potrebbero essere gravemente distruttivi per l’uomo o preludere ad una rinascita nel segno dello Spirito».  

Queste le parole che Massimo Scaligero scriveva nel 1959 nell’Avvento dell’Uomo Interiore, e ancor prima nel 1956 in Iniziazione e Tradizione. Da allora, la condizione dell’uomo si è fatta ancor più tragica, e la sua coscienza è spiritualmente ancor più stordita e ottusa, mentre quella che dovrebbe essere la controparte necessaria, l’azione delle comunità spirituali, e in particolare della Comunità Solare – come la chiamava Massimo Scaligero – è spesso fiacca, debole, episodica e approssimativa. Quando poi non si verificano addirittura defezioni e latitanze, tradimenti e sacrileghe profanazioni. La situazione è veramente tragica, e non viene certo aiutata dai surrogati culturali pseudospirituali, o dai misticismi sentimentali, che propongono narcotiche e consolanti vie dell’anima, mentre nel contempo invitano  ad indebolire la pratica della Concentrazione e a diffidare dalla dedizione intensiva e fattiva alla Via del Pensiero, che rimane – agli occhi di coloro i quali amano la verità e la libertà, ed hanno il coraggio di non pascersi di illusioni – l’Aurea Via regia dello Spirito: la Via dei forti, la Via eroica, la Via dei liberi.

Attuare il Rito della resurrezione del Pensiero Vivente dal cadavere del pensiero riflesso, operare quella redenzione del Conoscere, che solo attraverso la Concentrazione è possibile, è realizzare quello che gli Dèi chiedono e si attendono dall’uomo: quella realizzazione di Autocoscienza, Libertà e Amore, che solo l’uomo può compiere, e donare poi agli Dèi. Per questo fu detto che l’uomo è la mèta delle Gerarchie, e non viceversa. Per questo la condizione dell’uomo, malgrado tutte le sue sciagure, è suprema e, secondo il mito ellenico, invidiata dagli stessi Dèi!

Per ora, non voglio dire di più, se non rilevare come oggi al cercatore sincero vengano proposte molte cose che possono attenuare la sua tensione verso l’Assoluto e deviarlo dal sentiero di realizzazione dell’Io attraverso la Via del Pensiero e l’Ascesi della Concentrazione. A buon mercato, vengono proposte vie yoghiche e magiche, riesumazioni sapienziali sufiche, mistiche, sentimentali e parareligiose, pratiche alchemiche e rituali simbolici, partecipazione a logge, a conventicole, e a chiese: tutto ciò è buono solo a riportare ad una esaurita «tradizione lunare», ad una «via dei morti», nella quale non è più presente l’atto dello Spirito, ma solo la sua disanimata spoglia. Per chi cerchi veramente Autocoscienza, Libertà e Amore, la Via vera – la Via dell’Io, quella «eroica», non quella «egoica» – passa per la dedizione, la consacrazione alla Concentrazione, al Rito interiore della redenzione del pensiero. Oggi, per chi abbia veramente coraggio, non vi è altra Via.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – DICEMBRE 2014

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 70

Socialità
L.I. Elliot La carne facile

Il racconto
J. e J. Tharaud L’ultima visitatrice

AcCORdo
M. Scaligero Il senso meraviglioso del sacrificio

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Esercizi
F. Giovi L’animuccia e la concentrazione

Antroposofia
R. Steiner La festa dell’Apparizione del Cristo

Considerazioni
A. Lombroni Natale – Consigli per gli acquisti

Pubblicazioni
J. von Halle Il Padre nostro
V. Bianchi, A. di Furia Un nuovo mondo a portata di mano

Esoterismo
M. Iannarelli La missione occulta dell’anima di popolo italiano

Spiritualità 
R. Steiner Il compito del Movimento della Scienza dello Spirito

Inviato speciale
A. di Furia Torture da suini gonzi Tarzan

La conferenza
A. Lombroni Voci dello Spirito

Costume
Il cronista Artissima 2014 – Shit and die

Redazione
La posta dei lettori

Poesia
F. Di Lieto Betlemme

Arretrati

Link

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

STRUMENTI

Nella sala l’orchestra tace, e improvviso si leva solitario il suono del violino, un suono che incanta, che invita a seguirlo nella sua magica levità.

Il violinista canta intimamente e sembra comunichi il canto al suo violino che respira con lui, l’archetto sale e scende in una sorta di inspirazione ed espirazione.

Uomo e strumento sono un tutt’uno, ma il primo domina completamente il secondo e solo da questo accordo può nascere una perfetta armonia, generosa di bellezza e di emozioni.

Pochi sanno usare uno strumento con tanta maestria, ma ogni uomo porta in sé, spontaneamente, lo strumento più prezioso che ci sia: il pensare!

Questa attività attende solo di essere conosciuta e approfondita dall’uomo per poter sprigionare la sua forza, e la musica che allora nascerà sarà formata da pensieri puri, viventi.

Normalmente l’uomo, nonostante sia continuamente immerso in questa attività, non la vede, non la conosce, non la sa dominare, anzi è dominato da essa poiché il pensare “suona da solo”, spesso al di là della coscienza di chi lo esercita.

Si può dire che questa facoltà, donata all’essere umano per delle mete altissime, spesso procede da sola, come per inerzia, mossa e usata dalle percezioni, dai sentimenti, dai ricordi, rappresentazioni, brame…

Facoltà figlia del Logos, ma ancora sconosciuta ai più nella sua purezza!

Il pensare si è formato nell’uomo senza la sua partecipazione cosciente e per questo egli non lo può conoscere, dominare, possedere intimamente come può fare con gli strumenti che inventa e crea.

Anche  il violino è nato senza la partecipazione del violinista: qualche altro l’ha costruito per lui, ma poi il musicista ha dovuto studiare ed applicarsi per anni ed anni per poterlo possedere e dominare.

Perché non dovrebbe essere lo stesso per il pensare?

L’educazione scolastica, ad esempio, dovrebbe avere lo scopo di far conoscere ed educare il pensare. Con il liceo e l’università si avrebbe il parallelo degli studi violinistici atti a dominare lo strumento, ma così non è.

Ciò significa che quegli studi sul pensare non tendono in realtà a questo scopo, non sono adeguati e non danno il medesimo risultato: anzi il risultato è un pensare intellettuale sempre più debole!

La strumentalità del pensare si è rivelata molto bene dalla sua contraffazione: il computer.

L’uomo, ad un certo punto, si è trovato ad una svolta storica: o adoperarsi e lavorare per conoscere il suo pensare e dominarlo, o delegarlo ad una macchina, che regola le sue operazioni secondo schemi preordinati, morti: cosa che ha fatto!

Un’attività spirituale come quella del pensare, il cui sviluppo è stato portato avanti per secoli da grandi pensatori e giunta al culmine con Goethe, Schiller, Hegel, non può andare perduta negli ingranaggi di una macchina. A lungo andare l’uomo perderebbe anche se stesso!

E’ la facoltà pensante che lo porta ad essere cosciente di “pensare pensieri” e di riconoscere in essa la capacità di condurre attivamente e coscientemente il proprio processo pensante, fondamento della libertà umana.

Il vero pensare è sempre “voluto”, come quando si adopera uno strumento per suonare: lo si “vuole” fare, mentre le divagazioni dei pensieri sono qualcosa di istintivo, non motivate e tanto meno volute. E’ il violino-pensare che suona da solo, spesso contro la volontà del violinista.

Quando non si vuole fare un’azione, non la si fa, nella norma è così, ma non per i pensieri: essi possono vagare incontrollati, diventando un’abitudine di fondo che sfugge al controllo della coscienza.

Pensieri futili, rappresentazioni ed immagini caotiche che appaiono e scompaiono, distrazioni fastidiose che possono essere vinte: la battaglia può essere lunga e dura e ha come presupposto che questi disturbi vengano prima riconosciuti come tali, e poi che li si voglia eliminare.

Molte sono le indicazioni e gli aiuti che vengono dati dai Maestri per raggiungere questo scopo, molto l’impegno richiesto a chi si accinge a percorrere questa disciplina.

Il fine è di conferire all’Io il dominio sul suo prezioso strumento, sulla sua facoltà pensante, fino ad arrivare al punto in cui, ogni volta l’Io decida di “suonare la sua musica”, il vuoto ed il silenzio interiore, richiamati dalla sua volontà, appaiano come per incanto.

Solo allora, nella coscienza divenuta un “foglio bianco”, si potranno esprimere tutte le melodie-pensiero che lo spirito vorrà creare durante i suoi momenti di raccoglimento interiore.

Bisogna che “l’orchestra taccia”, affinché il pensare possa elevarsi solitario per produrre la musica sua più bella!

SCIENZA DELLO SPIRITO

LE ESPERIENZE DELL’INIZIATO E LA TEORIA DELLA CONOSCENZA

Rudolf Steiner cop 2

III

LE ESPERIENZE DELL’INIZIATO E LA TEORIA DELLA CONOSCENZA (*)

Rudolf Steiner

Questa esposizione permette di riconoscere che alla base di un’antroposofia rettamente intesa sta una via di evoluzione dell’anima umana, che deve rigidamente sistematizzarsi in sé e che sarebbe un errore che nell’atteggiamento dell’iniziato ci sia quello che nella vita ordinaria viene designato come entusiasmo, estasi, rapimento, visione, ecc. E’ proprio la confusione fra lo stato d’animo che abbiamo descritto e questi altri stati, a far nascere le obiezioni che si possono fare alla vera antroposofia. Soprattutto una tale confusione desta la credenza che nell’anima dell’iniziato abbia luogo una astrazione dall’autocontrollo della coscienza, una specie di anelito verso una veggenza immediata, istintiva. Si tratta invece proprio del contrario. Lo stato d’animo dell’iniziato dista dalla cosiddetta normale estasi, dalla visione, da ogni comune veggenza, ancor più di quanto non ne disti la coscienza ordinaria.

Persino gli atteggiamenti di cui parla per esempio lo Shaftesbury, sono mondi nebulosi rispetto a ciò che si cerca di conseguire con gli esercizi del vero iniziato. Lo Shaftesbury trova che la fredda ragione, senza il rapimento dell’anima, non porta a conoscenze profonde.

La vera indagine spirituale invece, quando cerca di trasferire la coscienza dalla sfera sensibile a quella soprasensibile, porta in sé tutto l’apparato animico interiore della logica e della piena consapevolezza. Non si può perciò obiettare che essa non tiene conto dell’elemento razionale della conoscenza. In verità essa non può elaborare il proprio contenuto, pensandolo in concetti, dopo averlo osservato, in quanto porta sempre con sé, uscendo dal mondo sensibile, l’elemento razionale, e lo trattiene sempre come scheletro dell’esperienza soprasensibile in tutte le osservazioni soprasensibili, come una componente integrante.

E’ impossibile qui, naturalmente, mettere in rapporto l’indagine spirituale con tutte le diverse tendenze vigenti oggi nel campo conoscitivo. Si deve piuttosto cercare, in via di esperimento, di tratteggiare con alcune note quasi aforistiche l’atteggiamento dell’attuale teoria della conoscenza e la sua difficile posizione rispetto all’indagine spirituale (non è forse immodesto accennare qui che una base esauriente per risolvere il contrasto fra filosofia e antroposofia si può acquistare con la lettura dei miei volumi: Verità e scienza e Filosofia della libertà). Nella teoria della conoscenza moderna è invalso sempre più una specie di assioma, secondo il quale nel contenuto della coscienza sono date dapprima solo delle immagini, o anche solo dei segni (Helmholtz) del trascendente reale. Qui non è il caso di esaminare come il criticismo kantiano e la fisiologia (secondo le vedute del Müller e dei suoi seguaci sulle energie specifiche dei sensi) abbiano collaborato a rendere una tale opinione inamovibile.

Il realismo ingenuo, che vede nei fenomeni dell’orizzonte cosciente qualcos’altro che non solo delle rappresentazioni soggettive di un che di oggettivo, viene considerato, nelle correnti filosofiche del XIX secolo, come superato ormai per tutti i tempi. Ma da quanto sta alla base di una tale idea risulta quasi naturale che l’atteggiamento antroposofico venga respinto. Dal punto di vista kantiano, quest’ultimo può essere considerato solo come un impossibile salto oltre i confini che la coscienza umana ha per natura. Se si volessero ridurre ad una semplice formula le infinite e acutissime estrinsecazioni della gnoseologia critica, si potrebbe dire: il filosofo critico, nei fenomeni che si presentano sull’orizzonte della coscienza, vede soprattutto delle rappresentazioni, delle immagini o segni. E una possibile loro relazione con alcunché di trascendente esterno, egli la può trovare soltanto entro la sfera della coscienza pensante.

La coscienza non può saltare oltre se stessa, non può uscire di se stessa, per sommergersi in un trascendente. Una tale idea ha in sé qualcosa che appare del tutto naturale. Tuttavia essa si fonda sopra un presupposto che, purché solo lo si esamini, potrà essere respinto. Sembra quasi un paradosso accusare l’idealismo critico, che si esprime nel senso di cui si è ora parlato, di un nascosto materialismo. Eppure non si può far altro. Quel che è da dirsi qui, può essere reso evidente mediante un paragone. Si prenda della ceralacca e vi si imprima con un sigillo un nome. Il nome, con tutto quanto esso significa, è passato nella ceralacca. Quello che dal sigillo invece non può passare nella ceralacca è il metallo.

Si prenda ora, in luogo della ceralacca, la vita dell’anima umana, e in luogo del sigillo, il trascendente. Risulterà subito evidente che di una impossibilità, per il trascendente, di passare nella rappresentazione: si può parlare solo se si pensa all’oggettivo contenuto del trascendente in modo non spirituale. Il che dovrebbe poi valere, analogamente, per la totale assunzione del nome da parte della ceralacca.

Nel caso dell’idealismo critico, bisogna presupporre che il contenuto del trascendente sia da pensarsi in modo analogo al metallo e non al nome del sigillo. E ciò non può avvenire, se non si fa nascostamente la materialistica premessa che il trascendente debba essere assunto dalla rappresentazione mediante un suo fluire in essa concepito materialmente. Nel caso invece in cui il trascendente sia un che di spirituale, l’ipotesi della sua assunzione da parte della rappresentazione è perfettamente possibile.

Da parte dell’idealismo critico viene fatto poi anche un altro spostamento nei riguardi del dato immediato della coscienza, in quanto vi è lasciato inosservato il rapporto effettivo esistente fra l’oggetto della conoscenza e l’Io. Se infatti si premette a priori che l’Io, col suo contenuto ideale e concettuale di leggi universali, stia fuori del trascendente, allora è ben naturale che questo Io non possa saltare oltre se stesso, ossia che debba restare sempre fuori del trascendente. Ma alla luce di un’imparziale osservazione dei fenomeni della coscienza, questa premessa non può sussistere. Per amor di semplicità si consideri qui, dapprima, il contenuto delle leggi universali in quanto esprimibili in concetti e formule matematiche.

Il regolare nesso interiore delle forme matematiche viene attuato entro l’ambito della coscienza e, successivamente, viene applicato ai fatti empirici. Ora non è possibile fare una differenza fra ciò che vive nella coscienza in forma di concetto matematico, quando questa coscienza riferisce il proprio contenuto ad un fatto empirico, e questo stesso concetto matematico quando esso si attua in un puro astratto pensiero. Ciò però non significa se non che l’Io, con la sua rappresentazione matematica, non sta fuori della trascendente legge matematica delle cose, ma dentro. E si giungerà perciò, dal punto di vista della teoria della conoscenza, ad una migliore rappresentazione dell’Io, se non lo si rappresenterà situato entro l’organizzazione corporea, facendogli giungere le impressioni da fuori. Se lo si collocherà entro la legge delle cose stesse, si riguarderà l’organizzazione corporea solo come specchio,  il quale rifletta all’Io, mediante l’attività organica del corpo, la vita extracorporea dell’Io nel trascendente. Entrati una volta che si sia, riguardo al pensiero matematico, nell’idea che l’Io non stia nel corpo ma fuori di esso, e che l’attività organica corporea rappresenti solo lo specchio vivente da cui la vita dell’Io nel trascendente viene riflessa, allora si potrà trovare comprensibile questa idea anche dal punto di vista della teoria della conoscenza, per tutto quanto sorge sull’orizzonte della coscienza.

Allora non si potrà più dire che l’Io, se vuole pervenire al trascendente, debba saltare oltre se stesso: si dovrà riconoscere che l’ordinario contenuto empirico della coscienza sta alla reale esperienza interiore del nucleo essenziale dell’uomo come l’immagine riflessa sta all’essere che si guarda nello specchio. Mercé una siffatta concezione conoscitiva, potrebbe così venir veramente superato in modo univoco il contrasto fra la scienza naturale che tende al materialismo e un’indagine spirituale che presuppone lo spirito. L’indagine della natura avrebbe infatti in tal modo via libera, in quanto potrebbe investigare le leggi dell’organizzazione corporea senza essere influenzata dall’intromissione di un atteggiamento spirituale.

Se si vogliono conoscere le leggi secondo le quali l’immagine riflessa nasce, allora si è rimandati alle leggi dello specchio. Da questo dipende il modo come chi guarda allo specchio viene specchiato. Ciò può avvenire in modi diversi, a seconda che si tratti di uno specchio piano, convesso o cavo. Ma l’essere di colui che si specchia sta fuori dello specchio. Così, nelle leggi che risultano all’indagine naturale, si potrebbero vedere le basi per la formazione della coscienza empirica: ed in queste leggi non dovrebbe immischiarsi nulla di quanto la scienza dello spirito ha da dire intorno all’intima vita del nucleo essenziale dell’uomo. Entro l’ambito dell’indagine naturale ci si dovrà guardare sempre, ben a ragione, dall’immischiamento di punti di vista puramente spirituali. A quanto vive nelle chiare rappresentazioni della scienza, deve riuscire simpatica un’idea come la seguente: “Il fenomeno cosciente, prodotto dall’eccitamento delle cellule cerebrali, non è sostanzialmente diverso da quello della forza di gravità vincolata alla materia” (Confr. Moritz Benedict: Seelenkunde des Menschen als reine Erfahrungwissenschaft).      Comunque, il pensiero scientifico è reso in quelle parole, in modo esattamente metodologico. Esse sono sostenibili scientificamente, mentre le ipotesi di leggi dei processi organici attuate direttamente per opera di influssi psichici, sono scientificamente insostenibili. La concezione gnoseologica fondamentale ora caratterizzata non può però riconoscere, in tutta la sfera del scientificamente determinabile, se non dei dati che servono a rispecchiare il vero nucleo animico essenziale dell’uomo. E questo nucleo essenziale non è da porsi nell’interno dell’organismo fisico ma nel trascendente. L’indagine spirituale sarebbe allora da pensarsi come la via per immergersi nell’essere che si specchia.

In tal modo, evidentemente, il fondamento comune alle leggi dell’organismo fisico e a quelle del soprasensibile, resta situato dietro l’antitesi di essere e specchio. Ma questo non reca pregiudizio, né da un lato né dall’altro, alla prassi della concezione scientifica. Sussistendo una tale antitesi, la prassi scientifica potrebbe continuare ad esplicarsi in due correnti separate che si illuminano e si spiegano a vicenda. E’ infatti da tener ben fermo che nell’organizzazione fisica non si ha a che fare con un sistema riflettente del tutto indipendente dal soprasensibile. Questo sistema riflettente deve pur essere considerato come il risultato dell’entità soprasensibile che in esso si riflette. Alla sopracitata idea di una relativa indipendenza dei due, deve venire incontro, integrandola, un’idea più profonda, che sia in grado di riconoscere la sintesi del sensibile e del soprasensibile. Il confluire delle due correnti può concepirsi come attuabile un possibile ulteriore sviluppo della vita animica fino al conseguimento della già descritta conoscenza intuitiva. Solo nell’ambito di questa, è data la possibilità di superare l’antitesi.

Si può dunque dire che, nel campo della teoria della conoscenza, le osservazioni spregiudicate lasciano la via libera ad un’antroposofia rettamente intesa. Esse infatti rendono comprensibile, teoreticamente, la possibilità che il nucleo essenziale dell’uomo abbia un’esistenza libera dall’organizzazione corporea: e che l’opinione della coscienza ordinaria secondo la quale l’Io sarebbe assolutamente da considerarsi come un’entità situata entro il corpo, debba essere tenuta come una necessaria illusione della vita animica immediata. L’Io, con tutto il nucleo essenziale dell’uomo, può essere considerato come un’entità che sperimenta il proprio rapporto col mondo oggettivo entro questo stesso mondo, e che ne riceve le esperienze, in forma di immagini riflesse della vita rappresentativa, dall’organizzazione corporea.

La separazione del nucleo essenziale umano dall’organizzazione corporea non deve, naturalmente, essere concepita in senso spaziale, ma in senso dinamico, come un distacco relativo. Così si risolve anche un’apparente contraddizione che si potrebbe forse scoprire fra quanto è detto qui, e quanto è stato fatto rilevare più sopra sulla natura del sonno. Nello stato di veglia, il nucleo essenziale umano è connesso con l’organizzazione fisica, in modo tale da rispecchiarsi in virtù del proprio rapporto dinamico con essa. Nello stato di sonno il rispecchiamento cessa. Ed essendo – secondo le considerazioni gnoseologiche fatte qui – la coscienza ordinaria possibile solo mediante un rispecchiamento, ossia mediante il riflettersi delle rappresentazioni, durante lo stato di sonno essa si estingue.

Si può dunque comprendere che nell’anima dell’iniziato l’illusione della coscienza ordinaria venga superata, e nella vita dell’anima si consegua una nuova prospettiva per cui il nucleo essenziale dell’uomo viene realmente sperimentato libero dall’organizzazione corporea. Tutto quanto si ottiene poi, proseguendo gli esercizi, è solo una più profonda immersione nel trascendente in cui l’Io della coscienza ordinaria è realmente, sebbene in quanto tale, non sappia di esserci. In tal modo l’indagine spirituale è stata dimostrata gnoseologicamente pensabile. Questa pensabilità, naturalmente, sarà ammessa soltanto da chi possa convenire che la cosiddetta teoria critica della conoscenza è in grado di sostenere il proprio assioma sull’impossibilità della coscienza di trascendere se stessa, soltanto in quanto non riconosce come illusoria l’idea che il nucleo essenziale umano sia rinchiuso nell’organizzazione corporea, e riceva le impressioni per tramite dei sensi. Sono ben consapevole che in queste considerazioni di argomento conoscitivo sono state date soltanto delle brevi note. Forse tuttavia, si potrà comprendere che queste non sono delle idee isolate ma scaturiscono da una concezione gnoseologica fondamentale e in sé compiuta.

(*) Questa è l’ultima parte della Relazione sostenuta dal Dott. Steiner al IV Congresso Internazionale di Filosofia, tenutosi a Bologna nel 1911.

 

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MADRE

madre

Madre

Ad una donazione radicale mi devo abbandonare

perché ogni trattenimento mi diventa dolore

Amare senza nulla volere

Tu questo sei

Tu tutto doni

.

(Mara Maria Maccari)

 

 

ARTE, MARA MARIA MACCARI, POESIA

MINIGONNA, SIMBOLO DEL TEMPO (Uno scritto di Massimo Scaligero)

Riceviamo da un utente di Eco, discepolo di Scaligero. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.

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Mary Quant 1965

MINIGONNA, SIMBOLO DEL TEMPO

Non avremmo toccato quest’argomento, di cui ci siamo altra volta occupati, se non avessimo ritenuto doveroso informare i nostri lettori riguardo al giudizio espresso in proposito da uno dei più eminenti saggi dell’India contemporanea: Swami Sabradnanda Sarasvati, da noi incontrato in questi giorni presso comuni amici studiosi di dottrine orientali.

Secondo Sabradnanda, la minigonna può essere veduta come simbolo di una rinuncia della donna contemporanea alla propria missione spirituale presso l’uomo, per il fatto che ella tende a valere al suo sguardo soprattutto mediante l’imposizione dei propri attributi fisici, che aggressivamente sollecitano l’immaginazione di lui verso la nudità non casta ma erotica.

Questa captazione dell’immaginazione toglie di mezzo l’anima, ossia l’elemento vivente del rapporto della coppia umana: lo strumento mirabile mediante il quale la donna può essere la compagna interiore dell’uomo, portatrice sicura della fedeltà e della perennità.
L’anima viene brutalmente eliminata dal momento che l’elemento determinante della relazione diviene l’apparire corporeo, provvisto della sua mitologia e della sua poeticità; persino della sua musica e del suo canto.
Tra uomo e donna invero, l’elemento vivente del rapporto è l’anima, non il corpo: è l’anima che rende magica, vasta, poetica la relazione tra i due.
Per quanto questa magia sembri sopravvivere nelle attuali coppie, essa è fatua, provvisoria: non può raggiungere reali altezze o profondità, perché l’elemento erotico afferra tutta l’immaginazione, distruggendo le sue forze più nobili e più delicate: quelle capaci di creare, di dare significato superiore alla vicenda amorosa, di edificare il mito che solleva il sensibile al sovrasensibile.

La realtà è che l’uomo non possiede più occhio spirituale, non può contemplare il corpo della donna senza subire la Maya, o l’illusione del suo apparire.
Solo un occhio spirituale o casto può comprendere la nudità femminile, ma in quanto vede oltre essa qualcosa come una grazia formatrice che si esprime nel corpo ma non è corporea.
Poiché l’uomo non sa vedere tale grazia formatrice, non può guardare la nudità femminile senza essere obbligato ad un’automatica impressione od eccitazione, che non riguarda la realtà interiore della donna e neppure la sua corporeità.

A proposito di una simile eccitazione, Swami Sabradnanda ha espressioni severe, in quanto essendo divenuta un fatto generale umano, un fenomeno coltivato persino mediante la letteratura ed il cinema, essa distrugge quella parte delicata del sistema nervoso  umano il cui compito è cooperare alla pura attività intuitiva, che per esplicarsi necessita di una particolare indipendenza dai processi fisiologici cerebrali.

La distruzione della più delicata facoltà intuitiva ad opera dell’eccitazione erotica divenuta normale, significa cessazione dell’intuizione scientifica, paralisi della conoscenza, ossia venir meno della possibilità che la scienza governi il processo tecnologico o ne abbia la giusta interpretazione.

Oggi molti confondono progresso tecnologico con progresso scientifico: in realtà la vera scienza, tessuta d’intuizione e pura meditazione, ha cessato di esistere: al suo posto avanza trionfante la tecnologia, che è semplicemente automatismo tecnico, assai pericoloso se non viene guidato da un pensiero indipendente. Ma questo pensiero non c’è più, perché la sua linfa vitale viene ogni giorno divorata dall’impressione sensoria erotica, ossia da un percepire sensorio falsato in partenza.

“Gli uomini di questo tempo – ammonisce Sabradnanda – non suppongono che il processo più distruttivo introdottosi nella cultura ed anzitutto nella costituzione umana, con un’invadenza che viene persino accettata se non addirittura codificata dalle religioni, è appunto l’erotismo senza argine, l’erotismo divenuto etichetta, pubblicità, eccitazione legittima,costume quotidiano, che non ha nulla a che vedere con la reale vita del sesso”.

L’eccitazione erotica regolamentare è distruttiva non solo per le capacità intuitive scientifiche, ma anche per la morale individuale, in quanto la moralità è essenzialmente un fatto intuitivo.
Non v’è scuola di saggezza che non insegni come la moralità sia anzitutto intuizione: dove non lo è diviene fredda regola, ossia finzione.

Questa finzione oggi è sublimemente vissuta dalla donna “perbene” che infine può concedersi a tutti visivamente perché una moda glielo permette. L’esibizionismo regolarizzato dal costume può estrinsecarsi senza limite ma soprattutto senza relazione alcuna con l’erotismo in sé, in quanto la donna costretta ad essere esibizionista e di ciò segretamente soddisfatta, non vive nell’eccitazione che suscita nell’altro sesso ma mediante questa.
Essa vive la propria eccitazione, mediante quella che automaticamente scatta nell’altro attraverso l’impressione visiva indotta.
Ella sente il regolamentare cedimento dell’altro su di un piano al cui livello ormai costringe la relazione, quale che sia la sua eventuale sublimazione: in verità non vi può essere più poesia che abbia il potere di svincolare i due da un simile livello di reciproco condizionamento.

La disgregazione della famiglia – afferma il Sabradnanda – diviene una conseguenza inevitabile, dal momento che la donna ha cessato d’essere la compagna spirituale dell’uomo. Fanno ridere le polemiche contro il divorzio, quando l’unità interiore del nucleo familiare è sostanzialmente in frantumi grazie a motivi che, tralaltro, gli antidivorzisti accettano placidamente.

La donna ha perduto la sua vera forza, quella d’essere ispiratrice ed elevatrice dell’anima dell’uomo. In compenso ne ha acquisita una altrettanto potente: quella di sedurre, per via di sociale regolarità: non più mediante il reale sesso ma mediante l’astratta prammatica eccitazione.

Ma questa forza altrettanto potente, che sostituisce quella spirituale, finirà col ritorcersi contro di lei, perché la distruggerà anche come essere fisico.
Vale la pena di mettere in relazione il continuo scambio erotico quotidiano, mediato dalla minigonna, con l’aumento delle nevrosi di questo periodo.
Non è tanto temibile la follia scatenata, quanto quella regolare, che delle sue espressioni abnormi riesce a fare un cliché di vita, qualcosa di socialmente normale.

E’ questa la sintesi severa di un pensiero che sembra avere più di una giustificazione per assumere la minigonna come simbolo della de-realizzazione interiore della donna e della perdita del livello morale di quest’epoca.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA (2° parte)

Rudolf Steiner cop

I FONDAMENTI PSICOLOGICI DELL’ANTROPOSOFIA E LA SUA POSIZIONE RISPETTO ALLA TEORIA DELLA CONOSCENZA

Rudolf Steiner

(continuazione e fine)

Ora, mercé una vita interiore conseguita in tal modo, è possibile,   una conoscenza soprasensibile che porti in sé un grado di certezza superiore a quello della semplice conoscenza immaginativa. A questo punto, nello sviluppo dell’anima, si presenta quanto segue. L’esperienza interiore si colma a poco a poco di un contenuto che giunge all’anima da fuori, similmente a come il contenuto della percezione sensoriale le giunge, attraverso i sensi, dal mondo fisico esterno. Solo che, in questa esperienza interiore, il colmarsi di un contenuto soprasensibile è vita immediata.

Se si volesse fare un paragone con un fatto della vita ordinaria, si potrebbe dire: il congiungersi dell’Io con un contenuto spirituale viene ora sperimentato similmente al suo congiungersi con un ricordo conservato nella memoria. C’è però una differenza: il contenuto di ciò con cui ora ci si congiunge, non è per nulla paragonabile a qualcosa di sperimentato precedentemente e non può essere riferito ad un passato, bensì ad un presente. Un siffatto genere di conoscenza può chiamarsi conoscenza ispirativa, purché con questa parola non si pensi a null’altro che a quanto abbiamo caratterizzato qui (nel mio libro L’iniziazione ho usato questa espressione come un termine tecnico).

Ora, mediante questa conoscenza ispirativa, si presenta una nuova esperienza. Il modo come si diventa coscienti del contenuto dell’anima è del tutto soggettivo. In un primo tempo il contenuto dell’anima non si manifesta affatto come oggettivo. Lo si riconosce bensì come alcunché di sperimentato, ma non ci si sente contrapposti ad esso. Quest’ultimo fatto si attua solo quando, con energia animica, il contenuto dell’anima si condensa in certo modo in se stesso. Solo allora esso diventa qualcosa che è possibile guardare oggettivamente. Durante un tale procedimento psichico però ci si avvede che, fra l’organizzazione corporea fisica e quel quid che, mercé gli esercizi, se ne è distaccato, s’interpone qualcos’altro.

Se si vogliono dare nomi a tali cose, purché non vi si ricolleghino ogni sorta di fantasie, ma s’intenda con essi esclusivamente quello che si è caratterizzato qui, si possono usare i nomi divenuti comuni nella cosiddetta letteratura teosofica. Lì, quell’alcunché in cui il sé vive come un elemento indipendente dall’organizzazione corporea è chiamato corpo astrale. E quello che si presenta fra il corpo astrale e l’organismo fisico è chiamato corpo eterico (col che, naturalmente, non è affatto da pensarsi all’etere della fisica moderna). Dal corpo eterico originano le forze mediante le quali il sé si rende atto a trasformare il contenuto soggettivo della coscienza ispirativa in una percezione oggettiva.

Ora, con quale diritto – si potrebbe a buona ragione chiedersi – l’iniziato è indotto a riferire una tale percezione ad un mondo spirituale soprasensibile e non la ritiene invece come un prodotto del suo sé? Non ne avrebbe alcun diritto se non ve lo costringesse con necessità oggettiva, per la sua stessa legge interiore, il corpo eterico che egli sperimenta nel proprio divenire psichico. E così è. Il corpo eterico è sperimentato come un confluire di tutte leleggi universali del macrocosmo. Importante è che all’iniziato risulti evidente, per conoscenza diretta, che il corpo eterico altro non è se non una immagine concentrata della legge cosmica, una immagine che riflette in sé tutte le leggi del mondo. La conoscenza del corpo eterico non indica all’iniziato quale parte, nel complesso di tutte le leggi universali del mondo, una tale immagine rifletta, ma gli indica di che natura essa sia.

I dubbi legittimi che la coscienza ordinaria può sollevare sull’indagine spirituale sono, fra molti altri, anche i seguenti. Si possono osservare i risultati di questa indagine (come si trovano esposti nella letteratura attuale) e si può dire: quello che voi descrivete come contenuto della conoscenza soprasensibile si rivela, più da vicino, solo come una combinazione di rappresentazioni ordinarie prese dal mondo dei sensi. Così effettivamente è (anche nelle descrizioni dei mondi superiori che io stesso ho fatto nella mia Teosofia e nella mia Scienza occulta, non si trovano altro, così sembra, che combinazioni prese dal mondo dei sensi. Per esempio l’evoluzione della terra vi è descritta mediante combinazioni di entità di calore, luce, ecc.).

Ma a ciò è da rispondersi quanto segue. L’iniziato che vuole descrivere le sue esperienze, è costretto ad esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera soprasensibile coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla: si deve tener conto che l’iniziato si serve di questi mezzi d’espressione come delle parole di un linguaggio a lui necessario. Non bisogna cercare il contenuto della sua esperienza nei mezzi d’espressione, ossia nelle rappresentazioni materiali, ma nel modo con cui egli si serve di questi mezzi di espressione. La differenza fra la descrizione di un iniziato ed una fantastica combinazione di rappresentazioni sensibili, consiste effettivamente soltanto nel fatto che le combinazioni fantastiche originano da un arbitrio soggettivo, mentre le descrizioni dell’iniziato  si fondano sulla viva esperienza delle leggi soprasensibili, da lui conseguita mercé gli esercizi.

Qui è anche da ricercarsi la ragione per cui tanto facilmente le descrizioni dell’iniziato possono venire fraintese. Infatti non conta veramente molto che cosa egli dice, ma come lo dice. Nel come sta il riflesso delle sue esperienze soprasensibili. Se qualcuno obiettasse che allora quello che l’iniziato dice non avrebbe alcun rapporto diretto col mondo usuale, bisognerebbe fargli notare che il modo di descrivere dell’iniziato è effettivamente sufficiente per spiegare praticamente il mondo sensibile alla luce di una sfera soprasensibile e che per un esame reale dei dati trasmessi dall’iniziato, è richiesta la comprensione del divenire sensibile del mondo.

Si potrebbe anche sollevare un’altra obiezione: si potrebbe chiedere che cosa hanno a che fare le asserzioni dell’iniziato col contenuto della coscienza abituale, la quale non potrebbe certo controllarle. Ma questo punto, in linea di principio, è sbagliato. Per fare indagini nel mondo soprasensibile, per ricercarne i dati, è necessaria all’anima quella condizione che può essere conseguita solo mediante gli esercizi descritti. Ma non per un controllo. Per un controllo è sufficiente, comunicato che l’iniziato abbia le sue esperienze, la spregiudicata logica abituale. Questa potrà riconoscere, in linea di principio, che se quello che l’iniziato dice è vero, allora il divenire del mondo e della vita diventa comprensibile nel suo svolgimento sensibile. Come si considerino dapprima le esperienze dell’iniziato, non è importante. Si possono scorgere in esse delle ipotesi, dei principi regolatori (nel senso della filosofia kantiana). Ma purché esse siano applicate al mondo sensibile, già si vedrà che questo, nel suo divenire, conferma in pieno tutto quanto l’iniziato asserisce. (Ciò vale naturalmente solo in linea di massima: nei particolari, evidentemente, le asserzioni dei cosiddetti iniziati possono contenere gli errori più gravi).

Una nuova esperienza si presenta all’iniziato, se gli esercizi vengono ulteriormente proseguiti. Questo progresso consiste nell’essere l’iniziato, dopo aver conseguito la percezione di se stesso, in grado di sopprimerla mediante un’energica forza di volontà. Egli deve poter ancora liberare l’anima da tutto quanto è stato conseguito come effetto di esercizi che poggiano sul mondo sensibile esterno. Le rappresentazioni simboliche sono combinate da rappresentazioni sensibili. Nella conoscenza ispirativa l’attività del sé in se stesso è bensì libera dal contenuto dei simboli, ma è pur sempre una conseguenza di esercizi eseguiti sotto il loro influsso. Se dunque la conoscenza ispirativa avrà già prodotto un diretto rapporto fra il sé ed il mondo soprasensibile, allora si potrà anche cercare di conseguire una pura percezione di questo rapporto. E ciò può avvenire mediante un’energica soppressione della percezione del sé, precedentemente conseguita.

Dopo questa soppressione, o il sé si troverà di fronte al vuoto, e in tal caso gli esercizi dovranno essere continuati oppure esso si troverà posto di fronte all’essenzialità del mondo soprasensibile ancora più direttamente che non nella coscienza ispirativa. In  quest’ultima ci si presenta solo il rapporto fra un mondo soprasensibile e il sé: invece, nel tipo di conoscenza che ora vogliamo caratterizzare, il sé è totalmente escluso. Se si volesse usare, per questa condizione dell’anima, una espressione adeguata alla coscienza ordinaria, si potrebbe dire: la coscienza ormai sperimenta se stessa come una scena sulla quale un contenuto soprasensibile essenziale non viene rappresentato, ma rappresenta se stesso (nel mio volume L’iniziazione, ho chiamato questo tipo di conoscenza conoscenza intuitiva: col che assolutamente dobbiamo prescindere dal normale concetto di intuizione che intende indicare un contenuto di coscienza sperimentato direttamente col sentimento).

Mediante la conoscenza intuitiva, il rapporto in cui l’uomo si trova in quanto anima, rispetto alla propria organizzazione corporea, si trasforma interamente per l’osservazione animica interiore diretta. Alla facoltà di percezione spirituale, il corpo eterico si presenta in certo modo come un organismo soprasensibile differenziato. Ed i suoi elementi differenziati si riconoscono come coordinati, in un determinato modo, agli elementi dell’organizzazione fisico-corporea. Si avverte il corpo eterico come primario ed il corpo fisico come una sua riproduzione, come secondario. L’orizzonte della coscienza appare determinato dall’azione ordinatrice del corpo eterico. Il coordinamento dei fenomeni, su questo orizzonte, risulta effettuato dai differenti elementi del corpo eterico, in modo unitario. Alla base del corpo eterico sta il complesso di tutte le leggi del cosmo: alla base dell’unitarietà della sua azione sta la tendenza a riferirsi ad un quid, come a un punto centrale. E immagine di questa tendenza all’unità è il corpo fisico. Così quest’ultimo si rivela come espressione dell’Io cosmico e il corpo eterico si rivela come espressione della legge macrocosmica.

Quanto è stato esposto qui diventerà più evidente quando si sarà parlato di un fatto speciale della vita animica interiore. Ciò avverrà a proposito della memoria. L’iniziato, mediante lo scioglimento del sé dall’organizzazione corporea, sperimenta il ricordo in modo diverso da quanto non lo sperimenti la coscienza ordinaria. Per lui la memoria, che altrimenti è un processo abbastanza indifferenziato, si suddivide in diversi momenti. Dapprima egli si sente spinto verso un’esperienza da ricordarsi, come quando l’attenzione è rivolta in una determinata direzione. Qui l’esperienza è realmente analoga al volgersi dello sguardo su di un oggetto distante, che prima è stato veduto, da cui poi si è distolto lo sguardo e a cui nuovamente ci si rivolge. L’essenziale qui è che l’esperienza tendente ad essere ricordata, viene sentita come  un alcunché che è rimasto distanziato, sull’orizzonte temporale e che non viene semplicemente sollevato dalle profondità della vita sub-animica.

Questo rivolgersi ad un’esperienza che tende a essere ricordata, è dapprima un processo meramente soggettivo. Ma quando poi il ricordo si presenta realmente, allora l’iniziato sente che è la resistenza opposta dal corpo fisico, il quale agisce come corpo specchiante, a sollevare l’esperienza al mondo oggettivo della rappresentazione. In tale modo l’iniziato, nel processo mnemonico, sente dapprima un divenire (osservabile soggettivamente) che si svolge entro il corpo eterico, il quale poi diventa un suo ricordo solo in quanto viene rispecchiato dal corpo fisico. Il primo fatto del processo mnemonico dà perciò soltanto esperienze sconnesse del sé. Poi ogni ricordo diventa parte delle esperienze dell’Io, in quanto viene rispecchiato mercé la sua immersione nella vita del corpo fisico.

Da ciò risulta evidente che l’iniziato, nella sua esperienza interiore, giunge a riconoscere che alla base dell’uomo sensibile sta un uomo soprasensibile. Egli cerca di ottenere una consapevolezza di questo uomo soprasensibile, non attraverso deduzioni e speculazioni fondate sul mondo immediatamente dato ma trasformando lo stato dell’anima, cosicché questa si sollevi dalla percezione del sensibile ad una reale partecipazione ed esperienza del sovrasensibile. In tal modo egli perviene al riconoscimento di un contenuto animico che si rivela più ricco, più pieno di quello della coscienza ordinaria. Dove poi tale strada conduca, questo veramente lo si può soltanto accennare, perché una esposizione particolareggiata esigerebbe un’opera più ampia.

L’interiorità dell’anima diventa per l’iniziato un che di produttivo, un che di formativo, nei confronti di ciò che costituisce la singola vita umana del mondo fisico. E questo elemento produttivo mostra di avere realmente intessuto nella propria esistenza le forze non di una sola vita ma di molte vite. Quella che noi possiamo concepire come reincarnazione, come ripetizione della vita terrena, diventa qui una osservazione reale. Ché l’esperienza del nucleo interiore della vita umana mostra che questo stesso è una risultante di personalità umane connesse tra loro. E queste possono essere sentite soltanto in un rapporto temporale. Una personalità successiva si mostra sempre come il risultato di un’altra. Nel rapporto fra l’una e l’altra personalità non v’è continuità: anzi, il loro rapporto è tale che si esprime in esperienze successive, le quali sono separate da intervalli di esistenza puramente spirituale. I periodi di tempo in cui il nucleo spirituale essenziale dell’uomo è stato incarnato in una organizzazione corporea fisica, si distinguono, per l’osservazione animica interiore, da quelli della vita soprasensibile in quanto per i primi l’esperienza del contenuto animico appare proiettata sullo sfondo della vita fisica, mentre per gli altri appare immersa in un indistinto divenire soprasensibile.

In rapporto alla cosiddetta reincarnazione, non si doveva, in questa sede, offrire null’altro che una specie di colpo d’occhio su una prospettiva apertasi in seguito alle considerazioni precedenti. Chi ammetta la possibilità, per il sé umano, di trasfondersi nel nucleo essenziale soprasensibilmente intuibile, non troverà neppure incomprensibile che, ad un ulteriore sguardo entro un siffatto nucleo essenziale, il suo contenuto si riveli differenziato e che, mercé questa differenziazione, all’occhio spirituale risulti una serie di forme di esistenza trascorse nel passato. Che queste forme di esistenza portino in se stesse le loro date, può risultare comprensibile per analogia alla memoria ordinaria. Anche un’esperienza che si presenta alla memoria ordinaria, porta infatti in sé la sua data.

La vera memoria retrospettiva delle forme di esistenza passate, basata su un rigoroso autocontrollo, è per altro una mèta ancora assai distante dalla disciplina iniziatica che abbiamo descritto: grandi sono le difficoltà per la vita animica interiore prima che tale memoria sia conseguita senza restrizioni. Tuttavia tale mèta si trova sul diretto proseguimento della via conoscitiva ora descritta. Qui ho voluto innanzi tutto registrare, per così dire, alcuni dati di esperienza dell’osservazione animica interiore. Perciò ho descritto in tal senso anche la reincarnazione. Ma questa si può anche documentare teoreticamente. E ciò è stato fatto nella mia Teosofia, nel capitolo Reincarnazione dello spirito e destino. Lì ho cercato di mostrare come certi risultati della scienza moderna, pensati fino alle loro estreme conseguenze, portino ad accogliere l’idea della reincarnazione per l’umanità.

A chi voglia prendere in considerazione l’intera natura dell’uomo, risulta da quanto precede che la sua entità può essere comprensibile, se la si considera come il risultato della cooperazione di quattro elementi: l’organizzazione corporea fisica, il corpo eterico, il corpo astrale e l’Io che si elabora negli elementi precedenti e si manifesta mediante il rapporto fra il nucleo essenziale e l’organizzazione fisica. Nell’ambito di questa mia relazione non è possibile procedere ad un’ulteriore suddivisione di queste quattro manifestazioni vitali dell’uomo intero (qui si dovevano solo mostrare i fondamenti dell’indagine spirituale: il resto ho cercato di esporlo, metodicamente, nella mia Iniziazione e, sistematicamente, in Teosofia e nella Scienza occulta).

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA ROSA

 rosa-bianca-purezza

 Ti guardo, piccola rosa bianca

tardiva figlia dell’autunno,

e un senso di limite mi assale

Tu, prigioniera appari di una forma

Io, in silenzio ti contemplo

E all’improvviso si accostano colori,

spirali di colori in movimento

gialli, rossi, arancio, cangianti e luminosi

Si avvolgono in volute sempre più ampie, circolari

E nascono forme, forme viventi….

….sono rose, infinite rose…..

Si accendono o si spengono

in un gioco dolce, leggero, eterno

e una di loro tu sei, piccola rosa!

Non più prigioniera d’incantesimo,

non più una rosa o questa rosa

Ora tu sei LA ROSA ed io ti porto in me!

Hai tu la minima idea di questa magia

piccola rosa bianca?

*

( Marzia )

 

 

ARTE, POESIA

ASCESI DEL PENSIERO VIVENTE E PSICOTERAPIA

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Il nostro amico e lettore Lapprendista in un suo commento al nostro ultimo articolo, intitolato Carl Gustav Jung e la sua psicologia analitica contro l’Antroposofia di Rudolf Steiner, ha sollevato alcune domande cruciali per la scienza dell’anima, domande che portano inevitabilmente a porsi il problema della funzione dello psicoterapeuta, della validità scientifica delle sue conoscenze e del valore effettivo del suo operare nei confronti di un paziente che a lui si rivolge.

La validità scientifica delle conoscenze della psicanalisi freudiana, della psicologia analitica junghiana e affini, è oltremodo problematica, visto che la «psiche» viene dichiarata non essere l’«anima», ossia una entità distinta dal corpo, ontologicamente obbiettiva, su sé fondata, e non mera funzione del corpo. Una tale esistenza non corporea dell’anima non viene ammessa, anzi neppure presa in considerazione, perché una tale ammissione porterebbe a far sorgere un problema «metafisico», che per infingarda comodità e viltà conoscitiva si vuole ad ogni costo evitare. E naturalmente non viene neppure sollevato il problema della conoscenza diretta, ossia della percezione, della vita dell’anima.

In buona sostanza, Lapprendista scrive:

«Prendendo in esame soprattutto quanto scritto da Massimo da “L’errore della Psicoanalisi, qui, è scambiare per contenuti della coscienza, in cui l’individuo possa riconoscersi” fino a “laddove il compito consisterebbe nel giungere a dissociarsi da essi, per forza conoscitiva, sino a riassumere pura la forza che si vincolava ad essi”.

Posto che la mia formazione psicologica è principalmente rogersiana (e quindi più Counseling che Psicoanalisi), ma che ho almeno un’infarinatura di Gestalt, e qualche vaga nozione sul Freud, trovo che in molti interventi di supporto psicologico l’intento è di “evocare il guasto” nell’ambito del colloquio psicologico proprio per permettere all’altro di obiettivare un comportamento, un’emozione, un giudizio, un ragionamento, che egli subisce in maniera inconsapevole.

Forse però tale conclusione nasce da un mio pregiudizio che tenta di vedere il buono lì dove non c’è. Forse quei momenti di disincantamento animico dei quali ho creduto esser stato testimone e che avevo ascritto ad un momento di risveglio di forze dell’Io che permettono al soggetto di comprendere la sua situazione rappresentandosi le forze istintive di cui è stato vittima e, partendo da tale disidentificazione, di trovare la forza di svincolamento. Mi è chiaro che sarebbe comunque un sollevarsi della coscienza di poco, però quel tanto che basta per rompere un piccolo incanto… magari il primo gradino rispetto alla scalinata che può percorrere colui che, ridestando il Pensiero Vivente, può far esperienza diretta e obiettiva delle forze in gioco.

In tutta sincerità temo di non riuscire a vedere il punto e mi resta un sospetto: che la conoscenza a cui accenna Massimo è di natura completamente diversa da quella a cui ho fatto cenno qui sopra».

 

Il problema, in effetti, è esattamente quello da lui intuito, e accennato nell’ultimo paragrafo da me riportato del suo commento: la conoscenza alla quale fa riferimento Massimo Scaligero è di natura radicalmente diversa da quella alla quale Lapprendista accenna nelle righe su riportate.

Il conoscere dell’uomo comune – sia egli illetterato o erudito, semplice contadino o laureato filosofo, scienziato, medico, pedagogista, psicologo – è un sapere “apparente”, traentesi da un pensare meramente riflesso, legato al cervello, al sistema nervoso, agli organi di percezione sensoria. Un tale pensare riflesso, rozzo o intellettualmente raffinato, è a fortiori escluso dalla vivente conoscenza dell’anima, come dalla conoscenza vivente del mondo, perché un tale pensare riflesso non è in grado di superare il proprio stato di morte: è il cadavere del conoscere, non il conoscere vivente. Il mondo esteriore e interiore che a tale morto pensare appare è, per dirla con espressione indiana, la “Mahâmâyâ”, la Grande Illusione.

Un tale pensare cadaverico – esattamente così lo definiscono Rudolf Steiner e Massimo Scaligero – riesce a cogliere della realtà solo ciò che è traducibile in termini di “numero, peso e misura”, ovvero l’aspetto più povero e meno significante della realtà. Non può cogliere il vivente, e ancor meno può cogliere il cosciente. Ovvero, gli è ignoto il mondo della vita e il mondo dell’anima. Un filosofo di grande valore, Edmund Husserl, da me molto stimato, nella sua ultima, coraggiosa, opera, La crisi delle scienze europee, parla apertamente della incapacità del pensiero meramente razionale di accedere al Lebenswelt, al “mondo della vita”. In tale opera, Husserl usa una espressione tecnica, Lebenswelt, tratta direttamente dall’Opera di Rudolf Steiner, e precisamente da Teosofia. Negli anni ottanta del trascorso secolo, ebbi modo di andare molte volte a Freiburg im Breisgau in Germania, e ivi feci conoscenza con un anziano valoroso antroposofo, Ernst Lippold, amico di Hella Wiesberger, curatrice del Lascito del Dottore, il quale mi portò sulla tomba del padre della “fenomenologia”, del quale era amico di famiglia e mi parlò a lungo di lui. Non mi stupii affatto quando mi disse che Husserl aveva letto attentamente alcune opere di Steiner, che stimava, pur non essendone discepolo. Ebbene, a mio parere, Husserl aveva pienamente compreso lo stato di morte del pensiero razionale e cartesiano moderno, anche se non fu in grado di indicarne – e neppure era suo compito – la via d’uscita da tale stato di morte.

La conoscenza vivente, della quale parlano Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, nasce da un pensare talmente intensamente cosciente – volitivamente cosciente – da poter abbandonare la mortifera mediazione cerebrale, nervosa e sensoria: è una esperienza radicalmente incorporea, estracorporea. Un tale pensare normalmente è conosciuto dall’uomo solo nello stato prenatale o nel post–mortem. Ma è conoscibile – sperimentalmente conoscibile – dall’asceta che in vita abbia il coraggio e la tenacia di immettere ogni volta tanta volontà nell’atto pensante da infondere in questo una novella, sino ad allora ignota, VITA: vita appunto ignota a laureati filosofi, scienziati, medici, pedagogisti, psicologi e purtroppo anche molti antroposofi. A meno che questi non diventino essi stessi asceti, quotidianamente operanti nel Rito della resurrezione del vivente pensiero dal cadavere della riflessità. Cioè, a meno che non si consacrino con tutto loro stessi alla pratica della Concentrazione.

Il problema dello psicoterapeuta è, appunto, quello di non conoscere la propria anima, e dell’anima del paziente conoscere unicamente un quadro clinico, che in definitiva è unicamente una serie di percezioni sensibili ed una fenomenologia meramente discorsiva. Con un tale pensare riflesso non si conosce né la propria anima né quella altrui. Solo il vivente pensare prenatale potrebbe conoscere la realtà dell’anima, cogliere l’origine del male che affligge il paziente – origine di natura karmica e quindi spirituale – ed indicare la via e i mezzi di guarigione.

Massimo Scaligero diceva che «in pedagogia si educa con quello che si è, NON con quello che si dice». Lo stesso principio vale nella psicoterapia, ossia «si opera terapeuticamente con quello che autenticamente, cioè spiritualmente, si è, non con quello che si dice, o con “abili tecniche” psicologiche, di qualsiasi tipo esse siano». Quindi si può essere pedagogisti o psicoterapeuti autentici unicamente se si è asceti operanti – intensamente operanti – in una radicale trasformazione animica e spirituale di se stessi. Ma tutto ciò non si improvvisa, né tampoco viene concesso o garantito da lauree universitarie o master conseguiti con la partecipazione a costosi “corsi di formazione”, gestiti da “corporazioni” economicamente interessate, indifferenti al livello umano, morale e spirituale dei propri allievi.

Vi è anche un altro problema, decisivo dal punto di vista spirituale. Per la Scienza dello Spirito è l’intera condizione umana ad essere una condizione di malattia. Su questo punto, Massimo Scaligero in tutte le sue opere, ma in particolare in Guarire con il pensiero, è assolutamente esplicito. L’uomo è quello che è – ossia è uomo biologico, animale, nevrotico, legato alla univoca visione sensibile del mondo – perché è “caduto” da uno stato primordiale di sovrumana grandezza a quello dell’attuale miseria e abiezione. Da QUESTO stato di miseria e abiezione egli deve guarire, e non trovare le terapie che possano rendergli piacevole, non doloroso, non conflittuale tale abietto servaggio. Ovvero, per parlar chiaro chiaro, il problema di chi soffre schiavitù e prigionia, NON è quello di trarre vantaggi o rendere piacevole schiavitù e prigionia, ma liberarsi a qualsiasi costo. Il prigioniero non deve arredare piacevolmente la propria cella e fornirla di morbido letto, poltrona, aria condizionata, televisione, collegamento internet e frigo bar, bensì di conquistarsi la libertà. Una tale libertà come mèta, una tale liberazione spirituale come processo, non sono cercate, e spesso neppure presentite, dagli psicoterapeuti. Ma sono sicuramente la conditio sine qua non per operare sulla propria anima, e poter poi trovare una connessione reale con la sacralità dell’anima altrui. Come può uno psicoterapeuta far conoscere al paziente una luminosa realtà dell’anima e dello Spirito, che lui stesso non conosce? Nemo dat quod non habet, dice l’antico e savio adagio latino.

Conquistare il Pensiero Vivente, che l’uomo conosce normalmente solo nell’esistenza prenatale e nel post–mortem, implica, anzi esige, l’affrontare da vivi l’esperienza del morire prima di morire, senza morire: cosa tutt’altro che scontata e banale. E questo non lo si conosce nelle aule universitarie, nei workshop didattici e via dicendo.

L’anima di un altro essere umano è una realtà sacrale, che dovrebbe essere accostata sacralmente, e lo psicoterapeuta dovrebbe essere non solo un asceta, ma anche un iniziato e uno ierofante, capace di aiutare il paziente a trovare il mondo di luce dal quale è decaduto, e la realtà originaria dalla quale è tagliato fuori. Mentre oggi le tecniche psicanalitiche evocano, invece, un infero e fantasmatico mondo «lunare» del quale il paziente dovrebbe liberarsi come di un veleno mortifero, e non asservirsi ad esso, nel tentativo illusorio di rendere piacevole, meno dolorosa, non conflittuale la vita animale, che il despiritualizzato uomo moderno, sradicato dalla realtà spirituale, bramosamente conduce e ama.  

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – NOVEMBRE 2014

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 69

Socialità
O. Tufelli Corpi di luce

Poesia
F. Di Lieto Quelli

Pubblicazioni
A. Gallerano Rosa era l’alba

AcCORdo
M. Scaligero Il fiore azzurro

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Esercizi
F. Giovi La concentrazione educa l’anima?

L’intervista
G. Burrini Crepi l’avarizia!

La conferenza
A. Lombroni Voci dello Spirito

Musica
Serenella L’ABC della musica

Esoterismo
M. Iannarelli La missione occulta dell’anima di popolo italiana

Inviato speciale
A. di Furia Quell’insipido di Farfarello

Spiritualità
R. Steiner La Scienza dello Spirito, fonte suprema…

Il racconto
F. Di Lieto L’alluvione

Civiltà
T. Diluvi Taser

Costume
Il cronista Danze macabre

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Il ventre della balena

Arretrati

Link

Archivio A-Z

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA LETTERA DI REYHANEH

R

Quando mi sono consultato con gli altri, per la possibilità di pubblicare l’ultima lettera alla madre di questa giovane condannata a morte, loro mi hanno, giustamente, chiesto di accompagnare lo scritto con qualche parola.

Mi risulta ovviamente impossibile commentare il fatto in sé e le emozioni che lo scritto mi suscitano. Penso che, quando lo leggerete, anche in voi nasceranno pensieri che andranno a toccare l’intimo. Nulla, credo, che si possa descrivere con le parole. Altresì sono convinto che tutti voi (ognuno a suo modo) troverete “qualcosa” in queste frasi toccantissime.

L’unica cosa che mi sento di aggiungere è una riflessione su come il Pensiero Vivente non solo vada oltre all’enorme atrocità dell’uomo ma  riesca anche a risplendere sopra convenzioni, stati sociali e persino sopra alla parte umana di un culto.

Ma ci rendiamo conto di cosa deve accadere per capire la nostra atrocità?

Vi lascio alla lettura. E forse alla speranza, per flebile che sia.

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Cara madre, oggi ho appreso che ora è il mio turno di affrontare la Qisas ( la legge del taglione del regime iraniano, ndr). Mi ferisce che tu stessa non mi abbia fatto sapere che ero arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non credi avrei dovuto saperlo? Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella orribile notte io avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all’obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti e qualche anno dopo saresti morta per questa sofferenza e sarebbe andata così.
Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da qualche parte ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita. Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare la lezione e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte bisogna lottare.
Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che si deve essere una signora di fronte alle discussioni e alle lamentele. Ti ricordi quanto notavi il modo in cui ci comportavamo? La tua esperienza era sbagliata. Essere presentabile in tribunale mi ha fatto apparire come un’assassina a sangue freddo. Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata, perché avevo fiducia nella legge. Ma sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. Lo sai, non uccidevo neanche le zanzare e gettavo via gli scarafaggi prendendoli dalle antenne e ora sono diventata un’assassina volontaria. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato come un comportamento mascolino e il giudice non si è neanche preoccupato di tenere in considerazione il fatto che all’epoca dell’incidente avevo le unghie lunghe e laccate. Quant’è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai contestato il fatto che le mie mani non sono ruvide come quelle di uno sportivo, specialmente un pugile. E questo paese per il quale tu hai piantato l’amore in me, non mi ha mai voluto e nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni in isolamento.
Cara mamma, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’epoca. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce.
Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcun altro, in modo che quando verrò giustiziata senza la tua presenza e senza che tu lo sappia, ti vengano consegnate. Ti lascio molto parole scritte a mano come mia eredità.
Però, prima della mia morte voglio qualcosa da te, qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze.
In realtà è l’unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che avrai bisogno di tempo per questo. Ti prego non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Mia dolce madre, l’unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra.
Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via.
Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo ad esso ed abbraccio la morte. Perché di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli ispettori, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi. Nel tribunale del creatore accuserò tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male ed hanno calpestato i mie diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che a volte ciò che sembra vero è molto diverso dalla realtà.
Cara Sholeh dal cuore tenero, nell’altro mondo siamo tu ed io gli accusatori e gli altri gli accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

Reyhaneh

SENZA CATEGORIA

CARL GUSTAV JUNG E LA SUA PSICOLOGIA ANALITICA CONTRO L'ANTROPOSOFIA DI RUDOLF STEINER

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Avevo deciso di rispondere a Isidoro, Savitri, Marzia, Mir 83, Salibus, in coda allo scritto di Massimo Scaligero, pubblicato della nostra Savitri, ma data l’estensione dell’argomento e delle risposte, si è rivelato necessario affrontare l’affaire Jung più diffusamente in un apposito articolo.

È bene, tanto per togliere subito alquante morbide illusioni a chi ancora  le abbia, riportare alcune espressioni di Carl Gustav Jung nei confronti di Rudolf Steiner e della Scienza dello Spirito.

In una lettera del 29 novembre 1935, lo psichiatra zurighese, creatore di una sedicente «psicologia del profondo», che ebbe la mala ventura di sedurre molti nobili spiriti, che non giungevano a scorgerne l’equivoca posizione conoscitiva e le nefaste conseguenze pratiche, terapeutiche ed etiche, Jung così scriveva:

«Cara Frau Patzelt,

io ho letto pochi libri di Rudolf Steiner e devo confessare  di non aver trovato in essi la benché minima utilità per me. Dovete capire che io sono un ricercatore e non un profeta. Quel che mi riguarda è ciò che possa essere verificato attraverso l’esperienza. Ma non sono assolutamente interessato a ciò che può essere speculato senza veruna prova di sorta. Tutte le idee che Steiner propone nei suoi libri potete leggerle già nelle fonti indiane. Qualsiasi cosa io non possa dimostrare nel dominio della esperienza umana,  lo metto da una parte e se qualcuno afferma di conoscere su ciò più di me, gli chiedo di fornirmene le prove necessarie.

Ho letto pochi libri sull’Antroposofia e un bel mucchio sulla Teosofia. Ho conosciuto pure moltissimi antroposofi e teosofi ed ho sempre scoperto, con mio grande dispiacere, che tutte queste persone immaginano ogni sorta di cose. Che sono affatto incapaci di offrirne prova alcuna. Non ho pregiudizi nei confronti le massime meraviglie, se qualcuno me ne dà le necessarie prove. E nemmeno esiterò ad ergermi per la verità, se riconosco che essa possa essere provata. Ma mi guarderò dal fornire al novero di coloro che adoperano affermazioni non provate per reggere un sistema del mondo, pietra alcuna che si trovi sulla superficie di questa Terra.

Poiché Steiner non è o non è stato capace di intendere le iscrizioni ittite ancora non decifrate, e tuttavia capiva la lingua di Atlantide, della quale non esiste nessuno che la conosca, non vi è ragione di eccitarsi a proposito di qualsiasi cosa che Herr Steiner abbia detto.

Sincerissimamente Vostro,

C.G. Jung ».

[Letters, Vol. I, pp. 203-204]

Bandendo ogni  volontà di autoillusione, bisogna riconoscere dall’esame della sua stessa opera, che la concezione del mondo di Jung, malgrado le apparenze, non ha nessun punto di contatto con qualsiasi forma di ricerca spirituale antica o moderna, orientale o occidentale. Non solo si oppone al fatto che le pratiche dello Yoga antico possano essere applicate all’uomo occidentale, cosa che sarebbe ben comprensibile da punto di vista della moderna Scienza dello Spirito occidentale, bensì egli si oppone alle idee del karma, della reincarnazione, dell’evoluzione spirituale dell’individuo e del Cosmo.

In una lettera del 1923, indirizzata a Oskar A. H. Schmitz, Jung non solo si oppone alle concezioni spirituali comuni alle civiltà dell’Oriente e alla occidentale Scienza dello Spirito, ma giunge addirittura a difendere la stessa ideologia razzista e irrazionalista, già allora ampiamente circolante nella Germania degli anni Venti, e fatta poi propria dal nazionalsocialismo. Arriva a contrapporre apertamente le concezioni «primitiviste» germaniche, molto simili a quelle professate dalla Thulegesellschaft di von Sebottendorf, a quelle umanistiche, illuministiche, orientali, e persino cristiane. Ovviamente il rifiuto è anche nei confronti dell’Antroposofia la quale, aldilà  della sua impostazione particolare e delle differenze specifiche, ha molte idee in comune con la Sapienza d’Oriente.

Jung bara alla grande nel suo apparente porsi su un piano scientifico di rigorose verifiche sperimentali. Chiunque abbia letto le opere scritte fondamentali di Rudolf Steiner, sa benissimo che Steiner propone un rigoroso metodo di evoluzione interiore e di esperienza spirituale diretta e verificabile. Ma il creatore della psicologia analitica non vuole accedere ad una tale esperienza spirituale oggettiva, né tampoco mettere in atto  un’ascesi di trasformazione dei propri mezzi conoscitivi, di trasformazione morale e di formazione di organi animici e spirituali di conoscenza e di azione spirituale. E questo suo rifiuto vale naturalmente tanto nei confronti delle Vie orientali quanto della Via indicata dalla Scienza dello Spirito.

In una lettera che Jung, già ultra sessantenne, scrisse nel 1937 a Svami Devatmananda, egli inizia subito affermando che per lui non ha alcun senso la ricerca dell’Infinito:

«Non so perché vi siano persone che hanno la volontà, o un anelito per l’Infinito. Io non sono un filosofo, sono un empirista. Ma ammetto che vi siano persone del genere. […]

So che in Oriente si spiega la particolare forma del carattere individuale attraverso la dottrina del karma. Questa è una dottrina che uno può credere o rifiutare. Non essendo un filosofo, bensì un empirista, mi manca la prova oggettiva. La scienza non ha risposte alle domande che vadano oltre le possibilità umane. Non abbiamo nessuna prova delle funzioni oggettive della psiche a prescindere dal cervello umano vivente. In ogni caso non vi è qualsivoglia possibilità di esaminare una tale condizione psicologica, supposta esistere al di fuori del cervello umano. Noi possiamo pensare ogni sorta di cose a proposito di una tale ipotetica condizione, ma la risposta è una mera presunzione che può soddisfare l’umano desiderio di una fede, ma non il desiderio di conoscenza». (p. 227).

Questo è un chiaro attaccare l’idea del karma, di attaccare altresì quella dell’esperienza spirituale diretta, per incatenarsi, ad onta del proclamato empirismo radicale, ad una concezione materialistica, tutt’altro che scevra di presupposti, di indimostrate ipotesi clandestine, una concezione fideistica, scientificamente insostenibile.

Egli è volutamente ambiguo. In seguito parlerà talvolta, con apparente simpatia, dello Yoga, ma sempre come «fenomeno psicologico», da studiare psichiatricamente o psicologicamente, non come obbiettiva Via spirituale. Come esempio di una tale ambiguità, ben poco scientifica, valga quanto è riportato a p. 294 del primo volume delle sue Letters:

«Allorché io dico ‘Dio’, sto parlando esclusivamente di affermazioni che non ipotizzano affatto il loro oggetto. A proposito di Dio io non ho asserito niente, perché secondo la mia premessa assolutamente nulla può essere asserito circa Dio stesso. Tutte quante simili asserzioni si riferiscono alla psicologia della immagine-Dio. La loro validità perciò non è mai metafisica, bensì unicamente psicologica. Tutte quante le mie asserzioni, riflessioni, scoperte, etc,. non hanno il più remoto rapporto con la teologia, ma sono, come ho detto, unicamente affermazioni circa fatti psicologici. Questa autolimitazione, che è assolutamente essenziale in psicologia, viene generalmente trascurata, donde sorge una confusione disastrosa, con il risultato che appare come se io ardisca di fare giudizi metafisici».

Dietro ad un tale ottuso materialismo, al suo cieco scetticismo, travestito da empirismo, al suo ambiguo agnosticismo, vi è ben chiara la dimensione della paura, addirittura quella del terrore panico di fronte alla dimensione sovrasensibile, che farebbe crollare miseramente tutto il suo edificio intellettuale e psicologico, sul quale aveva fondato la sua vita. In tale paura inconfessata, vi è il vietarsi di accedere all’esperienza dello spirituale, per poter affermare poi che non è sperimentabile, perché lui non lo ha sperimentato. E invece il sovrasensibile, lo spirituale, è sperimentabile. Anche se lui vigliaccamente evita di farlo. È sperimentabile, come lo era negli Antichi Misteri del Mondo Classico, ma ciò è un voler affrontare da vivi l’esperienza – non certo la vuota dialettica discorsiva di essa – del morire prima di morire, senza morire.

Per non confessarsi un tale terror panico di fronte alla travolgenza del Sovrasensibile superumano, Jung sceglie la beffarda negazione e, quando proprio necessario, persino la vera e propria fuga, fisicamente intesa, come fece nei confronti di Ramana Maharshi. Gli anglosassoni chiamano pittorescamente una tale viltà conoscitiva “cool feet”, che può tradursi come “freddo ai piedi”. Infatti nel tardo autunno del 1937, Jung era stato invitato dal Governo britannico in India per partecipare alle celebrazioni della Università di Calcutta, ove gli veniva offerta tra l’altro una laurea ad honorem. Jung aveva conosciuto la figura di Ramana Maharshi attraverso il suo amico, il grande indologo Heinrich Zimmer, che aveva incontrato nel 1930. Addirittura aveva scritto una introduzione al libro, Der Weg zum Selbst, La Via al Sé, che questi aveva scritto sul Saggio di Arunachala. Evidentemente, gli onori accademici solleticavano la vanità del suo ego umano-troppo umano, ma l’incontro con un autentico realizzatore dello Spirito lo terrorizzava.

Ramana Maharshi era considerato a quel tempo un asceta che in maniera esemplare aveva trasceso le limitazioni dell’identificazione col corpo e con la mente e si era immerso nell’Atman, nel Sé. Egli indicava – unico in tutta la storia spirituale dell’India – la realizzazione dell’Atman attraverso la “ricerca dell’Io”. Jung fece il turista in lungo e largo per tutta l’India, visitando addirittura Ceylon, ed ebbe occasione di andare a trovare Ramana Maharshi, quando era a Madras, poco distante da Tiruvannamalai, ove viveva Ramana. Addirittura viaggiò in macchina da Madras alla volta di Tiruvannamalai, ma a circa 30 km dalla meta venne assalito dal più ingovernabile terrore: interruppe il viaggio e se ne tornò a Madras. La cosa fu accolta con disappunto e profonda delusione da Heinrich Zimmer, che gli aveva caldeggiato l’incontro con Ramana, come una svolta spirituale nella vita di Jung. Sarebbe lungo andare a fondo su questo episodio della vita di Jung, ma lo spazio è tiranno. Se necessario, vi ritornerò sopra. 

Se uno vuole chiarirsi bene le idee sull’equivoco della psicanalisi freudiana, ma soprattutto junghiana non ha che da leggersi le pagine limpide scritte i libri e riviste da Massimo Scaligero. Per es. in Zen e psicanalisi, ne Il Giappone, V, 1965, pp. 145-160, riprodotto alle pp. 55-85 di Zen e Logos, Tilopa, 1980.Nello stesso libro, nell’articolo Zen idealismo, «contestazione», riprodotto alle pp. 86-97, Massimo Scaligero scrive:

«Un simile «universale» è stato talmente posseduto nel suo mero nominalismo dalla letteratura psicanalitica, che è stata possibile la presunzione di un rapporto e in qualche modo di un simile «universale» con quello che è al centro delle dottrine Zen: prajna, il tao, il non-mentale, il satori. Si è talora stabilita l’equazione non-mentale = non-cosciente, ossia tao = Inconscio. Una cosa poco seria, probabilmente favorita dal fatto che alcuni espositori dello Zen come Suzuki o Ch. Luk, hanno in buona fede creduto che l’inconscio fosse, almeno nei suoi massimi studiosi europeo-americani un’esperienza conseguente allo stato meditativo».

Un equivoco clamoroso da parte degli sprovveduti pensatori orientali ed una truffa e un inganno intenzionali da parte degli psicologi occidentali, fautori di una psiche mera funzione, senza autonomia alcuna, del cervello e del sistema nervoso, di una psicologia senz’anima. Naturalmente condita con infinita  e raffinata dialettica, con la quale si può dimostrare tutto e il contrario di tutto.

Ne L’Uomo Interiore, sin dal primo capitolo, Psicologia, Yoga, Scienza dello Spirito, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 9-10, il Maestro affronta senza attenuazioni il problema della psicanalisi.

«La Psicoanalisi e la Psicologia analitica hanno presentito in più di una forma questo dualismo della coscienza, ma la loro interpretazione della vita interiore dell’uomo — a chi guardi da un punto di vista non semplicemente psicologico, ma spirituale — risulta espressione essa stessa della coscienza legata a simile dissidio interiore. I rimedi psicoanalitici e quelli affini, in effetto, danno al paziente l’illusione di un miglioramento, che è soltanto temporaneo, in quanto inserisce serie di imagini inusitate nella coscienza. Questa si distrae provvisoriamente dal suo male, per poi ricadervi.

Chi non disconosca la funzione di una reale scienza dell’anima, non può non tener presente che essa, mentre riguarda la vita fisio-psichica in quanto veicolo di manifestazione della psiche, al tempo stesso postula i principi sovrasensibili da cui in realtà questa dipende, ossia l’elemento metafisico puro, senza il quale la psiche non sarebbe nulla. Una tale base di ricerca manca alla Psicologia moderna, la quale certamente neppure con l’estendere il suo agnostico metodo di indagine a campi in cui sia contemplata l’esigenza spirituale, riesce a salire di livello: anzi, giunge a ridurre al proprio limite contenuti di dottrine che essa non ha i mezzi per penetrare. Nella Psicologia analitica, infatti, è cambiata soltanto la forma del limite materialistico proprio alla Psicoanalisi: limite che rimane intatto, come modo di conoscere legato allo strumento fisico che ne è contingente mediatore: l’organo cerebrale.

[…]

La perdita di una direzione interiore, ossia di una dimensione di interna realtà, nella cultura attuale, è in particolare riscontrabile appunto in quella che pretende essere una moderna « scienza della psiche »: secondo la quale il fine ultimo delle esperienze superiori, dalle forme iniziatiche a quelle religiose, non sarebbe altro che il tentativo di liberare l’individualità da uno stato di nevrosi e di soggiacenza ai complessi, in vista di una condizione di normalità.

La confessione di uno dei più autorevoli fondatori di ta­le scienza [nota di H.d.P.: si tratta proprio di C.G. Jung], a questo proposito, chiarisce il senso di quel suo vasto e ingegnosissimo lavoro d’indagine che ha investito, senza nulla risparmiare, il mondo dei miti e dei simboli, suscitando in tal senso anche in seri studiosi la tentazione di vedere quella esperienza sovrasensibile sotto specie di nevropatia tendente alla guarigione: egli appunto afferma che, se quel mondo di miti e di simboli dovesse essere interpretabile metafisicamente — ossia secondo una visione trascendente che in realtà è l’unica che gli si addice — e non secondo lo schema psico-razionale, egli non sarebbe in grado di comprenderlo. V’è senza dubbio onestà in tale dichiarazione, qualcosa co­me una subconscia confessione dei limiti di tutto il sistema, che non compensa tuttavia della serie di guasti avutisi non soltanto in sede scientifica, ma anche come conseguenze nella vita psichica di migliaia di individui nei quali in sostanza si coltivano le condizioni di scissione interna e di nevrosi, proprio con il trattamento che pretende guarirle: ciò in quanto si fa appello a un accordo con la natura, con l’« inconscio » atavico e con quello biologico, senza veramente conoscere la struttura estrasensibile della natura e l’ordine delle forze che, in quanto gerarchicamente più elevate, operano all’interno della psiche e della natura. Ma appunto la conoscenza di tali forze prospetta in modo ben diverso il problema dell’uomo e perciò anche quello della « psicologia ».

[…]

Una particolare disciplina può dare modo di accogliere in ogni percezione sensibile l’elemento interiore corrispondente, così da far risorgere il limitato e illusorio mondo delle sensazioni dalla sua interna struttura: ciò che esteriormente si presenta frammentario, come mondo della molteplicità, può ricomporsi nella coscienza secondo una essenziale architettu­ra. Ma questa architettura che sembra sorgere in noi, si scoprirà che appartiene invece alle cose, è la forma interiore stessa del mondo.

Si tratta di avere percezioni allo stato puro, in quanto si sappia andare incontro ad esse nelle condizioni del « silenzio ». Perché il contenuto percettivo giunga alla coscienza allo « stato puro », occorre che ogni altra eco di vita, esteriore o interiore, sia estinta. Nell’uomo ordinario, ciò non può verificarsi, perché in realtà non è l’Io che accoglie i contenuti percettivi, ma l’« ego ». Il dato della percezione va a sollecitare il sub-cosciente, o mondo dei vâsanâ, che interviene a reagire a suo modo, ossia nel modo proprio al retaggio familiare o etnico: l’essenza della percezione viene normalmente smarrita. L’errore della Psicoanalisi, qui, è scambiare per contenuti della coscienza, in cui l’individuo possa riconoscersi, ciò che invece andrebbe ravvisato estraneo alla vera individualità, e che, in quanto tale, agisce come supporto di forze cosmiche ostacolatrici. Considerare come propri tali contenuti e assumerli come un tessuto profondo della individualità, in cui ci si debba riconoscere, è quanto di più ingannevole possa essere praticato in forma scientifica: significa far penetrare ancora più l’Avversario nell’ambito della coscienza; laddove il compito consisterebbe nel giungere a dissociarsi da essi, per forza conoscitiva, sino a riassumere pura la forza che si vincolava ad essi:   privati della quale essi rivelano la loro natura impersonale e la loro oggettiva funzione.  In realtà, dandosi ad una equivoca comunione con forze di ordine sub-conscio, l’uomo, in quanto essere spirituale, non vive, perché non conosce:  infatti egli non percepisce veramente l’oggetto, ma solo il modo di rispondere della propria natura (vâsanâ-vritti) alla percezione dell’oggetto. Egli rimane immerso nell’avidyâ, finché la sua conoscenza del mondo, e perciò di se medesimo, viene falsata dal sistematico intervento della « memoria », ossia del gruppo delle abitudini soggettive che vogliono solo se stesse, essendo estranee all’essenza del mondo».

Per questo, nel mio commento allo scritto di Massimo Scaligero su Freud avevo scritto:

«Nella loro funzione di evocatori del guasto mondo subconscio, del quale la vita sana della coscienza deve liberarsi per essere autenticamente se stessa, la psicanalisi freudiana, la psicologia analitica junghiana, la psicosintesi di Roberto Assagioli, la Gestaltpsychologie di Fritz Perls, e affini, sono la moderna forma della stregoneria: evocano l’infero mondo dei samskâra e dei vâsanâ, i demoni e gli spettri del mondo “lunare” astrale-eterico, che nell’essere umano hanno presa attraverso il doppio ahrimanico, che tali “terapie” vanno a rafforzare e vampiricamente a nutrire a spese della vitalità spirituale dell’infelice paziente».

Quanto agli Ordini occulti, di molti dei quali mi parlava diffusamente Massimo Scaligero, si trattava, stando a quanto egli mi disse, (ne faceva allusione pure in scritti come Lotta di Classe e Karma, in Yoga, Meditazione, Magia e altri): «In un caso della cerchia martinista, che a Perugia faceva capo al Dott. Francesco Brunelli e in un altro caso della Fratellanza magica fondata dal Mago di Portici, Ciro Formisano. Tali confraternite occulte, come molte altre, coltivano un rafforzamento ed una sapienza del doppio ahrimanico, e provano una vera attrazione magnetica e un vivo entusiasmo nei confronti dei metodi, spiritualmente deviati, della degenerata psicologia moderna. Nelle sue opere, il Formisano si richiama esplicitamente a Sigmund Freud, ed un suo discepolo, il medico pugliese Giovanni Bonabitacola, fece dei veri disastri nell’applicazione delle terapie freudiane a suoi pazienti, in alcuni casi persino con finalità non limpide. Discepoli più recenti del Formisano, invece, si entusiasmarono per le teorie e i metodi dello psichiatra di Zurigo Carl Gustav Jung, materialisticamente abbinati alle concezioni materialistiche dell’evoluzionismo darwiniano. Il perugino Brunelli addirittura redasse vari quaderni (nota di H.d. P.: si tratta dei Quaderni Alpha) per gli affiliati al suo Ordine, nei quali apertamente si proponevano teorie e metodi della psicologia analitica junghiana, assieme a dottrine e pratiche rituali magico-cerimoniali, e magico-sessuali del Formisano e di vari epigoni, ancor più degenerati del medesimo: pratiche spacciate per alchemica magia trasmutatoria».

Ebbi modo di verificare l’esattezza di quanto più volte comunicatomi da Massimo Scaligero, il quale del resto ebbe modo di parlarne anche ad altri amici e persino in alcune riunioni, delle quali ho delle registrazioni.

Ma per chi volesse formarsi, in maniera autonoma, una opinione basata su documenti accertati, ricerchi in biblioteca l’edizione originale di un libro che dimostra in maniera eloquente i metodi, moralmente alquanto spregiudicati, adoprati da certe confraternite occulte per suggestionare, manipolare, illudere, spogliare di ogni bene, svuotare di ogni vitalità corporea e animica, le loro vittime designate, delle quali esse fanno ricco pasto. Si tratta dell’edizione originale de Il Processo del Mago, Società Editrice del Libro Italiano, Roma – Piazza Poli, 1942, pp. 169, con sottotitolo: Parlano Niccolaj, Polito de Rosa, Di Stefano, De Marsico. Presentazione di Libero Crifo. Si tratta delle requisitorie e delle arringhe al processo nei confronti di Pasquale Pugliese, nipote di Ciro Formisano, il Mago di Portici, che venne pesantemente condannato nel processo, intentatogli dal barone Ricciardo Libero Ricciardelli. In tale processo vennero documentate ampiamente – con prove giuridicamente provate – le malefatte del Formisano, dei suoi discepoli diretti Giacomo Borracci, Giovanni Bonabitacola, Vincenzo Manzi, alcuni, come è detto negli atti del processo, si salvarono da pesanti condanne nei processi di Chieti e di Bari perché defunti prima della sentenza. Il libro espone, in maniera oltremodo eloquente e istruttiva, i metodi psicanalitici freudiani usati dal medico di Sansevero, residente a Roma, il Giovanni Bonabitacola, nei confronti del barone Ricciardo Libero Ricciardelli, e dell’uso abbinato dei metodi occulti, sedicenti  «ermetici» della scuola del Formisano, e conseguenti disastri.

Processo del mago

Quanto ai metodi adoprati nella cerchia «martinista» perugina, da Francesco Brunelli, tra l’altro grande ammiratore del Formisano, dei suoi metodi magico-cerimoniali e magico sessuali (dei quali nei suoi scritti parla apertamente), è istruttivo andare a leggere quanto ne scrive l’integralista cattolico, grande frequentatore confesso delle varie confraternite occulte più problematiche, Massimo Introvigne nel suo libro Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo, SugarCo, Milano 1990, pp. 216-232. Ne descrive, documentandoli, anche i lati più scabrosi. Come sono noti e documentati gli interessi di Francesco Brunelli, neurologo e psichiatra, nei confronti della psicologia analitica di Carl Gustav Jung e della psicosintesi di Roberto Assagioli, le cui dottrine e i cui metodi egli mescolava regolarmente alle pratiche occulte  «martiniste» e sedicenti «egizie».

Ora tutti i personaggi di quella epoca sono defunti, ma hanno avuto successori e una certa diffusione del morbo per sporogenesi.  

Psicanalisi freudiana, Psicologia analitica junghiana, Psicosintesi assagioliana, Gestalttherapie perlsiana, et similiacoltivano tutte uno stato di grossolana o raffinata medianità nel paziente che ad esse si affida. Se poi si combinano le medesime con pratiche occulte di Ordini occulti decadenti, o deviati, o ahrimanizzati, il disastro interiore ed esteriore è certo. 

La via della psicanalisi e degli Ordini occulti deviati è – talvolta esplicita talaltra ben mascherata – una via del «corpo lunare», del «doppio ahrimanico», di quello che gli antichi gnostici chiamavano lo «spirito contraffatto», il «cattivo pilota» del Libro dei Morti degli antichi Egizi. E’ la via nella quale ci si apre spregiudicatamente mediante una cosciente o incosciente «magia di patto» all’ossessione ahrimanica, e in taluni casi addirittura asurica.  Sono forme di materialismo magico, nelle quali ci si asserve alle forze antispirituali di un caotico mondo subsensibile e sub materiale.

A tale proposito Massimo Scaligero scrive parole severe e chiare, parole ammonitrici, nella presentazione del libro di Angelo Pitoni, L’Incognito, Edizioni Mediterranee, Roma, 1973, pp. 11 e segg.:

«L’uomo carente di «Io», ma psichicamente vigoroso, è il vero produttore della Sub-materia, ossia della Materia la cui potenza urge anche geologicamente da un grado inferiore a quello in cui essa è arrestata nella caduta. Questo grado appartiene al mondo infero, delle forze demoniache e magiche, sub terrestri, «lunari»: che conferiscono il potere dell’autentica Magia a chi è capace di conoscerle e dominarle. Non si possono dominare senza conoscerle. La Materia della Luna è anch’essa arrestata nella propria fissità, ma strutturalmente è in sé sub terrestre: a un grado di materialità che l’uomo ancora non può sopportare. Tale grado tuttavia urge in lui mediante il  «corpo lunare», o astrale inferiore: che nell’epoca presente ha il massimo della possibilità di dominarlo, in quanto il Principio solare dell’Io non può entrare in funzione nell’anima di lui, mediante il debole pensiero riflesso: l’attuale pensiero logico-dialettico, per sua costituzione perciò asservito alla natura umano-animale. […] 

L’asceta di questo tempo, per superare il grado della Materia, deve anzitutto sperimentare le forze interiori che in lui si estrinsecano mediante essa , nel percepire e nel pensare: questa esperienza è fondamentale come disciplina preparatrice alla Operatio Solis. […] L’impresa dell’asceta moderno è superare la condizione dell’Antimateria, per realizzare il grado reale di veglia, rispetto al quale la Materia è il vuoto: il vuoto attraverso al quale può passare il Pensiero, come veicolo del Principio solare che vince lo stato lunare della psiche. L’immagine della Vergine che ha ai piedi la falce della Luna e schiaccia il Serpente, è simbolo dell’anima purificata, ossia della sua vittoria sull’elemento lunare, o sul mondo dal quale urge la Potenza dell’Antimateria. 

Questa è in sostanza la Potenza magica che l’asceta solare riconquista, ritrovandola a un grado più elevato della coscienza, proprio in quanto egli è penetrato in un grado più basso, scendendo da vincitore in quella sfera lunare, che per l’uomo incapace di realizzare il normale stato di veglia al livello della Materia, è il mondo della magia infera, medianica, che lo domina mediante brama,  necessità, istintività inevitabilità della Morte, e le correlative codificazioni dialettiche. Perciò il Potere del Logos solare è in realtà il Potere di Resurrezione dallo stato di morte della Materia e della sua dialettica».

Difficile, faticoso e arduo è cercare autocoscienza, e libertà autentiche: liberare la coscienza dell’Io progressivamente e attivamente dal supporto fisico, e dai condizionamenti sottili operati dalle oscuranti potenze antispirituali, ostacolatrici di autocoscienza e libertà. Eroico è scegliere di consacrarsi alla disciplina sacra della Concentrazione, al Rito della liberazione del pensiero, all’impresa di affrontare da vivi la prova del morire prima di morire, senza morire.

Tutto ciò non piace: cioè non piace all’ego, al corpo lunare, alla natura manovrata dall’ente ahrimanico. Più facile, più comodo e gradito all’ego, il rifugiarsi nelle «vie dell’anima», nel misticismo, nel klingsoriano Chastel Marveil della moderna psicologia e dell’antigraalico e medianico magismo «lunare», ambedue verae ancillae principis huius mundi. Ma dietro tale scelta “facile” vi è sempre la paura, lo stesso incoercibile terror panico, che spinse Carl Gustav Jung a fuggire in maniera precipitosa a pochi kilometri da Tiruvannamalai, per evitare l’incontro con Ramana Maharshi, l’annientatore del mentale egoico, della vanità dialettica: l’annientatore della stessa paura dello Spirituale, che fa sì che l’uomo stordito si avvinghi all’effimero, all’illusorio, a ciò che lo conduce a perdizione.

La Via del Pensiero Vivente, il Rito della Concentrazione, sono la Via eroica della Libertà e del Coraggio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – DECIMA Lettera (Parte I)

Denderah

DECIMA LETTERA

Gennaio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

GIOVE

Al fine di comprendere l’attività del Pianeta Giove, dovremo nuovamente edificare le nostre ricerche sulle indicazioni di Rudolf Steiner nei suoi due libri La Scienza Occulta e Teosofia.

Eravamo arrivati alla conclusione che il Saturno del nostro sistema solare è una specie di ripetizione o immagine mnemonica dell’evoluzione dell’Antico Saturno. Sorge ora la domanda se le sfere degli altri Pianeti portino dentro di loro, in maniera simile, le memorie dei successivi cicli dell’evoluzione cosmica. Per esempio, la sfera di Giove, che è dire lo spazio racchiuso nell’orbita di questo Pianeta, è la prossima dopo Saturno, e potremmo immaginare che essa sia collegata col secondo grande ciclo che è chiamato, secondo il linguaggio de La Scienza Occulta, l’evoluzione dell’Antico Sole.

In queste Lettere non abbiamo parlato dettagliatamente, fino ad ora, dei cicli evolutivi successivi all’evoluzione dell’Antico Saturno; perciò, tenteremo ora di dare una brevissima caratterizzazione dell’evoluzione dell’Antico Sole, che è descritta in maniera elaborata ne La Scienza Occulta [vedi pure Iside Sophia dell’Autore].

L’immagine fisica dell’umanità fu creata sull’Antico Saturno. Essa non aveva ancora né vita né coscienza. Era come un automa o uno specchio che rifletteva le attività degli Esseri Superiori attorno ad esso. Dopo che questo primissimo antenato dell’umanità era stato creato e portato a un certo compimento, il Pianeta fu dissolto di nuovo in uno stato puramente spirituale di esistenza. Tutti gli Esseri delle Gerarchie si ritirarono nelle regioni superiori del Mondo Spirituale. Subentrò una sorta di “notte cosmica” durante la quale nulla di natura fisica può essere riconosciuto dalla percezione chiaroveggente.

Dopo che questo intervallo di “sonno cosmico” giunse ad una fine, cominciò un nuovo ciclo di evoluzione che è chiamato antico Sole. Nei primi stadi ebbe luogo una ripetizione dell’antico Saturno fino a che un’immagine fisica dell’umanità venne di nuovo in essere nella stessa forma, come già era esistita sull’Antico Saturno. Poi un impulso interamente nuovo alterò il corso dell’evoluzione. La forma fisica dell’antenato della razza umana venne compenetrata da forze vitali. Attraverso questo influsso, che fu causato dagli Spiriti della Saggezza o Kyriotetes, tutto cambiò, persino la sostanza del Pianeta stesso. Sino ad allora essa era consistita unicamente di calore. Ora, all’epoca della compenetrazione da parte delle forze vitali, una parte del calore si mutò, ovvero venne condensato in “aria” o in luce. (Nei cicli successivi di quest’evoluzione planetaria le altre Gerarchie accanto agli Spiriti della Saggezza operarono sull’antenato umano che consisteva ora di un corpo fisico e di un corpo eterico vitale). Dobbiamo adesso avere in mente che l’impulso decisivo di questo ciclo venne dagli Spiriti della Saggezza o Kyriotetes, i quali nel sacrificare una parte del lor proprio Essere crearono il corpo eterico o vitale dell’umanità.

Ora ritorneremo alla descrizione che Rudolf Steiner dà, in Teosofia, delle esperienze dell’anima umana nella vita dopo la morte. Nell’ultima Lettera parlavamo della terza regione del cosiddetto Mondo Spirituale in rapporto alla sfera di Saturno, nella quale l’anima sperimenta gli Archetipi della vita. Rudolf Steiner dice di questa regione [Editrice Antroposofica, Milano, 1990, p. 105] in Teosofia: “La seconda regione è quella in cui la vita unitaria del mondo terreno appare quale essere-pensiero e scorre come elemento liquido del “Mondo Spirituale”. Finché osserviamo il mondo da esseri fisicamente incarnati, la vita ci appare legata ai singoli esseri viventi. Nel “Mondo Spirituale” essa è sciolta da questi e attraversa per così dire l’intera regione come sangue vitale. E’ la stessa unità vivente che esiste in ogni cosa.

Di questa regione Rudolf Steiner dice, nel ciclo di conferenze Vita tra morte e nuova nascita (Berlino 1912-1913), che è la sfera del Pianeta Giove. Così abbiamo conquistato due punti di vista: la sfera nella quale l’anima sperimenta gli Archetipi della Vita dopo la morte è la sfera di Giove, e il momento cosmico allorché entrò e compenetrò le forme fisiche fu durante l’evoluzione dell’Antico Saturno. Inoltre Rudolf Steiner indicò che la sfera di Giove nel nostro sistema solare è il luogo di dimora dei Kyriotetes, i quali dotarono l’esistenza fisica delle forze vitali.

Ora è abbastanza chiaro che possiamo volgere lo sguardo al Pianeta Giove e alla sua sfera come alla sorgente delle forze vitali nell’umanità e nell’Universo. Esporremo questo fatto nelle pagine successive.

Viviamo oggi in un’èra che ha conquistato un’elaborata conoscenza del mondo fisico, o meglio del mondo della materia. E’ il mondo del regno minerale, della sostanza inanimata che la scienza moderna ha interamente investigato. Ma il mondo della vita è ancora un grande mistero. Possiamo sperimentare le sue tracce e le sue espressioni ovunque nella natura, ma non sappiamo donde essa provenga. Non possiamo ancora afferrare quelle forze che, in tutti gli organismi viventi, sollevano la materia al di fuori delle sue reazioni puramente minerali e delle sue attività chimiche.  Esse non possono venir percepite con i sensi fisici, essendo celate rispetto ad essi. I metodi che usiamo sinora, nella scienza moderna, sono insufficienti a penetrare nel regno di queste forze, tuttavia la Scienza dello Spirito parla di esse come di una realtà sovrasensibile che può esser percepita da facoltà chiaroveggenti. Essa parla addirittura di un corpo eterico o vitale dell’organismo vivente come l’entità attiva della vita. Perciò, non possiamo dire con certezza ch’essa sia qui o là: possiamo soltanto preparare il nostro proprio essere secondo le istruzioni della Scienza dello Spirito, così che esso possa divenire uno strumento col quale percepire le forze della vita. Comunque, possiamo provare a comprendere l’attività di queste forze vitali con la nostra facoltà pensante. Questo è anche il primo gradino di preparazione sul sentiero che porta alla conoscenza superiore.

La domanda è: che cos’è la vita? Che cos’è il corpo eterico o vitale? Rudolf Steiner lo chiama l’architetto del corpo fisico, quello che edifica il corpo fisico secondo un progetto pre-concepito. Possiamo ora chiedere: perché accade che il corpo fisico necessiti dell’attività di un altro arto superiore che porti il progetto della sua forma? Secondo quel che abbiamo letto circa la creazione del corpo fisico all’interno dell’Antico Saturno, possiamo avere l’impressione che questo corpo fosse l’immagine completa o lo specchio delle attività e delle intenzioni degli Dèi. Potremmo così immaginare ch’esso avesse nella sua propria esistenza l’impronta del progetto della sua forma. Può sembrare difficile capire perché un altro “corpo” dovrebbe essere attivo per creare questa forma. Inoltre non possiamo risolvere questo enigma se non intendiamo il senso e la mèta spirituale dell’intera evoluzione del nostro Universo attraverso gli stadi già descritti come Antico Saturno, Antico Sole, Antica Luna, Terra e così via.

Nel primissimo inizio sull’Antico Saturno, venne creata dagli Dèi un’immagine fisica dell’essere umano. Questa immagine era una raffigurazione del loro proprio essere. Si rivela così il profondo significato di ogni creazione. La creazione di un essere nell’Universo è un’immagine delle Gerarchie ovvero degli Dèi. Ma gli Dèi non vogliono creare unicamente una sorta di automa o di specchio che sia capace di riflettere “meccanicamente” le Entità del Mondo Spirituale. Essi vollero creare un essere che ad un certo momento fosse capace di raggiungere l’autocoscienza. Quest’essere sarebbe stato capace di ascendere dallo stato di creatura riflettente allo stato di creatore, poiché la condizione di essere un’immagine dei Mondi Spirituali sarebbe poi stata congiunta con lo stato di autocoscienza. L’Universo Spirituale – cioè tutti gli Esseri delle Gerarchie – avrebbe quindi completato ed elevato la propria esistenza attraverso l’essere dell’umanità, che potrebbe non solo essere la sua immagine, bensì avere anche una conoscenza autocosciente di esso. Così la creazione completerebbe se stessa nell’autopercezione, il coro degli Esseri del Mondo Spirituale sperimenterebbe la propria esistenza e la propria attività.

L’essere che fu creato come antenato saturnio dell’umanità era vincolato a divenire un veicolo verso l’autocoscienza. Tuttavia, l’autocoscienza è dapprima una contraddizione nei confronti della coscienza cosmica, della coscienza degli Dèi. Perciò, quest’essere saturnio che venne allora in esistenza doveva proseguire il lungo viaggio verso il suo “Sé”. Ciò significa un distaccarsi, passo dopo passo, dagli Dèi. E quei passi sono già accennati nei cicli minori dell’Antico Saturno: per esempio, la suddivisione del Pianeta Saturno in molti singoli esseri di calore, i quali divennero l’origine dei corpi fisici umani di oggi, fu allora un gradino sul lungo cammino che conduce nella solitudine del Sé.

Dobbiamo fare qui una distinzione molto netta tra il fatto che il corpo fisico è l’immagine dell’esistenza e l’attività delle Gerarchie. Essendo un’immagine, essa non può mai distaccarsi dagli Dèi, perché è parte del loro stesso essere. Ma questo corpo è invisibile ad occhi terreni; esso è, per così dire, la somma idea Archetipica dell’umanità che dimora nelle regioni degli Dèi. Il corpo che diviene veicolo sulla via verso l’autocoscienza o coscienza dell’Io, è il corpo materiale che è composto di sostanze solide, liquide, gassose e caloriche della Terra. Esso porta l’impronta del corpo fisico, dell’Archetipo dell’umanità, ma si è allontanato dalla sua origine, anche dalla sua origine Archetipica – dagli Dèi – per divenire un “Sé”.  Questa fu una necessità. Allontanarsi dagli Dèi significa diventare sempre più imperfetti quanto più sprofondiamo nel corpo materiale. Esso necessita dell’esperienza della malattia e della morte, e questo è il destino del corpo materiale dell’umanità. Non potremmo sperimentare la malattia e la morte se d’altronde non vivesse dentro di noi la realtà dell’eterna salute e della vita eterna. Essendosi l’umanità allontanata sempre di più dalla sua origine voluta dagli Dèi, malattia e morte l’avrebbero sorpresa in una scala molto più vasta di quanto si è generalmente verificato. Tutta la miseria dell’esistenza terrestre, tutta l’imperfezione e l’incapacità a dominare i nostri còmpiti terreni sono solo una parte della malattia che ha sorpreso l’umanità sulla via dagli Dèi all’essenza del Sé. Se, dopo aver raggiunto il Sé – l'”Io” -, riusciremo nel futuro a riconquistare gradualmente l’immagine del nostro proprio essere, e con essa l’immagine dell’intero Universo Spirituale delle Gerarchie e del mondo fisico, potremo allora redimere la nostra grande malattia. Allora gli Dèi, che non conoscono malattia, vivranno in noi e attraverso di noi. Essi ci daranno la loro eterna giovinezza e vita, e noi daremo loro l’autocoscienza della loro propria esistenza. Vi è un solo mediatore tra ciò che è caduto nell’abisso dell’imperfezione e gli Archetipi cosmici. Questo è il corpo eterico. Esso ricevette e continuamente riceve, durante la vita terrena, le immagini divine della forma cosmica dell’umanità e le elabora nel corpo terrestre. Opera così contro le forze del declino e della malattia. Dal vero momento in cui la vita entra nell’embrione, esso edifica il corpo a partire dalle enormi risorse della memoria cosmica. Nello sviluppo del singolo embrione, chiamato ontogenesi, viene ripetuta la storia dell’evoluzione dell’intera razza umana: il corso della filogenesi. Il corpo eterico può fare questo perché comprende la storia dei più antichi stadi dell’evoluzione umana. Così sfida le forze negatrici di Dio che dimorano nell’essere umano, che tendono a condurlo ancora più lontano dalla sua origine spirituale. Il corpo eterico non può riportare sùbito all’Archetipo spirituale la forma umana caduta. Può farlo soltanto gradualmente e ripetutamente, allora supererà le forze della malattia e della morte. Ogni notte il corpo eterico riceve, di nuovo, le Archetipiche forme cosmiche e gli impulsi che esso imprime sempre di nuovo nel corpo materiale. Lo sentiamo allora come portatore di forze risanatrici e ristoratrici dopo il sonno. Solo così il corpo eterico può assolvere al suo còmpito di mediazione nel tempo; perciò, possiamo chiamarlo pure corpo temporale, perché unicamente nel tempo esso può realizzare la redenzione della materia caduta e restituirla alla sua immagine Archetipica.

La pazienza e la potenza di memoria del corpo eterico indicano che in esso è presente un gigantesco mondo di Saggezza universale. Possiamo intendere ciò se immaginiamo che il corpo eterico venne creato dagli Spiriti della Saggezza. E’ Saggezza che in sé porta i pensieri degli Dèi dal primissimo inizio dell’Universo, e i pensieri sull’ultima mèta di questo Universo. Vivendo i pensieri degli Dèi nelle forze eteriche come una sorta di riflesso, possiamo altresì immaginare che esse siano viventi nell’umano pensare. Ciò che vive nell’essere umano, la facoltà del pensare, è soltanto l’altro aspetto del corpo eterico accanto alla sua attività edificatrice e rigeneratrice.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

MAESTRI INVISIBILI

Riceviamo dal nostro utente “LAPPRENDISTA”. Ringraziando, volentieri pubblichiamo.
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banksy
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Vogliate scusarmi se inizio con una nota personale che probabilmente non mi fa grande onore, ma che potrebbe almeno fare da piccola presentazione, dato che questo è il mio primo post.

Sono nato nel 1980, poco tempo dopo la dipartita di Massimo Scaligero. All’età di ventuno anni ho letto, grazie all’indicazione di un amico al quale devo grande riconoscenza, La logica contro l’uomo e La filosofia della libertà. Ho poi potuto coltivare l’Antroposofia con altri cari amici incontrati lungo la via. Ho avuto anche l’occasione di incontrare chi ha potuto frequentare Scaligero, cosa che però non è bastata a lenire una certo dispiacere, che ha tutto l’aspetto di una triste nostalgia e che ho provato spesso, per non averlo potuto conoscere mentre era in vita. Tale sentimento si è ripresentato recentemente e con forza, quando in un momento di crisi ho riletto il racconto che Ernst Lehrs fa delle conferenze tenute da Rudolf Steiner in seguito ad una richiesta avanzata da quelle che a quel tempo erano le nuove generazioni (lo scritto si può trovare in Abbiamo conosciuto Rudolf Steiner – terra biodinamica editrice). Nostalgia che, a tratti tinta di disperazione, tendeva a trasformarsi in rabbia per non avere la possibilità di avere guida e consiglio da un Maestro in carne e ossa.

Passata la tempesta, lenita la tristezza con più pacati ragionamenti e considerazioni, mi è tornato in mente un breve passaggio delle prime pagine de L’iniziazione, dove il Dottore scrive che, sebbene nei tempi moderni i templi dello spirito non siano più visibili agli occhi, chiunque cerchi può trovarli. Con un ardito volo pindarico mi sono quindi ricordato di un altro passaggio, letto (e riletto, data la “folgorazione” di quel momento che per qualche ragione ha legato il primo passaggio a quest’altro) vari anni fa, in Conoscenza iniziatica. Tale passo si trova poco dopo la considerazione che i guru ai nostri tempi hanno esaurito la loro funzione ed è l’indicazione di un metodo (ne vengono proposti tre) per rafforzare il pensare e renderlo autonomo. Lo desidero riportare, sperando possa tornare utile a qualche lettore.

“Come terzo mezzo, finalmente, si può cercare un maestro in un modo per così dire invisibile. Si prenda un libro qualsiasi di cui si sia certi di non averlo mai avuto in mano; lo si apra a caso e vi si legga una frase. Così si può essere sicuri di trovare una frase del tutto nuova, della quale ci si deve occupare con attività interiore. Si prenda la frase come contenuto di meditazione, o si prenda una figura a quel modo che si è sicuri di non aver mai veduta. Questo è il terzo mezzo. In questo modo ci si può creare da noi stessi un maestro dal nulla. Il maestro è la circostanza di aver cercato il libro, di averlo letto e di essersi lasciati avvicinare da quella frase o da quella figura, o da qualsiasi altra cosa.”

Da Conoscenza Iniziatica, Ed. Antroposofica, prima conferenza, a pag.16 nell’edizione del 1985. I corsivi sono miei.

In uno slancio romantico potrei ringraziare segretamente il consiglio del Maestro (o dei Maestri?) che, proprio nel momento di crisi, ha (hanno?) voluto consigliarmi.

Voi forse inizierete quindi a chiedervi cosa mi è rimasto dopo questi voli pindarici e piccoli deliri personali…

Togliendo quindi dal campo della coscienza qualsiasi sentimentalismo e qualsiasi pensiero che non abbia carattere di limpida evidenza, resta solo la consapevolezza del mio punto di partenza, al quale sempre e sempre ritorno (gioco forza!) per poi tentare la risalita. Le uniche cose di cui posso aver la massima certezza sono i dati sensibili e solo i pensieri relativi a questi hanno inizialmente il massimo grado di riconoscibile verità. Fino a quando… prendo atto del fatto che proprio il pensare è l’attività interiore che mi permette di rappresentare e comprendere il mondo. E tale considerazione, accompagnata dall’intima esperienza a cui fa riferimento, sembra tracciare una strada, indicare una via. Inizia a sembrare davvero verosimile che proprio il pensare sia quel sottile filo (o forse è una robusta corda?) che, se ripercorso fino alla sua scaturigine, potrebbe tramutarsi nella possibilità di conoscere attraverso esperienza ciò che dell’Uomo e del Mondo vagamente si intuisce nascosto dietro ad un nero velo, e che si potrebbe anche indicare come Spirito, ma che fino a quando non se ne avrà, appunto, esperienza diretta non sarà in definitiva che una vuota parola riempita di tante speranze ed illusioni.

Così oltre al dispiacere di non aver potuto essere tra gli uditori di qualche conferenza del Dottore, oppure di non aver potuto sedermi su una di quelle sedie che scricchiolano alla fine delle registrazioni degli incontri del Seminario Solare tenuti da Scaligero, resta la convinzione (che potrebbe generare altra tristezza, mentre invece mi dona forza e desiderio di continuare) che solo ciò che ci si conquista con la propria esperienza, poggiando sul proprio pensare e al di là di qualsiasi auto illusione, può avere valore nella ricerca interiore. Maestro o non Maestro.

LAPPRENDISTA

SCIENZA DELLO SPIRITO
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