PROMETEO, OVVERO L'AMORE PER LA LIBERTA'

Hera e Prometeo

Mi scuso col volenteroso lettore se, all’inizio di queste considerazioni su un tema così delicato, vi saranno apparenti «divagazioni» filologiche, ma esse sono necessarie per indirizzare lo sguardo di «coloro che hanno poca polvere sugli occhi», come li chiamerebbe il Buddha Shakyamuni, all’essenziale, che altrimenti potrebbe loro facilmente sfuggire. Inoltre, dovendo la verità essere vivo «atto» e non mero, spento, «fatto», ossia dovendo essere libera produzione dell’uomo conoscente, è giusto che essa sia conquista, anche faticosa, di chi lotta per essa. Altrimenti, essa è soltanto un sapere apparente, una dialettica scintillante e ambigua, seducente forse per taluni, ma vuota, e illudente. Qualche lettore particolarmente diligente, e meditante, avrà eziandio la possibilità di trovare tra le righe e le immagini, celata sotto lieve velo, qualche bella pietra preziosa, che un sagace intenditore giudicherebbe essere una «perla di gran prezzo», per cui è detto in Matteo, 13, 44-45:

«Il regno de’ cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per l’allegrezza che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo. Il regno de’ cieli è anche simile ad un mercante che va in cerca di belle perle; e trovata una perla di gran prezzo, se n’è andato, ha venduto tutto quel che aveva, e l’ha comperata».

Nella mitologia ellenica, ma successivamente anche in quella etrusca e in quella romano-italica, la figura di Promèteo ha caratteristiche di estremo interesse per il ricercatore spirituale. In greco, il suo nome Προμηθεύς, Promethèus o, accentato alla latina, Promètheus, significa il «pre-pensante», il «pre-veggente», ed uno dei suoi più significativi epiteti è Πυρφόϱος, Pyrphòros,  il «portatore del fuoco». Gli Antichi ritenevano, sulla scorta di Platone, che il nome ‘Prometheus’ derivasse dal greco προ, pro-prima e da μανθάνω, manthano, «apprendere», «intelligere», che col suffisso-agente –eus dà appunto il significato di creativo «intelletto pre-vidente», «pre-veggente».  ossia «anti-veggente». Si sa, inoltre, che il suo nome è legato ad un misterioso «furto» di quel così particolare «fuoco», che tanto avrebbe influito sulla sorte degli uomini.

Marco Servio Onorato, sapiente commentatore del IV-V secolo d.C., del mio amato Virgilio, scrivendo sui versi 41- 42 della Sesta Ecloga, che dicono:

«Hinc lapides Pyrrhae iactos, Saturnia regna,

Caucasiasque refert volucrea furtumque Promethei»,

«Poi narra le pietre scagliate da Pirra, i regni saturni,

Gli uccelli del Caucaso e il furto di Promèteo»,

così si esprime:

«Prometheus vir prudentissimus fuit, unde etiam Prometheus dictus est ἀπὸ τής πρόμηθείας, id est a providentia»,

ovvero:

«Prometeo fu uomo di grande saggezza e preveggenza, per cui egli fu chiamato Prometeo ἀπὸ τής πρόμηθείας, apò tes promethèias, cioè da provvidenza».

In latino, abbiamo il verbo praevideo nel senso di pre-vedere, di anti-vedere, veder prima o da lontano. Ed abbiamo anche il verbo affine provideo, col significato simile di pre-vedere e pro-vvedere, veder prima, ma anche aver cura, vedere innanzi a sé, veder lontano, difendere. Come sostantivo abbiamo, invece, providentia, previdenza, cautela, prudenza, provvedimento, Provvidenza Divina. Ed infine, prudentia, prudenza, senno, assennatezza, saggezza, perizia, cognizione, pratica, cautela. Per cui, come vedremo, il prudens, anzi prudentissimus Prometeo è savio al sommo grado, e oltremodo cauto nel voler proteggere con cura e difendere gli esseri umani, sue creature predilette, dalle non benevole attenzioni degli Dèi, e diffidente nei loro confronti etiam dona ferentes, perché il loro portar doni non è disinteressato.

È noto come Πρόνοια, Prònoia, che in greco ha il duplice significato di ‘Previdenza’ e ‘Provvidenza’ – anche nel senso di anticipanti e lungimiranti pre-scienza, pre-pensiero e pre-veggenza – sia uno dei titoli della Dea  Ἀθηνᾶ, Athēnâ,  l’Athena dei Greci, la Minerva dei Latini, la Menrva degli Etruschi. Gli Elleni le innalzarono, con questo significativo epiteto, un tempio a Delfi, non lontano dal santuario del solare Apollo. Ed in particolare, gli Ateniesi, la venerarono come Αθηνά Παρθένος, Athenà Parthènos, la ‘virginea’ Athena, cui innalzarono sull’Acropoli un tempio, il Partenone, e la venerarono come Dea della guerra, della sapienza, della strategia militare, del coraggio, della forza, dell’ispirazione, della civiltà, della legge e della giustizia, della matematica e delle scienze, delle arti e degli artisti, dell’artigianato, dell’intelligenza e dell’abilità in genere. Tutte qualità che la fecero – e la fanno tuttora – molto amare e venerare.

Mentre Ἐπιμηθεύς, Epimethèus pronunciato alla greca, o Epimètheus alla latina, nome dello scialbo e sconsiderato fratello di Prometeo, proprio a causa del prefisso epì-, viene a significare il «post-pensante», «colui che riflette a posteriori», «colui che riflette in ritardo», il «maldestro» per eccellenza.

Nel mondo indiano, nell’arcaico sanscrito dei Veda, esiste la radice verbale pra-math che significa, appunto, ‘rubare’, mentre pramathyus designa il ‘ladro’. La stessa radice verbale pra-math indica altresì l’atto di ‘accendere il fuoco sacrificale’, di ‘infiammare’. Ed è veramente singolare trovare nei Veda il mito di Mātariśvan, il pramathyus, il ‘ladro’ che come l’ellenico Prometeo, compie il ‘furto’ del ‘fuoco’ a pro degli uomini.  E anche il termine dell’antico indiano manthāna, mathana, che indica il bastone rituale per accendere il fuoco sacrificale, è affine al greco manthano, avendo altresì il senso traslato di ‘accensione dell’intelletto’, ‘accensione della mente’. Gli appassionati dell’erudita filologia accademica possono trovarne notizia in: Fortson, Benjamin W. (2004). Indo-European Language and Culture: An Introduction. Blackwell Publishing, p. 27.; Williamson 2004, 214–15; Dougherty, Carol (2006). Prometheus. p. 4.

Secondo una delle versioni del mito, Prometeo fu il solo, assieme a suo fratello Epimeteo, da lui consigliato, tra i Titani a schierarsi dalla parte degli Dèi nella lotta che questi, capeggiati da Zeus-Giove, dovettero condurre contro i Titani. Giove concesse a Prometeo, come premio dell’aiuto ricevuto, sia quello di poter accedere all’Olimpo, sia quello plasmare l’uomo.

Prometeo ebbe grande amicizia con Athena-Minerva, Dea della Sapienza, alla cui nascita dalla testa di Giove egli poté assistere, ed ebbe grande amicizia per la razza degli uomini da lui forgiata. Minerva ebbe sempre una particolare predilezione per Prometeo, che aiutò sino al punto di diventarne, in delicate evenienze, consapevole complice.

Prometeo forgiò l’uomo dal fango e lo animò infondendogli il fuoco divino, mentre Minerva gli infuse il soffio della vita nei corpi d’argilla impastata. Così l’uomo venne a consistere dei quattro elementi: della terra e dell’acqua del fango, dell’aereo soffio vitalizzante di Minerva-Athena, e del fuoco animante di Prometeo. Secondo il mito, Prometeo donò all’uomo la stazione eretta, facendo in modo che si reggesse sulle sue gambe, e facendo altresì di lui un Άνθρωπος, ànthropos, «colui che guarda verso l’alto», verso il Cielo, e non verso il suolo come le specie animali terrestri. Gli donò un corpo più grande, e bello, in modo che fosse il più possibile simile agli Dèi.

Gli Dèi, che non apprezzavano tanta prometeica generosità, incaricarono allora lo scialbo e irriflessivo Epimeteo di distribuire tra i viventi una serie limitata di ‘buone’ qualità. Ed Epimeteo, titano di poco senno, distribuì a casaccio tali qualità agli animali, privandone così l’uomo. Per cui donò agli animali  forza, velocità, coraggio, ferocia e astuzia,  e inoltre zanne, artigli, ali e così via. L’uomo, di conseguenza, restò nudo e disarmato di fronte ad un mondo animale, che metteva in serio pericolo la sua sopravvivenza. Per rimediare ad una tale iattura, Prometeo prese da uno scrigno di Minerva-Athena, l’intelligenza e la memoria e le donò agli umani. Inoltre, egli trasmise all’uomo la scrittura, l’agricoltura, la metallurgia, l’architettura e tutte le altre arti che la sapiente e buona Minerva-Athena gli aveva insegnato.

Quindi Prometeo dona agli esseri umani quanto l’intelligenza può elaborare come τέχνη, tèchne, ossia «arte» creativa, anzi le τέχναι, tèchnai, le «arti» civilizzatrici, comprese quelle che consentono e addolciscono la vita sociale, arti le quali, in quanto prodotte dall’ingegno umano, vanno oltre la natura, ed sono superiori ai meri istinti che, a loro volta, sono soltanto prodotti della φύσις, physis, della «natura».

Giove-Zeus, in verità, non gradiva affatto questa generosa predilezione, che Prometeo nutriva ed ostentava così apertamente per gli esseri umani, la cui intelligenza, intraprendenza e indipendenza venivano giudicate offensive e pericolose dal sommo degli Dèi olimpici. E in lui nacque quella «invidia degli Dèi», che si dimostrerà così funesta agli umani. Non solo, in lui nasceranno anche rancore, odio e volontà di vendetta nei confronti di Prometeo, nonché la volontà di vessare ed anche portare a distruzione la razza degli uomini. Zeus dunque aveva deciso di distruggerli, e non gradiva affatto la premurosa  gentilezza di Prometeo per le sue creature. I doni del Titano apparivano essere troppo pericolosi,  perché gli uomini che ne erano dotati sarebbero diventati sempre più potenti e capaci, ma soprattutto liberi dalla necessità di qualsivoglia tutela dall’alto.

In quella lontana epoca, gli uomini avevano ancora una certa comunanza con gli Déi, con i quali usavano trascorrere talvolta lieti momenti conviviali. Durante uno di questi davvero singolari ‘simposi’, tenutosi a Mekone, fu portato un toro enorme, del quale metà doveva spettare a Zeus e agli Dèi e metà agli uomini.

Il Signore degli Dèi affidò, come provocazione, l’incarico della spartizione a Prometeo, il quale colse l’occasione per favorire una volta di più gli umani, suoi amati protetti. Uccise il toro, lo tagliò a pezzi e ne fece due parti: una più piccola ed una più grande. Agli uomini riservò le parti migliori, quelle con le carni, nascondendole nel mucchio più piccolo sotto la disgustosa pelle del ventre del toro. A Zeus e agli Dèi riservò le ossa che mise nel mucchio più grande sotto un ingannevole strato di grasso. Fatte così astutamente le porzioni, il Titano invitò Giove-Zeus a scegliere la sua parte, cosicché il resto sarebbe andato agli uomini.

Zeus, fattosi ingannare dalle apparenze, accettò l’invito e scelse il mucchio più grande con la parte grassa, ma scorgendo solo dopo le ossa abilmente celate, si adirò oltremodo, lanciando una maledizione sugli uomini. Fu da allora che gli uomini usano sacrificare agli Dèi, lasciando ad essi le parti immangiabili delle bestie offerte, e consumandone la carne. Ma gli uomini, divoratori delle carni sacrificate, diverranno per questo mortali mentre gli Dèi rimarranno immortali. Il rancoroso Giove volle colpire indirettamente Prometeo nelle sue creature, per lo sfrontato raggiro del quale, in fin dei conti, la causa era stata la sua stessa invidiosa provocazione. Giove-Zeus si vendicò di Prometeo punendo gli uomini col togliere loro il fuoco, onde l’uomo non fosse uguale agli Dèi, e condannandoli in tal modo ad una esistenza oscura e ottusa.

athena

A scongiurare una tale iattura provvide Prometeo con l’aiuto della benevola Athena-Minerva – la Dea doveva davvero volere un gran bene a lui e gli umani per rischiar tanto – che lo fece entrare di nascosto nell’Olimpo. Prometeo dunque si recò da Atena affinché lo facesse entrare di notte nell’Olimpo e, appena giunto, accese una torcia dal carro di Helios, il Sole, e si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Secondo un’altra versione della leggenda, Prometeo riuscì a penetrare nella fucina di Vulcano-Efesto, al quale rubò qualche favilla, celandola nel cavo di una canna, portandola poi, con coraggiosa noncuranza delle inevitabili conseguenze, agli umani immersi nell’oscurità.

Venuto a conoscenza della cosa, Giove-Zeus decise di farla pagare cara sia agli uomini, ch’egli riteneva arroganti e pericolosi, sia a Prometeo rivelatosi insubordinato e ingestibile. A tale scopo,  con una qual certa perfidia, egli ordinò a Vulcano-Efesto di costruire una donna di grande bellezza, di nome Pandora, il cui nome significa “tutti i doni”, alla quale gli Dèi del vento infusero lo spirito vitale, mentre le Dee dell’Olimpo la dotarono di doni meravigliosi, ma ingannevoli. Giove incaricò Ermete-Mercurio di condurla al poco assennato Epimeteo, il quale – malgrado che Prometeo lo sconsigliasse fortemente dall’accettare «doni» dagli Dèi – sconsideratamente accettò l’infido dono.  Zeus la inviò da Epimeteo affinché attraverso essa venisse punita la razza umana, alla quale Prometeo aveva dato il fuoco divino. Epimeteo, a dire il vero, in un primo momento, reso diffidente dal consiglio del fratello, aveva deciso di non accettare doni da Giove-Zeus, e la rifiutò, cosicché il sommo tra gli Dèi la prese malissimo, e infuriato più che mai per l’ennesimo oltraggio alla sua olimpica maestà subìto prima dall’uno e poi anche dall’altro fratello, decise di punire ferocemente il Titano ispiratore del medesimo e tutti gli uomini che questi amava e difendeva. Il Padre degli Dèi fece incatenare Prometeo sulla roccia del Caucaso, esposto ai flagelli delle intemperie ed inviò poi un’aquila, o secondo altre versioni del mito, un avvoltoio,  perché gli dilaniasse e gli divorasse il fegato, che gli ricresceva durante la notte, perpetuando così il suo atroce supplizio all’infinito. La cosa andò avanti per ben tremila anni, e sarebbe continuata in eterno se Ercole non avesse ucciso il rapace torturatore e non avesse liberato il Titano.

L’incerto e poco assennato Epimeteo, temendo l’ira del Dio, accettò di sposare Pandora, e di ricevere il vaso sigillato, che questa come dono degli Olimpici aveva portato con sé. Nulla di esiziale sarebbe accaduto se il vaso fosse rimasto chiuso. Ma Pandora, curiosa, sciaguratamente aprì il vaso fatale,  e ne uscirono tutti i mali che per millenni avrebbero tormentato l’esistere dell’uomo: fatica, malattia, vecchiaia, pazzia, passione e morte. Tutti questi mali uscirono velocemente dal vaso e si precipitarono sull’intera progenie umana. Nel vaso, che la spaventatissima Pandora richiuse immediatamente, rimase unicamente la speranza, la quale da allora avrebbe sostenuto e consolato gli umani nelle loro tribolazioni.

Personalmente, ritengo che la speranza sia più un flagello che una consolazione, e che chi cerca una Via di realizzazione spirituale, una Via di reale conoscenza, farebbe bene a liberarsene assieme ad altri impostori – autentici flagelli – che illudono, intorbidano lo sguardo interiore e il pensiero, pervertono e rendono incerto il sentimento, fiaccano e deviano la volontà. A tale proposito, sono ammirevoli le parole di un Sapiente, un vero ‘Prometeo’, che duecentocinquant’anni fa, riferendosi alle minacce di un troppo zelante e sciocco servo dei potenti, così si espresse: «Quel povero X., che pensa di terrorizzarmi con le sue minacce! Ma casca male, giacché da molto tempo ho calpestati insieme l’elogio e il biasimo, la paura e la speranza. Io che non ho altro obbiettivo che seguire l’impulso dei miei buoni sentimenti verso l’umanità e fare ad essa tutto il bene che sarà in mio potere!». Sine spe nec metu, senza speranza e senza paura, come dicevano i Latini : spesso la speranza è la madre del desiderio e della paura. Ho visto molte tragedie e vite spirituali rovinate dal veleno della speranza e della paura.

Ma è ora di lasciare la parola a Rudolf Steiner a proposito del mito di Prometeo. Per comodità del benevolo lettore, è cosa forse utile e buona riportare quanto è detto da Rudolf Steiner ne Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’antichità, nella stupenda traduzione – da me di gran lunga preferita, come pure nel caso di altre ‘antiche’ traduzioni quasi sempre preferibili, a mio avviso, per molti buoni motivi, alle più recenti – di Ida Levi Bachi, pubblicata per i tipi di Giuseppe Laterza e Figli, magnifici tipografi-editori-librai, a Bari, nel 1922:

«Particolarmente interessante dal punto di vista di siffatta interpretazione è il mito di Prometeo. Prometeo e Epimeteo sono figli del titano Japeto. I Titani discendono dalla più antica generazione di Dei, da Urano (il Cielo) e da Gea (la Terra). Il più giovane di essi, Kronos, rovescia dal trono il padre avoca a sé il dominio del mondo. Ma è sopraffatto a sua volta con gli altri Titani da Giove, suo figlio, e Giove diventa il Dio supremo. Nella lotta contro i Titani, Prometeo aveva parteggiato per lui e, dietro suo consiglio, li aveva esiliati nell’Averno. Ma in Prometeo lo spirito dei Titani viveva ancora; egli era amico di Giove solo a metà, e quando questi volle distruggere gli uomini, a castigo della loro tracotanza, egli li protesse, e insegnò loro i numeri, la scrittura e altre arti apportatrici di civiltà, e soprattutto l’uso del fuoco. Giove s’adirò e ordinò a Efesto, suo figlio, di plasmare un’immagine femminile di grande bellezza, che gli Dei avrebbero ornata di ogni pregio possibile. Il nome della donna era Pandora; quella che raccoglie in sé tutte le doti. Ermete il messaggero degli Dei, la condusse a Epimeteo, fratello di Prometeo, alla quale essa recava una cassetta, dono degli Dei. Epimeteo accolse la cassetta. Ma quando l’aprì ne volarono fuori tutte le possibili tribolazioni degli uomini. La speranza soltanto, avendo Pandora rapidamente chiuso il coperchio, rimase nella cassetta. La speranza restò dunque all’uomo come problematico dono degli Dei a punizione della sua alleanza con gli uomini, Prometeo è, per ordine di Giove, incatenato ad una roccia del Caucaso, e un’aquila gli rode perpetuamente il fegato, che sempre si rinnova. Egli è condannato a trascorrere i suoi giorni in tormentosa solitudine, fino a che uno degli Dei non si sacrifichi volontariamente, votandosi alla morte. Il Titano sopporta i tormenti con fermezza. Una profezia gli aveva rivelato che Zeus sarebbe stato rovesciato dal trono dal figlio di una donna mortale, se non si fosse unito a lei. La conoscenza di questo segreto molto importava a Zeus, ed egli inviò a Prometeo Ermete, il messaggero degli Dei, perché lo interrogasse. Ma Prometeo rifiuta di rispondere. La leggenda di Ercole si rannoda a quella di Prometeo. Nel corso delle sue peregrinazioni, Ercole giunge al Caucaso e uccide l’aquila che rode il fegato a Prometeo. Il centauro Chirone, che, pur soffrendo di una inguaribile ferita, non può morire, si sacrifica infine per Prometeo, il quale allora si riconcilia con gli Dei. I Titani sono la forza della volontà, che si genera come natura (Kronos) dal primordiale spirito del mondo (Uranos). Non si deve, però, immaginarli soltanto come «forze di volontà», in senso astratto, bensì come reali «esseri di volontà». Uno di questi esseri di volontà è Prometeo; e questo ne caratterizza la natura. Ma Prometeo non ha soltanto carattere titanico, egli parteggia in certo senso per Giove, lo Spirito che assume il governo del mondo, dopo aver trionfato sulle forze indomite della natura (Kronos). Prometeo è dunque il rappresentante di quei mondi, che hanno conferito all’uomo quella forza propulsiva verso il progresso, che è per metà natura e per metà Spirito: la volontà. La volontà spinge tanto verso il bene quanto verso il male. Secondo che inclina verso lo Spirito o verso le cose effimere, si plasma il suo destino, che è poi il destino stesso dell’uomo. L’uomo è vincolato all’effimero, l’aquila lo rode. Deve soffrire. Raggiungerà la sommità soltanto se cerca in solitudine il proprio destino. Possiede un segreto, ed è che il divino (Zeus) deve unirsi ad una mortale (la coscienza umana vincolata al corpo fisico) per generare un figlio, la saggezza umana, liberatrice di Dio (il Logos). In tal modo la coscienza stessa diviene immortale. Ma egli non deve palesar questo segreto, finché un Mista (Ercole) non s’avvicini a lui e rimuova quella potenza che costantemente lo minaccia di morte. Un essere, mezzo animale e mezzo uomo, il Centauro, deve sacrificarsi per salvare l’uomo. Il Centauro è l’uomo stesso, per metà bestiale e per metà spirituale, che deve morire per la liberazione dell’uomo puramente spirituale. Ciò che Prometeo, il volere umano, disdegna, vien accolto da Epimeteo, la ragione, l’intelletto. Ma i doni a lui largiti non sono che flagelli e malanni, perché l’intelletto aderisce al nulla, al transitorio. Nella cassetta rimane soltanto uno dei doni: la speranza che anche dal transitorio possa un giorno nascere l’eterno».

Quel che, nei suoi scritti, Rudolf Steiner espone non è il frutto né di una sua vasta e straordinaria erudizione, né di una speculazione filosofica meramente concettuale, e neppure frutto di una occulta tradizione misterica, trasmessa nel corso dei secoli di generazione in generazione e giunta sino a lui. Se vi è nella storia palese dell’umanità e della civiltà una figura spirituale dai caratteri fortemente «prometeici», questa è proprio la figura di Rudolf Steiner, ed il peggior servigio che gli possa esser fatto è proprio quello di ridurre la Scienza dello Spirito – da lui con forze umane, dunque «antroposoficamente»,  investigata, sperimentata e conquistata – ad una «rivelazione», ad una «pseudo-religione», ad una comoda e consolatoria «credenza», la cui dirompenza spirituale viene attutita, diluita, smorzata, sino a poter essere facilmente conciliabile, fagocitabile, e assimilabile da parte di questa o di quella chiesa o confessione «religiosa»: soprattutto di una, che sa bene come agire a tal fine ed è molto abile nel «tamponare», come dicono i chimici, e spegnere la virulenza di contenuti da essa reputati «pericolosi» e, per così dire, «indigeribili» persino per una chiesa, il cui stomaco, come diceva il filosofo aprutino Benedetto Croce, «è capace di digerire tutto».

In effetti, dalla parte avversa è stato usato ogni mezzo brutale o suadente per tentare di fagocitare o distruggere, diluire o deformare, sedurre o diffamare, corrompere o minacciare, pur di arrivare ad esorcizzare l’incubo di una Conoscenza o Scienza dello Spirito. Ogni mezzo, ogni strumento, aperto od occulto, lecito o illecito, leale (si fa per dire…) e legale (idem…) o perfidamente sleale e illegale, è stato adoprato contro Rudolf Steiner e Massimo Scaligero: sia quando erano in vita che dopo la loro dipartita, sia da parte dei «nemici» assedianti che tra le fila degli «amici» (dai quali, come dice un savio proverbio, ci guardi Iddio…) all’interno della «cittadella» assediata. Ed è logico che agiscano in cotal maniera, altrimenti perdono tutte le pecore,  molto utili da mungere, tosare, ed infine arrostire sul barbecue. Naturalmente, Ad Maiorem Dei Gloriam, come dicono i militi della mai troppo esecrata compagnia.

Che nel caso di Rudolf Steiner si trattasse di conoscenza conquistata, e conquistata aspramente lottando, e non di rivelazione ricevuta, lo afferma senza infingimenti di sorta egli stesso ne La mia vita, Cap. XXVI, trad. di Febe Colazza-Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1987, pp. 277-279, ove dice:

«Tutto il contenuto dell’esperienza religiosa rimandava ad un mondo spirituale, che si diceva irraggiungibile all’uomo nello sviluppo delle sue forze spirituali. Ciò che dice la religione, ciò che prescrive come precetto morale, procede da rivelazioni che giungono all’uomo dall’esterno. A questo si opponeva la mia concezione dello spirito che voleva sperimentare il mondo spirituale esattamente come il mondo sensibile in ciò ch’è percepibile all’uomo e nella natura; e vi si ribellava pure il mio individualismo etico che voleva far procedere la vita morale non da fuori, per mezzo di comandamenti, ma dallo sviluppo dell’essere umano animico-spirituale nel quale vive il divino. […]

Io vedevo nel pensiero che può scaturire dalla conoscenza della natura (ma ce allora non ne scaturiva) la base sulla quale gli uomini possono conseguire una visione comprensiva del mondo spirituale; perciò davo un valore così grande alla conoscenza della base della natura che deve condurre alla conoscenza dello spirito. Per chi non si trovi come me a vivere, sperimentandolo, nel mondo spirituale, una tale immersione in un orientamento di pensiero significa appunto una mera attività di pensiero. […]

Chi aspira alla conoscenza spirituale deve sperimentare quei mondi; pensarli solo teoricamente non basta. In tempeste interiori dovetti salvare la mia percezione spirituale, in tempeste che si svolsero tutte dietro la scena delle mie esperienze esteriori.

In quel tempo di prove potevo progredire soltanto con la mia visione spirituale, mi ponevo dinanzi all’anima la evoluzione del cristianesimo, e ciò mi condusse a quella conoscenza che trovò espressione nel mio libro Il cristianesimo quale fatto mistico. […]

Dal mio atteggiamento di fronte al cristianesimo risulta evidente che nella scienza dello spirito nulla ho cercato e nulla ho trovato per la via che molti mi attribuiscono. Questi molti presentano la cosa come se io avessi composto ed elaborato la scienza dello spirito con ogni sorta di antiche tradizioni, teorie gnostiche ed altre. Ma non è così: la conoscenza spirituale che si trova in Il cristianesimo quale fatto mistico è attinta direttamente dal mondo spirituale. Solo per mostrare agli uditori delle mie conferenze e ai lettori del mio libro l’armonia tra quanto è percepito spiritualmente e le tradizioni storiche, vi ho inserito queste ultime, ma non ho mai accolto nulla da tali documenti che non abbia prima avuto davanti a me nello spirito».

Quindi, quel che Rudolf Steiner comunicava nei suoi scritti e nelle sue esposizioni orali, non era attinto alla sua sia pur vasta erudizione, né alla filosofia antica e moderna che dominava completamente, e neppure alla rivelazione tradizionale trasmessa da vari Ordini occulti che, essi pure, ben conosceva: era frutto, invece, della sua personale, assolutamente individuale e solitaria, combattuta, indagine spirituale sulla base delle forze interiori da lui stesso sviluppate nel corso del suo cammino conoscitivo. Le prime comunicazioni, frutto di tale autonoma indagine spirituale, relative al mondo dei Misteri Antichi, nelle quali affrontò pure il tema di Prometeo, sono le ventiquattro conferenze tenute a Berlino, dal 19 ottobre 1901 al 26 aprile 1902, di fronte ai membri della Società Teosofica, che gliele avevano richieste. A quel tempo, in Germania, la sparuta cerchia teosofica era l’unica che si interessasse di una possibile conoscenza spirituale, mentre il mondo accademico universitario, scientifico e filosofico, era completamente sotto la fascinazione del materialismo positivista, dell’evoluzionismo darwiniano, del neokantismo, e via dicendo. Quel mondo erudito, tutto preso dalla superstizione della cattedra universitaria e dagli ammuffiti dogmi che dalla medesima venivano oracolarmente proclamati, non aveva che parole di sarcastico disprezzo e di sufficiente compatimento per la Conoscenza che poteva provenire dall’effettiva, rigorosa, indagine spirituale.

Rudolf Steiner si rivolse, dunque, ai teosofi berlinesi, perlopiù anime semplici, un po’ ingenue, ma di cuore aperto, per le quali la ricerca di una conoscenza superiore aveva una importanza vitale. I temi delle conferenze che tenne in quei mesi, furono poi trattati a nuovo nel libro che porta il titolo de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità. Ma le conferenze stesse sono di per sé di notevole interesse, anche per il fatto che in esse Rudolf Steiner si dilunga in descrizioni e si spiega molto dettagliatamente. E vale la pena di riportarne un brano per le riflessioni che in esse vengono svolte.

In Italia ne circola una traduzione, che segue pedissequamente la «redazione creativa» – per usare un indulgente eufemismo – che di quelle conferenze fu fatta in Germania. Confrontando il testo tedesco della «redazione creativa», e la sua traduzione italiana, con il testo dattiloscritto originale di Franz Seiler, si notano «sostituzioni» di parole e di concetti tali che, conoscendone l’ispiratore, verrebbe quasi da pensare ad uno «scherzo da prete». Per esempio, là dove il dattiloscritto, che Franz Seiler aveva tratto dal suo stesso stenogramma, ha:

«Was wir überschauen können, ist die Natur des Epimetheus, ist die nicht-geistige Natur in uns, ist das, was in uns liegt als das Nachahmende, das Erklärende»,

la parola ‘das Nachahmende’, ‘l’elemento imitante’, è stata «creativamente» sostituita, con intenti a loro modo di vedere indubbiamente nobilissimi, con ‘das Nachdenkende’, tradotta in italiano con ‘l’elemento riflessivo’, sostituzione che si rivela, a mio avviso, insoddisfacente sia in tedesco, che in italiano (dove, semmai, il dragomanno avrebbe dovuto tradurre il participio presente sostantivato ‘Nachdenkende’ con ‘riflettente’). E questo è solo uno dei numerosi esempi, che potremmo facilmente addurre, di tale «redazione» e «traduzione creativa». Per cui, è meglio ritradurre le considerazioni di Rudolf Steiner direttamente dal dattiloscritto originale di Franz Seiler, che a quelle conferenze era presente.  Ho preferito fare una traduzione letterale, sia pure aspra e priva di beltà letterarie, che rischiare di tradire il significato essenziale con indebite parafrasi. Le considerazioni che, per il nostro tema, ci interessano in modo particolare, sono nella decima conferenza, intitolata ‘Il Fedone e il Timeo di Platone. Discorsi sull’immortalità dell’anima’,  e venne tenuta a Berlino l’11 gennaio 1902:

«Ora ci dobbiamo chiedere: donde proviene propriamente che, nel senso del platonismo, si debba distinguere tra il finito mondo sensibile e l’infinito mondo spirituale, tra il mondo eterno e quello temporale? La differenza esiste nel mondo materiale. Se essa fosse presente pure per una facoltà di percezione infinita, allora il platonismo non potrebbe esser inteso, giacché sorgerebbe poi sempre la domanda: come stanno reciprocamente, uno di fronte all’altro questi due mondi, il mondo spirituale e quello sensibile?  

Questo mondo dello spirituale dovrebbe appunto diventar esso stesso finitezza, se accanto a sé ne avesse un altro, che non fosse in grado di risolverlo in sé. La separazione in mondo dei sensi e in mondo dello spirito per Platone è presente solo nell’uomo all’interno della facoltà umana di percezione. Essa è unicamente per l’anima umana. Essa non sarebbe presente per un’anima che fosse giunta alla mèta, la quale avesse perfezionato talmente la sua facoltà di percezione, da poter abbracciare con lo sguardo l’intero universo. Solo perché l’anima umana è inserita tra due potenze, perché parzialmente partecipa a forze poste sia al disotto che al di sopra di essa, l’anima umana ha quindi una facoltà di percezione, che deve scomporre nel mondo sensibile-materiale e in quello spirituale. Solo per chi son sia pervenuto a gradi superiori è possibile un tale dualismo.

Tutti portiamo, poiché stiamo sul piano materiale due potenze cosmiche in noi, portiamo due forze in noi, quella forza del volere, quella natura prometeica, che tende a divenir una con il Logos: questo è l’anelito prometeico. L’altra getta l’anelito verso il basso, è l’anelito del fratello di Prometeo, di Epimeteo. Quella che possiamo abbracciare con lo sguardo è la natura di Epimeteo, è la natura non spirituale in noi, è ciò che vi è in noi di imitante, di esplicante. Prometeo è l’elemento pre-pensante, colui che su un piano superiore volge in basso il suo sguardo. Se ci rappresentassimo un settuplice sentiero, e ci pensassimo guidati sulla via dal materiale allo spirituale attraverso tutti gli stadi, dovremmo allora rappresentarci questo anelito come un anelito prometeico. E se ci volgessimo a guardare indietro, allora dovremmo considerare ciò come la forza, che – secondo la maniera greca di rappresentare – viene rappresentata come Epimeteo».

Un altro passaggio significativo – trascuriamo che, nella suddetta «redazione creativa», il filosofo ‘Protagora’ del dattiloscritto originale di Franz Seiler venga magicamente trasformato in ‘Pitagora’ – lo troviamo nella quattordicesima conferenza de  Il Cristianesimo quale fatto mistico, tenuta a Berlino, l’8 febbraio 1902, nella quale è detto:

«Protagora riteneva che tutti gli uomini avessero in comune il sentimento della virtù, della moralità e della convivenza sociale, ma che soltanto pochi uomini avessero la capacità di elevarsi agli stadi più alti. Perciò, in epoca platonica, mediante il mito viene raccontato che un tempo soltanto gli Dèi vivevano come fuoco. Gli animali e gli uomini non avevano alcuna capacità di vivere nel fuoco. Per questo essi non avevano nessuna possibilità di vita. A tal fine esso venne incaricato Prometeo di trasmetter loro la vita. Ma Epimeteo trasmise tutto agli animali, cosicché non rimaneva nulla per gli uomini. Efesto trasmise agli uomini il fuoco. Ciò significa il dono delle arti, il dono della sapienza. Io ritengo che in questa leggenda ci venga raffigurato miticamente un processo interiore. Ciò ci viene mostrato dalla maniera in cui la leggenda prosegue. Le capacità vengono distribuite: uno ne ha di più, un altro di meno. Perciò Ermete venne dotato della facoltà di distingueretra i bene e il male. Questa ce l’hanno tutti in egual maniera. Il filosofo greco esprime nei miti fatti interiori umani della vita dell’anima».  

Dalle considerazioni di Rudolf Steiner si scorge facilmente che forte legame abbiano le precedenti considerazioni sia con la teoria della conoscenza, ossia col monismo del pensare, che sta alla base di Filosofia della Libertà, di Verità e Scienza, della Teoria della conoscenza del la concezione goethiana del mondo, che dell’individualismo etico, che emerge dalle trattazioni di quelle opere. Un adeguato commento, all’altezza di quanto Rudolf Steiner comunica in questa conferenza berlinese di 112 anni fa, potrebbe essere quanto scrive Massimo Scaligero in Meditazione e miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 165:

«Il mondo dei fenomeni si può vedere come un mondo di frantumi di parti, di particelle, che il pensiero ogni volta riconnette, per ricostruire la loro unità. Sarebbe grande ventura per un pensatore intuire che questa unità pensante del mondo già esiste e che la frantumazione o la frammentarietà esistono solo per l’uomo caduto, cioè per il mentale umano legato ai sensi fisici e legante i sensi fisici. Ma la più alta ventura del pensatore vivo sarebbe scoprire come lo sforzo del pensiero razionale attraverso i sistemi della Scienza, attraverso la Filosofia, che dovrebbe essere la Scienza delle Scienze, e ai fini della comprensione quotidiana dell’umano, sia in sostanza il tentativo dell’uomo di penetrare nell’unità del pensiero universo. Questa unità un giorno egli dovrà conseguirla come sua conquista individuale; perché così soltanto essa si ricostituisce nel mondo, redime il mondo. L’unità trascendente, dominante dall’essenza il mondo, deve divenire unità immanente attraverso il pensiero individuale, per costituire l’intesa dei liberi, l’inizio della vera fraternità».

In tutta la sua opera, Massimo Scaligero porta avanti questo prometeico impulso solare, che in sostanza è un platonismo magico o, se vogliamo, un audace e consequenziale idealismo magico, che esige che il discepolo dello Spirito non desideri, bensì voglia essere terribilmente autonomo, voglia audacemente poggiare unicamente su se stesso, che cerchi di realizzarsi come Io, e nell’«attuarsi» dell’Io esiga da se stesso quello che molti cercano nelle mistica, nella religiosità esteriore, in una esotica spiritualità approssimativa, che si vorrebbe consolante, ma che si rivela essere nella maggior parte dei casi solo illudente, narcotizzante e debilitante. Come diceva Massimo Scaligero:

«Per l’Io, essere è nulla; essere è farsi»,

 e aggiungeva:

 «Non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io!».

Anche se, troppo spesso, è forte la tentazione di dar ragione a J.G. Fichte, il quale sosteneva alquanto causticamente che: «È più facile convincere un essere umano che è un pezzo di lava sulla Luna, piuttosto che un Io che pensa». E che ci sia una fortissima opposizione all’impulso dell’Io, al suo riconoscimento, alla sua realizzazione, lo si scorge facilmente dal fatto che come nel mito ellenico abbiamo la polarità Prometeo-Epimeteo e l’esiziale «invidia degli Dèi», con relative vicende, così anche in ambito biblico abbiamo l’opposizione tra Caino e Abele prima, e quella tra Hiram e Salomone dopo, nonché la preoccupata «gelosia», l’ansiosa «invidia» di Adonai, il Signore, ossia di Jahvè o Jehova, che mal vede la nascente autocoscienza e libertà dell’uomo, al punto di dire nel noto passo del Sepher Bereshith ebraico, o della Genesi greca e latina:

 «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo».

Possiamo vedere quel che dice, a proposito di questo delicatissimo tema, Rudolf Steiner in alcune lezioni esoteriche, la cui traduzione, ancora non pubblicata, ci viene offerta dalla cortesia di Silvano Mirami. Per esempio, nella lezione tenuta Berlino il 4 novembre 1904 e intitolata Il Mistero dei Rosacroce, viene detto:

«Ci fu un’epoca in cui uno degli Elohim creò l’uomo, un essere umano che chiamò Eva. L’Elohim si congiunse con Eva e da Eva nacque Caino. In seguito, l’Elohim Jahvè o Jehova creò Adamo. Adamo si congiunse  a sua volta con Eva e da questa unione nacque Abele.

Quindi con Caino abbiamo a che fare con un figlio diretto degli Dèi e con Abele con un rampollo di Adamo, plasmato come uomo, e di Eva. Il mito prosegue così. I sacrifici che Abele offriva al Dio Jahvè, erano accetti al Dio. Mentre non lo erano invece i sacrifici di Caino, giacché Caino non era nato su diretto comando di Jahvè. La conseguenza fu che Caino compì il sacrificio. Egli colpì Abele. Per questo egli fu escluso dalla comunione con Jahvè. Andò in contrade lontane e divenne laggiù il capostipite di una stirpe.

Adamo si congiunse nuovamente con Eva e nacque Seth, in sostituzione di Abele, del quale pure viene trattato nella Bibbia. Sorsero così due stirpi umane: la prima proveniva da Eva e dall’Elohim – la stirpe di Caino; la seconda proveniva meramente dall’uomo che si era congiunto con Eva su ordine di Jahvè.

Dalla stirpe di Caino provennero tutti coloro che sulla Terra avevano vocazione alle Arti e alle Scienze, per esempio Metusael che inventò la scrittura, la scrittura Tau, e Tubalcain, che insegnò la lavorazione dei metalli e del ferro. Nacque così, in questa linea proveniente direttamente dall’Elohim, l’umanità che si educò nella Arti e nelle Scienze.

Da questa stirpe proveniva pure Hiram. Egli era l’erede di tutto quello che nel corso di molte generazioni era stato accumulato di Sapere, di Arte e di Tecnica. Hiram era l’architetto più eccezionale che si possa mai pensare.

Dall’altro lignaggio, dalla stirpe di Seth, proveniva Salomone, che si contraddistinse in tutto ciò che originava da Jahvè o Jehova. Egli era dotato della saggezza del mondo, di tutto quel che come calma, chiara, limpida saggezza può essere emanata dai figli di Jehova. Questa era una saggezza che poteva bensì essere espressa in parole toccanti profondamente l’uomo nel suo cuore, che potevano elevarlo, ma che tuttavia non afferravano alcun oggetto in modo immediato e non riuscivano a produrre alcunché di reale nella Tecnica, nell’Arte e nella Scienza. Era una saggezza che era dono ispirato direttamente dal Dio, non una Sapienza elaborata dal basso, scaturente dalla passione umana, dal volere umano. Questa la si trovava, invece, presso i figli di Caino, presso coloro che provenivano in modo diretto dall’altro Elohim. Essi erano forti lavoratori, che volevano elaborare tutto a partire da se stessi.

Ora, Salomone decise di edificare un Tempio. A questo scopo assunse come architetto Hiram, il discendente dei figli di Caino. Ciò fu all’epoca in cui la Regina di Saba, Balchis, avendo udito parlare del saggio Salomone, venne a Gerusalemme. E quando giunse, ella fu incantata dalla sublime, chiara, saggezza di Salomone e dalla sua bellezza. Questi chiese, ed ottenne anche, da lei una promessa di matrimonio. Laggiù la Regina di Saba udì pure parlare della costruzione del Tempio. Ora ella volle conoscerne l’architetto, Hiram. Appena lo vide, un suo semplice sguardo fece su di lei un’enorme impressione e ne rimase completamente avvinta.

Ciò creò, ora, un’atmosfera di gelosia tra Hiram e il saggio Salomone. La conseguenza fu che Salomone avrebbe fatto volentieri qualcosa contro Hiram; ma dovette tenerselo, affinché il Tempio potesse essere completamente edificato. 

Accadde quanto segue. Il Tempio era ormai costruito fino ad un determinato punto. Mancava unicamente quello che doveva essere il capolavoro di Hiram, e cioè il Mare di Bronzo. Questo capolavoro doveva rappresentare l’Oceano, fuso nel bronzo, ed abbellire il Tempio. Tutte le mescolanze dei metalli erano state eseguite da Hiram in maniera prodigiosa e tutto era stato predisposto per la fusione. Ma a questo punto si misero all’opera tre compagni, che Hiram durante la costruzione del Tempio aveva trovati non all’altezza di essere nominati Maestri. Perciò questi avevano giurato vendetta e volevano impedire l’esecuzione del Mare di Bronzo. Un amico di Hiram, che  aveva saputo di tale proposito, comunicò questo piano dei compagni a Salomone affinché lo sventasse. Ma Salomone, per gelosia contro Hiram, lasciò corso alla cosa, perché voleva rovinare Hiram. La conseguenza fu che Hiram dovette assistere alla rovina dell’intera fusione, poiché i compagni avevano aggiunto un materiale indebito alla massa. Egli tento altresì di sedare il fuoco divampante con l’aggiunta di acqua, ma così fu anche peggio. Mentre era già prossimo a disperare della riuscita dell’opera, gli apparve lo stesso Tubalcain, uno dei suoi avi. Questi gli disse che doveva gettarsi tranquillamente nel fuoco perché egli sarebbe stato invulnerabile ad esso. Hiram lo fece e giunse sino al centro della Terra. Tubalcain lo condusse da Caino, che era laggiù nello stato dell’originaria condizione divina. Hiram venne ora iniziato nel segreto della creazione del fuoco, nel segreto della fusione dei metalli e così via. Ottenne inoltre da Tubalcain un martello e un Triangolo d’Oro, ch’egli avrebbe dovuto portare al collo. Quindi tornò indietro e fu veramente in grado di eseguire il Mare di Bronzo, di riportare in ordine la fusione.

A questo punto egli conquistò la mano della Regina di Saba. Ma venne sorpreso dai tre compagni e ucciso. Però prima di morire gli riuscì ancora di gettare il Triangolo d’Oro in un pozzo. Ora, poiché nessuno sapeva ove fosse Hiram, lo si cercò, Salomone stesso era angosciato e voleva sapere che cosa fosse accaduto. Si temette che i tre compagni avessero tradito l’antica Parola di Maestro e ne venne perciò convenuta una nuova. Le prime parole dette al ritrovamento di Hiram, sarebbero state la nuova Parola di Maestro. Quando Hiram fu ritrovato,  egli poté dire ancora alcune parole. Disse: Tubalcain mi promise che io avrei avuto un figlio, il quale a sua volta avrebbe avuto molti figli che avrebbero popolato la Terra e avrebbero condotto a termine la mia opera – L’edificazione del Tempio. Poi indicò il luogo dove sarebbe stato trovato il Triangolo d’Oro.  Questo venne portato al Mare di Bronzo ed ambedue vennero custoditi in uno speciale luogo del Tempio, nel Sancta Sanctorum. Essi possono venir ritrovati soltanto da coloro che posseggono la comprensione di cosa debba significare l’intera leggenda del Tempio e del suo architetto Hiram».

Come si vede facilmente, è forte in questa esposizione di una parte della Leggenda del Tempio, l’opposizione tra l’impulso prometeico-cainita e quello epimeteico-abelitico. Ed una conferma l’abbiamo in un’altra lezione esoterica, tenuta anch’essa a Berlino il 2 dicembre 1904, nella quale vien detto:

«Uno degli Elohim si congiunse con Eva, e da questa unione di uno dei creatori divini provenne Caino. Poi un altro Elohim – vale a dire Jehova o Adonai – creò Adamo, che occorre rappresentarsi come l’uomo originario della nostra terza razza radicale. Questo Adamo si congiunse ora con Eva, e da questa unione provenne Abele. Abbiamo così all’origine del genere umano due punti di partenza: Caino, il rampollo diretto di uno degli Elohim e di Eva, e Abele, il quale per così dire mediante l’ausilio di un uomo divinamente creato, di Adamo, è il vero e proprio uomo di Jehova.

L’intera concezione, che sta alla base della storia della creazione della Leggenda del Tempio, parte dal fatto che Jehova ha una sorta d’inimicizia contro tutto quel che proviene dall’altro Elohim e dai suoi discendenti, i figli del Fuoco – così vengono chiamati nella Leggenda del Tempio i discendenti di Caino – e dal fatto che egli suscitò discordia tra Caino e la sua stirpe ed Abele  e la sua stirpe. La conseguenza di ciò fu che Caino uccise Abele. Questa è l’inimicizia originaria, che sussiste tra coloro che hanno la loro esistenza come una specie di dono degli Dèi e coloro che elaborano tutto loro stessi. Che Abele sacrifichi al Dio Jehova degli animali, che Caino invece sacrifichi i frutti della Terra, ciò mostra anche nella Bibbia l’opposizione tra la stirpe di Caino e la stirpe di Abele. Caino deve con duro lavoro strappare alla Terra, quel che è necessario per gli uomini. Abele prende quel che già vive, quel che è già preparato alla vita. La stirpe di Caino crea per così dire il vivente dal non vivente. Abele prende il già vivente, ciò a cui la vita è stata già insufflata. Il sacrificio di Abele è accetto a Dio, quello di Caino invece no.

Vediamo così che in Caino e Abele vengono caratterizzati due tipi di umanità. Un tipo è quello che prende quel che viene preparato dalla Divinità, l’altro tipo – la libera umanità – è quello che lavora il suolo terrestre e che si sforza di strappare il vivente dal non vivente. Si considerano come Figli di Caino coloro che comprendono la Leggenda del Tempio e vogliono vivere nel senso di questa Leggenda. Dalla stirpe di Caino provengono tutti coloro che hanno creato le autentiche arti e scienze umane: Tubal-Cain, l’autentico architetto e Dio delle fucine e degli utensili da lavoro; e anche quell’Hiram Abif o Adonhiram, l’eroe della Leggenda del Tempio. Questo Hiram fu chiamato dal re Salomone, che è famoso per la sua saggezza, appartiene dunque alla stirpe dei Figli di Abele, che hanno ricevuto la loro saggezza infusa come dono da Dio. Abbiamo così di nuovo rinnovata alla corte di Salomone l’opposizione: Salomone il saggio e Hiram il libero lavoratore, che si è conquistata la saggezza lavorando umanamente.

Salomone chiama alla sua corte Balkis, la Regina di Saba, e come essa compare alla corte, ella scorge in lui qualcosa come una statua, fatta d’oro e di pietre preziose. Come donato all’umanità dagli Dèi, così egli appare in maniera monumentale alla Regina Balkis. Quando ella ammira la grande opera, il Tempio di Salomone, vuole anche conoscere l’architetto e lo conosce pure. Con un semplice sguardo che l’architetto le gettò, ella conosce tutto il valore di Hiram. Salomone concepisce subite una sorta di gelosia per Hiram. Questa aumenta particolarmente allorché Balkis, la Regina, ottiene, che le si presentino tutti gli operai, che prendevano parte all’edificazione del Tempio. Salomone dichiara ciò impossibile; Hiram, invece, lo accorda. Questi sale su una collina fa il mistico segno del Tau e in seguito a quello accorrono tutti gli operai. Il volere della Regina è adempiuto.  

A Salomone, perciò, è contrario ad opporsi ai persecutori di Hiram, ad affrontarli. Un muratore siriano, un carpentiere fenicio e un minatore ebreo avevano intenzioni ostili nei confronti di Hiram. Giacché questi tre compagni non erano affatto riusciti a conoscere da Hiram Abif la Parola di Maestro. La Parola di Maestro era quella che avrebbe realmente reso i compagni capaci di costruire in maniera indipendente. Questa Parola di Maestro è un segreto che spetta unicamente ai capaci. Essi presero perciò la decisione di fargli qualcosa.

L’occasione a tal fine fu trovata allorché Hiram Abif volle fondere il suo capolavoro, il Mare di Bronzo. Il movimento delle acque doveva venir fissato nella forma. Il mare agitato doveva essere fissato in maniera vivente, artistica, nella forma rigida. Questo è l’importante. I tre compagni avevano concertato di agire sulla colata, cosicché essa, invece di colare nello stampo, si spandesse nell’ambiente intorno. Hiram, quindi, la volle arrestare col versare dell’acqua nella colata di fuoco,  ma con ciò il metallo sprizzò nell’aria e ricadde nuovamente con terrificante violenza come pioggia di fuoco. A quel punto neppure Hiram poté più fare niente. Ma improvvisamente risuonò una voce: Hiram! Hiram! Hiram! Questa voce lo invitò a gettarsi nel mare di fiamme. Egli lo fece e sprofondò sempre più profondamente fino al centro della Terra, ove è la scaturigine del fuoco. Là egli trovò due figure: il capostipite Tubalcain e lo stesso Caino. Caino era illuminato dai raggi di Lucifero, l’angelo di luce. Ora Tubalcain consegnò a Hiram il suo martello, che aveva la magica forza di ricostruir tutto, e gli disse: Tu avrai un figlio, che avrà intorno a sé un popolo di sapienti, e sarai il capostipite di coloro che provengono dal fuoco, che rende pieni di sapienza e di pensiero. – Il mare di Bronzo venne a questo punto ricostruito con l’ausilio del martello.

Hiram aveva poi rincontrato di nuovo la Regina Balchis davanti alla città. Ella divenne sua sposa, ma egli non poté bandire la gelosia di Salomone né la vendetta dei tre compagni. I tre compagni lo uccisero. Inoltre egli poté salvare solo il Triangolo, sul quale era incisa la Parola di Maestro, gettandolo in un pozzo profondo. Poi egli fu seppellito e sulla sua tomba venne piantato un ramo d’acacia. Il ramo d’acacia rivelò a Salomone la tomba. Venne trovato anche il Triangolo. Esso venne rinchiuso e sotterrato. Solo pochi  conoscono il luogo. Venne stabilito: La prima parola che sarebbe stata pronunciata dopo il ritrovamento del cadavere, avrebbe dovuto essere la nuova Parola di Maestro. La nuova Parola di Maestro è quella che è divenuta quella dei Frammassoni. Essi fanno risalire con un certo diritto la loro origine a questa leggenda del Tempio, a quei giorni antichi nei quali il Re Salomone edificò il Tempio, come monumento durevole di quel che rappresenta il segreto della quinta razza radicale».

Oggi la prometeica e cainita Via del «fuoco», passa necessariamente per la Via del Pensiero, ovverossia passa per l’esperienza fattiva, pratica, della Concentrazione, nella quale il prometeico e cainitico «fuoco» del volere suscitato nel pensare – il ‘calor cogitationis’ lo chiama Massimo Scaligero in alcune lettere – supera l’abelitico ed epimeteico pensiero riflesso. Nel pensare volitivo, il ‘fuoco’ prometeico solare dissolve l’intellettualità lunare dell’anima razionale-affettiva, che è espressione ancora della natura caduta. E ancor oggi operano l’«invidia degli Dèi», «gelosia» e «invidia» jahvetiche, che si manifestano ripetutamente contro la Via del Pensiero, contro l’intensa pratica della Concentrazione, sconsigliata, o addirittura definita dalla parte avversa «via del sublime egoismo». Ad esse viene morbidamente contrapposta un’abelitica ed epimeteica «via dell’anima», che spinge a permanere in una passiva sentimentalità misticheggiante, in un discorsivo pensiero razionale, discettante brillantemente su tutto, ma che non osa infrangere i limiti bronzei entro i quali è tenuta prigioniera l’anima razionale-affettiva, limiti che solo il prometeico «fuoco» del pensare volitivo, portato nella Concentrazione può superare. Da qui, per coloro che rinunciano all’impresa spirituale, la ricerca di un gregge e di un pastore, di chiese e chiesuole, di petites chapelles, con tutta la loro invidiosa mediocrità.

L’impulso umano alla Conoscenza e alla Libertà è un impulso prometeico. Il vivere umano privo di questo impulso è un vivere insulso.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

I SEMI DEL RINASCIMENTO

marsilio-facino

Mentre virgolettavo alcune parole di Charles de Bouelles, ebbi un’immagine (un quadretto) vivace dello splendore che, tra Francia e Italia, veniva a nascere ad opera di illuminati spiriti: uno splendore che afferra in profondità il sentimento umano.

Fu un momento forse irripetibile, in cui uomo, pensiero e Dio sembrarono intrecciarsi come in quel magico tappeto di cui in Oriente si narra che possedesse la virtù di sollevare verso il Cielo ogni essere puro che su esso si adagiasse.

Parlo in particolare di Giovanni Pico e Marsilio Ficino. Due volte si recò a Parigi Giovanni Pico: per attingere il sapere della gloriosa università e per trovare rifugio e comprensione quando veniva perseguitato dalla Chiesa romana.

Così in Francia fu grandissima l’influenza della cultura italiana e soprattutto del gruppo fiorentino (siamo sulla fine del Quattrocento).

Si attingeva in Ficino e in Pico quella sintesi neoplatonizzante di aristotelismo e platonismo, adatta al movimento spirituale iniziato dall’umanità.

Non più l’aristotelismo scolastico che, irrigidendosi in questioni di logica e di fisica aveva raggiunto grandi profondità ma si era anche dilapidato in esasperanti sottigliezze, ma neppure il platonismo evanescente divenuto troppo spesso materia di nebulose aspirazioni di imprecisi letterati e perdigiorno.

Il Pico aveva sognato l’accordo fra Platone e Aristotele, tra Avicenna e Averroè: voleva la “pace filosofica” come espressione dell’unità umana nella ricerca del vero e che sa sempre cogliere qualche aspetto positivo nella manifestazione dissimile. Infatti, scherzosamente fu chiamato dagli amici “Il principe della concordia”.

La filosofia, la filosofia perenne, è indagine insaziata, paga e inappagata, è platonico impennarsi dell’anima nella ricerca di quel sapere per il quale l’uomo si fa veramente uomo, ricongiungendosi nella sintesi sempre viva (unica) dell’umanità pensante, in tutti coloro che cercarono la verità una.

Il capolavoro di Pico – capolavoro filosofico del primo rinascimento – è il Discorso sulla dignità dell’Uomo (già riportato in Eco): esso trova il suo senso nell’esaltazione non del valore dell’uomo in quanto ente ma nell’uomo come pensiero.

E’ pensando che l’uomo si fa persona, ed in questa trasfigurata rigenerazione, solleva l’universo a Dio.

L’uomo centro del mondo, il microcosmo, non è tale perché posto da Dio in posizione privilegiata, non perchè riassume tutti gli elementi del mondo: l’uomo (che sarebbe un nulla) può essere al centro dell’universo perché è capace di una azione consapevole e il mondo lo riconduce a Dio poiché egli si solleva quando celebra in sé tutte le sue possibilità: libero artefice di sé pone se stesso e il suo valore come frutto di infinita libertà.

La libertà dell’uomo è il capovolgimento che si opera nella concezione della dignità umana.

Il microcosmo non è più la concentrazione degli elementi del mondo, non è più la sintesi materiale, soggetta al fato, dominata da leggi inesorabili, schiacciata da influssi astrali.

Il microcosmo è il concentrarsi della coscienza: l’universo che si invera per trovare il suo significato, per affacciarsi alla libertà dal mondo della necessità.

Però pochi accolsero il messaggio universale di Pico: Lefèvre d’Étaples lo valutò come spunto sincretistico, Gaguin vide soprattutto il moralista e l’asceta, altri il trait d’union tra i cristianesimo virgiliano di Spagnuoli e l’asprezza di Savonarola (amici di Pico verso la fine della sua vita).

Invece Charles de Bouelles (discepolo di Faber Stapulensis) colse l’ispirazione di Pico, pur sistemandola e fondendola con i familiari motivi del pensiero di Cusano. Bouelles, appena ventenne pubblicò un opuscolo, l’Ars oppositorum tra aristotelismo e mistica platonica: dove il primo è introduzione alla seconda: discorso che guida all’intuizione dell’Assoluto per il quale l’unico termine è il Silenzio.

Tibi silentium laus” “Aristotele è vita nel sapere, Pitagora è morte, ma morte superiore alla vita. Perciò Aristotele insegnò con la parola, Pitagora col silenzio: ma questo silenzio è perfezione, quella parola difetto. In Paolo e Dionigi è grande il silenzio, silenzio nel Cusano e in Vittorino. In Aristotele invece scarso è il silenzio, molte le parole. Ma il silenzio parla, le parole tacciono”.

Il testo riuscì impervio e lo stesso autore ammise che nessuno lo aveva compreso.

Successivamente, conciliando la luce di Dionigi e del Cusano con la salda fede nell’uomo di Pico, nel 1510 col Liber de Sapiente, raccogliendo i temi sparsi nel De sensu, nel De intellectu e in altri scritti, si trova una organizzazione che abbraccia natura, uomo e Dio (Pico, nell’Heptaplus, aveva ordinato la Creazione con i commenti dei Padri e dei cabbalisti, ma la sua attenzione si era concentrata sull’uomo agente piuttosto che sull’uomo contemplante: solo la fattiva “carità” apre l’ascesa e dischiude i misteri).

De Bouelles volge lo sguardo al conoscere: l’uomo è il centro del mondo perché in lui il mondo prende coscienza di sé. Da oggetto diviene soggetto, da essere conoscenza.

L’uomo nel suo immediato, è cosa, natura. E’ ente fra gli enti. Ma Dio – ripete de Bouelles con Pico – non ha dato all’uomo “una” natura: l’uomo non è: il suo essere è frutto del suo farsi.

L’uomo sarà pietra, pianta, animale, angelo o Dio, secondo la sua opera. E per l’autore, quest’opera è conoscenza: la dignità umana è essere coscienza del mondo. L’uomo di natura si fa uomo d’arte: l’oggetto si fa soggetto.

Dunque l’uomo diventa centro del mondo perché specchio del mondo: non cosa allineata con le cose ma punto di confluenza dei raggi che convergono da ogni realtà. Specchio vivente: non dato di fatto bensì potenza di conquista e conquista non dall’esterno delle cose ma dall’interno, dallo Spirito. Come l’occhio che volto all’esterno è capacità visiva solo per la metà del suo globo, così deve guardare con l’altra sua metà: guardare l’uomo nell’intimo. Così affiora il Sapiente, miracolo eterno del cosmo.

Il Sapiente è arbitro del suo destino, è Dio terreno con il compito e l’infinita responsabilità della propria libertà, verso cui gravita l’intero universo.

L’Uomo Sapiente, sillaba incancellabile di Dio, insieme padre e figlio di se stesso, è il fine sacro del mondo: egli è Dio per l’altro uomo, Dio per la natura che reverente si china innanzi a lui. E’ lui che offre al Dio dei Cieli l’universo redento.

Questo è il tragitto che viene offerto a tutti gli uomini di buona volontà, perchè ognuno di essi può giungere alla Sapienza solo che voglia combattere la sua buona battaglia.

Forse in ciò si celava l’intuizione cristiana più profonda che il Rinascimento osava riscattare affinché il divenire del mondo potesse farne uso come la direzione ed il programma in esso più sacro. Ora, con la Filosofia della Libertà, tentiamo in fondo di portare avanti queste ignorate seminagioni.

Ps: il grande Guenon (visto il suo tombale giudizio sul Rinascimento) e la sua abbondante prole non sarebbero d’accordo su alcuna delle cose scritte: di tutto il quadro con cornice compresa: ce qui me honore très…

TRADIZIONE

NATURA E LIBERTA' – RIFLESSIONI

 il-testimone-

(Il testimone – Marina Sagramora)

Anche la libertà, come tutti i concetti più alti, porta in se grandi difficoltà di comprensione per chi non si accontenta di una spiegazione superficiale. Il mistero della libertà è che, se non viene capita a un livello più profondo, si trova in una contraddizione assoluta.

Ci si può chiedere: la libertà ha a che fare o non ha a che fare con la natura dell’uomo? E, riflettendo, si può rispondere che la libertà è la natura umana, perché è a lei che ogni essere umano tende con sempre più forza.

Ma sappiamo anche che dove c’è natura non ci può essere libertà, perché la natura porta in se la costrizione più assoluta, e se è libera non può essere natura, questo il grande paradosso.

O la libertà è la natura dell’uomo, e allora l’uomo non è libero di essere libero, perché vincolato dalla natura, oppure la libertà non è la natura dell’uomo, e allora l’uomo libero va contro natura.

Ma la natura umana è un dato di natura o è una conquista della libertà?

A questa domanda, osservando anche la propria esperienza interiore, si può rispondere che la natura umana c’è soltanto nella misura in cui la si conquista liberamente, superando sempre più il livello animale. Ognuno migliora interiormente se stesso per quanto lo vuole!

Ma allora, è libertà o è natura? A questa domanda, a mio avviso, non ci può essere che una risposta:

O è tutti due, o nessuno dei due.

Questa apparente contraddizione si risolve andando un po’ più in profondità.

Gli esseri umani non possono venir creati liberi o non liberi: l’uomo può essere libero soltanto se ha la possibilità di diventare sempre più libero per sua volontà. E per poter diventare sempre più libero, bisogna che ci sia un’evoluzione nel tempo.

Qual è il senso del tempo, quale il risultato più importante dell’evoluzione nel tempo?

La libertà umana!

Cioè la possibilità lasciata agli uomini di diventare sempre più liberi o di diventare sempre meno liberi: tutte le due direzioni devono restare aperte proprio a causa della libertà, perché se l’uomo fosse libero per natura non sarebbe libero liberamente e se non fosse libero per natura mai potrebbe diventare libero.

La natura può diventare libertà solo attraverso un processo di evoluzione.

Il senso della natura umana è di arrivare alla libertà, e il senso della libertà è di essere il punto di arrivo della natura, perché tutti gli esseri della natura attendono la liberazione attraverso la liberazione dell’uomo.

Quindi, superando il tempo che è proprio dell’evoluzione, quello che rimane è che tutto si ricompone e si risolve come tutte le più grandi polarità.

La libertà, non può sorgere da sola: è la natura umana che la pretende e se la deve conquistare!

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ESSERE ANGELICO nella tradizione occidentale

 ANGELI E ARCANGELI

(Raffaele- di Mara Maria Maccari)

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 Cenni scolastici.

Gli angeli vanno di moda: svolazzano tra libri e siti, con tutte le immagini ben colorate, con le istruzioni per semplici e dotti sul come contattarli e – quasi sempre – usarli: una tra le tante bestialità, ovviamente anti-sacre, che riempiono all’inverosimile il piatto già colmo dei mali contemporanei.

Allora, per pulire un poco l’idea di questi esseri, da umile lustrascarpe non vado a fare il pappagallo del Dottore, avendo assai scarsi diritti di comunicare il comunicato, e m’accontento di spolverare i concetti che animavano l’Occidente quando questo teneva in rispetto sia il pensiero dell’uomo che i Messaggeri degli Dei.

Secondo Tommaso d’Aquino (Summa contra Gentiles II), Alberto Magno, eccetera, gli spiriti puri non possiedono una intuizione immediata delle cose corporee e neppure, essendo puri esseri spirituali, la conoscenza che è il prodotto del pensare discorsivo-concettuale pure se questo astrae dalla percezione sensibile. Conoscenza che, per l’uomo, può raggiungere i molteplici aspetti della complessa realtà soltanto per via di giustapposizione e di successione.

Secondo l’Aquinate, l’oggetto formale della conoscenza angelica non è l’essenza delle cose in quanto materiali, bensì la natura della loro specie angelica, che essi attualizzano nella sua intera pienezza quali individui di cui ciascuno è irripetibile.

Pertanto ciascun angelo costituisce un “piccolo mondo” in sé conchiuso – cioè un aevum o aion – e fa di se stesso l’oggetto formale della sua innata conoscenza intuitiva.

In definitiva si tratta della realizzazione perfettissima di quella esperienza interiore del proprio essere più concreto, che all’uomo, in quanto essere al contempo corporeo e spirituale non è mai concessa completamente in un singolo atto, quale totum simul (Op. cit. II, pp.99).

Tutto il resto – l’intero mondo sensibile e gli altri angeli, comprese le superiori Gerarchie – non forma l’oggetto proprio dell’intuizione angelica immediata: la natura di quelli, cioè l’essere concreto del mondo e delle Gerarchie creatrici, viene contemplata soltanto analogicamente: per così dire sullo sfondo e nello specchio della propria essenza.

Pertanto l’angelo percepisce solo “genericamente” tutto ciò che non è direttamente oggetto della conoscenza di se stesso che gli è congeniale, fatta eccezione per le particolari conoscenze del concreto che il Divino gli comunica tramite le sue idee infuse e senza le quali la conoscenza angelica sarebbe imperfetta.

In altre parole: la conoscenza non infusa del mondo esterno – il quale resta sostanzialmente precluso all’angelo secondo il suo essere immateriale – essendo analoga, è sì intuitiva, però per così dire, “allegorica” (nell’ampio significato applicabile alla conoscenza angelica).

Secondo la visione della Scolastica, l’angelo conoscerebbe il mondo esterno soltanto indirettamente nello specchio e nella similitudine del mondo (saeculum) spirituale del suo “evo”.

E l’uomo? Sino al 16°/17° secolo c’è per l’uomo verso l’angelo confronto e aspirazione: con un realismo che nemmeno ci si immagina che sia esistito: “L’anima pensante è congiunta e immediatamente vicina a quell’atto che primo fu generato, che fu destinato a sussistere fuori della materia, che chiamiamo inizio di ogni opera divina, concetto, atto primo e prima creatura. Atto che è l’angelo il quale, stando sempre vicino a Dio, bontà creatrice di tutte le cose, attende senza posa alla sua contemplazione. L’Areopagita lo chiama intelligenza somma che, con assoluta costanza, rende grazie a Dio…” (Charles de Bouelles, 1510: Liber de Sapiente. Einaudi, 1943, pag. 57).

Sempre nel pensiero di quei giorni, l’uomo che contempla può conoscere la visione analogica dell’universo nello specchio della propria essenza, cioè in maniera attribuibile esclusivamente agli spiriti puri. Ciò potrebbe configurarsi come una “presunzione angelica” da parte di coloro che si arrestano alla discorsività e oltre proprio non ci vanno.

In realtà, la conoscenza contemplativa dell’uomo si distingue dalla conoscenza connaturale e intuitiva dell’angelo per il fatto che questo contempla i tratti analogico-essenziali del cosmo a priori nella sua essenza spirituale. Al contrario, l’uomo, essendo un essere corporeo e spirituale, conosce il mondo non propriamente a priori, bensì partendo dalla conoscenza empirica non del cosmo stesso ma della propria natura, dapprima corporea e poi spirituale, la quale rievoca oggettivamente, nella sua complessa natura, la costituzione essenziale della totalità mondiale.

L’intuitività di tale conoscenza è dunque relativa, ma tuttavia imita la contemplazione angelica nella visione globale e veramente universale di tutte le corrispondenze che congiungono microcosmo col macrocosmo.

Grazie a tali rispondenze e relazioni, l’uomo – spirito anima corpo – viene innalzato alla dignità come una specie di “evo” umano. Per tali motivi si pensò che la vera conoscenza spirituale o “pneumatica” non potesse essere univoca e concettuale, bensì analoga-multivoca (allegorica) e simbolica.

Bene: ho finito. Certo che stringendo il più possibile ho reso il tema quasi incomprensibile. Ma se lo leggete almeno due volte potrete trarne il senso, cioè che passano differenze non minime tra angelo e uomo e che l’angelo non andrebbe antropomorfizzato (in sé è un assoluto) come succede di solito nell’ottusa blandezza della spiritualità liberata dal pensiero così come dal pensiero non liberato dai pensieri. Va anche tenuto presente che l’abbozzata concezione risente dei limiti del suo tempo, cioè di un pensiero grossolano, confuso…o no?

TRADIZIONE

PARADOSSO

 folla

In maniera più o meno esplicita, ma sempre più frequente,

passa nell’aria un messaggio:

“Siamo tutti uguali, siamo tutti uguali! ”

Ma lo siamo davvero, uguali?

Mi guardo intorno:

tu sei diverso da me,

egli è diverso da te

io sono diversa da lui….e non solo nella forma esteriore!

E allora?

Vero è, che siamo tutti unici e diversi!

Dove siamo uguali?

Siamo uguali nel non essere assolutamente uguali!

Questo mistero dell’uomo è un paradosso:

vive di ciò che è universale, ma

l’universalmente valido è la massima individualizzazione!

La scintilla dell’Io vuole essere diversa in ognuno.

O si dà fiducia all’Io singolo

e si mette tutto a disposizione dell’evoluzione individuale,

oppure, non si dà fiducia all’Io singolo

e si fa di tutto per riassorbirlo nei vari tipi di comunanza.

Ma l’Uomo non è un fattore di gruppo,

e sempre più convinto ripete a se stesso:

nella più assoluta universalità umana, sono e sarò sempre di più

un essere, unico, individuale, libero!

SCIENZA DELLO SPIRITO

LIBERAZIONE O LIBERTA'?

 prometeo

«Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
».

Dante, Purg., I, 70-72.

Prendo spunto da un’osservazione, giustissima, della nostra cara Marzia, che – sia detto senza veruna piaggeria – si sta rivelando sempre più pensatrice profonda e al contempo poetessa delicata, la quale così commenta il precedente articolo Libertà e liberazione:  

«Mi colpisce il titolo che hai dato al tuo scritto: Libertà e liberazione, ma permettimi, forse si potrebbe anche dire Liberazione e libertà, perché in questi due concetti si può veder racchiusa tutta l’evoluzione dell’ uomo, dal passato al futuro, come dici tu».  

In effetti, proprio qui sta il punto centrale della questione, che dà significato ed orientamento a tutto il difficile cammino e al soffrire dell’uomo: il quale per realizzare, in libertà e per amore, il compito che l’Assoluto – secondo l’immagine mitica e vera del Concilio degli Dèi, mirabilmente postaci davanti all’anima da Massimo Scaligero –  ha dato ai Numi delle Gerarchie Celesti, deve affrontare un percorso, un ben problematico e difficile percorso.

E non è a caso che in India, nella Madre India, non si parli di filosofie o di metafisiche, secondo l’uso occidentale, di origine ellenica, bensì di vari marga, ovvero «sentieri», e di diversi darshana, ossia «visioni». E questo sia nell’Induismo, che nel Buddhismo e nello stesso Jainismo. Tuttavia, anche nella Grecia più antica, la parola ϑεωρία, theorìa, non aveva affatto l’attuale significato di astratta ‘teoria’, ossia di ‘speculazione mentale’, bensì aveva il significato di ‘contemplazione’, di ‘visione’, derivando dal verbo θεωρέω, theorèo, “guardo, osservo”,  il quale a sua volta deriva da da θέα, thèa, “spettacolo”, “scenario”, o θαῦμα, thâuma, “visione”  e ὁράω, horào, “vedo”, quindi non cerebrale speculazione, bensì concreta percezione del sensibile e del sovrasensibile.  

E, come affermato nel quadruplice Veda: «la Realtà è una, le verità sono molte», cioè molte sono le «visioni», i darshana, che corrispondono alle diverse esperienze interiori, e molti sono i «sentieri», i marga, che portano alle diverse visioni degli innumerevoli aspetti, tutti singolarmente veri,  dell’Unica Realtà, dell’Assoluto: rari sono quegli Eroi della Conoscenza che attingono alla visione suprema dell’unica Verità-Realtà, che include in se stessa e giustifica tutte le altre verità parziali, tutte le «visioni» provvisoriamente o condizionatamente vere. Vi è una verità «relativa», samvritisatya, provvisoria, ma assolutamente necessaria al cercatore spirituale, e vi è una verità «assoluta», paramarthasatya, che è al di là di ogni concetto e definizione umana meramente verbale, e tuttavia conoscibile e realizzabile dall’asceta audace e consacrato. Il che, naturalmente, esclude ogni dogmatismo, ogni integralismo. Ed esclude altresì ogni proselitismo, perché ognuno possiede la sua verità, o la sua parte di verità, la propria frammentaria e condizionata «visione» dell’Unica Verità-Realtà.  

Chi arrivi a scorgere la limitatezza della propria condizionata visione, chi senta la provvisorietà della propria piccola o grande verità, avverte al contempo, nelle profondità del proprio essere, quello che nella Filosofia della Libertà viene chiamato l’«impulso umano alla conoscenza». È questo impulso che rende l’uomo insonne, che lo spinge a non riposare, a non accontentarsi del già fatto, a non vivere spiritualmente di rendita, che lo spinge alla visione audace del futuro,  e all’azione creativa, realizzatrice di ciò che ancora non esiste. È questo impulso che spinge, come l’Ulisse dantesco, a dire:  

«“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”».

Dante, Inf., XX, 112-120.

Questo voler, come l’Ulisse dantesco, «divenir del mondo esperto», questo non accontentarsi del già fatto, del già conosciuto, questo voler «non viver come bruti», bensì sceglier di «seguir virtute e canoscenza», è ciò che spinge l’essere umano alla ricerca della Conoscenza: di quella Conoscenza che è «liberazione» dal passato, dal già fatto, da ciò che è meramente donato e non conquistato, non autonomamente realizzato, ed è «libertà» di creare, immaginare, agire, conquistare, realizzare oltre il passato. 

Questo impulso umano alla Conoscenza, questo impulso alla libertà di una realizzazione creatrice, e non semplicemente ripetitrice del «passato», del «divenuto», del «fatto», è ciò che rende l’uomo autenticamente e compiutamente «uomo». Di conseguenza, per chi voglia essere compiutamente uomo la Conoscenza non può essere «rivelazione», come nelle antiche, sia pur venerande, theosophiae, bensì autonoma scoperta, audace conquista, e realizzazione dell’uomo che, veramente, voglia esser tale e, quindi, per lui essa deve essere, inevitabilmente, una anthroposophia, e la verità stessa ormai non può più essere – e per rari eroici asceti non fu mai – un «pensato», un già «fatto», un già «prodotto», passivamente accolto dall’uomo: accolto, appunto, come rivelazione nel conoscere e come legge nell’agire umani. Per l’uomo compiutamente «uomo», la verità non può che essere un «atto», non certo un mero «fatto», e come tale deve essere libera e autonoma produzione dell’uomo stesso. In quanto tale, la verità sarà scoperta, non rivelazione; sarà conquista, non accoglimento; sarà attiva produzione, non passiva fruizione; attiva intuizione spirituale, e non estatica, immota, stupefatta ricezione. Per cui, l’uomo libero non conosce altra fonte di conoscenza e di verità che quella del suo autonomo conoscere, ed altra legge al suo agire che quella ch’egli autonomamente intuisce nel suo conoscere e liberamente prescrive al proprio agire.  

Contro la nascita dell’uomo libero, che è l’«uomo vero», vi è tutto un antico mondo che congiura e si oppone. È importante, anzi cruciale, scoprire chi e che cosa si oppone ad una tale nascita. Abbiamo visto, dalla narrazione del mito-verità del Concilio degli Dèi, come i Numi abbiano incaricato, coartandole a tale funzione, tutta una serie di inferiori deità secondarie, affinché agissero come «spiriti dell’ostacolo» nei confronti del nascente e diveniente essere umano. Ora, queste inferiori deità ostacolatrici sono state «forzate» al loro ingrato compito, ovvero non lo hanno «scelto», e sono state altresì «forzate» a rimanere indietro nella loro evoluzione spirituale, in modo che il loro «ritardo» agisse come un «freno» e un «ostacolo» al cammino dell’uomo, come un velo progressivamente sempre più oscurante nei confronti della visione che egli aveva del Mondo Spirituale e degli Dèi.  

In sostanza, attraverso l’operare di questi «spiriti dell’ostacolo», l’uomo venne sempre più tagliato fuori dalla comunione cosciente col Mondo Spirituale. In lui si estinsero progressivamente la visione e la coscienza sovrasensibile. Ma tale visione, tale coscienza, non erano un suo «atto», una sua conquista e realizzazione, bensì un grazioso dono degli Dèi. Ciò che non è nostro atto, nostra conquista cosciente, nostra libera produzione e realizzazione, non dipende da noi e può essere da noi perduto in qualsiasi momento, indipendentemente dalla nostra volontà. Il dipendere da condizioni a noi estranee o da una volontà non nostra è la non-libertà. Massimo Scaligero afferma molte volte, con assoluta chiarezza, che:  

«Se l’Uomo Primordiale fosse stato realmente signore e autore del suo stato di sovrumana grandezza, certamente non sarebbe mai potuto decadere da esso: certamente non lo avrebbe mai smarrito».  

Ma così non era, e ciò che era solo un dono, di necessità andò smarrito. Anzi, all’uomo, senza minimamente consultarlo, tale dono fu tolto. E questa fu la più grande fortuna per l’uomo. Questo processo di privazione della coscienza sovrasensibile e l’esser tagliato fuori dalla comunione col Mondo Spirituale, oramai è un fatto compiuto, e le conseguenze sono dinanzi all’uomo. Uniche eccezioni sono esseri ancora non completamente umanizzati, ossia non compiutamente uomini, non completamente caduti nella prigionia della materia, nell’esclusiva visione sensibile, recanti in se stessi vestigia più o meno decadenti e involute di antichi stati di coscienza, nei quali essi si attardano, ed esseri che, al contrario, lo stato umano lo hanno esaurito, esseri che hanno sciolto l’enigma della Sfinge ed hanno superato audacemente l’abisso, risorgendo spiritualmente dalla contraddittoria labilità umana. Quelli, gli «attardati», dovranno diventare un giorno uomini, liberandosi di un atavismo che li frena e che può gravemente farli deviare. Questi, i «superatori» dell’umano, sono gli «Uomini Veri»: sono e saranno loro gli autentici aiutatori dell’uomo.  

Ma anche gli Dèi, come abbiamo avuto modo di vedere in Libertà e liberazione, non sono liberi e, pur avendo vasta coscienza sovrasensibile e profonda sapienza, non hanno autocoscienza, anzi attendono dall’uomo vincitore la realizzazione di Autocoscienza, Libertà e Amore. Si può autenticamente amare solo se si è liberi, e si è veramente liberi solo se si è autocoscienti. Ma né Dèi né «spiriti dell’ostacolo» sono liberi. Si può amare veramente, solo ciò che si conosce perché, come afferma Leonardo da Vinci:  

«Il grande Amore è figlio della grande Conoscenza: chi tutto conosce, tutto ama».  

Si potrebbe, a mio avviso, anche vedere la cosa alla rovescia ed affermare, temerariamente, che:  

«la grande Conoscenza è figlia del grande Amore: chi tutto ama, tutto conosce».  

Le due affermazioni sono entrambe vere, perché – come afferma tutta la tradizione ermetica – si conosce veramente solo divenendo la cosa conosciuta: per conoscere veramente che cosa sia l’amore, bisogna amare, ossia è necessario divenire esseri amanti: trasformarsi, amando, nell’essere amato. Ora, si può dire che, salvo eccezioni, gli Dèi – pur essendo l’uomo «la mèta delle Gerarchie» – non conoscano, amino l’uomo. Se lo conoscessero e lo amassero realmente, nel conoscerlo e nell’amarlo, essi si trasformerebbero nell’uomo, e realizzerebbero essi, per loro moto autonomo, quella libertà che invece attendono, come dono, dall’uomo libero. Ma pochi Dèi hanno osato divenire uomini; pochi Dèi hanno osato abbandonare la fruizione di quel loro rango divino, nel quale essi sono, come dicevano gli Elleni, αθάνατοι, athànatoi, immortali, e μακάριοι, makàrioi, certamente beati, felici, ma non liberi.  

Nella mitologia ellenica gli Dèi, Zeus compreso, sono sottoposti alla Μοῖρα,  Mòira, – voce che deriva dal verbo greco di μείρομαι, mèiromai: «avere in parte, ricevere in sorte» – all’imprescrutabile Destino che li sovrasta e tiene a freno il loro volere. Destino che i Romani chiamavano Fatum. Zeus, o detto alla latina, Giove, non si rivela sempre poi così benevolo nei confronti della razza degli uomini. Infatti, egli non solo subisce l’imprescrutabile volere della Moira, o del Destino, e di Ἀνάγκη,  Anànke, la Necessità, ma nei confronti della stirpe umana è roso, dentro di sé, anche da quella che gli autori greci chiamavano l’«invidia degli Dèi». Ora si invidia ciò che non si ama, e ciò che non si ama, non lo si ama perché non lo si conosce. Se non si conosce, e di conseguenza non si ama, bensì si invidia, sicurissimamente non si è liberi. La Conoscenza, nel suo trasformarsi nella cosa conosciuta, è di per sé Amore. Questo è il grande segreto del pensiero, descrittoci nella Filosofia della Libertà e nel Trattato del Pensiero Vivente : il pensante nell’atto del pensare, che «obliando» se stesso si fa forma dell’oggetto pensato, compie, con abnegazione, un elevato, e il più disinteressato, atto d’Amore. Parlando dell’esperienza intuitiva del pensiero puro, Rudolf Steiner nell’aggiunta alla seconda edizione (1918) all’ottavo capitolo della Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 120, così scrive:  

«Questo immergersi [nelle manifestazioni del mondo] avviene con una forza fluente entro la stessa attività pensante, la quale è forza d’amore di natura spirituale».  

Possiamo qui vedere quanto sia radicalmente falsa, e fondamentalmente errata, l’affermazione che: «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica». In effetti, essa è esattamente il contrario: è l’azione più determinatamente voluta, quella più cosciente, e persino quella più morale – perché più libera – che si possa concepire. Una tale azione era inconcepibile nell’antico mondo della Rivelazione e della Legge, le quali esigevano passiva accoglienza e obbediente sottomissione, non autonoma ricerca e conquista della Conoscenza e della Libertà.  

Se l’uomo fosse rimasto ligio alla Rivelazione e alla Legge, che ne sarebbe stato di lui, della finalità della sua esistenza, della sua  missione o «destinazione», come la chiamerebbe Johann Gottlieb Fichte? La risposta la troviamo in una lezione della prima Scuola Esoterica, che l’amico Silvano Mirami ha tradotta, ma non ancora pubblicata,  e che ci ha gentilmente messo a disposizione. In quella lezione esoterica, del 23 maggio 1904, tenuta a Berlino, Rudolf Steiner afferma:  

«Una parte delle individualità, che allora si incarnarono, formarono la stirpe di coloro che in seguito si diffusero come Adepti sull’intero mondo. Erano gli Adepti originari, non coloro che chiamiamo oggi Iniziati. Coloro che oggi chiamiamo Iniziati non attraversavano allora ancora nessuna incarnazione. Tuttavia non si incorporarono allora tutti quelli che potevano trovare corpi umano-animali, ma solo una parte. Un’altra parte si ribellò al corso dell’incarnazione per precise ragioni. Essi attesero a tale scopo sino alla quarta razza. La Bibbia accenna a quel momento in maniera misteriosa e profonda: i Figli degli Dèi trovarono che le figlie degli uomini erano belle e si unirono ad esse.

Cioè, cominciò in quel momento in epoca più tardiva una incarnazione di coloro che avevano aspettato. Noi chiamiamo questo gruppo i «Figli della Saggezza», e sembra quasi che in vi sia una certa presunzione ed un certa superbia in loro. Prescindiamo ora dalla piccola eccezione che sono gli Adepti. Se si fosse allora incarnata pure quest’altra parte, l’essere umano non sarebbe mai giunto alla chiara coscienza, nella quale egli vive oggi. L’essere umano sarebbe rimasto impantanato in un ottuso stato di trance. Egli avrebbe assunta la coscienza, che oggi potete trovare negli ipnotizzati, nei sonnambuli e così via. In breve, gli esseri umani sarebbero rimasti in uno stato di coscienza sognante. Ma sarebbe poi mancata loro una cosa straordinariamente importante, se non addirittura la più importante: il sentimento della libertà, la scelta autonoma dell’uomo sul Bene e sul Male a partire dalla sua propria coscienza, dal suo Io».  

La cosa non è di poco conto. E che non sia tale è dimostrato, nella versione biblica della Genesi, sia dalle parole del serpente, sia dalla successiva reazione di Jahvè. Ecco che cosa disse il serpente ad Eva, la madre dei viventi, nella traduzione ottocentesca del valdese Giovanni Luzzi.

«Or il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti; ed esso disse alla donna: ‘Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?’. E la donna rispose al serpente: ‘Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al giardino Iddio ha detto: Non ne mangiate e non lo toccate, che non abbiate a morire’. E il serpente disse alla donna: ‘No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male’. E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si apersero gli occhi ad ambedue».  

Il lettore deve tener conto solo che, là dove il Luzzi traduce ‘l’Eterno Iddio’, nel testo ebraico vi è Jahvè Elohim, e dove traduce ‘Iddio’ in ebraico vi è Elohim, che come noto agli ebraisti, è un plurale. Come del resto sapeva anche Girolamo, tant’è che nel suo latino della Vulgata traduce così: «et eritis sicut dii scientes bonum et malum», ovvero: e sarete come gli Dèi, conoscitori del bene e del male. Ora il testo biblico non afferma affatto che il serpente – serpens nella Vulgata di Girolamo, ὄφις, òphis, nella traduzione greca dei Settanta, e nahash nel testo ebraico – mentì ad Eva, né tampoco afferma che il «frutto dell’Albero della Conoscenza» fosse di per sé mortifero. Viene detto esplicitamente che, avendolo mangiato, l’uomo è divenuto «come gli Dèi», ed è anzi Jahvè, proprio per tale motivo, a rendere mortale l’uomo, impedendogli l’accesso all’Albero della Vita. Si comprende, dunque, la funzione sommamente positiva che gli Gnostici Ofiti o Naasseni davano al «serpente», il quale fece dono all’uomo di quella γνῶσις-gnōsis, di quella Conoscenza, che lo avrebbe condotto dal sogno al risveglio e dal servaggio alla libertà, nonché la loro dichiarata ostilità nei confronti dello Jahvè dell’Antico Testamento, del dio geloso che dette la Legge, che esigeva punizioni, sacrifici cruenti e stragi, il quale per loro, come per tutti gli Gnostici, non era affatto il Padre. Infatti, nella traduzione di Giovanni Luzzi è detto:  

«Poi l’Eterno Iddio [ovvero: Jahvè Elohim] disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo’».  

Mentre nel terzo capitolo del  Vangelo di Giovanni, invece, viene detto a Nicodemo: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna», e nell’ottavo capitolo è scritto: «e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi», mentre nel decimo capitolo possiamo leggere: «Gesù rispose loro: Non è egli scritto nella vostra legge: Io ho detto: Voi siete dèi?».  

Come non ricordare il detto dell’Oracolo di Delfi, nel quale il Nume, parlando per bocca della Pizia, dice:

«Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dèi. Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dèi».  

Quindi è nell’uomo che sono da cercarsi l’Albero della Vita, l’Albero della Conoscenza e l’occulto Tesoro degli Dèi, perché, come anche detto nelle Upanishad, retaggio della sapienza vedica indiana, che prescrive l’atmanam viddhi, analogo all’ellenico γνώθι σεαυτόν, gnòthi seautòn, ovvero, in entrambi i casi, l’apollineo «conosci te stesso»:  

«Questo supremo Brahman, Atman universale, immensa dimora di tutto ciò che esiste, più sottile di ogni cosa sottile, costante: in verità è te stesso, perché Tu sei Quello (Kaivalya Upanishad, I, 16).  

Quando si è conosciuto l’Atman supremo, che riposa in un posto nascosto, senza parti e senza dualità, quale Testimone, esente dall’essere e dal non-essere, si perviene alla condizione dell’Atman universale (Kaivalya Upanishad, II, 23-24)».  

Nella citata lezione esoterica, Rudolf Steiner mostra la vicenda dell’uomo ostacolato nel suo affannato divenire dalla «invidia degli Dèi»:  

«La Genesi  – in quella forma che essa precisamente ha già ricevuto sotto gli influssi provenienti da quel sentimento che ho caratterizzato dicendo che di fronte a un Deva esisteva un certo spavento –  la Genesi chiama questa ritardata incarnazione la «caduta», il peccato originale. Il Deva attese e discese solo allorché l’umanità fisica si era già ulteriormente evoluta per poter quindi prender prima possesso del corpo fisico, onde poter sviluppare poi una più matura coscienza di quanto non fosse prima della caduta.

Così vedete come l’uomo abbia acquistato la sua libertà attraverso il fatto che la sua natura si è deteriorata, perché egli ha atteso con l’incarnazione fino a che la sua natura fosse discesa in una più densa condizione fisiologica. Nella mitologia greca si era conservata una coscienza profonda di questo fatto. Se l’uomo fosse giunto già prima all’incarnazione – così diceva il mito dei Greci – sarebbe accaduto quel che voleva Zeus, allorché gli esseri umani si trovavano ancora nel «Paradiso»: Egli voleva renderli felici, ma come esseri incoscienti. La chiara coscienza sarebbe stata riposta unicamente presso gli Dei e l’uomo sarebbe rimasto privo del sentimento della libertà. La ribellione dello Spirito luciferico, dello Spirito del Deva nell’umanità, il quale volle discendere per evolvere a partire dalla stessa libertà, viene simboleggiato nella saga di Prometeo. Ma egli deve espiare questo tentativo con il fatto che un’aquila – simbolo del desiderio – rode incessantemente il suo fegato e gli causa i più tremendi dolori.  

Quindi l’uomo è disceso più in basso e deve ora raggiungere, attraverso la sua propria libera attività cosciente, quel che egli avrebbe dovuto raggiungere attraverso arti e forze magiche. Ma poiché era disceso più in basso, egli deve sopportare dolori e tormenti. Anche questo indica la Bibbia con le parole: Partorirai i figli nel dolore, mangerai il pane nel sudore della tua fronte – e via dicendo. Ciò non significa altro che: l’uomo deve nuovamente innalzarsi con l’aiuto della civiltà.  

La mitologia greca simboleggia in Prometeo il rappresentante dell’umanità che, in libertà, anela attraverso le lotte  per la civiltà . Essa in lui ha rappresentato l’uomo sofferente e al contempo il liberatore. Colui che attua la liberazione di Prometeo è Ercole, del quale ci viene raccontato che si fece iniziare nei Misteri Eleusini. Colui che discende nel mondo infero, era un Iniziato, poiché la discesa agl’Inferi è l’espressione tecnica per l’Iniziazione. Questa discesa agl’Inferi ci viene detta di Ercole, di Ulisse, e di tutti coloro nel caso dei quali abbiamo a che fare con Iniziati che ora vogliono, in seno all’evoluzione attuale, guidare alla sorgente della sapienza primordiale, alla vita spirituale.  

Se l’umanità fosse rimasta al punto in cui si trovava nella terza razza, oggi saremmo uomini sognanti. L’uomo ha fecondato la sua natura inferiore attraverso la sua natura di Deva. A partire dalla sua autocoscienza, la sua coscienza della libertà, egli deve di nuovo sviluppare questa scintilla di coscienza che egli si è portato quaggiù con una giustificata audacia, dunque quella conoscenza spirituale ch’egli non aveva ricercata nel precedente stato non libero. Nella stessa natura umana vi è quella ribellione satanica, che però come anelito luciferico è in effetti la garanzia per la nostra libertà. E a partire da questa libertà sviluppiamo nuovamente una vita spirituale. Questa vita spirituale deve  venire nuovamente accesa nel seno dell’umanità della quinta razza. Nuovamente questa coscienza deve scaturire dagli Iniziati. Essa non deve essere una coscienza sognante, bensì una coscienza luminosa. Sono gli Ercoli dello Spirito, sono gli Iniziati, coloro che fanno progredire l’umanità e disvelano la sua occulta natura di Deva, la conoscenza dello Spirituale. Questo è stato pure l’anelito dei grandi fondatori di religioni: quello di portare nuovamente all’umanità la conoscenza dello Spirituale, che essa aveva smarrito nella vita fisiologica. Gli Atlantidei avevano un’elevata civiltà materiale, e la nostra quinta razza ha ancora  pur sempre molto della vita materiale in se stessa. Questa civiltà materialistica del nostro tempo ci mostra quanto l’uomo si sia coinvolto nella pura natura fisico-fisiologica, come Prometeo nelle sue catene.  Ma altrettanto sicuro è che l’avvoltoio, il simbolo della brama, che rode il nostro fegato sarà eliminato dall’uomo spirituale. A questo vogliono guidare gli Iniziati l’umanità autocosciente, attraverso movimenti, dei quali il movimento teosofico è uno, tali che l’uomo possa nuovamente elevarsi in piena libertà. […]  

L’uomo è disceso sin nel corpo fisico cosicché, al contrario della natura dei Deva, egli consiste di tre principi: corpo, anima e spirito. Il Deva si trova più in alto rispetto all’uomo, egli però non deve superare come l’uomo la natura fisica. La natura fisica deve essere di nuovo trasfigurata cosicché essa possa accogliere la vita spirituale. La stessa coscienza fisiologica dell’uomo, il corpo fisico, come vive oggi, deve accendere in sé in libertà la scintilla della vita spirituale.

Il sacrificio del Christo è un esempio di come l’uomo possa sviluppare, a partire dalla vita fisica, la coscienza superiore. Nel corpo fisico vive il suo io inferiore; ma esso deve essere infiammato, onde si sviluppi l’Io superiore. Solo allora anche da questo corpo fisico possono fluire i fiumi d’acqua viva. Potrà allora apparire lo Spirito, potrà allora riversarsi lo Spirito. L’uomo deve allora divenire morto come Io per questa vita fisiologica. 

Qui risiede l’autentico elemento cristico ed anche il più profondo mistero della Pentecoste. L’uomo vive a tutta prima nel suo organismo inferiore, nella sua coscienza impregnata di desideri. Egli deve vivervi perché solo questa coscienza può dargli libertà sicura della mèta. Tuttavia egli non può rimanervi dentro, bensì deve elevare il suo Io alla natura dei Deva. Egli deve far maturare in se stesso il Deva, generare il Deva,  che diventerà poi uno Spirito di salute, uno Spirito Santo. A tale fine egli deve sacrificare coscientemente il corpo terreno, egli deve a tale scopo sentire il «muori e divieni», onde egli non rimanga «un ospite tenebroso» su questa  «Terra oscura». […]

Come Prometeo viene liberato dalle sue sofferenze attraverso Ercole, così lo sarà l’uomo attraverso la vita dello Spirito. Attraverso il fatto che l’uomo è disceso nella materia egli è pervenuto all’autocoscienza. Attraverso il fatto che egli nuovamente riascende, diventerà un Deva autocosciente. Da coloro che veneravano gli Asura e considerano i Deva come qualcosa di ‘satanico’, da coloro che non volevano penetrare nell’interiorità più profonda, questa discesa viene presentata come qualcosa di diabolico.

Ciò viene indicato anche nella mitologia greca. Il rappresentante della condizione di coscienza non libera è Epimeteo – il postpensatore – il quale non vuole giungere alla redenzione a partire dalla piena libertà, dunque è l’avversario di Prometeo – [il prepensatore]. Egli riceve da Zeus il vaso di Pandora, il cui contenuto – sofferenze e piaghe – alla sua apertura si abbatte sull’umanità. Solo come ultimo dono, vi rimane dentro la speranza, che anche lui in una condizione futura penetrerà in una superiore chiara coscienza. Gli rimane la speranza della liberazione. Prometeo lo sconsiglia di accettare l’ambiguo dono del dio Zeus. Epimeteo non obbedisce a suo fratello, al contrario accetta il dono. Il dono di Epimeteo è meno importante di quello di suo fratello Prometeo».  

Mi sembra che Rudolf Steiner  qui mostri chiaramente la differenza tra l’inerte pensare riflesso – che può solo a posteriori intessere esangui pensati su una realtà apparentemente pre-esistente al conoscere – e il creativo pensare vivente anticipatore e generatore di realtà future. Infatti, in una successiva lezione esoterica del 7 novembre 1904, anch’essa tenuta a Berlino, dedicata al mito di Prometeo, viene detto:  

«Prometeo appartiene al mondo delle leggende greche. Lui e suo fratello Epimeteo sono i figli di un Titano, Giapeto. E gli stessi Titani sono i figli della più antica Divinità greca, di Urano e della sua sposa Gea. Urano, tradotto in italiano, significherebbe «il Cielo» e Gea «la Terra». Sottolineo, inoltre, espressamente che Urano nel mondo greco è come Varuna nel mondo indiano. Prometeo è quindi un Titano, un discendente dei figli di Urano e di Gea, ed anche suo fratello Epimeteo. Il più giovane dei Titani, Kronos, il Tempo, ha detronizzato suo padre Urano e si è impadronito del potere per sé. Per questo egli fu di nuovo detronizzato da suo figlio Zeus e cacciato con tutti i Titani nel Tartaro, nell’Abisso o nel Mondo Infero. Solo il Titano Prometeo e suo fratello Epimeteo aiutarono Zeus. Essi stavano allora dalla parte di Zeus e lottarono contro gli altri Titani.  

Ora, però, Zeus voleva sterminare pure il genere umano, che era diventato arrogante. Allora Prometeo si fece difensore del genere umano. Egli meditò a come egli potesse dare qualcosa al genere umano, con cui potesse salvar se stesso, e non essere più semplicemente dipendente dall’aiuto di Zeus. Ci viene così raccontato come Prometeo avesse insegnato agli uomini l’uso della scrittura e le arti, e soprattutto l’uso del fuoco. Per questa ragione, tuttavia, egli attirò su di sé la collera di Zeus. E a causa di questa collera di Zeus, egli fu incatenato sul Caucaso e lì dovette sopportare per lungo tempo grandi tormenti.  

Ci viene inoltre raccontato come gli Dèi, con Zeus in testa, fecero approntare ad Efesto, il Dio dell’arte del fabbro, una statua femminile. Questa statua era dotata di tutte le proprietà, che sono l’ornamento esteriore della stirpe umana della quinta razza radicale. Questa statua femminile era Pandora. Pandora fu spinta a recare doni all’umanità, dapprima al fratello di Prometeo, ad Epimeteo. A dire il vero, Prometeo mise in guardia il fratello dall’accettare quei doni, questi, tuttavia, si fece persuadere ed accettò i doni degli Dèi. Tutto fu riversato, soltanto una cosa fu trattenuta: la speranza. Questi doni sono in gran parte piaghe e dolori per l’umanità; solo la speranza rimase nel vaso di Pandora.  

Prometeo venne quindi incatenato sul Caucaso, ed un avvoltoio gli rodeva continuamente il fegato. Lì egli soffriva. Ma egli sa qualcosa che è garanzia per la sua salvezza. Egli conosce un segreto, che nemmeno Zeus conosce, ma che questi vuole sapere. Egli invece non lo rivela, malgrado che Zeus gli invii il Messaggero degli Dèi, Ermete.  

Ora, nel corso della leggenda ci viene raccontata la sua stupefacente liberazione. Viene raccontato come Prometeo possa essere liberato attraverso l’intervento di un Iniziato. E un tale Iniziato fu il greco Ercole; Ercole, che aveva eseguito le dodici fatiche. L’esecuzione di queste dodici fatiche è la realizzazione di un Iniziato. Sono le dodici prove dell’Iniziazione, simbolicamente espresse. Inoltre, di Ercole viene detto che si sia fatto iniziare nei Misteri Eleusini. Egli riescì a salvare Prometeo. Tuttavia qualcuno doveva, inoltre, sacificarsi, e per Prometeo si offrì il Centauro Chirone. Questi già allora  soffriva di una incurabile malattia. Egli era metà animale, metà uomo. Egli patisce la morte e attraverso ciò Prometeo venne salvato. Questa è la struttura esteriore della leggenda di Prometeo».  

Rudolf Steiner mostra chiaramente la radicale differenza tra il riflesso, sterile, pensare di Epimeteo e quello vivente, creativo, di Prometeo, con le parole:  

«Suo fratello è Epimeteo. Traduciamo dapprima un po’ le due parole: Prometeo significa in tedesco il pre-pensante, Epimeteo significa il post-pensante. Qui avete due attività del pensare umano chiaramente contrapposte nell’uomo post-pensante e nell’uomo pre-pensante. L’uomo post-pensante è colui che fa agire su di sé le cose di questo mondo e poi in un secondo tempo pensa. […]

Ma nella misura in cui l’essere umano non lasci agire su di sé quel che già esiste, bensì crea qualcosa di futuro, è uno scopritore e un inventore, egli è un Prometeo, un pre-pensante. Mai si sarebbero potute compiere invenzioni se l’uomo fosse soltanto Epimeteo. Una invenzione viene compiuta per il fatto che l’uomo crea qualcosa che non esiste ancora. Dapprima ciò esiste nel pensiero, e dopo viene trasformato nella realtà. Questo è il pensare prometeico».  

Poco oltre, nella medesima lezione esoterica, viene messo in evidenza qualcosa di veramente importante:  

«L’umanità mortale deve durante la quinta razza stare sulle proprie gambe. Questa umanità viene rappresentata da Prometeo. Essa soltanto portò le Arti umane e l’Arte originaria del Fuoco. Zeus è geloso di essa, giacché gli esseri umani crescono diventando i loro propri Iniziati, che nella sesta razza radicale prenderanno la direzione nelle loro mani. Ma questo l’umanità se lo deve prima conquistare. Per questo il suo Iniziato originario deve dapprima prendere su di sé tutte le sofferenze.

Prometeo è l’Iniziato primigenio della quinta razza radicale, colui che è iniziato non solo nella saggezza, bensì anche nell’azione. Egli attraversa tutte le sofferenze, e verrà liberato da colui che matura per liberare poco a poco l’umanità ed innalzarla al di sopra dell’elemento minerale».  

Ora, il «fuoco» che Prometeo dona agli uomini, e che li scuote dal torpore, svegliandoli alla vita intelligente, non è solo il fuoco materiale che scalda, bensì  – per chi sa vedere in profondità – esso ha molta relazione con quel trasmutante «fuoco» ermetico che ha la virtù di trasformare i «metalli vili» in «oro filosofale», e di «angelificare» il semianimale uomo mortale, trasmutandolo in un Nume o, come direbbe il mio amato Dante, di «indiarlo».  Non è difficile vedere come l’«invidia degli Dèi», propria di Zeus, abbia molti caratteri in comune con l’apprensiva preoccupazione di Jahvè che l’uomo conseguendo, indipendentemente da lui, la «Conoscenza del bene e del male», diventasse uguale agli Dèi. E che, come fu Zeus col «dono» del vaso di Pandora, e non Prometeo col dono del Fuoco, colui che riversò mali e sciagure sull’umanità, così fu Jahvè con l’interdire ad Adamo ed Eva di accostarsi all’Albero della Vita, e non il serpente col donare il frutto dell’Albero della Conoscenza, a rendere l’uomo mortale, a riversare su di lui fatica, sofferenza,  malattia ed eziandio la morte. Infatti, persino nel Vangelo di Giovanni si dice che Jahvè, attraverso Mosè, dette la Legge, la Toràh, la quale chiede obbedienza e conformità alle regole esteriori, ma che invece attraverso l’Io Sono, il Logos, l’uomo conosce la Verità e realizza la Libertà.  

È la Conoscenza, la γνῶσις-gnōsis, che fa conoscere la Verità, e di conseguenza rende liberi. Verità e libertà l’uomo se le deve conquistare: non possono essergli donate né da una evoluzione naturale, né da una rivelazione soprannaturale. La Filosofia della Libertà, considerata da questo punto di vista, ha un carattere fortemente prometeico, perché per essa la verità non è la rivelazione di un Essere trascendente, bensì libera produzione dell’uomo conoscente, e il contenuto morale delle azioni umane non viene prescritto dalla legge di un Essere extraumano e trascendente, richiedente incondizionata obbedienza, bensì è anch’esso libera produzione dell’autonomo conoscere umano, della sua propria «fantasia morale». Da questo punto di vista, si può dire che la Filosofia della Libertà e la Scienza dello Spirito che ne deriva, pur non essendo affatto una riapparizione o una ripetizione dell’antica Gnosi, ingiustamente e violentemente combattuta dalle varie chiese, bensì essendo frutto delle attuali forze conoscitive dell’uomo, abbiano un forte carattere «gnostico». Perché è la Conoscenza dell’Io, e non la sottomessa fede dell’anima, quella che realizza Autocoscienza, Libertà e Amore.  

Ad impedire che l’uomo consegua la sua mèta, non sono solo le forze oscuranti e devianti degli «spiriti dell’ostacolo», ma anche una tramontante «natura spirituale», che vuole sopravvivere alla sua trascorsa e un tempo giustificata funzione. Tale «natura spirituale» vorrebbe che l’uomo permanesse in una perenne innocente e irresponsabile infanzia spirituale: vorrebbe «proteggerlo» ad ogni costo, dall’azione distruttiva degli «spiriti dell’ostacolo», ma anche da lui stesso. Perché teme la sua libertà: non conoscendola, non la ama, e la vede come un rischio per lui pericoloso. Vorrebbe – anche attraverso le chiese, che sono la sua espressione terrena – rinchiuderlo in un «paradiso» sicuro, nel quale renderlo obbligatoriamente morale e felice, sacrificando la sua pericolosa libertà. Ma è scritto che: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo. E Massimo Scaligero ricorda l’antico detto iniziatico che: per l’iniziato il Paradiso è una prigione.  

Sono severamente ammonitrici le parole della Filosofia della Libertà, alle pp. 170-171, nelle quali è detto:  

«In determinate condizioni l’uomo può essere indotto a tralasciare l’esecuzione di ciò che vuole. Ma a lasciarsi prescrivere ciò che deve fare, vale a dire voler ciò che altri, e non egli stesso, stima giusto, l’uomo si presta solamente in quanto non si sente libero.

Le forze esteriori possono impedirmi di fare ciò che voglio; e allora mi condannano semplicemente all’inazione o alla non-libertà. Soltanto quando asserviscano il mio spirito, e mi scaccino dalla testa i miei motivi e al loro posto vogliano mettere i proprî, soltanto allora attentano alla mia libertà. Perciò la Chiesa si volge non solo contro l’azione, ma specialmente contro i pensieri impuri, cioè contro i motivi della mia attività. Essa mi rende non libero, quando tutti i motivi che essa non prescrive le appaiono impuri. Una Chiesa o un’altra comunità genera non-libertà, quando i suoi preti e i suoi maestri si fanno dominatori delle coscienze, vale a dire quando i credenti devono prendere da essi, dal confessionale, i motivi delle proprie azioni».  

Quando, nel 1922, persino il Movimento di Rinnovamento Religioso che, attingendo alle comunicazioni di Rudolf Steiner, si era formato in Germania dopo la prima Guerra Mondiale, ebbe la pretesa di imporsi come «Chiesa» dell’Antroposofia, la risposta durissima di Rudolf Steiner fu che la Scienza dello Spirito è una Via di Conoscenza e non una via religiosa, e che essa non ha minimamente bisogno di una religione o di una chiesa. E citò le taglienti parole di Goethe: «Chi ha scienza e arte, ha pur religione. Chi non ha scienza né arte, abbia religione».

Ma molti che, trovando dura, e indubbiamente molto esigente, la Via del Pensiero e l’intensa pratica della Concentrazione, hanno rinunciato all’impresa spirituale, e cercano alibi, accoglienza e rifugio, ed eziandio consolazione, nelle morbide e comode «vie dell’anima», e talvolta anche nelle varie chiese, da sempre «gelose» delle pecorelle del proprio gregge che dicono di amare, e jahveticamente «invidiose» di coloro che non vogliono farsi pecore, né aggregarsi ad un gregge. Ora si è gelosi di ciò che si crede di amare e in realtà non si sa amare, e si è invidiosi di ciò che si odia, perché non lo si conosce e di conseguenza lo si teme.  

Ci sarebbe molto altro da dire, ma forse una savia prudenza, e la volontà di non stancare troppo il volenteroso lettore, consigliano di non prolungare ulteriormente questo articolo. Tuttavia, molto è celato tra le righe e il cercatore diligente potrà fare qualche sorprendente scoperta.  

«Questa, che già qual sia chiaro v’ho mostro,

Forse più che non lice».  

Ode Alchemica, Canzone III, 9.  

Per cui, come dice il mio amato Dante:  

«O voi che avete gl’intelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame delli versi strani». 

Dante, Inf., Canto IX, 61-63. 

«Aguzza qui, o lettor, ben li occhi al vero,
chè ‘l velo è ora ben tanto sottile,
Certo, che ‘l trapassar dentro è leggero».  

Dante, Purg., Canto VIII, 19-21.

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – GENNAIO 2015

fuga

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 71

Socialità
O. Tufelli La felicità

Poesia
F. Di Lieto Nel giardino d’inverno

CibernEtica
T. Diluvi Nuvole

AcCORdo
M. Scaligero Acquisire la forza

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Ascesi
F. Giovi La meditazione

Ricorrenze
R. Steiner L’Epifania

Esoterismo
M. Iannarelli Digressioni sul vero rapporto tra Lucifero e Cristo

Testimonianze
M. Mazzeo In ricordo di Alfredo Rubino
A. Ianni Un fedele discepolo

Pubblicazioni
A.A. Fierro Le fiabe come fonte di acqua per la vita

Inviato speciale
A. Di Furia Topi ipocalorici e lombrichi Matusalemme

La conferenza
A. Lombroni Voci dello Spirito

Spiritualità
R. Steiner Il karma e i dettagli della legalità karmica

Costume
Il cronista Intrusi

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Il Colosseo

Arretrati

Link

Archivio a-Z

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA PRATICA IN PRATICA

 groviglio di liane

Chiedo doppia scusa: una per l’amico a cui ho mandato queste poche righe e una all’amica a cui mandai le righe successive. Qui tutto è criticabile ma ho lasciato intatto ciò che scrissi: ricordatevi che sono frammenti di discorsi fatti con persone reali e che hanno avuto altro di antecedente e successivo.

Quando si tenta di parlare di cose che riguardano la concentrazione, ciò che viene fuori è come un gomitolo arruffato da un gatto.

*

Allora, caro amico, se può, dimentichi tutto gli inutili palazzi di vapore che l’anima ha costruito e, con coraggio, segua il minimo e se desidera un supporto significativo ai “perché” dell’estrema semplicità (povertà) dell’azione interiore, rilegga attentamente i primi capitoli de L’uomo interiore.

Si sieda, se le va bene, ricordando che l’attività interiore non ha nessun bisogno di positure corporee, ed evochi nella coscienza desta un oggetto semplice, comune, comprensibile, facile, banale, ecc. (un chiodo, un tappo di sughero, un bicchiere, ecc).

Cioè costituito da pochissimi concetti e adempiente ad una funzione semplice, chiara, ordinaria, banalissima.

In effetti basta evocare l’oggetto che la sintesi già c’è: evocarlo in un attimo di consapevolezza e sapere tutto di esso è cosa che attraversa la mente. Ma siamo noi a non reggere per un tempo anche minimo questa immediata comprensione che lampeggia come una folgore, per un attimo, nel buio.

La ricostruzione dell’oggetto e del suo uso – voluta con tutta la volontà (determinazione) di cui è capace – con parole e immagini, ci serve come esercizio per dominare il pensiero ordinario ed abituarlo (con la volontà: è tutto questione di volontà) a essere sempre maggiormente attivo e indipendente da ogni supporto fisico (veda le righe con le quali R. Steiner descrive il senso del “controllo del pensiero” nel V cap. della Scienza Occulta).

Inizialmente la coscienza è strapiena di immagini e parole: sembra una giungla: è una giungla. Magari solo con parole predeterminate si apra un varco. Lo riapra di nuovo: molte e molte volte poiché il caos ricresce subito. Ciò potrebbe essere esasperante ma con una decisa indifferenza lei riapra sempre il sentiero. Senza occuparsi di quanto accade a destra o sinistra.

Dominare il pensiero ordinario è un lavoro duro e improbo, spesso vorrà rifuggire da questa innaturale fatica interiore. Qualcuno mi scrive che prova nausea (ha ragione!).

Quando il dominio inizia ad essere raggiunto sul serio (il tempo della pratica è individuale, il risultato della pratica è individuale e non è mai un qualcosa di stabile una volta per tutte), terminato il breve e semplice lavoro di ricostruzione dell’oggetto che è formalmente assai semplice, come un tema di poche righe compitato da un bimbo di II elementare scarso di fantasia, freni e spenga il vizio della parola sub-vocalica che è solo una pessima abitudine: realizzi che non c’è nulla da dire e tanto meno da dirsi. Tenga nella coscienza l’ultima immagine prodotta, o la prima o una qualunque del breve percorso – non ha alcuna importanza – e polarizzi tutta l’attenzione interiore su essa.

Attenzione: non faccia come tanti lo stravagante tentativo di “tenere” nella consapevolezza le immagini che ha prima evocato: tutta l’attenzione deve venir rivolta ad un solo punto di pensiero: è impossibile pensare simultaneamente 5 o 50 pensieri diversi: ciò significherebbe solo che passerebbe velocemente da un’immagine ad un altra e non si concentra. Un altro ircocervo è il tentativo di fondere in una immagine unica tutte le altre: la fantasiosa traduzione personale della parola sintesi usata da Scaligero. La “sintesi” è qualitativa e non un arzigogolo!

Le sottolineo che è solo una questione di sforzo, tant’è che Scaligero indicava, per combattere l’automatismo e lo scemare dell’attenzione concentrata, di rifare il breve decorso dei pensieri ripercorrendoli dall’ultimo al primo.

Dopo poco, l’immagine sfugge: la rievochi. Poi la rievochi nuovamente. E ancora. E’ una faticaccia frustrante: si chiama concentrazione: può essere un’agonia perché la continuità cosciente dura poco e, in aggiunta, l’anima si ribella: qui non trova alcun sollievo segreto. L’unica tecnica utile è l’insistenza.

Prima o poi diverrà abile e un minuto senza interruzioni sarà un successo colossale e molte cose cambieranno.

Può sostituire spesso l’oggetto, poi si accorgerà che le medesime difficoltà si ripresenteranno…così si scopre che non occorre nemmeno mutare oggetto: essendo qualsiasi oggetto pensato, non un pensiero ma “il” pensiero: in questo equivalendo a tutti i pensieri pensabili (perché spillo e non Dio?: perché lo spillo è pensabile completamente. Dio no).

Poi un giorno avverte che riesce a “tenere” l’immagine e l’anima inizia a riposare di un riposo speciale. In questa condizione, già eccezionale, vede sottilmente che l’immagine sembra assumere una particolare indipendenza e può rimanere come pura forma, oppure muta, oppure si trasforma in un segno luminoso, oppure…ecc. E’ sempre la volontà che fluisce continua, sottile, ininterrotta, ma è una volontà sconosciuta che non prende più la via del corpo.

Questa è la “sintesi” che continua ad essere contemplata…mentre cambia tutto in lei e in essa: è sostanza di volontà che riempie il pensiero. Una specie di “più che pensiero”.

Come vede, l’itinerario è semplice ma impervio e difficile: passare da un mondo sensibile ad un mondo supersensibile è percorso iniziatico, non certo un gioco della mente.

Anche per questo, scrivo sempre che occorre far molto. Come un garzone a bottega che impiega anni per imparare. Altre vie non ci sono. I venditori di facili illusioni, invece, sono tantissimi.

In effetti, sono stato telegrafico, ma quello che le ho scritto lo pensi e lo confronti. Poi il tentativo, la tenacia, lo sforzo e la continuità sono tutti suoi!

Vale.

Ps: è poco e non è esaustivo ma ho notato che dire poco o molto non cambia granché la situazione, poiché il fare o il non fare dipende da una decisione profonda che parte da un principio dell’Essere: presente ma molto lontano dalla nostra coscienza comune. Lui dà il via, poi il resto può (deve) dipendere da noi.

 Sealed

…Ora che hai, in qualche modo, realizzato che il pensiero è il prius ( né brutto o bello che sia) della coscienza, passiamo a valutare sinteticamente alcune sue caratteristiche.

Quando parliamo di pensiero parliamo di qualcosa che ci rimane un tantino sconosciuto, poiché lo riconosciamo solo attraverso le rappresentazioni che invadono la mente: le riconosciamo, essendo queste come un’eco del sensibile, una sua copia fantasma, ma della forza che dietro esse si nasconde e le aggancia, le une con le altre, al massimo chiamiamo ciò logica e di essa sappiamo che abbisogna di lucidità e di un po’ di volontà.

Morale della storia è che conosciamo tutto con i pensieri, ma non conosciamo il pensare: eppure è questo è la “cosa” da cui promanano i “soliti” pensieri. Tieni presente che ciò non riguarda solo il mondo esteriore ma anche tutto ciò che sale a noi come mondo interiore: il mondo interiore, con tutti i nostri affanni, le gioie e i dolori, il piacere e dispiacere giunge a noi involto di pensiero: conosciamo ogni singolo nostro sentimento poiché è nel pensiero che lo riconosciamo.

Per cui, tragicamente, incolpiamo il pensiero che sembra farci tanto male, mentre in realtà con esso prendiamo solo consapevolezza di quanto sale dal sentimento.

Prima di divenire fragile copia carbone della realtà e come tale sembrare insignificante, il pensiero è potentissimo: se vedi il divano che ti sta di fronte significa soltanto che si è attuato un darsi del pensiero che IMMEDIATAMENTE, più “rapido” della ordinaria coscienza, ha dato forma, colore, distanza, ecc. al divano. Avvenuta questa operazione, in cui non eri presente, tu vedi il divano e solo poi pensi se ti piace o meno e a quello che vuoi fare di esso.

Queste cose che ti sto ora dicendo, a tutta prima non sono sperimentabili: puoi solo ipotizzarle o intuirle. Le “vedrai” quando la tua coscienza riuscirà a trasformarsi al punto in cui rimane desta in ciò che chiamiamo sonno.

Occorrerebbe un trattato per dimostrare logicamente ciò: è logicamente possibile, Scaligero è riuscito a farlo…ma in una letterina nemmeno lui, e in un messaggio email probabilmente è anche peggio.

Ora, almeno in via ipotetica, abbiamo: a) un pensare “comune, b) un pensare potente (più che potente) che è inavvertito.

Così, come la chiave della coscienza che conosce le cose è il pensiero ordinario, così la chiave della conoscenza (esperienza) dell’entità umana e del suo rapporto con la realtà (REALTA’) sta nel risalire dal pensiero “normale” alla forza-pensiero che lo determina.

Questa è antecedente a tutto, anche al corpo e a tutto ciò che viene a noi tramite il corpo: perciò un tempo fu chiamata “pensiero puro libero dai sensi”. Non è granché come dizione, ma vedi in essa un’esperienza che sperimenta le radici (il Principio) dell’umano e la sua realtà colta prima che questa cada nell’oscurità che chiamiamo mondo dei sensi. In questo contesto di esperienza si coglie che la realtà dell’uomo è di natura pre-sensibile, cioè spirituale.

L’uomo è una entità duplice: immerso nel sensibile dimentica la propria realtà spirituale: da ciò sgorga gran parte delle sue angosce e contraddizioni. E l’inesausta ricerca di un qualcosa che, in vita, non giunge mai ad appagamento.

E’ possibile la Risalita? Sì: è possibile: strada lunga che si impara a conoscere solo percorrendola. Comunque già il percorrerla è liberatorio: la tenebra, a poco a poco, si scioglie ed esperienza, dedizione e volontà, in preciso ordine crescente, devono accompagnare il viandante.

Dunque si inizia con il dominare l’ordinario flusso dei pensieri: prendi un oggetto che non stimoli alcun sentimento, che sia semplice, che sia prodotto da pochi concetti: bicchiere, ago, chiodo, tappo di sughero, matita, ecc. Prendine uno così semplice e delibera di pensare (i pochi) pensieri che lo riguardano: forma, colore, sostanza, funzione. Per un tempo che va da un minimo di 5 minuti ad un massimo di 15, ricostruisci l’oggetto davanti la tua mente (non fisicamente) con parole e immagini. Siedi con schiena diritta, in una stanza che non sia disturbata da intrusioni per quel tempo. Fa ciò per 2 volte al giorno iniziali. Cambia settimanalmente l’oggetto, ma poi vedrai che puoi lavorare anche molto più a lungo con lo stesso.

Ovviamente l’oggetto/immagine non ha alcuna importanza: è importante essere attenti e VOLERE sempre gli stessi pensieri: pensieri deliberati e voluti. Naturalmente la “natura” non vuole ciò. E’ un lavoro di sforzo, non di raffinatezze: puro, desolato facchinaggio!

Non perder tempo a combattere le distrazioni (interne ed esterne): ciò è un ulteriore distrazione…piuttosto rafforza l’attenzione interiore su quanto stai facendo, tentando il più possibile di non spezzare il filo della continuità (e se lo spezzi – cosa che succede – riannoda e continua).

E’ molto semplice e arido…molti non osano poiché il semplice è difficile, è solo questione di prolungato sforzo d’attenzione!!

Cara amica, per un messaggino è già tanto. Leggi e prova: così, nel sudore dell’anima, inizi a sperimentare la Libertà.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA NASCITA DEL BAMBINO E DELLA FUTURA SOCIETA' – di Rudolf Steiner

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Se come un tempo l’astrologia presso i Magi e la veggenza del cuore presso i pastori dei campi collaboreranno nell’uomo moderno mediante l’immaginazione e l’ispirazione provenienti dalla scienza dell’iniziazione, l’uomo si eleverà di nuovo alla comprensione spirituale del Cristo vivente attraverso le conoscenze dell’immaginazione e dell’ispirazione. Bisogna comprendere come Iside, la vivente e divina “Sofia”, dovette andar perduta per l’evoluzione che ha spinto, che ha introdotto l’astrologia nella matematica, nella geometria, nella meccanica. Si dovrà anche comprendere che da questo campo di cadaveri, da matematica, cinematica e geometria, si risveglierà l’immaginazione vivente, e che questo significa trovare Iside, trovare la nuova Iside, la divina “Sofia”; l’uomo la deve trovare se la forza del Cristo, che egli ha dal mistero del Golgota in poi, deve diventare vivente, del tutto vivente, vale a dire compenetrata di luce.
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Noi siamo appunto a questa svolta dei tempi. La terra non darà piú all’uomo i beni che nell’epoca moderna egli si è abituato a pretendere. I grandi conflitti che hanno suscitato le spaventose catastrofi degli ultimi anni, hanno già trasformato una gran parte della Terra stessa in un campo di macerie della civiltà. Altri conflitti seguiranno. Gli uomini si preparano per la prossima grande guerra mondiale. In modo ancora piú vasto la civiltà verrà ridotta a macerie. Non si potrà piú ricavare direttamente nulla da ciò che proprio all’umanità moderna è apparso come l’elemento piú prezioso per la conoscenza e la volontà. Scomparirà l’esistenza terrestre esteriore, in quanto risultato di epoche precedenti, e spera inutilmente chi crede di poter continuare le antiche abitudini di pensiero e di volontà. Dovrà sorgere una nuova conoscenza e una nuova volontà in ogni campo. Noi dobbiamo prendere atto del pensiero che una forma di civiltà tramonta, ma dobbiamo anche guardare nel cuore umano, nello Spirito che vive nell’uomo. Dobbiamo aver fiducia nel cuore e nello Spirito umani che vivono in noi, affinché sorgano nuove strutture, strutture veramente nuove, attraverso tutto ciò che noi possiamo fare entro la distruzione della vecchia civiltà.
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Tali nuove strutture però non sorgeranno, se non ci preoccupiamo davvero sul serio di capire che cosa deve necessariamente accadere per l’umanità. Nel mio libro L’iniziazione è descritto come l’uomo, se vuole pervenire a conoscenze superiori, deve sviluppare innanzitutto una comprensione per quello che si chiama l’incontro con il Guardiano della Soglia. Vi è anche detto come l’incontro con il Guardiano della Soglia significhi che volere, sentire e pensare si devono separare, che deve sorgere una trinità dalla caotica unità umana. Questa comprensione, che per il discepolo della scienza spirituale deve avvenire quando gli si chiarisce chi è il Guardiano della Soglia, deve realizzarsi anche per tutta l’umanità moderna riguardo al corso della civiltà. Anche se non per la coscienza esterna, per le esperienze interiori l’umanità attraversa un campo che si può chiamare il campo del Guardiano della Soglia.
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L’umanità moderna passa una Soglia dinanzi alla quale sta un importante Guardiano, un serio Guardiano. Egli dice soprattutto: «Non rimanete legati a ciò che si è tramandato dai tempi antichi. Guardate nei vostri cuori, guardate nelle vostre anime e fate in modo di poter creare nuove strutture! Le potete creare solo avendo la fiducia che dal Mondo spirituale possano giungere le forze conoscitive e le forze di volontà adatte a tali nuove strutture». Quello che per il singolo, nell’entrare nei mondi superiori della conoscenza, deve essere un evento di particolare intensità, in un certo senso avviene incoscientemente per tutta l’umanità del presente. Chi poi si è unito con la comunità antroposofica deve vedere che è assolutamente necessario portare gli uomini alla comprensione di questo passaggio della Soglia.
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Come l’uomo, in quanto capace di conoscenza, deve capire che le sue attività di pensiero, sentimento e volontà devono in certo modo separarsi, ed egli deve tenerle unite in un senso superiore, cosí all’umanità moderna occorre far comprendere che vita spirituale, vita giuridica o statale e vita economica devono separarsi fra loro, e che deve venir creata una forma superiore di collaborazione, diversa da quella esistente negli Stati attuali. Non sono programmi, idee, o anche ideologie che devono portare i singoli a riconoscere la necessità della triarticolazione dell’organismo sociale, ma è la profonda conoscenza del progresso dell’umanità a mostrarci che l’evoluzione è giunta a una Soglia dinanzi alla quale si trova un serio Guardiano che, come richiede al singolo aspirante a una conoscenza superiore di sopportare la separazione di pensare, sentire e volere, cosí richiede per tutta l’umanità di separare le attività che fino ad oggi erano intrecciate in caotica unione nell’idolo-Stato, di separarle in un campo spirituale, in un campo giuridico-statale e in un campo economico. In caso diverso l’umanità non va avanti, si spezza l’antico caos. Allora però, se il caos si spezzerà, non assumerà la figura necessaria per l’umanità, ma ne assumerà una arimanica o luciferica; può invece dar forma al caos solo una struttura adatta al Cristo con la conoscenza del passaggio della Soglia nel presente che deriva dalla Scienza dello Spirito.
..-
Se comprendiamo giustamente l’antroposofia, ciò è qualcosa che dobbiamo dirci anche ora, nel periodo natalizio. Per noi il Bambino nella mangiatoia deve essere il Bambino dell’evoluzione spirituale in un avvenire umano. Come i pastori dei campi si incamminarono dopo l’annuncio, come i magi dell’Oriente si incamminarono dopo l’annuncio per vedere il Bambino che era apparso al fine di portare avanti il mondo umano, cosí il mondo umano moderno deve incamminarsi verso la scienza dell’iniziazione per percepire da questa, vorrei dire nella figura del Bambino, che cosa deve diventare per l’avvenire l’organismo sociale triarticolato proposto dalla Scienza dello Spirito. La forma antica dello Stato si dovrebbe spezzare, se l’uomo non la portasse a una diversa articolazione, si spezzerebbe da sola, sviluppando da un lato un settore spirituale (però molto caotico e con tratti del tutto arimanici e luciferici) e dall’altro lato un settore economico, anche con tratti luciferici e arimanici; entrambi tirerebbero a sé brandelli della struttura statale. In Oriente si svilupperebbero maggiormente Stati spirituali arimanico-luciferici, in Occidente piú Stati economici arimanico-luciferici, se l’uomo, attraverso la cristianizzazione del suo essere, non capisce come egli possa evitarlo, come, in base alla sua conoscenza e alla sua volontà, egli possa proporsi la triarticolazione di ciò che da sé tende a separarsi.
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Sarà questa la conoscenza umana cristianizzata, sarà questa la volontà umana cristianizzata; esse non potranno manifestarsi in altro modo se non separando l’idolo dello Stato unitario nelle sue tre diverse sfere. Chi sarà allora inserito giustamente nella vita spirituale riconoscerà come i pastori dei campi che cosa la Terra sperimenta attraverso l’essere del Cristo. Chi invece sarà giustamente inserito nella vita economica, nelle associazioni economiche, svilupperà nel senso giusto una volontà apportatrice di un ordine sociale cristianizzato.
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Rudolf Steiner

Per gentile concessione de L’Archetipo – Da Il ponte fra la spiritualità cosmica e l’elemento fisico umano – La ricerca della nuova Iside, la Divina Sofia, O.O. 202, Editrice Antroposofica, Milano 1979, pp. 204-207.

Immagine: Maestro del Bambino Vispo «Adorazione dei Magi» secolo XV, Museo Municipale di Douai (Francia)

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

IL CANTICO DI NATALE (O Holy Night)

Ecoantroposophia.it

porge di vero cuore a tutti gli amici e a tutti i lettori gli auguri di

BUON NATALE!

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Storia del Cantico di Natale

(Con traduzione italiana dall’originale francese a cura di Hugo de Paganis)

Il curato di Roquemaure, l’abbate Eugène Nicolas, nel quadro delle manifestazioni culturali e religiose che voleva organizzare per raccogliere dei contributi per la costruzione delle vetrate della chiesa di San Giovanni Battista, aveva chiesto ad un suo parrocchiano, commerciante di vini e poeta provenzale a tempo perso, di scrivere il testo di un canto di Natale. Siamo a metà dell’800, precisamente il 3 dicembre del 1847, e Placide Cappeau, così si chiamava il commerciante di vini, si trovava sulla diligenza di ritorno da Parigi, fra Mâcon e Digione; fu proprio in quel tratto di percorso che scrisse i versi di quello che intitolò Cantique de Noël. In quel momento l’autore non immaginava il successo che avrebbe avuto la sua poesia. Nel paese francese risiedeva, temporaneamente, un ingegnere parigino che seguiva i lavori di un ponte; con lui c’era la moglie Emily, cantante, che conosceva il compositore Adolph Adam(1) del quale aveva interpretato una delle sue opere in tre atti. Emily indirizzò queste strofe di Minuit Chrétiens, così chiamato successivamente dalle prime parole del testo, al musicista che, in pochi giorni le musicò. La cantante le interpretò per la prima volta alla messa di mezzanotte del 24 dicembre 1847 nella piccola chiesa di Roquemaure.

Questi i versi originali del canto, in lingua francese:

Minuit, chrétiens, c’est l’heure solennelle

Où l’Homme-Dieu descendit jusqu’à nous,

Pour effacer la tache originelle

Et de son Père arrêter le courroux.

Le monde entier tressaille d’espérance,

A cette nuit qui lui donne un Sauveur.

Peuple, à genoux, attends ta délivrance

Noël ! Noël ! Voici le Rédempteur

De notre foi que la lumière ardente

Nous guide tous au berceau de l’Enfant

Comme autrefois une étoile brillante

Y conduisit les chefs de l’Orient.

Le Roi des rois naît dans une humble crèche

Puissants du jour, fiers de votre grandeur,

A votre orgueil, c’est de là que Dieu prêche.

Courbez vos fronts devant le Rédempteur.

Le Rédempteur a brisé toute entrave,

La Terre est libre et le Ciel est ouvert.

Il voit un frère où n’était qu’un esclave,

L’amour unit ceux qu’enchaînait le fer.

Qui lui dira notre reconnaissance ?

C’est pour nous tous qu’il naît,

qu’il souffre et meurt.

Peuple, debout ! Chante ta délivrance.

Noël ! Noël ! Chantons le Rédempteur.

Fu subito un successo, anche se il compositore, autore di numerosa musica per l’opera ed il balletto, non ne ebbe sentore perché morì solo qualche anno dopo.

Negli anni successivi il brano approdò nel mondo anglosassone, dove divenne famosissimo, e lo è ancora oggi, con il titolo di  “Oh Holy Night”; il testo venne modificato e questa versione divenne più famosa dell’originale, e ciò anche nel resto del mondo, tanto che pure la versione italiana, quella che noi eseguiamo, nell’armonizzazione di Gianni Malatesta, dal titolo appunto di Oh Santa Notte, è la libera traduzione del testo inglese e non di quello francese.

NOTE

1) Adolphe Charles Adam (Parigi, 24 luglio 1803 – 3 maggio 1856) è stato un compositore e critico musicale francese. Autore prolifico di composizioni per l’operae il balletto, è famoso per i balletti Giselle (1844) e Le Corsaire (1856), l’opera Les Toréadors (nota anche con il titolo di Le toréador ou L’accord parfait (1849) e la sua canzone di Natale  “Minuit Chrétiens” .

Traduzione in italiano del vero Cantico di Natale

 *

Mezzanotte, o cristiani, è l’ora solenne

Nella quale l’Uomo-Dio discese sino a noi,

Per cancellare il peccato originale

E di suo Padre fermare l’ira.

Il mondo intero trasalisce di speranza,

In questa notte che gli dona un Salvatore.

Popolo, in ginocchio, aspetta la tua liberazione

Natale! Natale! Ecco il Redentor

Della nostra fede la luce ardente

Ci guida tutti alla culla del Fanciullo

Come un tempo una stella fulgente

Vi condusse i capi d’Oriente.

Il Re dei re nasce in una umile mangiatoia

Potenti del giorno, fieri della vostra grandezza,

Al vostro orgoglio, è da lì che Dio predica.

Curvate le vostre fronti davanti al Redentore.

Il Redentore ha spezzato ogni ostacolo,

La Terra è libera e il Cielo aperto.

Egli vede un fratello ove non v’era che uno schiavo,

L’amore unisce coloro che il ferro incatena.

Chi gli dirà la nostra riconoscenza?

È per noi tutti ch’Egli nasce,

Che soffre e muore.

Popolo, in piedi! Canta la tua liberazione!

Natale! Natale! Cantiamo il Redentore.

*

ARTE, MUSICA

ESSERE

notte doriente

Ecco è già d’oro l’oriente e ogni tenebra è vinta.

Tutti alzati i profeti i magi i sapienti le sibille in furore,

a sciogliere i testi, le rune,

a cavar dalle branche alla Sfinge i papiri,

a dissolvere i veli,

a scrutare nei cieli l’azzurro fuggire di gemme.

Tutto è chiaro di fuori

per chi si è chiarito di dentro,

e ogni giorno è Natale.

Per un solo nato innocente,

saper l’innocenza passata

per oscure esperienze.

Spalancare il Mistero,

trovare regi i pastori,

scoprire amico il nemico

sullo stesso sentiero.

Esser la via e rintracciar chi s’è perso,

la verità negli errori

e portar l’universo a coscienza;

la vita, e morire.

Ma morire senza compiacersi, per amore…….

*

(Fabio Tombari dalla lirica ESSERE)

 

POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

MISOPÓGON O ANTICHIKÓS

 giuliano0001

…il ragazzo aveva 9 anni…chiuso il libro s’era abbandonato sull’erba il volto verso il sole. Il senso di benessere si trasformò in fervore mistico. Cercando parole capaci di esprimerlo, cominciò a mormorare:

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome..

Era la preghiera che il vescovo Eusebio gli faceva recitare ogni giorno.

Improvvisamente una voce risonò in lontananza. Chiamava con tono grave il suo nome: “Giuliano! Giuliano!”.

Il bambino interruppe la preghiera, qualcuno, accortosi della sua assenza, lo stava cercando.

Stringendo i pugni dalla rabbia, il fanciullo si acquattò dietro il tronco dell’olivo.

Giuliano! Giuliano!”.

Il grido ripetuto poi s’affievolì e si spense. Era tornato il silenzio, rotto soltanto dal cinguettio di un uccello.

Accadde allora un fatto straordinario che avrebbe lasciato nella sua vita un’impressione indelebile. Come in un sogno meraviglioso, gli pareva di correre lungo la spiaggia, facendo salti sempre più alti, finché i suoi piedi non toccarono più il terreno e cominciò a librarsi sopra il mare. Gli pareva di veleggiare  attraverso lo spazio in un volo verticale e di salire in alto, sempre più in alto, come se fosse risucchiato dal sole.

Poco dopo dominava dall’alto la Propontide, il Bosforo, Costantinopoli e tutte le campagne circostanti.

Infine la terra scomparve ai suoi occhi e non vide più, intorno a sé, se non un abisso di luce.

In quel momento una voce tonante lo chiamò per nome: “Giuliano! Giuliano!”.

Chi mi chiama?” domandò.

Sono io, tuo padre Elio!”.

Elio? Eccomi!” rispose Giuliano, senza esitare.

Immediatamente fu accecato da una luce folgorante e perse la conoscenza…

Quando riaprì gli occhi, si ritrovò disteso a terra, ai piedi dell’olivo: il sole tramontava al di là dell’Ellesponto…

Signore Iddio, ho grande paura.

L’anima mia, non mai sicura,

sussulta nelle più intime fibre…

Ecco la terra è sconvolta e trema la volta

sotto la quale il mio cuore,

che prova del terrore la inarrestabile scossa,

si scava la fossa

per seppellirsi e riposare;

ma si sente compenetrare dall’avvampante

firmamento e si domanda sgomento:

Da me fino a Te, la strada dov’è?

§

Pergamo. Gli anni sono passati. Giuliano si confida con Massimo d’Efeso. Costui era un teurgo ma eludeva sempre le domande del giovane.

Un giorno Giuliano raccontò a Massimo la sua esperienza, avuta durante la sua relegazione ad Astakos.

Improvvisamente mi sentii trasportato in aria. Poi, mentre mi libravo in un oceano di luce, udii distintamente Elio che mi chiamava per nome”

Massimo lo fissò a lungo e sorridendo gli rispose ”Fin dal nostro primo incontro io seppi di legami speciali fra te e gli dei”.

Ma, ribatté Giuliano, “ho bisogno di un dio di cui senta la reale presenza nel mio essere! Quando mi rivolgo ai Galilei mi consigliano di leggere il Vangelo. Se mi rivolgo ai pagani, mi indirizzano ad Aristotele o a Platone. E’ sempre la stessa risposta. Libri, sempre libri!”.

Cosa devo fare di tutti quei libri? Io ho sete di vita, di comunione. Ho bisogno di trovarmi faccia a faccia col mio Creatore. Non fu certo un libro che aprì gli occhi a Saulo sulla via di Damasco. No! Fu un torrente di luce, una visione, una Voce!”.

Massimo scosse il capo: “ Tu cerchi Iddio in una direzione sbagliata. Tu vuoi obbligarlo a rispondere. Ma non sei il suo padrone! Tu volevi comprendere per credere, mentre bisogna credere per comprendere…e ora non comprendi più nulla perché non credi…”

Non mi dire che io non credo. Io credo con tutte le mie forze. Ma invece della risposta che aspetto non sento che l’eco della mia voce. Io vorrei ascoltare la voce dell’Altro. Vorrei essere visitato, illuminato, folgorato…”

In questo caso non ti rimane che metterti nelle mani del Mediatore”

Ma esiste davvero? E’ da molto che lo cerco”

Egli esiste!” affermò massimo con un tono di assoluta certezza.

E chi è?”

Il Figlio del Sole”

E’ come uno di noi? Come me stesso?”

Tu sei un figlio del Sole. Invece ho detto che egli è il Figlio del Sole!”

E’ una via?”

E’ la Via”

Come si chiama?”

Il suo nome è Mitra”

§

Poco tempo dopo, un uomo di nome Edesio, si presentò a Giuliano e lo invitò a seguirlo.

In un valloncello, presso un dirupo, Edesio spostò la sterpaglia e dietro apparve una profonda caverna: sulla soglia c’era Massimo ed un personaggio bianchissimo nelle vesti e nei capelli e la fluente barba. Una carnagione trasparente come l’alabastro.

Ti presento Crisanzio” disse Massimo “il pontefice di Ecate”.

Entrati, Massimo ed Edesio si ritirarono. Crisanzio invitò Giuliano a spogliarsi e gli insegnò le abluzioni rituali. Poi l’aiutò ad indossare una tunica di lana bianca e lo condusse in una seconda caverna, più angusta della prima. Giuliano sentì come un terrore lambirgli il corpo.

Il pontefice di Ecate, con una solennità che pareva provenire dagli abissi, così parlò: “E’ qui, figlio mio che principia il tuo viaggio: esso comincia con l’oblio del mondo. Per ora sei ancora debole e perciò ti occorre un po’ di luce. Entro qualche giorno sarai rafforzato e la luce si spegnerà. Ti troverai in assoluta tenebra: essa è lo spogliamento totale di sé e indica come tutto ciò che vive debba morire per nascere a nuova vita.

Se avrai sete potrai bere l’acqua consacrata di questa brocca. Ma non puoi mangiare. Ti porterò in alcuni momenti il mio soccorso. Ora abbi coraggio, figlio mio: preparati a morire!”

Angoscia attanagliò il petto di Giuliano, Crisanzio era sparito. Era stato imprudente?

Massimo era forse un agente dell’Imperatore e lui sarebbe sparito? Sepolto per sempre nel fondo di una spelonca?

Dopo breve (interminabile) tempo, riapparve Crisanzio. Il giovane chiese allora di uscire.

Nessuno te lo impedisce, ma non sei forse venuto spontaneamente? Qualcuno ti ha costretto? Ad ogni modo se vuoi andartene ti accompagno subito. Se non sei all’altezza di superare la prova, ritorna pure a mordere la polvere..”

Giuliano, a quelle parole, pronunciate tranquillamente, arrossì di vergogna e pregò di essere perdonato.

L’anziano gli disse anche che l’iniziazione era una prova terribile, che strazia tutta l’anima.

Giuliano rimase nel buio per tre giorni, digiunando, pregando e meditando. Il pontefice lo visitava a intervalli regolari e gli faceva compiere degli esercizi per il corpo e per la mente. Poi lo benediva: “Dio scenda su te…La sua spada invisibile ti apra il cammino…Le sue virtù compenetrino la tua sostanza e alimentino la luce del tuo sole…”

Giuliano ebbe tremiti incontrollabili, poi un sentimento di profonda pace. Sentì il corpo farsi leggero e come svanire. La fiammella della lampada si estinse ma sentì come se si accendesse in lui una luce immateriale. Poi piombò in un sonno profondo.

Svegliatosi trovò Crisanzio che gli porse una tunica nuova, di lino. “Ora sei Puro. Nessuno deve toccarti né parlarti, né guardarti: tu stesso sei lo Sguardo”.

Fu condotto oltre, in una diversa sala: un altare nel fondo con una statua di Atena. Ai lati gli iniziati, disposti lungo le pareti.

Fu fatto prostrare al suolo, braccia aperte in croce, volto rivolto verso l’alto. Giuliano entrò nell’Estasi.

E rivisse, ad un livello assai superiore, ciò che aveva sperimentato da giovanissimo. Sentì vampe di luce sorgere e dilagare dal suo essere, venne trasportato nella luce del cielo, contemplò il Padre solare, il sole interiore si ricongiunse al Sole supremo e dalla sua anima sgorgò un giuramento verso gli Dei e verso la Via.

§

Devo molto a Benoist-Méchin che mi ha indicato il ritmo narrativo: alcune righe sono praticamente copiate da lui.

Non è un racconto di fantasia e gli ”attori” sono tutti storicamente esistiti.

Qualcuno osserverà che Giuliano non “giace” per tre giorni: in effetti le iniziazioni erano già parzialmente diluite.

Il titolo non c’entra niente: trattasi di un caustico ed arguto libello di Giuliano a favore dell’onor del mento che mi piace per la limpidezza, l’arguzia e tante altre cose.

TRADIZIONE

ORO OLTRE IL DESERTO CAP.7

17OTT 2014 FK 034

ORO OLTRE IL DESERTO CAP.7 (OROLDES)

5/9015
LE LIBERTA’ DEL GIORNO

L’INSENSIBILITA’ E LA PIETRA.
ESTREME PROPAGGINI DI MORTE.
NELLE COSCIENZE NON PIU’ IRRORATE DAL SENTIRE.

COSCIENZE MOLTO ACUTE VIVONO NELLA MORTE COME SE L’ANIMA FOSSE PIETRA-

LA PARTE COSCIENTE DEL PENSARE AFFONDA LE SUE RADICI IN UN MARE DI ENERGIE CHE NON APPARTENGONO ALL’UMANO.
TRAGGONO PERSONALITA’ E VIGORE DA UN MONDO IN CUI ODIARE L’ANIMA E’ IL SENSO DELL’INTELLIGENZA.

UN BOZZOLO DI ENERGIE EMANA INTENSITA’ VITALE CHE SI REGGE SOLO SUL NEGARE.
RIGIDA E FURIOSA L’APPARENZA DELLA RAZIONALITA’ VIVE SOLO FRA GLI APPETITI DEL MOSTRUOSO.

PROPUGNANO CERTEZZE CHE SONO SOLTANTO IL BENE ROVESCIATO.
DISEGNI DI DISTRUZIONE CHE PRENDONO INFINE LA VESTE DI RELIGIONE LAICA
I CUI DOGMI VENGONO IMPOSTI CON LA FORZA DI UNA LEGALITA’ ASSOGGETTATA.

LE ARMONIE DELL’ANIMA CELESTE SONO PERCEPITE COME ASSURDITA’ PUERILI
CHE LA SOTTERRANEA POTENZA DEL NEGARE DEVE ASSOLUTAMENTE LACERARE
IN VIRTU’ DI UN COMPITO INFERNALE CHE DEVE ESSERE ESEGUITO.

LA CONTRORELIGIONE E LE SUE SCIMMIE SACERDOTALI CHE GOVERNANO GLI STATI E LE FINANZE.

UNA VITA INTERIORE COMPLETAMENTE IMMERSA FRA LE ENERGIE DEL DOPPIO CORPOREO :
PUO’ SOLO CONCEPIRE L’ANELITO DEL MALE.
PUO’ SOLO ESPRIMERE SENSIBILITA’ DI BESTIA ATTRAVERSO I MEANDRI DELLA RABBIA.

SOLTANTO OLTRE L’INTRICO DI ENERGIE PUO’ ESSERVI IL RESPIRO CHE DOMINA LA PIETRA.
SOLTANTO OLTRE IL MENTALE SI IMPRIME L’ARMONIA CHE DISSOLVE IL MAGNETE E LE SUE CUSPIDI VOLENTI.
SOLTANTO NELL’ATTO IN CUI IL PENSARE CONTEMPLA IL POTERE UNITIVO DEL CONCETTO : PUO’ BALENARE IL VALORE CHE RISANA.
APICI IN CUI L’IMMATERIALITA’ DI UN RICORDO LOGICAMENTE COSTRUITO E INFINE CONTEMPLATO : HA IL POTERE DEL SOVRUMANO RICOMPORRE.

UNICO RITO ED UNICA FONTE DELLO SCIOGLIMENTO CHE REDIME L’ADDENSARE.

ASCESI DEL PENSIERO IL CUI VALORE E’ DETERMINATO DALLE DIFFICOLTA’ CHE INCONTRA.
ASCESI IN CUI LO SFORZO IMMATERIALE CHE E’ RICHIESTO ATTIVA QUALITA’ MORALI CHE MAI L’UMANA PERSONALITA’ AVREBBE CONQUISTATO.
UNICA ASCESI IN CUI L’UMANO TROPPO UMANO PUO’ TRABOCCARE OLTRE SE STESSO NELL’ALTRIMENTI INCONCEPIBILE VIRTU’ SOLARE DELLA TRASCENDENZA.

SOVRAMENTALE NASCITA CELESTE CHE TUTTI (SEPPURE IN VARIO GRADO) POTREBBERO OTTENERE.

ORO ETERICO DELLA PERENNE RICONFERMA.

OVE CANTANO LE LIBERTA’ DEL GIORNO PIENO.

MENTRE TUTTO L’INTRICO DEGLI OSTACOLI CHE SI OPPONGONO AL CONTEMPLARE L’ESSENZA DEL CONCETTO
COMPONGONO UN VIVENTE PIANO DI UMANAMENTE IMPENSABILI REALTA’ CHE VENGONO ARGINATE E SCIOLTE.
UN MONDO DI POTENZE CHE VENGONO INTACCATE DALL’ATTO DEL REDIMERE CHE PALPITA LIEVISSIMO DAL CENTRO DELL’IDEA.

E CHE IRRAGGIA.

CONSEGUENZA RETTIFICATRICE DELL’ATTO LIBERO OTTENUTO NEL CONTEMPLARE L’ESSENZA DEL CONCETTO.

TRAMA ETERICA DEGLI ENTI E DEGLI EVENTI CHE ATTENDEVA L’ESSENZA LOGOS CHE SOLO L’ATTO LIBERO DELL’UOMO PUO’ MEDIARE.

FOLGORANDO.

NEGLI APICI DEL MASSIMO SILENZIO CHE E’ MASSIMA VIRTU’ DI OFFERTA.

AUREA DEDIZIONE CHE E’ REALE IMMISSIONE DELLA POTENZA LOGICA DEL SOLE.

POTENZA DEL CONNETTERE VOLENTE CHE GIUNGE NEL SOVRAMENTALE TRASMUTANDO.

ORO LOGOS.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS FRATERNITAS Ecoantr  3  Copia di img091

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ASTROSOPHIA: DIFFERENZE TRA WILLI SUCHER E ROBERT POWELL

Mir85 ha posto una domanda, che sorge spontanea nella mente di molti ricercatori spirituali, una domanda che ritengo importante, alla quale mi sforzerò di rispondere nella maniera più chiara che mi sarà possibile:

willi sucher -

Willi Sucher ( 1902-1985)

Che differenze ci sono fra gli scritti di Sucher e quelli di Robert Powell?

In effetti le differenze sono notevoli ed è bene rilevarle. Poiché è impossibile ad una tale concisa domanda dare una risposta esauriente, che sia altrettanto concisa, mi è sembrato necessario rispondere a Mir85 in maniera più estesa e spero per lui soddisfacente, ossia attraverso il presente articolo. Fondamentalmente, si tratta di una radicale diversità della concezione del mondo dalla quale Willi Sucher e Robert Powell partono, e alla quale costantemente fanno riferimento.

Willi Sucher fu discepolo diretto di Rudolf Steiner, del quale fu seguace sincero e leale durante tutta la sua vita, e allievo di Elisabeth Vreede, colei che il Dottore mise a capo della Sezione Matematico-Astronomica della Libera Università, facente capo al Goetheanum di Dornach. Willi Sucher nei suoi scritti partiva dalla visione del mondo della Scienza dello Spirito, portata nel mondo da Rudolf Steiner, visione che Willi Sucher approfondì con lo studio e alla quale fece sempre riferimento in maniera fedele ed esclusiva. Ma Willi, come lo chiamavano e lo chiamano tuttora coloro che lo ammirano e lo amano, non era un intellettuale astratto: era un fedele praticante interiore, un limpido pensatore, un infaticabile meditatore, un intuitore dello Spirito. E nella incessante meditazione del quarto capitolo della Scienza Occulta di Rudolf Steiner, dedicato alla storia cosmica dell’uomo e alla azione delle Gerarchie, era giunto a vedere sbocciare la percezione diretta di quei grandiosi quadri cosmici. Per le persecuzioni che il regime nazionalsocialista negli anni trenta del trascorso secolo rivolse all’Antroposofia, Willi Sucher fu costretto a lasciare la Germania e a vivere la maggior parte della sua vita in esilio e in condizioni non precisamente agiate.

Robert Powell è un seguace di Valentin Tomberg e del suo contraddittorio «esoterismo cattolico», che diffonde attraverso scritti e conferenze. Cerca di diffonderlo anche all’interno degli ambienti antroposofici, in ciò assecondato anche da taluni antroposofi, i quali non devono evidentemente percepire la differenza radicale tra l’insegnamento di Valentin Tomberg e quello di Rudolf Steiner. È un fatto che Valentin Tomberg, dopo aver operato prima della II Guerra Mondiale nella Società Antroposofica, provocando l’aperta ed energica opposizione di Marie Steiner, e venendo allontanato sia dalla Società facente capo al Goetheanum sia da quella olandese che seguiva Ita Wegman, si avvicinò sempre di più alla Chiesa Cattolica, giungendo a compiere una completa conversione al Cattolicesimo. Tomberg sosteneva che la Missione di Michele era fallita, e fallita era altresì la missione di Rudolf Steiner stesso. Di conseguenza era necessario anticipare l’èra di Orifiele, porsi sotto la «dittatura del Mondo Spirituale», porsi otto la «protezione» della Chiesa Cattolica, accettando Pietro, e di conseguenza il Papa, suo successore, come «Rappresentante dell’Umanità». In ciò rovesciando completamente l’insegnamento di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia. Nelle sue ultime opere, egli arriva a giustificare non solo il magistero della Chiesa, ma persino l’ascesi e l’azione gesuitica, compresa la fede cieca e la oboedientia perinde ac cadaver. Tutto ciò è documentabile attraverso gli scritti di Valentin Tomberg, ed ancor più chiaramente attraverso la giustificata confutazione polemica presente negli scritti di di Sergej Prokofieff e Christian Lazaridès.

Naturalmente, Powell nelle sue conferenze e nei libri «sfuma», tatticamente, questi aspetti più discutibili e urtanti per antroposofi sinceri. Al di là del «verbo» tomberghiano, Powell attinge e deforma ad alcuni aspetti dell’insegnamento antroposofico, che deforma secondo il suo estro. Si tratta della cosiddetta «danza cosmica» e della versione suo – ampiamente «riveduta e corretta» – dell’«Astrosofia». Per quest’ultima attinge a piene mani, saccheggiandola, all’opera di Willi Sucher. I contenuti di tale opera vengono trascinati su un piano, che a molti appare come un’involgarimento ed una intollerabile banalizzazione. In America e altrove, ciò ha portato ad un vero e proprio abuso a scopo commerciale di contenuti sacri, sempre artatamente deformati. Basta leggere quel che Robert Powell scrive «astrologicamente», di tutto ciò che riguarda il contenuto degli eventi narrati nei Vangeli e sul Mistero del Golgotha. Tali eventi vengono esposti con una banalizzazione ed una pedanteria, che ripugnano a chi abbia una sana sensibilità interiore, e soprattutto divergono completamente dalle indicazioni di Rudolf Steiner.

In proposito ognuno si può fare una opinione autonoma, leggendo ad es. quello che viene scritto dall’Astrosophy Research Center, che a Meadow Vista, in California, cura il Lascito di Willi Sucher e cura la pubblicazione delle sue opere. Willi Sucher fu sempre contrario ad ogni forma di commercializzazione, come corsi, seminari e consulti a pagamento, e donò sempre gratuitamente il suo insegnamento e il frutto delle sue pluridecennali ricerche. A proposito delle differenze tra gli scritti di Willi Sucher e Robert Powell, è bene riportare quanto scrive Jonathan Hilton del suddetto Astrosophy Research Center:

«Una risposta al Journal for Star Wisdom 2010

Dal Comitato Direttivo dell’Astrosophy Research Center

Questo articolo è in risposta all’articolo recentemente pubblicato nel 2010 dal Journal for Star Wisdom, con uno staff editoriale che include Robert Powell e membri dello StarFire Research Group. È stato scritto in riferimento all’articolo In memoria di Willi Sucher, di Robert Powell, e per chiarire che lì l’approccio all’Astrosophia, come presentata in tale Journal è fondamentalmente diverso dall’ Astrosophia sviluppata da Willi Sucher nel corso della sua vita. Robert Powell pretende che tale opera sia una “continuazione” della e nella “linea di successione” all’opera di Willi Sucher. Questo non è affatto il caso e il presente articolo riassume perché.

Questo articolo non è scritto per screditare l’impostazione di Robert Powell, ma per informare i lettori della sua significativa divergenza dalla sapienza stellare di Willi Sucher. L’opera di Willi Sucher è fondata sull’opera di Rudolf Steiner, ed essa iniziò con la collaborazione operativa con la Dr.ssa Elisabeth Vreede (1879-1943), che Steiner scelse per essere la prima leader della Sezione Matematico-Astronomica della Scuola di Scienza dello Spirito al Goetheanum a Dornach, in Svizzera.

Willi fondò l’Astrosophy Research Center nel febbraio del 1984, appena un anno prima della sua morte avvenuta nel maggio del 1985, e all’istituzione venne affidata la conservazione e la continuazione della sua opera. Quale membro del Comitato Direttivo dei Direttori dell’Astrosophy Research Center, mi è stato chiesto di chiarire le importanti distinzioni tra la sua Astrosophia e l’approccio alle stelle come presentato nel Journal del 2010.

La prima sezione di questo articolo illustrerà tre differenze fondamentali tra l’impostazione presentata nel Journal e l’opera di Willi Sucher. La successiva parte dell’articolo si rivolgerà a varie affermazioni, imprecise e/o fuorvianti, fatte nel Journal , nell’articolo In memoria di Willi Sucher di Powell.  

Tre differenze fondamentali:

1) Come affermato nella Prefazione editoriale al Journal, Powell ha adottato la Cristologia di una monaca tedesca, Anna Caterina Emmmerich (1774-1824), la quale sperimentò «visioni chiaroveggenti circa le attività, i pensieri, e i sentimenti quotidiani del grande maestro Cristo Gesù, come pure della Madre Maria, di Maria Maddalena, di Giovanni Battista, e di altri». Powell ha accolto queste visioni e calcolato date e periodi specifici per gli eventi della vita quotidiana del Cristo.

Inoltre, nella Prefazione editoriale al Journal, Powell afferma nella nota 1: «Nell’Astrosophia vi sono cronologie differenti della vita del Cristo, e la cronologia che forma la base dell’impostazione seguita nel Journal for Star Wisdom viene espressa nel mio (di Powell) libro Cronaca del Cristo Vivente».

Questa non è la Cristologia sulla quale è basata l’Astrosophia di Willi Sucher, quale viene presentata nel suo libro Il Cristianesimo Cosmico. Per Willi, la mutata relazione dell’essere umano col Cosmo delle stelle a partire dal Mistero del Golgotha e l’unione del Cristo con la Terra è centrale per una nuova Cristologia delle stelle. In Cristianesimo Cosmico, Willi lavora con i ritmi e i “gesti” geocentrici dei pianeti durante il periodo dell’incarnazione del Cristo e in seguito attraverso l’evento dell’esperienza di Paolo sulla via di Damasco. Egli mostra poi come questi ritmi e gesti ricorrenti servano quali archetipi per come l’essere umano possa oggi accogliere le azioni del Cristo e operare verso il loro compimento per la Terra. Per esempio, i ritmi geocentrici di Venere durante i Tre Anni creano una stella a cinque punte ovvero un doppio pentagramma attorno alla Terra. Willi fa corrispondere queste cinque punte ad importanti azioni del Cristo. Questa forma a stella, o a pentagramma, di Venere rimane nei cieli come immagine di Venere, tuttavia le cinque punte ruotano gradualmente attorno allo zodiaco delle stelle cosicché ogni punta può essere considerata in relazione ad ogni costellazione dello zodiaco dagli esseri umani che anelano ad unirsi con l’impulso cristico sulla Terra. Willi presentò sempre queste immaginazioni in una maniera che lasciava  ogni persona libera di scoprire il suo rapporto (di lui o di lei) rispetto a queste “domande” poste da Venere e dagli altri pianeti in relazione agli Eventi del Cristo. Willi incoraggiò sempre i suoi allievi a comprendere come il cosmo delle stelle attenda che l’umanità cominci a “parlare alle stelle” e gli uomini a trasformare gradualmente il cosmo, quali co-creatori insieme con gli Déi.

2) Una seconda fondamentale divergenza dall’Astrosophia di Willi Sucher è nello Zodiaco usato nell’impostazione di Powell. Nella Prefazione editoriale, Powell scrive: «Vi sono molti diversi approcci all’Astrosophia e non tutti usano lo Zodiaco equidiviso che forma la base dell’impostazione seguita nel Journal for Star Wisdom. Tutti i riferimenti allo zodiaco e alle posizioni planetarie nello zodiaco nel Journal for Star Wisdom sono in termini di zodiaco siderale come definito nel mio libro History of the Zodiac». Questo zodiaco viene definito come segue: « La base fondamentale del nostro stile di astrologia venne pioneristicamente creata dal grande maestro Zarathustra, che suddivise migliaia di anni fa i cieli nei dodici segni zodiacali. Questi dodici segni sono segni di eguale ampiezza di 30 gradi».

Willi Sucher non lavorò mai a partire dallo Zodiaco babilonese di dodici segni uguali. Attraverso la sua ricerca e il suo sforzo di portare l’Astrosophia nei tempi moderni, Willi operò con lo Zodiaco siderale delle effettive costellazioni di stelle fisse, con i gradi di demarcazione accettati, in uso dalla moderna astronomia. Questo Zodiaco è basato sulle costellazioni effettivamente osservabili, non sui segni di eguale ampiezza di trenta gradi. Queste sono di diseguale ampiezza. Per esempio, le stelle fisse del Cancro (Cancer) sono una costellazione di minore ampiezza che si estende da 117° dell’eclittica sino a 138° (ossia solo 21 gradi), mentre la costellazione della Vergine (Virgo) si estende da 173° sino a 219° (46 gradi).

Nella Prefazione editoriale al Journal, Powell «incoraggia il lettore ad impegnarsi nella pratica della osservazione stellare», affermando: «Uno dei fondamenti dell’Astrosophia è nella scienza dell’astronomia, che fornisce di una sicura base scientifica la nuova saggezza stellare, la quale per di più, può essere portata nel regno dell’esperienza attraverso della pratica della fissazione stellare». Tuttavia questa osservazione stellare non condurrebbe affatto un osservatore allo zodiaco babilonese di segni uguali di 30°. Per esempio, se si osserva il pianeta Venere sullo sfondo delle costellazioni effettive, Venere sarà spesso in una costellazione che non corrisponde ai segni babilonesi. Venere potrebbe essere, secondo lo zodiaco babilonese, nel segno della Bilancia, mentre in realtà è nella costellazione della Vergine.  

Inoltre, Willi ebbe cura di non scartare lo zodiaco tropico greco, bensì lasciò aperta la possibilità che questo Zodiaco abbia una certa validità da un’altra prospettiva. Proprio come lo Zodiaco siderale delle stelle reali potrebbe essere visto come una finestra aperta sulle realtà astrali (astrali = stellari), così lo Zodiaco tropico usato dai Greci, che è basato sulla localizzazione del punto γ o equinozio di primavera e perciò sulla “vita” stagionale della Terra, potrebbe essere posto in relazione al regno vitale della Terra e al ciclo dell’anno. In maniera analoga, il cosiddetto Zodiaco delle Case, che è basato sull’orizzonte al momento della nascita (cioè sul piano fisico della Terra), potrebbe forse esser posto in relazione maggiormente al regno fisico. Queste furono tutte questioni esplorate e lasciate aperte da Willi come incoraggiamento per la ricerca di altri.  

3) Un punto finale può esser fatto circa la distinzione tra l’opera di Willi Sucher e quella di Robert Powell e dello StarFire Research Group riguarda la pratica di organizzare un business di sapienza stellare e di lettura delle carte del cielo. Willi Sucher offrì seminari, conferenze e consultazioni private per molti anni. Tuttavia mai egli mise un prezzo alla sua opera. Piuttosto egli offrì liberamente la sua opera, confidando su donazioni, che venivano fatte frequentemente da coloro che apprezzavano la sua opera.

Nel 1978 ad una Astrosophy Conference tenuta al Goetheanum a Dornach, in Svizzera, con membri  della Sezione Matematico-Astronomica del Goetheanum, venne concordata una dichiarazione concernente il “business” dell’Astrosophia. Il resoconto di quella conferenza dice:

L’idea di organizzare uno “studio professionale” per consulti e dare pareri venne respinta come non appropriata alla nostra epoca moderna. Ciò non deve porre un tabù sulle carte del cielo, solo non si dovrebbe fare dell’Astrosophia un business. Il Dr. Unger a questo punto ricordò a tutti noi un’affermazione fatta da Rudolf Steiner in rapporto ai pericoli ai quali si sta di fronte allorché si lavora con le stelle di un’altra persona. Egli disse che è possibile interferire col Karma di una persona quando si fa uso dell’Astrologia. Questa affermazione si applica ancor più alla Nuova Sapienza Stellare e dovrebbe essere accolta sobriamente e seriamente da chiunque scruti nelle stelle di chiunque altro.

Le prestazioni offerte sul sito web dello StarFire Reasearch Group non si attengono alla decisione concordata da coloro che erano presenti alla Astrosophy Conference a Dornach.

Sull’articolo, In memoria di Willi Sucher

La sapienza stellare rappresentata da Robert Powell nel Journal è stata per molti anni divergente in maniera significativa dall’opera di Willi Sucher. Di ciò si è parlato frequentemente nella corrispondenza e nelle conversazioni tra i membri dello StarFire Research Group e i membri del Comitato Direttivo dell’Astrosophy Reaserch Center, che include Hazel Straker che si unì a Willi nello sviluppo dell’Astrosophia nel 1945 in Inghilterra, visse nella casa di Sucher lavorando con Willi per quasi 30 anni e continua attualmente la sua opera nel Galles.

Nell’agosto del 2002, il Comitato Direttivo dell’Astrosophy Research Center scrisse una lettera al Consiglio Generale della Società Antroposofica e ad altre istituzioni antroposofiche in America per chiarire questa divergenza e render chiaro che l’opera dello StarFire Group era indipendente da qualsiasi associazione con l’Astrosophy Research Center e l’opera di Willi Sucher.

Nel settembre del 2009, dopo aver ricevuto notifica che «un articolo in lode dell’eredità lasciata da Willi Sucher» doveva venir pubblicato da SteinerBooks in un nuovo numero del Journal for Star Wisdom, assieme alla richiesta di una foto per l’articolo, l’Astrosophy Center scrisse alla Direzione Editoriale del Journal come segue:

L’Astrosophy Research Center riconosce la libertà di ogni individuo o gruppo di individui di perseguire qualsiasi approccio alle stelle che essi possano scegliere, ma il Comitato Direttivo ha deciso che sia la base dell’impostazione che l’impostazione stessa correntemente praticata dai Presentatori della Sapienza Stellare dello StarFire Research Group così come presentata sul sito web www.starwisdom.org e nel materiale venduto sul sito web non sono compatibili con l’approccio alla Sapienza Stellare e all’opera della vita di Willi Sucher.

Perciò chiediamo che in futuro voi non usiate nessuna immagine di Willi Sucher, nessuna immagine o citazione dalle opere di Willi Sucher e/o nessun riferimento all’opera di Willi Sucher per sostenere la vostra opera. Chiediamo altresì che voi rimoviate ogni riferimento a Willi Sucher che possa essere sul vostro sito web o nei vostri materiali promozionali.

Questa richiesta non venne soddisfatta; e l’articolo In memoria di Willi Sucher di Robert Powell, che usava la foto di Willi dell’Astrosophy Center, fu pubblicata nel Journal for Star Wisdom del 2010.

Questo articolo viene descritto come un “tributo” all’opera di Willi; invece, esso è un tentativo di usare Willi Sucher per suffragare una particolare visione astrologica sulla venuta dell’Anticristo, che è basata su di un’unica “conversazione privata” che Mr. Powell asserisce aver egli avuto con Willi o nel 1977 o nel 1982. Non è possibile comprovare o confutare la veridicità di una “conversazione privata”; tuttavia basandoci su ricerche fatte da molte persone, che hanno ampiamente lavorato con Willi, non vi è alcun altra prova di Willi che confermi una carta natale o una identificazione del luogo di nascita dell’Anticristo. Willi non menzionò mai le conclusioni delle quali Mr. Powell gli fa carico in alcuni materiali scritti, e nessun altro allievo di Willi che è stato interrogato a questo proposito, ricorda di tali conversazioni private. Hazel Straker, che lavorò strettamente con lui dal 1945 sino alla sua morte, ha scritto recentemente in risposta ad una domanda a tale proposito: Io ricordo chiaramente il periodo in cui Jean Dixon andava facendo di tali affermazioni. “Ricordo che dopo la sua visione ella disse che era nata una specialissima persona buona e poi, poco tempo dopo, ella cambiò la sua profezia e disse che era una persona molto malvagia. Non ricordo se ella adoprò la parola Anticristo. Ricordò che Willi la considerava come una possibilità. Non ricordo che Willi facesse affermazioni in proposito”.

La conversazione forse avvenne, ma una singola conversazione privata come base per un tributo a Willi in un articolo intitolato In memoria di Willi Sucher forse è un cattivo servizio all’eredità lasciata da Willi Sucher.

Sempre nell’articolo di Powell, viene fatto uno sforzo per creare una “linea di successione” da Willi a Powell nella pubblicazione di molti diversi numeri dello Star Journal lungo molti anni (1965-2010). Egli asserisce, che «l’Astrosophia è nata nel 1965» con il numero iniziale dello Star Journal da parte di Willi, e che l’opera di Willi prima di allora fosse in uno stato embrionale. Egli collega poi  i successivi Journal, incluso il Journal del 2010,  all’iniziale Journal di Willi nel 1965 al fine costruire una “linea di successione” da Willi all’attuale Journal. Ciò è fuorviante e impreciso.

Lo sviluppo dell’Astrosophia di Willi e la pubblicazione dei Journal non suffraga affatto l’asserzione di Mr. Powell. Willi Sucher cessò di contribuire coi suoi scritti ai numeri del Journal nel 1977, salvo un unico articolo finale nell’ultima uscita del Mercury Star Journal alla Pasqua del 1991. Egli non era d’accordo con la direzione nella quale Powell stava portando l’Astrosophia nei vari numeri del Journal. In effetti, Hazel Straker scrive in una recente lettera, «Io ricordo chiaramente Willi che diceva di aver avuto un avvertimento interiore di non scrivere più per il  Mercury Star Journal». I Christian Star Calendar propri di Powell (1991-2009) furono tutti basati su un approccio all’Astrosophia che era una deviazione dall’Astrosophia di Willi Sucher, così come lo è l’attuale Journal. Perciò, pretendere una “linea di successione” che edifichi dai Journal originali a partire dal 1965 al Journal attuale è scorretto e fuorviante.

Darlys Turner, manager e curatrice dell’Astrosophy Research Center, ha fornito un quadro prospettico dal punto di vista storico sulle opere scritte di Willi per illustrare la ricca storia dell’evoluzione dell’Astrosophia di Willi, che fu attiva alquanto prima del 1965:

° Willi scrisse molte Lettere  astronomiche in tedesco per l’Astronomische Rundschreiben negli anni 1934-1935 (queste su richiesta della Dr.ssa Elisabeth Vreede).

° Il libro di Willi Universo vivente è composto di articoli che Willi scrisse per The Modern Mystic and Monthly Science Review dal 1937 al 1940.

° Willi scrisse molte Lettere mensili dopo il suo internamento in un campo per cittadini di nazionalità tedesca in Inghilterra durante Seconda Guerra Mondiale dall’aprile 1944 al marzo 1946 (24 mesi).

° Queste furono seguite dalle Lettere stellari ad amici che iniziarono con la prima uscita quadrimestrale nel novembre del 1951 e continuarono sino al 25 dicembre 1952 (5 numeri).

° Gli Star Journal ai quali Mr. Powell si riferisce cominciarono con un numero “introduttivo” dell’agosto 1965, che venne integrato con il primo  numero “ufficiale” nell’ottobre del 1965. Questi Journal continuarono sino al novembre del 1970 (62 numeri per 5 anni e 2 mesi).

° Questi poi continuarono sol titolo di Lettere dal novembre 1970 al luglio 1974 (21 numeri dal novembre 1970 al luglio 1972 e poi otto uscite quadrimestrali per 2 anni sino al luglio 1974). Questi ultimi 24 mesi vennero successivamente pubblicati sotto forma di libro come Introduzione pratica ad una nuova Astrosophia.

Perciò, affermare che l’Astrosophia “nacque nel 1965” può essere conveniente per Powell al fine costruire il caso di collegare Willi al proprio retaggio di pubblicazioni; ma in realtà, l’Astrosophia e stata viva e vegeta per molti anni prima del 1965.

Incoraggiamo coloro che cercano un fedele tributo all’opera di Willi Sucher a visitare il sito web dell’Astrosophy Research Center e a leggere la sua opera, ottenibile dal sito e attraverso SteinerBooks. Sia la sua opera sulle configurazioni di morte di innumerevoli personalità storiche come base per una comprensione di quel che l’essere umano ha “dato” alle stelle alla propria morte; sia la sua correlazione ai grandi cicli evolutivi esposti nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner con l’evoluzione delle sfere planetarie e la base per la comprensione dei pianeti; sia la sua ricerca nel Cristianesimo esoterico e la Sapienza Stellare che fa sorgere un nuovo rapporto col Christo; sia la sua fondamentale ed estesa ricerca delle basi spirituali della prospettiva eliocentrica. Leggere la sua opera originale è veramente la maniera di scoprire quel che Willi Sucher ha portato al mondo.

L’Astrosophy Reaserch Center continua a pubblicare e a curare l’opera cui Willi aveva dedicato la sua vita, e promuove l’ulteriore sviluppo della sua opera per coloro che cercano di proseguire l’Astrosophia. Ciò include una comunità internazionale di studiosi dell’opera di Willi e la traduzione dei suoi libri in cinque altre lingue: tedesco, francese, italiano, russo e olandese.

Willi Sucher fu un vero Michaelita che servì fermamente le mete di questa Era di Michele, fu sempre un campione della libertà umana e delle aspirazioni proprie di questa èra. Egli credeva che non ci si dovesse ricollegare alla chiaroveggenza del passato ma riscoprire, nella piena moderna coscienza di veglia, il nuovo ruolo dell’essere umano in rapporto alle stelle, non più come fanciulli bensì come fratelli del Christo. Willi voleva chiudere i suoi seminari con alcuni versi dati da Rudolf Steiner. Questo era il mantram di Willi riguardante la novella Astrosophia.

Le stelle un tempo parlarono all’uomo 

Che esse ora tacciano è il destino dei mondi

Essere cosciente di questo silenzio può essere doloroso per l’uomo terrestre.

Ma nel profondo silenzio

Cresce e matura quel che l’uomo dice alle stelle

Esser coscienti di questo parlare può divenire forza per l’Uomo Spirito.

Rudolf Steiner, 25 dicembre 1922.

Jonathan Hilton

Membro del Comitato Direttivo dell’Astrosophy Research Center».

SCIENZA DELLO SPIRITO, ,

LA SCIENZA DELLO SPIRITO A FLATLANDIA

Molti ma non tutti conoscono il grande Paese di Flatlandia. Esso fu scoperto da un intrepido viaggiatore che si chiamava Edwin A. Abbot nel XIX secolo. In realtà questo Paese era sotto gli occhi di tutti ma, incredibilmente, nessuno ci aveva fatto caso o, forse, nessuno aveva voluto vederlo.

Il carattere saliente di Flatlandia – almeno per noi – è che manca di una dimensione: lì la piattezza non è come da noi un modo di dire. Nossignori! Lì tutto è piatto, perfettamente piatto. Naturalmente anche le persone e le cose sono piatte. A Flatlandia nessuno pensa che vi possa essere un mondo di altezze.

In Flatlandia l’intelletto si misura nel numero di lati che uno possiede. Ciò, a onor del vero, sembra fastidiosamente analogo a quel pensiero mona-dimensionale che da noi giudica il valore di un individuo per quanto appare dappertutto col suo verbo e si pone nella società con un ammirevole bagaglio di parole e frasi tali che possano piacere alla maggioranza.

Il problema delle “quote rosa” a Flatlandia non esiste proprio: le donne sono soltanto linee e come tali, possedendo solo due lati ed un angolo pari a zero…immaginate voi come esse possano venire considerate!

Poiché l’universo è vario ma non perfetto, può incidentalmente capitare anche in un bel posto come il mondo bidimensionale che avvenga l’inaspettato, cioè la fragorosa comparsa di un essere tridimensionale.

Un fatto simile, chiaramente innaturale, in Flatlandia viene rifiutato a priori o almeno vivacemente contestato: oltre l’universo bidimensionale non può e non deve accadere che possa esserci qualcuno o qualcosa che si erga verticalmente (anzi, mi scuso coi gentili lettori per l’ignobile pensiero espresso dal…verticalismo).

Non posso neppure nascondere che i pochi contravventori al giusto e naturale ordine del bidimensionalismo, non siano altro che pazzi fuorilegge: pensate che osano pensare…alto! Essi andrebbero curati o compassionevolmente soppressi. Ma a quel che mi consta, non intaccano minimamente la serena armonia dei sentimenti dei probi cittadini.

Come nel nostro mondo anche a Flatlandia – lo so per certo – gruppi, gruppetti e singoli individui coltivano la Scienza dello Spirito. Potrei dire che rappresentano una specie di élite perché quasi tutti sono caratterizzati da molti lati e non c’è lato che non si adoperi alle tante rivelazioni espresse nella forma più piatta possibile dai divulgatori di tale Scienza.

Essi, assai giustamente, rifuggono dai contenuti che potrebbero risultare pericolosi per le altrui anime: certe indicazioni contengono istruzioni nocive poiché parrebbero alludere a impropri moti verticali.

Per evitare questa disgrazia, i bravi discepoli si offrono di propria iniziativa alla lobotomizzazione indolore di qualche angolo acuto, in maniera che venga resa impossibile persino l’ipotesi di una Via (tr)ascendente.

Così che nessun pensiero molesto e birbaccione venga a turbare la soddisfazione, la gioia soddisfacente e l’amore soddisfatto che, invece, sono il principio ed il fine ultimo della ricerca.

Da ciò deriva che la stessa ricerca, in Flatlandia, è, più o meno, una insensatezza, poiché sembra del tutto sufficiente e corroborante sostituire ai sentimenti disdicevoli, altri sentimenti del tutto positivi di adesione, gentilezza, amicizia, compartecipazione, ecc.

Poi, se alcuni testi paiono riferirsi a fantasiose imprese, basta solo espungere righe e capitoli, purtroppo (mica lo nego) sbianchettando anche molto: ma con abili copia-incolla d’artistica fattura si trovano sempre le parole giuste per il giusto progresso dell’anima.

Insomma: per potersi sentire degni discepoli di selezionati Maestri è più che sufficiente sostituire nell’anima ogni male con ogni bene, beninteso cancellando severamente dalla bidimensionalità ogni sospetto di tridimensionalità che, come già indicato, in Flatlandia (a ragione!) è considerata come una aliena irruzione dell’impossibile.

Da molteplici fatti pare che il modello di Scienza spirituale coltivato in Flatlandia, venga sentito come il migliore possibile da diversi personaggi del nostro mondo tridimensionale, sebbene qui sopravvivano “sacche di resistenza” che si ostinano a credere alla deviata e odiosa convinzione che modificazioni superiori della coscienza ottenibili tramite un pensiero rafforzato (volitivo), siano il gradino necessario indicato dai Maestri. C’è persino chi dice di avere esperienza diretta di simile stoltezza!

Che ciò sia nocivo oltreché inutile e financo incomprensibile lo dimostrano importanti figure che in anni di costante vicinanza, discepolato e stretta amicizia con i massimi Indicatori, hanno tratto l’illuminante certezza e l’evangelico verbo che indica al cuore come basti e avanzi il proprio altruistico sentimento raggiante quando esso sia generosamente riversato nelle altrui anime per portare il sole della verità sulla terra (poco importa che, proprio nel sentire, ognuno sia un mondo a sé: è un dettaglio miserabile, ininfluente, forse falso: di certo goetheanismo della peggior specie).

Le parentesi non sono importanti: questo è ciò che nel mondo appiattito, in Flatlandia, funziona magnificamente.

Vi è poi, nel nostro mondo, un numero notevole di individui, probabilmente una maggioranza, che inconsapevolmente aspira alla più assoluta piattezza e sogna di poter essere assai simile ai cittadini di Flatlandia .

Essi fanno il possibile per saperne nulla di cose verticali e di aspre salite. Tanto meno del fatto che solo il superiore può modificare l’inferiore: legge gerarchica che, disgraziatamente, vale per il cosmo e per l’uomo.

*

Nota: Devo ringraziare un amico venuto da lontano, il quale, del tutto indirettamente, mi ha aiutato a comprendere assai meglio aspetti di un movimento che, di fatto, ha abbandonato l’idea dello Spirito, avendo trovato nella opulenza dell’anima ogni bisogna.

Ed è, in un certo senso, a lui che mi sono ispirato per le pastiche très peu agréable che avete letto ora.

ALTRO, SCIENZA DELLO SPIRITO
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