ISIDE SOPHIA – Quarta Lettera (parte II)

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Denderah

 

QUARTA LETTERA

Luglio 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(Continuazione)

Quest’immagine del Sagittario, in special modo dell’arco, rivela un grande accordo circa gli eventi e gli sviluppi ispirati dalla Costellazione opposta dei Gemelli. Attraverso la duplice influenza che giunge dai Gemelli, al singolo corpo di Saturno è stata data forma esteriore e la pallida esperienza di un mondo interiore. Così è venuto nel mondo un principio di estrema importanza per tutta l’ulteriore evoluzione, in special modo umana. Questa duplicità è la ragione per la creazione di un “mondo fisico” e pure di un “Mondo Animico” umano. Essa contiene già il germe di una lunga storia dell’evoluzione umana: la lunga lotta del divenire dell’essere umano, l’armonizzazione tra il mondo esterno, fisico, e il Mondo Animico e spirituale. Ed è realmente come un arco che inizia in questa era di evoluzione e mira ad una mèta che è lontana. Contiene pure la storia dell’essere umano come essere che ascende da inferiori stadi subumani di esistenza a forme elevate, persino divine, perché quest’evoluzione è unicamente possibile attraverso la continua lotta tra la natura inferiore, che è in rapporto con il mondo esterno, e la superiore natura interiore dell’umanità, che porta la scintilla della Divinità. Abbiamo così l’immagine del centauro, semiumano e semianimale.

Nella precedente descrizione, abbiamo trovato che la Costellazione d’Ariete contiene qualcosa di simile all’immagine Archetipica del cervello, il Toro l’immagine Archetipica dell’organismo della parola, ed i Gemelli gli Archetipi della duplicità, come la simmetria di destra e sinistra o la duplicità di testa ed arti. Quindi dai Gemelli saltiamo al Sagittario. Possiamo trovare pure questo evento impresso nella forma umana. E’ la progressione dalla testa e dalla laringe alle braccia. La parte superiore del braccio è l’immagine corporea del Sagittario. Il corpo umano è diretto verso un mondo esteriore con le braccia, in quanto opposto al mondo interiore della testa. In ciò abbiamo la freccia del Sagittario. Le nostre braccia sono mosse da muscoli e tendini, ed essi indicano la corda dell’arco del Sagittario. Con le nostre braccia operiamo nel mondo, ed attraverso la nostra opera portiamo avanti l’evoluzione dell’umanità e del mondo.

Avendo ora stabilito questa duplicità di un mondo esteriore e di un mondo interiore, possiamo facilmente immaginare l’ulteriore evoluzione. Viene creato una sorta di legame tra i due mondi durante il successivo quinto ciclo dell’Antico Saturno. I primissimi inizi degli organi dei sensi sono creati eentro questi corpi di calore. Questi Archetipici organi dei sensi non sono, naturalmente, in alcun modo simili agli organi dei sensi dell’umanità sulla Terra. Il mondo circostante viene ora percepito come calore, così si può immaginare che i sensi e gli altri organi siano esistenti unicamente in una condizione veramente primordiale. Si dovrebbe immaginare qualcosa di simile ad una guaina limitante che si trova tra i diversi gradi di calore, tra quello all’interno del singolo corpo e quello al di fuori. Sappiamo che quello che possiamo chiamare il nostro senso più basso, è collegato con la capacità di separazione della pelle, ma già nei processi embrionali gli altri organi di senso sono in una certa misura connessi con lo sviluppo della pelle.

Questo sviluppo viene causato da due Gerarchie di Esseri Spirituali. I corpi di calore o di fuoco, che sono in realtà le origini dei corpi fisici umani, per così dire sono inabitati da Esseri Spirituali che Rudolf Steiner chiama “Figli del Fuoco” o “Arcangeli”. Essi non hanno ancora raggiunto, in quel periodo, la coscienza dell’essere umano di oggi. La loro coscienza potrebbe essere paragonata con la coscienza degli animali di oggi, ma unicamente nel grado di veglia. Lavorando e dimorando questi Esseri dentro i corpi di calore, sorge ivi un desiderio di giungere ad un contatto sensibile con l’esterno. Comunque, ciò non potrebbe essere sufficiente a creare quei primordiali organi di senso. Entrano in azione altri Esseri di un ordine elevatissimo, che Rudolf Steiner chiama “Spiriti dell’Amore” o “Serafini”. Essi “percepiscono” gli eventi entro l’Antico Saturno, e la loro percezione non è riflessiva come lo è oggi, per esempio, la percezione dell’essere umano, bensì è creativa. Essi sono capaci di elaborare, insieme con gli Arcangeli, i sottili, eterei abbozzi degli organi di senso Archetipici.

Così, abbiamo in questo quinto ciclo due influenze, ed ora ci possiamo chiedere: ove possiamo trovare rimembrati questi eventi nello Zodiaco?

Gli eventi del quarto ciclo appaiono collegati con i Gemelli e il Sagittario. Ora dobbiamo soltanto procedere nell’ordine dello Zodiaco e troveremo la risposta. E’ un’azione reciproca tra forze che oggi sono rimembrate nelle Costellazioni del Cancro e del Capricorno. Possiamo trovare il Cancro, in Gennaio a mezzanotte, esattamente a Sud. Sopra di esso, verso Nord, vi è la testa dell’Orsa Maggiore. Esso consiste solo di pallidissime stelle. Nelle vecchie mappe viene dipinto come un granchio circondato da un duro carapace e con enormi chele davanti. Quest’immagine ci da una sorta di raffigurazione di come gli Arcangeli dimoravano nei corpi calore dell’Antico Saturno. Così come il granchio è circondato dal carapace, con i molli organi importanti per la vita all’interno del carapace, così gli Arcangeli vivono all’interno dei corpi di calore. Inoltre, essi afferrano o sviluppano il desiderio di afferrare il mondo esteriore con organi simili a chele.

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Sul lato opposto dello Zodiaco vi è la Costellazione del Capricorno. E’ possibile trovarla a mezzanotte, verso la fine di Luglio, esattamente a Sud e vicinissimo all’orizzonte. La maestosa Costellazione del Cigno è allora esattamente sopra di essa. Nelle vecchie mappe Stellari essa viene raffigurata come uno stambecco, però senza le zampe posteriori. Al loro posto si vede una specie di coda di pesce che è incurvata come una spirale. Questa immaginazione ci dà un’idea dell’attività di quegli elevati Esseri Spirituali, gli Spiriti dell’Amore. Come lo stambecco che scala i più alti picchi delle più elevate montagne del mondo,  che allunga le sue corna nella sfera della luce, così dobbiamo immaginare gli Spiriti dell’Amore. Essi dimorano nella più alta sfera dell’Universo spirituale. Essi percepiscono gli eventi dentro l’Universo da un punto di alto vantaggio, sebbene la loro percezione non sia passiva, bensì creativa. Nell’atto della percezione essi creano. Essi non trattengono le loro percezioni creative; le passano agli Arcangeli. Questa è un’azione di puro amore. La percezione assoluta si combina con il desiderio di percezione dentro gli Arcangeli; vengono così creati gli organi di senso. Non sono creati come organi meccanici. L’Amore Divino dentro le immagini di luce, che gli Spiriti dell’Amore percepiscono, crea organi che rendono capaci le creature di percepire il riflesso delle esperienze soprasensibili di quegli Esseri divini. Tale “involuzione” creativa di esperienze superiori in una sfera inferiore appare nella coda di pesce del Capricorno. Questa indica che essa giunge nella sfera dell’”acqua”, che non è ancora, naturalmente, acqua reale perché esiste unicamente calore su Saturno, ma indica la sfera di riflessione che, indubbiamente, è il calore.

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(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LOGOS DELL’IO NELL’UOMO E SUO UNICO RITO

SOGLIA ETERICA BIS 22 MAGG 2013 FK 022

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LOGOS DELL’IO NELL’UOMO E SUO UNICO RITO.

 

RIFLETTERE EQUIVALE A SPROFONDARE.

L’UMANO RIFLETTERE E’ DI GHIACCIO

E AFFONDA IL SUO GELO NELLA CARNE.

 

VUOTE PAROLE SPENTE RUOTANO ATTORNO AL CANE CHE LE VESTE.

MENTRE INAVVERTITO GELO ACCUMULA SPIETATEZZA

CHE LUNGO TORTUOSI TEMPI COSTITUIRA’ INFINE L’UNICA FORZA.

 

IL RIFLESSO DELLA VITA COMUNQUE VIVE SOSPINTO DAL RIBELLE..

OTTIENE LE SUE FORZE  OVE IL NEGARE INVERTE OGNI CERTEZZA.

ASPIRA LA VOLUTTA’ DI INFERNI INESPLORATI CHE MAI CONFESSERA’ DI VISITARE.

 

IL RIFLESSO DEL VIVENTE E’ MORTA APPARENZA CHE NEGA CIO’ DA CUI PUR NASCE.

IL RIFLESSO LAMPEGGIA QUANDO LA MORTE ACCOGLIE  CIO’ CHE FU DIVINO.

CONTINUAMENTE NASCE L’UMANO DAL MORIRE.

E NEL MORIRE VIVE CIO’ CHE PUO’ RISORGERE.

 

L’ETERNITA’ E’ LONTANA E APPARE IRRAGGIUNGIBILE

EPPURE TENUISSIMO TEPORE IRRAGGIA DAL SEMPLICE CONCETTO CHE NE TRAMANDA IL SENSO.

L’ETERNITA’ E IL RICORDO TRAMANDANO IL SORRISO DELLA PIETA’ INCISO NELL’AMORE.

 

RIFLETTE NEL MENTALE LA GELIDA LUNA IL SUO IMPIETRARE.

RIFLETTE CIO’ CHE IL SOLE IMPRIME NELL’ATTO DEL RISORGERE..

RIFLETTE L’ALBA DI UN CONTEMPLARE CHE SOLO LA LIBERTA’ PUO’ SCEGLIERE.

 

RIFLETTERE E’ PENSARE AVVOLTI DA UNA NUBE CHE SONO LE PROPRIE PREFERENZE.

AVVOLTI DA UNA NUBE DI POTENZE  CHE SONO CIO’ CHE SI E’EVOCATO USANDO LA PROPRIA LIBERTA’ SENZA CONSACRAZIONE.

RIFLETTERE PENSANDO GIUSTAMENTE E’ USARE FORME ESATTE COMMETTENDO L’ERRORE CHE LE ALTERA.

 

SENZA L’ASCESI DEL PENSARE TUTTO E’ CORROTTO E PRIVO DI LUCE ETERICA..

ANCHE CIO’ CHE APPARE CONFORME A SANITA’.

TUTTA LA TRADIZIONE E’ CENERE.

TUTTO L’ORIENTE E’ PIETRA MOSSA DA OMBRE CHE RIPETONO IL MORIRE.

 

MANCA LA VITA E L’ATTO CHE LA ACCENDE.

SOVRANATURA PERSA FRA RIVOLI DI CARNE ENERGIZZATA.

SOVRUMANITA’ PERDUTA CHE SOLO NELL’IDEA RISORGE.

 

IL PRECISO CONNETTERE I PENSIERI MENTRE SI E’ IMMERSI NELLA VOLONTA’:

E’ CIO’ CHE NEL PRESENTE MUOVE IL MONDO.

UN MARE DI VOLONTA’ MUOVE I PENSIERI CHE VAGANO SENZA DIO.

 

MA SOLO DAL PENSARE CONTEMPLATO PUO’ RISORGERE L’UNICO SOVRUMANO.

 

SOLO DAL PENSARE INIZIA QUANTO RICONSACRERA’ IL VOLERE.

UN MARE DI VOLONTA’ VERRA’ RICONSACRATO.

OCEANI DI VOLONTA’ DEVONO CONSUMARSI DINANZI AL PENSARE CHE LI REINNALZA AI CIELI.

 

QUANDO IL PENSARE CONTEMPLA IL CONCETTO RICORDATO

USA LA VOLONTA’ IN CUI NORMALMENTE ANNEGA.

USA UN VOLERE CHE VIENE STRAPPATO AL DISUMANO EROMPERE.

 

EMERGE OLTRE IL FATO L’UOMO.

RESPIRA NELL’AURA DELLA LIBERTA’ CHE ARDE NEL LOGOS.

L’IO OTTIENE ORIZZONTI  DI SILENZIO IN CUI IL VOLERE E’ SENZA BRAME.

 

IN CUI IL VOLERE E’ SPESO NELLA LOGICA CHE INSEGUE LA LUCE DEL RICORDO.

E’ SPESO NELLA LOGICA CHE MANTIENE LA VERITA’ FEDELE AL SUO RICORDO.

OSSIA IL VOLERE E’ SPESO PER CONTEMPLARE IL LOGOS DEL PENSIERO.

 

UNICO RITO.

UNICA FEDELTA’.

SOLA CONSACRAZIONE POSSIBILE AL MODERNO.

VERA CONSACRAZIONE VERSO LA QUALE TUTTA LA STORIA E’ STATA SPESA.

RITO DELL’IO NEL LOGOS CHE INDIVIDUALMENTE SORGE.

 

LOGOS DELL’IO NELL’UOMO E SUO UNICO RITO.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’IMPULSO DI MICHELE e il Mistero del Golgotha (di R. Steiner)

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Nelle ultime due conferenze da me tenute durante l’ultimo soggiorno qui tra voi, ho potuto parlarvi di alcuni aspetti della vita fra una morte e una nuova nascita. Avevamo sottolineato l’importanza e il significato del conoscere la vita fra la morte e una nuova nascita, perché le Forze e le Entità con le quali l’uomo viene allora in contatto intervengono anche nella vita che intercorre fra la nascita e la morte.

Oggi parleremo di molte cose che varranno a mettere in rilievo la grande missione della concezione antroposofica sullo sfondo di tutto il carattere della nostra epoca di cultura. Ho rilevato, anche diffusamente, il fatto che noi ci troviamo in un periodo assai importante dell’evoluzione umana sulla Terra, e che se, considerando affrettatamente tale evoluzione, si è spesso caratterizzata ogni sua epoca come un’epoca di transizione, la nostra deve però venir descritta, piú che come un’epoca di transizione, come un’epoca di importanza massima per tutta l’evoluzione dell’umanità.

Il primo punto di vista che oggi vorrei proporvi è quello dell’Antroposofia, della quale sappiamo che per necessità dell’evoluzione terrestre deve oggi inserirsi nella cultura umana. L’Antroposofia, sebbene le sue verità possano venir investigate solo dall’anima dell’Iniziato, a questo preparata, può nonostante ciò venir compresa da ognuno, che solo le porti incontro una sufficiente spregiudicatezza.

Qui può subito venir sollevata l’obiezione: ma esistono ben pochi uomini dotati di una coscienza tale, da poter ritenere come verità quel che l’Antroposofia offre. La maggioranza degli uomini considera quanto proviene da questa indagine, dalla Scienza dello Spirito, come fantasticheria e sogno, se non addirittura come uno dei prodotti delle “sette sètte di perdizione”…

Cosa sta veramente alla base di tutto questo? Si può davvero sostenere, di fronte alla massa di coloro che ancora oggi asseriscono di non poter comprendere l’Antroposofia, e che essa si mostra un semplice fantasticare, si può davvero sostenere che simili verità, comprese da cosí rare persone, possano divenire conoscibili a menti umane spregiudicate?

Ieri, nella mia conferenza pubblica, ho illustrato i mezzi con i quali si può giungere a conoscenze sovrasensibili: liberando cioè determinate forze dell’anima dallo loro connessione con il corpo, ed anche di come le dette forze del pensiero, del linguaggio e della volontà possano divenire libere, emanciparsi dalla corporeità, per operare puramente nell’animico, nell’animico-spirituale, divenendo quelle tali forze che, sviluppate attraverso la meditazione, la concentrazione e la contemplazione, penetrano nei mondi sovrasensibili. Tutte le forze che ci rendono idonei a penetrare nei mondi sovrasensibili, provengono dal fatto che l’uomo riesca a svincolare la propria anima da tutto ciò che lo lega normalmente al corpo. Dunque, nelle forze conoscitive a mezzo di cui si investigano i mondi sovrasensibili, si ha a che fare con forze libere dal corpo.

Sennonché anche nella vita quotidiana v’è una forza animica che, in certo modo, ha già in sé quella condizione cui per le altre forze animiche si aspira, per procedere nell’indagine spirituale, ed è la forza del pensiero, quale si estrinseca nel comune, sano e spregiudicato intelletto umano. Voglio dire che questa ordinaria forza del pensiero, anche senza venire sviluppata oltre, sotto certe premesse, può presentarsi già da sé come qualcosa di liberato dal corpo.

Le cose a questo riguardo stanno cosí: questo pensare che ogni anima odierna può avere in sé come forza, ha in certo modo due facce: è una testa di Giano. Dipende dal cervello, se porta alla coscienza come pensiero, soltanto ciò che si specchia nel cervello stesso, nel sistema nervoso; in questo caso il pensiero è piuttosto passivo e tale da volersi servire del cervello come suo strumento. Oppure, anche senza meditazioni per interiore sforzo e richiamo, per il solo fatto di divenire cosciente di sé, nel suo vero essere, di strapparsi all’appoggio del cervello, esso può liberarsi: allora è invece un pensare attivo.

Sono entrambi due lati del sano pensare ordinario, quale ogni anima può oggi esercitare. Il pensare è dunque proprio ad ogni anima, ma può venir usato in due modi diversi. L’uomo può crearlo in sé, coniando in sé il pensiero: allora è pensiero nella sua attività, in grado di accogliere pienamente tutte le affermazioni, anche le piú apparentemente ardite, della Scienza dello Spirito. Se invece il pensiero non vuole rafforzarsi, afferrando se stesso nella sua attività, allora è costretto ad appoggiarsi allo strumento del pensiero, cioè al cervello, e produce in generale solo quei pensieri, che possono venir afferrati a mezzo di quello strumento. Allora l’uomo non pensa attivamente ma passivamente.

Piú di qualunque altra distinzione, è giusta quella (ma per l’avvenire, non per l’immediato presente) fra pensatori attivi e pensatori passivi. Coloro che rafforzano in sé questo pensare indipendente, interiormente libero, che sanno pensare attivamente, già dallo stesso impulso di questo pensare vengono portati all’indagine scientifico-spirituale. Coloro invece che non vogliono pensare attivamente, ma solo in dipendenza dal cervello, quelli si diranno che l’indagine antroposofica è fantasticheria, perché non hanno idea di ciò che può venir afferrato nel pensiero libero, e vogliono rimanere dediti allo strumento. Si può dunque dire che non vogliono pensare essi stessi, ma lasciare che altri pensino in loro e per loro. Proprio da questo punto di vista l’essere seguace della concezione antroposofica del mondo, e in genere il modo di comportarsi di fronte ad essa, è in ultima analisi questione di alacrità, di energia interiore, oppure, all’opposto, di pigrizia, inerzia, comodità interiore. Il pensare che vuole essere energico ed alacre comprende i risultati della Scienza dello Spirito; invece il pensare che vuole servirsi di grucce, di uno strumento, che vuole portarsi a coscienza i pensieri solo nel riflesso del cervello, è inerte, esige che si pensi in lui, e per comodità respinge l’indagine antroposofica. Tutte le filosofie, le scribacchiature che girano per il mondo, dandosi aria di scienza e spiritualità, sentenziando che non è possibile comprendere quanto viene detto dalla Scienza antroposofica, hanno la loro base in una, a tutta prima inconscia ma profonda, pigrizia del pensiero, che non vuole divenire attivo ma restare passivo. Certo, l’essere seguaci della concezione antroposofica del mondo è tutt’altro che comodo!

In sostanza, questa è la verità riguardo a tali fatti. E se capitate in certe adunanze che oggi non si chiamano nemmeno materialistiche, ma forse monistiche, e che si sfogano contro “le fantasticherie” della Scienza dello Spirito, noterete che la ragione di questi sfoghi non sta certo in ciò che in queste adunanze si professa, ma nell’incapacità di quelle persone a raggiungere un pensiero attivo; ed inoltre, nella presunzione di erigere la comodità del pensare passivo (precisamente da parte di coloro che sono incapaci di sforzarsi al pensare attivo), a principio supremo dell’indagine umana.

Orbene, a volte l’inerzia nell’adoperare la facoltà dell’anima porta a fatti che si possono osservare spesso anche nella vita quotidiana. Chi volendo ascoltare un discorso pubblico è troppo inerte per seguirne lo svolgimento, a poco a poco si addormenta, e dormendo perde ciò che era sua intenzione (e forse anche non era sua intenzione) di apprendere. Si avrà allora a che fare con un “perdere, dormendo, l’occasione di accogliere un necessario impulso d’evoluzione”, nel caso di coloro che, sia al presente sia nel prossimo avvenire, non sanno e non sapranno riscuotersi a pensare attivamente. Cose di somma importanza si perderanno, sonnecchiando. Infatti, sebbene tali persone non ne vogliano sapere, dietro a ciò che si svolge nel nostro mondo sensibile giacciono le Forze essenziali sovrasensibili, ed anche i processi sovrasensibili.

E questi processi sovrasensibili si svolgeranno ugualmente, anche se una parte dell’umanità vorrà passarvi sopra dormendo. Nell’epoca attuale abbiamo a che fare con un importantissimo evento. E poiché tutti gli eventi sensibili sono estrinsecazioni esteriori di processi sovrasensibili, se perforiamo il tessuto dei fatti sensibili nell’evoluzione dell’epoca nostra, giungiamo, dietro a quel tessuto, ai fatti sovrasensibili. Per caratterizzare i quali, importantissimi in questo momento, vogliamo ricordare che tutta la vita universale riposa sopra un’evoluzione in continuo crescere.

Seguendo la via evolutiva dell’uomo, lo troviamo, secondo la sua prima disposizione, nell’epoca dell’antico Saturno; piú tardi lo troviamo compenetrato di un nuovo elemento, nell’antica epoca solare; ancora piú evoluto nell’antica epoca lunare; dotato del quarto elemento, l’Io, nell’epoca terrestre. E sappiamo che durante l’epoca di Giove le sue facoltà animiche assumeranno una configurazione tale, che egli si potrà paragonare agli Esseri della Gerarchia degli Angeli.

Orbene, come l’uomo nella sua evoluzione avanza e ascende, cosí anche le Entità delle singole Gerarchie progrediscono da gradi inferiori a gradi superiori. Non la sola Gerarchia umana si evolve in continua ascesa, ma anche le Gerarchie che sono piú in alto dell’uomo.

Prendiamo ad esempio quella di due gradi superiore all’uomo, la Gerarchia degli Arcangeli. Già ieri vi ho fatto notare come oggi molti intelligenti non trovino nulla da ridire se si parla di Spirito in senso generico; ma grande offesa reca all’uomo contemporaneo che si entri a parlare di classi, ordini, individui, com’è invece piú che lecito fare nelle scienze naturali, per le piante, gli animali ed altri regni. Eppure questo è necessario, se vogliamo avere a che fare, in via concreta, con il Mondo spirituale.

Se prendete in mano il ciclo di conferenze da me tenute a Cristiania [attuale Oslo] sull’evoluzione dei popoli, La missione delle singole Anime di Popolo in relazione alla mitologia germaniconordica [O.O. N° 121],  vedrete come lo sviluppo dei popoli, delle stirpi, sia connesso con la Gerarchia degli Arcangeli. Invece, il susseguirsi delle epoche sottostà alla direzione delle Arcai, o Forze primordiali, o Spiriti della Personalità. Ora, se prendiamo le Entità piú importanti della schiera degli Arcangeli, troviamo nomi che ci capitano sott’occhio anche altrove, e che possiamo utilizzare come qualunque altro: Raffaele, Gabriele, Michele ecc.

Possiamo quindi denominare queste Entità, perché il nome non è affatto la cosa essenziale; noi lidenominiamo come si fa per le altre cose. Il distinguerli ha una certa importanza per i fatti che si svolgono nel sovrasensibile: dall’evoluzione sovrasensibile dipende la nostra evoluzione nel sensibile.

Possiamo benissimo distinguere scientificamente tra loro le singole Entità della Gerarchia degli Arcangeli. E distinguerli non con un astratto catalogo di nomi, ma ravvisando nei principali impulsi delle civiltà che si sono svolte esteriormente nel mondo fisico in una data zona terrestre (ad esempio nei pri mi secoli cristiani, prima dell’attuale direzione del mondo), il dominio di determinate Entità, diverse da quelle che dominarono i principali impulsi di civiltà che hanno diretto i popoli nei secoli XII e XIII, e ancora diversi da quelli che dirigono l’attuale epoca di evoluzione. Atteniamoci anzitutto a ciò che è importante per la nostra epoca di civiltà. Qui dobbiamo distinguere nettamente il carattere dell’epoca iniziata nel secolo XV e XVI, contrassegnato in particolare dal fiorire delle scienze naturali moderne, e dal loro raggiungere l’altezza, mai abbastanza ammirata, che si dispiega in tutto il suo splendore nel secolo XIX.

Se fissiamo lo sguardo su questi secoli di lavoro scientifico dell’umanità intera, dobbiamo dire che esso è stato condotto da certi popoli, che furono guidati dal Mondo sovrasensibile da una ben determinata Entità della Gerarchia degli Arcangeli. Questa si distingue nettamente da quella che (sempre nel sovrasensibile) dirige ora l’appena iniziata epoca di civiltà spirituale. Se si vogliono dare a tali Entità dirigenti della Gerarchia degli Arcangeli nomi divenuti familiari in Occidente, si può dire: dall’epoca del Cristo in poi, diverse Entità assunsero la direzione della progrediente civiltà. Senza voler battere troppo sui nomi, denomineremo tuttavia una serie di Entità della Gerarchia arcangelica, come si denominano le persone che prendono parte agli eventi che si svolgono sul piano fisico. Una serie dunque di Entità della Gerarchia degli Arcangeli ha dominato dall’alto la progrediente civiltà: Orifiele, Anaele, Zacariele, Raffaele, Samaele, Gabriele e Michele.

Gabriele ha diretto l’epoca di cultura terminata per il Mondo spirituale con l’ultimo terzo del secolo XIX.

Perché effettivamente con l’ultimo terzo del secolo XIX comincia un’epoca, e ciò si paleserà sempre piú, nella quale fluiscono dal Mondo sovrasensibile in quello sensibile influssi e impulsi del tutto diversi dai precedenti. Mentre nell’epoca trascorsa le anime umane erano legate a ciò che i sensi percepiscono e che l’intelletto comprende, gli uomini dell’epoca futura che non vorranno dormire di fronte all’evoluzione, dovranno osservare come una sempre una maggiore saggezza e una maggiore conoscenza sovrasensibile penetreranno dai Mondi sovrasensibili nell’evoluzione sensibile della Terra. Parlando un po’ superficialmente, si potrebbe caratterizzare il fatto in questo modo: nell’evoluzione trascorsa le Entità sovrasensibili dovevano dirigere verso il corpo fisico-sensibile le Forze fluenti dal Mondo sovrasensibile. Le Gerarchie dovevano badare a che le Forze non fluissero dentro le anime. Ma d’ora in avanti le Forze sovrasensibili verranno dal sovrasensibile dirette e condotte in modo che il piú possibile ne penetri nell’anima umana, affinché questa possa venir afferrata dalla conoscenza di Immaginazioni, Ispirazioni ed Intuizioni. Per quanto ebbe in precedenza di sapere ispirato e di conoscenza spirituale l’epoca trascorsa, altrettanto colmi d’essenza ispirata ed intuitiva saranno gli impulsi veramente vivi della cultura nell’epoca veniente.

Cinquant’anni fa sarebbe stato impossibile dire agli uomini ciò che, a causa del necessario svolgersi dell’evoluzione, è possibile dire oggi a voi, perché allora non si potevano ricevere direttamente dai Mondi spirituali queste cose. Solo adesso le porte sono state aperte. E come le epoche trascorse furono favorevoli all’evoluzione dell’intelletto, cosí l’epoca ventura sarà in massimo grado favorevole allo sviluppo dell’Ispirazione e dell’Intuizione.

Due epoche si urtano, prossime a noi: l’una interamente aliena da ogni Ispirazione, l’altra, benché Forze possenti combatteranno con tutti i mezzi contro l’Ispirazione, dominerà però la possibilità di accogliere l’Ispirazione per farne la nota caratteristica dell’anima umana.

E se spingiamo oltre il nostro sguardo in tutto questo, scopriremo che le Forze sovrasensibili, che nelle epoche trascorse non penetrarono direttamente entro le anime, non sono però affatto rimaste inoperose. Anche se la fisiologia esteriore non è in grado di constatarlo, resta pur vero che nell’epoca di Gabriele si lavorò dal Mondo sovrasensibile entro quello sensibile. Lavoro che è stato fatto sul corpo fisico dell’uomo, producendovi, entro il cervello anteriore, fini strutture che a poco a poco penetrarono nel sistema riproduttivo, per la qual cosa gli uomini, in massima parte, nascono con un cervello che nel lato anteriore presenta strutture diverse assai piú fini di quelle che avevano i cervelli nei secoli XII e XIII.

Il compito dell’epoca durante la quale gli uomini dirigevano i sensi verso il mondo fisico-sensibile, restando chiusi al mondo dell’Ispirazione, consistette nel fatto che gli impulsi del Mondo sovrasensibile si riversarono nella corporeità e formarono nel cervello quella fine struttura. E sempre maggiormente tale struttura sarà propria di coloro che si sentiranno idonei a progredire nel Pensare Attivo e nella comprensione della Scienza dello Spirito. Cosí nella nostra epoca, di cui ci troviamo ora all’inizio, le Forze sovrasensibili non verranno impiegate a formare strutture di cervello, ma a fluire direttamente nelle anime e ad operarvi attraverso Immaginazioni e Ispirazioni. Questo comporta la reggenza di Michele. Due Entità si distinguono dunque nella Gerarchia degli Angeli: quella che guidando l’uomo nell’epoca precedente la nostra ha lavorato alla costruzione del cervello, e l’altra che lavora attualmente a preparare nell’uomo la ricettività animica per la saggezza spirituale. Vengono cosí segnati i limiti che separano l’una dall’altra le Entità appartenenti alla Gerarchia degli Arcangeli. Ho cercato, alla luce di questi due esempi, di mostrarvi le qualità concrete e caratteristiche di tali Entità. Non vogliamo contentarci di nomi. Come nulla si sa di un uomo quando sappiamo che egli si chiama Caio, cosí ben poco sapremo di Gabriele conoscendone soltanto il nome. Noi sappiamo qualcosa di un uomo quando possiamo dire: egli è compassionevole, ha compiuto questo o quello. Allo stesso modo, quando di una Entità sovrasensibile possiamo dire che fa fluire nel corpo fisico umano le forze atte ad introdurre certe strutture negli organi umani di riproduzione, e di un’altra che essa ha parte nel suscitare interesse per la verità intuitiva, noi ne conosciamo qualcosa.

Michele opera non tanto per lo scienziato dello Spirito, per l’Iniziato medesimo, quanto per coloro che vogliono comprendere la Scienza dello Spirito e progredire verso il Pensiero Attivo, e quanto piú opererà, tanto piú queste forze andranno nei prossimi secoli intensificandosi nell’umanità.

Questo trapasso è importante anche per un altro riguardo. In seguito a ciò che è accaduto, va sempre piú formandosi una umanità che, grazie al suo organismo, sarà in grado di guardare indietro alle precedenti incarnazioni.

L’umanità deve porsi in tali condizioni. Non è certo possibile ricordarsi di una cosa alla quale non si è mai pensato. Se la sera ci togliamo i polsini è non vi abbiamo pensato. Se invece abbiamo fatto attenzione a dove sono stati messi, il posto si imprimerà nella mente e la mattina seguente vi andremo difilato e li ritroveremo.

Come questo vale per la vita quotidiana, cosí vale per l’ampia cerchia delle diverse vite terrene. Prima di tutto dovremo ricordare l’essere intimo dell’anima, quello che veramente passa nell’essere dell’anima.

A tale scopo bisogna prima aver afferrato la vita dell’anima. E ciò lo potremo solo attraverso la disciplina occulta. Se nell’incarnazione precedente non ci si è dati la pena di afferrare con il pensiero l’essere animico, non potremo neppure riandarvi con la memoria: gli uomini saranno allora organizzati per ricordare, ma da principio sentiranno questa loro organizzazione come una malattia, una nervosità terribile. Poiché saranno organizzati in modo da poter ricordare il passato, ma nulla avranno da ricordare. E quando l’uomo ha impressioni che non può portare a coscienza, organi che non può adoperare, si ammala.

Si va quindi incontro al fatto che l’umanità sarà organizzata a ricordare, ma ricorderanno solo quelli che avranno di che ricordarsi: quelli che, per mezzo della disciplina occulta, avranno riconosciuto l’essere umano-animico nella sua peculiarità di membro del Mondo spirituale. In ogni vita successiva a quella in cui s’è riconosciuta l’anima quale essere spirituale, verrà il ricordo delle precedenti vite terrene.

Ci troviamo dunque a un punto di svolta importantissimo. Comprendere la Scienza dello Spirito in fondo non vuol dire altro che sentire e intendere questo punto di svolta che è l’opera nostra. Orbene, non tutte le Entità appartenenti alla Gerarchia degli Arcangeli sono di uguale natura. Si può dire, parlando degli Arcangeli, che essi si danno il cambio, come ho descritto. Ma il sommo nel rango, il supremo, è quello che comincia a regnare nell’epoca nostra: Michele. Egli appartiene alla schiera degli Arcangeli, ma è, in certo modo, il piú avanzato. Sappiamo che vi è evoluzione e che l’evoluzione comprende tutti gli esseri. Gli esseri si trovano in evoluzione ascendente e noi viviamo nel tempo in cui Michele, il supremo degli Arcangeli, progredisce alla natura di Arcai.

Gradualmente egli, passando alla condizione di Entità dirigente, diventa Spirito del Tempo, Entità guida per l’umanità intera. Questo è l’importante, l’immensamente significativo dell’epoca nostra: comprendere che ciò che prima in nessuna delle epoche precedenti esisteva ancora per l’umanità intera, ora può esistere e diventare un bene per tutta l’umanità. L’approfondimento spirituale che finora è apparso solo in popoli singoli, ora diventa proprio dell’umanità intera. E se accenniamo a ciò cha avviene dietro al mondo dei sensi, possiamo pure accennare a ciò che nel mondo dei sensi si svolge come riflesso di quanto abbiamo appena descritto, e cioè che dietro al mondo sensibile avviene, diremo, un avanzamento di quell’Arcangelo.

Finora l’uomo ha potuto essere una personalità. In avvenire egli sarà ancora una personalità, ma in modo diverso da quello in cui ha potuto esserlo nell’epoca nostra. L’uomo ha sempre partecipato ai Mondi sovrasensibili con la sua vita animica, o almeno avrebbe sempre potuto farlo; ma la nota personale, il colorito personale che l’uomo esplicava in questo mondo sensibile, non veniva dall’alto, bensí dal basso: veniva da Lucifero. Lucifero era quello che formava la personalità. Perciò si poteva dire che l’uomo non poteva penetrare con la sua personalità nel Mondo sovrasensibile, né portarla nel Mondo spirituale: questa doveva estinguersi, altrimenti avrebbe contaminato il Mondo spirituale.

In avvenire però l’uomo dovrà lasciar ispirare la sua personalità dall’alto, affinché possa accogliere ciò che fluisce da lassú. La personalità riceverà la sua nota da quanto egli sarà in grado di accogliere come conoscenze spirituali. La personalità diverrà qualcosa di totalmente diverso da prima. Prima l’uomo era una personalità in virtú di ciò che lo alienava dallo Spirito e gli veniva imposto dal corpo; in avvenire dovrà esserlo invece in virtú del grado di possibilità di accogliere ed elaborare in sé quanto attinge dal Mondo spirituale.

In passato le personalità venivano determinate dal sangue e dal temperamento, ed in esse irradiavano elementi impersonali provenienti dal sovrasensibile, ma in avvenire ciò accadrà sempre meno e si sarà personali grazie al carattere acquisito in virtú della propria partecipazione al Mondo sovrasensibile. Sarà questo l’effetto dell’impulso di Michele che introdurrà nell’anima umana la comprensione per la vita spirituale. In avvenire gli uomini con un pronunciato carattere personale trarranno questo carattere da ciò che esprimeranno grazie alla loro comprensione dei Mondi spirituali.

Alessandro, Cesare, Napoleone e gli uomini di quel genere appartengono al passato. In essi l’elemento sovrasensibile penetrava in certo modo da fuori; essi derivavano l’alto colorito personale da ciò che avevano ricevuto dal basso. A queste personalità, quali Alessandro, Cesare, Napoleone, sono chiamate a succedere quelle che saranno personalità per il modo con cui porteranno il Mondo spirituale nel sensibile, che introdurranno nell’umanità la personalità partendo dall’anima.

In avvenire l’energia delle azioni umane risulterà dalla forza del contenuto spirituale che penetrerà in esse. Tutto ciò costituirà l’importante trapasso da un’epoca all’altra, e ciò che appunto caratterizza al massimo il trapasso significativo, è quello che si effettua dall’epoca di Gabriele all’epoca di Michele nel momento di transizione in cui viviamo.

Anche con il semplice sano intelletto l’uomo può acquistarsi la comprensione di quanto si è detto sin qui (se però è abbastanza privo di preconcetti), osservando l’epoca nostra e rilevando come in essa, ancora fino all’ultimo terzo del XIX secolo, si riscontrino due possibilità.

La prima di tali possibilità è quella di costruire una concezione del mondo, partendo dalle scienze naturali. Oggi è già fuori di moda, è qualcosa di antiquato, non piú consono al carattere dell’epoca. Gli uomini proseguono a farlo, perché ancora portano in sé ciò che proviene dall’antico. Ma per il carattere dell’epoca, sarebbe consono formare la concezione del mondo, partendo dalle ispirazioni del Mondo spirituale e dalla comprensione di esse. Questa seconda possibilità dobbiamo accogliere nell’anima nostra con sentimento, come sensazione. Allora impareremo a comprendere che cosa significhi per le singole anime la concezione antroposofica del mondo, impareremo a sentire che cosa è l’evoluzione per l’umanità. Ci è dato in tal modo di partecipare a fatti di un’importanza senza fine.

Ed ora vi rammento qualcosa che ho inserito nelle conferenze tenute qui di recente, nelle quali si trattava del mutamento avvenuto nella funzione del Buddha, e che è pure il punto con il quale nella conferenza prossima ci riallacceremo a questa.

Le considerazioni di oggi possono chiudersi con una domanda che può presentarsi ad ogni anima e che, dalle cose importanti oggi considerate, ci farà salire ad altre piú importanti ancora. Se per Michele c’è stato un avanzamento, se Egli è divenuto lo Spirito dirigente la civiltà occidentale, chi prenderà ora il suo posto?

Questo posto dovrà pur venire occupato. Ognuno deve dirsi: avrà dunque anche un Angelo sperimentato un avanzamento, un’ascesa, ed essere progredito a rango di Arcangelo? E chi è quell’Angelo?

Con tale domanda voglio chiudere, per passare, nella prossima conferenza, a considerazioni ancora piú significative.

Oggi ho voluto porre dinanzi all’anima vostra il carattere importante del trapasso: il fatto che le anime in grado di raccogliere tutte le proprie energie, possono acquistare comprensione per la verità ispirata. Poiché tale è la volontà delle Potenze Universali dirigenti l’evoluzione umana, che stanno dietro l’umanità. Nel mondo dei sensi ciò si rispecchia nel fatto che la personalità assume un altro carattere. Mentre nell’epoca passata ciò che coloriva la personalità era il sangue, il temperamento, in avvenire essa riceverà il colore dall’elemento della comprensione spirituale. Questo elemento darà il tono.

È importantissimo comprendere ciò, ma ancor piú importante realizzarlo. Prenderemo da qui le mosse per poi passare ad una considerazione assai significativa, atta a penetrare nelle singole anime nostre.

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Rudolf Steiner

(per gentile concessione di MARINA SAGRAMORA www.larchetipo.com/2012/set12/gerarchie.pdf )

MICHELE - La Via del Pensiero, PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL VUOTO

asceta zen 4

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Negli anni ’60 del secolo scorso , con le traduzioni di alcune Opere di Teitaro Suzuki, il racconto affascinante di Eugen Herrigel sull’esperienza del tiro con l’arco, la stimolante raccolta di Nyogen Senzaki e Reps di “101 storie zen” e, in fondo scala gli scritti superficiali di C. Humphreys e altri, l’Occidente scoprì un filone nuovo (per la nostra cultura) della corrente buddhista. Col solito schiamazzo confuso: già l’austero professor Suzuki, pasticciando da entusiasta ma con intellettuale astrattezza (T. Suzuki fu professore di filosofia) tra oriente e occidente, credette di trovare identità tra l’illuminazione zen (satori) e l’inconscio junghiano (ancora oggi diverse pseudo-tradizioni vedono nella psicologia junghiana e nel suo promotore un esempio scientifico di spiritualità a passo coi tempi. C’è da rabbrividire! Indubbiamente Carl Jung flirtò anche troppo con la magia –  la sua discepola Marie Luise von Franz affermò che il suo Maestro era capace di predire il futuro – tale da renderlo una  sorta di apprendista stregone mancato, ma in sostanza temette lo Spirito, come certifica la sua vergognosa ritirata a pochi chilometri e a poche ore dall’incontro con Ramana).

Così lo zen divenne talmente attuale da diventare una via che porterebbe all’ “identificazione di sé con la sfera dell’inconscio che circonda la nostra consapevolezza quotidiana”. E’ davvero curioso, ed i tradizionalisti a ragione parlerebbero dei “segni dei tempi”, che anche in sede astratta, cioè senza alcuna esperienza concreta, seri pensatori e frichettoni dell’occulto si alleino a corteggiare “l’inconscio” quasi fosse un dato di fatto inequivocabile, mentre non riescono proprio a partorire una minima, possibile ipotesi di un superconscio. I predatori, chiamati anche psicoterapeuti, dato il loro condizionamento, hanno felicemente risucchiato lo zen immaginario nei loro sistemi ed ecco che frasi come “Uccidere il Buddha”, allusiva al superamento incondizionato dell’alterità , anche quella che si presenta come simbolo/valore più alto, diventa per essi “superamento dell’autorità paterna , processo di individuazione, ecc.” (vi sono delle eccezioni di cui, ad esempio, fa parte R. Assagioli che però conobbe Decio Calvari, Evola, Zanfrognini, Jasink, ecc.  e, per così dire, si fece le ossa nel Gruppo Teosofico di via Gregoriana a Roma).

Cos’è lo zen? Storicamente è una scuola buddhista nipponica, portata dalla Cina dove fiorì con il nome di ch’an e trasmessa al Giappone nel 1215 da Eisai e nel 1227 da Dogen. In sostanza si ispira al mahayana e se ne distingue perché abbandona quel grandioso edificio culturale e metafisico mantenendo l’essenziale: la prassi etica e la contemplazione vuota di oggetti (dhyāna). Non si tratta di “egoistico isolamento”, ciò è un nonsenso perché il fine precipuo dell’ascesi (satori) è il superamento della dualità cosmo – coscienza umana. Dunque il discepolo dello zen guarda con profonda intensità (simpatia) la natura che lo circonda: la goccia di rugiada o il volo della farfalla sono, per la coscienza vuotata dall’io fenomenico e imperdurante, la porta al superamento di ciò che esse appaiono dapprima come manifestazioni di alterità. Alterità che la coscienza vuota non nega nel rifiuto ma risolve nell’esperienza dell’identità metafisica.

La scuola soto raccomanda la pratica zazen, ossia stando seduti (in occidente pure Maestro Eckart scrive: “Ho conosciuto Dio stando seduto”) nella classica asana del loto, disciplinare il soffio, sciogliere il mentale della testa e rintracciare il punto vuoto nell’addome. Individuato il quale, compito essenziale dell’asceta è non impedirgli di crescere, come il feto nel grembo materno e ben oltre affinché la potenza del vuoto, che è il “pieno” dello Spirito, trasmuti sino al sensibile l’operatore che permane come proiezione o lieve simbolo percettibile della completa realizzazione.

Per un approfondimento conoscitivo di base di questa via mi permetto di consigliare il libro di K. G. Durckeim: Hara. Il centro vitale dell’uomo secondo lo zen. In questo libro l’Autore sottolinea con plausibile evidenza critica il ruolo debole ed anti spirituale della coscienza legata alla testa, non avvedendosi però di quanto raffinatamente egli stesso, da occidentale qual è, usi tale coscienza e la razionalità ad essa indissolubilmente legata: chiaramente non avvertendo che il problema, il nodo da sciogliere è interno al sistema di forze che simultaneamente usa e rifiuta (con superiore maestria, Massimo Scaligero approfondisce e supera i limiti della descritta contraddizione nel VI capitolo di Kundalini d’Occidente).

Nella scuola rinzai è invece importante la pratica del koan che moltissimi, anche in occidente, conoscono almeno per sentito dire. Il koan appare come un enigma o un problema insolubile o un paradosso logico o persino un’improponibile bestemmia.

Secondo la volgarizzazione di Masumi Shibata, “il koan è un problema che il maestro dà da risolvere ai discepoli: esso significa documento pubblico” poiché serve a provare l’autenticità dell’illuminazione del discepolo. Da cui poco s’intende; proviamo piuttosto dare al lettore una dettagliata testimonianza diretta dell’esperienza:

Presi il koan “Tutte le cose sono riconducibili all’Uno, dove ritorna l’Uno?” e lo tenni diligentemente. Dapprima la mente s’affollava di pensieri, ma a poco a poco ebbe luogo un cambiamento, finché non fui in grado di sgombrare la mente di tutto tranne il koan. A questo punto non riuscivo ad andare oltre. Tutto sembrava perduto. Mi sentivo inutile, smarrito. Ma ero deciso e mi ritirai in solitudine, in montagna, dove lavoravo e camminavo fino a sentirmi fisicamente spossato, tenendo tutto il tempo in mente il mio koan.

Un giorno mi fermai sulla sponda di un fiume e sedetti spossato. All’improvviso udii, a quanto pareva non con le mie orecchie, il sibilo del vento fra gli alberi. Immediatamente passai dal mio stato di spossatezza a quello che in cui ero talmente rilassato da sentirmi aperto al flusso totale, sopra, intorno e attraverso il mio corpo che era assai più che il mio corpo. Tutto era pervaso di luce bianco – calda ed era come se vedessi l’intero cosmo via via liquefarsi. Come ci può essere tanta luce? Strati di luce su strati di luce, all’infinito. Tutto è illuminazione.

L’impressione dominante era di entrare nell’essenza stessa dell’esistenza – nessuna forma, nessuna personalità, nessuna deità, solo beatitudine. Non so per quanto tempo rimasi in quello stato. Ma, quando ridivenni conscio delle cose che mi circondavano, esse mi apparvero differenti – più vive, non oggetti ma piuttosto processi, costantemente divenenti. Fui preso da un travolgente desiderio di ballare, correre e cantare e gridare, ma riuscii a controllarmi e fui nuovamente colpito da quella intensa illuminazione e beatitudine, più capace, per così dire, d’osservarne il processo in cui ora posso entrare a volontà. Quando tornai nella mia baracca, questi versi sgorgarono da me spontaneamente:

Il sibilo del vento nell’albero

Contiene un altro vento

Che è il sibilo del vento nell’albero.

Nell’albero il sibilo del vento

Contiene un altro albero

Che è il sibilo del vento nell’albero.

Questa è la testimonianza della pratica di un koan e del conseguimento di un “satori di metà percorso” piuttosto notevole poiché vissuta ai nostri giorni, da un occidentale, persino con il canto (gāthā) conclusivo , del tutto conforme alle più antiche tradizioni!

Il koan, in sintesi, è una frase meditativa priva della possibilità di svolgimento razionale e di soluzione logica. La possibilità di venir pensata s’arresta al limite di sé stessa. La fiumana del pensiero dialettico, appena manifestato trova subito un totale sbarramento e la sua enorme pressione naturale è costretta a risalire immediatamente il suo corso. Spesso l’operatore sperimenta la sgradevole impressione che la testa gli stia letteralmente scoppiando! Ed è proprio ciò che avviene spiritualmente. Il discepolo abbandona la testa e scende in un centro diverso, oppure (è solo il punto di vista che cambia) si espande  compenetrandosi con l’immensità lucente del cosmo eterico. Poiché siamo di poche righe sotto la descrizione di un’esperienza che non avete, spero, già dimenticata, vorrei sottolineare che quando si parla di vento o di luce o di esperienze consimili, si parla proprio di vento, di luce, ecc. Certo, non sono quelli di tutti i giorni, ma anzi, una loro caratteristica è quella d’essere più reali. Mi piace ricordare a tal proposito la frase finale di un breve racconto di Fabio Tombari: “Via via ch’egli veniva a coscienza, entrava in , in una luce sonora fra cattedrali di musica: in una dimensione unica; ma tanto solida, che le montagne di  pietra sono materia di sogno”.

Vale anche fare attenzione al fatto che dopo l’esperienza illuminativa, il narratore vede il mondo circostante con maggior vividezza unita ad un’impressione di fluidità e divenire: anche il discepolo della Scienza dello Spirito sperimenta momenti in cui le “cose” assumono una sorta di realtà più intensa dell’ordinario, come affioranti da un substrato scintillante e se il pensare liberato le sgrava dalla densità simultaneamente dona loro una superiore trasparenza e chiarezza. Insomma il mondo noto non sparisce ma si apparenta alla forza del pensiero. Tutto ciò che ci attornia diventa, seppure mutato qualitativamente, persino più reale e concreto di prima. Tanto da concludere che chi pare immerso in profondi pensieri ma trova difficile aprire e chiudere una porta è assai difficilmente ciò che suppone di essere.  Al contrario svaniscono nel nulla tutte le astrazioni e le immagini di comune fantasia; quello che prima ci attirava come stimolo alla ricerca spirituale, ossia i comparativismi, i filologismi, i simbolismi e, non per ultimi, i deduzionismi spiritualistici che allietano i lettori e li erudiscono sui veri segreti dell’esoterismo di piacevole fine giornata, vengono avvertiti come ombre prive di essere, provocanti, al massimo, un certo disgusto o malessere animico Potrei concludere dicendo che, paradossalmente, l’esoterico diventa talmente concreto da superare (in concretezza)  il più tetragono materialista!. Egli segue “naturalmente” una diversa direzione: si esercita a pensare ciò che vede e sente (insomma, quello che c’è), secondo la disciplina del pensare oggettivo, spesso indicata da Rudolf Steiner.

Ma lo zen (perché di quello trattavamo) si lega in una certa misura alla Scienza dello Spirito? Le sue tecniche possono aiutare in qualche modo il discepolo della Via Solare? Se le domande sono di questo tipo, la risposta è una sola, semplicissima: no!

In pratica lo zen, con i suoi zazen e koan è ancora valido per alcune strutture estremo – orientali poggianti la coscienza su un insieme di forze espresse dal ventre (vi ricordate le statuine di panciuti buddha sorridenti?) e non dalla testa, e non basta, ancora capaci di intuire il reale metafisico all’interno di tale insieme. Ricordiamoci che, se l’uomo si sente come un enigma, la chiave per risolverlo si trova sempre dove si situa la coscienza che è anche la coscienza di essere un enigma e mai nelle estrovertite rappresentazioni, anche se nobili e sacre, di mantra, chakra, deva, tanden, prāna, ecc. e tanto meno nella sfera delle sensazioni inusuali.

Eppure lo zen può nondimeno insegnare qualcosa anche a chi si dice discepolo occidentale della Scienza Sacra.

Anzitutto ci insegna l’ essenzialità. “In un piccolo granello di sabbia trovi l’intero universo” Come? Modificando la coscienza che contempla il granello di sabbia  e farla universale.

La coscienza può essere rovesciata come un guanto (l’immagine è analogica ma indica un’operazione del tutto letterale). Però se il guanto è pieno l’impresa è impossibile. Allora lo zen ci insegna il vuoto. Moltissimi desidererebbero vedere la luce spirituale, ma, amici, non c’è spazio: siamo pieni, stracolmi. Vi sono degli esseri (interiormente) grassissimi che non smettono di divorare libri, conferenze, nozioni, indiscrezioni. Mi chiedo se sappiano distinguere la brama bulimica dalla conoscenza. E, visto e considerato che alla fine alcuni di essi (indefessi studiosi!) non distinguono nemmeno la naturale capacità di formarsi immagini da quello stato del tutto diverso di coscienza, chiamato dalla Scienza dello Spirito “coscienza immaginativa” e le sensazioni date dal sistema nervoso turbato, dall’esperienza spirituale del “corpo di vita” o “corpo eterico”; vi sembra forse troppo offensivo se dalla contemplazione di  siffatte tipologie osservo anche qualcosa che è  di parecchio sotto l’umano comune? Casi limite a parte, sono davvero pochi coloro che si avvedono quanto urga vuotare l’anima, sgombrare la coscienza. Non c’è esercizio indicato dallo Steiner: l’osservazione animica del crescere e del deperire, il confronto tra la pietra e l’animale, la contemplazione del seme e della pianta, ecc…, che non riconduca alla capacità di “eliminare dall’anima tutto il resto”.

All’ingrosso: se non siete impostori nati, qualche esercizio lo dovreste fare, magari il primo e il secondo degli ausiliari (controllo del pensiero e atto puro) e, quando il vento è favorevole, una meditazione o qualcosa di simile. Allora vi sedete ed eliminate la percezione del movimento, poi chiudete gli occhi per cancellare gli oggetti che vi circondano, probabilmente avete precedentemente chiuso porta e finestre per ridurre al massimo suoni e rumori. Se a questo punto vi abbandonate al rilassamento di tipo “training autogeno”, siete pronti a tre soluzioni: a) vi addormentate; b) vi fate trascinare nel sogno; c) restate svegli e incapaci come sotto anestesia. Se avvertite che queste forme scientifiche di auto–cretinismo non hanno nulla da spartire con il sano lavoro interiore ciò che vi resta è solo pensiero da attivare e attenzione da concentrare, in cui non trova (non dovrebbe trovare) albergo nulla, assolutamente nulla (nome, indirizzo, sesso, età, carattere, ricordi, umori, funzioni e cariche sociali, desideri, angosce, brame, ecc.) di quanto forma una specie di corpo biografico con cui ci si identifica nella vita comune. Pure l’io “che dite di essere” va fuori questione poiché non potete ripetere a voi stessi “io,io,io” e dedicarvi totalmente all’Immaginazione di Michele o alla descrizione di un portacenere. Insomma dovete energicamente dimenticarvi di voi stessi. Ed è la più elementare condizione di vuoto. Che non è un vuoto fatto di niente perché nasconde (protegge) l’avvento di forze animiche diverse. Già in questo modesto “meno” ci si accorge, chi prima e chi poi , che v’è un “di più”: iniziando gli esercizi l’ego si rafforza e più si rafforza più diviene capace di donare ad altro da sé la propria forza fino a comprendere, in questo dare, anche sé stesso. Gli istanti del suo annullamento sono attimi di una libertà nuova. Perché il “vuoto” si colma di Essere: ciò che all’uomo dolorosamente sfugge durante la vita. Estinguere l’ego per essere, attualizzando il limite del vuoto pensiero astratto; per non rimanere incatenati a quell’insopportabile dualismo personale che Tagore descrive col suo canto d’offerta:                 

Esco solo per andare al mio convegno.

Ma chi è che mi segue nell’oscurità silenziosa?

Mi tiro da parte per lasciarlo passare,

ma non riesco a fuggirlo.

Con la sua superbia solleva la polvere,

ad ogni parola che dico

fa eco la sua voce sonora.

O mio Signore, egli è quel misero me stesso,

senza pudore, ed io mi vergogno

di venire al tuo uscio in sua compagnia.”

Lo zen insegna il silenzio e la sobrietà. Se tali virtù fossero familiari dalle nostre parti, riuscite ad immaginare quante conferenze, seminari, adunate, ecc. verrebbero fatte? E quanti libri sull’occulto verrebbero stampati? Nella globalizzazione del pensiero ottuso (che è peggio del pensiero profano), uno dei tanti slogan criminosi che hanno ostruito le coscienze  è il seguente: “Più è meglio”. Naturalmente basterebbe l’osservazione dei processi della realtà per comprendere che tale affermazione, nella prassi, dovrebbe essere mobile, cioè coerente solo acerti processi e in momenti determinati. Un bravo allenatore di atletica questo lo sa benissimo. Molti ricercatori spirituali invece non lo sanno e non l’imparano mai perché hanno la testa piena di simili sciocchezze e rifiutano la correzione della realtà. Sapete quante opere di Rudolf Steiner occhieggiavano dagli scaffali delle italiche librerie il 27 febbraio 1924, quando Arturo Onofri terminò la sua bella prefazione alla prima edizione italiana della Scienza Occulta? Otto! E posso testimoniare, per conoscenza diretta delle personalità superstiti di quei giorni, quanto intensamente fossero state accolte in quelle anime le vene auree, essenziali, della comunicazione scientifico – spirituale del Dottore. Ora si discute troppo, si legge troppo e tutto è diluito in nozioni che non sono comprensioni. La scena è così ampia e la visione così frantumata che si ignora quale sia il nocciolo dell’Insegnamento: che, inafferrato, porta il ricercatore a svilire tutte le comunicazioni, parificate indistintamente in una sorta di stravagante enciclopedismo da cui attingere “dati” e “curiosità spirituali”. Ho letto persino che un noto scrittore contemporaneo di cose spirituali è esperto in “dottrina delle Gerarchie”, ossia (Gerarchie a parte) nella parente più gradevole del dogmatismo e del catechismo; sintomo significativo di un’antroposofia espulsa dal pensiero e costretta a presentarsi come un concluso assemblaggio di nozioni. Occorre davvero il continuo esercizio di virtù forti come il silenzio e la sobrietà individuale per fronteggiare una simile caduta e seguire ciò   che insegna l’adamantina Via spirituale del Maestro dei Nuovi Tempi con saldo ottimismo, quello che viene dal mondo dello Spirito, quello che permetteva all’antico maestro zen di cantare:

Il tetto della mia capanna

Ha preso fuoco e s’è bruciato.

Nulla è rimasto;

Finalmente posso sedermi nella mia capanna

E vedere le Stelle.

                                                                                                                  

                                                                                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO, ZEN

EQUIVOCO E SCIAGURA DELL'ATTIVISMO

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L’Universo è Uno. Il Mondo è Uno. L’Universo-Mondo è l’Uno: l’Uno-Tutto, o l’Uno Unissimo come lo chiamavano, e ancora lo chiamano, la filosofia pitagorica, quella platonica e l’idealismo magico di ieri e di oggi. Su questo punto la Sapienza d’Oriente e d’Occidente, la Sapienza antichissima e quella dell’attuale audace sperimentatore dello Spirito, sono perfettamente d’accordo: hanno, nell’essenza, l’identica posizione. Variano solo gli strumenti di realizzazione.

L’Universo-Mondo è Uno, ed è l’Uno, e proprio per questo Esso è atto, non fatto: è l’atto di essere, e non cosa già fatta, oramai già stata, il morto passato, bensì è: atto sempre incessantemente creante e creantesi, eternamente diverso e al contempo uguale. E questo atto di essere, che è l’Uno Unissimo, è conoscenza, è essere conoscenza, è l’atto stesso di essere la conoscenza, ed è inoltre coscienza, perché non vi può esser conoscenza che non sia al tempo stesso coscienza. Questa coscienza, questa conoscenza, è l’Uno, ossia il Logos. E fuori di questo conoscere, di questo unico atto del conoscere, che è conoscere l’Uno, ossia l’Unico, l’Uno che conosce interamente l’Uno-Tutto, il Logos, al di fuori di questa unica interezza, non vi è né può esservi alcunché.

Questo unico atto del conoscere, attraverso il quale l’Uno interamente conosce il Tutto, ovvero si conosce come il Tutto, che in quanto tale non può che essere unico, è coscienza. In esso atto, nella intuizione, Colui che conosce – interamente conosce – l’Atto medesimo del conoscere – la Gnosi o Conoscenza integrale – e Ciò che viene conosciuto, sono Uno: sono, appunto, l’Uno, il Logos. Questo supremo unico atto del Conoscere, non essendo dispiegato nel tempo – che non può avere fuori di sé – né tampoco in uno spazio – fonte della esteriore frantumazione o apparente divisione, dalla quale sorge illusoria molteplicità – non può che essere folgorante pensiero vivente. Pensiero vivente che non può avere fuori di sé qualcosa di non conosciuto o da ancora conoscere e, a maggior ragione, non potrà mai avere davanti a sé o fuori di sé un inconoscibile, che non può o non potrà essere da esso conosciuto. Il mero esistente, il fatto, la cosa, non sono qualcosa che possa sussistere prima e fuori del conoscere, ossia dell’atto del pensiero, che lo conosce. Ossia che lo conosce creandolo in sé, e non trovandoselo già esistente fuori di sé – come fosse un sasso nel quale inciampa il piede del distratto viandante, sasso che sarebbe stato proprio lì, già esistente, pronto ad urtare l’inconsapevole piede del trasognato viandante, del quale la posteriore consapevolezza e coscienza si accenderebbero, per reazione e passivo riflesso, solo dopo e per merito dell’urto con l’inerte sasso.

L’audacia, il coraggio veramente temerario di Massimo Scaligero, è sperimentare che il Mondo, l’Universo è Uno, giungere a sperimentare che tutto è nel pensiero e nulla è fuori del pensiero. Mostrare la Via, la Via Regia, la Via Aurea, la Via Solare nella quale tale temeraria esperienza si invera: l’audacia temeraria di proclamare la verità, paventata come ‘pericolosa’ dalle anime pavide, che nulla può esserci prima, o dopo, o fuori, o senza il pensiero, senza l’atto del pensare vivente, senza la coscienza che si attui nel pensare vivente. L’audacia di indicare la Via per sperimentare concretamente che questo creante pensiero-folgore, questo creante pensiero vivente, questo pensiero che è atto puro, ossia atto interamente in atto, interamente attuantesi, è vivente pensare che in sé può avere unicamente pensiero, non cose, o fatti. Il pensiero – per esprimersi paradossalmente – è una prigione dalla quale non si può fuggire, perché non ha mura.

«Il conoscere non può avere nulla innanzi a sé che non sia conoscibile. Ciò che gli è dinanzi gli può essere dinanzi perché è già conoscenza: anche se non avvertita. L’esserci presuppone il conoscere. L’esserci è già pensiero» (Massimo Scaligero, Trattato del Pensiero Vivente, Cap. 30).

Questa Via Regia, che Massimo Scaligero afferma essere «la piú nuova perché la piú antica», cela in sé l’arcano della segreta identità tra l’essere e il pensare. Quella segreta identità della quale parlavano Parmenide di Elea e i Pitagorici della Scuola Italica, quella stessa identità che ritroviamo nei Veda, nelle Upanishad, nel Vedanta Advaita, nel Buddhismo Maha­yana, nel quale vi fu una Scuola, lo Yogachara, fondata dal grande asceta Asanga, il quale, essendosi innalzato nella meditazione sino al cielo di Tushita, ricevette ivi dal Bodhisattva Maitreya (come viene ricordato da Massimo Scaligero nella Via della Volontà solare) la dottrina della vijñâpti­matra, o della “sola coscienza”, la quale afferma essere il mondo nul­l’altro che coscienza, e solo atto ed esperienza della coscienza, senza una oggettività materiale, che vi stia alla base come un indipendente “sostrato”. Una tale conoscenza trascendente folgora come “illuminazione” nel­l’anima dell’audace sperimentatore come virtù della Prajñâparamitâ è, ovvero, nel linguaggio dei Nuovi Misteri, della Iside Sophia.

Sapienza trascendente, che portando l’asceta all’unione con il Logos, con l’Uno, restituisce o risveglia nell’anima l’originaria virtù androginica, congiungendo il pensare e il percepire, il pensiero e la volontà, riaccendendo nel cuore la virtù di quel sentire celeste, che Massimo Scaligero chiama “trascendenza visibile”, presenza della risvegliata e liberata Iside nell’anima dell’asceta.

Partendo da una tale premessa, si concepisce come per l’asceta non vi possa essere l’illusione di una azione che non sia una radicale azione interiore. La contemplazione, come azione interiore, si rivela essere la più potente e travolgente forma di azione, la quale, inverandosi nel contemplatore, radicalmente trasforma il mondo: l’atto concretamente rivoluzionario. Se il mondo viene risolto nell’atto della coscienza che lo conosce, è sulla coscienza che si deve agire, o meglio è la coscienza medesima che deve agire su se stessa, perché vi sia nel mondo un mutamento radicale.

Oggi non mancano certo gli agitati agitatori, i quali, ignorando il Mondo Spirituale, o mondo causale, si muovono a tentoni in un mondo di effetti, barcollando e cadendo come ciechi ubriachi. Mancano i pensatori, i meditatori, gli intuitori dello Spirito, gli ardenti praticanti interiori, ovvero sono ancora troppo pochi. Una insufficiente azione interiore porta facilmente a pensare come necessaria l’azione esteriore, l’azione cosiddetta “impegnata”, nel mondo dell’apparente molteplicità esteriore, che non è il vero mondo, non è il mondo dell’Uno-Logos, il cui Regno non è di questo mondo. Non ci si rende conto che, essendo in uno stato di tramortimento o di alienazione rispetto all’autentico stato di veglia, non è l’Io, unito con l’Uno, ossia con il Logos, che agisce, bensì è l’anima, anzi la psiche o la parte dell’anima asservita alla corporeità, che patisce, subisce passivamente l’agitazione dell’aspetto illusorio del mondo che – come viene ammonito nel Trattato del Pensiero Vivente – si fa coartante potenza interiore, sete o brama di vita perennemente delusa.

L’illusorio mondo esteriore, con la sua frantumata molteplicità, non è il Logos-Universo, non è l’Uno-Logos, bensì è l’alter-azione (il farsi altro), o l’alien-azione (di nuovo il farsi altro o straniero) dell’Uno, compiuta dalla poco consapevole e fiacca coscienza umana. Il mondo reale, come è stato mostrato, sperimentato sub specie interioritatis, è radicalmente interiore, e solo uno stato di ottenebramento, di follia, di ubriacatura, di radicale ‘ignoranza’ porta a cercare in una inesistente ‘realtà’ esteriore, quel che l’Io, uno con il Logos, già possiede nella sua essenza interiore. Da qui l’equivoco di un attivismo – culturale, politico, sociale, o anche ‘spirituale’ – che nella passiva agitazione esteriore è la caricaturale deformazione di una obliata, carente, evitata azione interiore.

La dispersione nell’illusoria frantumazione esteriore è inevitabilmente un ostacolo paralizzante per l’unificante concentrazione interiore. L’attivismo, essendo un’azione scollegata dall’Io, un’azione priva quindi dell’Io, del principio autenticamente responsabile, non può che essere un’azione contro lo Spirito, il quale non è conosciuto, una irresponsabile azione basata sulla ‘ignoranza’, e sulle sue necessarie conseguenze: brama, paura, avversione. Un’azione disordinata, espressione delle forze del ‘caos’, che lottano contro l’ordine cosmico, contro lo Spirito, un’azione che produce solo ulteriore offuscamento e diminuzione della coscienza, e soprattutto sciagure e dolore.

Il massimo del “caos”, e inevitabilmente il massimo dell’ignoranza, dell’equivoco, della sciagura, si viene a creare allorché l’insufficiente consapevolezza e la fiacchezza dell’azione interiore nell’attivo pensare ascetico portano all’illusione di una possibile azione dell’elemento spirituale o esoterico nella politica, che è come versare pura acqua di fonte in un putrido stagno: si arriva solo a rimuovere il fango del fondo e a intorbidare la limpidezza dell’acqua versata. Accade sempre che l’uso sedicente esoterico della politica si risolva regolarmente in un autentico uso dell’esoterismo da parte della politica, ossia in un vero tradimento.

L’audace azione interiore di asceti del pensiero, di asceti fervidamente dediti al Rito della concentrazione, al Rito della resurrezione del pensiero dal cadavere della morta riflessità, consacrati al Rito della meditazione individuale solitaria o in comune con altri asceti, è l’azione più alta e potente che l’essere umano può compiere sulla Terra. Ma anche quella piú drammaticamente urgente, e la più fraterna, e ‘compassionevole’, pur essendo la meno sentimentale.

«In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte» (op.cit. Cap. 37).

Questo è l’eroismo interiore richiesto a coloro che vogliono, per amore dell’Io Sono, dell’Io-Logos, dell’Uno Unissimo, consacrarsi con assolutezza ad un’opera che è al tempo stesso Conoscenza e Amore.

( www.larchetipo.com )

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – GIUGNO 2013

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 52

Socialità
O. Tufelli Ponti

Poesia
F. Di Lieto Vittime

Botanima
W. Pelikan Le virtú del caffè

AcCORdo
M. Scaligero Il sentiero del silenzio

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Spiritualità
R. Steiner Il Faust di Goethe

Considerazioni
A. Lombroni L’insostenibile leggerezza del non-essere

Pubblicazioni
F. Di Lieto Il ritorno del Guerin Meschino, di Luca Negri
M. Sagramora
Questione di peso…

Ascesi
F. Giovi Aspro e duro è il terreno…

Musica
Serenella L’ABC della musica

Medicina
F. Burigana I protocolli Banerji

Scienza dello Spirito
R. Steiner Le Gerarchie spirituali

Spiritualismo
P. Cammerinesi Pensare, sentire, volere

Uomo dei Boschi
R. Lovisoni Il libro

Inviato speciale
A. di Furia Intelletto e sentimento in evoluzione

FondaMenti
H. de’ Paganis Equivoco e sciagura dell’attivismo

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Tripartizione
A. Riccioli, F. Fabiani Wala – Intervista ad Antal Adam

Misteri
M. Mazzeo L’enigma di Kaspar Houser

Costume
Il cronista Novanta

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I. Elliot Cafarnao e dintorni

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VIA DEL GUERRIERO

la casa del guerriero .

*

(Le style c’est l’homme)

Bushidô no kokoro*

Nel 1899 venne pubblicato a Tokyo un libro in lingua inglese del dottor Inazô Nitobe.
Il titolo era “Bushidô, the Soul of Japan”. Ebbe rapida diffusione: ristampato dieci volte e venne tradotto nelle principali lingue del mondo. La prima edizione italiana è del 1917.

Essenza del bushidô*.

Tradotta spesso letteralmente significa “Via del Guerriero” ed è usata (e diluita) come un codice formativo dell’onore e del dovere, sino a diventare una etica di condotta professionale.

Perdendo via via i suoi connotati che hanno radici nel pre-razionale e nel metafisico.

Su di un piano esteriore il bushidô è la morale che regola l’azione del guerriero e disciplina il suo animo, ma il carattere più profondo si correla all’idea di dharma.

La legge dello kshatriya (guerriero) è il combattimento e la morte, perciò solo la fedeltà al proprio dharma può consentirgli la realizzazione spirituale ed il trascendimento della condizione umana comune.

Nel Bhagavad Gîtâ il dio Krishna dice ad Arjuna: “ Considera il tuo dharma, non puoi esitare. Nessun ideale è più alto per un guerriero che un giusto combattimento. Felici i guerrieri, o Pârta, che arrivano in modo spontaneo ad un tale combattimento: una porta aperta verso i Cieli”

L’azione è spiritualmente efficace se è conforme alla natura interiore di chi la compie.

designa la Via: l’ideogramma antico è composto dalla grafica di tre cose: una strada, la testa di un maestro e due piedi. Si tratta del discepolo che segue il Maestro sulla Via. La “Via” è il processo immanente della Realtà: in conformità all’Ordine celeste per riconnettersi al Principio.

Per il buddhismo mahayanico i nipponici usano due termini: târiki (l’aiuto di un altro) e jiriki (il fare da sé).

Nell’ambito di una dottrina jiriki, ogni presenta un aspetto esterno e uno interno. L’interno è il cuore, l’essenza della Via. E’ l’insegnamento esoterico che si chiama hiden.

Qual’era il nocciolo (hiden) del bushidô? La Via del Guerriero o “Zen dei Samurai” come forma autonoma di ascesi.

Il completamento dell’azione eroica era la morte in battaglia o il suicidio con il rito del seppuku. Se tale non era la conclusione, il guerriero si ritirava in un monastero zen.

Nell’Hagakure (testo del XVII secolo): “Bushidô significa la determinata volontà di morire. Quando ti troverai al bivio delle vie e dovrai scegliere la strada, non esitare: scegli la via della morte. In ciò non porre alcuna speciale ragione e la tua mente sia salda e pronta. Qualcuno potrà dire che, senza obbiettivo, sarà la morte di un cane. (…) Nel caso che tu muoia senza raggiungere un obbiettivo, la tua potrà essere una morte da cane, la morte della “pazzia”, ma non ci sarà alcuna macchia sul tuo onore. (…) Quando la tua determinazione di morire in qualunque momento sarà stabile nel tuo animo tu avrai raggiunto l’apice dell’ammaestramento del bushidô.”

Yamatodamashii,Yamatogokoro e Bushidô sono i tre nomi uniti da un simbolo comune: sakura, il fior di ciliegio giapponese.

Tamashii è l’azione di tama o mitama cioè dell’essenza che sopravvive alla morte fisica. Yamatogokoro è il cuore di yamato. In senso traslato si traduce come anima, spirito, coscienza. In questa espressione è contenuto il sentimento del mono no aware (commozione delle cose) che rende partecipi del ritmo sacro della natura e della compassione per la bellezza dell’effimero.

Se qualcuno domanda
qual’è l’anima dello Yamato:
è un fiore di ciliegio
che profuma il sol levante.

Scriveva il prof. Shimazu: “I Samurai sono l’incarnazione del bushidô, attraverso gli insegnamenti del fior di ciliegio”.

Il mono no aware è il sentimento che si prova contemplando la bellezza del ciliegio in fiore. La bellezza effimera del sakura ricorda la caducità della vita. Nel fior di ciliegio la natura si rivela pura come adamantina è la lealtà del Samurai. La fragranza del sakura è simile al nome onorato del Samurai, che detesta la codardia e si sforza di lasciare dietro a sé un nome fragrante e imperituro.

Il fior di ciliegio, giunto a completa fioritura, cade repentinamente, così l’ideale del Samurai è morire combattendo senza rimpianto all’ora giusta.

Tra i fiori il ciliegio;
Tra gli uomini, il guerriero.

Il pianto del Samurai, così frequente negli addii, lascia sorpreso l’occidentale: è il duplice aspetto dell’animo guerriero: l’imperturbabile calma di fronte alla morte e la sensibilità gentile affinata dal mono no aware. Il sakura è il Samurai ed il bushidô è Yamatogokoro.

Per finire, vorrei ricordare una figura leggendaria, piuttosto famosa anche dalle nostre parti: Miyamoto Musashi (1584-1645), grande esempio del bushi giapponese. A 29 anni è accreditato di oltre 60 incontri vittoriosi (“allora ho cercato di raggiungere una conoscenza più profonda e, dedicandomi giorno e notte, ho realizzato in me stesso l’essenza di Heiho(1) all’età di cinquanta anni”). Chiamato anche Kensei o Spada Santa, come Lao-Tse, prima della morte raccolse la sua esperienza in un unico libretto, il Gorin-no-sho.

Ne trascrivo alcune righe: “Ku significa “vuoto”. Ku è ciò che non si può conoscere. Praticando la forma, si percepisce il vuoto. Questa è la natura di Ku. (…) Per un bushi, conoscere a fondo la Via, studiando le altre discipline, comprendendo chiaramente il suo dovere senza coltivare ambizioni nel cuore, affinando la saggezza e la forza di volontà, sviluppando l’intuizione ed il potere dell’attenzione, giorno e notte, quando i veli dell’illusione sono scomparsi, allora avviene la comprensione del vero Ku.
Finchè uno resta ignaro della vera via è convinto di essere nel giusto perchè crede nell’insegnamento del Buddha o in qualsiasi altra fede del mondo.
Ma quando assume il punto di vista della Via e vede la realtà del mondo in giusta prospettiva, si accorge quanto divergano quelle vedute a causa dei pregiudizi dell’individuo e delle errate posizioni di partenza.
Giungi alla corretta considerazione prendendo per base la sincerità di spirito e l’onestà interiore; pratica Heiho(1) quotidianamente; sforzati di percepire correttamente e chiaramente la realtà. Fai di ku la tua Via e che la tua Via sia ku.”

(1)Heiho:è l’insieme delle pratiche marziali inteso come Via per la Realizzazione.

Nota: dopo aver quasi finito questa piccola informativa, mi è capitato di leggere un vecchio scambio di opinioni tra leondavid e Balin ( nel vecchio forum ). Non eccedente i confini della creanza ma tumultuoso. In sostanza la tesi dello sconosciuto scrivente era che in un sito sedicentemente antroposofico non si dovevano turbare i lettori con temi e Vie che sono fuori dall’antroposofia e che questo era diabolico o satanico.
Da tale punto di vista quello che ho scritto cadrebbe in queste sulfuree categorie o, da un aborrito “punto di vista antroposofico”, riporterebbe, come minimo, al quarto periodo di cultura post-atlantica.

Chi mi legge sa anche come la penso: innanzitutto sulla libertà mia di scrivere e voi di leggere e sulla Libertà stessa. Mi pare inoltre penoso ficcare, come pecore e pecoroni, gli antroposofi in una sorta di “rifugio sicuro” che si rivela piuttosto una gabbia istituzionalizzata con ogni frammento possibile dell’Opera Omnia di Steiner o peggio, di fiacchissimi portavoce.
L’unica cosa su cui concordo con G. Kulewind è che, al contrario, farebbe un sacco di bene a moltissimi antroposofi impantanati, imparare anche virtù da fonti come lo Zen, ad esempio.
Il “sapere” è una mera potenza che non si trasforma quasi mai. Ma sfidare il proprio microcosmo concettuale, metterlo in moto, costringerlo a nuove prove (idee) è uno dei movimenti elementari e necessari sulla strada della conoscenza…almeno finchè i limiti di essa non siano ulteriore sprone per atti completamente diversi.

Cari amici e lettori, vi saluto. 🙂

Rastignac

TRADIZIONE

CONOSCI TE STESSO

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17283-apollo-and-the-continents-giovanni-battista-tiepolo*

Frase citata, spesso enfatizzata…ma facciamo uno sforzo per intendere il suo significato?

Credo che la diafanità e la confusione possano venire eliminate attraverso la soluzione di due questioni: la sua origine e la sua ragione d’essere.

E vi è pure un rapporto stretto tra le questioni espresse.

Se si domanda a chi conosce la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare queste parole, molti direbbero che fu Socrate, alcuni opterebbero per Platone, pochi indicherebbero Pitagora.

Meglio azzerare queste opinioni, tenendo anche conto che Pitagora e Socrate non hanno lasciato alcun scritto. Per Platone, nessun ricercatore potrebbe individuare con esattezza cosa provenga da lui o dal suo maestro e inoltre alcune conoscenze di Platone derivano dal pensiero di Pitagora. Insomma qui ci confondiamo.

E’ invece possibile che il “Conosci te stesso” sia ben anteriore ai nostri filosofi e probabilmente è più antico della stessa filosofia.

Si tramanda che questa frase fosse scolpita sul frontone del tempio di Apollo a Delfo.

Ed i filosofi si appropriarono della frase come principio importante dei loro insegnamenti, che erano tra loro diversi, ma così richiamandosi alla Tradizione, intesa come una sorgente più elevata poiché riferita alla ispirazione originaria, perciò di lignaggio spirituale.

Dovremmo prendere coscienza della loro diversità rispetto ai moderni, i quali generalmente si sforzano di presentare il loro pensiero come un risultato personale, mentre nell’antico lo sforzo personale era teso a ricondurre a verità eterne, trans-personali e coincidenti col mondo del Divino.

E’ bene rammentare in modo vivo che la parola “filosofia” esprime una adesione d’amore  verso la saggezza o verso la disposizione interiore per raggiungerla: una parola che sempre ha indicato un percorso di pensiero ed esperienza atto a raggiungere la saggezza (sophia).

Il mezzo non è il fine, così l’amore non costituisce saggezza e questa altro non è che conoscenza interiore, così la filosofia è come una superficie senza valore proprio ma solo un gradino verso una conoscenza superiore: l’esperienza della saggezza.

I filosofi antichi si disponevano su due livelli di insegnamento: il primo exoterico, il secondo esoterico. Ciò che veniva scritto appartiene al primo livello. Del secondo livello non ci resta nulla che non sia deduzione astratta o mistificazione dei posteri. Il secondo livello era segreto e per individui selezionati, per cui la sua ragione d’essere non poteva essere la semplice filosofia. Ciò implica l’ipotesi non peregrina che il livello esoterico fosse superiore alla sfera razionale che è quella filosofica.

Infatti, la preparazione filosofica è insufficiente poiché riguarda una “facoltà limitata”, quella della ragione, mentre l’idea di “saggezza” è congrua alla totalità reale dell’Essere.

Dunque esiste una preparazione alla saggezza che chiama in causa anima e spirito e che supera la ragione: essa è preparazione interiore e caratterizzò i gradi più alti della scuola di Pitagora, influenzò la scuola di Platone, il neo-platonismo alessandrino, ecc.

In questa preparazione interiore si impiegavano ancora parole ma non come in uso nella coscienza discorsiva, piuttosto come strumenti per “fissare” la contemplazione interiore.

Ciò dava accesso a stati di coscienza che esistono oltre ogni formula filosofica, mentre nella sfera intellettuale comune la filosofia viene considerata come sufficiente per sé stessa e si esclude che essa indicasse qualcosa di più elevato.

In Grecia, l’insegnamento esoterico fu designato col nome di “misteri”. E a questi i primi filosofi si collegavano (Pitagora in particolare) con il loro insegnamento.

Diversi misteri con origini diverse: quelli che ispirarono Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto di Apollo.

Ricordo che i misteri ebbero sempre carattere segreto (etimologicamente la stessa parola significa silenzio totale) e venivano “insegnati” appunto col e nel silenzio. Il dialettico contemporaneo, ignorando la capacità di trasmettere senza parole, conclude che nei misteri non vi fosse alcun insegnamento.

I misteri collegati al culto di Apollo vanno immaginati tenendo presente che egli era il dio del sole e della luce e che questa, nell’esperienza spirituale, è la sorgente di ogni conoscenza e delle scienze ed arti.

Il culto di Apollo ha origini nordiche, ciò viene tramandato dal Veda indù e dall’Avesta persiano.

L’origine nordica viene particolarmente riferita a Delfo, luogo spirituale universale: infatti nel suo tempio vi era una pietra chiamata omphalos che simboleggiava il centro del mondo.

Pitagora ed il suo stesso nome sono collegati ad Apollo che era chiamato Pythios, e Pytho è il nome arcaico di Delfo. La donna che riceveva nel tempio l’ispirazione degli Dei si chiamava Pizia e il nome di Pitagora significa appunto “guida della pizia”: ciò si applica pure ad Apollo.

E fu la Pizia a dichiarare che Socrate era il più saggio tra gli uomini.

Si può aggiungere che Apollo sovraintendeva particolarmente geometria e medicina.

Nella scuola pitagorica – questo lo sanno anche i sassi – la geometria e la matematica occupavano il primo posto nella preparazione alla conoscenza superiore.

E Platone, sulla porta della scuola aveva fatto incidere:”Nessuno entra qui se non è geometra”, il cui senso diventa evidente con un’altra sua affermazione: “Dio geometrizza”, non fa che alludere ad Apollo.

Dunque l’uso della frase delfica rimanda al collegamento che essi avevano nel rito e nel simbolo apollineo.

Ora passiamo all’erronea interpretazione contemporanea, dovuta al fatto che il moderno attribuisce il suo pensiero pure agli antichi.

Abbiamo l’attribuzione “psicologica”, mentre la psicologia per ora è solo studio di fenomeni mentali ossia modificazioni inessenziali dell’Essere.

Abbiamo l’attribuzione “morale” che non giustifica il carattere sacro originario, ben più profondo.

Questi sono solo esempi dell’impotenza della coscienza exoterica rispetto alla conoscenza reale che l’uomo può cercare solo in sé stesso, poiché ogni conoscenza non può essere acquisita se non attraverso la comprensione individuale.

Ricordiamoci che Platone dice che “tutto quello che l’uomo impara è già in lui”.

Il risveglio della conoscenza viene chiamato da Platone anamnésis, che significa “reminiscenza”.

Questo è profondamente vero più la conoscenza è profonda (è in questa logica che Steiner descrive l’antico Saturno, l’antico Sole, ecc.) e i mezzi esteriori e variabili perdono ogni utilità.

Per questo in India si è sempre detto che il vero Maestro (Guru) si trova nell’uomo stesso, anche se, transitoriamente, l’aiuto esterno può essere utile per preparare l’uomo a trovare in sé (e si potrebbe anche dire “oltre sé”) ciò che altrove non va cercato e che si situa oltre il limite razionale.

A tale fine sono indispensabili condizioni interiori che trasportino la coscienza verso il centro, indicato dal cuore. Questi stati venivano realizzati nei misteri attraverso intense impressioni dell’anima, ora attraverso il pensare liberato che si dedica al percepire puro.

Il centro del mondo corrisponde al centro del uomo, onde l’antico filosofo poté dire:”Tu ti credi un nulla, ma è in te che risiede il Mondo”.

L’ombra, secondo Platone è la conoscenza offerta dai sensi e anche la più elevata coscienza razionale origina dai sensi. La conoscenza reale supera il livello della ragione e la sua realizzazione è simile alla formazione del mondo. In conformità della corrispondenza profonda tra uomo e mondo. Così diviene intuibile perché le scienze sacre possono descrivere la conoscenza reale sotto l’apparenza di tale formazione e perché Il Dottore abbia insistito per molti anni nella “descrizione” del divenire del Mondo e della sua formazione.

Appare dunque evidente che la via della conoscenza è via dello spirito e dell’intero essere: non essendo altro che la concentrazione di tutti i suoi stati. In un punto. Ossia nel suo Principio: totalità dell’esistenza nell’unità della propria essenza.

Dunque il “conosci te stesso” si rivolge al Sé, all’essere reale. Fu detto: “Chi conosce sé stesso, conosce il suo Signore”.

TRADIZIONE

L'ARTE DELLO SPIRITO

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L’ ARTE DELLO SPIRITO

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M. M. M.

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Mara Maria Maccari: i suoi cicli pittorici che si accavallano nel tempo, si presentano come una sorta di racconti dello spirito con temi ed ambientazioni diversi. Ad una lettura superficiale potrebbero apparire alquanto contraddittori, ma in realtà trovano radici e riferimenti comuni narrati con la medesima sensibilità e tensione, sì da farne corpo unico pur con differenti aspetti.

Trame e percorsi si incrociano al di là di ogni formale coerenza che il più delle volte diviene sinonimo di maniera.

ARTE E NON – ARTE

Un’opera d’arte per essere tale deve esprimere valori universali propri a tutti gli uomini; per questo è riconosciuta tanto dall’ateo quanto dal credente, avendo in sé un valore assoluto che trapassa il comune intelletto e tocca direttamente il cuore.

Al di là dell’espressione (sia essa figurativa, naturalistica, astratta o altro) o della tecnica usata, quando un oggetto creato dall’uomo suscita in noi un senso di pienezza e di gioia, un anelito al sublime, allora possiamo dire di trovarci davanti a un’opera d’arte, e questo non può dipendere solo da un fattore estetico, ma anche da “qualcosa d’altro”.

Ogni vera creazione artistica opera da un impulso dell’anima compenetrato dallo spirituale. Chi faccia l’esperienza vivente della creatività sente che l’uomo è un essere in divenire, la cui immagine archetipica è il Cristo (o uomo cosmico).

L’artista è il ponte che può unire queste due realtà. Il sentire nella nostra interiorità tale unione è fonte dell’appagamento che proviamo davanti a un’opera d’arte; questa ritrova allora il potere di tornare ad essere la porta che si apre nella nostra dimensione illuminandoci del Vero, del Bello, del Buono.

Al di sotto dell’opera d’arte stanno le creazioni minori, che a diversi gradi, pur anelando alla meta più alta, non oltrepassano quella soglia che permette loro di più. Qui sono collocate moltissime opere che anche se gradevoli e ben eseguite, pure restano a un gradino inferiore. Ma possiamo considerarle creative perché, anche se non raggiungono l’alto obiettivo, sono in qualche modo animate dal bello.

Al di sotto di queste comincia il caos, dove l’innalzamento dell’istinto animale viene preso per libera creatività, dando luogo a forme sconnesse, incubi, a oscene rappresentazioni o a raffinate raffigurazioni intrise di vera malvagità, che scivolano sempre più in basso sino ad arrivare all’apice del contrario dell’arte, cioè la non-arte.

La non-arte è qualcosa che può eccitare nell’uomo sensazioni mosse da un cupo materialismo che tendono a riempire l’anima con quella pesantezza e invadenza prive del vero. Anche questa è una porta che si spalanca verso qualcosa di altro e lascia passare ciò che di più nocivo può danneggiare l’uomo.

E’ necessario fare queste distinzioni, non perché l’arte debba essere schematicamente rappresentata in categorie, ma per dare una caratterizzazione generale che ci permetta di avere un certo ordine nei pensieri. (www.maramaccari.com)

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icone

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Michele

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Mercurio

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capricorno

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occhio di Dio

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ILDEGARDA DI BINGEN

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Mara Maria Maccari è nata in Umbria, nella bella Foligno, dove è cresciuta e tuttora vive e lavora.

La sua espressione sostanzialmente è anelito, ricerca ed ispirazione per il mondo dello Spirito.

Estremamente interessante la diversificazione della produzione di Mara. Questa si manifesta su binari assai diversi tra loro, quasi contraddittori.

Troviamo una notevole serie iconografica (segnata dall’incontro con il Maestro russo Peter Jegor), seppure reinterpretata dove però deve regnare un certo ordine (leggete quel gioiello di Pavel Florenskij che è intitolato “Le Porte Regali”).
Nell’Icona troviamo la Tradizione più pura; la Porta, appunto, verso lo Spirito ma secondo regole precise.

All’estremità opposta le forme rintracciabili nella consuetudine rappresentativa vengono superate, dissolte, per far posto a paesaggi interiori e la stessa materia viene trasfigurata in opus alchemico.
La sperimentazione si arricchisce con varietà di mezzi: l’acrilico, il mosaico, la vetrofusione.

Vi invitiamo a visitare il sito di Mara Maria Maccari, ad ammirare le sue opere, a leggere le recensioni. Da tempo Marina Sagramora arricchisce graficamente la sua rivista mensile L’Archetipo con opere, specialmente icone, di Mara.

www.maramaccari.com

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ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

Tradizione solare e nota aggiunta

Tradizione Solare

Ad ogni cambio di stagione nasce da sotterranee formazioni bulbose l’interessante pianticella del cambiamento o meglio ancora, del superamento. Di cosa? Perbacco! Ma della Scienza dello Spirito che, commisurata in termini di vita umana, dovrebbe, immagino da tempo, essere collocata a riposo in un ospizio per esalare, pur con gli onori dovuti, i suoi ultimi stanchissimi respiri.

Detto volgarmente, a me pare che tanto zelo non sia dissimile a quello di nipoti ciecamente protesi verso una poco chiara eredità assai più che dal sollecito amore per la vecchietta giunta allo stremo. E le anime serie e convinte mi passino l’insita volgarità della metafora.

Non è tanto il banale uso di estrapolare qua e là alcune righe dello sterminato Lascito che inficia le ragioni dei sedicenti nipoti, si sa già che altre estrapolazioni condurrebbero a conclusioni opposte – queste pratiche sono ormai divenute peccatucci veniali, ancorché miserabili – quanto piuttosto la sovrana superficialità del “nuovo” pensiero: così superficiale da essere più sottile e trasparente di uno sbuffo d’aria…certamente meno significativo di una flatulenza bovina, anche quando attinge (astrattamente) al Pantheon cristiano per darsi peso e autorevolezza.

Proiettare tempi umani a misurare contenuti della Tradizione è una bestialità (umana) impareggiabile.

La Tradizione infatti è l’atto di portare attraverso e oltre gli schemi spazio-temporali un nucleo di insegnamenti e di potenziali esperienze in ordine al Sacro e alle modalità di una sua effettiva conoscenza (trans-datio, l’atto di portare attraverso) da cui il termine “Tradizione” indica un’azione: si può dunque dire che il compito essenziale di essa è la manifestazione della Potenza e del Sacro.

A tal fine essa si serve di parole, immagini e pensieri adatti ad ogni singola cultura in cui s’innerva: antropologia trascendentale applicata.

Quello che di essa permane ineffabile o indicibile è, in ultima analisi, il Sacro a cui si riferisce, poiché esso è ciò che si pone oltre ogni definizione sentimentale o razionalistica, essendo un elemento esclusivamente frutto d’esperienza diretta: il Sacro è conosciuto solo nel caso in cui lo sperimentatore giunga al suo Essere.

L’opposto del Sacro lo chiamiamo Profano (pro-fano, al di fuori del Tempio).La profanità non è il contraltare del Sacro: è piuttosto uno stato leteo, di ignoranza ontologica, per cui ogni cosa viene presunta fideisticamente nella stolta convinzione che quello che non si conosce direttamente non sia altrimenti esperibile. Così si infarcisce di cieca fede quanto sarebbe frutto di precisa conoscenza e azione scientifica.

La conoscenza esoterica viene rettamente indicata con il termine di Palingenesi (nuova nascita) poiché è il risvegliarsi, il conseguire l’anamnesi presupposta.

Il senso del conoscere: per la “realtà” spirituale la conoscenza significa acquisire lo stato di ciò che si conosce: cioè diventare al contempo soggetto conoscente, azione di conoscenza e oggetto conosciuto: i “dati” comunicati dalla Scienza dello Spirito o trasmutano il soggetto nello spirituale che rappresentano o non sono nulla.

La conoscenza è interiore poiché solo nell’interiore è possibile acquisire i mezzi per l’esperienza sacra: è interiore il mondo di forze che connettono humanum a divinum genus, con quella sospensione di ogni attività personale e persino organico-sensibile, come in un lampo di katàlepsis.

In sintesi ripeto che la Tradizione è ierofania continua, dunque illegittimamente storicizzabile: il suo contenuto, ancorché calato nel tempo, ha un corpus extratemporale, cioè avulso da schemini temporali riduttivamente fisio-psichici che sono una immagine invertita e limitata – “falsa e bugiarda” – della sua celeste infinitezza.

L’ansia (supponendola sincera) che si palesa nella voluttà del limite, nel bisogno di definite certezze, di superamenti dal “basso”, è solo ricerca affannosa di autolimitazione psichica, nella quale il superamento del dato spirituale, rimasto in realtà del tutto sconosciuto, vuole solo la salvazione del proprio ego dalla Scienza spirituale per mantenere intatte le libertà proprie del faccendismo in atto.

Il misticismo spiritualeggiante e lo psicanalismo spirituale, vanno a dividere chi si interessi di Scienza dello Spirito nelle due grandi categorie degli “spiritualisti” e dei “razionalisti”, nell’uno e nell’altro caso utili vassalli al servizio del “Princeps huius Mundi”.

In ambedue i casi si pretende che l’inferiore giustifichi il superiore, eliminando ex abrupto ogni possibilità, seppure minima, di conoscenza ed esperienza circa la realtà interiore.

Naturalmente tutto questo dovrebbe cadere nell’insensatezza se la Scienza dello Spirito fosse la vana follia di un visionario, e può anche essere che persone apparentemente attive nell’ambiente antroposofico siano alimentate da simili pensieri subconsci (anche sino ad una crepuscolare avversione!): in tale caso la superficiale conoscenza è solo strumento di ambizioni dell’ego.

Non credo che ciò sia un’esagerazione visto il notevole dispiegamento di ignoranza e superficialità vestite appena da elucubrazioni discorsive e ahimè, da mutilati stralci di comunicazioni del Dottore (ora viene “stralciato” anche Scaligero).

Appare tristemente interessante: a) la mancanza di discrimine logico relativo ai testi di Tizio e Caio, b) la totale carenza di spagiria conoscitiva,  c) l’avversione nei confronti della noesi proposta quale nucleo sostantivante di tale Scienza, d) l’uso, grossolanamente personale, di quanto nei Testi può sostenere un potentato sociale.

Non mi sembra nemmeno il caso di aggiungere che alcuni grotteschi teologismi invertiti e il putridume moralisticheggiante non sono in alcun caso frutti dell’antroposofia ma solo di personali perversioni parzialmente scusabili a causa della debolezza psichica degli attori, perennemente ansiosi di visibilità.

Invero è solo preoccupante la cecità e la carenza percettiva da parte di non pochi seguaci delle Scienze spirituali verso simili fenomeni (individuali e/o collettivi).

Ho intitolato queste poche righe con il termine di “Tradizione solare” essendo la Scienza dello Spirito trascendentalmente animata da Potenze extraumane già presenti ed antecedenti la condizione terrestre: pronte ad animare l’autoconsapevolezza nel dominio degli eteri preservati dalle conseguenze della Caduta.

Nota.

Mi permetto di aggiungere alcune righe a quanto ho scritto: mi è parso di veder apparire ripetutamente, un po’ qua e un po’ là, una frase espunta da un testo di Scaligero dove l’Autore indica, nella Via del Pensiero, – via da Lui promossa in ogni attimo della Sua vita – il possibile rischio di un egoismo acutizzato. Spero che tale metodo (ritagliare singole frasi da un complesso contesto), ormai abusato con il lavoro dello Steiner dalla Sua dipartita a oggi, non senza oscure finalità, non si sia anche trasferito all’Opera di Scaligero. Magari senza significati polemici. Sebbene mi sorga qualche dubbio, più o meno legittimo, nel merito.

Ma non è questo il punto: mi rivolgo a quelli che praticano con onestà e decisione, forgiando tra fuoco bruciante e scintille di dolore per l’essere comune, l’atto essenziale della difficile ascesi indicata dal Dottore con Verità e Scienza e con La Filosofia della Libertà e poi formulata praticamente in tutto il sacrificale lavoro di Scaligero.

Dunque: ritenete possibile che egoità possa trasferirsi in una operazione in cui si abbandona ogni categoria personale allo zero di sé e persino il tempo e lo spazio? Dove non può entrare nemmeno il soggetto in quanto riflesso? Dove la quintessenza del pensiero veicola il volere che fu prima della stessa incarnazione e che si dona (che sa donarsi) totalmente ad Altro?

Ciò si chiama dedizione assoluta o amore. L’amore che perennemente fluisce dall’entità umana, da cui solo la coscienza del sensibile pare assente, poiché vedendo le cose secondo la sua temporanea funzione, non percepisce l’atto dello Spirito per cui le vede.

No, cari amici. Basta un briciolo di conoscenza ed esperienza per rendersi conto della contraddizione evidente in questi strani spot pubblicitari. Il “ (poco) sublime egoismo ” potrà essere parte di fenomeni iniziali, quando Tizio o Caio tentano l’approccio, sgangherando e sbottando, con forze esili e ancora immature. Oppure, e ciò sarebbe gravissimo, quando si giudica corretta una strada misticheggiante e compromessa assai lontana da ciò che chiamiamo Via del Pensiero e che, per sua natura per l’appunto, non si perita di illeciti mezzi per giungere ai fini sentiti personalmente come buoni.

Pace a tutti e una prece per il “fu”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE

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Durante la lettura e lo studio del testo mi è spesso capitato di dover tralasciare momentaneamente personaggi o argomenti citati riguardo a cui conoscevo poco o nulla. Sebbene tale conoscenza possa essere in qualche modo considerata accessoria e non indispensabile rispetto all’essenza dell’opera in questione ho ritenuto utile quantomeno acquisire informazioni anche solo a livello basico a riguardo. Condividerò ogni tanto qui su Eco, casomai possa tornare utile anche ad altri (fatta salva la possibilità da parte di chiunque abbia modo e/o voglia di integrare, aggiungere o quant’altro).

§§§

Karl Julius Schröer (Presburg, 11 gennaio 1825 ; Vienna 16 dicembre 1900).

Schroer

Filologo, linguista e letterato, viene indicato nella prefazione (tratta dal cap. VI de « La mia vita ») come colui che consigliò all’editore Joseph Kürschner l’allora ventiduenne Rudolf Steiner come curatore dell’edizione delle opere scientifiche di Goethe per la Collezione della « Letteratura nazionale tedesca ».

Nel saggio “Enigma dell’uomo” il Dottore (che fu prima suo studente all’università di Vienna dove lo Schröer insegnava storia della letteratura tedesca) lo indica come personalità nella quale è possibile scorgere il nobile manifestarsi dello spirito di “austricità” nel corso della seconda metà del XIX secolo.

Commentatore e fine conoscitore delle opere di Goethe, volgerà in particolar modo il suo interesse allo studio del Faust di cui pubblicherà una edizione commentata in due volumi. Nel 1878 fu tra i cofondatori dell’ “Associazione Goethiana di Vienna”, mentre nell’ambito della Collezione della « Letteratura nazionale tedesca » si occupò dei drammi, oltre a scrivere una prefazione al primo dei volumi pubblicati da Rudolf Steiner nella quale « esponeva la posizione di Goethe, quale poeta e pensatore, nella vita spirituale moderna » facendo notare « che la concezione del mondo, elaborata dall’epoca successiva a Goethe, era una caduta dall’altezza spirituale a cui Goethe era assurto ».

Nel corso dei suoi studi sul folklore dei territori tedeschi e ungarici si occupò dei Jeux populaires de Noël d’Oberufer (isola sul Danubio sulla quale tali Jeux venivano messi in scena) raccogliendo vari testi ed arricchendoli con le sue note comparative per un opera che nel 1857-58 sarebbe uscita con il titolo Les Jeux de Noël allemands en Hongrie. A tale riguardo è interessante notare come Rudolf Steiner ponga in evidenza (sempre ne l’ « Enigma dell’uomo ») il fatto che i vari e prestigiosi incarichi che caratterizzarono la vita professionale ed accademica dello Schröer costituirono una sorta di « guscio esterno » a copertura di una sua più profonda e significativa attività inerente alla vita spirituale austriaca, principiante proprio da studi approfonditi riguardo agli enigmi, all’anima ed alle espressioni linguistiche della vita popolare Germanico-Austriaca e volta a cogliere in maniera vivente quelle forze che sul palcoscenico dell’interiorità e dell’anima dell’uomo lottano per venire alla luce (in particolare riguardo a Les Jeux è da evidenziare il fatto che essi sono in stretta correlazione con le modalità con le quali la nascita di Cristo, assieme a tutto ciò che ad essa è connesso, vive e si imprime in immagini raggiungendo in profondità cuore ed interiorità delle persone).

Importante risulta anche essere l’esempio di Schröer per quanto riguarda la pedagogia. La profonda attitudine e conoscenza nei confronti dell’essenza dell’essere e dell’anima umana trova applicazione e accrescimento in campo pedagogico in occasione di varie esperienze che il Professore compie come direttore scolastico, sfociando tra le altre cose nella piccola pubblicazione « Questioni relative all’insegnamento » che Steiner considera annoverabile fra le « perle della letteratura pedagogica ».

Verso la fine della sua esperienza terrena Schröer si spese per la creazione a Vienna di un memoriale in omaggio a Goethe che verrà inaugurato il giorno prima della sua morte.

Schröer, l’austriaco, non intende vedere il mondo dei pensieri grigio su grigio. Le idee dovrebbero risplendere di una colorazione tale da rinfrescare e ringiovanire continuamente le profondità del nostro cuore. E quanto di più importante ci sarebbe stato a tale riguardo per Schröer…era il pensiero concernente il sofferto anelito verso la Luce, che alberga nelle profondità del cuore umano, ricercante nel mondo delle idee il sole di quel regno nel quale il nostro intelletto volto al solo mondo dei sensi e della finitezza dovrebbe sentire l’estinguersi della sua luce.
(R. Steiner)

LA CORONA DI GOETHE

Da Goethe e l’amore, “Ricordi di Weimar”, Filadelfia Editore, Milano 2007, pp. 113-114. Tratto da “L’Archetipo” – Ottobre 2008 –www.larchetipo.com/2008/ott08/

…Già nella carrozza postale mi rallegrai per un’immagine graziosa che potei ricavare dal racconto di una signora, compagna di viaggio, che parlava in modo alquanto caloroso di Goethe. Ancora scolaretta ebbe una volta la fortuna di partecipare ad una festa preparata per onorare la granduchessa.
Alla schiera delle giovinette furono distribuite strofe di poesie che esse dovevano imparare e poi leggere ad alta voce. La mia compagna di viaggio aveva dimenticato i dettagli di quella festa, ma un momento solo ella ricordava vivamente. Dovevano esserci delle prove, e le giovinette si radunarono in una sala.

Faceva freddo e si avvolsero nei mantelli. Ad un tratto entrò Goethe, che la narratrice vedeva per la prima volta. Egli apparve avvolto in un mantello con un bavero rosso foderato, che aveva qualcosa di militaresco …«Si mostrò però cosí affabile con noi piccoli, ed era cosí bello e regale, che noi bambine ci distraemmo completamente guardando solo lui. Egli si sedette di fronte a noi per ascoltare le prove, e noi non distoglievamo gli occhi da lui!». Piú tardi fu chiesto alla narratrice se avesse visto Goethe, ed ella rispose di sí e disse che «egli portava una corona!».
La si derise, ma ella chiamò un’amica come testimone, ed anch’essa si ricordò «che certo, egli portava una corona!». Piú le giovinette riflettevano e piú si convincevano «che certo, egli portava una corona!», e questo nonostante gli altri incominciassero ad irritarsi per questa grave non verità sostenuta cosí fortemente. I bambini però sapevano bene cosa avevano visto.
Avevo una lettera per Eckermann, che gli feci recapitare con la preghiera di ricevermi per un’ora e la richiesta di quando sarebbe potuta avvenire la mia visita. Nel frattempo mi recai in una specie di caffè; ciò che mi colpí fu che, nonostante fosse arredato in modo piccolo borghese, tutti i muri intorno erano decorati con quadri ben dipinti. Erano quadri di valore, e non riuscivo a spiegarmi come potessero trovarsi lí. Chiesi al padrone.
Egli sospirò, non sapendo se degnarmi o no di una risposta. Finalmente disse: «I quadri sono di mio figlio». – «Allora vostro figlio deve essere un artista importante». – «Avete già sentito parlare del pittore Martersteig di Parigi?». – «Certo, naturalmente!». – «Ecco, è lui mio figlio!». Ed ora il vecchio si sedette accanto a me e disse con tono confidenziale:
«Eh, vedete, se avessimo qui ancora Goethe, quella era vita! Senza di lui mio figlio non sarebbe divenuto pittore. Egli era un uomo che vedeva attraverso gli uomini!». Questo è all’incirca quanto ricordo di ciò che mi comunicò il rispettabile signore. E cosí, appena arrivato, avevo già appreso una seconda storia di mio gradimento, e mi rallegravo di poter trovare ovunque tracce della personalità di Goethe. Ciò che specialmente amavo qui e anche piú tardi, era la percezione di come cosí tante persone si ricordassero della calorosa benevolenza e vera bontà d’animo che emanava dall’essere di Goethe.
Karl Julius Schöer

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

ZOLLA RITORNA COSMO

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🪐

ZOLLA RITORNA COSMO

.

Fantasma che muore nel mondo,

io poggio i miei piedi su queste

lievi erbe, ma vivo secondo

la vita d’un uomo celeste,

che sol si traveste

d’un sé moribondo.

Tutt’altro che a corpo somiglia

la luce che m’agita il petto,

e suscita la meraviglia

sublime di un sole in me stretto,

ch’è il ritmo perfetto

cui l’anima è figlia

E’ un ritmo che immagina canti

d’eroi sovrumani e di sfere

in suoni e colori parlanti

figure di popoli e d’ere,

in quanto è il volere

ch’io voglio in avanti.

*

Arturo Onofri

 

ARTURO ONOFRI, POESIA

DANDO I NUMERI…

mat

Ehi, la sezione della Tradizione langue!

Possibile che interessi così poco? Va bene che, tolto qualcosa sul buddhismo, non è stata il fiore all’occhiello di Vecchia Eco…ma abbandonarla tutta sola, col suo stinto abituccio fuori moda, mi pare uno sgarbo bello e buono. Poi arrivano bellimbusti guenoniani a megafonare che è tutta loro e alludono pure ad una licenziosa intimità: mosci come sono mi pare impossibile! Non solo: una fila di evoliani che pare un serpentaccio quant’è lunga, aspetta in buon ordine il permesso di entrare (nella fila spicca a tratti qualche strano esemplare di individuo assoluto: ma sembra finto).

Convenitene: è una visione che colpisce, tant’è che ne rimango rincitrullito e, per qualche attimo, do i numeri.

Uno (Unità)

La corrispondenza musicale è con la nota generatrice dei toni, dunque presuppone il silenzio; la rispondenza geometrica è il punto che presuppone il vuoto, nella tradizione occidentale è la sovressenzialità, cioè causa non causante; nella Cabbala è ayn, il nome più segreto di Dio: il nulla.

Per i pitagorici era “assenza di opposizione” e sottolineavano che “il tutto è uno”.

Secondo Clemente, quando Alessandro interrogò i Sapienti dell’India su quale fosse il precedente, il giorno o la notte, essi risposero “Un giorno”.

Il sacrificio dell’unità genera la molteplicità delle opposizioni, il sacrificio delle opposizioni riconduce all’unità.

Splendido il breve dialogo del Rumi su ritorno all’uno: “Un uomo bussò alla porta dell’amico. “Chi è là?” “Io” “Non c’è posto per due”. L’uomo ritornò dopo un anno di solitudine. “Chi è là? “ ” Tu o Amato” “Poiché sono Io, che Io entri” “Non c’è posto per due in un’unica casa”.

Dice Ciuang Tse: “Al grande principio di tutte le cose c’era il senzaforma, l’essere impercettibile, non c’era nessun essere sensibile e pertanto nessun nome. Il primo essere che fu, fu l’uno. Si chiamò norma la virtù emanata dall’uno che creò tutti gli esseri. Moltiplicandosi senza fine nei suoi prodotti, questa virtù partecipata si chiama in ciascuno di essi: sua parte, porzione, destino. Nell’essere che nasce certe linee specificano la sua natura. In questa è il principio vitale. Ogni essere ha la sua maniera d’agire che è la sua natura propria. E’ così che gli esseri derivano dal principio”.

Due (Dualità)

Nella musica è con la prima nota generata, nel tono minore o maggiore, a distanza di un’ottava. Nella rispondenza geometrica è l’estensione del punto, cioè la linea.

Per i pitagorici  la dualità è il primo numero pari, femminile, simbolo di giustizia in quanto divide in parti uguali.

La dualità è vista come divisione dell’unità o sua addizione. Simboli della dualità sono il sole e la luna, il maschile e il femminile, forma e materia, notte e giorno, fas e jus.

Il due cabbalistico è la seconda lettera, beth, che mostra alto e basso, inferno e paradiso, secolo ed eternità. Soprannaturalmente si va dall’uno al due, naturalmente si va dal due all’uno.

Tre (Triade)

La somma dell’uno e del due è lo scambio, la neutralità: diversità (duale) e necessità (uno) si conciliano nella triade: rapporto necessario di diversi, cioè consonanza. Rapporto tra due rapporti uguali e uno diverso: asimmetria  e simmetria nella tonalità di più colori, nella sezione aurea delle composizioni architettoniche.

L’impari non è divisibile in parti uguali ma è suscettibile di armonia. Tre sono le parti del giorno: aurora, mezzogiorno e crepuscolo e anche le fasi lunari (se non si tiene conto della distinzione di levante e calante).

La triplicità è propria dei mostri e degli dei, cioè dei principi delle cose.

La Cabbala parla di tre madri: alef, mem, scin: acqua, aria, fuoco: come legge triadica che presiede a ogni figura. Geometricamente il tre è la superficie.

Quattro (Quaternità)

Sulla base del tre si leva verso il punto del vertice (uno) la piramide, che nasce dal rapporto di quattro punti. I pitagorici affermarono che il quattro è più perfetto del tre: esso segna il concretarsi dell’armonia in forme visibili: è il quadrato della giustizia, corrisponde ai quattro elementi, alle quattro direzioni dell’orizzonte, alla ripartizione del circolo diviso da due diametri, all’anno diviso in quattro stagioni, alle quattro età dell’uomo, alle quattro virtù cardinali, ecc.

Carl von Eckartshausen (uno dei rarissimi discepoli della Rosacroce visibili) espose la dottrina della quaternità che ispirò Goethe in alcuni passi sul mistero del quattro, numero in cui ritorna l’unità. Plutarco, in De musica, osserva che le quattro corde della lira danno gli intervalli fondamentali: ottava, quinta, quarta e tono.

Teone di Smirne scrive che il quattro è il principio dei solidi geometrici, poiché “ lo sperma corrisponde all’unità e al punto, l’accrescimento in lunghezza alla diade e alla linea, in larghezza alla triade e superficie, quello in profondità alla tetrade e ai solidi”.

La tetraktis è il rapporto tra 4 e 10 (10 = 1 + 2 + 3 + 4); gli elementi della piramide sono 10, cioè 6 linee e 4 punti.

Cinque (Pentade)

Secondo il quinario: Dio, angelo, anima, corpo, mondo (Kircher); cinque corrispettive conoscenze: mente, intelletto, ragione, immaginazione e senso; cinque sensi: udito, vista, olfatto, gusto e tatto. L’elenco potrebbe continuare. Per i pitagorici, il cinque che si rappresenta con il pentagramma, è detto matrimonio, perché unisce il molteplice: corrisponde alle dita di una mano, è il massimo di figli possibili ad un solo parto, è ciò che mette in rapporto i quattro elementi, cioè la quinta essenza (ovvero: Aurum potabile, Acquapermanens, Vinumardens, Elixir vitae, Solutiocoelum).

Se il tre è l’estensione infinita, il cinque pone la limitazione: il simbolo è la rosa canina a cinque petali che conduce a unità la divisione nel tempo. Filone in De plantatione: “ Quando nell’anno e numero 4 sarà stato consacrato ogni frutto dell’anima, nell’anno e numero 5 noi ne avremo il godimento e la fruizione poiché è detto: al quinto anno mangerete il frutto”.

Nella meditazione islamica si distinguono 5 centri nel corpo. S. Domenico istituisce, nel 1206 per ispirazione della Vergine, il rosario a tre serie di cinque misteri ciascuna. Cinque sono le piaghe del Cristo. Nella Svetasvara Upanishad il 5 è un fiume con cinque correnti (i sensi), cinque rapide (grembo, nascita, invecchiamento, malattia e morte), cinque ostruzioni (ignoranza, egoismo, attaccamento, avversione, aggrapparsi alla vita).

Sei (Esade)

Sei è metà trai numeri pari, fra 6 e 10. Secondo Clemente d’Alessandria (Stromata), Cristo salì il Tabor come IV, si illuminò divenendo VI, mettendo a nudo il potere che da Lui procedeva; fu proclamato Figlio di Dio dal VII, cioè dalla Voce, affinché avessero riposo coloro che lo vedevano; così Egli, attraverso la sua nascita (VI) diventando VIII, appare come Dio nella forma umana. Perciò si dice che l’uomo fu creato il VI giorno, intendendo colui che fosse fedele a Cristo VI. Il sette glorifica l’otto: “coeli enarrant gloriam Dei”.

Rumi dice: “Il padrone del cuore (il Santo) è uno specchio a sei facce, attraverso lui Dio guarda nelle sei direzioni”.

Il moto dell’anno da solstizio a solstizio avviene in 6 mesi, dividendo le 4 stagioni in sei parti ciascuna si ottengono le 24 quindicine dell’anno.

Per Kircher il sei simboleggia queste verità: “lo scendere della luce è il salire della tenebra…, che la forma attuale diventi materia potenziale significa che la materia potenziale diventa forma attuale”.

Sette (Eptade)

Quattro, o materia, più tre, o spirito, dà sette ovvero completezza.

Filone (De opificio mundi) dice che il 7 è l’unico nella decade perché non è generatore ingenerato come l’uno, non è generato non generante come l’otto (generato dal 4 ma nulla generante entro la decade), mentre poi 4 è generato è generato è generato da 2 e generante (8): perciò 7 è Vergine, Immobile e Increato, perché non si muove ciò che non è generato e non genera, come 0.

Sette le note della scala temperata, le fasi lunari, i pianeti, i colori dell’arcobaleno. 7 sono i movimenti: in su, in giù, a destra, a sinistra, avanti e indietro e in circolo: la grammatica della danza in rapporto al lavoro, al cielo e alla creazione, essendo ogni numero un modello di mediazione fra ordini diversi. Lo spazio è settemplice se alle sei direzioni si aggiunge il centro da cui partono. Aristotele ci informa che il quattro è potenza, il tre attualità: e la somma è la sapienza. Sette veli di luce (e tenebra) coprono la faccia di Dio e sette sono i gradini verso il Tempio o il paradiso.

Le antiche tradizioni ritrovano nelle pratiche occulte il settemplice ordinamento: i sette chakras dello yoga, le sette stazioni di S. Agostino; l’illuminazione musulmana attraversa la successione di sette colori, corrispondenti ai sette punti individuati dai Cabbalisti ed ai sette strati: terra, acqua, aria, fuoco, sole, luna e stelle.

Persino W. Reich, nella sua psicologia visionaria, individua sette anelli della “corazza” con cui il nevrotico si difende dalla vita (anche il Groddeck consiglia di sperimentare le genesi della corazza così: si provi a reprimere all’improvviso un pensiero che interessi molto e si scopre che ciò non è possibile senza contrarre i muscoli dello stomaco).

Nel sistema dei sette doni dello Spirito Santo è la sapienza che degusta Dio. Nel sistema dantesco dei cieli, il settimo è quello della contemplazione.

Nella psicologia sperimentale si impone la realtà del sette, poiché analizzando la capacità di reagire a stimoli diversi si è accertato che, per l’intensità del suono, per il sapore, per la percezione visiva, come per altri stimoli, nell’uomo la capacità di distinguere è limitata a sette varietà; è settemplice la “capacità di canale”, come dice il gergo. Si può andare oltre il sette soltanto combinando ordini diversi: ad esempio forma, colore e sapore, e in tal caso si arriva al massimo di 150.

Non mancherebbero: l’ottoade, il nonade e la decina, con cui la fanno finita i pitagorici ma non altri, ma suppongo di aver tormentato un po’ troppo me stesso e chi, malauguratamente, perderà il suo tempo con queste strane righe.

 

TRADIZIONE

NUOVA GIOVENTU’ E NUOVA LUCE

 OROAZZURRO ROMA 3 FK4APR 2013 FK 011

NUOVA GIOVENTU’ E NUOVA LUCE

 

ESENTE DA OGNI INGANNO ASSURGE L’ANIMA AL DECORO.

E’ FUOCO IN CIELO SPESO AFFINCHE’ L’ETERNO SIA.

 

NEL GIOCO DELLE FOLGORI RINCORRE L’IO IL SUO TRONO.

INSEGUE LE SUE ARMI PER ANNIENTARE L’ODIO CHE INCUPISCE.

 

MENTRE LA PIETRA ATTENDE AL VARCO IL CUPO RINTRONARE CHE ASCENDE DALL’ABISSO

E CHE IN ESSA SI CONDENSA NEL CAMMINO RAZIONALE DEI PENSIERI  TROPPO UMANI.

 

LA PIETRA DEL LIVORE IN ANIME CONSUNTE CHE NULLA INNALZA AI CIELI.

PIETRA DI GELIDE ASSONANZE FRA LE DISARMONIE INFERNALI.

PIETRA IN CUI SI RADUNA IL MALE FINGENDO DI DORMIRE FRA LE ASSOPITE ISTANZE DELLA LUCE SUPERIORE.

 

QUANDO UN PENSIERO SORGE DINANZI ALL’IO CHE NELLA PROPRIA LIBERTA’ LO SUSCITA :  TALE PENSIERO E’ AVVOLTO DALLA VESTE MORALE  CHE TALE LIBERTA’ HA STRATIFICATO.

 

MA  SPESSO TALE VESTE E’ LACERA E SCOMPOSTA

PERCORSA DALL’INVERSO DELLE FOLGORI CELESTI :

LE TELLURICHE ESPLOSIONI CHE OGNI BESTEMMIA FISICA VI HA IMPRESSO.

 

RABBIA VOLGARITA’ APPETITI  GIGANTESCHI E GREVI SONO POTENZE OCCULTE

CHE ESPLODONO SILENTI E CHE PERMANGONO EFFICIENTI NELLO SPROFONDARE GLI ANIMI.

L’UMANO TROPPO UMANO E LE SUE VOLUTE AFFINITA’ ANIMALI.

 

COLTIVATE ESPLOSIONI DI UMANITA’ FISICIZZATA NEL RANCORE PERENNE  DELL’ESSERE BESTIALE.

SUBITE MUTILAZIONI CHE ESTRAGGONO E RIGETTANO L’ESSERE DEI CIELI

PRIMA ANCORA CHE VENGA CONCEPITO.

 

LA VESTE MORALE CHE ACCOGLIE OGNI PENSIERO RAZIONALE E’ PREVENTIVAMENTE IMBESTIALITA.

CORPOREITA’ VIVACIZZATE DALLE GENERAZIONI PRECEDENTI

INFETTANO CON ABISSALITA’ PRERAZIONALI LE GENERAZIONI NUOVE CHE SI AFFACCIANO ALLA VITA DEL PENSARE.

 

UN GORGO TEMPORALE NELLA VITA RAZIONALE CHE SPINGE NELLE TENEBRE.

 

IL NUME ETERICO E’ SCACCIATO PRIMA CHE POSSA ILLUMINARE.

PRIMA CHE LA SACRA IMPRONTA POSSA FAR SCEGLIERE FRA IL BENE E IL MALE.

TENEBRA CHE AVVOLGE IL BENE PRIMA CHE POSSA SPLENDERE.

LUCE RUBATA AI CIELI PER DARE VITA AGL’ INFERNI DEI CONTAMINATI.

 

LA LIBERTA’ E’ RUBATA ASSIEME ALLE ARMONIE.

LA GIOVENTU’ E’ TRADITA DA CHI NON ERESSE LA PROPRIA RAZIONALITA’ NEI CIELI.

ABORTI FISICI E SPEGNIMENTI ETERICI PERPETRANO L’IDENTICO ABOMINIO.

RAGGELANTE INSENSIBILITA’ OMICIDA IN CUI DEMONI ULULANTI IMPRECANO DEFORMI NELL’ESTASI DELL’ECATE ASSASSINA.

 

MA NEGLI ATTIMI IN CUI I CONCETTI RAZIONALI VENGONO CONTEMPLATI DAL PENSARE CHE LI RIASSUME QUALI POTENZE DELLA PROPRIA INTELLIGENZA ABITUALE  :

NEGLI ATTIMI IN CUI LA RAZIONALITA’  E’ CONTEMPLATA DOPO CHE E’ STATA SPESA :

NEGLI APICI IN CUI IL CONCETTO E’ MANTENUTO VIVO QUALE SIMBOLO DI UN POTERE INTELLIGENTE CHE E’ STATO DEFINITO :

NEL SILENZIO IN CUI LA VOLONTA’ CONTEMPLA CIO’ CHE SI E’ PENSATO :

TACCIONO I DEMONI E GRADUALMENTE RESPIRA IL VOLTO DEL CALORE.

NUME DELLE FOLGORI CHE GIUNGE SINO AL CUORE ATTRAVERSO L’ATTO DELL’INTELLIGENZA CHE ARDE FRA I CONCETTI CONTEMPLATI.

ESSENZA SOVRUMANA CHE PUO’ SCENDERE SANANTE FRA GLI ABISSI DEL TROPPO UMANO MENTRE LO RICONSACRA.

RESPIRO DELLE DIVINE FORME CHE DISSOLVONO LA BESTIALITA’ INCARNATA

MENTRE IN LOGOS-APOLLO SI DELINEA L’ESSENZA DEL RICONQUISTATO BENE.

TALE POTENZA IMPRESSA NELLE TENEBRE IRRORA DI ETERNITA’ SOLARE IL NUOVO CHE NASCE.

NUOVE GENERAZIONI NON AVRANNO SOLO LA BESTIA AD INTACCARE IL CUORE.

ARCANGELICI DISEGNI OFFRIRANNO POSSIBILI COSMICI SENTIERI AI CIELI INTERIORI DELLE FRONTI INCORONATE.

FUOCO DELL’IO E SUO CELESTE NUTRIMENTO CHE INFINE PUO’ IRRAGGIARE  GLI  ATTI SOLARI DELLA LIBERTA’ SPESA ASCENDENDO.

EREDITA’ DI LUCE  POSSONO CORRERE INCONTRO AI NUOVI NATI

POICHE’  CHI LI PRECEDE HA ATTINTO FRA LE FOLGORI DEL DIO SOVRAMENTALE.

E FRA LE TENEBRE DEI CORPI FARFUGLIANTI : HA  IMPOSTO IL SILENZIO DEL SOLE CHE SI ACCENDE FRA LE FOLGORI DEL CUORE.

SOLE CHE E’ SORTO IN QUANTO LA LIBERTA’ DELL’UOMO NE HA PERMESSO L’ALBA.

 

ATTO DI ASCESI VOLUTA NEL SILENZIO IN CUI LA LIBERTA’ RESPIRA RISORGENDO QUALE ESSENZA DEL SOLARE.

 

LOGOS DELLA PERENNE RESURREZIONE CHE SOLO NELLA LIBERTA’ E’ POSSIBILE ATTUARE.

 

DISSOLVENDO IL MALE CHE POI VERRA’ REDENTO.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO, , , ,

IL NUOVO TEMPIO DI MARC CHAGALL

.IL NUOVO TEMPIO DI MARC CHAGALL - Microsoft Word

🏛️

.L’ Arte di Chagall: un “arto” per sfiorare, toccare l’invisibile. Non solo strumento per esprimere o conseguire urgenti sensazioni, bisogni ignoti. Disse dei suoi quadri che essi parlavano forse di una visione del mondo, d’una concezione che si trovava fuori del soggetto e dell’occhio, una concezione, in quell’epoca “tecnica” dell’arte che valeva come accusa di cadere nella letteratura.
In realtà egli non volle accontentarsi di mere esercitazioni del suo talento, di sostare in una visione contrapposta o duale, nè di produrre opere che fossero solamente immediati riscontri fenomenici, bensì presentì la necessità del completamento della sua arte.

“Ciò che mi ha sempre tentato di più è l’aspetto invisibile, quello cosiddetto illogico, della forma e dello spirito, senza il quale la verità esteriore per me non è completa”. (M.C.)

coppia azzurra solecoppia azzurra ballerina

I suoi sposi, soggetti ricorrenti nelle sue opere, volano non per distaccarsi nel sogno e lasciare la vita reale: infatti i paesaggi e la terra sono parte importante dei suoi quadri, una memoria,  culla, barca, vascello in cui i due, spesso abbracciati viaggiano nella vita, alla ricerca della dimora vera. Nella emancipazione del vecchio, nell’appropriarsi del suo destino, nella trasformazione dell’anima, in una nuova presa di coscienza, nella individuazione di uno scopo, ha inizio la nuova opera:

“Mia soltanto è la patria della mia anima. Vi posso entrare senza passaporto e mi sento a casa; essa vede la mia tristezza e la mia solitudine ma non vi sono case: furono distrutte durante la mia infanzia, i loro inquilini volano ora nell’aria in cerca di una casa, vivono nella mia anima.” (M. C.)


L’amore della coppia è il leit motiv delle immaginazioni di Chagall, il protagonista senza cui il quadro della vita sarebbe solo natura morta.

Solitudine

E dalle sue escursioni e meditazioni solitarie ogni volta il tema risorge in vivezza di colori da cui sboccia il fiore della coppia, il dipinto non è più dipinto……la vita vi si anima.

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                          Chagall, Marc The Three Candles (1)

                 a strollchagall

Ma il raggiungimento non è casuale e occasionale, ad un certo punto egli potrà affermare che:

“Ci fu un tempo in cui avevo due teste, vi fu un tempo in cui questi volti erano bagnati dalla rugiada dell’amore e disciolti come profumo di rosa. Ora mi sembra che anche quando indietreggio avanzo verso un’ampia porta, oltre la porta ci sono ampie distese di pareti, rombi di tuoni smorzati e lampi spezzati riposano.” (M. C.)


Quindi non più necessità di oscuro sentimento a improntare la sua arte, non più un attendere ed accettare i doni della musa, ma insieme l’intuizione, il presentire di una certezza, di un equilibrio, di una potenza che possono estrinsecarsi in volontà di conoscere, di toccare le vesti di quell’arte, di affiancarsi ad essa e con lei insieme agire.

“Non si deve cominciare dai simboli, ma giungere a essi.” (M. C.)

Penetrare lo spirito di questa frase è poterla affiancare a quella di Goethe: “Tutto l’effimero non è che un simbolo”. Ossia si può ravvedere in Chagall la necessità del disincanto del simbolo, e quindi di una non più supina accettazione dell’immediato visibile e percepibile, ma un intendere che il mistero attende proprio l’uomo per essere compreso, per svegliare dal riposo i rombi dei tuoni smorzati e i lampi spezzati. Non più il simbolo a scaramanzia, protezione, antico rituale, ma piuttosto il simbolo in attesa dell’uomo che lo liberi del suo effimero, per far si proprio che torni a essere potenza viva e alleato, in quanto conosciuto: dalla magia alla imaginazione, ossia arte dell’uomo e non più forza prigioniera e in balia della natura.

L’artista nella sua esperienza artistica, così come l’uomo è chiamato nella vita a completarsi del suo IO cosciente e agente, sente urgente in sè di dare la vita vera, la luce, il calore e i colori, il suono, al suo vecchio quadro.

L’arte della pittura a volte è strumento che può essere usato solo in funzione di sè stessa, ossia di soddisfazione di sensi, così come nella vita ciecamente si ripetono i desideri, le brame e le soddisfazioni, e poi da capo: una sofferenza che nei secoli è apparsa a ancora appare sulle tele, in impressioni d’ansia, sconfitte, paure, angoscie, imprigionate e immobilizzate nella trama e nei colori, in ottusa ricerca vanificata e spesso conducente a vera e propria visionarietà disordinata e senza scopo: esplosioni, momentaneamente soddisfacenti e lenenti l’oscuro impulso di vita che sulla tela trovano sfogo solamente e non anche direzione.

A questi artisti sofferenti, a questa arte – sentendosi uno di loro – Chagall risponde non solo con la sua arte, ma anche con questi versi:

chagall2

LI HO CONOSCIUTI TUTTI? HO VISITATO
I LORO STUDI? HO CONTEMPLATO
I LORO QUADRI, DA VICINO
O DA LONTANO?

ESCO ADESSO FUORI DI ME,
DAL MIO TEMPO,
E VADO ALLA LORO TOMBA SCONOSCIUTA.

MI CHIAMANO. MI INVITANO,
INNOCENTE O COLPEVOLE CH’IO SIA
MI INVITANO ALLA LORO FOSSA.
MI DOMANDANO: DOV’ERI?

…SONO SCAPPATO
…MI ALZO PRENDO CONGEDO DA VOI
CAMMINO VERSO IL NUOVO TEMPIO.
E LÀ GIUNTO ACCENDO UN CERO
DAVANTI AL VOSTRO QUADRO…

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Nell’arte di questo pittore si può intuire anche lo stesso impulso che animò la vita e le opere del poeta Arturo Onofri, impulso di volontà a manifestare “il significato cosmico della vita degli uomini e dell’universo”.
L’arte al servizio dell’Uomo e dell’Universo.

In Marc Chagall l’arte diventa un presentire l’esistenza di quella Verità che nello stesso tempo è mezzo di ricerca e impulso di volontà cosciente per potersi conseguire.

“Mi darà Dio, o qualcun altro, la forza per respirare nella tela il mio sospiro?” (M. C.)

E chi può essere quel qualcun altro se non il proprio Io che vuole vivere, risvegliare l’uomo e la natura?

Il simbolo ricorrente nei suoi quadri, la donna, la coppia, fa completare la frase di Goethe: “Tutto l’effimero non è che un simbolo, l’eterno femminino ci trae in alto.”

In alto come gli sposi di Chagall.
Che si uniscono nell’anima, in cerca del Nuovo Tempio, il loro Tempio.

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ARTE, MARC CHAGALL, PITTURA
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