ORO OLTRE IL DESERTO CAP.3

 ALBA SU ROMA 9 GIU 2013 FK 024

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ORO OLTRE IL DESERTO    CAP.3

(OROLDES)

 

1/9011

AFFILATA GLORIA SOLARE

 

OVE LA SUPERBIA SONNOLENTA E’ GRANDE :

IL BEOTA SI PASCE DI SE STESSO.

 

UBRIACO DI TERRA.

EBBRO DEI TELLURISMI REGREDIENTI.

 

UNA FORZA DI FOLLIA SPINGE LE ANIME A PERDERE L’ESSENZA DEL SOLARE.

UNA TORPIDA NEBBIA AVVOLGE LE COSCIENZE.

PORTANDOLE A BLATERARE NEL FIELE

MENTRE INVERTONO E DEFORMANO I VALORI DEL CUORE SACRO DELL’INTELLIGENZA.

 

PALLIDO IL MEDIANICO INSUPERBIRE

HA UNA FEDE CIECA NEL SUPPURARE ALLUCINATORIO DEL PROPRIO INFETTO SENTIRE.

 

TITANICA L’ISTERICA FIDUCIA NEL GHIGNO DEL MENTITORE

DOMINA LA TREMULA UMANITA’ DI CHI VOLGE AL DELIQUIO.

 

TELLURISMI REGREDIENTI OTTUNDONO IL SENTIRE

MENTRE LA VOLONTA’ SI IMMERGE NEL VOLUBILE ESAGERARE.

 

PICCOLE VANITA’ OTTENGONO IL POTERE DEL GIGANTISMO OCCULTO.

RIUSCENDO COSI’ AD UNIFICARE L’INTERIORITA’ NELL’ATTIMO INCOERENTE

CHE OTTIENE LA MASSIMA POTENZA NEL FARFUGLIARE DELL’ANTI INTELLIGENZA.

 

L’UMANA PERSONALITA’ E’ FRANTUMATA E MORTA

LA RAZIONALITA’ PERDUTA GIACE FRA LE MACERIE DELL’INDIVIDUALITA’ TRAVOLTA.

 

MA DINANZI ALLA LUCE DELL’IDEA SI MOSTRA LA MENZOGNA CHE

– COERENTE CON L’ASSUNTO COMPITO DI DIABOLICA INCOERENZA NELL’AVVERSO –

ABITA E INDOSSA E USA IL VOLERE ED IL SENTIRE DELLA CROLLATA INTELLIGENZA.

 

LA PAZZIA E’ SEMPRE MALVAGIA.

 

L’INDOLE PROFONDA NE LIMITA EVENTUALI MANIFESTAZIONI ESTREME.

MA L’ENTE DEL MENTITORE NE ABITA LE CARNI.

 

L’ESSENZA DELLA SANTITA’ ABITA SEMPRE I LUOGHI DELLA VERA INTELLIGENZA

COSI’ COME LA MALVAGITA’ PERCORRE SEMPRE  SENTIERI DI  FOLLIA.

 

MEDIANITA’ MORTE E FOLLIA DANZANO ASSIEME I RITMI DI UNA SPONTANEITA’ INFETTA CHE SORGE DAGLI INFERNI.

FALSA SPONTANEITA’ CHE SOLO IL –PALESE O NASCOSTO- BESTEMMIARE HA COME SCOPO.

 

DINANZI AL PENSIERO CHE VIVE AL COSPETTO DELL’INTELLIGENZA

-NELL’ATTO CHE CONTEMPLA IL CONCETTO RICORDATO-  

SI SVELA IL CONTESTO OSCURO DI CIO’ CHE NEGA IL SOLE INTERNO AL CONCEPIRE.

 

NELL’ASCESI VENGONO VISSUTI GLI ATTI INTERIORI CHE PORTANO AL MENTIRE.

VENGONO AFFRONTATI COME OSTACOLO CHE NEGA L’UNIRE DELL’IDEA .

 

OGNI ATTO COMPIUTO NELL’ASCESI DEL PENSIERO LACERA I NODI DEL MENTIRE.

ATTUA UNA DEDIZIONE CHE E’ L’ESSENZA DELL’INTELLIGENZA.

 

OLTRE LE CARNI CEREBRALI SPLENDE IMMATERIALE LA VERA INTELLIGENZA.

SPLENDE E RESPIRA NELLO SCULTOREO LAMPO IN CUI LA VERITA’ CONSACRA E L’UOMO E’ FRA GLI DEI.

 

OLTRE LE CARNI CEREBRALI L’IDEA SCORGE GLI ABISSI DI FOLLIA E COME TALI LI DISVELA.

E COME TALI  PER IL SOLO FATTO DI ESSERSI ACCESA :  LI COMBATTE.

CONSUMANDOLI.

 

ARDE E SI ACCENDE L’ESSENZA DI OGNI FORMA.

ARDE E SI INNALZA.

E SPLENDE.

 

E LO SPAZIO CONQUISTATO AL BENE  :

FRA LUOGHI IMMATERIALI CHE NON CONOSCEVA  :

VIENE STRAPPATO AI GORGHI DI FOLLIA CHE LO CONTAMINAVANO.

 

ED E’ PURIFICARE.

 

E’ PURIFICARE I NODI SERRATI IN CUI VENGONO ALTERATE LE SCELTE INTERIORI.

E’ INTACCARE E CONSUMARE IL CAOS DEL BIOLOGICO FURORE CHE VUOLE BESTEMMIARE.

 

LA SOLA IMMATERIALITA’ E’ NELL’ATTO COSCIENTE DEL PENSARE

CHE CONTEMPLANDO L’ESSENZA DEL CONCETTO RICORDATO

VIVE REALMENTE NEL POTERE DA CUI L’INTELLIGENZA SORGE.

 

VIVE NEL RESPIRO SOVRUMANO DA CUI L’UNICA SANITA’ SI TRAE E DISCENDE.

 

NEL MISTERO DELL’ASCESI IN CUI L’ATTO CONTEMPLANTE DELL’IDEA DIVENTA RITO :

UN PALESE VALORE SOVRUMANO ACCENDE NELL’AUREO

ZONE DELLA COMPAGINE INTERIORE CHE ALTRIMENTI VERREBBERO SOPRAFFATE DAL CORPOREO.

 

SOVRUMANITA’ SI AGGIUNGE ALL’UOMO CHE CONTEMPLA IL PENSARE

E CHE  -COSCIENTE NEL SILENZIO IN CUI RIASSUME I TRATTI DELLA SINTESI-

RESPIRA E VIVE OLTRE IL QUOTIDIANO CONTINUO PARLARE CEREBRALE.

 

SILENZIO CONOSCENTE CHE RIUNIFICA LE PARTI DEL RICORDO.

SILENZIO CONOSCENTE IN CUI LE POTENZE DELLA FORMA

OFFRONO IL PROPRIO PURISSIMO VOLERE COME SPAZIO OCCULTO

IN CUI LA PIU’ ALTA POTENZA DEL SOLARE PUO’ INCARNARSI NELL’UMANO.

 

LOGOS DELL’IO E DEL CUORE.

 

LOGOS APOLLO.

 

ESSENZA DELLA FOLGORE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Quarta Lettera (parte III)

Denderah

 

 QUARTA LETTERA

Luglio 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(Continuazione)

Possiamo trovare pure l’immagine di questi eventi dentro la forma umana. La cassa toracica umana è una immagine reale del Cancro. La cassa toracica circonda e protegge gli organi interni, in special modo il cuore e i polmoni; e tuttavia, nella misura in cui la cassa toracica separa gli organi interni dall’esterno, vive dentro la cassa toracica il desiderio di venire in contatto con il mondo esterno. Questo desiderio può giungere sino ad essere egoismo; il desiderio di possedere tutto quello che giunge alla portata dell’essere. Dobbiamo adesso immaginare che quest’immagine della cassa toracica è soltanto pallidamente indicata negli eventi descritti sopra, perché gli esseri connessi con gli eventi del Cancro dell’Antico Saturno sono ancora molto dipendenti dall’aiuto degli Spiriti dell’Amore. Essi non hanno neppure raggiunto la coscienza dell’Io simile a quella umana, così dobbiamo vedere in qualche modo il peso di questi eventi nella Costellazione del Capricorno. Ciò appare ora come le giunture nella forma umana, in special modo nei gomiti e nei ginocchi. Così troviamo di nuovo il rapporto con gli eventi nel quarto ciclo di Saturno. Abbiamo detto che gli avvenimenti dei Gemelli e del Sagittario appaiono entro la forma umana come la parte superiore delle braccia seguite dai gomiti. Comunque, si può chiedere: “Che cosa hanno a che fare i gomiti con gli organi dei sensi?”. Se non si fa l’errore di immaginare gli organi dei sensi unicamente come li ha oggi l’essere umano, si può trovare la soluzione. Se immaginiamo le percezioni soprasensibili degli Spiriti dell’Amore che compenetrano i corpi di calore e nell’atto della compenetrazione, per così dire, creanti organi di percezione sulla superficie della “pelle” di quei corpi, possiamo allora sperimentare quanto segue: fuori dei corpi di calore – il luogo di dimora degli Arcangeli – l’influenza degli Spiriti dell’Amore è qualcosa di simile a linee “rette”, ma essa nel penetrare la pelle di quei corpi viene ritorta, e così viene creato una specie di organo – come una giuntura – che cambia la “direzione” esterna in una “direzione” interna. Solo dall’esatto rapporto tra ambedue le “direzioni”, attraverso un organo di senso simile ad una giuntura, possono aver luogo le corrette percezioni. Questo, per esempio, è il modo come agisce l’occhio umano, in quanto sorta di organo di senso Archetipico simile ad una giuntura. Nel caso del gomito, come immagine del periodo dell’Antico Saturno, avremmo un attivo organo di senso perché esso è usato per la nostra attività proprio come dobbiamo immaginare gli organi di senso ispirati dagli Spiriti dell’Amore: come organi attivi, creativi. 

Il successivo gradino dell’Antico Saturno, il sesto grande ciclo, conduce oltre lungo questa linea. Finora vi erano facoltà di percezione create dentro le creature di calore, e adesso durante questo ciclo viene instaurata una sorta di digestione. Gli eventi dentro Saturno sono non solo percepiti, bensì le sostanze di calore nell’ambiente circostante vengono pure accolte nell’essere di calore. Là esse attraversano una specie di “metabolismo”; così hanno luogo processi di nutrizione e di escrezione. 

Questa evoluzione viene causata da due specie di Esseri Spirituali. Gli “Angeli” o “Figli del Crepuscolo”, e gli “Spiriti dell’Armonia” o “Cherubini”. Nell’Antico Saturno gli Angeli hanno una coscienza ancora più bassa degli Arcangeli. La loro coscienza potrebbe essere paragonata con il grado di coscienza che oggi hanno le piante, ed essi pure agiscono sui corpi di calore in una maniera pallidamente simile. Essi provocano questo primordiale metabolismo che è simile alla circolazione della linfa nelle piante, ma non potrebbero farlo da soli. Li aiutano elevati Esseri Spirituali, chiamati Spiriti dell’Armonia. Questi hanno acquisito il potere di dirigere le correnti cosmiche di calore. Se noi fossimo capaci di dirigere volontariamente la nostra corrente sanguigna, allora avremmo una pallida idea di ciò che questi Esseri possono fare. Consistendo di calore, questa corrente di sangue cosmica appare da fuori come suono. E’ l’”Armonia delle Sfere”; per questo, questi Spiriti sono chiamati Spiriti dell’Armonia. L’ordine nel quale essi dirigono le correnti cosmiche, che da un lato è calore e dall’altro volontà, è così bello e armonioso che appare come musica celeste. 

Ambedue le Gerarchie insieme creano il metabolismo primordiale. Possiamo trovare questo stadio di evoluzione rimembrato nella Costellazione del Leone e dell’Acquario. La costellazione del Leone può essere trovata, in Febbraio a mezzanotte, alta sull’orizzonte meridionale. E’ una Costellazione veramente notevole. Al di sotto vi è l’Idra e sopra di essa, verso il cielo settentrionale, il corpo dell’Orsa Maggiore. In questa Costellazione sono inscritte le azioni degli Angeli. Essa pure è strettamente collegata col cuore. Il leone sulla Terra ha un rapporto peculiarissimo tra il battito del cuore e il respiro. Si può dire anche che il corpo di questo animale è principalmente orientato verso il cuore. Esso è, preso come un tutto, un grande “cuore”, e perciò è il “re degli animali”. 

Senza grandi difficoltà, ora, possiamo vedere in questa regione il metabolismo di calore come è stato creato dentro i corpi di calore su Saturno, perché il cuore è ancora oggi l’organo centrale del metabolismo del calore connesso col calore del sangue.

46 - Leo 1

 

La Costellazione dell’Acquario può essere vista, verso la fine di Agosto nelle ore di mezzanotte, tra la Costellazione dei Pesci e il Capricorno. Le nostre vecchie mappe Stellari la mostrano come una figura umana che riversa acqua da un’anfora negli spazi celesti. In questa regione sono inscritte le azioni degli Spiriti dell’Armonia. L’acqua che viene riversata nell’Universo non è, naturalmente, acqua terrestre. E’ la corrente di calore che gli Spiriti dell’Armonia dirigono attraverso l’Universo dell’Antico Saturno. Dentro il corpo umano, la circolazione della corrente sanguigna è ancora l’immagine dell’attività di quegli Spiriti Divini. Sappiamo che, talvolta, parliamo persino del suono dello scorrere impetuoso della corrente sanguigna. Gli avanbracci e i polpacci sono pure collegati con l’Acquario. Coloro che hanno una qualche esperienza nella cura dei bambini sanno che gli avambracci ed i polpacci sono un eccellente mezzo per la misurazione e la regolazione del metabolismo del calore, così come un controllo della velocità cardiaca. 

Acquario

 

Nella prossima Lettera concluderemo la descrizione dell’evoluzione dell’Antico Saturno e riassumeremo le nostre esperienze sullo Zodiaco, che ci renderanno capaci di delinearne un’immagine più completa. Ciò sarà necessario dopo il nostro viaggio in qualche modo rapido attraverso questo grande giro dell’evoluzione cosmica. Possano i lettori non diventare impazienti se queste descrizioni sembrano molto difficili. Dobbiamo fare questo duro lavoro per stabilire una reale e fondamentale conoscenza dell’Universo Stellare, che si dimostrerà utile in molte maniere.

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

AZIONE INTERIORE E PRESENZA ESTERIORE

Agrippa

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Un’amica, dal nome pugnace, pone una domanda, anzi due, che sorgono del tutto naturali a chiunque affronti il cammino spirituale con senso di responsabilità.

La prima dice: «Detto questo però rimane in me sempre una domanda. Dunque, è giusto e doveroso lavorare alla propria evoluzione personale e dedicarvi tutte le forze possibili, ma questo basta?». La risposta, doverosa, è e no! Ma perché una tale duplice risposta? Veramente, ce ne sarebbe anche una terza, in stile Rinzai Zen – la Scuola buddhista, sino-giapponese, dell’«urlo e il bastone» – ma i tempi oggi sono ben poco propensi ad accogliere questi upâya, ossia questi oltremodo salutari «espedienti», o upâya-kaushalya, questi «abili mezzi», davvero poco convenzionali, che gl’imprevedibili e tempestosi Maestri della Scuola della «Illuminazione improvvisa» in Oriente amavano «compassionevolmente» usare, con indubbia efficacia, su quei discepoli temerari, che avevano lo «sciagurato» e «felice» coraggio di affidarsi – come del resto fecero Naropa con Tilopa, e Milaraspa con Marpa – anima e corpo alla loro guida.

A dirla tutta, tali sistemi – per nulla sentimentali e molto poco rispettosi delle varie «ortodossie» accettate – a Massimo Scaligero non dispiacevano affatto, e qualche volta…
Una risposta non può prescindere dalla concretezza delle singole persone asceticamente operanti. Ossia è importante chi opera, come opera, che cosa faccia, perché e a qual fine egli percorra il sentiero dell’ascesi. Ogni essere umano ha la sua «storia» invisibile, il suo «passato» cosmico, la sua «tradizione interiore». Una risposta «radicale» sarebbe quella di ricordare che essendo in definitiva il mondo – per la coscienza spiritualmente sveglia – cittamâtra e vijñâptimâtra, cioè solo pensiero e sola coscienza, l’azione verace, l’azione autentica, non può che essere quella «interiore», e che ad essa nulla manca per operare ad una integrale trasformazione di sé e del mondo. Il Samâdhirâjasûtra, o Sûtra regale della contemplazione, afferma: «O figli dei Vittoriosi, i tre regni non sono altro che mente». La scuola Cittamâtra o Vijñânavâda del Buddhismo Mahâyâna sostiene appunto che i fenomeni, così come noi li percepiamo, non sono altro che mente, non esistono se non come «apparenze», come percezioni che si inverano dentro e non fuori della mente e della coscienza. L’unica cosa realmente esistente è la coscienza.

Un ermetista dei secoli passati (ma sono poi veramente “passati”?!) ci ricorderebbe, inoltre, che Igne Natura Renovatur Integra, che l’intera Natura – quindi l’uomo corporeo e quello interiore, la sfera degli elementi, i regni naturali e quello umano, il microcosmo e il megacosmo, vengono tutti trasformati, trasmutati, rinnovati attraverso l’opera del «fuoco». Ma non si tratta del selvaggio fuoco distruttore, che viene usato nell’industria e nelle cucine, e spesso purtroppo anche per distruggere uomini, natura e mondo. Si tratta piuttosto di un «fuoco» di natura non «esteriore», bensì «interiore», di un fuoco «occulto», non visibile, ma ben operante e trasmutante. E la «pietra» che scaturisce dalla lavorazione che il «fuoco ermetico» fa della «materia prima» è chiamata la «medicina dei tre regni», per la sua virtù trasmutatrice e risanatrice della natura umana e di quella naturale.

Ma ben pochi sono capaci di percorrere e realizzare l’arduo sentiero di quella nobile Scuola buddhista, e pochissimi sono in grado di scorgere o accendere il trasmutante fuoco ermetico, del quale con grande profondità ed entusiastico amore parlava cinque secoli fa Enrico Cornelio Agrippa nel suo De Occulta Philosophia.

Lo stesso Massimo Scaligero avverte nella prefazione del suo aureo Trattato del Pensiero Vivente: «Il presente trattato, anche se logicamente articolato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi». Ricordo come negli ultimi tempi – e ne parlò persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – egli contrapponesse sempre più spesso il «realismo eterico» o «realismo del pensare», o «realismo del Logos», al volgare realismo che vede cose, oggetti, esseri, ed eventi, come esistenti «in sé», al di fuori e indipendente mente dall’atto del conoscere che li invera nella coscienza.

E la cosa che più ripugnava a Massimo Scaligero era quel «realismo antroposofico», grossolanamente primitivo, che si figura l’essere umano con gli «arti» della sua costituzione occulta, e l’Universo coi suoi mondi, come fossero delle matriosche russe o delle scatole cinesi, rigidamente concepite e infilate una dentro l’altra, in una forma spesso decisamente rozza rispetto all’immagine del mondo, alla quale erano e sono tuttora capaci di sollevarsi taluni scienziati seri e onesti.

Vi è da dire che per molti il muoversi nell’atmosfera del pensiero puro, il sollevarsi con la concentrazione al momento dinamico del pensiero, che vuole il proprio atto pensante indipendentemente dalla mediazione di qualsiasi contenuto pensato, anche «spiritualista», è qualcosa che li manda in debito d’ossigeno, fa loro «mancare l’aria», e l’incandescente «fuoco sidereo», che anima un tale volitivo pensare, viene sentito come «raggelante», e addirittura come «mortifero» nei confronti della spensierata natura animale. Tutto ciò è più vero di quel che in genere non si sospetti: ma qui sta il coraggio richiesto, qui è la prova che viene raramente superata e frequentemente, invece, viene astutamente evitata – con la sentimentalità, col misticismo, con l’attivismo esteriore, con l’«impegno» politico, con il vacuo e inconcludente intellettualismo, col praticare l’ascesi al risparmio – e in molti casi tragicamente fallita.

Dunque, dobbiamo affermare che , è giusto dedicare tutte le forze possibili alla realizzazione dell’Ascesi della resurrezione del pensiero, e che questa è al contempo condizione assolutamente necessaria e totalmente sufficiente, e che ciò basta e avanza. Il problema è che di una tale dedizione assoluta si deve essere realmente capaci, e non si deve meramente o sentimentalmente o misticamente sognare di esserne capaci, perché questo sarebbe un patetico scambiare il desiderio per la realtà. Tale assolutezza deve essere attuata, ad essa si deve tendere con tutto se stessi, ma appunto essa è tutta ancora da attuare, non già bella e attuata. Le parole di Massimo Scaligero, da lui scritte alla fine degli Anni Cinquanta del trascorso secolo nell’Avvento dell’Uomo Interiore e già proposte tempo fa su queste pagine, furono per me sin dalla prima volta che le lessi la divisa interiore, il punto di riferimento assoluto del mio orientamento interiore:
« La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».
Per cui, anche se alla domanda della nostra amica dal nome pugnace è possibile rispondere no, una tale risposta non può che essere provvisoria nella misura in cui non si sia ancora capaci della richiesta assolutezza, ma si opera energicamente a creare le forze e l’intensità di coscienza per attuarla!

Quanto alla seconda domanda, che così suona: «Che cosa importa al mondo se io evolvo? Aiuta qualcuno la mia evoluzione personale? I frutti di questo lavoro si devono tradurre anche in azioni nel mondo che mi circonda o questo è da considerarsi un di più perché è più importante dedicare tutte le forze per arrivare al Pensiero-Folgore?», essa riguarda proprio la motivazione o l’impulso che ci spinge a voler percorrere il sentiero dell’Iniziazione. Al mondo importa moltissimo se il discepolo pratica intensamente l’Ascesi del pensiero, perché il «fuoco» di una tale pratica dissolve molto dei guasti liquami che infestano, deformano, ammalano il mondo umano e non umano.

Molto del karma problematico del mondo viene pareggiato, trasformato, mutato dal silente lavoro interiore dei votati alla concentrazione e alla meditazione. Ma è proprio il dedicare tutte le forze alla pratica interiore per realizzare il Pensiero Vivente, che dà poi la possibilità che la realtà spirituale e l’intensità vissute nel sacrario dell’anima «tracimino» poi nella spontaneità delle azioni quotidiane, sino a gradualmente trasformare le consuete attività del vivere quotidiano in un Rito di concentrazione o meditazione ininterrotto, come l’osservazione della vita di Massimo Scaligero mostrava a chi aveva occasione di contemplarla e in qualche modo di parteciparvi. Ma per arrivare a ciò molta è la strada da percorrere.

Non occorre proporsi «impegni» esteriori non richiesti, coinvolgimenti che possono rivelarsi velleitari e devianti. Quel che è richiesto è semplicemente, fuori dei momenti consacrati al lavoro interiore, di vivere con empatica partecipazione e vigile presenza ai doveri effettivamente richiesti, eseguendo gli atti necessari al quotidiano operare come atti di consacrazione al Divino, come veicoli dell’azione dello Spirito attraverso noi. Agire con distacco dai frutti dell’azione, nishkâmâ karman, agire per amore dell’azione stessa, «liberi di brama e di passione», kâmâragavivarjitam dice il Supremo nella Bhagavad Gîtâ, con totale presenza e attenzione.

Il proporre come azione ulteriore «doverosa», al fine di «superare l’egoismo», un coinvolgimento nell’agitazione politica, col pretesto di «portare lo Spirito nella politica», è qualcosa di estremamente grave, qualcosa di veramente equivoco, che porta rapidamente alla paralisi e alla perversione delle forze interiori e al tradimento. Contro le contaminazioni di esoterismo e politica – di qualsiasi colore e a qualsiasi scopo – Massimo Scaligero ha usato sempre parole di fuoco e messo in guardia, senza mai cedere a verun compromesso. Anche se oggi assistiamo persino al fiorire di «corsi» nei quali si insegna – naturalmente a pagamento – come si possa e si debba portare lo Spirito in quella immensissima cloaca che è la politica italiana e internazionale.
Meglio tenersi lontanissimi da tali «avventure»…

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASCESI E COMBATTIMENTO SPIRITUALE

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Alcuni amici, con i quali condivido da lunghi anni la pratica della concentrazione e della meditazione, e che quindi sono per me “fratelli e sorelle d’armi” nella Via del Pensiero Vivente, mi chiedono a volte quale sia la mia posizione nei confronti delle Vie dell’Oriente, vedendo come a volte io citi volentieri testi della Sapienza d’Oriente, o come talvolta ne tragga immagini che, secondo una mia personale valutazione, possano rivelarsi feconde per la pratica interiore.

Una tale domanda è ben comprensibile, perché questa epoca oscura, malvagia e stupida, è anche l’epoca della massima confusione spirituale. E come mi ha fatto notare recentemente una persona, da me molto stimata proprio riguardo alla suddetta “fratellanza d’armi”, la volgarità plebea dell’attuale minestrone sedicente “spiritualista”, sia in salsa tradizionalista sia in salsa new age, riduce l’esoterismo all’essere una mera “una veste culturale, un sentiero di multiforme conoscenza, di spiritualismo tradizionalista, una Gnosi teosofica”. Tutto ciò a chi segue, con sincerità interiore, l’Ascesi del Pensiero non importa un bel niente, perché la realizzazione del pensiero-folgore attraverso la concentrazione è semplicemente l’annientamento di tutto ciò. Da questo punto di vista, per chi voglia radicalmente realizzare lo Spirito, la Via del Pensiero-Folgore non è ‘una’ via tra le vie, come da taluni si vorrebbe che fosse, e come viene stucchevolmente predicato dall’attuale neo-spiritualismo, che concepisce la tolleranza come uno stanco “tanto diciamo tutti le stesse cose”, e ne trae come corollario un dolciastro ‘compito-dovere’ di un ‘amorevole’ stare “tutti insieme appassionatamente”, ad ogni costo e a forza: tutto ciò è solo menzogna e ipocrisia.

La Via del Pensiero-Folgore non è neppure la Via più alta in una ipotetica piramidale gerarchia delle vie. Per chi – non concedendosi illusione veruna – guardi con concreto realismo alla costituzione interiore dell’uomo attuale, decaduto ad un livello di abiezione mai in precedenza raggiunto, ed alla sua condizione di estremo pericolo, in una “civiltà”, che non si deve esitare a chiamare barbarie – la quale erode e sgretola a velocità sempre crescente le forze dell’uomo interiore – l’Ascesi del Pensiero Vivente, la Via del Pensiero-Folgore, non può essere che la “unica Via”, perché essa è l’unica che svegli l’uomo interiore dal tramortimento, dalla narcosi paralizzante, nella quale egli si trova, e solo la concentrazione è il Rito che opera alla resurrezione del conoscere vivente dal cadavere della morta riflessità.

Senza questo Rito della resurrezione del pensiero vivente, senza questa operazione della concentrazione profonda, vòlta a denudare la potenza folgorante dell’atto del pensare da ogni forma e da ogni contenuto – anche spiritualista – ogni “sapere” e ogni “pratica” si rivela inutile e fuorviante. Non è che nello Yoga originario, nel Taoismo, nel Buddhismo Theravâda, Mahâyâna, Vajrayâna e Zen ad esempio non vi siano contenuti di valore eterno, ma tali contenuti – forme e manifestazioni nel divenire storico di una estraformale e immanifestata Sapienza Perenne – per l’uomo attuale, incapace persino di pensare una sedia per un minuto senza distrarsi, tali contenuti sono semplicemente inesistenti. così come inesistenti sono il Pitagorismo, il Platonismo, l’Ermetismo, la Kabbalah, l’Alchìmia, in quanto egli nel pensiero riflesso li riduce ad un mondo di vuote parole, permeate da una poltiglia istintivo-sentimentale, la quale è solo un patetico surrogato della loro autentica vitalità spirituale, che si è incapaci di far sorgere nell’atto vivo del pensare.

Nell’indicare la concentrazione profonda come unica via all’esperienza della nuda potenza del pensare, Massimo Scaligero è stato un Maestro unico. È stato ed è mio unico Maestro.
Ritorno spesso col pensiero agli incontri che nella mia giovinezza ebbi con Massimo Scaligero. Il primo incontro fu mediato da un amico, artista romano, che avevo conosciuto nell’estate precedente, avvenne nel 1970, sul finire della primavera. Colui che ci ha fatto conoscere Massimo Scaligero è e rimarrà sempre il nostro più grande amico, perché, mediando l’incontro con il Maestro, egli ci ha sicuramente fatto il più grande dono della nostra vita. Il debito di gratitudine verso un tale amico è illimitato e felicemente impagabile. Egli si rivelò essere uno di coloro che nel Buddhismo venivano chiamati Kalyâṇa-mitra, ossia “nobili amici”, “ammirevoli amici” o “amici virtuosi”. Ma se vi fu uno con il quale si sviluppò questa Kalyâṇa-mitratâ, questa “mirabile amicizia spirituale”, per antonomasia questi fu proprio Massimo Scaligero, ed io ringrazio ogni giorno il Cielo e i Numi di un sì prezioso e incomparabile dono.

Quando incontrai Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, molto entusiasta e molto sciocco. E questa fu la mia fortuna! Perché non sapendo praticamente nulla dell’Ascesi Solare ch’egli indicava, non avevo pre-giudizi, né pre-clusioni o pre-formazioni. Io venivo dalle vie orientali: dal Buddhismo Theravâda, Mahâyâna e Zen, e dallo Yoga. Ma quello che mi veniva indicato da Massimo Scaligero era talmente diverso e inaspettato, che non potevo paragonarlo a nulla di quanto dell’Oriente, nella mia adolescenza aveva nutrito la mia anima. Mi ponevo di fronte a quello che da lui mi veniva mostrato come un foglio bianco, o una tabula rasa. Perciò – con la foga dei miei 19-20 anni – gli chiedevo tutto: come si pratica il controllo del pensiero, la concentrazione, la concentrazione profonda, la meditazione, la contemplazione, la percezione pura, l’ascesi della volontà, come si compie l’elaborazione meditativa dei testi della Sapienza Sacra, e via dicendo. Massimo fu estremamente generoso, e soprattutto molto paziente. Perché di sciocchezze, inevitabilmente, ne facevo tante e continuai a farne una caterva. Ma siccome dai miei errori e dalle molte sciocchezze compiute ho imparato non poco, ho deciso di seguitare con acceso entusiasmo ad espormi alla possibilità di novelli e fecondissimi errori.

Quel che con inaspettata sorpresa scoprii, fu come Massimo Scaligero mi invitasse ad approfondire molto lo studio – meditativamente inteso – della Sapienza d’Oriente. A tale proposito mi dette una serie di indicazioni di autori e di opere, ma anche indicazioni operative, che custodisco nel cuore come un raro, prezioso, piccolo tesoro. Egli rinnovellava in me – me ne resi gradualmente conto in seguito – passando attraverso la rinascente vita del pensiero nella concentrazione e nella meditazione, dei contenuti di un’antichissima sapienza, ch’egli vedeva connessi con la mia “storia interiore”. Un chiarimento a proposito di questa spregiudicatezza e imprevedibilità dell’atteggiamento interiore di Massimo, tutt’altro che dogmatico, può venire da quel che ha scritto di recente Franco Giovi nel suo eloquente articolo, Aspro e duro è il terreno…, apparso ne L’Archetipo di Giugno 2013, ove dice:
«Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero, poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. Sia chiaro: non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava ≪la propria tradizione interiore≫ a cui, continuava, ≪bisogna essere fedeli≫.
L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero cosi, ma in profondità le cose cambiano, poiché in realtà non v’è alcuna frattura, alcun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente cosi non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche, e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della tradizione interiore, ovvero ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto».

A me colpiva lo straordinario clima interiore nel quale in Oriente si svolgeva la ricerca spirituale, la ricerca del Divino, che è al contempo la ricerca della assoluta libertà. Mi colpiva soprattutto l’intensità sacrale dell’Ascesi, lo stato interiore dell’anima, ieratico, limpido, di cercatori assetati di Assoluto, cercatori capaci di volontà energica ed eroica. Questo clima di spiritualità “guerriera” era ciò che sentivo a me più congeniale, e in Massimo Scaligero lo vedevo come un ideale vivente incarnato. Era ciò che mi ricordavano continuamente le parole della Sapienza dell’Illuminato.
‘Guerrieri, guerrieri’. Perché, o asceti, siamo chiamati guerrieri? Perché lottiamo per la suprema sapienza e per l’eccelsa virtù, per questo siamo chiamati ‘guerrieri’! Anguttara Nikayo.

Queste parole del principe Siddhârtha Gautama, della stirpe guerriera degli Shâkya, e per tale motivo chiamato, una volta conseguita l’Anuttarâ-samyak-saṃbodhi, ossia la ‘insuperabile, perfetta, Illuminazione’, Buddha Shâkyamuni, l’Illuminato Asceta degli Shâkya, mi hanno sempre profondamente colpito, sin da quando le lessi per la prima volta, nella mia ormai lontana giovinezza.

Queste parole del Sublime Buddha mi toccavano – sin da allora – profondamente nell’anima, perché evocavano quell’intenso clima spirituale di energica lotta interiore, che è assolutamente necessario alla realizzazione spirituale, e mi sembravano contrastare da una parte con la tragicità dei tempi nei quali ci è stato dato in sorte di vivere, e dall’altra con la dispersione, il rapido sgretolarsi delle forze spirituali dell’uomo interiore, operato da questo mondo moderno in preda ad una parossistica demonìa economicistica e consumistica, accompagnata da una sorta di smarmellamento dell’infiacchita volontà, dal narcisismo di un intellettualismo pseudo razionalista, vacuo e vanitoso macinatore di inutili parole, dalla narcotica e svirilizzante azione ‘consolatrice’ di una decadente, menzognera, religiosità dogmatica, la quale da sempre ha avuto il terrore dell’autentica e diretta esperienza spirituale, e l’ha costantemente perseguitata con ogni sua forza e perfidia.

Di fronte ad un tale quadro, indubbiamente angosciante se si ha la forza e il coraggio di contemplarlo nel suo crudo, inattenuato realismo, la parola del Buddha ha la forza di scuotere dal suo torpido sonno la coscienza e di accendere energicamente la spenta e paralizzata volontà dell’ottuso uomo moderno.
In questo mondo, sempre più stupido, oscuro e malvagio, sarebbe essenziale, anzi vitale e salutifero, l’esser svegli, attenti, consapevoli, e invece gli esseri umani sempre più si muovono distratti, scentrati, storditi ed ebbri. E oggi, come 2600 anni fa, suonano severamente ammonitrici le parole del Sublime nel capitolo sulla vigilante attenzione, l’Appamâdavaggo del Dhammapada:
«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […] Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno»,
e quelle, più oltre, nel capitolo ‘dei fiori’, il Pupphavaggo:
«Come chi vada cogliendo fiori, così la morte coglie la vita degli uomini distratti: come un’inondazione che si abbatte su di un villaggio addormentato».
Queste ultime parole si rivelano addirittura paradigmatiche nel mostrare tutta la fragilità e lo stordimento, l’inconsapevolezza della condizione dell’uomo attuale, esposto – come mai prima – ai più grandi pericoli, che mettono in forse il suo stesso essere. Unica via di salvezza – per vincere le forze del caos distruttore e giungere ad attuare il proprio autentico essere – per l’uomo è conoscere e realizzare lo Spirito: realizzarlo direttamente, e non accontentarsi dei surrogati intellettualistici o sentimentali di una religiosità fideistica e dogmatica, oramai svuotata di ogni senso. Ciò conduce al difficile Sentiero dell’Iniziazione per il quale vale, oggi come un tempo, l’ammonimento – già da noi altrove, in precedenza, riportato – della sapienza vedica:
Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente. Katha-Upanishad, 1.3.14

Quel che dall’Oriente possiamo trarre come alimento per l’Ascesi Solare, non sono tanto delle tecniche ascetiche, che nella Scienza dello Spirito non mancano di certo, bensì quanto riusciamo a trasformare in idee-forza e in slancio interiore. Purtroppo – lasciatemelo dire – l’ambiente dei seguaci della Scienza dello Spirito – a parte le doverose e quantomai rare eccezioni – è ben lontano dal dimostrare la serietà, l’energia, la devozione, la dedizione, l’eroicità, la radicalità, il senso del sacrificio, l’oblio di sé, l’abnegazione, la compassione, il coraggio, che si riscontrano presso molti seguaci del Buddhismo e dell’Induismo.

Quando nelle cerchie della Scienza dello Spirito si sente parlare di una “via dell’anima”, che – al dire di taluni – sarebbe più adatta a molti, della pretesa necessità di un “sentire” da porre in atto come necessario correttivo di una “unilaterale” via del pensiero, facilmente destinata – sempre a loro dire – a trasformarsi in una “via del sublime egoismo”, non ci si rende conto, che spesso nel caso del correttivo proposto non si tratta affatto del sentire celeste – espressione, attraverso il pensare vivo, della presenza dello Spirito nell’anima – bensì di una emotività traentesi dalla natura inferiore, la quale facilmente trova mille travestimenti e inganni per proporre una via più comoda all’ego, pauroso ed avido di torpida inerzia, che vuole permanere così com’è. Tant’è che una tale sentimentale e facilmente eccitabile emotività di regola difficilmente riesce a scorgere le deviazioni – per lo più inavvertite – e le deformazioni – anche le più grossolane ed evidenti – della Via, che suscitano facili, passeggeri o ostinati, entusiasmi. Un tale imbelle e volubile sentimentalismo teme, avversa e odia l’azione prosciugante di ciò che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia l’avvampante fuoco del pensare, nel quale l’umida emotività egoica si sente essiccare e congelare. A mio giudizio, dovrebbero essere ben meditate le severe parole di Massimo Scaligero, il quale in Kundalini d’Occidente scrive che:
«In epoca di crisi e di pericolo – come la nostra – il sovrasensibile ha le più alte possibilità di proiezione di energie nell’uomo, della massima donazione di sé. Ma perché l’uomo possa pervenire alla propria liberazione, occorre, da parte sua, una partecipazione autentica e completa, un impegno che nasca dalla sua interiorità profonda».

Egli, parlando ad alcuni di noi, affermava che oggi – proprio in questa epoca oscura e malvagia – sono possibili le più audaci realizzazioni spirituali, che invece sono più rare in epoche più “spirituali” e “tradizionali”, epoche nelle quali molti, anche con “qualificazioni” di ordine superiore, tendono ad “addormentarsi” nell’inerzia sognante nell’anima, mentre il pericolo scuote e sveglia le forze dell’Io. Quella dell’Io è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede – anzi esige – a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e graalico Intelletto d’Amore.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

TRAPIANTO DI TESTA: SI PUO' FARE?

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SI…PUO’….FARE!!!

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Negli ultimi giorni abbiamo visto una notizia molto particolare balzare e rimbalzare nel  flipper massmediatico. Tralasciando i professionisti della “notizia shock” ab-usata per indicare tanto gli accadimenti più seri quanto quelli rientranti nel campo del “tittytainment” tale evento è stato presentato da alcuni come una “possibilità straordinaria”, da altri come “un traguardo fantascientifico” o come “progetto complicato” con tutti gli annessi e connessi (o disnessi e sconnessi) del caso in quanto all’etica e all’opportunità. 

Di cosa stiamo parlando? Tenetevi forte: è roba da far girare la testa! Anzi, a quanto dice il neurochirurgo Sergio Canavero la testa si trapianterà proprio del tutto. Certo, ci vorranno ancora un paio d’anni, ma che volete che siano data l’epocalità della cosa? 

Il progetto si chiama HEAVEN/GEMINI (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion), ma l’idea non è recentissima dato che i primi passi a livello pratico risalgono al 1970, allorquando la prima unione cefalosomatica venne realizzata dal Dr. Robert White utilizzando due macachi. Il ricevente visse ben 8 giorni, a quanto pare in maniera normale (!) e senza complicazioni di sorta. 

Lo stesso Dr. White ebbe a scrivere qualche anno dopo: “…Ciò che è stato realizzato nelle cavie animali..è pienamente realizzabile nella sfera umana. Per sapere se tali procedure sensazionali troveranno mai giustificazione in campo umano dovremo attendere non solo le continue conquiste della scienza medica ma, in maniera più appropriata, le giustificazioni morali e sociali di tali imprese”. 

Ma la tecnologia allora disponibile non permetteva ancora di passare anche all’atto pratico sugli esseri umani poiché l’impossibilità di connettere tutti i nervi della spina dorsale avrebbe comportato la paralisi del corpo dal collo in giù. 

Frankenstein Junior

Cionondimeno nel 1999, il Dr. White predisse che “…ciò che era stata da sempre materia di fiction scientifica – la leggenda di Frankestein, nella quale un intero essere umano veniva costruita cucendo tra loro parti di diversi corpi – diverrà realtà clinica nel XXI secolo…il trapianto di cervello, almeno ad uno stadio iniziale, sarà un trapianto della testa a tutti gli effetti (o trapianto di corpo a seconda dei punti di vista) …considerando i significativi miglioramenti nelle tecniche chirurgiche e nella gestione post-operatoria…è ora possibile considerare l’applicazione delle tecniche di trapianto della testa agli esseri umani“. 

Sembra dunque giunto il momento fatidico, perlomeno stando a quanto pubblicato dal Dr. Canavero stesso sulla rivista Surgical Neurology International(http://www.surgicalneurologyint.com/article.asp?issn=2152-7806;year=2013;volume=4;issue=2;spage=335;epage=342;aulast=Canavero): il sopracitato problema della connessione sarebbe stato risolto grazie ad un particolare tecnica di taglio chirurgico (definita nella pubblicazione “clean cut”) e all’utilizzo di polimeri inorganici (chiamati fusogeni o sigillanti di membrana) che dovrebbero «ricucire» la lesione midollare rendendo dunque possibile la continuità del midollo spinale fra donatore e ricevente. 

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Senza scendere troppo nei dettagli (chi fosse interessato può facilmente trovare maggiori ragguagli sul web nonché nell’intero articolo sul sito della rivista sopralinkata) : la testa del ricevente (tetraplegico o affetto da patologia neuromuscolare degenerativa) verrebbe portata ad una temperatura tra i 10°C e i 15°C, per essere poi chirurgicamente asportata da parte di una equipe medica, mentre una seconda equipe provvederebbe al contempo all’asportazione della testa del soggetto donatore (deceduto a seguito di un trauma cranico puro oppure di un ictus fatale). La bassa temperatura permetterebbe il corretto svolgimento dell’operazione da concludersi nel tempo massimo di un’ora. Tempo permettendo il donatore sarebbe altresì sottoposto ad un’autotrasfusione di sangue da rimettere poi in circolo ad anastomosi compiuta. 

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Concluso l’intervento si trasferirebbe il ricevente in terapia intensiva dove rimarrebbe sedato per tre giorni  indossando un collare cervicale, dopodiché avirebbero sedute di fisioterapia fino al massimo recupero funzionale possibile. 

A livello psicologico viene invece prefigurato un intervento volto ad occuparsi dell’identità e dell’immagine corporea. Inoltre gli psichiatri dovrebbero tra le altre cose occuparsi di monitorare un corretto decorso dal punto di vista delle aspettative del paziente rispetto all’allotrapianto, affinché esse siano mantenute positive ma realistiche. 

Le ultime fasi della sperimentazione dovrebbero svolgersi avvalendosi della solita collaborazione dei primati oltreché di soggetti umani, in condizione di morte cerebrale e prima di un eventuale espianto di organi. 

Per quanto riguarda invece il dilemma etico esso viene esposto chiamando in causa il racconto di Thomas Mann “Le teste mozzate” (1940)*, in particolare considerando il fatto che quella che il Dott. Canavero indica come “HEAVEN created chimera” avrebbe la mente del ricevente ma in caso di riproduzione la prole erediterebbe il patrimonio genetico del donatore. 

Ad ogni modo, nel giro di un paio d’anni il progetto HEAVEN “potrebbe portare i suoi frutti”. Non so se in questo caso sia necessario aspettare i frutti, da cui riconosceremo. Forse la semina è già più che sufficiente.

Come dite? Potrebbe essere peggio? Beh si, in effetti…potrebbe piovere! 

Igor

* Molto sinteticamente: Ambientato in India, e basato su di un mito indiano, esso vede protagonisti due amici,  psicofisicamente differenti essendo uno (Shridaman) mercante brahmano spiritualmente dotato ma non fisicamente prestante e l’altro (Nanda) un fabbro e vaccaro di bell’aspetto e dal corpo curato. Shridaman sposa la bella Sita, ed i tre si recano sei mesi dopo il matrimonio (con Sita in dolce attesa) a trovare i di lei genitori. Durante il viaggio Shridaman, in preda a turbamento religioso, si decapita autosacrificandosi in un tempio dedicato  alla dea Kali e l’amico, scopertone il cadavere, fa lo stesso per timore di venir accusato di omicidio. Quanto Sita, che era consapevolmente attratta fisicamente da Nanda, trova i cadaveri tenta di impiccarsi, convinta che la causa del tutto risiedesse nella gelosia dei due verso di lei. A questo punto entra in scena direttamente la dea Kalì, che erudisce Sita su quanto è in realtà avvenuto dandole al contempo la facoltà di ristabilire la situazione. Ma Sita, sopraffatta dall’emozione commette un errore, cosìcché la testa di Shridaman viene a trovarsi sul corpo di Nanda e quella di Nanda sul corpo di Shridaman. Inizialmente i due amici paiono soddisfatti della nuova situazione, ma resta da definire chi a questo punto debba legittimamente essere il marito della giovane donna. L’asceta Kamadamana, all’uopo interpellato, sentenzia che il legittimo consorte dev’essere colui che ha ereditato la testa di Shridaman (“Sposo è chi porta il capo maritale”), con gran delusione di Nanda che decide di diventare un anacoreta. Col passare del tempo però anche il nuovo corpo di Shridaman (non esattamente un tipo dalla vocazione atletica)  comincia ad inflaccidirsi, tornando ad essere “uno di quei corpi che possono ben servire da complemento e appendice a una testa nobile e sapiente”. Nel frattempo viene alla luce il piccolo Sadhami (soprannominato poi Andhaka, ossia ciechino, essendo affetto da forte miopia) e Sita aprofitta di una breve assenza di Shridaman per recarsi a trovare Nada e fargli conoscere quel bambino che era anche carne della sua carne. Passarono nuzialmente insieme un giorno ed una notte, fino a quando Shridaman, tornato dal suo viaggio ed intuito dove si trovasse la moglie, li raggiunse ponendo così Sita nella condizione di dover effettuare una scelta. Non sussistendo la possibilità per la donna di poter vivere con entrambi, l’unica soluzione risulta essere il suicidio dei due, seguiti ritualmente nella stessa sorte da Sita in un rogo funebre appiccato dal piccolo Andhaka, il quale poi condurrà una vita molto spirituale e diverrà lettore presso la corte del Re di Benares.

 

ALTRO, SENZA CATEGORIA

LA DIVINA SOPHIA, REGGITRICE DELLA BILANCIA SOLARE

libromorti

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Come ho già accennato in un commento all’articolo “Non è per niente facile” di Isidoro, queste righe sono nate dalla necessità di sviluppare maggiormente (almeno ci proverò!) alcuni concetti accennati in conclusione di tale scritto.

Ripeterò dunque il monito: <<mai dare per scontato l’esercizio della Concentrazione.>>, queste parole andrebbe scritte a caratteri cubitali sull’ingresso di casa.

Benché sia un tema importantissimo e di grande attualità, cercherò di non entrare in merito alla questione se i lavori sul Pensare siano più importanti degli esercizi legati a Volere e Sentire. Ci vorrebbe un altro articolo per sviluppare adeguatamente questa patata bollente!

In queste poche righe mi piacerebbe condividere con voi ciò che avverto forte in me, ovvero la impellente necessità di ridare vita alla Sophia. Può risultare utile osservare la questione da due prospettive diverse.

La prospettiva Interiore

Rimanendo nella sfera del Vivo Pensare, vi è da sottolineare che la strenuante e massacrante – nonché mortale! – ricerca di questa condizione rappresenta attualmente l’unica maniera per affermare interiormente la propria assoluta Libertà. Nel puro atto della concentrazione non vi è sostegno da parte del mondo spirituale, l’uomo si trova completamente solo a sfidare con le proprie forze il Demone della morte che, difendendosi dai colpi della “lama tagliente” della concentrazione, si rifugia man mano in una zona sempre più intima e centrale della nostra cerebralità. Ed è proprio qui che tale Demone costruisce la sua fortezza, è da qui che fa sortite cercando di distrarci distogliendo la nostra attenzione dall’assedio finale, ed è proprio qui, in questo centro quasi anatomicamente identificabile, che la finale uccisione del mostro interiore lascerà spazio per la rinascita di quell’Entità Silenziosa che ci permetterà di entrare in profondissima comunione con il Cristo eterico.

Molte più cose si potrebbero raccontare, ma è ben più importante che ognuno faccia, in piena autonomia e Libertà, la propria esperienza. Su questo Blog e su pochi altri, ahimè, si possono trovare numerossime e quanto mai preziose indicazioni per procedere correttamente sulla Via del Puro Pensare.

Mi permetto soltanto di ribadire un aspetto da molti obliato: amici miei, questa battaglia non può essere vinta con l’ostinazione e lo sforzo fisico, le stesse concezioni maturate in una vita di duro lavoro vanno messe da parte. La brama e il desiderio di ottenere un pensare libero dai sensi deve cessare, senza un astrale adeguatamente preparato e fatto germinare nell’eterico non si potrà mai, ripeto MAI, attingere al vero frutto che la Concentrazione totalizzante può dare. La Dea Ignota deve rinascere in noi e solo per mezzo della sua intercessione si potrà <<trasformare in amore e compassione la malvagità umana>> per diventare dunque <<Veri Uomini>> (Massimo Scaligero, Iside Sophia). Altrimenti si rischia di irrigidirsi troppo e di combattere così a lungo un nemico da finire con l’identificarsi col duello stesso cadendo nel tranello appositamente architettato dal Re della Menzogna. Ritroviamo la rinata Sophia, da questo non si può prescindere!

La prospettiva Esteriore

 D’altra parte come si potrebbe avere un chiaro e completo quadro valutando solo le vicende che avvengono nel Microcosmo umano?

A più di un secolo dalla fine del Kali Yuga sempre più persone si sentono spinte da una forza interiore che le traina verso l’occultismo. Gli ostacolatori hanno lavorato magistralmente per dirottare questo possente impulso, diretto dall’altissimo Michele, creando tutte quelle pericolose pseudo-discipline che si raggrauppano col nome di New Age. In realtà il loro lavoro è stato talmente raffinato da riuscire anche a dirottare gran parte del movimento antroposofico corrompendone il cuore svizzero. Come ci poniamo, noi tutti, dinnanzi a questa disastrosa situazione? E’ chiaro a noi tutti che qualcosa di marcio è al lavoro nel nostro mondo e non credo che si possa rimanere indifferenti di fronte a tale spettacolo.

L’epoca del solitario ascetismo è ormai giunta al termine. Se fino a qualche secolo fa si poteva ancora agire legittimamente fin dentro la mineralità rimanendo raccolti in Silenzio Interiore, al giorno d’oggi questo non è più totalmente possibile. Anche grandi Iniziati, come Steiner e Scaligero, dovettero, a costo di grandi sacrifici, portare la loro azione spirituale nel cuore stesso della società. Ovviamente qui stiamo parlando di grandissime Individualità e ogni paragone risulta quanto meno forzoso, però anche nel nostro piccolo possiamo portare un contributo significativo.

L’amico in difficoltà, i dilaganti disastri globali che investono tutti i settori del vivere umano, il dolore che si vede sul volto dei troppi bambini maltrattati e seviziati non possono lasciarci indifferenti. Queste tragiche esperienze che affliggono i nostri compagni di cammino non devono essere da noi ignorate con. L’epoca moderna in cui viviamo non permette più un solitario ascetismo, gli impulsi Morali dovranno sempre più essere tradotti in immediata azione, sia interiore, che esteriore giacché queste due prospettive tendranno a coincidere sempre più nel mondo di domani.

Per questo motivo non me la sentirei di condannare nel modo più assoluto l’apparentemente errato comportamento di molti sedicendi esoteristi. Qui è richiesta un’azione ben più radicale e difficile della seppur giusta “difesa del Vero”, dobbiamo infatti noi, ciascuno secondo propria attitudine, accompagnare questi nostri amici nel loro viaggio. Dirò di più! Noi tutti siamo chiamati a rapportarci non solo con gli amici, ma anche e soprattutto con quelli che chiamiamo nemici. Ebbene sì, se vogliamo davvero agire con il Cristo che pulsa nel nostro Cuore, dobbiamo trovare la forza per accompagnare l’”amico in difficoltà” in ogni sua caduta, dobbiamo noi stessi volontariamente cadere per poi condividere con egli le forze della risalita che, grazie al lavoro interiore, abbiamo già distillato. Sia ben chiara una cosa, questa Opera è paragonabile per difficoltà e per impegno alla Concentrazione più pura. Allo stesso modo, in questo agire esteriore noi dobbiamo essere in grado di rinunciare alla nostra egoicità, a morire ogni volta con il nostro prossimo per poter rinascere nuovi e risanati.

L’essenza delle future società, che già comincia a farsi sentire, è la Condivisione che, per come la intendo io, non è nient’altro che una forma più moderna ed attuale della Compassione di cui l’Avalokitesvara è il divino portatore. Questo compassionevole gesto regolerà in modo sempre più incisivo le relazioni sociali future.

L’umanità con grandi sacrifici è riuscita, almeno in potenza con il gesto del Cristo, ad ottenere quel seme di Libertà totale che l’ha affrancata da ogni tipo di decaduto legame materiale legato al sangue, lo Spirito sarà il comune denominatore dei rapporti umani nelle epoche future. L’avarizia e l’egoismo dovranno lasciare spazio alla magnanimità e alla bontà d’animo giacché sarà sempre più moralmente impossibile trattenere per sé i frutti che l’incontro con il Cristo Interiore ci avrà dato. E sarà impossibile perché la stessa Dea Rinata, che interiormente ci schiudeva il frutto ultimo della Concentrazione, agisce nel vivere sociale portando proprio l’impulso della Condivisione. Questo è il ribaltamente dell’antica prassi Romana, il do ut des, giacché la Condivisione non prevede, dalla propria prospettiva, un dare per ricevere in cambio qualcos’altro, essa muove l’agire umano per assoluta volontà di dedizione e di sacrificio. E’ la stessa Volontà del Logos che si muove in noi e che misteriosamente trasporta le stesse forze che crearono il Mondo stesso. Iside-Sofia è la chiave per il recupero della forza creatrice nascosta nell’uomo, ma per ottenere questa chiave è prima necessario sviluppare un relazionarsi secondo la più alta Morale.

Questa è dunque la riflessione maturata leggendo le ultime righe dell’articolo di Isidoro, una riflessione che mi piacerebbe tradurre in un accorato appello.

La Comunità Solare è da sempre faro di Luce e di vero Amore disceso in Terra, ma per necessità karmiche il suo agire più umano si è sdoppiato in due correnti figlie che nel corso della lunga storia si sono trovate più e più volte a combattere l’una contro l’altra. Se nel passato questi scontri potevano anche essere costruttivi, ora è venuto il momento di ritrovare il punto di unione fraterna per procedere rettamente verso gli ardui compiti che spettano a tutti i suoi membri.

Lasciamo che la Sophia, che abbiamo visto essere sempre la chiave di volta in entrambe le prospettive, illumini il nostro percorso. Sotto la sua bandiera e con la spada di Michele potremo portare molta ricchezza nelle nostre anime e, come diretta conseguenza, nel mondo intero. Lasciamo che Sophia ispiri il nostro agire, accogliamola in tutto il nostro essere, facciamo sì che l’uomo ritrovi la Sophia affinché possa finalmente diventare un vero Antropo-sofo.

CIBON

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA PREGHIERA NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

 Gregoriodinazianzo

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Cos’è la preghiera?

Credo che il suo significato più elevato nell’ambito della Scienza spirituale cristiana sia racchiuso in queste poche parole: “è il santuario segreto dove Dio si unisce a noi” (C. Bruyère).

Una parentesi: l’ indicare in brevi frasi il cui alto senso invita l’anima ad una inabituale profondità, può essere considerato come un qualcosa di “difficile”. Ma è difficile per chi? Per le molte anime a cui ciò che non naviga in superficie procura timore o ripulsa. Recentemente ho letto due squallidi dibattiti su quanto sia difficile Scaligero e quanto sia facile la comunicazione antroposofica, naturalmente FdL e scritti consimili a parte (c’era altro ma stringo). Con l’esibizione di una robusta ignoranza in ogni affermazione ed una superficialità d’animo che squalifica tali individui sia verso Scaligero che verso il Dottore e la sua Opera. Comprendo la disgrazia di non possedere memoria, nostalgia, religio nei confronti dello Spirito.

Dati i tempi considero più inaccettabile il pessimo uso o la latitanza del pensiero logico, dell’attenzione e persino di una corretta documentazione. Mi si può controbattere che in questo senso non parlo di Spirito: appunto! Parlo di ciò che qualsiasi cretino deve mettere in moto per fare un esame, per imparare nella professione…insomma quello che necessita in ogni campo della vita pratica.

Ho conosciuto kabbalisti, ermetisti, kremmerziani, buddisti, eccetera, che praticando dottrine non facili (nessuna dottrina è “facile”), hanno dovuto faticare molto (simboli enigmatici, alfabeto ebraico, indicazione criptate, testi rari). Persino gli astrologi seri si curano anni di studi che sembrano… di matematica universitaria! Tutti a muoversi, in salita, verso il senso della loro dottrina. Nessuno che dica loro: “Riposatevi ragazzi, basta un po’ di lettura facile e siete a cavallo, briglia sciolta nelle praterie del giudizio”. E non sfioro nemmeno il nodo delle rispettive discipline interiori.

Mi auguro che Eco mai faccia di contenitore a quello strame e che utenti e lettori non siano di quella pasta.

Scusatemi, ora torno alla preghiera.

La preparazione alla preghiera.

Purezza della vita.

Cassiano scrive: “Lo scopo supremo a cui tende l’orante, il punto culminante della perfezione del cuore, è costituito da una preghiera perseverante, ininterrotta; è la ricerca di una tranquillità immobile, d’una purezza perpetua, nei limiti consentiti dalla debolezza umana. (…) Fra esercizio delle virtù e orazione esiste un legame inseparabile. Il lavorio della virtù tende ad un solo scopo, che è la perfezione della preghiera. (G. Cassiano. Collationes Patrum, IX, 2.)

Il raccoglimento.

“Si dovrà proibire ogni divagazione e distrazione di pensiero. Tutto quello che abbiamo in mente prima di cominciare a pregare si ripresenta inevitabilmente alla memoria mentre preghiamo. Le disposizioni di un’anima che prega dipendono dallo stato precedente. Quando ci inginocchiamo per pregare tornano davanti ai nostri occhi le immagini degli atti e delle parole che percepiamo prima, e ci fanno adirare o rattristare a seconda dei moti che già suscitarono in noi. Può darsi persino che torniamo alla concupiscenza e alle passioni di prima, che ridiamo di un riso sciocco al ricordo – è vergogna persino dirlo – di qualche facezia udita o di qualche gesto comico osservato” (Coll. IX, 3.).

Si tratta insomma di allontanare le preoccupazioni vane e la moltitudine confusa dei pensieri inutili.

Il silenzio (in questo contesto, anche verbale) ha lo scopo di obbligare l’anima a raccogliersi, ritraendosi dalla vita dei sensi e dall’immaginazione indisciplinata.

Il lavoro intellettuale.

Nell’anima religiosa esso ha lo scopo di consacrare a Dio l’intelligenza e lo studio delle Opere sacre è un invito a ripetere col Salmista: “Come sono grandi la tue opere, Signore! Tu hai fatto tutto con sapienza” (Sal. 103, 24.), non di soddisfare curiosità o lusingare l’orgoglio.

“moltiplicare i libri non ha alcun fine, e il molto studio è tormento per l’anima” (Eccle. 12, 12.).

Allora: è dannosa l’intemperanza intellettuale ma è utile nutrire lo spirito con lo studio.

“Leggere senza sosta, imparare a memoria i testi sacri: questo ci tiene dapprima lontano dai cattivi pensieri, poi se non arriviamo a comprendere in maniera esatta, li meditiamo in silenzio, di notte, poi allora con più chiarezza comprendiamo i significati celati che non avevamo prima afferrato e che Dio ci rivela anche attraverso il sonno” (Coll. XIV, 11.).

Le giaculatorie.

Pratica universalmente raccomandata dai Padri che attribuivano grande importanza a questi brevi e frequenti aneliti a Dio. “Dobbiamo pregare spesso, ma per poco tempo, affinché il nemico non trovi nella lunghezza un’occasione per distrarci” (Coll. IX, 36.). Ad esempio S. Caterina era affezionata a “Deus, in adjutorium meum intende” (Salmi. 69, 2.). S. Teresa amava il versetto: “Misericordias Domini in aeternum cantabo” (Salmi. 88, 2.).

L’anima fedele a tale pratica si avvicinava al semper orare del Vangelo (e, in tempi più recenti della Filocalia che ne fa la tecnica per eccellenza).E’ un grandissimo aiuto per zittire le passioni, per moderare l’attivismo, per uscire dalla pigrizia interiore, per abituarsi a vivere nell’intimità con lo Spirito.

L’esame di coscienza.

E’ la “revisione della giornata” da voi ben conosciuta, con l’enorme differenza che questa è una via umida. Esercizio antico, già praticato da re Ezechia: “ Ho riflettuto sulle vie che percorro, e ho rivolto i miei passi verso la tua testimonianza” (Salmi. 118, 59.). Via umida ma anche equilibrata, quando senza esagerate contrizioni si volge con abbandono (e fiducia) nelle mani paterne del Signore: “Signore, se la mia vita dev’essere così, e se così dovrà vivere la mia anima, tu mi correggerai e mi ridarai la vita” (Is. 38, 15.).

E’ bene che l’esame di coscienza sia breve e che non si trascini nello strascico di interminabili apprensioni. In genere, gli atti dell’anima dovrebbero essere decisivi, rapidi ed energici. La lungaggine è spesso una camuffata pigrizia o una vana minuziosità: ciò potrebbe valere anche ora nel lavoro interiore di chi segue la Scienza dello Spirito.

L’uomo entra in relazione con il Divino per mezzo della preghiera: ciò avviene da tempi remotissimi. Pur essendo in sé meritoria, tuttavia se ne assicura l’efficacia con la purezza d’intenzione che la muove: nel colloquio con Dio l’uomo eviti ogni intromissione e ogni preoccupazione estranea a Dio.

Cristo dice: “Tu invece quando preghi ritirati nella tua stanza, chiudi l’uscio e prega il Padre tuo in segreto; e il Padre tu che vede nel segreto ti ricompenserà” (Mt. 6, 6.).

Preghiamo nella “nostra camera” quando ci ritraiamo dalla confusione dei pensieri e delle preoccupazioni. Preghiamo a “porta chiusa” stando a bocca chiusa, in completo silenzio. Preghiamo in segreto quando la preghiera parte dal cuore e dall’attenzione della mente. Neppure gli spiriti (del male) possono conoscere questa preghiera. Pregare il Padre in segreto significa anche agire in quello spazio interiore che troviamo quando usciamo dalla vita dei sensi e si fortifica in noi l’uomo interiore. Allora l’anima non cerca più Dio in simboli o immagini, ma rientrando in sé lo avverte ancor più verso l’interno. Cipriano, Benedetto, Teresa, distanti tra loro nel tempo, non differiscono in nulla: l’esperienza è la stessa.

La preghiera non è smodata. Dice il Signore: “Nelle vostre preghiere non moltiplicate le parole, come fanno i pagani; essi pensano di venir esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro; il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima ancora che voi glielo chiediate” (Mt. 6, 7-8.).

Benedetto precisa questo canone nella sua Regola: “La preghiera dev’essere breve e semplice, a meno che la grazia dell’ispirazione divina non ci stimoli a prolungarla” (Regola XX; in s.Benedicti).

La preghiera non deve comunque disperdersi su pensieri diversi ma concentrarsi con tutta l’attenzione su uno solo. E’ constatabile che l’intelletto si esercita pienamente quando unifica e semplifica le diverse nozioni, più di quanto si disperde in una varietà di riflessioni appena sfiorate.

Gli antichi prescrivevano tale metodo soprattutto ai principianti; l’abate Pafnuzio, per esempio, ordinò alla penitente Thais: “Seduta, con la faccia rivolta ad oriente, ripeti sovente queste sole parole: Tu che mi hai creata, abbi pietà di me” (Vita sanctae Thaidis, II). Dopo tre anni di questa unica (e breve) preghiera, Thais (prima di ciò, donna generosamente “perduta”) ebbe persino modificazioni nel suo corpo fisico.

Credo di aver abbozzato qualcosa che ovviamente risente, in negativo, in ampiezza e in direzione. 

Concludo con una immagine straordinariamente correttiva e buona per tutti (come ogni medicina davvero amara). E’ di Caterina da Siena e da lei fu vissuta come una lezione stringata del Signore:

“Sappi che io sono colui che è, tu sei colei che non è”

TRADIZIONE

Cenni sul ricordare lo Spirito

.                    luna-in-testa  sole-nel-cuore

                                                                           .

Possiamo esaminare le indicazioni che il dott. Colazza diede a proposito del “ricordare”.

Mi pare che un mio carissimo amico – tra i pochi rimasti – abbia scritto qualcosa, anni fa, su l’Archetipo e forse dirò le stesse cose oppure no.

Inizio subito con l’autorità delle parole di Rudolf Steiner, che per il senso generale dell’esperienza interiore, sono perfettamente chiare e valide.

” In epoca più o meno lontana si è avuta una data esperienza. In un determinato momento – per una qualsiasi causa – essa risorge dai sostrati dell’esperienza dell’anima. Si sa che ciò che così è risorto corrisponde ad una esperienza; e lo si riferisce a questa esperienza. Nel momento però del ricordare  non si ha dell’esperienza altro di presente che l’immagine ritenuta dalla memoria. Ci si figuri ora il sorgere nell’anima di un’immagine, a mo’ di una immagine ricordata, però tale che questa immagine non esprima qualcosa di precedentemente sperimentato, ma rappresenti qualcosa di sconosciuto per l’anima”. (Dal I capitolo della Soglia del Mondo spirituale).

Ora, riguardo a ciò di cui qui si parla, mentre la dinamica spiegata dal Dottore è valida ed esatta, ricordiamoci che si rivolge al percorso della veggenza. Qui ci accontentiamo di trattare esperienze più “tenui” (ma non necessariamente deboli), tali che possono sorgere anche in persone che conducono una vita normale e non conoscono gli indirizzi della Scienza dello Spirito.

Perciò uso con prudenza il termine “immagini”, giacché nella vita o nei primi passi di un cammino interiore, possono capitare esperienze abbastanza diverse. Mi spiego: può succedere che, nello stesso percorso interiore indicato da Steiner nelle precedenti righe, in qualcuno sorga la memoria di un quid senza immagini, di una forza sconosciuta, di un potente sentimento che non si allaccia a nessuna esperienza precedente; di una sostanza animica (cioè un quid) che, seppure ascendente da ignote profondità, l’anima sperimenta come cosa non sua: essa o esso entra nella consapevolezza ma non ha mai fatto parte di precedenti esperienze.

Questo fenomeno, che è quasi una rivelazione, è meno raro di quanto si pensi.

Dipende in primo luogo dalla capacità di accorgersene, poi da quel mix ereditario e spirituale che forma la nostra attuale entità e (molto) dagli impulsi che provengono dalle esperienze remote, quelle vissute prima della nostra nascita.

Poi la disciplina interiore, per dirla breve, di concentrazione, meditazione, contemplazione e percezione pura, può dare frequenza e intensità al fenomeno che comunque si manifesta per forza propria.

Non dimentichiamoci che il Soggetto perenne ricorda mondi dello Spirito ed esperienze legate ad incarnazioni precedenti. Ed è questo il Soggetto che si fa strada nelle vere discipline esoteriche.

Ai tempi del Dottore non furono pochi coloro che iniziarono a sperimentare il “ricordo dello Spirito” attraverso una dedita lettura dei suoi scritti. Un esempio a noi particolarmente vicino è stato quello di Arturo Onofri, la cui particolare natura, con più lettura che discipline, gli permise di gettare uno sguardo sui mondi invisibili. Pure il dott. Colazza proponeva importanti cambiamenti delle condizioni animiche nell’accogliere l’influenza dei grandi temi dell’antroposofia, qualora questi divenissero vivi e operanti nell’anima del discepolo.

Egli dice: “Nell’ordine della conoscenza occulta non si può rimanere passivi dinnanzi a quel che si riceve, e che non viene dato con l’intento di “informare”, ma con quello di condurre gli altri alle stesse conquiste interiori”.

Perciò diventa essenziale trovare la forma più giusta di ricezione.

La prima cosa è la trasformazione dei pensieri che riguardano i mondi superiori in vive immagini.

La forma discorsiva va superata permettendo la creazione di immagini, non come echi delle parole scritte o udite, ma osando con libertà nostra, la loro formazione: passando dalla comprensione concettuale a immagini create da noi stessi.

In quest’opera la forza “solare” dell’Io cosciente e volente deve incrociarsi con la spontaneità creativa dell’immaginare che possiamo chiamare forza “lunare”: è essenziale che l’operazione sia costantemente atto d’equilibrio tra le due forze. Non va presa alla leggera: è atto magico…e come le magie di tutti i tempi, questo se non è creativo può essere nocivo.

E’ fondamentale che si senta propriamente nostra tale attività: solo così essa è coinvolgente e trapassa dalla testa alla sfera del cuore naturalmente, spontaneamente.

Però qui parliamo di un sentire che non va confuso con le solite reazioni emotive. E’ un sentire che, come dice la parola stessa, ascolta, sente. Possiamo ricordare il simbolismo dei due manici del vaso: un tempo raffigurarono le orecchie del cuore.

E’ salvifico non fantasticare. Di più: è inaccettabile. Ordinariamente il sentire non sa essere un organo di percezione.

E’ una faccenda seria: siamo così assuefatti nella ricezione passiva dei contenuti che dal sentire salgono alla coscienza al punto che eserciti di antroposofi e spiritualisti hanno rovesciato il percorso meditativo nell’illusorio tentativo di facilitarlo ripetendo nella disciplina il guasto strutturale a cui si è abituati: si evocano immagini o parole e si appiccicano a queste il sentimentuccio che passa per il torace in quel momento. Che sia un sentimento elevato suscitato dalla memoria generale, è sempre cosa appiccicata con la colla.

Forse ne abbiamo già parlato e allora è inutile dilungarsi.

Insomma, con le immagini antroposofiche si tratta di immaginarle.

Troviamo chiare indicazioni nel ciclo intitolato L’evoluzione secondo verità: “Questo è in sostanza ciò a cui dobbiamo giungere: trasformare le nostre rappresentazioni in immaginazioni, in immagini. Anche se le nostre immagini sono goffe, anche se sono antropomorfiche, anche se quelle sublimi entità hanno l’aspetto di uomini alati, tutto ciò non conta. Alla fine la realtà vera ci sarà data e quel che deve essere eliminato lo sarà.”

Così tutto ciò acquista la forza e l’intimità di un ricordo proprio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

O NOTTE!

 

Caffarelli libro*

 O Notte!

Ti chiamo, Io Luce!

Gelo,

odi il soffio del Fuoco!

O Sonno,

ascolta il Risvegliato!

Rimonta dalla fossa dell’Abisso.

Incontro a te si muovono le stelle,

e la Festa del Fuoco in te riprende.

O Notte,

Non sarai separata dall’Amore.

Come l’Amore

potrebbe amare

se non avesse te per avversaria?

Cadi, e sprofonda nelle solitudini.

Amore ti cerca

Amore ti vuole

Amore ti raggiunge sopra un raggio,

e dalla tua caduta, lentamente,

con secoli d’affanno fa una Stella.

*

 

(Da Canti dei tre misteri di Lamberto Caffarelli)

ARTE, POESIA

LAMBERTO CAFFARELLI

**

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Poeta, pensatore, musicista, nacque a Faenza il 6 agosto 1880 e a Faenza morì il 13 marzo 1963.

Caffarelli, con la propria arte e con il grande amore verso lo spirito, realizza l’alto programma della sua vita, programma che può diventare preziosa sollecitazione ed esempio per molti.

Nella biblioteca comunale di Faenza si conserva devotamente tutto ciò che apparteneva al Maestro:

musica, libri, manoscritti, lettere, appunti, documenti.

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, la sua città lo ricorda con gratitudine e ammirazione riproponendo due suoi lavori letterari, scritti nei primi anni venti del secolo scorso, stampati in un unico testo:

Canti dei tre misteri

Galeotus

Viene inoltre pubblicato un volume sulla sua vita a cura di Giuseppe Fagnocchi edito da MobyDick.

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Chi l’ha conosciuto ha lasciato di lui una descrizione-immagine molto pregnante:

“Il volto era leonino. Gli occhi profondi. Sguardo penetrante. L’apparenza era gelida, nettamente in contrasto con la voce che incantava per il calore e la dolcezza: chiara, carezzevole, gradevolissima.

Caffarelli visse quasi da eremita: amante non dell’azione, bensì della solitudine, del silenzio, dell’attività contemplativa.

Gelosissimo il suo sacro attaccamento alla libertà: di vita, di idee, di critica, di azione. Sembrò spesso un misantropo, ma fu sempre irreprensibilmente cortese.

Non cercò mai guadagni. Li disprezzò, pago della sua piuttosto misera vita.

Si aggirava per le vie e per i mercati di Faenza con la sporta per la spesa, fermandosi, piuttosto che ai banchi dei generi alimentari, davanti alle bancarelle dei libri usati. Sfogliava le rarità con cupida esultanza. Ricercatore instancabile si sforzò sempre di conciliare l’Arte e la vita interiore con il Vero, di cui ebbe ardentissima sete.

Religioso, in un senso sinceramente ed austeramente cristico, non cercò la simpatia né dei cattolici né dei positivisti. Quanto agli atei li tenne lontani.

Nel 1907 Caffarelli scoperse la Teosofia.

Il movimento angloindiano ebbe il gran merito di svelare la sapienza precristiana e, in special modo, la sapienza indiana: quella vèdica, quella bramanica,quella buddistica. Ebbe anche il demerito di considerare il Cristianesimo alla pari con quelle religioni antiche, le quali ne furono il necessario preludio.

L’errore fu sanato da Rudolf Steiner con l’Antroposofia e con la Cristologia antroposofica.

In una lettera del 5 maggio 1916 Caffarelli accenna alla sua crisi di passaggio dal cattolicesimo alla teosofia: “…nell’anima mia avvenivano processi di distacco violento da tutto quello che mi era stato insegnato. Una imperiosa tendenza ai significati profondi mi portò allo studio della teosofia. Così la religiosità tornò in me, ma arricchita dal nuovo studio che divenne un mio studio prediletto”.

Nel 1922 a Vienna, al West Ost Kongress, Caffarelli incontrò Rudolf Steiner e, com’era inevitabile abbracciò l’Antroposofia. Di questa aveva già avuto qualche cognizione, ma non tale da determinare una radicale metamorfosi dell’anima, cosa che avvenne durante quell’incontro.

Nel Natale 1923 Caffarelli era presente all’importante convegno con cui Steiner fondò, a Dornach, la Società Antroposofica Universale.

Di Caffarelli, in quell’occasione, si eseguirono nel Goetheanum alcuni “Canti Spirituali di Novalis” cantati dal contralto Maria Fuchs.

Caffarelli, felice dell’approdo, vivrà da allora, nella sfera della concezione steineriana del Mondo, della Vita, della Religione, della Scienza e dell’ Arte: il suo spirito divenne sempre più maturo, consapevole; la sua produzione sempre più significativa e più limpida”.

Caffarelli in vita non ebbe grandi riconoscimenti, forse la sua troppa luce, come normalmente accade, non venne capita e riconosciuta.

La sua opera lirica Galeotus, “ poema scenico-musicale in quattro azioni” testo e musica dell’artista, venne scelta dalla Casa Sonzogno di Milano per venir eseguita alla Scala.

L’imprevista morte di Riccardo Sonzogno e l’inizio, di lì a poco, della prima guerra mondiale, impedirono il coronamento della già programmata esecuzione che avrebbe certamente conferito alla vita e alla carriera del musicista una svolta ben diversa da come invece avvenne.

Succede anche che un’anima incontri la sua opera, vi si immerga, riporti in vita quei tesori spirituali al momento quasi sconosciuti,e abbia voglia di raccontare di lui.

 Lamberto Caffarelli  Faenza  Centenario 2012

 

 

LIBRI E AUTORI

SEGNI DI UNA MISSIONE NUOVA DEL PENSIERO (di M. Scaligero)

coscienzadellaluce

(Coscienza della luce – Marina Sagramora)

*

Della crisi di questa civiltà si sono avuti non pochi interpreti, ai quali non si può non riconoscere il merito di aver descritto all’uomo moderno, con tagliente evidenza, gli aspetti del suo decadere. Su un motivo quasi tutti questi pensatori, sotto forme dialetticamente diverse, si trovano concordi: sulla deficienza di spiritualità e sulla conseguente perdita di una direzione morale. Quale dunque il rimedio? Respiritualizzare la vita, immettere nuovamente lo spirito nella vita: tale il concorde riconoscimento. Ma, in riferimento ad esso, fioriscono innumeri gli equivoci di diversi tipi di intellettualisti della religione o della filosofia, che credono di poter salvare il mondo con formule tradizionaliste o soggettive, comunque attinte alla stessa inanimata cultura che essi intendono rivoluzionare e rinnovellare.

Ora, il mondo moderno va veramente salvato? È stato realmente compreso il senso di quello che ci appare come un suo decadere? Non è forse possibile che esista un retroscena di questo immane dramma, ancora piú occulto di quello identificato dai maggiori esponenti dell’indagine anti-moderna? Ci sembra ora di porre questi interrogativi, perché, se ad una soluzione è urgente lavorare, occorre far sí che essa possa scaturire al di fuori di tutti i sistemi, le correnti e le culture che sino ad oggi hanno mostrato nient’altro che la loro impotenza: il che significa che occorre giovarsi di una conoscenza anzitutto capace di condurre al superamento di quella logica formale ed esterioristica, attraverso cui sono stati accettati come verità i maggiori errori del pensiero astratto in ogni campo.

All’epoca delle grandi civiltà pre-cristiane di tipo “tradizionale”, allorché la costituzione interiore dell’uomo era tale che il piano psichico si trovava spontaneamente aperto a una diretta comunione con il piano spirituale (due piani che, per poter chiarire il problema interiore dell’uomo, occorre distinguere come lo distinsero le antiche tradizioni, il Cristianesimo primitivo e attualmente la Scienza spirituale), l’anima dell’uomo era ricettiva alle verità d’ordine metafisico e accettava, in adesione perfetta ad esse – mediata da quegli uomini piú eletti che erano i sapienti e i sacerdoti – la possibilità di un sistema di certa conoscenza che finiva con il tradursi in ordine sociale. In quanto ciò avveniva attraverso una comunione spontanea della “psiche” (anima), non era necessario che il bene morale e sociale dell’uomo costituisse un problema e fosse oggetto di indagine razionale: lo spirito agiva attraverso l’interiorità dell’uomo, esprimendo in esso un ordine che si manifestava nella vita come ordine morale.

L’epoca di tale comunione spontanea con lo Spirituale si conclude con il periodo che a noi si presenta come la proto-storia della civiltà mediterranea: è il periodo della conoscenza riflessa nel mito attraverso la cosmogonia e l’epos, nel quale si verifica il compimento di un processo millenario: una sorta di distacco (il termine, si badi, ha un valore puramente simbolico e analogico, in quanto lo spirito assume valori spaziali semplicemente dal punto di vista di uno tra i suoi infiniti modi di essere, che è la materia) del piano animico, o psichico, dal piano puramente spirituale, distacco che naturalmente appare come un regresso, o caduta, dell’uomo in uno stato inferiore. In seguito a tale evento, l’uomo è costretto a elaborare la sua conoscenza entro i limiti della sua individualità psichica, la cui massima possibilità comincia con l’essere la capacità razionale: lo spirituale con cui prima l’interiorità dell’uomo costituiva un tutto e dal quale essa traeva ogni motivo di perfezione, limitandosi ad essere impersonalmente conforme alla sua legge, diviene un mondo estraneo a quello umano; onde l’uomo, considerandolo qualcosa di separato da sé e non piú essendone posseduto ed ispirato, è costretto a rivolgersi ad esso come ad un oggetto della sua indagine; e ad esso, temporaneamente, non può giungere se non con mezzi di cui dispone e che appartengono al piano psichico: la conoscenza razionale mediata dalla percezione sensibile. È questa la fase che segna l’inizio dell’esperienza filosofica e del pensare scientifico.

I primi filosofi provarono nella loro indagine la sensazione che il pensiero razionale cui dovevano la loro possibilità di speculare sull’origine del creato fosse una sorta di capacità nuova, oltre quella di rappresentarsi il mondo sotto forma immaginativa e quella stessa dovuta ai sensi. La distinzione di tale valore, sotto il riguardo logico e psicologico, si dové a Socrate il quale, ricercando l’elemento generale oggettivo del sapere che rendesse possibile la comunione soggettiva, giunse al concetto. Ma l’identificazione decisiva del significato del pensiero razionale viene compiuta da Aristotile, già forte della esperienza socratica e platonica.

La nascita della filosofia greca coincide con il sorgere stesso dell’individualismo, che viene quasi a disorganizzare l’unità collettiva mantenuta interiormente in uno stato di obbediente spontaneità, dall’antica coscienza mitica la quale in sostanza era la condizione di una conoscenza generale oggettiva promanante dai mondi superiori, senza necessità di una mediazione razionale. Allorché tale coscienza viene abbandonata, l’attività razionale si rende necessaria quale connessione della psiche umana con la realtà esteriore; ma essa a quel tempo non ha ancora il valore di organo di conoscenza, in quanto comincia ad esprimersi soltanto come una nuova funzione della interiorità individuale, il cui senso etico è presente nella poesia lirica e gnomica e nella “scienza” dei Sette Savi.

Cosí, fra le dilacerazioni dell’antica fantasia mitica – ultimo residuo di una coscienza cosmico-simbologica – traendosi dalla letteratura teogonica e dalle riforme morali-religiose di tipo orfico e pitagorico, nasce la prima forma di sapere razionale, la filosofia, la quale procede man mano dalla contemplazione interrogativa del cosmo alla elaborazione scientifica dei concetti.

In sostanza, questa necessità di trarre il senso dell’io da un piano inferiore a quello spirituale, pur apparendo una caduta, presenta come ultima finalità una conquista veramente eroica dell’uomo: la ricostruzione della vita spirituale entro il piano animico, con i mezzi che l’individualità dell’uomo, costretta ad essere se stessa e ad assumere coscienza di sé nel mondo finito della realtà materiale, andrà via via creandosi, per recare luce nei piani inferiori della coscienza corporea. Ma tra lo stato di illuminazione metafisica originaria e il conseguimento di una illuminazione cosciente del mondo fisio-psichico, si doveva attraversare una fase intermedia che è stata necessariamente una fase di oscuramento, nella quale l’uomo ancora oggi si trova. L’interiorità individuale si è strappata al piano della trascendenza, per “ri-evocare” – se cosí si può dire – tale trascendenza entro se stessa, con suoi mezzi, grazie all’impulso di quel principio divino che è potenzialmente in essa e che permane attraverso ogni apparente regresso: l’uomo potrà un giorno riprendere contatto cosciente con lo Spirituale e rendere il pensiero cosciente – acquisito attraverso l’apparente discesa in un piano anti-metafisico, positivo, razionalistico – veicolo dell’affermazione di questo Spirituale nel piano che per ora in lui è dominato dall’incosciente e dalla natura animale. Ma il processo di distacco, come si è accennato, implica dapprima un oscuramento e una perdita: con le sole forze della sua individualità, da quel momento, l’uomo deve cominciare a risolvere il proprio problema e, chiuso nei limiti della sua individualità, egli tenderà a rievocare in sé il Divino: egli tenderà a questo, anche attraverso una fase di inconsapevolezza: ma il Divino rimarrà sempre in lui sotto la forma di questo impulso all’auto-superamento.

All’uomo che sia stato capace di attraversare questo processo e ne abbia percorso tutte le tappe, i mezzi che si offrono per portare a compimento la mirabile opera sono dapprima il pensiero e i sensi: soltanto con questi l’uomo può muovere alla conoscenza del mondo e regolare la sua vita: cosí nasce la civiltà meccanica e materialistica. In tale civiltà si riflettono obiettivamente i caratteri del pensiero che l’ha creata: un pensiero matematico, scientifico, nettamente individuato, ma avulso dallo spirituale; un pensiero che non tiene neppure conto del fenomeno “fede” che tuttavia permane in una parte dell’umanità come eredità inconsapevole della comunione spirituale originaria.

Proprio una civiltà del tipo moderno ha il compito di riflettere all’esterno ciò che manca nell’interno dell’uomo: queste creazioni del materialismo meccanico, scaturite dall’uomo dei nuovi tempi, ritornano contro di lui quasi a chiedere che egli integri spiritualmente la loro esistenza. Il mondo moderno è uno specchio nel quale l’uomo può ben vedersi e comprendere al tempo stesso la sua grandezza esteriore e la sua miseria interiore.

Che cosa può imparare l’uomo da questo riconoscersi nella unilateralità del temporaneo mondo che ha creato? Egli può comprendere la sua incapacità di vivere moralmente. Se esamina i rapporti tra la sua interiorità e il mondo esteriore, egli può comprendere che non esiste connessione morale tra il suo pensiero e la vita. Ogni esigenza morale viene vissuta nel piano del pensiero e lí si arresta: da lí è incapace di passare nella vita, di trasformarsi in azione.

Ma perché questo? È semplice spiegarselo, se si tien conto di quanto si è prima accennato. La morale non può essere un concetto, non può essere un semplice schema speculativo, ma principalmente una forza che deve scaturire dai piani spirituali per passare nell’anima e poi tradursi in azione. Tale forza può passare attraverso il vaglio del pensiero cosciente, ma non può nascere esclusivamente dal pensiero. Da secoli, da piú di un filosofo il problema della morale è stato, sotto forme diverse, brillantemente risolto. E poi? Esso è rimasto lettera inanimata nelle pagine di un libro o tutt’al piú esigenza intellettuale di un pensatore, rettorica di una corrente sociologico-politica.

Da diversi secoli, dunque, il problema della morale viene esaurientemente pensato, ma non sino in fondo. Se esso venisse pensato fino in fondo, il filosofo morale scoprirebbe che cosa veramente può dare origine a una morale capace di incidere sul piano vitale e su quello fisico: scoprirebbe che la morale non è qualcosa che si possa preparare sul piano “mentale”, ma una forza che la psiche umana deve attingere ad un piano “sopra-mentale”. Còmpito del mentale è di elaborare in forme di coscienza ciò che a lui può scendere dai piani superiori, ove esso sia capace di aprirsi a questi: simultaneo dunque è per l’uomo il còmpito già additato da Aristotile e poi chiarito da Tommaso, di educare il suo intelletto perché si dignifichi sino ad accogliere forze che sono verità metafisiche. Non esiste verità metafisica che non sia una forza trasformatrice: purtroppo, l’uomo da secoli ritiene di poter speculare sul metafisico, essendo distaccato da esso e chiamando tuttavia metafisico quel che egli invece sperimenta attraverso la meccanica – sia pure la piú ideale – dei concetti.

Ora, ciò che in antico l’uomo sperimentava come un vivere morale, ignorando qualsiasi assunzione filosofica di tale esperienza, non era se non un costume esteriore che rifletteva all’esterno il contatto dell’interiore con forze d’ordine metafisico. Allorché la vita interiore dell’uomo, staccata dallo Spirituale, si è ridotta al solo piano del pensiero, essa ha guadagnato in vastità, ma ha perduto in altezza e in profondità: l’altezza è la comunione con il piano sopramentale o metafisico, la profondità è il corrispondente possesso del piano vitale e fisico. La morale, dunque, da effettivo costume di vita risultante dalla immissione di una forza spirituale nell’interiorità dell’uomo, divenne oggetto di indagine del pensiero – nel quale rimaneva come esigenza dialettica – incapace di tradursi in vita. In sostanza l’uomo, per poter compiere lo sviluppo della sua individualità raziocinante, per poter scendere a contatto con gli aspetti attivi del piano fisico e cominciare a crearsi il senso dell’io attraverso l’urto con la realtà materiale, ha dovuto rinunciare a un dono che anticamente gli veniva dal Divino, attraverso gli Dei: la possibilità di vivere spontaneamente in forma morale. Ma tale rinuncia ha soltanto un valore temporaneo e prelude a un bene nuovo dell’uomo, in quanto implica l’azione dello spirito in un piano in cui l’ostacolo della necessità del finito e del materiale rende necessario, attraverso l’urto e il combattimento, lo sviluppo di autocoscienza e di libertà, ossia le uniche forme in cui lo spirituale può consistere consapevolmente nel mondo della realtà fisica. E qui occorre porre in guardia contro un possibile equivoco ricorrente, purtroppo, anche in coloro che si atteggiano a spiritualisti: non si deve intendere, allorché si parla di un “bene nuovo dell’uomo”, che si tratti di qualcosa che si crei di bel nuovo, di contro a possibilità prima non esistenti, ma semplicemente di una delle infinite possibilità dello spirito, che nel caso nostro è quella di essere se stesso ed assumere forme corrispondenti alla sua essenza anche là dove il regno della forma e della materia sembra esserne l’antitesi.

Il problema attuale dell’uomo si può allora riassumere in questi termini: non si tratta per lui di rinnegare quel che egli si è conquistato attraverso qualche millennio di duro travaglio: il pensiero esatto e la coscienza razionale della individualità: rinunciare a questi significherebbe per l’uomo tornare indietro, degradarsi: si tratta invece di ridestare l’antica spiritualità con le forze del nuovo pensiero, con la nuova auto-coscienza: riconquistare il contatto con il piano sopramentale ossia con quello che risponde alla direzione – puramente simbolica – in altezza, cosí che egli possa agire spiritualmente nel piano vitale e fisico rispondente alla direzione in profondità. Allora veramente il pensiero può divenire uno strumento per il vivere morale dell’uomo moderno e agire come un trasformatore delle forze spirituali fluenti verso la realtà sensibile.

Nuovi tempi annunciano questa possibilità: il pensiero è ormai una forza che, avendo svolto la sua missione nella interiorità dell’uomo, si trova spinto dalla sua stessa unilateralità a superare i limiti concettuali abitudinari, per integrare la sua direzione con altre dimensioni dello spirito, o meglio, per divenire veicolo dello Spirituale nel piano che è apparentemente anti-spirituale. Con senso di responsabilità si può a questo punto affermare che esiste una Tradizione metafisica la quale offre all’uomo la possibilità di ricongiungere il suo pensiero con i piani superiori o soprannaturali, senza che esso rinunci alla sua auto-coscienza e a quelle forze cognitive che nei piani inferiori lo hanno messo in condizione di sperimentare con esattezza matematica. Si tratta di condurre queste forze di conoscenza a compiere la loro vera e totale funzione.

Massimo Scaligero

da «La Vita Italiana», XXXII, serie II, fasc. 2-3 (366-367) ottobre-novembre 1944

(Per gentile concessione de L’Archetipo)

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il vernissage di Mara Maccari

 PERCORSO INTERIORE DALL’ABISSO ALLA GRAZIA:

OPERE DI MARA MARIA MACCARI

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Ecco un’occasione per conoscere l’Opera di un’Artista e amica che segue da decenni un percorso di Scienza dello Spirito.

Chi volesse partecipare all’Evento è invitato a darne notizia a Francesca Miandro: azothsophia@yahoo.co

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Scarica PDF evento

(cliccare sulla scritta azzura : Scarica PDF…)

ANNUNCI, ARTE, MARA MARIA MACCARI, PITTURA

NON E' PER NIENTE FACILE

L'UOMO INTERIORE

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Con consueta monotonia io continuo a volare (volare? Strisciare, piuttosto) bassino: è in relazione con ciò che mi capita di vedere o sentire quasi settimanalmente. I mantra dei 3 minuti o nemmeno quelli, il ripudio delle discipline interiori, l’adesione totalmente cieca (realistico-primitiva) all’antroposofia, gli inqualificabili sputacchiamenti reciproci tra “maestri” e cose del genere, sembrano perseguitarmi. Onestamente, ho avvertito, qua e là, lampi di serietà, quasi insostenibili per gli stessi lampeggiatori. Per questo è spesso a loro che mi rivolgo, per dire loro di non abbattersi, di non mollare, anche se molto spesso la nostra dotazione di eroismo già si consuma nell’enorme fatica della vita.

Per questo posso raccontare anche qualcosa che appartenne a me, non per sfiduciare ulteriormente qualche lettore ma per abbracciarlo e dirgli: “Forza, non sei solo e anche i testoni come me e te qualcosa riescono a fare, un po’ alla volta”

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Non sono pochi gli anni trascorsi dal tempo in cui uscì l’Avvento dell’uomo interiore – era il 1959 – a cui seguì nel 1961 Il Trattato del Pensiero Vivente, a cui seguì poi, nel 1962, La Via della Volontà Solare (un grosso volume di 344 pagine che il cognato ed ex discepolo di Scaligero, Paolo “Virio” Marchetti, gnostico cristiano, giudicò essere un verboso e inutile testo a difesa dell’antroposofia). Nello stesso anno acquistai, come si dice “per puro caso” una delle due solitarie copie che si facevano compagnia nel settore occultistico della più fornita libreria cittadina. Presi La Via della Volontà Solare perché era l’unica novità dello scaffale, costava relativamente poco e mi incuriosiva l’Autore, del quale  avevo già inteso diversi commenti che avevano una caratteristica comune essendo tutti pesantemente critici e sfavorevoli. Dovrei premettere uno sfondo. Già da alcuni anni, con un piccolo gruppo di amici e sotto la venerabile guida di Giovanni Blason, pittore e antroposofo non omologato, stavo spurgando i miei peccati occultistici con lo studio faticoso e ripetuto della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Vi siete mai chiesti cosa provi la lucertola a perdere la coda? Deve essere qualcosa di simile a quanto succede nell’anima di un occultista che abbandona l’occulto per dedicarsi ad un testo apparentemente filosofico. Ricordo come la tensione del comprendere fosse massima…eppure lo studio più rigoroso non riusciva mai a soddisfare i due quesiti che il Dottore pone a capo e a risultato del percorso del libro. Al contempo l’alta statura umana e la sottaciuta veggenza di Blason stimolavano il nostro (devoto) rispetto per il lavoro intrapreso. Contemplato a distanza di molti decenni, il senso più concreto di tale lavoro fu quello di educare ilsentimento nei confronti del pensiero e dei testi fondamentali della Scienza dello Spirito.

Come la guerra di trincea comportava spazi di combattimento all’aperto ma anche un’attività sotterranea tra gallerie e cunicoli, così, col testo di Scaligero, raddoppiarono studi e riflessioni. Si continuava insieme il lavoro antroposofico-epistemologico, poi individualmente e in altri momenti si sfidavano le difficoltà su quanto Scaligero comunicava con una prosa che si avvertiva, a quel tempo e a quell’età nostra, difficilissima.

Eppure, proprio dai testi di Massimo Scaligero, che susseguendosi, diventarono una specie di grande regalo annuale, iniziò a farsi strada nell’ottusa coscienza di noi, intelligenti in tutto ma non in questo, la comprensione che il pensare fosse altro dai pensieri, che il pensiero riflesso fosse quello di cui la desta coscienza diviene consapevole ma al contempo limitata, che il problema di cosa fare del nostro pensiero precedeva tutti gli altri problemi umani, esoterici e genericamente antroposofici. Il pensiero con cui penso ora è il problema immediato: tutto il resto è una realtà parziale e insoddisfacente poiché  generata dal problema non risolto. Il fatto che essa appaia ampia, complessa e interessante non porta soluzioni all’enigma della mia esistenza.

Comprendere quanto accennato era pure comprendere l’inscindibilità del problema dalla sua soluzione che non poteva essere filosofica ossia produttrice di ulteriori pensieri. La soluzione anzi iniziava con la fine di ogni pensiero filosofico. Ora posso dirlo sperimentalmente: La Filosofia della Libertà è “sovversione assoluta” per la coscienza e la sua cultura. Con essa termina l’evoluzione positiva del discorso filosofico che, finalmente afferrato sino alla radice, diventa pura esperienza di osservazione scientifica e porta con se un nuovo grado di coscienza. Da essa il continuarsi  del pensiero logico-analitico formale dotato di straordinaria potenza inerziale diviene il nulla distruttivo della dialettica ( un tempo anch’essa utile e giustificata) ossia il guasto della condizione umana portato oltre ogni possibile contenimento. La mancata consapevolezza di una tale rivoluzione, preparata dalla Scienza da centinaia d’anni e disattesa proprio là dove il pensiero individuale cosciente avrebbe potuto e dovuto arrestare la propria discesa per riaccendersi nel percorso adialettico cosciente, ha già provocato una grave scissione nel divenire dell’uomo: certamente non quella presupposta da molti antroposofi e spiritualisti.

Verso la seconda metà degli anni ’60 iniziai un rapporto epistolare con Scaligero. In quel momento il mio legame con l’esoterismo avanzava su una doppia strada divergente. Lo studio e l’approfondimento erano dedicati senza remore alla percezione e al pensiero mentre nella pratica mi esercitavo giornalmente per ore al Vicāra di Ramana Maharshi (la meditazione sul “Chi sono Io?”), considerandolo come la via più attuale e diretta: fiorita dai mille rami dello yoga. Evidentemente non riuscivo a liberarmi dagli antichi e tenaci retaggi.  Scrissi di questo a Massimo che mi rispose così: “…ma allora, caro amico, una volta nella corrente del pensiero vivente si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le assicuro che allora si sa tutto, a questo punto si possono buttare via i libri. Ma occorre ravvisare il vero sadhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. La concentrazione è un esercizio magico, se si sa portare oltre il limite ordinario. Se le è necessario, si giovi ancora del supporto di Ramana, ma metta al centro la magia del pensiero e i cinque esercizi come correttivo del tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. E’ la via dei forti e dei risoluti.”

Vorrei dirvi:”Letto e fatto!”. Ma non andò tutto liscio, anzi…Mollai di colpo la mia meditazione yoghica e in cambio non riuscii a fare la concentrazione. Passarono le settimane, l’anima si raggrinziva, il mondo ingrigiva e nella testa passava, freddo e scivoloso il pensiero che la mia impotenza suggeriva come unica soluzione senza alternative una dignitosa dipartita. Sia detto senza drammi: la situazione era silenziosamente drammatica!

Lo schema delle grandi crisi è più o meno sempre lo stesso (ma saperlo non serve a niente, occorre viverlo): lottare inutilmente e poi affondare fin giù.

Racconto spudoratamente questa esperienza avendo ben chiaro che è mia, spero non vostra, nella speranza che possa far riflettere per qualche secondo coloro che, leggiadri come la vispa Teresa, sognano un piacevole sviluppo occulto, 15 giorni di esercizi per giungere all’Iniziazione, una passatina alla Scienza Occulta per collegarsi all’Antroposofia Vivente, ecc.

Camminavo su e giù per il mio studio come una mosca che inutilmente sbatte da una parete all’altra. E il problema lo risolse chi aveva la capacità di risolverlo: come dice Meyrink: Colui che è sveglio quando io dormo. Decise Lui per me. Da dietro l’oscura coltre del volere salì in quel minuscolo pezzo d’anima che credevo fosse mia. Mi disse: “Siedi” e scoprii che potevo sedermi anziché ronzare per la stanza. “Immagina un oggetto” e mi accorsi che potevo immaginare un oggetto (credo fosse un chiodo). “Mantieni tutta l’attenzione sull’immagine” e, come un lampo illumina per un istante le cose celate dall’oscurità, mi resi conto (ma le parole non bastano e neppure le analogie) che potevo fare la concentrazione indipendentemente dal mio yoghico passato, dalle mie tribolazioni personali, dai dubbi, dall’impotenza. Insomma, da tutto (forse è necessario sottolineare che nessuno mi “parlò”, ho usato la forma del linguaggio per intenderci: però agì e lo riconobbi ed è una di quelle conoscenze che durano. Quel momento fu il primo di altri in cui  la mia anima ha poggiato sulla Sua realtà come i piedi del mio corpo poggiano sulla terra). Questo che racconto con nuda sincerità non lo scrivo per menare vanto, al contrario indico un fatto terribile, cioè che da solo non ce la facevo!

Eppure, nonostante l’intervento colla maiuscola, posso assicurarvi che una concentrazione più nuda di Adamo (apsichica, asomatica) non l’avevo ancora interamente capita e tanto meno realizzata. Mi occorsero anni di rispettosissima quasi-polemica con Scaligero e almeno il doppio di tempo di concentrazioni, ripetute sino alla nausea e alla sofferenza (ambedue nel senso più letterale che ci sia) per scuotere dall’anima i macigni e le briciole di ciò che la concentrazione non è.

Fossi l’unico scemo del villaggio tutto quello che ho detto sarebbe la descrizione impietosa di un cammino interiore pietoso e straordinariamente ottuso ma da quanto sperimento o ascolto o leggo, è facile accorgersi che pochi afferrano il senso epistemologico delle Opere di Rudolf Steiner: le quali non indicano una ulteriore accademia intellettuale ma una operazione immediata, diretta. L’atto proposto dal Dottore, esaurendo i pensati, è atto di percezione. Non accademia antroposofica. E. von Hartmann (che Steiner definì come uno degli uomini più intelligenti dell’epoca) comprese quanto Steiner proponeva con La Filosofia della Libertà e a suo modo giustificatamente, notò che era impossibile.

Su due piedi l’operazione è, in generale, davvero impossibile: occorre un severo lavoro per afferrare un concetto che non sia l’eco passiva di una immagine sensibile; occorre un lavoro altrettanto severo per realizzare uno spazio percettivo che non sia già pieno di percepiti. Occorre perciò un lavoro del tutto eccezionale, che non è misticheggiante ma che, nondimeno, possiamo chiamare ascetico poiché sottende tutte le possibili “prove dell’anima”. Si può dire che Massimo Scaligero ha riaperto il Varco occulto e conoscitivo alla Via più pura, quella che giustifica una antroposofia (chi, ieri e oggi si lamenta della difficile lettura dei testi di Scaligero quando confrontati con quelli dello Steiner, manifesta solo la sua incapacità nella lettura e nella comprensione di quanto scrive quest’ultimo). Qualcuno, anzi molti, potranno essere in disaccordo con queste affermazioni obbiettando che al discepolo dell’antroposofia si schiude l’ampia strada delle immaginazioni spirituali comunicate dal Dottore. Ciò sarebbe anche vero…ma con quale coscienza? L’attuale autoconsapevolezza è forte, fortissima nella misura in cui coincide con il corpo fisico. Se essa si smarca passivamente da esso, dove va a finire o cosa diventa? Siate onesti nell’osservare la situazione corrente: dopo ottant’anni di propaganda a sfavore degli esercizi del tutto necessari come i cinque ausiliari, trovare un antroposofo che fa tutti e cinque correttamente sarebbe come trovare la pentola d’oro dove finisce l’arcobaleno!

Ai tempi di Patañjali praticavi il pratyãhãra e la coscienza, seppure crepuscolare, traslava nella possanza del corpo delle forze formatrici, ma ora se sperimenti la deprivazione sensoriale o rimani basito come una colonna ionica oppure inizi a scorgere lampi, volti, figure, intere scene e alla peggio entri in deliri di contenuto articolato (non è un caso fortuito che per l’antico la realizzazione iniziava con attività disposte in questo preciso ordine: ascesi, studio e devozione al Signore). I fenomeni descritti non vi ricordano forse le “elevate” ed ampiamente diffuse esperienze della vasta genia dei tanti guru, maestri e indicatori che infestano, dentro e fuori, i templi, le comunità e la retta conoscenza? Mobilitare – poiché è questo che può succedere – con scarsa o nessuna consapevolezza parti del corpo sottile prima che l’ego psicofisico e le sue rappresentazioni – soprattutto quelle di carattere spirituale deformate dal personalismo – venga saldamente dominato con un lungo e spietato lavoro interiore significa soltanto abbandonarsi alla medianità: quella più pericolosa e distruttiva perché, a differenza dei risultati ottenuti dai patetici personaggi fedeli al tavolino a tre gambe, è capace di manipolare le immagini spirituali più nobili ed elevate. In un simile panorama è facile essere concordi con Irina Gordienko quando riporta questa affermazione di Steiner: “Un falso risultato di una indagine spirituale è una realtà viva: è lì e si deve combattere con essa, farla finita con essa” (da: Sergei Prokofieff: Mito e Realtà, Moskau-Basel-Verlag).

Vorrei concludere queste ultime righe con una osservazione tanto banale quanto esemplarmente vera. Chiedete a questi applauditi attori, colti e suadenti e purtroppo venerati da tanti, qualcosa sulla gnoseologia, sulla trasformazione del pensare o in definitiva sull’operazione di risalita nella luce del pensiero libero dai sensi: immancabilmente eviteranno di rispondervi o inficeranno in tutti i modi la vostra domanda che andrebbe paragonata ad una sorta d’acqua santa spruzzata sul conte Dracula.

Ma per chi vorrebbe essere pratico e concreto le osservazioni sul lato oscuro degli sgherri delle associazioni che si dicono spirituali non dovrebbero, in un certo senso, rappresentare il cuore del suo lavoro interiore. Certamente v’è un gioco di forze che è bene conoscere e anche combattere qualora il destino ne predisponga l’opportunità ma occorre anche ricordarsi di quanto si sia capaci nell’esercizio della pura osservazione (visione penetrante) e da quale tipo di coscienza muova tale capacità: in definitiva occorre conoscere e distinguere lo Spirito dal verminaio di spiriti che parlano con la voce degli uomini.

Ma questo non sarà mai possibile finché, con una consapevolezza che sarebbe un azzardo definire (come faccio sempre) “ordinaria”, si trattano le descrizioni date dal Dottore come fossero oggetti sensibili o manuali d’uso per il sensibile. Ciò è sotto i vostri occhi. A destra e a manca si chiede: “Dovrei ridipingere una stanza, cosa dice lo Steiner?”. Oppure: “Sulla base delle conferenze che parlano degli Ostacolatori, credete che si possa usare l’aspirapolvere?”. E se l’etica scarseggia non manca di sicuro la dietetica: “Steiner permette di mangiare carote?” Ed è un tipo di pensiero (?) che non muta e forse peggiora con temi riguardanti il Cristo, le Gerarchie, la costituzione occulta dell’uomo, ecc.

Ho tentato di sottolinearlo altre volte: è possibile dare attenzione alle ripetutissime richieste di Steiner di costruire, prima di tutto, una adeguata rappresentazione? Non una immaginazione cosmica ma una rappresentazione semplicemente adeguata. E non mi si dica che questo viene fatto: non conosco antroposofo con duecento libri macinati che riesca a formarsi una adeguata rappresentazione del corpo fisico! (ho scritto “fisico” e non “sensibile”) Provate e ci troveremo concordi.

Lo ripeto continuamente in un modo o nell’altro. Uno studio preliminare delle Opere di Rudolf Steiner, magari sapendole separare dalle migliaia di conferenze, è certamente un passo necessario, ma subito dopo, l’unica strada da percorrere per evitare che la lettura dei testi di Scienza dello Spirito rimanga confinata al medesimo livello di assunzione cognitiva che vale per un libro di cucina (questa espressione è dello Steiner) è quella di mutare alcuni aspetti dell’anima e il pensiero.

Quale sarà mai l’incantesimo che permette soltanto una lettura parziale e superficiale persino con i testi antroposofici più seguiti e compulsati? Non parlo genericamente e per dimostrarlo evidenzio un robusto esempio traendolo da L’Iniziazione (EA, 1971). E’ illuminante, come una coltre di nera pece, il totale oblioin cui giace l’appendice del 1918 al volume, dal cui inizio, a  pagina 174, estraggo il minimo: “E’ possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se (il carattere corsivo è mio), anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito o voluto, egli si forma pensieri che non derivano dal percepito, sentito o voluto. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori. Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. (…) Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile.”

Questo, cari amici, precede le operazioni occulte e iniziatiche e la nota chiarificatrice del Dottore, se letta e riletta con attenzione, non è molto consolante, perché realizzare la consapevolezza che il percorso interiore ai “gradi superiori della conoscenza” inizia dall’acquisizione del pensiero puro libero dai sensi, rende tutto assai più difficile. A meno che si supponga in Steiner un burlone di prima grandezza…

Si può cominciare per gradi di consapevolezza. Anzi tutto occorre rovesciare la “rivoluzione copernicana” e giungere (avere il coraggio di giungere) ad una nuova concezione tolemaica: “Io sono al centro dell’universo e nel suo punto centrale c’è il (mio) pensiero che non conosco perché è pieno di roba, di altro da se. Per conoscerlo devo discriminarlo, isolarlo, vuotarlo, ma in realtà, prima ancora di tutto questo, devo conoscerlo questo mio pensare, poiché prima avevo sempre usato il pensiero “naturalmente” come si fa con il respirare. Sino ad ora certamente pensavo ma ora mi rendo conto che, in certo qual modo, ignoravo di pensare”. Questo è il primo, modesto ma realistico passo: realizzare il pensiero cosciente: non solamente pensare ma saper essere colui che pensa, che è consapevole di pensare. Realizzare la consapevolezza di pensare significa avventurarsi nel pensare, non certo con pensieri che fluiscono secondo la necessità del mondo o ingombrano la mia testa ma con pensieri che io determino coscientemente: che sgorgano da me. Determinare coscientemente una sequenza di pensieri significa volerli: uno dopo l’altro. L’unica condizione che mi permette di volerli in una successione determinata è condizionata dal fatto che io devo determinarli e portarli ad un obbiettivo. Pensare volitivamente (attivamente) a qualcosa di determinato che non può essere che semplice, pensabile in tutta la sua interezza. Per questo, l’oggetto di pensiero che raggiungo, pensiero dopo pensiero, sarà il concetto-pensiero di un oggetto semplice, pensato dall’uomo, poiché se cerco di pensare un cristallo o un filo d’erba non afferro il concetto ma mi svaporo nell’infinito, nella astrazione fantastica. Solo dall’oggetto prodotto dall’uomo posso ricavare tutto il pensabile e la sua sintesi: il concetto. L’insistenza della totale attenzione rivolta a quest’unico concetto permette, ad un certo momento di totale saturazione, il fluire di una volontà talmente sostanziale che dissolve forma e significato dell’immagine concettuale posta al centro della coscienza e con essa cade ciò che rimaneva dell’ordinario pensiero e del comune soggetto: ora l’esperienza continua su un livello diverso in cui il pensiero è un pensare, libero dai pensati, che pensa (vuole) in me. Si percepisce in cristallina destità che esso è un’entità organica che scaturisce dall’universo e nell’universo si riversa: è un’entità cosmica e l’uomo che stiamo diventando con essa risorge dalla minuta, rinsecchita e guasta condizione in cui  si identificava perché era folle e addormentato.

Ma non è per niente facile, poiché il processo disidentificativo non ha nulla a che vedere con un superficiale neti neti “Io non sono questo o quest’altro” ma è, sino a momenti pre-iniziatici, un progressivo rafforzamento più simile ad uno che irrobustendosi dismettesse via via abiti troppo stretti: non ci si “rilassa” ma si rafforza l’attenzione  sui pensieri senza curarsi del corpo e lo stesso vale poi per i rumori, per il prurito e per il mal di testa. Il rafforzamento dell’attenzione verso i pensieri deliberatamente voluti vale ancora di più nei riguardi di sentimenti, preoccupazioni ed emozioni che premono per impossessarsi, come comunemente succede, della sfera del pensiero. Non si tratta proprio di reprimere o soffocare qualcosa ma di rafforzare la sequenza di pensieri lottando attimo dopo attimo per mantenere il livello univoco dell’attenzione: è una continua scelta di coraggio oltre la pressante richiesta egoico – personale. Solo in questo modo impariamo (realizziamo) il significato di pensiero apsichico e che cosa possa essere mai il primo gradino dell‘ impersonalità. Gli stati di turbamento sono occasioni tra le più favorevoli poiché lo sperimentatore, in virtù del loro moto e della loro potenza, intende con chiarezza la direzione e la forza, del tutto diversa, che imprime alla sua attività. Essi sono per l’asceta i preziosi segni di riferimento che per negazione gli indicano di dirigersi, intensificandosi senza sfiorare altro,  nella direzione opposta.

Anche quando tale direzione gli appaia per lungo tempo arida e faticosa, poiché priva di ogni appoggio, egli sta compiendo la prima azione morale cosciente della sua vita (forse dovrei ripeterlo all’infinito) e, da un punto di vista esoterico è il primo atto occulto che non sia espressione dell’ego, ossia dell’astrale inferiore, quello amministrato dagli ostacolatori, mosso dai distruttori dell’uomo anche quando sembra ardere di idealismo e religiosità, del desiderio di fare cose buone e di operare per il bene.  Sommersi nella condizione espressa dall’astrale inferiore è legittimo ignorare di essere, di pensare e di agire all’identico livello di coloro che consideriamo come i più rivoltanti e sanguinosi farabutti.

Non è un percorso facile: quello descritto è appena l’inizio del processo, la concentrazione vera, quella pura e semplice viene dopo, è il passo successivo e so di tanti che lo hanno rifiutato per la grande paura di uscire, per una manciata di secondi, dal pensiero dialettico. Eppure il vero esoterismo, la conoscenza spirituale, l’accesso ai Nuovi Misteri, accennati dai libri più ispirati, evocati nelle conferenze più selettive, si situano del tutto oltre il “manifesto” sostenuto dal desiderio e dal pensiero che non sanno accettare la propria morte. Senza la morte del pensiero dialettico tutta la Scienza Spirituale diventa per la coscienza umana soltanto una  possibilità di verità che si involve quasi sempre in astrazioni fantastiche riformulate su binari strettamente (rigorosamente) razional-ideologici:  un controsenso a tutti gli effetti, quindi fomentato da nemici dell’entità umana.

Non mi crederete ma non credo di essere un fissato con la concentrazione, se non fosse altro perché l’anima vola con ciò che è oltre la concentrazione e comunque cresce con le meditazioni che il nostro cuore sa accogliere. E’ solo che non la supererei con leggerezza, non la darei per cosa scontata. Ma in fondo questa è una valutazione che appartiene al vostro dharma, non al mio.


                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL FILO DEL RASOIO

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उत्तिष्ठत जाग्रत
प्राप्य वरान्निबोधत ।
क्षुरस्य धारा निशिता दुरत्यया
दुर्गं पथस्तत्कवयो वदन्ति ॥ कठ उपनिषद् ॥

Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente.  Katha-Upanishad, 1.3.14

 

Domanda: è pericoloso il Sentiero spirituale? Assolutamente sì! Se non ci si vuole illudere con narcotiche favole consolatrici e se si vuole, invece, guardare spartanamente, stoicamente, romanamente in faccia la realtà, si scorge bene come il Sentiero spirituale sia pericoloso e quanto lo sia.

Ma perché il Sentiero dell’Iniziazione ad una più alta vita spirituale è pericoloso? È pericoloso perché cercare l’Iniziazione è cercare la morte, è cercare di morire: morire prima di morire, senza morire. Ossia, è volere provocare volontariamente e sperimentare attivamente durante la vita – dunque prima di morire – quelle esperienze – normalmente devastanti – che l’uomo comune (che non è l’uomo normale, ossia non è l’uomo interiore, l’uomo a norma dell’autentico essere spirituale) subisce involontariamente, e di conseguenza passivamente, all’irrompere della morte la quale dissolve il composto umano, e dissolve pure l’apparente consistenza di quello illusorio scenario esteriore, che lo stordito essere umano, in quella sua consunzione ch’egli scambia per vivere, ritiene essere obbiettivo e autoesistente e che è l’oggetto del suo inesausto bramare.

La differenza tra la morte iniziatica e la morte naturale o biologica è che la morte biologica, venendo subita passivamente, oltre che devastante non è reversibile, non avendo normalmente colui che la sperimenta alcuna possibilità di dominio su di essa, mentre la morte iniziatica, essendo stata volontariamente cercata e attivamente causata, è reversibile perché l’essere umano domina ciò che lucidamente conosce e che attivamente provoca. E, circa la morte iniziatica, o mors mystica, o mors philosophorum, sono ammonitrici le parole di Platone nel XIII cap. del suo Fedone:

«Inoltre io non credo che siano stati uomini dappoco quelli che istituirono i Misteri i quali, sotto il velo dell’enigma, ci hanno pur detto, fin dai tempi più remoti, che chi giungerà nell’oltretomba, come un profano, senza esserne iniziato, giacerà immerso nel fango, mentre chi vi giungerà purificato e consapevole, abiterà con gli dei. Perché, vedi, come dicono gli interpreti dei Misteri, ‹molti portano il tirso ma pochi sono i veri iniziati›. E solo questi ultimi, a mio avviso, son quelli che si son dedicati nel vero senso della parola, alla filosofia. E per essere anch’io dei loro, nulla ho trascurato nella mia vita ma anzi, per quanto ho potuto, vi ho messo tutto lo zelo e, se ho agito rettamente, se ho ottenuto qualche risultato, lo sapremo quando, a dio piacendo, saremo di là, come io credo».

Come preparazione a un sì tanto speciale morire, poco prima, nel XII cap., Platone, per bocca di Socrate, che si apprestava a compiere l’ultimo passo al quale lo condannavano i giudici ateniesi, indica come assolutamente necessaria una “purificazione”, κάθαρσις – kàtharsis, che è un’operazione tutt’altro che semplice e indolore:

«E, allora, amico mio,» proseguì Socrate, «se questa è la verità, quale grande speranza per chi giunga dove ora io sto per andare perché, più che in qualsiasi altro luogo, potrà ottenere pienamente quello per cui tanto tribolammo quaggiù, nella nostra vita trascorsa. E, quindi, questo viaggio che oggi mi si comanda, non è senza una lusinghiera speranza che si compie, per me, come per chiunque altro abbia disposto l’anima sua alla purezza[…] E questa purificazione non la si raggiunge, come dice anche l’antica tradizione, separando, più che sia possibile, l’anima dal corpo, esercitandola a restarne staccata, tutta in sé raccolta, nella presente come nella vita futura, libera dal corpo che è il suo carcere? […] E non è questa la morte, questo liberarsi, questo separarsi dell’anima dal corpo? […] E questa separazione, come abbiamo detto, dell’anima dal corpo, la desiderano soltanto e soprattutto quelli che si occupano rettamente di filosofia perché questo è, appunto, l’impegno dei filosofi: separare e riscattare l’anima dal corpo. Non è così ?».

È noto come questo accostamento, polarmente simmetrico, tra l’esperienza della Iniziazione e quella della morte, sia oggetto di frammento mirabile, e illuminante, di Plutarco, frammento riportato nel florilegio di Stobeo, che trascriviamo dalla traduzione che ne fece Arturo Reghini, l’ermetico e pitagorico amico di gioventù di Massimo Scaligero:

«E veniamo alle importanti testimonianze di Plutarco e dello scrittore delle Metamorfosi, attribuite ad Apuleio. Riportiamo qui per intero il passo di Plutarco: «L’anima al momento della morte prova la stessa impressione (πάσχει πάθος – pàschei pàthos) di quelli che sono iniziati ai grandi misteri (οἱ τελεταῖς μεγάλαις κατοργιαζόμενοι – hoi teletàis megàlais katorghiazòmenoi). La parola e la cosa si rassomigliano; si dice τελευτᾶν [teleutàn]  e τελεῖσθαι [telèisthai]. Sono dapprima delle corse a caso, dei giri penosi, un camminar inquietante e senza fine attraverso le tenebre. Poi prima della fine (προ του τέλους – pro tou tèlous – fine, morte, iniziazione) il terrore è al colmo, brividi, fremiti, sudore freddo, spavento. Ma poi una luce maravigliosa si offre agli sguardi, si passa in luoghi puri ed in prati dove le voci e le danze risuonano, delle parole sacre e delle sante apparizioni inspirano un rispetto religioso. Allora l’uomo, da quel momento perfetto (παν-τελης –pan teles – tutto compiuto) ed iniziato (μεμυημένος – memyeménos), divenuto libero (ἐλεύθερος – elèutheros) e passeggiando senza legami, celebra i misteri con una corona sulla testa, vive cogli uomini puri e santi; egli vede sulla terra la folla di quelli che non sono iniziati e purificati schiacciarsi e pigiarsi nel fango e nelle tenebre; e per paura della morte, attardarsi nei mali, non volendo prestar fede alla felicità di laggiù» (Cfr. Stob. Florileg. T. IV, pag. 107 edizione Meineke).

Osserviamo che Plutarco paragona l’impressione che si prova durante l’iniziazione a quella che si prova durante la morte. Per potere instituire questo paragone occorre avere avuto esperienza dell’una e dell’altra, tanto più che Plutarco emette qui un suo giudizio e non riferisce dei sentito dire. E poiché Plutarco era vivo quando scriveva queste righe, conviene dedurre che egli si sentiva in grado, certo per la conoscenza ottenuta coi misteri, di conoscere in che consista la morte e quali siano le impressioni che la coscienza prova, nelle due crisi che egli assimila. Se non si vuole supporre che Plutarco faccia della letteratura, occorre concludere che il semplice spettacolo del dramma mistico non poteva provocare brividi, fremiti, sudore freddo, spavento; eppoi il senso della luce maravigliosa, eppoi la perfezione, la liberazione, la felicità. […]

Notiamo infine come già Plutarco si soffermi a rilevare la mirabile concordanza delle due parole τελευτᾶν [teleutàn] e τελεῖσθαι [telèisthai], morire ed essere iniziato. Simile sotto molti rispetti a questo passo di Plutarco è il famoso passo di Apuleio in cui, dopo avere detto al lettore che egli parlerebbe se gli fosse lecito parlare, ed il lettore apprenderebbe se glifosse lecito udire, così si esprime: «Per tanto odi, ma credile, le cose che sono vere. Mi accostai al limite della morte, e calcata la soglia di Proserpina, viaggiai tratto attraverso tutti gli elementi; a mezzo la notte vidi il sole coruscante di un candido lume; mi accostai di presenza agli Dei inferi e superi e li adorai da vicino. Ecco ti ho riferito le cose che, quantunque tu le abbia udite, pure è necessario che tu le ignori» (Cfr. APUL. – Met. XI 23). È evidente che Apuleio si rende conto dell’effetto sconcertante che debbono fare sul profano le sue rivelazioni; ed infatti l’esperienza personale di Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, non può essere intesa che da chi la prova. Altrove egli parlando della iniziazione di Iside (traditio, sarebbe a rigore l’iniziazione per comunicazione) dice che essa si celebra in guisa di una morte volontaria e di una salvezza precaria (Cfr. APUL. – Met. XI, 21: ad instar voluntariae mortis et precariae salutis), e chiama questo: contrarre nozze mortali, perché nelle mani della dea sono poste inferum claustra et salutis tutelam. […]Non basta udire queste cose per apprenderle, dice Apuleio, occorre accostarsi al limite della morte, calcare la soglia di Proserpina; e questa, non è impresa da pigliare a gabbo; è un poco più rischiosa che sfogliare volumi ed eseguire degli scavi. Per quanto Apuleio parli qui dell’iniziazione isiaca che era individuale, e si riferisca ad un evento svoltosi a Ceucrea sull’Egeo nel 2° secolo d. c., mentre Plutarco parla della iniziazione eleusina cui prendeva parte un grande numero di spettatori, il confronto tra i due scrittori può farsi legittimamente perché, secondo quanto dicono Diodoro e lo stesso Plutarco, i misteri egiziani di Iside erano perfettamente corrispondenti a quelli greci di Eleusi; e, come si vede, davano la medesima impressione di morire. Lucio si sente tratto a viaggiare per tutti gli elementi, ed anche egli come Plutarco vede una luce maravigliosa; le sante apparizioni di Plutarco diventano qui gli Dèi inferi e superi».

 

Per quanto tutto ciò non abbia affatto un aspetto consolante, pur tuttavia è quanto di più realistico – e bisogna proprio dirlo: di “salutarmente” realistico – che si possa proporre alla riflessione meditativa dell’audace cercatore spirituale. E perché mai? Perché, a parte il provocare attivamente, dominare e superare la crisi della morte, vi è da affrontare la  κατάβασις, ossia quella katàbasis o discesa agl’Inferi nella quale si incontrano, nel loro aspetto obbiettivo, tutte le emozioni, passioni e bramose pulsioni istintive alle quali, nello stordimento dell’immedesimazione passiva, normalmente durante la vita subìta senza residui, con l’illusorio apparire sensibile l’anima umana – in quella lenta, inesorabile, consunzione che ad essa sembrava essere vita ed era in realtà morte – si era data come in uno stato di ebbrezza, o di mania, di oblio. Ma l’espressione «nel loro aspetto obbiettivo», pur essendo in sé assolutamente giusta, non rende granché giustizia all’esperienza stessa, perché in quel mondo – che per la Sapienza d’Oriente, induista, buddhista e taoista, è esattamente il mondo nel quale ordinariamente si vive, ma che per lo stordito essere umano è coperto da un provvidenziale velo d’illusione, il velo di Mâyâ – emozioni, istinti, brame e passioni, sono esseri distruttivi, esseri astrali o dèmoni, che assalgono l’uomo per asservirlo e divorarne la vitalità spirituale. Questi esseri, la cui azione distruttiva viene passivamente subìta dal profano uomo ordinario, devono essere affrontati e vinti da colui che voglia da vivo sperimentare l’Iniziazione, ossia il morire prima di morire, senza morire.

Quel mondo di arsione, di ardente sete – che il Buddhismo chiama Kâmâdhâtu o “sfera della brama” – è esattamente il mondo nel quale ordinariamente si vive, ossia è quel mondo incessantemente scosso, agitato e arso da quella che il Buddha Shakyamuni chiama appunto tanha, “sete” continuamente alimentante ed alimentata dalla brama, che sospinge come ebbri gli storditi esseri umani. Il Buddha Shakyamuni invita il discepoli a liberarsi di tale sete, ad estinguerla, perché tale ardente sete, una tale brama ardente, è presente nei pensieri, negli stati d’animo, nei moti della volontà. Una tale sete, presente nell’ordinaria attività dei sensi, degrada la purezza delle percezioni a sensazioni animali, per cui – come disse il Sublime ai tre fratelli Kashyapa, che erano brahmana, maghi e sacerdoti del fuoco vedico – «il mondo intero e i sensi sono in fiamme». Anzi si può ben dire che tutto l’essere esteriore e interiore dell’uomo, la sua stessa «personalità» (della quale peraltro egli, stoltamente, va oltremodo orgoglioso), sia intriso, plasmato, costituito da una tale «brama ardente», per cui si può realisticamente affermare che  la vita – quella che gli umani chiamano «vita» – non sia altro che il divampare di un tale fuoco, che consuma l’«esistere» dell’uomo sino all’ultimo suo istante, sino al devastante dramma della morte.

Onde è possibile affermare che se il Sentiero dell’Iniziazione, il Sentiero della Conoscenza e della Liberazione, è pericoloso, la vita che conduce lo stordito uomo ordinario lo è molto di più. Una vita, spesa nella inesorabile, oscura, consunzione psichica e biologica, è una vita cieca: è la vita di esseri ciechi che camminano inconsapevoli sull’orlo di uno spalancato abisso, che in qualsiasi momento li può inghiottire e nel quale possono sfracellarsi. Prendere conoscenza di un tale scenario spirituale indubbiamente spaventa molti, ma una tale «salutare» conoscenza – per quanto per molti sia invero «terrificante» – non è che di per sé aumenti il pericolo, anzi: semmai lo diminuisce. Mentre è indubbiamente molto più pernicioso il rimanere inconsapevoli in una condizione di estremo pericolo: nel nostro caso di un pericolo «mortale». È davvero poco consigliabile camminare allegramente distratti sull’orlo di un tale abisso. Forse a tale proposito è il caso di invitare il cercatore spirituale a ben meditare alcune parole – salutarmente scuotenti – che è possibile leggere nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner, parole non molto diverse da quelle che si possono leggere nei testi dell’eterna Sapienza d’Oriente e d’Occidente:

 

«Se un godimento fisico si conforma allo spirito, dura finché durano gli organi fisici, ma se l’io lo ha creato senza porlo al servizio dello spirito, esso rimane dopo la morte come desiderio che invano cerca soddisfazione. Ci facciamo un’idea di ciò che si prova in quelle condizioni, raffigurandoci qualcuno che soffra di sete ardente in una regione in cui per lungo e per largo non sia possibile trovare una stilla d’acqua. Così succede all’io dopo la morte, in quanto nutre in sé desideri non ancora spenti per i piaceri del mondo esteriore, e non possiede più gli organi atti a soddisfarli. Naturalmente quell’ardentissima sete, presa a paragone per lo stato dell’io dopo la morte, dobbiamo immaginarla intensificata a dismisura, e rappresentarcela estesa a tutti i diversi desideri ancora esistenti per i quali manca ogni possibilità di appagamento. Il passo successivo dell’io consiste nel liberarsi dal legame di attrazione con il mondo esteriore. L’io deve operare in sé a questo riguardo una purificazione, una liberazione. Devono essere espulsi da lui tutti i desideri creati nel corpo che non hanno diritto di cittadinanza nel mondo spirituale».

 

Questo rende comprensibile perché negli Ordini ermetici e nelle Fratellanze iniziatiche di secoli addietro l’indispensabile «purificazione», la kàtharsis appunto, venisse apertamente chiamata «morire al secolo», «morire al mondo», e perché nei suddetti antichi Ordini e Fratellanze usassero affermare che mentre «gli uomini comuni lavano con l’acqua e bruciano col fuoco, noi bruciamo con l’acqua e laviamo fuoco». Questo perché per l’Iniziato l’abbeverarsi con la salmastra «acqua» della brama è «bruciare» e aumentare la «sete», non estinguerla, mentre ardere col «fuoco» della Conoscenza è «lavare», «purificarsi». Sempre nella Scienza Occulta, poco oltre, leggiamo:

 

«Come un oggetto viene afferrato e arso dal fuoco, così il mondo dei desideri ora descritto viene dissolto e distrutto dopo la morte. Ci si trova allora di fronte a un mondo che la conoscenza soprasensibile può indicare col nome di “fuoco spirituale divoratore”. Questo “fuoco” divora i desideri dei sensi che non sono espressione dello spirito. Le descrizioni che la conoscenza soprasensibile dà a questo riguardo possono sembrare terribili e sconfortanti. Può apparire invero spaventevole che una speranza, la cui realizzazione richiede organi sensori, dopo la morte debba trasformarsi in disperazione, e che un desiderio che può appagare soltanto il mondo fisico debba diventare una privazione torturante. Ci si può attenere a questa opinione soltanto finché non ci si renda ben conto che tutti i desideri e le aspirazioni afferrati dal “fuoco divoratore” dopo la morte, in senso superiore non rappresentano forze benefiche alla vita, bensì forze distruttive. A mezzo di queste forze l’io si lega al mondo dei sensi molto di più di quanto non sia necessario a raggiungere il giusto scopo di trarre da detto mondo tutto quanto può riuscirgli giovevole. […]  Nondimeno l’io di tanto si allontana dalla vera realtà spirituale del mondo, per quanto nel mondo sensibile tende  a desideri da cui lo spirito è assente. Mentre il piacere sensorio, come espressione dello spirito, significa elevazione, evoluzione dell’io, il piacere che invece non è espressione dello spirito significa decadenza e immiserimento. Se si appaga un desiderio di tal natura nel mondo sensibile,il suo effetto nocivo sull’io tuttavia permane; soltanto, prima della morte, esso non è percettibile all’io. Nella vita, perciò, la soddisfazione di tali desideri può creare nuovi desideri simili, e l’uomo non si accorge affatto che si va avviluppando in un “fuoco divoratore”. Dopo la morte diventa visibile semplicemente ciò che già durante la vita lo circondava, e nel rendersi visibile si palesa al tempo stesso nelle sue conseguenze efficaci e benefiche».

 athena

Ed è bene sottolineare come queste stesse esperienze drammatiche vengano passivamente subìte dall’essere umano, che giunge alla catastrofe della morte inconsapevole, disarmato, e terrorizzato da quel che sperimenta ma che non conosce né tampoco comprende, e come, invece, le medesime esperienze vengano attivamente suscitate e liberamente affrontate da colui che, nel dramma dell’Iniziazione, sperimenta morte e rinascita, con esito diametralmente opposto rispetto alla vita e al destino nel post-mortem della coscienza e dell’essere dell’Io del non iniziato.

 

«Dopo la purificazione incomincia per l’io uno stato di coscienza del tutto nuovo. Mentre prima della morte le percezioni esteriori dovevano affluire verso di lui, perché la luce della coscienza le potesse illuminare, ora invece dall’interiorità scaturisce per così dire un mondo che giunge a coscienza. l’io vive in questo mondo anche nel periodo fra nascita e morte, ma esso gli si presenta rivestito dalle manifestazioni dei sensi. Soltanto quando l’io, abbandonate le percezioni sensorie, percepisce se stesso nella sua “interiorità più sacra”, gli si palesa nella sua forma diretta ciò che di solito gli appariva solo attraverso il velo dei sensi. Come la percezione dell’io si svolge prima della morte nell’interiorità, così dall’interiorità il mondo spirituale li si manifesta nella sua pienezza dopo la morte e la purificazione. Tale rivelazione avviene di fatto subito dopo l’abbandono del corpo eterico; ma i desideri ancora rivolti al mondo esteriore formano come una nube oscura che ne ottenebra la vista. È come se a un mondo beato di esperienze spirituali si frammischiassero nere ombre demoniache, sorte dai desideri che vanno “consumandosi nel fuoco”. Invero quei desideri non sono semplicemente ombre, ma entità reali; questo risulta evidente quando l’io liberatosi dagli organi fisici, può percepire ciò che è di natura spirituale. Questi esseri appaiono come contraffazioni e caricature di quello che si era prima conosciuto mediante la percezione sensoria. l’osservazione soprasensibile scorge l’ambiente del fuoco purificatore popolato da esseri, la cui vista può riuscire orrida e dolorosa all’occhio spirituale; esseri per i quali il piacere sembra consistere nella distruzione, e le cui passioni sono improntate a male così grande che quello del mondo dei sensi è un nulla a confronto. I desideri del genere di quelli descritti, che l’uomo porta seco in quel mondo, sono considerati da quegli esseri come un nutrimento per mezzo del quale la loro potenza acquista sempre nuova  forza e vigore. […] Ora, gli esseri del fuoco purificatore esistono bensì per si la coscienza soprasensibile e non per quella sensibile; la loro azione però risulta evidente e consiste nella distruzione dell’Io, se questo dà loro nutrimento. E quest’azione diventa chiaramente visibile, quando un piacere consentito giunge fino all’eccesso e alla dissolutezza. Perché ciò che è percettibile ai sensi dovrebbe attrarre l’Io soltanto, in quanto il piacere tragga origine dalla sua natura stessa.[…] Ma se l’Io cerca soddisfazioni dirette non alla conservazione ed allo sviluppo della sua natura, ma alla sua distruzione, tale tendenza non può provenire né dall’azione dei suoi tre corpi, né dalla propria sua natura, ma soltanto da quella di entità, la cui forma reale rimane celata ai sensi, ma che possono appunto avvicinarsi nascostamente alla natura superiore dell’Io, ed eccitare in essa desideri, non dipendenti dai sensi, ma appagabili solo da organi sensori. Esistono appunto degli esseri che si nutrono di passioni e desideri di natura peggiore di quelli degli animali, perché non si esplicano nel campo dei sensi, ma si attaccano all’elemento spirituale, abbassandolo al livello di quello dei sensi. Le forme di tali esseri appaiono perciò orribili allo sguardo spirituale, più brutte e spaventevoli assai delle forme degli animali più feroci, nei quali s’incarnano soltanto passioni radicate nel sensi ; e le forze distruttrici di questi esseri superano di molto qualsiasi violenza dei mondo animale percettibile. La conoscenza soprasensibile si trova perciò costretta a dirigere lo sguardo degli uomini verso un mondo di entità inferiori, sotto molti riguardi, è al disotto del mondo animale visibile degli animali distruttori.

Quando l’uomo dopo la morte ha attraversato il mondo appunto descritto, si trova di fronte ad un mondo colmo di spiritualità e che crea in lui soltanto desideri appagabili a mezzo di ciò che è spirituale».

 

Questo è il mondo che a tutta prima, inevitabilmente, si presenta all’uomo: o nell’esperienza della morte o durante l’Iniziazione. E le entità malvagie ed ostili di tale mondo devono essere conosciute, affrontate e vinte dal candidato all’Iniziazione medesima. E ciò non è una cosa semplice, non è comodo come un giuoco di ruolo, o un divertissement. È una lotta, un combattimento: per la vita o per la morte. Ciò spaventa coloro che si attaccano alla vita apparente. Ma proprio questo li conduce a perdizione:  per paura della morte, rimangono esseri umano-animali, esseri mortali. Tale combattimento non viene risparmiato, perché – piaccia o no all’uomo – la morte incombe: nasciamo con una condanna a morte. Nostra libertà è scegliere di affrontarla e come affrontarla. Oppure – ed è quello che fanno i più – ci si  può illudere di evitarla, vivendo nello stordimento, o edulcorandone la fiacca consapevolezza con le dolcezze sentimentali e le sognanti speranze delle fiabe religiose, con i vari narcotici di un moralismo anch’esso sentimentale, con il surrogato di un intellettualismo dialettico che, se potesse, annegherebbe l’Universo e lo Spirito in un oceano di chiacchiere. Dietro i sentimentalismi e le sognanti speranze, dietro l’intellettualismo dialettico e il moralismo virtuista e “buonista”, vi è una sola cosa: la paura della morte, il terrore di fronte al venir meno dell’illusorio sostegno corporeo, l’angoscia di fronte alla presentita inquietante realtà del post-mortem.

 

Cercare l’Iniziazione è risolversi – sine spe ac metu – ad affrontare da vivi l’evento cruciale della morte, diventando – come ricorda Massimo Scaligero – “lottatori contro la morte”. È necessario donarsi alla Via con sincerità totale, con abnegazione assoluta, calpestando quegli impostori che sono speranza e timore, rinunciando senza misericordia alcuna a tutte le illusioni consolatorie, a tutti i surrogati pseudo religiosi e pseudo esoterici: rinunciare ad ingannare se stessi con favole “religiose” e atteggiamenti moralistici. Perché quello che è richiesto in tale lotta contro la morte è molto, anzi moltissimo di più che non l’esser “buoni” o conformi ad un mero modello “morale” di comportamento: sono richiesti energia e slancio eroici di volersi portare oltre la condizione umano-animale, oltre la condizione della labilità mortale umana. Molte volte, nella nostra giovinezza, udimmo Massimo Scaligero declamare con energia i versi del Buddha Shakyamuni nell’Anguttara-Nikâyo:

 

«Oggi è da dare battaglia,
forse domani non saremo più:
per noi non vi sia tregua
con la grande Armata della Morte!»

 

Non è che la paura, della quale parlavamo più sopra, non si annidi nel trepidante cuore e nella tremula anima – quella che l’imperatore Adriano chiamava anima vagula blandula – degli ardenti (molto poco…) spiritualisti, degl’intrepidi (ancor meno…) esoteristi, tant’è che vi è di continuo il patetico tentativo di “ammorbidire” la radicalità della Via spirituale, attenuandone la dirompenza, smorzandone la virulenza, riducendola al fiacco livello “umano-troppo umano”, che permette all’ego un comodo rimanere bestiale e mortale, sia pure con tutti i crismi della “cultura”, le speranze della “religione”, le consolazioni della “morale”. Per cui l’audacia della Via del Pensiero, la Via solare dello Spirito, viene sovente tacciata di “unilateralità”, di essere o di poter facilmente diventare una “via del sublime egoismo”, tentando persino di far dire a Massimo Scaligero il contrario esatto di quel che disse e scrisse, e cercando di introdurre surrettiziamente, come “via sostitutiva”, una  lunare “via dell’anima”, la quale sarebbe più “adatta” (così dicono…) a individualità per le quali una completa austerità non sarebbe sopportabile. Come se anch’esse non dovessero poi affrontare un giorno – lo dovranno: è l’unica certezza – il dramma della morte. Forse è il caso di ricordare le parole del nostro Dante:

 

« ‘Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Queste parole di colore oscuro
vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogni sospetto;
ogni viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’io t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben dell’intelletto”».
Inf., III, 13 e segg.

 

E quelle dell’Iniziato Virgilio:

 

Felix, qui potuit rerum cognoscere causas
Atque metus omnes et inesorabile fatum
Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis avari!

 

Felice, colui che delle cose
poté conoscer le cause,
e tutti i timori e l’inesorabile fato
calpestò coi piedi, e lo strepito
dell’avaro Acheronte!

 

Cfr. Verg. Georg. II, 490-492.

 

 

Come ebbe modo di affermare Marie Steiner-von Sivers, fedele compagna e collaboratrice di Rudolf Steiner, la quale fu oggetto delle medesime calunniose accuse, che vennero e vengono rivolte a Massimo Scaligero e a coloro che con tutto se stessi si sforzano di essere fedeli alla Via da lui indicata: «La rovina delle Comunità spirituale sono il sentimentalismo e il falso misticismo. Da essi nascono l’ambizione, la vanità, l’insincerità, l’arrivismo, la menzogna».

 

Questa è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e Intelletto d’Amore.

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TRADIZIONE

RIPERCORRENDO…

Concentrazione

(Concentrazione – Marina Sagramora)

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Capita, talvolta, la necessità di ricapitolare. O meglio: di saper ricominciare tutto daccapo. Mica è una tragedia! Lo sarebbe se non capitasse mai; se mai ci si accorgesse che un insieme di minuscoli errori e cedimenti ha prodotto una valanga e che la valanga ci ha appiattiti e infine appesi ad uno spuntone di un vecchio tronco marcio. A dondolare nel vento…credendosi in movimento.

Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinarissima coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.

Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, realizzarla per pochi secondi.

Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi e ciò che vi circonda.

Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.

Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata e forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione sesta) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una battaglia, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.

Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.

E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi.

E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.

E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.

Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).

Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia (alla comprensione di essa) si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e scelte, passano tutte per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando il ricercatore pigro s’imbarca nelle evasioni pseudo yoghiche o nei magismi mollaccioni: in cui il messaggio segretamente sussurrato è il pensare di non pensare.

Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.

Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a guardare il pensiero come si guardano gli oggetti del mondo” (naturalmente non il pensiero di qualcosa!).

Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.

Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.

Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.

Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire (il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” e alla corporeità.

Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro (sennò allora che stortignaccolo di lavoro è?).

Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, stravero.

E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima di venir comprese.

Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile fare atto di fede ma fa parte delle sciocchezze): uno serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo.

Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.

Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.

Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.

Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione già mentre ci si sta sedendo.

E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.

E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.

Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.

Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si autoinganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.

Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra)che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni che riconducono sempre al senso corporeo.

Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o rievocabili con facilità.Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà.

Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo esserci non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con lui svanisce anche il soggetto che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.

Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o viene proiettata) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche la forma della coscienza muta.

Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di ego ciò è impossibile.

E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.

Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci quattro risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso. 

SCIENZA DELLO SPIRITO
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