CONOSCI TE STESSO

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Frase citata, spesso enfatizzata…ma facciamo uno sforzo per intendere il suo significato?

Credo che la diafanità e la confusione possano venire eliminate attraverso la soluzione di due questioni: la sua origine e la sua ragione d’essere.

E vi è pure un rapporto stretto tra le questioni espresse.

Se si domanda a chi conosce la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare queste parole, molti direbbero che fu Socrate, alcuni opterebbero per Platone, pochi indicherebbero Pitagora.

Meglio azzerare queste opinioni, tenendo anche conto che Pitagora e Socrate non hanno lasciato alcun scritto. Per Platone, nessun ricercatore potrebbe individuare con esattezza cosa provenga da lui o dal suo maestro e inoltre alcune conoscenze di Platone derivano dal pensiero di Pitagora. Insomma qui ci confondiamo.

E’ invece possibile che il “Conosci te stesso” sia ben anteriore ai nostri filosofi e probabilmente è più antico della stessa filosofia.

Si tramanda che questa frase fosse scolpita sul frontone del tempio di Apollo a Delfo.

Ed i filosofi si appropriarono della frase come principio importante dei loro insegnamenti, che erano tra loro diversi, ma così richiamandosi alla Tradizione, intesa come una sorgente più elevata poiché riferita alla ispirazione originaria, perciò di lignaggio spirituale.

Dovremmo prendere coscienza della loro diversità rispetto ai moderni, i quali generalmente si sforzano di presentare il loro pensiero come un risultato personale, mentre nell’antico lo sforzo personale era teso a ricondurre a verità eterne, trans-personali e coincidenti col mondo del Divino.

E’ bene rammentare in modo vivo che la parola “filosofia” esprime una adesione d’amore  verso la saggezza o verso la disposizione interiore per raggiungerla: una parola che sempre ha indicato un percorso di pensiero ed esperienza atto a raggiungere la saggezza (sophia).

Il mezzo non è il fine, così l’amore non costituisce saggezza e questa altro non è che conoscenza interiore, così la filosofia è come una superficie senza valore proprio ma solo un gradino verso una conoscenza superiore: l’esperienza della saggezza.

I filosofi antichi si disponevano su due livelli di insegnamento: il primo exoterico, il secondo esoterico. Ciò che veniva scritto appartiene al primo livello. Del secondo livello non ci resta nulla che non sia deduzione astratta o mistificazione dei posteri. Il secondo livello era segreto e per individui selezionati, per cui la sua ragione d’essere non poteva essere la semplice filosofia. Ciò implica l’ipotesi non peregrina che il livello esoterico fosse superiore alla sfera razionale che è quella filosofica.

Infatti, la preparazione filosofica è insufficiente poiché riguarda una “facoltà limitata”, quella della ragione, mentre l’idea di “saggezza” è congrua alla totalità reale dell’Essere.

Dunque esiste una preparazione alla saggezza che chiama in causa anima e spirito e che supera la ragione: essa è preparazione interiore e caratterizzò i gradi più alti della scuola di Pitagora, influenzò la scuola di Platone, il neo-platonismo alessandrino, ecc.

In questa preparazione interiore si impiegavano ancora parole ma non come in uso nella coscienza discorsiva, piuttosto come strumenti per “fissare” la contemplazione interiore.

Ciò dava accesso a stati di coscienza che esistono oltre ogni formula filosofica, mentre nella sfera intellettuale comune la filosofia viene considerata come sufficiente per sé stessa e si esclude che essa indicasse qualcosa di più elevato.

In Grecia, l’insegnamento esoterico fu designato col nome di “misteri”. E a questi i primi filosofi si collegavano (Pitagora in particolare) con il loro insegnamento.

Diversi misteri con origini diverse: quelli che ispirarono Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto di Apollo.

Ricordo che i misteri ebbero sempre carattere segreto (etimologicamente la stessa parola significa silenzio totale) e venivano “insegnati” appunto col e nel silenzio. Il dialettico contemporaneo, ignorando la capacità di trasmettere senza parole, conclude che nei misteri non vi fosse alcun insegnamento.

I misteri collegati al culto di Apollo vanno immaginati tenendo presente che egli era il dio del sole e della luce e che questa, nell’esperienza spirituale, è la sorgente di ogni conoscenza e delle scienze ed arti.

Il culto di Apollo ha origini nordiche, ciò viene tramandato dal Veda indù e dall’Avesta persiano.

L’origine nordica viene particolarmente riferita a Delfo, luogo spirituale universale: infatti nel suo tempio vi era una pietra chiamata omphalos che simboleggiava il centro del mondo.

Pitagora ed il suo stesso nome sono collegati ad Apollo che era chiamato Pythios, e Pytho è il nome arcaico di Delfo. La donna che riceveva nel tempio l’ispirazione degli Dei si chiamava Pizia e il nome di Pitagora significa appunto “guida della pizia”: ciò si applica pure ad Apollo.

E fu la Pizia a dichiarare che Socrate era il più saggio tra gli uomini.

Si può aggiungere che Apollo sovraintendeva particolarmente geometria e medicina.

Nella scuola pitagorica – questo lo sanno anche i sassi – la geometria e la matematica occupavano il primo posto nella preparazione alla conoscenza superiore.

E Platone, sulla porta della scuola aveva fatto incidere:”Nessuno entra qui se non è geometra”, il cui senso diventa evidente con un’altra sua affermazione: “Dio geometrizza”, non fa che alludere ad Apollo.

Dunque l’uso della frase delfica rimanda al collegamento che essi avevano nel rito e nel simbolo apollineo.

Ora passiamo all’erronea interpretazione contemporanea, dovuta al fatto che il moderno attribuisce il suo pensiero pure agli antichi.

Abbiamo l’attribuzione “psicologica”, mentre la psicologia per ora è solo studio di fenomeni mentali ossia modificazioni inessenziali dell’Essere.

Abbiamo l’attribuzione “morale” che non giustifica il carattere sacro originario, ben più profondo.

Questi sono solo esempi dell’impotenza della coscienza exoterica rispetto alla conoscenza reale che l’uomo può cercare solo in sé stesso, poiché ogni conoscenza non può essere acquisita se non attraverso la comprensione individuale.

Ricordiamoci che Platone dice che “tutto quello che l’uomo impara è già in lui”.

Il risveglio della conoscenza viene chiamato da Platone anamnésis, che significa “reminiscenza”.

Questo è profondamente vero più la conoscenza è profonda (è in questa logica che Steiner descrive l’antico Saturno, l’antico Sole, ecc.) e i mezzi esteriori e variabili perdono ogni utilità.

Per questo in India si è sempre detto che il vero Maestro (Guru) si trova nell’uomo stesso, anche se, transitoriamente, l’aiuto esterno può essere utile per preparare l’uomo a trovare in sé (e si potrebbe anche dire “oltre sé”) ciò che altrove non va cercato e che si situa oltre il limite razionale.

A tale fine sono indispensabili condizioni interiori che trasportino la coscienza verso il centro, indicato dal cuore. Questi stati venivano realizzati nei misteri attraverso intense impressioni dell’anima, ora attraverso il pensare liberato che si dedica al percepire puro.

Il centro del mondo corrisponde al centro del uomo, onde l’antico filosofo poté dire:”Tu ti credi un nulla, ma è in te che risiede il Mondo”.

L’ombra, secondo Platone è la conoscenza offerta dai sensi e anche la più elevata coscienza razionale origina dai sensi. La conoscenza reale supera il livello della ragione e la sua realizzazione è simile alla formazione del mondo. In conformità della corrispondenza profonda tra uomo e mondo. Così diviene intuibile perché le scienze sacre possono descrivere la conoscenza reale sotto l’apparenza di tale formazione e perché Il Dottore abbia insistito per molti anni nella “descrizione” del divenire del Mondo e della sua formazione.

Appare dunque evidente che la via della conoscenza è via dello spirito e dell’intero essere: non essendo altro che la concentrazione di tutti i suoi stati. In un punto. Ossia nel suo Principio: totalità dell’esistenza nell’unità della propria essenza.

Dunque il “conosci te stesso” si rivolge al Sé, all’essere reale. Fu detto: “Chi conosce sé stesso, conosce il suo Signore”.

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