RISORGERE

Raffaello_-_Resurrezione_di_Cristo

L’Azione Interiore è il semplice, immenso compito di questa epoca.

Il ruolo che la Scienza dello Spirito ha rivelato all’uomo, se da una parte ha stimolato in lui da principio un sentimento di gioia e libertà, dall’altra alimenta l’antica ansia e timore nei confronti dello sconosciuto e dell’Assoluto. Questo non per  colpa umana ma in virtù della malattia animica allorquando l’uomo è chiamato in prima fase operativa dell’attuale epoca, a riconsiderare il suo “sentire” per riscattarlo e renderlo mediatore lungo il periglioso viaggio verso l’autocoscienza. Ed è proprio in questo stesso disorientamento la chiave di volta, dove cercare il terreno mancante per poggiare e percorrere i primi passi verso la conquista del Mistero dell’Archetipo umano.

Questo disorientamento ha generato il grande malinteso nell’ uomo che, autoaccusandosi di aridità di cuore proprio in questa epoca in cui la deificazione del materialismo ha afferrato tutti i possibili risvolti umani, si dirige – per cercare un contrappeso e una salvazione – verso un opposto spiritualismo il quale però, beffardamente, allontana l’uomo da coLui che unicamente può agire per riequilibrare e operare verso la Meta: il suo Io.

Mancando l’Io, l’uomo sarà assente proprio quando e là dove egli è chiamato a essere il protagonista per la realizzazione dell’Amore, il protagonista del suo incontro e unione col Cristo.
L’ansia e il timore lo portano a considerare solo la meta, a porre in ultimo piano tutto il resto e quindi poi a non ottemperare le fasi intermedie necessarie da percorrere, a partire dalla prima, quella del pensare riflesso o caduto: la perfezione spirituale rimane un miraggio, mutilata e ammalata nel suo volere e nel suo sentire, privati questi dell’Azione della Luce, per credere luce vera il suo riflesso.

Sulla carta, lo scienziato spirituale ha tutto il sapere ma non riesce a farne operativamente il suo affanno quotidiano, in questo rendendo palese anche la malattia del volere.
Dunque l’atteggiamento spiritualista vorrebbe accecare l’ineluttabilità della missione terrena e quello materialista vorrebbe annullare e sostituirsi al nostro impulso verso il ricongiungimento col Divino.

Le indicazioni di Rudolf Steiner arrivano a stimolare l’uomo, arrestatosi nel suo realismo ingenuo e nella sua fede antica da prendere a scatola chiusa, consegnando nelle sue mani la speranza concreta della conquista dell’Immortalità. L’uomo però permane ancora nello stupore e incantamento della rivelazione e non riesce ad attivare il suo Io, credendolo solo un soggetto ricevente, impossibilitato quindi ad essere l’azionatore del suo venire a Essere e divenire. Tutto il comune sentire e tutto il comune volere non faranno però aumentare di un passo il compito dell’Io, perchè quelli sognanti e profondamente addormentati, cavalli privi del proprio auriga, il quale solo può tenerli sulla giusta Via.

L’uomo crede ancora che il suo Io sia l’attore su una scena al di fuori di lui, in un sogno dove, eroe al suo posto, vince le battaglie, si immola alla causa, e si dirige verso il lieto fine, ciò credendo bastante alla realizzazione del sogno: ma il misticismo era giusto ieri e l’amore del Padre provvede all’armonia dei corpi nel sonno e dopo la morte… Ora il cordone ombelicale con i mondi spirituali sappiamo che si è reciso, per permettere all’uomo l’esercizio della sua autocoscienza nella sua vita di veglia.

La possibilità che nella parte dell’uomo deputata al pensare, dove si è potenzialmente possibilitati, al contrario delle altre due, a esercitare una azione cosciente, perchè si è svegli, è la grande indicazione che ci consegna il Maestro dei Nuovi Tempi. Spetta all’uomo agire per rendere il suo pensiero puro: liberarlo dai sensi è facoltà di ogni uomo, nessun Maestro può farlo per nostro conto.
Col volere volto a questa nobile attività sarà possibile riscattare il sentire e restituire all’uomo il suo cuore nuovo.

La purezza del pensiero non è infantile divieto di avere pensieri impuri, bensì volontà ferrea e dedita esclusivamente alla contemplazione della sua purezza, ossia continuità di dedizione e devozione nella permanenza di ciò che la grazia ci ha donato al fine di operare insieme alle gerarchie nella vita dell’universo; dedizione e devozione nei confronti di quell’Indicibile e potenziale percepibile Verità che si è offerta all’umanità per la sua redenzione. Il germe dell’Io è posto in noi affinchè si attivi nel sentire e nel volere e non perchè dorma in essi e possa essere pasto delle fiere in agguato.

L’azione vera è quella dell’Io per l’Io, ciò che solo può generare e creare il buono, il giusto e il bello in questa epoca attuale dell’uomo: l’estrinsecazione e controparte visibile della sua germinale azione interiore. Esautorato l’Io, o rinunciando all’investitura, qualsiasi grazia divina e risveglio spontaneo, che permettono momentaneamente una visione e percezione del Divino, non renderanno l’uomo esente oppure Angelo della Decima gerarchia ad Honorem.

Il risveglio da quella che può essere chiamata una sorta di paralisi – perchè ci vediamo in un sogno lucido liberi e combattivi ma in verità non ci destiamo mai – è possibile solo per l’azione del pensiero redento, reso puro dall’ascesi e possibilitato così a reintegrare l’anima nostra nel suo ruolo di accoglienza dell’Io che così, nel suo regno del Cuore ora illuminato, potrà, insieme al suo Creatore, partecipare del Pensare universale.

Guardare troppo lontano ci cancella l’opera presente e rende scoraggiati di fronte alla grandezza della meta. Il nostro continuo fallire e cadere lungo la strada alla fine ci rende privi anche di quell’impulso genuino, ma fondato sul senziente, proprio perchè ignaro o omissivo nel suo ricongiungimento al pensiero puro. Presto la freddezza e l’indifferenza (a causa delle delusioni, per aver attinto solo ai sentimenti genuini ma spurghi della loro origine) prenderanno il posto dell’entusiasmo infantile e impetuoso, cambiando l’esuberante giovane anima in larva umana pigramente immersa nella sub natura: anche i regni della natura in questa maniera sono al di sopra dell’uomo, almeno essi “sono” ferrei e ligi al loro finalismo.

Questo potrebbe essere il destino del volere, per ignorare –  l’uomo – il ruolo della sua “terrestrità “, della sua mineralità (imprigionanti la forza della Folgore), passaggio cruciale di questa epoca, per ignorare il riscatto dell’anima attraverso l’esercizio del pensare puro e il giusto travaso della generata forza nell’azione nel mondo.

La vera umilà non consiste unicamente nel riconoscersi quali si è, ossia limitati nell’umano e quindi imperfetti; la vera umiltà è nel riconoscimento della possibilità di intraprendere il primo passo, compito dell’attuale epoca, ossia la penetrazione “nel cuore delle tenebre” per trovarvi il Suo Splendore, la vera Luce capace di risolvere l’eterno vizio dipendente dell’uomo, la dualità, perchè solo la Luce può illuminare e indicare il proprio cammino del Cuore.

Aggiungere al proprio anelito anche la rinuncia della brama del risultato, e tutto investire nella donazione di sè per voler “essere” un tutto dedito al divino è realizzare anche la perfetta umiltà.
E’ lasciarsi toccare e investire, pur non essendone degni, di quel divino e vero amore che attraverso il nostro farci strumento può realizzare il Cristo in noi.

Una madre di fronte alla presa di coscienza della sua maternità, davanti alla visione di suo figlio, è completamente invasa dall’amore e dalla dedizione assoluta, dalla meraviglia per questo grande mistero che si compie per suo tramite e la sua sarà una adorazione continua di questo grande dono.

Tutto il resto sarà frutto di quest’amore: una madre non sentirà mai la fatica per immolarsi, piuttosto parteciperà di tutti i dolori e offrirà la sua sofferenza e tutta sè stessa solo per la felicità e il bene del figlio.
Questo amore sorge per la sua maternità, all’arrivo del figlio, alla presa di coscienza di questo grande evento.

Se potessimo iniziare da qui, ora che siamo adulti e pronti per l’Io – come la venuta del Cristo è venuto a testimoniarci – senza sognare più quei miti, com’era giusto da bambini, e vederci solo vincitori e premiati senza ancora nemmeno essere giunti a vedere il campo di battaglia! Se potessimo umilmente volgerci indietro e poi comprendere che bisogna ricominciare e andare avanti, ma questa volta presenti e autori del divenire umano, questo ci porterebbe davvero a riconoscere la terra nella sua sacralità intrisa del sangue del Cristo, che attende proprio l’Uomo vero che la ricrei riconoscendola parte ineluttabile del suo destino. Questo sarebbe davvero riconoscere il Cristo e la sua venuta e mutare il sentimento religioso in reale amore.

Perciò il Centro è la via, nella nostra croce: nelle tenebre della nostra interiorità possiamo scoprire lo splendore della Luce per incontrare lo splendore del Logos Divino, come è venuto a dimostrarci incarnandosi, morendo per noi e rimanendo con noi tutti i giorni, nel “cuore della Terra”, nelle tenebre del nostro cuore, per risorgere di nuovo insieme all’Uomo.

Ave verum Corpus
natum de Maria Virgine,
vere passum, immolatum
in cruce pro homine.

Cujus latus perforatum
unda fluxit et sanguine,
esto nobis praegustatum
in mortis examine.

Ave, o vero corpo,
nato da Maria Vergine,
che veramente patì e fu immolato
sulla croce per l’uomo,

dal cui fianco squarciato
sgorgarono acqua e sangue:
fa’ che noi possiamo gustarti
nella prova suprema della morte.

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PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PLENILUNIO DI PASQUA

 plenilunio di Pasqua

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Antifona di Resurrezione

annunzia la luna

in tutta la sua forma

e il suo volume.

 

Occorre che tu sappia,

o morte,

che questa luce dilatata

effonde sul creato

una pioggia di alleluia.

 

Si schiuderà stanotte

la pietra inamovibile.

 

Dal vuoto sepolcro

si leveranno voli di colombe.

 

E Angeli, Angeli, annunzieranno

che il soave Cristo è Risorto.

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(Anna Marinelli)

 

ARTE, PASQUA, POESIA

VERITA’ E ILLUSIONE NELLA PRATICA INTERIORE

rudolf_steiner

Nelle mie ore di notturna insonnia, pervase di dolcissima malinconia, mi do talvolta a peregrinare nell’infida palude della telematica rete, ove è possibile rinvenire di tutto, di più e di ogni. E non è che quel che si rinviene in rete sia sempre – anzi quasi mai – cosa da infonder nel cuore letizia e giubilo. Per quanto, poi, uno ritenga di aver raggiunto il punto di non doversi oramai stupire più di nulla, e pensi che si sia già da tempo toccato il fondo, succede poi che ci si vada a scontrare con novità che lasciano trasecolati e senza fiato. Soprattutto ci si rende amaramente conto, una volta di più, che invero non vi è mai fine al peggio.

Capita di leggere – ed anche se è ogni volta sempre la stessa solfa, ogni volta mi stupisco – da parte di coloro che vorrebbero indirizzare i cercatori della Via dello Spirito ad una più «umana» (anche troppo umana, se è per questo) «via dell’anima», che vogliano distoglierli da una «pericolosissima», ancorché nobile, Via del Pensiero, la quale – negli ultimi mesi, secondo il volgarissimo costume yankee oramai ovunque invalso, ce l’hanno petulantemente ripetuto in tutte le salse in blog, in social network e in talk-shows – può facilmente trasformarsi in una «via del sublime egoismo». Perché mai rischiare di diventare «sublimemente egoisti», osando percorrere temerariamente una Via dello Spirito, quando è possibile procedere, comodamente e con tutti i comfort, lungo una via dell’anima che – a loro dire – col tempo e con la paglia, mercè i quali sulle nostre balze appenniniche maturan le sorbe ed eziandio la canaglia, farebbe sì che si perverrebbe felicemente all’esperienza spirituale? Una sì mirabile «via sostituita» – surrettiziamente sostituita – viene illustrata con tutti i «morbidi» artifici retorici, che edificano, commuovono e consolano i cuori delle anime belle, e rassicurano gli imbelli, i pigri e i vili. Ma si tratta di una volgarissima, ancorché abilissima, truffa.

Non si dice che il pericolo vero, il pericolo assolutamente concreto,  non è quello di diventare, attraverso una intensa e fervida pratica della Via del Pensiero «sublimemente egoisti», bensì –  per coloro che evitano l’impegno risoluto nella pratica della Concentrazione e cercano comode «alternative» alla asciutta rudezza della Via del Pensiero – quello di non cessare di essere volgarmente o sentimentalmente egoisti, per il fatto che si continua beatamente a rimanere impastati nel fango di una natura inferiore, dalla quale non si esce di certo con le edificanti e morbide consolazioni di una pretesa via dell’anima. Semmai è osando, audacemente osando, percorrere la Via dello Spirito – il quale è un «fuoco che consuma», che «arde», «dissolve» ed «estingue» la natura inferiore – che si cessa di essere volgarmente o intellettualmente o sentimentalmente esseri egoici. Anzi si può dire che scopo precipuo delle suddette comode e «umane» – invero sin troppo umane – vie dell’anima, sia proprio quello di illudere il cercatore circa un conseguimento spirituale attraverso l’anima, e non attraverso l’energica, e audace, azione dello Spirito su se stesso.

Oggi vi è una profusione di proposte estremamente allettanti per l’ego. Vi sono le vie dell’azione dell’anima sul corpo, quelle dell’azione del corpo sull’anima, le vie dell’azione dell’anima sull’anima (col potenziare e sublimare emozioni ed istinti, che nell’uomo attuale sono sin troppo potenti), le vie intellettuali nelle quali ci si infarcisce di disseccata erudizione, le vie magiche, quelle mistiche, e quelle che fanno un fritto misto – totani, calamari e gamberi, direbbe il mio ottimo amico C. – di tutte le precedenti. Così il ricercatore, sincero ma eccessivamente fiducioso e ingenuo – viene prima avviato su un binario di scambio, poi di lì su un binario morto sul quale, una volta staccata la locomotiva,  potrà indefinitamente stazionare. In attesa dell’arrivo degli Apaches Chiricahuas che faran di loro scempio, direbbe sempre umoristicamente il mio ottimo amico C.  Viene data l’illusione di fare qualcosa di spirituale attraverso l’anima, mentre in realtà si procede alla inavvertita paralisi delle forze spirituali. E si arriva sino alla denigrazione dell’Ascesi del Pensiero, alla derisione e alla diffamazione degli animosi e appassionati praticanti della medesima.

Il grande Johann Gottlieb Fichte – che ho avuto il dispiacere, mesi fa, di vedere ingiustamente infamato online da chi del suo pensiero evidentemente poco conosceva e nulla capiva – sosteneva che «è più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna, piuttosto un vivente Io che pensa». E, purtroppo, accade di avere sempre nuove conferme di una tale sconfortante diagnosi del grande filosofo dell’idealismo dell’Io trascendentale.

Capita così di leggere – nelle su riferite melanconiche ore di dolcissima insonnia – che vi è chi sostiene che si illuderebbe assai chi pensasse che a qualcosa servirebbe fare – che so – per esempio dieci concentrazioni al giorno, come si ostina invece da sempre a sostenere instancabilmente  – ringhiando e ululando – un marimontano lupaccio tergestino, mio caro amico (tra lupi, diversamente che tra cristiani, ci si vuole bene…). Perché dunque darsi pena di fare così tante faticose concentrazioni, quando ne basterebbe giusto una di un cinque minuti, ma anche meno, di una qualche intensità, accompagnata dalla pigra lettura di una mezza paginetta di Filosofia della libertà? E così facendo e procedendo – oh stupore, oh meraviglia! – si giungerebbe in presenza delle celesti Intelligenze delle Gerarchie. Naturalmente – anche questo viene abilmente sostenuto – l’Iniziazione verrebbe dalle prove della vita, intelligentemente e impavidamente affrontate. A me – malfidato lupaccio appenninico – risulterebbe invece che, a chi non pensa, le esperienze della vita con le sue «prove» (impavidamente affrontate, naturalmente…) non insegnino proprio un bel niente, e che per quanto si proceda a ripetute bastonature di un asino, non per questo esso cresce in sapienza. L’esperienza, di per sé, non insegna nulla a nessuno, così come nulla insegnano di per sé gli accadimenti nello scenario dell’anima.

L’uomo è un Io, che ha un’anima, in un corpo. Quindi l’essere umano, così come non è un corpo, neppure è un’anima. L’uomo può e deve conoscere e afferrarsi come Io nell’Io, il quale non è un pezzo di lava sulla Luna, bensì la stessa concretezza dell’essere. Perché l’essere è atto, non fatto. E l’Io è in quanto compie l’atto di essere, perché questo atto non è che si compia da solo, impersonalmente, come il variare del tempo meteorologico nella attuale  materialistica scienza della natura. E l’Io è, veramente è, quando compie l’atto di essere. Massimo Scaligero affermava spesso aforisticamente che «non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io». Cioè all’Io non è sufficiente il mero esistere, in quanto l’Io non è un oggetto, una mera cosa, una cosa fra le cose. L’Io è soggetto: soggetto agente, e non – come l’anima – un oggetto passivamente paziente. E l’Io è attivo nel pensare volitivo, non  nel sentire, il quale è oggetto di conoscenza: non conoscenza esso stesso. Nulla è meno ingannevole del sentire non penetrato dal pensare attivo. Il pensare può attivamente afferrare e conoscere la propria stessa attività pensante, e può attivamente afferrare e conoscere la passività del sentire. Mentre il sentire non può conoscere né afferrare se stesso, così come l’anima – della quale il sentire è parte – non può conoscere se stessa.

L’Io nella passiva identificazione con l’anima, non conosce, perché si conosce unicamente ciò che è possibile porsi di fronte obbiettivamente come oggetto di conoscenza, non ciò che involgendoci in una passiva e sognante immedesimazione, ci porta ad uno stato di alienazione nel quale l’Io smarrisce il potere di identità con sé. Per questo le «esperienze» della vita, che possono essere oggetto di conoscenza per il pensare, di per sé nulla insegnano a chi non pensa: perché sono conosciute, o possibile oggetto di conoscenza, non conoscenza esse stesse. Il Maestro dei Nuovi Tempi così ammonisce nella sua  Filosofia della libertà: «Con quale diritto considerate voi il mondo completo senza il pensare?». Ugualmente si potrebbe chiedere: con quale diritto venga considerata realtà l’esperienza, senza un Io sveglio e attivo che compenetra l’esperienza con l’attività pensante, che è tutt’altro che pervadere l’esperienza stessa con la passività senziente, il che è l’equivoco fondamentale delle comode vie dell’anima, la quale vorrebbe passivamente sentire, quel che invece l’Io deve volitivamente conoscere.

Un’ esperienza, o le prove della vita, o le «prove» dell’Iniziazione, significano e ed agiscono diversamente a seconda dello stato di coscienza dello sperimentatore, perché sperimentare di per sé non vuol dire conoscere. Così come il calore agendo – è un’immagine tratta dalla sapienza ermetica – scioglie la cera ma indurisce l’uovo. Ed è un allusivo ed antico adagio etrusco quello che, parlando di talune inintelligenti teste, afferma che «l’òva più tu le còci, e più le rassodano!» e, nel medesimo eloquente spirito circa l’«utilità» purificatrice delle esperienze per le suddette inintelligenti e pigre teste, un altro adagio etrusco ribadisce che «a lavar le teste a ll’asini, ci si rimette i’ ranno e i’ sapone!».

Può darsi che l’Ascesi del Pensiero sia per molti dura e faticosa, o non si dimostri suadente e allettante per l’inferiore natura, la quale non ama affatto essere disturbata nel suo torpido sonno. Può darsi che la Via dell’Io spaventi molti, o che questi non la trovino gradevole o consolante, e che di conseguenza, per una sorta di «invidia metafisica», vorrebbero che quel che loro non possono, o non vogliono, realizzare, neanche altri devono osare realizzare, o anche solo tentare di realizzare. Per cui dichiarano essere l’Ascesi del Pensiero una via astratta, e per chi percorra le vie dell’anima, tutto sommato inutile, perché le esperienze della vita sono alla bisogna più che sufficienti. Questa ingenerosa e plebea pretesa è tipica della ottusa pavidità piccolo borghese. Solo le parole che Fichte pose a conclusione della sua Premessa a La missione del dotto sono, a mio parere, adeguata ed eloquente risposta:

«Mentre nell’ambito dell’esperienza comune si pensa oggigiorno forse più ampiamente e rettamente di prima, la maggior parte della gente perde completamente la strada e diventa cieca non appena debba salire anche solo di una spanna al di sopra di quel piano. E se è impossibile di riaccendere in questi tali la scintilla geniale ormai spenta, è bene lasciarli tranquillamente nella loro cerchia, dove sono utili e necessari, e dove hanno pure il loro valore. Quando tuttavia essi si mettano a pretendere di ridurre alla loro misura tutto ciò che non riescono a raggiungere, e se per esempio esigano che ogni cosa che si stampa debba avere il carattere del libro di cucina o dell’abaco o del regolamento di servizio, e considerino privo di utilità tutto ciò che non può essere impiegato in tale maniera, allora essi hanno completamente torto. 

Che gli ideali non siano materia corrente e dimostrabile nel mondo dei fatti lo sappiamo anche noi come loro, se non forse meglio.  Riteniamo tuttavia che il mondo dei fatti debba venir giudicato sul metro degli ideali, e corrispondentemente modificato da coloro che sentono in sé la forza di farlo. Posto che essi di ciò non possano convincersi, perderanno comunque poco di ciò che sono, e l’umanità ancor meno. Dimostreranno in tal modo soltanto che la nobilitazione dell’umanità non dipende da loro. Questa continuerà a procedere per la una via, quanto ad essi, voglia la benevola natura guidarli, dar loro ogni volta a tempo debito la pioggia e il sereno, e concedere loro un buon cibo e una tranquilla circolazione degli umori, nonché saggi pensieri!».

Oggi la confusione delle lingue è grande, quindi giova ricordare agl’immemori alcune verità scomode per i pigri, spiacevoli per le ingenue anime belle che si pascono di sentimentali illusioni, e odiose per i mistificatori spirituali. Massimo Scaligero ha parole dure nei confronti di talune forme decadenti di spiritualità, che sempre di nuovo vengono riproposte da fonti interessate, per intorbidare, inquinare, avvelenare le acque della Sapienza Celeste. Per esempio, a p. 60 di Lotta di classe e karma, così scrive:

«Tra le forme del ripullulare di impulsi morti dello Spirito, riattizzati dalle forze avverse alla presenza attuale dello Spirito nella vicenda terrestre, va indicato il sedicente Esoterismo Cristiano, rifacentesi alla Kabbala, all’Esichasmo, al Martinismo e a residui gnostici: il cui còmpito è distogliere l’attuale ricercatore dal contenuto vivente del Cristianesimo, ossia dall’esperienza consapevole del Logos, qale è richiesta dalla struttura attuale del suo conoscere. Il fine è far ignorare lo Spirito dove direttamente si esprime nella coscienza, come moto interiore del conoscere, onde divenga impossibile riferire l’attività della coscienza razionale alla sua scaturigine, ossia al potere del Logos. Priva di tale riferimento, l’attività razionale viene di continuo alterata e tradotta in una produzione demonica, il contenuto della presente civiltà. In verità, il Materialismo si alimenta delle forze che il malaticcio Spiritualismo riesce a corrompere, assumendo come spirituali le soggettive sensazioni mistiche emotive e dello Yoga, ignorando la vera attività libera dal corpo e perciò capace di dominare il corpo, di lasciar agire in purezza le potenze del corpo: questa attività è il pensiero nel momento che precede il suo riflettersi, il momento intemporale del Logos».

Più oltre, Massimo Scaligero, ritorna sul tema alle pp. 132-133 dello stesso libro:

«Nel mondo moderno, si possono riconoscere tre correnti di cultura che parimenti hanno impedito la conoscenza della trama sovrasensibile della vicenda umana, acciocché l’uomo non uscisse dal guscio decrepito dell’antico mondo: il Materialismo, il Cattolicesimo, il falso Esoterismo: tre forze che alla sperficie sembrano tra loro avverse, ma in profondità perseguono lo stesso fine: impedire la nascita dell’autocoscienza con l’impedire la conoscenza del karma, togliere all’uomo la possibilità della correlazione consapevole con lo Spirito: con le forze che urgono dal mondo prenatale e tramano gli eventi della sua esistenza.

Che la correlazione sia riconosciuta da minoranze spirituali sconosciute e da isolati individui liberi, è indubbiamente positivo, ma va sottolineato che l’epoca attuale, come epoca dell’anima cosciente, è quella in cui una simile conoscenza dovrebbe entrare nella cultura, sì da operare come forza di consapevolezza della Società. I problemi dell’epoca lo esigono».

Infine, con parole ancora più dure, Massimo Scaligero affronta il problema della distruttività del falso esoterismo, scrivendo a p. 163:

«Dal procedimento di una tale regressione verso l’anima di gruppo animale e della importanza della conoscenza del karma, l’uomo di questo tempo non viene certo avvertito dall’Esoterismo eccentrico e tradizionalista, il cui còmpito è impedirgli di comprendere come lo Spirito possa essere ricongiunto con i problemi concreti della civiltà: evitargli la via della conoscenza, mediante un potere di persuasione indubbiamente giustificato dall’apparato dottrinario. Non v’è ricercatore del presente tempo, che non assuma la sua responsabilità, allorché dà credito a taluni maestri innegabilmente provveduti di dialettismo esoterico, o a taluni altri rimasticatori delle loro dottrine eppur presumenti essere portatori di misteriosi filoni della Gnosi: dietro la cui parvenza di conoscenza ermetico-alchemica, non si coglie per ultimo se non un’arte della giaculatoria e della mistica inerzia. Oggi, gli ingenui o i pigri non dovrebbero dimenticare che l’errore non è quello patente o definibile, ma quello che incede nascosto in un sistema di verità: questo sistema di verità è in definitiva inservibile, perché ha soltanto lo scopo di avallare la non-verità che vi è immessa».

La pavidità di fronte alla richiesta radicale dello Spirito di donarsi con tutto se stessi – in libertà e per amore – alla Via del Pensiero Vivente, la fiacchezza della volontà, l’ingenuità e la sentimentalità facilmente aprono il varco ad irretimenti in situazioni nelle quali si smarrisce il retto sentiero, e talvolta si cade preda di Forze Avverse. Le quali il più delle volte hanno facile giuoco del poco consapevole essere umano, e con grande disinvoltura si servono persino dei suoi più nobili e legittimi sentimenti, come di ogni altra sua debolezza del resto, per portarlo a sicura perdizione. Un altro adagio, con i tipici anacoluti del loro vetusto parlare, dei sapientissimi Etruschi afferma, che «chi si fa pecora, viene il lupo e se lo mangia», e aggiungevano che «per i bischeri non c’è paradiso».

Per illustrare più precisamente a quali incresciose situazioni può indurre la gioconda spensieratezza del poco consapevole discepolo dello Spirito, e quali spregiudicati mezzi adoperino le Forze Avverse per portare a perdizione l’essere umano, è bene riportare quanto dice Rudolf Steiner in una conferenza, non tradotta in italiano, tenuta a Berlino il 4 aprile 1916, ove il Dottore parla degli abusi che vengono compiuti in varie Fratellanze ed Ordini Occulti, con la presentazione ai cercatori spirituali, in forma fascinosa e accattivante, di contenuti simbolici e dottrinali nei quali verità e menzogna sono abilmente intessuti:

«Sotto molti aspetti lo scandalo più inaudito è avvenuto in Francia, per quel che riguarda questa letteratura occulta, da parte di Eliphas Levi, i cui libri: Dogma e Rituale dell’Alta Magia e La Chiave dei Grandi Misteri contengono certe grandi verità a lato di errori estremamente pericolosi, ma presentate in maniera tale che non le si possa seguire con l’intelligenza, come la nostra Scienza dello Spirito, bensì simbolicamente. Leggete Eliphas Levi! Ora voi potete farlo senza pericolo, poiché siete sufficientemente preparati. Leggete, dunque, questo primo libro, Dogma e Rituale dell’Alta Magia, e vedrete che il metodo del simbolismo in esso è diverso. Sì, insegnare unicamente mediante simboli è, se lo si vuole, avere gli uditori in mano, per realizzare ciò per cui si ha bisogno di loro, ciò per cui li si vuole utilizzare.

Dopo Eliphas Levi, fu ancora peggio col Dottor Encausse, alias Papus, il quale ebbe una influenza così distruttiva, così nefasta, alla corte di S.Pietroburgo ove egli ritornò sempre per decine d’anno per giocarvi un ruolo politico funesto. Papus reca all’umanità, in maniera estremamente pericolosa, certi segreti occulti, e coloro che sono sotto la sua influenza si aggrappano con un fanatismo d’acciaio a tutto quello che Papus dà loro. Non si tratta di contraddire Papus, giacché per paradossale che sia, ed è la cosa peggiore, vi sono in lui molte cose giuste. È la maniera in cui queste vengono comunicate che è eccessivamente pericolosa. Queste cose instillano, goccia a goccia,  nelle anime deboli ciò che si trova nei libri di Papus, dunque le preparano al sonno totale del loro pensiero e della loro ragione, allo scopo di utilizzarle secondo i bisogni. Questo tipo di uomo ha ora una certa influenza. Chi si è accostato ed ha avuto l’occasione di conoscere questi fatti, sa che Papus gode ovunque di una grande influenza. Ho potuto seguire questa influenza in Boemia, in Austria, in Germania ove essa è minore, tuttavia esiste. È soprattutto in Russia che essa fu immensa e conquistata grazie ad una certa disonestà legata all’insieme della cosa.

Vedete, l’insegnamento di Jakob Boehme, del quale abbiamo parlato spesso, venne introdotto in Francia dal «Filosofo Sconosciuto», che era Louis-Claude de Saint-Martin, e reso in una lingua elegantissima, cosicché questo insegnamento di Jakob Boehme venne ritradotto in tedesco a partire dall’opera di Saint-Martin, e fu allora molto più leggibile. Si sa che i testi di Jakob Boehme sono quasi illeggibili. […]

Dicevo che, per il fatto che con la propaganda fatta attorno alla corrente spirituale di Encausse-Papus, sorse una impostura, giacché esistono persone che chiamano se stessi «Martinisti», è necessario proteggere meglio il nome del «Filosofo Sconosciuto» e il suo sforzo onesto verso la verità, e con esso, ciò ch’egli cercò di fare al servizio del XVIII secolo, contro l’accaparramento del suo nome da parte dei fedeli di Papus».

Questo mettere in guardia i sinceri ricercatori spirituali rispetto alle ambigue fascinazioni promananti dalle opere di Eliphas Levi e di Papus, sarà una costante nell’opera di Rudolf Steiner, il quale per es. in una conferenza del 18 agosto 1924 – dunque nel penultimo mese della sua attività di conferenziere – tenuta a Torquay, in Inghilterra, ribadirà come gli scritti e le pratiche occulte di Eliphas Levi e Papus conducano direttamente alla magia nera:

«Potete trovare indicazioni molto problematiche e pericolosissime in questo senso negli scritti di Eliphas Levi, e anche in quelli di Encausse, che ha scritto sotto il nome di Papus. Trovate in essi indicazioni problematiche e assolutamente pericolose per realizzare quelle cose. Ma dobbiamo parlare qui dell’aspetto obbiettivo delle cose, dell’essenza delle cose, ed è per questo motivo che dobbiamo accostarle. Tutte queste cose conducono alla magia assolutamente nera, nella quale si lavora con lo spirituale celato nel terrestre».

L’attenzione che Rudolf Steiner portò sull’opera di Papus e sul suo «Martinismo» apocrifo è antica. Infatti, è noto come il Dottore, nel febbraio del 1907, sia venuto a Praga, ove prima dell’inizio di una conferenza si intrattenne con un gruppo di partecipanti. In tale occasione Milos Maixner gli chiese: «Che ne pensa di Papus?». Rudolf Steiner rispose facendo un gesto, che mostrava quanta poca stima avesse di lui, e disse: «Riguardo a Papus, non vogliamo dire una parola!». Ma siccome in sala erano presenti alcuni «papusiani», i quali rimasero oltremodo sorpresi da una risposta così tagliente e drastica, Rudolf Steiner proseguì, e disse: «L’insegnamento dato da Papus è nocivo e pericoloso». E poiché Milos Maixner gliene chiedeva il perché, Steiner rispose: «Perché il suo insegnamento non è separato dalla magia nera che da un muro fatto di tele di ragno».  E aggiunse che si doveva giudicare Papus, non dalla sua dottrina, «bensì dagli effetti di tutta la sua opera, che erano disastrosi».

E giusto per sentire una voce «diversa», vogliamo riportare quanto scrisse nel 1926 Arturo Reghini, che aveva avuto modo di conoscere il martinismo dall’interno, nella nota (66) a p. CII della sua Introduzione alla sua traduzione del De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, traduzione che è sua anche portò il nome di Fidi. Nel suo studio, Enrico Cornelio Agrippa e la Magia, Reghini così scrive:

«Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare  a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Avendo avuto modo di fare ampie verifiche in proposito, riterrei che sarebbe oltremodo savio prendere sul serio le mordaci parole del polemicissimo pitagorico fiorentino. Soprattutto a motivo del carattere apertamente cattolico, sia pure sui generis, dell’opera di Eliphas Levi e di Papus. Molti esoteristi, compresi molti antroposofi, sentono una struggente nostalgia del materno e stritolante abbraccio della Chiesa Cattolica. Recentemente ve ne sono stati eloquenti quanto inquietanti esempi. È possibile vedere altresì le più improbabili commistioni indebite, che dovrebbero ripugnare a chiunque abbia un sano senso della verità. Per cui si mescola l’insegnamento di Rudolf Steiner e quello di Massimo Scaligero a quello di Kremmerz e alle sue più che problematiche pratiche magico-sessuali, a Franz Bardon, ad Aleister Crowley, e a quant’altro. Ma soprattutto alla Chiesa Cattolica. Per cui abbiamo a profusione – e si affannano a scrivere sul web – cattomassoni, cattokremmerziani, cattomartinisti, cattoantroposofi, e persino cattocattolici, che vogliono essere più realisti del re e più papisti del papa. Abbiamo avuto l’occasione di leggere con divertito stupore l’esaltazione, da parte di antroposofi e sedicenti discepoli di Massimo Scaligero, della Compagnia di Gesù e commosse espressioni di giubilo per l’elevazione al soglio pontificio di un papa gesuita.

Perché tutto ciò? Per la semplice ragione che la passività dell’emotività mistica, presente nell’atavica «anima asiatica» di tutti noi, consona e trova più comodo reagire con la mucillaginosa sentimentalità, piuttosto che impegnarsi in un intenso, faticoso, lavoro di Concentrazione, e di asciutto pensiero volitivo, che non sono graditi né accetti all’infida natura inferiore, la quale ne teme il potere dissolvente. Da qui le deviazioni sentimentali e misticheggianti di coloro che proclamano l’assoluta necessità di una via dell’anima, e fortemente sconsigliano la scarna rudezza della pura Via del Pensiero e la faticosità della Concentrazione. Da qui le deviazioni magheggianti di coloro che, non conoscendo volontà vera – quella fluente nell’atto pensante – cercano un tonico per la loro fiacca volontà nell’appartenenza ad organizzazioni massoniche, martinistiche, o a chiese gnostiche, i cui oramai pittoreschi rituali e gli altisonanti gradi soddisfano l’ego stratosferico e la brama di ricamate sciarpe colorate, che chiunque può farsi approntare a modico prezzo da una qualsiasi sarta teatrale.

Ancora una volta occorre dire chiaramente che la scelta è tra la Via Solare dell’autocoscienza e la via lunare della medianità, tra la Via della Libertà e quella dell’abietto servaggio alle Potenze Avverse, tra la Via della Sapienza e della Conoscenza, e la via dell’ignoranza e delle illusioni, che portano solo all’abisso e all’autodistruzione. Ognuno sceglie come crede giusto, o come desidera, o come trova comodo, o anche opportuno. Poi ognuno sarà o diverrà degno della scelta che avrà fatto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ ORTO DEI GETSEMANI

Lo scintillio di lontane stelle un’indifferente
luce gettava alla curva della strada.
La strada aggirava il Monte degli Ulivi,
giù, sotto di lei, scorreva il Cedron.

Il prato a metà s’interrompeva.
Dietro cominciava la Via Lattea.
Canuti, argentei ulivi tentavano
nell’aria passi verso la lontananza.

In fondo c’era un orto, un podere.
Lasciati i discepoli di là dal muro,
disse loro: «L’anima è triste fino alla morte,
rimanete qui e vegliate con me. »

E rinunciò senza resistenza,
come a cose ricevute in prestito,
all’onnipotenza e al miracolo,
e fu allora come i mortali, come noi.

Lo spazio della notte ora pareva
il paese dell’annientamento e dell’inesistenza.
La distesa dell’universo disabitata,
e soltanto l’orto un luogo capace di vita.

E guardando quei neri sprofondi,
vuoti, senza principio e fine,
perché quel calice di morte via da lui passasse
in un sudore di sangue pregò il padre suo.

Lenito dalla preghiera lo spasimo mortale,
tornò al di là della siepe. Per terra
i discepoli, vinti dal sonno,
giacevano nell’erba lungo la strada.

Li destò: «Il Signore vi ha scelti a vivere
nei miei giorni, ed eccovi crollati come massi.
L’ora del figlio dell’uomo è venuta.
Egli si darà in mano ai peccatori. »

E aveva appena parlato che, chissà da dove,
ecco una folla di servi, una turba di schiavi,
luci, spade e, davanti a tutti, Giuda
col bacio del tradimento sulle labbra.

Pietro tenne testa con la spada agli sgherri
e un orecchio a uno di loro mozzò.
Ma sente: «Non col ferro si risolve la contesa,
rimetti a posto la tua spada, uomo.

Pensi davvero che il padre mio di legioni alate
qui, a miriadi, non m’avrebbe armato?
E allora, incapaci di torcermi un capello,
i nemici si sarebbero dispersi senza lasciar traccia.

Ma il libro della vita è giunto alla pagina
più preziosa d’ogni cosa sacra;
Ora deve compiersi ciò che fu scritto,
lascia dunque che si compia. Amen.

Il corso dei secoli, lo vedi, è come una parabola
e può prendere fuoco in piena corsa.
In nome della sua terribile grandezza
scenderò nella bara fra volontari tormenti.
Scenderò nella bara e il terzo giorno risorgerò;
e, come le zattere discendono i fiumi,
in giudizio da me, come chiatte in carovana,
affluiranno i secoli dall’oscurità.»

(B. P.)

ARTE, PASQUA, POESIA

MAGDALENA

È appena notte ed ecco qui il mio demone,
l’espiazione per il mio passato.
Vengono e il cuore mi succhiano
i ricordi della dissolutezza,
quando, schiava dei capricci maschili,
ero una stolida ossessa
e la strada era il mio asilo.

Rimangono pochi minuti,
poi verrà un silenzio di sepolcro.
Ma prima che i minuti trascorrano,
la mia vita, arrivata all’orlo,
come un vaso d’alabastro
infrango dinanzi a te.

Oh, dove mai sarei adesso,
Maestro mio e mio Salvatore,
se durante le notti accanto al tavolo
non mi aspettasse l’eternità,
come un nuovo cliente, adescato
da me nella rete del mestiere.

Ma spiega cosa vuol dire peccato
e morte e inferno, e fiamma e zolfo,
quando sotto gli occhi di tutti,
con te, come un pollone a un tronco,
mi sono congiunta nella mia angoscia senza fine.

Quando, Gesù, poggiati
i tuoi piedi alle mie ginocchia,
apprendo forse ad abbracciare
la trave quadrangolare della croce
e, nello smarrimento dei sensi, sul tuo corpo
mi precipito preparandoti al seppellimento.
maddalena piedi capelli

Prima delle feste la gente fa le pulizie.
In disparte da tutto il tramestio,
io lavo con l’unguento dell’anfora
i tuoi purissimi piedi.

Frugo e non trovo i sandali.
Non vedo nulla per le lagrime.
Sugli occhi in un velo mi sono ricadute
le ciocche dei capelli disciolti.

Sul lembo della sottana ho posto i tuoi piedi,
li ho bagnati di lagrime, Gesù,
ho intrecciato intorno a loro il filo di perle,
nei capelli li ho nascosti come in un burnus.

Vedo il futuro così nitidamente
come se tu l’avessi fermato.
Mi sento adesso di presagire
con fatidica chiaroveggenza di sibilla.

Domani cadrà la tenda nel tempio,
ci raccoglieremo in gruppo appartati,
e vacillerà la terra sotto i piedi
mossa forse a pietà di me.

Si ricomporranno le file della scorta,
e cominceranno a muoversi i cavalieri.
Come tromba d’aria, sopra la testa
verso i cieli si tenderà questa croce.

Mi getterò ai piedi della crocifissione,
mi gelerà il cuore, mi morderò le labbra.
A troppi per un amplesso le braccia
tu allargherai alle estremità della croce.

Per chi al mondo tanta ampiezza,
tanto tormento e così grande forza?
Tante anime e vite sono al mondo?
Tanti i luoghi abitati e i fiumi e i boschi?

Ma trascorreranno tre giorni tali
e getteranno in tanto vuoto,
che in questo terribile frattempo
io potrò attingere la resurrezione.

(B. P.)

ARTE, PASQUA, POESIA

ELEMENTI MENTALI

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

col

 ***

1)     Parola mentale

2)     Immagine astratta

3)     Rappresentazione

4)     Immagine sintesi

5)     Concetto immaginativo

6)     Concetto

7)     Idea immaginativa

8)     Idea

.

1)  Parola mentale: Definisco così ciò che ho come puro suono articolato nella mente e che con un atto ulteriore riconosco come indicatore convenzionale di un oggetto o con un significato.

2) Immagine  astratta: Definisco ciò che ho di un oggetto ricordandolo, evocandolo, volendolo o che sorge spontaneamente e che con l’oggetto ha in comune soltanto forma e colore.

3)  Rappresentazione: Definisco così l’immagine di una cosa percepita con il suo rapporto che ha avuto con altri oggetti che ho percepito, o che riesco a immaginarmi. La rappresentazione non è solamente un’immagine assieme ad altre immagini e nella relazione che io ho percepito, ma è specificatamente l’immagine assieme ad altre immagini e con il loro rapporto che ho percepito così come l’ho percepito io. Senza questo io non potrei avere una rappresentazione. E quando una rappresentazione sorge, sorge anche il ricordo di me come ero quando l’ho percepita. In pratica, è l’immagine percepita più il mio giudizio.

4) Immagine sintesi: Definisco così l’immagine in cui sono confluite rappresentazioni ma staccate dall’io che le ha ricordate come tali. L’immagine sintesi è sintesi di immagini con il loro rapporto come l’ho percepito ma senza il senso dell’io che è a loro unito quando sorgono a coscienza.

5)  Concetto immaginativo: Definisco così il di più che ha l’Immagine sintesi rispetto all’immagine astratta staccato dall’immagine stessa ma a lei riferito.

6)  Concetto: Definisco così ciò che ho davanti a me come oggetto quando afferro il rapporto o la relazione tra il di più, che ha l’immagine sintesi rispetto all’immagine astratta, di un’immagine sintesi e un’altra. Non sensibile.

7)  Idea immaginativa: Definisco così un insieme di concetti organico ma riferito ad una situazione particolare percepita. Non sensibile.

8)  Idea:  Definisco così un insieme organico di concetti non riferito a nessuna situazione percepita. Non sensibile.

 

MASSIMO D’ANDREA 

Trieste, 17 agosto 1975

SCIENZA DELLO SPIRITO

IO SONO (LA LUCE DEL MONDO)

- Golgotha -

.

E’ vero: l’amore deve intridere noi e il mondo.

Ma quale amore?

Forse converrebbe prima studiare un abc dell’antroposofia e ripassare cosa disse in merito Rudolf Steiner.

Altrimenti con la ricerca di un pensare sentimentale, dure e serie discipline non interesseranno punto.

L’antroposofia si è aggrovigliata e impigliata, messa in stallo forse proprio in questo grande nodo che, se sciolto, davvero potrebbe liberarla per poterle permettere una invasione pacifica in quelle realtà che la rifiutano e la ignorano ancora.

Steiner stesso mise in guardia dalla inutilità – “chiacchierare a vuoto” – di rivolgersi direttamente ai sentimenti; il Dottore giudica questo modo di fare comodo e pigro, mentre ribadisce che la giusta strada è intrapresa quando il giusto pensare entra nel sentimento, dominandolo.

Troppo abituati alla prova tangibile dell’emozione, si scambia la presenza di questa per il sentire stesso, e la si vorrebbe ogni volta suffragante il pensare, invece – quando assente – si condanna il pensare come inesatto e inaridente: ma Steiner definisce proprio questo apparente inaridimento ombra fortemente attiva della realtà del pensare, realtà intessuta di luce e immergentesi con calore nelle manifestazioni del mondo.

Questa ignoranza di base è la motivazione di tanto avversare La Concentrazione.

L’uomo ha un grande appuntamento a cui dovrebbe recarsi puntuale, e il Cristo ha indicato la Via, nel luogo chiamato Cranio.

Nel capo noi dunque dovremo imitare il Cristo, nella morte e nella resurrezione di quell’uomo che si rispecchia ora nel supporto cerebrale, credendo la sua immagine il reale se stesso; imitare il Cristo nella liberazione di quell’Io che riscalderà per sempre il cuore ora sognante, che rivificherà per sempre la volontà profondamente addormentata.

Comprendere ciò porta l’uomo a vedersi nudo completamente, impotente e povero assoluto, spoglio di tutto quello che lo aveva prima mistificato ai suoi stessi occhi, si trova sull’abisso: è a questo punto che potrà decidere in piena autocoscienza di intraprendere quella Via che potrà renderlo meritevole di incontrare il Cristo eterico.

Nella vera autocosciente azione interiore, nella fedeltà quotidiana all’Opera Solare, l’uomo dovrà donare la sua adesione totale; nel risvegliare ogni giorno il suo pensare egli potrà restituire a sé e al mondo la continuità della vita che ora è apparente così come in una immagine, in una foto, noi vediamo dimostrare la sua esistenza: un morto rappresentare, illudente la vita.

Il nostro Io non si trova fuori di noi in un astratto racconto o nelle parole dei grandi maestri. Non si tratta di partecipare ad una caccia al tesoro in un possedimento al di fuori di noi: noi siamo il campo. Studiando l’immenso dono di sapienza spirituale di Steiner abbiamo imparato che ora è giunta per l’uomo l’epoca dell’Io.

Si tratta di riconoscere questa straordinaria realtà, di dire Sì.

Di incarnare il Sì, adesso.

Si deve investire l’Io della sua autorità nei confronti dell’anima.

Non si deve rimanere immersi nei timori e nelle paure di staccarsi dall’abituale, automatico, retorico e sentimentale misticismo, per il rischio di inaridire e seccarsi, perché si può aggiungere unicamente nel togliere ciò che è superfluo e impedente la realizzazione del Se’.

E allora tutto il passato che è morto – che ci parla come un simulacro da secoli e secoli – potrà tornare a nuova vita: quella vita che non sarà più solo risultato di dono e grazia divina ma anche frutto di scelta libera e cosciente: “Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”.

Poiché tutta la saggezza del mondo racconta all’uomo e lo inebria: ma oggi l’uomo stesso è chiamato ad essere soggetto attivo della creazione, per partecipare di quella Saggezza che vive nella Luce.

Quando il Cristo venne nel mondo non fu accolto. Ora è il tempo di accogliere la Luce vera, quella che illumina ogni uomo.

In questa accoglienza e nel credere nel Suo nome, l’Io Sono, noi potremo avere il potere di diventare Figli di Dio: è per questa accoglienza che il Cristo dona di Sè una definizione che è la più grande dichiarazione d’amore all’umanità: “Il Figlio dell’uomo”.

Allora veramente noi saremo nel mondo ed esso in noi.

Questa Idea è venuto Steiner a indicare al mondo nel Mistero del Golgotha, con La Filosofia della Libertà.

Come incarnare La filosofia della Libertà Massimo Scaligero è venuto ad insegnarci, con grande umiltà e sacrificio; “assorto” egli stesso nel fondamento ha voluto poi essere strumento per i suoi fratelli: in tutto ciò ha sacrificato il suo essere intero, restituendo la Luce al suo intelletto, in prima linea nelle schiere di Michele – l’Arcangelo del Pensiero – ritrovando la divina Iside Sophia, il Graal, il solo e unico contenitore sacro capace e degno di contenere l’Acqua Viva, l’inesauribile Amore Immortale.

Savitri

MICHELE - La Via del Pensiero, PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL FICO STERILE

Gesu-e-il-fico

Andava da Betania a Gerusalemme,
oppresso anzi tempo dalla tristezza dei presentimenti.
Un cespuglio prunoso sull’erta era riarso,
su una vicina capanna il fumo stava fermo,
l’aria era rovente e immobili i giunchi
e immota la quiete del Mar Morto.
*
E nella sua amarezza che contendeva con quella del mare,
andava con una piccola folla di nuvole
per la strada polverosa verso un qualche alloggio,
in città, all’incontro coi discepoli.
*
E così immerso nelle sue riflessioni
che il campo per la melanconia prese a odorare d’assenzio.
*
Tutto tacque. Soltanto lui là in mezzo.
E la contrada s’era abbattuta nel sonno.
Tutto si confondeva: il calore e il deserto,
e le lucertole e le fonti e i torrenti.
*
Un fico si ergeva lì dappresso
senza neppure un frutto, solo rami e foglie.
E lui gli disse: «A cosa servi?
Che piacere ne ho della tua rigidità?
*
Io ho sete e desiderio, e tu sei uno sterile fiore,
e l’incontro con te è più squallido che col granito.
Oh, come sei increscioso e inutile!
Resta così, dunque, sino alla fine degli anni. »
Per il legno passò il fremito della maledizione
come la scintilla del lampo nel parafulmine.
E il fico fu ridotto in cenere.
*
Avessero avuto allora un attimo di libertà
le foglie, i rami, le radici e il tronco,
le leggi della natura sarebbero potute intervenire.
Ma un miracolo è un miracolo e il miracolo è dio.
Quando siamo smarriti, allora, in preda alla confusione,
fulmineo ci raggiunge di sorpresa.

( B. P. )

ARTE, PASQUA, POESIA

SACRO RITO DEL SOLE D’OCCIDENTE

 fk

*

NEL CIELO UNA CORONA ATTENDE LA VITTORIA.

E MILLE ALTRE NE ATTENDE.

E INFINITE ALTRE NE CHIEDE.

NEL PERENNE IMPEGNO DEL RICONSACRARE QUANTO CONTINUAMENTE NELL’ADE SI CORROMPE.

MOLTITUDINI DI ANIME ACCOLGONO MOSTRI NEL PENSIERO

E DI ESSI VESTONO LE ESSENZE RICOPRENDOSI DI PIAGHE.

DISEGNANDO FORME DI POTENZA CHE ABITANO GLI EVENTI

E NE PLASMANO L’INTERNO SUSSURRARE DI FOLLIA.

IL VUOTO ACCAVALLARSI DI CONCETTI RITENUTI MORALI

E’ PRONUNZIATO NELLA MENTE DEGLI SPROFONDATI

COME CONSAPEVOLE MENZOGNA

DESIDERANDO REALIZZARE EVIDENTI E SPERIMENTATE

BRAME DI POTENZA CONSIDERATE INVIOLABILI ED ETERNE.

SCELGONO COSCIENTEMENTE IL MALE CONSIDERANDOLO UNICA REALTA’.

UNICA VERITA’.

UNICA FORZA SOLA.

LO SCELGONO POICHE’ GLI APPARE COME LA FONTE DI POTENZA CHE DOMINA IL REALE.

MANCA IL PARAGONE CHE POSSA FAR CONDANNARE IL MALE.

MANCA IL BENE ALLA CUI LUCE RIFIUTARE CIO’ CHE GLI SI OPPONE.

MANCA IL CIELO DA CUI POTER SCRUTARE GLI ABISSI DA EVITARE.

TUTTO IL CONCEPIBILE E’ CENERE CHE IL MALE RIVESTE DI FOLLIA.

IL MALE AGISCE DA BEN OLTRE L’UMANO.

EMERGE DAGLI ABISSI IN CUI NELLA POTENZA DISEGNA LE SUE TRAME SUBUMANE.

E SOLO DAL SOVRUMANO UNA FOLGORE PUO’ SORGERE CHE POSSA RISANARLO.

MA LONTANA E INACCESSIBILE E’ LA FONTE DA CUI TALE FOLGORE PUO’ SORGERE.

IL SENTIRE FISICIZZATO MUOVE SOLO FANTASMI TRATTI DALLA CORPOREITA’

IN CUI LA VOLONTA’ SOLLECITATA SPROFONDA FRA LE ENERGIE DELL’ETERNO NEGARE.

MA OLTRE IL PARLOTTIO PERENNE DELLA RAZIONALITA’ :

OLTRE L’IMMANE FRANTUMARSI DEL DISQUISIRE RAGIONANDO SENZA VIGORE:

NUDO E SOLITARIO RESTA IL PENSARE.

SUA E’ LA POTENZA LATENTE DELLA RESURREZIONE.

SUA LA POTESTA’ DELLA FOLGORE CHE LAVA E CHE REDIME.

UN PENSARE CHE QUALE ATTO DEL SILENZIO

POSSA SFIORARE IL SOVRUMANO MENTRE NE VIVE GLI ATTIMI FULGUREI

CHE SOLTANTO ALLORA NELLA VOLONTA’ RICONSACRATA

ACCENDONO NEL PROPRIO SLANCIO APICI DIVINI DEL SENTIRE.

RITO DELL’IDEA QUALE ASCESI DEL PENSIERO

CHE E’ L’UNICA REALE VIVENTE VIA DI RESURREZIONE

CHE L’UMANO INCATENATO –LIBERANDOSI- PERCORRE.

UN VALORE SI TRAE DAL CONTEMPLARE UN PENSIERO COSTRUITO PER POTERSI IMMERGERE NEL RIASSUMERNE IL RICORDO.

UN VALORE PERCEPIBILE SOLO A POSTERIORI LUNGO LE VIE DEL TEMPO.

UN VALORE CHE E’ IL METRO UNICO DEL BENE

E LA SUA FONTE VIVENTE.

IL SORGERE DELLA SOVRUMANITA’ IN UOMO.

L’UNICA.

LA SOLA.

LA PERENNE.

FUOCO DEL SOLE SACRO D’OCCIDENTE.

FUOCO DEL LOGOS.

E SUA RESURREZIONE.

NEI CIELI DELLA FOLGORE E NEL CUORE.

NELL’ULTIMA FRONTIERA DEL PENSARE.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

 

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, PASQUA, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

INGRESSO A GERUSALEMME

Giotto-Entry_into_Jerusalem_

Quando nell’ultima settimana
venne a Gerusalemme,
gli osanna gli risuonavano incontro,
dietro gli si affrettavano con rami.

Ma poi, giorni sempre più foschi e crudeli
da non raggiungere i cuori con l’amore,
i sopraccigli corrugati a sprezzo,
ed ecco l’epilogo, la fine.

Con tutta la loro pesantezza di piombo
i cieli si coricarono sui cortili.
I farisei cercavano le prove
strisciandogli dinanzi come volpi.

E dalle cupe forze del tempio
fu dato in giudizio alla feccia,
e lo maledirono con quell’ardore
di quando prima lo esaltavano.

La folla, là d’intorno,
spiava dai portoni,
s’accalcava in attesa dell’esito
sospinta e risospinta.

E un bisbiglio si propagò lì vicino
e dicerie da molte parti.

E la fuga in Egitto e l’infanzia
già ricordavano come un sogno.

Ricordavano il pendio maestoso
del deserto e quel dirupo
da dove satana l’aveva tentato
con una potestà universale .

E il banchetto di nozze a Cana,
e la tavola attonita del miracolo,
e il mare su cui nella nebbia,
come su terra, era andato alla barca.

E l’affollarsi dei poveri nella capanna,
e la discesa con la candela nel sotterraneo
che a un tratto s’era spenta atterrita
quando il re suscitato si levò…

(B. P. )

ARTE, PASQUA, POESIA

IL SAGGIO NAGASENA E IL CARRO

Nagasena

Il vaso di vetro azzurro e delicato che un attimo fa stava nelle mie mani….ora è solo una somma di cocci sul pavimento.
Mi dispiace di averlo perso e con il pensiero torno all’immagine del vaso intero e bello nella sua forma integra.

Certo il pensare non può rimettere insieme i cocci di vetro, ma può ripensare l’idea del vaso….. idea rimasta intatta nonostante l’incidente, perché essa è una unità in se e per se. Anzi, il mio vaso era potuto diventare una realtà sul piano fisico, proprio e solo perché quell’idea pensata dall’artista vetraio, era stata rivestita di materia-vetro.

Persa la forma della materia nell’urto, l’idea continua a permanere e nasceranno nuovi vasi azzurri e delicati ad incarnare l’idea, perché solo ciò che è di natura spirituale è eterno.
Questo fatto mi richiama alla memoria un antico racconto buddista dove si parla dell’incontro tra il re Milinda ed il saggio Nagasena.

Nagasena vuole convincere Milinda che il carro sul quale è giunto fino a lui non è una realtà, ma solo le sue parti sono reali.

Nagasena dice: “Che cos’è un carro? Un carro è l’insieme delle ruote, del timone, dell’asse, del sedile…oltre a queste parti cosa c’è? Nulla, nulla a livello della percezione”.
A livello della percezione
il 
mio vaso è diventato un insieme di pezzi di vetro, il carro è solo un insieme di parti, oltre alle parti non c’è nulla, questo sostiene Nagasena.

Così il saggio Nagasena parla a Milinda, e non può dire che questo, perché a quel tempo l’Essere dell’Io, il Logos, non si era ancora incarnato nell’umanità e l’umanità non era in grado di afferrare i concetti come delle realtà viventi nel pensare umano a prescindere dalla materia.
Nagasena usa il paragone del carro per dire che nell’essere umano ci sono
mille manifestazioni: pensieri, sentimenti, volizioni, emozioni, istinti ecc… e che l’uomo per comodità unifica le varie sue parti chiamandole con il nome “io”, ma che questa è una parola astratta a cui non corrisponde nessuna realtà, così come “carro” non è una realtà, ma solo una parola che per convenzione indica la somma di tutte le sue parti.

Il saggio dunque, senza saperlo, è un nominalista!

Ora, tra Nagasena e l’uomo moderno, intercorre un tempo lungo più di due millenni e in questo tempo il Logossi è interiorizzato nell’uomo e gli ha dato la possibilità di dire tramite il suo pensare:

“Se del carro io avessi tutte le parti in un mucchio, messe una accanto all’altra, proprio tutte senza che ne mancasse nemmeno una….. mi mancherebbe comunquetutto del carro,perché il carro è più della somma delle sue parti.

Mancherebbe tutto, perché il carro è la strutturazione delle parti poste in un certo rapporto ben preciso le une con le altre.

Qualcuno ha dovuto ideare il carro prima di poterlo costruire, e questa costruzione di pensiero è stata un’idea complessa, un processo di pensiero che ha saputo mettere insieme i pezzi in un modo preciso e perfetto e grazie a questo lavoro è apparsa la realtà del carro.

Senza questa idea concepita da un uomo, il re Milinda non avrebbe potuto fare il lungo viaggio per arrivare dal saggio Nagasena!
Allo stesso modol”io”, non è soltanto una somma di tanti elementi del corpo e dell’anima, ma è il modo unico e individuale in cui tutta l’infinità di pensieri, sentimenti, volizioni ecc…vengono strutturati dall’io stesso e interagiscono fra loro in modo unico e irripetibile.
Questo “
Io” lo chiamiamo spirito umano e questo spirito non è soltanto la somma di parti ma è una realtà unitaria e a se stante”.

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

SCIENZA DELLO SPIRITO E BUDDHISMO

 Buddha....

Da una lettera a *****

…non posso risponderti in maniera accademica, sia perché non ho letto l’Opera Omnia di Steiner sia perché molto di ciò che lessi un tempo s’è rincantucciato oltre i confini della coscienza, cosa che mi sta pure bene poiché ora leggo pochissimo e sempre gli stessi testi fondamentali: non per allargare ma per approfondire ciò che a me pare l’essenziale.

Perciò ignoro se il Dottore abbia sviluppato, oltre svariati cenni, uno specifico studio comparativo tra antroposofia e buddismo come invece ha fatto per alcuni contenuti esoterici espressi nelle lettere di S. Paolo e la Bavaghat Gita. Può darsi che Hugo de Paganis ne sappia qualcosa o molto su questo tema.

Se leggi quello che trovi sui Quaderni Esoterici, scopri che accanto ai 5+1 ci sono altri 4 in aggiunta, definiti come “Ulteriori regole dopo le condizioni generali” (nessuno li menziona mai. Perché? Forse è una domanda pleonastica. Probabilmente non fanno parte di quanto, ossessivamente, diventa per un certo tempo il “Tema Imprescindibile”).

Poi, subito dopo questi ultimi, con il titolo di “Per i giorni della settimana”, il Dottore indica otto processi (discipline dell’anima) che corrispondono all’ottuplice sentiero, però modificato secondo l’esigenza soprasensibile rispondente alla necessità del centro cardiaco nell’uomo contemporaneo.

Scrivendomi sei come un frutto caduto nel cesto. Il filo karmico di questa mia vita è stato passare, lottando con tutte le forze, da Oriente a Occidente, per raggiungere il Dottore. Se ciò non fosse avvenuto, ti risponderebbe un buddhista duro e puro.

A mio modo di vedere occorrerebbe lasciar perdere per ambedue le correnti spirituali tutte le inquadrature fisse e astratte che sono tipiche per il pensiero corrente.

Questo perché? Perché, come tutte le vere fonti dello Spirito, esse iniziano ad essere vere solo quando salgono dall’anima, confuse ma forti e vengono sentite e praticate.

Lo stesso vale, in paragone, per gli oggetti comuni: lasciati sul tavolo sono del tutto diversi e persino sembrano mancanti di relazione. Però quando si usano tutto cambia: nell’azione si coglie davvero la loro realtà e le relazioni tra essi che prima mancavano.

Così, nella lunga via della pratica è perfettamente possibile che il discepolo della Scienza dello Spirito ritrovi, come intima necessità dell’anima, coerenza con la sua propria tradizione interiore, bisogno di ricapitolare i punti fermi del suo passato, applicazioni pratiche che appartennero al nobile Sentiero indicato dal Buddha… anche senza conoscere (culturalmente) nulla del buddismo.

Il discepolo, approfondendo dall’interno il proprio sguardo osserva come ogni cosa o avvenimento sia interconnesso a tanti altri: egli, sino nelle azioni più ‘banali’ avverte che esse possono essere giuste e in armonia con il resto del mondo, oppure sbagliate cioè veicoli di danno e menzogna che si ripercuotono in tutto quanto lo circonda.

Secondo la suggestiva ipotesi chiamata butterfly effect, per causare un incidente spaventoso potrebbe bastare il battito d’ali di una farfalla. E un gesto umano? Il discepolo sul suo cammino scopre veramente una infinita responsabilità e inizia ad intuire come ogni azione umana è anche una responsabilità spirituale: ecco la “retta azione”, guidata dal “retto pensare”.

Il discepolo che non abbia gli occhi spenti osserva anche come tutto ciò che è nato, cresce, decade e infine muore. Dentro di lui e nel mondo. Egli non si ritira dal mondo ma abbandona l’illusione della durata (del resto esercizi come l’osservazione/meditazione sul nascere e perire suggerita dallo Steiner ha, per l’anima di chi la pratica, un senso assai profondo). Le impressioni ricevute in tale direzione, afferrano anche la personalità e quella parte del soggetto che ad essa si sente legato: e tutto ciò diviene transitorio, impermanente.

Poi il modo di esporre può essere veicolato dal metodo affermativo o per negazione come è stato tipico dell’Oriente: il risultato che prende vita nell’anima non è dissimile.

Caro amico: sono cifrari e momenti diversi di un’unica tradizione che non a caso chiamiamo perenne.

San Paolo dice che è ora di svezzarsi dal latte per bambini, Buddha non ha latte per bambini, non promette consolazioni in questa o un’altra vita ma indica come svegliarsi e vedere le cose secondo realtà.

Differenze? Ci sono.

Buddha dice che “ tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore” e ha ragione.

Il Dottore osserva che “la via al cuore passa per la testa” e non filosofeggia ma indica una mutata struttura sottile dell’uomo che, per raggiungere una desta coincidenza con il proprio principio s’è concentrata nella testa.

Questa non è un’affermazione peregrina, basta l’auto-osservazione per sperimentare che è così. Per questo fatto, la Scienza Sacra oggi indica una operazione che oltre duemila anni fa non sarebbe stata comprensibile, possibile e nemmeno necessaria. Solo liberando il più-che-pensiero dalla testa è veritabilmente possibile giungere al cuore e connettersi con il Principio reale dell’uomo.

Buddha non sbaglia affatto nell’indicare tutte le cose come il non Sé, ma non è una affermazione, è una tecnica che prima ho chiamato “al negativo”, attuabile per qualcuno anche ai nostri giorni.

Chi è dotato di carattere critico e non ha ancora avvertito la capacità dell’antroposofia di sorreggersi per forza propria, può rimanere scandalizzato dalle comunicazioni del Dottore che riguardano l’individualità e l’opera che ora viene compiuta da chi un tempo assurse alla dignità di Buddha. Può pensare che sono cose inaccettabili… poi basta che il pensiero non si arresti e allora può fare un passo e chiedersi se proprio non sia del tutto insensata l’idea che un grandissimo essere non sia rimasto, per così dire, immobile nell’infinito.

Se poi Steiner parla di Marte, occorre ricordarsi che ciò che chiamiamo pianeta è il confine visibile di una immensa sfera. Il nostro mondo è all’interno di quella sfera. Quella sfera interagisce col nostro mondo: “Marte” agisce fin qui.

Potresti dirmi che questa è una visione tolemaica: è vero ma anche in questo caso, senza nulla togliere alla grandezza di Copernico, per la nostra realtà la prima funziona ancora.

Non diciamo che il sole ascende da Est e, alla fine del suo viaggio, scende e scompare a Ovest? Ciò per noi è vero tant’è che poi cala il buio e la notte: fondiamo la nostra vita (esattamente come papà Dante) su una visione del mondo che continua ad essere in armonia con Tolomeo.

Tornando a bomba, il Dottore ci comunica che le forze del Buddha sono presenti e attive.

Scaligero lo sottolinea più volte. Nel mio piccolissimo ne sono convinto. Le entità di Marte sono quelle più prossime, più apparentate all’attività interiore umana. Basta una minima modificazione della coscienza per poter comunicare con quelle entità.

Nei confronti del buddhismo le forze che fluiscono ai tempi nostri non hanno nulla a che vedere con l’antica dottrina e l’antica tecnica: sono piuttosto le forze dirette che un tempo si cercavano con la dottrina e le tecniche.

Esse si presentano nel discepolo, anche inaspettate, quando egli opera in profondità nella concentrazione e meditazione o in calma di pensiero: queste si aprono all’azione del Buddha, che solo l’attitudine materialista relega nel passato o in religioni formatesi sulle sue antiche parole: vesti che possiamo rispettare ma che Egli ha dismesso…

Nb: trattasi della (maggior) parte di una lettera da cui ho tolto alcune righe personali con il permesso del ricevente. Che naturalmente ringrazio per la disponibilità e la fiducia!

SCIENZA DELLO SPIRITO

MANIFESTAZIONI ETERICHE

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L’espressione eterico ci richiama principalmente la vita del mondo vegetale caratterizzato da una ricchezza di forme che, se non si vuole spiegare tutto con il caso, presuppone nella natura una forza ed una fantasia straordinarie.

Se, camminando in montagna, vediamo un cespuglio e delle rocce, il cespuglio in sé non ci dice poi molto e la roccia nella sua inerzia ci dice ancor meno. Immaginiamo però il lavoro delle radici del cespuglio, dove il minerale viene trasformato in materia vivente, dove realtà diverse si incontrano e si congiungono, lì troveremo la forza eterica al lavoro, una forza ancora sconosciuta dalla scienza attuale.

L’umanità d’oggi da valore solo a ciò che è percepibile ai sensi e si avvale di una scienza che è fondata e convincente soltanto riguardo a ciò che è fisico-materiale mentre la vita in sé, non essendo percepibile, non permette allo scienziato indagini empiriche su di lei.

Ci si può chiedere: come si manifesta nell’uomo questa forza eterica? c’è la possibilità di riconoscerla in noi?

La Filosofia della libertà, specialmente nella sua prima parte, tratta di un elemento, di una prima realtà che viene subito dopo il fisico e che non è più materialmente percepibile.

Qui incontriamo un punto di passaggio molto importante, la famosa cruna dell’ago che, se siamo capaci di attraversare, ci porta da ciò che è fisico alla prima realtà soprasensibile, quella che viene chiamata eterica o vitale.

A chi conosce il testo sopracitato sembrerà subito evidente che il primo elemento non più materiale nell’uomo sia il pensare, ma se ampliamo il concetto “pensare” vediamo che esso si svolge in un “tessere in pensieri”.

Se osserviamo il nostro pensare mentre lo esercitiamo cogliendo i suoi movimenti, il suo connettere vivacemente un pensiero all’altro, il suo sforzo di cesellare i pensieri per trovare la forma di espressione più chiara e specialmente, quando l’attività pensante inizia a sollevarsi in pensieri che non hanno più bisogno di appoggiarsi al mondo materiale per sostenersi, allora ci accorgiamo che tutto questo avviene in un elemento che non è più di natura fisica.

Tutti tessiamo in pensieri, lo facciamo continuamente perlomeno a livello iniziale, e lo facciamo in un elemento soprasensibile, anche se non lo sappiamo o non ce ne accorgiamo, questo elemento esiste, ed è una realtà eterica.

L’eterico, il nuovo elemento che chiede di entrare nelle nostre coscienze per essere percepito e conosciuto dall’uomo!

La scienza tradizionale negli anni cinquanta del secolo scorso, in ambito psicologico, conosce e si avvale del termine empatia, equiparato al termine tedesco Einfuehlung (sentirsi dentro) coniato dal filosofo tedesco Robert Vischer, per caratterizzare dei processi nuovi nati nei rapporti tra le persone. Viene osservato che questa facoltà dell’empatia si sviluppa principalmente da simpatia, amore, partecipazione, interesse per l’altro.

Essa ci rende possibile il “sentirsi dentro, l’essere con l’altro” e ci porta in modo immediato alla comprensione dei suoi pensieri e stati d’animo.

Esperienza più comune di quanto si creda. Onde che ci portano nell’anima luce e tenebra dell’altro essere, onde che coinvolgono l’eterico.

Il dottor Steiner, già nel secondo decennio del secolo scorso, aveva descritto questo fenomeno dell’empatia allargandolo ad un contesto più ampio, non limitato agli incontri umani.

Egli era convinto che questo tipo di dedizione potesse riguardare qualsiasi processo, fenomeno o situazione afferrati interiormente, dato che la nostra attuale coscienza diurna, idonea a comprendere solo il mondo fisico, gradualmente acquisisce la facoltà di percepire il mondo eterico, il mondo dei processi della vita.

Questo nuovo dono della natura offerto all’umanità, è dovuto al fatto che nel corso di un naturale processo di evoluzione l’uomo, in maniera inizialmente inconscia, inizia ad oltrepassare la soglia del mondo spirituale.

Un altro fenomeno che coinvolge l’eterico è quello del “Nachbild” (ritorno di immagine), già descritto da Goethe, e viene portato dal Dottore come esempio emblematico riguardante ciò che la percezione di oggetti colorati suscita nell’occhio.

In questo fenomeno veniamo resi attenti al fatto che ogni processo di percezione visiva è accompagnato da un secondo processo complementare, il quale non è solo di natura fisica ma entra in relazione con il mondo eterico. Sta a noi scoprire questo secondo processo e di afferrarlo.

E’ possibile fare alcuni semplici esercizi per sperimentare quello che si intende. L’esercizio dei cerchi faciliterà la comprensione di questo fenomeno.

Si disegni su di un foglio bianco un cerchio di un bel rosso vivo e, più in alto, un altro cerchio della stessa dimensione con la matita.

Al centro dei due cerchi si faccia una crocetta con la matita e si inizi a guardare il cerchio rosso.

Si deve fissare lo sguardo sulla crocetta centrale in modo che l’occhio sia costretto ad una percezione periferica del cerchio rosso e l’esperimento si attua con un occhio “disinteressato”, entrando in una percezione che si può definire empatica.

Dopo 10-15 secondi di tranquilla osservazione, si passi ad osservare la crocetta nel cerchio a matita e nel giro di pochi secondi apparirà un anello verde che è il colore complementare del rosso.

Se si disegna un cerchio blu apparirà, come complementare un cerchio arancio, e se si disegna un cerchio giallo apparirà un cerchio viola.

Se noi pensiamo ai tre colori di base: rosso – giallo – blu, succede che il colore che ci appare come Nachbild o immagine di ritorno, è formato dagli altri due colori.

Da un cerchio rosso ritorna il verde, dunque blu + giallo

da un cerchio giallo ritorna il viola, dunque rosso + blu

da un cerchio blu ritorna l’ arancio, dunque rosso + giallo.

Il giro dei colori fondamentali si chiude sempre nel “Nachbild”, un colore chiama sempre i due mancanti e viceversa.

Sono esercizi fattibili da chiunque e che portano in se qualcosa di magico.

Anche l’ incontro vero tra due esseri umani è un miracolo di empatia, di metamorfosi, di trasfusione dell’uno nell’altro, di arricchimento reciproco, e il primo elemento soprasensibile in cui avviene tutto questo è quello eterico.

Nella vita succedono spesso fatti dovuti al “ritorno di immagine” però, essendo questo un fenomeno soprasensibile e dunque sottile e delicato, il più delle volte non viene percepito dall’uomo abituato alle grossolane percezioni del mondo fisico.

Un volto creduto scomparso dalla memoria improvvisamente riappare chiaro per alcuni secondi richiamato forse da un qualche dettaglio riguardante la sua persona; un oggetto riposto senza attenzione e per questo divenuto introvabile, può ritornare come immagine nel momento in cui veniva riposto e dunque ritrovabile. Credo che ognuno, con un po di attenzione, potrebbe trovare innumerevoli esempi in questo campo.

Ogni fenomeno relativo la memoria si svolge in ambito eterico.

Ove l’uomo, grazie ad un lavoro interiore, impari a dedicarsi agli esseri umani e al mondo in modo che possa insorgere questa visione interiore “di ritorno”, anche se non chiaramente a coscienza, diverrà capace non solo di percepire qualche cosa circa l’essere interiore del suo prossimo, ma pure ciò che richiede come aiuto una pianta, un animale o una situazione difficile. Si aprono prospettive nuove grazie alla possibilità di un ampliamento di coscienza in ambito eterico.

Sembra di poter dire che nella buia notte del materialismo appaiono sempre nuove strisce di aurora quali doni del mondo spirituale.

L’importante è che sempre più uomini se ne accorgano!

SCIENZA DELLO SPIRITO

MEDITARE NON BASTA MAI…

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Ho già scritto su questo sito alcune cose che mi parevano pratiche sulla Meditazione. Poi mi giungono alcuni messaggi molto semplici a cui rispondo come posso e che mi costringono a tentare qualche passo indietro.

Così posso constatare che c’è parecchia incertezza e che i capitoli espressi sul tema che chiunque trova in tutti i testi di Massimo Scaligero non vengono compresi granché bene, forse perché la Meditazione è, per certi versi, più facile della Concentrazione ed il pensiero, magari abituato a cose più complesse ma privo di esperienza per i moti coscienti dell’anima, sente come uno scivolare via dalle mani concetti inusuali forse anche vuoti per la mancanza di esperienza o di esperienze simili.

Questa non vuole assolutamente essere una critica, anzi ringrazio gli scriventi che mi offrono l’estro di rivedere il tema costringendomi nel tentativo di una maggiore semplicità senza (spero) adulterare il suo nocciolo.

In quelle che possiamo chiamare ‘correnti spirituali’ la meditazione è sempre accompagnata dal contrassegno d’appartenenza. Così abbiamo la meditazione cristiana, buddhista, sciamanica, ecc. Intendo con ciò che essa è sempre legata ad un sistema, generalmente complesso e sembra piuttosto inscindibile ad esso.

Ma cosa può intendersi per meditazione quando il punto di partenza abbia come sfondo una scienza (scienza!) dello spirito?

Come minimo un radicale svincolamento da canoni o riti prefissati, da fedi e correnti religiose. Spesso si dà per scontata una impalcatura mistica…beh, ognuno poi farà quello che vuole ma quella parola (scienza!!) dovrebbe pesare come un macigno in chi si fa araldo di essa per poi agire in perfetta contrapposizione.

Con la desta consapevolezza interiore dell’io appare necessario un “rovesciamento” che, a quanto sembra, è ancora difficilissimo per l’uomo contemporaneo, tenacemente incollato a temi o tracciati preventivi, sia nella cultura dell’anima, sia nelle ampie zone antiche del subconscio.

Questo stato di cose spiega la facile adesione alle correnti new age, che si dicono nuove ma alla fin fine contrabbandano, mischiandolo a mente leggera, tutto l’armamentario esoterico che proviene dal passato.

Non è un bene poiché l’anima tende ad identificarsi al sacro che considera fuori da sé: alienare l’Io nelle orme sedimentate del sacro e rifiutare lo Spirito che nell’Io si esprime è, ai nostri giorni, il combattimento contro lo Spirito e piuttosto a favore degli spiriti che da una parte vorrebbero mantenere statica, addensandola, l’anima umana, oppure vorrebbero trascinarla in estasi trascorse.

Per “rovesciamento” si intende il dare all’Io, essendo esso già immanenza dello Spirito, il tema o l’immagine solo come pretesto per la sua dinamica svincolata dalle suggestioni culturali e sapienziali del tema o immagine. Mai adeguandosi (subordinandosi) al ‘sacro’ preventivo o allo stato d’animo del momento.

La meditazione è più facile della concentrazione ma è quasi impossibile adottarla come regolare disciplina senza che il tumulto ordinario dell’anima sia stato messo in astinenza…come a dire che, di solito, dovrebbe esserci prima la concentrazione, poi la meditazione.

Credere che la concentrazione sia un affare del solo pensiero è errato: essa risveglia un volere possente, integro poiché non consumato dalla (nella) corporeità. Alla base della quiete necessaria deve esserci il volere, che, tra l’altro è privo di “stati d’animo”.

Rudolf Steiner usa parecchi termini (sinonimi) per indicare il modo di meditare. Ne cito alcuni a titolo evocativo: “ Far vivere nell’anima il contenuto delle seguenti righe”, “Immergersi completamente”, “Si riempie l’anima con le seguenti righe”, “Si deve poco speculare nella meditazione stessa, invece lasciar agire su sé il contenuto delle proposizioni della meditazione”, “Bisogna rappresentarsele in corrette immagini”, “Voi credete, quando nella meditazione si ripetono le parole che effettivamente sono ovvie, che ciò sia veramente senza scopo. Se ci si orientasse verso il ‘sapere’, allora ciò sarebbe inutile. Ma si tratta invece di sperimentare tramite sé stessi ancora e sempre di nuovo, ciò che deve essere”, “Lasciarlo agire su di sé donandosi ad esso” .

Sottolineerei che in taluni casi occorrerebbe portare immagini alla coscienza ma che il senso più generale è quello di immergersi nelle parole o frasi meditative proibendosi pensieri diversi o razionalizzazioni tese a “comprendere” significati occulti o palesi.

Da quanto riportato con le frasi del Dottore, forse occorrerebbe usare la logica e il buon senso per stabilire una sana comunicazione tra esse e la propria condizione.

La consapevolezza di quali possano essere le forze o capacità che si hanno al momento e che possono venire “testate” con delle prove personali e del tutto autonome rispetto ai migliori consigli di questo mondo, potrebbero essere esperimenti necessari: se le parole dei maestri sono importanti, altrettanto importante è la mia capacità di trasformarli in un mio atto proprio. Insomma, la potenza appartiene ai Maestri, l’atto appartiene a me.

Poi non è difficile scoprire che mi mancano i requisiti. Molti anni fa mi trovai con un più giovane amico, appena tornato da Roma. Mi disse che ***** gli aveva sconsigliato la concentrazione e consigliato di sostituirla con la meditazione della Rosacroce. Non commentai, fedele al detto “ubi maior minor cessat”, sebbene qualche dubbio…

Il risultato fu che dopo qualche mese, l’amico mi confidò che le cose andavano da male in peggio, che l’esercizio si era trasformato in un caos e che stava velocemente perdendo quel poco di dominio sul pensiero che era stato, prima, il suo massimo raggiungimento.

In realtà trovai (lungo il sentiero della vita) una persona che senza conoscere e praticare alcunché, meditava!

Era per me (quasi) un miracolo e ne fui abbacinato, estasiato e tutti i sinonimi possibili, poi, solo poi, mi accorsi che per questa individualità il termine meditazione era un ottimo sostituto di “trance”, in cui beatamente entrava abbandonandosi, ad esempio, nel fissare una lama di luce che entrava dalle persiane serrate.

Tutto questo per sottolineare che, di solito, essendo il meditare una disciplina e non una gita a Disneyland, non ho trovato operatori, compresi quelli matti come cavalli, che praticassero la meditazione se non dopo aver raggiunto un minimo controllo del pensiero ed una altrettanto minima capacità di permanere in interiore silenzio.

Sempreché non si scambi la meditazione per cose molto strane o per il ruminare tra sé e sé in solitudine.

Ma quali possono essere le frasi o parole atte alla meditazione? Alla buona, quelle che trascendono il mondo fisico-sensibile e in particolare quelle che riflettono un ente o una azione che si svolge nel mondo superiore (eterico). Questa non è una distinzione scolastica: da essa dipende il senso vero del meditare e le sue conseguenze per l’anima.

Per una certa povertà di termini occidentali prendiamo in prestito dall’antico Oriente il termine “mantra”. Da ciò parole mantriche o versi mantrici.

Mantriche sono le parole del Buddha: “ Tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore”, oppure la frase di Raimondo Lullo sintetizzata da Scaligero: “Ogni pietra ha la sua folgore”, mentre una meditazione come: “Michele è il vincitore delle nere schiere” è solo di conio terrestre, non vale nulla.

Chiudo l’argomento con il nocciolo pratico più semplice. Si pronunci nella coscienza (se si preferisce anche con la voce) una parola o una breve frase. Si lasci che essa vibri nell’anima come un diapason o l’intimo eco di una sonorità senza aggiungere niente. Ascoltare quieti. All’inizio dura poco. Si ripeta il processo finché è possibile. Vada bene sono pochissimi minuti (per qualcuno anche pochi secondi). Con la pratica (della concentrazione e della meditazione stessa) il tempo dell’esercizio può divenire lungo o lunghissimo. Può persino perdurare accanto alla vita sensibile. E’ importante non spiegare nulla, non razionalizzare, non usare le sottili modificazioni della coscienza per costruire un sapere più vasto. Bisogna proibire i propri significati per lasciare che lo Spirito esprima i suoi.

Con la pratica e tempo, potrei permettermi di dire che quasi ogni cosa può divenire un “oggetto di meditazione”: l’azzurro del cielo, un albero, ecc. Senza confonderlo con la tecnica della percezione pura. Basta uno sguardo. Il silenzio dell’anima ormai realizzabile senza tensioni e la maturata attitudine di permettere che l’impressione possa trovare via libera verso l’interiore sorgente della vita: si inizia a percorrere una condizione intellettualmente indecifrabile ma che viene sentita più sostanziale, più vera del morto mondo di immagini a cui siamo abituati e di cui si è perennemente insoddisfatti e che, in profondità, persino ci angoscia.

SCIENZA DELLO SPIRITO,
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