MEDITARE NON BASTA MAI…

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Ho già scritto su questo sito alcune cose che mi parevano pratiche sulla Meditazione. Poi mi giungono alcuni messaggi molto semplici a cui rispondo come posso e che mi costringono a tentare qualche passo indietro.

Così posso constatare che c’è parecchia incertezza e che i capitoli espressi sul tema che chiunque trova in tutti i testi di Massimo Scaligero non vengono compresi granché bene, forse perché la Meditazione è, per certi versi, più facile della Concentrazione ed il pensiero, magari abituato a cose più complesse ma privo di esperienza per i moti coscienti dell’anima, sente come uno scivolare via dalle mani concetti inusuali forse anche vuoti per la mancanza di esperienza o di esperienze simili.

Questa non vuole assolutamente essere una critica, anzi ringrazio gli scriventi che mi offrono l’estro di rivedere il tema costringendomi nel tentativo di una maggiore semplicità senza (spero) adulterare il suo nocciolo.

In quelle che possiamo chiamare ‘correnti spirituali’ la meditazione è sempre accompagnata dal contrassegno d’appartenenza. Così abbiamo la meditazione cristiana, buddhista, sciamanica, ecc. Intendo con ciò che essa è sempre legata ad un sistema, generalmente complesso e sembra piuttosto inscindibile ad esso.

Ma cosa può intendersi per meditazione quando il punto di partenza abbia come sfondo una scienza (scienza!) dello spirito?

Come minimo un radicale svincolamento da canoni o riti prefissati, da fedi e correnti religiose. Spesso si dà per scontata una impalcatura mistica…beh, ognuno poi farà quello che vuole ma quella parola (scienza!!) dovrebbe pesare come un macigno in chi si fa araldo di essa per poi agire in perfetta contrapposizione.

Con la desta consapevolezza interiore dell’io appare necessario un “rovesciamento” che, a quanto sembra, è ancora difficilissimo per l’uomo contemporaneo, tenacemente incollato a temi o tracciati preventivi, sia nella cultura dell’anima, sia nelle ampie zone antiche del subconscio.

Questo stato di cose spiega la facile adesione alle correnti new age, che si dicono nuove ma alla fin fine contrabbandano, mischiandolo a mente leggera, tutto l’armamentario esoterico che proviene dal passato.

Non è un bene poiché l’anima tende ad identificarsi al sacro che considera fuori da sé: alienare l’Io nelle orme sedimentate del sacro e rifiutare lo Spirito che nell’Io si esprime è, ai nostri giorni, il combattimento contro lo Spirito e piuttosto a favore degli spiriti che da una parte vorrebbero mantenere statica, addensandola, l’anima umana, oppure vorrebbero trascinarla in estasi trascorse.

Per “rovesciamento” si intende il dare all’Io, essendo esso già immanenza dello Spirito, il tema o l’immagine solo come pretesto per la sua dinamica svincolata dalle suggestioni culturali e sapienziali del tema o immagine. Mai adeguandosi (subordinandosi) al ‘sacro’ preventivo o allo stato d’animo del momento.

La meditazione è più facile della concentrazione ma è quasi impossibile adottarla come regolare disciplina senza che il tumulto ordinario dell’anima sia stato messo in astinenza…come a dire che, di solito, dovrebbe esserci prima la concentrazione, poi la meditazione.

Credere che la concentrazione sia un affare del solo pensiero è errato: essa risveglia un volere possente, integro poiché non consumato dalla (nella) corporeità. Alla base della quiete necessaria deve esserci il volere, che, tra l’altro è privo di “stati d’animo”.

Rudolf Steiner usa parecchi termini (sinonimi) per indicare il modo di meditare. Ne cito alcuni a titolo evocativo: “ Far vivere nell’anima il contenuto delle seguenti righe”, “Immergersi completamente”, “Si riempie l’anima con le seguenti righe”, “Si deve poco speculare nella meditazione stessa, invece lasciar agire su sé il contenuto delle proposizioni della meditazione”, “Bisogna rappresentarsele in corrette immagini”, “Voi credete, quando nella meditazione si ripetono le parole che effettivamente sono ovvie, che ciò sia veramente senza scopo. Se ci si orientasse verso il ‘sapere’, allora ciò sarebbe inutile. Ma si tratta invece di sperimentare tramite sé stessi ancora e sempre di nuovo, ciò che deve essere”, “Lasciarlo agire su di sé donandosi ad esso” .

Sottolineerei che in taluni casi occorrerebbe portare immagini alla coscienza ma che il senso più generale è quello di immergersi nelle parole o frasi meditative proibendosi pensieri diversi o razionalizzazioni tese a “comprendere” significati occulti o palesi.

Da quanto riportato con le frasi del Dottore, forse occorrerebbe usare la logica e il buon senso per stabilire una sana comunicazione tra esse e la propria condizione.

La consapevolezza di quali possano essere le forze o capacità che si hanno al momento e che possono venire “testate” con delle prove personali e del tutto autonome rispetto ai migliori consigli di questo mondo, potrebbero essere esperimenti necessari: se le parole dei maestri sono importanti, altrettanto importante è la mia capacità di trasformarli in un mio atto proprio. Insomma, la potenza appartiene ai Maestri, l’atto appartiene a me.

Poi non è difficile scoprire che mi mancano i requisiti. Molti anni fa mi trovai con un più giovane amico, appena tornato da Roma. Mi disse che ***** gli aveva sconsigliato la concentrazione e consigliato di sostituirla con la meditazione della Rosacroce. Non commentai, fedele al detto “ubi maior minor cessat”, sebbene qualche dubbio…

Il risultato fu che dopo qualche mese, l’amico mi confidò che le cose andavano da male in peggio, che l’esercizio si era trasformato in un caos e che stava velocemente perdendo quel poco di dominio sul pensiero che era stato, prima, il suo massimo raggiungimento.

In realtà trovai (lungo il sentiero della vita) una persona che senza conoscere e praticare alcunché, meditava!

Era per me (quasi) un miracolo e ne fui abbacinato, estasiato e tutti i sinonimi possibili, poi, solo poi, mi accorsi che per questa individualità il termine meditazione era un ottimo sostituto di “trance”, in cui beatamente entrava abbandonandosi, ad esempio, nel fissare una lama di luce che entrava dalle persiane serrate.

Tutto questo per sottolineare che, di solito, essendo il meditare una disciplina e non una gita a Disneyland, non ho trovato operatori, compresi quelli matti come cavalli, che praticassero la meditazione se non dopo aver raggiunto un minimo controllo del pensiero ed una altrettanto minima capacità di permanere in interiore silenzio.

Sempreché non si scambi la meditazione per cose molto strane o per il ruminare tra sé e sé in solitudine.

Ma quali possono essere le frasi o parole atte alla meditazione? Alla buona, quelle che trascendono il mondo fisico-sensibile e in particolare quelle che riflettono un ente o una azione che si svolge nel mondo superiore (eterico). Questa non è una distinzione scolastica: da essa dipende il senso vero del meditare e le sue conseguenze per l’anima.

Per una certa povertà di termini occidentali prendiamo in prestito dall’antico Oriente il termine “mantra”. Da ciò parole mantriche o versi mantrici.

Mantriche sono le parole del Buddha: “ Tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore”, oppure la frase di Raimondo Lullo sintetizzata da Scaligero: “Ogni pietra ha la sua folgore”, mentre una meditazione come: “Michele è il vincitore delle nere schiere” è solo di conio terrestre, non vale nulla.

Chiudo l’argomento con il nocciolo pratico più semplice. Si pronunci nella coscienza (se si preferisce anche con la voce) una parola o una breve frase. Si lasci che essa vibri nell’anima come un diapason o l’intimo eco di una sonorità senza aggiungere niente. Ascoltare quieti. All’inizio dura poco. Si ripeta il processo finché è possibile. Vada bene sono pochissimi minuti (per qualcuno anche pochi secondi). Con la pratica (della concentrazione e della meditazione stessa) il tempo dell’esercizio può divenire lungo o lunghissimo. Può persino perdurare accanto alla vita sensibile. E’ importante non spiegare nulla, non razionalizzare, non usare le sottili modificazioni della coscienza per costruire un sapere più vasto. Bisogna proibire i propri significati per lasciare che lo Spirito esprima i suoi.

Con la pratica e tempo, potrei permettermi di dire che quasi ogni cosa può divenire un “oggetto di meditazione”: l’azzurro del cielo, un albero, ecc. Senza confonderlo con la tecnica della percezione pura. Basta uno sguardo. Il silenzio dell’anima ormai realizzabile senza tensioni e la maturata attitudine di permettere che l’impressione possa trovare via libera verso l’interiore sorgente della vita: si inizia a percorrere una condizione intellettualmente indecifrabile ma che viene sentita più sostanziale, più vera del morto mondo di immagini a cui siamo abituati e di cui si è perennemente insoddisfatti e che, in profondità, persino ci angoscia.

9 pensieri su “MEDITARE NON BASTA MAI…

  1. Mia cara, come asceta è facile che mi auto superi vista la pochezza. Come cattivo ho lavorato sodo tutta la vita per ritrovarmi in terza o quarta fila.
    Dilettante tra professionisti 🙁

  2. menomale, cominciavo ad avvertire i primi sgradevoli sintomi della crisi di astinenza… 🙂
    e poi, troppi professionisti in giro, meglio dilettanti…amateurs…

  3. Grazie cari amici…però che guazzabuglio!
    Veeraj, eri astinente nella voragine di Marzia?
    (poi uno legge sopra e pensa che siano seri commenti all’articolo!!)

    Boh! Sarà tutto colpa del nuovo Amministratore 😉

  4. Oggi e’ una bellissima giornata. Sole e tepore .
    In piu’ possiamo dire che in questo blog non mancano simpatia e allegria oltre all’impegno e alla serieta’ verso cui si cerca sempre di tendere. Un bel mix equilibrato!
    Grazie a tutti e ……..ATTENZIONE ALLE VORAGINI!

  5. Ciao Isidoro, e grazie!
    Ma nel caso di mantra come quello su Michele, che citi, con la pratica ci si accorge che non é un vero mantra perché non funziona?

    Perché un mantra valga operativamente , deve esser tratto dall’esperienza interiore no?
    Ad es. Si potrebbero usare le parole di Goethe ‘l’Eterno Femminino ci trae verso l’alto’ …

    Ricordo sopratutto che il Dottore scrive (ne ‘la soglia del mondo spirituale’)che il corretto processo del meditare consiste nel conquistarsi un pensiero di cui ,per mezzo della vita e degli ordinari strumenti della conoscenza , si sia sperimentata la validità , e nell’immergersi ripetutamente in quel pensiero , identificandosi con esso. (Ovviamente deve essere attinto dal sovrasensibile, o esser stato ‘tradotto’ in parole da Maestri spirituali)

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