TRADIZIONE

IL "GRUPPO DI UR" E L'ORIENTE : IL PROBLEMA CUI SEMPRE SI SFUGGE

UR copertina

I miei cari amici Savitri e Isidoro, oltre a vessare e cloridricamente irridere il sottoscritto per le sue “melanconiche, dolcissime insonnie notturne”, hanno, eziandio, la impietosa perfidia di inguaiare il povero Hugo, promettendo al “colto e all’inclita” – senza minimamente consultarlo preventivamente, mi par ovvio e giusto – ch’ei avrebbe risposto alle lor domande tutte, proprio tutte, per quanto difficili, insidiose e intricate esse possano essere. È proprio il caso di dire che “da Savitri, Isidoro, e da cotali amici, vi guardi e lo guardi Iddio, ché da’ nemici d’ogni sorta e risma si guarda da solo (e, se gli riesce, vi guarda pure) il povero Hugo”. Ma, bando alle celie, e veniamo alle questioni sollevate da alcuni amici, affezionati lettori del Blog.

Milarepa pone una questione di non poco conto, ossia come vediamo le discipline del Buddhismo Vajrayana, e nella fattispecie quelle esclusivamente meditative. Egli fa poi considerazioni varie e pone alcune domande circa le discipline che dai diversi autori vengono indicate in UR. Altre considerazioni e valutazioni son state fatte da Iagla, da Balin, da Mir 83, da Prologiov, da Marzia, talché conviene dare un’unica risposta estesa a loro ed anche ad altri lettori non scriventi.

Vi sono due punti che il ricercatore spirituale deve avere chiari al massimo grado.

Il primo punto è saper bene chi fa che cosa. Perché non è affatto vero che tutti possano fare tutto: non è affatto vero che gli esseri umani siano tutti uguali, e nemmeno i cercatori dello Spirito lo sono tra di loro. Tra gli animosi cercatori dello Spirito vi sono differenze di comprensione, di forza interiore, di maturità spirituale e morale. Non tutti si possono permettere tutto.

Da questo punto di vista, innumerevoli sono le illusioni che gli umani si fanno a tale proposito. Ed innumerevoli pure le confusioni che essi fanno. Per esempio, un amico – che dopo oltre trent’anni di Scienza dello Spirito dovrebbe avere le idee più chiare – mi scriveva mesi fa  a proposito di discipline orientali da lui conosciute abbastanza tardi e non sistematicamente, che: «Studiando e studiando, le vie dei Sutra, dei Tantra, lo Dzogchen ed altre cose amene, mi accorgo sempre più di una cosa: ma se uno va a guardare fino in fondo, le differenze dottrinali, conoscitive e sapienziali, anche quelle tra le varie scuole e lignaggi, se guardi bene bene: ma che differenza c’è tra la Mahamudra che Tilopa insegnò a Naropa e lo Dzogchen, che pare addirittura sia stato lo stesso Tilopa a sollecitarne la conoscenza e la diffusione? A leggere il Grande Sigillo, o il Tesoro dei Cantici o i Tantra Dzogchen di Indrabhuti o Padmasambhava, mica c’è differenza, né di approccio, né di finalità, e il terzo tempo della concentrazione steineriana-scaligeriana, mi pare la si possa considerare esattamente identica: solo i termini dialettici sono diversi, come lo sono le nostre teste, diverse da quelle di allora. Ma è l’identica cosa!»

E invece no, proprio no, non è affatto l’identica cosa: né come approccio, né come finalità vi è identità con la Via del Pensiero che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno portato per la prima volta al mondo. La differenza c’è e grande, ed è fondamentale, anzi cruciale, sperimentarla. Io provengo dalle Vie dell’Oriente, Vie che ho appassionatamente amato e seguito con ardore e disciplina nella mia adolescenza, sino a quando incontrai Massimo Scaligero. Ho sperimentato sulla mia orsolupesca pellaccia la differenza radicale tra le antichissime e le meno antiche discipline dell’Oriente, e la Scienza dello Spirito, tra la sadhana yoghica, quella buddhista theravada, mahayana, zen e vajrayana, e la Via del Pensiero. Ed anche tra le discipline shivaite e taoiste e l’esperienza del pensare liberato. Ma il cogliere tale radicale differenza è un atto interiore, che dipende dalla forza interiore e dalla maturità spirituale. È un atto interiore, non una convinzione intellettuale o sentimentale, costruita e giustificata dialetticamente con ragionamenti e deduzioni logiche. Ragionamenti e deduzioni logiche, per quanto intelligenti e appropriati, nulla diranno a chi, per mancanza di forza e maturità spirituale, non apra il varco a quell’atto interiore, all’intuizione folgorante che invera in un momento indicibile l’esperienza dell’identità cosciente con l’essere originario del pensare.

Io ho molto amato le Vie dell’Oriente ed ho per esse profonda venerazione. So che esse hanno donato conoscenze e realizzazioni autentiche, ma ciò non vuol dire che tali conoscenze e realizzazioni siano identiche a quanto viene realizzato nella Via del Pensiero. E non vuol dire che tali nobili Vie siano – in quella forma – ancor oggi attuali.

Alla suddetta affermazione, un tantinellino “ecumenica”, del mio amico circa l’essenziale identità, e in qualche modo intercambiabile funzionalità delle varie discipline, che ai suoi occhi apparivano tanto simili, da sembrare identiche, mi trovai costretto a rispondere: « “Pare la stessa cosa”, Lei dice Don Ciccillo? Dice un adagio emiliano che “apparire e non essere, è come filare e non tessere”! Non solo non sono la stessa cosa, ma come ‘discipline’ sono addirittura polarmente opposte. Certo che vi è un’affinità nell’espressione dialettica, che appare persuasiva, ma al di là di una tale affinità, i contenuti reali – a mio immodestissimo parere – sono e restano diversi».

Questo desiderio di “ecumenica” unanimità può portare a fatali confusioni. Ad esempio, il mio amico Don Ciccillo di Scurcola Marsicana, sosteneva nello scrivermi che «la percezione cosciente e consapevole della propria Coscienza, del proprio Io immanentemente presente eppure trascendente della Mahamudra, non mi pare dissimile dalla esperienza dell’Io».

Non potei che rispondere a mia volta che, come afferma Massimo Scaligero: «”Non basta che l’Io sia, occorre essere l’Io”. Hai l’esperienza dell’Io? Allora non hai nessun bisogno né di Mahamudra, né di Dzogchen!».

Io non sono affatto contrario a che il libero cercatore tenti le più diverse esperienze spirituali, ed io stesso – sulla mia stessa orsolupesca pellaccia e a mio totale rischio e pericolo, senza coinvolgimenti altrui – ho affrontato le esperienze che ho ritenute necessarie al mio cercare. E, sempre al mio stimatissimo amico dovetti far presente che: «Se è per questo, io ho letto moltissimo, studiato moltissimo, cercato moltissimo, ma UNA sola è l’esperienza radicale che ha retto alle verifiche più spietate». Malgrado le speranzose affermazioni del mio amico scurcolano Don Ciccillo, non si giunge a realizzare l’esperienza dell’Io attraverso la pratica della Mahamudra o dello Atiyoga Dzogchen. Semmai è l’esperienza cosciente – e indipendente da ogni tradizione – dell’Io che permette di realizzare l’esperienza della Mahamudra e del Vajra, non viceversa.

Il simpatico Don Ciccillo scurcolano non era granché daccordissimo con le mie disilludenti affermazioni, e sosteneva che il Buddhismo può donare l’esperienza dell’Io, che: «comunque credo, anzi son certo che il concetto di Anatman nel Buddhismo sia inteso relativamente alla costituzione dell’uomo di allora, al sé contingente che ancora ci portiamo dietro. Se leggi Tilopa, Tilopa parla dell’Io parla all’Io. Il Grande Sigillo, il Tesoro dei Cantici sono veramente un tesoro, anche per noi razionali, occidentali, pensanti cerebrali».

Questa affermazione è rigorosamente una fiaba, perché se c’è una cosa che il Buddhismo ha costantemente combattuto nei suoi 2600 anni di storia, in tutte le sue scuole, è proprio il concetto dell’Io. Porterebbe alquanto lontano dire il perché e il per come di una tale costante negazione, ma non potei rispondere altro che le cose non stavano affatto a come, in speranzosa totale buona fede, se le dipingeva il mio amico scurcolano, e dirgli: «Il Buddhismo è preciso, e non si può fargli dire quel che non dice, e leggervi quello che ci mettiamo noi dentro, giusto o sbagliato che sia. Io non dico che l’esperienza del Buddhismo non sia giusta – io vengo da quella esperienza – ma non si può proprio far dire al Buddhismo quel che questo non dice. Nessun buddhista Theravada, Mahayana o Vajrayana, nessuna Scuola, neppure il Chan cinese o lo Zen giapponese sottoscriverebbe – a ragione o a torto che sia – una affermazione come la tua. Sarebbe come se tu dicessi che su un monte una persona posta, sull’altro lato del monte rispetto a te, vede quello che vedi tu, perché “tanto il monte è lo stesso”. No, non è così. Molta confusione è nata dall’unanimismo approssimativo che molti teosofi, hanno fatto a partire dalla fine dell’Ottocento. Loro, cominciando da Henry Steel Olcott, compassato Presidente della Società Teosofica, pretendevano di sapere meglio degli asceti buddhisti quel che tali asceti pensavano. Io sono estremamente contrario a queste forme di sincretismo esoterico. Uno è libero di seguire – e seguire sino in fondo – una Via rispettabilissima come il Buddhismo, ma è tutta un’altra cosa rispetto alla nostra Via, che è e rimane diversa. Varie vie – ma non tutte – portano a Roma, ma è impossibile percorrerle contemporaneamente, e  anche quelle che portano a Roma non portano alla mèta se vengono percorse in senso contrario!».

Il secondo punto è rendersi conto – con spietata sincerità nei confronti di se stessi – di che cosa spinge il ricercatore spirituale ad accomodarsi la via spirituale, ossia ad adeguarla alle esigenze della natura egoica. Da tale natura egoica nascono e prosperano molte illusioni e confusioni. Le confusioni sono sempre di origine sentimentale e intellettuale. Il più delle volte provengono da una forma, ben comprensibile, di “innamoramento” cui viene data una formulazione intellettuale, servendosi degli strumenti della logica, della dialettica e talvolta di una notevole erudizione. Massimo Scaligero sempre di nuovo ribadiva il fatto che “l’idea di un’esperienza spirituale non è l’esperienza spirituale stessa”. Sicuramente le pratiche buddhiste della consapevolezza del Satipatthana, le discipline del Samatha e del Vipassana, il Samadhi e la Bodhi, ossia tutte le discipline di attenzione, di dominio del mentale e del processo pensante sino alla sua cosciente estinzione, l’esperienza dell’Estasi e dell’Illuminazione folgorante, sono eventi e realizzazioni molto elevate, ma per l’uomo attuale – occidentale, e oramai anche orientale – sono idee, inizialmente unicamente idee, e non realtà. Unica realtà è l’ideare che li immagina. Ma tale ideare è cosciente? Ossia, è cosciente della forza e del momento genetico dell’ideare tali realizzazioni? Tale ideare, il suo tessuto di luce, la sua forza, il suo folgorante momento intemporale, sono ben più importanti delle ideate, e spesso sentimentalmente mitizzate, “esperienze” e “realizzazioni” mistiche e magiche, orientali e occidentali, antiche e moderne.

Di fronte all’indicazione della Via del Pensiero – mostrata nella sua scarna e spartana asciuttezza – molti rimangono delusi, perché sentono sgonfiarsi l’enfasi mistico-sentimentale, o la galvanizzazione mitico-eroica, che non è la realtà delle antiche Vie, bensì la loro irreale rappresentazione psichica, e non spirituale, generata da un pensare sognante, idolatricamente sentimentale e istintivo. Lo stesso problema si pone, oggi, a coloro che accostano le dottrine e le discipline esposte nei fascicoli della rivista UR, che Massimo Scaligero volle venisse ripubblicata.

Mir 83 chiede il perché delle resistenze alla ripubblicazione dei tre volumi, fedeli all’edizione degli Anni Venti: «Non capisco, se il fatto di smettere di pubblicare, anche dopo la decisione di Scaligero di ripubblicare la versione del 27, sia da imputare a “resistenze” insite nella città eterna oppure addirittura a livello nazionale; tanto da non interessare nessuna casa editrice della penisola. Non posso conoscere gli eventi per ragioni anagrafiche e spazio temporali ovviamente, ma il tutto mi sa tanto di blocco volontariamente messo in atto da chi considerava in un certo modo scomodo il lavoro effettuato illo tempore dal Gruppo di UR, anche perché non c’è motivo alcuno di diffondere grandi quantità di copie dichiaratamente rivisitate e modificate se non per altri scopi che vanno ben al di la dello scopo puramente editoriale di diffusione TALE E QUALE dei documenti».

Le “resistenze” alla ripubblicazione dei tre volumi di UR,  voluta da Massimo Scaligero, non sono tanto a livello nazionale – ove, anzi, molti cercatori spirituali sarebbero grati di potere rileggere quei testi introvabili –  semmai,  nella Città Eterna, sulla collina sacra al Dio Giano, vi è chi non ritiene auspicabile che i contenuti di UR vengano diffusi e conosciuti, e ancor meno praticati, ed ha esplicitamente dichiarata la sua intenzione di non ripubblicar giammai i tre preziosi volumi. Del resto non si ritiene auspicabile neppure  diffondere e ripubblicare TALE E QUALE l’Opera stessa di Massimo Scaligero, reputando che la Via in essa Opera indicata  – suis ipsissimis verbis relatum – sia una “via incompleta e superata”, e che le discipline di Concentrazione e di Meditazione in essa consigliate, da coltivarsi individualmente e fraternamente insieme, siano “pericolose” per l’«anima».

Venendo alle discipline di UR, occorre dire che esse hanno origini diverse, e che vennero indicate da personalità che seguivano sentieri spirituali diversi. Alcune di quelle discipline sono descritte in maniera indubbiamente fascinosa, e promettono molto al ricercatore spirituale. Ma, come nel caso delle discipline orientali, occorre ricordare – affinché la sadhana sia autentica e non illusoria – che non può essere saltato il momento ideante di quelle discipline. In Kundalini d’Occidente, Massimo Scaligero avverte che chi si dedica a discipline orientali o occidentali di tempi trascorsi, ha tanta possibilità di trarre da quelle discipline un contenuto vivente, e di giovarsene, per quanta liberazione del pensare dal supporto corporeo egli abbia concretamente conseguito.

Non può dunque, essere saltata la disciplina della liberazione del pensiero. E questa – checché ne dicano i romantici innamorati di un Oriente di maniera – è una disciplina ignota ad un Oriente, che ancora non ne aveva bisogno. Tale Oriente usava un luminoso e magico imaginare, ma non ne conosceva ancora la segreta virtù: la coscienza della informale forza imaginante. Ne accoglieva nell’astrale la luce da una sfera superumana, ma a quella sfera superumana originaria non poteva ancora accedere. Per cui quelle Vie erano ancora vie mistiche, che accoglievano il contenuto sacrale  da una ignota sfera trascendente. Quel contenuto sacrale – per quanto inverosimile ciò appaia ai “tradizionalisti” sognanti una irreale rappresentazione di un mondo trascorso – è presente nell’arido e apsichico atto del pensare puro. Nel pensare puro, coscientemente e intensamente voluto, è presente il potere nirvanico e atmico, che l’antico asceta accoglieva da una sfera trascendente.

Per questo l’atto del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, coscientemente voluto, è il meno accetto all’ego, il più faticoso, il meno fascinoso e gradevole. Massimo Scaligero ammoniva che non sono discipline particolari, od esercizi “speciali” ad aprire il varco all’esperienza sovrasensibile, bensì è l’esercizio che esige da noi il massimo della forza, l’esercizio per noi più difficile e faticoso, l’esercizio che permette al praticante di sviluppare il massimo della forza della volontà cosciente quello che porta alla concreta esperienza spirituale. Un tale esercizio è la Concentrazione. Il resto viene dopo: a condizione che la Concentrazione sia costantemente praticata con dedizione fedele, con stato interiore fervido, sacrale. Perché essa è l’azione più elevata che un essere umano può compiere sulla Terra, l’azione più radicale, coraggiosa ed efficace: quella più rivoluzionaria e trasmutatrice della tenebra terrestre.

Nell’incontro che ebbi con Massimo Scaligero, ebbi subito chiaro che se volevo realizzare samatha e vipassana, calma profonda e visione penetrante, dovevo passare attraverso la Concentrazione; se volevo realizzare prajna e karuna, sapienza trascendente e compassione, dovevo passare attraverso la liberazione del pensiero, attraverso la Concentrazione, e non viceversa. Se le discipline orientali, o certe discipline di UR appaiono più facili da praticare e più gratificanti, è proprio allora che vi è la necessità di una intensa, fervida e costante pratica della Via del Pensiero. Anche una disciplina come la “prattica dell’estasi filosofica”, indicata in UR,  oggi passa necessariamente per la pratica della Concentrazione, la quale soltanto porta alla liberazione dai vincoli somatici, dal supporto del sistema nervoso, e al Silenzio. Deve essere l’Io a praticare l’Ascesi Solare, non il corpo astrale, ossia la natura egoica. Nella estraformale forza-pensiero che volitivamente pensa nella Concentrazione vi è tutto quello che sentimentalmente, istintivamente, idolatricamente, molti spiritualisti vanno affannosamente cercando nelle asana e nel pranayama, nei mantram e negli yantra, nei sutra, negli agama, nei tantra, nei simboli, nelle sciarpe ricamate delle iniziazioni massoniche e martiniste, nei riti della magia cerimoniale, nelle “catene” sufiche e persino nello sciamanesimo degli Indiani Lakota del lontano Montana, nelle pratiche devozionali di tutte le confessioni religiose. Cercano lo spirituale in ogni possibile oggetto di pensiero, ma non nella forza-pensiero con la quale pensano così tante belle cose. Si può dire che tutti – quasi tutti – temono ed evitano, con abile codardia, di diventarne consapevoli.

La Filosofia della Libertà e il Trattato del Pensiero Vivente sono l’autentico Rituale magico della resurrezione del Pensiero-Folgore: l’Iniziazione autentica.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

SCIENZA DELLO SPIRITO E FALSO ESOTERISMO. La Via Solare e le false vie lunari.

r-s

Alcuni amici, e amiche, che seguono Ecoantroposophia, dopo avermi simpaticamente preso in giro a proposito degli effetti letterari provocati dalle mie insonni ore notturne, «pervase di dolcissima melanconia», mi hanno chiesto ulteriori notizie su quanto da me scritto nell’articolo Verità e illusione nella pratica interiore, e in particolare circa il ruolo per niente limpido esercitato dal Dr. Gérard Encausse, in arte Papus, e dal suo «Martinismo», in campo spirituale e non solo.

Premetto che, quando scrivo su un argomento, lo faccio solo dopo aver compiute le più severe verifiche su quanto vado affermando storicamente, e che non mi permetto mai di affermare cose per le quali io non possegga i documenti probanti. Nel caso di colloqui da me avuti con personalità varie per le quali porto testimonianza diretta, come di esperienza da me realmente vissuta, me ne rendo moralmente garante, e devo far presente che mi baso esclusivamente sui fatti,  non su congetture o affabulazioni, che tanto sono di moda in ambienti sedicenti «occultisti» o «esoterici». Inoltre è mia abitudine andare direttamente alle fonti, lette ed esaminate in lingua originale, e di considerare solo in un secondo tempo quanto riferito in testi diversi, i quali a loro volta ne citano altri, o riferito in traduzioni italiane che sovente si rivelano scientificamente imprecise o poco affidabili.

Nel caso di Papus e del suo preteso «Martinismo», possiedo una vasta documentazione di testi originali – in francese, in inglese, in tedesco, in spagnolo e in italiano – e di qualche migliaio di lettere, circolari più o meno riservate, testimonianze scritte. Nel su citato articolo, riportavo semplicemente affermazioni molto esplicite di Rudolf Steiner (del quale possiedo l’intera Opera Omnia), da me tradotte direttamente dal testo tedesco non edito in italiano, e di Massimo Scaligero, tratte da Lotta di Classe e Karma, opera tutt’altro che secondaria o minore, e per nulla legata a lontane e superate contingenze temporali, come qualche incauto potrebbe affermare.

Ma se dovessi citare tutta la documentazione, che mostra quanto sia spiritualmente e moralmente equivoca la figura di Papus, quanto acciarpata, improvvisata e approssimativa sia la sua «sapienza», narrare molti episodi sin troppo eloquenti della sua sciagurata vita, oltre che tediare il candido lettore e ad abusare della sua pazienza e benevolenza, non la finirei più. Col materiale documentario che ho, potrebbero essere scritti svariati volumi, dei quali attualmente non vedo la necessità, né tampoco ho voglia di assumermene la fatica. Del resto, ritengo che la verità sia di chi la cerca, di chi lotta per essa, di chi la conquista, di chi la venera, e di chi la ama. Non dei pigri, non dei pavidi, non dei falsi, non dei bugiardi, non degli opportunisti, non degli avventurieri e dei profittatori.

Tuttavia, due elementi devono essere messi in evidenza nella vita e nell’opera di Papus, elementi che hanno emblematicamente un valore generale. Questi elementi – al di là delle edulcorate e sciroppose dichiarazioni retoriche di altruismo, di fratellanza universale, di compassione e carità, di cristianesimo e cattolicesimo più o meno rivisto e corretto a seconda della bisogna, dichiarazioni che a me dànno visceralmente fastidio – riguardano lo scivolamento nella necromanzia e nella vera e propria magia nera da una parte, e dall’altra la collusione tra esoterismo e politica. La ricerca della potenza – ricerca che porta sempre all’inflazione dell’ego e allo scivolamento nella magia nera – e la collusione tra esoterismo e politica – ma dovrei dire: l’uso di forze magiche a finalità politiche – sono due gravi deviazioni che hanno portato a smarrire il sentiero spirituale a molti esoteristi: anche a certuni che passano per «maestri», ed hanno prodotto i peggiori disastri sia in campo spirituale che in campo sociale.  

Rudolf Steiner nella conferenza, non tradotta in italiano, tenuta a Berlino il 4 aprile 1916, e contenuta nel ciclo Gegenwärtiges und Vergangenes im Menschengeiste (Presente e passato nello spirito dell’uomo), pubblicato nella GA-167, parla esplicitamente alle pp. 90-91 sia dell’abuso magico che della collusione politica presenti nell’opera di Papus, e a p. 94 del suo preteso «Martinismo», e stigmatizza le fumisterie e le imposture del medesimo, operate dai «Papusianer», ossia dai seguaci fanatici di Papus. Steiner afferma che si dovrebbe difendere il nome del «Filosofo Sconosciuto» Louis-Claude de Saint-Martin e il suo tentativo al servizio della verità nel XVIII secolo.

Il tentativo di «accaparramento del suo nome» – Inanspruchnahme seines Namens, nel testo tedesco della citata conferenza – non desta veruna meraviglia, in quanto assistiamo da vari anni al tentativo di indebito accaparramento dei nomi di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero da parte di evoliani, kremmerziani, martinisti, gesuiti e cattolici tout court, nel quadro di quella manipolazione delle coscienze individuali e dei movimenti spirituali, che l’ultracattolico integralista brasiliano Plinio Correo de Oliveira, ispiratore e stratega assieme a P. Florindo Giantulli S.J. dell’Alleanza Cattolica, chiama «trasbordo ideologico inavvertito». Il tutto ad majorem gloriam Societatis Jesu et Romanae Ecclesiae, naturalmente. 

In effetti, se vi era qualcosa di contrario al pensiero e alle intenzioni dichiarate di Louis-Claude de Saint-Martin, è proprio la creazione di un «Ordine Martinista». Egli ricevette in una sola volta i tre gradi cohen del «Portico» da Baudry de Balzac tra il 1766 e il 1768 entrando così a far parte dell’Ordre des Chevaliers Maçons Elus Coëns de l’Univers, ed incontrò personalmente Martinès de Pasqually, suo Maestro, nel 1768. Nel febbraio del 1771 lasciò l’esercito e divienne segretario di Martinès de Pasqually a Bordeaux. Date le sue elevate predisposizioni spirituali, Saint-Martin percorrerà rapidamente i vari gradi dell’Ordine degli Eletti Cohen, venendo consacrato Réau-Croix, il più elevato grado dell’Ordine teurgico di Martinès, attorno al 17 aprile del 1772, poco prima che questi, nel mese di maggio di quell’anno partisse per Santo Domingo dove morì. In seguito, nel 1785, entrò a far parte del Rito Scozzese Rettificato, riforma in senso cohen della Stretta Osservanza Templare operata da Jean-Baptiste Willermoz, ma se ne allontanò ben presto, perché contrario alle pratiche medianico-sonnamboliche che questi, creando la Società degli Iniziati, aveva introdotto dietro suggestione dell’Agent Inconnu, ossia della canonichessa Marie-Louise de Monspey. Nel 1790, chiese per lettera che il suo nome venisse cancellato dai registri di tutti gli ordini massonici ai quali aveva appartenuto. Negli ultimi anni, dal 1786 sino al 1791, figurò solo di nome nei piedilista delle varie logge massoniche.

Saint-Martin non fondò mai nessun  Regime, nessun Rito, nessun Ordine massonico, e neppure nessun Ordine o Società di altro tipo. Egli fu un «mistico» nel senso migliore del termine: un mistico alla Meister Eckhart, alla Jakob Boehme, alla William Law, alla Jean Leade, ed un «teosofo» nel senso antico, ossia non blavatskiano del termine. Ad un certo punto, Saint-Martin si distaccò dalle vie attive della magia teurgica dell’Ordine degli Eletti Cohen, per orientarsi sempre di più verso una «via interiore» fatta di meditazione e preghiera. E come abbiamo visto, egli arrivò a diffidare della stessa Massoneria e dei suoi metodi, malgrado una sua breve appartenenza al Rito Scozzese Rettificato di Willermoz. E soprattutto non fondò mai alcun Ordine «Martinista». Il suo insegnamento fu esclusivamente scritto, attraverso i suoi libri, ed orale, per una ristretta cerchia di amici, ai quali trasmetteva direttamente – ed affermava che solo così la si poteva trasmettere – la sua conoscenza spirituale.

L’Ordine Martinista fu una personale «invenzione» di Papus, il Dr. Gérard Encausse, il quale non  era un Iniziato, non era un Maestro (neppure di se stesso…), non era un Mistico nel senso antico e saintmartiniano, e non era neppure un Mago sapiente: era semmai un «magazzo» da strapazzo, pittoresco, grottesco e un po’ burlesque. Il suo sapere nasceva da letture autodidatte: vaste e disordinate, le definirebbe il mio ottimo e sapiente amico C. Era un divulgatore e un volgarizzatore disordinato e non rigoroso, un pasticcione che finiva quasi sempre per involgarire quanto divulgava. E soprattutto, era un grande trappolone, un grande intrallazzatore esoterico e financo politico.

Per illustrare i due elementi pericolosi – necromanzia e magia nera da una parte, e collusione tra esoterismo o magia con la politica, dall’altra – voglio trascrivere, traducendolo dal francese, quanto scrive Dèodat Roché il quale, prima di incontrare l’Antroposofia e diventare discepolo personale di Rudolf Steiner, aveva appartenuto all’Ordine Martinista papusiano e alla Chiesa Gnostica, ambienti nei quali conobbe bene Superiori Incogniti martinisti come Sédir, Sisera, Rosabis, e altri, sicuramente persone più degne, sapienti e portatrici di una spiritualità più pura di quella del Dr. Gérard Encausse, alias Papus. Alle pp. 263-264 della sua opera L’Eglise Romaine et les Cathares Albigeois, Narbonne-Aude, 1957, Déodat Roché scrive:

«Del resto che cosa si manifesta in una seduta di necromanzia? Eliphas Levi aveva mostrato soprattutto che si poteva evocare una immagine astrale, ma Papus aveva fatto notare (Traité Méthodique de Science Occulte, p. 344), che «gli spiritisti sono stati scandalizzatissimi apprendendo che i principi superiori dell’uomo non hanno nulla a che vedere con le comunicazioni tra i vivi e i morti». Egli sottolineava esattamente: «Un’altra obbiezione è la seguente: Gli occultisti osano pretendere che l’essere umano si scinde in più entità dopo la morte e ciò che viene a comunicare non è l’essere intero, ma un frammento dell’essere – un guscio astrale!». È così che gli spiritisti credono sempre alla manifestazione degli “spiriti”, mentre questi spiriti sono ben al di là di tutte le manifestazioni spiritiche».

E nella nota 9, in calce a p.264, relativa a questa citazione, Déodat Roché aggiunge:

«Nella nostra opera sulla Survivance et l’immortalité de l’âme, abbiamo indicato con esattezza che cosa sia il fantasma, che può persistere per qualche tempo dopo la morte e che gli spiritisti prendono come manifestante sempre uno «Spirito», ossia un’anima».

A p. 275, Déodat Roché così scrive: «Tuttavia, l’opera del Dottor Encausse (Papus) era dapprima teorica. Egli dava una definizione abbastanza vaga della magia come «applicazione della volontà umana dinamizzata all’evoluzione rapida delle forze viventi della natura».

E aggiunge nella nota 2, sempre a p. 275:

«Tuttavia, io ero stato già urtato dall’importanza che Papus attribuiva ad Eliphas Levi (l’Abbé Constant) nel suo Trattato Elementare di Scienza Occulta, e ancor più perché egli dichiarava nella sua opera sulla magia che il suo lavoro «non aveva altro scopo che di servire da introduzione al rituale di magia di Eliphas Levi». Ora, senza accostare la questione della magia nera, cioè malefica, dobbiamo sottolineare che Eliphas Levi agì come necromante nella sua evocazione di Apollonio di Tiana e non ebbe una chiara visione. In effetti, egli dichiarò di aver visto il suo fantasma, ma di essere svenuto e senza percepire neppure quel che un sogno preciso gli avrebbe dato (vedi Dogme et Rituel de la Haute Magie, t.I, pp. 270 e segg., Garnier éditeur, 1861)».

A queste limpide considerazioni di Déodat Roché, vogliamo accostare, per l’evidente affinità che hanno, le parole di Rudolf Steiner, tratte dalla conferenza di Torquay del 18 agosto 1924, pubblicata in Das Initiaten-Bewußtsein, Die wahren und die falschen Wege der geistigen Forschung, GA-243 (abbiamo preferito ritradurre il testo, perché la traduzione, pubblicata in seconda edizione dall’editore romano Tilopa, risulta alquanto imperfetta e l’editore, inoltre, ha operato discutibili tagli chirurgici sul testo con dubbie finalità) da noi già citate nel precedente articolo:

«Potete trovare indicazioni molto problematiche e pericolosissime in questo senso negli scritti di Eliphas Levi, e anche in quelli di Encausse, che ha scritto sotto il nome di Papus. Trovate in essi indicazioni problematiche e assolutamente pericolose per realizzare quelle cose. Ma dobbiamo parlare qui dell’aspetto obbiettivo delle cose, dell’essenza delle cose, ed è per questo motivo che dobbiamo accostarle. Tutte queste cose conducono alla magia assolutamente nera, nella quale si lavora con lo spirituale celato nel terrestre».

Déodat Roché si era già espresso circa le pratiche irregolari di Papus nel libro Survivance et Immortalité de l’Ame, apparso nel 1955, ove nel capitoletto L’hermétisme et la science spirituelle moderne mette a confronto i metodi decadenti e spiritualmente irregolari dell’occultisme papusiano con la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. E in particolare alle pp. 222-223 dice:

«Nondimeno il Dr Encausse ritrovava, a lato delle dottrine antiche, la loro espressione pratica nella magia, basata su «influenza delle parole magiche conosciute dagli egiziani» ed è per questo ch’egli ha scritto un Trattato elementare di magia pratica. Ci si poteva così mettere in rapporto con le entità della natura, chiamate elementali, proprio perché la magia veniva definita come «L’applicazione della volontà umana all’evoluzione rapida delle forze della natura». Ora, era proprio della evocazione di quelle entità che si trattava a tutta prima. Ma quelle salamandre, quelle silfidi, quelle ninfe e quegli gnomi leggendari che così appaiono, non potevano essere semplici allucinazioni o addirittura entità psichiche create dal suono delle parole emesse? Le formule di scongiuro degli «spiriti degli elementi», che esprimono la volontà di vedere possono benissimo produrre quegli effetti.

È certo che, per vedere realmente quegli esseri, occorre che ciò sia con gli occhi dell’anima e nel loro proprio regno. Del resto, essi non si lasciano penetrare se non da coloro che li amano, giacché soltanto l’amore dà la chiaroveggenza. […]

L’evocazione magica di un essere umano non è altro che una malia fascinatrice, envoûtement, che esercita una costrizione immorale sul corpo eterico di un’altra persona, e dispiace che Papus abbia dato esempi di questa stregoneria, con «talismani d’amore», o altre ricette o filtri raccolti nei grimoires del Medio Evo. Quanto all’evocazione dei morti, è una necromanzia poco attraente e pericolosa. Perché, dunque, Papus ha evocato alla corte di Russia «il fantasma del piissimo Alessando III», quando sapeva attraverso Fabre d’Olivet, citato nel suo Traité méthodique de Science Occulte (p. 935) che l’adepto può governare ed adoprare gli spiriti degli elementi, ma «non può esercitare la sua azione sullo Spirito immortale di nessun essere umano vivente o morto, poiché quegli spiriti sono tutti a ugual titolo scintille dell’essenza divina, e non sono soggetti ad alcuna dominazione estranea»? Il fantasma dello tzar non poteva reagire altro che secondo le sue anteriori abitudini di autocrazia. Fu indubbiamente Eliphas Levi (l’abbé Constant) che dette a Papus l’esempio di tale pratica nefasta, attraverso l’evocazione del fantasma di Apollonio di Tiana, ma Maître Philippe non faceva uso di quei procedimenti magici, che dinamizzano una volontà umana sempre più o meno egoista, egli si rimetteva all’amore del Christo, cioè alla volontà di Dio».

Gli eventi cui allude Déodat Roché che, ripetiamo, ben conobbe gli ambienti martinisti e l’opera di Papus, vengono decritti da Phlippe Encausse, figlio dello stesso Papus, e, se ben meditati, giustificano pienamente il duro giudizio di Rudolf Steiner sulla sua personalità e la sua opera. Infatti, così scrive Philippe Encausse alle pp. 14-16 della sua opera Le Maître Philippe de Lyon, Ėditions Traditionnelles, Paris, 1977:

«A proposito dell’incontro provvidenziale  tra Papus e M. Philippe, conviene precisare ch’esso fu dovuto in modo speciale a due persone che avevano attratto la sua attenzione sul Maestro. Vi fu dapprima il massaggiatore-magnetizzatore André Robert (che morì il 28 giugno 1895), tecnico di grande valore che Papus stimava particolarmente e col quale aveva solidi legami di amicizia. Vi fu poi una giovane vedova (nata Ignard d’Argence e nipote della Contessa de Waldner de Freundstein) la quale, con sua madre, aveva soggiornato all’Arbresle e ivi aveva fatto conoscenza con la famiglia Philippe. Mathilde Inard d’Argence, vedova Theuriet (1891) doveva in seguito (il 23 febbraio 1895), divenire la prima compagna di Gérard Encausse, così come del resto era stato formalmente predetto da Maître Philippe. Barlet (il suo vero nome era Albert Fauchet, 1838-1921), uno dei più eruditi e più noti occultisti della grande époque, fu uno dei testimoni di Papus.

Ammiratrice del Maestro, avendo assistito a certi fatti, che sapevano del miracoloso, Mathilde Theuriet non finiva più di fare elogi – e la si può comprendere – su Maître Philippe e spingeva Papus, ancora celibe, ad andare a vederlo… Ma, qui, lascio la parola a Louis Marchand (1881-1965), uno dei fedeli e devoti compagni di Papus (al quale fu presentato nel 1897) e che mi ha dato conoscenza del curioso seguente aneddoto, conosciuto soltanto da una minoranza di discepoli di Papus, e che gli venne riferito tale e quale da Paul Sédir stesso:

«Gérard Encausse mostrò dapprima diffidenza nei confronti di M. Philippe, questo sconosciuto misterioso del quale la sua fidanzata gli parlava continuamente! Saturo di Eliphas Levi, tutto pieno delle concezioni magiche, dei riti, delle società iniziatiche, egli oscuri intrighi gesuitici, o estremo-orientali, fierissimo di tenere in scacco l’adolescente Società Teosofica, aveva una certa paura di diventare il subordinato di qualcuno. Gérard Encausse aveva installato, nella sua mansarda della rue Strasbourg (presso la Gare de l’Est), un gabinetto magico polveroso e bric-à-brac, scrive Sédir. Un riflettore d’occasione gli serviva da specchio magico e una vecchia «cullier à pot» (era il nome che si dava alla sciabola d’abbordaggio d’altri tempi) era la sua spada magica. Egli adoperava la magia degli Zingari [Bohémiens, nel testo francese]. Egli si credeva, dunque, vittima di suggestioni telepatiche da parte del Maestro della sua fidanzata; questa opinione, aggiunge Sédir, prova quanto egli si ingannasse sul conto di questo Amico di Dio…

Provvisto d’una volontà forte, e con doti di magnetizzatore, Encausse aveva già ottenuto in magia alcuni fenomeni notevoli.

Egli si propose, quindi, di cacciare lo sconosciuto e di sottometterlo. Traccia il suo cerchio, brucia il profumo, prende uno di quei supporti in legno bianco che si usano per sostenere delle tavole, lo battezza alla zingara coi nomi e cognome della persona in questione, canta lo scongiuro,  e afferra la sua sciabola per, spezzando il pezzo di legno, vincere il suo sedicente stregone incantatore [envoûteur, nel testo francese]. Encausse era a quell’epoca in tutta la sua forza, un vero atleta… Alza il braccio, e la sua sciabola gli viene strappata dal pugno, mentre crolla piangendo. Era in quello stato – aggiunge Sédir, che mi raccontò ciò – quando arrivai una mezzora più tardi, come mia abitudine. Da allora, e fino al 1897, egli rimase silenzioso su M. Philippe».

Quella che è stata descritta è una vera e propria operazione di malefica bassa magia o di magia nera, condotta secondo le modalità oscure di una guasta magia da zingari. Non è certo teurgia, o magia divina, ma neppure quella che un sapiente Marsilio Ficino avrebbe chiamata magia naturale. E neppure quella che Massimo Scaligero chiama Magia Sacra, alla quale egli ha dedicato pure un suo libro. Di spirituale in tutto ciò non vi è proprio niente. Si può anzi dire che uno dei meriti che devono essere riconosciuti a Maître Philippe, che non fu mai martinista e non aveva in punta simpatia le società segrete, tanto care a Papus, fu proprio quello di averlo allontanato – almeno finché fu vivo – dalle forme devianti della magia cerimoniale.

Ed ora veniamo alla famosa operazione di necromanzia, operata da Papus alla corte della Tzar Nicola II, operazione compiuta in perfetta malafede da Papus, il quale sapeva benissimo che non veniva affatto evocata l’individualità spirituale di Alessandro III, cosa a lui impossibile, bensì il «guscio», o cadavere astrale del quale il padre di Nicola II si era liberato nel post-mortem. Papus stesso nel suo Traité Méthodique de Science Occulte afferma chiaramente che nelle evocazioni spiritiche e nelle sedute medianiche, nonché nelle performances rituali della magia cerimoniale, non intervengono affatto i «morti», bensì i prodotti della decomposizione animica e astrale, che il defunto lascia dietro di sé, e che nulla – proprio nulla – hanno a che vedere con la sua individualità spirituale. Gli antichi Egizi, Etruschi, Greci e Romani avevano pratiche spirituali proprio per allontanare e dissolvere questi prodotti della degenerescenza astrale, che se evocati e immessi nella realtà umana e sociale, operano come un  vero e proprio cancro, come una lue infettante, della quale è poi difficile liberarsi, come afferma pure esplicitamente Gustav Meyrink. Ma, malgrado ciò, Papus indulgeva alquanto – come molti martinisti – nelle pratiche spiritiche e frequentava spesso le sedute medianiche.

Ecco cosa scrive, sulla famosa evocazione necromantica, lo stesso Philippe Encausse in Sciences Occultes, ou 25 années d’occultisme occidental. Papus, sa vie son oeuvre, OCIA, Paris, 1949, ossia nella biografia da lui dedicata a suo padre, pp. 284-287:

«Il rimpianto Maurice Paléologue, dell’Accademia di Francia, che ha pubblicato i suoi ricordi di Ambasciatore di Francia nel paese degli Tzar, ha riferito una scena impressionante che si svolse di fronte a Nicola II e alla tzarina. Di essa Papus fu l’evocatore:

«La pratica delle scienze occulte è sempre stata in grande favore tra i Russi; dall’epoca di  Swedenborg della baronessa de Krüdener, tutti gli spiritisti e tutti gli illuminati, tutti i magnetizzatori e tutti gl’indovini, tutti i pontefici dell’esoterismo e della taumaturgia hanno trovato, sulle rive della Newa, un’accoglienza simpatica.

Nell’anno 1901, il rinnovatore dell’ermetismo francese, il mago Papus, che di suo vero nome si chiamava Dr. Encausse, era venuto a S. Pietroburgo, ove si era creato presto una clientela fervente. Lo si era rivisto a più riprese, negli anni seguenti, durante il soggiorno del suo grande amico, il terapeuta Philippe di Lione; l’Imperatore e l’Imperatrice lo onoravano di tutta la loro fiducia; l’ultima visita datava del febbraio 1906.

Ora, i giornali che di recente ci sono arrivati dalla Francia attraverso i paesi scandinavi, annunciano che Papus è morto il 25 ottobre.

Confesso che la notizia non ha preso la mia attenzione neppure per un istante; ma essa ha costernato, mi dicono, le persone che un tempo hanno conosciuto il «Maestro spirituale», come i suoi discepoli entusiasti lo chiamano tra di loro.

Mme R…, che è al tempo stesso una adepta dello spiritismo ed una devota di Rasputin, mi spiega questa costernazione con una strana profezia, che vale la pena di essere riferita: la morte di Papus non presagiva niente meno che la rovina prossima dello tzarismo. Ed ecco come.

All’inizio di ottobre del 1905, Papus fu fatto venire a S. Pietroburgo da alcuni dei suoi fedeli, di alto rango, i quali avevano gran bisogno delle sue luci nella terribile crisi che la Russia attraversava allora. I disastri di Manciuria avevano provocato, in tutti i punti dell’Impero, scompigli rivoluzionari, scioperi sanguinosi, scene di saccheggi, di massacri e d’incendi. L’Imperatore viveva in una crudele ansietà, non potendo risolversi a scegliere tra le opinioni contraddittorie e passionali, delle quali la sua famiglia, i suoi ministri, i suoi dignitari, i suoi generali, tutta la sua corte lo tormentavano quotinianamente senza tregua. Gli uni gli dimostravano ch’egli non aveva il diritto di rinunciare all’autocratismo ancestrale e lo esortavano a non esser debole di fronte ai rigori necessari di un’implacabile reazione; gli altri lo scongiuravano di tener conto delle esigenze dei tempi moderni e d’inaugurare lealmente il regime costituzionale.

Il giorno stesso in cui Papus sbarcava a S. Pietroburgo, una sommossa spandeva il terrore a Mosca, mentre che un misterioso sindacato proclamava lo sciopero generale delle ferrovie.

Il mago venne immediatamente convocato a Tzarskoie Selo. Dopo una rapida conversazione con l’Imperatore e l’Imperatrice, egli organizzò per l’indomani un rituale d’incantamento e di necromanzia. Al di fuori dei sovrani, una sola persona assisteva a quella liturgia segreta, un giovane aiutante di campo di Sua Maestà, il capitano Mandhyka, che è oggi generale-maggiore e governatore di Tiflis. Attraverso una condensazione intensa della volontà, attraverso una esaltazione prodigiosa del suo dinamismo fluidico, il «Maestro spirituale» riuscì ad evocare il fantasma del piissimo Tzar Alessandro III; alcuni segni indubitabili attestarono la presenza dello spettro invisibile.

Malgrado l’angoscia che gli stringeva il cuore, Nicola II domandò espressamente a suo padre se dovesse o no reagire contro la corrente del liberalismo che minacciava di trascinare la Russia. Il fantasma rispose:

Tu devi, costi quel che costi, schiacciare la Rivoluzione che comincia; ma essa rinascerà un giorno, e sarà tanto più violenta quanto la repressione di oggi avrà dovuto essere più rigorosa. Non importa! Coraggio, figlio mio! Non cessare di lottare!

Mentre che i sovrani meditavano con stupore questa opprimente predizione, Papus affermò che il suo potere magico gli permetteva di scongiurare la catastrofe predetta, ma l’efficienza del suo scongiuro sarebbe cessato non appena lui stesso non sarebbe stato più «sul piano fisico». Poi, solennemente, eseguì i riti di scongiuro.

Ora dall’ultimo 25 ottobre, il mago Papus non è più «sul piano fisico»; l’efficacia del suo scongiuro è abolita. Dunque, la Rivoluzione è vicina…»

Alcuni martinisti  vorrebbero mettere in dubbio la storicità di una tale evocazione necromantica, ma vengono smentiti dallo stesso Philippe Encausse, il quale sapeva bene quel che si diceva, là dove, a p. 290 dello stesso libro, così scrive:

«Papus conosceva sufficientemente l’uso delle forze astrali (vedere a tale proposito il suo Traité méthodique de Magie pratique, riedito nel 1949 da H. Dangles) per ottenere una manifestazione di quest’ordine. Io sono persuaso che la seduta, della quale riferisce M. Paléologue, ha avuto ben luogo e che lo Tzar abbia veramente comunicato con il suo defunto padre. Io ho avuto personalmente già occasione di assistere a diverse evocazioni serie e posso garantire che esse non ebbero nulla di risibile né di astratto. Il contatto con i morti è rarissimo ma ESISTE, questo è per lo meno il mio sentimento, ognuno essendo libero di avere la propria opinione personale a questo riguardo».       

Il candore di Philippe Encausse, a proposito della «realtà» di tali evocazioni, è addirittura disarmante per la sua ingenuità. Conosco bene le opere di Papus, avendole studiate negli originali francesi, e il «metodo» fondamentale del suo magismo – al di là delle dichiarazioni sentimentali più edulcorate – è in sostanza una via dell’allenamento e del potenziamento di quello che Massimo Scaligero chiama «corpo lunare», ossia delle forze più basse del corpo astrale caduto, e del «doppio ahrimanico». Quando si parla di «una condensazione intensa della volontà, attraverso una esaltazione prodigiosa del suo dinamismo fluidico», si tratta appunto di una galvanizzazione potente del doppio ahrimanico: in definitiva, un rafforzamento del nemico nell’uomo, un potenziamento ed una più decisa strutturazione del dominio dell’Ostile nell’uomo. Ossia, il disastro peggiore che possa verificarsi in un cammino spirituale. La medianità non è unicamente quella dello spiritista che fa ballare il tavolino a tre gambe – pratica alla quale indulgeva assai spesso e volentieri anche il Dr. Gérard Encausse, il mago Papus – ma anche quella di colui che si dà a pratiche magico-rituali proprie di una magia cerimoniale, la quale non è affatto una Teurgia o una Magia Divina.

Massimo Scaligero mi parlò più volte – ma ne parlò anche in alcune riunioni – del fatto che esistono Ordini ed Organizzazioni le quali, pur usando talvolta una terminologia cristiana e umanitaria, sono in realtà organizzazioni dedite a coltivare un’ascesi del doppio ahrimanico e del corpo lunare. I metodi impiegati sono spesso anche, ma non solo, magico-cerimoniali. Me ne fece esplicitamente anche i nomi. Attraverso rituali, che comprendono l’uso di profumi, carmi, incantazioni, parole di potenza, l’adepto di tali vie nutre, rafforza, e specializza l’ente ahrimanico in lui. Colui che si dà incautamente a tali pratiche deviate diventa sempre più succube di entità, che animano un mondo di percezioni illusorie, e «donano» altrettanti illusori «poteri», che solleticano la vanità e l’inflazione dell’ego di colui che si apre spregiudicatamente al loro dominio. Costui viene sempre più asservito, pur illudendosi di essere potente e fruitore dell’illimitato soddisfacimento delle proprie brame. È un medium di più alto rango rispetto al volgare spiritista, ma nella sostanza anche lui è un medium, e per di più in una situazione ben più pericolosa, ma è incapace di rendersene minimamente conto.

Papus intrattenne rapporti stretti con le due figlie del Re Nikita del Montenegro, la Granduchessa Militza, sposa del Granduca Pietro Nicolaievich, e la Principessa Anastasia Romanovski, Duchessa di Leuchtenberg, sposa del Granduca Nicolas Nicolaievich. Philippe Encausse riporta un testo manoscritto di suo padre Gérard, riproducendolo nel suo libro Le Maître Philippe de Lyon, ove a p. 105 troviamo scritto:

«Ho cercato di far vedere che, vicino allo Tzar nel piccolo mondo che lo circonda, e che forma un contrasto completo con i Granduchi i cui atti vergognosi e crudeli hanno indignato l’Europa, si trovano alcune dolci e simpatiche figure di giovani principesse di sangue, ancora sconosciute al pubblico, giacché la loro vita è discreta e silenziosa. Ho segnalato tra le altre la Granduchessa Maria o «Militza», e il suo marito, il Granduca Pietro. Tutti e due sono dei «mistici» sinceri come la maggior parte degli Slavi».

Potremmo dilungarci alquanto sulle vicende del «Martinismo» papusiano in Russia, e mostrare con un fiume di citazioni documentate l’uso schiettamente politico che il nostro mago francese ne fece per portare la Russia nell’orbita politica francese, cosa che ebbe enormi conseguenze una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale. Tuttavia, avendo già allungato molto la stesura di questo articolo, e non volendo abusare della pazienza del benevolo lettore, sono costretto a rimandare ulteriori approfondimenti dell’argomento. Ma non rinunciamo a riportare quanto dice Rudolf Steiner a proposito delle due sorelle, figlie del Re Nikita del Montenegro, e sul mefitico ruolo delle nostre due «dolci» e «mistiche» aristocratiche sorelle.

Possiamo leggere nella conferenza di Rudolf Steiner, tenuta a Dornach il 2 febbraio 1921, che è possibile leggere nel volume Die Verantwortung des Menschen für die Weltentwickelung durch seinen geistigen Zusammenhang mit dem Erdplaneten und der Sternenwelt, GA 203, a p. 189, quel che l’ambasciatore francese alla corte di Russia Maurice Paléologue, affetto da una vera e propria forma di garrulità senile, riferisce nelle sue Memorie. Ossia, che in una grandiosa festa, tenuta il 22 luglio 1914 in onore del presidente francese Poincaré, «le due demoniache figlie del Re Nikita del Montenegro, Anastasia e Militza [die beiden dämonischen Menschen, Anastasia und Militza, die Töchter des Königs Nikita von Montenegro, nel testo tedesco]», affermarono:

«Sapete, stiamo vivendo giornate storiche, addirittura sacre [historische, ja heilige Tage durchleben, nel testo tedesco]? …Domani, durante la rassegna delle truppe, le fanfare militari suoneranno unicamente la «Marche Lorraine» e la «Sambre et Meuse». Oggi ho ricevuto, nella forma convenuta, un telegramma da mio padre. Egli mi annuncia, che prima della fine di questo mese scoppierà la guerra… Ah, quanto è eroe mio padre»…«Dell’Austria non rimarrà più niente… Voi vi riprenderete Alsazia e Lorena… I nostri eserciti si incontreranno a Berlino». E definisce le due sorelle «quelle due sciagurate donne [zwei solchen Unheilsfrauen, wie die Anastasia und die Militza]», e afferma che «allora queste donne demoniache furono assolutamente profetesse [dann waren diese dämonischen Weiber durchaus Prophetinnen]».

In un’altra conferenza, tenuta a Stoccarda il 21 marzo 1921, e pubblicata nel volume Die geistigen Hintergründe des Ersten Weltkrieges. Kosmische und menschliche Geschichte. GA- 174b, Rudolf Steiner pronunciò le seguenti parole:

«Se si volesse poi studiare a fondo il problema degli istigatori della guerra, sarebbe difficile assolvere certe personalità delle quali ho già parlato. Come ho già detto, si deve attribuire  a Nikita del Montenegro  – non so s’egli sia innocente o meno – una gran parte delle colpe della guerra e lo si può riconoscere  dal fatto che già il 22 luglio 1914 le due figlie, queste – perdonate l’espressione – donne demoniache [die beiden Töchter, diese – verzeihen Sie den Ausdruck – dämonischen Frauen, ] a Pietroburgo, durante una festa particolarmente sontuosa, abbiano detto davanti a M. Paléologue, ambasciatore di Francia: «Viviamo in un’epoca storica; è appena arrivata una lettera di nostro padre, che dice che avremo la guerra tra pochi giorni. Sarà magnifico. Germania e Austria spariranno, ci daremo la mano a Berlino». Paléologue riferisce queste parole scritte con garrulità senile. Queste cose furono dette dalle due figlie di Re Nikita, Anastasia e Militza, all’ambasciatore di Francia a Pietroburgo il 22 luglio 1914: vi prego di notare la data. Anche questo è un fatto che va tenuto presente»

La collusione tra esoterismo magico e politica, portò tra l’altro all’assassinio di Rasputin da parte del martinista Principe Yussupov, e a molte altre conseguenze, che ora sarebbe lungo riferire. Tutto ciò non è azione spirituale. Il misticismo sentimentale, mescolato ad un basso magismo, alla ricerca dei «poteri», e di una chiaroveggenza soggettiva ed allucinatoria, porta ai peggiori disastri. Anche nella questione sociale. In un momento, nel quale correnti spirituali irregolari vogliono impadronirsi del patrimonio spirituale della Scienza dello Spirito, e accaparrarsi i nomi di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, queste due deviazioni – quella magico-medianica e quella della collusione politico-esoterica – devono essere ben conosciute dai sinceri cercatori spirituali e vinte. Da qui l’importanza della Via del Pensiero, della Concentrazione e della Filosofia della Libertà.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, , ,

DA UN DISCORSO DELL'ILLUMINATO

 Buddha

*

Wie sind die Vielen doch beflissen!

Und es verwirrt sie nur der Fleiss,

Sie möchten gerne anders weissen

Als Einer, der das Rechte weiss.     (J.W. von Goethe)

“Scorge egli ora con la vista una forma, egli non concepisce alcuna inclinazione, non concepisce alcun interesse. Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri ben presto sopraffanno colui che permane con vista non vigilata, egli attende a questa vigilanza, egli guarda la vista, egli vigila attentamente sulla vista.

Ode egli ora con l’udito un suono,

Odora egli ora con l’olfatto un odore,

Gusta egli ora col gusto un sapore,

Tocca egli ora col tatto un contatto,

Riconosce egli ora col pensiero una cosa, egli non concepisce alcuna inclinazione, non concepisce alcun interesse.

Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri ben presto sopraffanno colui che permane con pensiero non vigilato, egli attende a questa vigilanza, egli guarda il pensiero, egli vigila attentamente sul pensiero.

Con l’adempimento di questo santo dominio dei sensi egli prova un’intima inalterata gioia.

Chiaro e cosciente egli viene ed egli va, chiaro e cosciente egli guarda e distoglie lo sguardo, chiaro e cosciente si alza e si muove, chiaro e cosciente porta l’abito dell’ordine e la scodella dell’elemosina, chiaro e cosciente mangia e beve, mastica e gusta, chiaro e cosciente vuota sterco e urina, chiaro e cosciente egli va e sta e siede, chiaro e cosciente egli si addormenta e si sveglia, parla e tace.

Fedele a questi santi precetti di virtù, fedele a questo santo dominio dei sensi, fedele a questo santo chiaro sapere, egli cerca un appartato luogo di riposo, il piede di un albero nel bosco, una grotta nelle rupi, una caverna di montagna, un cimitero, il fitto di una foresta, un giaciglio di strame nell’aperta pianura.

Dopo quando egli è tornato dal giro di elemosina, egli si siede, il corpo diritto sollevato, e medita.

Egli ha smesso la brama mondana e ora sta con animo senza brama, purifica da brama il suo cuore.

Egli ha smesso la  languida accidia; amante la luce, savio, chiaro cosciente, egli purifica il suo cuore da languida accidia.

Egli ha smesso l’avversione, ora è libero con animo senza avversione; pieno di amore e compassione per tutti gli esseri viventi, egli purifica il suo cuore da avversione.

Egli ha smesso superbia e fastidio, è libero da superbia; con animo intimamente pacato egli purifica il suo cuore da superbia e fastidio.

Egli ha smesso il tentennare, è sfuggito all’incertezza; non dubita del bene, dal tentennare egli purifica il suo cuore.

Egli ha tolto ora questi cinque impedimenti, ha imparato a conoscere le scorie dell’animo, le paralizzanti; ben lungi da brame, lungi da cose non salutari, egli vive in senziente pensante nata di pace beata serenità, nel grado della prima contemplazione.

E inoltre ancora, voi bhikkhu: dopo compimento del sentire e del pensare raggiunge il bhikkhu l’intera calma serena, l’unità dell’animo, la libera di sentire e pensare, nata dal raccoglimento beata serenità, il grado della seconda contemplazione.

E inoltre ancora, voi bhikkhu: in serena pace resta il bhikkhu equanime, savio, chiaro cosciente, egli prova nel corpo una felicità, di cui i santi dicono: “L’equanime savio vive felice”; così egli raggiunge il grado della terza contemplazione.

Ed inoltre ancora, voi bhikkhu: dopo il rigetto di gioie e dolori dopo annientamento di letizia e tristezza anteriore, il bhikkhu raggiunge il grado della non triste, non lieta, equanime, savia perfetta purezza, la quarta contemplazione.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli indirizza l’animo alla memore cognizione di anteriori forme di esistenza.

Egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di esistenza, come di una vita, poi di due vite, poi di tre vite, poi di quattro vite, poi di cinque vite, poi di dieci vite, poi di venti vite, poi di trenta vite, poi di quaranta vite, poi di cinquanta vite, poi di cento vite, poi di mille vite, poi di centomila vite, poi delle epoche durante molte formazioni di mondi, poi delle epoche durante molte formazioni e trasformazioni di mondi.

“Là ero io, avevo quel nome, appartenevo a quella famiglia, quello era il mio stato, quello era il mio officio, tale bene e male provai, così fu la fine della mia vita; di là trapassato entrai io qui di nuovo in esistenza”.

Così egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di esistenza, ognuna con i propri contrassegni, ognuna con le speciali relazioni.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli indirizza l’animo alla cognizione dell’apparire e sparire degli esseri.

Con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno egli vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici e infelici, egli riconosce come gli esseri sempre secondo le azioni riappaiono.

“Questi cari esseri certo non sono retti in azioni, non sono retti in parole, non retti in pensieri, biasimano ciò che è salutare, stimano ciò che è dannoso, fanno ciò che è dannoso; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi pervengono giù, su cattivi sentieri, alla perdizione, in un mondo infernale.

Quei cari esseri però sono retti in azioni, retti in parole, retti in pensieri, non biasimano ciò che è salutare, stimano ciò che è retto; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi pervengono su buoni sentieri, in un mondo celeste”.

Così egli con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno, vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici e infelici, egli riconosce come gli esseri sempre secondo le azioni riappaiono.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli volge l’animo alla cognizione dell’esaurimento della mania.

Questo è il dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è l’origine del dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è la via che mena all’estinzione del dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è la mania, comprende conforme alla verità.

Questa è l’estinzione della mania, comprende conforme alla verità.

Questa è la via che mena all’estinzione della mania, comprende conforme alla verità.

Così riconoscendo, così vedendo, il suo animo viene redento dalla mania del desiderio, redento dalla mania dell’esistenza, redento dalla mania dell’errore.

“Nel redento è la redenzione” questa cognizione sorge.

Esausta è la vita, compiuta la santità, operata l’opera, non esiste più questo mondo, comprende egli allora.

Costui lo si chiama, un uomo, che non è un tormentatore di sé stesso, non è alacremente dedito all’esercizio del tormento di sé stesso, né è un tormentatore del prossimo, non è alacremente dedito all’esercizio del tormento del prossimo, già durante la vita è spento, estinto, si sente bene, divenuto santo nel cuore.

*

Fatico a concludere sprecando ritmi di silenzio. Per chi è digiuno di queste cose, noto un fatto già osservato da tanti: la ripetitività.

Essa non si rivolge all’intelletto (che non viene deprezzato) ma al corpo eterico e ai suoi ritmi. Provate. Fate silenzio e abbandonatevi al “modo” del discorso. Rischiate di farvi del bene.

Altro fatto: l’estrema semplicità. Tutto è coinvolto: l’ascesi ed i suoi risultati spirituali, paradisi e inferni, la legge del karma, la liberazione. Senza squilli e clangori: la pace meditativa aleggia su ogni parola.

Come parlerà il futuro Buddha? Il Dottore accenna che le sue parole plasmeranno magicamente le anime degli ascoltatori. Nei discorsi del Buddha antecedente si può cogliere non ciò che sarà ma l’immenso di ciò che è stato e si può comprendere, almeno, che, ancor più nel futuro, non sarà niente di ciò a cui gli intelletti sono avvezzi. Verità senza dialettica, direbbe Massimo Scaligero!

TRADIZIONE

BREVE LODE AL DIO, ALLA FURIA E ALLA BIRRA

 

La figura di  Ódhinn è quella di essere il primo dio del Pantheon nordico: è la Sovranità cosmica, universale, forse un tantino oscura, magica e sicuramente terribile.

Vasto è il campo della sua azione: egli appare a volte come un dio guerriero, in momenti diversi come Psicopompo, in certi casi più rari diviene il dio della Fecondità.

Andrebbe forse sottolineato il “centro” di Ódhinn che i massimi filologi individuano in WAT- da cui dovrebbe derivare il nome divino.

WAT- indica la furia divina, profetica – da cui l’antico irlandese fāith, veggente, profeta – lo spirito poetico (latino vātēs): l’essere che è fuori di sé, assorto in una dimensione sovrumana.

Adamo da Brema scriveva: “Wodan id est furor”. Dunque, pur nel rispetto delle interpretazioni, a partire da Tacito, che lo assimilano a Mercurio e leggendo dei suoi molti appellativi, il carattere più ricorrente e fondamentale è centrato sull’elemento della furia.

Ódhinn, dio della furia è bensì colui che possiede la sovrumana capacità di trasformazione e proprio nella sua furia si trascende attingendo ai doni della saggezza, della profezia e dell’invulnerabilità.

Egli è perciò il dio delle rune, che non sono semplici segni grafici bensì simboli di una conoscenza oscura e profonda. Le rune sono un momento eterno, possederle è poter afferrare i fili dell’esistenza.

Per possederle, Ódhinn si è sacrificato a sé stesso, appeso per nove giorni all’Albero Cosmico. Questo albero è Yggdrasill: ai suoi piedi c’è la dimora delle Norne che intessono i destini.

Anche gli dei si riuniscono intorno a Yggdrasill, come le divinità greche si riunivano in cima all’Olimpo. Ma le radici di Yggdrasill rimandano alla fecondità: infatti Ódhinn dona eternità a coloro che caddero in battaglia. Nel Valhöll li nutre con cibo perenne. Lì gli eroi vengono trasportati dalle Valchirie, dee del numero 9, simbolo dei cicli del mondo.

La battaglia sulla terra, teatro di morte per i prescelti, è lo spazio della furia di Ódhinn. Anzi, in tale contesto vanno sottolineati personaggi come gli “orsi” (berserkir) o “lupi mannari” (ulfhedhnar): figure di guerrieri molto speciali: indossavano peli d’orso o di lupo e venivano presi in battaglia da un furore sovrumano e incontenibile che li rendeva insensibili alle più tremende ferite (ciò è documentato).

Sono bestie di Ódhinn i lupi e i corvi che banchettano con la carne dei morti in battaglia. Morte che come ho già detto apre le porte del Valhöll. Là, i caduti bevono abbondantemente idromele e birra.

La birra è legata intimamente al dio, poiché mediante una bevuta rituale può essere raggiunto lo stato di “furia”.

E. Zolla scrive: “E’ chiaro che le bevute rituali implicavano una qualche precisa operazione di controllo dell’immaginazione, che consentiva di impadronirsi della pericolosa bevanda. In questo senso si deve intendere l’equiparazione della bevuta alla “cavalcata rischiosa”, all’impiccagione rituale, alla battaglia (caro R***o, ricordi quanti stupendi rituali abbiamo officiato? Doveva essere la saggia spinta spirituale dei nostri avi!).

Così la coppa ripiena del liquido inebriante è fullr e trabocca (come poi il sacro calice del Graal), del liquido della vita.

E, come minimo, rende poeta chi beve, come riferisce lo Hávamál:

Ubriaco divenni,

del tutto ubriaco

presso il savio Fialarr

poiché è eccellente la birra

ove dopo riacquisti

ciascun uomo il suo senno.

*

Già! Le nostre genti erano molto legate alle antiche tradizioni (il Dottore fu laconico: “Bevono molto”). Ecco dimostrato come le cose, ora, vadano male: acqua e caffè la fanno da padroni!

TRADIZIONE

SONORITA' PERDUTA

 

Il discepolo della Scienza occulta si pone oltre la conoscenza discorsiva, ma non nel moderno senso di un dispregio dell’intelletto a favore di un’abusata intuitività di raccatto solo coincidente col senso comune e lo stereotipo sentimentale.

L’impulso attuale dell’irrazionalità nella dimensione dell’occulto, significa solamente che si ostracizza il principio critico, dunque l’ordine logico.

La sovrarazionalità occulta ed il suo sacrificio nell’intelletto comune è invece un invito a non raggelarsi nelle determinazioni discorsive (mobili solo nella loro immobilità) come se queste esaurissero la realtà.

E’ un porsi, in lucida coscienza, dalla parte del Mistero, senza il quale l’intelletto non avrebbe vita, essendone in sostanza la fonte.

L’antecedente occulto è conoscenza completa quando lo si confronti con il pensiero discorsivo: questo è organizzato secondo un limitato modello visivo.

Infatti colui che si arresta alla dialettica, non può non definire, cioè mettere limiti visibili; oppure descrivere, cioè tracciare, una linea d’attorno. Vale a dire che ogni spiegazione, nel suo venir esplicata, si avvale della “chiarezza” e “precisione” che sono elaborati interiori del regno del visibile.

Sto dicendo che, quando mi spiego, fatalmente volgo verso l’astrazione, perché la visione è il senso più astratto, tant’è che, nel mondo, è il senso del tatto a rassicurarmi circa la realtà della visione.

Il pellegrinaggio verso il carattere discorsivo si organizza quando ci si stacca dal tatto e dall’odorato per attenersi, quasi soltanto, all’udito e alla vista e poi con lento processo, a partire dall’uso dell’alfabeto, soltanto alla vista.

Mentre che per l’Ebreo antico il conoscere è sostanzialmente un udire, già nei Greci prende il carattere del vedere.

L’introduzione della stampa accrebbe il primato della visibilità: prima di essa i libri parlavano, le frasi esprimevano, le parole indicavano…poi si penserà ai libri come contenenti di un contenuto di frasi, contenenti parole, contenenti idee, contenenti verità.

Con la stampa il conoscere è sempre meno trasmissione auditiva un mondo di diagrammi silenziosi.

Così primeggiano parole come “struttura e “metodo”: l’attenzione si fissa sui passi da compiere per giungere all’efficacia e sul metodo in se stesso invece che sui passi che si compiono pensando un metodo.

Vengono scisse due discipline prima sempre unite: la dialettica che presenta e la rettorica che orna.

Già l’università aveva ridotto a monologo il dialogo, poi la stampa il monologo a visione. Anche la rapidità dei processi mentali viene accelerata, onde si scorre un testo invece di leggerlo e, per forza di cose la logica diviene topologica, ossia basata su luoghi comuni.

Le scienze sono sempre più di tipo visivo-simbolico: siamo cioè in un cosmo dove la ragione è silenziosa, non dialogica e le comunicazioni tra uomini avvengono senza risuonare.

Manca la base del conoscere completo, cioè auditivo e tattile oltre che visivo.

Suppongo che, per intendere l’occulto, serva riesumare il conoscere pieno, fondato sui sensi, per poi negarlo e negarne la negazione.

Da qui, l’inaudita condizione di restaurare l’audizione, di ascoltare il verbo.

Dice il Rumi: ”Quando il tuo orecchio si affina, diventa un occhio; altrimenti le parole sono irretite e non possono arrivare al cuore”.

Il suono della campana è quello fondamentale che lo yoghin procura di udire (la campana è l’unico strumento che permetta di cogliere l’ipotono), poi la meditazione bada a raccogliere i vari suoni in connessione con le corrispondenti parti del corpo.

Schneider ha indicato la serie di miti secondo i quali ”il creatore stesso non è che un canto, per cui è probabile che la materializzazione del creatore sotto specie di strumento musicale, caverna, corpo o soltanto testa umana o animale non sia che una concessione al mito al fine di rendergli evidenza più concreta. Il creatore è un puro essere acustico: canto o grido creano un mondo di suoni e luci. L’apparizione della “materia” è atto posteriore, spesso considerato un decadimento”.

Nella Brihandarayaka Upanishad, per quanto mi ricordi, si parla che al principio il sacrificio fu sonoro e vibrando, creò i suoni, cioè i nomi delle cose, poi pietrificati in visibilità.

La “natura” è incanto: se si penetra la sua essenza la si ode e si risponde al creatore con i suoi stessi suoni, col disincanto.

Il Verbo è designato come tuono, stella canora, aurora risonante, canto di luce.

Il suono del Verbo è il suo corpo, il senso del Verbo la sua luce; nella tradizione vedica viene detto che il Verbo s’è diffuso nel creato, ogni tono musicale risponde ad una figura astrale, ad un momento dell’anno, ad una parte del corpo.

Chuang Tze (Na hoa cenn king, 12C): “E’ l’azione del Principio che risuona nei metalli e nelle silici sonore. E’ anche nel cozzo che li fa suonare. Senza di essa niente sarebbe…”.

Il pitagorismo negli inizi della civiltà occidentale determina con precisione la natura acustica della realtà ponendo un rapporto esatto fra suono qualitativo (nota della scala) e determinazione quantitativa (lunghezza della corda, ampiezza delle vibrazioni): i rapporti fra le note erano numericamente definibili e nel contempo udibili.

Così ad ogni suono che risuoni si riproduce in modello minimo la creazione dell’universo e ogni atto di attenta audizione consente di vedere l’armonia cosmica.

Questo “vedere udendo”, è un paradosso mistico su cui insisterà soprattutto Filone d’Alessandria (paradosso che è sperimentalmente verificabile).

Insomma: l’orecchio coglie la qualità degli oggetti che poi l’occhio può misurare in ragione reciproca.

Come Schneider insegna a rileggere gli inni al santo a cui è dedicato il chiostro nei capitelli catalani, Kaiser decifra gli inni dei templi di Paestum: mettendo in rapporto altezze, larghezze e profondità dei vari elementi, ne ricava le note di inni, maschi o femminei a seconda della destinazione e del culto.

Filone (De Somniis, I, 253) attesta che le steli antiche erano iscritte di parole-suoni che cantavano “le virtù del reale”.

Per finire, con prudenza accenno che, qualora si immaginino le sintesi delle attività creatrici dispiegate da Steiner per spiegare l’evoluzione dell’uomo e del mondo a partire dal non-tempo e dal non-spazio, tali non facili concentrazioni meditative danno allo sperimentatore la capacità di cogliere in sonorità diverse le tappe della creazione. Anche in questo caso l’udire è un gradino superiore dell’ascesi.

TRADIZIONE

VIVEKANANDA (di Savitri)

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E’ vero che oggi in occidente il materialismo e la dittatura del corpo sensibile ci impediscono di cogliere il fulcro delle dottrine orientali. Però è anche vero che, sempre oggi, è ormai giunta la potenzialità di poter cogliere, con capacità e volontà propria cosciente, l’essenza di queste tradizioni, invece che il loro manto e la forma di moda, invece che il deragliamento di questa su binari di allenamenti mentali arenantisi nell’inconscio, arricchenti il desiderio di torpore e oblio della triste realtà.

Dopo Ramakrishna ecco la virilità e la forza di Vivekananda, che porta il suo messaggio addirittura in occidente.

Due anime differenti eppure da amare nella loro totalità.

Se metto a fianco questi due grandi uomini non posso evitare di pensare al grande compito che è stato diviso tra Steiner e Scaligero.

“ Siate virili. Siate forti.” (Vivekananda)

Dalla “Sapienza Mistica” alla “ Forza Sociale Operativa”.

Vivekananda rimette in tutto il suo merito alla virtù di Ramakrishna.

Trasmette in “linguaggio occidentale” la potenza della sapienza mistica del suo maestro.

Scaligero operò una sintesi potente e attiva del messaggio di Steiner, e comprese di dover portare all’uomo sociale ciò che questi aveva dimenticato e ritenuto ormai solo astrazione e potenza perduta, per poter risorgere dalla tomba del materialismo e del meccanicismo.

Rifererendosi a Vivekananda Scaligero pone l’accento sul “… suo duplice compito di spiritualizzare il materialismo occidentale e di operare al contempo alla redenzione morale e materiale delle popolazioni dell’India.”

“Tra i pensatori orientali, egli è stato il primo ad opporsi alla plutocrazia e al suo presuntuoso considerare il denaro come guaritore di tutti i mali del mondo.” ( M. Scaligero)

Vivekananda sosteneva che “l’India può essere rigenerata sia socialmente che materialmente da una totale ripresa di quelle dottrine e di quella tradizione.”

Non si può non essere d’accordo con Scaligero quando sottolinea di Vivekananda la grande intuizione del collegamento da ripristinare tra lo spirito e la materia morta, divenuta avulsa dall’ interiorità dell’uomo; del collegamento come sola salvezza, la grande intuizione della necessità di ricongiungersi alla tradizione perenne, per l’uomo, per la sua redenzione.

Steiner nelle sue opere sulla questione sociale pone l’accento sulla urgenza di dover riesaminare la caratteristica di priorità che l’uomo ha assegnato al lucro, con l’illusione  cosi’ di soddisfare un istinto di libertà e creatività di diritto umano, mentre al contrario è caduto, a causa di questa sua brama, solo in un meccanismo di grande schiavitù, in una dipendenza apparentemente senza sbocco e sempre più facogitata, stretta e soffocante.

Questa problematica ha sviluppato Scaligero nella sua intera opera di pensiero, da una parte dimostrando la grande contraddizione della logica umana arrestatasi al suo limite razionale sensibile da cui si fa dirigere in toto e dall’altra, specialmente nelle sue “OPERE SOCIALI” , quasi spietatamente e in maniera profetica analizza la questione sociale come risultato sia della deificazione del liberalismo economico più sfrenato, sia della deificazione della collettivizzazione o pianificazione economica, generanti entrambi l’alienazione e la sofferenza dell’uomo.

La spiritualizzazione della materia… non significa eliminare e rifiutare quest’ultima per l’eremitaggio e la fuga nella meditazione.

“Non si può concepire peggior errore di una pratica del misticismo fine a se stesso, cioè come forma di individualismo essoterico, reso totalmente estraneo agli interessi e alle vicende dell’uomo comune”. (M. Scaligero)

Nello stesso tempo nemmeno la soluzione può essere il ripristino di usi e costumi tradizionali svuotati, e solo di facciata o comunque separati e indipendenti dalla vita sociale, cioè non intridenti di spirito e vita le azioni e il lavoro quotidiano.

Dunque dar vita e potenza di spirito al lavoro e alla creazione dell’uomo.

“Uno sforzo costante per spiritualizzare ogni giorno la vita umana, applicando al mondo della realtà il potere derivante dal mistero dello Spirito, è la forza motrice dell’opera di Vivekananda.” (M. Scaligero)

“Un vero uomo è colui che è forte come la forza stessa eppure ha un cuore di donna…». (Vivekananda)

In questa frase di Vivekananda è racchiusa una grande verita’ ed essenza di vita. Il Volere ed il Pensare, il maschile e il femminile in unità nel regno dell’Anima.

Le visioni profetiche per questi tempi, di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, potrebbero scoraggiare e far temere l’uomo, ma focalizzarsi sulla forza, sul pensiero che permettono la giusta visione ed analisi, ridona la speranza di poter cambiare e correggere le sorti nefaste dell’umanità, perché allora trasferire, collegare lo stesso giusto pensare e la stessa forza che permette la chiara visione, all’azione creativa e restauratrice è –  e può essere – l’espressione umana della Magia dei nuovi Tempi.

«Alcuni dicono – scrive Vivekananda – che le religioni stanno cadendo in rovina, mentre le idee spirituali stanno scomparendo dal mondo degli uomini. Al contrario, mi sembra che le religioni stiano imboccando adesso il percorso che li condurrà alla loro realizzazione finale… Fintanto che la religione è nelle mani di una élite di sacerdoti, rimarrà confinata entro il ristretto spazio di un tempio, di una chiesa, di un libro di preghiere, di un rituale e di una liturgia. Ma lasciate che si estenda il suo raggio d’azione e che il suo ritualismo si purifichi, che sia permeata dallo spirito della fratellanza universale degli uomini: essa sarà allora una forza vitale che influenzerà di nuovo ogni aspetto della vita sociale e della vita dell’individuo, una dispensatrice di bene infinitamente piú efficace di quanto non lo sia mai stata».

Non si può, di fronte a al valore di queste grandi anime, non pensare alla Pietra di Fondazione, Anima dell’ Uomo, dove Steiner recita:

“… Fate che l’ Oriente accenda di fuoco Ciò che attraverso l’ Occidente assume forma…

… In Oriente, Occidente, Nord, Sud, possano udirlo gli uomini…”

E’ il Fuoco della Tradizione Perenne che l’Oriente vuol donare all’Occidente affinchè quest’ultimo possa riaccendere nel suo pensare il potere forgiante il nuovo mondo.

(Swami Vivekananda at Chicago’s parliament of world’s religions -1893)

Personalmente, dovendo riconoscermi l’ignoranza di molta grande realtà orientale, ringrazio di cuore Isidoro per tutte le sue preziose proposte di figure rappresentanti la relativa tradizione, in questa sezione dedicata che integreremo man mano. E dopo la sua presentazione di Ramana, trovare ne L’Archetipo la descrizione di Vivekananda nelle profonde spiegazioni di Massimo Scaligero,  mi rende davvero grata anche nei confronti di Marina Sagramora per averci proposto questa lettura.

Segnalo dunque nella sezione Filosophia de L’Archetipo lo scritto molto interessante di Massimo Scaligero sulla figura del discepolo preferito di Ramakrishna, Vivekananda. 

http://www.larchetipo.com/2011/nov11/filosophia.pdf

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, TRIPARTIZIONE SOCIALE

DIO DALLA PIETRA

 pietra_angolare

“Dio dalla pietra” è il terzo simbolo elencato da Firmico Materno, che interpreta la pietra come Gesù che “sostiene i fondamenti della fede, e posto angolarmente, compone in proporzione media le membra delle due pareti, cioè consocia le diversità del corpo e dell’animo a partire dall’immortalità largita all’uomo”.

La pietra cresce (i cristalli salini si agglomerano) dunque è viva, ha energia, è lo stato più compatto dell’energia: quello che meglio figura l’eternità.

Inoltre forniva materia per gli strumenti antichi ed era perciò madre, anzi era lo strumento di ogni strumento, la fonte di ogni mezzo, l’origine della vita.

Perciò si spargevano d’olio o si incoronavano le pietre (“Vetus in trivio florida serta lapis” dice Tibullo, I,I,12), perché l’energia vi si è accumulata e può essere restituita.

Come ho scritto, il rullare delle pietre smosse dai danzatori era simile al tuono, l’accoppiamento rituale simile alla pietra squarciata dal primo fulmine di primavera: dal tamburo si procede al sasso per mediazione dello sposalizio.

I significati sono tanti, il fondamentale è che la pietra è come il dio: Diversità e Silenzio assoluti.

L’uomo è incantato dal mondo, assordato dall’errore, ammutolito dalla sofferenza: all’incanto occorre il disincanto, poi bisogna fare silenzio, perché nel silenzio “parlano le pietre”.

Nel sonno delle sue facoltà sensibili, Giacobbe accosta il capo ad una pietra ed ha la visione della scala al cielo: quando si desta consacra la pietra, che Filone chiama Logos.

Ciò che è fuori dal mondo dei valori, perciò spregiato dal mondo, serve a dissipare l’incanto, a sciogliere la pietrificazione: la pietra disprezzata da tutti è l’angolare (Matteo, 21, 42): ciò che sta fuori dal mondo lo regge (lo rende sopportabile) come la chiave di volta di un edificio.

La pietra è anche ciò che percosso, s’infiamma, come il Marino scrive nel IV canto dell’Adone:

.

Selce ch’auree scintille in seno asconde

Il loro chiuso splendor mostrar non pote

Se dall’interne sue vene profonde

Non le tragga il focil che la percote

.

La pietra per eccellenza sarà dunque pietra focaia che nasconde la fiamma o un areolito di origini celesti.

E’ resistenza su cui i peccati si infrangono: la Ka’ aba alla Mecca è annerita dai peccati degli uomini.

E Origene, nella II omelia sul Cantico dei Cantici, dice: “La pietra spiccata dal monte senza soccorso di alcuna mano è l’avvento di Nostro Signore nella carne, e non fu tutta la montagna a scendere verso la terra, perché la fragilità umana non l’avrebbe saputa sostenere intera; solo una pietra, pietra d’inciampo, roccia dello scandalo, scese nel mondo”.

Pietra è anche ciò che rimane dopo che si sono bruciati i peccati, col fuoco che è la Nuova Luce.

“Chi è questo fuoco sapiente che lascia illesa quella pietra preziosa che è in me, consumando solo i mali che ho commesso?” si chiede Origene.

Così l’arte alchemica affermava che la pietra celata nell’uomo dev’essere squadrata e vetrificata, che allora è capace di guarire da ogni male diventando filosofale: la pietra è corpo in cui si edifica una vita non già psichica ma spirituale: mossa dal “soffio” che attizza il fuoco.

La pietra viene consacrata dalla folgore, perché la pietra va spezzata affinché il dio appaia: si sarà grati a chi ci infrange il cuore: è la divina rugiada che lo scioglie.

Tuttavia si dovrà essere come roccia, impassibili come Dio stesso: il medesimo evento viene designato con segno sia positivo che negativo.

La tentazione di Gesù avviene in due momenti. Al primo è offerto il potere, al secondo, più sottile, gli si chiede di trasformare le pietre in pani.

Egli risponde che queste devono risuonare come Verbo, nutrire lo spirito, non il corpo.

Pietre cantanti sono quelle che si circondano di silenzio e perciò le pietre furono scolpite in figure rappresentanti note musicali nei templi (così afferma Filone delle steli scolpite e nei chiostri medioevali sono state scoperte e decifrate da M. Schneider).

Per il Petrarca la pietra è l’origine delle sue affinanti sofferenze, come nell’envoi della canzone Ne la stagion che‘l ciel rapido inchina:

.

“Canzona, se l’esser meco

Dal mattino a la sera

T’ha fatto di mia schiera,

Tu non potrai mostrarti in ciascun loco;

E d’altrui loda curerai sì poco,

Ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio

Come m’ha concio ‘l foco

Di questa viva pietra ov’io m’appoggio”

.

TRADIZIONE

RAMANA

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Quando, ancora agli inizi degli anni settanta, dopo essere entrato nel suo studio, ti sedevi davanti a Scaligero, anzi davanti alla sua scrivania, era facile notare che sul muro, alla sua destra, stava appesa, a mo’ di quadretto, la foto di un volto dalla pelle scura, barba e capelli bianchissimi e uno sguardo pieno di bontà e mitezza.

La si vede, un po’ indistinta, in quella foto di Massimo che per molti è la più cara poiché lo riprende come noi anziani lo conoscemmo.

Riconobbi con sorpreso piacere il personaggio della foto appesa: già lo consideravo come il migliore tra gli asceti/maestri dell’India contemporanea. Da tempo praticavo anche secondo le sue indicazioni: le più semplici ed essenziali che erano come un fiore nuovo oltre l’immenso retaggio della millenaria spiritualità dell’Oriente

Era Ramana Maharshi (Bhagavan Sri Ramana Maharshi. 1879-1950).

Realizzò l’identità con l’Io universale a 17 anni.

“…quel giorno fui colto da una violenta paura della morte (…)è venuta la morte: il corpo muore (…)Ma con la morte di questo corpo io sono morto? Il corpo è io? E’ silenzioso e inerte ma io sento tutta la forza della mia personalità e la presenza dell’io dentro me, indipendente da esso. “IO è lo Spirito che trascende il corpo (…) Ciò significa che Io sono lo Spirito immortale. Tutto questo non era smorto pensiero, lampeggiava in me come verità viva, al di là del processo di pensiero. Da allora in poi l’assorbimento nell’IO continuò ininterrottamente.”

Poi Ramana abbandonò la famiglia e si recò a Tiruvaṇṇāmali, un paese ai piedi del sacro monte Aruṇācala, dove visse per il resto della vita.

Scrisse di Aruṇācala: “Sta come un monte insensibile. Per chiunque è difficile capire la sua azione. (…) Quando, acquietando la mia mente, mi chiamò a sé, e io mi avvicinai, scoprii che era l’Inamovibile”.

Che si può dire di un essere che si fonde col Sovraumano? Mi limiterò a narrare alcuni dei tanti fatti che accaddero durante la sua vita.

Un Funzionario che visse dal 1910 a Tiruvaṇṇāmali, si era recato a visitare Ramana, covando sopratutto il pensiero di quale fosse la forma reale del Santo: seduto davanti a Ramana fu ciò che gli chiese. Improvvisamente scomparve la figura del Maestro e del dipinto di Shiva che figurava all’esterno della grotta. Vi era solo lo spazio vuoto, senza neppure la roccia. Dopo un po’ apparve una nube bianca ed emersero i contorni della figura del Maestro e dell’immagine. Lentamente il devoto vide nuovamente la forma concreta di Ramana e i rimanenti dettagli. Silenziosamente si alzò, si chinò e e se ne andò. Tornò dopo un mese e allora il Maestro gli disse: “tu volevi vedere la mia forma: hai veduto la mia sparizione: io non ho forma”.

Anni dopo vi fu chi espresse una domanda simile e, dov’era seduto Ramana, apparve alle persone presenti nella stanza una gigantesca colonna di luce/fiamma roteante da cui balenavano infiniti occhi. Diversi tra i presenti intuirono d’aver visto Shiva stesso.

Visto il continuo flusso di devoti e visitatori, i discepoli che risiedevano nell’Ashram misero un cartello che vietava, nelle ore più calde, l’ingresso nella sala dove Ramana riceveva.
Uno di essi, passando davanti alla porta si accorse che il Maestro riposava accovacciato lì vicino a terra: “Maestro! Cosa fai qui per terra?” Ramana, col suo mite sorriso indicò la porta e il cartello. “Volevo riposare lì dentro ma c’è scritto che non si può entrare”.

Fin quando poté, Ramana amava camminare nella giungla intorno ad Arunachala. Tutti potevano seguire da lontano il suo cammino poiché sopra di lui volavano gli uccelli e dietro a lui le scimmie, gli elefanti e le tigri e i leopardi seguivano la sua passeggiata.

Arrivarono gli occidentali: Humphreys, Osborne, Paul Brunton: avventuriero dello Spirito e giornalista, il romanziere Graham Greene (Il filo del rasoio) e l’audace esploratore dell’inconscio C. G. Jung che, a pochi chilometri di distanza e vettura pronta accusò tali malesseri che gli fornirono l’alibi per evitare l’incontro e ripartire velocemente dall’India.

Brunton, già pratico di iniziazioni e meditazioni giunse del tutto scettico: “Appena gli occhi di Ramana si posarono sui miei, dimenticai tutte le domande che mi ero accuratamente preparato, mentre mi parve che un continuo rivolo di pace scorresse in me, riempiendomi di un’immensa quiete”.

Sri Bhagavan disse (tra le altre cose) a Brunton: “ Non si deve rinunciare alla vita attiva. Purché tu faccia una o due ore di meditazione ogni giorno, puoi continuare con i tuoi impegni. Se mediti bene, la corrente che viene indotta nella tua mente continuerà a scorrere nel bel mezzo del tuo lavoro. E’ come se un’idea venisse espressa in due modi allo stesso tempo; quello della tua meditazione e quello della tua azione.”

A chi voleva restare con Lui, abbandonando il mondo, Ramana disse: “Bhagavan (sinonimo di Dio) è sempre con te, dentro te. L’IO che sta in te è Bhagavan. Di questo devi rendertene conto. Rinunciare non vuol dire il gesto esteriore di gettare vestiti, famiglia e casa. La rinuncia è l’abbandono dei desideri, delle passioni e degli attaccamenti.
Chi rinuncia davvero si immerge nel mondo ed espande a tutto il mondo il suo amore.”

Sua madre visse nell’Ashram per 10 anni. Mentre moriva, Ramana le teneva una mano sul cuore e l’altra sul capo, non per farla guarire ma per acquietarle la mente affinché la morte fosse Mahasamadhi, riassorbimento nel Sé. Appena morta, Ramana, senza tristezza, si rialzò e disse: Adesso possiamo cenare, non c’è nessuna necessità di purificazione.”

Per Lui la vita sensibile non era un tesoro da economizzare: nel 1949 gli si manifestò un tumore al gomito sinistro; fu operato, contrariamente alla tradizione che non permette che il corpo di un Saggio venga trafitto dal metallo. Solo rifiutò qualsiasi anestesia.
Continuò a parlare ai tanti devoti, a tradurre stanze delle Scritture e costantemente disapprovando le ‘eccessive’ cure dategli. Prima di morire, ai discepoli più vicini che lo pregavano di non abbandonarli, con dolcezza rispose: “Io non me ne vado. Dove potrei andare? Io sono qui”.

Non lasciò molto di scritto ma con le sue parole trascritte dai discepoli si riesce a ottenere una stringata “Opera Omnia”, tradotta anche in italiano. A mio parere la più essenziale è quella curata da Arthur Osborne (Ubaldini edit.).

Gli scritti, per certi versi più importanti, sono: “La ricerca del sé” e “Chi sono?”.

Ramana non costruisce sistemi dottrinali ma indica un metodo, alquanto secco e diretto (del tutto rivoluzionario in un Paese stracolmo di tradizioni, riti e correnti che si contrastano da…migliaia d’anni).

Cerco di indicarlo abbastanza in breve.

L’ostacolo che si frappone tra la Coscienza Integrale e la condizione di ‘ignoranza’ è la mente comune.
Essa non è un’entità autonoma ma un coacervo ribollente di pensieri.
Smorzati i pensieri è smorzata la mente. Arrestati i pensieri la mente svanisce e alla nostra coscienza di esseri esistenti su tutti i livelli della Creazione, appare la nostra struttura nella sua integrità. Quanto di noi vive nel mondo fisico è sorretto dall’Essenza Universale.
Di questa Essenza, la mente non è un organo ma una facoltà e non ha quindi nemmeno quell’esistenza temporale che il corpo fisico possiede. Essa esiste in quanto funziona: fermata la sua attività, rimane al puro stato di potenzialità.
L’ego è un’illusione iniziata dalla mente e rafforzata con l’identificazione all’apparente oggettività delle cose, alla fisicità ed alla mente stessa.

L’integrale riconessione con l’IO può avvenire dopo un completo processo di disidentificazione.

Il primo metodo è quello della continua analisi e discriminazione.

Ad ogni pensiero che sorge, Ramana suggerisce di porsi la domanda: “Chi è che pensa?
Donde viene codesto pensiero?”
In questo modo i pensieri svaniscono e svaniscono i successivi, finchè l’attività mentale cessa ed l’IO può apparire
(ricordo che l’opera si svolge durante la meditazione: è meditazione)

Tutti gli altri mezzi possono essere individualmente utili in quanto e soltanto come ausiliari,
ad esempio cito una risposta riguardante la pratica del pranayama: “Il controllo respiratorio può essere di aiuto. E’ uno dei vari metodi intesi ad aiutarci per raggiungere ekagratha, ossia la fissazione della mente in un solo punto e dev’essere usato solo per quello. Non ci si deve accontentare delle esperienze che possono derivarne ma bisogna strumentalizzare la mente con la domanda “Chi sono io?”, finchè la mente non si sommerge nell’IO.
E per le posizioni (asana): “Qual’è la migliore?” “La migliore è la mente puntata ad un solo bersaglio”.
Sui dubbi: “Tutti i dubbi cessano quando si è trovato ‘chi’ dubita e la sua sorgente. A nulla serve il togliere dubbi all’infinito. Tolto uno, eccone un altro, e così a non finire. Ma se si scopre che chi dubita è inesistente col ricercare la sua sorgente, tutti i dubbi cesseranno.”
Lo sforzo: “ E’ necessario poiché è necessario un incessante esercizio, fino a che non si raggiunge, senza il minimo sforzo, quello stato originario in cui la mente è libera dai pensieri: cioè finchè “io” e “mio” non sono del tutto strappati e distrutti.

Come per la concentrazione che adottiamo nella pratica della Scienza dello Spirito, l’assunto di Ramana è così semplice che desta infinite difficoltà. Ecco un esempio tipico (“D” sta per devoto e “R” per Ramana):
D.Come si può prendere coscienza dell’Io? R. L’Io di chi? Trovalo. D. Il mio; ma io, chi sono? R. Sei tu che lo devi scoprire. D. Io non so. R. Ripensa alla tua domanda: chi è che dice “io non so”? Chi è l’”io” nella tua affermazione? E cos’è che non conosci? D. Qualcuno o qualcosa. In me. R. Chi è questo qualcuno? E in chi? D. Perché sono venuto al mondo? R. Chi è venuto al mondo? Tutte le tue domande hanno la stessa risposta. D. E allora, chi sono io? R. (con un sorriso) Sei venuto a farmi l’esame? Tocca a te dire chi sei tu. D. Per quanto ci provi, non mi pare di poter afferrare l’io. Non riesco neppure a discernerlo chiaramente. R. Chi è che dice che l’io non è discernibile? Ci sono in te due tu, che l’uno non discerne l’altro?………

Questo scambio di battute non era raro (l’esempio riportato continuava). Forse colui che chiedeva vi parrà ottuso…ma in quanti decenni ho visto qualcuno capire il senso della Concentrazione?
C’è chi, fregiandosi “insegnante di occulte scienze” la ripudia avendola trasformata in bizzarria personale, chi la evita sgusciando in un fruscio di vesti pseudo sacerdotali.
(“ma gli Eletti non ne hanno bisogno?” “Si figuri, cara signora, Noi siamo un tantino più su” “Grazie Maestro” “Ma le pare…ehm, vuole che la benedica?” )

No, Ramana non era così: questa figura emaciata ed esile con una mitezza che trasformava il cuore alle tigri era solo una Luce del divino nel mondo.

 

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IL TAMBURO NEL CUORE: SUONO E FIAMMA

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Ah, Isidoro, quale potente immagine è il suonare il tamburo!

Esso in Asia, ma anche altrove, è stato associato sovente al «cuore»: fisico e metafisico. Nello Yoga dei tantrika, descritto nello Shatchakranirupana, che l’ottimo Sir John Woodroffe – con l’eteronimo di Arthur Avalon – all’inizio del XX secolo tradusse nella sua opera, oramai classica, The Serpent Power, il chakra del cuore è detto Anahata-chakra, ovvero «il (tamburo) non battuto», evocando così quel sangue freddo del serpente, o – come si esprime Gustav Meyrink – quella «fredda qualità magica», la quale vince la trepidante paura, che appunto fa venire ai pavidi il «batticuore».

La «fredda qualità magica» è quella che vince l’infero calore della brama, che divora la vitalità spirituale dell’anima e quella stessa animante il corpo, per cui il corpo si ammala e muore. La «fredda qualità magica» vince il batticuore e fa altresì il «silenzio» dei rumori del mondo, di questo rumoroso, malvagio, stupido e immondo mondo.

La «fredda qualità magica» induce col silenzio, il distacco, e la calma. Diviene quella «bevanda dell’oblio» che vince e spegne quel infero magnetismo che avvince alla maya divorante, a quel aspetto illusorio del mondo che – come insegna Massimo Scaligero ne Trattato del pensiero vivente – si fa indebitamente potenza interiore nell’anima, invertendo la gerarchia Spirito-anima-corpo. Altrove, egli ricorda pure che l’uomo deve riconquistare il sangue freddo del serpente e come il Serpente fosse un grado della Iniziazione caldea. Per questo amo il silenzio solenne  e il freddo delle ore della notte…
Ma il «vuoto» della natura, il suo dissolversi è il risvegliarsi e il risorgere dello Spirito, dello Spirito imperituro. Per cui il cuore che non batte più, trepidante, per la paura dell’ignoto, dello svanire dell’effimero, per il dissolversi dell’oggetto della brama sempre delusa, il cuore che diventa «sordo» allo scomposto stridore dei rumori del mondo, diviene di converso capace di battere per l’Eterno, per l’Infinito, per l’Assoluto, comincia ad udire l’Armonia delle Sfere, sente risuonare in sé il ritmo dei Mondi, e una tale esperienza diviene per l’anima vera «bevanda della memoria».

Il «fuoco sidereo» che discende nell’anima al contempo «gela» – ed è per questo che i pavidi non amano la Via del Pensiero e la Concentrazione – istinti, brame, passioni della natura inferiore e caduta, mentre «risveglia», «resuscita», «riaccende» la morta virtù dell’anima, ne «riscalda» il cuore celeste. Il cuore comincia a udire la «Voce del Silenzio», o come diceva un vecchio Sapiente veneziano, riprendendo una delicata immagine orientale, anzi tibetana, le «campane del Silenzio», preludenti alla «morte mistica» e a quella corporea.
Dunque il «tamburo» e la «fiamma», il suono e il calore. Nell’immagine hindu di Shiva Nataraja, il Supremo danza tenendo nella mano destra esterna il tamburo col cui suono – shabda-brahman o vak o parola creatrice – Egli chiama in essere la manifestazione cosmica – manvantara – e con la mano sinistra tiene il mistico fuoco – agni – che dissolverà la manifestazione cosmica nel pralaya.

Ma ciò è pure quel che micro cosmicamente avviene nel cuore e nell’anima dell’asceta operante, dell’asceta che si vota alla pratica della Concentrazione e della Meditazione. l’ardore dell’ascesi – tapas – l’entusiasmo per il pensiero puro, che Giovanni Colazza nei suoi Aforismi chiama «il segno della maturità dell’anima», è il «fuoco» che discioglie i legami che incatenano l’anima al corpo e la obbligano alla univoca e illusoria visione sensibile, ossia il solvere ermetico che dissolve il «fisso», e permette al contempo il coagulare che fissa il «volatile».

Nell’immagine di Shiva danzante, il fuoco – oltre che esser portato dalla mano sinistra più esterna – circonda come un arco l’intera raffigurazione: simbolo di quel «fuoco saturnio» dal quale, col sacrifico di Prajapati, il Mahapurusha o Uomo Cosmico, son nati l’Universo e i mondi, e nel quale parimenti essi si dissolveranno. Massimo Scaligero, ricordando un insegnamento di Giovanni Colazza, ci insegna come nel cuore dell’uomo sia presente, ma occulta, una «forza più potente della forza stessa del Sole» e come il cuore umano possa in sé ricreare il «calore saturnio».

Possa il risuonare nel cuore del tamburo del Verbo-Vak, della divina Parola Creatrice, Shabda-brahman, proveniente dal Supremo danzante, risvegliare gli asceti dormienti e riaccendere in loro l’ardore del fuoco che nella Concentrazione dissolve le illudenti apparenze della Maya.

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TAMBURI LONTANI

 

…anzi lontanissimi. Nel tempo. E’ possibile che il tamburo sia stato il primo strumento musicale creato dall’uomo, ma è certo che fu uno dei primi.

Fu usato dall’età della pietra ed espresse, sin dall’origine, la massima potenza che non va intesa semplicemente come esteriore ma anche spirituale.

Nella forma più antica è strumento cultuale che riproduce tutti i ritmi vitali ed ordinatori: quando il tamburo fa questo, si dice che parla solennemente.

Nelle forme più antiche era ricavato da un tronco d’albero: squarciato in lunghezza, svuotato e arrotondato col fuoco; curando che un bordo dell’incavo fosse più spesso dell’altro: percuotendo il bordo spesso esce un suono grave mentre il bordo sottile produce un suono alto.

A seconda del rito, il tamburo veniva adagiato a terra oppure collocato ritto e inclinato verso la stella polare, così svolge la funzione di albero cosmico. Perché con il suono esso aveva lo scopo di congiungere verticalmente il cielo e la terra: la sua “parola” era il ponte tra cielo e terra.

Come l’albero della vita e della morte, il tronco-tamburo cercava di ricondurre all’unità il mondo lacerato da forze opposte: cielo e terra, acqua e fuoco, uomo e donna.

Per le Upanishad il denominatore comune a tutte le contraddizioni era: suono e ritmo. Il suono è acqua ed il ritmo è fuoco. Però il suono ed il ritmo non si osteggiano ma si fondono per formare quel “fuoco liquido” che, per le Puranas, costituisce l’essenza della musica e la matrice dell’universo.

Questa concezione portò a considerare il tamburo a tronco come uno spirito ermafrodito. I guerrieri appendevano le teste dei vinti per onorarne l’aspetto maschile e latte e piante quello femminile.

Da ciò ebbero origine i tamburi di pelle (matriarcali). Negli antichi stati feudali africani solo il re era il padrone di tutti i tamburi del Paese: solo il re poteva permettere il privilegio di suonarli. Lo stesso re riceveva il diritto del tamburo dall’alto, cioè dal Re del Mondo, dal dio del lampo e del tuono.

In India, da documenti che risalgono al primo millennio a. C. sappiamo che il tamburo era oggetto di venerazione: l’atmosfera era la sede specifica dello spazio rituale in cui si distinguevano due forme di tamburo: una era un enorme tamburello cilindrico che riproduceva la voce del tuono; l’altra aveva la caratteristica forma a X di una clessidra il cui centro era formato fa un piccolo collo mentre le parti inferiori e superiori formavano due cerchi uguali, uno rivestito con la pelle di animale maschio, l’altro con pelle d’animale femmina: cielo e potenza guerriera e terra e fecondità. Il tamburo a clessidra riproduceva il rumore del vento, del tuono e della pioggia.

Nel Rigveda si legge che questo tamburo è di volta in volta un cavallo, una nave o un cocchio a due ruote di cui una scorre sulla terra, l’altra in cielo. In un inno le pelli del tamburo vengono chiamate “orecchi” con cui cielo e terra si ascoltano.

Il Suono era l’unico mezzo di collegamento tra cielo e terra, per cui, ad esempio, non era attribuito un valore all’acqua piovana in sé ma solo al ritmo sonoro, al tambureggiare delle gocce di pioggia.

Gli sciamani americani originari dicevano pressappoco: “Questo tamburo veneriamo perché la sua forma rotonda è immagine dell’universo. Il suo suono è il cuore che batte al centro dell’universo. E’ la voce del grande spirito. Il suo suono ci porta la comprensione del mistero e della forza di tutte le cose”.

Concretamente, perché?

Perché, per quel tipo di consapevolezza, il tamburo era l’altare sacrificale in cui l’uomo sacrificava la fuorviante molteplicità delle impressioni sensibili, riconoscendo nel ritmo puramente periodico la Norma ultima e suprema a cui ogni evento del mondo è sottomesso. Se si osserva, ogni evento naturale è periodico e nulla è capace di riprodurre tale periodicità con la chiarezza e semplicità del ritmo puro, che è slegato da qualunque forma fenomenica precisa.

Inoltre esistono ritmi più segreti, che l’uomo teme di scoprire poiché ogni conoscenza presuppone un sacrificio.

In antico esisteva la figura della “vacca espiatoria”: essa, in perpetuo servizio, dà alla terra più di quanto riceve, e se uccisa non dona solo la carne ma anche la pelle che serve al tamburo: dunque l’unica moneta che abbia corso fra gli dei e gli uomini: il suono che emana dalla pelle della vacca espiatoria uccisa.

Tutte le altre azioni cultuali non erano che fenomeni collaterali del sacrificio acustico.

Per le antiche culture superiori il suono prodotto dalla pelle sacrificata era una massima espressione di ascesi: il grande cantore Kuei, dopo aver inutilmente esortato gli uomini ad una vita retta dal Dharma, si fece uccidere affinché la sua pelle potesse essere tesa sul cerchio di un tamburo. Compiuto questo supremo sacrificio, la sua voce cominciò a gridare dalla sua pelle in modo tale che gli uomini, costernati, seguirono le sue esortazioni.

Secondo la tradizione degli indiani Sioux, Manitù consegnò agli uomini un tamburo con due pelli, per poter comunicare con lui, chiedendo come contropartita la pelle di due persone sacrificate.

Non si dovrebbe semplificare troppo i ritmi dei tamburi primitivi in quanto, eseguiti quasi esclusivamente in ritmi asimmetrici, sono assai più dinamici delle suddivisioni a quantità regolari. Per esempio suddividendo un ritmo 8/8, non più in 4 e 4 o in 4 x 2 ma in 2 + 3 + 3. Ci si accorge che la suddivisione di un 8/8 in 4 x 2 dà addirittura un senso di pesantezza e fastidio.

Solo il suono del tamburo può fornire tali ritmi o proporzioni e altri infinitamente più complicati, in una forma cosi pura e tuttavia viva e non schematica.

Solo il tamburo può darci l’impressione, purificata, di valori universali, traducendoli simultaneamente in esperienza interiore: questa è la combinazione che conta: non limitarsi a formulare l’essenziale teoreticamente, ma essere capaci di tradurlo in esperienza che abbraccia corpo e anima.

La “comprensione” del ritmo aiuta l’uomo a raggiungere cose che gli sarebbero inaccessibili perché estranee al suo ordinario essere.

I riti antichi prescrivevano danze animali (orrore!) non col solo scopo di imitare allegoricamente l’animale, bensì di tradurre in personale esperienza il ritmo insito in quell’essere.

L’assimilazione perfetta di un ritmo essenziale è possibile soltanto trasformando in sostanza propria il suono che soltanto il tamburo è capace di produrre.

Per il medesimo motivo nessun altro strumento può emulare il tamburo, perché tutti gli altri strumenti sono costretti a rivestire il ritmo col mantello della melodia.

Nelle antiche prescrizioni dello yoga veniva detto: “Il suono del flauto è una conoscenza segreta, il suono del tamburo è un’arte sacrale, il colpo sul grande tamburo è uno sguardo gettato sugli dei” Soltanto nel rombo del tuono lo yoghin diventa brâhman.

L’ultimo mistero del tamburo è nascosto nella sua cavità: per l’Oriente tutti i fenomeni del mondo sensibile poggiano sul Vuoto, di cui la cavità del tamburo ne è simbolo.

Cavità che è pure l’origine delle cose, poiché la cassa armonica riecheggia quello che la volontà di vita vi proietta contro.

La “volontà di vita” nasce dal desiderio, insito in ogni spazio vuoto, di pienezza. Pur non appartenendo alla natura del Vuoto, il desiderio vi si introdusse già quando il Creatore decise di dare forma e vita al mondo. Esprimendo il desiderio, il rito introdusse nella cavità del tamburo il ciclo delle morti e delle rinascite: il corpo del tamburo-madre è pertanto culla e tomba di ogni esistente.

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LE PECORE NERE DELLO GNOSTICISMO

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Forse perché, come scrive s. Epifanio, praticassero “cose nefande” oppure per ciò che Sinesio chiama ” un eccesso di verità in delirio”…

Oppure può considerarsi un miscuglio caotico di idee esasperate, assai mal definite, quello che può essere chiamato il circolo dei Cainiti.

Così si chiamarono poiché il loro anti jehvehismo si spinse al punto di onorare Caino, Cam e Esaù, e in genere, tutti i maledetti delle Scritture, per il fatto che Jehveh li aveva bersagliati con la sua ira.

Probabilmente fiorirono tra il 140 ed il 150, poi la traccia oscura si perde e rimane di essi solo il nome.

Come quasi tutti gli gnostici, anche i Cainiti affermavano che il Creatore del mondo non è il Dio supremo. Per essi il mondo sensibile è un aborto o una “nascita postuma” in confronto alla Nascita vera, corrispondente al Mondo degli Eoni Superiori. Il Padre di quest’ultimo era il Dio della luce e della sapienza, mentre il nostro mondo era stato generato da un Potere inferiore. Il Dio espresso dall’antico testamento imponeva l’assoluta obbedienza ai comandamenti del Potere inferiore.

In questa sfera vennero considerati come giusti quelli che, come Abele, Giacobbe, Lot e Mosè, avevano seguito i comandamenti di Jehveh (espressione del Potere inferiore), esecrando e maledicendo tutti quelli che non avevano seguito tale obbedienza.

Questo il motivo della maledizione su Caino: Abele, come pastore offriva sacrifici di sangue, mentre Caino offriva il frutto dei campi, l’ostia incruenta: naturalmente Jehveh, il Demiurgo, preferiva il sacrificio di sangue.

Uno tra gli aspetti più interessanti delle dottrine cainite riguarda Giuda. Egli possedeva la nozione esatta del vero Dio e di conseguenza lo distingueva dall’inferiore Jehveh. Perciò egli aveva insegnato a vivere separando completamente le cose del mondo, della carne.

L’uomo doveva salire al vero Dio attraverso la crocifissione del Cristo. Il Cristo era lo Spirito che era sceso dall’Alto per rafforzare nell’uomo il potere del mondo spirituale.

Così esso trionfò col sacrificio del suo corpo di carne, abbandonando questo corpo alla Morte che è la manifestazione del Potere inferiore.

Giuda tradì il Cristo?

Sì, ma in ciò stava il suo eterno merito, in ciò il suo titolo per l’eterna gratitudine del genere umano. Egli, da vero gnostico, sapeva che la salvazione del mondo necessitava del sacrificio del Cristo: era necessario tradirlo e farlo crocifiggere per aprire all’umanità la strada verso Dio.

Perciò Giuda si fece traditore del Maestro, come era stato stabilito dalla Divina Sapienza, e così divenne l’importante fattore della Salvazione, votandosi in pari tempo al proprio sacrificio, cioè ad essere maledetto ed esecrato nei secoli come il traditore più abbietto.

Pare che Quintilla facesse, in Africa, ampia propaganda di questa dottrina.

Il completo rigetto di Jehveh da parte dei cainiti fu simile al profumo delle rose se confrontato da una setta più oscura, quella degli Antitacti. Poco si sa di essi, forse anche nulla poiché le notizie provengono dai Padri della Chiesa Cattolica.

Sembrerebbe che gli Antitacti praticassero con ostentazioni tutto quello che la Antica Legge jehvehtica aveva proibito, e poiché si cade sempre lì, praticavano soprattutto con entusiasmo religioso (!) l’adulterio.

Di calibro ben diverso erano gli Ofiti. Anche in questo caso il termine non fu coniato dagli stessi ma da eresiologhi a cui interessava sottolineare, utilizzando caratteri non compresi, come gli gnostici fossero una variegata banda di criminali dello Spirito. Dunque per il trionfo della causa propria, diverse correnti furono bollate con il sbrigativo giudizio di “adoratori del Rettile odiato” e ammucchiate in un dispregiativo termine di Ofitismo.

Probabilmente il serpente di bronzo inchiodato alla croce che Mosè fece plasmare per difendere il suo popolo dal mortale attacco dei serpenti velenosi, fu un simbolo profetico in questa corrente che si pone, sulla più spassionata testimonianza del pagano Celso, in un tempo tra il primo e secondo secolo, quando ancora Gnosticismo e Cristianesimo non erano ancora due movimenti in conflitto.

Nel generico Ofitismo si riassumono le scuole dei Peratei, Naasseni e Setiani.

La cosmogonia è davvero complicata e la risparmio al lettore: credo basti sapere che l’Eone di Luce, asceso alla regione di mezzo, sotto la Madre universale, aveva creato un figlio quando venne a contatto con le Acque dello Spazio. Costui fu il principale Potere creativo del mondo sensibile e il suo nome era Jaldabaoth. Egli produsse Jao o Jehveh, il quale generò Sabaoth, padre di Adonai che generò Eloi, il quale generò Uraios, padre di Astaphaios. Così furono sette i Poteri demiurgici dell’universo sensibile: bellicosi e in continua lite.

Dal gioco tra queste forze nacque la mente, la quale era “formata dal Serpente” e nacquero pure “spirito” e “anima” e tutte le altre cose del mondo.

Jaldabaoth era millantatore e arrogante e si proclamò Padre e Dio, affermando che sopra di lui non ci fosse nessuno. Ma Sofia, sua madre, gli gridò di non mentire perché sopra di lui vi è il Padre supremo, il Primo Uomo e col Padre v’è il Figlio: l’Uomo Figlio dell’Uomo.

I Poteri rimasero stupiti dalla Voce che veniva dall’alto…allora Jaldabaoth, per distrarre la loro attenzione, li portò a creare l’uomo terrestre a loro immagine e somiglianza. A questo simulacro Jaldabaoth soffiò il fluido di Luce ricevuto da Sofia.

Allora l’uomo terrestre ringraziò l’Uomo primo e disprezzò gli Elohim che lo avevano creato dal fango: Jehveh, preso da rabbia gelosa, stabilì di privare l’uomo da una scintilla di Luce, formando Eva. Le potenze demiurgiche si innamorarono di Eva e da questo amore nacquero gli Angeli.

Così Adamo cadde sotto la signoria di Jaldabaoth e degli Elohim: allora Sofia mandò il Serpente (la Mente) nel paradiso di Jaldabaoth. Adamo e Eva ascoltarono i suoi consigli e ancora una volta l’uomo fu liberato dalla tirannia del potere demiurgico, trasgredì l’ordine di ignoranza imposto dal demiurgo che non voleva che l’uomo conoscesse Forze più elevate. Di conseguenza Jaldabaoth lo espulse dal paradiso, ma con il “serpente”, cioè con l’intelligenza.

Nel frattempo le cattive qualità di Jaldabaoth avevano generato: il figlio di ciò fu Shath-an Ophiomorphos, il Deviato, il quale procreò a sua volta sei figli, i Poteri Diabolici che tormentano l’uomo.

Adamo e Eva, prima dell’espulsione dal paradiso, avevano “corpi vaporosi”, come gli angeli. Ma dopo l’espulsione, densificandosi, i corpi divennero vestiti di pelle, finché Sofia misericordiosa rese loro il profumo della Luce ed essi conobbero di portare con sé la morte. Ma anche riebbero memoria dello stato anteriore e attesero, sapendo che la veste di pelle un giorno sarebbe stata deposta.

Poi appaiono, tra l’umanità, i Profeti che parlano illusioni suggerite dai sette Elohim, sebbene talvolta Sofia riesce ad inserirvi frammenti su l’Uomo primo e sul Cristo.

Vedendo come andavano le cose, la Sapienza implorò l’aiuto della grande Madre e questa pregò il primo Uomo di mandare il Cristo a redimere il mondo.

Tramite Giovanni ed il battesimo del pentimento, Gesù fu preparato a ricevere il Cristo. Il Cristo attraversò le sette sfere, facendosi simile agli Arconti, privandoli del loro potere e della Luce da essi trattenuta. Prima di ogni altra cosa il Cristo rivestì la sorella Sofia del Vestimento di Luce. Poi scesero in Gesù, il Cristo e Sofia, l’uno racchiudendo l’altro, e Gesù divenne il Cristo.

I poteri studiarono di sopprimerlo. Così, l’uomo Gesù fu crocifisso. Ma Cristo e Sofia ascesero all’Eone incorruttibile.

Cristo non dimenticò chi lo aveva accolto in sé e mandò un potere che fece risorgere il suo corpo psico-pneumatico. I discepoli che videro questo eterosoma rivestito di tutte le apparenze sarcosomatiche, lo credettero risorto in carne.

Egli spiegò il mistero e diede molti insegnamenti a coloro che furono in grado di comprendere. Ora egli siede alla destra del Padre e accoglie le anime che ricevettero i misteri. Così il potere di Jaldabaoth diminuisce: non può più mandare anime sante a reincorporarsi. Quando tutta la Luce sarà nuovamente raccolta dall’Eone Incorruttibile, avverrà la Consumazione finale dell’Hylê.

Questo a larghissimi cenni e sospetto che sembrerà molto noioso. Ma la colpa è tutta mia. Notate il coraggio degli gnostici a ribellarsi all’ordine stabilito e pure a rovesciare molto di quanto si è sedimentato anche in noi, poiché persino il dramma umano-divino, alla fine fu scritto dai vincitori…e direi che ne stiamo pagando le conseguenze. FK aveva ragione quando scrisse: “Che Europa sarebbe sorta dalla dottrina gnostica?”. Dico solo che aveva ragione ad invitarci a riflettere.

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CENNI SUL BUDDHISMO DELLE ORIGINI

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Forse qualcuno si sente estraneo al tema? E’ possibile: roba vecchia, risaputa (non è vero) che non ha nulla a che vedere con la Scienza dello Spirito. Magari è un giudizio un po’ affrettato che forse viene instillato dagli Etichettatori, cugini e compari degli Ostacolatori.

Poiché, cari amici, non rinnego la comunicazione esoterica che riguarda la presenza terrena di platonici ed aristotelici, ma sommessamente vi domanderei se non fosse il caso di pensare scomodamente e senza pregiudiziali ai discepoli di quelle grandi figure che un tempo si chiamavano Bodhidharma, Narota, Marpa, Milarepa… Si sono forse dissolti nel nulla? Oppure anch’essi, viaggiatori terreni e cosmici con direzioni ben precise, hanno potuto accogliere l’invito di Michael, ripresentandosi in vesti attuali, per accogliere e realizzare ciò che le mutate condizioni umane chiedono agli asceti nei Nuovi Tempi,cioè liberare il pensiero e non più liberarsi dal pensiero?

Io credo che per qualcuno di voi, sebbene sia scarso ed elementare quello che scrivo, possa essere occasione per rimembrare qualcosa del proprio essere sub specie eternitatis. Per altri sarà solo uno sguardo ad un grande movimento spirituale che può venire accolto almeno con serietà e rispetto, oltre le vuote e desolanti “quattro chiacchiere” dettate dal pensiero ottuso e superficiale che sta mandando a pezzi il mondo e le anime.

Fra il sesto ed il quinto secolo a. C. un giovane di stirpe regale, abituato ad agi e lussi, abbandonò il palazzo paterno e indossò le povere vesti dell’asceta itinerante.

Sostentandosi con poco (e per qualche anno con quasi niente), percorse le vaste terre dell’India nord-orientale, indicando a quelli che avevano “poca polvere sugli occhi” il sentiero che porta alla cessazione della sofferenza umana ed all’emancipazione da ogni condizionamento.

A distanza di venticinque secoli, talvolta semisepolto da madreperlacee incrostazioni, ma sempre rinascente in fulgide sintesi essenziali, porta agli uomini che cercano, verità mai superate: perle preziose anche per gli uomini che verranno quando le religioni saranno sabbia del passato.

Per accostarsi al Buddhismo occorre un corrispondente atteggiamento dell’anima…oppure aver già calcato il nobile sentiero nelle precedenti esistenze.

Non è religioso.

Accostarsi al Buddhismo e cercare in esso i riferimenti ad una tipica religione monoteistica o quegli elementi generali che la nostra mente e la nostra cultura è abituata come essenziali attributi di ogni religione, è già un porsi in condizioni atte a non comprenderne lo spirito.

Profondamente diversa è la posizione che l’uomo occupa nel Buddhismo da una parte e nell’Ebraismo, nel Cristianesimo, nell’Islamismo dall’altra.

Diversi sono i fini che egli si propone e i mezzi che mette in opera per conseguirli.

Il Buddhismo (originario) non è una corrente spirituale di carattere devozionale.

In esso non trova posto l’idea di un Essere supremo personale, creatore e signore del mondo e di una Provvidenza che tenda una mano soccorrevole all’uomo bisognoso e che, seppure misericordiosa, dispensi saggiamente castighi e meriti.

Le Divinità esistono ma sono, per così dire, da questa parte della Creazione: soggetti al pari degli uomini, alle grandi ruote del divenire, del saṃsāra, non potendo così recare un vero aiuto all’uomo che vuole trascendere la sua condizione precaria.

Lo stesso Brahma, subito dopo l’illuminazione del Sublime, scende dalla sua paradisiaca dimora e prega il Buddha di esporre la Dottrina: per il bene di uomini e dei.

Ne deriva, come corollario, un fatto notevole: l’uomo, per liberarsi dal saṃsāra, per conseguire ciò che non è soggetto a condizioni, non può o deve cercare alcun appoggio esterno ma impara a fare affidamento soltanto sulle proprie forze.

In altri termini il Buddhismo originario (Theravāda) non è una religione soteriologica!

Il Buddha non è un salvatore ma un “Svegliato”, un “Compiuto”, il quale, deponendo ogni cosa, è giunto con il proprio sforzo all’altra riva e che, mosso a compassione per il genere umano di cui fece parte, espone a chi voglia intendere, un metodo, una tecnica per ottenere lo stesso risultato. Insomma, scusate la battuta, gran sforzo ma senza sfarzo!

Non è morale.

L’assenza di un Essere supremo che governi l’universo, ha notevoli riflessi sulla sfera morale, la quale nel Buddhismo non va intesa come un insieme di norme di condotta relazionate ad un divino volere, alla cui trasgressione segue, dall’alto, il castigo.

Qui non c’è peccato ma errore, le cui conseguenze sono già contenute in germe nell’atto stesso e che si manifestano, secondo la legge del karma, quando vengono a maturazione.

In termini diversi, si è ‘puniti’ non per le proprie azioni ma da esse. Assai semplificando: come un ferro rovente brucia la mano dell’incauto senza l’intervento di un fattore estraneo.

Perciò l’etica buddhista non detiene un valore assoluto: è solo strumentale. L’attenersi a regole di condotta, anche severe, vale soltanto in quanto consegue dei risultati e perde qualsiasi significato quando lo scopo è raggiunto. Concetto espresso, anzi sottolineato in tutti i modi possibili.

Il più noto è quello della “zattera” che serve per attraversare il fiume ma diventa inutile ingombro dopo l’uso.

Cos’è la “riva” (Eccelsa Meta, secondo il Sutta Nipāta) su cui ogni codice si svuota di significato? E’ il Nirvana: il superamento di ogni condizione condizionante, l’estinzione della “sete” in tutte le manifestazioni.

Chi “abbandona la casa per la vita senza tetto” non aspira a paradisi beati (condizionati ed impermanenti), poiché il suo sforzo è spogliarsi dalle brame, a staccarsi dai mondi infimi o eccelsi come un serpente dalla sua vecchia pelle.

Viene a chiarezza un’altra condizione del Buddhismo: quella di non essere una dottrina di consolazione ma di chiarificazione.

E’ stato detto che il Buddhismo non ha latte per i bambini.

Esso non promette alcuna consolazione in questa o in altre vite. Con coerenza non promette nulla: come potrebbe farlo se tutto, nel divenire, è un intreccio di affanno, agitazione e sofferenza?

Scopo dell’ascesi è vedere le cose secondo realtà.

Raggiunta la visione chiara, spoglia di qualunque riflesso emozionale e mentale, segue il Distacco con la gioia spassionata e rasserenante di chi si è liberato anche da sé stesso.

Questa ‘visione’ trascendente può manifestarsi lentamente o come una folgorazione.

La via alla illuminazione folgorante ha poi assunto una importanza massima nel buddhismo cinese ch’an nel VI secolo d.C., passato poi in Giappone come Zen, dove l’illuminazione, il Satori, significa “percezione immediata ed intuitiva della verità”: è una frantumazione della personalità che, dopo molta disciplina, può venir provocata da fatti insignificanti. I testi originari ne parlano come di una “rottura della testa”, simboleggiata anche come “l’aggressione del toro”.

Non è speculativo.

Il buddhismo originario è del tutto pragmatico.

Bandisce qualsiasi speculazione ontologica, metafisica o cosmologica. Al discepolo non interessa il “vero” filosofico che lo porterebbe a scivolare nella selva oscura delle opinioni. Ciò che lo interessa è lo superamento della precarietà e della limitatezza samsārica, perciò “vero” è per lui ciò che gli permette di raggiungere l’obbiettivo.

Discussioni e polemiche rappresentano un reale ostacolo, un freno sulla Via in quanto distolgono la mente. Chi, prima di incamminarsi sul Nobile Sentiero, volesse sapere se il mondo è eterno o meno, finito o infinito, se corpo e vita sono cose diverse, se il Compimento avviene prima o dopo la morte eccetera, giungerebbe al termine dell’esistenza senza aver risolto uno solo di questi problemi e senza aver fatto un solo passo verso la Liberazione.

La velleità di risolvere problemi spirituali “ non mena al distacco, non al rivolgimento, non alla dissoluzione, non al sollievo, non alla visione, non al risveglio, non all’estinzione.”

Sebbene appaia così diverso dalla odierna Scienza dello Spirito, anche il Buddhismo appartiene alla Sapienza Perenne…credo che, nella sua impostazione di fondo,  farebbe un gran bene all’odierno ricercatore afferrane le virtù, vista l’infernale bufera di chiacchiere e verità parziali che gli ruotano intorno come neri uccelli affamati…

TRADIZIONE

TRADIZIONE e tradizionalismo

insegna

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Il titolo di questa nota si riferisce in tutta evidenza a due soggetti diversi, persino opposti nel loro più intimo carattere. Poi nella realtà comune succede il contrario: la perversa mania di complicare le cose che in molti ambienti dove si è coltivata e si coltiva una visione esoterica degli enigmi della vita viene curiosamente avvertita come virtù, la faziosa passione dedicata all’affermazione del proprio movimento come rappresentante di una elevata primogenitura e ancora i confini incerti e sfumati di moltissime manifestazioni ed esperienze preternaturali, la carenza di un sano giudizio e altro – la lista potrebbe continuare – porta i nostri due soggetti a confondersi in un magmatico calderone dove chiunque può estrarre l’uno attribuendoli il carattere dell’altro.

Già ora qualcuno può dirmi: “Io sono un discepolo della Scienza dello Spirito. Non c’entro con cose simili”. Ma questo non è vero. La strada che pensi di percorrere è fatalmente compresa tra quei termini ossia tra le forze ed i caratteri che quelli rappresentano. Non facciamo mai semplici questioni di parole. Cerchiamo piuttosto di portare a consapevolezza l’ambito animico dove veramente si sta operando e che è talvolta alquanto diverso da quello in cui si crede di agire. Procediamo per gradi.

Come molti sanno, il termine “Tradizione” deriva dalla lingua latina e precisamente dal verbo tradere che tradotto significa affidare, consegnare, tramandare.

Non occorre forzare i significati per accorgersi che il “tradizionalismo” esprime qualcosa di più limitato: i vocabolari della lingua lo spiegano come “osservanza della tradizione, comportamento secondo consuetudine, rispetto conformistico”.

Segnalo questa distinzione perché essa è scappata via dagli ambienti esoterici che abusano di tali termini in maniera così vivacemente sconclusionata da appiccicare  attitudini umane e di destino su vie e visioni qualitativamente inconfrontabili.

Entrando nel mondo animico occorre rispettare le leggi che lo governano e che sono decisamente scomode per il pensiero abituato alle nette divisioni e separazioni che si presentano in tutto ciò che il mondo sensibile manifesta; nella sfera animica tutto è fluente, aleggia, si compenetra, si trasforma: il vedere non basta e bisogna attendere il momento che dalle impressioni (colori, sapori, odori) emergano Potenze sonore che sono la vera essenza delle prime. Esse in realtà risuonano in tutti gli uomini ma vengono sperimentate in modo desto nell’operatore occulto, ed a un gradino inferiore, come impressioni morali attive e conoscitive nell’uomo evoluto. In quest’ultimo si presentano come le infallibili voci della coscienza, gli organi che discernono il falso dal vero e non appartengono alla testa ma operano dalla regione del cuore. Per gli altri vale il detto che il mondo è pieno di sordi. L’atrofia delle orecchie del cuore è l’handicap animico che rende impossibile scindere l’essenziale dal non essenziale, la luce dello Spirito dai fuochi fatui del contraffatto.

Nel mondo esoterico l’idea di Tradizione è alta, alludendo ad un contenuto pre-umano o sovrumano affidato a rari uomini eletti, sacerdoti, ierofanti, maestri, degni di sacrificare sé stessi per rendersi purificati veicoli di tale contenuto, inoltre capaci della saggezza creativa indispensabile per trasfonderlo attraverso presenza diretta, o più tardi, in riti, immagini e parole trasmesse a selezionate comunità senza tradirne (quasi mai) l’essenza. Questo avveniva in tutto il mondo ed i Misteri furono diversi non solo per le forme ma soprattutto per le sorgenti ispirative e per gli adeguamenti necessari  in relazione alla tipologia di popoli diversi e alle modificazioni intervenienti nel divenire temporale della struttura umana. A questo riguardo appare incredibile la cecità di coloro che si professano difensori della Tradizione proponendola sempre una e immutabile. Poiché gli stessi fanno di solito riferimento a documenti sapienziali, come possono non accorgersi della distanza che intercorre, ad esempio, tra i Veda ed il Vedanta, tra questo e il Buddhismo e le sue successive modificazioni e ancora tra il Buddhismo e la corrente che indica sé stessa come la più idonea per operare tra le potenze più nefaste del Kali Yuga,  chiamata col generico nome di Tantra (libro)?

E’ l’essenza della Tradizione questo essere dell’eterno e tuttavia modellarsi secondo i secoli della terra.

Il dott. Steiner, spesso violentemente tacciato di scipito neo-spiritualismo privo di radici, non ebbe forse una “regolare iniziazione” conferitagli da un grandissimo Maestro, come ci comunica E. Schuré che possedeva informazioni di prima mano?

E la Sua spesso dichiarata autonomia da correnti e precedenti istituzioni e logge è motivo di scandalo solo per coloro che non vogliono riconoscere gli itinerari spirituali di alte figure che in tempi moderni, sotto molte latitudini, hanno attinto saggezza ed autorità iniziatica attraverso una diretta connessione individuale (che non significa “personale”) con il Mondo Spirituale. Tali esseri ci sono stati e non è nemmeno tanto difficile rintracciarli e scoprirli a meno che non si voglia, in cattiva coscienza, sostenere in forma ideologica alcuni faziosi preconcetti. Inoltre, ove non si voglia, neppure si riesce a concepire che tale indipendenza possa esserci per permettere metodi comunicativi nuovi ossia coerenti con quanto esige la condizione umana contemporanea.

Del resto Rudolf Steiner stesso, là dove comunicava direttamente insegnamenti esoterici, esprimendo un mantra, poteva commentarlo in questo modo: “ Questo ha risuonato nei cuori di tutti coloro che lottarono per la conoscenza, da quando sulla terra vi è una presenza umana. (…) Starà a voi far sì che risuoni di nuovo degnamente nei cuori umani l’insegnamento con cui le sagge guide dell’umanità, da quando sulla terra vi è un’esistenza umana, hanno condotto i cuori verso l’alto, alla contemplazione dello spirito che agisce nel mondo e, attraverso il mondo, entro l’uomo, che è il coronamento dei mondi.”

Il ricercatore sveglio potrà trarre con il suo giudizio chiare conclusioni circa l’ opera dei raffinati difensori della Tradizione che fondano ogni “regolarità” iniziatica sull’ammissione del discepolo a sedicenti organismi tradizionali dotati di nome e indirizzo, senza porsi nemmeno l’ipotesi che esistano davvero logge qualificate e Maestri nella sfera più consona alla loro natura e missione, ossia nel mondo sovrasensibile. Simili indicatori, quando vengano spogliati dai simboli e dalle citazioni di cui si circondano appaiono per ciò che realmente sono: il volto spiritualista del Materialismo. Quello che il ricercatore cerca di superare quando impara a scrollarsi dalla rinfusa dialettica sapienziale.

Con queste minime riflessioni ed esempi – ma sottolineo, vi sono tantissime traccie che ognuno può cercare e trovare da sé –  voglio dire soltanto che ostacoli o giudizi peregrini non scendono dalla Tradizione ma dalla confusione che confonde questa con il tradizionalismo. Se il tradizionalismo rimane dove dovrebbe stare, tra il buon senso delle generazioni precedenti e la pratica saggezza dei vecchi agricoltori, erboristi e guaritori, esso appartiene allora al sano patrimonio dell’esperienza trascorsa, che solo un modo di pensare ottuso e superficiale (come purtroppo sta avvenendo ai giorni nostri) vorrebbe cancellare in nome di un astratto e cinico progressismo.

In questa situazione è del tutto comprensibile che anime sensibili, avvertendo l’errore implicito nella rimozione del passato, passino con sincera passione all’opposizione riaffermando con forza i valori sbaraccati.

Spesso il dottor Steiner affermò che il male scaturisce dove un qualcosa evadendo dal posto competente si trasferisce irregolarmente fuori dalla sua pertinenza. Questa espressione riferita di solito a grandi problemi metafisici ma pure validissima in tutte le faccende del nostro mondo, è perfettamente calzante per il tradizionalismo, per l’anima tradizionalista quando questa con il suo modo di pensare, vuole collocarsi nel solco della Tradizione. Essa, anche quando dotata di intellettuale sapere e dei corrispettivi sentimenti, non esce dall’ordinario stato di coscienza fisico sensibile perciò non è in grado di trattare veracemente le cose dello Spirito ossia i contenuti della Tradizione. Essa che esoterica non è, parla e scrive di esoterismo. Con quali forze o organi? Naturalmente con il suo pensiero e con il suo sentimento tradizionalista. I quali per i limiti imposti dalla natura alla loro natura possono soltanto orientarsi verso il passato sensibile e dunque accedere solo agli antichi testi che più vecchi sono più appaiono splendenti ed acriticamente veri.

Testi che possono essere soltanto echi o riassuntivi commenti della Tradizione che giustamente viene anche chiamata perenne perché vive nelle sfere dell’eternità e non certo nelle pergamene e nei libri. Invece si ignora del tutto che, semmai, Essa come Vivente, può vivere nelle profondità dell’uomo stesso giungendo (perché no?) sino al nocciolo della coscienza individualizzata. Esiste un filo di continuità che da Adam Kadmon giunge sino a noi: l’azione Divina che si continua dall’Essere Primordiale e che attraverso azioni esoteriche può essere rimembrata.

Questo è il significato dell’articolato dispiegamento d’immagini dato dallo Steiner nel capitolo sull’evoluzione dell’uomo e del mondo del suo libro La Scienza Occulta, tanto sprezzato e dileggiato dai tradizionalisti, incapaci di accedere al superiore livello ove il pensiero che pensi la somma di quelle immagini è capace di sintesi, non come prodotto intellettuale, ma come forza che gli è propria oltre tutti i pensati umani (cerebrali). La riconquistata memoria delle precedenti azioni dello Spirito è la strada della nostra reintegrazione all’Uomo Cosmico, paragonabile a qualcuno che riacquistando a poco a poco la memoria ritrovasse la strada di casa e riacquistasse poi le ricchezze e le proprietà che erano già sue nel passato. Nel tempo della smemoratezza il nostro uomo-esempio, ha vissuto e ha maturato nuove esperienze (esperienze che da ricco possidente non avrebbe mai avute!); perciò il suo non è un semplice ritorno ma c’è una addizionale che fa di lui un essere diverso da quello che era stato nel suo precedente periodo felice. Questa addizionale, nella visione mitica e statica dei tradizionalisti, non esiste proprio.

Così malconcio è il loro pensiero, torto all’indietro come il loro collo, che appena Steiner o Aurobindo usano senza automatiche connessioni la parola “evoluzione”, subito stanno male e fanno gli scongiuri poiché (loro) non possono non collegarla a Darwin e a tutte le becere e grottesche visioni che di quest’ultimo si dichiarano continuatrici osservanti e fedeli e che così pur esse  si palesano fondate su di uno schema, a suo modo…tradizionale.

Segretamente ammiro la presunzione e l’impudenza dei tradizionalisti di gran nome, come Julius Evola in Italia: egli, per esempio, riesce a far passare la reincarnazione come una professione di demenza teosofica nello stesso istante in cui Aurobindo, per diretta esperienza, considera la medesima, anche solo assunta cognitivamente, come un contenuto pedagogico urgente per la salute interiore della odierna umanità.

Dopo molti decenni vissuti dapprima nell’apprendimento e poi nel lavoro interiore guardo con distacco divertito gli aristocratici disgusti di una figura che, in fondo, non nascondo di stimare soprattutto per la grande dignità personale che Evola ha sempre mostrato davanti a coloro che sbavavano pregustando il  linciaggio, dall’era fascista sino alla sua scomparsa. 

Ciò non cambia il fatto, perfettamente verificabile se il fideismo imperversante si togliesse di mezzo, che su molti ed importanti argomenti, Evola e Guenon  potrebbero confrontarsi con le simpatiche, marpionesche canaglie che a Portici ti vendevano a  prezzo stracciato cromate radio fasulle e accendini che funzionavano una volta sola.

Ma anche nei particolari…Faccio un solo piccolo esempio, permettetemelo. Nel suo famoso libro Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Evola, bontà sua, separa il buono dal pessimo degli insegnamenti steineriani in cui mette l’evoluzione, la reincarnazione (di cui abbiamo già fatto cenno) e l’assurda fantasia di un Cristo che agì magicamente su ”L’Anima della Terra” con il sangue versato sul Golgota. Penosa follia steineriana?

Sentite allora cosa scrisse Karl von D’Eckartshausen, adepto di logge visibili e Santuari invisibili, nella seconda metà del 1700: “(…) Era altresì necessario che questa forma divino – umana fosse uccisa, affinché la sostanza divina e incorruttibile contenuta nel suo sangue potesse penetrare nel più interiore della terra, operando così una dissoluzione progressiva della materia corruttibile. (…) Dall’epoca della morte di Cristo, la forza divina instillata nel centro della terra dal sangue sparso, operò sempre per esteriorizzarsi e rendere tutte le sostanze gradualmente capaci del grande rivolgimento che è riservato al mondo. (…) Questa fu la prima e più importante rivelazione sulla quale sono fondate tutte le altre e che fu sempre conservata e trasmessa oralmente dagli Eletti di Dio fino ai giorni nostri.”

Ecco, come assai spesso accade in tutte le sue opere, alcune delle quali sono pregevoli e affascinanti, Evola non sa o finge di non sapere, per imporre al lettore il suo giudizio, di sicuro più importante della verità o almeno dell’obbiettività documentale.

Mi spiace veramente lo spreco di tante energie giovanili, poco utilmente consumate sui testi tradizionalisti contemporanei che, semmai, aiutano a schiodare l’anima dai futili miti e dalle mode correnti (questa è davvero un preliminare ma importante mutamento interiore spesso non raggiunto dagli antroposofi) ma poi diventano un inciampo, superabile solo per coloro che per coraggio e coerenza possiedono la capacità di controllare da sé le fonti e di pensare con autonomia e volontà conoscitiva cosa vogliono fare di sé stessi.

Il coraggio di andare avanti è salvifico. Se non si agisce, se non ci si muove, l’anima corre di continuo il rischio di tradizionalizzarsi, ossia di aderire per tutta una vita alla imitazione ripetitiva del numinoso e del sacro che non sarà mai esperienza rigenerativa perchè sentito e pensato con una coscienza incapace di sentirlo e pensarlo. Il primo vero passo verso la Tradizione perenne inizia con l’azione del pensiero: con il Pensare. Poiché la struttura gerarchica dell’uomo (ciò che lo distingue dall’animale, dalla pianta e dal minerale) ha nel soggetto pensante il suo carattere essenziale dovrebbe essere valutato come demenziale il vezzo, purtroppo diffuso, di iniziare pensando di iniziare da qualche impercepibile chakra o dalle unghie dei piedi, le cui recondite forze non potranno mai venir percepite se non viene prima conosciuto e percepito il pensiero da cui l’operazione (che è di pensiero) prende le mosse. Il Pensare non può essere saltato e l’esperienza di cosa esso sia in sé stesso è il primo passo realistico alla conquista del Nuovo Mondo o del Reale.

L’esoterismo reale è del tutto estraneo all’intellettualismo erudito. Certamente deve esistere nell’approccio allo Spirituale un lavoro di studio e di ricerca compiuto con desta capacità logica finché non si intuisce che le sintesi raggiunte chiedono un speciale approfondimento non più discorsivo bensì meditativo nell’apprendimento. Momento in cui il ricercatore avverte l’esigenza di un salto qualitativo: modificare quella coscienza pensante che non muta mai essendo sempre identica qualora pensi i deva o i mantra oppure pensi alla prossima cena. Osservo per inciso, so di averlo già scritto ma secondo me vale la pena ripeterlo, che diversi scienziati/ricercatori tra i più avanzati della cittadella scientifica mondiale (non sono tantissimi come i tromboni dell’illusione divulgativa dei media fanno credere) sono perfettamente consapevoli del limite imposto dalla coscienza ordinaria che perciò pone il limite all’osservazione e alcuni tra loro fanno il possibile (tecniche meditative) per una sua modifica, mentre nel mondo che vorrebbe essere considerato esoterico si considera del tutto naturale studiare e scrivere sugli studi e gli scritti di Guenon, per poi continuare la medesima opera sugli studi degli studi degli studi senza avvertire l’inanità di un tale lavoro, spesso svolto con molta intelligenza. In questa complessa e banale razionalizzazione infinita del sacro, tutte le “correnti” corrono in tondo sul medesimo circuito poiché la coscienza tradizionalizzata è la medesima con colori diversi: in questo sport bizzarro potrebbero cadere steccati e antagonismi; il terreno è lo stesso per cattolici e pagani, per evoliani e antroposofi, per sacerdoti e guerrieri. Da questa fragorosa e inutile arena di dotatissimi e raffinatissimi eruditi, critici, polemisti, l’asceta, con indulgente sorriso e passo leggero, esce inavvertito. Egli, quando medita, entra silenzioso in mondi di Forze e di sacre Realtà (indipendenti da umane nomenclature) dove si opera alla palingenesi dell’uomo e del mondo.

                                                                                                                       

TRADIZIONE

IL CANTO DEL BEATO

krisharj

*

I seguaci dell’antroposofia fin troppo spesso nulla sanno di quanto non sia strettamente legato ad essa. Ma su ciò dovrei correggermi. Vedo sedicenti antroposofi conoscere a menadito Osho, l’AMORC, le Kabbale, Krishnamurti, poi le cloache chiamate canalizzazioni e altre (infinite?) sciocchezze.

Neppure un timido un balbettio sugli autorevoli critici, vuoto pneumatico con gli autentici testi della tradizione. Poi Steiner e Scaligero, leggeri come i saldi di fine stagione ma ottimi per libertine e esibizionistiche discussioni.

Che questo sia il futuro che avanza? Che ci sia una nuova scuola esoterica molto, ma molto a sud di Ushuaia?

Lascio ai lettori la meditazione sul senso del verbo avanzare, invito tutti a corsi di geografia esoterica, e riprendo il filo.

Va bene, anzi benissimo, seguire il pensiero scientifico-spirituale sulle “Basi occulte della Bhagavad Gita”, però esiste pure la Bhagavad  Gita per se stessa e, se non erro, nel l’”Iniziazione” Steiner stesso la indica come un testo che è cibo per l’anima.

Allora, è conosciuta o no?”

Sfrondata da studi filologici ed esegesi, non è mica un grosso testo ed è rintracciabile in qualunque libreria, anche in edizioni di pochi soldi. Dunque di facile acquisto e ognuno poi fa quello che vuole.

Però mi stupirebbe se nelle fornite biblioteche personali di figure a vasto raggio di interessi spirituali, ça va sans dire, questo aureo volumetto non ci fosse proprio.

Non smetto di ritenere che riassunti o bignamini non comunichino nulla di buono: le Opere dettate dalle altezze (di qualunque tempo), qualora le anime sappiano riconoscerle, dovrebbero essere avvicinate e “trattate” con un minimo di rispetto, anche quando manchi una devozione sincera. “Farle a pezzi non è rispettarle”, come diceva il capo ispettore Abberline nei riguardi delle povere vittime di Jake the Ripper.

E, aggiungo, evitare le virgolette quando si riportano le frasi di un altro e persino di un Iniziato. Purtroppo chi fa ciò come nobile arte di sottoscala, si autogiustifica sempre e comunque.

Qui, da parte mia, preferisco dunque limitare le prossime righe alla cornice in cui si situa “Il Canto del Beato”, confidando nell’interesse dei lettori per l’ulteriore proseguimento.

La Bhagavad Gitā è un un episodio del Mahābhārata, narrazione epica di una visione della grande India unificata in cultura e vita politica, completata tra il V e il I secolo avanti Cristo e che si traduce letteralmente come “La grande India”.

Quando Dhritarāshtra, il re cieco dei Kuru diviene vecchio decide di cedere il trono non a suo figlio Duryodhana ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pāndu, suo fratello minore.

Duryodhana, uomo di inclinazioni cattive, mediante scaltrezza e tradimenti, si impadronisce del trono e cerca ogni mezzo per annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, tenta di conciliare le parti: in nome dei cinque Pāndava chiede per essi cinque villaggi ma Duryodhana rifiuta brutalmente e dice che senza battaglia non cederebbe nemmeno uno spillo di terra. Diviene inevitabile battersi per la giustizia e il diritto.

Tutti i principi dell’India si uniscono ad una delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offre una scelta e Duryodhana sceglie per sé il potente esercito di Krishna e Krishna entra nel campo opposto, non come combattente ma come auriga del carro di Arjuna (uno dei cinque pāndava).

Drona, il maestro di ambedue, sceglie Duryodhana perché il suo nemico Drupada ha scelto l’altro campo. Bhīshma, parente di ambedue i capi delle opposte fazioni, l’uomo più forte dell’India seppure anziano e che aveva tentato la riconciliazione, dopo un scrupoloso esame di obblighi e doveri e visto che nemici s’erano schierati a fianco dei pāndava, decide di combattere con Duryodhana per dieci giorni e poi di ritirarsi in morte volontaria ottenuta cioè con mezzi iperfisici.

L’auriga del carro del vecchio re cieco e spodestato svolge per lui la cronaca degli avvenimenti della lotta mai superata in importanza nella storia dell’antica India: qui inizia la Bhagavad Gitā, cioè il Canto del Beato, perché ripete le parole di Krishna, il divino incarnato e perché insegna all’uomo come elevarsi alla coscienza divina, realizzando nel terrestre il Regno dei Cieli.

Dei cinque fratelli pāndava, il maggiore era il più puro e virtuoso (sattvico), il minore era il più forte (rajasico) mentre Arjuna, terzo dei fratelli, era in equilibrio in forza e purezza: per questo fu scelto dal Divino per essere il suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugāntara, e per essere il discepolo a cui dare il messaggio divino della via allo Spirito.

Se pensiamo l’insegnamento antico come staticamente immerso nel suo splendore, la figura di Arjuna e il momento dell’insegnamento infrangono tale pensiero.

Arjuna è un uomo attivo, posto nel mezzo della sua più profonda e violenta crisi. Il suo temperamento è indicato dall’inizio del libro ed è conservato fino alla fine: consapevole del grande massacro (di cui è destinato ad essere il principale strumento!), quello che sorge nella sua anima non è ragione filosofica o spirito riflessivo ma da uomo pratico e d’azione scopre di colpo di venir privato di tutto il fondamento della fiducia in sé e nella vita.

Egli, vissuto finora seguendo la legge (dharma) e mettendo in pratica le nozioni di diritto e virtù, scopre improvvisamente che esse l’hanno condotto a diventare il protagonista di un massacro terrificante e inaudito, di una mostruosa guerra civile che incendia tutte le nazioni, prepara la strage dei più valorosi eroi e minaccia la rovina della civiltà.

Allora Arjuna, gettando lontano l’arco divino e la faretra inesauribile che gli erano stati dati dagli dei, esclama: “ è meglio che io mi lasci massacrare, disarmato e senza resistenza, dai figli armati di Dhritarāshtra. Non combatterò”.

Non è il dubbio di un pensatore ma piuttosto la rivolta elementare di tutto il suo essere: non solo il suo pensiero ma anche il cuore e gli impulsi vitali non trovano più regole d’azione, nessun valido dharma.

Egli chiede allora a Krishna una regola sconosciuta, mentre il Maestro lo condurrà verso il segreto che Arjuna non chiede di conoscere. Il Divino non vuole condurlo ad una legge qualsiasi (inevitabilmente umana) e chiede piuttosto che rinunci a tutti i dharma, tranne a quello, ben diverso da tutti, che consiste nel vivere coscientemente nel Divino e nell’agire secondo questa consapevolezza.

Il Maestro deve dare al discepolo una nuova legge di vita e d’azione che vada oltre l’insufficiente regola dell’esistenza ordinaria con l’infinita serie di contraddizioni e conflitti, di dubbi e certezze illusorie, così che liberi l’anima dai legami dell’azione senza impedirle di agire e con forza conquistare l’immensa libertà del suo essere divino.

La Gitā non è arma di battaglie dialettiche,

è una porta che si apre sull’intero mondo di Verità,

di esperienza spirituale, e la visione che offre comprende

tutti i domini del piano supremo. Essa traccia il cammino,

ma non innalza mura o barriere per confinare la nostra visione.

                                                                                                                (S.A.)

TRADIZIONE

UNA FIDUCIA ANTICA

Jacob Boehme, Mysterium Magnum, Mystery of the Creation

*

La fiducia che l’asceta ha in sé non è una fede ignorante, oscura, ma una fiducia luminosa: fiducia nella Luce invisibile, non nell’oscurità.

Può essere chiamata cieca dall’intellettualismo scettico già solo perché rifiuta di essere guidata dalle apparenze esteriori o da quelli che sembrano essere fatti, perché essa cerca il vero dove sono altri coloro che non vedono e non poggia sulle grucce della prova sensibile e dell’evidenza: sente di non averne un vero bisogno.

E’ un’intuizione che non attende l’esperienza per essere giustificata: è la potenza che conduce all’esperienza.

Se io credo nella capacità dell’autoguarigione, troverò domani o tra mille anni il modo di guarirmi.

Ma se comincio la disciplina con il gelo del dubbio e continuo con dubbi ancora più grandi, fino a che punto potrò proseguire il viaggio che cerco di intraprendere?

Questa fiducia così speciale non dipende dall’esperienza diretta. E’ qualcosa che esiste in me prima dell’esperienza.

Quando si inizia la Concentrazione del pensiero, tale inizio non è quasi mai basato sulla forza dell’esperienza, nemmeno la logica del processo, anche se compresa e ricompresa, non è sufficiente. Esso principia con un profondo atto di fiducia, che indirizza con una scandalosa certezza senza nome.

A osservare bene, è così non solo nella vita spirituale ma anche nella vita comune.

Tutti gli uomini d’azione, esploratori, inventori, creatori di conoscenza, procedono con una sorta di fede incrollabile finché la prova non si presenti o l’impresa riesca…e vanno avanti malgrado delusioni, fallimenti, contraddizioni, negazioni: solo perché vi è qualcosa che dice loro che sono sul campo della verità e che l’impresa va portata a termine.

Secondo il grande Ramakrishna è una certezza che è certezza oppure è altro: deduzione ragionata, convinzione provata, conoscenza accertata: cose non inutili ma che non sono mai l’intima radice della nostra azione.

La fiducia che qui intendo è la testimonianza dell’anima verso qualcosa che non è ancora manifestato, compiuto, realizzato, ma che L’Essere che è in noi conosce anche senza previe indicazioni e ci avverte che è vero, che è il valore estremo da seguire e realizzare.

Qualcosa in noi persiste, resiste anche se la mente viene tormentata e la psiche corporea si rivolta e rifiuta.

L’ascesi del pensiero comporta lunghi periodi di delusione, di smacchi, di stanchezza e oscurità. Eppure qualcosa in noi ci sostiene, ci spinge nostro malgrado: sentiamo che ciò che seguiamo è vero e davvero, in fondo, lo sappiamo.

La fondamentale fiducia nell’ascesi del pensiero, nel risveglio di sé, è che l’uomo spirituale esiste e che reintegrarsi a esso è il valore supremo della vita.

Finché un uomo ha questo ardore interiore, è segnato dallo Spirito, e se anche la sua natura fosse piena di ostacoli, gremita di negazioni e difficoltà e dovesse lottare per la vita e ancora oltre, un remoto impeto fa di lui un essere predestinato al Risveglio della Vita spirituale.

 

TRADIZIONE
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