TRADIZIONE

PASQUA IN SICILIA

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Il lunedí 2 aprile del 1787, alle tre del pomeriggio, il veliero partito da Napoli quattro giorni prima entrò nel porto di Palermo. Cosí Goethe descrive l’approdo nel suo diario: «Siamo finalmente entrati in porto …e un lieto spettacolo si è subito presentato ai nostri occhi. … A destra il monte Pellegrino, con le sue forme graziose in piena luce, a sinistra la spiaggia adagiata via via con le sue insenature, le sue sporgenze, i suoi promontori. Ma quel che produce l’effetto piú suggestivo è il verde tenero degli alberi, le cui cime, illuminate da dietro, ondeggiano davanti alle case, nell’ombra, come grandi sciami di lucciole vegetali».

Goethe viaggiava col giovane pittore Christoph Heinrich Kniep, incaricato di ritrarre con disegni e schizzi gli scenari e i monumenti piú suggestivi visitati. «Egli è andato a riprodurre uno schizzo preciso del monte Pellegrino, il piú bel promontorio del mondo» scrive il poeta in data 3 aprile.

L’8 aprile, Pasqua, Goethe al suo risveglio annota: «L’esplosione di gioia per la Resurrezione del Signore si è fatta sentire fin dall’alba: i petardi, i tracchi, le bombe, i serpentelli, sparati davanti alla porta delle chiese …fra il suono delle campane e degli organi, le salmodíe delle processioni e i cori dei preti».

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Con il suo amico disegnatore, Goethe rimase a Palermo fino al 18 aprile. Ma l’incantesimo della città non riuscí a spegnere la sua curiosità scientifica e intellettuale, e un certo suo gusto per l’avventura. Visitò col Kniep la villa mitopoietica del principe di Palagonía: «Abbiamo trascorso tutta la giornata di oggi [9 aprile] dietro alle pazzie del principe di Palagonía, ma anche queste stravaganze ci son parse tutt’altra cosa da quel che ci fanno credere i libri o i racconti della gente».

S’improvvisò anche detective per scoprire quanto di vero ci fosse sull’origine palermitana del Conte di Cagliostro, alias – stando alle malevole dicerie correnti in Francia – tale Giuseppe Balsamo, oriundo transfuga della città. S’ingolfò in un ginepraio anagrafico che lo irretí, sviandolo dalla verità del personaggio.

Poi Monreale e la tomba di Santa Rosalia, stupori che non avrebbero aggiunto nulla di eccezionale al suo spirito indagatore dei processi della natura e dell’arte.

Ma il giorno prima di lasciare Palermo, il 17, nell’Orto Botanico, un lampo ispirativo illuminò nella sua mente l’archetipo della pianta originale, la Urpflanze: «Mi sono sforzato di esaminare in che cosa realmente tutte queste varie figure si possano distinguere l’una dall’altra. E le ho trovate piú simili che diverse».

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Ecco quanto Goethe sintetizza, una volta tornato a Roma, della sua esperienza: «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto».
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Leonida I. Elliot
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Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com
PASQUA, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

VIRGILIO E L'OBLIO

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(Virgilio – Introduzione alle Bucoliche dal Virgilio Vaticano – VI secolo d. C.)

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“O pater, anne aliquas ad coelum hinc putandum est

Sublimes animas, itremque in tarda reverti

Corpora? Quae lucis miseris tam dira cupido?”

(O padre, bisogna pensare che alcune anime di qui vadano lievi al cielo e di nuovo tornino ai pesanti corpi? Quale sì crudele desiderio di luce per le misere?) Virgilio: Eneide, libro sesto: Sorte e destino delle anime.

Virgilio: quel Publio Virgilio Marone che il mondo ricorda come poeta.

Nato nel mantovano ma ben diversamente ricordato dal popolo partenopeo per tantissimi secoli, dove riposarono le sue ossa: protettore ma anche sublime mago, teurgo.

Al punto che nel XII secolo i conquistatori normanni e la Roma papalina dissacrarono la tomba e rubarono i pochi resti con il  prudentissimo aiuto di un negromante!

Pensate poi che papà Dante si affidi ad un poeta latino per la tremenda impresa di scendere sino al fondo dell’Abisso? Solo i letterati ci cascano, come pere troppo mature!

Torniamo alla domanda di Enea che Virgilio pone in bocca al profugo troiano rivolgendosi al padre Anchise.

Infatti quale cieca voglia, anzi quale crudele bramosia contro sé stessi sarebbe quella degli spiriti che si trarrebbero a rinascere su questa impietosa terra – vera e non metaforica – valle di lacrime?

Chi mai, dopo averne sopportati i travagli, le ingiustizie, le amarezze e le delusioni, può risentire il maniacale desiderio di tornarvi daccapo?

Bisognerebbe essere matti incurabili, bietole incoscienti…oppure eroi votati alla santità del doloroso martirio!

Ecco perché la remota sapienza insegnava la necessità morale e indeclinabile (dharma) del rinascere per la educazione progressiva delle anime, per le quali la terra è la fucina atta a fusioni, temprature e forbiture.

Tale sapienza insegnava anche la necessità dell’oblio che accompagna la rinascita: indispensabile alla stessa possibilità del nuovo ritorno, essendo l’amnesia una sorta di amnistia temporanea, oltre che la tutelatrice o custode del “libero arbitrio”, non impantanato dal passato nelle sue iniziative e nel suo dinamismo etico.

Da qui il favoloso fiume di Lete, le cui acque bevute a larghi sorsi (ma c’è chi beve molto e chi pochissimo) dalle anime sulla strada del ritorno alla terra, davano la benefica dimenticanza dei tempi anteriori, terrestri e ultraterreni.

“Lethaeum ad fluvtum Deus evocat agmine magno:

Scilicet immemores supera ut convexa revisent

Rursus, et incipiant in corpora velle reverti”

Con questa ragionevole risposta Anchise dissipa lo stupore, non irragionevole, di Enea, descritto al principio. Il dio provvidenziale, con l’oblio, induce le anime a “voler ritornare nei corpi” (in corpora velle reverti) dopo che “Securos latices et longa oblivia potant”: cioè con la profonda dimenticanza di tutto ebbero sgombra mente e coscienza dai neri affanni del passato.

Gli antichi sofi iniziati, assertori della reincarnazione, non si lasciavano turbare dalla volgata e volgare obbiezione di un oblio postnatale che per loro era anzi prenatale, altrimenti il cervello fisico non ne avrebbe potuto usufruire e ben comprendevano la necessità morale delle rinascite inscindibile dalla concomitante condizione dello stato amnesico.

Ammettevano però la possibilità eccezionale dell’anamnesi in taluni casi e specialmente in individualità eccellenti, alle quali, come a spiriti maturi, il ricordo poteva non riuscire dannoso al loro progresso interiore, mentre divenivano testimoni viventi della grande legge delle rinascite.

Tale, tra alcuni altri quali Empedocle, Giuliano, ecc., fu Pitagora, santo della filosofia e martire della Sapienza al pari di Socrate. Pitagora infatti era lucidamente sicuro di serbare il ricordo di molte precedenti personalità, fino a declinarne i nomi e dandone anche prove credibili.

Ma in quei tempi, in cui Filosofia e Scienza non erano tra loro come suocera e nuora, i diritti e le ragioni del cuore erano valutati e fatti valere alla pari con le nobili esigenze dell’intelletto e anzi, più del “come” si stimava il “perché” delle cose e non meno della “causalità” si considerava la “finalità”.

Perciò si diceva che Socrate avesse fatto discendere la Filosofia dal cielo sulla terra, perché la portava nell’introspezione dell’anima e nella condotta morale della vita.

TRADIZIONE

IL VIANDANTE CHERUBICO

Silesius In diverse conferenze il Dottore ricordò qualche distico di un mistico tedesco “ all’alba della vita spirituale dei tempi nuovi” : Angelo Silesio.

Silesius nacque nel 1624 a Breslavia ed il suo nome era Giovanni Scheffler. Studiò in Olanda ed in Italia ed esercitò la medicina. Si convertì al cattolicesimo e fu ordinato sacerdote nel 1661, in seguito entrò nell’Ordine dei Minori. Morì a Breslavia nel 1677.

Scrisse brevi liriche, pubblicate nel 1657 col titolo Geistriche Sinnund Schlussreime.

Steiner scrive di lui:” Come un essere spirituale egli aleggia al di sopra di ogni vicenda terrena, e ciò che dice è come il soffio d’un altro mondo, esente a priori dalla rozza impurità onde, di solito, la saggezza può solo faticosamente liberarsi.” (I MISTICI, 1948. Pag. 116 – 120).

In effetti Silesio si esprime con lievità e dolcezza…per dire in tante righe delle verità che, pensate a fondo, fanno quasi impallidire -per fare un esempio – le vie della Potenza.

Trascrivo la sua composizione più famosa, da cui ho preso il titolo per questa nota.

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Io non so ciò che sono, non sono ciò che so,

cosa e non cosa, un puntino ed un cerchio.

 

Nulla c’è che ti muova, tu stesso sei la ruota

che da se stessa corre e non ha riposo.

 

Fermati! Dove corri? Il cielo l’hai in te.

Se altrove cerchi Dio, mille volte lo perdi.

 

Io non sono fuorché Dio, Dio non è fuorché me,

io sono il suo fulgore ed egli è il mio ornamento.

 

Dio è il fuoco in me, io in lui sono il riflesso,

non siamo l’uno all’altro intima essenza?

 

Noi preghiamo: Signore, sia fatto il tuo volere,

ma vedi, egli non vuole, egli è l’eterna calma.

 

Amare è faticoso: non dobbiamo soltanto

amare; come Dio dobbiamo essere amore.

 

Creature: queste voci dell’eterna Parola.

Essa canta se stessa in leggiadria e furore.

 

Dio non faticò mai né riposò, ricorda:

riposo è la sua opera, opera il suo riposo.

 

Io sono un monte in Dio, debbo scalar me stesso

perché il suo caro volto Iddio mi sveli.

 

Puro come oro fine, arduo come la roccia,

netto come cristallo sia il tuo animo.

 

Immisurabile è il Supremo, lo sappiamo,

eppure un cuore d’uomo può racchiuderlo.

 

L’amore quando è nuovo fermenta come il vino;

più invecchia e schiara e più si fa quieto.

 

Dio non cura le opere e quando il santo beve

gli piace come quando prega o canta.

 

Chi un attimo soltanto si levò su se stesso

potrà cantare il Gloria con gli angeli di Dio.

 

Io non credo alla morte: morissi ad ogni ora,

passerei ogni volta a miglior vita.

 

Uomo, in ciò che tu ami, in ciò sarai mutato.

Sarai Dio se tu l’ami e, se l’ami, la terra.

 

Sboccia, Cristo gelato, maggio è alla porta,

se ora e qui non fiorisci, resti morto in eterno.

 

Amico, quel che sei tu non puoi rimanere:

l’uomo deve passare dall’una all’altra luce.

 

Nulla è se non tu e io, e se non siamo in due

neppure Dio è più Dio e rovinano i cieli.

 

La rosa che tu vedi coi tuoi occhi di carne

anche in Dio dall’eternità fioriva.

 

Due occhi ha l’anima: uno è fisso nel tempo,

l’altro si spinge fino nell’eterno.

 

La croce in cime al Golgota non ti potrà salvare

dal male, se in te stesso tu non l’abbia levata.

 

Tu non ami gli uomini? Hai tutte le ragioni.

L’umanità nell’uomo è quel che devi amare.

 

Uomo, se hai brama e nostalgia di Dio,

da lui ancora non sei tutto avvinto.

 

Uomo, sii essenziale: quando il mondo trapassi,

il Caso crolla e l’Essere rimane.

 

Dio non manca di nulla, non gli occorrono doni;

se è vero – perché vuole il mio povero cuore?

 

Pioggia non per sé sola cade, né sole splende,

anche tu sei creato per altri e non per te.

 

Dio dice sempre sì, è il diavolo che nega,

per questo egli non può riunirsi a Dio.

 

Se il diavolo potesse uscire da se stesso

di colpo lo vedresti sul trono del Signore.

 

Tu considera bene: in Dio c’è eternità,

col diavolo all’inferno vi è solo un tempo eterno.

 

Credi tu, pover’uomo, che il grido della tua bocca

sia giusto inno di lode a un immobile Dio?

 

L’amore entra da Dio non annunziato,

sottile ingegno fa lunga anticamera.

 

Un cuore che sia quieto in Dio come Dio vuole,

sarà spesso toccato da lui: è la sua cetra.

 

Io non muoio né vivo. Dio stesso muore in me

e ciò che debbo vivere egli tutto lo vive.

 

E Dio è più in me che se l’intero mare

fosse raccolto in minuscola spugna.

 

Tu stesso fai il tempo, l’orologio è i tuoi sensi;

se arresti l’inquietudine, il tempo non c’è più.

 

Uomo, Dio nulla pensa: se avesse in sé pensieri

potrebbe vacillare qua e là, e non gli si addice.

 

So che senza di me Dio non vivrebbe un attimo:

fossi annullato, renderebbe l’anima.

 

Anch’io devo esser sole e coi miei raggi

dipinger l’incolore oceano del Divino.

 

Uomo, dacché il volere e il correre non contano,

devi far come Dio, che vince non volendo.

 

Quando Dio fu nascosto nel grembo di una Vergine,

allora il punto in sé contenne il cerchio.

 

Debbo esser Maria, Dio da me partorire,

s’egli deve concedermi l’eterna beatitudine.

 

Io stesso debbo essere virtù e ignorare il caso

se la vera virtù deve da me sgorgare.

 

In quanto è morta la mia volontà,

Dio deve ciò ch’io voglio:

io stesso gli prescrivo il modello e la meta.

 

Cristo stesso, se avesse un po’ di volontà,

per quanto santo, credimi, cadrebbe.

 

I sensi, nello spirito, sono uno

e per un solo uso: chi contempla

Dio, anche l’ode, lo sente, gusta e odora.

 

Chi è come non fosse, come mai fosse stato,

colui, o beatitudine, è fatto un Dio palese.

 

Che è, non peccare? Non occorre chiedere.

Vai, e te lo diranno i muti fiori.

 

La preghiera più nobile: quando colui che prega

si muta in ciò dinnanzi al quale supplica.

 

Lo zero, la creatura, se si antepone a Dio

non vale nulla: dietro di lui, sarà pregiata.

 

Ciò che fan tutti i santi può farlo un uomo solo.

Guarda: non fanno altro che abbandonarsi a Dio.

 

Amico, adesso basta. Poi leggerai dell’altro.

Ora vai, e diventa tu stesso Scritto ed Essere.

 

“A me, però, dalle confessioni religiose che male si accordano con i fatti naturali, non echeggia nulla dello spirito di quella vera e ampia pietà, che trovo in Boehme e in Angelo Silesio. Anzi, questa pietà più alta sta in perfetto accordo con l’azione delle forze naturali. Non c’è alcuna contraddizione tra il compenetrarci delle nozioni fornite dalla moderna scienza naturale e l’intraprendere al tempo stesso quella via verso lo spirito, che fu cercata da Boehme e da Angelo Silesio. Chi si accinge a percorrerla nel senso in cui la intesero quei pensatori, non ha da temere di cadere in un piatto materialismo se porge l’orecchio alla narrazione dei segreti della natura descritti nella Storia naturale della creazione. Chi accolga in questo senso i miei pensieri, comprenderà con me e come me l’ultimo versetto del Viandante cherubico, col quale vogliamo pure conchiudere questo libro: Amico, ora basta. Per il caso che tu voglia leggere più avanti, va e diventa tu stesso la scrittura, tu stesso l’essere.” (R. Steiner: I MISTICI Ed. Bocca 1948, pag 124 – 125).

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

COSA E' LA CABALA – CENNI

 

Con l’evolversi del pensiero, almeno ad un certo livello di cultura, vanno sparendo le associazioni mentali che venivano suggerite da termini come Cabala, Alchimia ecc.

Ancora oggi, nel caso dell’alchimia, dopo che questa era stata sinonimo di cialtroni o ingenui primitivi chini a bollire sterco aspettandosi da esso la trasformazione in oro sonante, vige negli ambienti accademici il giudizio di Kopp e Lippman che la giudicano – bontà loro – come una preistoria bizzarra della moderna chimica. Il pensiero-a-metà si è imbevuto di un tale giudizio, basta leggere cosa c’è scritto sotto la voce “alchimia” nell’autorevole Enciclopedia Treccani.

Per quanto riguarda la cabala che veniva attribuita al gioco del lotto, i pochi studiosi ebrei e diffidenti ne avevano rilevato il carattere irrazionale, frutto di spontanei moti popolareschi di reazione alla sistematicità del pensiero filosofico.

Forse Gershom Scholem è stato il primo studioso che applicando il rigore storico e filologico, trova radici e divisioni e sviluppi che vanno dalla mistica della Merkabah al moderno hassidismo.

Qui esprimo solo cenni conoscitivi su di un tema, o per meglio dire su una parola che lo studioso di esoterismo spesso incontra ma che, fuori dall’ebraismo (e spesso anche al suo interno) resta parola vuota di senso. Perciò non mi addentro nella assai complessa e variegata ascesi: preferisco solo che un pensiero nebuloso venga un po’ sostituito con qualche concetto chiaro. Solo alla fine di questa nota indicherò con poche righe una curiosa o impressionante (decidete voi) indicazione in cui mi sono imbattuto leggendo lo Sefer Bahìr, testo all’origine della Cabala.

Secondo gli studi di Scholem l’inizio documentale della Cabala risale alla metà del XII secolo con il testo chiamato Sefer Bahìr, poi soppiantato, alla fine del XIII secolo dallo Zohar.

Il primo risulta redatto come un insieme di varie nozioni e di svariate provenienze più antiche. Tutte però di provenienza gnostica. Perciò con il Bahìr il pensiero gnostico entra (o rientra) nel giudaismo divenendone l’elemento più vitale e più profondo nella cultura e nella religione: questa è la Cabala.

(Un giorno, passeggiando con un grosso e allegro rabbino, lui credendomi nella dimensione del cattolicesimo, amichevolmente rimarcò che “loro” avevano un punto di vantaggio su “noi”. Alla mia occhiata interrogativa, con un sorriso mi rispose: “noi abbiamo la cabala”).

Essa possiede i caratteri distintivi della Gnosi: il valore esoterico della conoscenza e la segretezza distintiva per quelli che ne sono partecipi, la nozione che all’interno dell’uomo esista una scintilla divina (neshamàh) oltre la psiche individuale (nèfesh).

A ciò si aggiunge la concezione cosmica con il pleroma degli gnostici greci (nella Cabala malè) che si dispiega in manifestazioni (in greco eoni, in ebraico sefiròt) da cui, in un dramma cosmico, esce l’inferiore mondo della materia. Il dramma consiste nella scissione di una primigenia unità: essa va riparata sia nell’uomo che nel cosmo con una lunga opera reintegrativa.

Martin Buber definisce la Cabala come gnosi del giudaismo e osserva come essa sia l’unico modello di gnosi antidualistica poiché tende all’integrazione dell’eone malefico nella complessa unità delle sefiròt.

La mistica corrente espressa dalla Cabala può venir messa in relazione con diversi movimenti spirituali, come e soprattutto all’alchimia, alle dottrine eretiche cristiane (catari e albigesi), alla magia e allo yoga. Accenni a pratiche alchemiche si trovano nello Zohar e nello stesso Bahir. In un testo di anonimo cabalista italiano, intitolato Esh mezaref (fuoco trasmutatore), risalente al XVI secolo troviamo addirittura la sequenza dei rapporti tra sostanze alchemiche e sefiròt.

Keter corrisponde alla Radice metallica, Hokmàh al Piombo, Binàh allo Stagno e così via.

Nel gioco del comparativismo possiamo trascinare dentro pure i principi indiani tamas, rajas e sattva ma credo inutile appesantire cenni già poco digeribili.

Insomma la Cabala è una via reintegrativa al mondo spirituale ma essenzialmente interna alle esigenze dell’anima ebraica. Ed è solo malaffare (I Segreti della C. Lezioni di C. Introduzione alla C. ecc: statene lontani) che essa, non altrimenti che lo yoga o lo zen, sembri esser stata aperta – ma ciò è del tutto falso – alle smanie di cantanti di successo e alla stupidità di chi non è migliore di loro.

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Di un certo interesse pare la fonte provenzale della miscellanea che è il Bahìr, la quale cita la machshavà tehorà, ossia il “pensiero puro”.

La pura machshavà, nel Bahìr è portata al più alto grado, più alto ancora della Sophia di Dio. La qualità del pensiero è messa in rilievo: l’illimitato, come concepito nel Bahìr, collega il pensiero umano a quello divino. Le due specie di machshavà indicano che una conduce all’altra: il pensiero puro dell’uomo, scartando ogni contenuto concreto e meditando non solo su un determinato oggetto, ma soprattutto su sé medesimo, conduce al pensiero divino ed entra in comunione con esso. In ciò (guarda il caso…) inizia un metodo di meditazione che non ha più bisogno dell’apparato della dottrina degli eoni, ma si lancia tutto dritto e sufficiente verso la sua meta spirituale “poiché la volontà divina li ha uniti l’uno all’altro” (Avrahàm bar Chjià: Hegjòn ha-néfesh).

Molti kabbalisti del XIII secolo si servirono dell’espressione “puro pensiero” come di un termine tecnico fisso in materia di ascesi interiore.

Anche sul tema del pensiero ho detto ben poco, ma immaginate di ridurre la Filosofia della Libertà a poche righe oppure lo yoga integrale di Aurobindo ad una frase. Poi magari questo minimo che ho scritto non interesserà nessuno.

TRADIZIONE

PROMETEO, OVVERO L'AMORE PER LA LIBERTA'

Hera e Prometeo

Mi scuso col volenteroso lettore se, all’inizio di queste considerazioni su un tema così delicato, vi saranno apparenti «divagazioni» filologiche, ma esse sono necessarie per indirizzare lo sguardo di «coloro che hanno poca polvere sugli occhi», come li chiamerebbe il Buddha Shakyamuni, all’essenziale, che altrimenti potrebbe loro facilmente sfuggire. Inoltre, dovendo la verità essere vivo «atto» e non mero, spento, «fatto», ossia dovendo essere libera produzione dell’uomo conoscente, è giusto che essa sia conquista, anche faticosa, di chi lotta per essa. Altrimenti, essa è soltanto un sapere apparente, una dialettica scintillante e ambigua, seducente forse per taluni, ma vuota, e illudente. Qualche lettore particolarmente diligente, e meditante, avrà eziandio la possibilità di trovare tra le righe e le immagini, celata sotto lieve velo, qualche bella pietra preziosa, che un sagace intenditore giudicherebbe essere una «perla di gran prezzo», per cui è detto in Matteo, 13, 44-45:

«Il regno de’ cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per l’allegrezza che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo. Il regno de’ cieli è anche simile ad un mercante che va in cerca di belle perle; e trovata una perla di gran prezzo, se n’è andato, ha venduto tutto quel che aveva, e l’ha comperata».

Nella mitologia ellenica, ma successivamente anche in quella etrusca e in quella romano-italica, la figura di Promèteo ha caratteristiche di estremo interesse per il ricercatore spirituale. In greco, il suo nome Προμηθεύς, Promethèus o, accentato alla latina, Promètheus, significa il «pre-pensante», il «pre-veggente», ed uno dei suoi più significativi epiteti è Πυρφόϱος, Pyrphòros,  il «portatore del fuoco». Gli Antichi ritenevano, sulla scorta di Platone, che il nome ‘Prometheus’ derivasse dal greco προ, pro-prima e da μανθάνω, manthano, «apprendere», «intelligere», che col suffisso-agente –eus dà appunto il significato di creativo «intelletto pre-vidente», «pre-veggente».  ossia «anti-veggente». Si sa, inoltre, che il suo nome è legato ad un misterioso «furto» di quel così particolare «fuoco», che tanto avrebbe influito sulla sorte degli uomini.

Marco Servio Onorato, sapiente commentatore del IV-V secolo d.C., del mio amato Virgilio, scrivendo sui versi 41- 42 della Sesta Ecloga, che dicono:

«Hinc lapides Pyrrhae iactos, Saturnia regna,

Caucasiasque refert volucrea furtumque Promethei»,

«Poi narra le pietre scagliate da Pirra, i regni saturni,

Gli uccelli del Caucaso e il furto di Promèteo»,

così si esprime:

«Prometheus vir prudentissimus fuit, unde etiam Prometheus dictus est ἀπὸ τής πρόμηθείας, id est a providentia»,

ovvero:

«Prometeo fu uomo di grande saggezza e preveggenza, per cui egli fu chiamato Prometeo ἀπὸ τής πρόμηθείας, apò tes promethèias, cioè da provvidenza».

In latino, abbiamo il verbo praevideo nel senso di pre-vedere, di anti-vedere, veder prima o da lontano. Ed abbiamo anche il verbo affine provideo, col significato simile di pre-vedere e pro-vvedere, veder prima, ma anche aver cura, vedere innanzi a sé, veder lontano, difendere. Come sostantivo abbiamo, invece, providentia, previdenza, cautela, prudenza, provvedimento, Provvidenza Divina. Ed infine, prudentia, prudenza, senno, assennatezza, saggezza, perizia, cognizione, pratica, cautela. Per cui, come vedremo, il prudens, anzi prudentissimus Prometeo è savio al sommo grado, e oltremodo cauto nel voler proteggere con cura e difendere gli esseri umani, sue creature predilette, dalle non benevole attenzioni degli Dèi, e diffidente nei loro confronti etiam dona ferentes, perché il loro portar doni non è disinteressato.

È noto come Πρόνοια, Prònoia, che in greco ha il duplice significato di ‘Previdenza’ e ‘Provvidenza’ – anche nel senso di anticipanti e lungimiranti pre-scienza, pre-pensiero e pre-veggenza – sia uno dei titoli della Dea  Ἀθηνᾶ, Athēnâ,  l’Athena dei Greci, la Minerva dei Latini, la Menrva degli Etruschi. Gli Elleni le innalzarono, con questo significativo epiteto, un tempio a Delfi, non lontano dal santuario del solare Apollo. Ed in particolare, gli Ateniesi, la venerarono come Αθηνά Παρθένος, Athenà Parthènos, la ‘virginea’ Athena, cui innalzarono sull’Acropoli un tempio, il Partenone, e la venerarono come Dea della guerra, della sapienza, della strategia militare, del coraggio, della forza, dell’ispirazione, della civiltà, della legge e della giustizia, della matematica e delle scienze, delle arti e degli artisti, dell’artigianato, dell’intelligenza e dell’abilità in genere. Tutte qualità che la fecero – e la fanno tuttora – molto amare e venerare.

Mentre Ἐπιμηθεύς, Epimethèus pronunciato alla greca, o Epimètheus alla latina, nome dello scialbo e sconsiderato fratello di Prometeo, proprio a causa del prefisso epì-, viene a significare il «post-pensante», «colui che riflette a posteriori», «colui che riflette in ritardo», il «maldestro» per eccellenza.

Nel mondo indiano, nell’arcaico sanscrito dei Veda, esiste la radice verbale pra-math che significa, appunto, ‘rubare’, mentre pramathyus designa il ‘ladro’. La stessa radice verbale pra-math indica altresì l’atto di ‘accendere il fuoco sacrificale’, di ‘infiammare’. Ed è veramente singolare trovare nei Veda il mito di Mātariśvan, il pramathyus, il ‘ladro’ che come l’ellenico Prometeo, compie il ‘furto’ del ‘fuoco’ a pro degli uomini.  E anche il termine dell’antico indiano manthāna, mathana, che indica il bastone rituale per accendere il fuoco sacrificale, è affine al greco manthano, avendo altresì il senso traslato di ‘accensione dell’intelletto’, ‘accensione della mente’. Gli appassionati dell’erudita filologia accademica possono trovarne notizia in: Fortson, Benjamin W. (2004). Indo-European Language and Culture: An Introduction. Blackwell Publishing, p. 27.; Williamson 2004, 214–15; Dougherty, Carol (2006). Prometheus. p. 4.

Secondo una delle versioni del mito, Prometeo fu il solo, assieme a suo fratello Epimeteo, da lui consigliato, tra i Titani a schierarsi dalla parte degli Dèi nella lotta che questi, capeggiati da Zeus-Giove, dovettero condurre contro i Titani. Giove concesse a Prometeo, come premio dell’aiuto ricevuto, sia quello di poter accedere all’Olimpo, sia quello plasmare l’uomo.

Prometeo ebbe grande amicizia con Athena-Minerva, Dea della Sapienza, alla cui nascita dalla testa di Giove egli poté assistere, ed ebbe grande amicizia per la razza degli uomini da lui forgiata. Minerva ebbe sempre una particolare predilezione per Prometeo, che aiutò sino al punto di diventarne, in delicate evenienze, consapevole complice.

Prometeo forgiò l’uomo dal fango e lo animò infondendogli il fuoco divino, mentre Minerva gli infuse il soffio della vita nei corpi d’argilla impastata. Così l’uomo venne a consistere dei quattro elementi: della terra e dell’acqua del fango, dell’aereo soffio vitalizzante di Minerva-Athena, e del fuoco animante di Prometeo. Secondo il mito, Prometeo donò all’uomo la stazione eretta, facendo in modo che si reggesse sulle sue gambe, e facendo altresì di lui un Άνθρωπος, ànthropos, «colui che guarda verso l’alto», verso il Cielo, e non verso il suolo come le specie animali terrestri. Gli donò un corpo più grande, e bello, in modo che fosse il più possibile simile agli Dèi.

Gli Dèi, che non apprezzavano tanta prometeica generosità, incaricarono allora lo scialbo e irriflessivo Epimeteo di distribuire tra i viventi una serie limitata di ‘buone’ qualità. Ed Epimeteo, titano di poco senno, distribuì a casaccio tali qualità agli animali, privandone così l’uomo. Per cui donò agli animali  forza, velocità, coraggio, ferocia e astuzia,  e inoltre zanne, artigli, ali e così via. L’uomo, di conseguenza, restò nudo e disarmato di fronte ad un mondo animale, che metteva in serio pericolo la sua sopravvivenza. Per rimediare ad una tale iattura, Prometeo prese da uno scrigno di Minerva-Athena, l’intelligenza e la memoria e le donò agli umani. Inoltre, egli trasmise all’uomo la scrittura, l’agricoltura, la metallurgia, l’architettura e tutte le altre arti che la sapiente e buona Minerva-Athena gli aveva insegnato.

Quindi Prometeo dona agli esseri umani quanto l’intelligenza può elaborare come τέχνη, tèchne, ossia «arte» creativa, anzi le τέχναι, tèchnai, le «arti» civilizzatrici, comprese quelle che consentono e addolciscono la vita sociale, arti le quali, in quanto prodotte dall’ingegno umano, vanno oltre la natura, ed sono superiori ai meri istinti che, a loro volta, sono soltanto prodotti della φύσις, physis, della «natura».

Giove-Zeus, in verità, non gradiva affatto questa generosa predilezione, che Prometeo nutriva ed ostentava così apertamente per gli esseri umani, la cui intelligenza, intraprendenza e indipendenza venivano giudicate offensive e pericolose dal sommo degli Dèi olimpici. E in lui nacque quella «invidia degli Dèi», che si dimostrerà così funesta agli umani. Non solo, in lui nasceranno anche rancore, odio e volontà di vendetta nei confronti di Prometeo, nonché la volontà di vessare ed anche portare a distruzione la razza degli uomini. Zeus dunque aveva deciso di distruggerli, e non gradiva affatto la premurosa  gentilezza di Prometeo per le sue creature. I doni del Titano apparivano essere troppo pericolosi,  perché gli uomini che ne erano dotati sarebbero diventati sempre più potenti e capaci, ma soprattutto liberi dalla necessità di qualsivoglia tutela dall’alto.

In quella lontana epoca, gli uomini avevano ancora una certa comunanza con gli Déi, con i quali usavano trascorrere talvolta lieti momenti conviviali. Durante uno di questi davvero singolari ‘simposi’, tenutosi a Mekone, fu portato un toro enorme, del quale metà doveva spettare a Zeus e agli Dèi e metà agli uomini.

Il Signore degli Dèi affidò, come provocazione, l’incarico della spartizione a Prometeo, il quale colse l’occasione per favorire una volta di più gli umani, suoi amati protetti. Uccise il toro, lo tagliò a pezzi e ne fece due parti: una più piccola ed una più grande. Agli uomini riservò le parti migliori, quelle con le carni, nascondendole nel mucchio più piccolo sotto la disgustosa pelle del ventre del toro. A Zeus e agli Dèi riservò le ossa che mise nel mucchio più grande sotto un ingannevole strato di grasso. Fatte così astutamente le porzioni, il Titano invitò Giove-Zeus a scegliere la sua parte, cosicché il resto sarebbe andato agli uomini.

Zeus, fattosi ingannare dalle apparenze, accettò l’invito e scelse il mucchio più grande con la parte grassa, ma scorgendo solo dopo le ossa abilmente celate, si adirò oltremodo, lanciando una maledizione sugli uomini. Fu da allora che gli uomini usano sacrificare agli Dèi, lasciando ad essi le parti immangiabili delle bestie offerte, e consumandone la carne. Ma gli uomini, divoratori delle carni sacrificate, diverranno per questo mortali mentre gli Dèi rimarranno immortali. Il rancoroso Giove volle colpire indirettamente Prometeo nelle sue creature, per lo sfrontato raggiro del quale, in fin dei conti, la causa era stata la sua stessa invidiosa provocazione. Giove-Zeus si vendicò di Prometeo punendo gli uomini col togliere loro il fuoco, onde l’uomo non fosse uguale agli Dèi, e condannandoli in tal modo ad una esistenza oscura e ottusa.

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A scongiurare una tale iattura provvide Prometeo con l’aiuto della benevola Athena-Minerva – la Dea doveva davvero volere un gran bene a lui e gli umani per rischiar tanto – che lo fece entrare di nascosto nell’Olimpo. Prometeo dunque si recò da Atena affinché lo facesse entrare di notte nell’Olimpo e, appena giunto, accese una torcia dal carro di Helios, il Sole, e si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Secondo un’altra versione della leggenda, Prometeo riuscì a penetrare nella fucina di Vulcano-Efesto, al quale rubò qualche favilla, celandola nel cavo di una canna, portandola poi, con coraggiosa noncuranza delle inevitabili conseguenze, agli umani immersi nell’oscurità.

Venuto a conoscenza della cosa, Giove-Zeus decise di farla pagare cara sia agli uomini, ch’egli riteneva arroganti e pericolosi, sia a Prometeo rivelatosi insubordinato e ingestibile. A tale scopo,  con una qual certa perfidia, egli ordinò a Vulcano-Efesto di costruire una donna di grande bellezza, di nome Pandora, il cui nome significa “tutti i doni”, alla quale gli Dèi del vento infusero lo spirito vitale, mentre le Dee dell’Olimpo la dotarono di doni meravigliosi, ma ingannevoli. Giove incaricò Ermete-Mercurio di condurla al poco assennato Epimeteo, il quale – malgrado che Prometeo lo sconsigliasse fortemente dall’accettare «doni» dagli Dèi – sconsideratamente accettò l’infido dono.  Zeus la inviò da Epimeteo affinché attraverso essa venisse punita la razza umana, alla quale Prometeo aveva dato il fuoco divino. Epimeteo, a dire il vero, in un primo momento, reso diffidente dal consiglio del fratello, aveva deciso di non accettare doni da Giove-Zeus, e la rifiutò, cosicché il sommo tra gli Dèi la prese malissimo, e infuriato più che mai per l’ennesimo oltraggio alla sua olimpica maestà subìto prima dall’uno e poi anche dall’altro fratello, decise di punire ferocemente il Titano ispiratore del medesimo e tutti gli uomini che questi amava e difendeva. Il Padre degli Dèi fece incatenare Prometeo sulla roccia del Caucaso, esposto ai flagelli delle intemperie ed inviò poi un’aquila, o secondo altre versioni del mito, un avvoltoio,  perché gli dilaniasse e gli divorasse il fegato, che gli ricresceva durante la notte, perpetuando così il suo atroce supplizio all’infinito. La cosa andò avanti per ben tremila anni, e sarebbe continuata in eterno se Ercole non avesse ucciso il rapace torturatore e non avesse liberato il Titano.

L’incerto e poco assennato Epimeteo, temendo l’ira del Dio, accettò di sposare Pandora, e di ricevere il vaso sigillato, che questa come dono degli Olimpici aveva portato con sé. Nulla di esiziale sarebbe accaduto se il vaso fosse rimasto chiuso. Ma Pandora, curiosa, sciaguratamente aprì il vaso fatale,  e ne uscirono tutti i mali che per millenni avrebbero tormentato l’esistere dell’uomo: fatica, malattia, vecchiaia, pazzia, passione e morte. Tutti questi mali uscirono velocemente dal vaso e si precipitarono sull’intera progenie umana. Nel vaso, che la spaventatissima Pandora richiuse immediatamente, rimase unicamente la speranza, la quale da allora avrebbe sostenuto e consolato gli umani nelle loro tribolazioni.

Personalmente, ritengo che la speranza sia più un flagello che una consolazione, e che chi cerca una Via di realizzazione spirituale, una Via di reale conoscenza, farebbe bene a liberarsene assieme ad altri impostori – autentici flagelli – che illudono, intorbidano lo sguardo interiore e il pensiero, pervertono e rendono incerto il sentimento, fiaccano e deviano la volontà. A tale proposito, sono ammirevoli le parole di un Sapiente, un vero ‘Prometeo’, che duecentocinquant’anni fa, riferendosi alle minacce di un troppo zelante e sciocco servo dei potenti, così si espresse: «Quel povero X., che pensa di terrorizzarmi con le sue minacce! Ma casca male, giacché da molto tempo ho calpestati insieme l’elogio e il biasimo, la paura e la speranza. Io che non ho altro obbiettivo che seguire l’impulso dei miei buoni sentimenti verso l’umanità e fare ad essa tutto il bene che sarà in mio potere!». Sine spe nec metu, senza speranza e senza paura, come dicevano i Latini : spesso la speranza è la madre del desiderio e della paura. Ho visto molte tragedie e vite spirituali rovinate dal veleno della speranza e della paura.

Ma è ora di lasciare la parola a Rudolf Steiner a proposito del mito di Prometeo. Per comodità del benevolo lettore, è cosa forse utile e buona riportare quanto è detto da Rudolf Steiner ne Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’antichità, nella stupenda traduzione – da me di gran lunga preferita, come pure nel caso di altre ‘antiche’ traduzioni quasi sempre preferibili, a mio avviso, per molti buoni motivi, alle più recenti – di Ida Levi Bachi, pubblicata per i tipi di Giuseppe Laterza e Figli, magnifici tipografi-editori-librai, a Bari, nel 1922:

«Particolarmente interessante dal punto di vista di siffatta interpretazione è il mito di Prometeo. Prometeo e Epimeteo sono figli del titano Japeto. I Titani discendono dalla più antica generazione di Dei, da Urano (il Cielo) e da Gea (la Terra). Il più giovane di essi, Kronos, rovescia dal trono il padre avoca a sé il dominio del mondo. Ma è sopraffatto a sua volta con gli altri Titani da Giove, suo figlio, e Giove diventa il Dio supremo. Nella lotta contro i Titani, Prometeo aveva parteggiato per lui e, dietro suo consiglio, li aveva esiliati nell’Averno. Ma in Prometeo lo spirito dei Titani viveva ancora; egli era amico di Giove solo a metà, e quando questi volle distruggere gli uomini, a castigo della loro tracotanza, egli li protesse, e insegnò loro i numeri, la scrittura e altre arti apportatrici di civiltà, e soprattutto l’uso del fuoco. Giove s’adirò e ordinò a Efesto, suo figlio, di plasmare un’immagine femminile di grande bellezza, che gli Dei avrebbero ornata di ogni pregio possibile. Il nome della donna era Pandora; quella che raccoglie in sé tutte le doti. Ermete il messaggero degli Dei, la condusse a Epimeteo, fratello di Prometeo, alla quale essa recava una cassetta, dono degli Dei. Epimeteo accolse la cassetta. Ma quando l’aprì ne volarono fuori tutte le possibili tribolazioni degli uomini. La speranza soltanto, avendo Pandora rapidamente chiuso il coperchio, rimase nella cassetta. La speranza restò dunque all’uomo come problematico dono degli Dei a punizione della sua alleanza con gli uomini, Prometeo è, per ordine di Giove, incatenato ad una roccia del Caucaso, e un’aquila gli rode perpetuamente il fegato, che sempre si rinnova. Egli è condannato a trascorrere i suoi giorni in tormentosa solitudine, fino a che uno degli Dei non si sacrifichi volontariamente, votandosi alla morte. Il Titano sopporta i tormenti con fermezza. Una profezia gli aveva rivelato che Zeus sarebbe stato rovesciato dal trono dal figlio di una donna mortale, se non si fosse unito a lei. La conoscenza di questo segreto molto importava a Zeus, ed egli inviò a Prometeo Ermete, il messaggero degli Dei, perché lo interrogasse. Ma Prometeo rifiuta di rispondere. La leggenda di Ercole si rannoda a quella di Prometeo. Nel corso delle sue peregrinazioni, Ercole giunge al Caucaso e uccide l’aquila che rode il fegato a Prometeo. Il centauro Chirone, che, pur soffrendo di una inguaribile ferita, non può morire, si sacrifica infine per Prometeo, il quale allora si riconcilia con gli Dei. I Titani sono la forza della volontà, che si genera come natura (Kronos) dal primordiale spirito del mondo (Uranos). Non si deve, però, immaginarli soltanto come «forze di volontà», in senso astratto, bensì come reali «esseri di volontà». Uno di questi esseri di volontà è Prometeo; e questo ne caratterizza la natura. Ma Prometeo non ha soltanto carattere titanico, egli parteggia in certo senso per Giove, lo Spirito che assume il governo del mondo, dopo aver trionfato sulle forze indomite della natura (Kronos). Prometeo è dunque il rappresentante di quei mondi, che hanno conferito all’uomo quella forza propulsiva verso il progresso, che è per metà natura e per metà Spirito: la volontà. La volontà spinge tanto verso il bene quanto verso il male. Secondo che inclina verso lo Spirito o verso le cose effimere, si plasma il suo destino, che è poi il destino stesso dell’uomo. L’uomo è vincolato all’effimero, l’aquila lo rode. Deve soffrire. Raggiungerà la sommità soltanto se cerca in solitudine il proprio destino. Possiede un segreto, ed è che il divino (Zeus) deve unirsi ad una mortale (la coscienza umana vincolata al corpo fisico) per generare un figlio, la saggezza umana, liberatrice di Dio (il Logos). In tal modo la coscienza stessa diviene immortale. Ma egli non deve palesar questo segreto, finché un Mista (Ercole) non s’avvicini a lui e rimuova quella potenza che costantemente lo minaccia di morte. Un essere, mezzo animale e mezzo uomo, il Centauro, deve sacrificarsi per salvare l’uomo. Il Centauro è l’uomo stesso, per metà bestiale e per metà spirituale, che deve morire per la liberazione dell’uomo puramente spirituale. Ciò che Prometeo, il volere umano, disdegna, vien accolto da Epimeteo, la ragione, l’intelletto. Ma i doni a lui largiti non sono che flagelli e malanni, perché l’intelletto aderisce al nulla, al transitorio. Nella cassetta rimane soltanto uno dei doni: la speranza che anche dal transitorio possa un giorno nascere l’eterno».

Quel che, nei suoi scritti, Rudolf Steiner espone non è il frutto né di una sua vasta e straordinaria erudizione, né di una speculazione filosofica meramente concettuale, e neppure frutto di una occulta tradizione misterica, trasmessa nel corso dei secoli di generazione in generazione e giunta sino a lui. Se vi è nella storia palese dell’umanità e della civiltà una figura spirituale dai caratteri fortemente «prometeici», questa è proprio la figura di Rudolf Steiner, ed il peggior servigio che gli possa esser fatto è proprio quello di ridurre la Scienza dello Spirito – da lui con forze umane, dunque «antroposoficamente»,  investigata, sperimentata e conquistata – ad una «rivelazione», ad una «pseudo-religione», ad una comoda e consolatoria «credenza», la cui dirompenza spirituale viene attutita, diluita, smorzata, sino a poter essere facilmente conciliabile, fagocitabile, e assimilabile da parte di questa o di quella chiesa o confessione «religiosa»: soprattutto di una, che sa bene come agire a tal fine ed è molto abile nel «tamponare», come dicono i chimici, e spegnere la virulenza di contenuti da essa reputati «pericolosi» e, per così dire, «indigeribili» persino per una chiesa, il cui stomaco, come diceva il filosofo aprutino Benedetto Croce, «è capace di digerire tutto».

In effetti, dalla parte avversa è stato usato ogni mezzo brutale o suadente per tentare di fagocitare o distruggere, diluire o deformare, sedurre o diffamare, corrompere o minacciare, pur di arrivare ad esorcizzare l’incubo di una Conoscenza o Scienza dello Spirito. Ogni mezzo, ogni strumento, aperto od occulto, lecito o illecito, leale (si fa per dire…) e legale (idem…) o perfidamente sleale e illegale, è stato adoprato contro Rudolf Steiner e Massimo Scaligero: sia quando erano in vita che dopo la loro dipartita, sia da parte dei «nemici» assedianti che tra le fila degli «amici» (dai quali, come dice un savio proverbio, ci guardi Iddio…) all’interno della «cittadella» assediata. Ed è logico che agiscano in cotal maniera, altrimenti perdono tutte le pecore,  molto utili da mungere, tosare, ed infine arrostire sul barbecue. Naturalmente, Ad Maiorem Dei Gloriam, come dicono i militi della mai troppo esecrata compagnia.

Che nel caso di Rudolf Steiner si trattasse di conoscenza conquistata, e conquistata aspramente lottando, e non di rivelazione ricevuta, lo afferma senza infingimenti di sorta egli stesso ne La mia vita, Cap. XXVI, trad. di Febe Colazza-Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1987, pp. 277-279, ove dice:

«Tutto il contenuto dell’esperienza religiosa rimandava ad un mondo spirituale, che si diceva irraggiungibile all’uomo nello sviluppo delle sue forze spirituali. Ciò che dice la religione, ciò che prescrive come precetto morale, procede da rivelazioni che giungono all’uomo dall’esterno. A questo si opponeva la mia concezione dello spirito che voleva sperimentare il mondo spirituale esattamente come il mondo sensibile in ciò ch’è percepibile all’uomo e nella natura; e vi si ribellava pure il mio individualismo etico che voleva far procedere la vita morale non da fuori, per mezzo di comandamenti, ma dallo sviluppo dell’essere umano animico-spirituale nel quale vive il divino. […]

Io vedevo nel pensiero che può scaturire dalla conoscenza della natura (ma ce allora non ne scaturiva) la base sulla quale gli uomini possono conseguire una visione comprensiva del mondo spirituale; perciò davo un valore così grande alla conoscenza della base della natura che deve condurre alla conoscenza dello spirito. Per chi non si trovi come me a vivere, sperimentandolo, nel mondo spirituale, una tale immersione in un orientamento di pensiero significa appunto una mera attività di pensiero. […]

Chi aspira alla conoscenza spirituale deve sperimentare quei mondi; pensarli solo teoricamente non basta. In tempeste interiori dovetti salvare la mia percezione spirituale, in tempeste che si svolsero tutte dietro la scena delle mie esperienze esteriori.

In quel tempo di prove potevo progredire soltanto con la mia visione spirituale, mi ponevo dinanzi all’anima la evoluzione del cristianesimo, e ciò mi condusse a quella conoscenza che trovò espressione nel mio libro Il cristianesimo quale fatto mistico. […]

Dal mio atteggiamento di fronte al cristianesimo risulta evidente che nella scienza dello spirito nulla ho cercato e nulla ho trovato per la via che molti mi attribuiscono. Questi molti presentano la cosa come se io avessi composto ed elaborato la scienza dello spirito con ogni sorta di antiche tradizioni, teorie gnostiche ed altre. Ma non è così: la conoscenza spirituale che si trova in Il cristianesimo quale fatto mistico è attinta direttamente dal mondo spirituale. Solo per mostrare agli uditori delle mie conferenze e ai lettori del mio libro l’armonia tra quanto è percepito spiritualmente e le tradizioni storiche, vi ho inserito queste ultime, ma non ho mai accolto nulla da tali documenti che non abbia prima avuto davanti a me nello spirito».

Quindi, quel che Rudolf Steiner comunicava nei suoi scritti e nelle sue esposizioni orali, non era attinto alla sua sia pur vasta erudizione, né alla filosofia antica e moderna che dominava completamente, e neppure alla rivelazione tradizionale trasmessa da vari Ordini occulti che, essi pure, ben conosceva: era frutto, invece, della sua personale, assolutamente individuale e solitaria, combattuta, indagine spirituale sulla base delle forze interiori da lui stesso sviluppate nel corso del suo cammino conoscitivo. Le prime comunicazioni, frutto di tale autonoma indagine spirituale, relative al mondo dei Misteri Antichi, nelle quali affrontò pure il tema di Prometeo, sono le ventiquattro conferenze tenute a Berlino, dal 19 ottobre 1901 al 26 aprile 1902, di fronte ai membri della Società Teosofica, che gliele avevano richieste. A quel tempo, in Germania, la sparuta cerchia teosofica era l’unica che si interessasse di una possibile conoscenza spirituale, mentre il mondo accademico universitario, scientifico e filosofico, era completamente sotto la fascinazione del materialismo positivista, dell’evoluzionismo darwiniano, del neokantismo, e via dicendo. Quel mondo erudito, tutto preso dalla superstizione della cattedra universitaria e dagli ammuffiti dogmi che dalla medesima venivano oracolarmente proclamati, non aveva che parole di sarcastico disprezzo e di sufficiente compatimento per la Conoscenza che poteva provenire dall’effettiva, rigorosa, indagine spirituale.

Rudolf Steiner si rivolse, dunque, ai teosofi berlinesi, perlopiù anime semplici, un po’ ingenue, ma di cuore aperto, per le quali la ricerca di una conoscenza superiore aveva una importanza vitale. I temi delle conferenze che tenne in quei mesi, furono poi trattati a nuovo nel libro che porta il titolo de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità. Ma le conferenze stesse sono di per sé di notevole interesse, anche per il fatto che in esse Rudolf Steiner si dilunga in descrizioni e si spiega molto dettagliatamente. E vale la pena di riportarne un brano per le riflessioni che in esse vengono svolte.

In Italia ne circola una traduzione, che segue pedissequamente la «redazione creativa» – per usare un indulgente eufemismo – che di quelle conferenze fu fatta in Germania. Confrontando il testo tedesco della «redazione creativa», e la sua traduzione italiana, con il testo dattiloscritto originale di Franz Seiler, si notano «sostituzioni» di parole e di concetti tali che, conoscendone l’ispiratore, verrebbe quasi da pensare ad uno «scherzo da prete». Per esempio, là dove il dattiloscritto, che Franz Seiler aveva tratto dal suo stesso stenogramma, ha:

«Was wir überschauen können, ist die Natur des Epimetheus, ist die nicht-geistige Natur in uns, ist das, was in uns liegt als das Nachahmende, das Erklärende»,

la parola ‘das Nachahmende’, ‘l’elemento imitante’, è stata «creativamente» sostituita, con intenti a loro modo di vedere indubbiamente nobilissimi, con ‘das Nachdenkende’, tradotta in italiano con ‘l’elemento riflessivo’, sostituzione che si rivela, a mio avviso, insoddisfacente sia in tedesco, che in italiano (dove, semmai, il dragomanno avrebbe dovuto tradurre il participio presente sostantivato ‘Nachdenkende’ con ‘riflettente’). E questo è solo uno dei numerosi esempi, che potremmo facilmente addurre, di tale «redazione» e «traduzione creativa». Per cui, è meglio ritradurre le considerazioni di Rudolf Steiner direttamente dal dattiloscritto originale di Franz Seiler, che a quelle conferenze era presente.  Ho preferito fare una traduzione letterale, sia pure aspra e priva di beltà letterarie, che rischiare di tradire il significato essenziale con indebite parafrasi. Le considerazioni che, per il nostro tema, ci interessano in modo particolare, sono nella decima conferenza, intitolata ‘Il Fedone e il Timeo di Platone. Discorsi sull’immortalità dell’anima’,  e venne tenuta a Berlino l’11 gennaio 1902:

«Ora ci dobbiamo chiedere: donde proviene propriamente che, nel senso del platonismo, si debba distinguere tra il finito mondo sensibile e l’infinito mondo spirituale, tra il mondo eterno e quello temporale? La differenza esiste nel mondo materiale. Se essa fosse presente pure per una facoltà di percezione infinita, allora il platonismo non potrebbe esser inteso, giacché sorgerebbe poi sempre la domanda: come stanno reciprocamente, uno di fronte all’altro questi due mondi, il mondo spirituale e quello sensibile?  

Questo mondo dello spirituale dovrebbe appunto diventar esso stesso finitezza, se accanto a sé ne avesse un altro, che non fosse in grado di risolverlo in sé. La separazione in mondo dei sensi e in mondo dello spirito per Platone è presente solo nell’uomo all’interno della facoltà umana di percezione. Essa è unicamente per l’anima umana. Essa non sarebbe presente per un’anima che fosse giunta alla mèta, la quale avesse perfezionato talmente la sua facoltà di percezione, da poter abbracciare con lo sguardo l’intero universo. Solo perché l’anima umana è inserita tra due potenze, perché parzialmente partecipa a forze poste sia al disotto che al di sopra di essa, l’anima umana ha quindi una facoltà di percezione, che deve scomporre nel mondo sensibile-materiale e in quello spirituale. Solo per chi son sia pervenuto a gradi superiori è possibile un tale dualismo.

Tutti portiamo, poiché stiamo sul piano materiale due potenze cosmiche in noi, portiamo due forze in noi, quella forza del volere, quella natura prometeica, che tende a divenir una con il Logos: questo è l’anelito prometeico. L’altra getta l’anelito verso il basso, è l’anelito del fratello di Prometeo, di Epimeteo. Quella che possiamo abbracciare con lo sguardo è la natura di Epimeteo, è la natura non spirituale in noi, è ciò che vi è in noi di imitante, di esplicante. Prometeo è l’elemento pre-pensante, colui che su un piano superiore volge in basso il suo sguardo. Se ci rappresentassimo un settuplice sentiero, e ci pensassimo guidati sulla via dal materiale allo spirituale attraverso tutti gli stadi, dovremmo allora rappresentarci questo anelito come un anelito prometeico. E se ci volgessimo a guardare indietro, allora dovremmo considerare ciò come la forza, che – secondo la maniera greca di rappresentare – viene rappresentata come Epimeteo».

Un altro passaggio significativo – trascuriamo che, nella suddetta «redazione creativa», il filosofo ‘Protagora’ del dattiloscritto originale di Franz Seiler venga magicamente trasformato in ‘Pitagora’ – lo troviamo nella quattordicesima conferenza de  Il Cristianesimo quale fatto mistico, tenuta a Berlino, l’8 febbraio 1902, nella quale è detto:

«Protagora riteneva che tutti gli uomini avessero in comune il sentimento della virtù, della moralità e della convivenza sociale, ma che soltanto pochi uomini avessero la capacità di elevarsi agli stadi più alti. Perciò, in epoca platonica, mediante il mito viene raccontato che un tempo soltanto gli Dèi vivevano come fuoco. Gli animali e gli uomini non avevano alcuna capacità di vivere nel fuoco. Per questo essi non avevano nessuna possibilità di vita. A tal fine esso venne incaricato Prometeo di trasmetter loro la vita. Ma Epimeteo trasmise tutto agli animali, cosicché non rimaneva nulla per gli uomini. Efesto trasmise agli uomini il fuoco. Ciò significa il dono delle arti, il dono della sapienza. Io ritengo che in questa leggenda ci venga raffigurato miticamente un processo interiore. Ciò ci viene mostrato dalla maniera in cui la leggenda prosegue. Le capacità vengono distribuite: uno ne ha di più, un altro di meno. Perciò Ermete venne dotato della facoltà di distingueretra i bene e il male. Questa ce l’hanno tutti in egual maniera. Il filosofo greco esprime nei miti fatti interiori umani della vita dell’anima».  

Dalle considerazioni di Rudolf Steiner si scorge facilmente che forte legame abbiano le precedenti considerazioni sia con la teoria della conoscenza, ossia col monismo del pensare, che sta alla base di Filosofia della Libertà, di Verità e Scienza, della Teoria della conoscenza del la concezione goethiana del mondo, che dell’individualismo etico, che emerge dalle trattazioni di quelle opere. Un adeguato commento, all’altezza di quanto Rudolf Steiner comunica in questa conferenza berlinese di 112 anni fa, potrebbe essere quanto scrive Massimo Scaligero in Meditazione e miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 165:

«Il mondo dei fenomeni si può vedere come un mondo di frantumi di parti, di particelle, che il pensiero ogni volta riconnette, per ricostruire la loro unità. Sarebbe grande ventura per un pensatore intuire che questa unità pensante del mondo già esiste e che la frantumazione o la frammentarietà esistono solo per l’uomo caduto, cioè per il mentale umano legato ai sensi fisici e legante i sensi fisici. Ma la più alta ventura del pensatore vivo sarebbe scoprire come lo sforzo del pensiero razionale attraverso i sistemi della Scienza, attraverso la Filosofia, che dovrebbe essere la Scienza delle Scienze, e ai fini della comprensione quotidiana dell’umano, sia in sostanza il tentativo dell’uomo di penetrare nell’unità del pensiero universo. Questa unità un giorno egli dovrà conseguirla come sua conquista individuale; perché così soltanto essa si ricostituisce nel mondo, redime il mondo. L’unità trascendente, dominante dall’essenza il mondo, deve divenire unità immanente attraverso il pensiero individuale, per costituire l’intesa dei liberi, l’inizio della vera fraternità».

In tutta la sua opera, Massimo Scaligero porta avanti questo prometeico impulso solare, che in sostanza è un platonismo magico o, se vogliamo, un audace e consequenziale idealismo magico, che esige che il discepolo dello Spirito non desideri, bensì voglia essere terribilmente autonomo, voglia audacemente poggiare unicamente su se stesso, che cerchi di realizzarsi come Io, e nell’«attuarsi» dell’Io esiga da se stesso quello che molti cercano nelle mistica, nella religiosità esteriore, in una esotica spiritualità approssimativa, che si vorrebbe consolante, ma che si rivela essere nella maggior parte dei casi solo illudente, narcotizzante e debilitante. Come diceva Massimo Scaligero:

«Per l’Io, essere è nulla; essere è farsi»,

 e aggiungeva:

 «Non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io!».

Anche se, troppo spesso, è forte la tentazione di dar ragione a J.G. Fichte, il quale sosteneva alquanto causticamente che: «È più facile convincere un essere umano che è un pezzo di lava sulla Luna, piuttosto che un Io che pensa». E che ci sia una fortissima opposizione all’impulso dell’Io, al suo riconoscimento, alla sua realizzazione, lo si scorge facilmente dal fatto che come nel mito ellenico abbiamo la polarità Prometeo-Epimeteo e l’esiziale «invidia degli Dèi», con relative vicende, così anche in ambito biblico abbiamo l’opposizione tra Caino e Abele prima, e quella tra Hiram e Salomone dopo, nonché la preoccupata «gelosia», l’ansiosa «invidia» di Adonai, il Signore, ossia di Jahvè o Jehova, che mal vede la nascente autocoscienza e libertà dell’uomo, al punto di dire nel noto passo del Sepher Bereshith ebraico, o della Genesi greca e latina:

 «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo».

Possiamo vedere quel che dice, a proposito di questo delicatissimo tema, Rudolf Steiner in alcune lezioni esoteriche, la cui traduzione, ancora non pubblicata, ci viene offerta dalla cortesia di Silvano Mirami. Per esempio, nella lezione tenuta Berlino il 4 novembre 1904 e intitolata Il Mistero dei Rosacroce, viene detto:

«Ci fu un’epoca in cui uno degli Elohim creò l’uomo, un essere umano che chiamò Eva. L’Elohim si congiunse con Eva e da Eva nacque Caino. In seguito, l’Elohim Jahvè o Jehova creò Adamo. Adamo si congiunse  a sua volta con Eva e da questa unione nacque Abele.

Quindi con Caino abbiamo a che fare con un figlio diretto degli Dèi e con Abele con un rampollo di Adamo, plasmato come uomo, e di Eva. Il mito prosegue così. I sacrifici che Abele offriva al Dio Jahvè, erano accetti al Dio. Mentre non lo erano invece i sacrifici di Caino, giacché Caino non era nato su diretto comando di Jahvè. La conseguenza fu che Caino compì il sacrificio. Egli colpì Abele. Per questo egli fu escluso dalla comunione con Jahvè. Andò in contrade lontane e divenne laggiù il capostipite di una stirpe.

Adamo si congiunse nuovamente con Eva e nacque Seth, in sostituzione di Abele, del quale pure viene trattato nella Bibbia. Sorsero così due stirpi umane: la prima proveniva da Eva e dall’Elohim – la stirpe di Caino; la seconda proveniva meramente dall’uomo che si era congiunto con Eva su ordine di Jahvè.

Dalla stirpe di Caino provennero tutti coloro che sulla Terra avevano vocazione alle Arti e alle Scienze, per esempio Metusael che inventò la scrittura, la scrittura Tau, e Tubalcain, che insegnò la lavorazione dei metalli e del ferro. Nacque così, in questa linea proveniente direttamente dall’Elohim, l’umanità che si educò nella Arti e nelle Scienze.

Da questa stirpe proveniva pure Hiram. Egli era l’erede di tutto quello che nel corso di molte generazioni era stato accumulato di Sapere, di Arte e di Tecnica. Hiram era l’architetto più eccezionale che si possa mai pensare.

Dall’altro lignaggio, dalla stirpe di Seth, proveniva Salomone, che si contraddistinse in tutto ciò che originava da Jahvè o Jehova. Egli era dotato della saggezza del mondo, di tutto quel che come calma, chiara, limpida saggezza può essere emanata dai figli di Jehova. Questa era una saggezza che poteva bensì essere espressa in parole toccanti profondamente l’uomo nel suo cuore, che potevano elevarlo, ma che tuttavia non afferravano alcun oggetto in modo immediato e non riuscivano a produrre alcunché di reale nella Tecnica, nell’Arte e nella Scienza. Era una saggezza che era dono ispirato direttamente dal Dio, non una Sapienza elaborata dal basso, scaturente dalla passione umana, dal volere umano. Questa la si trovava, invece, presso i figli di Caino, presso coloro che provenivano in modo diretto dall’altro Elohim. Essi erano forti lavoratori, che volevano elaborare tutto a partire da se stessi.

Ora, Salomone decise di edificare un Tempio. A questo scopo assunse come architetto Hiram, il discendente dei figli di Caino. Ciò fu all’epoca in cui la Regina di Saba, Balchis, avendo udito parlare del saggio Salomone, venne a Gerusalemme. E quando giunse, ella fu incantata dalla sublime, chiara, saggezza di Salomone e dalla sua bellezza. Questi chiese, ed ottenne anche, da lei una promessa di matrimonio. Laggiù la Regina di Saba udì pure parlare della costruzione del Tempio. Ora ella volle conoscerne l’architetto, Hiram. Appena lo vide, un suo semplice sguardo fece su di lei un’enorme impressione e ne rimase completamente avvinta.

Ciò creò, ora, un’atmosfera di gelosia tra Hiram e il saggio Salomone. La conseguenza fu che Salomone avrebbe fatto volentieri qualcosa contro Hiram; ma dovette tenerselo, affinché il Tempio potesse essere completamente edificato. 

Accadde quanto segue. Il Tempio era ormai costruito fino ad un determinato punto. Mancava unicamente quello che doveva essere il capolavoro di Hiram, e cioè il Mare di Bronzo. Questo capolavoro doveva rappresentare l’Oceano, fuso nel bronzo, ed abbellire il Tempio. Tutte le mescolanze dei metalli erano state eseguite da Hiram in maniera prodigiosa e tutto era stato predisposto per la fusione. Ma a questo punto si misero all’opera tre compagni, che Hiram durante la costruzione del Tempio aveva trovati non all’altezza di essere nominati Maestri. Perciò questi avevano giurato vendetta e volevano impedire l’esecuzione del Mare di Bronzo. Un amico di Hiram, che  aveva saputo di tale proposito, comunicò questo piano dei compagni a Salomone affinché lo sventasse. Ma Salomone, per gelosia contro Hiram, lasciò corso alla cosa, perché voleva rovinare Hiram. La conseguenza fu che Hiram dovette assistere alla rovina dell’intera fusione, poiché i compagni avevano aggiunto un materiale indebito alla massa. Egli tento altresì di sedare il fuoco divampante con l’aggiunta di acqua, ma così fu anche peggio. Mentre era già prossimo a disperare della riuscita dell’opera, gli apparve lo stesso Tubalcain, uno dei suoi avi. Questi gli disse che doveva gettarsi tranquillamente nel fuoco perché egli sarebbe stato invulnerabile ad esso. Hiram lo fece e giunse sino al centro della Terra. Tubalcain lo condusse da Caino, che era laggiù nello stato dell’originaria condizione divina. Hiram venne ora iniziato nel segreto della creazione del fuoco, nel segreto della fusione dei metalli e così via. Ottenne inoltre da Tubalcain un martello e un Triangolo d’Oro, ch’egli avrebbe dovuto portare al collo. Quindi tornò indietro e fu veramente in grado di eseguire il Mare di Bronzo, di riportare in ordine la fusione.

A questo punto egli conquistò la mano della Regina di Saba. Ma venne sorpreso dai tre compagni e ucciso. Però prima di morire gli riuscì ancora di gettare il Triangolo d’Oro in un pozzo. Ora, poiché nessuno sapeva ove fosse Hiram, lo si cercò, Salomone stesso era angosciato e voleva sapere che cosa fosse accaduto. Si temette che i tre compagni avessero tradito l’antica Parola di Maestro e ne venne perciò convenuta una nuova. Le prime parole dette al ritrovamento di Hiram, sarebbero state la nuova Parola di Maestro. Quando Hiram fu ritrovato,  egli poté dire ancora alcune parole. Disse: Tubalcain mi promise che io avrei avuto un figlio, il quale a sua volta avrebbe avuto molti figli che avrebbero popolato la Terra e avrebbero condotto a termine la mia opera – L’edificazione del Tempio. Poi indicò il luogo dove sarebbe stato trovato il Triangolo d’Oro.  Questo venne portato al Mare di Bronzo ed ambedue vennero custoditi in uno speciale luogo del Tempio, nel Sancta Sanctorum. Essi possono venir ritrovati soltanto da coloro che posseggono la comprensione di cosa debba significare l’intera leggenda del Tempio e del suo architetto Hiram».

Come si vede facilmente, è forte in questa esposizione di una parte della Leggenda del Tempio, l’opposizione tra l’impulso prometeico-cainita e quello epimeteico-abelitico. Ed una conferma l’abbiamo in un’altra lezione esoterica, tenuta anch’essa a Berlino il 2 dicembre 1904, nella quale vien detto:

«Uno degli Elohim si congiunse con Eva, e da questa unione di uno dei creatori divini provenne Caino. Poi un altro Elohim – vale a dire Jehova o Adonai – creò Adamo, che occorre rappresentarsi come l’uomo originario della nostra terza razza radicale. Questo Adamo si congiunse ora con Eva, e da questa unione provenne Abele. Abbiamo così all’origine del genere umano due punti di partenza: Caino, il rampollo diretto di uno degli Elohim e di Eva, e Abele, il quale per così dire mediante l’ausilio di un uomo divinamente creato, di Adamo, è il vero e proprio uomo di Jehova.

L’intera concezione, che sta alla base della storia della creazione della Leggenda del Tempio, parte dal fatto che Jehova ha una sorta d’inimicizia contro tutto quel che proviene dall’altro Elohim e dai suoi discendenti, i figli del Fuoco – così vengono chiamati nella Leggenda del Tempio i discendenti di Caino – e dal fatto che egli suscitò discordia tra Caino e la sua stirpe ed Abele  e la sua stirpe. La conseguenza di ciò fu che Caino uccise Abele. Questa è l’inimicizia originaria, che sussiste tra coloro che hanno la loro esistenza come una specie di dono degli Dèi e coloro che elaborano tutto loro stessi. Che Abele sacrifichi al Dio Jehova degli animali, che Caino invece sacrifichi i frutti della Terra, ciò mostra anche nella Bibbia l’opposizione tra la stirpe di Caino e la stirpe di Abele. Caino deve con duro lavoro strappare alla Terra, quel che è necessario per gli uomini. Abele prende quel che già vive, quel che è già preparato alla vita. La stirpe di Caino crea per così dire il vivente dal non vivente. Abele prende il già vivente, ciò a cui la vita è stata già insufflata. Il sacrificio di Abele è accetto a Dio, quello di Caino invece no.

Vediamo così che in Caino e Abele vengono caratterizzati due tipi di umanità. Un tipo è quello che prende quel che viene preparato dalla Divinità, l’altro tipo – la libera umanità – è quello che lavora il suolo terrestre e che si sforza di strappare il vivente dal non vivente. Si considerano come Figli di Caino coloro che comprendono la Leggenda del Tempio e vogliono vivere nel senso di questa Leggenda. Dalla stirpe di Caino provengono tutti coloro che hanno creato le autentiche arti e scienze umane: Tubal-Cain, l’autentico architetto e Dio delle fucine e degli utensili da lavoro; e anche quell’Hiram Abif o Adonhiram, l’eroe della Leggenda del Tempio. Questo Hiram fu chiamato dal re Salomone, che è famoso per la sua saggezza, appartiene dunque alla stirpe dei Figli di Abele, che hanno ricevuto la loro saggezza infusa come dono da Dio. Abbiamo così di nuovo rinnovata alla corte di Salomone l’opposizione: Salomone il saggio e Hiram il libero lavoratore, che si è conquistata la saggezza lavorando umanamente.

Salomone chiama alla sua corte Balkis, la Regina di Saba, e come essa compare alla corte, ella scorge in lui qualcosa come una statua, fatta d’oro e di pietre preziose. Come donato all’umanità dagli Dèi, così egli appare in maniera monumentale alla Regina Balkis. Quando ella ammira la grande opera, il Tempio di Salomone, vuole anche conoscere l’architetto e lo conosce pure. Con un semplice sguardo che l’architetto le gettò, ella conosce tutto il valore di Hiram. Salomone concepisce subite una sorta di gelosia per Hiram. Questa aumenta particolarmente allorché Balkis, la Regina, ottiene, che le si presentino tutti gli operai, che prendevano parte all’edificazione del Tempio. Salomone dichiara ciò impossibile; Hiram, invece, lo accorda. Questi sale su una collina fa il mistico segno del Tau e in seguito a quello accorrono tutti gli operai. Il volere della Regina è adempiuto.  

A Salomone, perciò, è contrario ad opporsi ai persecutori di Hiram, ad affrontarli. Un muratore siriano, un carpentiere fenicio e un minatore ebreo avevano intenzioni ostili nei confronti di Hiram. Giacché questi tre compagni non erano affatto riusciti a conoscere da Hiram Abif la Parola di Maestro. La Parola di Maestro era quella che avrebbe realmente reso i compagni capaci di costruire in maniera indipendente. Questa Parola di Maestro è un segreto che spetta unicamente ai capaci. Essi presero perciò la decisione di fargli qualcosa.

L’occasione a tal fine fu trovata allorché Hiram Abif volle fondere il suo capolavoro, il Mare di Bronzo. Il movimento delle acque doveva venir fissato nella forma. Il mare agitato doveva essere fissato in maniera vivente, artistica, nella forma rigida. Questo è l’importante. I tre compagni avevano concertato di agire sulla colata, cosicché essa, invece di colare nello stampo, si spandesse nell’ambiente intorno. Hiram, quindi, la volle arrestare col versare dell’acqua nella colata di fuoco,  ma con ciò il metallo sprizzò nell’aria e ricadde nuovamente con terrificante violenza come pioggia di fuoco. A quel punto neppure Hiram poté più fare niente. Ma improvvisamente risuonò una voce: Hiram! Hiram! Hiram! Questa voce lo invitò a gettarsi nel mare di fiamme. Egli lo fece e sprofondò sempre più profondamente fino al centro della Terra, ove è la scaturigine del fuoco. Là egli trovò due figure: il capostipite Tubalcain e lo stesso Caino. Caino era illuminato dai raggi di Lucifero, l’angelo di luce. Ora Tubalcain consegnò a Hiram il suo martello, che aveva la magica forza di ricostruir tutto, e gli disse: Tu avrai un figlio, che avrà intorno a sé un popolo di sapienti, e sarai il capostipite di coloro che provengono dal fuoco, che rende pieni di sapienza e di pensiero. – Il mare di Bronzo venne a questo punto ricostruito con l’ausilio del martello.

Hiram aveva poi rincontrato di nuovo la Regina Balchis davanti alla città. Ella divenne sua sposa, ma egli non poté bandire la gelosia di Salomone né la vendetta dei tre compagni. I tre compagni lo uccisero. Inoltre egli poté salvare solo il Triangolo, sul quale era incisa la Parola di Maestro, gettandolo in un pozzo profondo. Poi egli fu seppellito e sulla sua tomba venne piantato un ramo d’acacia. Il ramo d’acacia rivelò a Salomone la tomba. Venne trovato anche il Triangolo. Esso venne rinchiuso e sotterrato. Solo pochi  conoscono il luogo. Venne stabilito: La prima parola che sarebbe stata pronunciata dopo il ritrovamento del cadavere, avrebbe dovuto essere la nuova Parola di Maestro. La nuova Parola di Maestro è quella che è divenuta quella dei Frammassoni. Essi fanno risalire con un certo diritto la loro origine a questa leggenda del Tempio, a quei giorni antichi nei quali il Re Salomone edificò il Tempio, come monumento durevole di quel che rappresenta il segreto della quinta razza radicale».

Oggi la prometeica e cainita Via del «fuoco», passa necessariamente per la Via del Pensiero, ovverossia passa per l’esperienza fattiva, pratica, della Concentrazione, nella quale il prometeico e cainitico «fuoco» del volere suscitato nel pensare – il ‘calor cogitationis’ lo chiama Massimo Scaligero in alcune lettere – supera l’abelitico ed epimeteico pensiero riflesso. Nel pensare volitivo, il ‘fuoco’ prometeico solare dissolve l’intellettualità lunare dell’anima razionale-affettiva, che è espressione ancora della natura caduta. E ancor oggi operano l’«invidia degli Dèi», «gelosia» e «invidia» jahvetiche, che si manifestano ripetutamente contro la Via del Pensiero, contro l’intensa pratica della Concentrazione, sconsigliata, o addirittura definita dalla parte avversa «via del sublime egoismo». Ad esse viene morbidamente contrapposta un’abelitica ed epimeteica «via dell’anima», che spinge a permanere in una passiva sentimentalità misticheggiante, in un discorsivo pensiero razionale, discettante brillantemente su tutto, ma che non osa infrangere i limiti bronzei entro i quali è tenuta prigioniera l’anima razionale-affettiva, limiti che solo il prometeico «fuoco» del pensare volitivo, portato nella Concentrazione può superare. Da qui, per coloro che rinunciano all’impresa spirituale, la ricerca di un gregge e di un pastore, di chiese e chiesuole, di petites chapelles, con tutta la loro invidiosa mediocrità.

L’impulso umano alla Conoscenza e alla Libertà è un impulso prometeico. Il vivere umano privo di questo impulso è un vivere insulso.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

I SEMI DEL RINASCIMENTO

marsilio-facino

Mentre virgolettavo alcune parole di Charles de Bouelles, ebbi un’immagine (un quadretto) vivace dello splendore che, tra Francia e Italia, veniva a nascere ad opera di illuminati spiriti: uno splendore che afferra in profondità il sentimento umano.

Fu un momento forse irripetibile, in cui uomo, pensiero e Dio sembrarono intrecciarsi come in quel magico tappeto di cui in Oriente si narra che possedesse la virtù di sollevare verso il Cielo ogni essere puro che su esso si adagiasse.

Parlo in particolare di Giovanni Pico e Marsilio Ficino. Due volte si recò a Parigi Giovanni Pico: per attingere il sapere della gloriosa università e per trovare rifugio e comprensione quando veniva perseguitato dalla Chiesa romana.

Così in Francia fu grandissima l’influenza della cultura italiana e soprattutto del gruppo fiorentino (siamo sulla fine del Quattrocento).

Si attingeva in Ficino e in Pico quella sintesi neoplatonizzante di aristotelismo e platonismo, adatta al movimento spirituale iniziato dall’umanità.

Non più l’aristotelismo scolastico che, irrigidendosi in questioni di logica e di fisica aveva raggiunto grandi profondità ma si era anche dilapidato in esasperanti sottigliezze, ma neppure il platonismo evanescente divenuto troppo spesso materia di nebulose aspirazioni di imprecisi letterati e perdigiorno.

Il Pico aveva sognato l’accordo fra Platone e Aristotele, tra Avicenna e Averroè: voleva la “pace filosofica” come espressione dell’unità umana nella ricerca del vero e che sa sempre cogliere qualche aspetto positivo nella manifestazione dissimile. Infatti, scherzosamente fu chiamato dagli amici “Il principe della concordia”.

La filosofia, la filosofia perenne, è indagine insaziata, paga e inappagata, è platonico impennarsi dell’anima nella ricerca di quel sapere per il quale l’uomo si fa veramente uomo, ricongiungendosi nella sintesi sempre viva (unica) dell’umanità pensante, in tutti coloro che cercarono la verità una.

Il capolavoro di Pico – capolavoro filosofico del primo rinascimento – è il Discorso sulla dignità dell’Uomo (già riportato in Eco): esso trova il suo senso nell’esaltazione non del valore dell’uomo in quanto ente ma nell’uomo come pensiero.

E’ pensando che l’uomo si fa persona, ed in questa trasfigurata rigenerazione, solleva l’universo a Dio.

L’uomo centro del mondo, il microcosmo, non è tale perché posto da Dio in posizione privilegiata, non perchè riassume tutti gli elementi del mondo: l’uomo (che sarebbe un nulla) può essere al centro dell’universo perché è capace di una azione consapevole e il mondo lo riconduce a Dio poiché egli si solleva quando celebra in sé tutte le sue possibilità: libero artefice di sé pone se stesso e il suo valore come frutto di infinita libertà.

La libertà dell’uomo è il capovolgimento che si opera nella concezione della dignità umana.

Il microcosmo non è più la concentrazione degli elementi del mondo, non è più la sintesi materiale, soggetta al fato, dominata da leggi inesorabili, schiacciata da influssi astrali.

Il microcosmo è il concentrarsi della coscienza: l’universo che si invera per trovare il suo significato, per affacciarsi alla libertà dal mondo della necessità.

Però pochi accolsero il messaggio universale di Pico: Lefèvre d’Étaples lo valutò come spunto sincretistico, Gaguin vide soprattutto il moralista e l’asceta, altri il trait d’union tra i cristianesimo virgiliano di Spagnuoli e l’asprezza di Savonarola (amici di Pico verso la fine della sua vita).

Invece Charles de Bouelles (discepolo di Faber Stapulensis) colse l’ispirazione di Pico, pur sistemandola e fondendola con i familiari motivi del pensiero di Cusano. Bouelles, appena ventenne pubblicò un opuscolo, l’Ars oppositorum tra aristotelismo e mistica platonica: dove il primo è introduzione alla seconda: discorso che guida all’intuizione dell’Assoluto per il quale l’unico termine è il Silenzio.

“Tibi silentium laus” “Aristotele è vita nel sapere, Pitagora è morte, ma morte superiore alla vita. Perciò Aristotele insegnò con la parola, Pitagora col silenzio: ma questo silenzio è perfezione, quella parola difetto. In Paolo e Dionigi è grande il silenzio, silenzio nel Cusano e in Vittorino. In Aristotele invece scarso è il silenzio, molte le parole. Ma il silenzio parla, le parole tacciono”.

Il testo riuscì impervio e lo stesso autore ammise che nessuno lo aveva compreso.

Successivamente, conciliando la luce di Dionigi e del Cusano con la salda fede nell’uomo di Pico, nel 1510 col Liber de Sapiente, raccogliendo i temi sparsi nel De sensu, nel De intellectu e in altri scritti, si trova una organizzazione che abbraccia natura, uomo e Dio (Pico, nell’Heptaplus, aveva ordinato la Creazione con i commenti dei Padri e dei cabbalisti, ma la sua attenzione si era concentrata sull’uomo agente piuttosto che sull’uomo contemplante: solo la fattiva “carità” apre l’ascesa e dischiude i misteri).

De Bouelles volge lo sguardo al conoscere: l’uomo è il centro del mondo perché in lui il mondo prende coscienza di sé. Da oggetto diviene soggetto, da essere conoscenza.

L’uomo nel suo immediato, è cosa, natura. E’ ente fra gli enti. Ma Dio – ripete de Bouelles con Pico – non ha dato all’uomo “una” natura: l’uomo non è: il suo essere è frutto del suo farsi.

L’uomo sarà pietra, pianta, animale, angelo o Dio, secondo la sua opera. E per l’autore, quest’opera è conoscenza: la dignità umana è essere coscienza del mondo. L’uomo di natura si fa uomo d’arte: l’oggetto si fa soggetto.

Dunque l’uomo diventa centro del mondo perché specchio del mondo: non cosa allineata con le cose ma punto di confluenza dei raggi che convergono da ogni realtà. Specchio vivente: non dato di fatto bensì potenza di conquista e conquista non dall’esterno delle cose ma dall’interno, dallo Spirito. Come l’occhio che volto all’esterno è capacità visiva solo per la metà del suo globo, così deve guardare con l’altra sua metà: guardare l’uomo nell’intimo. Così affiora il Sapiente, miracolo eterno del cosmo.

Il Sapiente è arbitro del suo destino, è Dio terreno con il compito e l’infinita responsabilità della propria libertà, verso cui gravita l’intero universo.

L’Uomo Sapiente, sillaba incancellabile di Dio, insieme padre e figlio di se stesso, è il fine sacro del mondo: egli è Dio per l’altro uomo, Dio per la natura che reverente si china innanzi a lui. E’ lui che offre al Dio dei Cieli l’universo redento.

Questo è il tragitto che viene offerto a tutti gli uomini di buona volontà, perchè ognuno di essi può giungere alla Sapienza solo che voglia combattere la sua buona battaglia.

Forse in ciò si celava l’intuizione cristiana più profonda che il Rinascimento osava riscattare affinché il divenire del mondo potesse farne uso come la direzione ed il programma in esso più sacro. Ora, con la Filosofia della Libertà, tentiamo in fondo di portare avanti queste ignorate seminagioni.

Ps: il grande Guenon (visto il suo tombale giudizio sul Rinascimento) e la sua abbondante prole non sarebbero d’accordo su alcuna delle cose scritte: di tutto il quadro con cornice compresa: ce qui me honore très…

TRADIZIONE

L'ESSERE ANGELICO nella tradizione occidentale

 ANGELI E ARCANGELI

(Raffaele- di Mara Maria Maccari)

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 Cenni scolastici.

Gli angeli vanno di moda: svolazzano tra libri e siti, con tutte le immagini ben colorate, con le istruzioni per semplici e dotti sul come contattarli e – quasi sempre – usarli: una tra le tante bestialità, ovviamente anti-sacre, che riempiono all’inverosimile il piatto già colmo dei mali contemporanei.

Allora, per pulire un poco l’idea di questi esseri, da umile lustrascarpe non vado a fare il pappagallo del Dottore, avendo assai scarsi diritti di comunicare il comunicato, e m’accontento di spolverare i concetti che animavano l’Occidente quando questo teneva in rispetto sia il pensiero dell’uomo che i Messaggeri degli Dei.

Secondo Tommaso d’Aquino (Summa contra Gentiles II), Alberto Magno, eccetera, gli spiriti puri non possiedono una intuizione immediata delle cose corporee e neppure, essendo puri esseri spirituali, la conoscenza che è il prodotto del pensare discorsivo-concettuale pure se questo astrae dalla percezione sensibile. Conoscenza che, per l’uomo, può raggiungere i molteplici aspetti della complessa realtà soltanto per via di giustapposizione e di successione.

Secondo l’Aquinate, l’oggetto formale della conoscenza angelica non è l’essenza delle cose in quanto materiali, bensì la natura della loro specie angelica, che essi attualizzano nella sua intera pienezza quali individui di cui ciascuno è irripetibile.

Pertanto ciascun angelo costituisce un “piccolo mondo” in sé conchiuso – cioè un aevum o aion – e fa di se stesso l’oggetto formale della sua innata conoscenza intuitiva.

In definitiva si tratta della realizzazione perfettissima di quella esperienza interiore del proprio essere più concreto, che all’uomo, in quanto essere al contempo corporeo e spirituale non è mai concessa completamente in un singolo atto, quale totum simul (Op. cit. II, pp.99).

Tutto il resto – l’intero mondo sensibile e gli altri angeli, comprese le superiori Gerarchie – non forma l’oggetto proprio dell’intuizione angelica immediata: la natura di quelli, cioè l’essere concreto del mondo e delle Gerarchie creatrici, viene contemplata soltanto analogicamente: per così dire sullo sfondo e nello specchio della propria essenza.

Pertanto l’angelo percepisce solo “genericamente” tutto ciò che non è direttamente oggetto della conoscenza di se stesso che gli è congeniale, fatta eccezione per le particolari conoscenze del concreto che il Divino gli comunica tramite le sue idee infuse e senza le quali la conoscenza angelica sarebbe imperfetta.

In altre parole: la conoscenza non infusa del mondo esterno – il quale resta sostanzialmente precluso all’angelo secondo il suo essere immateriale – essendo analoga, è sì intuitiva, però per così dire, “allegorica” (nell’ampio significato applicabile alla conoscenza angelica).

Secondo la visione della Scolastica, l’angelo conoscerebbe il mondo esterno soltanto indirettamente nello specchio e nella similitudine del mondo (saeculum) spirituale del suo “evo”.

E l’uomo? Sino al 16°/17° secolo c’è per l’uomo verso l’angelo confronto e aspirazione: con un realismo che nemmeno ci si immagina che sia esistito: “L’anima pensante è congiunta e immediatamente vicina a quell’atto che primo fu generato, che fu destinato a sussistere fuori della materia, che chiamiamo inizio di ogni opera divina, concetto, atto primo e prima creatura. Atto che è l’angelo il quale, stando sempre vicino a Dio, bontà creatrice di tutte le cose, attende senza posa alla sua contemplazione. L’Areopagita lo chiama intelligenza somma che, con assoluta costanza, rende grazie a Dio…” (Charles de Bouelles, 1510: Liber de Sapiente. Einaudi, 1943, pag. 57).

Sempre nel pensiero di quei giorni, l’uomo che contempla può conoscere la visione analogica dell’universo nello specchio della propria essenza, cioè in maniera attribuibile esclusivamente agli spiriti puri. Ciò potrebbe configurarsi come una “presunzione angelica” da parte di coloro che si arrestano alla discorsività e oltre proprio non ci vanno.

In realtà, la conoscenza contemplativa dell’uomo si distingue dalla conoscenza connaturale e intuitiva dell’angelo per il fatto che questo contempla i tratti analogico-essenziali del cosmo a priori nella sua essenza spirituale. Al contrario, l’uomo, essendo un essere corporeo e spirituale, conosce il mondo non propriamente a priori, bensì partendo dalla conoscenza empirica non del cosmo stesso ma della propria natura, dapprima corporea e poi spirituale, la quale rievoca oggettivamente, nella sua complessa natura, la costituzione essenziale della totalità mondiale.

L’intuitività di tale conoscenza è dunque relativa, ma tuttavia imita la contemplazione angelica nella visione globale e veramente universale di tutte le corrispondenze che congiungono microcosmo col macrocosmo.

Grazie a tali rispondenze e relazioni, l’uomo – spirito anima corpo – viene innalzato alla dignità come una specie di “evo” umano. Per tali motivi si pensò che la vera conoscenza spirituale o “pneumatica” non potesse essere univoca e concettuale, bensì analoga-multivoca (allegorica) e simbolica.

Bene: ho finito. Certo che stringendo il più possibile ho reso il tema quasi incomprensibile. Ma se lo leggete almeno due volte potrete trarne il senso, cioè che passano differenze non minime tra angelo e uomo e che l’angelo non andrebbe antropomorfizzato (in sé è un assoluto) come succede di solito nell’ottusa blandezza della spiritualità liberata dal pensiero così come dal pensiero non liberato dai pensieri. Va anche tenuto presente che l’abbozzata concezione risente dei limiti del suo tempo, cioè di un pensiero grossolano, confuso…o no?

TRADIZIONE

MISOPÓGON O ANTICHIKÓS

 giuliano0001

…il ragazzo aveva 9 anni…chiuso il libro s’era abbandonato sull’erba il volto verso il sole. Il senso di benessere si trasformò in fervore mistico. Cercando parole capaci di esprimerlo, cominciò a mormorare:

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome..

Era la preghiera che il vescovo Eusebio gli faceva recitare ogni giorno.

Improvvisamente una voce risonò in lontananza. Chiamava con tono grave il suo nome: “Giuliano! Giuliano!”.

Il bambino interruppe la preghiera, qualcuno, accortosi della sua assenza, lo stava cercando.

Stringendo i pugni dalla rabbia, il fanciullo si acquattò dietro il tronco dell’olivo.

“Giuliano! Giuliano!”.

Il grido ripetuto poi s’affievolì e si spense. Era tornato il silenzio, rotto soltanto dal cinguettio di un uccello.

Accadde allora un fatto straordinario che avrebbe lasciato nella sua vita un’impressione indelebile. Come in un sogno meraviglioso, gli pareva di correre lungo la spiaggia, facendo salti sempre più alti, finché i suoi piedi non toccarono più il terreno e cominciò a librarsi sopra il mare. Gli pareva di veleggiare  attraverso lo spazio in un volo verticale e di salire in alto, sempre più in alto, come se fosse risucchiato dal sole.

Poco dopo dominava dall’alto la Propontide, il Bosforo, Costantinopoli e tutte le campagne circostanti.

Infine la terra scomparve ai suoi occhi e non vide più, intorno a sé, se non un abisso di luce.

In quel momento una voce tonante lo chiamò per nome: “Giuliano! Giuliano!”.

“Chi mi chiama?” domandò.

“Sono io, tuo padre Elio!”.

“Elio? Eccomi!” rispose Giuliano, senza esitare.

Immediatamente fu accecato da una luce folgorante e perse la conoscenza…

Quando riaprì gli occhi, si ritrovò disteso a terra, ai piedi dell’olivo: il sole tramontava al di là dell’Ellesponto…

Signore Iddio, ho grande paura.

L’anima mia, non mai sicura,

sussulta nelle più intime fibre…

Ecco la terra è sconvolta e trema la volta

sotto la quale il mio cuore,

che prova del terrore la inarrestabile scossa,

si scava la fossa

per seppellirsi e riposare;

ma si sente compenetrare dall’avvampante

firmamento e si domanda sgomento:

Da me fino a Te, la strada dov’è?

§

Pergamo. Gli anni sono passati. Giuliano si confida con Massimo d’Efeso. Costui era un teurgo ma eludeva sempre le domande del giovane.

Un giorno Giuliano raccontò a Massimo la sua esperienza, avuta durante la sua relegazione ad Astakos.

“Improvvisamente mi sentii trasportato in aria. Poi, mentre mi libravo in un oceano di luce, udii distintamente Elio che mi chiamava per nome”

Massimo lo fissò a lungo e sorridendo gli rispose ”Fin dal nostro primo incontro io seppi di legami speciali fra te e gli dei”.

Ma, ribatté Giuliano, “ho bisogno di un dio di cui senta la reale presenza nel mio essere! Quando mi rivolgo ai Galilei mi consigliano di leggere il Vangelo. Se mi rivolgo ai pagani, mi indirizzano ad Aristotele o a Platone. E’ sempre la stessa risposta. Libri, sempre libri!”.

“ Cosa devo fare di tutti quei libri? Io ho sete di vita, di comunione. Ho bisogno di trovarmi faccia a faccia col mio Creatore. Non fu certo un libro che aprì gli occhi a Saulo sulla via di Damasco. No! Fu un torrente di luce, una visione, una Voce!”.

Massimo scosse il capo: “ Tu cerchi Iddio in una direzione sbagliata. Tu vuoi obbligarlo a rispondere. Ma non sei il suo padrone! Tu volevi comprendere per credere, mentre bisogna credere per comprendere…e ora non comprendi più nulla perché non credi…”

“Non mi dire che io non credo. Io credo con tutte le mie forze. Ma invece della risposta che aspetto non sento che l’eco della mia voce. Io vorrei ascoltare la voce dell’Altro. Vorrei essere visitato, illuminato, folgorato…”

“In questo caso non ti rimane che metterti nelle mani del Mediatore”

“Ma esiste davvero? E’ da molto che lo cerco”

“Egli esiste!” affermò massimo con un tono di assoluta certezza.

“E chi è?”

“Il Figlio del Sole”

“E’ come uno di noi? Come me stesso?”

“Tu sei un figlio del Sole. Invece ho detto che egli è il Figlio del Sole!”

“E’ una via?”

“E’ la Via”

“Come si chiama?”

“Il suo nome è Mitra”

§

Poco tempo dopo, un uomo di nome Edesio, si presentò a Giuliano e lo invitò a seguirlo.

In un valloncello, presso un dirupo, Edesio spostò la sterpaglia e dietro apparve una profonda caverna: sulla soglia c’era Massimo ed un personaggio bianchissimo nelle vesti e nei capelli e la fluente barba. Una carnagione trasparente come l’alabastro.

“Ti presento Crisanzio” disse Massimo “il pontefice di Ecate”.

Entrati, Massimo ed Edesio si ritirarono. Crisanzio invitò Giuliano a spogliarsi e gli insegnò le abluzioni rituali. Poi l’aiutò ad indossare una tunica di lana bianca e lo condusse in una seconda caverna, più angusta della prima. Giuliano sentì come un terrore lambirgli il corpo.

Il pontefice di Ecate, con una solennità che pareva provenire dagli abissi, così parlò: “E’ qui, figlio mio che principia il tuo viaggio: esso comincia con l’oblio del mondo. Per ora sei ancora debole e perciò ti occorre un po’ di luce. Entro qualche giorno sarai rafforzato e la luce si spegnerà. Ti troverai in assoluta tenebra: essa è lo spogliamento totale di sé e indica come tutto ciò che vive debba morire per nascere a nuova vita.

Se avrai sete potrai bere l’acqua consacrata di questa brocca. Ma non puoi mangiare. Ti porterò in alcuni momenti il mio soccorso. Ora abbi coraggio, figlio mio: preparati a morire!”

Angoscia attanagliò il petto di Giuliano, Crisanzio era sparito. Era stato imprudente?

Massimo era forse un agente dell’Imperatore e lui sarebbe sparito? Sepolto per sempre nel fondo di una spelonca?

Dopo breve (interminabile) tempo, riapparve Crisanzio. Il giovane chiese allora di uscire.

“Nessuno te lo impedisce, ma non sei forse venuto spontaneamente? Qualcuno ti ha costretto? Ad ogni modo se vuoi andartene ti accompagno subito. Se non sei all’altezza di superare la prova, ritorna pure a mordere la polvere..”

Giuliano, a quelle parole, pronunciate tranquillamente, arrossì di vergogna e pregò di essere perdonato.

L’anziano gli disse anche che l’iniziazione era una prova terribile, che strazia tutta l’anima.

Giuliano rimase nel buio per tre giorni, digiunando, pregando e meditando. Il pontefice lo visitava a intervalli regolari e gli faceva compiere degli esercizi per il corpo e per la mente. Poi lo benediva: “Dio scenda su te…La sua spada invisibile ti apra il cammino…Le sue virtù compenetrino la tua sostanza e alimentino la luce del tuo sole…”

Giuliano ebbe tremiti incontrollabili, poi un sentimento di profonda pace. Sentì il corpo farsi leggero e come svanire. La fiammella della lampada si estinse ma sentì come se si accendesse in lui una luce immateriale. Poi piombò in un sonno profondo.

Svegliatosi trovò Crisanzio che gli porse una tunica nuova, di lino. “Ora sei Puro. Nessuno deve toccarti né parlarti, né guardarti: tu stesso sei lo Sguardo”.

Fu condotto oltre, in una diversa sala: un altare nel fondo con una statua di Atena. Ai lati gli iniziati, disposti lungo le pareti.

Fu fatto prostrare al suolo, braccia aperte in croce, volto rivolto verso l’alto. Giuliano entrò nell’Estasi.

E rivisse, ad un livello assai superiore, ciò che aveva sperimentato da giovanissimo. Sentì vampe di luce sorgere e dilagare dal suo essere, venne trasportato nella luce del cielo, contemplò il Padre solare, il sole interiore si ricongiunse al Sole supremo e dalla sua anima sgorgò un giuramento verso gli Dei e verso la Via.

§

Devo molto a Benoist-Méchin che mi ha indicato il ritmo narrativo: alcune righe sono praticamente copiate da lui.

Non è un racconto di fantasia e gli ”attori” sono tutti storicamente esistiti.

Qualcuno osserverà che Giuliano non “giace” per tre giorni: in effetti le iniziazioni erano già parzialmente diluite.

Il titolo non c’entra niente: trattasi di un caustico ed arguto libello di Giuliano a favore dell’onor del mento che mi piace per la limpidezza, l’arguzia e tante altre cose.

TRADIZIONE

VERI E FALSI MAESTRI SPIRITUALI

In questa epoca di grandissima confusione spirituale, per molti non è davvero facile intuire e riconoscere un vero Maestro, e di conseguenza per molti è difficilissimo scorgere quale differenza, ancorché abissale, vi sia tra un Maestro spirituale autentico e le molte, troppe, contraffazioni che oggidì circolano nella vita reale, nonché in quella virtuale. Ed ha mille volte ragione Massimo Scaligero ad ammonire all’inizio del XVI capitolo, intitolato Secretum Inviolabile, di Dallo Yoga alla Rosacroce, p. 204:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è l’identico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno.

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale».

Non essendo in grado di discernere l’autenticità di un insegnamento veritiero rispetto alle molte contraffazioni, molti ancor meno sono in grado di accorgersi di chi sia un vero Maestro. Ma quali sono le caratteristiche intrinseche di un Maestro autentico o, come viene chiamato nella tradizione indiana, di un Guru, di un Acharya? Alcune parole estremamente chiare in proposito le dice Ramana Maharshi nella Upadeśa mañjarî, ovvero La ghirlanda delle istruzioni spirituali:

«Quali sono i segni che permettono di riconoscere un vero maestro (sadguru)?

La capacità di dimorare stabilmente nel Sé, il saper guardare ogni cosa con occhio equanime, un coraggio che non vacilla mai, sempre, ovunque e in ogni circostanza; e via dicendo».

Un Maestro spirituale è un Iniziato che ha ricevuto dall’Alto, dal Mondo Spirituale, un «sigillo» interiore, una «missione» da svolgere, la Conoscenza e le forze per svolgere tale missione. Si può giungere ad essere degli Iniziati, senza peraltro ricevere dall’ Alto il compito di essere Maestri, ossia degli «Istruttori», degli «Iniziatori». Non si diviene Maestri – quale che sia il livello, anche altissimo, della propria evoluzione spirituale – per una qualsivoglia decisione personale, bensì per «investitura» dall’Alto, dal Divino, dallo stesso Mondo Spirituale. L’arbitrio di una scelta personale, presa da un punto di vista inevitabilmente «umano», porta sempre, infallibilmente, alla prevaricazione e al tradimento.

Caratteristica del Mondo Spirituale, di ciò che non è meramente «umano», bensì «ultraumano», «superumano», è l’impersonalità, la sovrapersonalità, e di conseguenza il non venir condizionati da ciò che è meramente umano, umano-troppo umano, personale. L’assolutezza di una tale caratteristica del Mondo Spirituale viene impressa come un «sigillo» in colui che viene «investito» dall’Alto della missione di essere un Maestro. Una tale «Investitura» dona la certezza nell’insegnamento spirituale, certezza che non risente delle oscillazioni e della variabilità dell’opinare meramente umano. Il «sigillo» del Mondo Spirituale dà la stabilità interiore, propria a ciò che è impersonale e radicato nell’Assoluto. L’anima che nelle sue profondità abbia ricevuto un tale «sigillo», è quella che Enrico Cornelio Agrippa chiama l’«anima stante e non cadente». Il Maestro che parla è organo e voce del Mondo Spirituale stesso. Tutto ciò che è oscillazione animica, meramente personale, incertezza, è radicalmente estraneo alla funzione e alla missione del Maestro, dell’Istruttore spirituale.

E, soprattutto, egli è in una condizione di sincerità assoluta, di veridicità. Parla partendo dall’intima necessità dell’anima di colui che a lui si rivolge. Ossia parlerà scorgendo nell’anima di chi a lui si rivolge la reale richiesta interiore, percependo ciò che è realmente necessario, e sarà indifferente a quel che possa piacere o meno all’altrui psiche cosciente. Parlerà o tacerà sulla base dell’essenziale motivazione interiore percepita, indifferente anche alla delusione o alla ribellione, peraltro da lui sempre previste, che le sue parole o il suo silenzio possano suscitare nell’anima di chi a lui si rivolge.

Ma non mentirà mai. Non conoscerà tatticismi e machiavellismi, che possano giustificare una menzogna. Neppure a fin di bene. Parlerà o tacerà a seconda della necessità oggettiva, indipendente da simpatie o antipatie personali, ma non mentirà. Mai.

Avendo un tale punto di riferimento, dovrebbe essere facile discernere il reale dall’irreale, l’autentico dalla volgare contraffazione, la verace Via della Iniziazione da quella messinscena e finzione che gli antichi Latini ed Elleni chiamavano, con parola eloquente e calzante, «mistificazione», che non è altro se non una sacrilega profanazione. Ma gli umani si reputano spesso troppo intelligenti e scaltri per preoccuparsi di ciò che è reale, vero e autentico, e non rinunciano mai – quasi mai – a soddisfare tutte le vogliacce e le vanità del loro ego stratosferico.

A tale proposito vogliamo riportare quanto scrive Arturo Reghini in Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, che come noto è l’introduzione alla sua traduzione del De occulta philosophia dello stesso Agrippa. Così dice Reghini, con parole fortemente ammonitrici, in un passo importante e nella nota 66 ad essa collegata:

«Quanto poi alla completa iniziazione, a scanso di equivoci e di responsabilità, ci basterà avvertire il lettore che oggi, come al tempo di Agrippa, il mondo è pieno di falsi dottori, di ciechi che conducono i ciechi, di pseudo-iniziati che non son capaci neppure di riconoscere nell’intima sincerità della loro coscienza la loro profonda ignoranza, il loro analfabetismo radicale; si ricordi, quindi, la raccomandazione di Agrippa: Attenzione a non farsi ingannare da quelli che furono e sono alla loro volta ingannati (66)».

Ed ecco la nota 66: «Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico o politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Sarebbe facile dimostrare, con documenti e testimonianze alla mano, l’origine di quell’ autentico bluff che è il preteso «martinismo», nato dalla combine tra il non ancora dottore in medicina Gèrard Encausse, alias Papus, e il giovane letterato e orientalista Augustin Chaboseau. Non m’interessa impegnarmi in una polemica al riguardo. Le parole di per sé non convincono mai nessuno. Solo la conoscenza della verità, ossia l’esperienza diretta della realtà che sta alla base di un tale conoscere è convincente. Ma la verità è di chi sinceramente la cerca. Basti rilevare che né Gérard Encausse né Augustin Chaboseau erano degli Iniziati, né tantomeno dei Maestri. Una delle brame più forti, un’ autentica mania, dell’Encausse-Papus era quello di fondare Ordini iniziatici. Il visconte di La Palisse gli avrebbe facilmente obbiettato che per fare un Ordine iniziatico ci vogliono gli Iniziati. Perché scopo precipuo di un tale Ordine è di dare l’Iniziazione a dei postulanti, a dei recipiendari: ossia a persone che hanno le «qualificazioni» per richiederla e le adeguate «dignificazioni» per riceverla. Almeno un Iniziato, ossia un Maestro iniziatore ci deve essere, perché nemo dat quod non habet, ossia chi non possieda il «sigillo» e l’«investitura» dall’Alto, nulla potrà mai dare – se non una blasfema e sacrilega contraffazione del Sacro – per la semplice ragione che il più non può venire dal meno. E la storia di quelle congreghe, che d’iniziatico avevano ed hanno solo il nome, è sin troppo eloquente: una interminabile sequela di menzogne, scissioni, abusi, profanazioni, tradimenti, compromessi, intrallazzi, congiure e macchinazioni d’ogni tipo. Ma queste considerazioni interessano solo come casi esemplificatori di quel che può accadere, e che purtroppo accade.

Quindi, si deve concludere che un Maestro autentico non è facile da incontrare, e ancormeno da riconoscere. Perché non sarà il Maestro a cercare un discepolo, né gli renderà facile il riconoscimento. Non sarà suadente, non cercherà il consenso, né si piegherà mai ad usare quelle strategie d’immagine, tipiche  di quella forma di prostituzione morale che è il marketing, del quale si servono oggi ad abundantiam gruppi economici e finanziari, partiti, logge, chiese e quant’altro. Lo stesso Rudolf Steiner attese – secondo una rigorosa legge occulta – che la giovane Marie von Sivers lo «riconoscesse», ossia riconoscesse non solo la sua statura iniziatica, bensì la sua missione «magistrale» e, facendosi in certo qual modo “rappresentante dell’umanità”, gli ponesse la fatidica «domanda», che sola permise a Rudolf Steiner di iniziare a donare la Scienza dello Spirito. Giovanni Colazza era uomo molto riservato, silenzioso, quasi inaccessibile come un Patriarca Ch’an o Zen. Quanto a Massimo Scaligero, io stesso – come molti altri del resto – sono stato testimone di quanto egli fosse indifferente al successo e all’insuccesso, quanto disprezzasse privilegi e favori, quanto lasciasse liberi coloro che lo incontravano, quanto non lo smuovessero di un millimetro il biasimo e la lode, l’approvazione o l’aperta ribellione. Solo alcune cose non sopportava e non tollerava: l’ipocrisia, la recitazione, la finzione, la vanità, il vano e vacuo intellettualismo, la menzogna, il tradimento della verità e dell’amicizia, l’ambizione. Non le tollerava: le smascherava regolarmente  e le abbatteva senza misericordia veruna.

Dopo che Massimo Scaligero ci ha lasciati, quasi trentacinque anni fa, sono sorti vari personaggi che si sono «proposti» come suoi successori e continuatori. Questo loro autoproporsi li squalifica automaticamente. Alcune persone proposero a Massimo Scaligero, ancora vivo, di farsi da parte per lasciare a loro il compito e la funzione magistrale, e furono trattate  nella maniera dovuta. Altri, più scaltri ed infidi, agirono sordamente, «remando contro», e preparando l’erosione prima e la demolizione poi della sua opera. Vi fu anche chi, in qualche modo, pur non proponendosi personalmente in maniera esplicita, si fece proporre, ispirò, o accettò il fatto di venir proposto da entusiasti e e suggestionati seguaci. Massimo Scaligero ammonisce a chiarissime lettere che ciò che suggestiona e seduce sicuramente non libera.

Rudolf Steiner, all’inizio del Novecento, aveva designato Giovanni Colazza a guidare la Comunità Solare in Italia, e lo stesso Colazza trasmise l’identico mandato a Massimo Scaligero negli anni successivi alla seconda Guerra Mondiale. Massimo Scaligero non si faceva davvero illusioni di sorta circa la tenuta della comunità spirituale, alla quale per decenni aveva dato tutto se stesso. Infatti, non trasmise a nessuno il mandato ricevuto da Colazza. Sono personalmente testimone delle parole a me dette: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», e anche delle parole dette a varie persone: «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, sarà tutto finito!». Si limitò ad indicare, per l’orientamento delle riunioni, per iscritto nel proprio testamento – che infedele mano interessata ha fatto abilmente sparire – ed oralmente, la figura di Alfredo Rubino e lo fece mettendo in evidenza sempre la sua limpidità, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua ascetica fedeltà alla Concentrazione e alla Via del Pensiero. E per tali sue qualità Alfredo Rubino venne osteggiato, sabotato, calunniato e deriso sino alla fine della sua vita. Alfredo Rubino con la sua impersonalità e fedeltà è stato un autentico asceta ed un eroe spirituale.

Dopo la scomparsa del Maestro ho potuto assistere da parte di taluni ad una vera e propria surrettizia opera – ispirata – di «trasbordo ideologico inavvertito», per sostituire i contenuti originari con altri di dubbia e incontrollata origine, per sostituire le indicazioni circa una regolare ascesi individuale e l’operatività comune con altre, vòlte a secondare le comodità di una pretesa «via dell’anima». Ci si è opposti alla rigorosa Via dello Spirito, alla Via del Pensiero, alla centralità della Concentrazione, al silenzioso Rito della Meditazione in comune, sostenendo callidamente che «una assoluta austerità è insopportabile a molti, ai più». E aggiungendo, attraverso l’uso menzognero e in mala fede di frasi di Massimo Scaligero, monche e staccate dal contesto, che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo».

Ora, siccome gli umani sono liberissimi persino di non volere essere liberi, chi trova insopportabile l’austerità e il rigore della Scienza dello Spirito, forse dovrebbe considerare che nella vita vi sono tante altre cose belle e simpatiche alle quali piacevolmente dedicarsi. Ma neppure concedere questo pare che vada bene, perché si pretende che ciò che costoro hanno rinunciato a realizzare e conquistare, neppure altri devono anche solo tentare di realizzare e conquistare. Ma vi sono anche esseri umani che vogliono vivere vivi e non morti, e per essi rinunciare all’impresa spirituale equivale a morire nell’anima, e in tali condizioni per loro vivere è cosa vilissima, tale che non valga la fatica e la pena. Bisogna vivere una vita degna di essere vissuta: una vita che può essere bella o tragica, tranquilla o pugnace e irta di difficoltà, ma sempre una vita seria, non una pagliacciata nella quale ci si prende in giro, mentendo a se stessi. Per gli antichi mitriasti valeva il principio che «vita est res severa, vita est militia sacra super terram».

Non posso dimenticare le parole che Massimo Scaligero mi disse, con insistenza, in molte occasioni sino agli ultimi tempi, e all’ultimo giorno della sua vita:

«Per arrivare alla mèta, voi giovani dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio. Io ho fiducia in voi perché seguite veramente la Via del Pensiero: nella Via del Pensiero voi potete essere intensi, assoluti, consacrati. Potete essere unilaterali, potete esagerare, potete essere “settari”, perché la forza-pensiero è l’unica che è capace di autocorrezione. La forza-pensiero nel suo impeto travolge ogni ostacolo».

Nell’ultimo incontro – avvenuto poche ore prima che ci lasciasse – ci chiese di essere fedeli al realismo del pensare, al realismo del Logos, all’assolutezza della esperienza eterica del concetto.

Allora ero molto giovane, molto ignorante, molto stupido. E, aggiungo, anche passabilmente ingenuo. Trentacinque anni dopo, ringraziando le difficoltà, gli errori, le sciagure, i molti dolori che che la vita mi ha dato con generosa abbondanza e che mi hanno insegnato qualcosa, se non molto più saggio, sono almeno molto meno ingenuo. Ho visto, con mio grande stupore, i tradimenti, le menzogne, le macchinazioni, di persone un tempo per me insospettabili. Le ho viste chiamare “verità” delle consapevoli menzogne, e chiamare “errori” le verità e le indicazioni ascetiche più luminose del Maestro. Ho visto, e udito, gettare il fango sulla figura del Maestro, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua realizzazione spirituale, sulla sua maniera di vivere, sulla sua stessa moralità e dichiarare  “incompleta e superata”, “errata, orientale, yoghica, buddhista”, “carente del Logos e del Graal”, la Via del Pensiero che Massimo Scaligero ha prima realizzato e poi a noi indicato. Ho udito diffamare e deridere il rigoroso e silente Rito della Meditazione in comune, dato da Massimo Scaligero, come “orientale, essenico, buddhista”, e peggio. Alla mia obbiezione che tale Rito mi era stato dato dallo stesso Massimo Scaligero in presenza di chi una tale obbiezione faceva, mi fu risposto: «Sì, ma prima c’era Massimo, ora i tempi sono cambiati!». Di fronte alla enormità di una tale affermazione, venutala a sapere, Alfredo Rubino, ironicamente, commentò: «Sì, facciamo come la Chiesa Cattolica: adeguiamoci ai tempi!». Ma la verità non è adeguabile alle ambizioni, ai sotterfugi, ai «trasbordi ideologici inavvertiti», alle manipolazioni, alle sentimentali preferenze, alle interessate, suggestionanti, «operazioni d’immagine» vòlte a realizzare non dichiarate e non confessabili finalità, confessionali o politiche.

Ma un vero Maestro indicherà in maniera scarna ed insegnerà in maniera impersonale sempre la Via della Verità, che è la Via dello Spirito. Mentre i falsi maestri, coloro che si sono proposti da sé, o che si sono fatti proporre, e imporre, indicheranno le vie dell’errore, gl’ infidi sentieri della soggettività, della intellettualità, della sentimentalità, della istintività, le seducenti, ma variabili, incerte, alla bisogna “adattabili” vie dell’anima, della personalità, dell’arbitrio, dell’intrallazzo, dei giochi di corridoio, delle callide macchinazioni: della menzogna.

Di fronte a tali e tante alterazioni – e adulterazioni – per me, vale unicamente la sperimentata certezza dell’assolutezza dell’esperienza della forza-pensiero, vale unicamente la centralità della Concentrazione, che è la Via Assoluta, la Via Regia a sé sufficiente. In effetti, è necessario un “adeguamento” ai tempi, ma nel senso che i tempi sono drammatici, addirittura tragici, ed esigono imperiosamente che non si perda più tempo in rimedi illusori e meramente consolatori. L’urgenza dei tempi esige che si abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza veruna attenuazione o abbellimento della stessa, che ci si renda conto altresì che l’Ascesi non può più essere episodica, improvvisata, approssimativa, fiacca e sfrangiata. Tale urgenza esige che SI AMI l’Ascesi del Pensiero, SI AMI la Concentrazione, realizzando la consacrazione progressiva della totalità delle forze dell’anima all’impresa spirituale: a questa impresa spirituale della redenzione del pensiero, della resurrezione del conoscere dal cadavere della morta ed esangue riflessità. L’intuizione della unicità della Via del Pensiero e della Concentrazione, della sua efficacia, della sua assoluta necessità, può diventare l’esperienza della potenza trasfiguratrice di tale idea intuita: può diventare consacrazione della volontà alla più audace impresa spirituale, quella meno sentimentale, tuttavia quella concretamente trasformatrice dell’uomo e del mondo: la realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, la cui «vuota» essenzialità è obbiettiva forza d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

UN GIOVANOTTO ESEMPLARE

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Attila (detto Etzel nella canzone dei Nibelunghi) è, storicamente una figura misteriosa. Vediamo di seguirlo con l’aiuto del Dottore.

Già le rappresentazioni storiche sono contraddittorie: le saghe e le epopee di popoli diversi danno di Attila una visione che contrasta col terrore con cui viene ricordato nel sud dell’Europa. Infatti presso i Germani e gli Ungheresi (per non parlare di Prisco, ambasciatore bizantino che lo conobbe) Attila viene descritto come un nobile eroe, un grande re, degno di sposare la vedova del sommo Sigfrido e chiamato a compiere un’alta missione per l’umanità.

Nei paesi meridionali invece e ancora oggi la parola “Unni” è sinonimo dei più inumani, spietati distruttori. Attila è il mostro orrendo del genere umano, la crudeltà e la barbarie fatta carne.

Veniva detto che gli Unni passavano la vita sul dorso dei cavalli: giorno e notte, staccati dal suolo e in moto quasi perpetuo. Pare anche che non possedessero leggi o ordinamenti, né scritti né orali e tuttavia nella loro azione, nel combattimento regnava una perfetta unità, un “disegno” impercepibile, simile a quello che guida gli uccelli migratori.

La scienza dello spirito ci dice che essi non avevano una coscienza diurna troppo dissimile da quella notturna e, non mettendo piede in terra, era come se vivessero nei moti dell’aria e con una possente organizzazione istintiva che nessun altro esercito poteva contrastare.

Gli Unni rubavano, massacravano, sterminavano: la sola notizia del loro giungere diffondeva una paralisi di terrore negli animi: così si moriva prima di morire.

Steiner li caratterizza dicendo che erano avanzi atlantidei: senza ordinamenti né leggi poiché ancora immersi in una coscienza chiaroveggente, quasi identica di giorno e di notte, non delimitata. La possibilità di operare con gli spiriti della natura cavalcava insieme all’ignoranza del senso del dolore e persino la morte fisica era per essi diversa da ciò che intendiamo comunemente.

Gli altri uomini avevano subito una grande trasformazione dall’epoca atlantica al IV e V secolo dc, mentre gli Unni, rimasti in parte nella coscienza atlantica (quindi luciferizzati) erano come una sorta di corpo estraneo per la restante umanità.

Tutte le leggende sugli Unni e su Attila confermano l’indole atlantica di questo popolo: in tempi assai remoti viveva nel centro dell’Asia una meravigliosa regina di nome Eneh. Essa aveva due figli: Hunor e Magyar (dunque capostipiti di due popoli: gli Ungheresi e gli Unni).

I due fratelli, appassionati cacciatori – così racconta la storia – inseguirono un cervo meraviglioso, sino ad un paese “ove il sole non tramontava più ad Occidente ma a Oriente”. Smarrito il cervo, trovano un boschetto dove due figlie di re imparano a diventare fate. I fratelli rapiscono le fanciulle e successivamente le sposano. Il luogo dove avvenne il rapimento divenne la seconda patria degli Unni: l’Ungheria, la grande pianura tra gli Urali del Sud e il mar Caspio.

Qui essi svolsero la loro vita nomade ma nel IV secolo questo immenso paese non basta ed iniziarono le scorrerie verso Occidente: questi primi urti spingono a loro volta, verso Occidente, popoli germanici e slavi: è fatto storicamente riconosciuto che la migrazione dei popoli fu iniziata dagli Unni ed ebbe termine con gli Ungheresi, loro popolo fratello, sul finire del IX secolo.

Rudolf Steiner parla dello sfondo spirituale di questa migrazione di popoli. Egli dice che essa fu inserita nella storia dell’umanità a causa del romanesimo che erigeva un carattere mondiale di uniformità, nemico dell’Io. Questa tendenza arimanica divenne pericolosa quando l’Impero iniziò a trasformare l’impulso cristiano in organismo esteriore.

Molto era già compiuto in questa direzione: gli gnostici erano stati sterminati, così i Manichei in Oriente: a Roma i superstiti venivano perseguitati orrendamente: nato fin d’allora, il concetto di eresia uccideva i più alti e nobili impulsi spirituali dell’umanità.

Secondo il disegno spirituale del mondo, la migrazione doveva combattere la base arimanica del decadente potere romano.

A mio parere è impossibile stabilire se gli Unni avessero consapevolezza della loro missione, però le leggende narrano che i sacerdoti avessero indicato, con precisione, che un grande re sarebbe sorto ed avrebbe avuto tra le mani “la spada di Dio” e la considerazione tra le genti come “flagello”.

Sappiamo che Attila fu consapevole del suo compito e per suo mezzo anche il popolo unno: ciò appare nella obbiettiva relazione di Prisco, ambasciatore bizantino. Secondo la scienza dello spirito, Attila possedeva una iniziazione atlantica che lo aveva dotato di forze e capacità occulte, così che i contemporanei vedessero in lui non solo un re e condottiero ma anche un mago. La leggenda racconta che il suo sguardo e la sua spada – la spada di Dio – sempre tenuta in mano, erano sufficienti per morire all’istante.

Si ritiene che Attila fosse nato in riva al Volga (Athlys). Il punto di partenza delle sue imprese fu l’odierna Ungheria che divenne la sede principale del suo regno che si estese dalla Scandinavia al Mar Nero. Divenne re nel 435.

La disciplina di iniziato, delle cui manifestazioni esteriori ci informa ancora Prisco, lo differenziavano molto dal carattere generale del suo popolo. Attila dominava costantemente la focosità, l’impulsività: i suoi tratti non si atteggiavano mai né al riso né al pianto: taciturno e impassibile, la disciplina esaltava queste sue qualità. Era immune da ogni sfarzo, indossava una semplice veste nera e beveva da rozzi recipienti di legno.

Sin dalla gioventù, Attila venne riconosciuto dal popolo come il predestinato e la missione del popolo unno era totalmente congiunta alla sua individualità. Convinzione fortissima e tale che nonostante avesse figli carnali, non vi sarebbe stato alcun successore e persino che, alla sua morte, sarebbe perito tutto il suo popolo.

Tale convincimento era diffuso in tutte le classi del popolo: Prisco ne parla nella sua sobria esposizione: Attila, come Wotan in attesa del Crepuscolo degli Dei, guardava giornalmente e consapevolmente la morte, sapendo che, adempiuta la missione, tutta la sua comunità sarebbe passata per l’annientamento.

La leggenda ungherese narra di un giovane toro ferito ad una zampa. Il pastore esamina allora il luogo dell’incidente e vede una punta di spada sporgente dalla terra: tra fuoco e fiamme questa spada cresce fulmineamente fuori dalla terra. Viene subito portata ad Attila. Questi traccia con la spada quattro segni nell’aria nella direzione dei venti e così si unisce con le correnti aeree per conseguire il futuro dominio sul mondo.

La storia, in (raro) accordo con la leggenda, conferma il fatto che Attila intraprende il compito di essere il flagello di Dio soltanto dopo aver trionfato su se stesso. Dovette sciogliere i legami affettivi più importanti: con Honoria, figlia dell’imperatore romano, col proprio fratello maggiore Buda (fondatore della futura capitale ungherese Buda-pest) e con Ezio, l’amico più intimo e profondo. Così strappò dal suo cuore amore, gratitudine e fedeltà: così poté intraprendere la sua missione.

E’ ancora fatto storico che Attila fu riconosciuto e considerato dalla maggioranza dei popoli germanici. Accanto agli Unni, le sue schiere furono colmate da numerosi Germani. Il fatto storico fu adombrato nelle epopee in cui si narra del matrimonio di Attila con Crimilde, come ho citato all’inizio.

Attila passò di vittoria in vittoria. Roma, quando se ne accorse, raccolse tutte le sue forze per fermare la sua avanzata con le truppe guidate da Ezio, l’amico di gioventù tradito. La battaglia decisiva fu combattuta nella attuale Francia, sui campi Catalauni sul fiume Marna (là dove, nell’autunno del 1914 ebbe luogo lo scontro tra l’Intesa e le Potenze centrali).

Sui campi Catalauni avvenne una delle più spaventose battaglie della storia mondiale: l’esercito romano fu sterminato e quello unno fortemente indebolito. Fu chiamata “la battaglia dei morti”.

Attila tornò in patria a raccogliere nuove schiere e ben presto marciò verso Roma per giungere alla vittoria finale.

L’esercito romano non esisteva più: fu comandato ad Ezio di riformare un nuovo esercito, ma con chi? Infatti Ezio rifiutò l’incarico.

Nel momento della estrema disperazione, il vescovo di Roma, Leone il Grande, mise a disposizione la propria vita e si offerse di andare da Attila insieme a due inermi compagni per chiedere la grazia…e la storia si vela di mistero poiché Attila si ritrasse con le sue schiere e tornò in patria.

La leggenda, rappresentata da Raffaello in un affresco del Vaticano, vuole che, all’incontro con Attila, oltre al vescovo Leone si presentassero al suo sguardo interiore una o due figure librate nell’etere e munite di spade:   queste figure dissero ad Attila che anche le loro spade erano di Dio e più alte e possenti della sua e con queste spade avrebbero combattuto a fianco di Leone e avrebbero vinto. Attila riconobbe la verità di queste parole e immediatamente si ritirò.

Gli storici sorridono davanti a questa narrazione, poiché nell’indole crudele e impavida di Attila, coerente lungo tutta la sua vita, non si riscontra alcun tratto di timore o paura. Però non trovano alcuna soluzione razionale per un accadimento così inspiegabile.

Rudolf Steiner ci dice che al momento dell’incontro di importanza mondiale, Attila effettivamente riconobbe che l’individualità di Leone si presentava con i caratteri sovrasensibili del nuovo Iniziato, di fronte al quale le forze atlantiche non potevano più affermarsi. Il compito del re unno si era adempiuto con l’annientamento dell’esercito romano. E poiché, come Iniziato, egli seguiva le norme date dalle potenze dello spirito, il nuovo fatto che ravvisò lo determinò a retrocedere.

Dopo il ritorno in patria la vita di Attila si chiude e con essa il regno degli Unni. Si narra che innumerevoli persone del seguito di Attila lo abbiano accompagnato nel sepolcro acqueo e con ciò fossero “morti da vivi”. La salma fu posta in un triplice feretro d’oro, d’argento e di ferro. Il Theiss (fiume dell’Ungheria) fu deviato dal suo letto naturale: in un punto fu posta la bara e coloro che vollero (o dovettero) morire col re. Poi l’acqua del fiume fu fatta scorrere nuovamente nel suo letto.

Una bella leggenda racconta che un grande numero di unni, sopravvissuti a tutte le battaglie, sotto la guida di Csaba, figlio minore di Attila, entrarono vivi nel mondo spirituale, attraverso la Via Lattea (denominata ancora ai tempi nostri, in Ungheria come “Via di Csaba”). Questo morire da vivi degli Unni, questo vivente passaggio nell’Invisibile ci indica che essi conservavano ancora qualcosa dell’antica Atlantide: morte come metamorfosi assai più che come trapasso.

La migrazione dei popoli, sostenuta da Attila, indebolì la coltre arimanica, le forze propulsive trovarono la strada e già nel VIII secolo cominciò a splendere la luce del Graal.

TRADIZIONE

RICORDO DI OTTAVIANO AUGUSTO

Augusto

HODIE DUOMILLESIMUM ANNIVERSARIUM TRANSITUS ATQUE AD IMMORTALEM VITAM EXITUS C.J. OCTAVIANI FELICIS IMPERATORIS AUGUSTI! QUOD BONUM FAUSTUMQUE IN HOC DIE OMNIBUS HOMINIBUS RECTE VOLUNTATIS SIT!
CAJUS JULIUS CAESAR OCTAVIANUS, FELICISSIMUS IMPERATOR AUGUSTUS, VIR SAPIENTISSIMUS, IN MYSTERIIS INITIATUS ATQUE EPOPTA, CORDIS AMPLISSIMUS, PATER PATRIAE, AUCTOR PACIS, RESTITUTOR PIETATIS, REPARATOR JURIS AC JUSTICIAE, VIR NOBILISSIMUS CUI NULLUM ELOGIUM NUNQUAM PAR ERIT!

Oggi è il duemillesimo anniversario del giorno nel quale Caio Giulio Cesare Ottaviano, Augusto Imperatore, a Nola, in Campania, abbandonò lo scenario del Teatro del Mondo. Egli fu uomo sapientissimo, di cuore ampio e generosissimo, fautore di pace, restauratore dell’originaria pietas romana, Iniziato ed Epopta, restauratore dello jus, ossia del Diritto e della Giustizia, del mos, del fas, ovvero del sobrio e retto antico costume romano, Padre e Salvatore della Patria in un’epoca di dilanianti discordie civili e di depravazione morale proveniente dalla decadente dissolutezza orientale.

Massimo Scaligero amava ricordare le ultime parole dette da Augusto poco prima di morire, con le quali chiese a Livia, sua sposa, di ricordarsi del loro amore, e agli amici presenti se egli avesse ben recitato sul palcoscenico dell’illusorio Teatro del Mondo. Massimo affermò come tali poche e scarne parole, dette in un momento per lui così solenne ed estremo, rivelino la sua altezza di Iniziato.

A lui va il mio commosso pensiero e deferente pensiero.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

STIRB UND WERDE

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Chi si interessa di antroposofia ha sentito o letto quasi certamente la frase Muori e Diventa (Stirb und werde) e sa pure che fu coniata da Goethe. Difficilmente conosce il contesto in cui troviamo questo intenso e profondo ammonimento o se vi aggrada di più, questa splendida intuizione.

Essa si trova in una organica miscellanea che il Poeta scrisse tra il 1814 e il 1819 (anno di pubblicazione) con il titolo di Divano occidentale-orientale. Poco prima Goethe conobbe la traduzione tedesca del poeta Hafiz che lo colpì al punto di considerarlo il suo gemello spirituale. Questo incentivò in lui la conoscenza del Corano, del Libro di Kabus, poi ancora delle relazioni di viaggio, da Marco Polo alle recenti.

E’ stimolante per Goethe l’aria in cui respirano i maggiori poeti arabo-persiani del tempo che va dal 1000 al 1500: vivacemente e giocondamente fruitori della vita dei sensi ma altrettanto volti all’interiore ricerca del divino, spregiudicati davanti società, stato e religione ufficiale ma insieme attenti ai riposti significati che balenano dietro il comune apparire delle cose.

All’inizio del libro, nel capitolo intitolato Libro del Cantore, troviamo una poesia – tra tante! – che fu scritta il 31 luglio 1814 e che in prima stesura fu intitolata Sacrificio di sé, poi Perfezione ed infine Anelito spirituale:

Non ditelo a nessuno, solo ai savi,

perché la folla tosto si fa gioco:

io voglio celebrare ciò che vive,

che sospira la morte in mezzo al fuoco.

Quando tranquilla la candela splende,

nel refrigerio di notti d’amore,

donde tu avesti e dove hai dato vita,

un ignoto contatto ti sorprende.

La tenebra prigione

in sé più non ti tiene,

ti attira nuova brama

a più alta congiunzione.

Non distanza ti vince, affascinata

a volo eccoti giunta,

anelando alla luce,

o farfalla, tu infine sei consunta.

E finché non avrai compreso questo:

muori e diventa!

non sei che ospite mesto

qui sulla terra spenta.

C’è un giunco tuttavia, ch’emerge vivo

il mondo a raddolcire!

Quand’esso sta tra le mie mani e scrivo,

un fiume possa di dolcezza uscire!

*

Sempre nel Divano occidentale-orientale, nelle Note e Dissertazioni per una migliore comprensione del “divano occidentale-orientale”, all’inizio del capitolo intitolato Idee Generali, Goethe riporta il commovente scritto di Nizami, poeta persiano. Scritto che nelle parole del Dottore è divenuto l’asciutto paradigma di un importante esercizio dell’anima.

Il Signore Gesù, quando percorreva il mondo,

passò una volta accanto ad un mercato;

giaceva per terra sulla via un cane che s’era

trascinato a morire sulla porta di casa.

Lo circondava un crocchio di gente,

come gli avvoltoi s’affollano attorno alle carogne.

L’uno diceva: – Il mio cervello

non regge al puzzo. –

E l’altro: – Perché starlo a guardare?

I morti senza tomba portan solo sventura. –

Così ognuno cantava il suo ritornello

per denigrare quel povero corpo di cane morto.

Quando fu la volta di Gesù,

Egli parlò senza disprezzo, benignamente,

parlò secondo la sua indole buona:

I denti, disse, son bianchi come perle.

A queste sue parole arrossirono i circostanti

come conchiglie che una fiamma attraversi.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

LA FINE DEL MONDO

crepuscolo

RAGNARØKKR, ossia la fine del mondo secondo l’Edda. Questo manoscritto fu probabilmente redatto agli inizi del 1300 e si trova in quattro principali codici. Compose l’Edda, all’incirca dopo il 1220, Snorri Sturluson, islandese, nato a Hvammr nel 1179 e fatto assassinare (forse con qualche ragione) dal re di Norvegia nel 1241. I racconti e la mitologia descritti nell’Edda sono uno dei principali tesori di conoscenza sulla religione dei popoli scandinavi e germanici. Ma nell’insieme è parte di una comune origine indoeuropea.

Per come le cose vanno a finire, potrà sembrare un tantino pessimistico, ma non troppo se lo confrontiamo con la visione indiana espressa dal Vishnu Purāna e, in occidente nell’Asclepio (uno dei testi del Corpus Hermeticum):”…allora il mondo, a causa del tedio degli uomini, sembrerà da non ammirare e da non adorare…Infatti saranno anteposte le tenebre alla luce e la morte sarà giudicata più utile della vita, nessuno guarderà il cielo, il religioso sarà tenuto (per) pazzo, irreligioso prudente, il furibondo forte, il pessimo buono. Avviene la secessione dolorosa tra dei e uomini, restano solo gli angeli nocivi…Verrà questa vecchiaia della terra con l’irreligiosità, il disordine, l’irrazionalità di tutti i beni”. E ditemi, chi pronuncia queste parole? “…insorgerà popolo contro popolo e regno contro regno. In ogni luogo ci saranno carestia, pestilenze e terremoti…; il sole si oscurerà, la luna non darà più il suo chiarore, le stelle cadranno e le potenze dei cieli saranno squassate…”.

Il motivo della decadenza del creato è dunque universale. Si presume che anche il ragnarøkkr sia fine del mondo come fine di un ciclo. Poi inizia uno nuovo. Comunque pensateci, prima di frullare lieti in vacanza…

*

Esso (il ragnarøkkr) avrà inizio quando verrà l’inverno chiamato Finbulvetr (inverno spaventoso): la neve cadrà vorticando da tutte le parti, vi sarà un grande gelo e venti pungenti. Non ci sarà più il sole.

Verranno tre inverni insieme, senza estati di mezzo. Passeranno altri tre inverni e su tutto il mondo imperverseranno grandi battaglie, i fratelli si uccideranno per cupidigia e non ci sarà rispetto per il padre o il congiunto nell’assassinio o nell’adulterio.

Era di lupi prima che il mondo crolli.

Allora avverranno gli eventi che parranno spaventosi: il lupo ingoierà il sole e sembrerà agli uomini una grande sventura. L’altro lupo raggiungerà la luna e farà un disastro. Le stelle scompariranno dal cielo.

Avverrà pure che tutta la terra tremerà e così le montagne, tanto che gli alberi saranno sradicati, i monti crolleranno e tutte le catene e i legami si scioglieranno e si spezzeranno.

Così il lupo Fenrir sarà libero.

Il mare dilagherà sulle coste poiché Midhgardhsormr (la serpe che nel profondo degli oceani cinge il globo) sarà preso dalla furia dei giganti e assalirà la terra. Allora sarà sciolta anche Naglfar, la nave che così si chiama: essa è fatta con le unghie dei morti, per questo motivo si fa attenzione se un uomo muore con le unghie non tagliate perché costui porta molto materiale per la nave Naglfar che gli uomini e gli dei vogliono si costruisca lentamente.

In questo mare tempestoso Naglfar avanzerà. Hrymr si chiama il gigante che la guiderà.

Il lupo Fenrir avanzerà con le fauci spalancate, la mascella superiore contro il cielo e quella inferiore contro la terra: ma le spalancherebbe di più se ci fosse posto. Dai suoi occhi e dal suo naso eromperanno fiamme.  Midhgardhsormr sputerà tanto veleno che ne saranno spruzzati tutto il cielo e la terra: spaventoso d’aspetto, avrà al suo fianco il lupo.

In quel boato si fenderà il cielo e di là si precipiteranno cavalcando i figli di Muspell. Surtr avanzerà per primo e davanti e dietro di lui ci saranno due fuochi. La sua è un’ottima spada e irradia più splendore del sole. Quando cavalcheranno su Bifröst, lo manderanno in frantumi.

I figli di Muspell avanzeranno lungo il campo che si chiama Vígrídhr; là verranno anche il lupo Fenrir e  Midhgardhsormr e inoltre Loki e Hrymr, e con lui tutti i giganti del ghiaccio e seguiranno Loki tutti i compagni di Hel. I figli di Muspell formeranno da soli una legione sfolgorante.

Il campo di  Vígrídhr si estende da ogni lato per centoventi leghe. E accadrà che Heimdallr si ergerà e soffierà impetuosamente nel corno Giallarhorn, e allora tutti gli dei si desteranno e cercheranno consiglio. Ódhinn cavalcherà verso la fonte di Mímir al quale chiederà consiglio per sé e la sua stirpe.

Il frassino Yggdrasill (l’asse del mondo) si scuoterà e nulla sarà allora senza terrore, né in cielo né in terra. Gli Asi indosseranno l’armatura e con loro tutti gli Einheriar, e avanzeranno verso il campo di battaglia.

Per primo cavalcherà  Ódhinn con elmo dorato e la corazza splendente e con la lancia che si chiama Gu˂ n ˃gnir, dirigendosi verso il lupo Fenrir, mentre Thórr avanzerà al suo fianco ma non potrà aiutarlo perché dovrà combattere una battaglia senza quartiere con  Midhgardhsormr.

Freyr si farà contro Surtr e sarà un’ardua battaglia prima che Freyr cada: mancandogli la buona spada che aveva donato a Skírnir, morirà. Allora sarà libero anche il cane Garmr che è legato davanti a Gnipahellir; è il più grande dei mostri: combatterà contro Týr e sarà la morte di entrambi. Thórr ucciderà  Midhgardhsormr, farà nove passi e infine cadrà morto a terra a causa del veleno sputatogli addosso dal serpente.

Il lupo ingoierà  Ódhinn, e questa sarà la sua morte.

Dopo avanzerà Vídharr e porrà uno dei suoi piedi sulla mascella inferiore del lupo, in quel piede avrà la calzatura che tutte le epoche hanno contribuito a fare: sono i triangoli di cuoio che gli uomini tagliano via dalle scarpe, dall’alluce o dalla caviglia (si parla degli avanzi di cuoio derivati dalla confezione); perciò chi desidera aiutare gli dei deve gettar via questi avanzi di pelle. Con l’altra mano  Vídharr afferrerà la mascella superiore del lupo e gli spaccherà la bocca: quella sarà la fine del mostro.

Loki combatterà contro Heimdallr: sarà la morte per entrambi. Subito dopo Surtr appiccherà il fuoco alla terra e tutto il mondo brucerà.

TRADIZIONE

L’IO E L’ANIMA. IL SONNO E LA VEGLIA

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Sull’immagine che fa bella mostra di sé in testa al platonicissimo – e bellissimo – articolo della nostra Marzia si leggono le parole giovannee:

«LUX VENIT IN MUNDUM ET DILEXERUNT HOMINES MAGIS TENEBRAS QUAM LUCEM».

Dovrebbe essere consequenziale, soprattutto per un cercatore spirituale, il chiedersi di quale «Luce» si tratti, ma – si sa – gli umani non amano punto la logica e ancor meno la consequenzialità. Alla logica, che dovrebbe essere quella del Logos, o dello Spirito, essi preferiscono la dialettica (che non è ovviamente, pur con i suoi limiti, quella platonica o quella hegeliana), e quanto alla consequenzialità sul piano conoscitivo o volitivo essa è cosa che alla maggior parte degli umani fa venire l’orticaria solo a sentirne parlare.

Quanto mai necessaria e opportuna, dunque, mi appare la diligenza con la quale Isidoro ci dona la trascrizione de «I saggi di Antonio», ossia di quegli articoli che Massimo Scaligero scrisse, negli anni settanta dello scorso secolo, sulla rivista palermitana Vie della Tradizione, da lui firmati con l’eteronimo di «Antonio Massimo». Ebbi la fortuna di trovare in una piccola libreria felsinea, nell’inverno 1980-1981, tutti i numeri della suddetta rivista nei quali Massimo Scaligero aveva scritto, e da allora li custodisco come un dono del Cielo, come un mio piccolo prezioso tesoro.

Il primo degli articoli, trascritti e postati da Isidoro, si intitola per l’appunto Illuminazione. Ed è sintomatico come nelle lingue d’Oriente, soprattutto quelle dell’India, che hanno conservato un nesso interiore profondo con la sfera spirituale, una parola come Bodhi significhi al contempo «Risveglio» e «Illuminazione», che Buddha significhi sia lo «Svegliato», che l’«Illuminato», e che un verbo come buddhati abbia in sanscrito e in pali – le lingue più antiche della tradizione buddhista – il duplice significato di «illuminare» e di «risvegliare».

Evidentemente vi è un nesso profondo tra Luce e Risveglio, come tra tenebra e sonno. In effetti solo chi è sveglio può vedere la luce. E anche fisicamente parlando, la luce che l’Astro del Giorno ci dona è inutile a chi di giorno dorma, e non serve di notte illuminare una stanza a chi sia immerso nel sonno profondo. Una relazione ancor più profonda vi è tra calore e vita da una parte, e gelo e morte dall’altra.

Ora, si tratta di scorgere bene che cosa nell’essere umano deve «risvegliarsi» e che cosa deve essere costretto a «dormire». È questione di esercizio, ossia è necessario esercitarsi, esercitare sforzi ripetuti e tenacemente vòlti allo scopo, sino a diventare spiritualmente più forti, sino a raggiungere attraverso una volitiva trasformazione interiore la realizzazione di un tale «svegliarsi» e di un tale «dormire». In greco, «mi esercito» si diceva askeo, e l’«esercitarsi» stesso rappresentava l’àskesis, ossia per noi l’Ascesi del Pensiero, la Concentrazione.

Generalmente, nell’uomo ordinario l’anima è sin troppo sveglia: soprattutto nelle sue parti inferiori, senzienti, emotive e istintive è «sveglia» sino quasi all’ingovernabilità. Ma questa parte dell’anima è passivamente sveglia, ossia essa non ha in se stessa il principio dell’esser sveglia, bensì viene mossa e agitata, a sua insaputa, dall’invisibile Avversario che la asserve e la usa. Sarebbe invece prezioso che l’anima «conoscesse» un cotale illegittimo dominatore della sua vita interiore ed esteriore.

Come diceva il Principe Siddharta Gautama, il Buddha Shakyamuni, «l’ignoranza, la nescienza, è la radice di tutti i mali». E mantenendo abilmente l’anima in tale stato di ignoranza, d’inconsapevolezza, l’Avversario la domina mediante la brama, la paura, l’avversione. Liberarsi dell’ignoranza è liberarsi dell’illecito dominio di un tale arrogante Avversario, inesorabile e spietato predatore dell’anima.

Per l’anima l’esser sveglia nel senso ordinario e passivo – cioè a condizione di un potente e costringente legame che l’avvince magneticamente alla vita dei sensi – è la massima schiavitù, la massima sciagura. Mentre sarebbe per essa grande ventura sottrarvisi. Liberarsi di una tale schiavitù, sottrarvisi attivamente, ossia volitivamente, significa avere tanta forza da riuscire a produrre il «sonno profondo» della vita dei sensi corporei e dell’intelletto legato ad essi, al cervello e al sistema nervoso in generale. Si tratta, dunque, di placare l’agitazione involontaria dell’anima, prodotta dal suo servaggio alla vita corporea. Essendo passiva una tale agitazione (mentale, emotiva e istintiva), non è facile da placare, da portare prima all’immobilità e poi al «sonno».

Si deve giungere al volitivo far sprofondare nel buio la riflessa luce dei sensi, si deve giungere all’oblio delle immagini provenienti dalla vita dei sensi. Ma deve altresì arrivare a tacere totalmente anche il mentale cerebrale, l’intelletto legato ai sensi: deve essere ridotta al silenzio l’intera vita di rappresentazione dipendente dalla vita sensoria, ridotto a nulla tutto il pensare dialettico e riflesso. Tutto questo non piace affatto all’ego, avido del suo dipanare incessantemente la sua inutile tela di pensieri morti, di accumulare tutto l’inerte cascame di anemici pensieri riflessi.

Il ridurre al buio tutta la scintillante vita dei sensi e il suo risuonare, il far tacere il mentale chiacchierone e il pensiero riflesso, è l’energica azione dello Spirito, non dell’anima. È l’azione dell’Io, non del corpo astrale. Lo Spirito, l’Io deve essere sveglio, non l’anima, non il corpo astrale. Questa energica azione dello Spirito si attua nella Concentrazione, la quale partendo dal dominio volitivo del processo pensante, si intensifica progressivamente sino a divenire Concentrazione profonda, e Contemplazione della pura forza pensiero libera di oggetto.

Questa è la radicale indicazione di Massimo Scaligero: la Via del Pensiero.

«Il vero esoterismo conduce l’Io al risveglio dell’Io. Veramente desto deve essere l’Io, che normalmente sonnecchia nel corpo astrale illecitamente desto. Illecitamente desto, il corpo astrale non consente all’Io l’esperienza diretta del pensiero, ma solo l’esperienza riflessa, che viene scambiata per esperienza diretta».

Massimo Scaligero, Meditazione e Miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 139.

Questa diretta azione dell’Io è al contempo un sempre più intenso risvegliarsi dello Spirito, e un restituire l’anima al suo stato primordiale: al suo riposare nel sonno divino. Il risvegliarsi dell’Io opera in profondità ad una trasformazione – ad una alchemica trasmutazione – delle forze essenziali dell’anima, produce un illimpidimento, una profonda kàtharsis dell’anima stessa. È il risveglio conoscitivo dell’essere spirituale che ha come conseguenza la trasformazione morale dell’anima, non viceversa. L’autentico stato di moralità dell’anima è il suo essere immobile, il suo sparire, di fronte alla presenza e all’azione dello Spirito.

L’equivoco delle varie «vie dell’anima» è il non rendersi conto che non vi può essere autentica moralità per un’anima la cui vita sia asservita ai sensi e al sistema nervoso. Non vi è stato di moralità verace per un anima paralizzata dal pensiero riflesso, dal pensiero dialettico. Non ci si libera dalla schiavitù dello stato di morte del pensiero, che produce il sonno narcotico dell’Io e l’illecita agitazione dell’anima, operando con l’anima sull’anima, ossia con la sentimentalità, con l’emotività mistica, oppure con le forze del volere caduto,  illudendosi di agire «magicamente». E ancor meno agendo sull’anima con forze corporee, come nello hathayoga, o con l’uso di farmaci e droghe: si giunge solo a corrompere ulteriormente le forze dell’anima. Follia pura è poi credere di raggiungere un qualsiasi risultato spirituale – magari illudendosi di giungere a “ricordare” vite passate e simili sciocchezze – sottoponendo l’anima a processi di ipnosi o di narcosi. Senza liberazione del pensare non vi è autentica vita sana dell’anima. Senza la Concentrazione non vi è liberazione del pensiero.

«Si supera l’inganno della dialettica, solo grazie alla disciplina iniziatica dei nuovi tempi, che è l’ascesi liberatrice del pensiero. Per intensificazione del proprio fluire cosciente, il pensiero può passare dallo stato riflesso a quello del suo reale dinamismo, pre-riflesso, in quanto si apre a se stesso, alla propria attività obiettivamente intuitiva, indipendente dall’organo cerebrale. Quando ciò si verifica, mediante la concentrazione o la meditazione, il corpo astrale comincia a entrare nel suo stato di calma, che tende a divenire assoluto, secondo il suo originario potere cosmico: comincia a realizzare una condizione identica a quella del sonno, cioè a dormire rispetto alla menzogna delle parvenze, che di continuo lo eccita: cessa di reagire soggettivamente alle parvenze. Cessa di essere sveglio rispetto alle futilità umane, alle ipocrisie e alle perfidie, alle crudeltà e alle sopraffazioni, così da funzionare come strumento della essenza-Logos che opera attraverso quelle. Ciò equivale a dire che il sistema nervoso entra in uno stato di calma perfetta e perciò di funzionalità secondo lo Spirito. […]

L’Io-Logos si desta là dove l’uomo è veramente se stesso, fondato su sé, libero. Il pensiero che libera se stesso dalla condizione riflessa, rendendosi indipendente dalla mediazione cerebrale, implica segretamente il moto vero dell’Io, il suo aprirsi alla propria essenza: svincola l’Io dalla identità con l’anima, onde l’anima si libera dalla falsa veglia, realizza se stessa come pace profonda.

Il sonno dell’anima è l’uso divino dell’anima da parte dell’Io. Ma là dove l’Io si congiunge con l’anima, questa viene elevata alla sua vera veglia. Dall’abbandono profondo di sé all’essenza, l’anima ritrova la sua vera vita, la beatitudine segreta della comunione con il Divino,, onde si scioglie dalle tensioni umane: risolve l’angoscia e la paura con il proprio incontrare in sé il fondamento. In realtà essa sprofonda nella propria natura originaria: senza sforzo, perché  non deve andare oltre se stessa, ma scendere illimitatamente entro se stessa, lasciare ogni appoggio, senza temere la profondità, senza temere di riposare nell’assoluta identità con se stessa. Nel cuore non v’è limite alla profondità della donazione dell’anima umano, cioè al Divino. Per tale via, superato l’organo cerebrale, l’Io si congiunge con l’anima: supera l’abisso che separa l’anima razionale dal corpo eterico». M.S., ibidem, pp. 139-140.

Quindi il sorgere della Luce dello Spirito, il risvegliarsi dell’Io mediante la Concentrazione comporta necessariamente l’oscuramento della fallace luce dei sensi, lo sprofondare nel sonno dell’agitata vita dell’anima. Ma l’anima è legata in zone profondissime di sé alla vitalità biologica, al calore che emana da quella natura istintiva, che la tramortisce e la consuma. L’anima viene paralizzata da «terrore e spavento» – come lo chiama il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya – alla sola idea di abbandonare la prigione corporea. Il disciogliersi dall’oscuro «calore» della vita istintiva produce in lei una sensazione di «gelo» mortale, un venir meno delle basi stesse della vita, un aprire il varco all’esperienza della morte. E il Dio della Morte incatena l’anima al proprio degradante servaggio proprio attraverso questo «terrore e spavento». Per paura di morire – osserva acutamente Arturo Reghini – l’uomo rimane mortale. L’essere umano, legandosi alla natura corporea, ossia alla natura animale, rimane appunto animale e mortale. Perché alla fine del suo sentiero, il cui percorso si consumerà sin troppo rapidamente, c’è la tomba. Questo, gli piaccia o no.

E non è certo col ricorrere alle consolazioni di una religiosità sfaldata e sentimentale, o col darsi all’emotività mistica, che l’uomo può impedire la decadenza biologica, il progressivo disfacimento della sua personalità, le conseguenze devastanti della morte, alla quale egli è condannato sin dal suo concepimento nel seno della madre. È conquistando il «risveglio», e il «distacco» del suo essere spirituale, dell’Io, dalle categorie corporee, è realizzando la liberazione del pensiero ch’egli vince la passività e l’agitazione dell’anima. Tutto ciò all’anima schiava dei sensi, dell’intelletto cerebrale, della vitalità animale, appare come un «morire», ed ha ragione perché è un attuare attivamente e volitivamente quello stato di morte, che altrimenti irrompe in maniera devastante sull’uomo alla fine della vita. Ma qui vale, come ammonizione, il detto rosicruciano, riportato da Jakob Boehme:

«Chi non muore prima di morire, va in rovina dopo la morte!».

Massimo Scaligero mette in evidenza quanto questa situazione sia pericolosa per chi, nel cammino iniziatico, si fermi ad una parziale liberazione. Affrontare l’esperienza della «morte iniziatica» è qualcosa di molto più radicale che non l’affrontare il «sonno» della coscienza. La prova viene affrontata con un insonne lottare, con un combattimento senza quartiere contro il Drago, che normalmente divora le forze e la vitalità dell’anima. Trascriviamo alcuni paragrafi da un articolo che  Massimo Scaligero scrisse, sotto l’eteronimo di Maximus, nel III volume dell’Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, a c. del Gruppo di Ur, III ed., Edizioni Mediterranee, Roma,1971, alle pp. 345-349:

«A tale riguardo, possiamo dire qualcosa che noi stessi abbiamo sperimentato e che dal punto di vista del metodo ci sembra di fondamentale importanza. È dunque raggiungibile un punto, in cui si è liberi dal dominio della prakrti, senza però che l’Io si sia ancora realizzato nella vera, assoluta natura purushica. Questo è un punto che noi possiamo chiamare «neutro», perché si è in un certo modo «liberati», ma non ancora capaci di «liberare», ed è un punto realmente pericoloso, non soltanto perché il discepolo può cadere nel compiacimento e nell’abuso di una certa libertà conquistata, ma soprattutto perché, proprio in tale stato, si verifica nella vita fisio-psichica di lui un arresto della direzione naturale di ogni suo processo vitale, ossia si verifica una interruzione nel ritmo di quella vita fisica intesa nel senso normale che, non disturbata da un’esperienza trascendente, passa generalmente da un rigoglio di giovinezza ad una vigoria nella maturità e ad un lento decadimento dopo l’età matura.

Avvenendo tale arresto, l’individuo ha la sensazione di un vacillare pauroso delle proprie forze fisiche e sente impellente la necessità di attingere energie vitali per sorreggere ed animare la propria esistenza corporea. Egli si riconosce, da quel momento, come un «lottatore contro la morte». E qui si presenta il pericolo di una insufficiente conoscenza, perché due vie gli si offrono per alimentare con ancora energia vitale le radici della sua vita fisica: una via dal basso e una via dall’alto. Ma quella dal basso è più facile e molti metodi magici, a questo punto, sono pronti ad aiutare il «lottatore contro la morte» il quale, continuando a mantenere la sua posizione di distacco, potrà salvare la propria vitalità fisica venendo ad un «patto» con delle forze «infere», dalle quali potrà effettivamente assorbire calore ed energia tanto da superare l’interruzione. E questo può essere il principio di gravi deviazioni.

Ma c’è l’altra via, quella solare, la via per cui «il lottatore contro la morte» porta a compimento il distacco ricongiungendosi con quella forza, che è la vera essenza originaria del suo spirito, che è il purusha correlativo non ad una prakrti particolare e mentale, ma all’intera prakrti, il che vale a dire, più o meno, a tutto l’ordine manifestato. Allora il punto neutro egli può superarlo, perché dall’alto gli viene una forza capace di compensare lo squilibrio, di sostenere ed animare la sua vita, producendo una trasformazione profonda di tutto l’essere. Chi ha provato il pericolo dello sprofondamento nelle tenebre da cui in effetti possono giungere calore e luce tenebrosi, ed ha avuto la forza di resistere al fascino di questo calore e di questa luce che lo spingerebbero ad un fruimento dionisiaco, il quale gli diverrebbe poi una necessità continua per la vita e il gusto della vita, può veramente comprendere quale sia la direzione solare, la direzione purushica, e cercar di attingere su di essa l’autentico calore e l’autentica luce». M.S., ibi, pp. 346-348.

Tutta l’opera in definitiva consiste nella lotta che il Purusha, l’Io, il Soggetto puro, deve condurre per liberarsi dagli avvolgenti, illudenti, e narcotici legami con la prakrti, ossia con quella «natura», che può manifestarsi in forme rozze e volgari, oppure sotto aspetti mistici, intellettuali, magici, comunque asserventi l’essere umano. Che importa all’Avversario se, per tenere legato l’uomo, debba usare ceppi e catene d’oro o d’acciaio. E forse una catena di «mistici» petali di rosa lo può incatenare ancor meglio di una rozza e rugginosa catena di ferro. Occorre illimitato coraggio per scegliere di diventare un «lottatore contro la morte», ed occorre coraggio e tenacia a tutta prova per persistere in tale Via eroica, innamorarsi della Concentrazione, rinnovare ogni volta lo slancio affinché la volontà nel pensare faccia sì che l’anima, la sua agitazione, vengano portate al «silenzio», alla totale «immobilità», al «sonno». E nell’Aurora risorga, sveglio, l’essere dell’Io.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

DELLA DIGNITA’ DELL’UOMO

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L’uomo, l’eterno viandante in continua mutazione, colui che costruisce e distrugge, che crea e vive grandezze e miserie, l’unico essere che racconta la sua storia sempre e solo a se stesso in cicli senza fine, quell’uomo, ogni tanto, dovrebbe ricordarsi di risollevare il capo e riconoscersi per quello che veramente è nel suo profondo.

Le scienze umane e biologiche dichiarano l’uomo un ente tra gli enti, un fenomeno naturale qualunque da spiegare, come per tutti gli enti, con vari predicati: la roccia è….la pianta è… l’atomo è… l’uomo è…. prendendo sempre troppo poco in considerazione il fatto che è l’uomo stesso che pone in questione gli enti e che domanda “che cos’è” oppure “chi sono io” e che senza di lui non sorgerebbero ne domande ne risposte.

Accanto ad un modo opaco, banale, piatto, di considerare l’essere umano ente tra gli enti, ce ne può essere un altro dove viene ricercata e posta in luce la sua potenziale grandezza, la sua dignità e la sua bellezza: l’umanesimo.

Un famoso tentativo in questo senso, il primo da prendere in considerazione perché considerato l’umanesimo per antonomasia, è stato fatto nel quindicesimo secolo, nel Rinascimento italiano da Pico della Mirandola, dove l’uomo venne invitato con forza a risvegliarsi a se stesso per diventare artefice e padrone del suo destino.

Venne esaltata la libertà dell’essere umano e ci fu il riconoscimento dell’assenza in lui di una natura stabile e definitiva. Ne emerse un essere che si auto- costruisce attraverso uno sforzo cosciente teso alla propria evoluzione.
Sembra che l’Umanesimo appaia in alcuni momenti storici precisi, in situazioni di crisi; è come una Luce che s
a dare nuovo vigore e linfa al cuore e alle azioni umane. Appare…… e poi sfugge nuovamente dalla coscienza dell’uomo.

Ogni umanesimo comporta , in modo più o meno esplicito, una definizione o un’immagine della natura e dell’essenza umana, un tentativo di conoscerla più in profondità.
Nel nostro tempo,la riscoperta dell’Uomo come centro dell’universo, bussa alle coscienze attraverso l’Antroposofia (saggezza o coscienza dell’Uomo) di Rudolf Steiner, ma pochi, sempre troppi pochi esseri umani sanno comprendere l’importanza e l’urgenza di usare per se stessi e per il mondo questo dono.
Pico, nacque a Mirandola il 24 febbraio 1463 e tutta la sua breve vita fu un inno all’intelligenza umana e alla conoscenza. Dotato di un’instancabile curiosità si interessò a tutte le materie, partendo dai classici greci e latini, restando però massimamente fedele alla Filosofia.

Fu un uomo eccezionale, estremamente dotto, che credette così fortemente nell’umano da venir considerato ancor oggi quasi un “manifesto” dell’Umanesimo Storico.Nulla sfuggiva alla mente e al pensare del giovane prodigio.
Secondo la descrizione del nipote, era di aspetto nobile, alto di statura e col carnato pallido “sparso graziosamente di porpora”, gli occhi grigioazzurri e biondo di capelli.

Fu un allievo diligentissimo e si dedicò ardentemente agli studi umanistici: il suo costante esercizio gli procurò quella straordinaria rapidità di apprendimento e di memoria per cui soltanto viene, disgraziatamente, ricordato dai più.
Ad appena 23 anni, decise di organizzare a Roma una grande disputa (ovvero una sorta di convegno internazionale, a cui dovevano partecipare tutti i più grandi sapienti dell’epoca, invitati anche a sue spese) sul tema della pax philosophica.
Il giovane conte di Mirandola avrebbe dimostrato, alla presenza
di dotte persone e del pontefice invitato per l’occasione, che sarebbe stato possibile, tramite il dialogo e la discussione, mettere tutti d’accordo sia sul piano filosofico che teologico.
Preparò novecento Conclusiones (tesi) poi andò a Roma dove il 7 dicembre 1486 uscirono a stampa le tesi
e fiducioso attese che il pontefice accordasse l’autorizzazione.
La cosidetta Oratio de hominis dignitate, il famoso discorso sulla dignità dell’uomo, doveva costituire la prolusione
al convegno romano.

Queste le parole con le quali Pico avrebbe voluto iniziare il suo lungo discorso:

“Lessi, reverendissimi Padri, in documenti arabi, che, interrogato Abdala Saraceno su che cosa in questa per così dire scena del mondo vi fosse di più straordinario da ammirare, rispose che non vedeva niente di più meraviglioso dell’uomo. E a questa risposta s’accorda pienamente quell’esclamazione di Mercurio: grande miracolo, o Asclepio, è l’uomo!”………

Ma nel gennaio 1487 il permesso alla pubblica disputa venne sospeso. Il papa Innocenzo VIII nominò una commissione per esaminare le tesi. Tredici vennero incriminate: tre dichiarate eretiche e le altre in odore di eresia.
Il 31 maggio Pico tentò una difesa delle tesi, scrivendo una Apologia, ma non riuscì a convincere i suoi interlocutori. Ai primi di agosto, il pontefice condannò le tesi in via definitiva.

A Pico non restò che abbandonare Roma per rifugiarsi in Francia. Nel gennaio 1488, su richiesta del papa, Pico fu arrestato, portato a Parigi e imprigionato nella fortezza Vincennes. A Marzo, grazie all’appoggio dei suoi amici e di Carlo VIII, venne rilasciato: pote così tornare a Firenze, ospite di Lorenzo de’ Medici.

Ora, tornando al discorso di apertura di quel convegno che non pote mai aver luogo, vorrei riportare uno stralcio di quei pensieri, (scritti allora in un dotto latino), che fortunatamente sono giunti fino a noi, per ricordarci come Pico intendeva la vera dimensione Umana che racchiude in se potenzialità infinite, dignità e libertà.

Il Dio Sommo, dopo aver creato il cielo e la terra, si accinge a creare l’uomo e Pico lo descrive con questi pensieri:

<<……..Prese allora l’uomo, opera di aspetto indefinito, e postolo nel mezzo dell’universo, così gli parlò: “Non ti abbiamo dato ne una sede determinata, ne un aspetto tuo proprio, ne alcun dono speciale, o Adamo, perché quella sede, quell’aspetto che tu in sicurezza avrai bramato, tu, per tuo desiderio, per tua decisione ce li possa avere e possedere.
Per tutti gli altri la loro natura già di per s
e definita è costretta entro leggi da noi prescritte: tu, non costretto da nessuna limitazione, di tuo libero arbitrio, sotto la cui potestà ti ho posto, te la determinerai da solo. Ti ho collocato nel mezzo del cosmo perché tu avessi maggior agio di guardarti attorno quel che c’è nel mondo. Non ti abbiamo fatto ne celeste ne terreno, ne mortale ne immortale, affinché di te stesso quasi arbitrario ed onorario plasmatore ed artefice, ti componga nella forma che avrai preferito. Potrai degenerare in quelle inferiori, che sono brute; potrai, per tua intima decisione, rigenerarti nelle superiori che sono divine”.
O somma liberalità di Dio Padre, somma e mirabile fortuna dell’uomo! A cui è dato d’avere quello che desidera, d’essere quello che vuole……..>>

Pico della Mirandola morì il 17 novembre 1494, a soli 31 anni d’età, di una malattia repentina e perniciosa…….molti sussurrarono che fosse stato avvelenato…..forse per aver troppo creduto nell’umano!

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE
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