TRADIZIONE

RAMANA

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Cari lettori, avete spesso visto, in testata ad alcuni articoli, una fotografia in bianco e nero di Massimo Scaligero. E’ una delle foto che preferisco perchè più risponde all’uomo che conobbi.

Osservando quella foto osserverete che sul muro alla sua destra si trova appesa una piccola immagine. Un volto con barba e capelli candidi. Non era l’unica che Scaligero aveva appeso sui muri ma è quella che dalla foto non esce mai più. Mi sembra più che giusto che quel volto indistinto (nella foto) non vada da altre parti: non stava lì a caso né serviva a vivacizzare la parete.

E’ l’immagine di un asceta dell’India moderna, Ramana Maharshi (30-12-1879 14-04-1950), dunque per decenni contemporaneo a Massimo Scaligero.

Sarei tentato verso qualche similitudine ma è cosa che non mi piace e che non trovo produttiva, come trovo esempio di volgare superficialità ridurre a brevi battute frammenti di osservazioni di Ramana. Come sdrucciolano i mistici compari: senza ombra di devozione o rispetto davanti a queste grandi anime. Userebbero pure padreterno per farsi pubblicità: incommentabili!

Nella spiritualità (vera) del XX secolo tutti i giganti dello Spirito oltrepassano il ricco terreno delle tradizioni, fatto che Guenon e Evola non notano chissà perché. Esemplare è Aurobindo che rifiuta l’evasione conclusiva del samādhi e tende, con il suo Yoga integrale, allo spirito che trasforma l’uomo storico e la materia terrestre: egli porta i cieli nella zolla di terra che è l’uomo incarnato. Trasformatore di trascendenze che in lui divengono atto immanente.

Rischiando di semplificare, direi che per Ramana questo (formidabile) problema pare non esistere, poiché non vi è contrasto o incompatibilità tra l’esistenza e la liberazione, tra l’illusione e la realtà. Per Ramana c’è un solo ostacolo: l’identificazione dell’Io con l’ego.

Erano tanti coloro che andavano da lui con desideri non appagati, oppure per conoscere la soluzione dei mali del mondo. Velleitari riformatori che udivano l’invariabile risposta: “Hai per prima cosa riformato te stesso?”.

A parole tutti vorrebbero cambiare in meglio il mondo ma ciò è autogratificazione: porre mano alle cose per escludere ciò che sarebbe la prima cosa da farsi: trovare il proprio Soggetto. Il culmine del più vero servizio è l’Autoconoscenza.

Nel Sutra-Bhāsya, il saggio Bāșkali dopo esser stato ripetutamente interrogato, disse: “Noi abbiamo già dichiarato la verità ma tu non hai compreso. L’Io è pace, silenzio.” Ramana parlava poco e avvertiva gli interlocutori che domande e risposte appartenevano all’avidyā (nescienza): erano soltanto indicazioni. E in verità, molti al suo cospetto furono orientati dal suo Silenzio.

Ma se il pensiero rappresentativo si figurasse una figura immobile e staccata cadrebbe nell’errore. Ramana leggeva con cura il giornale (lo ridava al possessore come se non l’avesse mai sfiorato), accudiva agli animali della comunità, era solito a dare una mano in cucina, preparando la cottura dei vegetali. Passeggiava spesso intorno alla sacra collina di Arunachala seguito rispettosamente da tigri ed elefanti e gli uccelli che in cielo lo accompagnavano indicavano alla comunità dei discepoli dove egli si trovasse.

Dava, se richiesto, spiegazioni di testi sacri che gli erano persino ignoti sino a quel momento.

Il bisturi che Ramana propone per aprire un varco sino alla realtà dell’Io è sostanzialmente uno e semplice, si chiama ātma vicāra o jnana vicāra. Discriminazione conoscitiva che giunge al vero essere dell’uomo. In pratica è una domanda rivolta a se stessi: “Chi sono io?”. Domanda non oziosa ma operosa: veicolo che assume varie forme per quanti possano essere gli involucri che nascondono la realtà dell’essere supremo.

Ho visto che in rete vi sono molti Siti che scrivono di Ramana, diversi copiano le stesse cose di gente che ci campa sopra. Per distinguere Eco da essi faccio una cosa ribalda. Poiché ho seguito l’insegnamento di Ramana per tempi non troppo brevi, provo a ricapitolare parte della sua Via attingendo dalla mia esperienza diretta. Mi pare una strada più concreta e meno noiosa.

Si inizia, come per tutte le cose, con quello che si è e che si ha, e pazienza se è poco.

L’apprendistato di base è, in un certo senso, volto alla negazione: il “non questo, non quello” (Neti neti). Ci si chiede: “Io sono questo corpo?”, poi, dal senso/immagine corporea si sale ai comuni contenuti dell’interiorità. “Questi sentimenti sono Io?”. Si giunge al mondo dei pensieri che salgono o entrano nella coscienza e la domanda viene ripetuta. Neppure essi sono l’Io.

Naturalmente il lettore capirà che non ci si trastulla con semplici (automatiche) domande avendo in tasca la facile risposta. Faccio un esempio: la risposta intellettuale non vale nulla. Occorre realizzare quanto profondamente ci identifichiamo nelle sensazioni corporee, come ci riconosciamo allo specchio e nelle foto, come tutti ci riconoscono vedendo il nostro modo di camminare, la nostra figura, i nostri lineamenti che sono unici…

Occorre realizzare tutto questo, conficcarcisi dentro, prima di realizzare che tutto questo non è l’Io. Perciò si medita, si medita a lungo (io, credendo di fare chissà cosa, meditavo per mezz’ora due volte al giorno. Lessi poi che Ramana, consapevole dei tempi limitati dei suoi affacendati discepoli occidentali, consigliava loro il minimo sufficiente: due ore al mattino e altre due alla sera). E si deve giungere ad una persuasione assoluta.

Ho parlato del corpo sensibile, poi le difficoltà aumentano e raggiungono l’apice con il pensiero, sebbene il vicāra e il meditare svolgano un ruolo non secondario. Perché non sono solo i pensieri erratici a turbare la condizione dell’operatore ma soprattutto il pensiero dell’Io: l’Io come pensiero radice e tutte le radici di pensiero andrebbero divelte, rimanendo nell’anima soltanto l’interrogativo implacabile, ormai del tutto privo di parola e forma.

A questo punto possono essere auspicabili degli aiuti per penetrare in una condizione di enstasi attiva. Per me furono utili due esercizi collaterali: il controllo del respiro e la fissazione oculare. E prima di venir lapidato lasciate che mi spieghi in cosa essi consistevano.

Il “controllo del respiro” non era parente del prānāyāma. Aveva una minima affinità formale con il Qigong cinese, breve e semplificato. Si trattava solo di un rallentamento della respirazione che si fa dolce e lieve (dicono i Testi che il respiro non dovrebbe smuovere una piccola piuma). Indipendente dalla meditazione, lo praticavo per una decina di minuti giornalieri. Porta una maggiore calma nel corpo ed acquieta la mente (diversi studi hanno dimostrato che la pratica del Qigong è positivamente terapeutica in diverse malattie).

Il secondo esercizio menzionato, fuori da una desta coscienza meditante e se prolungato oltre ad un minimo, può essere senza dubbio pericoloso. Senza la dedizione completa all’impulso profondo innestato dal vicāra, esso rischia di trascinare a visioni medianiche, al medianismo (credo che il valoroso dott. R. Moody con esperimenti simili abbia imparato cose oscure a proprie spese). Scrivo con spassionatezza di discipline ma non le indico come suggerimenti da imitare: spero che ciò sia chiaro.

Detto questo, la fissazione oculare (guardare nel silenzio un punto luminoso) va fatta per pochissimi minuti. Talvolta basta un attimo.

Il mondo, il corpo, il respiro, le tracce di pensiero: tutto pare congelarsi, tutto si arresta in virtù di “fiamma fredda”. Su questo delicato tema, il Dottore parla di un nesso tra il nervo ottico ed il fuoco kundalini nella O.O. 54 del 1906 . Poi, se la dynamis del vicāra non si arresta, il suo informale dardo prosegue il viaggio oltre la muraglia del sonno (il potente impulso ad un sonno non naturale mi parve l’ostacolo più grande e penoso).

E poi cosa succede? A questo punto, per me che stavo vivendo una serie di fenomeni come vengono descritti da G. Meyrink, niente di più, poiché un tale mi scrisse di abbandonare – in pratica – questa via: ”Ma, caro amico, una volta nella corrente del pensiero vivente, si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le posso assicurare che si sa tutto, a questo punto si possono buttare i libri. Si può tutto, ma occorre ravvisare la condizione vera, il vero sādhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. Se le è necessario si giovi ancora dei supporti ramaniani ma metta al centro la magia del pensiero e i 5 esercizi come correttivo di tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. E’ la via dei forti e dei risoluti. (da una lettera di M.S. all’autore, del 9 gennaio 1970). Per conoscenza e ragione essenziale sapevo che Scaligero diceva il vero: così dovetti combattere una breve e feroce battaglia tra inclinazione istintiva e coerenza logica. Non a gradi: abbandonai drasticamente il precedente lavoro con una crisi da contraccolpo (mi parve di essere vuoto in un vuoto senza appigli) per poi dedicarmi all’assurdo pensiero concentrato su una ridicola, insignificante matita. Una disciplina talmente estranea dalla mia condizione animica, tale da dover essere aiutato: da un lampo che conteneva tutto.

Ma l’amore per questo lontano Maestro rimane in me intatto, anche se credo di aver trovato qualcosa di grandemente diverso che, se mi è permessa una battuta, sembra chiedere moltissimo per dare pochissimo.

Ora, per terminare questa nota, trascrivo qualche parola del grande nato-due-volte. Volontariamente evito ciò che piace di più: le fulminee battute, quasi socratiche, che si svolgevano tra Ramana e i devoti. Scelgo piuttosto qualcosa di costruttivo che riguarda cosa sia e cosa non sia la ricerca del Sé, trascritte da un discepolo occidentale a cui va un pensiero di gratitudine: A. Osborne. E rammento di non fermarsi alla semplicità delle frasi: quale sarebbe il senso di farle più complicate?

“Quando la mente indaga incessantemente sulla propria natura, trapela la constatazione che non c’è quella tal cosa detta “mente”. Questa è la via diretta ed è per tutti.

La mente non è che un coacervo di pensieri. Di tutti i pensieri, quello dell’io è la radice. Quindi, la mente è solo il concetto io. Donde nasce? Cerchiamo entro di noi: sparisce. Questo è perseguire la Saggezza. Quando l’io svanisce, appare, da solo, un Io-Io. Questo è l’Infinito (purnam).

Quando l’ego è, ogni cosa è. Se l’ego non è, le altre cose non sono: invero l’ego è tutto. Perciò la ricerca di quello che veramente è l’ego è il solo modo di abbandonare tutto.

Lo stato in cui l’io non emerge è lo stato in cui si è QUELLO. Se, non si cerca questo stato nel quale l’io non emerge più è lo stato in cui si è QUELLO. Se non si ricerca, nel quale l’io non emerge più e non lo si raggiunge, come è possibile raggiungere la propria estinzione, dalla quale l’io non rivive? Senza questo raggiungimento, com’è possibile prendere dimora nel vero stato nostro, nel quale si è QUELLO?

Così come, per ripescare qualcosa che è caduto in acqua, occorre tuffarsi, così ci si deve immergere nel nostro intimo, con coscienza acuta e ben concentrata, controllando parola e respiro e trovando dove si origina l’io. La sola ricerca che conduce all’Auto-Realizzazione è quella della fonte della parola io. La meditazione “io non sono questo”, “io non sono quello” è di aiuto nella ricerca ma non è la ricerca. Se uno si chiede “chi sono io” nella mente, il mentale cade umiliato appena si raggiunge il Cuore, e immediatamente si manifesta la Realtà spontaneamente, come Io-Io, e per quanto si manifesti come Io, non è l’ego ma l’Essere Perfetto: il Sé assoluto.

I concetti di legame e di liberazione non sono che modificazioni della mente. Non hanno realtà propria e non possono funzionare per proprio moto. Essendo modificazioni in qualcos’altro, ci deve essere una entità da essi indipendente che ne è sorgente e sostegno comune e se cerchiamo in quella sorgente per sapere di chi è la liberazione o il vincolo, troviamo che essi sono attribuiti a me.

Se si cerca davvero “chi sono io” si vedrà che non esiste nulla che sia io o me. Al vedere che l’io non esiste, rimane qualcosa che è conosciuto immediatamente ed inequivocabilmente come auto-luminoso e sussistente soltanto come Sé. Questa viva presa di Coscienza, che è una diretta e immediata esperienza della Verità Suprema, giunge in modo del tutto naturale, senza alcun aspetto straordinario, a chiunque rimanga com’è, e ricerchi introspettivamente senza permettere alla mente neppure un momento di esteriorizzarsi o di perder tempo in chiacchiere inutili. Non vi è quindi il minimo dubbio riguardo alla certa conclusione che, per coloro che hanno raggiunto questa Realizzazione ed in tal modo risiedono nel nel Sé, ad esso identici, non v’è né legame, né liberazione.

Il Sé è pura Consapevolezza. E tuttavia l’uomo si identifica col corpo, che è insenziente e che di per sé non dice: “io sono il corpo”: chi lo dice è qualcun altro. E neppure lo dice l’illimitato Sé. Chi lo dice allora? Tra la pura Coscienza ed il corpo insenziente sorge un io spurio, che si immagina di essere limitato dal corpo. Cercatelo ed esso svanirà come uno spettro. Quello spettro è l’ego, la mente, la personalità. Tutti gli insegnamenti di saggezza trattano di questo fantasma ed il loro scopo è la sua eliminazione. Lo stato presente è pura illusione, che deve dissolversi.”

ALTRO, TRADIZIONE

L’UOMO MASSA ED IL CINEMA

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Una Avvertenza: la presente nota è un esercizio. Quello di sviluppare un tema partendo da un punto di vista lontano da ciò che ci è congeniale nei termini così come nel contesto. Però il risultato mi pare interessante. 

Prendiamo una frase che pare sensata e accettabile: “Meglio un bel film di un brutto teatro o di un brutto libro”. E saremo tutti d’accordo.

Eppure in ciò c’è odor di zolfo, poiché è un luogo comune. Il luogo comune è simile ad una pietra instabile sul terreno: basta sollevarla per scoprirvi sotto insetti e marciumi. Il luogo comune appartiene all’applicazione della Sindrome di Robinson, ovvero alla deduzione che deriva da una ipotesi di isolamento totale, applicata ad una realtà dove non c’è isolamento.

Per chiarire con esempi si dice: “Meglio una bella fotografia che un brutto dipinto” e talvolta: “Meglio un bel sogno di una brutta realtà”. Il vizio di questo tipo di affermazioni sta nel supporre una irreale coazione a scegliere. Chi mai si trova a dover optare fra leggere un libraccio e vedere un bel film? Forse in carcere ma pure lì rimane, di solito, la possibilità di non fare né l’una né l’altra cosa.

Chi dice: “Se mi trovassi su di un’isola deserta potrei anche…” già si incarta in una efficace magia infera poiché immagina che l’azione non dipenda da lui stesso ma dalle circostanze: si addestra a farsi prigioniero delle circostanze, anche fuori dalle necessità.

Queste sciocche frasi, mancanti del presupposto della coazione di scelta, portano in sé questo significato: “Io ritengo di avere il diritto e il dovere di essere intrattenuto o di essere rallegrato, ecc.”

Il diritto all’intrattenimento è un falso privilegio che poggia sulla fabbrica del falso bisogno. Una civiltà sana insegna a ridurre i bisogni mentre la civiltà malata esorta a fabbricarli artificiosamente.

Ai luoghi comuni sarebbe da rispondere: “Nessuno ti obbliga ad essere intrattenuto, nessuno ti obbliga a fornicare, nessuno ti obbliga a dilettarti”.

Quello che si sente come bisogno o è la maledizione dell’essere afferrati da dura necessità senza scampo o l’obbedienza alla vocazione che è l’essere scelti senza rimedio o lo scegliere d’esser scelti. Tale stortura del diritto e del dovere è semplicemente ciò che gli altri si aspettano dall’individuo. Perduta una obbiettiva consapevolezza di cosa possa essere il bisogno, non rimane che accettare il luoghi comuni senza considerare che sono risposte a domande che nessuno ha mai fatto: reazioni meccaniche a frangenti immaginari e problemi gratuiti.

Per non sembrare troppo astratto prendo uno scenario concreto: il cinema. Il cinema è un teatro dove lo spettatore è disturbato da una presenza che costringe la sua partecipazione, ne irreggimenta l’attenzione: una prosa dove alla metafora viene sostituita la presentazione dell’oggetto. Una pittura che abdica in favore dei quadri viventi. Il suo fascino proviene dal ricordo di quel che potrebbe essere un quadro, un teatro, una prosa: è un non-teatro, un non-quadro, una non-prosa che vive dei suggerimenti di quello che potrebbero essere stati teatro, prosa, quadro.

La funzione del cinema, del disco, della fotografia, sarebbe come un soccorso alla memoria, mentre invece esso si impone come spettacolo per se stesso. Così la facoltà di proiettarci immagini nella mente sarebbe di rivedere e rimeditare cose viste o a determinare cose possibili in vista dell’azione. Mentre il vizio ne fa un’attività fine a se stessa che distoglie dall’azione. Chi crede di ascoltare un concerto ascoltandone la riproduzione meccanica o di vedere una recita proiettandone la pellicola è simile a chi creda di vivere una vicenda immaginandola o ricordandola.

Certo che un disco può agevolare la comprensione di un concerto, ma se lo si sostituisce completamente, se ci cessa di percepire la pena e il fastidio del divario, si piomba nel delirio: come chi non distinguesse più tra sosia e persona, tra perla vera e fabbricata. E il cinema? Il cinema è così “popolare” perché è un’espressione balorda, una biblia pauperum destinata non già agli analfabeti, ma ai decaduti. In esso si incorona nel linguaggio quando accoglie l’illeggibile nella parvenza di espressibilità poiché lo aiuta l’immagine e l’immagine può essere insignificante perché la soccorre la parola e la musica può essere inaudita perché la vicenda le conferisce un senso.

Il rinvio dell’una all’altra arte è simile a un gruppo di uomini che, lavorando in squadra, si illudessero che addizionando rinunce e umiliazioni, per algebra stravolta, ne risulti una somma positiva.

Ogni prodotto meccanico esige, per il suo uso, un prezzo occulto: ben pochi musicisti sanno ancora quale sia il costo spirituale della riproduzione. Montale, nel racconto Il lacerato spirito: “Non ci furono dischi del periodo aureo…chi conosce a memoria un brano e le sue difficoltà riesce ancora a cavarne un senso”. Lancelloti in Alta fidelidad: “Tutto il gusto di una élite di conoscitori gira attorno alla portentosa industria fonoelettrica, senza che appaia, in piena stereofonia, il termine cui tali fenomeni possano condurci. La possibilità di una sordità psichica quanto all’apprensione del senso profondo, musicale dell’opera è già discernibile. Una sinfonia, smaltata nei suoi minimi congegni sonori, è glossata come una esposizione di timbri dove ciascuno, separato dal complesso, acquista il diritto di far sentire integralmente la sua voce”.

Torno al cinema, che varrebbe qualche pena se, a tratti, emergesse dal mercato come arte minore. Se così fosse ci si potrebbe chiedere quale potrebbe essere la fenomenologia afflittiva che spinge chi è capace di leggere si abbassi a guardare un film, problema simile a quello di uomini che preferiscano l’acqua fangosa alla chiara.

Il cinematografo è la consacrazione del vizio, della solitudine coatta: se tale non fosse non chiamerebbe sterminate turbe di solitari dove ai balordi si mischiano coloro che balordi non avrebbero il diritto di essere.

Il maglio è un pugno, il treno un cavallo, la camera oscura un occhio: riproduzioni di facoltà corporee oggettivate, ingrandite. E come vi sono proiezioni di membra e di virtù esistono pure oggettivazioni di vizi. Cosa produce questo stare seduti in sale buie a fissare veloci immagini? La dilettazione morosa, cioè la fucina di ogni vizio: la fantasticheria o sogno di veglia. A questa il cinema pone il sigillo della visibilità e dell’approvazione sociale, come ad un mostro a cui una società barbara allestisce un tempio. Così si accredita ciò che un tempo era cagione di vergogna: il perdersi nei meandri dei mondi dei desideri con rappresentazioni volute e permesse. Attività antisociale perché isolante e sociale perché istituzionalizzata: surrogato della fantasticheria e insieme suo alimento. Musatti, in Cinema e psicoanalisi: “Il cinematografo sfrutta la tendenza delle immagini stereocinetiche per una realtà più intensa della effettiva, nonché la tendenza dell’inconscio ad assimilare piuttosto immagini di tal sorta che non ricordi normali. L’alleato del cinematografo nella psiche è la propensione a velare i propri conflitti, fingendosi spettatori di scene oniriche alle quali non si confessa nemmeno in sogno di partecipare inconsciamente”. Chi esce dalla sala di proiezione continua a ruminare le immagini ricevute, e appena non gli bastino più dovrà correre a rifornirsene. Grazie al rifornimento avrà altre immagini da dipanare, si figurerà di spasimare o sparare senza il disagio del comune sognatore perché la sua solitudine è promiscua: la sala ha radunato una torma di suoi simili. La voce interiore può avvertire il fantasioso: “stai barando, nella realtà l’amara minuziosità dell’accadere non tollera scorciatoie, la sorpresa è costante e non coglie mai quando la si propizia” ma, come per l’ubriaco, non fanno più presa ritegno e coscienza.

Stimolo alla fantasticheria, alla minorazione della coscienza del reale, non sono danni unici. Si è osservato che il cinematografo è apparentato ad uno specifico tipo di sogno: quello di chi guarda ma non partecipa, cioè di chi soffre di inibizioni così ferree da nemmeno osare la manifestazione onirica degli istinti repressi: una sorta di modulo per esseri psichicamente anchilosati fino alla fissità statuaria.

La società non smentisce il sonnambulo poiché riconosce e capisce il sogno in cui è immerso. Reso rispettabile dall’industria, come un tempo un difetto del re diventava prezioso suggerimento. Viceversa un uomo non preoccupato di sognare un ruolo si sentirà trattato, nel migliore dei casi, come di norma va trattato un caratterista un po’ distratto, snob o ridicolo, forse perdonabile. Poiché il compatimento è il crisma che accoglie un po’ tutti nella società dei sognatori.

Queste digressioni non hanno neppure sfiorato la rovina che la scarica di immagini porta alla mente. E poiché alle cose più serie bastano poche parole, ecco la formula malvagia: l’immaginazione sana viene soffocata con l’eccesso, non con la soppressione.

Da sempre si sono avuti apologeti del male: essi salutano come benefico il turbamento, la confusione ed il malessere, così l’aritmia tra suono e immagine, tra musica e rumori, tra rumori e parole “può darci nell’istante tutto lo spessore della coscienza, la sua ambiguità, il suo passato, il suo futuro, la sua vita” J.Masarés, in Cinéma et psycologie.

E sul “piccolo schermo”? Quello che ha intasato i pochi spazi ancora aperti. Beh, qui ho accennato ad una condizione di decadenza e caduta e non a ciò che va oltre la caduta.

Per non annoiare troppo termino con un gioiellino intellettuale di U. Eco in Verso una civiltà della visione?: “…una civiltà democratica si salverà solo se farà del linguaggio dell’immagine una provocazione alla riflessione critica, non un invito all’ipnosi.”

Grande Eco! Come a dire: se si troverà l’alcol che rende sobri e temperanti si sarà salvi dall’alcolismo. Di poco inferiore alla profondità espressa alle sue esequie dal grande Mona Ovadia: “Dio sopporta i credenti ma ama gli atei”.

Ora saluto i lettori e vado a vedermi Il ponte delle spie. Quando non si rimbecillisce con gli effetti speciali, Spielberg non delude.

ALTRO, TRADIZIONE

PLATONE E IL MITO DELLA CAVERNA

Platon_Cave_Sanraedam_1604

All’inizio del settimo libro della sua Politèia, il cui titolo ormai da secoli viene tradotto con Repubblica, Platone narra il mito della caverna, uno dei più conosciuti e suggestivi. In esso Platone, esprimendosi col linguaggio simbolico e allegorico del mito –  quella allegoria che il mio amato Dante chiama “bella menzogna” – descrive un sentiero di conoscenza, che mena dalla maya sensibile, dal mondo delle cose che meramente appaiono e divengono, ma non “sono”, su verso la contemplazione di quel sovrasensibile mondo delle idee e degli archetipi, i quali non divengono bensì perennemente “sono”, e poi, ancora più in alto, sino alla contemplazione dell’Uno-Tutto, di quel Uno-Unissimo, che come idea del Bene, tutto pervade, muove e vivifica.

Per Platone non si tratta semplicemente di una “gnoseologia”, ossia di una sia pur interessante “teoria della conoscenza”, bensì – in maniera identica alle opere “filosofiche”, o meglio “filosofali”, di Rudolf Steiner come le Opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, o Verità e scienza, la Filosofia della Libertà, la Concezione goethiana del mondo, ed altre dello stesso genere – di un’Ascesi che richiede ardore, slancio, tenacia e dedizione estrema. Una tale ardente Ascesi conduce dantescamente dalla “selva selvaggia” e dalla “diserta piaggia”, attraverso un “cammino alto e silvestro”, alla mirabile visione, ossia a contemplare quella “giustizia senza schermi”, che è il Bene di Platone, ovvero quel “Amor che muove il Sole e l’altre stelle”. Strumento di una tale Ascesi è, naturalmente il pensiero – che come afferma Hegel, “fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito”, e suo strumento è – lo ripeteremo sino a sgolarci – la Concentrazione, il cui calor cogitationis, è un “fuoco”, che, come afferma Aristotele, “ha il suo luogo naturale in Alto”, ed è dunque strumento dell’ascesa. L’immagine, particolarmente bella, che propongo alla intelligente considerazione del lettore è del pittore neerlandese Jan Pietersz Saenredam (Zaandam, 1565-1607),  che la incise nel 1604, anno fatidico per il movimento rosicruciano del tardo Rinascimento, intitolandola Antrum Platonicum.

In questo mirabile dialogo platonico, Socrate, vero filosofo, ossia “amante di Sophia”, ritiene che colui ha contemplato la Verità nel sovrasensibile, iperuranio, mondo delle idee e degli archetipi creatori debba tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. E Socrate affrontò con tragica serietà la sua missione sacrale di indicatore della vera Sapienza, e affrontò coraggiosamente il martirio, per testimoniare che l’uomo deve “seguir virtute e conoscenza”. In questo dialogo, Socrate ha come suo interlocutore l’amico Glaucone.

 * * *

[514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

– Vedo, rispose.

– Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita?

– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

– Sicuramente.

– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

– Per forza.

– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

– Io no, per Zeus!, [c] rispose.

– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

– Per forza, ammise.

 – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

– Certo, rispose.

   [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati?

– È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

 – Come no?

– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

– Per forza, disse.

– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

 – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

– Certo.

– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

– Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.

– Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

– Sí, certo, rispose.

– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose. […] 

(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 339-342) 

* * * 

Come dice Socrate a Glaucone, questi strani prigionieri somigliano in tutto e per tutto a noi, e noi, suoi lontani discendenti, potremmo aggiungere che essi ancor più assomigliano all’uomo attuale, il cui pensiero razionalistico e astratto, o psichico, sentimentale e istintivo, è prigioniero della natura corporea, avvinto da bronzee catene nell’oscurissimo antro cerebrale.

Questo pensiero esangue è in uno stato cadaverico, esanime, ma all’attuale uomo, colto o incolto che sia, la cosa non suscita né sofferenza – anche se è all’origine di tutto il suo affannato soffrire – né problemi, ch’egli non si pone. Egli non conosce altro pensiero, non lo concepisce, e neppure sospetta che il suo pensare possa partorire qualcosa di diverso da quei morti aborti che sono i suoi esangui e pallidi pensieri. Crede che i suoi pensieri siano solo i riflessi delle sue percezioni sensorie, che ritiene essere realissime. Ma Rudolf Steiner ammonisce che: pensieri degli uomini sono ombre, mentre i pensieri degli Dèi sono esseri viventi. Inoltre, le sue “realissime” percezioni sensibili non sono che ombre esse stesse, pallido riflesso delle idee o archetipi viventi del Mondo Spirituale. Per cui i suoi esangui pensieri riflessi, essendo pallidissime ombre delle soggettive sue percezioni, ombre esse stesse, da lui scambiate per verace e consistente “realtà”, vengono ad essere ombre di ombre: stravolgimenti di una inconsistente irrealtà. Beh, se questa è – come effettivamente è – la “conoscenza” dell’orgogliosissimo uomo razionale moderno, una tale “conoscenza”, annaspante tra le ombre, è cosa miseruccia e vile assai!

Un ben difficile còmpito si pone colui che voglia restituir la VITA a un tale smorto, cadaverico, pensare. A lui si prospetta una risalita su una ripida e aspra china: risalita che scoraggia molti, anzi i più, i quali trovano preferibile rinunciare a cotal tanto faticosa ascesa, e permanere, vilmente e comodamente, nella condizione di prigionia. Le catene, se uno resta immobile, non implicano faticoso sforzo, mentre il lottare per liberarsi dalle catene è sicuramente faccenda faticosa e dolorosa. Comodità e viltà suggeriscono che un tale lottare è inutile, ed anche pericoloso, e che la condizione di prigionia sia l’unica concessa all’uomo, che sia “follia”, “presunzione superuomistica”, “prometeica” aspirare ad una libertà, la quale sarebbe solo “patologica fantasia” ed “evasione”. Una tale concezione avvilente – proprio nel senso che rende l’uomo vile – tuttalpiù si pone il problema di come render piacevole e meno monotona la prigionia, di come eccellere sugli altri prigionieri dimostrando una più raffinata “conoscenza” intellettuale delle ombre sensibili, dichiarate queste esser l’unica realtà. A rendere sopportabile la condizione degli incatenati, e per i meno fortunati – per quelli che non “eccellono” – vi sono le “consolazioni” della religiosità sentimentale, della moralità “virtuosa”, del buonismo, dell’attivismo sociale e politico, dei magismi rituali, del misticismo, della cultura, della psicanalisi, e financo di un fallace “esoterismo” facente appello alle morbide “vie dell’anima”.

Per coloro che, invece, hanno sete d’incondizionato, per coloro nei quali sorge dal profondo – come dice Rudolf Steiner – un “urlo interiore”, si apre una Via eroica, indubbiamente “aspre e forte”, faticosa: la Via della resurrezione del Conoscere dal cadavere del morto pensare, l’impresa della realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero Folgore. Mentre gli incatenati giungono all’abiezione di amare la tenebra che li avvolge, a temere di abbandonarla, innamorati come sono della loro prigione, i coraggiosi osano tentare la via dell’Altezza, e temerariamente abbandonano il vile giaciglio e le catene, delle quali i loro compagni sono innamorati. E gli Dèi amano tali audaci e li soccorrono nella loro temeraria impresa: gli ostacoli e le prove, che con generosità essi disseminano sul loro cammino verso l’l’Altezza e la Luce, li liberano dal morto cascame che si portano addosso e li fortificano nella volontà e nella capacità di mirare l’inesprimibile, abbagliante, Luce.

Strumento aureo di una tale ascesa – di tale Ascesi – è il Rito della conversione del pensiero nella sua originaria Luce: la Concentrazione, che è l’esercizio del neofita principiante, del praticante avanzato, dell’Iniziato. Ad ogni stadio del cammino ascendente, la Concentrazione rivela più vasti e più profondi livelli, talché non si finisce mai di apprenderla, poiché è un aprirsi all’Infinito. E chi giunga alla liberazione del pensiero dalla prigionia somatica – e tutti possono giungervi, se veramente lo vogliono – contempla non più le ombre illudenti e sempre deludenti di un inafferrabile esistere, sempre roso dal veleno della brama, della paura e dell’avversione, MA l’Essere puro, le “cose che sono e non divengono”. Una tale Conoscenza è fonte inesauribile della Gioia, del Coraggio, della Generosità.

Ancora più audace e veramente eroico è, poi, chi, una volta conquistata e realizzata la Conoscenza, ha la generosa temerarietà di voler nuovamente ridiscendere nell’oscurissimo antro, ove ancora giacciono, incatenati, i suoi antichi compagni di prigionia, per tentare di liberarli dalle catene che li avvincono alla loro avvilente e abietta condizione. Egli vuole liberarli dalle catene somatiche, dissolvere il cupo “realismo” che fa sì ch’essi credano vere le ombre che li illudono. Impresa temeraria la sua, perché sovente gli ottenebrati temono e odiano la Luce, e ritengono pericolosa illusione la Verità liberatrice, che l’audace conquistatore della Luce vuole portare loro. Essi temono perdere le loro catene e sono innamorati dei veleni della brama, della paura, dell’avversione che li intossicano, veleni che temono perdere. Facilmente temeranno e odieranno, come sagacemente ammonisce Platone, colui che vorrà liberarli dalle amate catene, dai bramati veleni, e cercheranno di metterlo in condizione di “non nuocere”, talvolta addirittura di ucciderlo. La storia dell’umanità offre numerosi esempi di tali martiri. Ma, come affermava coraggiosamente Arturo Reghini, “i Sapienti si preoccupano di come vive l’anima, e non di come muore il corpo”, che è solo una transitoria ombra.

Infinita gratitudine dobbiamo, quindi, a Maestri spirituali come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero, i quali ci hanno indicato La Via eroica della Conoscenza, quel platonismo magico – autentico idealismo magico – che è la Via del Pensiero Vivente, l’aurea Via Regia della liberazione del pensiero.

Questi pensieri mi sono sorti nell’anima nel 36° anniversario del disciogliersi di Massimo Scaligero dall’apparire sensibile, nel ricordo delle parole incitatrici e liberatrici ch’Egli rivolse ad alcuni di noi la sera della vigilia, parole che restano – a lettere di fuoco nella mia anima – come pegno di fedeltà alla Via ch’Egli volle donare a tutti noi.

Hugo de’ Paganis

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

GIOVANNI COLAZZA, L’ASCETA ADAMANTINO

Giovanni Colazza

Per motivi anagrafici (infatti incontrai la Scienza dello Spirito nel 1969: 16 anni dopo la sua scomparsa) non ho potuto conoscere personalmente Giovanni Colazza, ma considero uno tra i più grandi doni della mia vita – veramente un dono dei Numi e del Cielo – l’aver ancora potuto fare a tempo ad incontrare, alla fine della mia adolescenza e nella mia giovinezza (avevo allora 19-20 anni), una serie di persone che conobbero bene Giovanni Colazza, le quali me ne parlarono diffusamente. Da parte mia, ho cercato di conservare fedelmente nella memoria del cuore quanto queste persone – amicizie tra le più care – vollero donarmi coi loro racconti, con le loro descrizioni, con la comunicazione delle loro vivaci impressioni interiori. Di quelle persone oggi, dopo oltre 46 anni dal mio primo incontro con la Scienza dello Spirito, sono rimaste viventi – credo – solo tre amiche, M.G.M., S.B. e T.V., oramai molto anziane.

La prima persona che mi parlò di Giovanni Colazza fu, naturalmente, Massimo Scaligero, e lo fece sin dai nostri primissimi incontri. Egli aveva nei confronti di Giovanni Colazza una venerazione sconfinata. Lo stimava come personalità estremamente salda, di grandissima forza interiore, e lo stimava ancor più come asceta, come strenuo praticante spirituale ed eccezionale sperimentatore dell’occulto, come fedele discepolo di Rudolf Steiner.

Giovanni Colazza ricercò ed incontrò la Scienza dello Spirito – prima sotto il nome di Teosofia e poi sotto quello di Antroposofia – sin dalle sue primissime manifestazioni in Italia. Egli fu una di quelle personalità che posero il Sentiero della Conoscenza, ossia lo studio meditativo e rituale delle opere di Rudolf Steiner, nonché l’intensa e ininterrotta pratica degli esercizi, al centro della propria vita, e si sforzò altresì sempre, instancabilmente, di orientare i seri ricercatori spirituali nella stessa direzione.

Egli nacque a Roma, il 9 agosto 1877, in una famiglia romana di alto livello sociale, dalla quale uscirono molti distinti professionisti e persino varie personalità ecclesiastiche. L’educazione che la famiglia avrebbe voluto impartirgli, era rigorosamente cattolica, ma essa evidentemente doveva stargli alquanto stretta, visto che già da adolescente egli si rivolse con passione alla ricerca occulta assieme al giovane Giovanni Amendola, del quale rimase intimamente amico sino alla tragica morte di questi. Dopo la maturità, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e sostenne l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione nel 1902.

Esercitò, con dedizione e grande professionalità, l’arte medica per tutta la vita. Per la sua alta preparazione e la sua abilità diagnostica e terapeutica, divenne rapidamente il medico della comunità internazionale, residente a Roma, e in particolare delle ambasciate, favorito in ciò anche dalle sue molteplici competenze linguistiche: ho lettere sue in inglese, in francese e in tedesco. Fu altresì il medico dell’aristocrazia romana, anche a livello dell’allora Casa Reale, ma si dedicò con grande amore anche a persone semplici e sprovvedute di mezzi economici, ch’egli curava sempre gratuitamente. Il suo amico e discepolo, il grande orientalista Enrico Pappacena, che fu membro del Gruppo Novalis, nel suo libro Di alcuni cultori della Scienza dello Spirito, Bari, 1971, riferisce come Giovanni Colazza curasse gratuitamente bambini poveri, ospitandoli anche a lungo nella sua casa romana sino alla loro completa guarigione. La sua presenza aveva un aspetto imponente e severo, che a molti poteva mettere soggezione, e a taluni persino incutere timore, ma è testimoniato da Enrico Pappacena e da altri come i bambini avessero nei suoi confronti una forma di spontanea fiducia e di gioiosa confidenza. Molti hanno testimoniato circa le sue celate, ma potenti, forze del cuore.

L’incontro con il movimento teosofico avvenne presto, nella sua gioventù, sin dalla ufficiale costituzione della Sezione Italiana della Società Teosofica, nel 1902, nella quale conobbe personalità di rilievo come Isabel Cooper-Oackley, Alfred Meebold (divenuto anche lui, in seguito, dopo una iniziale opposizione, discepolo di Rudolf Steiner) e Arturo Reghini. Ma, soprattutto, negli ambienti teosofici, egli incontrò la giovane aristocratica russa, di origine tedesco-baltica, Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, allora residente in Italia, a Bologna, con la quale rimase in stretta amicizia per tutta la vita. I limiti evidenti del movimento teosofico, allora di impostazione blavatskiana e besantiana, non lo soddisfacevano nella sua ricerca del Logos. Formò allora un autonomo gruppo di studio, che si dedicò con alacrità allo studio del Vangelo di Giovanni, non nel senso confessionale, bensì in senso iniziatico e sapienziale. Fu Marie Steiner ad introdurlo alla conoscenza del pensiero di Rudolf Steiner. Fu lei che lo presentò personalmente a Rudolf Steiner nel 1909, in occasione del primo ciclo di conferenze romano del Dottore, organizzato a Palazzo del Drago nel marzo di quel anno dalla nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta, attraverso il matrimonio con Don Ferdinando, principessa del Drago, e nota familiarmente negli ambienti antroposofici col nome di principessa “Elika” (diminutivo di Angelica) d’Antuni del Drago. A questo proposito, voglio riportare quanto scrisse Mario Viezzoli, discepolo fedele di Rudolf Steiner e successore di Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis. Nella sua commemorazione del 13 marzo 1953, In memoria del Dott. Giovanni Colazza, Mario Viezzoli così lo rievoca:

«Pochi giorni prima di morire, [Giovanni Colazza] disse con vera gioia ad una vecchia amica antroposofa: “Sa, in questi giorni ho compiuto cinquant’anni di Antroposofia!”. Già da questo si comprende come il nostro Amico avesse fatto dell’Antroposofia, per mezzo secolo, il massimo interesse della Sua vita, la quale fu perciò strettamente intrecciata allo sviluppo del Movimento Antroposofico in Italia.

Aveva avuto un profondo rapporto di amicizia con la Sig.na Maria von Sivers, ancora quale esponente della Società Teosofica, e fu Lei a presentarlo a Rudolf Steiner. L’incontro, quanto mai interessante, avvenne in Roma. Una personalità che pure seguiva allora il movimento teosofico e che in seguito divenne un esponente molto ragguardevole dell’Antroposofia nel mondo [n.d.HdP.: si trattava, come mi disse personalmente Massimo Scaligero, e come mi confermarono in seguito altre fonti e mie ricerche personali, proprio di Alfred Meebold], aveva avvertito il Dott. Colazza di diffidare di R. Steiner, per cui al primo incontro il Dr. Colazza fu piuttosto riservato e non si sentì di aderire subito. Più tardi raccontò, però, che, prima ancora di vedere fisicamente R. Steiner, avendo voltate le spalle, aveva avvertito intorno a lui la presenza di una forza eccezionale. R. Steiner, con molta cortesia, diede al Dr. Colazza il libro “Iniziazione” (Wie erlangt man ecc.). Colazza si diede subito a quello studio e, appena letto il libro, riconobbe il Maestro e divenne Suo discepolo. Da allora incominciò il Suo instancabile lavoro antroposofico.

Rudolf Steiner ebbe a dire di Lui che Egli non lo conosceva, ma che gli era stato indicato dal Mondo Spirituale. Per iniziativa del Dr. Colazza venne fondato in Roma il Gruppo Novalis, per il quale R. Steiner diede una speciale meditazione, considerandolo come un Suo figlio prediletto. Ogni anno il Dr. Colazza prendeva contatto con R. Steiner e con la Sig.a Steiner. Egli fu a Monaco ove prese parte alla prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner e assistette alla rappresentazione del primo Mistero. Ci teneva a rendere testimonianza oggettiva della considerazione altissima in cui R. Steiner teneva Marie von Sivers nell’ambito della Scuola, ove figurava sempre “ad laterem” del Maestro».

In effetti, risale a quel periodo la nascita del Gruppo Novalis affidato da Rudolf Steiner alla guida di Giovanni Colazza. Michele Beraldo in un suo studio, Il movimento antroposofico italiano durante il regime fascista, apparso alle nella rivista  del Dipartimento di Storia, Culture, Religioni della “Sapienza”-Università degli Studi di Roma, Dimensioni e problemi della ricerca storica, anno 2002, n.1, pp. 145-180, così scrive nel capitolo 2,  Il sorgere del movimento antroposofico in Italia e il suo radicarsi nella cultura esoterica degli anni Venti, pp.146-147:

«La diffusione in Italia dell’antroposofia è da farsi risalire all’anno 1909, allorché Rudolf Steiner, che in quel periodo non aveva ancora lasciato la Società teosofica tedesca di cui era a capo, visitò l’Italia sostando a Roma dal 25 marzo al 2 aprile, dove tenne presumibilmente otto conferenze su invito di Elika del Drago, principessa d’Antuni. Esse si svolsero in palazzo del Drago, eccetto quella del 29 marzo e del 2 aprile che tenne nella nuova sede del Gruppo “Roma”, in via Gregoriana 5, affiliato alla Lega teosofica Indipendente di Decio Calvari.

A Roma Rudolf Steiner ebbe modo di incontrare la personalità che più di altre avrebbe contribuito alla diffusione dell’Antroposofia in Italia: il medico chirurgo Giovanni Romano Colazza, già massone e vicepresidente del gruppo teosofico Roma, conferenziere apprezzato ed estensore di alcuni articoli comparsi sulla rivista antipositivista e di ispirazione teosofica la “Nuova Parola”, alla quale collaborava il suo intimo amico e compagno di classe Giovanni Amendola. A seguito dell’incontro con Rudolf Steiner, Colazza si convinse della necessità di una diversificazione tra teosofia orientale e occidentale, confusione invece su cui si fondava il pensiero della presidente della società, Annie Besant. Con una conferenza intitolata La respirazione e l’occultismo, tenuta nella sede del gruppo Roma nell’aprile del 1910 (nello stesso mese Steiner fece nuovamente quattro conferenze: tre a palazzo del Drago dalla principessa d’Antuni e una presso la sede del gruppo teosofico della Lega indipendente), Giovanni Colazza rafforzò i concetti espressi da Steiner, sconsigliando l’applicazione di forme orientali di meditazione in chi vive entro organismi fisici non più adattabili alle antiche correnti spirituali e inseriti in un tessuto sociale, quello occidentale, assai diverso, per forma e costituzione, da quello orientale: «Il voler applicare esclusivamente i metodi indiani nel nostro tempo e alla nostra razza, significa non tener conto né dell’evoluzione che ha modificato considerevolmente la possibilità del nostro organismo, né delle nuove correnti spirituali immesse nel mondo».

Gli incontri romani in casa della principessa del Drago portarono alla fondazione di un gruppo di studio riservato a coloro che intendevano aderire alla visione steineriana del mondo anche in Italia. Fu Steiner stesso, nel frattempo uscito definitivamente dalla Società teosofica e dimessosi dall’incarico di presidente per la Germania, ad incaricare Giovanni Colazza di condurre il primo gruppo di studi italiano di antroposofia che chiamò “Novalis”, tuttora operante in Roma».  

Giovanni Colazza e Giovanni Amendola, amici sin dall’adolescenza, ebbero percorsi spirituali e umani, che s’incrociarono, si confrontarono, e si influenzarono a vicenda più volte. Ebbero, nell’adolescenza, una comune ricerca spirituale e «magica» (la quale peraltro preoccupò moltissimo la madre del giovane Amendola), poi, nella giovinezza, ebbero in comune la partecipazione alla Società Teosofica e alle vie orientali, la ricerca della iniziazione massonica.  Il 24 maggio 1905, Giovanni Amendola viene iniziato alla massoneria di Palazzo Giustiniani, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all’Oriente di Roma, ed è altresì documentato che Giovanni Colazza venne “iniziato”, nel 1905, apprendista libero muratore nella Loggia Roma, sempre all’Oriente di Roma, nella quale nel 1906 venne “passato” compagno d’arte, e probabilmente, nel 1907, “elevato” maestro massone, ma di quest’ultimo evento manca la documentazione, probabilmente andata dispersa durante le persecuzioni subite dall’Ordine massonico durante il fascismo. Comunque, già nel 1908, sia Amendola che Colazza si erano “posti in sonno”, probabilmente per il disinteresse che dimostravano la maggior parte dei massoni – sia pure con alcune importanti eccezioni  –  per l’autentica ricerca spirituale, e per la scissione dilacerante che si verificò nel 1908 tra la massoneria del “Grande Oriente” di “Palazzo Giustiniani” e quella della “Gran Loggia d’Italia” di “Piazza del Gesù”, scissione – che ebbe motivazioni politiche, e confessionali, niente affatto spirituali – che allontanò, disgustati, molti spiritualisti dalla massoneria. Entrambi parteciparono come volontari e ufficiali alla Prima Guerra Mondiale, nella quale Giovanni Amendola raggiunse il grado di capitano, mentre lo stesso Colazza fu ufficiale medico. Alcuni membri del Gruppo Novalis di Roma, tra i quali Romolo Benvenuti – il quale diresse il Gruppo Novalis per oltre mezzo secolo –  mi parlarono di una documentata frequentazione di Giovanni Amendola alle riunioni del “Novalis”.

L’importanza del Gruppo Novalis sta nel fatto che questo venne “fondato” ritualmente – in tedesco, il termine usato è eingeweiht che alla lettera significa “consacrato”, “iniziato”, mentre Einweihung, oltre ai significati di “inaugurazione”, “consacrazione”, ha proprio il significato di “Iniziazione” – personalmente da Rudolf Steiner, e da lui affidato ad una personalità spiritualmente eccezionale come Giovanni Colazza, al quale affidò pure la direzione del movimento antroposofico in Italia. Dietro l’apparenza esteriore e storica del “Novalis” è celata una profonda realtà spirituale, non facile da investigare, realtà spirituale riguardante la missione e i destini della nostra Italia, e i còmpiti della corrente spirituale rosicruciana e graalica, di cui furono portatori nel nostro paese Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, e che tanti attacchi da non pochi anni sta subendo “fuori e dentro la cittadella”. La dedizione di Giovanni Colazza a questa opera di direzione del “Novalis”, e di orientamento dei suoi membri sulla via dell’Iniziazione, fu esemplare, instancabile e coraggiosa.

Un’antroposofa inglese, nata a Trieste, Miss Dora Baker, “Dorie”, prima grande amica e poi decisa avversaria di Giovanni Colazza, mi testimoniò, in una serie di colloqui avuti con lei a Dornach nel 1979, la sacrificale dedizione, il rigore e il grande coraggio di Giovanni Colazza, il quale “non interruppe mai le riunioni del Gruppo Novalis: né allorché il governo fascista sciolse la Società Antroposofica, e neppure durante la seconda guerra mondiale, quando Roma era sotto l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati”. Miss Dora Baker ammirava moltissimo Giovanni Colazza, mi raccontava che quando era di passaggio a Roma era sempre ospite a casa sua, e rimpiangeva molto la rottura dell’amicizia tra loro, causata dallo schierarsi apertamente di Colazza, in maniera coraggiosa e leale, in difesa di Marie Steiner durante la vergognosa persecuzione – attuata con metodi che la stessa Marie Steiner ebbe a definire “da gangsters” – che la fedele compagna e stretta collaboratrice di Rudolf Steiner ebbe a subire da parte di Albert Steffen e dei suoi famuli, del quale la Baker era invece seguace fanaticissima. Essendo la sua la testimonianza favorevole di un’avversaria, essa ha per me una paradossale, particolarmente rilevante, importanza.

Naturalmente, per me – ma non solo per me – ha il massimo valore la testimonianza di Massimo Scaligero, sia per quello che oralmente riferì nei suoi incontri a me e ad altri, sia per quello ch’egli scrisse in Dallo Yoga alla Rosacroce, dove per esempio, alle pp. 85-86, scrive:

«Secondo la testimonianza di Olga de Grünewald, Giovanni Colazza non solo era il discepolo più caro a Rudolf Steiner, ma la figura più elevata dopo di lui. La de Grünewald, sin dall’infanzia amica di Maria von Sivers – che doveva divenire più tardi moglie dello Steiner – era discepola strettamente connessa con il «Dottore». La testimonianza di lei è fondamentale: ella mi narrava che la evidente fiducia di Steiner in Colazza, suscitava a questi non poche invidie, perché la sua figura non rispondeva al cliché del discepolo compìto, dotato della conformità richiesta, onde giungevano a Dornach contro di lui accuse di vario genere: che perseguiva lo Yoga e la Magia, che non brillava per regolarità organizzativa, ecc., ma soprattutto si consentiva un tipo non platonico di relazioni femminili. Coloro che lo accusavano, si aspettavano di vederlo escludere dalla cerchia intima del Dottore: perciò rimanevano sconcertati ogni volta che, recandosi Colazza a Dornach a visitare lo Steiner, questi, allorché lo vedeva lo accoglieva con gioia, come qualcuno a cui tenesse in particolare. Ciò naturalmente accresceva la serie delle ostilità nei confronti di Colazza».

E poco più oltre – con espressioni che confermano le parole, da noi sopra citate, scritte nella sua commemorazione di Colazza da Mario Viezzoli, parole confermate pure da Enrico Pappacena a p. 188 del suo libro più sopra citato – Massimo Scaligero aggiunge, alle pp. 86-87, che:

«Secondo la citata testimonianza della de Grünewald, lo Steiner sarebbe venuto in Italia (1911) a conoscere Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”. Mediante elementi derivantimi dai colloqui personali con Colazza, da mie dirette esperienze estradialettiche […] potei accertare che lo Steiner era venuto in Italia, tra l’altro, per incontrare Colazza, previa conoscenza del grado della sua personalità, in previsione di un’opera da compiere, in senso rituale e trascendente, con un ristretto numero di discepoli esotericamente qualificati. L’opera avrebbe avuto simultaneamente funzione cosmica, umana e storica, epperò si sarebbe svolta grazie al concorso di Guide invisibili e visibili dell’umanità, in una città dell’Europa Centrale.

Doveva essere il compimento di un rito, la cui entelécheia, necessaria al fatidico momento della storia umana, esigeva dai discepoli partecipi un trascendimento assoluto dell’elemento umano epperò un atto di coraggio per superare la Soglia del Mondo Spirituale e stabilire un incontro là dove è istaurabile, come veicolo di visione, la pax profunda».  

Di assoluta importanza – da quel che personalmente mi disse Massimo Scaligero – è il fatto che Giovanni Colazza conoscesse in profondità, coltivasse e praticasse con tutto se stesso il “filone aureo” della Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero Vivente. Al di là di quello ch’egli donava all’interno della cerchia strettamente antroposofica, nella quale necessariamente egli si adattava nel linguaggio e nella donazione della Scienza dello Spirito al livello, molto vario peraltro, di coloro che lo ascoltavano, come del resto aveva dovuto fare lo stesso Rudolf Steiner, al centro della sua ricerca spirituale vi era per lui la Concentrazione: il Rito sacro e iniziatico della resurrezione del Pensiero Vivente. Ed è Massimo Scaligero stesso che testimonia la centralità della Via del Pensiero nella vita interiore di Colazza. Infatti, sempre nella stessa opera, così scrive a p. 88:

«In uno dei primi colloqui avuti con lui, dopo l’avvenuta conoscenza grazie ad Evola, ebbi a dirgli, parlando di me – con la determinazione di comunicargli soprattutto ciò che ritenevo una mia vocazione personale, probabilmente esigente rettificazione – che ero portato al Sovrasensibile per via di rituale ascesi noetica, secondo una interna conversione del pensiero nella propria luce. Ricordo che Colazza ebbe un momento di gioia e mi disse: “Ma questa è la via”!».  

Questo per rispondere con assoluta chiarezza, – una volta di più – a coloro che “all’interno della cittadella” cercano, abilmente o rozzamente, di attuare – sotto le morbide, illudenti e per taluni molto seducenti, “vie dell’anima” – quel esiziale “trasbordo ideologico inavvertito” che, pedetemptim, come dicevano i sapienti Latini, ossia passettino dopo passettino, gradualmente, senza scosse traumatiche, porta illusi, ipnotizzati, pigri, opportunisti, sentimentali e sciocchi, prima ad esser divorati dalle ampie fauci ed infine ad esser totalmente digeriti dal capace stomaco della nota Potenza Straniera d’Oltretevere, la quale – come disse Benedetto Croce (una delle pochissime cose giuste da lui asserite nella vita) – è “uno stomaco che può digerire tutto!”. Infatti, essa fagocita e digerisce benissimo tutto ciò ghermisce: liturgie indifferentemente cristiane o pagane, esoterismi, occultismi, magismi, massonismi, pratiche yoghiche, zen, taoiste e orientali in genere, misticismi, afflati socialitari o “aristocraticamente” reazionari, dottrine teosofiche e antroposofiche comprese. Ma non la Via del Pensiero, non la Concentrazione, contro le quali da essa viene tentata un’azione di distruzione totale! Il benevolo lettore è pregato di credere che chi fa queste affermazioni sa bene quel che dice, e potrebbe agevolmente documentare ogni affermazione che scrive.

Contro la Via del Pensiero – all’interno della “cittadella” – è stato tentato di tutto: dagli attacchi rozzamente brutali a quelli – more jesuitico – più abilmente insinuanti, raffinatamente edulcorati o stucchevolmente sentimentali. Per esempio, ai giovani praticanti della mia città, fu detto per attaccare la centralità della Via del Pensiero e distoglierli dall’intensa ascesi individuale della Concentrazione, alla quale essi venivano instancabilmente incitati da chi aveva ricevuto da Massimo Scaligero la grave responsabilità di orientarli: «Nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa, e si vede! Dovete stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male! La via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo!», e via di questa solfa! E, al contempo, fu messo in atto un feroce attacco al Rito – così lo chiamava Massimo Scaligero – della meditazione in comune, sia solleticando l’inutile verbosità di quanti potevano subire gli ambigui fascini di un vuoto intellettualismo vanitoso, sia con l’aperta denigrazione del silente Rito meditativo in comune, al fine di trasformare la Comunità spirituale in una sorta di “Club di Lettura e Conversazione”, e le riunioni sacrali in terapeutiche “sedute di autocoscienza”, nel socializzante  californian style, alla “Berkeley 1968”. Poiché chi aveva la responsabilità – per volontà dichiarata di Massimo Scaligero e non sua propria –  di orientare la Comunità spirituale non intendeva “adeguarsi” ad essere “telediretto” e combatteva con ogni sua forza tali “spiritosi”, e niente affatto spirituali, “sviluppi creativi” ed ambigue “sperimentazioni”, nei suoi confronti venne, e viene tuttora attuata, nel peggiore stile politico – alla faccia della predicata morbida “via dell’anima”, della “autotrasfomazione nell’anima dell’altro”, della “compassionevole misericordia”, e di altre “cristianissime” edificanti virtù, alle quali in maniera martellante venivano e vengono esortate le fidenti “anime belle” – una strategia di brutalità morale fatta di ingiurie, minacce, aggressioni, ostracismo, denigrazione, calunnie infamanti, isolamento dalle amicizie, ed intrighi di ogni genere, che nel tempo portarono alla distruzione quasi completa della suddetta Comunità spirituale. Tale completa distruzione fu poi scongiurata – per benevola nostra fortuna, ac dis bene juvantibus –  solo dalla tenace fedeltà di pochi “irriducibili”, che vollero custodire e tenere acceso sull’altare sacro quel “fuoco di Vesta”, che è la ragion d’essere della Comunità Solare, “fuoco” che, passata la tempesta, ha permesso una ricostruzione più salda e soprattutto più rigorosa.

Il Rito della meditazione in comune fu oggetto, per anni, di ripetuti colloqui tra Massimo Scaligero e me, di lettere ch’egli mi scrisse, ed anche di alcune sintesi scritte che dette agli orientatori e ai praticanti di alcune città. Massimo Scaligero volle che nella nostra Comunità venisse attuata una certa gradualità nell’esecuzione del Rito, che nel tempo, seguendo le sue indicazioni, giunse alla sua forma più rigorosa ed elevata. Egli mi disse esplicitamente, che la forma di operatività comune che mi comunicava, era la medesima che Giovanni Colazza attuava nelle riunioni rituali della sua cerchia più interna, e che egli aveva portato come azione operativa rituale, alla fine degli anni venti, nel Gruppo di UR. Lo stesso Rudolf Steiner dette direttive precise circa il Rito della meditazione in comune a particolari cerchie di praticanti interiori, ed io ho tutte le testimonianze orali e scritte in proposito. Come ho già avuto occasione di scrivere su questo blog – sed repetita iuvant – ad una persona, la quale con molta enfasi attaccava il silente e sacrale Rito della meditazione in comune, e mi faceva colpa – in totale malafede – di essermelo inventato io, affermando che quella era una forma orientale: nella fattispecie yoghica, buddhista, e addirittura essenica, e quindi da riprovare, risposi che invece quella era proprio la forma trasmessaci da Massimo Scaligero, e che lei lo sapeva bene, visto che una volta era stata presente quando egli me l’aveva trasmessa. Al che quella persona se ne uscì – come ho già avuto occasione di raccontare – con la frase: «Sì, ma allora c’era Massimo. Ora i tempi son cambiati». La cosa, conosciuta da Alfredo Rubino, discepolo tra i più fedeli di Massimo Scaligero ed energico praticante interiore, fu da questi, con feroce sarcasmo, così commentata: «Sì, facciamo come la chiesa cattolica: adeguiamoci ai tempi!».   

Giovanni Colazza, assieme a Lina Schwarz e ad Emmelina de Renzis, entrambe amiche personali di Marie Steiner, fu tra i fondatori del movimento antroposofico in Italia, e sicuramente la personalità spiritualmente più rilevante e qualificata. Partecipò ai Drammi Mistero di Rudolf Steiner a Monaco prima della prima guerra mondiale. Partecipò anche nel 1922 al Congresso Oriente-Occidente di Vienna (ho persino una sua foto a quel Congresso), nel quale Rudolf Steiner tenne, dal 1 all’11 giugno, un ciclo di 10 conferenze, di particolare importanza, aventi come tema: Polarità tra Oriente e Occidente. Giovanni Colazza fu, inoltre, il primo medico antroposofico in Italia e, sin negli ultimi anni, cercò di formare con corsi e incontri personali alcune persone qualificate, che erano suoi discepoli e al contempo medici o studenti di medicina. A tale proposito ebbi, in ripetuti colloqui, la testimonianza di cari amici come Fiorenza Berto e Amleto Scabelloni (era il cugino di Massimo Scaligero), ambedue valenti medici e risoluti praticanti interiori.

Data la sua eccezionale qualificazione interiore, Giovanni Colazza fu accolto come membro delle tre Classi della prima Scuola Esoterica del Dottore – quindi anche della II e III Classe costituenti la sezione “cultica” della Mystica Aeterna, della quale mi parlò diffusamente la mia fraterna amica Hella Wiesberger – e, questa è una comunicazione che Massimo Scaligero fece a me e ad altri amici, Colazza fu uno dei “dodici”, costituenti la cerchia “operativa” più intima di Rudolf Steiner, nonché il grado più elevato, il nono e ultimo, cui partecipavano appunto solo dodici discepoli qualificati del Dottore, della suddetta Mystica Aeterna. A metà degli anni ottanta dello scorso secolo, Hella Wiesberger volle donarmi la riproduzione di una lettera di Marie Steiner-von Sivers a Giovanni Colazza, nella quale ella gli comunicava le disposizioni di Rudolf Steiner per le riunioni “rituali” del Novalis e il mantram (in seguito i mantram divennero due, avendone Steiner comunicato un altro) da usarsi per la consacrazione delle riunioni medesime.

Nel secondo dopoguerra, egli fu incaricato dagli amici di Marie Steiner, responsabili del Nachlassverein, ossia dall’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, istituito dalla Signora Steiner per salvare l’Opera del Dottore dalle profanazioni, dalle alterazioni e dal saccheggio che operavano Albert Steffen e la sua banda, di istituire in maniera consacrata in Italia per la prima volta, la Prima Classe (l’unica che Rudolf Steiner riuscì ad istituire nel 1924, e operante dal 15 febbraio al 20 settembre dello stesso anno, mentre la seconda e la terza Classe non vennero da lui riaperte per l’inadeguatezza di molti suoi discepoli e per un grave tradimento avvenuto nell’agosto del 1924) della seconda Scuola Esoterica, cosa che Giovanni Colazza fece con estremo rigore rituale, giovandosi dell’aiuto di Massimo Scaligero nella scelta dei partecipanti. Per un dono del destino, ho avuto in eredità da Pinetta Marconi, che aveva partecipato alla Classe Esoterica sia nel 1924 con Steiner che nei primi anni cinquanta con Colazza, i mantram in tedesco che Pinetta Marconi aveva ricopiato dalla lavagna stessa ove li scriveva Steiner, e da lei tradotti per suo uso personale in italiano, ed alcuni appunti datati della sua partecipazione alle “lezioni” di Colazza. Possiedo inoltre le due traduzioni dei mantram eseguite da Colazza stesso, e la traduzione che usava lo stesso Massimo Scaligero negli incontri rituali che alcuni di noi avevamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Giovanni Colazza “lesse” la Classe Esoterica dal 1951 sino al 1953.

Massimo Scaligero mi descrisse dettagliatamente le condizioni richieste per la partecipazione alla Classe Esoterica e le modalità estremamente rigorose del suo svolgimento, così come esse vennero attuate dallo stesso Giovanni Colazza. Questi aveva stabilito che il proprio successore nella direzione della Classe avrebbe dovuto essere Massimo Scaligero e a lui avrebbero dovuti essere consegnati i relativi testi  delle “lezioni”, ma alla morte di Colazza, avvenuta improvvisamente, il 16 febbraio 1953, mentre si era recato a visitare un paziente a casa di questi, una certa persona fu incaricata di portare via dalla casa del Maestro – mediante un furto con destrezza, come lo qualificherebbero i giuristi – i testi scritti delle “lezioni di Classe”, in modo che questi non venissero consegnati, come da stabilito da Colazza, a Massimo Scaligero. Fatti simili, ossia l’audace prodezza di compiere tali furti con destrezza, assieme ad altre cristianissime e virtuose “piacevolezze” – e anche più numerosi, ma soprattutto ben più gravi – sono avvenuti subito dopo la morte di Massimo Scaligero e, in maniera continuativa, sino ad anni recentissimi.

Negli anni 1927, 1928 e 1929, Giovanni Colazza partecipò al Gruppo di UR, fondato per iniziativa del pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini, il quale dopo l’esperienza delle riviste Atanòr e Ignis, a causa delle persecuzioni cui era sottoposto si vide costretto ad affidarne la direzione al giovane Julius Evola, che diresse la rivista UR secondo molto discutibili criteri personali, causando non poche difficoltà ed aspri dissensi, provocando in tal modo la fine dell’esperienza di UR. Dietro la suddetta rivista, si celava un gruppo operativo con incontri rituali ai quali partecipò Colazza,  che in quelle riunioni apportava una decisiva forza spirituale capace di animare già con la sua sola presenza – come testimoniò lo stesso Evola, che pure era acerrimo avversario di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia – la “catena magica” di tale gruppo operativo. Fu proprio la modalità rituale di UR quella che Massimo Scaligero mi disse che Giovanni Colazza adoperava nella sua cerchia interna, e che volle descrivermi e trasmettermi.

Sulla rivista, che portava il titolo di UR – INTRODUZIONE ALLA MAGIA QUALE SCIENZA DELL’IO, scrissero personalità del mondo esoterico di varia provenienza, le quali si celavano sotto vari eteronimi. Tra queste, quelle che qui particolarmente ci interessano sono quelle che avevano accolto il messaggio spirituale di Rudolf Steiner, ossia il duca Giovanni Colonna di Cesarò-Krur e Breno (e non Arvo, come scrive erratamente l’evoliano Renato Del Ponte), i poeti Arturo Onofri-Oso, Girolamo Comi-Gic, Nicola Moscardelli-Sirio, e lo stesso Giovanni Colazza, che assunse l’eteronimo di Leo, forse ispirandosi al proprio segno zodiacale. Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, pp. 81-82, così rievoca la loro partecipazione alla prestigiosa rivista: «… nella prima edizione di UR («Introduzione alla magia quale Scienza dell’Io») la figura di Steiner era stata presentata con qualche fedeltà alla sua grandezza: vari brani che si riferivano a un tale apprezzamento dovevano venir tolti nelle edizioni successive e parimenti modificate parti degli articoli di collaboratori dello Steiner: in sostanza i massimi calibri di UR: Leo, Oso, Krur, ecc.».

A proposito dell’azione spirituale di Giovanni Colazza nella prima Scuola Esoterica e in Ur, è necessario ristabilire la verità – la quale deve essere sempre onorata – e correggere alcune affermazioni che appaiono nella Prefazione che l’anonimo editore antepone alla pubblicazione del libro Dell’Iniziazione, Tilopa, Roma 1992, che riunisce l’elaborazione, peraltro molto personale e “creativa”, com’è suo mal vezzo, ch’egli fa del ciclo di 14 conferenze che Giovanni Colazza tenne al  Gruppo Novalis, dal 4 gennaio al 12 aprile 1945, sul libro l’Iniziazione – Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner.

A p. 8 della suddetta Prefazione dell’editore, leggiamo: «Dopo la fine del primo conflitto mondiale, almeno una volta l’anno, G. Colazza si recava a Dornach per visitare il dottor Steiner, cui riferiva di se stesso e del lavoro spirituale presso il Gruppo Novalis da Lui presieduto, e frequentato, fra le numerose e notevoli personalità, da Emmelina de Renzis, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, ecc. nel 1922, Colazza tenne in Roma una serie di incontri riservati intorno ai “Quaderni Esoterici” di Rudolf Steiner».

Quel che scrive l’editore nella sua Prefazione contiene una serie di non verità. In parte esse sono frutto di mera ignoranza, sans arrière pensée, sia da parte sua sia da parte della sua fonte informatrice. In parte, tuttavia, tali non verità dipendono anche da una volontà di épater le bourgeois e di impressionare le pigre anime credule, affabulando poeticamente, e talvolta inventando nomi ed eventi di sana pianta, contando sul fatto che nessuno, dopo quasi un secolo, sarebbe andato a controllare la veridicità di tali affabulanti affermazioni. Ma è stato da parte sua un grave errore, perché vi è sempre qualche lupaccio curioso, rompiscatole e ostinato il quale, invece di “farsi i fattacci suoi”, ha l’improvvida idea di andare a verificare le affermazioni che non gli tornano. Se poi il lupaccio cattivissimo ha il difetto di appassionarsi alla storia dei movimenti spirituali ed iniziatici, di ricercarne i documenti accessibili, meditandovi sopra – parola per parola – per anni, e a volte per decenni, ci si può trovare di fronte a scoperte “scomode” e a situazioni decisamente spiacevoli. Ma procediamo con ordine.

È falso che la baronessa Emmelina de Renzis, sorella dell’ex-Presidente del Consiglio, Giorgio Sidney Sonnino, e suo figlio, il duca Giovanni Colonna di Cesarò, appartenessero al Gruppo Novalis e ne frequentassero le riunioni. Tra i documenti in mio possesso, essi non risultano in nessuna delle varie liste dei membri del Novalis di quegli anni, né di quelli successivi. Una delle liste dei membri è autografa della baronessa Olga de Grünewaldt (così esattamente si firmava), l’amica di Marie Steiner e di Massimo Scaligero. Altri documenti autografi sono firmati direttamente da Giovanni Colazza. La baronessa de Renzis e il duca Colonna di Cesarò avevano un loro gruppo antroposofico a Roma, il Pico della Mirandola, o Roma II, di formazione più recente, che si riunì dapprima in Via Gregoriana 5 e poi in Via Po 9, mentre a quell’epoca il Novalis, o Roma I, più antico, si riuniva in Corso Italia 6, passando in seguito alla storica sede di Via Tevere. Per varie ragioni, che non riguardano il presente articolo, i due gruppi non si frequentavano. Solo dopo la morte della baronessa de Renzis, avvenuta nel 1944, il Gruppo Pico della Mirandola si sciolse e i suoi membri confluirono per la maggior parte nel Novalis, diretto da Giovanni Colazza.

È altresì falso che Giovanni Colazza abbia tenuto una serie di incontri riservati sui cosiddetti “Quaderni Esoterici”, per il semplice fatto che, a quell’epoca, tali “Quaderni” non esistevano affatto. La fonte informatrice del nostro solerte editore evidentemente o non “ricordava” bene o più probabilmente affabulava. I tre “Quaderni Esoterici” vennero raccolti, solo alcuni decenni più tardi, da Marie Steiner, la quale si assunse la coraggiosa responsabilità di renderli pubblici, proprio per salvare il movimento spirituale antroposofico dalla degenerazione parossistica della Società Antroposofica, divenuta un centro di potere di Albert Steffen e dei suoi complici e manutengoli, i quali tutti perpetravano i peggiori tradimenti e misfatti. La pubblicazione dei tre “Quaderni Esoterici”, apparsa in tedesco col titolo Aus den Inhalten der esoterischen Schule, ossia “Dai contenuti della Scuola Esoterica”, avvenne in successione: il primo “Quaderno” nel 1947, il secondo nel 1948, mentre il terzo apparve dopo la morte di Marie Steiner, nel 1949, pubblicazione che suscitò la reazione rabbiosa e imbecille degli antroposofi, oramai ammalati di “steffenite acuta”. Di tali “Quaderni Esoterici”, nella traduzione compiuta da Mario Viezzoli, ho una copia dattiloscritta con appunti e correzioni di mano di Massimo Scaligero. Nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica vi era un rapporto personale tra Rudolf Steiner e i discepoli ch’egli accoglieva nella medesima. I discepoli della Scuola ricevevano dal Dottore esercizi individuali e mantram, che dovevano rimanere personali e gelosamente custoditi. Oltre a questo rapporto personale, vi era un’opera d’insegnamento da parte di Rudolf Steiner in quelle che venivano chiamate esoterische Stunden, ossia “ore esoteriche”, e quindi ore sacre, nelle quali egli trasmetteva – sotto la responsabilità dei Maestri invisibili, come egli stesso più volte apertamente dichiarò, e non sotto la propria – un insegnamento in una atmosfera di forza spirituale di particolare intensità. Durante quelle riunioni rituali, ai partecipanti era severamente vietato prendere appunti, tuttavia essi erano liberi di trascrivere a casa, per esclusivo uso personale, quanto ricordavano col divieto  esplicito di trasmetterlo ad altri, fossero pure essi altri membri della Scuola. Ma solo Rudolf Steiner teneva queste riunioni, ore esoteriche o lezioni di classe: al di fuori di queste riunioni sacrali tenute dal Dottore, non vi erano riunioni comuni dei discepoli della prima Scuola Esoterica, ma solo e unicamente silenzioso lavoro ascetico individuale. Nelle 15000 pagine di documenti editi e inediti della Scuola Esoterica, che mi sono state donati, lettere dei discepoli al Maestro comprese, non si parla mai di riunioni comuni non in presenza di Rudolf Steiner. Di queste cose ebbi numerose occasioni di parlare con Hella Wiesberger, la quale fu colei che non solo pubblicò la versione più completa di tali Quaderni Esoterici, ma fu altresì colei che con amore e competenza curò e pubblicò, per esplicita volontà di Marie Steiner, l’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Hella volle donarmi – con un gesto di grande fiducia e generosità – tutto il materiale, edito e inedito, della Scuola. Le regole vigenti nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner erano molto cogenti e non è punto verosimile né credibile che Giovanni Colazza potesse o volesse violarle. Tanto più ch’egli poteva benissimo organizzare una cerchia di persone dedite alla pratica interiore individuale e comune senza violare le regole della Scuola.

Sempre alle pp. 7-8 della sua Prefazione l’anonimo editore scrive che: «Fu proprio Marie Von [sic] Sivers a presentare Giovanni Colazza a Rudolf Steiner, il quale secondo la testimonianza della baronessa de Grünewald, sarebbe tornato in Italia nel 1911 – dopo le precedenti visite del 1909 e 1910 – espressamente «a conoscere il dottor Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”». Rapidamente Colazza divenne discepolo del dottor Steiner, che lo pose alla direzione del Movimento Antroposofico in Italia, dopo la fondazione del Gruppo Novalis nel 1913. Il Gruppo Novalis fu, per altro, il primo gruppo antroposofico in Italia».

In realtà, Rudolf Steiner venne in Italia una prima volta già nel 1907, anno in cui fece un viaggio a Venezia con Marie Steiner, poi tornò nel 1908, nel 1909, nel 1910, ed un’ultima volta nel 1911.

È falso che Colazza abbia incontrato Rudolf Steiner solo nel 1911, giacché la sua conoscenza personale col Dottore risale ad un paio di anni prima, come risulta anche dalle testimonianze di alcuni discepoli non italiani, come l’inglese Harry Collison, il quale aveva abbandonato a Londra la carriera forense per venire a studiare pittura a Roma e che fu grande amico di Colazza, e con lui partecipò alle conferenze che il Dottore, ospite della Principessa Angelica, svolse a Palazzo del Drago, divenendo poi il traduttore e l’editore, fedele editore nel suo caso, delle opere di Rudolf Steiner in Inghilterra. Così come non è corrispondente ai fatti che la fondazione del Gruppo Novalis sia avvenuta nel solo 1913, né risulta che: «Il Gruppo Novalis di Roma fu, peraltro, il primo gruppo antroposofico in Italia», perché vi erano già gruppi in Italia – allora si chiamavano «logge teosofiche» – per es. il “Leonardo da Vinci” fondato e diretto a Milano da Charlotte Ferreri e Ludwig Lindemann (il quale fondò pure un piccolo gruppo a Palermo, ove Steiner tenne una conferenza pubblica ed una riservata): gruppo che nel 1913 si separò dalla Società Teosofica, come fece pure il Gruppo Novalis, per aderire alla Società Antroposofica di Steiner. Inoltre, io ho una lettera di Mario Viezzoli, spedita da Roma l’8 dicembre 1947, e indirizzata alla Segreteria della Società Antroposofica Universale, nella quale egli dichiara esplicitamente che: «Il Gruppo Novalis venne fondato il 1° giugno 1910 ed in Italia è quello numericamente più rappresentato. La sua attività procede in maniera incessante. […] Già nell’anno 1909 il Dr. Rudolf Steiner fu veneratissimo ospite degli antroposofi a Roma, ove Egli tenne alcune conferenze a Palazzo Del Drago. Durante la guerra gli studi antroposofici vennero proseguiti con la massima alacrità in amichevoli cerchie familiari. Con soddisfazione durante il periodo bellico vennero accolti addirittura diversi nuovi membri. Il Gruppo Novalis come tale non si sciolse mai, malgrado i tempi difficili, e come vivente entità spirituale fiorì per la amorevole intelligente dedizione dei membri esperti più anziani, sostenuti dall’entusiasmo degli amici giovani. […] Appena lo scenario di guerra si spostò verso il Nord, il Gruppo Novalis proseguì il lavoro spirituale in maniera ancora più intensa. Il dott. Colazza tenne conferenze di carattere introduttivo, alle quali seguì l’esegesi del libro “L’Iniziazione”; indi su “Una Via alla conoscenza di se stesso”, “Le massime antroposofiche” e le “Lettere ai membri” di R. Steiner».

Inoltre, è falso che il Gruppo Novalis sia stato fondato nel 1913, anche perché la lettera di Marie Steiner a Colazza, relativa alle riunioni del Gruppo medesimo, è datata 1910 e, con quella lettera donatami da Hella Wiesberger, mi venne data pure la riproduzione della trascrizione autografa di Colazza della versione in italiano del mantram dato dal Dottore per le riunioni del Novalis, trascrizione anch’essa datata 1910.

L’anonimo editore, sempre nella citata Prefazione, a p. 11, afferma: «In merito alla partecipazione alla rivista UR, M. Scaligero ci precisò, in un colloquio personale, che il dottor Colazza non era in realtà l’estensore degli articoli firmati col suo pseudonimo. Egli infatti si limitava ad illustrare gli argomenti al direttore della Rivista, il quale provvedeva poi a redigerli per iscritto».  

Ciò è, una volta di più, rigorosamente falso. Che l’Evola possa – forse – aver funto da “scriba”, non significa ch’egli abbia redatto la stesura degli scritti eventualmente dettati – forse – da Giovanni Colazza. Del resto chi conosce il modo di parlare di Giovanni Colazza, vede bene che sua è ogni idea, sua è ogni parola, suo è il periodare, suo il modo di fare gli esempi, sua la grammatica, sua la sintassi, suo il lessico, insomma suo tutto lo stile. Mentre estremamente diverso è lo stile, riconoscibilissimo, di Evola. Se è vero che Evola ha agito – in maniera scorretta – nei confronti di altri partecipanti del Gruppo di UR, “tagliando e cucendo”, a suo libito, i loro articoli – e questa fu la causa della “rottura” della concordia del Gruppo – non si sarebbe mai azzardato a farlo nei confronti di Colazza (almeno non finché Colazza fu in vita ), di fronte al quale – come mi è stato molte volte testimoniato – «tremava come una foglia, e si comportava come un cagnolino scodinzolante». Personalmente, ho avuto la concorde testimonianza di Amleto Scabelloni, di Romolo Benvenuti, entrambi discepoli diretti di Giovanni Colazza, e soprattutto di Massimo Scaligero, i quali tutti mi confermarono, categoricamente e più volte, che tali scritti erano integralmente di Giovanni Colazza. Ergo, non vedo proprio il motivo per cui dovrei credere alla parola dell’anonimo editore. Egli non se ne dolga, ma ubi maior… Del resto – e se fossi nei panni del nostro affabulante editore ci mediterei a lungo – è curioso come la parola latina fabula volta nella lingua di Dante, e debitamente anagrammata, divenga bufala!

Ritornando alla commemorazione che Mario Viezzoli volle tributare a Giovanni Colazza il 13 marzo 1953, meno di un mese dalla sua scomparsa, a Roma, colpiscono le parole: «Per chi avesse una certa sensibilità, nel suo modo di star ad ascoltare il prossimo si manifestava la Sua grande maturità, il Suo livello spirituale, oltre che la Sua esperienza del mondo. Poteva capitare, per esempio, che andasse da Lui per consiglio una persona piuttosto agitata, che gli esponeva in modo disordinato i casi suoi, e che, di fronte a tutto quel parlare precipitato, Egli se ne stesse quasi del tutto in silenzio. Dopo che l’interlocutore aveva finito il colloquio, se ne andava più tranquillo e, grazie al lavoro tutto interiore fatto dal Dr. Colazza nel “silenzio attivo”, sentisse poi affiorare dalla coscienza quelle risposte che prima, per il suo stato di agitazione, non avrebbe potuto accogliere. Nel dicembre 1944 il Dr. Colazza tenne una conferenza pubblica, con successivo dibattito, nella sala Capizzucchi in Roma, dal titolo “Antroposofia”. Il nostro Amico si presentò in sala con la febbre oltre 39° e dolorante per la riaccensione di una sinusite nella zona frontale. Parlando senza appunti, fece ugualmente un’esposizione che era un capolavoro di chiarezza e di eleganza. Aveva appena finito, che subito scattò veemente a contraddirlo un giovanissimo professore di filosofia. Il tono del contraddittorio era, più che aggressivo, villano; il contenuto delle sue obiezioni consisteva nella pretesa di voler dimostrare come l’Antroposofia fosse nient’altro che una miscellanea arbitraria di tante correnti filosofiche, principali e secondarie. Stanco e sofferente, dopo un’ora di esposizione tenuta ad alto livello, che cosa fece il Dr. Colazza? Umile, calmo, sereno, si limitò a guardare in silenzio il suo aggressore animico. Questi di fronte a tanta superiorità, indignatissimo, con gesto doppiamente villano, si alzò furioso e lasciò frettolosamente la sala. La mattina dopo, però, si precipitava a chiedere scusa al Dr. Colazza! Anche quella volta, pur in condizioni difficili, il “silenzio attivo” aveva prodotto la sua efficacia, consentendo all’altro di oggettivarsi».

La conferenza che Giovanni Colazza tenne a Roma, il 10 dicembre 1944, alla Sala Capizzucchi e alla quale intervenne, con la sua intellettuale e villana albagìa, il non nominato Prof. Porfirio, è quella che fu pubblicata su questo blog, il 5 gennaio 2014. Tale conferenza di Colazza mi venne donata, oltre quarant’anni fa, da un anziano suo discepolo, il quale partecipò personalmente a quella conferenza pubblica del Maestro, nonché a molte altre, e più volte, nei lunghi anni della nostra amicizia, ebbe modo di rievocarla, descrivendomi l’evento. L’ascoltare le rievocazioni che amici più anziani di me mi donavano con le loro vivaci descrizioni, ha sempre prodotto su me uno stato interiore veramente particolare, estremamente lontano da qualsiasi altra sensazione da me conosciuta. Sensazione che si accentuava ancor più allorché era Massimo Scaligero a rievocare, con la sua magica parola, la figura umana e spirituale di Giovanni Colazza. Mi colpiva come Colazza venisse da lui più volte paragonato ad un adamantino Patriarca Chan o Zen, e credo – ma questo è solo un mio pensiero, frutto di una mia personale impressione – che, sia pure per enigmatici accenni, alludesse a un di lui remoto passato. Qualcosa di simile emerge, per altro verso, dalla suddetta commossa e devota commemorazione che Mario Viezzoli tenne a meno di un mese dalla scomparsa del Maestro:

«Più volte il nostro Amico, come tutti coloro che si distaccano dalla mediocrità, fu oggetto di calunnie e di maldicenza. Pur sapendolo, ed anzi, proprio perché lo sapeva, aveva continuato a prodigarsi amorevolmente quale medico e quale amico per i Suoi più autentici nemici, i quali non sospettavano nemmeno che Egli sapesse la loro vergogna. Era difficile sentirlo pronunziare la parola “amore”, per il semplice fatto che Egli era diventato capace di realizzarlo nella forma più alta. A ragione si poté dire di Lui che avesse raggiunto quel grado di perfezione morale cui accenna la Bhagavad Gita con le parole: “Rinunziare al risultato delle proprie azioni”, nel senso di compiere l’azione morale e subito distaccarsene, affidandola direttamente, si può dire, come reale acquisizione del mondo morale, al ministero degli Esseri della Terza Gerarchia.

Tutto quello che possono dire gli amici che hanno avuto la ventura di conoscere e praticare il Dr. Colazza, si può riferire alle manifestazioni della Personalità, mentre ci rimane sconosciuta l’Individualità, di cui abbiamo potuto intuire qualcosa soprattutto attraverso il tono morale della Sua vita e del Suo operare. Ma chi abbia ascoltato le Sue conferenze con una più acuta sensibilità, avrà potuto rilevare il modo del tutto particolare di esporre. Prima di incominciare a parlare, se ne stava alcuni minuti seduto al podio, raccolto in silenzio che rapidamente s’imponeva a tutti i presenti. Si aveva l’impressione che in quel silenzio venisse creata una specie di barriera di protezione contro l’invadenza delle forze del mondo. Poi si alzava calmo e, dopo un’altra pausa, incominciava pianamente l’esposizione. Parlava pacato, senza mai alzare la voce ad alti toni, formando un’atmosfera di attenzione intensa. Il Suo modo di esporre e le Sue pause davano la sensazione che, di volta in volta, prima di parlare, Egli stesse in ascolto, per dare poi veste a quanto aveva udito. Si può dire che in questo si manifestasse una caratteristica della Sua Individualità e di come questa operasse attraverso la Personalità».

Parole, queste, che si collegano a quanto disse di lui Amleto Scabelloni, che poté seguirlo come discepolo dal 1944 al 1953, con immagini che ricordano quanto del Maestro diceva Massimo Scaligero: «Giovanni Colazza appartiene alla rarissima progenie di Maestri autentici capaci di assumere sul proprio anche una parte del destino terrestre, in virtù di una potenza dell’Io capace di operare mediante il silenzio o anche mediante le espressioni rivelatrici di verità, destinate a rimanere inscrivibili, fatte salve alcune eccezioni. Chi lo ha incontrato non può non ricordare le pause di silenzio, talora non brevi, che egli faceva precedere o seguire al discorso […]  Vogliamo di tali pause, non tanto parlare in relazione a certo imbarazzo di taluno che ne trasse motivo di decidere sul modo più sicuro di non volere averne esperienza alcuna in futuro. Di esse invece riteniamo giusto dire ciò che alcuni vi lessero. Questi meritavano di ricevere ciò che si rivelava dal silenzio. […] Vi fu chi vi scorse “la Pace profonda sulla quale poggiano le Gerarchie Celesti”; chi “la sussistenza sospesa nel vuoto”; chi vi riconobbe “il remoto distacco della presenza siderea”, ed altri che videro nel silenzio il simbolo “dell’Essere cinto di silenzio, come è dell’Entità-Guida dell’epoca presente”».  

Il suo esempio, la sua figura di Asceta adamantino, la sua calma, il suo coraggio, la sua fedeltà, la sua generosità, il suo Silenzio indicano il clima interiore necessario e il còmpito posto a chiunque oggi voglia esigere da se stesso la temeraria audacia di realizzare lo Spirito. Con queste immagini voglio chiudere la rievocazione della figura umana e spirituale di Giovanni Colazza, dopo nove settenni dal suo disciogliersi dall’apparire sensibile.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

DIES NATALIS SOLIS INVICTI

sole invicto

Nell’antica Roma, il 17 dicembre cominciavano i Saturnalia istituiti, come racconta Tito Livio, ad opera dei consoli A. Sempronio e M. Minucio, ed erano festeggiamenti appunto in onore dell’italico dio Saturno – che ha caratteri in parte diversi da quelli del dio Kronos-Chronos ellenico – festeggiamenti che si concludevano il 23 dicembre. E proprio il 17 Dicembre dell’anno 498 a.C., si svolse a Roma la consacrazione del Tempio di Saturno, situato nel Foro al termine della Via Sacra. Il tempio di Saturno – il più antico di Roma dopo quelli di Vesta e di Giove, e del quale ci restano sei magnifiche colonne ioniche – era ai piedi del colle del Campidoglio. In questo luogo si trovava un antichissimo altare, da collegare, secondo la tradizione romana, ben prima di quella romulea sul Palatino, alla mitica fondazione sul colle capitolino da parte di Saturno della città originaria, che da lui prese il nome di Saturnia. Tali festeggiamenti erano preceduti dalla festa del Sol Indiges, che si celebrava l’11 dicembre in onore del Sole Natio, festa di origine sabina e non latina, che era stata introdotta a Roma dal Re Tito Tazio, che regnò assieme a Romolo.

Tali festeggiamenti, che duravano sette giorni nei quali coloro che si incontravano si scambiavano il saluto augurale Io Saturnalia!, e si porgevano come doni augurali le strennae, includevano il solstitium hiemale, ossia il giorno del solstizio invernale nel quale il Sole, nel giorno più corto del ciclo annuale, ha una sorta di stasi e, per così dire, “muore” e “rinasce”. Il 21 dicembre, giorno del solstizio, erano celebrati i Divalia o Angeronalia, ovverossia le celebrazioni e i riti in onore della Diva Angerona. Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, era celebrato il Dies Natalis Solis Invicti, nel quale era celebrata la nascita, o la rinascita del Sole, ma al contempo quella del dio Mithra, che dal Sole veniva distinto, e collegato, ma, talora, addirittura ad esso identificato.

Questi erano – e sono – giorni tra i più sacri nel ciclo dell’anno, e nell’antica Roma erano giorni nei quali, lontano dagli sguardi profani, si celebravano i sacra e gli initia, ossia quelle cerimonie che nella Iniziazione aprivano ai coraggiosi, ai puri, e ai degni, il varco all’esperienza cosciente del Mondo Spirituale. Quei mysteria venivano accuratamente celati agli sguardi profani, talché mentre della religiosità ellenica molto ci è giunto, e dei vari Misteri eleusini, frigi, orfici, samotraci, isiaci, dionisiaci e simili, pur se nessuno in duemila anni mai ne tradì l’intimo segreto, qualche esteriore notizia pure ci è giunta, dei Misteri romani, invece, i più – quasi tutti – ne ignorano tuttora persin l’esistenza. Ciò fu dovuto alla cura somma e gelosa con la quale – e ben a ragione – ne venne custodito l’arcano, che fu efficacemente difeso da ogni profanazione.

Massimo Scaligero, parlando della spiritualità romana, mette in evidenza come essa fosse molto più profonda di quella ellenica. Egli fa notare come alle origini la spiritualità e la religiosità romane, contrariamente all’efflorescenza della mitologia religiosa ellenica, fossero scarne, pressoché prive d’immagini e di miti. E ciò, non per una “povertà” di contenuti, bensì per il loro derivare da una sorgente spirituale “più alta” e soprattutto “più pura”, di tipo ispirativo-intuitivo, rispetto a quella immaginativa, e immaginifica, ellenica. Di ciò erano coscienti le stesse élite spirituali e politiche della Roma repubblicana, le quali parlavano, in termini chiaramente non proprio elogiativi, della graecula fabulositas, come di qualcosa che era il segno di uno sfaldarsi della tenuta interiore e dell’integrità spirituale. Anche l’incontro dell’austero e severo costume romano con la ormai decadente accozzaglia filosofica greca destò il fastidio e la diffidenza dei Romani nei confronti di quei filosofastri scettici, che nel foro facevano sfoggio della loro vuota dialettica, dimostrando che gli uomini erano rane, che le rane erano alberi e che gli alberi erano uomini! Non era più ormai l’aurea età dei Pitagorici, di Platone e di Aristotele. E se i romani ebbero una simpatia filosofica, l’ebbero per i Pitagorici e per gli Stoici, il cui ethos consonava pienamente con l’aristocratico e austero mos maiorum, col costume della romanità più antica.

Non che da allora i tempi siano poi granché cambiati. Se lo sono, lo sono sicuramente in peggio e in pessima, ruinosa, direzione. L’intellettualismo oggi è una marea dilagante, e la dialettica – mala arte capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto, nonché di giustificare forbitamente ogni tradimento, ogni spergiuro, ed ogni menzogna – viene usata e abusata persino nelle cerchie sedicenti “spirituali” ed “esoteriche”, che dovrebbero proprio guardarsene bene, le quali, invece, come affermava Giovanni Colazza, sono sovente ridotte a congreghe di “chiacchieroni dello spirito”. Oggi sono tutti, proprio tutti – parola di Massimo Scaligero – fastidiosamente intelligentissimi e dialettici, e mai l’intelligenza discorsiva è stata così inflazionata come nella nostra epoca: oggi son tutti intelligentissimi furbastri e nessuno, quasi nessuno, è saggio. La saggezza viene dal silenzio e non dalla dialettica. Il silenzio è l’estinzione della dialettica: di ogni dialettica.   

Non per niente la Diva Angerona, preposta ai sacra, era una Dea del Silenzio sacro. Anzi, come fa notare, in UR-1928, quel paganaccio – incorreggibilissimo paganaccio – di Arturo Reghini, erano ben tre le Dee romane preposte all’Iniziazione, alle quali era sacro il silenzio. Tra queste notiamo: «la Musa Tacita di Numa (Plutarco, Numa, 8), la dea Muta di Tatius (Ovidio, Fast., II, 583), la dea Angeronia del Velabro, rappresentata con un dito sopra la bocca ed in atteggiamento silenzioso (ore obligato signatoque)».

L’italico Saturno era un dio dell’età dell’oro, e lo stesso Virgilio – il mio amato Virgilio – nella quarta Ecloga o Bucolica collega l’aureo Saturno all’età dell’oro:

Ùltima Cùmaeì | venìt iam càrminis aètas;

màgnus ab ìntegrò | saeclòrum nàscitur òrdo 

Iàm redit èt Virgò, | redeùnt Satùrnia règna,

iàm nova prògeniès | caelò demìttitur àlto.

Questi ritmici versi, tradotti nella bella lingua di Dante, ci direbbero che: «L’ultima età, cantata dalla Sibilla Cumana, ormai è giunta; novellamente nasce il grande ordine dei secoli. Torna ormai anche la Vergine, ritornano i regni di Saturno, e già una nuova stirpe scende dall’alto cielo».

Quella di cui parla il sapientissimo Virgilio, è una vera e propria trasmutazione: una trasmutazione al contempo sia macrocosmica e storica, che microcosmica e umana. In Alchìma il piombo, il pesante e opaco metallo di Saturno – il più esteriore, lontano e lento dei sette pianeti dell’antica cosmologia – è considerato “oro decaduto”, “oro lebbroso”, che deve essere riportato al suo stato originario. Il “piombo” è un decaduto “oro terrestre”, così come il Dio Saturno è un dio “caduto”, che fu prima “cacciato” dall’Olimpo, e poi si nascose nel Lazio. I Latini facevano derivare il nome Latium da latère, che ha il significato di “occultare”, “celare”, “nascondere”. Ma egli è altresì il dio dell’Età dell’Oro, che può riportare l’uomo e il mondo a tale aurea età. Ciò significa, tra l’altro, che l’oro alchemico, del quale vanno in affannosa cerca i discepoli di Hermete, è nascosto, celato, ben occultato nella terra. Per cui passare – secondo l’antico simbolismo astronomico-astrologico tolemaico – da “Saturno” alla “Terra”, è lo stesso che dire passare, ambulando ab intra, dall’esterno all’interno. E si rifletta sul fatto che nella religiosità romana Saturno, rifugiandosi e occultandosi nel Lazio, portò agli Aborigeni, a coloro che ab origine abitavano quella terra, la peritia ruris, l’agricoltura, traendo così gli umani da uno stato selvaggio di barbarie, così come altrettanto fece nell’Ellade la Dea Demetra che a Trittolemo ad Eleusi insegnò l’agricoltura, e Demetra è una Dea identica alla romana Cerere, la donatrice dei cereali.

Questa sapiente coltivazione della “terra”, di cosa ha particolarmente bisogno? Che cosa di particolarmente importante portò Saturno affinché la “terra” potesse germinare? Egli portò quel calore saturnio, quel fuoco, senza il quale la “terra” rimane “fredda” e non fa germinare il grano e le altre piante! E anche la pianta “uomo” necessita, su tutti i piani, di un tale “calore” e “fuoco”. Esiste una “agricoltura celeste”, che è capace di far sbocciare, fiorire e fruttificare la pianta umana, così come con l’Arte Regia ermetica si fa trasmutare il lento e opaco “piombo” umano nell’Oro della Sapienza.  

I sapienti Latini parlavano di una triplice cultura, che non era in quei tempi lontani quanto di narcisistico e corrotto va a giro nel mondo attuale sotto tale nome. Vi era la cultura agrorum, la coltivazione dei campi; vi era la cultura animi, ovvero la coltivazione ed educazione dell’animo umano sotto ogni aspetto; vi era, infine, la cultura o il cultus deorum, ossia la pratica di quella religio, che collega il visibile all’invisibile, l’umano al Divino. Lo stesso buon Orazio Flacco, in una sua Ode, si confessa colpevole, perché parcus deorum cultor et infrequens, ovvero: tiepido, incostante e negligente “cultor degli Dèi”, e si ripromette saviamente di cambiar rotta. E ancor oggi si parla di “uomo colto”, di “coltivar le arti o le scienze”, “coltivare odio” (malapianta questa…), “coltivare amicizie”, “coltivare sentimenti elevati”, ed infine di “culto divino”, ossia della liturgia e dei riti religiosi. Per i Latini era intuitivo poter parlare di cultura animi, o di cultura hominis, in quanto per loro homo e humanus erano parole correlate ad humus, lo strato vitale della terra. Ed anche nel racconto della Genesi, Adam, l’uomo, è tratto da adamàh, la terra rossa e vitale.

Cosmogonicamente, il mondo generato dal Logos è scaturito dall’originario “fuoco” saturnio, perché la Parola, il Verbo stesso, è “fuoco” generatore, “fuoco” che nel trascorrere successivo degli stati cosmici, sempre più “densi”, di “Saturno”, “Sole”, “Luna”, ed infine “Terra”, sempre più si volge alla manifestazione creativa, allontanandosi dall’Uno-Tutto, differenziandosi, specializzandosi – ossia, alla latina, manifestando species, apparenze diverse – e recludendosi nella frantumata, illusoria molteplicità. Nella “terra”, nella “pietra”, è celato il saturnio “fuoco” originario: vi dorme celato, ma da esso è novellamente ridestabile, pronto a divampare come brace da sotto la cenere, e a dissolvere l’esteriore apparire illusorio. Per cui dagli Ermetisti è detto: Omnia ab Uno, et in Unum omnia, cioè “tutte le cose provengono dall’Uno e all’Uno esse tutte ritornano”. Ciò che dal “fuoco” è scaturito, nel “fuoco” di nuovo verrà dissolto: ma ciò che viene dissolto è l’illusorio apparire, la maya, ossia ciò che il tempo dal suo seno ha generato e che poi il tempo – come nel mito di Saturno – divora, mentre ciò che permane è ciò che è “originario”, che è ab origine, ossia l’elemento eterno.

A tale proposito, possiamo volgere il nostro meditare a due logia gnostici del Vangelo di Tommaso, che trascriviamo nella mirabile traduzione dal copto di Luigi Moraldi, ove nel primo, il n° 10, il Logos afferma: «Ho gettato fuoco sul mondo, ed ecco, lo custodisco finché divampi», mentre nel secondo, il n° 82, dice: «Colui che è vicino a me è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal Regno». Questi due logia rimandano a quanto è scritto nel Vangelo di Luca, Cap. XII, 49, «Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e come anelo che divampi!».  

Ora il Logos dichiara di esser l’Alpha e l’Omega, ossia il “principio” e la “fine”. E ciò è comprensibile perché, come nel serpente οὐροϐóρος-urobòros, la “fine” coincide col “principio”, essendovi nell’Uno, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, quel “fuoco” al contempo generatore e dissolvitore della frantumata molteplicità. Ma il Logos dichiara altresì di essere “pietra”, la “pietra” su cui tutto si fonda come solida roccia, e Paolo lo conferma scrivendo – trascrivo il latino della Vulgata di Girolamo – “petra autem erat Christus”. E tutta l’Alchìmia rosicruciana identifica la “pietra”, il lapis philosophorum, con il Logos.

Ora, come nella profonda tenebra del Solstizio d’inverno si occulta il Sole, per “morire e rinascere”, come nel plumbeo metallo saturnio si cela quell’oro dal quale si deve “togliere” l’oscurante “ombra”, così nella “pietra” si celano la “luce” e la “folgore”. Poiché – secondo l’aureo tema di meditazione donatoci da Massimo Scaligero – “ogni pietra ha la sua folgore”, e poiché, inoltre, – come ammoniva Basilio Valentino – occorre visitare interiora terrae per invenire, ossia trovare, quello occultum lapidem, che è veram medicinam, della quale ha urgente bisogno l’uomo caduto per trasmutarsi da bestia stupida, vigliacca e arrogante, in Angelo, è necessario operare sulla “pietra” o sul “piombo” saturnio col “fuoco”, togliere ad essi la “tenebra”, quella “ombra” oscurante, che ci rende schiavi dell’in-significante menzognero apparire.

Nei Misteri Mitriaci – tanto amati dai Romani al punto di disseminarne i mitrei dal Vallo Adriano, ai confini con celtica Scotia sin nella Mesopotamia, sulle rive dell’Eufrate e del Tigri – il 25 dicembre, nel dies natalis Solis Invicti, si festeggiava non solo la nascita, o la rinascita del Sole vincitore della profonda tenebra solstiziale, ma anche la nascita del Dio Mitra, che del Sole era amico e alleato, o che con lo stesso Sole veniva talvolta identificato. Il Dio nei suoi sacra e mysteria veniva chiamato Mithra petrogenos, ossia generato, sorgente, scaturente, in maniera fulgurea, dalla petra genetrix. Balzando fuori dalla pietra che lo ha generato, Mitra tiene in una mano un ferreo gladio e nell’altra una face accesa: dunque ferro e fuoco. Egli è, dunque, il portatore – come Michael – di una ardente spiritualità marziale, e ciò spiega il grandissimo amore che i legionari di Roma avevano per i suoi mysteria. E come non pensare – sia pure in altro, contesto apparentemente molto diverso, ma neanche poi tanto – all’audacissimo Conte di Cagliostro il quale, nel suo egiziaco Rituale, scrive: Qui agnoscit Martem, cognoscit artem, o qui agnoscit mortem, cognoscit artem : “chi conosce Marte o la Morte, costui conosce l’Arte Regia”. Ora il marziale gladio è di ferro – o di fiero acciaro, dicevano un tempo i Poeti: l’Acciaio dei Saggi dei Figli di Hermete – e col gladio si fa pugna e si dà la morte, o nella pugna si trova la morte. L’oro venne considerato, in ogni tempo e in ogni luogo, essere il più puro e il più nobile dei metalli, al contempo indistruttibile ed eterno – al punto che gli alchimisti affermavano che era più facile “fare” l’oro che distruggerlo o “disfarlo” – in quanto è l’ultima, più “matura”,  e culminante realizzazione tra quelle che si attuano nel seno della Madre Terra o Petra Genitrix. L’oro, essendo il raggiungimento della “perfezione” – nel senso latino di perfectio e di perfectum, da perficere, e in quello greco di τέλειος-tèleios e di τελετή-teletè – simbolicamente rappresenta “sapienza”, “immortalità” e il conseguimento della “beatitudine celeste”: esattamente come nella “rigenerazione” fisica e morale, ovvero la preparazione della “pietra filosofale” e il “pentagono mistico”, della quale parlava il Conte di Cagliostro nel suo “egiziaco” sistema. Chi abbia sguardo sagace, può intendere tali simboli sub specie interioritatis, scorgendone, come direbbe Dante, “l’ascosa significazione”.  

La spiritualità mitriaca è dunque, come quella michaelita, una spiritualità pugnace, battagliera. E Massimo Scaligero, in Kundalini d’Occidente, scrive che “a viva forza il discepolo espugna il pensiero puro”, il che dimostra – una volta di più – come sia menzognera e ad arte fuorviante l’affermazione dell’anonimo articolista di una sedicente “scaligeropolitana” rivista romana, il quale in maniera insana e improvvida afferma essere “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica”.

Ora, chi affronta la pratica fervida, intensa, fedele della Concentrazione, chi ad essa con tutto se stesso si consacri, sa che in essa l’audace sperimentatore coraggiosamente sfida la Morte e il suo potere. Egli sa di quanto slancio, di quanto impeto, di quanta fredda determinazione, di quanta ardente consacrazione, egli deve essere capace per far risorgere nella Concentrazione il pensare cadaverico dal suo stato di morte. Egli sa che non v’è altra Via, se non quella del combattimento eroico per giungere ad aprire il varco alla travolgenza del Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore capace di dissolvere e rinnovare radicalmente l’umano. Il resto – le morbide “vie dell’anima”, gli stucchevoli mistici languori, le emozioni e i sentimentalismi delle “anime belle”, e via dicendo – è solo illusione, menzogna, vigliaccheria, consapevole o inconsapevole inganno di sé e degli altri.

Ho voluto sollevare appena un lembo sugli arcani di un’antica misteriosofia, e tuttavia qualcosa prezioso penso di averlo celato tra le righe, qualcosa che l’audace e diligente “pellegrino d’Amore”, come lo chiama il mio sempre più amato Dante, saprà ritrovare. E forse “ho detto più che non lice…”. Per concludere, voglio trascrivere una traduzione un po’ più esatta di quella, veramente un po’ troppo approssimativa, che circola negli ambienti “scaligeropolitani”, del primissimo mantram che Rudolf Steiner donò nel 1906, al Solstizio d’inverno. Qui potest capere, capiat, e a tutti i nostri affezionati lettori di Ecoantroposophia auguro di tutto cuore un buon Dies Natalis Solis Invicti! 

Die Sonne schaue

Um mitternächtige Stunde.

Mit Steinen baue

Im lebenlosen Grunde.

So finde im Niedergang

Und in des Todes Nacht

Der Schöpfung neuen Anfang,

Des Morgens junge Macht.

Die Höhen laß offenbaren

Der Götter ewiges Wort,

Die Tiefen sollen bewahren

Den friedensvollen Hort.

Im Dunkel lebend

Erschaffe eine Sonne.

Im Stoffe webend

Erkenne Geistes Wonne.

***

Contempla il Sole

Nell’ora di mezzanotte.

Con pietre edifica

nel fondo senza vita.

Cerca così nel baratro

e nella notte di morte,

nuovo principio della creazione,

la giovane potenza del mattino.

Fa’ che le Altezze rivelino

l’eterna Parola degli Dèi.

Le profondità devon custodire

il tesoro colmo di pace.

Vivendo nella tenebra

crea un Sole.

Tessendo nella materia

conosci la beatitudine dello Spirito.

Rudolf Steiner

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE,

ASPETTI PRATICI DELLA MEDITAZIONE IN COMUNE ( di F. Giovi)

 Meditazione in comune

Una delle piú elementari forme di lavoro rituale, ben conosciuta dalla maggior parte degli studiosi di Antroposofia, è lo studio o lettura di un testo di Scienza dello Spirito, in un giorno ed ad un’ora concordata tra piú amici o in un gruppo, con una cadenza d’incontro solitamente settimanale.

Questa è stata una delle colonne operative del movimento antroposofico dal tempo della formazione dei gruppi, spesso fondati dallo stesso Rudolf Steiner, alcuni dei quali ancora attivi al presente.

Tale lavoro consisteva (e consiste) generalmente nella lettura di un “detto mantrico” dello Steiner, seguito da un breve silenzio, all’inizio ed alla fine dell’incontro; poi, nel mezzo, la lettura di un numero progressivo di pagine di un’opera fondamentale di Scienza dello Spirito, come Filosofia della Libertà, Teosofia, La Scienza Occulta ecc.

Questo tipo di lavoro comune è forse divenuto sterile e ripetitivo accademismo o innalza l’anima degli associati alle luminose ed edificanti Forze attive dei Mondi Soprasensibili? L’esperienza non riesce a fornire in tal senso una risposta definitiva, poiché il lavoro descritto può portare a risultati estremamente diversi.

Se, ad esempio, il gruppo di lavoro si accontenta di sedersi e abbandonarsi, per antichi e subconsci retaggi, o per pigrizia, alla formula del ex opere operato, in realtà attende che l’ambiente circostante (lettura compresa) lavori al suo posto: crei premesse, condizioni e sviluppo. Il carattere di questo tipo d’incontro è meccanico, piú simile ad una sonnambolica liturgia che al tentativo di conoscenza e trasformazione interiore.

In realtà è passato un secolo di accelerati mutamenti da quando il Dottore aveva indicato talune modalità d’incontro: l’uomo è cambiato.

Il sentire sovrapersonale possedeva ancora radici, seppur limitate, nell’anima dei giovani discepoli degli anni Venti a fianco dell’ordinaria vita di sentimento. L’entusiasmo alimentato dai possenti pensieri cosmici, dal rinnovamento ideale e cultuale cristiano e dai nuovi impulsi artistici quali l’euritmia, l’arte della parola ecc., manteneva accesa in molti di costoro, per l’intera vita, una sorta di fiamma interiore, un calore «che perfeziona tutto dal principio alla fine» (G. Pontano).

Si è potuto constatare che diversi tra questi discepoli diretti di Steiner, ora non piú incarnati, apparissero nell’avanzata maturità come involucri trasparenti di luce flammea, precorrendo da vivi la vestizione spirituale che l’entità umana assume quando, abbandonato il corpo minerale, attraversa la Soglia.

L’uomo è cambiato, i tempi mutati: in questi anni la piú sincera garanzia che qualsiasi tentativo esoterico si fondi su solida roccia è data innanzitutto da azioni interiori che, principiando dall’Io cosciente, strappino pensiero e volontà dal decorso ordinario e naturale.

Come sentenzia Geber nel suo Libro delle Bilance: «Solo con giuste premesse i risultati non potranno essere che veri», cosí i risultati di un lavoro in comune dipendono subito dal grado di corretta attività svolta da tutti i partecipanti.

Le qualità che appaiono quali condizioni necessarie per un vero lavoro in comune sono:

il rigoroso rifiuto di ogni forma animica di antipatia e di critica verso qualsiasi membro del gruppo, almeno per il tempo dell’incontro;

uno stato d’animo elevato, ma non ebbro da smarrire una decisa polarizzazione della coscienza nei confronti del tema in svolgimento;

lo sforzo di evitare ogni disponibilità interiore verso pensieri estranei: in special modo quelli di sapienziale collegamento ad altri pensieri rammentabili in relazione al medesimo tema;

la concentrazione assoluta nella lettura: non sulle frasi già lette, ma permettendo all’attenzione pensante il passaggio dal pensiero precedente al pensiero successivo, attenendosi alla comprensione immediata (la “scorza” di Goethe), poiché la capacità sintetica del pensiero è già attiva nel pensiero che pensa, non fuori o dopo di esso;

infine la cosa piú difficile: non fare altro, nient’altro durante il lavoro.

L’elenco probabilmente può bastare: ma poiché in sintesi è piuttosto semplice, a causa di un malanno generalizzato e chiamato ipertrofia dell’ego, tutto viene spesso complicato, impedendo al puro essere del Pensiero di ri-animarsi, rianimando la potenza inerte e non costrittiva che giace nelle parole e frasi del testo di studio che non deve essere culturale o oggetto del giudizio critico ma «deve risorgere immune nell’anima secondo un atto diretto, non prevenuto da alcun itinerario che non sia il pensiero stesso nel proprio immediato movimento» (M. Scaligero).

 

Affinché la meditazione in comune, comunque difesa dagli ostacoli personalistici per la propria natura adialettica, non naufraghi per carenza di forza al terzo o quarto incontro, abbisogna del supporto vitale della disciplina giornaliera individuale dei pochi partecipanti.

Oltre alla magia del pensiero, ritmizzata come concentrazione, che rimane l’asse portante di tutte le discipline interiori, possono essere indicati gruppi di tecniche ad esempio simili alle direttive di preparazione comunicate nei fascicoli di «Ur» come istruzioni individuali di catena (se separate da ogni sensazionalismo magico). In effetti le discipline della ricapitolazione serale del giorno trascorso, della predeterminazione delle azioni del giorno successivo o, in alternativa, l’atto puro realizzato in brevi episodi su tutto l’arco del giorno e la pratica del silenzio interiore, oltre ad affinare gli “strumenti del rito”, producono una sostanza dinamica nella disciplina che favorisce il sottile rovesciamento della visione del mondo dell’operatore: una sorta di “spostamento dei lumi”. In parole povere vengono assunte dalla coscienza come realtà primarie gli impulsi e le impressioni interiori che sorgono dagli esercizi, e come realtà secondarie le possenti ma passive esperienze ricevute dal sensibile quotidiano: è una scissione di Mondi per la quale l’arte sarà l’entrare e l’uscire dall’uno o dall’altro con rapidità, inafferrabilità, rifiutando la sottile presa del ricordo mistico, magico o sensuale.

Il rito in comune diviene una concentrazione di moltiplicate forze interiori: la coscienza meditativa può aprire un varco vuoto alle forze eteriche precorporee; inizia ad albeggiare una sensazione di libertà, mobilità ed ampiezza mai prima sperimentata.

Per ottemperare ad una disciplina individuale organizzata e quasi continuativa vanno imparate corrispondenti strategie: è necessario conciliare determinazione (tanta!) e coraggio con una progressione attenta e delicata, poiché le forze istintive, se incalzate frontalmente, reagiranno contro l’operatore con un impeto incontrastabile. Se la preparazione intensificata “tiene”, l’asceta sperimenta in sé nuovi e radicali assetti interiori, come ad esempio il diventare letteralmente due esseri diversi: uno che domina l’altro che esegue (a ciò fa riferimento M. Scaligero in Yoga, Meditazione, Magia(1), e che, ripetiamo, va preso alla lettera), oppure la percezione di Mahâkâly ânanda: la gioia pura del Volere che spezza ogni limite, e altro ancora.

Queste note d’antefatto a quanto Massimo Scaligero aveva comunicato ad alcuni discepoli per un iniziale rito meditativo in comune, si giustificano a causa della grande forza necessaria affinché il tentativo non divenga una farsa inutile. In essenza, due sono le caratteristiche indispensabili: la prima è che tutti i partecipanti siano completamente attivi; la seconda che qualsiasi rito esige da sempre un assoluto rigore formale, interiore ed esteriore. Scaligero stesso confermò ciò, in incontri diretti e con esempi concreti che non sono stati piú dimenticati.

Per stabilire e mantenere il massimo livello negli atteggiamenti e nelle operazioni suggerite può essere imprescindibile l’abitudine alla consapevolezza di compiere ogni azione in presenza del Logos, sentito o intuito con elementare ed inconfutabile immediatezza.

Franco Giovi

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Rito è ciò che si compie, mediante ripetizione e ritmo, come atto volitivo predeterminato, che colleghi l’animico-corporeo con lo Spirituale: rito sia pure in forma lineare, è il riunirsi un determinato giorno, ad una determinata ora, per studiare insieme Filosofia della Libertà. Rito in senso sacro può cominciare ad essere l’incontrarsi ad una determinata ora, di un determinato giorno, per meditare insieme.

Ci si riunisce, con la massima puntualità: qualche minuto di silenzio, poi uno di voi legge un mantra del Dottore (per esempio quello di Michele) o un brano dei Vangeli, poi si fa penombra o oscurità – ad evitare la reciproca visione fisica – e si medita.

Fino a che il gruppo non sia veramente formato ed armonico, è meglio che ciascuno faccia la sua personale meditazione, cercando di dare il meglio, l’assolutamente meglio di sé.

Occorre un segnale per terminare insieme! Uno di voi può prendersi l’incarico di sorvegliare il tempo (minimo mezz’ora), a dieci minuti prima della fine dare un tocco sul tavolino, cinque minuti prima un secondo tocco, un terzo per terminare (ciò per prepararsi alla fine della meditazione).

Al termine, qualcuno recita ad alta voce i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni. Un minuto di silenzio e congedo reciproco, cercando di mantenere il piú a lungo possibile il tono conseguito.

Un simile lavoro insieme può essere prezioso, condurre molto lontano, se si è capaci di fedeltà alla via del Pensiero.

…Intanto vi auguro il vero lavoro, quello che si compie superando ogni volta, almeno pochi attimi al giorno, la propria possibilità umana, cosí che possa essere sentita la Forza che urge nel mondo, la reale unica presenza dello Spirito: contro cui è schierata tutta la mediocrità umana, con i suoi dialettismi e persino con i suoi conati esoterici(2).

Massimo Scaligero

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(1)M. Scaligero, Yoga, meditazione, magia, Ed. Teseo, Roma 1971, p. 96
(2) da una lettera di M. Scaligero all’Autore del 15 agosto 1970

per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2001/giu01/esercizi.htm

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE,

SPIRITO DEL TEMPO

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LO SPIRITO DEL TEMPO

 di Massimo Scaligero

Quello che veramente manca all’uomo contemporaneo è il senso di orientamento nell’immane mondo di parole: egli non pensa più pensieri, ma soltanto nomi. I nomi acquisiscono forza in quanto suggestioni collettive, divengono “miti” e, ancora, superstizioni. Allora avviene che il senso originario di quei nomi, per chi tenga fermo ad esso, risulti capovolto: avviene che sotto quei nomi fluiscano nell’umano forze di un genere impersonale ed oscuro, tenacemente attaccato nella loro vasta azione a tale travestimento dialettico, quasi che non potessero presentarsi con il loro vero nome.

Se dinanzi a simile caos nominalistico volessimo evocare un principio di rettificazione, in nome di una insopprimibile visione spirituale del mondo, potremmo trovarci in serio imbarazzo poi nel voler comunicare ad altri quanto si può essere presentato alla nostra intuizione con caratteri di evidenza e di assolutezza. Ma una simile considerazione non dovrebbe scoraggiare e togliere la possibilità di affermare ciò che, comunque, ha il valore di un contributo alla soluzione del problema.

Tra i fattori positivi di una “rettificazione” che possa verificarsi di là da una cooperazione cosciente dell’uomo, noi possiamo considerare il tempo, in quanto divenire che si attua inseparabilmente dal tessuto della vicenda terrestre.

Il tempo si può tuttavia ritenere inumano nel suo procedere come “negazione”: tutto ciò che non è conforme al suo spirito, ossia a ciò di cui esso è la forma insufficientemente intuita, viene respinto quasi con forza d’inesorabilità e costretto a racchiudersi nel suo stampo e a difendersi sino a perire più o meno lentamente entro di esso.

Un dato tempo, dunque, ci può presentare un drammatico panorama di macerie di stampi e di forme la cui interna sostanza è ormai decomposta, ma anche di forme intatte, proprie a una sostanza che il tempo ha bensì condannato, ma che difende selvaggiamente se stessa con ogni mezzo per continuare ad essere indefinitamente ciò che è. E in quest’ultimo caso essa generalmente giunge a utilizzare energie creative pertinenti alla positività del nuovo tempo, guastandole col subordinarle alla propria cristallizzazione. Ciò spiega un ambiguo e sotterraneo rapporto che oggi lega il mondo cosiddetto rivoluzionario con quello conservatore.

Il dramma della nostra epoca è in definitiva questo. Le forme già superate, cadaveriche o spettrali, dotate ancora di un’automatica vitalità, sorrette ormai soltanto da potenti fattori quantitativi o economici e dal mondo delle passioni legate a simile dominio della quantità, hanno formato un’enorme barriera, un formidabile ammasso il cui disordine, pur pesando drammaticamente sull’anima dell’uomo, è camuffato dalla sua inesauribile possibilità di organizzarsi meccanicamente. Tecnicizzazione e meccanizzazione danno a questo immane corpo in decomposizione apparenze di vita: apparenze anche dinamiche e brillanti.

La scienza, cessando di essere ancella dello “spirituale e dell’eterno”, diviene fine a se stessa. Ma essere fine a se stessa per la scienza significa essere inconsapevolmente mediatrice della opposizione delle forme superate e della tradizione morta contro il vero “Spirito del tempo”. E sarà bene ricordare che per noi tale locuzione non ha il senso di consuetudine psicologica o di carattere dominante di una data epoca, ma quello di entità spiritualmente viva nella sfera sovrasensibile, quale forza ispiratrice non riducibile al livello dell’astrattismo razionalistico, ma intuibile mediante ascesi interiore: lo stesso senso, dunque, che esso presenta come uno degli aspetti del Divino, di Krishna, nella Bhagavad-Gîta (XI, 32) quale distruttore del mondo, “eretto nella Sua statura enorme per la distruzione dei popoli”.

Lo Spirito del tempo respinge verso la decomposizione tutto ciò che non ha l’intima forza di trasformarsi da sé, tutto ciò che manca della virtù di una perenne attualità: per tutto ciò, lo Spirito del tempo si presenta come un distruttore, ossia come il portatore della vera rivoluzione contro la falsa oscura e retorica rivoluzione degli uomini la quale in fondo, nella sua frenesia di sovvertire e distruggere solo il mondo esteriore, il mondo dei valori fisici eliminabili mediante colpi o scoppi, è una forma mentita di conservatorismo.

La positività del conservatorismo sotto travestimento sovversivo consiste nel finire col distruggere se stesso proprio per voler continuare ad essere secondo un impulso che è il contrario di ciò che è, in quanto tende ad affermare come valore un suo modo di essere che comporta la cristallizzazione e la morte di ogni valore.

La società e le sue forme, l’uomo e le sue manifestazioni, usando tutte le loro energie per conservare se stessi entro un processo finito, connesso alla sfera del sensibile, per mantenere se stessi in posizioni ritenute morali una volte per tutte, in sostanza alimentano il contenuto vero della tragedia del mondo. La bancarotta della filosofia contemporanea è il segno di una impotenza del pensiero ad uscire dalla serie dialettica per divenire forza cosciente: l’esistenzialismo, per esistere, deve alimentarsi della sua dialettica e comunque ricorrendo a una normatività speculativa, finisce con l’essere un’ipocrisia. Non si può parlare di un pensiero bolscevico, ma di un pensiero americano regredente col massimo della vigoria razionalistica verso un realismo primitivo, sì. Il mondo della cultura e della filosofia appare come un immenso grammofono con serie di dischi che si alternano con allineamenti diversi delle stesse parole: non una luce, non un’autentica forza spezza la serie. Il concetto dei sistemi autorappresentativi del dedeking può dare l’idea della reiterazione indefinita di un processo il cui valore è il continuo negativo del suo automatismo.

Creata da un modo di pensare unilaterale dell’uomo, la bomba atomica, anche se non usata per la guerra, torna contro l’uomo come forza che comunque tende a dissolverlo in quel mondo materiale in cui esso veramente oggi va esaurendo la sua umanità sino a perderla. E’ Rudolf Steiner che chiama sotto-natura il mondo della tecnica privo della sua controparte spirituale.

Continuando dunque a trovare rimedi, nuove formule e nuovi meccanismi, lungo la stessa dimensione unilaterale data dal pensiero legato esclusivamente alle impressioni sensibili (anche quando mobilita una dialettica spiritualistica) ignorando qualsiasi altra dimensione della vita interiore dell’uomo (che scientificamente si liquida con i suggestivi termini di “inconscio” e di “sub-conscio”), in sostanza si prepara l’avvento del sotto-uomo. E pare che se ne veda già qualche segno: anzi, più di un segno. E’ sufficiente guardarsi intorno, liberando lo sguardo dal velo dell’assuefazione.

L’esigenza stessa di un’attitudine spirituale da evocare come unico valore possibile all’uomo in quanto uomo, epperò concepibile come il senso finale stesso della sua vicenda, viene falsata o contraffatta sul piano d’azione delle forze prevaricatrici sotto forma di uno “spiritualismo” da adeguare ai tempi e alla mentalità dominante. La quale è endemicamente conservatrice, ossia profondamente malata dell’attaccamento a se stessa, alle posizioni da cui trae vita.

Ecco perché, anche in sede esoterica, ogni atteggiamento è una velleità dialettica subordinata allo stesso giuoco di forze miranti a utilizzare soprattutto l’esigenza di un’azione spirituale per affermare se stesse: per cui si può affermare che ogni “via spirituale”, ogni mistica ogni “iniziazione” che si presuma tale nel mondo contemporaneo, non sono che espressioni di uno stato di fatto anti-spirituale in cerca di un suo stato di diritto. All’uopo viene mobilitata quella cultura tradizionale, o gnostica, o ermetica, o induistica, che meglio si presti al mantenimento retorico ritualeggiante o magicizzante dell’elemento conservatore riottoso di contro a qualsiasi possibile, vera trasformazione o rinnovazione.

Ciò spiega come, di fronte alla Scienza dello Spirito fondata da Rudolf Steiner, le correnti della pseudo-iniziazione mostrino la stessa insufficienza metafisica che impedisce loro di prendere un vero e attivo contatto con la grande Tradizione, sia essa orientale, sia occidentale, e rivelino la stessa refrattarietà che caratterizza un mondo che deve essere trasformato di contro alla forza trasformatrice. E si può veramente parlare di una coalizione mondiale delle forze conservatrici attive nel dominio “psichico” o animico, incapaci di qualsiasi autentico slancio spirituale, affinché non nasca l’”anima cosciente”, l’unica forza che possa porre l’uomo dinanzi alla corrusca aridità del mondo meccanico, nella veste del dominatore, sotto il segno del Cielo.

Ogni organizzazione meccanica della vita, anche la più dotata di enfasi rivoluzionaria, tradisce uno spirito bassamente conservatore. Non vi è più pericoloso conservatore del sedicente rivoluzionario che ha potuto cristallizzare in una formula il suo non ben cosciente istinto rivoluzionario.

Chi si illude di poter rettificare o rinnovare i sistemi mediante una distruzione esteriore sta sullo stesso piano di chi, per via scientifica, giunge a scoprire nuove forme di energia intese a soddisfare i bisogni esteriori dell’uomo. Una medesima energia può essere sfruttata sia per compiere distruzioni nel mondo della esteriorità, sia per rendere tale mondo sempre più rispondente alle necessità materiali.

La bomba atomica è dunque l’espressione di uno spirito conservatore: è contro lo Spirito del tempo, ma in definitiva, agisce per esso: la sua negatività è affermativa unicamente per esso.

La bomba atomica è uno degli ultimi barlumi di potenza di un mondo d’impotenza: essa sta ad accusare, in esasperata istanza, l’estrema povertà spirituale del mondo della scienza e della tecnica. E’ il risultato della superficialità indefinitamente esplorata e del mondo ridotto a piattezza, ossia il risultato di un potere acquisito dall’uomo nella sfera dell’inorganico, oltre la quale esso, tuttavia, non è capace minimamente di penetrare nel mistero della vita, se non con immobili e inconcludenti astrazioni.

Il filo d’erba, per gli scopritori dell’energia atomica, rimane un mistero: mistero rimane la vita animale, la natura dell’uomo, l’anima dell’uomo, il destino dell’uomo. Mistero rimane lo stesso immediato strumento conoscitivo di cui lo scienziato non può fare a meno di servirsi: il pensiero. Lo usa ma non sa di usarlo, o per lo meno ignora da quale zona dell’anima gli derivi e come nasca e che cosa sia: lo rivolge al mondo della quantità e acquisisce per mezzo di esso incontestabili conoscenze riguardo a tale mondo: pur tuttavia continua a non saper nulla della forza qualitativa che entra in giuoco in questo processo.

Ma il genio tellurico ha risorse infinite: per mezzo della disintegrazione atomica, esso contro questo mistero si vendica strappando le basi e i supporti puramente fisici a quella vita organica in cui il mistero si presenta e manifesta senza svelarsi, a quella vita organica che per apparire nel mondo esistenziale, oltre che essere, ha bisogno di tali basi e di tali supporti. Non è difficile tuttavia avvedersi come, di conseguenza, questa ulteriore creazione di una civiltà automatizzata senza speranza (che possono infatti, per redimerla, la religiosità tradizionale o qualsiasi atteggiamento semplicemente mistico?), divenga in definitiva strumento dello Spirito del tempo nel suo aspetto distruttivo.

E’ la tragedia della forza pensante dell’uomo: nata nella interiorità sovrasensibile, essa va a servire in esasperata passività il mondo sensibile, non riconoscendo più, anzi rinnegando, la propria origine, riducendo sul piano delle morte rappresentazioni ogni aspetto dell’essere, ogni significato, ogni tipo di rivelazione.

Il fenomeno, riflesso sul piano sociale, acquisisce carattere di speciale tragicità per il fatto che esso dispone di una sua dialettica, di una sua giustificazione filosofica: nato dallo spirito, il pensiero extra-vertito va a servire l’”anti-spirito”. Pensatori di questo tipo abbondano in America: filosofi di questa “anti-sofia”, quali John Dewey e Arthur O. Lovejoy, giungono ad affermare di essere pervenuti al realismo fisico non partendo, ad esempio, dalle scienze naturali, ma dalla metafisica: il che è dire da una metafisica senza spirito, ossia da un vero e proprio fallimento metafisico.

Quando si parte da uno speculare di tipo idealistico, per giungere agli stessi atteggiamenti mentali di chi è unicamente pago della realtà sensibile, ignorando anche l’esistenza di quel minimo processo di pensiero che deve entrare in giuoco per permettere l’essere di tale opinione, occorre avere il coraggio di riconoscere che non c’è più nulla da sperare da un simile mondo. Per un analogo fenomeno di recessione dialettica, che per via di inconsapevolezza rinuncia al principio ideale e pone al suo posto unicamente la mediazione discorsiva, dalla filosofia di Hegel prende le mosse quella corrente a cui si è dato il nome di “sinistra hegeliana” e che si può considerare il risultato di un aver preso non lo spirito ma la lettera dell’opera del filosofo di Stoccarda, con il conseguente capovolgimento della sua concezione sovrasensibile del mondo.

Ecco dunque gli sbarramenti che trova dinanzi a sé lo Spirito del tempo: in rapporto ai quali Esso non può manifestare, per ora, che il suo aspetto distruttivo, inconsciamente richiesto dagli uomini, per ultimo sotto forma di bomba atomica. La quale, come ogni altra arma moderna, finché la scienza e la tecnica non divengano ancelle dello spirito, è destinata a distruggere se stessa.

Ma al punto in cui sembra che non vi sia più una via di uscita, al punto in cui sembra che nessuna soluzione sia più possibile, allora veramente l’uomo deve decidere, in consapevolezza e in libertà, del suo destino, perché soltanto allora egli può far scaturire dalla propria anima il massimo della sua volontà creatrice: il momento più tragico e più negativo può essere il più eroico e il più affermativo. Ma soltanto una Scienza dello Spirito può additare all’uomo la via per questa possibilità.

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“Architrave” –  anno I n° 1 – Febbraio 1948

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO di Massimo Scaligero

Massimo - Copia (2)

APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO

di Massimo Scaligero

(Architrave anno I n° 9  Ottobre 1948)

Il compito non consiste tanto nell’orientarsi secondo un nuovo ordine di pensieri, quanto in un agire psichicamente, ossia nel compiere un atto della coscienza mediante l’energia sottile di cui è sostanziato il pensiero: l’io deve poter giungere a sentire se stesso non come una entità che è in quanto si pronuncia nel pensiero riflesso, ma deve potersi sperimentare di qua dal pensiero riflesso, sentire se stesso prima del suo precipitarsi nel pensiero, aver coscienza di sé non soltanto in quanto si pensa, ma in quanto è, non condizionato dalla sua attività pensante.   Alla quale assiste come un testimone che non disturba.   Il suo precipitarsi in pensieri per sentirsi io, deve realizzarlo come una necessità che in ogni punto gli sottrae la sua vera essenza, traendolo in una coscienza virtuale.

E’ questa coscienza virtuale che poi per la sua presunzione di universalità, pur accogliendo il mondo in una forma che è soltanto il suo apparire, è portata ad affermare come assoluta e definitiva una unilateralità.

Le tradizioni inerenti all’ascesi spirituale oggi non si presentano più con la veste della ineffabilità: ciò non significa che il mistero sia accessibile ai più, ma soltanto che esso retrocede verso il suo senso più intimo, epperò il suo ultimo valore rimane adialettico.   Al ricercatore occorre una virtù nuova di esaurimento in sé persino della dialettica iniziatica.   Attraverso meditazione e concentrazione e, per alcuni individui, attraverso chiara auto-contemplazione, è raggiungibile uno stato speciale in cui l’io, essendosi sperimentato col dissociarsi dalla caotica attività del pensiero e avendo perciò stesso proiettato un ordine nel proprio mondo mentale, realizza la coscienza di essere in una prima forma di libertà, disancorato dal proprio divenire animico-fisico, pur permanendo con capacità di controllo e di autoconoscenza entro questo divenire.

L’insistenza nella disidentificazione dalla funzione cogitativa può condurre l’io al senso non semplicemente concettuale ma attuale dell’alterità della natura corporea e psichica, come di un mondo a cui esso può restituire la sua originaria armonia, proprio in quanto non sia immerso nella sua necessità, così da farla sua: la dualità ha tuttavia funzione strumentale epperò transitoria, il senso vero dell’esperienza essendo che l’io, svincolandosi dal piano della semicoscienza, si ricongiunga con quella sua originaria essenza all’altezza della quale può veramente compiere la sintesi, venendo a dissolversi nella autocoscienza ogni coscienza di separazione.   In questa ricongiunzione con la originaria essenza, l’io si identifica con quella causa sui che è altresì principio del mondo animico-corporeo che temporaneamente nella costruzione della propria autocoscienza gli appare come alterità.

Normalmente l’uomo nella propria natura corporea si trova immerso e concluso entro una serie di forme di “necessità” che giungono sempre ad assumere per la sua coscienza dialettica valori di idealità e di spiritualità, permanendo, comunque, in ogni piano, immutato il rapporto di passiva adesione dell’io a tale necessità.   Qualsiasi concezione detta metafisica dall’uomo non può che essere pseudo-metafisica se viene escogitata, nonostante ogni assunzione ideale semplicemente discorsiva, entro i limiti delle determinatezze proprie alla immedesimazione nel mondo vitale-corporeo: limiti entro i quali non è realmente possibile concepire nulla che sia fuori o al di sopra di essi, se non nella forma della indefinita discorsività.

Lo scioglimento della coscienza dell’io dalle determinatezze della natura corporea attive nella psiche – senza che per questo si perda il contatto con la coscienza corporea, il quale anzi verrà energizzato dalla trasmissione di un ordine originario che andrà a ristabilirsi con i caratteri dell’assoluta spontaneità – può avviare l’anima cosciente, per via di graduali interiorizzazioni delle sue funzioni, al contatto e all’unione con la propria essenza, per così dire, trascendente.   Nel punto in cui questa essenza trascendente viene riconosciuta dall’anima umana come la propria origine, sì che per essa sparirvi significa in sostanza ritrovare se stessa, essendo essa risalita dal pensiero riflesso al pensiero cosciente, dal pensiero cosciente alla coscienza del pensiero e per ultimo essendosi mantenuta intrepidamente in quell’inconcepibile stato di vuoto, all’altezza del quale o si precipita nell’abisso della consueta semicoscienza o ci si libra tranquilli nell’aria di luce: in quel punto l’uomo può veramente dire di se stesso IO, o meglio, tenendo conto del senso che sino ad allora aveva presentato l’io: “Non io, ma l’Essere solare in me”.

In quel punto e in quell’attimo che redime il suo valore temporale, in quanto realizza uno stato che non ha un “prima” né un “dopo”, l’uomo sa finalmente chi è, in quanto egli stesso diviene colui che era oggetto della sua ricerca.   E due possibilità ormai gli si offrono, inerenti al grado del risveglio cosciente che egli ha saputo trasfondere alla sua individualità inferiore, la quale può aver partecipato sotto forma di conoscenza illuminatrice alla nascita dell’Io nell’anima, senza per questo venir risoluta nella organica profondità delle determinazioni sensitivo-istintive: permanere nello stato di fissa folgorazione dell’Io, in quanto le stesse categorie della natura corporea sono state arse e purificate (ma ciò stesso implica l’assunzione in una a-dimensione che lo fa sparire all’umano o lo può ricondurre all’umano per una missione che è mistero); oppure ritornare, nella misura in cui ciò viene reso necessario dal grado di risveglio; ritornare entro i limiti della individualità per ritentare indefinitamente la prova, ormai possedendo una direzione che è il ricordo di continuo evocabile della esperienza avuta.   (diciamo “evocabile” perché non può essere richiamato nell’anima come un qualsiasi ricordo, senza che perda di intensità e di significato, rendendosi necessario ristabilire ogni volta le condizioni animiche richieste, almeno fino a che queste non siano talmente possedute da divenire normali).

Per comprendere il senso sottile della ricerca dell’io giova rendersi conto in quale momento la meditazione, la concentrazione, o l’autocontemplazione, che fin lì erano state un appoggio necessario, debbano venir lasciate in quanto esse stesse, rappresentando una forma individuata di pensiero legata alla coscienza da trasformare, a un tratto si presentino come qualcosa che va trasceso mediante la stessa attività animica messa in atto, sempre più sottilizzata: la meditazione lascia il posto a una direzione interiore, a-concettuale, verso l’origine trascendente – l’Io – mentre la concentrazione si risolve e si illimpidisce in un’attitudine a fissare in ogni passaggio, di là da ogni possibile decentrazione, lo stato di coscienza raggiunto.   L’autocontemplazione continua, sino a perdere la sua funzionalità nell’affiorare dell’essenza segreta dell’ascesi che è la forza stessa di  Colui che inizialmente si contempla: contemplatore, contemplato e contemplazione divengono uno, per via di trasparente attualità.

In questa fase, dunque, l’uomo acquisisce per propria virtù una rivelazione che opera nella totalità dei suoi complessi psichici come un dissolvente di quanto è cristallizzato: è una forza che penetra in ciò che è denso per scioglierlo e illimpidirlo, in una semplicità assoluta che è diafaneità innanzi alla luce di Colui che è: egli sa, sia pure essendo tornato ad appoggiarsi ai modi semplicemente umani di essere, egli sa che quell’essere sopraindividuale nel quale, per via di segreta ascesi ha riconosciuto la vera essenza di sé (in una “durata” che fuori delle condizioni umane è eternità, ma che per la misura terrestre del tempo può essere soltanto un attimo) era sì, l’oggetto della sua lunga e ritmica ricerca, attraverso Scienza dello Spirito, o il shastra, o la Tradizione rispondente alla sua individualità storica, ma che tale Essere, in verità, era il soggetto che guidava la ricerca.   Tale acquisizione ha un valore decisivo per un orientamento ancora più conforme al senso assoluto della ricerca, offrendo al ricercatore un’ulteriore chiave per il compimento dell’opera.   Il valore di ogni mezzo dialettico, di ogni meditare, di ogni agire psichicamente, sarà riconosciuto come subordinato non tanto a colui che ricerca, quanto a colui che segretamente dirige il ricercatore, il quale perciò quanto più in un modo di ricercare recante l’impronta umana potenzia la sua empirica individualizzazione, tanto più (nonostante che parli di Iniziazione e si dia un atteggiamento per così dire esoterico, che sarà sempre una forma retorica) si allontanerà dalla identificazione con il Sé che pretende ritrovare, contrapponendo ad esso la sua soggettività e confermando la dualità in una nuova forma.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

CONOSCENZA E MORALITA'

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Nell’uomo, in ogni uomo, è insito l’impulso umano alla conoscenza, come viene chiamato, già nel titolo, nel secondo capitolo della Filosofia della Libertà. Sì, ma conoscenza di che cosa? Conoscenza della realtà: della realtà “così com’è”, yathâbhûtam, come affermano, per esempio, i buddhisti di tutte le Scuole, ma anche tutta intera la tradizione iniziatica d’Oriente e d’Occidente.

Ma già qui sorge una grandissima difficoltà, e viene da chiedersi: l’uomo conosce, o è capace di conoscere, la realtà  “così com’è”,  yathâbhûtam,  ossia oggettivamente, senza distorcerla, senza trasformarla tutta intera in un sogno soggettivo, o addirittura in una illusione, nella Grande Illusione, la Mahâ Mâyâ delle metafisiche e delle “Vie di liberazione” di tutta l’India, in definitiva in una immane una menzogna?

La risposta, ben amara per molti, non potrebbe non essere altro che molto poco confortante. Perché se è certo che l’uomo, ogni uomo, è capace di conoscere, giacché l’impulso alla conoscenza è insito in ogni uomo, è altrettanto certo che, generalmente, l’essere umano sfugge una tale conoscenza. Sfugge la conoscenza del mondo e di se stesso. Anzi prima, e più di tutto, egli sfugge – si dovrebbe dire ch’egli,  addirittura a gambe levate, fugge – di fronte alla conoscenza di se stesso. L’essere umano non ama la conoscenza di se stesso, la evita in tutte le maniere possibili, e su se stesso si fa, e ama farsi, le illusioni peggiori.

E questo spiega il monito del Dio di Delphi:  γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón, ossia “conosci te stesso”, e aggiunge: “e conoscerai l’Universo e gli Dèi!”.  Infatti, è detto:

τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι,

to gnônai heautòn oudèn àllo estìn e tou sýmpantos kòsmou phýsin gnônai, 

«conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».

Ma raramente e difficilmente l’uomo si lascia sedurre da un così savio e benefico consiglio del Dio luminoso. Spesso, troppo spesso, l’essere umano, per turpe viltà, piuttosto che la Conoscenza, brama e preferisce l’oscurità dell’ignoranza e l’inerzia più pigra e ottusa.

Per sfuggire ad una salutifera conoscenza di sé – e di conseguenza delle cose, della vita e dei suoi reali valori, del mondo – l’essere umano fa accompagnare l’ignoranza, la brama, e la torpida inerzia, ossia gli âsava,  i tre veleni intossicanti dei quali parla il Buddha Śâkyamuni, dalle loro solerti figlie e ancelle: la paura e l’avversione. Paura e avversione nascono dall’ignoranza, dalla avidyâ, e portano a temere non solo l’ignoto, bensì qualsiasi cambiamento che scuota dalla turpe inerzia, e ad avversare violentemente tutto ciò che possa ostacolare l’appagamento della brama, della inestinguibile “sete”, come la chiamano i buddhisti, o addirittura rischi di portare alla sua “estinzione”, al  nirvâṇa, e spinga quindi all’azione liberatrice, dissolvendo la paralizzante inerzia.  

A questa Conoscenza liberatrice, che è la folgore del Pensiero Vivente, l’uomo resiste, avvinghiandovisi come nello spasmo di un tetanico crampo,  con ogni pensiero possibile, con tutti i suoi stati d’animo, con ogni suo istinto più virulento. In queste condizioni davvero disperanti, l’impresa di realizzare una tale Conoscenza è davvero una impresa “eroica”, perché tale impresa deve con energia titanica, “prometeica”, disciogliere il crampo tetanico, che tiene dolorosamente avvinti alla inconsistente, ma insinuante e travolgente sfera delle soggettive illusioni, precipitando così, ottusi e ipnotizzati, nello spalancato abisso della Mâyâ.  

Uno dei più frequenti narcotici cui si dànno molti di coloro che, pur sentendo l’attrazione dello spirituale, voglio sottrarsi alla Conoscenza dello Spirituale stesso, presentendo che una tale Conoscenza sia dissolvitrice della ignorante, ignave, ottusa condizione, è il mito, l’idolatrico feticcio, del moralismo. Si pensa, e ci si vuole convincere, che sia sufficiente essere delle “brave persone”, “comportarsi bene”, per realizzare lo Spirito. Naturalmente senza il faticoso incomodo di doverlo conoscere. Ovvero, si può rimanere in uno stato di coscienza trasognato o dormiente, e tuttavia mettere in atto, in maniera meccanica o vegetativa, comportamenti “morali”. E questo, per usare il linguaggio di matematici e geometri, a loro dire, sarebbe “condizione necessaria e sufficiente” per la realizzazione dello Spirito. Cioè, oltre al comportarsi bene, magari sforzandosi pure di comportarsi sempre meglio, non vi sarebbe altro da fare. O poco altro, perché troppa Conoscenza – a loro dire – può far male, anzi malissimo. Quanto alla Concentrazione, questa, poi, fatta troppo, farebbe malissimo. Sempre a loro dire.

A volte questo atteggiamento di ottusa e passiva resistenza, può accompagnarsi ad un’ aperta e virulenta azione di contrapposizione rabbiosa e di contrasto più o meno bellicoso nei confronti della Via del Pensiero, della intensa pratica della Concentrazione, dalle quali soltanto, oggi, può scaturire autentica Conoscenza liberatrice. E i metodi adoprati contro gli ostinati, pertinaci seguaci della Via del pensiero – a onta della “virtuosa moralità” proclamata ed esaltata addirittura con idolatrico culto – possono essere davvero sudicetti assai.

Il moralismo non è la moralità: né è, anzi, la caricaturale contraffazione. Moralità autentica può scaturire solo dalla Conoscenza, e non dal conformarsi a comportamenti “virtuosi”. Verace moralità scaturisce unicamente dalla Conoscenza, perché essa è atto attivo dell’Io, e non può scaturire dalle passive movenze dell’anima stordita, poco consapevole, o sognante. Moralità è espressione dell’autocoscienza dell’Io, ossia atto producente dell’Io spiritualmente sveglio nell’anima cosciente, mentre il moralismo “virtuoso” è un fatto prodotto che si verifica nell’anima, ma non un atto coscientemente, attivamente, volitivamente operato dall’ anima. Quando poi non è soltanto ipocrita e interessata recitazione – a profitto degli illusi – da parte di sepolcri imbiancati.

Nella Filosofia della Libertà vien detto che non può essere libera un’azione se colui che la compie non sa perché la compie. Il bello – o, se si vuole, il brutto – è che, il più delle volte, quello che dovrebbe essere il soggetto cosciente dell’azione, non solo non conosce il perché la compie, o le forze che lo spingono all’azione stessa, ma neppure sa che la compie. È proprio il caso di dire che gli umani vivono alquanto distratti e che nesciunt quod faciunt!

E se ascoltiamo la parola del principe Siddhârtha Gautama,  il Buddha Śâkyamuni  nel Dhammapada, l’Orma della Disciplina, come limpidamente traduce Eugenio Frola, ove nell’Appamâda-vagga, vien detto :

La vigilanza è la via per non morire, la distrazione strada alla morte.

I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […]

Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo

Il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno. […],

Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti,

come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato,

forse dovremmo prendere molto sul serio, ancor dopo 2600 anni, le parole ammonitrici dell’Asceta degli Śâkya. Anzi, forse, lo si dovrebbe fare oggi più che allora.

Nella condizione estracorporea, sperimentabile nella Concentrazione portata sino all’assolutezza, si attua quel morire prima di morire, senza morire, che è al contempo una condizione di immortalità e di innatalità. Perché, da una parte, nel fuoco dell’attenzione volitiva – in quello che Massimo Scaligero chiama calor cogitationis – “ardono” e si consumano tutte le tare, le storture, le deformazioni che l’anima ha accumulato in quello che a lei pareva un vivere, ed invece è l’inesausta consunzione di un logorante morire. Questo volitivo “ardere” attua attivamente e volitivamente quel devastante processo che, normalmente, l’essere umano sperimenta, passivamente, solo dopo la morte. In questo volitivo e cosciente “ardere”, attuantesi nella Concentrazione,  il morire del mero vivere biologico si trasforma nel rivivere di un elemento di luminosa immortalità. Per altro verso, nella Concentrazione portata a radicalità, si ritrova quella condizione pura dell’anima, anteriore alla nascita che, appunto, è tale prima che le esperienze della vita abbiano impresso su di lei traumi, ferite e cicatrici, ossia quella condizione che, in Estremo Oriente, gli audaci e luminosi asceti del Ch’an o dello Zen chiamavano: “il tuo volto prima di nascere”.

In tale esperienza di innatalità ed immortalità, conseguente alla Concentrazione profonda, l’asceta si apre alla forza-folgore del pensiero vivente, nella quale pensare, sentire e volere sono, come mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, un’unica forza, un’unica fulgurea corrente di vita. Il bene è questa forza una, integra come corrente di forza e di vita, veste di Luce e di Calore del Logos. Il male è la frantumazione di questa forza di Luce-Vita in un pensare riflesso, che è smorzata ed evanescente luce senza vita, e in una volontà, che è oscura vita bramosa senza luce, e in mezzo un sentire continuamente dilaniato nell’oscillazione tra l’anemico e disanimato pensare  e l’insorgere ingovernabile del volere istintivo. Il bene è che l’uomo si innalzi al livello di coscienza dell’Io, ritrovi la forza una del pensiero vivente, il male è che l’essere umano tramortito sia alla mercé nell’anima del fatuo accendersi del pensiero riflesso, del divampare incontrastato delle pulsioni della volontà istintiva, della consunzione del sentire emotivo.

Perduta l’esperienza vivente del pensiero-folgore, l’essere umano perse la comunione con lo Spirituale, e perse altresì la capacità di essere spontaneamente in armonia col sopramondo, con l’ordine cosmico o, come direbbero i Cinesi, col Tao. Perduta tale comunione spontanea con lo Spirituale, e le Gerarchie, l’essere umano è stato travolto  dalle caotizzate forze dell’anima caduta. Semplicemente per arginare la travolgenza di tale chaos istintivo, l’essere umano – incapace di ritrovare la comunione spontanea con l’essere uno del pensiero-folgore – ha cercato un “surrogato” in una serie di comportamenti “virtuosi”, in conformità rituali, che sono un ben misero surrogato dello stato primordiale smarrito, ed anche, col volger delle età, un sempre meno efficace rimedio. Sino ad esser giunti oggi  al “virtuismo” o al “moralismo”, ossia ad una vera e propria caricatura di quel che, ancor secoli fa, con qualche dignità poteva essere forza minimamente ordinatrice.

Che l’essere umano di questa meravigliosa e sciagurata epoca non debba farsi molte illusioni circa la facile “virtù”, la quale sarebbe, more geometrico, condizione assolutamente necessaria quanto sufficiente per una realizzazione iniziatica, è mostrato ad abundantiam dalle parole di Massimo Scaligero alle pp. 179-180 dell’Avvento dell’uomo interiore, nell’edizione di Sansoni, Firenze, 1959, che mi è particolarmente cara, dove parlando dello svincolamento interiore, conseguente all’ascesi della Via del Pensiero, dice:

«E’ un guardare che può essere meritato e che, a un dato momento, diviene condizione di una precisa visione trasfigurane, in quanto si sia abbastanza svincolati dalla propria natura da poterne vedere il guasto radicale […]

Occorre aver conseguito la «stabilità» insieme con la indipendenza dalle consuete «velleità», per poter contemplare in se stessi, senza venirne sconvolti, le profondità della «natura malvagia»: la tortuosità, l’odio, l’amore di sé, la paura, l’invidia, dominanti dal profondo di una loro «sede», che al suo rivelarsi, mostra il carattere della irresistibilità, quasi di un’assolutezza contro cui sembra impossibile reagire. Eppure  il «guardare» è già il principio del superamento. E’ un guardare che si forma con l’esercizio dell’«osservazione pura», con la capacità di guardare i pensieri: è un guardare che libera, perché fa riconoscere ciò che non si è.

L’uomo ordinario non avrebbe forze sufficienti per sopportare un simile scenario e ciò gli evita di vederlo: egli deve potersi illudere circa virtù e principî morali che gli diano una qualche sicurezza e il senso della buona coscienza per muoversi agevolmente in quella esistenza che egli assume come realtà. L’educazione metafisica ha il compito di formare l’uomo sino a fornirgli l’interna saldezza perché, a un dato momento, posa sostenere la visione di questa realtà, mai sospettata. Contemplare tale scenario libera e rapporta al centro le facoltà in colui che contempla: la coscienza ora si estende per l’Io a una realtà con la quale era confusa e si riduceva quasi sempre anch’essa a «fenomeno».

Queste parole di Massimo Scaligero mostrano, con una chiarezza che non ha pari, che la possibilità di una autentica «moralità» dipende dalla liberazione del pensiero conseguibile attraverso la intensa e fervida pratica della Concentrazione, e che forze morali scaturiscono dalla Conoscenza, ossia dall’esperienza del Pensiero Vivente, e non viceversa. A queste considerazioni vogliamo accostare quanto Massimo Scaligero dice nell’articolo, che è stato pubblicato recentemente su questo blog, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità (https://www.ecoantroposophia.it/2015/06/scienza-spirito/hugo-de-pagani/lascesi-del-risveglio-e-lottuplice-sentiero-del-buddha-shakyamuni/), ove dice:

«A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso».

L’esperienza del Pensiero Vivente, dal quale scaturiscono retto pensiero, retto giudizio, e retta visione, attraverso il superamento dello stato di cadavericità del pensiero riflesso, costituzionale per l’uomo moderno, è il presupposto del sorgere di una moralità vivente. Si è morali perché si è liberi, e non viceversa, perché – come è scritto nella Filosofia della Libertà – «la libertà è la maniera umana di essere morali». E la prima libertà che l’uomo può conquistare è la liberazione del pensiero dal cervello, dal sistema nervoso, dall’abietto servaggio alla vita somatica, che è un vivere per la consunzione e per la morte. Altrimenti parole come «virtù», «moralità», sono soltanto flatus vocis, mere parole, dialettica, retorica, recitazione ed autoinganno. Infatti, sempre nel medesimo articolo, Massimo Scaligero scrive:

«Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. […] L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione».

Tornando a quanto Massimo Scaligero scrive a p. 180 dell’Avvento dell’Uomo Interiore, troviamo:

«La visione, in quanto sia possibile, è liberatrice ed è previsto che si abbia, se le condizioni a ciò necessarie siano acquisite: è l’inizio di un «essere liberi dal male» nel suo germe, ed in tal senso le sue conseguenze positive sono valide, oltre il limite individuale, per l’umanità. L’impressione della radicale malvagità e del selvaggio attaccamento a se stessi desta, insieme con la conoscenza di sé, l’umiltà – in quanto si sa di essere ancora legati a ciò che si guarda – e la compassione per gli altri esseri che ignorano la loro miseria: umiltà e compassione vere, non quelle che si cercano per sentirsi migliori. In effetto, non possono darsi vera compassione, vera tolleranza per l’altrui errore, vera comprensione per l’isolamento degli esseri, prima della esperienza di questa condizione radicale della natura umana.

Chi abbia una simile esperienza, contempla una realtà inconoscibile a chi sia legato ad essa in modo da non potersene separare, essendogli essa interno motivo di vita, supporto inalienabile: condizione dell’uomo ordinario, ma anche del ricercatore dello spirito sino alla soglia della visione penetrante a cui si è accennato. Presso la quale viene insegnato che vigila un essere detto Guardiano della Soglia».

Si dirà che queste parole di Massimo Scaligero sono troppo dure, sconsolanti, e che l’austerità dell’impegno ascetico che richiedono non sono sopportabili per molti cercatori dello Spirito. Personalmente ritengo che la più desolante e disperante realtà sia ben migliore della più rosea illusione.  Per cui conviene – come ammoniva quel paganaccio impenitente, dal grandissimo cuore, che era Arturo Reghini – di mettere al bando, senza veruna misericordia, ogni illusione, e di guardare romanamente in faccia la realtà. Questa potrà non piacere ma, appunto, è reale, con essa dobbiamo fare rigorosamente i conti, e solo da essa possiamo partire per giungere a quella che il Buddha chiama l’Eccelsa Mèta.

Coloro che, rinunciando all’impresa interiore, scelgono di sostituire all’austerità della Via dello Spirito, alla Via eroica, una illudente “via dell’anima”, ossia la comodità della via egoica, oggi hanno a disposizione, per stordirsi rispetto all’angoscia interiore, e beatamente sognare, i narcotici e gli stupefacenti del misticismo, del sentimentalismo, dell’intellettualismo culturale ed estetizzante, del moralismo, del “virtuismo”, che in taluni ambienti è diventato un vero e proprio mito idolatrico, dell’attivismo, dell’obbligatorietà dell’impegno “sociale”.  

Quanto sia possibile manipolare ed illudere le “anime belle”, può essere illustrato da un episodio, che è un esempio tipico di una “intelligente” operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”, mediante il quale le persone vengono sedotte ad una “via sostituita”, come la chiamava un tempo un esoterista francese. Tale voie subtituée non è altro che un deviare i ricercatori sinceri, ma troppo ingenui, su un “binario di scambio”, e poi su un “binario morto”. Indi poscia, al treno viene pure staccata la locomotiva, in attesa che poi dalle alture circostanti – come direbbe il mio ottimo e sapiente amico C. – scendano gli Apache Chiricahua a fare scempio dei malcapitati e lauto bottino. L’intelligente autore di cotale “nobile” (si fa per dire…) impresa – perfettamente riuscita – anni fa, affermò ai suoi fidenti ascoltatori che, in questa epoca, non è più tempo di giungere all’esperienza della Soglia individualmente. Ciò, a suo dire, non sarebbe più necessario, e sarebbe anzi eccessivamente pericoloso. Alla Soglia, e al suo superamento si può giungere comunitariamente, ovvero “tutti insieme appassionatamente”, come nel bellissimo film di Robert Wise, con Julie Andrews e Christopher Plummer. In luogo del troppo austero e silente Rito della meditazione in comune, indicato da Massimo Scaligero, vennero proposte al fidente gruppetto, trasformato in un “Club di Lettura e Conversazione”, delle più interessanti “sedute di autocoscienza”, in stile anni sessanta.

Quanto, in luogo dell’audace ricerca della Via assoluta, certi “surrogati” siano ben miseri, e certi “rimedi” proposti siano dei narcotici illudenti e dei placebo sempre meno efficaci, lo affermò già 2600 anni fa Laotzu, con parole che più eloquenti e chiare non si potrebbe, per es, nel XXXVIII capitolo del Taotehking, ove dice:

« XXXVIII – SULLA VIRTU’

La virtù somma non si fa virtù per questo ha virtù, la virtù inferiore non manca di farsi virtù per questo non ha virtù. La virtù somma non agisce, ma non ha necessità di agire; la virtù inferiore agisce, ma ha necessità di agire. La somma carità agisce, ma non ha necessità di agire; la somma giustizia agisce, ma ha necessità di agire; il sommo rito agisce, e se non viene corrisposto si denuda le braccia e trascina a forza. Fu così che, perduto il Tao, venne poi la virtù; perduta la virtù, venne poi la carità; perduta la carità, venne poi la giustizia; perduta la giustizia, venne poi il rito: il rito è labilità della lealtà e della sincerità e foriero di disordine».

Oggi, pur di non affrontare l’impresa spirituale, si giunge in maniera insana e improvvida ad attuare, con una alchìmia inversa e perversa, a trasmutare, anzi a degradare, l’oro della Sapienza in volgarissimo piombo, quando non in strame. E invece di cogliere l’invito, del sapientissimo Maestro del Celeste Impero, Laotzu, di esser «dritti nel curvo, interi nel frammento», si fa di tutto per esser curvi nel dritto e di mandare in frantumi l’intero, ciò che, nella essenza spirituale, è uno.

Ma per chi cerchi di conoscere la realtà – yathâbhûtam, ossia “così com’è” – e non i sogni, che prima o poi da rosei e consolanti si trasformano in incubi opprimenti e disperanti – l’unica Via, la Via vera, la Via per “conoscere se stessi, gli Dèi, l’Universo e la Natura”, è la Via del Pensiero, la Via della Concentrazione. Da essa scaturisce la Conoscenza folgorante delle “cose che sono e non appaiono”, la Conoscenza liberatrice e risvegliatrice dal millenario sonno, dall’abietto servaggio dell’anima alla tombale prigione corporea.

È verissimo che la Via dell’Ascesi pensante è dura, che la Concentrazione è una pratica decisamente non grata alla natura caduta dell’uomo, che ad essa si ribella e si sottrae in ogni modo possibile, ma è altresì vero che tale Via «eroica» è l’unica terapia, l’unica Via di salvezza per l’uomo, che rischia la degradazione nel subumano e lo sfracellarsi nell’abisso. Surrogati e rimedi palliativi sono come dare su una nave che, sull’oceano in tempesta, sta affondando, ansiolitici, sedativi e sonniferi a chi rischia di affogare tra le onde, e sia nell’angoscia per tema di dover affrontare vigorosamente le onde.

Nella prima edizione, ormai introvabile, dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero pose, nella seconda di copertina, queste parole, che sono una mirabile sintesi dell’intera Via del pensiero. Queste parole del Maestro, purtroppo, non vennero riprodotte nella riedizione, apparsa negli anni settanta dello scorso secolo, come L’Uomo Interiore ad opera delle Edizioni Mediterranee. Le trascrivo per offrirle alla diligente meditazione degli amici innamorati della Via Vera, e della Concentrazione:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza , diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN, , ,

UNA INCURSIONE NELLA MAGIA


Accidenti se fa caldo! In realtà un pensiero molesto zampetta ai bordi della coscienza: “ma non t’accontenti mai…sei delicato come il culetto di un bebè…ti squagli come un gelato…”.

Poi, vicino al Tribunale dove trovo sempre un parcheggio salato, mi si avvicina un africano, uno di quelli che cercano di rifilarti opuscoli sulla negritudine per qualche spicciolo, ma senza prepotenza, direi con garbo. Era la “sua” zona di lavoro da parecchie ore, sotto un sole che cuoceva uova e cervelli. Io cammino veloce. Ma ora rallento, forse perché in questo momento siamo compagni di cottura, e mentre cerco nelle tasche qualche cosa che somigli ad un euro, lo guardo con attenzione. E’ più cotto di me. Già magro, sputa acqua da ogni poro.

Addolcisco il grugno e gli chiedo: “ Tu arrivi dall’Africa, no? Come mai patisci tanto il caldo? E’ contento che qualcuno scambi con lui due parole, sorride e potrebbe fare il testimonial di qualsiasi dentifricio.

Mi risponde, un po’ in italiano e un po’ in dialetto e se la cava bene.

“Da noi non fa questo caldo e poi, di sera, xe fresco.”

Ricordo allora quello che è un assioma per un fine intellettuale italiano che conosco: “Gli africani venuti in Italia hanno portato da noi anche il loro clima”. Ma si sbaglia per difetto: forse hanno aggiunto il loro caldo al nostro, così contribuendo ad alleggerire – nella quantità – il peso delle pensioni. Davvero benemeriti.

Sia come sia, la temperatura nel mio studio bollirebbe tutte le aragoste del Maine, perciò vado giù leggero e, sperando che ai lettori di Eco piacciano le storie, ne racconto una.

*

Tanto tempo fa c’era un ragazzo, non ancora maggiorenne, che trafficava con ogni sorta di sapienza più o meno occulta. Essendo molto giovane fu facilmente sedotto dalla magia (quella più o meno tradizionale) che prometteva poteri e conoscenze straordinarie. Leggeva avidamente il poco che (si) trovava. Poi un giorno, già tormentato dal dilemma – che serpeggia in ogni occultista – tra il sapere e il fare, decise di passare alla pratica.

Laboriosamente mise insieme gli strumenti dell’opera. In realtà poca roba, ma che pareva tanta per uno sbarbatello squattrinato: un tripode con superficie concava per bruciare i profumi e qualche metro di lino bianco.

Per la purificazione della stanza usò fiori di zolfo, inizialmente eccedendo al punto che la colonna di fumo riempì sovente così tanto la stanza da dover aprire porta e finestra per non rimanere purificato forse, ma soffocato certo: ecco i primi pericoli della magia fai-da-te!

Poi i profumi: un mix di incenso, foglie di eucalipto e benzoino (quest’ultimo comperato sotto gli occhi severi del farmacista e lui annichilito dalla domanda “a cosa ti serve?”).

Invece il lino servì a tre cose. La prima fu una rozza tunica, stile KKK senza cappuccio, cucita da una santa donna (“ma a cosa ti serve?”), poi una striscia a cingere reni e pancia come simbolo di castità e purezza, infine quel che rimaneva per avvolgere rispettosamente la bacchetta. La bacchetta non sarebbe servita al rituale. Biforcuta, poteva venir utile solo in casi estremi come arma dissuasiva contro entità moleste. Non fu necessaria in questo caso, ma in un episodio di un’altra storia, funzionò davvero.

La parte importante del rituale fu la preparazione che sarebbe durata 40 giorni. Nella magia le analogie simboliche sono importanti. Per quarant’anni il Popolo Eletto dovette vagare nel deserto e persino Gesù si ritirò nel deserto per quaranta giorni. Il numero 40 è simbolo di espiazione, purificazione, preparazione.

Al sorgere del sole e al tramonto, il nostro aspirante mago – in successione – puliva o rovinava,  a seconda del punto di vista, il pavimento di marmo con acqua marina, accendeva i mistici aromi e, con il pollice della mano destra tracciava nei punti cardinali, in immagini dorate, i glifi della lingua angelica. Poi recitava a bassa voce una lunga invocazione al Sole e un preciso salmo davidico.

Vi sembra poco o facile? Magari per qualche giorno sì ma questo ripetuto lavoro, cammin facendo, si inspessì e gravò sull’anima e nel corpo.

Verso il mondo esterno la segretezza non si incrinò, ma alcuni rapporti col mondo vennero temporaneamente sacrificati. Il maghetto troncò, senza bugie ma pure senza la possibilità di una spiegazione sensata, l’interessante liaison che stava sbocciando tra lui e una bella ragazza, ahimè ben disponibile a focose iniziative. A ruota dovette abbandonare anche le dure sessioni della lotta greco-romana perché non gli fu possibile accollarsi, praticamente alle medesime ore, due fatiche impegnative così diverse. Inoltre cercava di mangiare in solitudine, onde evitare la condivisione coi famigliari, per i possibili rischi di contagiarli con le forze occulte suscitate (?) durante le operazioni magiche.

Se con la cabina telefonica del dottor Who torno a quei tempi, direi che il giovane amico operò (tutto sommato) correttamente, ed i sacrifici – vi ricordo che parliamo di un diciassettenne – furono in pratica pesanti ma necessari.

Mentre nel nostro mondo la preparazione al rito si faceva quasi innaturalmente gravosa, nei mondi dell’invisibile dovette suscitare un gran baccano: almeno in basso, tra baronti, larve e sedicenti spiriti-guida creava preoccupazioni e malcontento.

Prova ne sia che si presentarono alla sua porta, in giorni diversi, due persone, del tutto sconosciute, teleguidate dai propri spiriti per dissuaderlo a continuare. E non erano matti casuali. Sapevano tutto (non nei particolari) quello che l’amico stava facendo. Lo supplicarono di fermarsi – (Nota mia: mai fermarsi durante un rito!) – vaticinando lutti e rovina, lo accusarono di praticare la più empia delle magie…finché (vedo la scena dalle finestrelle polverose del Tardis), il nostro apprendista, persa la pazienza, minacciò, con un tagliacarte molto appuntito, di infilzare lo spirito-guida del secondo missionario. Funzionò: il tipo guadagnò svelto la porta, ululando che il gesto era la comprova di un’anima tenebrosa, volta al male. (Nota mia: in effetti le punte ferrose fanno paura e feriscono i cosiddetti “spiriti” dell’inframondo).

Che io sappia, come lontano testimone degli avventati avvenimenti in questione, il nostro apprendista non cercava poteri mondani ma alate intuizioni di alti spiriti. Mi pare che l’aspirazione di dialogare con gli Dei fosse molto ingenua, esagerata ma onesta.

Come tutte le cose del mondo anche il tempo passò trascinando via i 40 giorni. Per quanto mi è stato concesso di sapere l’ultima settimana fu soggetta ad una tentazione continua: “Questa preparazione è un incubo”, “Puoi smettere quando vuoi” o semplicemente: “Oggi smetti, falla finita”.

Se c’è del vero nel detto: “Dio tace, è il diavolo che parla”, la condizione dell’anima del nostro apprendista rispondeva appieno a questa perla di saggezza.

Poi, analogo ai sette giorni della Creazione, ci fu il rito vero e proprio. Mi dispiace ma in ciò la riservatezza non guasta. Accenno alla poca diversità dalla lunga preparazione, sostanzialmente implementata da una invocazione precisa indirizzata al Dio Alato che è Messaggero tra gli Dei e l’uomo.

(Nota mia: ho sempre detto che in queste operazioni si è come ciechi. Sai poco o nulla delle forze che ti ruotano intorno o che smuovi dentro i tuoi occulti veicoli: per queste cose occorre determinazione, rigore nell’azione ma soprattutto una ineffabile dose di incoscienza. Fai cose che non conosci, cerchi di attirare forze che non conosci…insomma salti ma non sai dove vai a finire. Perciò cerco di dissuadere quelli che vorrebbero tentare: credo che difetti l’incoscienza e la grinta. Per la salute dell’anima nessuno dovrebbe giocare con simboli e invocazioni: funzionano anche oggi e nell’invisibile c’è sempre qualcosa o qualcuno che risponde. Attenzione: per l’amico Meyrink anche la preghiera non è esente dal rischio di venire ascoltata dagli Abissi e non da Dio).

L’amico mi riferì che, tolte alcune incerte, fantasmatiche apparizioni tra veglia e sonno, nei primi sei giorni non accadde nulla. Fu nella notte del settimo giorno che avvenne una intensa successione di esperienze. Leggiamo alcune righe dal suo diario magico: “Mi svegliai in piena notte a causa di un suono. Era come se una indefinibile quantità di palline d’argento (suono argentino) fluisse, cozzando le une con le altre, lungo l’interno della mia schiena (…). Mi trovai (fuori dal mio corpo) in uno spazio stranissimo: era come un cielo infinito azzurro pallido illuminato dappertutto come da puntini di luce dorata. Non avevo alcun timore. Poi, come da un orizzonte lontanissimo, mi accorsi che qualcosa si avvicinava velocemente: vidi avvicinarsi una immensa creatura di fiamma (o di fiamme). Non ebbi paura in un senso fisico ma non potevo sopportare l’intensità che arrivava travolgente. Così, d’istinto, scappai (ma non è il vocabolo giusto) introflettendomi. E’ come essere un calzino consapevole di sé che si rivolta in se stesso (…) non sapevo che si poteva fare questa cosa. (…) …a ogni introflessione si passa a luogo o mondo diverso (…) ero in un luogo scuro da cui si alzavano fiamme senza luce: probabilmente l’inferno dei cattolici ma sono certo che stavo vedendo il chakra di base, il muladhara che si stava attivando. Fuoco buio? Da questa impressione poi (…) e passai immediatamente al senso corporeo di me stesso. Questo fu tutto”. Mi era mancata la forza necessaria (…).

*

Ma, che io sappia, oltre a non rimetterci la salute (in questo genere di cose l’amico era come il classico topo nel formaggio), forse ci fu un successo indiretto ed imprevisto. Forse Atena, talvolta compassionevole dea, mandò il suo gufo a bubulare nel modesto intelletto del nostro apprendista…fatto è che pochi giorni dopo gli capitò tra le mani un vecchio libro di Paul Brunton che si intitolava Il sentiero segreto. Così conobbe, per interposto scrittore, il grande Ramana ed il suo limpido essenziale percorso a cui aderì con slancio: il più lontano possibile dai bric-à-brac della magia.

(Nota mia: molti anni dopo, del tutto convertito a ciò che La filosofia della libertà esprime, il personaggio di questa storia mi confidò un segreto cruccio antico ovvero di non essere riuscito, almeno, a conquistare il potere di formare piccoli fulmini globulari: da lanciare sulle posterga di chi sa lui).

Qui la storia di questa breve avventura finisce, sperando che, pur sforbiciata qua e là, non abbia anche (s)finito i pazienti lettori di Eco. 

TRADIZIONE

GIOVANNI DELLA CROCE

Giovanni Della croce

Se mi è permesso, pongo Giovanni della Croce tra le grandi individualità dello Spirito. Di lui ne avevo già parlato… ma il nostro non è un campo della vita in cui è meglio ripetere spesso le cose?

E’ un fatto personale: ancora apprendista maghetto, rimasi lungamente colpito nell’anima da alcune sue immagini (La notte oscura): esperienze profonde che mi attiravano e che, giovane com’ero, temevo. Mi perseguitarono per diversi anni con il fascino di un abisso che, essendo pieno di me stesso sentivo come tremendo, eppure incredibilmente volto verso l’alto. Solo una rigorosa disciplina interiore mi permise una serena visione della natura della sua visione, che sfrondata dall’elemento personale (immancabile anche tra i più grandi mistici) resta uno tra i più splendidi gioielli della Scienza spirituale cristiana.

Il tratto fondamentale della scienza mistica di Giovanni della Croce è, probabilmente, l’ascesi del “nulla” quale risulta dalla povertà evangelica, dalla sofferenza eroica e dall’annientamento di di sé fin oltre le radici dell’orgoglio:” Se vuoi possedere il Tutto, studiati di ricercare nulla in nulla”.

Il Nostro nasce nel 1542. Troppo presto la morte porta via il padre e la madre Caterina si logora nel lavoro per sfamare tre figli. Troppo presto il piccolo Giovanni va al lavoro per fronteggiare la miseria: falegname, sarto, scultore in legno, pittore. Nonostante la buona volontà non riesce in alcun mestiere.

La carestia spinge la famiglia a Medina del Campo, ove Giovanni trova nutrimento per corpo e anima tra i “Fanciulli della Dottrina”, lì raccoglie le elemosine per i bambini poveri.

Viene notato, forse per il suo contegno grave e dignitoso, da Don Alonso Alvares che da nobile cavaliere si è fatto servo dei poveri.

Così Giovanni passa nell’Ospedale della Concezione: è adibito al reparto delle pustole. Nel tempo libero gira a chiedere l’elemosina per i poveri.

A 21 anni potrebbe seguire il desiderio di Don Alonso, terminare gli studi e diventare cappellano dell’ospedale, ma una voce gli indica il Carmelo.

Che però, mitigato, è divenuto un luogo mediocre. Ecco perché Francesco di S. Mattia (è il suo nome tra i Calzati), dopo 5 anni, aspira ad una assoluta solitudine che spera di trovare nella Certosa.

Non sa ancora che una donna eccezionale ha già parzialmente realizzato quello che è il suo sogno e che l’ideale carmelitano risplende ancora per l’eroismo contemplativo di giovani castigliane.

Nel 1567 Giovanni incontra Teresa di Gesù. Quella tosta che alle monache che vantavano esperienze spirituali, subito modificava la dieta: più abbondante e carnea. Quella che vedendo il Signore apparirle davanti fece subito le corna (immaginate come si sarebbe comportata oggi con le reincarnazioni delle “dame in lilla” che, per scissione si sono moltiplicate come batteri).

Comunque il piano è stabilito. Nel novembre dell’anno dopo, nel villaggio di Duruelo, in una misera casa che Teresa chiama “stalla di Betlemme” inizia la Riforma dei Carmelitani Scalzi.

Scelto a maestro spirituale della Riforma, Giovanni diventa, con Teresa, la sorgente che alimenterà spirito, vita e dottrina del Carmelo. Ogni riforma porta in sé un germe rivoluzionario. Vi fu lotta dentro e fuori la Spagna. Per 5 anni Giovanni dirige le 130 carmelitane Calzate in Avila, avvalorando con il suo essere, il magistero di Teresa.

Nella notte del 3 dicembre del 1577, la porta della casupola dove vive viene abbattuta e Padre Maldonado, con l’aiuto del “braccio secolare”, arresta Giovanni.

Ricevute per due volte le “verghe”, viene rinchiuso a Toledo. Il ribelle è gettato in un ripostiglio scavato nella roccia: stretto, buio e senz’aria.

Lì marcisce nel rigido inverno e nell’inferno toletano, tormentato dalla dissenteria e dalle febbri, nell’ovvio fetore. Accompagnato in refettorio, mangia per terra. Ordinariamente pane e acqua. Poi arriva la “disciplina pubblica”: Spesso il sangue e le piaghe incollano la veste alle spalle.

Ciò è solo l’esteriore. All’interno imperversa la terrificante notte dello Spirito, più atroce di qualsiasi pena.

Quando, dopo 9 mesi di prigionia, viene “liberato dalla Vergine”, appare alle Scalze di Toledo “così consumato e sfigurato da parere l’immagine della morte”.

Tremendo è il martello di Dio ma sotto i suoi colpi sprigiona le scintille della Notte Oscura e del Cantico spirituale.

Tra il martirio e l’esperienza mistica c’è spazio per la calunnia, processi infamanti, viene persino – lui, Padre della Riforma – spogliato dall’abito.

Così il Dottore del “nulla”, gettato in disparte, vilipeso, martirizzato nel corpo e sovrano nello Spirito, conclude la vita terrena il 14 dicembre 1591, a 49 anni.

A ciò vorrei aggiungere una cosa frequentemente dimenticata o ignorata: la sua statura intellettuale.

Bambino, impara a leggere e scrivere tra i Fanciulli della Dottrina. All’Ospedale della Concezione compie, per 6 anni circa, studi letterari sotto ottimi maestri del Collegio dei Gesuiti. Poi apprende le scienze a Salamanca dove compie l’intero corso filosofico. I Teologia può ascoltare i più quotati maestri del suo tempo, come i domenicani Mancio e Gallo e l’agostiniano Giovanni di Guevara.

Studente, dà ripetizioni ai condiscepoli del collegio di S. Andrea.

Sempre a Salamanca studia il grande Tommaso, anche se come dottore avrà una direzione diversa dall’Aquinate.

Quando il Carmelo di Teresa, nemico come la fondatrice, della mezza ignoranza e della mezza dottrina, fonda i collegi nelle università di Alcalà e di Baeza, Giovanni è il primo Rettore. Tale è la sua profondità che il Maestro domenicano Fernandez ne è rapito. Molti dotti religiosi e professori lo ritengono capace di dirigere le tesi a Salamanca.

Riferisco ciò per non dimenticare la sua statura di uomo terreno, anche se la sua dottrina deriva principalmente da esperienze che trascendono concetti e parole.

Teresa ci dà testimonianza della sua grandezza interiore considerandolo “il vero padre della mia anima”; “Io cerco qua e là la luce: trovo tutto quel che mi occorre nel mio piccolo Seneca”; “Le ricchezze e i tesori che Dio ha riposto in quell’anima nessuno li conosce: sono grandissimi”. Teresa afferma ancora che “egli era arrivato a tanta santità quanto una pura creatura può possedere in questa vita”.

Come altri contemplativi i testimoni ce lo dipingono soave e mansueto, ma che riprende con severità, pronto per altro ad inginocchiarsi ai piedi del colpevole. E’ remissivo, ma quando gli altri tacciono la sua parola è diritta e rovente.

Caccia i demoni con l’orazione e il digiuno; placa le tempeste con un gesto del suo mantello; converte i tentatori con lo sguardo.

Ma non solo: il “contemplativo” lavora coi manovali portando a spalla pietre e legno. Ama la madre che spesso lo segue nei conventi, chiama il fratello e lo presenta a persone di riguardo dicendo: “ecco mio fratello, la persona che più amo al mondo”. Coltiva l’amicizia di nobili e di poveri, come attestano le sue lettere.

Eppure spaventa ancora tanti preti (mi rammento come il parroco della chiesa vicina a casa, che era uomo ben inserito nel mondo, prima cercò di dissuadermi di leggerlo, poi iniziò ad avere qualche timore anche verso di me, nemmeno ventenne).

Dalle Massime spirituali:

E’ meglio essere carico di peso in compagnia del forte che essere spedito in compagnia del debole. Quanto più sei aggravato, stai vicino a Dio che è la tua fortezza e assiste i tribolati; quando sei alleggerito, stai vicino a te, che sei la tua stessa fiacchezza.

La forza dell’anima cresce e si corrobora nel faticoso esercizio della pazienza.

Iddio stima in te più la propensione all’aridità e al patire per l’amor suo, che tutte le visioni spirituali che tu possa avere.

E’ più gradita al Signore l’anima che con pena e aridità si assoggetta a ciò che è ragionevole che non quella che, mancando in questo punto, fa tutte le cose con piacere.

L’opera pura e intera, fatta per amor di Dio, prepara nel cuore puro un intero regno per il suo Signore.

Un solo pensiero dell’uomo vale più di tutto il mondo: solamente Iddio è degno del pensiero umano.

Rifletti che il tuo angelo custode, benché sempre illumini la ragione, non sempre muove l’appetito ad operare. Perciò, per esercitare le virtù non aspettare il gusto, ché ti basta la ragione e l’intelletto.

Beato colui che, lasciando da parte l’inclinazione propria, attende alla ragione e alla giustizia nel fare le cose.

Se vuoi andare al santo raccoglimento, non devi andare ammettendo, ma rinnegando.

Non credere che l’essere gradito a Dio consista tanto nell’operare molto, quanto piuttosto nell’operare con buona volontà, senza spirito proprio ed umani riguardi.

Poiché nell’ora del rendiconto ti dovrai pentire di non avere impiegato il il tempo presente in servizio di Dio, perché adesso non lo impieghi come in punto di morte vorresti aver fatto?

Pensa che devi essere il nemico di te stesso.

L’anima che cammina in amore, non si stanca, né stanca.

Opere spirituali, lettera terza:

D’altra parte, è certo che il progresso di un’anima sulla via della perfezione non è legato al numero di nozioni che acquisisce, bensì all’assimilazione attiva che ne fa.

Ciò che manca, supposto che di qualcosa si senta la mancanza, non è lo scrivere, né il parlare, perché tutto questo anzi abbonda: ciò di cui dobbiamo sentire la mancanza è il tacere e l’agire.

Quando si è fatto conoscere ad un’anima tutto quello che è necessario al suo progredire, essa non ha più bisogno né di prestare orecchio alle parole di altri, né di parlare essa stessa: non ha che da mettere in pratica quanto conosce, con generosità, applicazione e silenzio.

In umiltà, carità e disprezzo di sé, senza l’irrequieta ricerca di cose nuove, che servono soltanto a soddisfare l’appetito delle consolazioni esteriori senza mai esaurirlo, e che lasciano l’anima debole, vuota, spoglia di spirito interiore e di virtù autentica.

Succede a quest’anima quel che accadrebbe a colui che tornasse a prender cibo prima d’aver digerito il precedente:il calore naturale, dividendosi fra tutti questi cibi, non sarebbe sufficiente a fargli assimilare il tutto e convertirlo in sostanza; è di qui che provengono le malattie.

Nella vita dello spirito, infatti, conta soltanto ciò che è tradotto nella pratica. I bei pensieri, i grandi sentimenti che non producono solide virtù non hanno valore alcuno; il collaudo di una dottrina si ha nella pratica.

Il desiderio di istruirsi nella scienza soprannaturale denota senza dubbio uno spirito retto; ma chi si limita a studiare la verità, senza la volontà efficace di mettere a frutto le ricchezze dell’intelletto, dà prova di illogicità e di debole convinzione.

Salita al monte Carmelo:

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.

Per arrivare a quello che ora temi

devi andare per dove non ti piace.

Per arrivare a quel che non possiedi

devi andare per dove non possiedi.

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.

TRADIZIONE

L'ARTE DEL CUOCO FILOSOFICO

CUOCO (2)

 La scienza moderna non considera il calore come una entità a sé stante ma accetta il fatto che esso modifichi le proprietà di un corpo.

*

Le donne sono più spirituali degli uomini! E per affermare questo nemmeno oso addentrarmi nelle osservazioni del Dottore riguardanti la plasticità della donna confrontata con la più densa s(t)olidità del genere maschile.

Nossignori. Basta rimanere qui, coi piedi piantati saldamente per terra. Il grande saggista e romanziere inglese C. S. Lewis ha caratterizzato efficacemente questa innegabile verità in una sua deliziosa “fiaba per adulti” (That hideous strength) in cui la personalità che dirige un improbabile gruppetto di inconsapevoli eroi della Luce stabilisce che le ordinarie faccende domestiche vengano svolte con una netta separazione tra i sessi: solo donne o solo uomini.

Perché questo? Allo scopo di evitare, in cucina, insanabili fratture: se un uomo chiede ad un altro dove riporre un oggetto, il primo risponde al secondo: “Mettilo nella credenza, nel secondo cassetto in basso a sinistra”. Se una donna fa ad un’altra donna la stessa domanda, la risposta può essere: “Là” oppure “Laggiù”.

Il mistero è manifesto: tra loro le donne, in questo modo, si capiscono benissimo mentre per l’uomo una spiegazione di quel tipo gli cortocircuita le cellule grige generando frustrazione, irritazione e in alcune situazioni sfoghi violenti. Ma, nel migliore dei casi, tra i due sessi si litiga.

A me è capitato spesso (in salotto, non in cucina), dopo aver chiesto lumi su di un fatto ad una gentile amica e dopo una sua lunga, accuratissima narrazione del come e del perché, di uscirne poi senza una immagine che (per me) avesse un fondamento di sensibile realtà e persino più nebulizzato di prima…ma con una delicata e dedicata malinconia verso l’irrisolto tema a causa delle mie patenti incapacità.

Arguisco che le donne siano come dotate di poteri che nemmeno in sogno l’uomo può sperare di possedere. Esse invece detengono la signoria di un linguaggio ermetico, il quale essendo ermetico è di certo figlio nobile dell’Arte regia, cioè della tradizione ermetica che nel passato è stata la via spirituale di quelli che furono e sono chiamati alchimisti.

Qui però c’è un però, poiché con la lettura di un testo originario di Ripley o Sendivogio o Geber, ammesso che la (in)comprensione possa essere un metro di misura, si giunge presto all’impressione che tali signori siano stati molto, ma molto superiori alle donne: e parlo di chi tra essi scrisse, forse mosso a pietà dalle turbe di pecoroni – ovviamente maschi – duri di comprendonio, divulgando e spiegando nei particolari i segreti della Trasmutazione e della fabbricazione della Pietra filosofale. Parlo degli Alchimisti conosciuti poiché questi scrissero valanghe esplicative, condividendo con il lettore l’arcano, strappando (a detta loro) persino la foglia di fico che dissimulava il segreto dei segreti.

Se non l’avete mai fatto, provateci, leggeteli. E’ la migliore disciplina d’avviamento alla sublime condizione del Non-Capire: invero condizione naturale generalizzata, ma in questo caso prodotta da un duro lavoro cosciente.

Bando a scherzi, a me che provenivo da un Oriente tutto trascendenza, dannarmi sull’ambigua equivalenza tra metallurgiche operazioni sensibili e stati di coscienza servì ad avvicinarmi all’idea del sensibile/soprasensibile che è la chiave dell’indagine goethiana.

Visto il titolo di questa nota, ogni dissertazione su valenze simbolico-terminologiche di cui i testi alchemici sono ricchissimi, è fuori discussione. Salvo gli accenni ai fuochi filosofici.

Perché “è dal regime del fuoco che tutto dipende” (Filum Ariadnae). “L’Opera non si fa né col fuoco volgare, né con le mani, ma col solo calore interiore” (Pernety). “Mediante lento e paziente riscaldamento, con continuo e mite calore si opera sino ad ottenere lo spirito occulto del mondo chiuso dentro la Pietra” (Chymica Vannus). Col Fuoco si cuoce: “intendete tutto secondo natura e secondo regime. E credetemi senza cercar tanto. Io vi ordino solo di cuocere: cuocete al principio, cuocete nel mezzo, cuocete alla fine, senza far altro: poiché la Natura si porterà al compimento” (Turba Philosophorum).

Prima di continuare spendo qualche riga su due termini ancora in uso che indicano strade e attitudini diverse: “umido” e “secco”.

Può valere, tra i molteplici significati, quanto è scritto nel Liber singularis de Alchimia che caratterizza la via secca dall’azione del Fuoco nudo e dall’assenza del “nero”, cioè dalla mortificazione. Ciò significa un operare senza crisi o salti o alterazioni ma con un processo continuo di sfittimento, di progressiva luminosità: attivo data la continua presenza del Sole e dello Zolfo (principio Io/volontà). Per l’uomo antico e per chi si trovi ad avere una naturale relazione con l’extrasensibile, la via umida, devozionale potrebbe essere più immediata. A patto che non sbocchi in condizioni passive e di estasi mistiche in cui il Mercurio (etere universale) scardini e sommerga l’operatore. Muovere qualcosa nel corpo eterico oppure esserne mossi si traduce in direzioni fatali.

Poiché il passato si prolunga nel presente, credo si possano cogliere alcuni tratti della via umida o della via secca anche nelle disposizioni animiche di coloro che operano nella presente forma della Scienza spirituale.

Tornando al tema del fuoco filosofico, esiste un testo breve di Giovanni Pontano che dà una relativa chiarezza e che potrei ricopiare per intero. Supponendo che ciò non sia un ardente desiderio vostro e mio, trascrivo qualche pagina saltando oltre le usuali lamentele delle fatiche e delle ambascie affrontate in lunghi anni di ricerca e di tentativi a vuoto, cosa familiare anche oggi a molti.

“…..La pietra filosofale dunque è una e si chiama in più modi: prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte qualità felici, che per opera dell’altissimo Dio, si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco.

E chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non sa nulla di filosofia, perché ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l’ignorano mai.

Ora bisogna dire le proprietà del nostro fuoco e se cioè convenga alla materia e in quale modo, affinché si trasmuti con la materia. Quel fuoco non brucia la materia, niente separa dalla materia, né divide le parti pure dalle impure, come dicono tutti i filosofi, ma converte in purità tutto il soggetto: non sublima, come Geber fa le sue sublimazioni, similmente Arnoldo di Villanova e altri, parlando di bilanciamento ed equilibratura dei principi e di sublimazioni. Rende perfetto in breve tempo.

E’ minerale, acqueo, eguale, continuo, non evapora se non si faccia avvampar troppo, partecipa del sulfureo da altro che dalla materia, disgrega, scioglie, congela tutto e similmente calcina ed è artificiale, facile a trovarsi e a comporsi, senza spesa o almeno con poca.

Il nostro fuoco è minerale ed eterno, non evapora se non è eccitato oltre misura: partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia: distrugge, dissolve, congela e calcina tutte le cose. Occorre molta abilità per scoprirlo e prepararlo: non costa nulla o quasi nulla. Inoltre è umido, carico di vapori, penetrante, sottile, dolce, etereo. Trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie. Egli è ancora la fonte d’acqua vitale nella quale il re e la regina della natura si bagnano continuamente.

Questo fuoco umido è necessario in tutte le operazioni alchemiche, poiché tutta la scienza è in questo fuoco. E’ alla sua volta un fuoco naturale, soprannaturale e antinaturale, un fuoco alla sua volta caldo, secco, umido e freddo che non brucia, né distrugge. E quel fuoco è fuoco con investigazione, con mediocre contributo: con fuoco languido tutto insieme produce tali equilibri.

E chi legge Geber e tutti gli altri filosofi, se vivesse cent’anni, non riuscirebbe a comprenderlo, perché soltanto per mezzo della profonda riflessione si riesce a trovare quel fuoco.

Allora si può capire nei libri e non prima.

(…) La pratica invero è questa: si prenda la materia e il più accuratamente possibile si triti con tritura filosofica e si metta al fuoco e la proporzione del fuoco si conduca in modo tale che ecciti semplicemente la materia, la tocchi tuttavia e in breve tempo quel fuoco, senz’altra apposizione delle mani, celermente compirà tutta l’opera, perché putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà e farà apparire i tre colori principali, nero, bianco e rosso, mediante il detto fuoco molteplice. Si aggiunga poi materia cruda non solo nella qualità, ma nella virtù.

Sappi dunque cercare con tutte le tue forze questo fuoco e ci arriverai, perché è quello che compie l’opera ed è la chiave di tutti i filosofi che non hanno mai rivelato…

Per quel poco che comprendo, davvero il Pontano si esprime più chiaramente degli altri alchimisti (resto al vostro servizio per le poche cose che paiono meno comprensibili, così ci faremo insieme almeno quattro risate).

Il fuoco o calore – sono termini intercambiabili – è dappertutto, come lo è stato dall’inizio della Creazione. Nell’uomo si affaccia come calore corporeo, perciò la nostra Pietra è naturalmente calda: essa manifesta la “vita della luce”, cioè abbiamo la vita che non possediamo e la luce che si palesa ma sembra nascosta.

Nell’uomo si avverte la vita come fuoco dei sensi, calore delle passioni. Nell’uomo il calore risorge come amore quando diventa percezione e pensiero ossia nell’atto che tende a restituire allo Spirito la materia. Nei confronti dell’anima la luce del pensiero deve incontrare il calore che promana dalla vita istintiva. Per comprenderci per il verso giusto si potrebbe parlare di realizzare una speciale condizione di “entusiasmo” indipendente dalle condizioni personali: sarebbe un buon termine qualora non venisse alimentato, come sempre avviene: a) dalle forme del sensibile (…partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia…), b) dal godimento della natura personale (...senz’altra apposizione delle mani...).

Così, nel comune divenire, anche spiritualista, si usa e si sostiene pure che l’entusiasmo e tutto quanto vi si correla sia cosa grande mentre è palese contraddizione: si rinserra la sezione mediana al fluire di ciò che libera il pensare ed il percepire dalla categoria corporeo-animale: il volere profondo: il volere pre-corporeo è la vera forza attraverso la quale l’uomo può essere libero.

Solo dalla (progressiva) libertà può scaturire l’amore e l’atto morale. Libertà è essere indipendenti dal corpo, è agire dalla straordinaria condizione nella quale ci si possa trasferire nel corpo eterico. E tutto quello che pifferai e zufulatori spargono in giro con ossessione tematica diversiva è solo piatta fuffa dialettico-luciferica.

Dunque c’è chi si entusiasma per ciò che legge, chi per ciò che fa, poi ancora c’è chi scoppia di entusiasmo rimirandosi allo specchio…è roba di tutti i giorni e non vale un accidente.

Come ho scritto sopra, l’opera è portare l’essere del pensare nella vita degli istinti: il sole, l’oro, lo zolfo hanno, detto alla buona, un senso analogo ed il punto di questa somma analogica non può essere che il centro più possente dell’anima che la simbologia architettonica occulta indica come zona cardiaca.

Nel cuore avviene l’incontro tra calore e luce che “trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie”.

Nelle più serie e veraci correnti occulte esauritesi meno di un secolo fa, l’opera consisteva nel sentire ed avvivare con l’immaginazione una caloricità nella zona del cuore, nutrendola progressivamente con sensazione e immaginazione. Sebbene fosse preparata da una pratica volta all’isolamento dell’uomo lunare, il suo limite era quello comune a tutti gli occultismi: trasferire nella corporeità la coscienza, disciplinata ma ordinaria, seppure purificata dall’umido naturale così caro al volgo.

In realtà c’era già tutto ma mancava soltanto ciò che può immergersi nel corpo essendo da questo indipendente: la forza-pensiero. Senza la forza-pensiero ogni operazione o rito è solo operazione corporea poiché officiata dalle possenti forze corporee dominanti la coscienza. Di questa essenziale forza e della sua, già difficilissima conquista, su Eco se ne parla tanto, forse così tanto da confondere il buon lettore. Allora rimando a qualsiasi opera di Massimo Scaligero ed in particolare al Trattato del Pensiero vivente (in particolare l’edizione del ’79 riveduta e ampliata dall’Autore poco prima della sua scomparsa).

Pur essendo del tutto convinto che la “pietra angolare” non soltanto sostenga ma riassuma in sé l’intero edificio, ad un certo punto della disciplina della liberazione del pensiero dal vincolo cerebrale è possibile indirizzare parte del lavoro interiore verso la dinamizzazione del fuoco cardiaco. Infatti il dott. Colazza dice: “Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore. E’ per questo che gli uomini del passato hanno tentato la via della devozione ma questa era troppo spesso inquinata da pregiudizi e da emozioni passive e non poteva dare la conoscenza. Scendendo nel cuore gli uomini perdevano il senso dell’Io per disperdersi nel sensibile sentimentale”

Ricordatevi dei “santini” in cui è raffigurato Gesù che tiene in mano il cuore fiammeggiante: ermeticamente semplificato in un triangolo rovesciato sormontato da una croce (tale simbolo ha anche altri significati. Nei tarocchi corrisponde al XII arcano: l’impiccato).

Molti sanno quale sia la disciplina: si trae, con l’immagine di normali processi sensibili (dal calore del sole al fuoco di un ceppo di legno), un sentimento o “senso” del calore. Se questo viene colto dalla coscienza della testa, il suo carattere lo traduce immediatamente nel cuore. Il processo, quando sia posseduto, accende subitaneamente la condizione a cui il dott. Colazza diede la migliore definizione possibile: “Emozione attiva”, del tutto indipendente da quanto può entrare in noi dal mondo esterno e dalla contingente personalità nostra.

Ma questo a che serve? Quasi già detto: porta a Vita la Luce. Ossia l’illuminazione si “accende”: diventa potere trasformante, giunge fino ai sistemi corporei, pervade ogni singola cellula del corpo e secondo misura e destino dissolve la materia e la sostanzia di etere spirituale. Parlarne come ora, indica, ma oltre non serve più di tanto: sono tutte condizioni, esperienze dell’anima metadialettiche, metarazionali: pure esperienze. Esse iniziano sempre dal pensare senza pensieri. Mi verrebbe da dire (e perciò lo dico): dal pensare…spensierato! 

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’ASCESI DEL RISVEGLIO E L’OTTUPLICE SENTIERO DEL BUDDHA SHAKYAMUNI

buddha shakyamuni

Negli incontri che ritmicamente negli anni settanta del trascorso secolo avevo con Massimo Scaligero – incontri per i quali non ringrazierò mai abbastanza il Cielo e i Numi – talvolta egli affrontava il tema delle ascesi d’Oriente, ricreandone ogni volta con la sua magica parola la viva immagine e l’arcana atmosfera davanti agli occhi della mia anima. Di quelle antiche Vie, egli mi illustrava gli aspetti più luminosi, che avevano valore di perennità, separandoli da quegli aspetti traseunti, oggi non più attuali, dovuti all’inevitabile adattamento del linguaggio dello Spirito alle esigenze delle diverse civiltà e della varietà di tipi umani che in esse si manifestavano. Massimo Scaligero curava di mostrarmi altresì come quei luminosi contenuti di perennità (come amava definirli) potessero ancora parlare all’uomo più moderno, all’uomo attuale, quello più radicalmente immerso nell’esperienza immanente del mondo.

Una particolare importanza, egli dava alla Via del Buddha, che non si era esaurita nelle varie forme storiche ch’essa aveva assunto lungo un millennio in India, e neppure nelle successive manifestazioni estremo-orientali del Buddhismo, in Cina e in Giappone, e nemmeno in quelle tibetane, che maggiormente hanno risentito delle influenze indiane. Egli vedeva nell’operare del Buddha un impulso “cosmico” che, al di là delle forme “storiche” assunte in Oriente, poteva manifestarsi nell’Occidente moderno in forme inaspettate, difficilmente ravvisabili dagli stessi orientalisti e storici delle religioni, i quali difficilmente riescono a scorgere, a causa dell’ipnosi prodotta in loro dall’arido dato filologico e archeologico, l’imprevedibile elemento spirituale vivente, generatore di impensate forme novelle, che difficilmente può scorgere chi si nutra unicamente di sia pure eruditi studi accademici.

Più volte Massimo Scaligero mi dette concrete indicazioni operative, invitandomi espressamente a sperimentarle nella mia pratica ascetica, traendole da insegnamenti del Buddha, che mi mostrava in una luce per me davvero inaspettata. Traeva quelle preziose indicazioni sia dalle opere del Canone pâḷi del Buddhismo più antico, sia da quelle del più recente Buddhismo Mahâyâna. Di un autore, da me molto amato, come Nâgârjuna, arrivò a dirmi che: “egli era stato uno dei primi asceti, un autentico precursore, della Via del Pensiero, come la concepiamo noi”. Mi indicò pure un punto nel quale il Buddha Shakyamuni parla apertamente dell’esperienza del pensiero vivente.  Più di una volta mi espresse il pensiero che se, all’inizio del Novecento, invece che i teosofi, avesse avuto di fronte degli asceti formati nelle Vie dell’Oriente, Rudolf Steiner avrebbe donato contenuti di ben altra radicalità e dirompenza spirituale. 

Nella seconda metà degli anni settanta, Massimo Scaligero volle darmi un suo scritto, un estratto da un numero di East and West, la bella rivista del Is.M.E.O., ch’egli curava come redattore, recensore di testi di orientalistica, e direttore responsabile. L’articolo ivi pubblicato era in inglese, ma avendo smarrito il dattiloscritto originale in italiano, mi pregò – oltre che di studiarlo con attenzione e di meditarlo bene – di tradurlo in italiano: poi lui lo avrebbe rielaborato in una forma tale da poter essere messo a disposizione degli amici impegnati nella Via. A quell’epoca, purtroppo, le mie conoscenze della lingua d’Albione erano meno che modeste (e ben modeste le mie competenze linguistiche lo sono tuttora), per cui non riuscii ad adempiere onorevolmente, prima della sua scomparsa (avvenuta non molto tempo dopo), il compito affidatomi.

Ma non desistei. Ne feci, nel tempo, due successive traduzioni, che invero mi soddisfacevano molto poco. Vi sono ritornato sopra in questi giorni, mettendoci la massima buona volontà. Naturalmente, l’argomento, estremamente delicato, anche per chi ben lo comprenda, non è facile da tradurre. Ma l’impresa più difficile, in quest’opera di retroversione dall’inglese all’italiano, è rendere lo stile e l’efficacia della parola di Massimo Scaligero, parola che, nelle opere da lui pubblicate, manifesta tutta la magia mantrica del suono e l’aurea trama del suo luminoso tessuto ideale. Comunque vi ho messo tutto l’impegno possibile per non tradire il suo pensiero. Per cui sono da imputare solo a me tutti i difetti, che una inabile traduzione non mancherà di mostrare, per i quali chiedo in anticipo la benevola indulgenza del candido lettore.

Non farò l’esegesi delle parole di Massimo Scaligero, ché di ben altre forze e sapienza dovrei essere provvisto per un tale arduo compito. Tuttavia non rinuncio a indicare come il tema della “liberazione della memoria”, della indipendenza dai condizionamenti di una natura inferiore, sia stata trattata anche dal Dott. Giovanni Colazza, che di Massimo Scaligero fu amico e Maestro, nella conferenza da lui tenuta a Milano, l’8 dicembre 1940, recante il titolo “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”, trascritta dagli appunti dell’ottima Fanny Podreider. In quella conferenza, come del resto in questo scritto di Massimo Scaligero, viene indicata operativamente una ascesi di liberazione conoscitiva, basata sulla Filosofia della libertà di Rudolf Steiner, secondo la quale l’esperienza spirituale del momento originario del pensiero, dell’esperienza cosciente e vivente dell’idea è l’azione trasfiguratrice, anzi radicalmente trasmutatrice, dell’intera vita dell’anima. Per cui dall’esperienza del “pensiero puro”, del “pensiero vivente”, scaturiscono forze morali, e non viceversa. Come viene mostrato da Massimo Scaligero in questo scritto, che vede qui la luce, per la prima volta in lingua italiana.

***

Massimo Scaligero, What the Eightfold Path may still mean to mankind, tratto da East and West, Year VII, N. 4 – January 1957, pp. 365- 372.

 CHE COSA L’OTTUPLICE SENTIERO PUO’ ANCORA SIGNIFICARE PER L’UMANITA’

Il ricordo dell’Ottuplice Sentiero nella nostra mente è collegato ad un gruppo di regole morali semplicissime, che nella nostra epoca, hanno un sapore leggermente antiquato, pur rappresentando esse, come viene riconosciuto, i contenuti fondamentali del Buddhismo. Potremmo sentire che, se paragonato, all’aristocratica esperienza delle Upanishad e alle altezze metafisiche raggiunte dai suoi ascetici autori, l’Ottuplice Sentiero, assieme alle Quattro Nobili Verità e alla Dodecupla Catena della Pratîtya Samutpâda, non sia altro che una versione pratica di verità sovrasensibili, talmente allontanatasi da quelle altezze da dimenticare il nucleo essenziale dell’uomo, l’Ātman-Purusha.

Ci dovrebbe essere consentito pensare che taluni mutamenti i quali, nello scenario spirituale dell’umanità,  si presentano col succedere di ogni epoca di evoluzione alla precedente, debbano avere a che fare con le modificazioni interiori dell’uomo stesso. Riforme religiose  e lotte filosofiche dovrebbero forse essere fatte risalire alle forme mutanti dell’esperienza umana, all’emergere di una nuova relazione organica con la sfera sovrasensibile. Questo può spiegare perché nell’ambito di un dato sistema, pensatori tradizionali si trovino a fianco dei rappresentanti di nuove prospettive e dei precorritori di future concezioni. Per la mancanza di coscienza della novità di talune esperienze, quest’ultimi aderiscono alle antiche espressioni; ciò porta a fraintendimenti e a conflitti. La grande polemica tra Realisti e Nominalisti all’interno della corrente ascetica aristotelica nel Medioevo non potrebbe essere spiegata altrimenti. I due gruppi avevano una diversa esperienza degli Universali e chiamavano con lo stesso nome l’oggetto della loro contrastante esperienza interiore.

In maniera simile potrebbe spiegarsi la divergenza tra il Nyâya-Vaiśeṣika e le dottrine buddhiste.

Chiunque guardi imparzialmente alla vita umana nel corso dei secoli, alla storia dello spirito umano, dovrebbe essere capace di rilevare, là dove ve ne siano, i cambiamenti ch’essa presenta. L’umanità è rimasta sempre la stessa? Come può avvenire allora ch’essa afferri e riconosca se stessa persino sotto condizioni che sono sprofondate e sepolte nella coscienza? Il mondo antico non è certo la proiezione dell’intelletto attuale, che tenta di ricostruire qualcosa di diverso da sé, un qualcosa che mai esistette. Esso si rivela, invece, nella forza del suo proprio essere in quanto obbiettiva realtà alla quale il mondo moderno deve anelare per arrivare ad una comprensione.

Quanto all’Ottuplice Sentiero dovremo vedere se esso sia una formula meramente morale, che dia per scontata una serie di “beatitudini”, che non possono essere postulate, ma che dovrebbero piuttosto essere prima conquistate, o non sia piuttosto la formulazione morale di un’esperienza metafisica, che già contenga in sé, in uno stato di estrema purezza, la sapienza ultima delle Upanishad, circa il tradurla in un metodo di vita, in uno stile umano, e che indaghi ulteriormente in profondità. Una interpretazione strettamente morale potrebbe dunque essere il risultato della comprensione del mero suono esteriore delle parole, e non dei contenuti cui esse semplicemente alludono.

Guardiamo più da vicino alla “retta visione, al retto pensiero, alla retta parola, alla retta azione, al retto metodo di vita, al retto sforzo, alla retta esperienza, alla retta meditazione”, ossia alla formulazione verbale dell’Ottuplice Sentiero. Gli otto punti sono ovviamente attitudini ed esercizi che non possono essere separati l’uno dall’altro. Il segreto del loro reale significato sta nella loro struttura, nel loro accordo, nei sottili legami tra essi. 

Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. Studiosi come Eliade, Kerenyi, Dumézil hanno dato un’immagine viva della differenza tra l’esperienza antica e quella moderna della natura e del mondo. I veri organi di conoscenza erano altri. L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione.

Solo dopo la nascita del pensiero riflesso, dialettico e filosofico, l’essere e il pensare si scissero in due funzioni distinte. La vita e le idee vennero tenute separate, finirono in posizioni contrastanti, e sorse il problema della loro relazione, che da allora è stato il secolare problema della filosofia, sino alle sue ultime manifestazioni. L’esistenzialismo solleva nuovamente il problema non con l’intenzione di risolverlo, bensì con quella di soffiare nuovamente sulla mala fiamma della dualità mediante una dialettica trincerata, esasperata.

La disputa, lungamente condotta, sembrò  trovare la sua soluzione in un momento dell’evoluzione del pensiero occidentale, allorché Cartesio pronunciò il suo cogito, ergo sum. Ciò portò a ulteriori discussioni, ma non cambiò nulla, in quanto quel “cogitare” e quel “esse” erano in se stessi espressione della frattura tra “speculare” e “vivere”, ch’egli intendeva risanare. Se un discepolo del Buddha avesse potuto parlare a Cartesio, avrebbe potuto dirgli: “Tu non puoi essere nel tuo pensare, perché  il tuo pensiero non è, poiché esso è un mero riflesso. Perciò, quando pensi, tu non sei, proprio come l’immagine riflessa da uno specchio non è, anche se essa appartiene ad un oggetto reale”. Cogito qui significa “non entia coagito, ergo non sum”. (Michelstaedter).

È una questione vitale, scottante, che sta alla base dei più tormentosi problemi attuali, in quanto noi vediamo ancora l’essere fuori del pensare, cosicché si cade inevitabilmente o in un realismo materialista, o in un realismo metafisico, i quali riconfermano ambedue la dualità, l’astrattezza,  e il limite.

L’Idealismo, e i suoi sviluppi sino a Giovanni Gentile, sembrarono avere bandito l’ “essere” come oggetto di ogni discussione razionale. Esso potrebbe al massimo essere oggetto per il meditare, o la molla per un nuovo tipo di azione, basata sulla forza di alcune intuizioni razionali già acquisite. Ma l’esistenzialismo lo risollevò nuovamente come problema centrale del suo orientamento, e Martin Heidegger poté riscoprirlo e riportarlo alla luce, come se nessuno lo avesse prospettato e dialetticamente risolto prima. La ragione per cui questo problema viene sempre riproposto di nuovo e non viene trovato alcun indizio alla sua soluzione, deve essere scorto nello stato attuale del pensiero umano: pensiero disanimato, privo della dimensione della profondità, anche se può brillantemente dissertare sulla profondità.

Indubbiamente Hegel toccò il soggetto, sebbene non lo portasse alle sue estreme conseguenze. “L’essere”, dice egli nella Scienza della logica, “è una pura intuizione, e tale è anche il nulla in quanto semplicemente identico all’essere”. Ovviamente, pura intuizione qui è intesa a significare un pensiero che si esaurisce completamente nel suo oggetto ideale. Ma questa è precisamente la ragione per la quale esso non si esaurisce, bensì riemerge oltre la contraddizione e nel suo ri-emergere, anche se in un lampo che è breve se misurato in tempo umano, è uno con l’eternità. L’ulteriore manifestazione nella quale l’essere è pensiero che percepisce l’essere, non può essere considerato implicito nella dialettica di Hegel, né nell’autocoscienza di Fichte, né nell’identità di Schelling. Tuttavia, l’intera filosofia dell’idealismo è un anelito sublime verso una sintesi di essere e di pensare, tuttavia soltanto un anelito, senza il costante perseguire il fine della sua realizzazione.

Quella realizzazione, ovviamente, non può essere il frutto di un’ulteriore speculazione. Il sentiero delle ragioni e delle argomentazioni dilegua nell’indefinito della razionalità, mentre tutto annuncia che lo Spirito deve divenire esperienza o vanificare nel regno degli fantasmi. L’idealismo o la filosofia, che è la stessa cosa, in quanto non c’è filosofia che nella sua essenza non sia idealismo, dovrebbe esser capace di concordare postulato che il pensiero non sia una funzione meramente soggettiva, in quanto nel suo esser prima di venire assunto dal soggetto, l’uomo, esso è una forza universale, cosmica, sovraindividuale, una realtà spirituale, essere; essere nel quale l’uomo può essere, senza il quale egli non può essere; e in effetti egli non è, poiché il pensiero è pensiero riflesso, poiché egli è sempre proteso verso fondamenti esteriori, miti, esseri o rivelazioni, senza realizzare che quelli, nella misura in cui sono oggetti del suo pensiero, sono pensiero essi stessi. Pensando, io non sono al di fuori della realtà, in quanto i pensieri appartengono alle cose, anche se essi sorgono dentro di me: l’anima delle cose trova la sua espressione in me attraverso il mio pensiero, certamente non attraverso il pensiero riflesso, bensì attraverso il retto pensiero, che può essere identificato con quello che Shri Aurobindo chiama “Pensiero Paracleto”. Affinché l’anima delle cose possa rivelarsi in me come pensiero, quel pensiero non devo sfuggirlo, bensì devo soffermarmi in esso. Devo fermare il flusso concretamente reale del pensiero, accoglierlo in me come forza, vivere con esso. Questo è ciò che significano concentrazione e meditazione. Saltare da un pensiero all’altro, in un permanente divagare, in una continua incapacità di controllare e contemplare, cosicché solo la superficie delle idee ci attraversi sorvolando come astrazione o l’ombra dello spirito: questo è il pensare volatile, riflesso, divagante, infecondo, irreale, al quale devo necessariamente opporre un essere un “Dasein”, un esistere, una materia, una realtà, che mai estinguerà la mia sete, in quanto non possedendo il tipo di pensiero che loro appartiene, sono per questo tagliato fuori dalle cose, dall’esistere, dalla vita.

* * *

È ovvio che, se quel tipo di pensiero impotente usualmente rivolto ad una vita irreale, si volge ora a considerare l’Ottuplice Sentiero, non può vedere in esso altro che una serie di regole, apprezzabili unicamente dal punto di vista morale, cosa che oggi lascia più che altro freddi. Il pensare non è l’essere, l’essere non è il pensare. Perciò il pensiero, per es. quello della retta azione, può dar via soltanto ad astrazioni circa il giusto modo di fare le cose. Tuttavia se ammettessimo che un discepolo del Buddha potesse mettersi in quella condizione nella quale il pensare era una forza vivente, diverrebbe allora comprensibile come per lui il meditare sulla retta azione significasse cogliere al tempo stesso il principio dinamico necessario a compiere quel tipo d’azione.

Chiunque studi testi come l’Anguttara, il Majjhima Nikâya e l’Abhidharmakośa troverà ovvia questa identità tra l’essere e il pensare. Attraverso di essa, l’asceta poteva avvertire nel suo pensare la corrente della vita, e con ogni pensiero egli accoglieva  un elemento di potenza della volontà. Vasubandhu, per esempio, afferma che l’atto del pensare (vitarka) è l’espressione dell’organo del pensiero. Egli traccia, inoltre, una distinzione tra il pensiero sottile e quello ordinario. Quello è una sorta di pensiero spirituale. Tale distinzione è ancor oggi necessaria per indicare fino a che punto i contenuti sperimentati in una regola ascetica possano accordarsi al livello di coloro che si conformano ad essa.

Se accettiamo la validità di questa osservazione nei confronti di qualsiasi dottrina spirituale, essa può condurci a distinguere chiaramente il valore di un principio morale basato sulla sua realizzazione e sulla sua pratica concreta da qualsiasi altro, prodotto dalla umana capacità di astrazione. Quanto all’Ottuplice Sentiero, non ci deve trarre in inganno la sua semplicità. Nel caso esso venisse esposto da qualcuno che lo avesse realizzato in se stesso, dovrebbe essere valutato secondo il metro dato sopra, ovverossia in quanto espressione di un mondo spirituale, piuttosto che di logica umana. Il retroscena interiore delle otto attitudini dovrebbe essere sperimentato mediante meditazione, onde possa scaturire il senso del loro accordo. Quel accordo, una volta conquistato mediante intuizione, se afferrato e richiamato spesso alla mente nella sua luminosità fulgurea, può improvvisamente fluire nell’anima del ricercatore come forza di determinazione interiore: proprio il tipo di determinazione interiore necessaria a seguire regolarmente ognuno degli otto sentieri.

L’Ottuplice sentiero non scaturisce dalla moralità, bensì forze morali scaturiscono da esso. Grazie al Sentiero l’uomo non è legato ad una regola, bensì deve egli stesso creare la regola in ogni singolo caso. Dunque è soltanto un metodo verso la conseguimento della Sapienza. In questo senso sono da ricordarsi le parole di Aśvaghoṣa: “La Sapienza ha la facoltà di penetrare i dharmâ così come essi sono, e la funzione di disperdere la tenebra dell’illusione che avvolge i dharmâ e cela la loro essenza”. Chiaramente questo riconoscimento dei dharmâ porta alla conoscenza della legge del karma, così come indicheranno in seguito gli Yogacârin trattando dell’âlayavijñâna. D’altronde, le antiche dottrine buddhiste parlano dei “tre segreti”, del pensiero della parola e dell’azione, e li concepiscono come limite alla trama e al tessuto invisibile del karma. Ogni “fatto” o karma viene visto come un “atto” spirituale. Nei “fatti” il karma si mostra e al contempo si cela. Un essere umano, impigliato nella rete della mâyâ, scambia i “fatti” per la verità evidente e perde la possibilità di osservarli dall’altezza di un “atto” interiore. Ma grazie ad un “occhio interiore” dischiuso, l’iniziato può osservarle come lettere di un alfabeto sovrasensibile attraverso il quale il karma trova la sua espressione, rivelando il segreto della sua precedente incarnazione e il suo sentiero futuro. La via che porta alla liberazione può essere vista solo con occhi chiarificati, ὅσον τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι. [hòson t’epì thymòs ikànoi, “sin dove l’animo giunge”] (Parmenide, I).

Appare, dunque, come unicamente una serie di “atti” interiori possa smascherare la catena dei “fatti”, della quale l’esistenza samsarica è intessuta, quest’ultima essendo la catena senza fine di fronte alla quale ogni individuo si ritrova con la stessa avversione e con gli stessi problemi, con tutte le situazioni ricorrenti di sofferenza e di impotenza. L’uomo necessita della pratica paziente, persistente, di atti interiori mediante i quali egli può lottare libero da avijjâ, da memoria samsarica, da tutto ciò che lo vincola al suo apparente strumento corporeo (skandha, vâsanâ, saṃskârâ), e rivivere in se stesso la propria memoria spirituale (l’ἀνάμνησις [anàmnesis] di Platone), cioè il ricordo della sua natura primordiale, conducendo alla liberazione. Questo è il senso dell’Ottuplice Sentiero: che abitudini mentali, complessi, routine, costituiscono una “memoria” che lega l’essere umano ad una natura inferiore, che non è il suo destino, con la quale egli si identifica ciecamente. Persistere per mesi, per anni, in una serie di atti mentali, voluti indipendentemente dalla propria natura, può spezzare la catena di abitudini e rendere il discepolo capace di estirpare la falsa memoria, rivivendo in suo luogo la reale memoria dell’uomo. Così l’Ottuplice Sentiero implica la creazione di nuove “abitudini”, che portano a rivivere lo “stato primordiale” dell’uomo.

Il termine “memoria” non è stato scelto a caso. Da una parte, esso riflette l’idea che un gruppo di abitudini inconsce, che tendono a ripetersi ciecamente – i vâsanâ e i saṃskârâ della dottrina buddhista – dall’altra, esso è spesso usato dalla moderna psicologia nello stesso senso riguardo all’azione di “riflessi condizionati” e alla vita dell’“inconscio”. Delay la chiama “memoria inferiore”, il che equivale affermare la mancanza di una “memoria superiore”, la quale caratterizza, invece, il vero essere umano.

A questo punto, l’uomo moderno può trovare una via per comprendere e, nel caso, praticare l’Ottuplice Sentiero, per quel che di verità vivente esso ancor oggi contiene. Esso conduce ad un risveglio della memoria spirituale, che già è sveglia nella sfera sovrasensibile di ogni essere e dorme nell’incoscienza, sopraffatta da una falsa memoria che impone, da una zona più profonda, tutte le “associazioni” e persino pensieri. Quella dimensione interiore, che manca alla moderna psicologia, l’uomo potrebbe trovarla nell’Ottuplice Sentiero, così come egli potrebbe rivivere nel suo pensiero la relazione reciproca, che le otto attitudini hanno tra di loro, sino a che essa non scaturisca improvvisamente nell’anima come una forza alla quale egli potrebbe attingere per praticarle una per una.

Per raggiungere ciò, l’occidentale dovrebbe, come ho detto sopra, meditare sulle singole otto attitudini, così da averle continuamente presenti nella sua coscienza, sino a che esse possano, ad un determinato momento, muoversi e combinarsi da sé nella sua anima, disvelandogli così la loro reciproca relazione interiore, la loro natura univoca, come fossero raggi irradianti da un unico centro. Naturalmente, un tale esercizio è inteso a superare la scissione tra “essere” e “pensare”, cui ho accennato più sopra, e che non era un problema per i discepoli del passato. Il nostro pensiero disanimato attingerebbe ad una nuova sorgente di vita mediante la meditazione. Così la corrente della  volontà fluisce nel pensare e lo solleva al di sopra dei consueti processi cerebrali. Così vengono poste le condizioni per le rette attitudini.

Per esempio, se l’uomo moderno volesse seguire il sentiero del “retto giudizio” e tentare di rettificare ogni suo giudizio, attraverso lo sforzarsi a quel pensare cosciente cui ho alluso, noterebbe che il giudizio può essere all’altezza della verità del suo oggetto, unicamente allorché può affermare l’elemento eterno che l’oggetto contiene. Un tale giudizio non potrebbe più condannare alcunché, in quanto inevitabilmente sposerebbe l’essenza di bontà e di bellezza presente comunque in ogni cosa oltre la sua apparenza.

Il sentiero del retto giudizio implica, dunque, un’atteggiamento di positività nei confronti di tutti gli esseri e di tutte le cose.  Una tale modo di pensare dovrebbe essere nutrito attraverso una costante percezione del lato buono e luminoso dei fatti, delle cose e delle persone, in particolar modo quando ciò è arduo a trovarsi. Non intendo dire che l’occasionale lato oscuro di una cosa dovrebbe essere trascurato, ma che la critica “spontanea” dovrebbe essere smorzata e l’attenzione deliberatamente diretta  verso gli aspetti positivi. Questa volontà rafforza la nostra facoltà di guardare al lato favorevole, costruttivo, che non può mancare e non deve essere creato dalla nostra immaginazione, bensì osservato e afferrato nella sua concretezza, oltre il lato negativo che generalmente ci colpisce per primo. Questo sarà il principio di un comportamento in armonia con lo spirito, attraverso il quale non possiamo accostare alcunché in maniera svalutativa, in quanto ogni complessità [poliedricità] può essere ricondotta ad un tutto armonioso.  Lamentarsi del lato negativo delle cose è tipico del punto di vista umano e deriva dal nostro atteggiamento generale verso l’esperienza. È una inconscia ed egoistica severità con il mondo, dominata da idee preconcette che nascono dalle esperienze passate. Colui che possa liberarsi di quelle idee, sarà capace di formarsi ed avere un giudizio autonomo, i.e. un retto giudizio: egli non giudicherà secondo la nostra consueta deviazione, che ci esclude da un contatto diretto con la realtà.

Gli stimoli del nostro temperamento, della nostra educazione, le relazioni stabilite nella nostra gioventù e la prospettiva delle cose formatasi a quell’epoca, disgraziatamente ci portano a  a guardare le cose e le persone secondo modelli fissi e ci predispongono a giudizî, che dovrebbero sempre essere rivisti alla luce di una sempre rinnovata ragione. Essi sono così profondamente radicati da attendersi da noi soltanto una sorta di reazioni obbligate, il cui automatismo ha acquisito la forza dell’impersonalità. Attraverso la pratica del retto pensare ci liberiamo di essi e guardiamo alle cose in un modo nuovo, tale da arrivare alla loro intima realtà.

A questo punto può dischiudersi l’ “occhio spirituale” e può essere raggiunta la visione diretta attraverso la quale può delinearsi il segreto del karma degli esseri che contempliamo. Ciò è inevitabile in quanto l’attitudine al giudizio spassionato e all’immergersi nella realtà interiore delle cose oltre il loro apparire ci rende capaci di cogliere la relazione sottile tra la loro essenza e la loro esistenza. Il giudizio positivo getta luce su tutto ciò che un essere umano alberga di bene, e ci conduce a vedere il dharma, che opera nei “livelli inferiori”, saṃskṛta, cioè le forze che trattengono quell’elemento positivo dal venire alla superficie. Ci porta a vedere i retroscena che impediscono ad un uomo di muovere lungo la propriaa direzione creativa, secondo il suo dharma superiore (asaṃskṛta, nirvanico). Così noi progrediamo verso la comprensione degli altri e arriviamo ad una più profonda e più costruttiva pratica della verità, e a rendere concreta la pratica dell’amore verso il prossimo (maitrî).

Il sentiero della “retta visione” è simile. Esso porta ad una disciplina delle nostre rappresentazioni, affinché esse possano riprodurre fedelmente la realtà degli esseri e delle cose. Ciò implica soprattutto di non accettare niente in quanto precedentemente giudicato e sistemato, e di rivedere tutte le nostre rappresentazioni e prospettive attraverso il ritornare in contatto con gli oggetti. Se qualcuno, per es. ascolta un giudizio che ha già sentito altrove, dovrebbe osservarlo come se ora lo udisse per la prima volta, e meravigliarsi se questa volta non gli rivelasse qualcosa di nuovo o non gli apparisse in una nuova luce. Questa pratica dimostrerà se alcunché di nuovo è nato in noi stessi, se possiamo capire meglio e più profondamente che non nel passato.

Seguire questo sentiero significa raggiungere una “purificazione” della memoria, in quanto tratterremo ciò che è vero e vivo,  e ci libereremo di quella memoria ingannevole, che è la stratificazione delle nostre reazioni soggettive. Se a qualcosa ci sta dinanzi in un dato momento, e noi vi opponiamo una nozione già acquisita, ci riferiamo automaticamente ad un contenuto della nostra memoria, rinunciando all’esperienza viva. Se, quando ci viene detto qualcosa di nuovo, attingiamo al deposito di idee che abbiamo raccolto in circostanze simili in passato, ci tagliamo fuori da ogni giudizio realmente attivo. Se, invece, decidiamo di riesaminare l’evento in maniera nuova, il giudizio presente, maggiormente obbiettivo, si paleserà di fronte alla percezione. Questo è il metodo per controllare l’ “area”, dalla quale emergono i contenuti della memoria che usualmente affiorano a rafforzare i nostri giudizi stereotipi. Detergere quest’area dalla quale il passato impone le sue esigenze al presente, significa in certo qual modo liberarsi del determinismo del tempo: “il tempo diventa spazio”, ovverossia vediamo il tempo come se fosse disteso nello spazio e a nostra portata nel presente. Il ricordo cessa di essere una morta eco de passato e lascia cadere ogni configurazione che nel passato possa averlo incrostato. Ciò è d’importanza vitale, in quanto noi possiamo rimuovere dalla nostra coscienza un veleno pericoloso, la catena delle menzogne che tratteniamo come memorie. Ma la memoria spirituale, libera dai ricordi ingannevoli, è la forza stessa mediante la quale l’anima realizza il tempo come spazio in se stessa e muove in esso a volontà come in un continuo presente.

Le altre sei attitudini vengono illuminate dal retto giudizio e dalla retta visione. Grazie a quelle, gli ideali della vita vengono riconosciuti per quello che realmente sono, in quanto essi non possono più coincidere con ciò che è impermanente o non affondi le sue radici nell’eternità, e l’anelito umano trova infine il suo scopo. La retta aspirazione diviene una forza che libera l’uomo da ogni miraggio ingannevole, e dai suoi miti inferiori sui quali vengono disperse tante energie umane.

Da ciò nasce l’impulso a non agire più secondo propensione individuale, ma unicamente accogliendo l’interiore richiesta degli esseri e delle cose, il che significa “volere” allo stato puro, vale a dire non aver bisogno di agire sotto lo stimolo del proprio vantaggio o delle proprie preferenze, ma unicamente per amore dell’oggetto. L’oggetto a sua volta, come ho detto sopra,  può essere compreso nella sua realtà grazie al retto giudizio e alla retta visione. La volontà, allorché liberata dai motivi egoico-sentimentali, che sono i suoi stimoli abituali, diviene forte in se stessa e si collega con la sorgente impersonale del suo potere. Il volere umano, si dovrebbe dire, a questo punto quasi coincide col volere degli Dèi.

Il retto volere si realizza nella retta azione, per così dire, in una ora rigorosamente ricorrente corrispondenza tra “potenza” e “atto”. Diviene al contempo chiaro che viene richiesta una maniera interiore d’agire, che è infine retta meditazione, espressa nel mondo visibile nella retta azione. L’azione, in realtà, è di una sola specie: atto dello spirito che a volte porta come veste la contemplazione – o retta meditazione – e a volte l’azione. La sintesi di tutto è nella retta maniera di vivere, che conduce ad un ininterrotto accordo tra retta meditazione – nella quale confluiscono retto pensare, retta visione e retto volere –  e retta azione.

Ma la catena di queste sette movenze dell’anima può penetrare nelle profondità dell’essere solo mediante il retto sforzo, cioè attraverso una resistenza paziente portata avanti per mesi ed anni, con impeto imperterrito, e attraverso risoluta devozione, sino a che infine essa non operi come la natura stessa.

A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso. In questo senso, il suo conseguimento, come afferma il Buddha a proposito della verità nel Saṃyutta Nikâya, è oltre “ciò che è” e “ciò che non è”, oltre la dualità, cioè oltre quello “stato umano” mediante il quale, secondo Eraclito  “ ἄνθρωπος ἐν εὐφρόνῃ φάος ἅπτεται ἑαυτῷ” [ànthropos en euphròne phàos àptetai heautô, “l’uomo nella notte accende a sé una luce”, in Clemente Alessandrino, Stromata, IV,141, 2].

Alcuni secoli più tardi, Nâgârjuna parlò del Madhyamika, come di un sentiero ugualmente distante dall’essere e dal non-essere, che illustra con precisione intuitiva l’ “area spirituale” dell’esperienza interiore, che può liberare veramente l’uomo dai vâsanâ, dall’antica natura, dal saṃsâra, così come da ogni forma di conoscenza, o anche di saggezza ad essi legata.

Nei confronti dell’uomo, l’Ottuplice Sentiero può essere tradotto in una psicologia aristocratica – o piuttosto che in una psicologia – in una vera scienza dell’anima. Ognuno degli otto sentieri porta alla liberazione di un aspetto della memoria, vale a dire, di ciò che, in quanto “passato”, è presente nell’uomo ed esige dispoticamente da lui determinate abitudini ed una particolare visione del mondo. Allorché è libero dalla falsa “memoria”, l’uomo può guardare indietro alla sua vita e risalire obbiettivamente la catena dei suoi ricordi. Può così volgere all’inizio della sua attuale vita terrena, là dove egli non si troverà di fronte al nulla, bensì ad un Essere reale che viveva in lui prima della sua nascita. Lucidamente, egli può raggiungere la soglia di un’esperienza dell’Io Superiore, di un Essere che gli sta di fronte in maniera reale, indipendente da nascita e morte. Proprio questa esperienza può conferire un senso alla sua vita e rivelargli che l’Ottuplice Sentiero ancora non è stato conosciuto dall’uomo, in quanto esso deve ancora essere percorso.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

SUL CANTO DEL BEATO

Peter Brooks Mahabharata Krishna talks to Prince Arjuna - (2)

I seguaci dell’antroposofia fin troppo spesso nulla sanno di quanto non sia strettamente legato ad essa. Ma su ciò dovrei correggermi. Vedo sedicenti antroposofi conoscere a menadito Osho, l’AMORC, le Kabbale, Krishnamurti, poi le cloache chiamate canalizzazioni e altre (infinite?) sciocchezze.

Neppure un timido un balbettio sugli autorevoli critici, vuoto pneumatico con gli autentici testi della tradizione. Poi Steiner e Scaligero, ma leggeri come i saldi di fine stagione: ottimi per libertine e esibizionistiche discussioni.

Che questo sia il futuro che avanza? Che ci sia una nuova scuola esoterica molto, ma molto a sud di Ushuaia?

Lascio ai lettori la meditazione sul senso del verbo avanzare, invito tutti a corsi di geografia esoterica, e riprendo il filo.

Va bene, anzi benissimo, seguire il pensiero scientifico-spirituale sulle “Basi occulte della Bhagavad Gita”, però esiste pure la Bhagavad Gita per se stessa e, se non erro, nell’”Iniziazione” Steiner stesso la indica come un testo che è cibo per l’anima.

Allora, è conosciuta o no?

Sfrondata da studi filologici ed esegesi, non è mica un grosso testo ed è rintracciabile in qualunque libreria, anche in edizioni di pochi soldi. Dunque di facile acquisto e ognuno poi fa quello che vuole.

Però mi stupirebbe se nelle fornite biblioteche personali di figure a vasto raggio di interessi spirituali, ça va sans dire, questo aureo volumetto non ci fosse proprio.

Non smetto di ritenere che riassunti o bignamini non comunichino nulla di buono: le Opere dettate dalle altezze (di qualunque tempo), qualora le anime sappiano riconoscerle, dovrebbero essere avvicinate e “trattate” con un minimo di rispetto, anche quando manchi una devozione sincera.

“Farle a pezzi non è rispettarle”, come diceva il capo ispettore Abberline nei riguardi delle povere vittime di Jake the Ripper. Eppure i festoni di budella appese sono il prodotto dell’encomiabile fatica quotidiana di chi, credendo d’essere l’attuale incarnazione del maestro del maestro, lancia alla canaglia indefinibili pezzi di cose alte o sacre: così va il mondo dell’illusione elevata a potenza.

Purtroppo chi fa ciò come nobile arte di sottoscala si autogiustifica sempre e comunque: in nomine diaboli, puto.

Qui, da parte mia, preferisco dunque limitare le prossime righe alla cornice in cui si situa “Il Canto del Beato”, confidando nell’interesse dei lettori per l’ulteriore proseguimento.

La Bhagavad Gitā è un un episodio del Mahābhārata, narrazione epica di una visione della grande India unificata in cultura e vita politica, completata tra il V e il I secolo avanti Cristo e che si traduce letteralmente come “La grande India”.

Quando Dhritarāshtra, il re cieco dei Kuru diviene vecchio decide di cedere il trono non a suo figlio Duryodhana ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pāndu, suo fratello minore.

Duryodhana, uomo di inclinazioni cattive, mediante scaltrezza e tradimenti, si impadronisce del trono e cerca ogni mezzo per annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, divinità incarnata, tenta di conciliare le parti: in nome dei cinque Pāndava chiede per essi cinque villaggi ma Duryodhana rifiuta brutalmente e dice che senza battaglia non cederebbe nemmeno uno spillo di terra. Diviene inevitabile battersi per la giustizia e il diritto.

Tutti i principi dell’India si uniscono ad una delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offre una scelta e Duryodhana sceglie per sé il potente esercito di Krishna e Krishna entra nel campo opposto, non come combattente ma come auriga del carro di Arjuna (uno dei cinque pāndava).

Drona, il maestro di ambedue, sceglie Duryodhana perché il suo nemico Drupada ha scelto l’altro campo. Bhīshma, parente di ambedue i capi delle opposte fazioni, l’uomo più forte dell’India seppure anziano e che aveva tentato la riconciliazione, dopo un scrupoloso esame di obblighi e doveri e visto che nemici s’erano schierati a fianco dei pāndava, decide di combattere con Duryodhana per dieci giorni e poi di ritirarsi in morte volontaria ottenuta cioè con mezzi iperfisici.

L’auriga del carro del vecchio re cieco e spodestato svolge per lui la cronaca degli avvenimenti della lotta mai superata in importanza nella storia dell’antica India: qui inizia la Bhagavad Gitā, ossia il Canto del Beato, perché ripete le parole di Krishna, il divino incarnato e perché insegna all’uomo come elevarsi alla coscienza divina, realizzando nella sua vita terrestre il Regno dei Cieli.

Dei cinque fratelli pāndava, il maggiore è il più puro e virtuoso (sattvico), il minore è il più forte (rajasico) mentre Arjuna, terzo dei fratelli, è in equilibrio in forza e purezza: per questo viene scelto dal Divino per essere il suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugāntara, e per essere il discepolo a cui dare il messaggio divino della via allo Spirito.

Se pensiamo l’insegnamento antico come staticamente immerso nel suo proprio splendore, la figura di Arjuna e il momento dell’insegnamento infrangono tale pensiero.

Arjuna è un uomo attivo, osservante delle leggi che regolano la vita dell’uomo giusto, posto nel mezzo della sua più profonda e violenta crisi. Il suo temperamento è indicato dall’inizio del libro ed è conservato fino alla fine: consapevole del grande massacro (di cui è destinato ad essere il principale strumento!), quello che sorge nella sua anima non è ragione filosofica o spirito riflessivo ma da uomo pratico e d’azione scopre di colpo di venir privato di tutto il fondamento della fiducia in sé e nella vita.

Egli, vissuto finora seguendo la legge (dharma) e mettendo in pratica le nozioni di diritto e virtù, scopre improvvisamente che esse l’hanno condotto a diventare il protagonista di un massacro terrificante e inaudito, di una mostruosa guerra civile che incendia tutte le nazioni, prepara la strage dei più valorosi eroi e minaccia la rovina della civiltà.

Allora Arjuna, gettando lontano l’arco divino e la faretra inesauribile che gli erano stati dati dagli dei, esclama: “ è meglio che io mi lasci massacrare, disarmato e senza resistenza, dai figli armati di Dhritarāshtra. Non combatterò”.

Non è il dubbio di un pensatore ma piuttosto la rivolta elementare di tutto il suo essere: non solo il suo pensiero ma anche il cuore e gli impulsi vitali non trovano più regole d’azione, nessun valido dharma.

Egli chiede allora a Krishna una regola sconosciuta, mentre il Maestro lo condurrà verso il segreto che Arjuna non cerca né conosce. Il Divino non vuole condurlo ad una legge qualsiasi (inevitabilmente umana) e chiede piuttosto che rinunci a tutti i dharma, tranne a quello, ben diverso da tutti, che consiste nel vivere coscientemente nel Divino e nell’agire secondo questa consapevolezza.

Il Maestro deve dare al discepolo una nuova legge di vita e d’azione che vada oltre l’insufficiente regola dell’esistenza ordinaria con l’infinita serie di contraddizioni e conflitti, di dubbi e certezze illusorie, così che liberi l’anima dai legami dell’azione senza impedirle di agire e con forza conquistare l’immensa libertà del suo essere divino.

Anche il Canto del Beato, come ogni altro testo, può essere mal tradotto. Basta poco per farne oggetto di erudizione oppure nel dare più luce alle parti preferite mettendo in ombra il resto. Spesso è stato detto, nella critica positiva, che la Gitā sarebbe, essenzialmente, l’insegnamento dello yoga dell’azione (karma-yoga). Ciò non è falso ma solo limitativo, come se da un pugno di sabbia si pretendesse di conoscere l’immensa spiaggia che scivola nell’oceano. Forse è più semplice: il Canto vuole che si viva nel Divino – “sebbene nel mondo, tuttavia in Dio” – . Esso vuole che l’uomo, oltre a vivere nella carne, nel cuore e nell’intelletto, viva nello Spirito. L’uomo, che vive nel mutevole corso del tempo, giunga a vivere nell’Eterno.

Ancora un rilievo: Arjuna è un uomo d’azione, è un uomo concreto e, nel drammatico momento dell’imminente combattimento, è anche uomo interiormente lacerato, confuso, ma è già amico di Krishna: riconoscerà in pieno, durante il dialogo l’infinita natura divina dell’amico, ne prenderà a poco a poco consapevolezza ma, è questo che voglio sottolineare, il Dio è con lui sul suo carro: è già suo amico. Tra i due c’è amicizia già prima che il Divino gli si riveli. Non è cosa di poco conto, non vi pare? E ognuno tragga da ciò qualche conclusione.

La Gitā non è arma di battaglie dialettiche,

è una porta che si apre sull’intero mondo di Verità,

di esperienza spirituale, e la visione che offre comprende

tutti i domini del piano supremo. Essa traccia il cammino,

ma non innalza mura o barriere per confinare la nostra visione.

(S.A.)

TRADIZIONE

Di LUCIO ANNEO SENECA

 Seneca

Lucio Anneo Seneca

Chi era Seneca? Quasi tutti sanno che fu un filosofo. Qualcuno crede di ricordare che (probabilmente) non rideva mai. Viene definito come esempio dello Stoicismo – cosa non vera – ma che comunque non disturba i sonni dell’informe uomo qualunque d’Occidente. Permane o permaneva l’impressione popolare che fosse stoico chi sapesse sopportare con imperturbabilità disagi contingenti e cosmica sfiga.

Il Nostro nacque a Cordova nel 3 (circa) avanti Cristo. Figlio del retore Marco Anneo che cercò di limitare gli eccessi del figlio nelle pratiche ascetiche.

Sposatosi, seguì una notevole carriera: divenne consigliere imperiale in tempi non facili. Così dovette subire l’esilio come amico di Giulia, figlia di Germanico. L’imperatore Caligola gli risparmiò la vita poiché fu considerato tisico, dunque prossimo a morire.

Dal 41 al 48 visse in Corsica dove scrisse il De Consolatione. Poi Agrippina gli confidò l’educazione dell’undicenne Nerone e nei primi cinque anni dall’accessione al trono del pupillo, governò insieme a Burro.

Poi cadde in disgrazia (pare che a quei tempi il cadere in disgrazia fosse uno sport popolare e pericoloso) e in modo sempre più netto, ma restò a corte anche dopo l’uccisione di Messalina. Un affresco pompeiano mostra una farfalla cocchiera di un drago: sono gli emblemi di Seneca e Nerone.

Infine venne accusato di aver preso parte alla congiura dei Pisoni e, nel 63 fu costretto a togliersi la vita. La sua seconda moglie dapprima volle morire con lui, poi preferì la vedovanza.

Delle sue opere sono perdute le orazioni, le descrizioni dell’India e dell’Egitto. Rimangono invece libri di disquisizione sulle scienze naturali, l’Apocolocintosi del divo Claudio, De Beneficiis, dodici Dialoghi, De Clementia dedicato a Nerone, le Epistole a Lucilio e le tragedie.

Perché ve lo traduco? Perché mi piace lo stile, la chiarezza ed il sobrio cinismo ed umorismo – ma non privo del senso del sacro – di chi scriveva (non dimentichiamolo) pochi decenni dall’inizio del nostro tempo storico.

Da Lettere a Lucilio

Prima di tutto, o mio Lucilio, impara a godere.

Credi forse che io intenda ora toglierti molti piaceri, sol perché ti metto in guardia dal caso, sol perché stimo tener lontano da noi quel dolcissimo allettamento che è la speranza?

Al contrario: io desidero che non ti venga mai a mancare la gioia; desidero anzi che essa ti nasca in casa: e ti nascerà purché essa alberghi dentro te stesso.

Le altre gioie non saziano l’animo, spianano soltanto la fronte, sono superficiali, a meno che, per avventura, tu non creda che sia felice chi ride: l’animo dev’essere alacre, fiducioso ed elevato in tutto. Credimi: la vera gioia è una cosa seria.

O forse tu stimi che chi ha il volto spianato o, come amano dire gli effeminati, ilare, disprezzi la morte, apra la sua casa ai poveri, tenga a freno i piaceri, mediti sulla sopportazione del dolore? Solamente chi volge entro di sé questi pensieri, prova una grande gioia, anche se poco carezzevole.

Io desidero che tu sia in possesso di questa gioia, la quale non ti verrà mai meno una volta che tu abbia saputo individuarne le origini: i metalli più vili si ricavano dalla superficie del suolo quelli più pregiati invece hanno la loro vena nascosta nel profondo della terra, ma rispondono sempre e ben più copiosamente a chi scava.

Le cose di cui il volgo si compiace, danno una soddisfazione leggera e superficiale, perché qualsiasi gioia artificiosa manca di radici: invece questa di cui parlo e a cui mi sforzo di condurti è una gioia valida e tale da penetrare più addentro.

Si farà beffa di te chiunque che questa vita sia una milizia comoda e facile: non voglio che tu sia ingannato. La terminologia di una sì nobile milizia è la medesima che è in uso nell’altra, così infame, dei gladiatori: “Venir bruciati, incatenati, uccisi di spada”.

Ma almeno quegli infelici, che offrono a nolo le loro braccia e che mangiano e bevono solo per restituire col sangue, sono scusabili in quanto soffrono spesso contro la loro volontà: da te, invece, si esige che soffra deliberatamente e volentieri. Quelli almeno hanno la possibilità di abbassare le armi e di affidarsi alla misericordia della folla: tu invece non puoi arrenderti, né implorare che ti si risparmi la vita: devi morire in piedi e invitto. D’altra parte a che gioverebbe cercare di guadagnare pochi giorni o anni? Si nasce senza speranza di condono.

Tu mi dirai: “E allora come potrò salvarmi?” Tu non puoi sottrarti all’ineluttabile, puoi soltanto vincerlo: “La via si apre con la forza”.

Non serve elevare al cielo le palme e supplicare il custode dl tempio che ci conceda di accostarci più da presso all’orecchi delle statue degli dei per poter essere meglio ascoltati: Dio ti è vicino, è con te, è dentro di te. Sì, o Lucilio, uno spirito divino è dentro di noi, osservatore e giudice delle nostre azioni buone e cattive: e come trattiamo lui, così lui tratta noi. Certo, nessuno è buono senza Dio. Ma come ci si può alzare al di sopra della sorte se non col suo aiuto? Dio ci dà i nobili e retti consigli: in ogni uomo onesto “c’è Dio, anche se non sappiamo chi sia”.

Se ti trovi dinanzi allo spettacolo di una foresta popolata di vecchi e giganteschi alberi, i cui rami, intrecciandosi tra loro, oscurano la vista del cielo, quella vista si sì alta vegetazione, quell’arcano del luogo, quell’ombra meravigliosa, così densa e continua pur nell’ampia distesa, ti testimoniano la presenza di Dio.

E così pure non ispirerà alla tua anima un senso di religioso stupore la vista di un’ampia caverna, corrosa dal tempo, alle falde di un monte, scavata nella sua vasta estensione, non già dalla mano dell’uomo, ma da fenomeni naturali? Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; noi riteniamo sacri alcuni laghi o per quel loro color cupo o per quella loro immensa profondità.

E se tu vedrai un uomo impavido di fronte al pericolo, incontaminato dalle passioni, felice nelle avversità, sereno in mezzo alle tempeste, guardare gli uomini dall’alto e gli dei a faccia, non proverai tu per costui un senso di venerazione? Non dirai tu: “ Questa è una cosa troppo grande e troppo sublime perché si possa credere che sia della stessa natura di quel piccolo corpo nel quale è racchiusa?”. Qui è discesa qualche potenza divina.

Un animo così elevato e sereno, che tutto trasvola, come su cose a lui inferiori, dev’essere necessariamente ispirato da una potenza divina. Non può essere che una cosa così grande sussista senza il sostegno di una divinità: e allora vuol dire che la parte migliore di quest’uomo risiede lassù donde è disceso.

Come i raggi del sole toccano, sì, la terra, ma stanno là donde provengono, quell’anima grande e santa, che è stata inviata quaggiù per farci conoscere più da vicino l’essenza divina, sì, si aggira tra noi, ma resta legata alla sua propria origine: lì è sospesa, verso lì mira e tende, vive tra noi, ma è qualcosa meglio di noi.

Chi ogni giorno dà alla propria vita, per così dire, l’ultima mano, non sente il bisogno di vivere ancora. E’ da questo bisogno che proviene il timore di non arrivare al domani, la brama del domani, che ci corrode l’animo. Niente è più tormentoso dell’incertezza degli eventi futuri. Il nostro spirito allora viene agitato da un inspiegabile senso di terrore, chiedendo ansioso quanto e come resti ancora da vivere.

E in qual modo potremo noi evitare quest’ansia? In un modo solo: non proiettando la nostra esistenza nel futuro, ma restringendola al presente. Si sente sospeso al futuro solo chi vive l’oggi inutilmente: quando invece avremo pagati i nostri debiti verso noi stessi, quando avremo la certezza che non c’è nessuna differenza tra un giorno e un secolo, soltanto allora potremo dominare dall’alto il corso dei giorni e degli eventi futuri e ridere al pensiero della fuga del tempo. Come infatti potrà turbarci la varietà e la mutabilità degli eventi, se saremo certi contro l’incerto?

Tu aggiungi: “Mi lascerai almeno il diritto di provare un po’ di di dolore o di timore?”. Ma quell’ “un po’” diventerà “parecchio”, “molto” e via di seguito e non si fermerà più quando tu lo vorrai. Per il saggio è diverso. Egli, anche se non si sorveglia rigorosamente, sta sempre al sicuro, perché sa arrestare un pianto o un piacere nel momento che vorrà. Ma noi, che troviamo tutt’altro che facile fare marcia indietro, la cosa migliore è che non ci mettiamo in marcia per niente.

A me sembra che molto acutamente abbia risposto Panezio ad un giovane che gli chiedeva, come ad un saggio, della sua disponibilità agli umani amori: “Del saggio,” gli disse, “ne parleremo un’altra volta: quanto a me e a te, che del saggio siamo ancora lontani, non è proprio il caso che incappiamo in una faccenda così vulcanica e prepotente, che ci asservisce vilmente ad un’altra persona.

Infatti, se questa ci corrisponde, ci eccitiamo ancora di più appunto perché ci corrisponde, se ci rifiuta, ci sentiamo feriti nell’orgoglio; e così, come vedi, tanto un “sì”, quanto un “no” in amore fanno male: del primo diventiamo schiavi, col secondo dobbiamo fare guerra: tanto vale che, consapevoli della nostra debolezza, rinunciamo all’amore e ce ne stiamo per i fatti nostri”.

Dunque non abbandoniamo la nostra debole anima nelle mani né del vino, né della bellezza fisica, né dell’adulazione, né di alcun allettamento. E quel che Panezio ha risposto a quel giovane sull’amore io lo dico per tutte le passioni. Per quanto ci è dato possibile, evitiamo i luoghi sdrucciolevoli, dato che neppure su quelli asciutti ci reggiamo bene in piedi.

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