SCIENZA DELLO SPIRITO

IL PERCORSO CHE L’ANIMA INTRAPRENDE (di F. Giovi)

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Il percorso che l’anima intraprende per giungere all’apice della concentrazione è comparabile, per analogia concreta, alla conquista di un picco roccioso.
Alla sua base si raccoglie l’attrezzatura indispensabile, si ripassa con attenzione la via, che in molti casi è l’unica possibile, scoperta ed aperta in tempi antecedenti da scalatori d’élite: è questo che rende possibile il tentativo di chi viene dopo.

Si inizia. Cuore e respiro trovano un nuovo ritmo, muscoli e nervi protestano, obbligati a sottomettersi ad una determinazione inusuale.

Dopo un breve (brevissimo) tratto la mente non può più divagare in futilità e fantasie, ma solo convergere nello sforzo intelligente… caricare il peso sull’avampiede sinistro, premere l’estremità delle dita nell’ombra di una rientranza, scivolare con la gamba destra oltre un cordolo trasversale… Il respiro tagliato, l’occhio bruciato dal sudore, il dolore della carne violata dalla densa asprezza del minerale: c’è tutto e ancora altro, ma rimane fuori, sotto. È inessenziale per l’ascesa, per un salire che sente e tuttavia ignora paura, fatica e dolore; per un pensiero totalmente dedicato al moto del salire in solitudine perfetta.

Occorre tempo, interminabile, e sforzo al limite del possibile o forse oltre, e ci si accorge che l’anima è scomparsa. Rimane solo il corpo in movimento ed un soggetto che non è più il soggetto di prima e nemmeno il corpo è quello, opaco e pesante, che si sentiva all’inizio della via.

Quando Nietzsche, dando voce a una nostalgia profonda, nel contemplare le alte vette le chiamava “pure, non macchiate di spirito”, sbagliava: avrebbe dovuto dire “non macchiate dall’anima”! In questi momenti una caduta funesta sarebbe una tragedia per parenti ed amici, non per lo scalatore, che sperimenterebbe un librarsi meraviglioso e liberatorio nella viva vastità dell’Aria. Giunti alla cima, tutto l’assetto del rocciatore cambia ancora. Il lungo sforzo, soggettivamente quasi interminabile, la ferrea incandescenza dell’atto di assoluta determinazione, si convertono in un riposo potente.

Dalla cima, lo sguardo al mondo circostante non è grande per ciò che vede ma per l’immanenza dello Spirito in chi guarda. Sulla cima, l’uomo ha dato più del possibile e se in lui vive l’asceta, lascia, nella superiore attività del non-agire, che il Cielo espiri trasparenti altezze di Quiete che si aprono in segni di Luce e fisionomie di Saggezza e Forza.

Similmente, dopo anni penosi di tentativi e smarrimenti, per chi si era esercitato al controllo del pensiero, alla ricostruzione dell’immagine concettuale ed alla vera concentrazione che è soltanto il darsi perdurante di tutta l’attenzione in questa immagine, vinto l’irraggiamento centrifugo dell’anima e la frammentazione del flusso pensante, si instaura il picco, l’apice della concentrazione.
Genericamente la differenza tra chi ha iniziato da poco e chi ha lavorato strenuamente per anni o decenni è che di solito quest’ultimo si spinge più avanti in tempi più brevi; più esattamente la differenza è sportiva e si chiama intensità.

Nessuno conosce sui primi passi della via interiore cosa sia l’intensità nella sfera della coscienza pensante anche se nella vita qualcuno è stato afferrato con intensità da un’idea, molti dall’intensità di un sentimento.

Del resto tra l’essere afferrato da qualcosa, fosse anche un dio, e l’afferrare in volizione cosciente un concetto, un’idea, si apre un varco ampio come l’universo della fisica. L’intensificazione interiore, voluta e coscientemente alimentata tramite attenzione di pensiero che si enuclea in immagine concettuale, è sconosciuta alle coscienze scientiste, filosofiche, antroposofiche, tradizionaliste, formalmente diverse ma sostanzialmente identiche in quanto perfettamente intercambiabili nella loro celebrale riflessità, ossia in quel nulla che permette l’accendersi dell’autocoscienza ma che poi non afferra e non comprende nemmeno un filo d’erba.

Lo stato apicale: l’oggetto interiore, con o senza forma, acquista autonomia, la sua concreta saldezza implica la formazione di uno spazio animico in cui ci si raccoglie, la sua perdurante intensità assorbe tutto il pensare. Come, durante l’esercizio della disciplina, svanisce la presenza dell’anima intesa come esperienza personale, così ora cessa l’attività personale del pensiero: il noto sforzo dell’ascesi si interrompe, ha esaurito il suo propedeutico compito.

La possente Quiete impersonale che accoglie la coscienza reca in sé un penetrante sentimento di familiarità. Si ottiene subito la consapevolezza che questa condizione eccezionale è quasi immediata alla nostra più vera realtà, lontana ma soprattutto diversa dalla pallida opacità dei fondali dipinti che, nell’alienazione di noi stessi, chiamiamo realtà nostra e del mondo.

Un certo pericolo, a fianco dell’esperienza evocata, può verificarsi a causa di un eccesso di saturazione dell’immagine, se questa eccede e ci attrae, se tenta di risucchiarci dentro e attraverso sé. Abbandonarsi a ciò, che è assai simile alla forza di gravità in una caduta o ad una galleria del vento attivata, ci trascina di colpo dalla sfera ancora collegata al sensibile, in mondi che sovente sono troppo lontani dalle esperienze in cui permanga un sano nesso tra percezione ed autocoscienza. Per poter attraversare correttamente certe porte è necessario raggiungere una forte maturazione di precise forze animiche mediante diverse discipline indicate dalla Scienza dello Spirito e intuitivamente selezionate.

Ma il pensare-sentire-volere è davvero scomparso? No, è scomparso soltanto per riapparire. Però mutato, trasformato. Le forze che abbiamo sempre riconosciuto come “forze dell’anima” in realtà ordinariamente sottomesse all’astrale inferiore, dunque alterate e giustificate solo dall’inversione del Principio umano, ora riaffiorano nella loro natura originaria: come arti dello Spirito, organi dell’Io. Risorgono dalla possente intensità dell’immobilità e del silenzio per essere capaci di azione spirituale.

Frasi simili spiegano poco e per chi non trova ancora in sé un germoglio d’ascesi sembrano anche peggio; è però logico che le cose stiano in tale modo: v’è un limite lungo il quale ognuno può capire di tutto e fare di tutto. È il limite della dialettica, della parola mentale, già poco funzionale al solo mondo sensibile, e che diviene astratto arbitrio, inganno e menzogna qualora supponga di poter contenere alcunché di spiritualmente reale, fatti salvi i rari casi in cui venga riplasmata dallo Spirito attraverso il veggente o l’artista.

Oltre quel limite non c’è nulla da capire ma una strada da percorrere superando il bisogno di spiegazioni. Essa si chiama Concentrazione, Meditazione e Contemplazione. Solo su quella strada chi in qualche modo è stato chiamato può risvegliarsi al Fondamento di sé ed alla realtà dello Spirito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO – IL TRATTATO DEL PENSIERO VIVENTE. “V’È UN PENSARE CHE NON È STATO ANCORA PENSATO ”. (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Il Trattato del pensiero vivente. “V’è un pensare che non è stato ancora pensato”

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Un breve prologo, trentanove paragrafi, un’appendice. Così è strutturato il “Trattato”. In un precedente post avevamo pubblicato il primo paragrafo del libro. Oggi, dopo aver riportato di nuovo il prologo, proseguiamo col secondo, brevissimo, passaggio a seguire.

Ma perché tutta questa parsimonia con i testi di Scaligero? Ma perché è importante porsi di fronte a questi pensieri con il massimo dell’attenzione, per poterne percepire tutta la forza, la luce, l’immensa grazia. Ricercando senza posa ogni volta il giusto assetto interiore, motivati da un senso di profonda e crescente gratitudine.

Poche frasi ogni volta, quindi, potrebbero davvero bastare, se comprese e accolte in nuce per quello che sono, ossia, come portatrici [in potenza e in atto] di tutto il pensiero. Come in un frammento l’intero, già in un testo brevissimo, un assaggio della più piena libertà. Un anticipo di ogni ulteriore possibilità.

Una via questa che certo sottintende sempre, ricordiamolo, la pratica della retta concentrazione e meditazione, secondo i canoni indicati dallo stesso Scaligero.

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Da

Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Tilopa 1961)

Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. Il trattato non è filosoficamente confutabile, essendo fondato su tale esperienza: che va compiuta, se si vuole disporre dei mezzi per porla in questione. Ma chi possa compierla, comincia a vivere in un pensare che non ha nulla da porre in questione, perché penetra il mondo.

E’ il pensare che è la verità di tutte le teorie e di nessuna, essendone la sostanza predialettica. Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della « concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa.

da p. 8

2

V’è un pensare che non è stato ancora pensato: un pensare che non può darsi come pensiero, finché è pensante nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico, che è già determinazione. E’ il pensare che può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: il pensiero pensante se stesso, reale perciò in quanto esprimente il proprio essere.

Pensiero che non ha bisogno del momento riflesso, per manifestare la propria vita: sperimentabile perciò senza mediazione dialettica. Un tale pensare non è ancora conosciuto dall’uomo, perché non può scaturire in lui se non come originario potere del pensiero: come potere di vita. Potere di vita che non è imagine filosofica, ma percezione dell’essere radicale del mondo, nascente come forza-pensiero non vincolata ad oggetto, avente in sé tutto il pensabile, dall’essenza: essendo essa l’essenza.

Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Tilopa 1961)

buddha – foto di Patrizio Yoga su Pixabay

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per gentile concessione de

https://ilcipressobianco.it/chi-siamo/

SCIENZA DELLO SPIRITO

KASPAR APPELLENZER, L’AUDACE CERCATORE DEL LOGOS (di F. DE PASCALE)

Era il 2007 quando apparve sulla storica rivista L’Archetipo di Marina Sagramora la presentazione per l’uscita del libro “LA GENESI” di Kaspar Appellenzer, che trascriviamo di seguito, a firma di Eugenio Luri, in realtà pseudonimo di F. De Pascale. Pochi anni dopo, il nostro blog ottenne dall’editore di CambiaMenti e dai proprietari dei diritti del testo originali la licenza di pubblicare nel tempo i vari capitoli in puntate. Di questo lavoro se ne sta occupando il nostro amico e autore Daniel e, in archivio, tramite ricerca nel menu alla home page di questo sito, se ne troverà facilmente itinerario interno. Abbiamo ultimamente ottenuto il permesso da parte del sig. Rolando De Pascale, fretello di Franco, e del sig. Andrea Di Furia di rendere noto che Silvano Mirami, il curatore e traduttore dell’opera, è altro pseudonimo di Franco De Pascale.

Il nostro caro amico Franco, nonchè amico amatissimo di molti, tra le sue tante virtù aveva anche quella della modestia. Nonostante con alcuni determinati pseudonimi abbia firmato scritti, curato e tradotto testi importanti, Franco De Pascale veniva  chiamato abitualmente Hugo, e così firmava i suoi articoli nel nostro blog, e di Hugo ci chiedevano i lettori attraverso tante mail alle quali lui prontamente dava risposte per  poi donare la sua amicizia.

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KASPAR APPELLENZER, L’AUDACE CERCATORE DEL LOGOS

“È da poco uscito – pubblicato dalla casa editrice bolognese CambiaMenti, con la traduzione, l’introduzione e le note del curatore dell’opera, Silvano Mirami, e con la prefazione del dottor Angelo Antonio Fierro – il libro di Kaspar Appenzeller La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana. Si tratta sicuramente dell’opera piú importante di tale Autore, antroposofo, medico, musicista, cultore di varie scienze naturali, poeta e pensatore svizzero (1927-1999); l’opera che piú a lungo impegnò la sua amorevole dedizione ed i suoi tenaci sforzi.

Non si tratta affatto di un testo erudito, scritto a partire dalla sua sia pur vasta cultura, bensí del frutto di un’incessante elaborazione meditativa, portata avanti con tutte le forze dell’anima per decenni, del tema dell’azione del Logos Creatore in rapporto alla nascita dell’Universo e dell’uomo. Anche se l’esposizione viene da lui portata avanti, in maniera veramente magistrale, con tutte le necessarie verifiche, sia filologiche sul testo biblico della Genesi – ma l’autentica, originaria, philologia non è forse amore per il Logos? – sia scientifiche di laboratorio attraverso osservazioni dirette, le piú severe e serie, fatte dall’Autore e da altri ricercatori in campo biologico e medico, Kaspar Appenzeller trae i contenuti di quel che, con prosa avvincente, va comunicando al lettore dalla sua propria, immediata esperienza spirituale.

Il che, invero, è alquanto raro che accada, e ciò rende particolarmente preziosa la sua opera al sincero ricercatore spirituale. Nella sua profonda coscienziosità ed umiltà, Kaspar Appenzeller cerca di non far trasparire la profondità della Luce interiore alla quale attinge e, celandosi dietro la figura spirituale grandiosa di Rudolf Steiner, si sforza di non far emergere la vastità e la ricchezza dell’esperienza interiore che viveva nella sua anima. Nella sua onestà, egli cosí agiva per far sí che il lettore fosse libero da ogni suggestione e potesse in maniera indipendente trovare e verificare nella propria esperienza le verità contenute nella sua opera. Ma per chi si sforzi di procedere sul difficile ed erto sentiero che conduce all’Iniziazione, è evidente – vorremmo dire: luminosamente evidente – che Kaspar Appenzeller non è affatto un intellettuale dialettico che esprime con altre parole quello che ha letto nelle opere di Rudolf Steiner o di altri, bensí che è un audace, diretto sperimentatore dello Spirito.

Questo libro colpisce, dunque, sia per la statura spirituale, davvero eccezionale dell’Autore, sia per la profondità dei contenuti che la sua lettura offre, contenuti oggi difficilmente rinvenibili altrove. Il lettore diligente troverà nel libro alti misteri e profondi segreti – volutamente non messi in evidenza dall’Autore ma, sia pur accuratamente celandoli, egli mostra la Via che mena ad essi – che spetterà, appunto, all’audace volenteroso disvelarli a se stesso.

Kaspar Appenzeller espone un coerente parallelismo tra il racconto biblico della Creazione dell’Universo e dell’uomo – cosí com’è possibile leggerlo nei primi due capitoli della Genesi, che l’Autore analizza anche nell’originale testo ebraico – e il miracolo della formazione dell’essere umano nel seno della madre. I vari Giorni della Creazione vengono ripercorsi e messi in rapporto con le successive fasi della formazione dell’embrione umano. Viene messo continuamente in evidenza come, per azione della Parola Creatrice, ossia del Logos, si attui sempre di nuovo, a vari livelli, l’incontro delle forze della Luce, ha-schamàjim e di quelle della Terra, ha-àretz. Continuamente avviene, sempre di nuovo ad ogni livello, l’abbraccio del Cielo e della Terra, la cui segnatura riporta al mistero dell’Androgine Celeste.

È lo stesso Mistero che, nel Medioevo, Arnaldo da Villanova esponeva nel Semita Semitae o nel Flos Florum, che l’Alchímia rosicruciana del Seicento additerà attraverso autori come Ireneo Filalete nel suo Introito al Palazzo chiuso del Re (che non a caso il curatore ha scelto come motto all’edizione italiana), o il Santinelli nella sua Ode Alchemica, o il Cosmopolita nel suo Novum Lumen Chemicum, o Michael Maier nella sua Atlanta Fugiens o infine Eugenio Filalete, che nella sua opera Anthroposophia Theomagica userà per la prima volta in un libro, attingendo ad Enrico Cornelio Agrippa, il termine Antroposofia a designare la Sapienza Spirituale.

Kaspar Appenzeller ha offerto al mondo il dono di questa sua opera come indicazione affinché l’uomo ritrovi la Via che ricongiunge la sua manifestazione terrestre con la sua originaria essenza celeste. In questa Via diviene vivente la sintesi meditativa di cosmogenesi e antropogenesi: il Microcosmo umano e il Megacosmo celeste divengono uno, per azione dell’Io-Logos, della Divina Parola Creatrice.

E questa Via non può essere che una via di Sapienza e d’Amore.”

 

Eugenio Luri

Per gentile concessione de L’Archetipo – maggio 2007

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Kaspar Appenzeller, La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, Editrice CambiaMenti – www.cambiamenti.com – Bologna 2007

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Spada del cavaliere templare, XII secolo (4163/N) - spade - Europa medievale s. VI-XV - Denix

 

ANNUNCI, Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA, MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LUCI ALL’IMBRUNIRE

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Un tempo le immagini grandiose della natura in cui l’uomo era immerso erano nutrimento, oggi sono state sostituite da ben altro diverso cibo. Possiamo reputarci fortunati se, cercando tra una casa e l’altra, nel panorama che intravediamo dalle finestre delle nostre abitazioni, le colline e le cime dei monti si offrono generose e fedeli ai nostri occhi.

La natura è anche gelo e caldo eccessivo, violenza, disagio forte per l’uomo, stimolo intenso per cercare incessantemente l’equilibrio: un po’ di calore a temperare il freddo, un po’ di fresco a indebolire le temperature roventi… E’ alto pensiero quello che donò all’uomo dei primordi un potere d’istinto che semplicemente, senza irruzioni devianti, ingenuamente, ma nel rispetto di un equilibrio naturale, era mezzo per conservare la vita. Oggi la vita è mezzo per nutrire gli istinti e tenerli desti: emozioni fini a se stesse, replicate all’infinito, come l’eco di un gong che non si ferma mai. Un incanto perenne.

Così la corsa e la concorrenza alla produzione sfrenata di beni, superante l’effettiva necessità e capacità di acquisto, hanno inondato e soffocato l’uomo, rendendo la sua ricchezza attuale incapace di “sfamare” il mondo.
Anche un bambino sarebbe capace di ravvisare questa grande caratteristica di subumano che l’uomo ha conseguito: eppure orecchie sorde e un pensare automatico, incantato, impotente, accolgono questa semplice verità.

Il miraggio del grande livello di tecnologia e della ricchezza, del lusso di questa epoca, continua a essere il grande abbaglio di quello che ancora è considerato Tesoro, mentre la figlia di queste brame che sempre viene alla luce continua ad essere l’inflazione paralizzante un equo equilibrio sociale; mentre continuano ad esistere uomini che si sacrificano per il benessere di altri accentratori di ricchezze; mentre ciò che si vuole continuare ad assicurare è una massima sfrenata produzione, a garanzia della salute dell’economia e quindi del benessere dell’uomo: che contraddizione!

Il grande burocrate-mostro paralizza per prima coloro che, per indole e karma, sono  deputati ad offrire il lavoro all’uomo, coloro i quali sono così costretti, per contenere costi che non possono sopportare, a usare, come il contadino intelligente e saggio di un tempo, tutto del porco che allevava e portava al peso ideale prima del suo sacrificio.
Il lavoratore offre tutto se stesso, corpo e anima e spirito alla sopravvivenza dello Stato, pena il discrimine, l’accusa di assenteismo, minacce di non sostentamento durante la vecchiaia. Intanto versa all’infinito (si fa per dire: fino alla sua morte) parte del suo sudore, il denaro per una pensione che forse non prenderà mai.

A nulla serve l’odio per risolvere nella fattispecie quello che Marx codificò a grande colpa e peccato del capitale e dei suoi amministratori: questa sarebbe l’errata politica a favorire l’ingiusta e spropositata ingerenza dell’economia nella vita sociale. Trattasi di un’errata politica che al massimo riesce a sostituire alla bandiera della classe offesa lo stendardo di un’equivoca ma affascinante globalizzazione: una globalizzazione che vorrebbe assicurare la parità dei diritti e dei doveri mentre ciò che si riesce a percepire è sola propaganda del terrore e minacce di povertà e instabilità civile. Ciò che l’uomo riesce a intravedere (questo gli è inculcato, in modo subliminale ma spesso anche a chiare lettere) da questa nuova promessa è solo necessità di assolutizzazione del potere che così si vanterebbe di poter garantire l’ordine e le non prevaricazioni.
Anche il settore religioso, malato di spiritualismo, della malattia del materialismo, inculca paure e minacce di apocalissi e distruzioni per ottenere il suo status quo di potere di controllo o per ottenerne dell’altro. Bandiere di morte sono sventolate dai portatori di rimedi e promesse salvifiche.

Ogni tentativo è considerato necessario se finalizzato a risolvere il grande disagio, l’unica clausola è lasciare intatto il settore della cultura, dello spirito dell’uomo, del pensiero, della libertà: intatto così come ora è: in balia del potere economico e di quello giuridico amministrativo. Intatto così come è ora: ossia prigioniero. Ossia impossibilitato a iniettare nel sociale il giusto, la verità. Ossia capace solo di garantire lo status quo.

Di che genere possono essere le azioni che partorisce un siffatto settore della cultura, quel settore che dovrebbe essere deputato a formare l’uomo integro nella sua totalità costitutiva? Ci si appella alla morale quando la stessa morale è impedita nel suo essere già nel suo stesso luogo di nascita: lo spirito; quando la realtà spirituale dell’uomo, Madre della Morale, è asservita alla burocrazia e agli interessi economici!
Chiunque, vittima e persecutore, deve ritrovare prima in sè la vera morale e non agire secondo quella imposta, fuori di lui; divenuta piuttosto quella un’astrazione, un morto pensato: nutrito col cibo delle larve.
Se si continuano a formare individui in conformità a principi prostituiti al denaro e agli interessi della politica, al potere spiritualista, nulla il diseredato può attendersi, nemmeno nell’ordine della speranza.

Chi è che può liberare la morale?

Quello che può liberare lo spirito e la cultura ha un solo nome: l’Uomo.

Coltivare questo genere di pensieri così diversi dalle comuni scuole di pensiero ( eterno palliativo ) è retorica? E’ astrazione?
Se questa è astrazione allora cosa è il sistema sociale che da secoli persevera coi suoi mezzi nel tentare di assicurare la giustizia per tutti mentre ciò che riesce a ottenere è solo uno sprofondare sempre maggiore nel caos?
Soluzioni e rimedi che nascono solo dalla paura e dalla disonestà, quindi dall’ignoranza e dalle brame, fanno permanere l’uomo nella sua natura, ossia nel karma. Nello stesso tempo la moralità non è cosa che si possa imporre con la forza, nel profondo del pensiero libero essa deve essere trovata e poi scelta e coltivata.
Per questo il mostro della tecnologia e della materia teme il pensiero libero e lo propaganda come inutile, pericoloso e astratto, servendosi della scienza e della logica – chiuse nei loro limiti – come fruste e  attestazioni di realtà.

Qualcuno venne a indicare la soluzione, quella che deve essere la prima libera azione: quella del pensiero dell’Io, necessaria proprio al culmine del buio più assoluto raggiunto dalla civiltà umana.
E quando l’ Iniziato ripete l’importanza della necessità che il pensiero libero sia coltivato da principio da pochi, non parla di privilegi bensì proprio della caratteristica del pensiero, che è purezza con potenzialità di divenire, seme che alloggia proprio in sedi difficilmente raggiungibili e riconoscibili; seme che raggiunto, attivato e coltivato, ha potenza immane di significato e potenzialità per tutti gli uomini. Infatti, nessuno al di fuori dell’uomo può decidere e imporre un risveglio pianificato della morale: ogni luce deve accendersi da sè.

Per questo, una a una, all’imbrunire, piano piano si accendono le luci. E ogni palpito di esse sembra fondersi con un battito del nostro cuore.
Contemplate nell’infinità oscurità della notte sembrano così poche…

Eppure ardono.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

LA STANZA VUOTA (di F. Giovi)

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Essere incrollabili (e rassegnati) davanti i “dardi dell’iniqua fortuna” perché capitomboli e incidenti sono universali.
E i motivi delle défaillance possono essere, anzi sono tanti. Possiamo esaminarli, almeno quelli che dipendono da noi, dai nostri errori umanamente più marcati.
Quasi sempre c’è di mezzo la rappresentazione personale. Ossia: ci rappresentiamo (con tribunale al seguito) quello che c’era, quello che c’è e quello che sarà o dovrebbe essere.
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Un esempio tragicomico?  Uno, sfregandosi animiche mani, dice a se stesso: “Ho la giornata libera, la dedicherò al lavoro spirituale”. Chi più chi meno non c’è uno tra noi che non sia caduto in questa tentazione. Allora inizia la giornata soddisfatto dal proprio elevato sentimento e, al momento opportuno, ben imbozzolato in una stanza… fa e strafà l’esercizio più dispersivo e deludente della sua carriera d’asceta.
Dopo due ore esce stracco ma imbottito di un malumore che si dissiperà lentamente con il misericordioso aiuto di qualche faccenda svolta nel più sensibile dei mondi. È un esempio, ma possiamo generalizzarlo.
Mi ricordo di quell’ amico che vacanzò con le migliori intenzioni immergendosi in una natura assai ventosa che gli portava via i pensieri. Non sto scherzando (e, poveretto, nemmeno lui).
C’è chi, sensibile agli spazi dilatati del cielo, sente come se la testa gli si vuotasse e non riesce a spiccicare due pensieri voluti di fila. Poi c’è chi non può fare nulla di niente sotto un particolare albero o arbusto. La lista è quasi infinita. Essenzialmente l’ostacolo vero è sempre uno solo ma, per un certo tratto, possiamo biforcarlo. Esiste l’ostacolo (gli ostacoli) esteriore.
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Siamo del tutto ciechi a quanto agisca in noi il mondo esterno.
Dapprima, e per molto tempo, gli esercizi rimangono solo virtualmente estracorporei: questa è la giusta direzione, ma è una direzione in divenire. In realtà il corpo ci sostiene: abbiamo un Io forte e desto perché aderisce al corpo, pensiamo con vigore se pressione e glicemia sono ai valori ottimali. C’è chi senza un caffè crede di non riuscire a pensare.
I massimi sistemi sono affascinanti, ma è da qui che inizia il nostro lavoro interiore. Inoltre condividiamo la corporeità con il mondo che ci circonda. La corporeità è davvero mondo esteriore plasmato dal Principio umano. E di ciò non siamo consapevoli. Se al rabdomante vibra la bacchetta o ruotano le due bacchette passando su di un terreno sotto il quale scorre un rigagnolo o giace sepolto un pezzo di ferro, significa che le emanazioni sottili attraversano il corpo, cioè avviene nel corpo una mutazione in quel punto del terreno. L’esempio è, in un certo qual senso, grossolano ma facilmente percettibile negli effetti.
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Più delicato e complesso è quanto emana dai luoghi: si avverte quanto sia salubre e benefico un punto, un masso, il bordo di un laghetto o, al contrario, quanto esso sia minaccioso e malefico… senza parlare del “genius loci”, che non è un modo di dire, e dei tantissimi esseri che popolano la natura tra il visibile e l’invisibile. Temi (realtà) che ci porterebbero troppo lontano.
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Il senso del discorso? Noi andiamo di qua e di là, ma ignoriamo completamente cosa ciò comporti per la nostra realtà sottile. Questo è un aspetto di quello che ho chiamato un problema forcuto. Ma mettiamoci bene in testa che il problema fondamentale sta nell’altro ramo della biforcazione: in noi e nel nostro lavoro, che non inizia oggi e termina tra qualche mese o anno. Le discipline a cui assoggettiamo l’anima sono, per la nostra costituzione, un illimitato e continuo divenire. Iniziamo ‘spremendo’ più corpo che pensiero: assai spesso occorre tanto tempo per imparare a pensare volitivamente per una manciata di minuti.
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L’esecuzione ripetuta ci irrobustisce interiormente e ci rende capaci, tra pochi alti e molti bassi, a delle temporanee modificazioni del corpo astrale. Sono operazioni che, in fondo, non finiscono mai, poiché esigono una attività sempre più intensa. Non esiste alcun ‘fissaggio’ o, peggio ancora, alcuna meccanicità su cui poggiarsi. I miglioramenti si situano solo nell’accrescimento della capacità.
Poi, se il lavoro prosegue costante, come un bicchiere che venisse riempito assai lentamente ed il cui contenuto eccedesse l’orlo, il prodotto essenziale dei cambiamenti attuati nell’anima, ancora più lentamente si trasferisce al corpo delle forze formatrici (corpo eterico).
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A questo punto – che non è un punto ma un ulteriore e superiore operare – subentrano modificazioni più importanti che manifestano una maggiore e diversa stabilità interiore e persino esteriore, giacché ogni mutamento eterico “tinge” in qualche misura persino il corpo fisico. Solo ora una parte della nostra coscienza raggiunge una certa indipendenza dal corpo e dagli influssi inconsci di questo. È come se nell’anima venisse costruita una stanza vuota: chiusa al mondo ma aperta alle sollecitazioni dell’universo spirituale. Di norma inattaccabile ai colpi o graffi dell’astrale inferiore. Da qui è possibile quello che nel mondo sensibile sarebbe una contraddizione: uno stato che con i termini disponibili chiameremo riposo o quiete, simultaneo ad un genere di attività totale.
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La “stanza vuota” continua ad esistere e basta un gesto interiore, simile al silenzio, per percepirla. È lì che tutto inizia ad essere possibile per l’operatore: meditare in condizioni che sarebbero da considerarsi proibitive, accogliere esperienze ultrasensibili sotto gli altoparlanti di una band… e girare il mondo senza defluire nei luoghi lontani ed estranei alla nostra costituzione. Certo, non è detto che le  esperienze di Tizio o Caio si dipanino nel modo che ho descritto. Però una cosa è certa, ed è la spina dolorosa di chi fa gli esercizi: il corpo fisico dà l’impressione di una certa fissità. Mi siedo fermo e le braccia non vanno per conto loro, la pelle non si increspa come il mare agitato, persino barba e baffi restano al loro posto. Questa staticità non è del tutto vera ma, solo per comodo nostro, vediamola in questo modo.
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Per gli altri corpi è tutta un’altra cosa: l’astrale è un luna park in miniatura tra feste e lutti, l’eterico è un flusso continuo come una possente fiumana. Il Soggetto che fa gli esercizi, pur non vedendo nulla, si trova ad operare in un complesso di corpi che seguono movimenti di tutti i tipi. Perciò trovare per una buona volta l’assetto migliore è… una favola bella.
La Via è dunque tutto un gioco di discipline che di volta in volta vanno bene e poi male o malissimo. È un continuo ricominciare, spesso daccapo: ma non è un ricominciare, è un diventare più forti delle burrasche: basta tener saldo il timone e non mollare mai. Se il cuore ha deciso, l’Io prende il comando e si lega alla volontà in un patto morale che non andrà mai spezzato. Mai: qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa si creda di essere.
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La vera moralità non consiste nel dire a se stessi: “Ho tanti difetti. Sono debole. Sono un criminale” ecc., ma nell’inesausto tentativo di modificare, con la disciplina, la propria anima oltre ogni debolezza, cattiveria, depravazione e aggiungetevi quel che volete. La disciplina è moralità concreta, attiva, e i piagnistei su se stessi sono viscidume, melma. Certo, occorre rimettere in moto virtù obsolete: fedeltà, coerenza, coraggio, trasparenza interiore ecc.
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La buona notizia è che tutto questo non si acquista al dettaglio ma c’è già nell’anima umana, e cresce non con pelosi autocompiacimenti ma con le discipline più semplici. Poche o pochissime, tentate giornalmente e disperatamente al meglio possibile.
SCIENZA DELLO SPIRITO

LA VOLONTÀ E IL CORAGGIO NELLA VIA DEL PENSIERO (di F. De Pascale)

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Da una parte, io conosco – con certezza assoluta – il “magico” potere della volontà. Avendola sperimentata in mille e mille occasioni, conosco per diretta esperienza questa – mi si passi la parola – la “magia” della volontà, che tutto può realizzare: senza alcun limite, TUTTO può realizzare, nulla è impossibile a chi conosce il VERO, ed ha la volontà e il coraggio di volere il BENE. Occorre volere, volere intensamente, volere a lungo, e tramite tale volere mèta e realizzazione possono essere raggiunte.

Naturalmente, non si tratta del volere dell’ego, ossia delle velleità di una natura inferiore, che noi non siamo, ma alla quale torpidamente ci identifichiamo, e che crediamo essere l’Io, ed invece è solo quel miserabile ego, che tutti vezzeggiano, viziano, adorano, e nutrono soddisfando le sue letali velleità. No, davvero, non si tratta punto delle velleità di un tale ego stratosferico, che persino dei frutti dell’occultismo, e dell’esoterismo, come della religiosità, vuole nutrirsi per enfiarsi: sino ad una sorta di “inflazione” di questo stratosferico ego.

La Via è proprio quella del superamento del corpo astrale – che non è affatto l’originario corpo astrale di purezza stellare – ossia la Via del superamento delle velleità di un ego, che non è altro che la caricatura astrale dell’Io.

E’ una Via percorribile da chiunque veramente voglia: da chiunque abbia il coraggio di “voler volere”! Non importa il proprio punto di partenza, che può benissimo essere una natura sfasciata, decadente, debole, provvista di pochissime forze. La radicalità della Via di Michele – che è dire della Via dell’Io – è quella di prescindere – appunto “radicalmente” – dallo stato della natura personale: quale che essa sia. In questa Via le forze le si costruiscono oltre, malgrado, e oserei dire: a dispetto della natura personale.

Addirittura, oserei dire – e mi baso sull’esperienza di cinque decenni – che è più facile superare una natura debole, sfasciata, piena di colpe e di difetti, che non la natura di molte “anime belle”, piene, appunto, di belle qualità, che fanno (e lo dico sinceramente, senza alcuna ironia) loro onore. E questo perché il discepolo dell’Iniziazione che possegga una natura debole, piena di difetti, una natura che gli pone mille difficoltà, di appoggiarsi su di una tale infida natura non si fiderà, e lavorerà sodo per conseguire sempre più una totale indipendenza da essa, ed ha, perciò, grandi probabilità di riuscirci. Mentre un’anima “bella, sovente, sulla propria natura personale si appoggerà spontaneamente, e talvolta di essa si accontenterà: non sarà spinta a “forzare” oltre il limite personale, per superarlo. E in molti casi, verrà il momento in cui tale natura personale – ossia quella dell’ego astrale, fingente di essere l’IO, senza punto esserlo – tradirà l’anima “bella”, e questo tradimento sarà per questa il primo di molti momenti difficili, amaramente disilludenti.

Il lavoro che si compie nella Via di Michele, ossia nella Via del Pensiero Vivente, nella Concentrazione, è autenticamente realizzativo, ed è attuabile da chiunque veramente voglia: indipendentemente da qualsivoglia insufficiente punto di partenza.

Un altro motivo per il quale questo lupaccio cattivissimo è tutt’altro che pessimista, è che in cinque decenni di pratica ho visto moltissimi giovani e non più giovani fervidamente cercare la connessione con una autentica Via spirituale, e trovarla all’interno di cerchie informali di amici, dediti ad una alacre, fervida, pratica degli esercizi: della Concentrazione e della Meditazione.

Certo da organizzazioni – sedicenti “spirituali” – burocratiche, formali, e cristallizzate come può essere la Società Antroposofica, non vi è nulla da sperare, ed è bene starne lontani. E questo perché – fra pochi anni sarà un secolo – nella dirigenza di essa nei vari paesi (tolte alcune onorevoli eccezioni di un passato, che non è più) vi è una sorta di “pavor metaphysicus”, ossia la paura nei confronti della concreta esperienza spirituale, la paura che la pratica interiore degli esercizi si riveli “pericolosa” per la sopravvivenza dell’ego, conciosiacosaché tale pratica viene negletta, minimizzata, spesso apertamente scoraggiata, sconsigliata, persino osteggiata e calunniata.

Ma vi sono, per fortuna, anche moltissime anime assetate di Conoscenza spirituale, che magari dopo un affannoso cercare nei paludosi meandri dei vari “occultismi”, la trovano. E  assicuro, che tali anime non sono poche. Per esempio, residenti nella mia città, o fuori di essa, ma saldamente collegati con noi, sono decine le persone che hanno scelto di percorrere – arditi e ardenti – coraggiosamente la Via Solare, la Via del Pensiero Vivente, e che si dedicano con tutto loro stessi allaa disciplina della Concentrazione, al meditare sia nell’ascesi individuale che in comune con amici fraterni.

Per fare ciò, non vi è bisogno di strutture formali esteriori, di sedi costose, di tessere, burocrazie, di istituzioni cristallizate: inevitabilmente morte. Non vi è bisogno di congressi, e complesse manifestazioni “artistiche”, o “culturali”, come vengono eseguite con impeccabile organizzazione, da parte della Società Antroposofica, a Dornach e altrove. Vi è bisogno solo dello Spirito, che colà, purtroppo manca, della risoluta volontà dell’Io, della sincera consacrazione dell’anima, e dell’amore per la Verità.

Ora, questi animosi individui che vogliono sperimentare la concretezza dello Spirito, che vogliono realizzare non le miserabili velleità dell’ego, ma il volere, e i fini, dello Spirito, vi sono, e soprattutto quotidianamente operano, e aiutano, come possono, coloro che intraprendono, o vogliono intraprendere, questo arduo, difficile, Sentiero. E vi sono anche Ausiliari celesti che aiutano, proteggono, e sovvengono alle necessità di questi animosi temerari, che si sono messi in testa nientepocodimenoché di realizzare lo Spirito!

Per cui non vi è motivo di temere: vi è solo da operare con fervore, in libertà e per amore. La Via di Michele è la Via dei coraggiosi!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

STABILIRE UN “ASSE DI LUCE” (di F. De Pascale)

(L’uomo nuovo-Marina Sagramora)

La Concentrazione è fondamentalmente una operazione volitiva: è una intensa azione del volere nel pensare. E’ lo stabilire un “asse di luce” tra il pensare cosciente in alto e il volere, coscientemente voluto, in basso.

Il più delle volte, nella vita quotidiana di molti, il volere agisce – come diretto da una sorta di “pilota automatico” – incoscientemente, in stato di sonno profondo. Nella Concentrazione, invece, il volere viene portato ad agire coscientemente nel pensare, così come nell’Ascesi della volontà, a sua volta, il pensare viene coscientemente portato ad immergersi nel volere.

E’ verissimo che nella pratica della Concentrazione, il sentire non viene chiamato in causa. Ma dovrei dire, più che il sentire, l’emotività, ossia la superficiale, periferica, eccitabilità dell’anima, normalemente incapace di “concentrarsi” volitivamente su un oggetto, se a tale azione essa non venga passivamente attratta da un interesse emotivo. Una tale emotività deve venire spazzata via, con rude spartana energia. Ma il sentire – l’autentico sentire – è un’altra cosa.

E’ verissimo che il sentire non viene chiamato in causa, ma si tratta di capire perché. Massimo Scaligero sottolinea più volte come l’autentico sentire sorga dalla radicale estinsione di quella emotività, la quale è soltanto la caricaturale deformazione del verace sentire. Ma questo sentire – che non deve intervenire nell’esecuzione della Concentrazione – in realtà risulterà esserne il risultato: uno dei più bei risultati.

Mentre normalmente, il fare appello all’emotività porta facilmente a situazioni animiche di recitazione, di menzogna, di ipocrisia, la Concentrazione che, invece, fa appello unicamente alla più energica attenzione volitiva nel pensare, ha come risultato a posteriori il sorgere di un novello sentire: diversissimo dall’automatica, passiva, emotività. E questa è un’esperienza, molto concreta, che può sorgere rapidamente a chi si dedichi con intensa alacrità ad un energico lavoro di Concentrazione, e al contempo allo studio concentrativamente meditativo delle opere di pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

IN MEMORIA DEL NOSTRO FRANCO DE PASCALE (da L’Archetipo)

<<MORIRE PRIMA DI MORIRE, SENZA  MORIRE>>

Franco De Pascale, il samurai dello Spirito

Franco De Pascale

Rolando De Pascale: Il 10 aprile, alle ore 17.15 ha lasciato il piano fisico il mio doppio fratello (nell’umano e nello Spirito) Franco. Voglio lasciare un personale ricordo al quale, se qual­cuno vorrà, potrà aggiungerne di propri. Mio fratello era nato a Firenze il 21luglio 1950, era piú giovane di me di tre anni. La nostra vita insieme ha subíto un’interruzione dopo i miei 10 anni e si è protratta fino al mio diciassettesimo anno quando eravamo alle scuole superiori, fino al 1968. Questo periodo è stato caratterizzato da passioni comuni, ad esempio per le arti marziali, che praticavamo allenandoci nei posti piú improbabili tipo giardino di Boboli, il Forte Belvedere, boschi e naturalmente anche nel Dojo. Le nostre finanze miserrime ci consentivano un solo karategi (abito per la pratica del karate) che usavamo un giorno lui e un giorno io. In quel periodo la nostra ricerca spirituale ci portò al Buddhismo sia primitivo sia mahayanico dall’India al Tibet al Giappone. Ci agitò anche la politica… Franco nel 1969 si recò a Francoforte dove apprese molto bene il tedesco, aveva un’enorme facilità nell’ap­prendere le lingue e ne parlava un bel numero. È stato un lettore fuori dal comune e con una memoria prodigiosa, la sua casetta è strapiena di libri. Scherzosamente ho sempre detto che come divoratore di libri ce l’avevo io sulla coscienza, perché quando io avevo 8 anni e lui 5 gli ho insegnato a leggere… Al ritorno dalla Germania da spirito libero qual era visse un po’ bohémien a Roma dove ha avuto il suo incontro fatale con Leopoldo che gli parlò di Scienza dello Spirito, che nella sua evoluzione spirituale era sempre piú vicina. Leopoldo gli fece conoscere Massimo. Dopo questi fatti tornò a Firenze e mi donò due libri: La scienza occulta e La Logica contro l’uomo. Quest’ultimo libro tentai di leggerlo rapidamente spinto dalla brama giovanile, ma si rivelò profondamente duro, tanto che in un impeto di rabbia lo sbattei al muro! Lo ripresi subito dopo e ricominciai a leggerlo molto, ma molto piú lentamente, e non vedevo l’ora di conoscere Massimo. L’incontro avvenne in breve tempo e fu l’esperienza piú grande della mia vita. Iniziai la mia ascesi come meglio potevo. Franco è stato un orientatore fedele allo Spirito e alla Via del pensiero, evolvendo con gli anni, anche nelle avversità che sono sorte dopo il passaggio di Massimo nel Mondo Spirituale. Il suo comportamento è sempre stato giusto e coraggioso, anche quando tutto sembrava perduto. La disponibilità di Franco nei confronti di chi aveva bisogno di aiuto è stata sempre generosamente totale: a qualsiasi ora del giorni e della notte. Non ha mai ceduto a sofisticherie intellettuali, nonostante la sua vastissima cultura, né a cedimenti e rammollimenti bigotti. Ha dimostrato compassione per i sofferenti, senza chiedere in cambio alcunché. Per vivere ha fatto l’insegnante di ottica in varie scuole, formando almeno due generazioni di ottici che ancora gli vogliono bene, come testimonia il vero e proprio “oceano” di messaggi dopo aver comunicato il suo passaggio della Soglia verso il Mondo Spirituale. Posso affermare che nella vita ho un doppio fratello e spero che il Cielo ci aiuti sempre nel nostro cammino comune, sulla Via del Pensiero come indicata da Massimo Scaligero e Rudolf Steiner!

Simona Piccini: Ho conosciuto Franco il 15 aprile del 1986. Quel giorno ho fatto la mia prima concentrazione e non ho piú smesso di farla. Franco per me è stato sempre il Faro di sicurezza riguardo alla Scienza dello Spirito, perché i suoi consigli erano Forza e Verità. A lui va tutto il mio affetto fraterno e la mia imperitura gratitudine per avermi guidato ad essere forte, fedele e a non arrendermi mai. Il Mondo non sarà degli orchi!

Marina Sagramora: Appena è giunta la notizia, c’è stata in me una reazione, oltre che di grande dolore per l’affetto che mi legava a lui, anche di non accettazione. Non riuscivo a immaginare di non poter piú scrivere o telefonare a Franco per chiedere i giusti lumi a lui, che “possedeva” la Scienza dello Spirito in maniera totale. Subito dopo è subentrato un senso di profondissima gratitudine per tutto quello che ha rappresentato per me, cosí come per tantissimi altri, per l’aiuto prezioso che dava generosamente, senza risparmiarsi. Ogni volta che alla redazione dell’Archetipo arrivava qualche domanda complessa che richiedeva un riferimento preciso nella vastissima opera di Rudolf Steiner, cercavamo insieme la risposta chiarificatrice. Inutile dire che era sempre lui a trovarla. Il rapporto che ci univa derivava dalla strada percorsa insieme durante lunghi anni,oltre che dal vivido e imperituro ricordo del nostro Maestro, Massimo Scaligero. Entrambi consideravamo importante, anzi essenziale, ristabilire in ogni caso la verità quando qualche affermazione contraria la oscurava. Franco ne aveva fatto il motivo centrale del suo operare, e tentava in ogni modo di ripristinare il giusto e il vero quando vedeva deviare alcuni verso un terreno sbagliato. Le sue maniere erano a volte piuttosto veementi e certamente poco diplomatiche, e ben si attagliavano all’immagine che dava di sé, definendosi “un predone della steppa”. In realtà aveva un cuore tenerissimo, che cercava di nascondere sotto maniere rudi o frasi taglienti, ma chiunque facesse appello a lui trovava sempre la porta aperta e pronto l’aiuto per la ricerca insieme della soluzione sperata. Il suo ardore per la disciplina interiore era impareggiabile e altrettanto lo era la sua indefessa ricerca di documenti che attestavano quanto poi affermava nei suoi illuminanti scritti. La sua partecipazione all’Archetipo è stata preziosa ma limitata, perché ogni volta cercavo di arginare il profluvio delle sue parole, e questo lui non riusciva ad accettarlo: doveva esprimersi liberamente, e solo poteva nella sua amata “Ecoantroposofia”, in cui si firmava Hugo de’ Paganis. Una raccolta dei suoi scritti spero che in un prossimo futuro possa essere edita in cartaceo, da conservare gelosamente fra i libri piú cari e consultati. Tutti fra noi amici lo chiamavamo affettuosamente Francone, anche se a lui non piaceva l’appellativo, che era derivato sia per la sua mole, che solo in ultimo si era assottigliata fino quasi a svanire, sia per distinguerlo dagli altri con lo stesso nome, primo fra tutti l’amico carissimo Franco Giovi, sia infine per affermare con un accrescitivo, che ben lo definiva, l’importanza che aveva per noi. Lo scorso 19 marzo, sulla sua pagina Facebook ha riportato una frase di Teofrasto B. Paracelso: “Alterius non sit qui suus esse potest!” Non sia di altri chi può essere di se stesso! E Franco fu proprio di se stesso!

Hugo de' Pagani

Francesco Corona: Carissimo “Francone”, ti facevi chiamare con il nome del primo Gran Maestro templare, Ugo dei Pagani ed onoravi il 19 marzo di ogni anno l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay. Sei sempre stato un vero difensore dei valori templari ed antroposofici. Rudolf Steiner, il tuo Maestro Massimo Scaligero e il tuo caro amico Fulvio Di Lieto saranno con te ora che hai varcato la soglia dell’animico, ed io ti ricorderò sempre con stima ed affetto fraterno. «Non Nobis Domine, Non Nobis, Sed Nomini Tuo Da Gloriam».

Francesco De Paola: Ho conosciuto Franco a Firenze nel ’92 a casa sua. Mi colpí subito il suo sguardo volitivo, “di fuoco”. È stato un vero asceta, lo ricordo per i tanti incoraggiamenti che mi ha dato, anche con vigore, ma spesso è quello che occorre per andare avanti e progredire nella Via dello Spirito. Riposa in pace, caro Franco!

Anna Shabda: Quello con Franco è stato un incontro che resterà indelebile: la sua solidità, la sua forza, la sua morale e la sua umanità erano paragonabili solamente alla cristallina impersonalità delle sue indicazioni, che non hanno mai violato la libertà di nessuno.

Serenella Marega Righini: Ho conosciuto Franco assieme a suo fratello Rolando nell’estate del 1971 nella mia casa di Stignano nell’Appennino Tosco-Romagnolo in occasione dell’inizio di una lunga serie di incontri spirituali che un piccolo gruppo di amici, seguaci di Steiner e Scaligero, aveva deciso di affrontare con entusiasmo e anche un po’ di timore. Franco, accompagnato da Leopoldo, era poco piú di un ragazzo ma era già evidente in lui quello spirito guerriero col quale affrontava le situazioni della vita e anche il sentiero spirituale da poco iniziato. Lo chiamavamo “Il Samurai”. Franco non si concedeva sconti e non ne faceva ad alcuno. Egli fu nostro ospite per molti anni dividendo con noi e diversi amici fiorentini, imolesi, bolognesi, veneti e romani i nostri periodici incontri: talvolta… vivaci, talvolta intensi di profonda spiritualità. Il rigoroso spirito ascetico col quale Franco affrontava le riunioni di studio non gli impediva di essere anche un grande amicone, con quella punta di fanciullezza caparbia che è rimasta nei miei ricordi; a tavola, durante le lunghe chiacchierate sotto le stelle o nelle passeggiate nei boschi. Lo vidi crescere, affrontare la vita che non sempre fu generosa con lui, lottare per sostenere le sue certezze, ma la sua fedeltà alla “via” e ai Maestri che venerava fu incrollabile. Purtroppo, per diverse circostanze, da molto tempo avevo perso ogni contatto con lui. Il mio è forse un ricordo lontano, di un periodo felice, pieno di entusiasmi e speranze giovanili e lo voglio tenere cosí. Inizia per te, caro Franco, un nuovo viaggio e ti auguro vi sia sempre davanti a te una via luminosa che ti porti al Christo.

Andrea di Furia: Amava prendersi in giro, ma non tollerava si prendesse in giro la Scienza dello Spirito: devoto alla Divina Sapienza, era spiritualmente autorizzato a difenderla. Il Guerriero fedele che Franco era, sarà ricordato da molti dei suoi conoscenti; a pochi risalterà il suo essere amico generoso anche nei fatti normali della vita com’è accaduto a me e mia figlia Michela. “Galeotti”, per cosí dire, furono Camillo e Serenella Righini che ci ospitarono per molti anni a Stignano, durante la settimana dell’Ascensione, assieme a lui e a tante altre persone. Lí prese poi vita una piccola iniziativa, che poi sarebbe stata la micro Casa Editrice CambiaMenti, che lo trovò partecipe e sollecito orientatore/collaboratore, oltre che ospite graditissimo mio e di mia moglie Daniela. Quando pubblicammo la favola del “Principe ranocchio” nei ritmi della Maestra Nina Badile, che dava inizio alla nostra seconda collana editoriale, un chiaro esempio della sua capacità di orientamento fu l’annuncio di cui riporto un piccolo estratto: «Anche l’uomo, come il ranocchio della fiaba, può trasformarsi radicalmente e, oltre l’usurante apparire sensibile, far emergere la sua segreta realtà spirituale. Come il ranocchio dello stagno egli può divenire anfibio, e perciò capace di una duplice vita: essere, come il drago ermetico, uomo che cammina poggiando sulla terra, e simultaneamente angelo che si libra aereo nell’etere celeste. E chissà che tali opere non aiutino tanti ‘ranocchietti’ in nostalgia di metamorfosi, ad incontrare un’angelica Principessa che, come raccontato in altre fiabe, con un bacio d’amore, restituisca a ciascuno la sua autentica realtà: quella di un eroico Principe, non piú immemore della sua celeste origine. Perché, credeteci, un vero ranocchio, come un vero uomo, è un essere davvero eccezionale!». Ci teneva uniti il suo esemplare Magistero rosicruciano sulla pagina web di Ecoantroposophia.it, sotto lo pseudonimo di Hugo de Paganis, che rimandava ad un suo retaggio templare. Negli ultimi anni di feroce malattia potevamo assistere al travaso della sua forza di vita fisica in forza di vita spirituale, e nel recente trapasso lo immaginiamo, luminoso e sereno, già impegnato ad aprirci il cammino per il prossimo “giro di giostra”. Due frasi ne tratteggiano sinteticamente l’operato: “lo Spirito ama chi si compromette” e chi – dice Manto nel Faustdi Goethe – “anèla all’impossibile”.

Marco Ekagrata: In una vita di donazione e di fedeltà incorrotta alla Via, Franco ha amato la verità sopra ogni cosa, ponendosi al suo servizio con l’ardore di un Fedele d’Amore. E ha avuto un solo nemico: il morso seducente dell’ordinario, padre di tutte le menzogne e di ogni accomodamento meschino, contro il quale la sua presenza vivente continuerà a stagliarsi.

Alda Gallerano: Era il 1982 e ci eravamo da poco trasferiti a Milano per il lavoro di mio marito Gabriele presso la Rizzoli e io ancora viaggiavo per il mio presso l’Orientale di Napoli. Abitavamo in un monolocale affacciato su una grande piazza e un giorno, in compagnia di un amico comune, venne a trovarci Franco. Fu un riconoscimento immediato e ci abbracciammo, come se non ci vedessimo da molto tempo. Poi gli anni trascorsero, e dopo che Gabriele ebbe superato la Soglia gli  scrissi. Da allora siamo rimasti sempre in contatto via telefono, mail e chat. In una di queste mi scrisse: « L’alto prezzo che gli umani consacrati pagano nel lottare terrestre, gli esseri delle Gerarchie lo conoscono molto bene, e lo valutano pure molto bene, anche perché quaggiú a combattere, reclusi in corpi che gli Iniziati orfici chiamavano “tombe-prigioni”, spesso drammaticamente tagliati fuori da una esperienza spirituale diretta, della quale nelle nostre anime vi è struggente nostalgia, ci siamo noi e non loro: pochissimi tra gli Dèi hanno accettato di rinunciare a un rango divino che era il loro, per accompagnare – come uomini tra gli uomini – gli umani in questa impossibile avventura terrena: Ma è l’uomo la mèta delle Gerarchie, non viceversa. Sono gli uomini che conquistano e portano ad esistenza nel cosmo spirituale Autocoscienza, Libertà e Amore, di cui gli Dèi godono ma non conoscono». Arrivederci, fratello mio! So che continuerai a proteggermi come hai sempre fatto e se avrò bisogno di te, avvertirò la tua presenza intorno e accanto a me. E mi torna alla mente la stupenda definizione che desti di Michele: “Il Fiammeggiante Principe del Pensiero”.

Marco Pighin: Ho conosciuto Franco De Pascale dapprima leggendo assiduamente il sito Eco­antroposophia, dove egli scriveva con lo pseudonimo di Hugo de Paganis. Nei suoi scritti ritrovavo forza, autenticità, impersonalità, dedizione totale alla Via e alla difesa della Verità. Queste nobili virtú guerriere che affioravano da ogni suo articolo mi spinsero a volerlo conoscere di persona, perché cercavo un orientatore serio e capace. Franco nel corso degli anni è stato tutto questo e molto di piú. È veramente difficile spiegare chi era Franco de Pascale, forse è impossibile. In Franco ho conosciuto una persona di una generosità sconfinata, era capace di dare tutto se stesso a chi cercava con cuore puro e sincero. Franco non era un sentimentale ma un Uomo giusto e un orientatore severo: ti dava sempre quello di cui avevi bisogno per maturare sulla Via del Pensiero. Franco era anche un amico fedele, fedelissimo, e un fratello maggiore estremamente protettivo. Ma soprattutto era un asceta d’acciaio e un vero lottatore contro la menzogna dilagante in un ambiente, purtroppo malato di ipocrisia, falsità, codardia, protagonismo, vanità e di ogni sorta di vile personalismo. Franco non ha mai usato la Scienza Spirituale per innalzare se stesso, ha fatto esattamente il contrario: ha donato totalmente se stesso allo Spirito, sempre! Cosí deve vivere un vero asceta. Carissimo Lupaccio, ti sono stato accanto fino alla fine, e quello che ho visto è stato il compimento di un rito sacro: una vita intera, fino all’ultimo respiro, vissuta eroicamente e offerta nella sua totalità al Logos vittorioso. Grazie Franco, quello che ho imparato da te me lo hai insegnato con l’esempio.

Il guardiano del tempio

Raul Lovisoni: Molte furono le non verità riguardanti il Dottore, Marie Steiner, Massimo Scaligero e l’essenza stessa dell’Antropo­sofia. Puntualmente, con documentatissima precisione indicò la provenienza di quei menzogneri crimini perpetrati contro la Scienza dello Spirito. Svolse un lavoro di rettificazione immensa la cui portata sarà compresa, ancor piú, nei secoli a venire. Custode della Storia antroposofica, vivente archivio, avrebbe potuto inseguire la gloria sapienziale del conferenziere di professione. Invece no, in modo non casuale, insegnò a costruire lenti, ovvero strumenti che permettessero una chiara visione della realtà. Per una vita volle indossare il modestissimo grembiale del burbero sacrista e con la ramazza in mano tolse il fango, rimosse bassezze, bugie e imprecisioni. Lo ricordiamo per l’immenso e caldo amore con cui lucidò l’aureo tabernacolo d’ogni Graalica Verità. Grazie Francone!

Francesca Modolo: Gigante con la schiena ricoperta di frecce, è stato uno scudo a protezione della Verità. E di tutti coloro che lottano per Essa. Una vita di dedizione e sacrificio, con incrollabile fiducia nello Spirito. Anche tormentato dalle sofferenze del corpo, la sua voce riprendeva lucentezza e vigore quando ripercorreva, per chi lo ascoltava, i fondamenti dell’ascesi del Pensiero e la sua necessità. Oltre al contenuto e alla forza possente che scorreva attraverso le sue parole, ciò che rimane impresso nel mio cuore è il suo esempio. La forza con cui, fino all’ultimo momento, ha difeso e amato la Verità è stato un insegnamento pieno di Vita che ha posto radici in me. Non ha mai smesso di donarsi, di consigliare e sostenere, ponendo se stesso sempre a servizio della Via. Il messaggio di cui eri portatore, caro Franco, non andrà perduto. La luce passata attraverso le tue parole e le tue azioni è ora racchiusa nei nostri cuori e lí verrà protetta e alimentata perché possa essere riconosciuta e raccolta da coloro che arriveranno. La lotta non è finita, ma noi siamo pronti. Tu invece ora riposa e goditi il ritorno a casa. Saperti in un luogo di pace e armonia è una gioia per tutti noi. Anche se ho il sospetto che continuerai a lottare con noi anche da lí. Farti riposare è praticamente impossibile! Grazie Franco, grazie. Con infinito affetto.

Franco Giovi: Difficile per me parlare di Franco (mi chiamava l’omonimo). Quello che so di lui come biografia è solo un sentito dire. Poi, tutte le volte che si conveniva di incontrarci di persona qualche motivo ce lo impediva. Ma allora non lo conosci? Invece sí, ma su ciò che per lui e me era piú importante. Con me Franco è stato piú che generoso: mi stimava. E io stimavo lui. Diceva a tutti di essere cattivissimo ma che io ero tremendissimo! Ecco la dimostrazione palese che anche i migliori (parlo di lui e non di me) prendono qualche abbaglio. Ci uní per molti anni la stravagante convinzione che la disciplina interiore (concentrazione, meditazione ecc.) sia la cosa piú importante da svolgere in questa vita. Unita alla fedeltà incrollabile verso Massimo Scaligero e verso il Dottore. Franco è stato sempre il “pachiderma” evocato dalle parole del Sutta Nipata: «Con la mente pura, senza pigrizia, saldo nello sforzo, costante e vigoroso, sii solitario, come un rinoceronte”. Solitario? Ma aggiungiamoci un legame profondo con gli amici e un lungo, intenso sforzo di ricostruzione di un Gruppo di meditazione rituale: ricostruzione che Franco considerò necessaria dopo la sciagurata disgregazione di tanti anni fa. Franco non è mai stato solo un rinoceronte, piuttosto un bulldozer al servizio della dottrina e della verità fin troppo spesso violate in traduzioni personali. Attingeva alle fonti, e se queste erano dubbie o mal tradotte imparava la lingua in cui queste si trovavano ancora integre. Volgeva sempre alle fonti. In tal senso la sua amicizia con Ella Weisberger, adamantina figura di Curatrice degli scritti del Dottore riguardanti le Indicazioni per la Scuola esoterica. Abbiamo collaborato insieme per molto tempo sul Sito di Ecoantroposophia, lui con lo pseudonimo di Hugo de Paganis. I suoi non erano semplici articoli ma cattedrali della conoscenza per contenuto, ampiezza ed altezza. Pure da lí ha combattuto, senza mezze misure, contro manipolatori e imbroglioni, incurante dei commenti poco lusinghieri che gli venivano poi incontro da destra e sinistra. Parlo al passato poiché pure la grammatica riflette il sensibile. Eppure sono certo, anzi certissimo, che Franco, come prima di lui Renzo Arcon, Fulvio Andriassevich e altri ancora, siano vivissimi, presenti e attivi. E, nel silenzio, avverto una gratitudine intima ma vasta come il cielo. Dire che ringrazio Francone e gli altri amici è poca cosa.

Sofia: Si recavano da Franco De Pascale, alias Hugo de Paganis, da ogni dove, anche da diversi Stati europei. Regolarmente. Selezionava, si accertava del reale anelito del cercatore, poi si offriva: avrebbe potuto senza dubbio chiamarsi anche Donato. Come molti aveva una missione, la sua l’ha compiuta con tutto se stesso, e cioè con energia, entusiasmo, impeto, grande gioia. Franco è stato esempio altissimo dell’Opera Solare. Semplice uomo, fattosi da solo, di umiltà, bontà e dedizione radicali, nulla ha risparmiato di sé per la Via del Pensiero. Lo cercavano in molti, soprattutto giovani, quei giovani che qualcuno crede grandi assenti nella Scienza dello Spirito; esiste infatti il luogo comune che gli antroposofi siano tutti dei parrucconi polverosi, ma quelli che andavano da Scaligero erano giovani un tempo! I veri discepoli di Scaligero hanno un sigillo che si è originato dal loro interiore ed emerge invisibile come un richiamo. Li riconosci perché, se veramente cercatore del vero, sai distinguere dalla loro umanità contingente ciò che in se stessi di sacro hanno risvegliato e modellato con volontà fedele quotidiana. Ognuno di loro, secondo i propri particolari talenti ha trasmesso, e trasmette, l’insegnamento: perché prima ne ha esperito i fondamenti. Franco De Pascale aveva una cultura vastissima, conoscitore di diverse lingue, tanto da poter tradurre testi importanti, essenziali e da lui molto amati. Usava anche pseudonimi per i suoi scritti (ma pure per i suoi libri), alcuni di essi – si usano qui dei termini di paragone espressi da altro discepolo di Massimo Scaligero per lodare questi lavori di Franco – dei monumenti, delle vere cattedrali per bellezza, forma, costruzione e contenuto. Anche per questi suoi scritti, fedeli nel tempo, esiste il blog Ecoantroposophia, dove alcuni giovani si stanziarono perché scacciati da sedi, quelle sí, realmente polverose. Tra Francone e il gruppo di Ecoantroposophia si è protratta senza interruzione una collaborazione per oltre un decennio, si è condiviso fatica, attenzione, passione, soddisfazione, e il gruppo ha imparato molto e ricevuto molto affetto, molta amicizia e aiuto. Franco: l’Amante del vero, nemico della menzogna, dolcissimo coi buoni, colui che ha mantenuto le promesse fatte al Maestro: se le ripeteva ad alta voce quasi quotidianamente. Ancora lo si può cercare Francone, bisogna essere tenaci e desti: non si pose mai in vetrina con grancasse per autocertificazioni e artificiali sigilli. Per fortuna si invecchia, ma la verità è che chi opera rimane giovane per sempre, per questo altri giovani di oggi hanno sentito il richiamo. Ha attraversato la soglia donato dai Suoi a Chi da tempo lo attendeva, è transitato come fiamma ardente, nessun fiato o alito di vento ha osato spegnerla, interromperne la “continuità”: con il Rito, nel Rito, egli stesso Rito.

Alessandro Garcea: Conobbi Franco poco piú di dieci anni fa, in margine alle mie ricerche cagliostriane: ben presto, il margine divenne il centro. Quando per la prima volta dalla Città di Iside andai a trovarlo nella Città del Fiore passammo tre giorni indimenticabili, che ebbero la potenza dirompente della folgore. Lo lasciai parlare per quasi tutto il tempo: era un fiume impetuoso di dati, notizie inedite, scoperte e rivelazioni, che andavano dalla piú antica sapienza egizia alle scuole esoteriche contemporanee. Nel suo lungo cammino, Franco aveva incontrato le personalità piú rilevanti di molte di esse, incluse quelle perfettamente ignote ai piú, in Italia e all’estero, ricevendone conferma delle acquisizioni conquistate grazie alla Scienza dello Spirito (“veniamo da una buona scuola!”). Chi ha vissuto simili esperienze sa che in questi incontri del destino si avverte la sensazione di essere tornati a casa, e cosí fu per me. Ottenuta la sua spontanea e immediata disponibilità a condividere sul piano interiore tale percorso (“non c’è problema!”), iniziai una frequentazione il piú possibile regolare nonostante la lontananza geografica. Chi lo ha letto ha potuto constatare a che punto dominasse ogni ambito della Tradizione, e col tempo io stesso mi sono reso conto di come fosse in grado di fornire orientamenti preziosi a chiunque lo avvicinasse, in modo corrispondente alla natura e alle predisposizioni individuali, che si trattasse di persone provenienti dalle vie occidentali o dallo zen, dal buddhismo, dallo yoga, financo dalle arti marziali. In ciò Franco riusciva sempre a compiere un’opera straordinaria, come non ho mai visto fare ad alcuno: lungi dal rimanere semplici “pensati”, tutti i riferimenti che forniva nei suoi discorsi si animavano del contenuto spirituale di cui erano la forma, permettendo cosí all’interlocutore ammirato di sperimentarne l’essenza vivente, la “forza perennemente diveniente eppur eternamente uguale a se stessa”. Nell’atto del pensiero folgorante, la sapienza celeste ritrovava il suo carattere di philosophia subtilissima, di occulta philosophia che deve permanere nel suo intuitivo momento sorgente. A fronte della mia tentazione di trasgredire all’imperativo di non prendere appunti scritti, Franco mi rassicurò: ogni volta avrebbe rievocato con me questo momento genetico e niente sarebbe andato perduto. Cosí avvenne: a ogni incontro, per dieci anni, riprese sempre il filo dal punto di partenza che aveva chiaramente stabilito nel nostro primo incontro, aggiungendo man mano un altro po’ di trama al tessuto d’insieme. I suoi consigli di lettura erano inesauribili, come i rari e preziosi volumi della sua biblioteca, di cui è sempre stato generosissimo donatore, ma sul modo di procedere lungo la Via non tradí mai il metodo del Pensiero Vivente, che non può passare per i “pensati”: occorreva sempre conquistarsi tutto mediante il lavoro interiore e non per comunicazione dialettica di qualche “segretuccio”. Quante volte a fronte delle mie domande mi disse: «Appunto. Meditaci. Ci arriverai»! In tal modo diventava chiaro come proporre simboli preinterpretati potesse condurre a una paralisi completa del vivente intuire: un dono solo apparente, in realtà avvelenato. Aggiungo che le difficoltà del­l’ascesi erano mitigate in ogni modo da mille incoraggiamenti, comprensione per i nostri limiti e tantissima ironia. Qualche perla, trascelta a caso, merita di essere ricordata. In estate: «Dubito che nel toro di Falaride facesse piú caldo che nella Città del Fiore. Io sono – come dicono quelli che parlan fiorito – letteralmente liqueso!». Prima di un trasloco: «Come direbbe il mio amato Dante, da me indegnissimamente parafrasato, “transumar per verba non si porria”, e infatti ci son volute le mani e le macchine degli amici volenterosi». Durante un’influenza invernale: «Sono allettato in una condizione poco allettante!». Ciò l’ha reso amato e benvoluto da tantissime persone, a partire da quelle del suo quartiere, fino ai molti sparsi per l’Europa, come il sottoscritto. Tutti ne riconoscevano la levatura interiore, per tutti ebbe sempre la parola giusta, spesso risolutiva. Quando lo vidi l’ultima volta, a poca distanza dalla sua scomparsa terrena, mi consegnò, scritto di suo pugno, questo mantram del Maestro dei Nuovi Tempi, che si è rivelato essere il sigillo supremo della sua stessa vita: «Deve dare in sacrificio / l’essere suo e la vita / particolari, / chi vuol guardare / fini dello Spirito / per entro manifestazioni / del mondo dei sensi, / chi vuole osare ardito / d’infonder nel volere suo proprio / il voler dello Spirito».

Massimo Danza: È sempre stato “Francone” di Firenze. Il fiore all’occhiello di Massimo Scaligero. Era stato un eversivo di sinistra, poi, conosciuto Massimo e la Scienza dello Spirito, aveva abbandonato tutto per dedicarsi totalmente alla Via Spirituale. Cosí, quelle forze rivoluzionarie le aveva rivolte totalmente all’ascesi personale, e quell’atteggiamento da “rivoluzione continua” non lo abbandonò mai. Rivoluzione in se stesso, “guerra civile” contro le proprie debolezze, contro gli Ostacolatori interiori, abiurando nella totalità ad ogni forma di violenza, anzi dedicandosi anima e corpo agli altri. Aveva un entusiasmo ed una forza travolgente, totalmente fondate sulla propria volontà interiore, che chiamava la “Spada d’acciaio forgiata nella profondità dell’anima, pronta a colpire gli ostacolatori in ogni dove”. Aveva avuto un vicino particolarmente rumoroso, che lo infastidiva sempre proprio mentre si accingeva agli esercizi. «Allora – mi disse – l’ho assediato e l’ho preso per la fame, senza tregua!». «Cioè?». «Ho cominciato ad alzarmi alle cinque per fare gli esercizi! E ho raddoppiato il tempo della concentrazione! E se non basta, mi alzerò anche alle quattro e mezza!». Credo che questo raffiguri molto bene il modo di come ha affrontato le difficoltà, enormi, della sua vita. Una volta vidi una sua fotografia da giovanissimo, era minuto. «Francone, eri magrissimo!». «All’epoca, avevo veramente fame, e dormivo sui divani a casa degli amici!». Quindi tutta la sua vita è stata una continua lotta per la sopravvivenza. Lotta che aveva trasformato veramente in una spada adamantina e d’acciaio al servizio dello Spirito. E ad ogni incontro mi trasmetteva questo amore profondo e travolgente verso la Scienza dello Spirito. Un entusiasmo senza limiti, oltre ogni ostacolo. Mi ricordo che, ospite a casa nostra, lo andai a prendere alla stazione con una moto già assolutamente inadeguata alla mia stazza, figuriamoci a quella di entrambi. La guardò e poi disse: «Tranquillo, il mondo spirituale ci vuole ancora per un bel pezzetto! Andiamo!». Ad ogni incontro uscivo galvanizzato dalle sue parole, sapeva trasmettere volontà ed entusiasmo. Quando mia sorella stette molto male, Mimma gli chiese la cortesia di andare in Svizzera per procurarsi l’Iscador, perché a quel tempo solo lí si trovava. «Il tempo di finire di farmi la barba!». Prese il treno, immediatamente. Venne a Roma, prese la ricetta, la portò in Svizzera, e tornò a Roma per portare la medicina. Per poi fare ritorno Firenze. Senza riposarsi un attimo, senza soluzione di continuità! Rivide il letto quarantotto ore dopo! È un episodio eccezionale che ricordo della sua vita. E ricordo la sua Fedeltà assoluta, anche fanatica, se vogliamo, verso la Via, il Maestro, l’Amore che aveva intuito. Fedele alla sua compagna anche quando gli eventi lo avversarono pure su questo piano. E quando gli si faceva notare l’enorme peso delle prove sul piano pratico che viveva, rispondeva sempre: «Ma sai, noi “lupacci” siamo abituati a ben altro!».

Umbra Perchiazzi: Liberato dall’amore, penetrato di luce, sali verso le altezze…

Valentina: Un vivo impulso scorre attraverso l’umanità per la creazione di valori eterni. Vi sono rari uomini che vengono a portare nel mondo una parola nuova. Con loro, quei fedelissimi cooperatori che si adoperano alla costruzione di un nuovo indirizzo. Praticante interiore rigoroso e austero, Franco De Pascale non è stato quello che si dice un tiepido, un morigerato; e riposa operoso tra i ‘Figli del Fuoco’. Asceta tagliato a diamante, egli è stato un indicatore radicale e instancabile della Via del Pensiero Vivente e del Rito della Concentrazione, una colonna di volontà adamantina, un saldo e intrepido miles dello Spirito, che aveva fatta propria la massima “vita est militia sacra super terram”. E, nondimeno, un semplice, un fedelissimo, un autentico discepolo di Massimo Scaligero, per il quale portava una venerazione sconfinata, un amore ardente e sempre capace di rinnovato slancio. Tale si considerava e si voleva: un discepolo sulla Via, sempre richiamandosi alle parole del Maestro: «Raro il discepolo vero. Tutti vogliono fare i maestri, mentre non occorrono maestri, bensí discepoli: fedeli» (da una lettera del Gennaio 1980 a un discepolo). La sua biografia è ai miei occhi una ricapitolazione della sua vasta tradizione interiore, fino al riuscito approdo alla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner ed all’approfondito studio delle scienze naturali nel senso rosicruciano. Pur assumendosi compiti e servizi da miles, Franco De Pascale ha potuto maturare, in pienissima coscienza e accettazione, importanti forze di donazione e sacrificio, attraverso prove durissime e felicemente previste per i veri discepoli della Rosacroce. Franco è stato un uomo di una dignità e nobiltà d’animo inarrivabili, un amico di generosità rara e capace di accogliere e donarsi senza riserve, di amare impersonalmente in perfetta vicinanza e identità, un suscitatore di nudo coraggio, un interlocutore insostituibile. La sua sapienza e le sue forze morali, ne hanno fatto un orientatore autorevolissimo, preparatissimo e affidabilissimo, un esempio di coerenza, fedeltà e veracità granitiche. Franco è stato un uomo libero e, come tale, voleva fortemente la libertà nell’altro. Eppure non ho mai conosciuto uomo piú semplice e modesto, in ogni sua manifestazione. Franco ha travolto la mia vita, e la vita di molti altri. È stato l’incontro autentico, l’incontro decisivo, l’incontro benedetto. Il distacco da questo mondo è stata la manifestazione di un compimento, pieno e colmo di pace profonda. Caro Franco, Idem velle, idem nolle, eadem amicitia est, volere e non volere le stesse cose, questa è amicizia. Amatissimo amico, cuore integro, hai guarito altri cuori con la tua sola presenza. Il nostro ora è un rapporto rinnovato, piú vivo che mai.

Piero Cammerinesi: Un pensiero di Luce per Franco, che possa proseguire il suo percorso evolutivo.

Marco Mazzeo: Conobbi Franco De Pascale, noto per gli amici come Francone, nella primavera del 1977 quando avevo circa 17 anni. Venne ad un appuntamento al Pincio assieme a Leopoldo Ceracchini, suo grande amico e mio insegnante di Liceo, che mi parlò di antroposofia. Siccome ai tempi io ero un estremista politico, con una formazione marxista, Leopoldo ritenne di farmi conoscere Franco, il quale proveniva da un’analoga formazione, se pur “sessantottina”. Franco era proprio un Lupo maremmano, come amava definirsi. Aveva un aspetto da eterno studente dei fine anni ’60, come se ne vedono nelle foto d’epoca; con gli occhialoni spessi (era assai miope), aspetto che mantenne sempre. Grosso di stazza, la sua provenienza da militante extraparlamentare sfociò prima verso lo Zen e il buddismo, e infine nella Scienza dello Spirito di Steiner e nel suo smisurato amore verso il suo diretto maestro Massimo Scaligero, pur mantenendo sempre quella modalità da guerriero orientale. Era goffo nei modi, ma con una capacità pensante fuori della norma; e difatti il linguaggio che usò nei miei riguardi fece maggior breccia, percependo la mia origine formativa ma altresí la mia spinta propulsiva che mi mosse verso lo spirituale. Un gesto che ricordo era sovente fare, era un rapido pugno verso il cuore, mentre suggeriva a me e poi anche ad altri, con il suo spiccato accento fiorentino: «Afferra te stesso!».

Shanti Di Lieto Uchiyama: Un vero Discepolo della Via Solare, un Apostolo fedelissimo del Logos, lascia un vuoto incolmabile! Il suo Lavoro per il Mondo Spirituale prosegue immutato se non rafforzato, dal Mondo Sovrasensibile…

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L’Archetipo

 

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA REALIZZAZIONE DELLA TRIPARTIZIONE SOCIALE (di F. De Pascale)

(Tripartizione – Marina Sagramora)

Rudolf Steiner era sapiente e sagace, al punto di conoscere molto bene il valore delle persone che aveva attorno. Sapeva bene che, a parte una ben ristretta élite di decisi praticanti interiori, molti prendevano l’Antroposofia un po’ come una apprezzabile visione del mondo, e un po’ come una forma religiosa o semireligiosa. Che mancasse drammaticamente l’impegno interiore ascetico può essere scorto da vari segni.

Oggi molti, per esempio, lamentano il fatto che la Tripartizione dell’organismo sociale – il mirabile dono del Mondo Spirituale – non si sia attuata. Anche allora, in Germania, subito dopo la Prima Guerra Mondiale, quando nel disfacimento della struttura statale dell’Impero tedesco sembrava che la Tripartizione avesse grandi possibilità di attuarsi, e tali grandi possibilità in effetti vi erano, e molte speranze in tal senso si erano manifestate, Rudolf Steiner si impegnò con tutte le sue forze con conferenze pubbliche, alle quali accorrevano migliaia di operai. Rudolf Steiner contattò pure personalità che avevano responsabilità nello Stato e nella Società, ed espose con grande chiarezza quanto richiedevano i tempi. La cosa non si realizzò. Quando, tempo dopo, alcuni discepoli chiesero al Dottore il perché della non realizzazione della Tripartizione in Germania, dove essa aveva suscitato così tanto interesse e speranze, Rudolf Steiner rispose: “Perché in Germania non vi sono 100 discepoli della Scienza dello Spirito che abbiano fatto dell’Ascesi del libro Iniziazione lo scopo della propria vita. La Tripartizione non si è realizzata, perché non esistono 100 antroposofi consacrati alla pratica interiore del libro Iniziazione”. A quell’epoca gli antroposofi erano già venti o trentamila persone.

Ad Adelheid Petersen, il Dottore disse, che un giorno l’intellettualismo degli antroposofi dipingerà tutto grigio su grigio, e l’intellettualismo sarà la morte dell’Antroposofia. Disse, inoltre: “Potrebbe accadere che il movimento spirituale dell’essere vivente dell’Antroposofia si separi dalla Società Antroposofica!”.
A Giovanni Colazza – e questo mi fu riferito personalmente più volte da Massimo Scaligero – Rudolf Steiner, nell’ultimo colloquio avuto con lui, disse profeticamente: “Un giorno l’Antroposofia rinascerà in Italia, in una forma giovane, radicalmente rinnovellata, totalmente slegata dalle forme istituzionalizzate, una forma vivente”.

Per me, e non solo per me, questa rinascita dell’Antroposofia è nella Scienza dello Spirito come ce l’ha trasmessa Massimo Scaligero. La vivente Scienza dello Spirito è tutta nell’opera di Massimo Scligero, nel suo aver ritrovato l’aureo “filo d’Arianna” della Via del Pensiero Vivente, nel suo porre al centro l’esperienza ascetica della Filosofia della Libertà, nel porre al centro e al vertice della pratica interiore la concentrazione portata sino alle sue estreme conseguenze di liberazione del pensare dal servaggio corporeo.
Partendo dalla Via del Pensiero si ritesse l’invisibile trama aurea, michaelita, che un giorno porterà alla realizzazione in una dimensione più vasta dello Spirito, ad una trasformazione della coscienza umana, e di conseguenza anche alla realizzazione della Tripartizione.

Le personalità di rango spirituale delle quali parla il Dottore sono presenti, ma la loro azione sfugge agli schemi precostituiti dell’intellettualismo antroposofico, e come tale sfugge allo sguardo miope della dirigenza burocratica di coloro che hanno – anche ufficialmente – trasformata la creazione di Rudolf Steiner in una impresa commerciale, registrata all’Uffico Svizzero del Commercio.

La fiducia è nell’audacia del pensare, nello slancio e nella fedeltà della volontà consacrata.

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Spada del cavaliere templare, XII secolo (4163/N) - spade - Europa medievale s. VI-XV - Denix

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE,

SINGULTO AL MATTINO DISSOLTO (di M. Scaligero)

🪷

Singulto al mattino dissolto.

Per inattesa venerazione,

disceso di me nel profondo,

assorbito nel fondamento,

l’essere alla quiete abbandono.

D’esistere ormai inconsapevole,

congedo il tramare del mondo:

come foglia che cada

lieve vagante, discendo

verso l’invisibile centro.

Dolce dimenticanza

d’ogni computo anelare,

fiorisce inavvertita

l’assente contemplazione.

L’asceta è occhio che guarda,

senza sapere di sé.

Vacanza pura, specchio dell’immenso:

inesauribile

determinazione del nulla.

🪷

(Massimo Scaligero)

POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL SOLE E IL LUPO

(I lupi Hati e suo fratello Skǫll inseguono rispettivamente Máni (la Luna) e Sól (il Sole).)

Le circostanze in cui si verifica un’eclissi inducono all’osservazione puramente esteriore di un fenomeno astronomico. Rudolf Steiner ha tuttavia indicato che ben altro vi si ricollega: «Quando l’uomo nordico dei tempi antichi voleva trovare spiegazioni a ciò che vedeva durante un’eclissi di sole (naturalmente all’epoca dell’antica chiaroveggenza si vedevano gli astri in una diversa maniera di come li si vede adesso attraverso un telescopio), sceglieva l’immagine del lupo che insegue il sole e che, avendolo raggiunto, ne provoca l’oscuramento.

Ciò si accordava con i fatti. …I materialisti di oggi dicono che si trattava di superstizione, che nessun lupo inseguiva il sole. …Per l’occultista, esiste una superstizione ben piú grave: quella di credere che a causare un’eclissi di sole sia la presenza della luna davanti al sole. Ciò è esatto per l’osservazione, cosí come era esatta la storia del lupo per l’osservazione astrale. La concezione astrale è persino piú giusta di quella che viene spiegata nei libri, poiché quest’ultima è ancora di piú soggetta all’errore».Steiner aggiunge che durante un’eclissi si verificano fenomeni anche nelle “sfere” e non soltanto nei movimenti spaziali dei corpi celesti. Egli spiega che le eclissi sono «fenomeni di transizione che si collocano tra il Cosmo puramente fisico e il Cosmo spirituale».

Sono fenomeni che “rinnegano” lo spirituale a vantaggio dell’esteriorità, dello spaziale. Lo spazio, cosí come crediamo di conoscerlo sulla terra, quale si presenta in forma di fenomeno legittimo della nostra esistenza terrestre, viene trasportato in qualche modo fino nel cosmo per mezzo delle eclissi. L’ombra, che si tratti di quella della luna o della terra, non esiste in realtà che nel mondo “elementare”, ma nel caso di un’eclissi, essa si condensa fino a rendersi visibile.Tutto ciò, secondo Steiner, ha una sua ragione di essere, una necessità. Occorrono valvole di sicurezza per tutto il negativo che ribolle nei pensieri e nella volontà dell’uomo; queste valvole sono rappresentate dalle eclissi, dall’assenza, piú o meno momentanea, della luce solare o lunare. Poiché il Male è stato permesso nel mondo dagli intenti divini, anche le eclissi sono state necessariamente comprese in questo disegno. Si potrebbe forse dire: al momento della concezione dell’Opera del mondo, la saggezza divina avrebbe potuto facilmente organizzare le cose in modo che non si verificassero delle eclissi. Sarebbe bastato che la luna si trovasse un po’ piú distante dalla terra, e il suo disco non avrebbe mai potuto coprire completamente quello del sole. Non vi sarebbero quindi state eclissi totali di sole. Ma, nello stesso tempo, l’uomo avrebbe dovuto essere costituito in maniera completamente diversa da come è. Per il fatto che si verificano le eclissi, la via dello spazio cosmico viene lasciata aperta agli spiriti delle Tenebre e del Male, e ciò nell’esatta misura ritenuta necessaria.

Elisabeth Vreede

E. Vreede, Le Ciel des Dieux, Triades 1973

Per gentile concessione de L’Archetipo – luglio 1999

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

Massimo Scaligero – Il Logos e i nuovi misteri. Il disincanto dell’apparire (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Il Logos e i nuovi misteri. Il disincanto dell’apparire

La via del Pensiero vivente è il tema centrale anche di questo testo di Massimo Scaligero. Il pensiero che è connesso alla vera libertà. Quanto si trova scritto qui, quindi, è idoneo ad introdurre e poi condurre lo sperimentatore motivato a una esperienza interiore. Un’esperienza reale, che può trasformarsi in liberazione dal pensiero celebrale [riflesso] – disincantando così l’apparire, il miraggio dell’illusoria esteriorità. Ci si muove in un processo inverso, quindi, rispetto all’ordinario – verso l’interiorità –, risalendo il pensiero fino a qualcosa d’altro – poiché “v’è un pensare che non è stato ancora pensato”. Quindi, anche qui, come in ogni altro testo di Scaligero, va sempre sottinteso [anche quando non sia espressamente richiamato] l’imprescindibile primato da attribuire alla disciplina interiore [la “concentrazione” e la “meditazione”], secondo i canoni proprio da lui indicati. Con tutto ciò che ne consegue.

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Da

Massimo Scaligero, il Logos e i nuovi misteri (Teseo, 1973)

pp. 47-48

La libertà è il momento del pensiero che muove secondo il proprio Principio, attuandolo però entro i limiti postigli dalla mediazione cerebrale, che lo isola bensì dall’anima antica, ma lo derealizza sul piano dialettico: onde non v ‘è libertà di cui l’uomo possa legittimamente parlare, prima della indipendenza del pensiero dalla mediazione cerebrale.

La libertà che l’uomo crede trovare fuori di sé, in eventi o strutture esteriori, non è che un miraggio, perché è sempre proiezione del vincolo della psiche: il vincolo che tende ad affermarsi come impulso libero, illegittimamente. Il cercatore della libertà deve scoprire che qualsiasi limite trovi ad essa fuori di sé, è un limite che gli è interno.

Libero può essere solo il pensiero, o lo Spirito: la libertà di un desiderio o di un istinto, è la vera prigionia dell’uomo. Il pensiero razionale non è libero, ma ha la possibilità della libertà: reca riflesso il potere sintetico originario, lo ha come momento d’indipendenza dalla relazione metafisica, ma simultaneamente come possibilità di indipendenza dalla relazione fisica, che suscita l’opposizione al metafisico. Esso però ignora tale possibilità, scambiando per normale condizione la menomazione riflessa. In sostanza esso si determina come opposizione alla scaturigine metafisica, ma, nella reificazione dell’alterità fisica, annienta il momento di libertà: ignora il moto originario della relazione, servendosi tuttavia di esso: attinge a un potere che gli rimane sconosciuto. In effetto è libero, ma non esce dalla mediazione cerebrale che lo asserve inconsciamente agli istinti, ossia alla naturaumano-animale.

La realtà costringe, la parvenza lascia liberi. L’uomo moderno, nel disconoscere la realtà metafisica, ha l’iniziale momento della libertà, ma non lo afferra, perché non lo afferra dove sorge: onde esso non coincide con il momento della realtà epperò della verità. Egli bensì volge le spalle alla realtà metafisica, ma, non conoscendo la dipendenza del pensiero dalla mediazione cerebrale, si lega alla realtà fisica, ossia alla parvenza della realtà. Questa non lo costringe, lo lascia libero, perché consente l’illimitatezza della soggettività: egli non afferra la libertà dove sorge, bensì dove si aliena, riflessamente correlata all’aspetto sensibile dell’apparire.

Perciò egli non può distinguere l’a p p a r i r e dal s e n s i bi l e. La vita degli istinti è correlata all’apparire. L’apparire sorge mediante il sensibile, ma non è sensibile esso stesso, essendo la proiezione della relazione originaria. Il vero Sovrasensibile è il disincantamento dell’apparire, o il superamento della condizione riflessa. La coscienza sensibile muove dalla relazione originaria, ma, nel suo limitarsi all’apparire, che lascia libero il suo essere soggettivo, non può non opporsi ad essa. Tuttavia l’uomo ha nella dimensione della libertà l’esigenza di un principio che non necèssiti, per essere, di sostegno fisico né metafisico, essendo in sé l’assoluto originario, capace di disincantamento dell’apparire, epperò di reale dominio fisico: di reale reintegrazione degli istinti. I quali dominano la psiche là dove il pensiero riflesso, credendosi libero, subisce la mediazione cerebrale. Invero, la libertà dell’uomo attuale, inconsapevole della propria interna dipendenza, è una libertà animale, in cui l’elemento animale subisce una corruzione, che l’animale medesimo non conosce.

Massimo Scaligero, il Logos e i nuovi misteri (Teseo, 1973) pp. 47-48

foto di PatrizioYoga su Pixaba

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per gentile concessione de

https://ilcipressobianco.it/chi-siamo/

 

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO,

L’ARCHETIPO-APRILE 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

La Via Assoluta: la Via per pochissimi.

Già nel primo incontro – al quale mi accompagnò l’amico L. – che ebbi con Massimo Scaligero a Roma, nel suo studio in Via Cadolini, a Monteverde, sul finire della primavera del 1970, egli mi donò sia il testo degli esercizi fondamentali, nella versione completa in tre tempi, così come questi venivano dati nei cosiddetti ‘Quaderni Esoterici’, nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner (ch’egli aveva fondata nel 1904 e che dovette essere, ufficialmente e ritualmente, chiusa nel 1914, a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, e delle ostilità che un tale evento faceva sorgere, sempre di più violente, in Germania e altrove, nei confronti del movimento antroposofico, e che poi fu riaperta, unicamente nella sua Prima Classe, nel 1924), sia il suo Trattato del Pensiero Vivente: doni che da allora custodisco come un prezioso personale tesoro, doni che una incommensurabile influenza hanno avuto, ed ancora hanno, sulla mia vita, e sulla mia personale pratica interiore. Posso affermare con assoluta convinzione – una volta di più – quanto sia vero quello che una cara amica, un’amica generosa e sapiente, mi disse: «Colui che ti fa incontrare un Iniziato, un Maestro, come Massimo Scaligero, è l’amico più grande della tua vita!». Nel mio caso, fu l’amico L., il quale, nel precedente agosto 1969, in lunghi, ripetuti, animosi, colloqui romani che avemmo in Via Flaminia, ove egli aveva il suo atelier di pittura, mi mostrò una ‘Via’ diversa da quelle vie orientali, che io allora appassionatamente seguivo, e che egli stesso aveva appassionatamente, seguito, anche tra altre, per qualche tempo, prima del suo incontro con Massimo Scaligero e con la ‘Via’ rosicruciana. Debito felicemente impagabile quello da me contratto nei confronti dell’amico L., e ancor più grande quello nei confronti di Massimo Scaligero.

L’indicazione ricevuta da Massimo Scaligero fu – ed era quella che avevo a lungo cercato, che in maniera urgente mi necessitava, e che da lui mi aspettavo – quella di passare risolutamente alla pratica interiore. Per chi veniva dalle ‘Vie’ orientali ciò era evidente: nello Yoga, nel Buddhismo, sia theravâda che mahâyâna, e soprattutto nel Ch’an cinese, o nello Zen giapponese, la ‘pratica’ realizzativa è tutto, e la poca, ancorché necessaria, teoria, è unicamente in funzione della realizzazione ascetica. Avevo già intrapresa, sin dai primi mesi del 1970, la pratica della Concentrazione secondo la Via dei Nuovi Tempi, ma di essa dovevo ancora chiarirmi molti aspetti operativi. A questa mia necessità provvide, con generosità, Massimo Scaligero, sia con la sua parola, nei frequenti incontri personali che avevamo, sia con i suoi scritti, che diligentemente studiavo, ma che soprattutto rigorosamente meditavo.

Di estrema importanza fu per me – e, dopo oltre cinque decenni, lo è ancor oggi – proprio il Trattato del Pensiero Vivente. Di esso mi colpirono soprattutto due cose. Anzitutto, il sottotitolo: «Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen». Su questo punto, la posizione di Massimo Scaligero era radicale, senza mediazione alcuna, e non concedeva compromesso di sorta. Questo non poteva non colpire chi, come me, veniva dalle ‘Vie’ orientali, alle quali avevo dato tutto me stesso. Si trattava – letteralmente – di ‘disfare’, di ‘deconfigurare’, completamente, quel che nella mia anima era già ‘fatto’, già ‘divenuto’, già ‘plasmato’, appunto ‘configurato’ secondo una mia precedente, antica, atavica, disposizione interiore ‘asiatica’, che dovevo, urgentemente, superare. Ma vedevo, con assoluta chiarezza, che ciò – per quanto per me difficile, estremamente ‘duro’ da accettare, e interiormente ‘costoso’ – era anche assolutamente necessario, anzi, appunto, assolutamente ‘urgente’.

La seconda cosa che mi colpì fu l’espressione, inserita nella breve Introduzione, premessa al primo capitolo del Trattato, nella quale Massimo Scaligero afferma che «Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi». Per un ricercatore spirituale, che veniva dalle ‘Vie’ orientali, la cosa non era certo motivo di grande stupore, anzi essa era un ottimo motivo per ritenere una cotal difficile ‘Via’ come veramente ‘autentica’, ‘seria’, nella sua austera severità. Possiamo anzi dire ch’essa è la ‘logica’ conseguenza – ‘logica’, naturalmente, secondo il Logos – di quanto è detto proprio nelle parole del sottotitolo: «Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen». E un andare ‘oltre’ i limiti della sempre raziocinante anima razionale-affettiva, un andare ‘oltre’ l’antichissima eredità di un’anima presa dal vitalismo animale, di un’anima istintiva, arrogante, oppure pavida, fiacca, avida di dipendenza, desiderosa di narcotiche illusioni, che permettano alla umana natura inferiore di rimanere, in maniera ‘reazionaria’, così com’essa è nella sua volgare dimensione, è cosa per molti addirittura inconcepibile. Mentre, per taluni altri, l’andare ‘oltre’ lo Yoga, ‘oltre’ lo Zen, che, ancor oggi, sembrano promettere, come un tempo, una ‘liberazione’ dai limiti umani, è anch’esso difficilmente concepibile. 

Il dubbio che una ‘Via’ di realizzazione spirituale, se ‘autentica’, proponga «un còmpito attuabile forse da pochissimi», è antichissimo. Tale dubbio si presentò anche al principe Siddhârtha, della nobile stirpe degli Śâkya, ossia al Gautama Buddha, allorché questi, sotto l’Albero della Bodhi, raggiunse l’Anuttara Samyag Sambodhi, l’Insuperata, Suprema, Compiuta, Perfetta Illuminazione. E, visto che spesso mi è stata sovente attribuita, con intenti offensivi e denigratori, la qualifica – che alle mie orecchie suona, comunque, come motivo di immeritata lusinga e lode – di essere ‘buddhista’, mi piace ricordare, provocatoriamente, un episodio, che riporta, tra vari autori, anche l’Alexandra David-Néel, ascetica personalità buddhista di grande valore, il ‘dubbio’ ch’ebbe lo stesso Illuminato circa la comprensione e l’accoglimento ch’avrebbe avuto il suo messaggio di ‘liberazione’ da parte di una umanità, sempre più coinvolta e presa nell’identificazione con le seducenti illusioni di un mondo apparente, la cui mâyâ giuoca il sempre meno consapevole essere umano. L’Alexandra David-Néel cita l’episodio nel suo Les enseignements secrets des bouddhistes tibétiains. La vue pénétrante, 2.me édition revue et augmentée, Adyar, Paris, 1961, alle pp. 13-16. Ne esisterebbe anche una traduzione italiana, a cura di Marisa Caramella, col titolo Gli insegnamenti segreti delle sette Buddiste Tibetane, con la Introduzione di Pietro Verni, pubblicata in prima edizione da Arcana Editrice, Roma, 1975, con successive riedizioni, ma la traduzione non mi sembra essere granché soddisfacente, e per il lettore, che conosca la lingua francese, è sicuramente preferibile leggere l’episodio nella lingua originale. Già l’interpolazione, del tutto arbitraria, della parola ‘sette’, presente nel titolo della traduzione italiana – inesistente nell’originale testo francese – suona decisamente sgradevole e, per un lettore inesperto, facilmente fuorviante, consiglierebbe di rivolgersi al testo originale, ma la qualità dello stile della scrittura di Alexandra David-Néel, che unisce – direbbe Blaise Pascal –  un ‘esprit de géometrie’ ad un ‘esprit de finesse’, dà al testo un pregio non trascurabile – come usa oggi dire: un ‘valore aggiunto’ – per chi conosca la lingua francese.

Alexandra David-Néel, nel suo bellissimo ed agile saggio, non cita la fonte dalla quale aveva tratto l’episodio che riferisce. Ella lo trae, in realtà, dal Sutta Piṭaka, ossia da quella parte del Canone Buddhista, di tradizione theravâda, che riporta i ‘discorsi’ del Buddha Śâkyamuni, e precisamente dal Majjhima Nikâya, la ‘raccolta dei testi di lunghezza media’, composta da 152 sutta. In uno di questi sutta, il XXVI, l’Ariyapariyesana Sutta, il Sutta della ‘Nobil Ricerca’, o Sutta del ‘Nobil Fine’, l’Illuminato narra, appunto, il dubbio, che gli era sovvenuto dopo il conseguimento di quella ch’Egli chiamò la «Eccelsa Mèta». In Italia, abbiamo avuto la fortuna di poter fruire di traduzioni di parti del Canone Buddhista, fatte da personalità di indubbio valore, personalità che avevano una convinta adesione alla visione del mondo buddhista, e che erano altresì impegnati asceticamente nel Nobile Ottuplice Sentiero, l’Ariya Aṭṭhaṅgika Magga, di realizzazione spirituale. Si è trattato di personalità che univano, felicemente, rigore scientifico, competenza linguistica, e profondità di pensiero. In modo particolare, mi piace ricordare il matematico piemontese Eugenio Frola, scomparso, purtroppo, troppo giovane, che tradusse tutto il Dȋgha Nikâya, i ‘discorsi lunghi’, in Canone Buddhista. Discorsi lunghi, I-II, Bari 1960-61, editi dall’Editore Laterza, in due volumi, di ben LXXII pp. di Introduzione, e 520 pp. di testo tradotto. Sempre di Eugenio Frola abbiamo una sua mirabile traduzione, con un suo notevole commento, del Dhammapâda, L’Orma della Disciplina, tratto dal Khuddaka Nikâya, dai ‘discorsi brevi’, pubblicato in una bella edizione da Boringhieri, Torino, 1968, di 223 pp. Massimo Scaligero me lo indicò come testo da meditare, particolarmente indicato e fruttuoso per il mio cammino interiore. Altra personalità di ottimo asceta traduttore fu Vincenzo Talamo, amico e allievo del Frola, del quale curò, a livello postumo, il prezioso lascito letterario. A Vincenzo Talamo dobbiamo la traduzione, in bella lingua italiana, dell’Iti Vuttaka e del Sutta Nipâta, tratti anch’essi dal Khuddaka Nikâya, e ripubblicati più volte, assieme alla traduzione e al commento di Eugenio Frola del Dhammapada, e anche in una recente edizione, nel 2019, dalla benemerita casa editrice Bollati Boringhieri. In questa edizione dei tre testi tratti dal Khuddaka Nikâya, Vincenzo Talamo ha aggiunto una Nota storica sulle dottrine indiane, all’interno della quale si trova una agile, ottima, sintesi, della Dottrina dell’Illuminato, cui ha aggiunto un utilissimo, ben fatto, Glossario. Più recentemente, è apparsa la traduzione di Vincenzo Talamo del Samyutta-Nikâya, dei ‘discorsi in gruppi’, o ‘miscellanei’, comprendente 2.889 discorsi (sutta) divisi in 56 sezioni, opera monumentale, anch’essa di ben 776 pagine, edita nel 1998 dalla altrettanto benemerica casa editrice romana Astrolabio-Ubaldini. 

Del Majjhima Nikâya, dei ‘discorsi medi’ del Canone Buddhista, abbiamo una bellissima traduzione nella lingua di Dante, eseguita con amorosa cura dal campano (era nato a Lagonegro nel 1871 e morto a Napoli nel 1957) Giuseppe De Lorenzo, anch’egli di rigorosa formazione scientifica (era geologo), filosofica (era un profondo conoscitore della filosofia di Arthur Schopenhauer), nonché di vasta competenza linguistica, sia per quel che riguarda le lingue moderne, sia per quelle antiche. In particolare, conosceva – come del resto, anche Eugenio Frola e Vincenzo Talamo – a fondo sia il sanscrito che il pâli, la lingua sacra dei testi della tradizione buddhista theravâda. Sua ultima fatica fu la traduzione e la pubblicazione de Gli ultimi giorni di Gotamo Buddho dal Mahâparinibbanânasutta del Canone Pâli, Bari, Gius. Laterza e Figli, 1948, di 99 pp., ove egli, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, nella chiusa della sua Introduzione, a p. 15, così dichiarò apertamente la sua meditata adesione e la sua profonda, serena, devozione verso l’Insegnamento, il Dhamma, dell’Illuminato:

«Chiudo questa introduzione, dichiarando il motivo, che mi ha mosso a fare il presente lavoro. Giunto al mio settantasettesimo anno d’età, in quest’ora così tragica dell’umanità sulla terra, ho voluto sollevare il mio spirito nella visione degli ultimi giorni del Maestro della Dottrina, la quale è stata per più di cinquant’anni il conforto della mia vita e sarà, mi auguro la consola zione della mia morte. Napoli, 24 aprile 1948».

La monumentale traduzione del Majjhima Nikâya gli richiese lunghi anni di fatiche, e si concluse nel 1926, ma il risultato di tale gigantesca fatica fu veramente eccezionale, sia per l’accuratezza della traduzione, sia per la resa letteraria, a volte altamente poetica, della medesima. Massimo Scaligero amava molto quella traduzione, al punto di lodarmela più volte nei nostri colloqui. Da giovane, egli ne fece – me lo disse lui stesso – a lungo un operativo uso ascetico per la meditazione. La traduzione de I discorsi di Gotamo Buddho, iniziata con la collaborazione del suo amico viennese Karl Eugen Neumann (il quale morì, cinquantenne, al completamento del primo dei tre volumi), iniziata nel 1916, si protrasse sino ad essere completata con la pubblicazione dell’intera opera nel 1927. Massimo Scaligero stimava molto Giuseppe De Lorenzo, che conobbe anche di persona, al punto di parlarne, con ammirazione e rispetto, anche dal punto di vista ascetico, persino in una di quelle riunioni riservate, che si svolgevano in Via Barrili, a Monteverde, la trascrizione delle quali appare, periodicamente, pubblicata nella rivista romana Graal, sotto la rubrica, curata dall’amica M.D.C., di ‘Seminario solare’

Per questo motivo, mi sembra importante trascrivere dal primo volume de I Discorsi di Gotamo Buddho del Majjhima Nikâyo, per la prima volta tradotti dal testo Pâli da K.E. Neumann e G. De Lorenzo, Primo Volume, Bari Gius. Laterza & Figli, 1916, pp. 248-251, le parole pronunciate dall’Illuminato sùbito dopo il conseguimento della ‘Eccelsa Mèta’, della ‘Insuperata, Compiuta, Perfetta Illuminazione’:

«Ed ora la chiara certezza a me si schiuse:

Per sempre ora son redento,

L’ultima vita è questa,

E non v’è mai ritorno.

Allora mi venne, o monaci, il pensiero: ‘Trovato ho io ora questa verità, la profonda, difficile a scoprire, difficile a percepire, tranquilla, preziosa, intima, inescogitabile, accessibile solo ai savi. Ma la gente cerca il piacere, ama il piacere, pregia il piacere. Ora la gente cercante il piacere, amante il piacere, pregiante il piacere, una tale cosa, come il rapporto di causa ed effetto, l’origine da cause, sarà appena intelligibile; ed anche quest’altra cosa appena intenderà: lo svanire di ogni distinzione, il distacco da ogni attaccamento, l’esaurirsi della sete di vivere, il rivolgimento, la dissoluzione, l’estinzione. Se io quindi espongo la verità e gli altri non mi intendono, me ne verrà certo amarezza e pena’. E spontanei, voi monaci, mi si presentarono questi versi, mai prima sentiti:

Quel che con intimo sforzo ho trovato

Or palesare è interamente vano:

Agli uomini, che d’odio ardono e brama,

Non convien davvero tale dottrina.

Dottrina, che risale la corrente,

Ch’è interna ed è profonda ed è nascosta:

Essa resta invisibile ai bramosi,

Nella più fitta tenebra ravvolta.  

Così riflettendo, o monaci, inclinava l’animo mio a rinserrarsi, non ad esporre la dottrina. Allora, voi monaci, Brahmâ Sahampati si avvide della mia riflessione e si dolse: ‘Si perderà il mondo, ahimè, miseramente si perderà, se l’animo del Compiuto, Santo, perfetto Svegliato, inclina a rinserrarsi, non ad esporre la dottrina!’. Allora, voi monaci, Brahmâ Sahampati disparve dal mondo di Brahmâ, quasi così rapidamente come un uomo forte stende il suo braccio o piega il suo braccio disteso, ed apparve innanzi a me. E Brahmâ Sahampati, monaci, nudatasi una spalla, congiunse le mani verso di me e parlò quindi così:

‘Voglia il Sublime, o Signore, esporre la dottrina, voglia il Benvenuto esporre la dottrina! Vi sono esseri di più nobile specie: senza aver udito la dottrina essi si perdono; essi intenderanno la dottrina’.

Ciò disse, o monaci, Brahmâ Sahampati; […]

Per sollecitazione di Brahmâ dunque, o monaci, e per compassione degli esseri io guardai con lo svegliato occhio nel mondo. Ed io vidi, voi monaci, guardando con lo svegliato occhio nel mondo, esseri di nobile specie e di specie volgare, acuti di mente ed ottusi di mente, bene dotati e male dotati, svelti a comprendere, e molti, che stimano cattiva l’esaltazione di un altro mondo. […]

Ed io replicai allora, voi monaci, a Brahmâ Sahampati con la strofa:

Dell’immortalità s’apran le porte:

Chi ha orecchi per udire venga ed oda.

Repulsione intuendo io non volevo

L’alta dottrina palesar, Brahmâ’.

Allora, o monaci, disse Brahmâ Sahampati: ‘Il Sublime ha consentito ad esporre la dottrina’, mi salutò riverentemente, girò verso destra e sparve di là».

Dubbi non piccoli, dubbi non molto diversi da quelli che ebbe, 2600 anni fa, in India, il Sublime, il Buddha Śâkyamuni, li ebbe anche il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner, circa la comprensione che avrebbe incontrato la nuovissima ‘Via’, ch’egli era chiamato a portare nel mondo. Prima della svolta del nuovo secolo, prima del passaggio tra Ottocento e Novecento, egli aveva cercato di portare nel mondo una ‘Via’ di Conoscenza, indicata nelle forme più rigorose della scienza e della filosofia. Partendo poco più che ventenne – era nato nel 1861 – cominciò a scrivere opere come le introduzioni alle Opere scientifiche di Goethe (1883-1897), la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo (1886), Verità e scienza (1892), la Filosofia della libertà (1894), Federico Nietzsche, un lottatore contro il suo tempo (1895), la Concezione goethiana del mondo (1897), e poi – oramai alle soglie della prima guerra mondiale – i due volumi degli Enigmi della Filosofia (1914), cercando di fecondare il mondo della scienza, della filosofia e della cultura del XIX secolo e del nascente XX secolo. Per una ventina d’anni, egli cercò di portare avanti coraggiosamente – ma dovrei, forse, dire, temerariamente – l’impresa di vincere il drago del materialismo moderno, con «l’entrare nella pelle del drago», come gli disse Colui che fu il suo Maestro, indicandogli l’audace còmpito della sua missione spirituale.

Questa audace lotta del prima giovane e poi maturo Rudolf Steiner nei confronti della sempre più dilagante influenza del ‘drago’ del materialismo scientifico, filosofico, storico, sociale, e – com’egli fece osservare negli anni del suo pubblico magistero spirituale – persino religioso, fu una dura lotta, ‘per la vita e per la morte’, dello Spirito nell’arena della società e della cultura dell’epoca. Per descrivere al meglio questa sua coraggiosa azione, non posso che ripetere, trascrivendolo, quanto già scrissi in questo temerario blog, il 6 gennaio 2020, in Verità ed errore nell’indagine spirituale: sue conseguenze per la vita spirituale degl’individui, e delle comunità spirituali, del mondo. Settima parte:

«Una descrizione poetizzata, ma interessante, e importante, perché basata su comunicazioni fattegli direttamente da Rudolf Steiner, è quanto scrisse Édouard Schuré nella sua Introduzione alla bella edizione italiana de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, traduzione di Ida Levi Bachi, Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, 1932, nella quale, alle pp. 14-15, a proposito dell’incontro col Maestro, così scrive:

«Fu a diciannove anni che l’aspirante ai Misteri incontrò la sua guida – il Maestro – da lungo presentito. […]

Il maestro di Rudolf Steiner era uno di quegli uomini potenti che vivono, sconosciuti dal mondo, sotto la maschera di un stato civile qualunque, per compiere una missione conosciuta soltanto dai pari loro nella confraternita dei maestri rinunciatori. Non agiscono apertamente sugli avvenimenti umani. L’incognito è la condizione della loro forza, ma la loro azione non è perciò meno efficace. Poiché suscitano, preparano e dirigono coloro che agiranno agli occhi di tutti. […] Ma come cominciare questo compito immenso e temerario? Come vincere o meglio domare e convertire il grande nemico, la scienza materialistica di oggi somigliante a un drago formidabile, armato di tutte le scaglie e disteso sul suo immenso tesoro? Come domare il gran drago della scienza moderna e attaccarlo al carro della verità spirituale?».

La risposta ad una cotale domanda cruciale non poteva essere certo desunta dal misticismo religioso, o dalle tradizioni degli Ordini Occulti, oramai sempre più decadenti. La risposta data a Rudolf Steiner dal suo innominato Maestro, fu di un’audacia così temeraria da superare persino l’immagine taoista e ch’an del mitico e fascinoso ‘cavalcare la tigre’. E quella risposta fu l’indicazione di un còmpito di una mai prima udita, e insuperata, radicalità. Così Édouard Schuré evoca, alle pp. 19-20, l’indicazione del severo impegno, dell’audace missione, che il Maestro additò al giovanissimo Rudolf Steiner:

«Seguendo i suoi studi, Rudolf Steiner si ricordò della parola del suo maestro: «Per vincere il drago, bisogna entrare nella sua pelle». Penetrando nella corazza del materialismo contemporaneo, si era impadronito delle sue armi».     

Questa immagine della lotta contro il drago venne ripresa dal poeta Arturo Onofri, autore peraltro di un’opera poetica intitolata Vincere il drago!, nella bella Prefazione ch’egli – dichiarandosi con essa apertamente discepolo di Rudolf Steiner dell’Antroposofia – volle anteporre alla traduzione italiana della Scienza Occulta nelle sue linee generali di Rudolf Steiner, eseguita da Emmelina de’ Renzis ed Emma Battaglini, e pubblicata nel 1924 a Bari da Gius. Laterza e Figli Editori, ove sin dalle prime parole, a p. VI, è detto:

«Tra le più alte personalità spirituali che negli ultimi decenni sono apparse in armi contro il drago del materialismo moderno, primeggia in armonia e potenza interiori la personalità di Rudolf Steiner, la cui opera capitale si presenta qui, primamente tradotta, ai lettori italiani».

Che l’immagine usata da Édouard Schuré non fosse affatto una sua personale letteraria fantasia, bensì che essa fosse autentica e provenisse direttamente da Rudolf Steiner e, prima di lui, dalla ignota personalità che gli fu Maestro, è garantita dalla testimonianza di Marie Steiner, sua instancabile, fedele, e coraggiosa compagna d’armi spirituale in mille battaglie, la quale, nel 1947, così scrisse nella sua Prefazione alle conferenze, tenute a Lugano il 16 e 19 settembre 1911, Der Christus-Impuls im historichen Werdegang – L’Impulso-Christo nel divenire storico, ora in Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’ Umanità, GA-130, Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 12-13:

«Rudolf Steiner si impose in piena coscienza il compito di sollevare a se stesso tutte le obbiezioni che i materialisti critici potessero essere in grado di opporre alle rivelazioni dello spirito, badando inflessibilmente a non discostarsi mai da questa linea. Per definire questo comportamento egli usò la seguente espressione: infilarsi nella pelle del drago drago Das nannte er in die Haut des Drachen hineinkriechen. Questa ardua lotta gli appariva un dovere, perché, se così non fosse stato, non si sarebbe arrogato il diritto di combattere fino infondo a favore dell’umanità quella difficile battaglia che è la vittoria dello spirito sull’astratta intellettualità».

Ora, ci si può chiedere quale fu l’accoglienza che trovò il ‘messaggio’ spirituale che Rudolf Steiner portò nel mondo culturale, filosofico, scientifico, sociale della seconda metà del XIX secolo. Purtroppo, esso non fu minimamente compreso, e non ebbe affatto l’accoglienza che il suo valore meritava, e che l’urgenza – urgenza tragica, come dimostreranno i tragici eventi del successivo XX secolo – esigeva. Egli si rivolse, anche personalmente, a quelle personalità, le quali – in quanto autentici ‘figli del loro tempo’ – erano quelle che, per intelligenza, per maturità degli organi dell’anima, maggiormente avrebbero potuto, ed anche dovuto, accogliere il ‘messaggio’ che veniva loro portato. Eppure, proprio esse si dimostrarono ‘chiuse’ – talvolta, tragicamente, le più ‘chiuse’ – alla ricezione del ‘messaggio’ spirituale che, generosamente, veniva portato loro incontro. Alcune di quelle personalità erano altamente stimate, e sommamente care a Rudolf Steiner, ma tra esse egli trovò amicizia, affetto ed anche aiuto umano, ma non ‘comprensione’ per il ‘messaggio’, autenticamente rivoluzionario a livello spirituale, che veniva portato loro incontro.

Rudolf Steiner non fu ‘compreso’ da Karl Julius Schröer, che pure lo introdusse agli studi goethiani. Non fu ‘compreso’ da Joseph Kürschner che pure gli affidò la cura e l’edizione delle opere scientifiche di Goethe. Non fu ‘compreso’ dal teologo cistercense Laurenz Müller, né dall’amica di questi Maria Eugenia delle Grazie, che animavano una importante cerchia culturale della Vienna dell’epoca. Non fu ‘compreso’ dalla sua amica Rosa Mayreder, con la quale egli parlò a lungo dei temi della sua Filosofia della Libertà. Non fu minimamente ‘compreso’ da Bernhard Suphan, che dirigeva l’Archivio Goethiano a Weimar, ove Rudolf Steiner lavorò per lunghi anni. Non lo ‘comprese’ neppure Hermann Grimm, anch’egli profondo studioso dell’opera letteraria di Goethe, del quale scrisse una importante biografia. Meno di tutti lo ‘comprese’ lo scienziato, Ernst Haeckel, biologo di grande valore, ma per il suo materialismo darwiniano di stretta osservanza, totalmente chiuso ad ogni forma di trascendenza. Quanto fosse ‘chiuso’ lo stesso ambiente scientifico della seconda metà del XIX secolo nei confronti del ‘messaggio’, al contempo rigorosamente scientifico e spirituale, portato da Rudolf Steiner, lo possiamo leggere in Rudolf Steiner, La mia vita, trad. di Febe Colazza Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, pp. 258-259, nel quale riferisce, prima nel capitolo XXIII, poi nel capitolo XXIV, la risposta che un fisico gli dette a proposito delle idee di Goethe circa la natura della luce:

«Nell’ultimo decennio del secolo scorso parlai una volta, a Francoforte sul Meno, della concezione naturalistica di Goethe. Nell’introduzione dissi che avrei parlato soltanto delle vedute di Goethe sulla vita, poiché le sue idee sulla luce e sui colori sono tali che nella fisica contemporanea non c’è possibilità di costruire un ponte verso quelle idee. Per me, però, ero costretto a vedere in questa impossibilità un sintomo di estrema importanza per l’orientamento spirituale dell’epoca.

Qualche tempo dopo ebbi un colloquio con un fisico, eminente nel suo campo, che si occupava anche intensamente delle idee di Goethe sulla natura; i nostri colloqui raggiunsero il loro culmine in queste sue parole: «L’idea di Goethe sui colori è tale che la fisica non sa che cosa farne»; ed io… ammutolii [und daß ich — verstummte.].

E quante cose, a quel tempo, affermavano che quanto era per me verità era tale che i pensieri dell’epoca «non sapevano che cosa farne».

E questa domanda diventò per me un’esperienza dell’anima: «Bisogna ammutolire? [Und die Frage wurde Erlebnis: muß man verstummen?]».   

Rudolf Steiner così scrisse in alcuni appunti biografici, da lui redatti a Barr, nel settembre del 1907, quando era ospite del francese Édouard Schuré, ora ripubblicati in una arricchita seconda edizione, in Rudolf Steiner – Marie Steiner-von Sivers Briefwechsel und Dokumente 1901 – 1925. Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, Dornach, GA 262, p. 18 :

«Bei alledem konnte von einer öffentlichen Hervorkehrung der okkulten Ideen keine Rede sein. Und die hinter mir stehenden okkulten Mächte gaben mir nur den einen Rat: «Alles in dem Kleide der idealistischen Philosophie».

«In generale, non poteva assolutamente essere questione di una pubblica presentazione delle idee occulte. E le Potenze occulte che stavano dietro di me mi dettero soltanto un unico consiglio: «Tutto nella veste della filosofia idealistica».

L’essersi occupato della figura tragica di Friedrich Nietzsche, portò Rudolf Steiner a scontrarsi con una associazione, di importazione americana, che si muoveva su un piano di slavato e scipito dilettantismo filosofico, con pretese di riforma etica. Proprio l’aver egli esposto, secondo obbiettività, il valore oggettivo della visione del mondo di Nietzsche, lo portò ad essere bollato come un pericolosissimo pensatore. Ed in un certo senso, il pensiero di Rudolf Steiner era sommamente ‘pericoloso’ per la torpida e conformista mediocrità piccolissimo-borghese, che allora dilagava nella Germania guglielmina.  Ecco com’egli descrive, alle pp. 20-21 nel suo scritto per Schuré, del settembre 1907, alle pp. 19-20 del citato Briefwechsel etc., la soffocante situazione culturale di fine Ottocento in Germania:     

«Ich galt nun eine Zeit lang als unbedingtester «Nietzscheaner». –

Damals wurde die «Gesellschaft für ethische Kultur» in Deutschland gegründet. Diese Gesellschaft wollte eine Moral mit völliger Indifferenz gegen alle Weltanschauung. Ein völliges Luftgebäude und eine Bildungsgefahr. Ich schrieb gegen diese Gründung einen scharfen Artikel in der Wochenschrift «Die Zukunft». Die Folge waren scharfe Entgegnungen. Und meine vorangegangene Beschäftigung mit Nietzsche führte herbei, dass eine Broschüre gegen mich erschien:

«Nietzsche-Narren».

Der okkulte Standpunkt verlangt: «Keine unnötige Polemik» und «Vermeide, wo du es kannst, dich zu verteidigen».

«Ora, per un certo periodo, io venni considerato essere, nella maniera più incondizionata, un «nieztschiano».

Venne fondata allora in Germania la «Società per la Cultura Etica». questa Società voleva una morale con piena indifferenza nei confronti di ogni concezione del mondo. Un assoluto castello in aria ed un pericolo culturale. Io scrissi contro questa fondazione un tagliente articolo  nella rivista «Die Zukunft». Le conseguenze furono aspre contrapposizioni. E l’essermi occupato in precedenza di Nietzsche portò al fatto che apparve contro di me una brochure:

«Pazzi nietzschiani».

Il punto di vista occulto richiede: «Nessuna inutile polemica» e «Evita, ove puoi farlo, di difenderti».

Ciò può far intuire la profonda ‘solitudine’, la ‘disillusione’ o, se vogliamo, la ‘delusione’ vissute da Rudolf Steiner, delle quali egli parla in molte pagine de La mia vita, di fronte alla indifferenza, alla incomprensione, alla irrispondenza, che il mondo culturale dell’epoca mostrava nei confronti del ‘messaggio’ spirituale ch’egli portava. Ciò spiega, altresì, perché ad un certo punto egli – superati oramai i quarant’anni di età – a Berlino, si rivolse, in un certo senso fu ‘costretto’ a rivolgersi, ai teosofi, coi quali, anni prima, nel suo periodo viennese, era stato in forte, aspra, polemica. Sapeva di avere di fronte – mi si passi la brutta parola – un ‘materiale umano’ animicamente molto meno ‘maturo’, intellettualmente meno ‘profondo’, umanamente molto più ‘semplice’ e ‘ingenuo’, eppure i teosofi berlinesi dimostrarono di essere anche gli unici sinceramente ‘aperti’ ad una ricerca spirituale, desiderosi di accogliere una ‘Conoscenza’ riguardante il mondo spirituale.

Anche Rudolf Steiner, dunque, conobbe – come il Buddha Śakyamuni, seicento anni circa prima della nostra èra – il ‘dubbio’ riguardante il ‘se’ ed il ‘come’ il ‘messaggio’ spirituale del quale, per sua precipua ‘missione’, era il portatore, sarebbe stato accolto. Ed un tale ‘dubbio’ – come egli stesso, in momenti per lui tragici, apertamente affermò con parole drammatiche – gli si sarebbe ripresentato dinanzi all’anima, verso la fine della sua vita, a causa della inadeguatezza, della profonda immaturità, della faciloneria, della superficialità, della incomprensione, della presunzione, della latitanza, ed in taluni casi, del tradimento degli stessi antroposofi, i quali, in molti casi, già allora, e ancor più dopo la sua prematura dipartita, fecero – e tuttora fanno – di tutto, di più, e di ogni, per snaturare, banalizzare, attenuare, tamponare, diluire, e spegnere la dirompenza spirituale del suo rivoluzionario ‘messaggio’.

In una lettera, la numero 20, scritta da Monaco, il lunedì 9 gennaio 1905, alla sua fedele collaboratrice, all’allora ancora Marie von Sivers, in séguito divenuta, come sua consorte, Marie Steiner, la fedele compagna della sua vita, a Berlino, egli, con parole che più taglienti, esplicite, e ‘dure’, non potrebbero essere, così si espresse, alla p. 86 del su citato Briefwechsel etc.:

«In den Köpfen der sogenannten Theosophen wird sich noch einmal aller Materialismus unseres Zeitalters am krassesten spiegeln. Weil die theosophische Gesinnung selbst eine so hohe ist, werden diejenigen, die nicht ganz von ihr ergriffen werden, gerade die schlimmsten Materialisten werden. An den Theosophen werden wir wohl noch viel böseres zu erleben haben, als an denen, die nicht von der theosophischen Lehre berührt worden sind. Die theosophische Lehre als Dogmatik, nicht als Leben aufgenommen, kann gerade in materialistische Abgründe führen. Wir müssen das nur verstehen. […] Das sind Erwägungen, denen der Okkultist immer wieder nachhängen muss, wenn er daran denken soll, die hohe Weisheit der heiligen Meister in das Publikum zu streuen. Das ist seine große Verantwortlichkeit. Das ist es, was uns die Brüder immer entgegenhalten, die im Okkultismus konservativ bleiben und die Methode des Geheimhaltens auch ferner pflegen wollen. – Und kein Tag vergeht, an dem die Meister nicht die Mahnung deutlich ertönen lassen: «Seid vorsichtig, bedenkt die Unreife eures Zeitalters. Ihr habt Kinder vor euch, und es ist euer Schicksal, dass ihr Kindern die hohen Geheimlehren mitteilen müsst. Seid gewärtig, dass ihr durch eure Worte Bösewichter erzieht.» Ich kann Dir nur sagen, wenn der Meister mich nicht zu überzeugen gewusst hätte, dass trotz alledem die Theosophie unserem Zeitalter notwendig ist: ich hätte auch nach 1901 nur philosophische Bücher geschrieben und literarisch und philosophisch gesprochen».

«Nelle teste dei cosiddetti teosofi tutto il materialismo della nostra epoca si rifletterà un giorno nella forma più grossolana. Dato che la riflessione teosofica è di per sé così elevata, quelli che non ne sono interamente afferrati diverranno proprio i peggiori materialisti. Ci accadrà di sperimentare nei teosofi cose senz’altro anche molto più malvagie [noch viel böseren] che non in coloro i quali non siano stati toccati dall’insegnamento teosofico. L’insegnamento teosofico recepito come dogmatismo, e non come vita, può condurre direttamente nei baratri del materialismo. Noi dobbiamo unicamente comprendere ciò […] Queste sono considerazioni, alle quali bisogna che l’occultista si dedichi continuamente, se deve pensare a diffondere in mezzo al pubblico l’elevata saggezza dei santi Maestri. Questa è la sua grande responsabilità. È questo ciò che sempre ci contrappongo i fratelli che nell’Occultismo rimangono conservatori, e vogliono continuare a seguire il metodo della segretezza. – E non passa giorno che i Maestri non facciano risonare con chiarezza l’ammonizione: «Siate prudenti, riflettete sull’immaturità della vostra epoca. Avete dei bambini di fronte a voi, ed è vostro destino che a dei bambini dobbiate comunicare le elevate dottrine occulte. Fate attenzione a non allevare dei farabutti con le vostre parole [Seid gewärtig, dass ihr durch eure Worte Bösewichter erzieht]». Posso soltanto dirti che, se il Maestro non fosse riuscito a convincermi che, malgrado tutto, la teosofia è necessaria alla nostra epoca, anche dopo il 1901 avrei scritto solamente libri filosofici, e parlato di letteratura e filosofia».

Una volta iniziata la sua opera di comunicazione dei risultati della sua indagine spirituale, sia all’interno di quella che, inizialmente, allora in Germania era la ancor ristretta cerchia ‘teosofica’, trasformatasi, dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, in ‘antroposofica’, con una partecipazione sempre più vasta, sia nelle conferenze pubbliche, sia in quelle per i soci della ‘Società’, Rudolf Steiner dovette sperimentare, spesso, troppo spesso, come in coloro ai quali egli si rivolgeva donando con generosità la Scienza dello Spirito, vi fosse molta immaturità, e molta, moltissima, incomprensione. Certamente, vi furono anche personalità – ed è giusto porlo in adeguato rilievo – non solo assetate di Conoscenza spirituale, le quali si impegnarono con intensa dedizione nella pratica interiore della Concentrazione, della Meditazione, dell’Ascesi volitiva, e di tutti gli esercizi ch’egli comunicava, personalità elette, spiritualmente ‘mature’, come Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, Sophie Stinde, Pauline von Kalkreuth, Adolf Arenson, Carl Unger, Michael Bauer, ed altre in Germania, o in Italia personalità come Giovanni Colazza, Emmelina de’ Renzis, suo figlio Giovanni Colonna di Cesarò, Lina Schwarz, Angelica d’Antuni Del Drago, solo per fare alcuni nomi fra molti altri, ma vi furono anche, purtroppo, anche altre personalità, meno ‘mature’, talvolta anche poco ‘serie’, per cui mentre, agl’inizi della sua opera di Istruttore spirituale, egli donava coraggiosamente – quasi temerariamente – contenuti elevati, particolarmente ‘delicati’, nel tempo, avendo fatte non poche amare esperienze, divenne sempre più prudente nell’affrontare certi determinati temi.  

L’esperienza fatta – esperienza evidentemente ‘deludente’ e ‘disilludente’ –  da Rudolf Steiner a proposito della immaturità, spesso della superficialità, della mancanza di serietà di molti che avrebbero dovuto accogliere il prezioso ‘messaggio’ spirituale offerto loro, costrinse Rudolf Steiner a modificare alcune pagine del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, e della stessa Scienza Occulta nelle sue linee generali. Di questo fatto parlò più volte Massimo Scaligero in alcune riunioni delle quali esistono le registrazioni probanti, ma potei verificare la cosa io stesso sulle prime edizioni del libro Iniziazione in tedesco e in francese, nonché sulle prime edizioni tedesca, francese e italiana della Scienza Occulta, che nel tempo, con una ricerca tutt’altro che facile,  riuscii a procurami.

Come appunto osservò nelle suddette riunioni Massimo Scaligero, in passi che ebbi modo di meditare più volte e a lungo, Rudolf Steiner modificò quei passi del libro Iniziazione, nei quali parlava del ‘fuoco di kundalini’, tolse completamente un lungo paragrafo del V Capitolo della sua Scienza Occulta, e ne modificò altri, avendo verificato a quali pericolosi equivoci potevano portare in anime immature, superficiali, poco serie, certe sue audaci comunicazioni relative alla ‘ispirazione’ e alla ‘intuizione’, contenute in quel capitolo. Qualcosa di simile sperimentò Massimo Scaligero, come potei constatare, confrontando personalmente l’edizione dell’Avvento dell’Uomo Interiore, che è del 1959, edita dalla casa editrice fiorentina Sansoni, con L’Uomo Interiore, pubblicato, nel 1976, dalle romane Edizioni Mediterranee, nel quale egli tolse un intero, importante paragrafo, e ne modificò molti altri, evidentemente per l’esperienza fatta circa la mala comprensione, nonché l’errato uso di certe conoscenze che anime impreparate, alla ricerca di pretesti per i propri ‘deragliamenti’, potevano farne, e che effettivamente ne fecero, e tuttora ne fanno. In maniera più che giustificata – e duole molto doverlo constatare e il dirlo – sia a Rudolf Steiner, sia a Massimo Scaligero sorsero, come nel principe Siddhârtha Gautama, il Buddha Śakyamuni, dopo l’Illuminazione, alquanti, dolorosi, ‘dubbi’, a proposito dell’incomprensione, e il distorto uso che il loro generoso Insegnamento, l’aurea Scienza dello Spirito, avrebbe incontrato in anime immature, o talvolta, purtroppo, anche in anime distorte dalla malafede, dall’abuso, dalla vanità, dalla superficialità, dall’ambizione, dall’avversione, e dalla menzogna. Come taluni recenti ‘casi’, una volta di più e una volta di troppo, hanno dimostrato.

Ma se Rudolf Steiner sperimentò quella che potremmo chiamare – riprendendo una espressione del nostro Giuseppe Mazzini – la «tempesta del dubbio» di fronte alla fatale inadeguatezza dell’elemento umano al quale egli doveva rivolgersi, allorché dovette prendere la decisione di collegarsi con le cerchie ‘teosofiche’, allora presenti in Germania, ‘dubbi’ ancora maggiori, tragicamente molto più giustificati, e, per lui, ancor più dolorosi e angoscianti, dovette sperimentarli, durante la prima guerra mondiale, e soprattutto negli anni dopo di essa, proprio a causa della inadeguatezza, della superficialità, della fatuità dell’elemento ‘umano-troppo umano’, che abbondava nella cerchia ‘antroposofica’, alla quale egli, con una generosità senza pari, aveva donato preziosi contenuti di un’aurea Sapienza, che venne molto poco ‘compresa’, e ancor meno ‘apprezzata’.   

Vi è da sottolineare il fatto che, tutto sommato, l’attività di Istruttore Spirituale, che Rudolf Steiner poté svolgere prima all’interno della Società Teosofica in Germania, poi – dopo la separazione dalla centrale di Adyar, oramai affatto dominata, in maniera irrimediabile, dal dogmatismo visionario e settario di Annie Besant e di Charles Leadbeater – nella neonata Società Antroposofica, prima della tragedia della prima guerra mondiale, trovò, pur con qualche limite e difficoltà, molta maggior accoglienza e rispondenza, e fu spiritualmente ben più feconda rispetto a quel accadde dopo la guerra mondiale. Allorché egli – su esplicito invito del suo Maestro, il quale lo dovette «convincere» (l’espressione è di Rudolf Steiner), superando la sua comprensibile, confessata, ‘riluttanza’ – si collegò con la piccola cerchia teosofica, che a Berlino si riuniva nella accogliente casa dei conti Sophie e Cay Brockdorf. Inizialmente, la cerchia teosofica tedesca era composta solo da un centinaio di persone, ma l’attività di Rudolf Steiner la fece crescere, in pochissimi anni, sino a circa 2500 persone. Che l’ambiente fosse molto più sano rispetto a quel che fu dopo la prima guerra mondiale, ambiente che ebbe sì una vasta espansione numerica, ma anche un problematico peggioramento qualitativo, è dimostrato – e questo è confermato da molte affermazioni documentate dello stesso Rudolf Steiner – dal fatto che i ‘teosofi’, divenuti poi ‘antroposofi’, pre-bellici, si impegnavano molto di più nella rigorosa formazione interiore, nella pratica degli esercizi, nella Concentrazione, nella Meditazione, condotte secondo l’Ascesi del Pensiero, indicata dal Maestro dei Nuovi Tempi, rispetto a quel che avvenne in séguito. Per non parlare, poi, dell’attuale disastrosa situazione nella quale la pratica interiore degli esercizi, data da Rudolf Steiner, viene negletta, dichiarata non necessaria, e in non pochi casi – da me verificati personalmente sia in Italia che in Svizzera – colpevolmente calunniata come ‘pericolosa’. Come accennato in un precedente articolo, di questa paradossale, contraddittoria, avversione di molti, anzi, purtroppo, della quasi totalità degli antroposofi verso la pratica interiore, e soprattutto nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione, ebbi modo di parlarne con Hella Wiesberger sin dal primissimo incontro, ch’ebbi con lei nella primavera del 1985.

Nella cerchia, ancora relativamente ristretta, ‘teosofico-antroposofica’ del periodo 1900-1914 – quindi antecedente allo scoppio della devastante guerra, che profondamente mutò il volto dell’Europa e del mondo – di circa 2500 membri iscritti, circa 800 furono accolti nella ‘Esoterische Schule’, ossia in quella Scuola Esoterica nella quale si entrava unicamente su invito personale di Rudolf Steiner. Coloro che venivano accolti nella ‘Scuola’ instauravano un rapporto personale molto stretto con Rudolf Steiner, ricevevano da lui esercizi e mantram, talvolta personalizzati, dovevano tenere un diario giornaliero nel quale annotavano esercizi e letture eseguiti, diario che ogni quindici giorni facevano leggere direttamente a Rudolf Steiner, o a due suoi fidati sostituti, delegati a questo delicato còmpito. Ciò è documentato dalle lettere che i discepoli della ‘Scuola’ inviavano al Maestro, chiedendogli consigli, e dalle risposte che da lui ricevevano. Oltre a questo stretto rapporto personale tra Maestro e discepolo, coloro che venivano accolti nella ‘Scuola’ partecipavano a quelle ‘lezioni esoteriche’‘esoterische Stunden’, letteralmente ‘ore esoteriche’ – che Rudolf Steiner teneva. Una notevole parte di questi discepoli della ‘Scuola Esoterica’, di quella che fu chiamata ‘prima Sezione’, ben 600, furono accolti nella cerchia della ‘Mystica Aeterna’, nella quale veniva praticato una forma di ‘culto conoscitivo’, la ‘seconda Sezione’ che doveva ‘mostrare’, artisticamente ‘dimostrare’, in forma ‘simbolica’, in forma ‘sensibile’, le verità della rosicruciana Scienza dello Spirito. Questa ‘seconda Sezione’‘erkenntniskultische Abteilung’, ossia ‘Sezione del culto conoscitivo’ – della Scuola Esoterica praticava quella che Rudolf Steiner denominò ‘Misraim Dienst’, ossia ‘Liturgia o Culto Misraimita’.

Le regole all’interno della ‘Scuola’ erano estremamente severe e, per così dire, ‘stringenti’: la riservatezza delle ‘istruzioni’ ricevute veniva osservata rigorosamente in tutte le sue ‘Sezioni’. Oggi, possediamo un vasto materiale documentario sulle attività che si svolgevano nelle tre ‘Sezioni’ della ‘Scuola’ – alla terza ‘Sezione’, secondo la testimonianza di  Adolf Arenson ed Emil Leinhas, appartennero soltanto dodici membri. Il materiale della ‘Scuola Esoterica’, giunto sino a noi, è stato pubblicato, con amorosa cura e profonda competenza professionale, da Hella Wiesberger, del ‘Lascito’ – la più che benemerita ‘Nachlassverwaltung’ di Dornach, salvatrice dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – di Rudolf Steiner e di Marie Steiner. La decisione della pubblicazione di tale prezioso materiale fu presa dalla stessa Marie Steiner, proprio a causa delle involuzioni e delle degenerazioni subite dal movimento antroposofico, nonché a causa degli abusi, delle profanazioni, operate soprattutto da parte di alcuni membri del corpo dirigente, il Vorstand, della Società Antroposofica, sia prima che dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Vi è stato chi, un Innominabile, in maniera insana e improvvida, con infinita, sciocca, presunzione, ha rimproverato a Marie Steiner, e di conseguenza anche a Hella Wiesberger, la pubblicazione di tale materiale, che – a suo dire – avrebbe dovuto rimanere ‘riservato’ ad una ristretta cerchia ‘operativa’. Costui è arrivato addirittura a scrivere, su un noto social forum, che Marie Steiner avrebbe dovuto rendere conto della decisione di tale pubblicazione di fronte ai 42 Giudici del ‘Tribunale di Osiride’. Costui,  irriconoscendo l’autenticamente ‘iniziatico’, ignora o non tiene conto, che tutto ciò che lei fece, lo fece per volontà e in nome di Rudolf Steiner. Infatti, già nel primo testamento, da lui redatto a Berlino, il 19 marzo 1907, pubblicato nel già sopra citato Briefwechsel/Epistolario, nel documento 55, a p.175 dell’edizione tedesca, leggiamo:

«Nach meinem Tode soll Fräulein Marie von Sivers das Recht haben, in meinem Namen zu verfügen. Was sie thut, soll in meinem Namen getan sein.[…]

Marie von Sivers selbst wird aber immer bei mir sein. Unsere Einigung bleibt unerlöslich.

Dr. Rudolf Steiner»,

ovvero:

«Dopo la mia morte la signorina Marie von Sivers deve avere il diritto di decidere in mio nome. Ciò che Ella farà, deve essere fatto in mio nome. […]

Tuttavia Marie von Sivers stessa sarà sempre con me. La nostra unione rimane indissolubile.

Dr. Rudolf Steiner».

Se è vero che l’Antroposofia, e lo stesso suo fondatore e donatore, Rudolf Steiner, dovettero subire pesanti attacchi nel mondo della cultura, e – malgrado l’assoluta estraneità del movimento spirituale antroposofico nei confronti della politica – anche in campo sociale e politico, soprattutto col sopravvenire della prima guerra mondiale, bisogna riconoscere che i peggiori attacchi, i più ingiusti e indebiti, Rudolf Steiner li ebbe da quella ch’egli stesso chiamò la «opposizione interna»: la più sleale, la più insidiosa. Vi fu l’aperto tradimento di Édouard Schuré, al quale sia Rudolf Steiner che Marie Steiner tantissimo avevano, generosamente, donato in ogni campo. Su questo tradimento avrò forse modo di ritornare in futuro, con una abbondante documentazione probante. Per ora, mi limiterò a dire soltanto ch’egli, allo scoppiare del conflitto mondiale, fu totalmente preso da una accesa follia sciovinista, fece le accuse più ingiuste e false ad ambedue, giungendo persino a scrivere una violenta lettera a Marie Steiner, la lettura della quale le procurò un dolore così indicibile da farla stramazzare svenuta al suolo, e rimanere come morta per tre giorni. Nel 1923, a Stoccarda, poi, fu inaugurato un andazzo, il cosiddetto ‘Stuttgarter System’, il ‘metodo di Stoccarda’, con la pretesa di ‘gestire’ il Maestro, da loro giudicato essere ‘poco pratico’, e nel quale si giunse a contestare persino la sua funzione magistrale di Istruttore spirituale, andazzo, peraltro, a quanto mi risulta, a cento anni da quel fatale 1923, a cento anni dalla ‘Fondazione di Natale’, tuttora sciaguratamente vigente a Dornach. Ma perché e di che stupirsi, se lo stesso Massimo Scaligero trovò – egli ancora vivente – chi, considerandolo poco ‘pratico’, pretendeva ‘gestirlo’, anche ‘mentendogli’, o addirittura, da parte di taluni sconsiderati ambiziosi, cercando di prendere il suo posto. O, dopo la sua dipartita, voler ‘correggere’ il suo Insegnamento, anche alterando i suoi scritti, cercando di attuare – come tentato da parte dell’Innominato – con una sottile, machiavellica, operazione, a pro’ di una Potenza Straniera d’Oltretevere, un esiziale ‘trasbordo ideologico inavvertito’ dalle nefaste conseguenze per quella ‘Comunità Solare’, alla quale Massimo Scaligero aveva dedicato tutto se stesso, tutto sacrificando, con estrema abnegazione e dedizione, persino la sua stessa salute, sino alle ultime ore della sua vita. 

Come poteva Rudolf Steiner non nutrire angosciosi ‘dubbi’ se, per l’azione vigliacca e sleale della «opposizione interna» nei propri confronti, la quale ostacolava lui stesso, ed accusava di tutto Marie Steiner, con ogni pretesto e in ogni maniera, si vide costretto a chiedere, nel 1916 – per proteggerla – a lei, che con slancio e totale abnegazione aveva collaborato con lui, sin dai primissimi tempi, nel fondare e nell’edificare l’intero movimento spirituale antroposofico, di ritirarsi dalla direzione della prima Società Antroposofica, che nel 1912-1913 aveva preso il posto, dopo il distacco dalla centrale di Adyar, della precedente Società Teosofica.  Ma i ‘dubbi’ del Maestro dei Nuovi Tempi divennero ben più grandi allorché, dopo l’immane tragedia dell’incendio del primo Goetheanum, per tutto il 1923, di fronte alla ‘incomprensione’, alla ‘non vigilanza’, alla ‘irresponsabilità’, alla ‘superficialità’, alla ‘fiacchezza’, alla ‘ignavia’, di larga parte degli stessi antroposofi – non tutti, naturalmente, ma tragicamente molti, anzi sicuramente troppi – Rudolf Steiner si chiese continuamente, durante tutto il 1923, se egli non dovesse distaccarsi completamente dalla Società Antroposofica, lasciandola al suo destino, ritirarsi in un villaggio svizzero, fondare un Ordine Iniziatico ‘streng geschlossen’, ossia ‘rigorosamente chiuso’. Anche su questo vi è una abbondante documentazione, sulla quale in futuro avrò modo, penso, di ritornare.  

Hella Wiesberger, è stata autrice – sicuramente la migliore e sicuramente anche la più completa: altri ‘biografi’ si sono limitati, spesso, a ‘saccheggiare’ il frutto delle sue fatiche – di tre importanti biografie di Marie Steiner, l’ultima delle quali, appena stampata, nel 1988, volle donarmi con dedica. Il libro porta il titolo Marie Steiner-von Sivers. Ein Leben für die Anthroposophie. Eine biographische Dokumentation von Hella Wiesberger, apparso in Rudolf Steiner Studien, Veröffentlichungen der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Band I, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1988, 524 pp. Il libro, il cui titolo in italiano suonerebbe Marie Steiner-von Sivers. Una vita per l’Antroposofia. Una documentazione biografica di H.W., nel Cap. VIII, Die beiden letzten gemeinsamen Wirkenjahre, Gli ultimi due anni di operare comune, nel capitoletto Einsatz für die Neubildung der Anthroposophiscen Gesellschaft, Impegno per la rifondazione della Società Antroposofica, a proposito degli attacchi che l’Antroposofia e il suo Fondatore sempre maggiormente subirono in Germania – si giunse persino a Monaco e ad Elberfeld ad attentare, ‘manu militari’, alla sua stessa vita – e della colpevole fiacchezza ed ignavia di molti antroposofi, alle pp. 475-476, leggiamo:

«Le creazioni che ne risultarono ebbero non per effetto soltanto quello di svegliare l’interesse del pubblico nei confronti l’Antroposofia, ma in egual modo quello di mobilitare gli avversari di Rudolf Steiner. Questi non si sentì, per quel che riguardava la sua persona e la causa ch’egli sosteneva, sufficientemente difeso dalla Società Antroposofica, come riteneva di poter sperare. Ebbe allora a domandarsi se, nell’interesse del movimento antroposofico del quale egli era responsabile, non sarebbe necessario ritirarsi dalla Società, visto che si imputavano sempre personalmente a lui gli errori che questa commetteva. Sul fondo di questa situazione tesa avvenne l’incendio del primo Goetheanum. […]

Riguardo a quel che Rudolf Steiner considerava necessario per la Società [sc., Antroposofica], non di meno egli non si sentiva veramente compreso, in maniera tale che si chiedeva sempre se egli non dovesse comunque ritirarsi. Marie Steiner, che si sentiva nel ruolo della madre della figlia chiamata «Società», insisté perché egli non abbandonasse la Società, la quale non saprebbe esistere senza di lui. È ciò che ella rivelò in un colloquio privato, aggiungendo che questo passo costituiva per lei un pesante fardello, giacché esso era costato la vita a Rudolf Steiner».

Nella nota 175, a p. 516, relativa a questo passaggio, Hella Wiesberger precisa:

«Da un colloquio personale con Febe Baratto-Arenson che ne ha riferito all’editrice del presente volume».

Nel Cap. IX della suddetta biografia, intitolato Die Jahre nach Rudolf Steiners Tod, Gli anni dopo la morte di Rudolf Steiner, a p. 490, Hella Wiesberger scrive:

«Marie Steiner era stata rigorosamente addestrata (streng geschult) da Rudolf Steiner a non farsi mai, e da nessuna evenienza, distogliere dal lavoro. Fu così ch’ella continuò, in maniera instancabile il suo compito durante i 23 anni che le restavano da vivere, ed operò per l’edificazione del Teatro dei Misteri (Mysterientheater) e per la pubblicazione delle opere complete di Rudolf Steiner, così come è stato già documentato nei rispettivi capitoli. Ambedue le attività furono progressivamente coronate di successo e di riconoscimento. per contro i suoi rapporti con la Società divennero dolorosi. Rudolf Steiner non aveva lasciato alcuna disposizione relativa alla futura direzione della Società, addirittura ad una espressa domanda della Dott.ssa Ita Wegman, egli non aveva dato nessuna risposta. fu così che scoppiarono immediatamente conflitti a proposito della questione della sua successione e del suo lascito letterario. A proposito di quest’ultima questione, negli anni dal 1904 al 1914, egli aveva stabilito che Marie von Sivers era autorizzata a decidere secondo il proprio criterio. E allorché, dopo lo scoppio della guerra mondiale, nell’estate del 1914, egli precisò nuovamente questa sua volontà lo fece nei seguenti termini:

«È mia volontà che la continuazione dei doveri che mi riguardano nei confronti della Società Antroposofica mediante la Signorina Marie von Sivers avvenga in maniera tale che ella possa decidere liberamente della scelta delle persone di fiducia destinate a stare al suo fianco.

Dr. Rudolf Steiner

Dornach bei Basel,

22 agosto 1914».

In un articolo apparso nel Nr. 70 – Ostern [Pasqua] 1981 della rivista della Anthroposophische Vereinigung in der Schweiz – Associazione Antroposofica in Svizzera, ossia l’associazione fondata da quegli amici di Marie Steiner, i quali, separandosi per coerenza morale dalla ufficiale, oramai irreversibilmente degenerata, Società Antroposofica Universale, vollero esserle fedeli a viso aperto, fedeli a lei e allo stesso Rudolf Steiner, fedeli a loro due e all’essere angelico Anthroposophia, perché fedeli alla Verità, e combattere di conseguenza il ‘nuovo corso’ inaugurato, in maniera insana e  improvvida, con uno sfacciato tradimento spirituale, da Albert Steffen e dal suo degno ‘compagno di merende’ Guenther Wachmuth – rivista recante il nome di Mitteilungen aus der anthroposophischen Bewegung, il Dr. Ernst Lippold, da me personalmente ben conosciuto, e del quale fui anche, più volte, fraternamente accolto come suo ospite nella sveva Freiburg im Breisgau, articolo recante il titolo Rudolf Steiner: «Selbst mein Name wird sie nicht Schützen!», ossia Rudolf Steiner: «Neppure il mio stesso nome la proteggerà», pp. 3-14, così scrive:

«A molti membri più giovano può non essere noto, che Rudolf Steiner, dopo il Convegno di Natale del 1923 [dunque esattamente 100 anni fa] rivolse a taluni membri nei quali aveva fiducia come A. Arenson, il Dr. C. Unger, K. e C. Walter, A. Samweber, E. Leinhas, A. Steffen [ma costui volle poi scientemente tradire sia la fiducia a lui concessa sia il còmpito affidatogli] ed anche un membro giovanile come il Dr. E. Pfeiffer, rivolse una energica preghiera, di essere fedeli aiutatori e protettori di Marie Steiner, una volta che egli non sarebbe più in vita. Ella a causa del compito a lei trasmesso sarebbe stata addirittura aggredita moltissimo; ma, così egli aggiunse in maniera consolante: «Essi si infrangeranno su di lei!». In modo particolare A. Steffen [il quale, appunto, tradirà il còmpito affidatogli] parlò prima del 1940 [ossia prima ch’egli iniziasse apertamente la vergognosa opera di diffamazione e di persecuzione nei confronti di Marie Steiner] parlò spesso ad amici come di un cçmpito lasciatogli in eredità (vedi Mitt. 52/1972). Arenson padre una volta, sentendo grande apprensione, obbiettò a Rudolf Steiner: «Ma, Dottore, lei porta i l Suo nome!». Rudolf Steiner rispose: «Il mio stesso nome non la proteggerà!».  

Non si può servire due diversi padroni, afferma il Vangelo, ossia non si può servire contemporaneamente la Verità e la menzogna, e per chiunque voglia seguire sinceramente lo Spirito è evidente che è alla Verità, che noi dobbiamo il massimo onore, la più elevata e profonda venerazione, e la più assoluta fedeltà. Quella venerazione che per Rudolf Steiner, sin dalle prime parole del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, GA-10, costituisce il «Sentiero della venerazione nei confronti della Verità e della Conoscenza», condizione essenziale, e imprescindibile, per chi voglia – veramente voglia, e non solo sentimentalmente desiderirealizzare asceticamente, ossia realmente, concretamente, e non  dialetticamente, non con vuote parole, lo Spirito.  

La dialettica – qualsiasi dialettica, sia essa materialista, o spiritualista, religiosa o esoterica, compresa, anzi soprattutto, la dialettica ‘antroposofica’ – è sempre menzogna, menzogna proveniente dall’Oscuro Signore, menzogna che illudendo appare e non è, perché dietro le vuote parole, che fingono – mentendo – un contenuto, quest’ultimo non è presente, e la sua assenza è la menzogna arimanica. Giovanni Colazza, un autentico Iniziato, un autentico Istruttore Spirituale, un fedele discepolo di Rudolf Steiner, affermava che ciò che, in realtà, ci separa dalla percezione del Mondo Spirituale è il muro di menzogna, che abbiamo davanti, che erigiamo noi stessi, di fronte al nostro sguardo interiore. Se lo abbattessimo, il Mondo Spirituale – afferma Giovanni Colazza si riverserebbe potentemente in noi. Ma è esattamente questo abbattimento del muro di menzogna ciò che noi, più di tutto, temiamo.

Massimo Scaligero, ne La Logica contro l’uomo, chiama questo elemento radicalmente ostacolatore rispetto alla diretta esperienza spirituale pavor metaphysicus, ossia la paura, il terrore di quell’elemento spirituale, che va oltre il fisico, oltre ciò che è meramente ‘naturale’, ossia parte di quella ‘natura’, da millenni dominata da quelle Deità Ostacolatrici, alle quali Massimo Scaligero dedica un intero capitolo della sua opera Dallo Yoga alla Rosacroce. L’affrontare questa paura – la paura di conoscere l’elemento spirituale puro, poggiante unicamente su se stesso, la cui conoscenza esige – assolutamente esige – che il discepolo abbandoni coraggiosamente ogni illusorio appoggio, perché, come insegna Massimo Scaligero, «Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi. Chi vuole reggersi, non ha capito», è la prova suprema, che il discepolo dell’Iniziazione deve – obbligatoriamente deve – affrontare alla Soglia del Mondo Spirituale, ove vigila il severo Guardiano della Soglia. La menzogna e la paura sono ciò che in noi, in tutti noi, respinge il Mondo Spirituale.

Il Buddhismo Mahâyâna chiama l’atto conoscitivo di supremo coraggio del Bodhisattva âśrayaparâvṛtti, ossia la ‘revulsione dei supporti’, il ‘rovesciamento dei supporti’, ossia la coraggiosa rinuncia a tutti quegli illusori appoggi che legano bramosamente l’essere umano ad una recalcitrante, addolorante, fatalmente deludente, irrealtà, della quale, in genere, solo dopo la morte egli ne vedrà, dolorosamente, il dissolvimento. Ma che il discepolo dell’Iniziazione può voler coraggiosamente dissolvere, dislegandosi dal suo infero, costringente, ipnotizzante, magnetismo.

Sono essenze e forze tra loro antagoniste, il coraggio e la paura. Così come sono essenze e forze reciprocamente antagoniste la Verità e la menzogna. Questo reciproco antagonismo tra coraggio e Verità da una parte, e menzogna e paura dall’altra, è la ragione profonda per la quale – come insegna il Vangelonon si possono servire due padroni. Ed è un profondo, cruciale, decisivo, insegnamento della Scienza dello Spirito – dell’eterna Scienza dello Spirito, che nell’Antroposofia ha avuto una delle sue espressioni – che la paura, oltre ad essere un deficit di volontà, è – consapevolmente o meno – una forma di avversione, o, comunque, genera od  è generata da avversione, e nel caso del pavor metaphysicus, della paura – o come la chiama il Buddha Śakyamuni nel Majjhima Nikaya – del ‘terrore-spavento’, è una forma di avversione, di odio nei confronti dello stesso Mondo Spirituale. Questo odio, questa avversione, che difficilmente l’essere umano confessa a se stesso, è ciò che edifica quel muro di menzogna che ci nasconde il Mondo Spirituale, che ci separa dal Mondo Spirituale. Rudolf Steiner, in opere scritte come Ein Weg zur Selbsterkenntnis des Menschen. In acht Meditationen, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso. In Otto meditazioni, GA-16, del 1912, e in Die Schwelle der geistigen Welt. Aphoristische Ausführungen, GA-17, del 1913, La Soglia del Mondo Spirituale. Considerazioni aforistiche, su questa palese, ma spesso inconsapevole, nascosta profondamente nell’incosciente, segreta identità tra paura-terrore e avversione-odio, è estremamente chiaro, ma in genere quelle son pagine non ricercate, non amate, non meditate da coloro che si definiscono ‘antroposofi’. La ragione profonda per la quale la quasi totalità di coloro che si definiscono ‘antroposofi’ evitano la pratica interiore, l’impegnarsi seriamente nella Concentrazione, nella Via del Pensiero, è tutta – proprio tutta e sola – nel ‘terrore-spavento’ di fronte alla travolgenza del Mondo Spirituale. A sua volta, questo ‘terrore-spavento’ genera – oltre all’inconscia avversione e al non confessato odio nei confronti del Mondo Spirituale, anche forte antipatia, acerba avversione, accanito e persistente odio nei confronti di chi cerca di consacrarsi alla più intensa pratica della Via del Pensiero, degli esercizi, e soprattutto della Concentrazione. Avversione che, abbastanza esplicitamente è stata rivolta, prima a Giovanni Colazza, e poi ancor di più nei confronti di Massimo Scaligero.

Il ‘terrore-spavento’, generato e, a sua volta generante avversione, la quale, sin troppo facilmente, sfocia nel ‘tradimento’. E, ancor vivo, Rudolf Steiner dovette sperimentare l’amarezza di questo ‘tradimento’ da parte di suoi discepoli. Voglio qui accennare – e, se sarà necessario e se ne presenterà l’occasione, forse un giorno vi ritornerò sopra più diffusamente – soltanto a due – tra altri – di questi ‘casi’ di ‘tradimento’. Uno portò al fallimento di un ‘tentativo’ riferito in una breve pubblicazione privata del Lascito di Rudolf Steiner, intitolata Ein durch Rudolf Steiner gegebener Zukunftsimpuls, und was zunächst geworden ist, Ansprache, gehalten in Berlin am 15. Dezember 1911Herausgegeben durch Marie Steiner, 1947, ovvero Un impulso dato da Rudolf Steiner e che cosa a tutta prima ne è divenuto. Allocuzione tenuta a Berlino il 15 dicembre 1911, edito da Marie Steiner, 1947. Questo ‘tentativo’ – secondo quanto ne riferì la stessa Marie Steiner – fu per l’esattezza il secondo che, per volontà del Mondo Spirituale, Rudolf Steiner doveva realizzare come quella che avrebbe dovuto manifestarsi come una ‘prova’ – nel senso iniziatico del termine – di ‘maturità’ dell’umanità da parte di alcune personalità che di essa se ne facevano coscienti ‘rappresentanti’ nei confronti dello stesso Mondo Spirituale.

Questo ‘tentativo’ aveva portato – per iniziativa e volontà del Mondo Spirituale – alla ‘Istituzione’ (Stiftung, fu il termine usato da Rudolf Steiner nel descriverlo), nel dicembre del 1911, di un ristrettissimo gruppo di persone ‘qualificate’, le quali avrebbero dovuto ‘lavorare’ sotto l’egida, l’ispirazione e la protezione di Christian Rosenkreutz. Questa, naturalmente, non è affatto una mia gratuita affermazione (il Cielo e i Numi me ne guardino!), ma dello stesso Rudolf Steiner. Le parole precise di Rudolf Steiner furono:

«Il primo punto che devo comunicarvi, è che sotto l’immediato protettorato di quell’individualità, che noi designiamo sotto con il nome ch’egli ebbe per due incarnazioni nel mondo esteriore, che sotto il protettorato di questa individualità, Christian Rosenkreutz, deve essere ‘istituita’, o portata in vita, quella che deve avere il nome provvisorio di ‘Gesellschaft für theosophische Art und Kunst’‘Società per il Metodo e l’Arte teosofica’. Questo nome non è definitivo, ma un nome definitivo verrà introdotto allorché la prima preparazione potrà essere realizzata per portare questo lavoro nel mondo».

Senza entrare in troppi particolari, ché ciò porterebbe il discorso ad essere troppo lungo e, in parte ci alllontanerebbe dallo scopo di queste note, dirò che fecero parte di questa ‘Stiftung’, di questa ‘Istituzione’, come ‘Curatrice’, l’allora Marie von Sivers, divenuta poi, Marie Steiner, per l’architettura, il Dr. Felix Peipers, per la musica, Adolf Arenson; per la pittura, Hermann Linde, come ‘Conservatrice’, Sophie Stinde,  come ‘Custode del Sigillo’, Alice Sprengel, e come ‘Segretario’, il Dr. Carl Unger. Fu proprio la ‘Sigillatrice’, la ‘Custode del Sigillo’, Alice Sprengel, a compiere un aperto, sfacciato, ‘tradimento’, sia sul piano umano che sul piano spirituale, le cui conseguenze, oggi, sarebbero difficili da valutare in tutta la loro portata. 

Nella sua foga di consumare sino in fondo il suo crimine spirituale, e a bere sino alla feccia il calice del suo sporco ‘tradimento’, la ‘Sigillatrice’ Alice Sprengel, non solo si scagliò violentemente contro Rudolf Steiner, che non aveva acconsentito a soddisfare le sue folli ambizioni, ma addirittura – tradendo tutti i suoi più sacri giuramenti – consegnò del materiale rituale riservato della Mystica Aeterna ai peggiori nemici, ai più mortali nemici, di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia. Ciò portò Rudolf Steiner ad introdurre alcuni mutamenti nelle invocazioni rituali per ‘proteggere’ la sostanza sacrale della Mystica Aeterna. I successivi ‘scivolamenti’ della Sprengel la condussero alle più che equivoche ‘esperienze’ e ‘sperimentazioni’ erotiche che ebbero luogo nella disinibita ‘Colonia’ sessuale del ‘libero amore’ a Monte Verità, nei pressi di Ascona, nel Ticino svizzero. I traditori dello Spirito finisco sempre a mescolare, in maniera pateticamente banale e piccolissimo-borghese, alla ricerca di una ‘via della potenza’, che soddisfi le brame del loro ego stratosferico, mediocri ambizioni personali, magia cerimoniale, e magia sessuale. Come, del resto, dimostrano – in varie parti d’Europa – alcune attuali sozze ‘profanazioni’ dei contenuti sacrali della Mystica Aeterna del Maestro dei Nuovi Tempi, mescolate ad un tantrismo d’accatto, a forme «sporche e deviate», come le definì decenni fa un Maestro dell’Arte Ermetica, di pratiche sessuali, spacciate in maniera menzognera per ‘alchimia’. Come scriveva il caro zio Arturo: Experto crede Ruperto!

Vi fu un terzo ‘tentativo’, una terza ‘prova’, voluta dal Mondo Spirituale, della ‘maturità’ spirituale dell’umanità, ‘prova’, che avrebbe dovuto essere superata attraverso alcuni ‘rappresentanti’ dell’umanità a ciò chiamati, ‘prova’, fallita la quale, il Mondo Spirituale avrebbe inviato – come necessario ‘correttivo’catastrofi, tragedie, e sempre più dure condizioni esteriori. Il Mondo Spirituale fa di regola – dicono Rudolf Steiner e Marie Steiner, e la cosa mi fu confermata personalmente da Massimo Scaligero in alcuni colloqui – tre successivi tentativi, ogni volta in tono minore, falliti i quali catastrofi e immani tragedie, causate dalla conclamata immaturità dell’umanità e dei suoi vocati ‘rappresentanti’ si rivelano inevitabili. Purtroppo, ciò è esattamente quanto è accaduto col non accoglimento da parte della Società Antroposofica Universale del ‘Convegno di Natale’ del 1923 – esattamente cento anni fa – del suo successivo ritiro della sostanza spirituale di esso da parte del Mondo Spirituale, della dilagante inadeguatezza di molti partecipanti della cosiddetta prima ‘Classe Esoterica’, e del successivo sfacciato tradimento, avvenuto nell’agosto del 1924, a Londra, ove vi fu chi, volutamente, scientemente, consegnò materiale riservato della suddetta Classe Esoterica a nemici dichiarati della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, al fine di paralizzarne totalmente l’efficacia operativa. Essendosi il presente articolo già troppo dilungato, son costretto a rimandare ad una successiva occasione la descrizione dettagliata di questo terzo tragico evento proditorio, che costrinse Rudolf Steiner, da una parte ad adottare misure spirituali ‘magiche’ per proteggere, per quanto possibile, il materiale donato, e a bloccare ogni ulteriore trasmissione di contenuti strettamente ‘esoterici’, rimanendo così la ‘Classe’ mutila di ulteriore ‘cibo spirituale’, essendone stato trasmesso appena un decimo di quello in origine previsto. Quel che poi accadde nella ‘Società’, dopo la sua dipartita, dette il colpo di grazia, all’Angelico Essere Vivente dell’Anthroposophia. Su questo tema – che a chi abbia sensibilità interiore, fa letteralmente sanguinare il cuore – ritorneremo, visto l’abbondante materiale documentario, che nei decenni sono riuscito a raccogliere, studiare, e soprattutto meditare. Ci vorrà molto inusuale coraggio per moti sedicenti ‘antroposofi’ nel voler conoscere, affrontare, con spirito di verità un sì doloroso tema, mentre per loro sarebbe molto più gradevole una comoda, deresponsabilizzante, volontaria ‘ignoranza’, che giustificherebbe ogni fiacca latitanza, diserzione, disimpegno, non solo rispetto ad un lottare per l’essere o il non essere dell’angelica Anthroposophia nel mondo, ma anche rispetto alla vita ed alla morte dell’essere umano, che Deità distruttrici vorrebbero deumanizzare, facendolo precipitare in un demoniaco stato subumano, come avvertì il Maestro dei Nuovi Tempi nell’ultima comunicazione, apparsa qualche giorno la sua dipartita, nelle Massime Antroposofiche.

Quindi, più che giustificati i dubbi e le iniziali esitazioni di Rudolf Steiner, circa l’accoglimento che avrebbe avuto il suo portare il messaggio della Scienza dello Spirito nel mondo.

Qualcosa di simile possiamo leggere in parole scritte da chi – coraggiosamente, temerariamente , tutto sacrificando, sino alle ultime ore del suo apparire terreno – volle salvare del nucleo aureo della donazione di Rudolf Steiner. Infatti leggiamo in Massimo Scaligero, La logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero. Tilopa, Roma, s.d., ma 1967, Cap, I, Il problema a cui si sfugge, pp. 15-16.

«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente codifichi l’estraniamento al proprio principio.

Ciò che urge come mutamento nel pensare viene ostacolato proprio da coloro che oggi appaiono specialisti dell’indagine del processo pensante e della conoscenza. Il pensiero, perdendo la possibilità di accordarsi con la propria scaturigine, cessa di essere il motivo di un agire libero anche nel campo dell’indagine riguardante la propria attività.

Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata individualmente, in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».

Questo estremo, disperato, coraggio è oggi richiestoassolutamente richiesto – per affrontare la Via Assoluta. Ritornerò su questo tema. È una promessa sacra! 

SCIENZA DELLO SPIRITO
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