SCIENZA DELLO SPIRITO

LA REALTA’ ASCETICA DI MASSIMO SCALIGERO (di D. Stranieri)

Massimo Scaligero a 20 anni

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Non sappiamo se il filosofo Massimo Scaligero (pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni) abbia mai visitato Sant’Agata del Bianco (RC). O se egli, intimo spiritualista, abbia mai intuito il soffio vitale della nostra montagna. Di certo, il padre e lo zio conoscevano bene il centro aspromontano, poiché vi erano nati e avevano vissuto nella residenza signorile di cui rimane ancora uno splendido portale in pietra, quasi rasente la piazza del paese.

 

Targa apposta a lato del portone

Targa apposta a lato del portone

Ma nella biografia di Scaligero (pseudonimo che assunse sul finire degli anni Venti) ricorre spesso la definizione di “oriundo calabrese”, poiché egli nacque a Veroli, poco distante da Frosinone, il 17 settembre 1906. Il padre Giuseppe, un uomo d’affari, era costretto a continui spostamenti, e cosí, per il giovane, la figura di riferimento divenne lo zio Pietro Sgabelloni (apprezzato giornalista de Il Giornale d’Italia) nella cui casa, a Roma, fu ben presto amorevolmente accolto.

 

 

 

 

Nel volume Dallo Yoga alla Rosacroce [Ed. Mediterranee, Roma, 2012] lo stesso filosofo ricorda come, a 12 anni, frequentasse affascinato lo studio dello zio: «Il sospetto che il succo ultimo delle ascesi orientali fosse risorto in Occidente, come potenza del tipico pensiero logico, affiorò in me sin da quando fanciullo potevo essere testimone di lunghe conversazioni sul sovrasensibile, sul magico, sull’occulto, nel­l’ambito familiare in cui vivevo presso mio zio, Pietro Sgabelloni, studioso di dottrine esoteriche, asceticamente adamantino come un “patriarca” Zen, umanista e poeta, a cui dovetti la mia prima formazione interiore. Mi era sufficiente ascoltare quei discorsi, senza capirvi molto, ma avendo la sensazione della grandiosità del loro contenuto dalla ricchezza di sentimento e d’immaginazione di cui erano capaci quei cercatori».

 

Massimo Scaligero a 20 anni

Massimo Scaligero a 20 anni

Anche Gabriele D’Annunzio era molto legato a Pietro Sgabelloni (basti pensare che ne Il Giornale d’Italia del 5 maggio 1938 è riportato un autografo con dedica del poeta “al costante ed animoso amico”). Ma non solo. Leggendo i versi del giovane Massimo, D’Annunzio affermò pubblicamente: «Ecco il futuro vate d’Italia».

 

«La ricca e qualitativa biblioteca di mio zio Pietro – annoterà il filosofo – era per me un mondo di magiche meraviglie …di volta in volta mi forniva lui i libri, secondo gradualità di contenuto in relazione alla mia età. Cosí ben presto sorse il mio contatto con Nietzsche, che divenne il mio autore preferito: Feuchtersleben e Ramacharaka rimanevano gli ispiratori della disciplina interiore, ma da Nietzsche attingevo una visione del mondo ed il senso del valore ultimo della cultura».

Julius Evola

Julius Evola

Nella primavera del 1930, Massimo conosce Julius Evola. Nel volume Testimonianze su Evola (E. Mediterranee, 1985). Gianfranco de Turris riporta le parole di Scaligero: «Bussai alla porta del penultimo piano di Corso Vittorio 197 e mi aprí un personaggio giovanile, alto, longilineo, indubbiamente piú annoso di me: il suo sguardo era tra buddhico e olimpico, il suo portamento calmissimo. Avendo súbito intuito il senso della mia visita, ossia nessuno scopo, Evola prontamente mi venne incontro con genuina simpatia, e questa simpatia fu la forza di connessione estradialettica ed estradottrinaria che mi congiunse a lui per anni.  …Immediatamente, ricordo, ci uní il tema della montagna e delle impressioni interiori dell’ascesa, del silenzio e della solitudine delle vette».

Negli anni, i seguaci di Scaligero evidenzieranno piú volte che in una prima fase egli sostenne gli aspetti positivi del fascismo, svolgendo la sua attività nel campo puramente culturale e spirituale (precisando, tra l’altro, che “è sempre stato poverissimo”).

Dopo la guerra, il filosofo non si occupò mai di politica (ricordiamo che fu anche imprigionato a Regina Coeli dalla Polizia Militare Alleata, alla fine del secondo conflitto mondiale, durante il quale, tuttavia, salvò la vita a degli ebrei). Inoltre, a chi lo minacciava di pubblicare i suoi scritti giovanili rispondeva: «Siete degli imbalsamatori».

Nel libro I Redenti, gli intellettuali che vissero due volte [Casa Editrice Corbaccio, 2005], Mirella Serri accenna a Massimo Scaligero come a uno dei protagonisti del dibattito antisemita che si svolse nel 1942 sul settimanale Roma fascista. Ma, proprio agli inizi degli anni ‘40 (dopo aver anche corretto il suo cognome all’anagrafe in Scabelloni), per Scaligero fu chiaro il senso della perenne ricerca spirituale, della cosiddetta via del pensiero. Difatti, in modo fulminante e grandioso, trovò nel libro La scienza occulta di Rudolf Steiner tutto ciò che aveva pensato e inseguito da sempre.

Da quel preciso momento (primi anni Quaranta), pur se afflitto dalla tubercolosi, egli intese la sua vita come una missione intellettuale improntata sulla lezione di Steiner (“Maestro di nuovi tempi”).

Nel 1950 divenne redattore capo della rivista East and West dell’IsMEO (oggi IsIAO) ed un anno piú tardi, dopo aver aderito alla Società Antroposofica, insieme a Giovanni Colazza (amato discepolo di Rudolf Steiner) definirà la creazione della “Prima classe della Scuola esoterica” in Italia.

 

Massimo Scaligero 3

Massimo Scaligero negli ultimi anni

Tra gli anni ‘60 e ‘80, il filosofo darà alle stampe decine di libri, affinerà la sua visione ascetica della realtà e sarà protagonista di lezioni ed incontri che richiameranno un consistente numero di seguaci. Il lavoro e la meditazione non gli consentiranno di spostarsi piú da Roma.

Eppure in questo pensatore segnato da una cosí profonda vocazione esoterica c’era sempre qualcuno che intuiva un nonsoché di ancestrale. Il fratello Carlo L. Sgabelloni, ad esempio ha sottolineato che non era una qualità secondaria della sua personalità “il saper vedere, sempre, l’aspetto comico della vita; qualità che gli veniva per “li rami” della famiglia paterna, fiorita in terra di Calabria” (precisamente a Sant’Agata del Bianco) [www.larchetipo.com/2000/dic00/testimonianze.htm].

E finanche il giorno prima di morire si narra che, in una trattoria, strinse commosso un giovane cameriere calabrese che lo aveva servito e, non avendo nulla da potergli regalare, gli donò l’unica cosa di cui era provvisto: un ombrello.

La mattina seguente fu trovato piegato tra i suoi adorati scritti. Era il 26 gennaio dell’anno 1980.

Domenico Stranieri

per gentile concessione de L’Archetipo https://www.larchetipo.com/2022/03/testimonianze/la-realta-ascetica-di-massimo-scaligero/

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL FIORE DI LUCE ( di Savitri )

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Ti attendo

mentre il pennello della mia anima 

dipinge il Tuo sguardo, la Tua carezza,

 il suono del Tuo cuore.

Nel chiarore della sera le ombre

 vorrebbero far muovere falsamente

le Tue labbra, ma io veglio.

Verrà il mattino per togliere

il panno che copre la tela

e stare con Te faccia a faccia.

Nel silenzio della notte d’angoscia, 

dalla stanchezza del tempo,

nel dolore del mio specchio

 attendo lo Spirito del quadro.

– Prima che io nascessi 

Signore tu mi conosci – 

a Te il dono di Me 

quando la Luce dell’Alba

la mia luce incontra.

Sorge dal cuore della terra

del Tuo sangue fertile,

 della Tua acqua intrisa,

il frutto sacro,

il Fiore di Luce

che dona ai mondi respiro

 e all’uomo vita vera.

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(Cena di Emmaus, dettaglio del volto di Cristo, 1606,  Caravaggio)

ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SUL BUONISMO E LA NOSTRA PREZIOSISSIMA PERSONALITA’ (di F. Giovi)

Pollo Super Pesante Rosso - Agro Re'

Raccogliere  attenzione e interesse per le Opere del Dottore e di Massimo: permettere loro di passare dalla testa al cuore, fare un minimo (almeno) di concentrazione o controllo del pensiero e mandare a quel paese le ‘notizie’ che alimentano la zona dell’anima che si nutre voracemente e a nostro danno di timori e incertezze.

Ecco che allora si potranno contemplare i fatti peggiori e persino il dolore con una serenità difficilmente alterabile. Perciò occorre una lunga preparazione ‘atletica’…

Qualora una persona comprendesse anche solo logicamente le indicazioni fondanti di una Scienza dello Spirito, possiederebbe un principio di un percorso interiore fattibile e sperimentabile, che proprio nella realtà della sua essenza non ha alcun punto di somiglianza o contatto con quanto gira nelle numerosissime sette che, per identità comune, sorgono come funghi, traendo una vita effimera dalla decomposizione di organismi morti.

In altre parole, la continuità tra “sacro” e “profano” non c’è, non esiste.

Il profano sono le chiacchiere, non importa se tratte da buona o cattiva fede: puoi chiacchierare sul tempo, sui fiori, sulle nubi e sull’antroposofia, e nulla cambia, né in te né fuori di te. Se all’opposto in seguito a una robusta disciplina da te stesso esercitata sulle forze dell’anima giungi alla soglia del silenzio, questa ‘elementare’ condizione cosa ha lasciato dietro di sé? Tutti i chiacchiericci del mondo e tutte le targhette identificative con cui i più adorano fregiarsi e magari sfregiarsi.

Il mondo così fisso come appare è già una illusione potente, ingannatrice, ma l’uomo sembra voler tessere ulteriori illusioni: accelerare la propria caduta. Egli è certamente strattonato da possenti nemici, ma è anche troppo comodo: si delega tutto – colpe ed errori – sempre ad altro-da-sé. Quanto è diverso l’uomo della Filosofia della Libertà, di fronte al quale il superuomo di Nietzsche e l’individuo assoluto di Evola sono come vagiti! Almeno la polizia zarista e alcuni anarchici, per opposte valutazioni, compresero qualcosa della ‘pericolosità’ di quel libro.

In tale senso anche l’antroposofia, quando essa appaia solo come riflessa in un truogolo di parole, può diventare soltanto un’illusione aggiunta o, se si preferisce, il manipolato mezzo per dare forma encomiabile al caos dell’anima: come è successo e sta succedendo in molte contrade depositarie di tracce di Spirito. Vi dico francamente: la stessa abusata definizione è alquanto stucchevole, impregnata di tante rovine e tradimenti: non io ma il Dottore si espresse in maniera tale da dire che avrebbe cambiato volentieri il termine, anche ogni giorno, se ciò fosse stato possibile in pratica.

 

Nel tempo si diventa sazi e stanchi di quello che si vede e si sente e si legge di un certo mondo che vuole definirsi antroposofico: costituito da fazioni e faziosità, eterni battibecchi, dissimulate lotte per giungere a inutili e ridicole posizioni di potere, sovente (questa è la novità contemporanea) persino digiune delle più elementari nozioni dei contenuti di base e soprattutto privo del sentimento del Sacro che non è un semplice sentimento: insomma una sorta di babelica caciara simil-politica da far sfigurare Montecitorio nelle sue peggiori giornate.

 

E, per rendere ripugnante tutto questo, l’imbellettatura dei poveri resti col surrogato adultero della bontà: il buonismo.

I cretini dissertanti di oggi sparirebbero impauriti davanti ai caratteri delle personalità di ieri: Lina Schwarz, l’ing. Gentilli, il dott. Colazza, Alfred Meebold (che era di casa), Maria Cassini ecc. Quelli ti fulminavano se osavi un nesso concettuale peregrino o una parola sbagliata, chi con una certa violenza (Meebold), chi con la severità del silenzio (Colazza). Scrivo di ciò non per esaltare il buon tempo antico ma perché sembra invalso, in questo mondo di apparenze, il giudizio sul carattere di questo o quello confondendolo con lo Spirito. L’operatore vero, liberandosi dall’identificazione alle proprie caratteristiche psico-fisiche, si serve di esse allo stesso modo come la capacità di vedere usa l’occhio.

A questo riguardo, quando lessi su “Dallo Yoga alla Rosacroce” il trattamento che Bonabitacola riservava ai visitatori, sorrisi di cuore.

Nel momento in cui incontrai la prima persona in cui fluiva copioso un nesso autentico con lo spirituale, costui mi trattò malissimo. Poi, ricomposte le penne e imbrigliato a malapena l’orgoglio, chiesi sempre più spesso il permesso di fargli visita: erano bastonate su tutto, inframmezzate da parole dure e occhiate di disprezzo. Venivo sistematicamente messo alla prova, e l’alternativa era la porta. Non sono un mite naturale: lo avrei strangolato… ma era anche Spirito che mi parlava attraverso la sua straordinaria spontaneità: ciò che la mia anima cercava nonostante me stesso.

Più lottavo per salvare i ‘miei valori’ più egli falciava senza pietà ogni mia certezza: fu uno dei più fertili periodi della mia vita. Senza carinerie e buone maniere. Sono necessari questi percorsi estremi? Probabilmente non lo sono, ma ci vorrà pure qualcosa che permetta di superare l’incantesimo della propria, preziosissima personalità che, a guardarla o sfiorarla, starnazza come un pollo, perennemente offesa da tutto ciò che le sembra diverso dal suo nulla.

 

Proprio in questa zona, fragile e incerta, prosperano le sette o i gruppi settari che, coccolando alcune morbidezze della personalità, ti fregano l’anima: le tecniche di plagio sono sempre le stesse: love bombing, brain washing ecc.

Il fine? Penosamente e banalmente universale: il piacere del dominio, il sesso e i soldi.

Qualcuno esagera per moltissimo tempo e, come D. S., va in galera. Altri fortunosamente la evitano perché l’umiliazione e la vergogna d’esser stati gabbati alla grande impedisce la denuncia (del resto, come osservava Ernst Jünger, v’è una oscura complicità tra vittima e carnefice).

Non mi scandalizza per nulla quello che suscita in altri turbamento. Le possibili ‘infiltrazioni’ avvengono in quel genere di gruppi cui accennavo nelle precedenti righe, ma la Scienza dello Spirito resta intangibile. Fortunatamente e purtroppo.

Tutti i possibili problemi si riassumono in un punto solo: l’uomo.

 

Non la rappresentazione generica o ideale di esso ma l’uomo concreto, cioè voi, io, i nostri amici e tutti gli altri. Non metto a caso alcuni aggettivi: tempo fa, indicando ad un lettore la palestra o il dojo come contributi alla soluzione di un problema, avevo scritto che l’adesione ad un corso era, di fatto, subordinata ad allenatori ovviamente esperti ma anche dotati di “serietà, dedizione e disciplina”, perché la differenza fondamentale tra il pessimo ed il migliore sta in chi possiede o meno tali qualità che non restano dentro ma determinano l’atmosfera morale e pratica dell’ambiente circostante.

Sono esperienze che tutti possono fare: si visiti una palestra piena di gente forte e un’altra di gente debole e svogliata e si osservi di quale stoffa sia l’allenatore responsabile della prima e della seconda. E magari è facile scoprire che il migliore è uno aspro e brontolone, mentre l’ambiente peggiore è diretto da un tipo buono come il krapfen alla crema (la stupidità di valutare l’estrinsecazione caratteriologica!).

Ciò vale anche per la Scienza dello Spirito: sono le qualità o potenze interiori che l’uomo concreto spende con essa a farla rivivere che contano: le vostre, le mie, ecc. La capacità di coerenza logica (checché ne dicano gli sciocchi, il pensiero è, dapprima, l’unico universale che accomuna gli uomini oltre ogni differenza personale: la lunghezza e larghezza misurata di un tavolo è la stessa per tutti: è la prima comunione possibile a portata di mano oltre ogni singola mònade sentimentale), di sincerità con se stessi (devozione alla verità), di fatica coraggiosamente sostenuta, di umiltà intellettuale e altro ancora sono le componenti dell’uomo “normalmente organizzato” cui il Dottore si rivolge nella Filosofia della Libertà.

 

Sembra complicato ma non lo è: ciò che appare manchevole può essere sviluppato se non si evita il lavoro e la fatica di pensare. «Solamente non bisogna far confusione fra l’“avere immagini mentali” e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare».

Per pensare occorre voler pensare. La concentrazione insegna il pensare voluto.

Si attiva il pensare voluto quando sia temporaneamente dominata la corrente istintiva che subordina ordinariamente il pensare. Le esperienze interiori conseguenti al riallineamento dell’organizzazione umana permettono la meditazione e la contemplazione che, se ripetute con costanza sino ad apici di intensità, portano lo sperimentatore dalla condizione della comprensione alla percezione dei contenuti ove questi si esprimono come realtà. La realtà della Scienza dello Spirito si situa là dove Pensiero e Vita coincidono.

La realtà dell’Insegnamento e dei suoi ispiratori esiste e si giustifica in quel mondo, vastissimo e complesso, che nella terminologia viene chiamato ‘eterico’, il cui carattere, per analogia con il sensibile, è confrontabile con le differenze esistenti tra un uomo vivo e cosciente e un cadavere.

Non c’è antroposofia o scienza dell’occulto o gnosi che non abiti in quel mondo, e tutto quello che non sia corretta emanazione (in pensieri, immagini e parole) di quel mondo è solo imitazione o impostura.

Dunque, come è sempre stato, i contenuti spirituali si difendono da soli. Potete esserne certi:  allora si continui a lavorare dando il meglio di sé, evocando i sentimenti più sacri di cui ci si sente capaci e fuori da questo sacrario spendersi a onorare i debiti che il mondo ci pone di continuo. Magari con qualche sorriso: che non guasta ma risana.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-MARZO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

Massimo Scaligero – Segreti dello spazio e del tempo. La transitoria visione del mondo (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Segreti dello spazio e del tempo. La transitoria visione del mondo

Un altro testo essenziale di Massimo Scaligero, da riprendere e meditare nel corso del tempo, a varie riprese. Poiché il Pensiero vivo qui campeggia. Non c’è dunque bisogno si aggiungere altro, se non il consueto richiamo alla sottintesa []imprescindibile] necessità della pratica interiore – la concentrazione e la meditazione – secondo le indicazioni date dallo stesso Scaligero.

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Da Segreti dello spazio e del tempo, di Massimo Scaligero  (Tilopa, 1964)

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Chi può penetrare lo spazio, incontrare il fluire del tempo? Soltanto chi non s’illuda di liberarsi delle condizioni sensibili portandosi oltre uno spazio e un tempo ritenuti reali perché misurabili: la realtà del tempo e dello spazio essendo l’immisurabile. Che si attinge superando non determinate forme del misurare, bensì il misurare stesso, in quanto si sappia come e perché sorga: e che cosa voglia lo spirito col racchiudere nella misura la sostanza del suo eterno favolare. La cui verità soltanto giustifica il misurare: la transitoria visione di ciò che supernamente sono lo spazio e il tempo.

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pp. 7-9

1.

Il mondo è il mondo che appare, perché nell’apparire rimane ignoto. Preserva il suo silenzio, preserva la sua solitudine, con l’apparire. L’orgia dei fragori e dei tumulti del mondo è la barriera più sicura al segreto silenzio che è la veste della divinità del mondo. Tuttavia esso si nasconde, perché possa essere ritrovato. Si nasconde nel lasciar cogliere la sua veste spaziotemporale. La sua inafferrabilità è il suo farsi afferrare in termini di spazio e di tempo: che riguardano l’uomo, non il mondo. Nel lasciarsi assumere come appare, nel lasciarsi misurare e dialettizzare, il mondo di continuo ritorna nel suo segreto: come se l’astratto pensiero, la matematica e la fisica che lo interpretano, fossero di tale segreto la custodia che impedisce di penetrarlo. E’ il segreto del pensiero che pensa il mondo senza sapere di pensarlo: consacrando come vero del mondo ciò che il mondo non è, formando lo spazio e il tempo dal tessuto pensante con cui li pensa a lui esteriori e necessari: misurabili. La misura spazio-temporale è infatti quella che ogni volta cessa di valere per l’uomo che pensa, o sogna, o crea, o conosce il mistero della morte. Per lui la molteplicità diviene ciò che non è mai esistito come autonoma obiettività: ciò che non appare mai privo della interna continuità, e perciò non condizionata da misurazione: ogni misura essendovi contenuta e trascesa.

2.

Se il mondo non si presentasse nella veste della molteplicità, bensì uno ed essenziale, l’uomo non avrebbe bisogno di stabilire l’immediato rapporto tra ente ed ente, non sarebbe sollecitato a concepire connessioni di spazio e di tempo, perché in un unico punto avrebbe intero il mondo. Tale è l’aiuto del tempo e dello spazio: che l’uomo si accorga come nel concepirli già è sulla via di ritrovare il valore non-spaziale e non-temporale delle cose. Nel concepirli già li dissolve in idea, senza tuttavia saperlo: colloca le cose sensibili che ha innanzi a sé, in un àmbito ideale che non ha la forza di vedere come tale. Egli concepisce spazio e tempo non per giustificare la molteplicità, bensì per restituirla a sue sintesi profonde tessute dello spazio e del tempo che quella meramente riflette. In verità l’uomo che pensa, rappresentandosi il mondo nello spazio e nel tempo, già lo trae fuori di essi: infatti, tutto lo spazio che egli concepisce è nel suo pensiero, così come tutto il tempo che egli misura. Non ha bisogno di essere grande come lo spazio che concepisce, né di vivere tutto il tempo che evoca.

3.

Colui che pensa ha sempre il sentimento che la relazione vera tra gli enti fisici sia in altro grado che quello della mineralità in cui li incontra. Incontrati a questo livello, essi appaiono estranei l’uno all’altro, la loro singolarità essendo la loro reciproca opposizione. La relazione più profonda è soltanto presentita, non veduta, onde la relazione più immediata, quella veduta, tende a sostituirsi ad essa: la numerabilità. Soltanto l’incapacità a cogliere la relazione profonda degli enti esige il numerare come primo modo di superare la reciproca estraneità degli oggetti del mondo. E’ il modo esatto, come primo movimento verso la verità delle cose: rimanere nel quale è errore. La matematica e la fisica sono vere come mezzo per identificare nella sua negazione l’elemento vivente del mondo. Il mondo frantumato, molteplicizzato e rivestente la veste della frantumazione, ha nella matematica e nella fisica la sua immediata interpretazione. Ma, in quanto immediata, provvisoria. La numerazione è la temporanea forma di ricollegamento della molteplicità, non l’unità ritrovata. Quando la matematica e la fisica, vere sul loro piano e nella loro astratta funzione, vengono assunte come la verità, sono l’errore. La misurazione e la fenomenologia fisica di un oggetto non sono l’oggetto: anzi, ciò che l’oggetto nell’essenza non è. Anche quando l’arte del numerare si affina sino a divenire calcolo sublime, è sempre l’arte dei primitivi che dinanzi alle cose sanno soltanto contare e, vincolati alla interpretazione numerica del molteplice, non accedono alla sua realtà, ignorando le sintesi innumerali possibili al pensiero indipendente dai numeri. Numerare le cose, stabilire equivalenze, tradurre i processi fisici in termini matematici, significa muoversi nella eliminata vita delle cose e convertire in valori la loro morte: movimento del pensiero alienantesi della propria vita e costruente della propria morte l’esteriore relazione: logica, matematica, fisico-chimica. Proiettabile nella meccanicità.

 

Massimo Scaligero, Segreti dello spazio e del tempo (Tilopa, 1964)

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per gentile concessione de https://ilcipressobianco.it/chi-siamo/
SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO – LA CONCENTRAZIONE DEL PENSIERO. L’IO E LA TECNICA CELESTE (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – La concentrazione del pensiero. L’Io e la tecnica celeste

 

Riportiamo qui le indicazioni per un primo approccio alla Concentrazione del pensiero – quindi il primo paragrafo per intero del libro di Scaligero. E poi, la prima parte del secondo, che contiene, in senso stretto, il metodo [la tecnica]. Non si aggiunge altro, per ora. La prosa dell’autore è piana, estremamente logica, rigorosa, priva di qualsiasi suggestione facile. Insomma il contrario di ogni modalità a cui, nell’ordinario, siamo abituati.

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Da Tecniche della concentrazione interiore, di Massimo Scaligero (Edizioni Mediterranee 1975), pp. 9-12; 13-15

 

I. L’identità sconosciuta

L’uomo conosce e in qualche modo domina il mondo, mediante il pensiero. La contraddizione è che egli non conosce né domina il pensiero. Il pensiero permane un mistero a se stesso. La filosofia, la psicologia, traggono alimento da esso, ma, da quando esistono, non mostrano di aver afferrato il senso del suo movimento, il contenuto ultimo del processo logico, del quale si giovano per le loro strutture dialettiche. Ritengono che il pensiero sia la dialettica, coincida con la dialettica: nasca e finisca come dialettica.

Ai fini del Sapere, l’oggettività esteriore sorge come sistema di valori nella coscienza umana, ma questa ignora di istituire il fondamento di quella e di determinare l’oggettività come concetto, prima della consapevolezza dialettica del concetto medesimo. Logicamente l’uomo sa che cosa è un concetto, ma ignora che cosa esso sia come forza e come nasca e quale il suo potere di compimento nel reale: che è più che il suo apparire dialettico e logico: il potere medesimo della Vita.

Anche se non esistesse il Materialismo, come metafisica del tempo presente, l’attitudine materialista, come incapacità del pensiero a conoscere se medesimo, non potrebbe non essere la misura dell’attuale coscienza: che, mediante il conoscere, decreta reale il mondo esteriore, e tuttavia lo crede esistente fuori del conoscerlo: mentre è il mondo che sorge dalla presenza dell’Io nel percepire e dalla simultanea correlazione con il pensiero.

Una delle prime esperienze del Sovrasensibile dà modo di scoprire che, se l’Io non si estrinsecasse corporeamente, sino a ≪ toccare ≫ il fisico, mediante gli organi dei sensi, non sorgerebbe percezione, né coscienza dell’Io: la percezione si presenterebbe come nell’animale, secondo reazione senziente impersonale, trascendente, propria a un Io di gruppo, non secondo reazione di un Io individuale, immanente. L’individuale, come presenza dell’Io nel percepire, è il segreto del pensiero, ma parimenti del superamento della natura umano-animale.

Il mondo fisico sta dinanzi all’osservatore, come una massiccia realtà: una realtà che invero appare preesistente all’osservazione, alla ricerca, a colui stesso che la contempla. Appare potente come e s s e r e, ma di una potenza che in realtà gli è conferita dall’intima essenza della coscienza, dove il pensiero è forza di correlazione e, come tale, uno con l’essenza del mondo. ≪ L’essere è ≫, è l’assenso del pensiero alienato, che simultaneamente assume e lascia dominante quella realtà: simbolo di un dominio non posseduto, anzi perduto, dell’Io.

Certo, egli non può attraversare un muro o non poggiare sulla terra per camminare: tuttavia, tale preesistenza materiale e la sua massiccia alterità, sono la correlazione dovuta al fatto che egli è inserito in una corporeità non dominata dal pensiero originario: corporeità costituita della stessa sostanza della massiccia alterità, suscitante il concetto della correlazione: ma il concetto alienato. La Materia invero nasce come realtà obiettiva, in conseguenza di una alienazione dello Spirito: segretamente però dominata dallo Spirito. Tali dominio e alienazione coesistono parimenti nel mentale umano. Se nel pensiero fosse in atto la forza originaria, il corpo non costituirebbe alterità al pensiero: sarebbe sua manifestazione. L’ i d e n t i t à, che si attua nel momento originario del pensiero, si realizzerebbe, con il suo illimitato potere, a ogni grado della coscienza, cioè a ogni grado della ≪ manifestazione ≫.

Il concetto alienato al proprio contenuto originario, epperò smarrente l’identità superatrice della dualità, non può non avere come opposto a sé il proprio supporto corporeo, simbolo dell’alienazione, e tuttavia necessario all’iniziale superamento dell’alienazione: non può concepire l’attraversare il muro con tale essere corporeo o il non poggiare sulla terra per incedere in essa: può imaginarlo, ma come un irreale. E tuttavia in questo imaginare e l’embrionale inizio del superamento della dualità. La correlazione con la massiccia realtà del mondo, muterebbe, se il concetto della correlazione cessasse di essere alienato: l’osservatore non potrebbe attraversare con il corpo la materia fisica, il muro, o la roccia, ma ne intuirebbe la possibilità, in relazione a una restituibile potenza originaria del Pensiero. La correlazione attuale, come concetto, non gli viene imposta dal mondo, ma si svolge soltanto in lui: non gli giunge dall’esterno, movendo a lui dall’essere, ma muove da lui. L’essere che gli appare, è già la correlazione in atto.

Tutto lo sforzo dell’antico Yoga consisteva nell’afferrare come forza sopramentale la correlazione. Il moderno uomo razionale l’ha immanente ma non cosciente nell’esperienza matematica del mondo fisico. La correlazione si svolge in lui, secondo un’edificazione interiore del mondo, improntata ai limiti delle ≪ leggi di natura ≫, che non sono la natura, ma appunto la correlazione del pensiero alienato con il mondo. I limiti appaiono all’esterno, ma appartengono al pensiero correlato al percepire: appartengono a un rapporto di lui con il pensiero estraniato al proprio momento intuitivo. Momento originario in cui si attua una identità con l’essere, di cui l’indagatore moderno, malgrado il suo empirismo, non mostra di percepire l’esistenza. E l’identità per la quale non potrebbe esistere alterità.

La conquista cosciente di questa identità e il senso ultimo dell’esperienza terrestre dell’uomo, in quanto, realizzata la coscienza della terrestrità, può cessare la direzione della ≪ caduta ≫, aver inizio la riascesa. L’antico Yoga ha preparato occultamente questa possibilità: che può essere realizzata dall’uomo pervenuto allo stadio della completa immedesimazione nel fisico, ossia dall’uomo moderno: la cui autocoscienza si desta là dove l’identità dell’Io con il sensibile è compiuta. In questa identità, da cui sorgono il percepire e il pensiero, si esprime l’Io: da essa simultaneamente nasce l‘ego, la forza riflessa dell’Io avversa allo Spirito. La medesima identità e simultaneamente l’atto profondo, organico, dell’Io mediante la corporeità, e la forza dell’ego ignara della propria radice metafisica.

L’asceta moderno deve andare alla radice di questa identità, se vuole ritrovare l’Io: essere l’Io di cui di continuo pronuncia il nome.

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II. La concentrazione

Delle tre facoltà, pensare, sentire, volere, che l’uomo moderno ha unicamente riflesse dal fisico, una sola può essere da lui ripercorsa a ritroso sino alla radice metafisica: il pensare. Il sentire e il volere, ripercorsi, lo riportano comunque a una radice fisica, non perché la loro essenza non sia metafisica, ma perché questa viene estromessa dal loro risonare nell’anima secondo il vinco-lamento della coscienza pensante alla corporeità fisica. Il vincolamento dell’anima alla cerebralità, epperò alla corporeità fisica, riguarda il pensiero, non il sentimento né la volontà, che semplicemente subiscono le conseguenze di tale necessità del pensiero: la ≪ caduta ≫ del pensiero nella cerebralità, necessaria alla formazione della coscienza individuale e al processo inferiore della libertà. Il pensiero può ripercorrere il proprio processo: con ciò attua il proprio autentico movimento, il m o v i m e n t o  p u r o, indipendente dalla cerebralità: restituisce al sentire e al volere le rispettive legittime connessioni metafisiche. Nella sfera sopramentale, pensare sentire volere costituiscono una unità, normalmente smarrita nella sfera mentale.

Mediante la conversione del pensiero, tale unità viene restituita. Il pensiero riacquisisce il potere dell’automovimento, in quanto venga concentrato su un tema semplice, facilmente dominabile. Non è il tema che importa, bensì il pensiero impegnato in esso: che e sempre l’identico pensiero, sia che pensi la sedia, sia che pensi l’Apocalisse. Inizialmente il tema deve essere un oggetto costruito dall’uomo, o un contenuto matematico, in quanto l’impersonale pensiero che ne e alla base, rivissuto, ha il potere di liberare il principio cosciente dalla psiche soggettiva, legata alla corporeità: dà la garanzia di non deviare nell’inconscio, o nel medianico, o nel mistico. Questo pensiero è il concetto, indipendente dall’oggetto medesimo. Il concetto, ricostituito, diviene, a conclusione dell’esercizio, oggetto di contemplazione.

I. Concentrazione. Il discepolo si concentra su un oggetto, del quale considera la forma, la sostanza, il colore, l’uso, ecc., la serie delle rappresentazioni che ne esauriscono la struttura fisica, sino a che al suo luogo rimanga il contenuto di pensiero. Questa operazione non deve impegnare l’attenzione cosciente del discepolo meno di cinque minuti: al termine di essa, l’oggetto deve essere dinanzi alla coscienza di lui come un simbolo, o un segno, o una sintesi, avente in sé indialetticamente tutto il contenuto di pensiero elaborato.

Questo e l’esercizio tipico della concentrazione, il cui processo, esigendo la cooperazione — sia pure momentanea — dei principi costitutivi dell’uomo, Io, anima, corpo sottile, corpo fisico, secondo gerarchia originaria, e fondamentale per lo sperimentatore moderno. Come esercizio tipico, esso è completo e può da solo, se rigorosamente praticato, condurre al reale equilibrio interiore e in seguito all’esperienza sopranormale.

L’importanza di questo esercizio consiste nella sua semplicità, che consente la massima intensità del pensiero cosciente. Il materiale chiamato alla costruzione di esso — rappresentazioni, ricordi, nozioni, forma discorsiva, ecc. — non è la forza-pensiero, ma ciò di cui questa normalmente si veste per esprimersi, senza mai lasciar afferrare se stessa.

L’esercizio tende a far affiorare nella coscienza questa i n a f f e r r a b i l e forza-pensiero.

Ci si porta del tutto entro l’oggetto, considerandolo in sé, secondo le determinazioni che esso contiene, correlate all’unità che il pensiero già in se possiede e perciò può ricostruire. Colui che crede di compiere un esercizio più aristocratico, pensando un simbolo sacro, o un deva, o un mantram, o un ≪ mistero ≫, non si avvede di non sfuggire alla propria personale natura, in quanto e già vincolato con il sentire subconscio al tema evocato: mentre può rendersi realmente indipendente dalla natura, ove muova con pensieri non imposti da questa, ma dalla impersonale obiettività del tema.

Massimo Scaligero, Tecniche della concentrazione interiore (Edizioni Mediterranee 1975)

foto di Patrizio Yoga su Pixabay

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SCIENZA DELLO SPIRITO

LE DISCIPLINE INTERIORI (di F. Giovi)

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Le discipline interiori: in genere possono sembrare anche assai diverse, e molti saltano da questa a quella cercando invano la più adatta o la più facile, ma potremmo paragonarle a case costruite secondo concezioni costruttive ed estetiche differenti. Sostanzialmente identiche in quanto a funzioni primarie.

La funzione primaria dell’esercizio interiore è di consumare il pensiero dialettico ma non evitando il pensiero razionale: anzi volendolo con tale intensa dedizione da renderlo veicolo di una corrente superiore che è più-che-pensiero: il Volere non dedicato alla corporeità sensibile e come tale puro ed extracorporeo.

La percezione del più-che-pensiero nel luogo della caverna cranica è percezione dell’organo eterico.

Esso apre la strada verso il Centro (simbolizzato dal cuore) da cui irraggia la potenza di ‘sentire’ il pensare delle Gerarchie, operanti in noi e nel cosmo (svincolati dalla testa fisica, la capacità di avviarsi lungo la via del Cuore è la base della possibilità d’incontro con il Logos eterico).

Inoltre, come ho già accennato ad un amico, l’asse verticale della Volontà pre-corporea (fuoco di kundalini) vivifica l’attività di tutti gli organi sovrasensibili (chakras).

Per giungere a tanto la concentrazione è del tutto sufficiente, purché essa non s’arresti al suo primissimo gradino: tendere l’essere psico-fisico con cui dapprima ci si identifica, sudando – sopracciglia aggrottate e occhi doloranti – per mantenere ‘davanti’ una scivolosa fotocopia interiore di un oggetto sensibile.

Situazione non scandalosa, perché dapprima non si sa volere senza sensazioni, ma che, con vigorosa e ripetuta disciplina, dovrebbe venir superata in tempi ragionevoli.

Ho caratterizzato il primo goffo tentativo in questo modo, poiché l’opposta alternativa è quella pessima che è pure la più strombazzata; si trova persino sui settimanali o mensili salutistici e sportivi, e non credo valga la pena parlarne: il suo fine essendo il raggiungimento delle condizioni di vacche al pascolo imbottite di Valium.

Nel particolare, essendo tutti diversi, nel corpo, nell’anima e nella biografia, la Scienza dello Spirito ci offre una vasta quantità di discipline che possono completare, favorire o persino risolvere, in particolari momenti della vita, difficoltà e limiti interiori: sono di grande potenza, ad esempio, l’esercizio della Rosacroce, le meditazioni sui quattro elementi, le discipline principali della Scuola Esoterica, la Costruzione del Tempio formulata nelle Lezioni della prima Classe (XI lezione)… ma anche esercizi più defilati come quello della forma della propria pelle (Tecniche della concentrazione interiore, XXXVII esercizio), da farsi appena svegli, può cambiarti la vita, e altri ancora.

Va pure detto che molti esercizi possono, in situazioni interiori poco o nulla predeterminabili, presentarsi come Portali attraverso cui si accede ai tanti mondi (o “modalità dell’essere”) extrasensibili:  sono esperienze la cui natura si incide duraturamente nel tessuto intimo dell’anima.

E in taluni casi, decisi non da noi ma dalle Potenze che ci guidano invisibilmente,  esse ti portano incontro ai Maestri e al Santuario che irradia su tutto l’Occidente: situazioni rare, giacché l’uomo assai difficilmente possiede (per più di qualche attimo) le qualità richieste.

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Non a caso Massimo insisteva spesso sul tenore di santità richiesto per l’Opera Solare. Lui non lo chiedeva a nessuno, ma lo esponeva come un fatto oggettivo.

Del resto qualunque via, anche la più lunga e difficile, come dice il vecchio adagio cinese, non può non iniziare che dal primo passo. Evitarlo in tutti i modi che l’umana intelligenza riesce ad escogitare, porta al danno e, nel migliore dei casi, allo spreco di una vita.

Il primo passo non può consistere in un atteggiamento, ma in un esercizio chiaro e regolato da un canone. La concentrazione (sono serenamente stufo di ripeterlo) è la via più diretta e concreta; nella retta concentrazione l’anima non può barare o sognare qualità che ancora non possiede.

Inizia come ricostruzione di un oggetto semplice, banale: di questo, evocato nell’anima, usando parole sub-vocaliche, oppure parole e immagini, oppure (più difficile) solo immagini, si fa un riassunto come fosse una descrizione da compitino di terza elementare, o come una breve “voce” enciclopedica (attenzione: l’esattezza rispondente al sensibile dei pensieri non ha importanza, mentre è assolutamente importante la rigorosa connessione tra i pensieri, la predeterminazione e la totale attenzione dell’anima nel decorso voluto).

La connessione voluta, le immagini volute devono possedere il loro significato, mai automatico, mentre è stolto e sbagliato tendere alla riproduzione esatta del sensibile: per la logica dell’esercizio ciò non ha senso. Già in questa fase dell’esercizio è possibile, per eccesso di dedizione al percorso, ‘staccare’ il pensiero dal personale-sensibile, dal soggetto ordinario e giungere all’esperienza del pensiero che pensa in noi, dunque all’iniziale percezione della sua obiettiva dynamis.

Comunque fa parte dell’evoluzione dell’esercizio consumare la ricostruzione dell’oggetto per volgere tutte le forze al suo puro costrutto formale: l’insistenza illimitata (e non interrotta) verso esso diviene ciò che affiora come sostanzialità reale: il flusso del volere.

Dunque è del tutto ‘naturale’ che, dopo anni e anni di concentrazione, ci si liberi dalla struttura dialettica dell’esercizio mirando direttamente alla concentrazione più essenziale. Purché il silenzio ne sia cornice e venga mantenuta, sia pure per tempi molto brevi, la totale attenzione non interrotta sull’oggetto di pensiero contemplato.

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E’ anche possibile che nel tempo si possano ridurre i tempi dell’esercizio, perché, di solito, se la precedente disciplina era corretta, così vanno le cose. Io consiglierei soltanto di riprendere qualche volta tutto l’esercizio (capire bene il concetto di “noia” per l’anima): la ricostruzione dell’oggetto rimane una sicura pietra di paragone per l’anima che muove i passi successivi. Importante sarebbe non mollare la dedizione immessa qualsiasi cosa non accada: con forza e pazienza.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

VOCE (di M. L. Spaziani)

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.

Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul cielo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole

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ALBERO DI NATALE, ARTE, LE TREDICI NOTTI SANTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

Massimo Scaligero – Il pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Il pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen

Un testo fondamentale per chiunque intenda inoltrarsi lungo la via, verso il pensiero vivente. Qui, Scaligero, consegna alla libertà di ciascuno un altissimo aiuto. Un percorso che sottintende, va detto, la pratica della retta concentrazione e della meditazione, secondo i canoni indicati dallo stesso Scaligero.

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Dal Trattato del pensiero vivente, pp. 4-7

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Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. Il trattato non è filosoficamente confutabile, essendo fondato su tale esperienza: che va compiuta, se si vuole disporre dei mezzi per porla in questione. Ma chi possa compierla, comincia a vivere in un pensare che non ha nulla da porre in questione, perché penetra il mondo. E’ il pensare che è la verità di tutte le teorie e di nessuna, essendone la sostanza predialettica. Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della « concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa.

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L’Io che l’uomo dice di essere non può essere l’Io, se non nel pensiero vivente: ancora da lui non conosciuto. Egli conosce solo il pensato, o pensiero riflesso, ma non sa come lo conosce. Deve prima pensare, per conoscere il proprio pensiero: non conosce il pensare. L’uomo conosce ed opera secondo il pensato, che, esaurito nella sua determinazione, non ha vita. Non avviene mai che in lui il pensiero operi direttamente come vita, essendo ogni moto vitale un processo a sé, traentesi dalla inconosciuta vita dell’organismo corporeo: processo che attinge direttamente al pensiero soltanto nei movimenti volontari: a un pensiero comunque riflesso.

Al massimo oggi l’uomo giunge a concepire il « pensiero pensante » come « atto », o momento dinamico del pensiero: ultima positiva intuizione della filosofia occidentale. Egli filosoficamente intuisce il« pensiero pensante », tuttavia senza possibilità di percepirlo direttamente, come fa con il pensiero pensato, che può ogni volta conoscere, ripensandolo: facendolo risorgere come pensiero pensante. In effetto, il pensiero pensante gli sidà nella misura in cui egli non l’abbia, attuandosi esso solo in quanto rivolto a un oggetto, ossia pensante qualcosa, non pensante come tale: come · puro pensiero. E’ pensante in quanto possa essere per un tema, senza il quale non saprebbe essere pensiero, svolgendosi nei vari sistemi logici come una teorica del suo svolgersi solo per un tema, in vista dei fondamenti e dei metodi della scienza. Pensante, dunque, secundum quid: non secondo se stesso.

Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. II pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza. Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere. L’uomo, però, può trovare la forza del pensiero che pensa, ove giunga a scorgere l’essere del mondo fluente in lui come vita: vita dell’idea, che è vita della realtà percepita, nascente in lui come dal centro del mondo. Apice dell’ascesi del pensiero, che sia capace di portarsi oltre le posizioni idealistiche, oltre la dialettica del « pensiero pensante », oltre realismo fisico e metafisico.

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Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen(Tilopa 1961)

foto di Nico Franz su Pixabay

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ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2023

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LOGICA DEL LOGOS E ASCESI DEL PENSIERO (di H. de’ Paganis)

Logica del Logos e Ascesi del Pensiero

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Vi è logica e logica. Vi è una logica, invero, “illogica”, ossia una logica falsa, perché staccata dal Logos, ed è la dialettica. E vi è, invece, una logica vera, una logica autentica, una “logica dell’essenza” – come la chiama Massimo Scaligero – che è la verace logica: quella che scaturisce dal Logos. Solo quest’ultima è vera logica, ed ha il diritto di esser chiamata logica.

La Via dei Nuovi TempiMassimo Scaligero nel suo breve scritto, compreso nell’aureo opuscolo La Via dei Nuovi Tempi, Roma, s.d., ma pubblicato nella seconda metà degli anni Settanta del trascorso secolo, con un linguaggio semplice e piano, cosí descrive – ne verrà qui messa in evidenza in grassetto una parte importante – nel capitoletto La Via del Pensiero, a pagina 10, l’essenza della Via solare indicata dalla perenne Scienza dello Spirito per l’uomo di questa travagliata epoca: «La via “occidentale” di cui sono espressione i cinque esercizi, include in sé e supera quella “orientale”: essa cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un’energica disciplina del pensare. Ciò dipende anzitutto dal fatto che il pensare è l’attività mediante cui lo Spirito, come Io, ha immediatamente presa nella coscienza. Inoltre il pensare ha una proprietà che le altre facoltà non hanno. Ogni facoltà interiore muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se scaturisce da livelli superiori. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi. Dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il pensiero cosciente. Un pensiero logico che sia veste cosciente di una verità, risuona, anche se non lo avverte, nei mondi superiori, come una reale forza. La disciplina da noi indicata addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le correnti superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario».

In queste parole, nella loro asciutta sinteticità, vi è l’indicazione e l’essenza dello studio come primo gradino dell’Iniziazione rosicruciana, ossia della elaborazione meditativa e non certo intellettuale dei testi della Sapienza Santa, dei testi della Scienza dello Spirito, nonché della pratica della Concentrazione e della Meditazione. A questo pensiero essenziale – pensiero “logico” secondo il Logos – si contrappone come sua contraffatta caricatura il morto pensiero cerebrale, l’esangue pensiero riflesso, lo stupidissimamente intelligentissimo pensiero dialettico, che di tutto si vuole impadronire senza nulla veramente cogliere, senza nulla voler concretamente afferrare, senza nulla mai voler autenticamente vivere. Per cui, se una parvenza di vita un cotale morto pensiero dialettico deve mostrare, questa è la corrotta vita proveniente dalla sognante sfera emotiva e dalla torpida, guasta ed arrogante sfera della volontà istintiva: zone da millenni fatalmente dominate e manovrate da Deità ostili all’uomo: Deità ostacolatrici e distruttive. E siccome la natura istintiva di ciascuno è al contempo uniforme e varia (mi si passi l’ossimoro), è inevitabile che la soggettività psichica personale di uno venga a contrapporsi a quella altrui, fomentando e accrescendo l’impulso radicale del­l’avversione con cui l’Oscuro Signore giuoca e domina il debole, il poco accorto, il non consapevole uomo psichico, sempre piú nevrotico e sempre piú dominato dall’animalità. Infatti, Massimo Scaligero cosí – anche in questa citazione verranno messe in rilievo alcune parole, che il benevolo lettore è invitato a ben meditare – scrive poco oltre, a pagina 11 del suddetto opuscolo:

«La relazione originaria tra concetto e concetto è la reale forza del pensiero e risponde alla reale relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo, la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche: ciascuno dispone della logica necessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità. Ed è l’errore. Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che, come forza, vive simultaneamente nel mentale e nel sopramentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero, finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione della corrente viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla «via cosciente», o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi».

Appare evidente come esista un solo pensiero autentico, un solo pensiero verace, ed è il pensiero che scaturisce dal Logos, e la logica di questo pensare è la logica dell’essenza, proprio perché la sua essenza è il Logos stesso. Pensiero non de-via-to, pensiero vero, e pensiero vivo, poiché solo il Logos poté affermare – ed eternamente afferma – come in Giovanni 12, 44 (che cito dalla Riveduta del valdese Giovanni Luzzi): «Io Sono la Via, la Verità, la Vita». L’altro pensiero, quel pensiero dialettico che ha soltanto la forma logica, ma che è privo di autentico contenuto, è un falso pensiero, ossia non è autenticamente pensiero, bensí è menzogna, una ipocrita menzogna, che ha solo una illudente parvenza di verità. Quindi pensiero s-via-to o de-via-to, pensiero falso, pensiero morto e mortifero: apportatore di morte, perché la menzogna è apportatrice di morte. E il Signore, parlando a scribi e farisei, in Giovanni 8, 44, cosí dipinge l’Oscuro Signore e i suoi assecli: «Voi siete progenie del diavolo, ch’è vostro padre, e volete fare i desiderî del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando parla il falso, parla del suo, perché è bugiardo e padre della menzogna».

Nell’ultimo incontro che alcuni di noi ebbero con Massimo Scaligero la sera di venerdí 25 gennaio 1980 – dunque poche ore prima che ci lasciasse – egli cosí caratterizzò il mortifero pensare riflesso e dialettico che emana dall’Oscuro Signore: «Arimane mente anche dicendo la verità». Per cui, non è sufficiente che i pensieri siano formalmente corretti, e logicamente ineccepibili, non è affatto sufficiente nemmeno che siano pensieri “antroposofici”, perché sfuggano alla mortifera presa dell’Oscuro Signore. Se sono meri pensieri riflessi, dialettici e cerebrali, se sono al massimo lucifericamente sentimentalizzati, ma non per questo vivi, essi non escono dalla cerchia inesorabilmente dominata dal Signore della Morte.

Occorre vincere la morte, ossia occorre vincere lo stato di morte del pensiero prigioniero nella tomba della cerebralità, ma questo non si realizza senza un aspro e faticoso lottare. A livello spirituale non è concesso vivere di rendita, per cui la liberazione del pensare dalla condizione di abiezione, che è quella del suo servaggio alla corporeità, al sistema nervoso, alla cerebralità, non è un gratuito e comodo dono, ma frutto di duro lavoro e di coraggiosa lotta. Lo stesso Siddhârtha Gautama, il Buddha Śākyamuni, affermava che, sí, gl’Illuminati indicano la Via, ma che poi ognuno la deve voler percorrere e conquistare con le proprie forze. E come dice l’antico adagio: aiutati che il Ciel t’aiuta! Il Mondo Spirituale non aiuta sicuramente gl’ignavi, i pigri, gli opportunisti, i vili. Per questo scomodo ma eccellente motivo, la Via del Pensiero donata da Rudolf Steiner, e che Massimo Scaligero ha rimesso al centro come filone aureo dell’eterna Scienza dello Spirito, non può essere altro che la “Via del sublime eroismo”, perché in essa il discepolo lotta coraggiosamente contro lo stato di morte dell’anima, lotta temerariamente contro distruttrici Deità ostacolatrici, delle quali sfida e vince l’infero potere mortifero.

La logica contro l'uomo

Un libro come La logica contro l’uomo di Massimo Scaligero, stampato per la prima volta nel 1967 dalle Arti Grafiche Scalia per la prima editrice Tilopa, è un libro d’Iniziazione. Proprio nel senso “tecnico” del libro di Rudolf Steiner Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori? Tutti i suoi libri in realtà lo sono, e solo questo vogliono essere. E, da sempre, l’Iniziazione è stata, ed è tuttora, come negli Antichi Misteri della nostra Età Classica, un affrontare e vincere la prova della morte. Certo, La Logica non è affatto un libro facile, come facile non è e non può essere l’Iniziazione, e come facile non è neppure la vita, per chi veramente voglia vivere vivo e non morto. Un libro come La logica contro l’uomo è un libro che esige moltissimo dal lettore: esige ch’egli sia un praticante interiore, un asceta operante. Massimo Scaligero lo scrisse in modo che il lettore dovesse fare nel percorrerlo, pensiero dopo pensiero, il giusto e necessario sforzo. Il leggerlo more rosicruciano, ossia concentrativamente, meditativamente, deve essere per il volenteroso lettore, appunto, una forma di àskesis, una forma di ascesi, che deve dar luogo ad un allenamento interiore, deve realizzare una fisioterapia delle forze infiacchite o paralizzate dell’anima troppo torpidamente adagiata nella vita corporea, troppo preda nel sistema nervoso e della cerebralità, troppo ipnotizzata dalla falsa concretezza dell’apparire sensibile: di quella illudente irrealtà che gli Orientali chiamavano mâyâ. La logica contro l’uomo di Massimo Scaligero è un libro d’Iniziazione che, come negli Antichi Misteri, vuol far attraversare al discepolo la kàtharsis o purificazione, il photismòs o illuminazione, e l’ènosis o unificazione con l’Uno, con il Logos, che è il risultato autentico della teletè o compimento, o perfezione (nel senso classico di perficere), ossia – latinamente – l’Iniziazione.

Un tale libro non si può dire certo che sia stato amato negli ambienti antroposofici, e lo è stato abbastanza poco anche – salvo le non molte eccezioni che è giusto riconoscere – all’interno di quella “Comunità Solare” alla quale Massimo Scaligero donò, consacrò, per una vita tutte le sue forze. Un sintomo doloroso di una tale incomprensione da parte del milieuantroposofico “ufficiale” – e dispiace doverlo rilevare – è la recensione che apparve sulla rivista antroposofica tedesca Die Drei, nel n° 7 del 1992, da parte di Renatus Ziegler, recensione che, tradotta, fu pubblicata una trentina di anni fa anche nella rivista milanese Antroposofia. La recensione dello Ziegler mostra, purtroppo, tutta l’incomprensione cui può portare un partito preso nato da un pregiudizio. Si può veramente dire che allo Ziegler, per tale motivo, sia davvero sfuggito l’essenziale.

Die Logik

La Logica di Massimo Scaligero era apparsa in tedesco col titolo Die Logik als Widersacher des Menschen. Der Mythos der Wissenschaft und der Weg des Denkens, tradotta da Georg Friedrich Schulz, e con l’introduzione di Michael Kirn, edita dalla Verlag Urachhaus di. Stoccarda nel 1991.

Si può considerare, invece, una felice eccezione quanto scrisse Karen Swassjan nella sua recensione, pubblicata a Dornach su Das Goetheanum nel febbraio 1992. In essa lo studioso armeno, normalmente residente a Basilea, mostra una rara spregiudicatezza conoscitiva, un’ampiezza ed una profondità di vedute invero non frequenti, e vale la pena di ripropor tale recensione ancora una volta alla lettura e alla riflessione del ricercatore spirituale. Essa – tradotta alla lettera – cosí suona:

“Un libro conforme allo spirito delle origini”: Massimo Scaligero, La logica come avversaria dell’uomo (Die Logik als Widersacher des Menschen).

 La reincarnazione dei libri esiste. Forse cosí si dovrebbe comprendere il vecchio detto “habent sua fata libelli” (anche i libri hanno il loro destino), sebbene questa verità non sembri esser stata presa in considerazione fino ad oggi. Chi avrebbe l’audacia di scrivere oggi una storia della filosofia come una sequenza ritmica di incarnazioni di una determinata serie di libri? Per esempio, partendo da De principiis di Origene circa il suo ulteriore destino in De divisione naturae di Erigena, in De vita rerum naturalium di Paracelso, nelle Opere scientifico-naturali di Goethe, fino a La filosofia della libertà di Rudolf Steiner. Il passaggio a una tale storia della filosofia, considerato sotto l’aspetto scolastico e tradizionale, verrebbe senza dubbio accompagnato dalla sensazione, come la dovrebbe vivere un botanico, quando questi venisse liberato su un prato in fiore dopo una lunga reclusione in un deposito di legname. Non è un caso, che io abbia scelto la sopraccitata serie di libri. La stupefacente opera di Massimo Scaligero mi ha riempito di sicurezza, già dalla prima pagina, che quella serie di libri è stata continuata nei nostri tempi, e se non oso definire questo libro una diretta incarnazione fisica del capolavoro (chef d’oeuvre) di Rudolf Steiner, ne garantisco però senz’altro la connessione eterica (i grandi libri, come le grandi individualità, non si incarnano sempre nel fisico, ma si accontentano anche di un’esistenza eterica o astrale). Forse non ha molto senso presentare tali libri, nel senso di volerli interpretare con parole proprie. Leggendo ci si deve immergere profondamente in essi, e solo allora portarli fuori, non con una propria interpretazione, bensí con i propri pensieri trasformati. Lo dico senza tanti preamboli: l’impressione era inaspettatamente sbalorditiva. La grande filosofia mi sembrava veramente, secondo il testo di Husserl La crisi delle scienze europee… una “per-sempre-addormentata”… Lo stesso Heidegger, malgrado tutti i suoi talvolta sorprendenti raggi di luce, aveva l’aspetto di una cupa mistica nuvola, che copre il gigantesco e direi quasi già invisibile sole. Il libro di Scaligero mi ha accecato nel vero senso della parola, non come un bagliore arabico-newtoniano di un conglomerato meccanico, ma con quella fonte di vita alla maniera di Goethe o di Giovanni. Poi mi venne in mente che non si trattava per niente solo di un’opera filosofica, bensí di un libro-mistero, di una specie di Iniziazione nel sacramento del pensiero. Il titolo del libro, stranamente, non corrispondeva al suo pieno contenuto: “La logica come avversaria dell’uomo” (con una visibile reminiscenza di “Lo spirito come avversario dell’anima” di Klage, secondo me un’allusione superflua, che del resto manca nel titolo originale La logica contro l’uomo), questo concordava solo con la prima parte del libro, ma non alludeva per niente alla seconda, in cui si tratta della trasformazione della logica divenuta morta in una “logosistica” e in cui, quindi, il confronto passa organicamente all’armonia generale: la logica per l’uomo.

Sí, un libro-mistero che conduce il lettore attraverso gli infiniti riti dell’orrore della moderna mancanza di pensiero e lo porta sulla via del pensare. La prima parte – “Il mito della scienza” – sembra essere proprio una specie di kamalokadell’attuale filosofia, in cui l’idolo cartesiano-kantiano che si è appropriato da usurpatore tutti i diritti sull’Io, in una sorprendente panoramica degli eventi postumi è dato alla purificazione di sé. È significativo che la struttura stessa della prima parte è stata trattata, direi quasi, in modo regressivo, cominciando dall’immagine totale delle forme logiche del declino interiore fino al punto di partenza del realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica. In fondo si potrebbe definire tutta questa prima parte anche come una logica e concreta realizzazione delle raccomandazioni che purificano il pensare nella teoria della conoscenza di Rudolf Steiner (del “Maestro dei Nuovi Tempi”, come è chiamato nel libro di Scaligero). Si richiamino alla memoria queste raccomandazioni: «Se ora si dice: elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso» (Verità e scienza). E ancora: «Se si vuole veramente comprendere il conoscere in tutta la sua reale entità, si deve indubbiamente comprenderlo anzitutto dove è esposto al suo inizio, dove comincia» (sic). Questo suona estremamente semplice e chiaro, ma solo colui il quale ha provato a realizzare quel che è stato detto, sa quale enorme abisso sta nascosto dietro a queste parole. Qui la teoria della conoscenza sperimentò per la prima volta una valenza di mistero iniziatico, perché non posso definire diversamente queste affermazioni di Rudolf Steiner se non come la preparazione del pensiero (in fondo l’abitudine agendo solo come pilota automatico di frasi fatte) all’incontro con il Guardiano della Soglia e la sua vera scaturigine, dov’è attribuito al pensiero incantato da una nomenclatura narcotica, di riconoscere la sua origine in un alto grado angelico. Quindi era quello che era stato espresso in maniera metodicamente cosí dura in questo libriccino Verità e scienza, implicante nient’altro che l’Iniziazione attraverso la morte – la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza – e una riduzione della coscienza al grado zero, cioè a tale vuoto originario secondo cui la conoscenza non poteva essere nessuna sciocchezza di tutti i generi di sistemi e discorsi, bensí solamente un esame eseguito davanti alle Gerarchie, ed una licenza per collaborare con loro alla creazione continua del mondo. In questo modo trovo il motivo per cui il filosofo Rudolf Steiner è stato logicamente passato sotto silenzio dai filosofi del XX secolo – accoglierlo, seriamente parlando, significherebbe pronunciare irrevocabilmente su se stessi una condanna a morte. Forse Husserl era l’unico che osò questa purificazione della coscienza dalle stalle di Augia – stranamente senza avere una pallida idea di Rudolf Steiner e partendo soltanto da una fonte di verità profondamente sentita (del resto a questo punto sarebbe importante seguire la sua relazione intellegibile attraverso la ‘mediazione’ di Franz Brentano). Ma Husserl stesso non si decise ad andare fino in fondo rispetto all’inizio – in modo bello e profondo ha parlato di ciò Michael Kirn nella sua introduzione al libro di Scaligero. Nel sopraccitato libro, questa grande autopurificazione del pensiero si è ora realizzata in modo radicale (“radicale fino al delitto”, come avrebbe detto Nietzsche). Comunque io temo che anche questo libro sarà circondato dal complotto unanime dell’occultamento filosofico. I filosofi si sono abituati strettamente al “comfort” e alla “praticability” del pensare. Se gli psichiatri americani, svolgendo un incarico del rettore di un “college”, sono riusciti a diagnosticare come… schizofrenico l’autore della Fenomenologia dello Spirito, che cosa resterebbe da dire sul probabile destino in questo mondo del libro di Scaligero? Non si dovrà tuttavia perdere la speranza. Non è da escludere che un bel giorno appaiano altri psichiatri profondi, la cui diagnosi sarà totalmente contraria, pressappoco nel modo seguente: tali libri, come quello di Scaligero, non sono per niente trattati filosofici, bensí una “conditio sine qua non” della salvezza animica. Chi rifiuta la purificazione offerta da essi e la Via, si condanna a priori al cretinismo, dal quale nessuna cattedra e nessun premio Nobel potrà salvarlo. Experto crede!

Karen Swassjan

 

Questa recensione è uno scritto che allarga il cuore, proprio perché proviene da uno studioso non direttamente connesso con la Comunità Solare impulsata da Massimo Scaligero, e che tuttavia ha mostrato di possedere una spregiudicatezza conoscitiva ed un coraggio davvero notevoli. A tale proposito, viene davvero da pensare a quel che è possibile leggere nel Vangelo di Marco 9, 38-40, ove il Signore cosí rispose ad uno dei discepoli, il quale gli diceva:

«Maestro, noi abbiam veduto uno che cacciava i demonî nel nome tuo, il quale non ci seguita; e glielo abbiamo vietato perché non ci seguitava». Ma Gesú disse: «Non glielo vietate, poiché non v’è alcuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e che subito dopo possa dir male di me. Poiché chi non è contro a noi, è per noi».

L’autore di questa bella recensione è Karen Araevič Svas’jan (cosí viene traslitterato scientificamente dai glottologi il suo caucasico nome), nato il 2 gennaio 1948 a Tblisi in Georgia, ma è di origine armena, e si è formato ad Erevan in Armenia, ove ha studiato filosofia, filologia inglese e francese, e si laureò con una tesi sul filosofo francese Henri Bergson. Divenne professore di Filosofia, Storia della Cultura ed Estetica all’Università Statale di Erevan, la capitale del­l’Armenia. Egli curò anche la prima traduzione postsovietica delle opere di Friedric Nietzsche, nonché traduzioni di Oswald Spengler (Il tramonto dell’Occidente) e di Rainer Maria Rilke (I sonetti ad Orfeo).

Lo Swassjan negli anni 1993-1994 collaborò come ricercatore con la Alexander-von-Humboldt-Stifung di Bonn in Germania, fu “professore ospite” (Gastprofessor) all’Università di Innsbruck in Austria nel 1997, e dal 1993 vive in Svizzera, a Basilea, ove opera come scrittore e docente.

Quel che colpisce della recensione di Karen Swassjan, è l’aver egli còlto il lato “misterico”, e concretamente operativo de La logica contro l’uomo di Massimo Scaligero. Libro che mi è sommamente caro perché fu, assieme a Rivoluzione. Discorso ai giovani, il primo libro che mi donò l’amico L., libro che fu per me motivo della mia connessione con la Via Solare, e soprattutto con chi con immensa generosità ed abnegazione tale Via stava donando al mondo. Su richiesta di Massimo Scaligero, tenni, per quattordici anni, nella mia città un gruppo sulla Logica contro l’uomo, che mutò il destino di molti giovani. Davvero posso attestare che – come mi disse una persona a me moltissimo cara – colui che ti ha fatto conoscere Massimo Scaligero è il tuo piú grande amico: colui che ti ha fatto il piú grande dono!

Vorrei proporre, per la sua estrema importanza, al benevolo lettore la meditazione ripetuta e approfondita di tre capitoli della Logica. Sono, nell’ordine, nella prima parte del libro, Il mito della scienza, il capitolo intitolato “Il problema a cui si sfugge”; nella seconda parte, La via del pensiero, il primo capitolo “La ricerca dell’Io”, e il quinto ed ultimo “L’«Io Sono»”. La meditazione – ripetuta e approfondita –  di questi tre capitoli della Logica ha un valore formativo fondamentale sulla maturità dell’anima, valore che difficilmente potrebbe essere esagerato, e che quindi non può, e non deve, essere affatto trascurato.

Voglio porre termine a queste considerazioni con quanto scrive Massimo Scaligero, alle pagine 269 e 270 in chiusura della Logica:

«Coloro che cercano il vero, cercano lo spirito: se cercano lo spirito, cercano l’Io. Ma non possono giungere all’Io, se non conoscono il suo essere come presenza che di sé rende conto, in quanto rende conto di ogni assunzione di verità.

Soltanto il Logos può dire di sé «Io sono». L’Io sono è il nome del Logos, come l’Io è il nome che solo colui che lo pronuncia può dare a se stesso. Coloro che giungono all’Io trovano come fondamento dell’Io il Logos, onde possono dire: «non Io, ma il Logos in me», che è la libertà vera, non facendo leva su alcuna condizione, ma sul fondamento. Identificati con il quale, possono operare nel  mondo.

Coloro che volgono alla ricerca del Logos possono attuare sulla terra la fraternità, perché dall’intimo dell’anima sono uniti, secondo la parola vera dell’Io, nel principio che di sé può dire: «Io sono».

Hugo de’ Paganis

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per gentile concessione de L’Archetipo

SCIENZA DELLO SPIRITO

Massimo Scaligero – Dell’amore immortale. Prologo (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Dell’amore immortale. Prologo

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A chi ha suscitato l’essere vivo
di queste pagine. Al nome pronunciato
nel segreto dell’anima.

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Con Massimo Scaligero entriamo in un altro piano di pensiero, seguendo il suo. Lo dico a bassissima voce, e solo per quelli che vorranno. Qui vi è qualcosa di immenso e sacro, di assoluto.

Certo, è vero, non è questo il testo più adatto dal quale partire per seguire la via indicata. Ossia, bisognerebbe, quanto meno, aver praticato prima [per molto tempo] la concentrazione del pensiero [e la meditazione], secondo i canoni indicati proprio dallo stesso Scaligero. Però questo testo ha uno splendore così originario, e poi nel suo prologo, come un richiamo da lontano, lontanissimo – tanto che, per i lettori de Il Cipresso Bianco, ho scelto, tra i 27 libri di Scaligero, di iniziare proprio da questo qui.

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PREFAZIONE

Questo libro non va letto, né studiato: forse neppure meditato, ove il meditare non sia il muoversi stesso del pensiero nel suo contenuto. Va messo da parte, in attesa che una situazione senza uscita, o una crisi, lo renda veicolo delle forze di risoluzione proiettate nelle imagini e nei pensieri.

Può essere conosciuto anche prima di simili situazioni, ma a condizione che il lettore, per determinazione volitiva, dissuggelli quel che nelle parole è stato racchiuso, tenendo conto che la struttura del discorso, indipendentemente dalla sua necessità dialettica, è stata tratta dall’immediato movimento epperò dalla sonorità delle idee evocate.

La logica di un simile discorso è la forma stessa di ciò da cui deriva il processo logico identificabile dai logici come forma inseparabile dai vari contenuti, compreso quello «spirituale» che non è mai lo spirito.

La possibilità di una simile lettura, perciò, appartiene parimenti al destino come alla volontà che cominci a valere come un potere di destino. Se la virtù delle idee evocate è tale che opera già nel mondo, in quanto è parte della sua vita, non può non rispondere alla richiesta di uno spirito che giunga al punto in cui il suo volere e il suo destino coincidono. Ciò che è stato ideato allora si riaccende, germina di ulteriori forme, continua ad essere sostanza del divenire umano.

DEL VOLERE CHE AMA

L’amore è l’essere dello spirito: lo spirito che opera nell’umano, ordinariamente dandosi come evento corporeo: talora risorgendo come evento incorporeo: manifestando così la sua vita più alta, epperò più profonda.

Anche il più oscuro e ottuso amore, è in sé vita sovrasensibile: che si altera nelle forme sensibili: senza speranza, perciò, di penetrarle. La vita in ogni suo grado segretamente chiede all’amore revivere secondo il mistero della origine, essendo l’amore la possibilità del suo immediato ricongiungersi con tale mistero: in ogni punto e in relazione a questo. Mistero che l’amore sempre sfiora, evoca e smarrisce: per ritrovarlo. Senza mai ritrovarlo, finché esso stesso non riviva di quella sostanza immortale di cui la vita, in quanto vita egoica, necessariamente si priva e si va privando, sino ad esaurirsi.

Non v’è evoluzione che non si compia come ricongiungimento della forma creata con il suo principio. Essenziale moto d’amore: apertura del limite che limita la forma in cui necessariamente l’essere, in quanto creato, si separa dall’essere originario e si reclude.

Il limite che resiste, il limite che si spezza, è il dolore: che unicamente si dà per ciò in cui ha segrete radici: per l’amore in cui ogni volta, spezzandosi il limite, possa estinguersi. Ma lo spirito che si attua, ogni volta ritrovando se stesso oltre il limite, si riconosce in quella forma di sé che è «l’altro»: nel creato, nelle creature: in una creatura che le riassuma tutte.

Nel riconoscersi, comincia a conoscere la sua storia: da fuori del tempo, nel tempo. E intende il senso della sua solitudine: la ravvisa come il lungo preludio all’incontro con l’essere il cui nome ha sentito pronunciarsi nel segreto dell’anima. Ma è simultaneamente l’incontro con se medesimo: con il soggetto che sperimenta il nuovo moto di vita. Egli è colui che può infine essere con l’altro, perché ritrova se stesso nella sua illimitata solitudine: nel cui segreto è il segreto della solitudine di ogni essere: della profonda unità degli esseri. Che un giorno l’amore renderà manifesta.

Massimo Scaligero, Dell’amore immortale (Tilopa 1963), pp 4-5

Massimo Scaligero, pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni (Veroli, 17 settembre 1906 – Roma 26 gennaio 1980)

foto di Bernard Hermant su Unsplash

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per gentile concessione de

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ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO
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