SUL BUONISMO E LA NOSTRA PREZIOSISSIMA PERSONALITA’ (di F. Giovi)

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Raccogliere  attenzione e interesse per le Opere del Dottore e di Massimo: permettere loro di passare dalla testa al cuore, fare un minimo (almeno) di concentrazione o controllo del pensiero e mandare a quel paese le ‘notizie’ che alimentano la zona dell’anima che si nutre voracemente e a nostro danno di timori e incertezze.

Ecco che allora si potranno contemplare i fatti peggiori e persino il dolore con una serenità difficilmente alterabile. Perciò occorre una lunga preparazione ‘atletica’…

Qualora una persona comprendesse anche solo logicamente le indicazioni fondanti di una Scienza dello Spirito, possiederebbe un principio di un percorso interiore fattibile e sperimentabile, che proprio nella realtà della sua essenza non ha alcun punto di somiglianza o contatto con quanto gira nelle numerosissime sette che, per identità comune, sorgono come funghi, traendo una vita effimera dalla decomposizione di organismi morti.

In altre parole, la continuità tra “sacro” e “profano” non c’è, non esiste.

Il profano sono le chiacchiere, non importa se tratte da buona o cattiva fede: puoi chiacchierare sul tempo, sui fiori, sulle nubi e sull’antroposofia, e nulla cambia, né in te né fuori di te. Se all’opposto in seguito a una robusta disciplina da te stesso esercitata sulle forze dell’anima giungi alla soglia del silenzio, questa ‘elementare’ condizione cosa ha lasciato dietro di sé? Tutti i chiacchiericci del mondo e tutte le targhette identificative con cui i più adorano fregiarsi e magari sfregiarsi.

Il mondo così fisso come appare è già una illusione potente, ingannatrice, ma l’uomo sembra voler tessere ulteriori illusioni: accelerare la propria caduta. Egli è certamente strattonato da possenti nemici, ma è anche troppo comodo: si delega tutto – colpe ed errori – sempre ad altro-da-sé. Quanto è diverso l’uomo della Filosofia della Libertà, di fronte al quale il superuomo di Nietzsche e l’individuo assoluto di Evola sono come vagiti! Almeno la polizia zarista e alcuni anarchici, per opposte valutazioni, compresero qualcosa della ‘pericolosità’ di quel libro.

In tale senso anche l’antroposofia, quando essa appaia solo come riflessa in un truogolo di parole, può diventare soltanto un’illusione aggiunta o, se si preferisce, il manipolato mezzo per dare forma encomiabile al caos dell’anima: come è successo e sta succedendo in molte contrade depositarie di tracce di Spirito. Vi dico francamente: la stessa abusata definizione è alquanto stucchevole, impregnata di tante rovine e tradimenti: non io ma il Dottore si espresse in maniera tale da dire che avrebbe cambiato volentieri il termine, anche ogni giorno, se ciò fosse stato possibile in pratica.

 

Nel tempo si diventa sazi e stanchi di quello che si vede e si sente e si legge di un certo mondo che vuole definirsi antroposofico: costituito da fazioni e faziosità, eterni battibecchi, dissimulate lotte per giungere a inutili e ridicole posizioni di potere, sovente (questa è la novità contemporanea) persino digiune delle più elementari nozioni dei contenuti di base e soprattutto privo del sentimento del Sacro che non è un semplice sentimento: insomma una sorta di babelica caciara simil-politica da far sfigurare Montecitorio nelle sue peggiori giornate.

 

E, per rendere ripugnante tutto questo, l’imbellettatura dei poveri resti col surrogato adultero della bontà: il buonismo.

I cretini dissertanti di oggi sparirebbero impauriti davanti ai caratteri delle personalità di ieri: Lina Schwarz, l’ing. Gentilli, il dott. Colazza, Alfred Meebold (che era di casa), Maria Cassini ecc. Quelli ti fulminavano se osavi un nesso concettuale peregrino o una parola sbagliata, chi con una certa violenza (Meebold), chi con la severità del silenzio (Colazza). Scrivo di ciò non per esaltare il buon tempo antico ma perché sembra invalso, in questo mondo di apparenze, il giudizio sul carattere di questo o quello confondendolo con lo Spirito. L’operatore vero, liberandosi dall’identificazione alle proprie caratteristiche psico-fisiche, si serve di esse allo stesso modo come la capacità di vedere usa l’occhio.

A questo riguardo, quando lessi su “Dallo Yoga alla Rosacroce” il trattamento che Bonabitacola riservava ai visitatori, sorrisi di cuore.

Nel momento in cui incontrai la prima persona in cui fluiva copioso un nesso autentico con lo spirituale, costui mi trattò malissimo. Poi, ricomposte le penne e imbrigliato a malapena l’orgoglio, chiesi sempre più spesso il permesso di fargli visita: erano bastonate su tutto, inframmezzate da parole dure e occhiate di disprezzo. Venivo sistematicamente messo alla prova, e l’alternativa era la porta. Non sono un mite naturale: lo avrei strangolato… ma era anche Spirito che mi parlava attraverso la sua straordinaria spontaneità: ciò che la mia anima cercava nonostante me stesso.

Più lottavo per salvare i ‘miei valori’ più egli falciava senza pietà ogni mia certezza: fu uno dei più fertili periodi della mia vita. Senza carinerie e buone maniere. Sono necessari questi percorsi estremi? Probabilmente non lo sono, ma ci vorrà pure qualcosa che permetta di superare l’incantesimo della propria, preziosissima personalità che, a guardarla o sfiorarla, starnazza come un pollo, perennemente offesa da tutto ciò che le sembra diverso dal suo nulla.

 

Proprio in questa zona, fragile e incerta, prosperano le sette o i gruppi settari che, coccolando alcune morbidezze della personalità, ti fregano l’anima: le tecniche di plagio sono sempre le stesse: love bombing, brain washing ecc.

Il fine? Penosamente e banalmente universale: il piacere del dominio, il sesso e i soldi.

Qualcuno esagera per moltissimo tempo e, come D. S., va in galera. Altri fortunosamente la evitano perché l’umiliazione e la vergogna d’esser stati gabbati alla grande impedisce la denuncia (del resto, come osservava Ernst Jünger, v’è una oscura complicità tra vittima e carnefice).

Non mi scandalizza per nulla quello che suscita in altri turbamento. Le possibili ‘infiltrazioni’ avvengono in quel genere di gruppi cui accennavo nelle precedenti righe, ma la Scienza dello Spirito resta intangibile. Fortunatamente e purtroppo.

Tutti i possibili problemi si riassumono in un punto solo: l’uomo.

 

Non la rappresentazione generica o ideale di esso ma l’uomo concreto, cioè voi, io, i nostri amici e tutti gli altri. Non metto a caso alcuni aggettivi: tempo fa, indicando ad un lettore la palestra o il dojo come contributi alla soluzione di un problema, avevo scritto che l’adesione ad un corso era, di fatto, subordinata ad allenatori ovviamente esperti ma anche dotati di “serietà, dedizione e disciplina”, perché la differenza fondamentale tra il pessimo ed il migliore sta in chi possiede o meno tali qualità che non restano dentro ma determinano l’atmosfera morale e pratica dell’ambiente circostante.

Sono esperienze che tutti possono fare: si visiti una palestra piena di gente forte e un’altra di gente debole e svogliata e si osservi di quale stoffa sia l’allenatore responsabile della prima e della seconda. E magari è facile scoprire che il migliore è uno aspro e brontolone, mentre l’ambiente peggiore è diretto da un tipo buono come il krapfen alla crema (la stupidità di valutare l’estrinsecazione caratteriologica!).

Ciò vale anche per la Scienza dello Spirito: sono le qualità o potenze interiori che l’uomo concreto spende con essa a farla rivivere che contano: le vostre, le mie, ecc. La capacità di coerenza logica (checché ne dicano gli sciocchi, il pensiero è, dapprima, l’unico universale che accomuna gli uomini oltre ogni differenza personale: la lunghezza e larghezza misurata di un tavolo è la stessa per tutti: è la prima comunione possibile a portata di mano oltre ogni singola mònade sentimentale), di sincerità con se stessi (devozione alla verità), di fatica coraggiosamente sostenuta, di umiltà intellettuale e altro ancora sono le componenti dell’uomo “normalmente organizzato” cui il Dottore si rivolge nella Filosofia della Libertà.

 

Sembra complicato ma non lo è: ciò che appare manchevole può essere sviluppato se non si evita il lavoro e la fatica di pensare. «Solamente non bisogna far confusione fra l’“avere immagini mentali” e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare».

Per pensare occorre voler pensare. La concentrazione insegna il pensare voluto.

Si attiva il pensare voluto quando sia temporaneamente dominata la corrente istintiva che subordina ordinariamente il pensare. Le esperienze interiori conseguenti al riallineamento dell’organizzazione umana permettono la meditazione e la contemplazione che, se ripetute con costanza sino ad apici di intensità, portano lo sperimentatore dalla condizione della comprensione alla percezione dei contenuti ove questi si esprimono come realtà. La realtà della Scienza dello Spirito si situa là dove Pensiero e Vita coincidono.

La realtà dell’Insegnamento e dei suoi ispiratori esiste e si giustifica in quel mondo, vastissimo e complesso, che nella terminologia viene chiamato ‘eterico’, il cui carattere, per analogia con il sensibile, è confrontabile con le differenze esistenti tra un uomo vivo e cosciente e un cadavere.

Non c’è antroposofia o scienza dell’occulto o gnosi che non abiti in quel mondo, e tutto quello che non sia corretta emanazione (in pensieri, immagini e parole) di quel mondo è solo imitazione o impostura.

Dunque, come è sempre stato, i contenuti spirituali si difendono da soli. Potete esserne certi:  allora si continui a lavorare dando il meglio di sé, evocando i sentimenti più sacri di cui ci si sente capaci e fuori da questo sacrario spendersi a onorare i debiti che il mondo ci pone di continuo. Magari con qualche sorriso: che non guasta ma risana.

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