SCIENZA DELLO SPIRITO

IL MITO È VITA (di Raul Lovisoni)

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Fin dai primordi della civiltà il colloquio tra le entità di luce e gli esseri umani ha preso i sentieri leggendari della mitopoiesi colmando di segni ogni vicenda terrestre degna di nota.

Gli Dei vivono nel mito perché esso dà compimento al loro canto che si trasforma in vicenda terrestre.

Non c’è evento significativo che non promani dal canto sapiente delle gerarchie che sostengono la missione cosmica della libertà affidata a quell’essere, per ora incompleto, che viene chiamato uomo.

Gli Dei luminosi e perenni in cerchie solenni accordano le voci intonando cosmiche melodie e sulla terra sgorgano idee che come onda sollevano i popoli ciascuno con una missione precisa, ciascuno con la sua tonalità di colore, ciascuno con la sua lingua, ciascuno con la sua identità. Un Dio è l’anima della missione di ogni nazione, un Dio è la lingua, un Dio è la terra stessa dove quella tribù sarà collocata. Poco cambia se a queste entità diamo nome di elfi, pianeti, deità orientali, angeli o arcangeli o potestà, cherubini,troni o dominazioni; poco importa se il loro nome viene dalla mitologia norrena o dall’Olimpo degli Dei della Grecia, o dallo stuolo delle divinità che s’incontrano nell’iconografia dell’induismo o del buddismo.

Restano pur sempre esseri di luce il cui sfolgorare si trasforma in volontà ed azione nella vita vissuta, che si trascrive in cronache diventando storia e infine mito.

Certo la storia può essere deformata, o può venire nascosta, alterata falsata dai servi della menzogna. Ma le bugie con le loro gambe corte e falsità dei giornali e dei media non vanno lontano ed alla fine la falce della verità raggiunge i servi della menzogna e sega la fuga dei disonesti mentitori. Allorquando la realtà è negata sotterrata dal falso luogo comune la verità, quella forza che scalda i cuori, rinasce sotto la forma di mito essendo il mito la lama spietata che ristabilisce il vero. Allora la storia riprende il cammino di ciò che è veridico ed eterno si solleva e profuma come rosa in giardino, ed il roseto s’espande curato dai Giardinieri: uomini e Divinità che coltivano lo stratificarsi delle memorie condivise nelle diverse civiltà. Cresce allora, sintesi di sintesi una Storia per metà umana e per metà divina e questa storia archetipica divenuta ormai perenne ed eterna che non si può cancellare prende il nome di mito.

Il mito si invera sempre e si ripete nel suo archetipo fondante. Diversificata invece è la forma che rivestirà sulla terra in quanto il mito rispetta la libertà delle forme d’ogni diversa epoca. Il Dio Odino per i Longobardi cristianizzati, si chiamò san Michele Arcangelo, troviamo tutta l’Italia costellata di santuari a lui dedicati. Cambiarono le vesti ma non l’ identità spirituale dell’entità in questione.

E questo vale anche per i luoghi: a Chartres, sorse una cattedrale sopra la sede di misteri druidici antichi. Così a Lourdes a Roma ed in mille altri posti, la terra mantenne memoria dell’incontro tra Dei luminosi ed umani capaci di rilevare la potenza in lande speciali intessute di forza.

Alessandro il Grande non poteva nascere ateniese imbrigliato dalla democrazia e senza falange. Certe intuizioni speciali si possono ottenere soltanto in paesi lontani, il realismo magico di Marquez è tutt’uno con la sua Colombia, Borges doveva nascere a Buenos Aires, Ezra Pound era americano ma scappò in Europa e tornò a Washington recluso per pazzia, dileggiato dai suoi compatrioti. Dante non avrebbe scritto la Commedia restando a Firenze. Soltanto a Vienna certa musica sublime sgorgò dal cuore di Mozart o Beethoven. Haendel dovette lasciare il continente e vivere circondato dall’acqua di un’ isola, per trovare il fulgore e la soavità della sua arte. I Beatles dovevano provenire da una brutta città portuale posta di fronte alla magica Ibernia e nel loro sangue ed in quel suolo scorreva il ricordo ancestrale delle ballate irlandesi assieme ai suoni dell’India, colonia britannica.

Il mito s’accende in taluni esseri e in luoghi prestabiliti nei tempi predisposti ad accogliere l’entità di un Dio che entra nella storia e quell’entrata o incorporazione per gli psicologi materialisti risulta essere una semplice e banalissima predisposizione.

IL MITO NON E’ LETTERATURA

IL MITO E’ VITA.

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

LO YOGA INTEGRALE DI SRI AUROBINDO (di F. Giovi)

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Avrei voluto scrivere una breve biografia di Aurobindo, che a buon diritto, andrebbe collocato tra le grandi figure spirituali della nostra epoca. Ma sono così tante le avventure che ne caratterizzano vita e percorso interiore che sarei stato per sei mesi a raccogliere qualcosa che potesse venir letto. Poi credo che altri abbiano già fatto un simile lavoro.
Mi sono accontentato di estrarre qualcosa da pochi suoi testi (Aurobindo ha scritto tanto) e mi era troppo difficile cercare le righe che mostrano una notevole consonanza con le esperienze fondamentali dell’ascesi antroposofica. Anzi, so che ci sono ma non sono riuscito a trovarle. Inoltre so bene che, per chi non ha sperimentato qualcosa nella meditazione, molte cose sembreranno vuote di significato. Eppure ogni parola sottende (seppure vincolata ad una lingua che considero poco adatta alle cose dello Spirito) una precisa esperienza. Ma nonostante una apparente semplicità, cari amici, Aurobindo passa sovente dalla terra all’infinito, come era sua abitudine.
Egli ha trattato di socialità, politica, storia e vita divina, attento anche a ciò che si muoveva in Occidente.
Io, come da mia abitudine, riporto solo qualcosa della pratica del suo Yoga Integrale.

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Yoga significa unione col Divino.

L’unione può essere trascendente (sovra universale) oppure cosmica (universale) oppure individuale.
Nel nostro yoga l’unione deve essere triplice. Ciò significa raggiungere uno stato di coscienza ove non si è più limitati dal piccolo ego, né dalla mente, né dalla natura vitale, né dal corpo: uno stato di coscienza ove si è uniti col Supremo o con la Coscienza universale o con una coscienza interiore profonda ove si percepisce la propria anima, il proprio essere intimo e la verità reale dell’esistenza.

V’è una forza che accompagna la crescita della nuova coscienza e che insieme cresce con lei e l’aiuta a nascere e a completarsi: questa forza è yogashakti. Quaggiù essa è ristretta e sopita in tutti i chakra del nostro essere interiore e, alla base della colonna vertebrale, è quella che i Tantra chiamano kundalini. Ma questa forza è anche sopra di noi, sopra la nostra testa e là non è né ristretta né sopita, ma sveglia, cosciente e possente, estesa e vasta. Là attende di manifestarsi e a essa (che è il potere della Madre) dobbiamo aprirci. Essa può legare ciò che in noi è più basso a ciò che è più elevato. Può manifestarsi in noi come una forza mentale, vitale e fisica, può scendere in noi e divenire un potere per l’azione. (Lights on Yoga)

L’essere umano è composto da vari elementi.
All’esterno il corpo fisico, l’essere vitale e la mente, che hanno anche una parte sottile e interiore.
Separato sta l’essere centrale che sostiene tutto e che è il Divino nell’uomo.
L’essere centrale ha due aspetti. In alto è il jivatman, l’essere vero, di cui si prende coscienza quando giunge la più alta cognizione di sé. Al centro è il chaitya purusha che sta dietro al corpo, la vitalità e la mente. Il jivatman sta sopra la manifestazione e la presiede, il chaitya purusha è presente dietro la manifestazione e la sostiene.
All’uomo esteriore la realtà resta celata. Egli la sostituisce con il senso dell’ego, che è una formazione momentanea della natura fisica, vitale e mentale. (Lights on Yoga)

Nella mente umana vi sono molti gradi. In basso una mente meccanica, oscura e agitata o inerte e stupida che ripete le idee comuni. Sopra v’è una mente che immagina, progetta e fantastica. Più sopra v’è la mente propriamente detta, quella che ragiona, considera, scopre: è la buddhi.
La nostra mente non è creatrice: è intermediaria. Per creare, deve ricevere dall’alto un’”ispirazione”, che la metta in moto.
La mente illumina soltanto la superficie delle cose e ha un ristretto campo di visione. Ma fuori dal suo cerchio vi sono infinite cose che la mente non può vedere. Non vede ciò che è sopra, ciò che è dentro, nemmeno ciò che è sotto. Vede la superficie, che non è mai la verità delle cose: alla superficie troviamo dei fatti e non la realtà, troviamo dei fenomeni e non la conoscenza.
La nostra coscienza s’identifica di solito con la mente, ma la coscienza mentale è solo il registro umano e non esaurisce i tanti registri della coscienza, così come il nostro occhio ignora le tante gamme di colore esistenti.
L’attività ordinaria della mente è d’ostacolo all’esperienza spirituale, così come l’ostacola l’ordinaria attività vitale o l’oscura coscienza del corpo.
Il tumulto dell’attività mentale va ridotto al silenzio. La conoscenza deve venire dall’alto affinché la calma e la pace possano essere complete. In questa calma le solite attività mentali divengono moti di superficie, con i quali l’essere interiore non ha più rapporto. E’ la liberazione necessaria per la vera conoscenza.
La mente ha molti difetti, troppi per essere tutti enumerati. (Letters, Bases of Yoga, The Synthesis of Yoga)
Arresta interiormente ogni pensiero e ogni parola, sii immobile dentro, guarda in alto nella luce e guarda fuori, nella vasta coscienza cosmica che ti attornia. Sii sempre più unito allo splendore e all’ampiezza. Allora dall’alto apparirà in te la Verità e ti penetrerà tutt’intorno. (Man a Transitional Being)
Non è facile entrare nel Silenzio. Restate tranquilli, non lottate con la mente, non fate sforzi. Se la mente resta attiva, guardatela indietreggiando, senza giudizio interiore, finché le attività mentali, comuni o meccaniche, cominciano a tacere, non più sostenute dall’interno.
Il Silenzio non significa assenza di esperienze. E’ un silenzio e una calma interiori in cui tutte le esperienze possono venire, senza disturbare.
Nel silenzio non si devono respingere le immagini che si elevano in voi. E’ un segno che i piani di coscienza mentale interiore, vitale interiore e fisico sottile si stanno socchiudendo.
Nel silenzio giunge la vera conoscenza, nel silenzio è la saggezza. (Letters) (vedi anche la mia nota sulla Fattibilità dell’esperienza interiore)

La discesa dall’alto è la via decisiva dalla quale vengono la pace e il silenzio.
Talvolta il sadhak non se ne rende conto: sente la pace stabilirsi in lui o almeno manifestarsi, ma ignora come e donde è giunta. Tutto ciò che appartiene alla coscienza superiore viene dall’alto; non solo la pace e il silenzio spirituali, ma anche la luce, la potenza, la conoscenza, la visione ed il superiore pensiero, l’ananda.
Ma, fino ad un certo punto, è anche possibile che tutto quanto sorga dall’intimo: ciò avviene perché il chaitya purusha, al centro di noi stessi, è aperto direttamente all’alto e così la coscienza superiore dapprima scende nel cahitya purusha e poi si manifesta nel resto dell’essere o anche perché il chaitya purusha passa in primo piano.
Comunque, le due vie sovrane della siddhi dello yoga sono o una discesa dall’alto o una rivelazione interiore.
Invece gli sforzi della mente superficiale o delle emozioni possono far credere d’aver raggiunto qualcosa, ma i risultati sono sempre incerti e frammentari, se comparati a quelli delle due vie radicali.
Perciò nel nostro yoga insistiamo sulla necessità di “aprirsi”, affinché la sadhana rechi i suoi frutti: aprirsi verso l’alto ossia sovra la mente (overmind e supermind), verso il jivatman e aprirsi alla parte più profonda in noi, verso il chaitya purusha.
Il centro più elevato è nella testa, il centro più profondo è nel cuore, ma il centro che si apre direttamente al Supremo è sopra la testa, del tutto fuori dal corpo fisico, nel sottile, sukshma sharira.
Entrarvi è essere liberato dall’ego. (Lights on Yoga)

Nella nostra sadhana le due cose più importanti sono l’apertura del centro del cuore e le aperture dei centri della mente a tutto ciò che è dietro e sopra di loro. Infatti il cuore si apre al chaitya purusha e i centri mentali si aprono alla coscienza superiore di jivatman. La congiunzione dei due è il mezzo principale per ottenere la siddhi.
Le aperture si ottengono con la concentrazione. Di solito la coscienza si spande e corre da per tutto. Per conseguire qualsiasi cosa di una certa importanza, ci si deve concentrare su di un pensiero o su un sentimento.
La prima apertura (concentrazione nel cuore) si attua con un appello al Divino perché si manifesti in noi e perché, tramite chaitya purusha, si impadronisca dell’intera nostra natura e la diriga. L’aspirazione, la preghiera, la bhakti, l’amore, la dedizione sono i principali sostegni di questa parte della sadhana, insieme al rigetto di quanto ci sbarra la strada verso quello a cui aspiriamo.
La seconda apertura si attua con la concentrazione della testa ed il sostegno è aspirazione, richiamo, ferma volontà di far scendere nell’essere la pace, la potenza, la luce, la conoscenza, l’ananda divini: da prima la pace o la pace e la forza insieme. Bisogna accogliere favorevolmente tutto ciò che scende, poiché non v’è regola unica per tutti. Ma se la pace non è venuta per prima, bisogna stare attenti a non inorgoglirsi in un’esaltazione vanitosa, stare attenti a non perdere l’equilibrio.
Infatti spesso accade che la natura inferiore sia stimolata e eccitata dalla discesa e voglia mettersi in mezzo, distogliendo la forza a suo profitto. Capita anche che una o più Potenze, di natura non divina, vogliano farsi credere il Signore supremo o la divina Madre. Se vi si consente, ne derivano conseguenze davvero disastrose.
Se invece il sadhak dà il suo consenso solo al lavoro del Divino e s’abbandona solo alla sua direzione, allora tutto può svolgersi armoniosamente. (Lights on Yoga)

V’è uno stato in cui il sadhak è conscio della forza divina che opera in lui, o almeno dei suoi risultati, e non ostruisce la discesa con le proprie attività mentali, con la turbolenza vitale o con l’inerzia fisica. Per aprirsi il mezzo migliore è samarpana (in inglese surrender, ossia sommissione, dedizione, consacrazione). Samarpana è consacrare al Divino tutto ciò che si è e che si ha, non cercare di far prevalere le proprie idee, le proprie abitudini, i propri desideri, ecc., ma di permettere alla verità divina di sostituirli da per tutto con la sua conoscenza, la sua volontà e la sua azione.
Restate sempre connessi con la forza divina. Lasciatela compiere la sua opera.
Ovunque necessario si impadronirà delle energie inferiori e le purificherà o, in altri momenti, ve ne sbarazzerà e le sostituirà. Non lasciate che la vostra mente governi, discuta, determini ciò che occorre fare: perdereste il contatto con la forza divina e le energie inferiori riprenderebbero a agire per proprio conto e tutto diventerebbe movimento falso e confuso.
Il dono di sé o sommissione (samarpana) è richiesto a quanti praticano questo yoga, poiché senza tale progressiva consacrazione dell’essere, è del tutto impossibile avvicinarsi al nostro fine.
Nei primi tempi della sadhana, e con ciò non intendo dire un periodo breve, lo sforzo individuale è indispensabile. La sottomissione non si ottiene in un giorno. La mente ha le sue idee e vi si aggrappa, la natura vitale si oppone, la coscienza fisica è come una pietra. Solo chaitya purusha sa come consacrarsi ed esso al principio è generalmente molto velato. Quando si sveglia, conduce a una sommissione brusca e verace dell’essere intero. Fino ad allora lo sforzo è indispensabile. (Ligths on Yoga)

Rientrare totalmente in se stesso, per avere esperienze e trascurare l’azione, il lavoro, la coscienza esteriore, è uno squilibrio da un solo lato della sadhana. Il nostro è purna yoga (Yoga totale, integrale).
Ma il gettarsi all’infuori, vivere unicamente nell’essere esteriore, è anche squilibrarsi da un solo lato della sadhana.
Tutto dipende dallo stato interiore: l’azione esteriore è utile soltanto come mezzo per esprimere lo stato interiore, per renderlo efficace e dinamico.
Se fate o dite una cosa con il chaitya purusha predominante o con l’appropriato contatto interno, la cosa sarà efficace. Se fate o dite la stessa cosa sotto impulsi mentali, vitali o in un’atmosfera cattiva o torbida, la cosa sarà inefficace. Per fare una cosa vera, nel vero modo, bisogna trovarsi nella coscienza vera. Ciò è possibile nel modo crescente se chaitya purusha predomina e se l’essere intero è volto verso la Madre divina.
Quando potrete avere costantemente la percezione di un essere interiore calmo, mentre la mente superficiale svolge il lavoro, allora comincerà l’unione divina nell’azione. (Lights on Yoga)

Quando ananda viene in voi, è il Divino che entra. Ananda è più che la pace o la gioia: è la natura stessa del Divino supremo. Ananda può scendere con irruzione o frequenti discese o parzialmente o per un momento. Ma non può persistere in noi, se non siamo preparati. (Letters)
Non a tutti è dato di contenere e sopportare l’estasi possente della felicità divina. Solo coloro che sono stati bruciati dalle pene terrestri, dai calori cocenti della vita possono sopportarla senza esserne spezzati, mentalmente o fisicamente. Il vaso di terra non indurito dal fuoco, non può trattenere questo vino: si rompe e lo perde. Per poterlo contenere anche il nostro organismo deve essere preparato dai dolori e averli conquistati. (Arya, luglio 1915)

Lo yoga non è un campo di dissertazioni o d’argomentazioni mentali. Non è limitato alla mente che deve tacere.
Lo spirito del dubbio, dubita sempre: perché ne trae piacere. Esso adopera la mente come mero strumento per dubitare. Ribattere continuamente ai dubbi è del tutto vano, perché lo spirito del dubbio cerca solo se stesso e riappare perpetuamente.
La ragione non è una conoscenza che conosce, ma un’ignoranza che discute. (Letters)
Quando la pace del Supremo scende in voi, quando la Presenza divina è in voi, quando ananda si precipita su voi come una marea, quando la forza divina soffia trasportandovi come foglia al vento, quando l’amore universale fiorisce in voi e si spande in tutta la creazione, quando la conoscenza divina vi illumina e in un baleno chiarisce quanto era prima triste e cupo, quando tutto ciò che è intorno, tutto quello che vedete, udite, toccate si trasfigura nel Supremo, allora non potete più dubitare o negare, come non si nega la luce del giorno, l’aria o il sole nel cielo: solo nella fulgurea esperienza del Divino v’è certezza. (Letters)

La trasformazione della coscienza terrestre in coscienza divina è decretata e infallibile: la coscienza terrestre non ha terminato la sua ascensione e la mente umana non ne è il culmine finale.
Affinché la trasformazione avvenga, prenda forma e duri, occorre dal basso un appello e dall’alto il consenso del Supremo. La Potenza che sta tra l’appello ed il consenso è la Madre divina. Ella sola può infrangere il coperchio, strappare il velo, preparare il vascello e condurre in questo mondo d’oscurità, di menzogna, di dolore e di morte, la verità, la luce, la vita divina e l‘ananda degli immortali. (The Mother)

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

DEMOCRAZIA E RIVOLUZIONE (INTERIORE)

albero della vita

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L’insurrezione violenta è manifestazione fisica di un pensiero. Non è democrazia in sè.

Le ingiustizie e le vessazioni sono le conseguenze di un cattivo ordinamento sociale. E cosi si può definire pure una rivoluzione civile.

Nel pensiero di ognuno dovrebbe dominare la “democrazia” , ma così non essendo, la conseguente azione esteriore è semplicemente logica e naturale espressione di un accordo cruciale – di tutti – mancato: l’ingiustizia,  così come la ribellione.

Il pensiero che mette in essere un vero ordinamento democratico dovrebbe essere vivo  durante tutto il processo di detto ordinamento, non dovrebbe lasciare agli articoli (con forza) di legge e, ai meccanismi, il naturale svolgimento dei compiti, tagliati fuori  – questi ultimi – dal loro spirito originario.

Il capo di stato, così come il dirigente economico, così come il lavoratore, se collegati sempre nella loro azione al pensiero morale in cui si riconoscono, contribuiscono tutti alla vita della “democrazia”.

I “principi” morali, ossia la limpidezza e la vita originaria degli uomini, sono quelli da preservare, e non la loro astrazione, dialettizzazione o demagogia conseguenti, perchè è a causa di queste ultime che gli uomini divengono prigionieri.

La prigionia è quella che si estrinseca attualmente nelle ingiustizie e nelle vessazioni, sia del povero che del ricco e del potente, quest’ ultimo ingannato da se stesso – più del povero debole e della vittima storica -, perchè fedele alla passione per le manifestazioni visibili, ritenute queste oggetti e quindi prive di vita interiore, ma non per questo incapaci di dominare chiunque abbia dimenticato per strada il proprio spirito originario.

Lo spirito originario è messo in condizione di non influire nel processo democratico ed economico.

Il denaro ritenuto mezzo sicuro di potere oggi indica le soluzioni sia al tiranno che allo schiavo.

Ma veramente schiavi sono il pensiero, la cultura, lo spirito dell’uomo.

Se questi invece potessero liberamente essere curati, senza commistione di interessi economici e politici, avverrebbe la nascita e la formazione di uomini liberi, forti e liberi di formarsi secondo la loro aspirazione originaria: l’aspirazione originaria è quell’archetipo che vuole l’uomo “superiore” e più completo rispetto al regno minerale, vegetale ed animale, non debole e suscettibile di essere manovrato e strumentalizzato, di essere asservito alla natura cieca e ai suoi sensi; avverrebbe la nascita dell’uomo vero, quello che ritiene sacro lo spirito di ognuno, sacro e libero di esprimersi in azioni veramente morali: senza escludere nessuno.

Utopia vera ed astrazione è il pensiero automatico ordinario che vede i fenomeni esteriori suscettibili di essere da quello ordinati:  in realtà si mette in essere un asservimento al solo lato materiale della vita. Il materialismo è la vera astrazione, la vera utopia.

L’uomo dovrebbe mettersi a guardia e preservazione del vivere del suo spirito e non del profitto e del denaro. Non ottemperando a quella che è la sua vera Natura egli non fa altro che assicurare la vita eterna al suo Prometeo, alle sue rivoluzioni e alle sue guerre.

Siamo tutti responsabili.

Siamo tutti urgentemente e drammaticamente chiamati ad un compito radicale che non è semplice ed animalesca vita di branco unicamente finalizzata alla natura istintiva.

Se l’uomo si dedicasse ogni giorno anche a restituire la vita al suo pensare, a curare la vita del suo pensare  che è “invisibile”, restituirebbe a sua volta la vita alla materia visibile, che non è da rigettare o da possedere, bensì da reintegrare della sua forza, della sua volontà ora perduta; materia da reintegrare di pensiero “vivo”, ora disanimato: l’uomo otterebbe che la natura, e ciò che egli ha creato, non si rivolterebbero più contro di lui, perchè avrebbero ritrovato il loro Signore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

CONCENTRAZIONE E MEDITAZIONE (di F. De Pascale)

Ho sempre pensato – in maniera oltremodo estremista – che la concentrazione sia una “tecnica”, e che la meditazione sia invece un’ “arte”.

Ciò implica che la concentrazione sia essenzialmente un’operazione della volontà nella corrente del pensare, ed essa deve essere attuata con precisione scientifica, eseguita con modalità esatte, con energia, senza verun sentimentalismo, addirittura brutalmente quando necessario.

La meditazione è, al contrario, un’operazione interiore più “delicata”, implicante uno stato interiore di “degnità” interiore. Tale “degnità” non è richiesta come prerequisito della concentrazione: semmai ne è indiretto e prezioso risultato. La concentrazione richiede coraggio, energica volontà, salda risoluzione, e infinita tenacia. Perciò la concentrazione è una operazione attuabile da ogni tipo umano, anche il più “indegno”, se costui ha ferma volontà di una radicale trasformazione interiore.

La fase iniziale della concentrazione è decisamente brutale: è l’azione dell’Io come ego, che giunge ad essere così potente da attuare il volitivo annientamento della forma “ego” dell’Io: non la si può attuare senza volontà risoluta e crescente energia. Se tale sforzo interiore non viene pavidamente evitato, se non ci si risparmia, se si dà veramente tutto di noi stessi, allora la fase successiva della concentrazione si attua come atto di una volontà più sottile, più “delicata”, e in questo più affine alla meditazione.

La meditazione in quanto “arte” è un’operazione spiritualmente più “esigente”, in quanto già presuppone il conseguimento di un almeno minimo dominio del pensare, che normalmente è frutto di una intensa e prolungata disciplina della concentrazione. La meditazione si alimenta di un’energica disciplina della concentrazione. Essendo un’operazione spirituale essenzialmente non egoica, la meditazione presuppone che con l’ego si siano già fatti risolutamente i conti nella concentrazione: sino ad arrivare ogni volta sempre più al dissolvimento della forma egoica dell’Io. Questo dissolvimento dell’ego va attuato senza sconti, senza attenuazioni, senza misericordia: oggi soltanto la Via del Pensiero, come Via dello Spirito OLTRE e MALGRADO l’anima, dà concretamente questa possibilità. Non è affatto sano e consigliabile farsi troppe illusioni che attraverso le comode “vie dell’anima” si possa giungere a un dissolvimento dell’ego, e ad un’autentica azione spirituale, indipendente dal coinvolgimento nei melmosi e oscuri meandri dell’anima ferreamente legata alla natura corporea.

Il consiglio di Massimo Scaligero di una non contiguità tra la concentrazione e la meditazione, secondo la mia esperienza di sperimentalista selvaggio, è motivato dall’esigenza che sia nella concentrazione che nella meditazione l’asceta deve tendere a dare tutto se stesso, impegnandosi senza residui con tutta la sua volontà, sino al superamento del limite personale.

La concentrazione che deve essere tenuta temporalmente distinta dalla meditazione, è quella che intensificandosi diviene concentrazione profonda ed infine contemplazione ed esperienza della pura forza-pensiero vuota di pensieri. In quanto tale, la concentrazione profonda è essa stessa “meditazione”. Meditazione e concentrazione hanno lo stesso scopo: divenire esperienza della forza fulgurea del cosmico pensare pre-individuale, che si fa individuale in noi nella contemplazione meditativa e concentrativa, senza tuttavia cessare di fluire in noi nella sua purezza sovraindividuale.

Tuttavia, per esperienza personale, un breve esercizio di concentrazione può essere efficacemente introduttivo alla meditazione profonda: Una breve concentrazione può disperdere il “fatuo accendersi dei pensieri”, riducendoli al silenzio ed instaurando quel clima interiore che è necessario all’attuarsi della meditazione. Essendo quella del meditare una “arte” sottile e spirituale, pur dovendo essere sempre estremamente rigorosi, non si può essere in essa legnosamente rigidi seguendo ottuse regolette filistee. E Massimo Scaligero consigliava pratiche diverse a persone diverse, a seconda della reale esigenza interiore ogni volta riscontrata. Questo non significa affatto che nel meditare si possa fare come più aggrada, ossia quel che compiace ogni volta all’ego. Anche un savio medico darà farmaci diversi a pazienti diversi, e ciò ovviamente non autorizza un paziente ad assumere a suo libito i farmaci più diversi: gli effetti sarebbero sicuramente disastrosi.

L’arte della meditazione si alimenta della concentrazione e dello studio rituale della Via del Pensiero, altrimenti facilmente può prendere ambigui “sentieri laterali”. La Concentrazione – parola di Massimo Scaligero – perseguita con coraggio, tenacia, fedeltà e volontà consacrata, da sola, può portare all’Iniziazione. La meditazione, senza la Concentrazione, porta facilmente alla follia.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SE GUARDA LO SPIRITO… (di M.Scaligero)

 

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Se guarda lo spirito, se guarda l’Io, l’uomo è portato a sentire un centro di sé, una unità originaria. Non così se guarda il suo essere corporeo, la vita dell’anima e il rapporto con il mondo materiale. Egli sente allora l’essere originario diviso, frantumato: il rifrangersi della luce da innumerevoli forme.

In lui tuttavia la frantumazione tende a ricostituire la unità. Egli giunge a conoscere nell’intimo di sè la forza che porterà a compimento l’unità.

L’universo è contratto nella forma umana. La vita dei pianeti diviene attività ritmica del corpo eterico: le forze delle stelle fisse dello zodiaco si traducono nella vita dei sensi e dei nervi, mediante cui si manifesta il pensiero. La potenza del sole è recata dal cuore e sostiene la forma dell’uomo. Tutto è il ritmo della luce, o l’armonia delle stelle, che tende a ricostituirsi nell’uomo: sorgendo come pensiero.

Il sole è il vuoto del vuoto. È l’occhio dell’universo: in tal senso è il centro d’irraggiamento della luce: il centro in cui converge da remote profondità la luce creatrice: per irradiarsi. Il cuore è nell’uomo la sua presenza: da cui la luce risorge come tessuto delle pure idee: che l’uomo attinge e crea in quanto sia libero, sia un Io.

In realtà l’uomo è la meta dell’universo. Egli è offerto all’opera dell’universo, perchè l’Io si esprima, e nell’esprimersi attui la libertà: faccia revivere del lievito della terra l’universo.

da “L’Imaginazione creatrice”.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

PIO FILIPPANI RONCONI (di Cibon)

File:Pio Filippani Ronconi in Waffen-SS uniform.jpg

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Guerriero nello Spirito, viaggiatore instancabile di mondi antichi e futuri questo e molto altro è stato Pio Filippani Ronconi, un uomo che ha saputo rivivere in sé tutta la Tradizione Perenne ripercorrendo e dignificando il passato per approdare pienamente nell’Antroposofia che conobbe profondamente grazie a Massimo Scaligero.

Non starò qui a scrivere la sua biografia, si possono trovare moltissime testimonianze sulla rete virtuale.

Egli fu un Figlio di Manu che combatté prima di tutto per esprimere massimamente la sua natura. Fuggire dal conflitto, sia terreno che spirituale, lo avrebbe allontanato da sé stesso: la lotta, la battaglia è parte integrante dell’uomo e Pio era pienamente Umano.

Ciononostante, nel contemporaneo mondo antroposofico pochi lo conoscono giacché il suo modo di porsi nei confronti della Scienza dello Spirito non era canonico, anzi! La sua era prima di tutto una vita di asceta-guerriero, fu un moderno Kshatriya e allo stesso tempo brahamana, anzi, per essere più precisi, si potrebbe dire che fu un vivente esempio di completa triarticolazione, di completa esaltazione del Pensiero, del Sentire e del Volere.
Ed è proprio l’ascesi del pensiero che lo riconnette a quella sottile linea che da Steiner si trasmise a Colazza, per poi passare a Scaligero e approdare in forma essotericamente mutata proprio in Pio.

A tal proposito, scrive nella prefazione de “La Luce” del suo mentore Massimo:

“Il tema fondamentale dell’opera, attorno a cui si ordinano i suoi dodici capitoli, è quello dell’essenza intuitiva del pensare, in cui opera il principio della Luce, che è idea. L’uomo si serve della Luce, con cui guarda il suo riflettersi nella tenebra, che gli appare come mondo oggettivo, ma non la possiede né si accorge che fuori di sé è la Luce, o Lógos, a dominare la tenebra, conferendo significato al mondo delle forme che da questa emergono. La conoscenza, quindi, è un ritrovarsi dell’uomo nel cuore della tenebra, ricongiungendosi alla Luce che su di essa domina. Come il Figlio nasce dalla Vergine, così il linguaggio – prolungamento del Verbo di qua dalla soglia umana – nasce dall’Anima del Mondo ed anche nelle sue forme minime è pur sempre una risonanza della Parola cosmica.” (La Luce, Massimo Scaligero, Edilibri)

Il linguaggio nasce dall’Anima del Mondo! Pio era un vero conoscitore del linguaggio, si dice addirittura che padroneggiasse 40 lingue differenti! Che sia vero o meno, in ogni caso ci si trova di fronte ad un vero e proprio siddhi, un dono dello Spirito che caratterizzò profondamente Filippani Ronconi. Egli fu dunque legittimo figlio dell’Anima del Mondo, capace di dare pienamente vita a quella Tradizione Perenne di cui spesso si discute molto, ma che effettivamente è praticata da pochi.

Questo e molto altro fu Pio Filippani Ronconi.

 

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

LO SHI-KIAI (di F. Giovi)

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Dell’alchimia estremo-orientale uno di filoni antichissimi e maggiormente suggestivi è quello conosciuto come “la soluzione del cadavere e della spada”.

Conosciuto? Mica tanto.

Le prime notizie, in Occidente, apparvero nella trama di un romanzo occulto dello scrittore ceco Gustav Meyrink: Der weisse Domenikaner, pubblicato nel 1921 a Vienna per le Ed. Rikola.

E i dissensi sollevati nei circoli misterici e di settore non furono minori del grande interesse sollecitato dal romanzo. Reso ancora maggiore dall’introduzione dell’autore che, per la prima e unica volta, osserva che, forse, il testo non è completamente suo: … Alla fine, non mi è restato che lasciar fare all’influenza che aveva dato a sé stessa il nome di Cristoforo Colombaia, di prestarle, per così dire, la mano e la penna a che potesse scrivere, cancellando dal libro quanto era nato dalla mia iniziativa personale”.

Dottrine che, negli anni ’20 erano sconosciute ai compilatori della famosa Enciclopedia Britannica e ai dotti critici che, anzi, dubitarono della reale esistenza di simili e curiose suggestioni.

Queste dottrine si basavano sulla credenza che esistettero e furono praticati in Oriente strani metodi di sviluppo mistico, per opera dei quali sarebbe stato possibile liberare lo spirito dal corpo, sia per mezzo della “dissoluzione del cadavere, sia mediante una misteriosa e mistica “spada”.

Poi, una prima traduzione di trattati cinesi ad opera del prof. Pfizmaier dell’Accademia di Vienna, permise al Mead, direttore della rinomata rivista Quest, di pubblicare alcuni esempi di questi metodi, assai differenti rispetto ai celebrati sistemi dello Yoga.
Trattasi di un genere di alchimia interiore che fa capo a due principali trasformazioni.

Nell’una, detta Shi-Kiai, l’operatore raggiunge una condizione in cui riesce a dissolvere completamente il corpo sensibile, rendendosi invisibile e elevandosi al grado di adepto immortale. In casi di imperfetto conseguimento perde soltanto la ponderabilità pur continuando a mantenere l’apparenza di persona comune.

Nell’altra trasformazione, chiamata Kien-Kiai, lo scomparso lascia al posto del proprio corpo una spada e, a volte, un coltello o un bastone o qualche indumento.

Entrambe le vie sono segrete e appartengono alla via (tao) alchemica.

Trascrivo alcuni esempi:

Tung Tshung Ki nacque a Hoai-nan. Nella sua gioventù fece uso dell’Aria e raffinò la sua Forma. A cento anni non era invecchiato. Ingiustamente accusato fu messo in prigione. Dissolse il suo corpo e disparve come un Immortale.

Il Principe del purpureo yang comunicò la via di dissolversi con la Spada che proviene dalla fortezza d’occidente. Colui che pratica questo metodo e tiene appesa la Spada divina per sette anni, insieme ai suggelli credenziali del Libro Rosso, si dissolve, si trasmuta e sparisce. Se si propone per compito il puro volo spirituale della prima aurora ricurva, acquista istantaneamente il potere di nascondersi e trasmutarsi.

Altri interessanti scritti si trovano nell’introduzione di J. Evola alla traduzione italiana del Domenicano Bianco del 1944 (Bocca Editore, Milano).

A far luce su questa complicata strada di meditazione e alchimia sono risultati fondamentali i sapienti lavori di Lu K’uan Yu (Charles Luk), tradotti anche in italiano dall’editore Ubaldini. In particolare, del medesimo autore, Lo Yoga del Tao (Ed. Mediterranee). Per i basilari principi dell’Opera, vale lo studio chiarificatore di K. Durckheim, intitolata Hara- Il centro vitale dell’uomo secondo lo zen (Ed. Mediterranee).

Il senso della precaria solidità del corpo fisico perdura come una memoria collettiva anche nell’Oriente moderno. I bei film cinesi (come, per es. La tigre e il dragone) di fantasia, con o senza riferimenti storici, mostrano di continuo la capacità di una leggerezza che supera la gravità sensibile e, in genere la capacità di trapassare la densità della materia. A Hong Kong è meta di devoti un contenitore trasparente che contiene il corpo di un sant’uomo senza i segni della corruzione.

Per una integrazione rettificatrice in relazione alla condizione occulto-esistenziale dell’uomo dei tempi nostri, rimando al II capitolo della Via della Volontà Solare di Massimo Scaligero, che tratta, come già svela il titolo, il profondo contenuto che separa la natura di una antica immortalità da quanto urge nell’uomo contemporaneo come potenza di Resurrezione: tra la virtù dello Shi-kiai e il germe della forza solare immesso nell’uomo con il sacrificio del Golgotha.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

GIORDANO BRUNO: L’UOMO È EMANATO DALL’UNO (di F. De Pascale)

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Giordano Bruno non è solo colui che infranse una immagine del mondo che gli umani, adagiati sull’abitudine, avevano in campo astronomico. Giordano Bruno fu anche un asceta del pensiero che cercò – e secondo me pure raggiunse – l’unione con l’Anima del Mondo. Il suo neoplatonismo magico lo portò a ricercare nell’Ermetismo classico le vie dell’esperienza spirituale e dell’Iniziazione ad una vita spirituale superiore all’ignoranza e alla labilità umana. 

Quel che i rappresentanti della Potenza Straniera d’Oltretevere, i “predicatori di ciance” come li chiamava Dante, che ancora occupano illegittimamente il suolo della Terra d’Ausonia, non possono tollerare è che l’essere umano con il suo coraggio di conoscere, con i suoi propri sforzi e la consacrazione della sua volontà, possa giungere a superare la cecità spirituale umana e ad innalzarsi all’esperienza spirituale diretta. Come diceva anni fa il Cardinal Ratzinger: “E noi, la Chiesa, cosa ci stiamo a fare?!”. Giusto, voi preti che cosa ci state a fare? 

Il loro terrore è di perdere tutti i clienti! Né più né meno che i politici italiani e non solo italiani. La Chiesa Cattolica da sempre ha come suo precipuo scopo – e questo lo dice Rudolf Steiner – prima l’anestesia e poi la distruzione dell’anima cosciente dell’uomo. 

L’essere umano – e su questo l’allora Cardinal Ratzinger fu quantaltri mai chiarissimo – è composto di corpo e anima soltanto, e non anche di spirito, perché lo spirito gli viene somministrato dalla mediazione liturgica della Chiesa, che la esercita attraverso i sacramenti, dei quali pretende il monopolio. Ossia, la costituzione occulta dell’uomo – secondo lui – è corpo, anima e Chiesa, non corpo, anima e spirito. E questo perché – secondo i predicatori di ciance che abitano di là dal Tevere – l’uomo è creato – a suo libito e senza un perché – dal nulla da un Creatore, che in qualsiasi momento lo può – libito licito – distruggerlo, ed una cosa è buona sol perché Dio la vuole, e non Dio la vuole proprio perché buona. 

Mentre per Giordano Bruno – ed anche per Rudolf Steiner che a Giordano Bruno dedicò la prima stesura del libro Teosofia – l’uomo è emanato dall’Uno, e non creato dal nulla, e poiché dall’Uno è stato emanato, ancorché caduto in un immemore stato di abiezione, pure all’Uno, liberamente e coscientemente, egli può nuovamente innalzarsi ed unirsi, ripercorrendo i gradini della discesa nella frantumazione dionisiaca della molteplicità apparente e nell’illusione sensibile e materiale. Nelle profondità di sé l’uomo ha un fuoco, che cova sotto la cenere che lo ricopre ma non lo spegne, e questo fuoco egli può, coscientemente, liberamente, con le sue stesse forze, far nuovamente divampare a fiamma, se sol conosce l’Arte di nutrirlo e di rianimarlo. Quell’Arte che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno mirabilmente insegnato con la Via del Pensiero, con la Via della Iniziazione. 

Ma a cotal spirituale fuoco i predicatori di ciance d’Oltretevere hanno preferito il fuoco che distrusse la Biblioteca di Alessandria ove insegnava la nostra Ipazia, il fuoco che distrusse la sede dei Misteri – il Telesterion – ad Eleusi, il fuoco dei roghi, il fuoco che distrusse il primo Goetheanum – perché è verissimo e certissimo che furono loro ad incendiarlo, dopo avere arrogantemente annunciato sui giornali basilesi che l’avrebbero fatto, ed altresì organizzato una riunione “operativa” alla Taverna Ochsen di Arlesheim, la sera prima dell’appicamento, nel quale arse pure l’incendiario esecutore da loro incaricato in quella sciagurata riunione – ed anche il fuoco di rivoltelle adoprate nel tentativo di sopprimere nell’Italia degli Anni Venti del passato secolo alcune voci dell’esoterismo italiano. 

Il tutto perché loro ritengono di essere creati dal nulla per l’imperscrutabile volontà di un Dio ridotto all’assurdo. Ho avuto modo di dire celiando – sed quis vetat ridendo dicere verum?: non è forse possibile dir la verità, sia pur con umorismo? – che sarebbe auspicabile che i creati dal nulla non si occupassero delle cose degli emanati dall’Uno, e li lasciassero in pace. Ma si sa – al di là del diolciastro e ‘caritatevole’ buonismo cristiano – la politica e la strategia della Chiesa Cattolica nei confronti dell’esoterismo e delle comunità spirituali autonome, possono riassumersi in queste poche parole: “Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi, e ve la neghiamo in nome dei nostri principi”. Semplice, nella sua cinica perfidia, no?! Alla bisogna, poi, ritorna ai “vecchi” sistemi violenti, come nel Messico degli anni venti del Novecento, ove tramite i “Cristeros”, i “Guerriglieri di Cristo Re” si assassinavano spregiudicatamente gli avversari politici ed ideologici, pratica in uso anche nella penisola iberica. Le mie simpatie – ça va sans dire – vanno tutte al Presidente Calisto Plutarco Calles che con energia giacobina librò il Messico per un tempo di quella mala genìa!

Quella di Giordano Bruno fu la voce di chi ebbe il coraggio di conoscere, di indicare a chi voleva conoscere la Via della Reintegrazione nell’Uno attraverso la platonica Estasi Filosofica, la quale portata alla sua estrema istanza sfoci nella Via del Pensiero e nella Concentrazione. Vogliamo ricordare – e raccomandare – questi pensieri a coloro che, ingenuamente e in buonissima fede – confidano nelle “tenerezze” che molti catto-esoteristi – anche sul Colle del Gianicolo – hanno per la Potenza Straniera d’Oltretevere, e le cui “quinte colonne” sulla “rete” inquinano babelicamente a più non posso il panorama spirituale. Ma verrà un giorno il Veltro che la farà morir di doglia!

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

SIRIO-ISIDE-SOPHIA (di Savitri)

Stella dell’anima mia

che al tramonto

m’annunci la notte oscura,

quando non ti vedrò piú

ed il crogiuolo della nostalgia

modellerà il mio cuore per eoni 

in attesa ad accogliere il Tuo Figlio.

 

Quando Io sarò Uomo

Tu risorgerai al mattino

per annunciare del Fiume Sacro

la fecondazione della Nuova Terra.

Ed Io Ti riavrò accanto

mia Luce un tempo esiliata,

Iside dolorosa.

 

Dal mio cuore sterile non piú solo,

con Pensiero Immacolato

Ti concepirò di nuovo:

in un respiro

pronuncerò il Tuo nome,

Suono risplendente

in tenue calda fiamma,

per sempre,

mia Stella del Mattino,

per sempre,

mia Sophia.

(S. S.)

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ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA CONDIZIONE UMANA È SUPREMA (di F. De Pascale)

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“IN QUESTO CORPO ALTO SEI PIEDI, DOTATO DI PERCEZIONE E DI CONOSCENZA, È CONTENUTO IL MONDO, L’ORIGINE DEL MONDO, LA FINE DEL MONDO, E COSI’ PURE IL SENTIERO CHE CONDUCE ALLA FINE DEL MONDO”.

Gautama Buddha. Anguttara Nikaya, IV, 45.

La condizione umana – per quanto attualmente sciagurata e miserevole – è suprema, al punto che viene dichiarato esplicitamente essere “l’UOMO la mèta degli Dèi”. E questo perché solo l’essere umano – e non gli Dèi – fa l’esperienza della morte. Solo l’essere umano – e non gli Dèi – rinchiuso in questo “soma-sema”, o “corpo-prigione”, o “corpo-tomba”, può realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore. Gli stessi Dèi anelano a tale suprema realizzazione, della quale NON sono capaci. Anzi Essi attendono – con struggente nostalgia – che l’UOMO realizzi coraggiosamente Autocoscienza, Libertà e Amore. Gli Dèi attendono tale realizzazione dall’UOMO, realizzazione che l’essere umano NON può ottenere dagli Dèi. Massimo Scaligero arriva a scrivere – ed è una severa ammonizione, che le “anime belle” farebbero bene a ben meditare – che “delude gli Dèi, l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi”!

L’essere umano – e in particolare il praticante interiore – dovrebbe ringraziare ogni giorno al suo risveglio il Cielo, i Numi, e il Destino, per il dono di quel corpo fisico che gli permette l’esperienza della percezione sensibile, del pensare cosciente e della volontà libera. Conducendo audacemente nell’Ascesi alla loro ultima istanza queste tre possibilità donate dall’incarnazione nel corpo fisico, esse trasfigurano e trasmutano nell’esperienza della “percezione pura”, del “pensiero libero dai sensi”, della “volontà solare”. E queste tre pratiche interiori si fondono – tutte e tre – nel dono mirabile della Via del Pensiero, ossia nella Concentrazione, l’esercizio a sé sufficiente, perché in sé ha tutto in un solo atto in atto: percezione, coscienza pensante, e volontà!

Il corpo è il punto di partenza, in quanto è inevitabile partire dalla sola coscienza che abbiamo a libera disposizione: la coscienza di veglia, mediata dal sistema nervoso. L’ascesi libera il moto volitivo del pensare dalla mediazione somatica, in quanto nella Concentrazione il moto cosciente del pensare diviene solo supporto e unica mediazione a se stesso.

Il corpo diventerà altresì punto d’arrivo, in quanto l’esperienza spirituale estracorporea ha la fulgurea potenza di trasformare – CONOSCENDOLA – la corporeità da ottusa alterità in arto cosciente dello Spirito, restituendola al suo essere immortale originario. Ossia, come affermavano Gerard Dorn e Robert Fludd: “Transmutatemini in viventes lapides philosophicos”, “trasmutatevi in viventi pietre filosofali”.

Unica Via per la realizzazione dell’autentico Uomo Interiore, dell’Uomo Spirito, è la Via del Pensiero, la Concentrazione: la Via del concreto annientamento di ogni egoismo.

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SCIENZA DELLO SPIRITO,

L’ARCHETIPO-GIUGNO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ASPETTI DELETERI DI UN FALSO SPIRITUALISMO (di M. Scaligero)

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Già in altra occasione ci è stato possibile porre in rilievo qualche forma di un ambiguo spiritualismo, che, assumendo gli aspetti e l’apparente dignità dell’autentica tradizione dello Spirito, riguarda invece l’esperienza risultante dalla sommersione dell’Io in un piano inferiore a quello della normale coscienza di veglia, che pretenderebbe invece di trascendere.

I motivi di questo equivoco animismo sono già stati esaminati con chiarezza critica da studiosi come Julius Evola, in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, e Réné Guénon, in L’erreur spirite. Ma a noi sembra interessante rilevare un aspetto nuovo e oggi diffuso di tale falso misticismo, in quanto si riconnette sia con quello smorzamento e con quella riduzione della coscienza che sono richiesti quali condizioni propizie per la diffusione di morbide suggestioni collettive, sia con lo sprofondamento insensibile di questi misticheggianti in una sorta di universalismo amorfo, indifferenziato (che nulla ha di comune con il principio della autentica universalità spirituale, la cui ipostasi consiste specialmente nel rapporto gerarchico di diversi valori).

Occorre premettere che, in questi pseudo-spiritualisti, la iniziale buona fede si accompagna con la fanatica decisione di servire un ideale non comune e con lo sforzo per conseguire un punto di vista fuori dell’ordinario, dogmatico, vero una volta per tutte. Da qui deriva il senso di un assolutismo ideale che è in effetto cristallizzazione di un abnorme atteggiamento psichico, definitivamente ritenuto il centro focale della verità, cui è relativa una persuasione di infallibilità, onde anche uomini di discreta levatura mentale, illudendosi di dinamizzare la psiche, divengono passivi strumenti di forze indefinibili appartenenti a un piano che, per essi, è quello metafisico e divino, mentre in realtà è il piano della sub-coscienza o di quella che in linguaggio psicologico si chiama “coscienza sognante”.

Tale assoluta certezza si forma in quella zona della psiche in cui comunemente per gli uomini nasce e si alimenta la fede, ossia l’apertura della personalità a una verità razionalmente non giustificabile. Su questo piano è presente una duplice possibilità: quella di cogliere, grazie ad una sublimazione della coscienza, ossia per virtú di uno “stato di veglia” superiore, l’essenza del vero spirituale e di stabilire verso l’alto un contatto con esso; e quella di aprirsi passivamente, per un inadeguato sviluppo della coscienza, a quelle forze del piano vitale e subconscio che automaticamente tendono a ridurre alla loro contingenza e alla loro cieca mobilità l’Io dell’uomo. In questo ultimo caso, è data allo sperimentatore semi-cosciente anche la possibilità di una percezione e di una visione extra-sensibile che altro non è se non la proiezione di aspirazioni e impulsi dell’Io su questo “mezzo” mobile e sottile, su questo elemento vitale e sub-conscio che si lascia facilmente improntare di parvenze e immagini riproducenti sotto forma simbolica aspetti della piú segreta individualità. Si è in pieno visionarismo soggettivo, con illusione di essere invece penetrati nel piano di una nuova certezza, di una realtà obiettiva superiore a quella normale: d’altro canto, un senso sottile di orgoglio, relativo a quella inadeguatezza o insufficienza della coscienza, cui sopra si accenna, sviluppandosi in seguito a tale esperienza extra-sensibile, rende difficilissima la possibilità di comprensione dell’errore da parte di costoro, e d’altra parte li rende succubi di forze che in se stesse hanno valore distruttivo ma al tempo stesso rispondono all’occulto impulso di ogni mito eversivo, di ogni idea confusamente ugualitaria, di ogni “egoismo mistico”.

L’ambiguità di tale esperienza psichica consiste nell’essere fondata su una tecnica meramente “medianica”, la quale rappresenta l’unico valore fenomenologicamente obiettivo – e perciò anche scientificamente accettabile – nonostante il falso aspetto di una rivelazione giungente dall’Alto. Coloro che prendono parte ad essa, mentre dovrebbero essere gli sperimentatori freddi e distaccati, sono invece presi nell’ingranaggio dell’esperienza e coinvolti in una morbida vicenda psichica. Non si tratta, infatti, della comune seduta spiritica, ma di una esperienza spiritica “nobilitata”, in quanto la persona che funge da medium diviene il “maestro”: coloro che ascoltano, pretendono che attraverso l’individuo medianico parli, in certi speciali momenti, lo spirito di un santo, o un Arcangelo, o lo stesso Divino. Naturalmente, nonostante che a un’esperienza di tale tipo venga sovente dato il grave nome di ultra-fania, si tratta sempre di una variazione del volgare fenomeno medianico: pur tuttavia i “discepoli” del presunto “maestro” tengono particolarmente ad affermare che non si tratta del solito fenomeno medianico ma di una vera e propria manifestazione del Divino.

Il confusionismo psichico e culturale in cui cadono tali individui giunge al punto di voler far derivare il complesso delle loro pseudo-dottrine esoteriche dal tronco delle antiche tradizioni metafisiche, quali la egizia, la vedica, la iranica, la ellenica, di cui esso non sarebbe che la nuova espressione nell’epoca attuale. Nulla di piú falso. Esiste una Tradizione spirituale che si svolge come controparte metafisica della storia e si ritrova, in una sorta di perenne identità, dietro la vicenda esteriore delle grandi civiltà e nell’opera dei grandi costruttori d’Imperi, dal ciclo vedico a quello indo-europeo ed ario-romano, sino al Medio Evo cattolico, al Sacro Romano Impero e all’ordine virile della società feudale e cavalleresca. Essa si svolge peraltro, culturalmente, lungo una “via regale” le cui pietre miliari sono rappresentate da personalità come Tommaso d’Aquino, Dante, Pico della Mirandola, G.B. Vico, Goethe.

Questo autentico spiritualismo si esprime sostanzialmente come ricerca, identificazione e realizzazione positiva di un tipo di morale il cui valore assoluto derivi da una conoscenza di carattere trascendente: il piano metafisico viene conosciuto attraverso l’elevazione della coscienza di veglia a una forma di coscienza piú chiara e piú vasta, che è quella stessa che viene sperimentata dai grandi mistici, dai piú alti pensatori, dai creatori, dai capi, da tutti coloro che possono condurre l’umanità, in quanto il loro sguardo può spaziare oltre i consueti limiti. Si tratta del conseguimento di un vero e proprio stato di “piú-che-veglia”, o di “super-coscienza”, che è altresí condizione essenziale per una morale superiore: morale che è, in sostanza, nella sua piena sensibilizzazione, una virtú preziosa che, applicata alla società, instaura la gerarchia spirituale. Dante e Goethe hanno sentito eccezionalmente questa verità.

Oggi, allato al retaggio immanifesto di questo spiritualismo regale, fondato su una sublimazione dell’autocoscienza, esistono deviazioni dovute alla illusione che sia sufficiente staccarsi dalle basi della coscienza ordinaria per poter attingere le verità spirituali, onde, una volta lasciate tali basi (il cui pieno possesso è già segno di un normale equilibrio interiore), senza un’adeguata conoscenza e senza un’opportuna chiarezza mentale, si precipita nel mondo sub-individuale e sub-cosciente, in un’avventura equivoca nel mondo dell’allucinazione, del delirio ossessivo e della megalomania. In questo piano la coscienza dell’individuo si smorza e non ha piú la possibilità di discernere il “fantasma” dalla verità spirituale.

Da un esame attento, abbiamo potuto riconoscere in tale fenomeno l’azione di oscure forze tendenti a degradare la coscienza dell’individuo, dandogli l’illusione della elevazione in un mondo superiore, e a renderlo strumento di idee ugualitarie, messianiche, pseudo-universalistiche. Il morbido animismo diventa qui il tramite di una vera e propria infestazione della coscienza che propizia, oltre alle anomalie psichiche, anche un atteggiamento morale e culturale confusionistico, a base di profezie e di interpretazioni cervellotiche e fatalistiche d’ogni avvenimento. I discepoli che ascoltano il verbo della medium scrivente o parlante, ritenendo di essere in contatto con il “maestro”, fanno cosí inconsapevolmente il gioco di sottili forze che certamente nulla hanno di comune con le forze pure dello spirito risvegliabili soltanto attraverso la virile ascesi, il sacro e cosciente eroismo, la rigida disciplina interiore applicata alla lotta quotidiana.

Ora, il maestro ultrafano potrebbe rappresentare un interessante soggetto per l’indagine psicologica o psichiatrica, ma il male è che intorno ad esso si raccolgono e si formano questi “discepoli” i quali, mancando di un’autentica cultura esoterica e di un’adeguata capacità critica, mentre credono in buona fede di elevarsi spiritualmente al disopra della massa degli uomini, vengono invece condotti lungo le vie di un calmo e sistematico delirio monomaniaco.

Acquisita la certezza di essere stati eletti dalle potenze superne per una missione eccezionale su questa terra, i discepoli a loro volta assumono il tono di piccoli maestri, interpretando autorevolmente cose e fatti, riferendo il significato di ogni evento all’azione occulta del “maestro”, dando consigli alquanto enigmatici, usando un linguaggio di sapore leggermente apocalittico-messianico, secondo i casi e cum grano salis. Al tempo stesso il “maestro”, aumentando il numero dei suoi succubi, acquisisce sempre maggiore autorità e, in obbedienza al gioco di una logica extra-individuale, realizza la tecnica di ipnotizzare, senza averne l’aria, il centro dell’auto-coscienza personale, attraverso un metodo apparentemente dimostrativo che soddisfa l’Io del discepolo, prevenendone ogni iniziativa. Il lavorío sottile si intensifica attraverso una serie di affermazioni categoriche e profetiche, che finisce con l’abolire in ciascun individuo la libertà di giudizio, lo sviluppo della coscienza autocritica, lasciando tuttavia l’illusione di una libertà che è sostanzialmente perduta.

Nel prendere poi le mosse per realizzare i princípi dettati dal “maestro”, il discepolo agisce con una illusione di libero arbitrio non diversa da quella di coloro che, subendo una suggestione post-ipnotica, giustificano in forma rigorosamente razionale la loro corrispondente azione, tendendo a conferirle un carattere effettivo di libertà e di autocoscienza.

Una volta adagiata la coscienza su questo complesso illusorio, tutta la immaginazione del succube si dedica alla sistematizzazione razionale della pseudo-verità accettata: perciò vengono chiamate a raccolta anche le migliori possibilità della logica formale. Immaginazione e logica formale hanno da quel momento il compito di organizzare in un preciso sistema la rivelazione del “maestro”: si trova perciò la maniera di riconoscere sempre confermate dalla realtà le previsioni di esso, anche quando accade perfettamente il contrario di quanto aveva previsto. Ciò spiega perché ben spesso è constatabile come anche individui dotati di una normale cultura e di un apparente senso critico, cadano nel succubato ultra-fanico o spiritualistico.

Altro effetto degno di menzione è l’acquisizione di un senso di missione nel mondo e tra gli uomini, che – secondo questi semi-coscienti – dai piú non viene compresa, ma che dovrà tuttavia essere svolta anche a costo del sacrificio. Si tratta di una vera e propria autofilia, o narcisismo, o amore di sé, caratterizzata da una sopravvalutazione delle proprie doti mentali, culturali e morali, e corrispondente a quello che in psichiatria viene chiamato delirio ambizioso. In costoro si manifesta altresí come tendenza soggettiva a considerare tutto soltanto in rapporto a se stessi, senza assolutamente tener conto dell’esistenza degli altri, dei valori e delle opinioni degli altri, nonostante le premesse di comprensione altruistica, di abnegazione e di solidarietà universale. Non esiste alcuna verità fuori di quella da loro conosciuta: tutte le altre correnti, le altre culture sono condannate o svalutate. Cosí, sotto le parvenze dell’universalità, si alimenta il piú oscuro settarismo.

L’atteggiamento autofiliaco sembrerebbe contrastare con la accennata passività di costoro nei riguardi del santone medianico, ma non è che la naturale conseguenza di essa. Infatti, il santone ha potuto far breccia nei loro spiriti, solleticandone abilmente la vanità e l’egoismo, con la suggestione della loro particolare e personale missione nel mondo e con il far credere loro di essere gli eletti nella grande massa degli uomini. Allora si spiega anche perché il delirio autofiliaco, che nei succubi discepoli esisteva probabilmente prima del contatto con il santone astrale, in una forma tuttavia non patologica e che perciò era possibile modificare e anche guarire attraverso una metodica e chiara educazione della coscienza, si sia sviluppato in forma inequivocabile soltanto dopo il contatto con la morbida “entità”.

L’autofilia e il delirio ambizioso si accompagnano, come si è accennato, alla affermazione di un ideale di altruismo e di filantropia sui generis, in quanto viene formulato soltanto in sede teorica e in funzione di una visione settaria della vita, cosí che esso non riesce se non a rendere propizio l’adagiarsi della coscienza in una sorta di grigio indefinibile universalismo dialettico, in cui sono automaticamente aboliti i piú elementari e necessari concetti della vita di relazione.

Riteniamo utile aver dato pochi cenni sugli aspetti di tale deteriore animismo, soprattutto per la relazione che esso presenta con la tragica crisi del mondo presente, quale elemento non trascurabile nello schieramento delle forze dell’“anti-Tradizione”. Se nella Tradizione riconosciamo l’unica forza che può ricondurre l’uomo sulla direzione del sacro, dello spirituale, dell’eterno, grazie alla possibilità di riconquista di una chiara coscienza metafisica e di una conoscenza superiore, mediata da un senso profondo della responsabilità della personalità e da una disciplina catartica, eroica e “solare” – che nulla ha di comune con le morbide avventure spiritistiche, con i visionarismi fallaci, con il sensazionalismo di fenomenucci da salotto e di presuntuosi profetismi – non possiamo non ravvisare in ogni forza che tenda a smorzare la coscienza negli individui, l’azione di quelle potenze che impediscono all’uomo di riprendere coscientemente contatto con l’unica direzione “tradizionale” capace di condurre al superamento dell’attuale crisi: la direzione sacrale ed olimpica.

Il male peggiore che affligge l’umanità moderna è proprio la perdita di tale direzione, dovuta soprattutto ad un unilaterale sviluppo dell’aspetto esteriore-materialistico della personalità che si verifica a detrimento dell’aspetto spirituale-animico. Ne deriva una sorta di debolezza interiore che pone l’uomo alla mercé di ogni suggestione che si presenti sotto forma di soluzione del problema morale o gnoseologico o spirituale: si va cosí dal confusionismo intellettuale-filosofico all’invasamento pseudo-mistico; limiti, questi, entro i quali si può considerare conclusa tutta quella umanità che inconsapevolmente costituisce il fronte dell’anti-Tradizione, ostacolando la riconquista di un autentico ordine universale e gerarchico.

Quell’apertura dell’anima degli individui verso un “vero” extra-umano, che nell’ordine tradizionale dava la possibilità ai Capi di guidare le masse, attraverso la duplice esperienza sacrale ed eroica, lungo una via di ascesa individuale e sociale, oggi, per il distacco dalla direzione tradizionale e per la conseguente perdita di un’autentica conoscenza metafisica, è degenerata in una passiva ricettività rispetto ad ogni idea, ad ogni pseudo-dottrina, ad ogni errore pseudo-animistico. E poiché in tali condizioni non è possibile conseguire il contatto con il piano meta-fisico, con il sopra-umano, con il Divino, occorre riconoscere che il male autentico dell’umanità moderna consiste nell’essere inconsapevolmente manovrata – e ben spesso posseduta e invasata – da forze oscure, arimaniche e luciferiche, eversive e degradanti, capaci anche di dare ad essa l’illusione di un “progresso” e di una “evoluzione spirituale”.

Ma queste correnti dell’“anti-Tradizione”, cosí trionfanti nel mondo moderno, soltanto di fronte a una forza e ad una conoscenza possono venir smascherate ed eliminate: la forza e la conoscenza derivanti dalla Tradizione la quale è essenzialmente Scienza dello Spirito, non inventata o manipolata dai moderni, ma scaturita, alle origini delle piú grandi civiltà, dal contatto che una “razza dello Spirito” realizzò con ciò che nel mortale è immortale, con ciò che nel finito è Infinito.

Anche nel volgersi alla Tradizione, occorre tuttavia guardarsi dal cadere in certo confusionismo culturale, che, facendo ancora una volta il gioco delle forze infere, tenderebbe a far scambiare per “tradizionale” alcune moderne contraffazioni di esso, in cui è possibile incontrare, sotto forma di una eredità di tradizioni “templari” o “rosa-cruciane”, un altro aspetto del falso spiritualismo.

Massimo Scaligero

da «La vita italiana» N. 349, aprile 1942

per gentile concessione de L’Archetipo

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SCIENZA DELLO SPIRITO

APRIRSI FIORE (di A. Onofri)

(IRIS di Marina Sagramora)

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APRIRSI FIORE

L’anima che si spinge verso l’alto
del suo celeste fremito immortale
s’affranca dal suo carcere di smalto,
per aprirsi in un fiore, che trasale,
al raggio d’una grazia
che sola ormai la sazia.

E se non vuol da sé, schiuder se stessa
con l’energia che in lei freme assopita
rimane imprigionata entro la ressa
del sangue, che ne trae la propria vita,
serrandole ogni forza
nella sua propria scorza.

Ma quando volontà d’uomo è risorta
fino ad aprirsi in calici di fiore,
l’anima che gemeva fredda e smorta
sente su lei discendere il fulgore
del suo rinascere sempre
in rinnovate tempre.

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ARTE, ARTURO ONOFRI, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL MORSO DEL DRAGO (di Raul Lovisoni)

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L’opera del ricercatore è far corrispondere ad ogni percezione di cosa, o fatto, il pensiero che ne è l’intimo senso:che non è il consueto pensiero mosso dalla percezione ed esaltante e consacrante il suo valore sensibile, sino a che domini la visione della vita, l’arte la cultura – ravvisabile come falso realismo, la mentita esteriorità che ha bisogno del dolore e della morte per mostrare il suo essere fittizio – […]

La deificazione della cronaca quotidiana, la feticizzazione realistica della banalità fattuale in ogni campo della cultura e dell’arte, l’esaltazione della analitica prosaicità delle cose, sono tutto fuorchè la realtà che esse pretendono far valere.

Massimo Scaligero, LA LUCE ed.Tilopa, Roma, pag.45

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Vi sono persone che sentono il morso del drago, che non possono fare a meno della ricerca interiore, che non possono vivere senza l’Arte dell’ascesa alla montagna sacra ovvero dell’ascesi.

Costoro tentano, sono spinti comunque verso lo Spirituale. Ma senza la Luce di Pensiero che viene dalla comprensione profonda, vissuta e sperimentata delle parole qui sopra riportate, ogni meditazione, ogni esercizio è vano ed opaco, perfino dannoso.

Perchè è normale nel nostro tempo, essere impregnati di falso realismo, credere nella mentita esteriorità del mondo sensibile e quindi “meditare” seguendo le categorie meccaniche di una “iniziazione” che esclude la via del pensiero. Ma tutto ciò è vano ed illusorio.

Ovviamente in ogni epoca ci sono stati esseri bisognosi del conforto devozionale. Gli gnostici dicevano che vi sono tre categorie: gli Iloti, ovvero i materialisti appagati dalla maya materiale, gli Psichici, ovvero i sentimentali che presagiscono qualcosa di reale oltre l’illusione sensibile ed infine, pochissimi i Pneumatici, coloro che lavorano per essere signori di se stessi, oltre se stessi.

La New Age orientalistica e la rete di culti e sette che essa esprime è un complesso di movimenti devozionali, ricchi di superstizioni che possono alleviare (in parte) il disagio degli Psichici che un tempo si riversavano sui banchi delle chiese cattoliche e nelle parrocchie. Oggi frequentano gli Ashram ed hanno pseudo maestri non dissimili da certi bonari parroci di campagna che ovviamente non erano in grado di penetrare i Padri della Chiesa nè di emulare l’eroismo di San Francesco. Ciò non toglie che a quel livello, molte anime semplici erano aiutate dai Sacramenti e dalla Tradizione e che in questa epoca siano meglio l’incenso ed i Buddha sui comodini (per dirla con Battiato) piuttosto che lo sballo del sabato sera.

Ma non è questa la strada della Libertà, non è questa la Via Solare. Scrive Massimo Scaligero:

L’opera del ricercatore è far corrispondere ad ogni percezione di cosa, o fatto, il pensiero che ne è l’intimo senso.

Come si può meditare su un Chakra se lo si immagina con la stessa categoria percettiva di pensiero che applichiamo al mondo materiale e alla banalità di chi compera un prodotto al supermercato? Ovviamente a tale domanda un vero Maestro darebbe la soluzione che è quella di risalire la corrente del pensiero fino all’incontro con la radice del Pensiero Vivente ovvero del Logos.

Invece uno pseudo maestro New Age consiglia di insistere e non pensare, di fare il vuoto, che vuoto non è ma solo opacità e stordimento sonnolento: il tutto intriso di somaticità ovvero della dittatura dell’anima legata ad aspetti fisiologici.

Ma gli Psichici ovvero i devozionali appagati dalla pratica gratificante dalla loro “meditazione” si accontentano del fare e preferiscono ignorare i segreti veri dell’arte Rosicruciana. Ripetono formule vuote come i devoti di Radio Maria con i loro rosari meccanici e sono così appagati.

Alcuni, morsi dal drago ad un certo punto comprendono ed incominciano per la prima volta la risalita.

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SCIENZA DELLO SPIRITO
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