APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO di Massimo Scaligero

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APPUNTI SULLA RICERCA DELL’IO

di Massimo Scaligero

(Architrave anno I n° 9  Ottobre 1948)

Il compito non consiste tanto nell’orientarsi secondo un nuovo ordine di pensieri, quanto in un agire psichicamente, ossia nel compiere un atto della coscienza mediante l’energia sottile di cui è sostanziato il pensiero: l’io deve poter giungere a sentire se stesso non come una entità che è in quanto si pronuncia nel pensiero riflesso, ma deve potersi sperimentare di qua dal pensiero riflesso, sentire se stesso prima del suo precipitarsi nel pensiero, aver coscienza di sé non soltanto in quanto si pensa, ma in quanto è, non condizionato dalla sua attività pensante.   Alla quale assiste come un testimone che non disturba.   Il suo precipitarsi in pensieri per sentirsi io, deve realizzarlo come una necessità che in ogni punto gli sottrae la sua vera essenza, traendolo in una coscienza virtuale.

E’ questa coscienza virtuale che poi per la sua presunzione di universalità, pur accogliendo il mondo in una forma che è soltanto il suo apparire, è portata ad affermare come assoluta e definitiva una unilateralità.

Le tradizioni inerenti all’ascesi spirituale oggi non si presentano più con la veste della ineffabilità: ciò non significa che il mistero sia accessibile ai più, ma soltanto che esso retrocede verso il suo senso più intimo, epperò il suo ultimo valore rimane adialettico.   Al ricercatore occorre una virtù nuova di esaurimento in sé persino della dialettica iniziatica.   Attraverso meditazione e concentrazione e, per alcuni individui, attraverso chiara auto-contemplazione, è raggiungibile uno stato speciale in cui l’io, essendosi sperimentato col dissociarsi dalla caotica attività del pensiero e avendo perciò stesso proiettato un ordine nel proprio mondo mentale, realizza la coscienza di essere in una prima forma di libertà, disancorato dal proprio divenire animico-fisico, pur permanendo con capacità di controllo e di autoconoscenza entro questo divenire.

L’insistenza nella disidentificazione dalla funzione cogitativa può condurre l’io al senso non semplicemente concettuale ma attuale dell’alterità della natura corporea e psichica, come di un mondo a cui esso può restituire la sua originaria armonia, proprio in quanto non sia immerso nella sua necessità, così da farla sua: la dualità ha tuttavia funzione strumentale epperò transitoria, il senso vero dell’esperienza essendo che l’io, svincolandosi dal piano della semicoscienza, si ricongiunga con quella sua originaria essenza all’altezza della quale può veramente compiere la sintesi, venendo a dissolversi nella autocoscienza ogni coscienza di separazione.   In questa ricongiunzione con la originaria essenza, l’io si identifica con quella causa sui che è altresì principio del mondo animico-corporeo che temporaneamente nella costruzione della propria autocoscienza gli appare come alterità.

Normalmente l’uomo nella propria natura corporea si trova immerso e concluso entro una serie di forme di “necessità” che giungono sempre ad assumere per la sua coscienza dialettica valori di idealità e di spiritualità, permanendo, comunque, in ogni piano, immutato il rapporto di passiva adesione dell’io a tale necessità.   Qualsiasi concezione detta metafisica dall’uomo non può che essere pseudo-metafisica se viene escogitata, nonostante ogni assunzione ideale semplicemente discorsiva, entro i limiti delle determinatezze proprie alla immedesimazione nel mondo vitale-corporeo: limiti entro i quali non è realmente possibile concepire nulla che sia fuori o al di sopra di essi, se non nella forma della indefinita discorsività.

Lo scioglimento della coscienza dell’io dalle determinatezze della natura corporea attive nella psiche – senza che per questo si perda il contatto con la coscienza corporea, il quale anzi verrà energizzato dalla trasmissione di un ordine originario che andrà a ristabilirsi con i caratteri dell’assoluta spontaneità – può avviare l’anima cosciente, per via di graduali interiorizzazioni delle sue funzioni, al contatto e all’unione con la propria essenza, per così dire, trascendente.   Nel punto in cui questa essenza trascendente viene riconosciuta dall’anima umana come la propria origine, sì che per essa sparirvi significa in sostanza ritrovare se stessa, essendo essa risalita dal pensiero riflesso al pensiero cosciente, dal pensiero cosciente alla coscienza del pensiero e per ultimo essendosi mantenuta intrepidamente in quell’inconcepibile stato di vuoto, all’altezza del quale o si precipita nell’abisso della consueta semicoscienza o ci si libra tranquilli nell’aria di luce: in quel punto l’uomo può veramente dire di se stesso IO, o meglio, tenendo conto del senso che sino ad allora aveva presentato l’io: “Non io, ma l’Essere solare in me”.

In quel punto e in quell’attimo che redime il suo valore temporale, in quanto realizza uno stato che non ha un “prima” né un “dopo”, l’uomo sa finalmente chi è, in quanto egli stesso diviene colui che era oggetto della sua ricerca.   E due possibilità ormai gli si offrono, inerenti al grado del risveglio cosciente che egli ha saputo trasfondere alla sua individualità inferiore, la quale può aver partecipato sotto forma di conoscenza illuminatrice alla nascita dell’Io nell’anima, senza per questo venir risoluta nella organica profondità delle determinazioni sensitivo-istintive: permanere nello stato di fissa folgorazione dell’Io, in quanto le stesse categorie della natura corporea sono state arse e purificate (ma ciò stesso implica l’assunzione in una a-dimensione che lo fa sparire all’umano o lo può ricondurre all’umano per una missione che è mistero); oppure ritornare, nella misura in cui ciò viene reso necessario dal grado di risveglio; ritornare entro i limiti della individualità per ritentare indefinitamente la prova, ormai possedendo una direzione che è il ricordo di continuo evocabile della esperienza avuta.   (diciamo “evocabile” perché non può essere richiamato nell’anima come un qualsiasi ricordo, senza che perda di intensità e di significato, rendendosi necessario ristabilire ogni volta le condizioni animiche richieste, almeno fino a che queste non siano talmente possedute da divenire normali).

Per comprendere il senso sottile della ricerca dell’io giova rendersi conto in quale momento la meditazione, la concentrazione, o l’autocontemplazione, che fin lì erano state un appoggio necessario, debbano venir lasciate in quanto esse stesse, rappresentando una forma individuata di pensiero legata alla coscienza da trasformare, a un tratto si presentino come qualcosa che va trasceso mediante la stessa attività animica messa in atto, sempre più sottilizzata: la meditazione lascia il posto a una direzione interiore, a-concettuale, verso l’origine trascendente – l’Io – mentre la concentrazione si risolve e si illimpidisce in un’attitudine a fissare in ogni passaggio, di là da ogni possibile decentrazione, lo stato di coscienza raggiunto.   L’autocontemplazione continua, sino a perdere la sua funzionalità nell’affiorare dell’essenza segreta dell’ascesi che è la forza stessa di  Colui che inizialmente si contempla: contemplatore, contemplato e contemplazione divengono uno, per via di trasparente attualità.

In questa fase, dunque, l’uomo acquisisce per propria virtù una rivelazione che opera nella totalità dei suoi complessi psichici come un dissolvente di quanto è cristallizzato: è una forza che penetra in ciò che è denso per scioglierlo e illimpidirlo, in una semplicità assoluta che è diafaneità innanzi alla luce di Colui che è: egli sa, sia pure essendo tornato ad appoggiarsi ai modi semplicemente umani di essere, egli sa che quell’essere sopraindividuale nel quale, per via di segreta ascesi ha riconosciuto la vera essenza di sé (in una “durata” che fuori delle condizioni umane è eternità, ma che per la misura terrestre del tempo può essere soltanto un attimo) era sì, l’oggetto della sua lunga e ritmica ricerca, attraverso Scienza dello Spirito, o il shastra, o la Tradizione rispondente alla sua individualità storica, ma che tale Essere, in verità, era il soggetto che guidava la ricerca.   Tale acquisizione ha un valore decisivo per un orientamento ancora più conforme al senso assoluto della ricerca, offrendo al ricercatore un’ulteriore chiave per il compimento dell’opera.   Il valore di ogni mezzo dialettico, di ogni meditare, di ogni agire psichicamente, sarà riconosciuto come subordinato non tanto a colui che ricerca, quanto a colui che segretamente dirige il ricercatore, il quale perciò quanto più in un modo di ricercare recante l’impronta umana potenzia la sua empirica individualizzazione, tanto più (nonostante che parli di Iniziazione e si dia un atteggiamento per così dire esoterico, che sarà sempre una forma retorica) si allontanerà dalla identificazione con il Sé che pretende ritrovare, contrapponendo ad esso la sua soggettività e confermando la dualità in una nuova forma.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

CONOSCENZA E MORALITA'

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Nell’uomo, in ogni uomo, è insito l’impulso umano alla conoscenza, come viene chiamato, già nel titolo, nel secondo capitolo della Filosofia della Libertà. Sì, ma conoscenza di che cosa? Conoscenza della realtà: della realtà “così com’è”, yathâbhûtam, come affermano, per esempio, i buddhisti di tutte le Scuole, ma anche tutta intera la tradizione iniziatica d’Oriente e d’Occidente.

Ma già qui sorge una grandissima difficoltà, e viene da chiedersi: l’uomo conosce, o è capace di conoscere, la realtà  “così com’è”,  yathâbhûtam,  ossia oggettivamente, senza distorcerla, senza trasformarla tutta intera in un sogno soggettivo, o addirittura in una illusione, nella Grande Illusione, la Mahâ Mâyâ delle metafisiche e delle “Vie di liberazione” di tutta l’India, in definitiva in una immane una menzogna?

La risposta, ben amara per molti, non potrebbe non essere altro che molto poco confortante. Perché se è certo che l’uomo, ogni uomo, è capace di conoscere, giacché l’impulso alla conoscenza è insito in ogni uomo, è altrettanto certo che, generalmente, l’essere umano sfugge una tale conoscenza. Sfugge la conoscenza del mondo e di se stesso. Anzi prima, e più di tutto, egli sfugge – si dovrebbe dire ch’egli,  addirittura a gambe levate, fugge – di fronte alla conoscenza di se stesso. L’essere umano non ama la conoscenza di se stesso, la evita in tutte le maniere possibili, e su se stesso si fa, e ama farsi, le illusioni peggiori.

E questo spiega il monito del Dio di Delphi:  γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón, ossia “conosci te stesso”, e aggiunge: “e conoscerai l’Universo e gli Dèi!”.  Infatti, è detto:

τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι,

to gnônai heautòn oudèn àllo estìn e tou sýmpantos kòsmou phýsin gnônai, 

«conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».

Ma raramente e difficilmente l’uomo si lascia sedurre da un così savio e benefico consiglio del Dio luminoso. Spesso, troppo spesso, l’essere umano, per turpe viltà, piuttosto che la Conoscenza, brama e preferisce l’oscurità dell’ignoranza e l’inerzia più pigra e ottusa.

Per sfuggire ad una salutifera conoscenza di sé – e di conseguenza delle cose, della vita e dei suoi reali valori, del mondo – l’essere umano fa accompagnare l’ignoranza, la brama, e la torpida inerzia, ossia gli âsava,  i tre veleni intossicanti dei quali parla il Buddha Śâkyamuni, dalle loro solerti figlie e ancelle: la paura e l’avversione. Paura e avversione nascono dall’ignoranza, dalla avidyâ, e portano a temere non solo l’ignoto, bensì qualsiasi cambiamento che scuota dalla turpe inerzia, e ad avversare violentemente tutto ciò che possa ostacolare l’appagamento della brama, della inestinguibile “sete”, come la chiamano i buddhisti, o addirittura rischi di portare alla sua “estinzione”, al  nirvâṇa, e spinga quindi all’azione liberatrice, dissolvendo la paralizzante inerzia.  

A questa Conoscenza liberatrice, che è la folgore del Pensiero Vivente, l’uomo resiste, avvinghiandovisi come nello spasmo di un tetanico crampo,  con ogni pensiero possibile, con tutti i suoi stati d’animo, con ogni suo istinto più virulento. In queste condizioni davvero disperanti, l’impresa di realizzare una tale Conoscenza è davvero una impresa “eroica”, perché tale impresa deve con energia titanica, “prometeica”, disciogliere il crampo tetanico, che tiene dolorosamente avvinti alla inconsistente, ma insinuante e travolgente sfera delle soggettive illusioni, precipitando così, ottusi e ipnotizzati, nello spalancato abisso della Mâyâ.  

Uno dei più frequenti narcotici cui si dànno molti di coloro che, pur sentendo l’attrazione dello spirituale, voglio sottrarsi alla Conoscenza dello Spirituale stesso, presentendo che una tale Conoscenza sia dissolvitrice della ignorante, ignave, ottusa condizione, è il mito, l’idolatrico feticcio, del moralismo. Si pensa, e ci si vuole convincere, che sia sufficiente essere delle “brave persone”, “comportarsi bene”, per realizzare lo Spirito. Naturalmente senza il faticoso incomodo di doverlo conoscere. Ovvero, si può rimanere in uno stato di coscienza trasognato o dormiente, e tuttavia mettere in atto, in maniera meccanica o vegetativa, comportamenti “morali”. E questo, per usare il linguaggio di matematici e geometri, a loro dire, sarebbe “condizione necessaria e sufficiente” per la realizzazione dello Spirito. Cioè, oltre al comportarsi bene, magari sforzandosi pure di comportarsi sempre meglio, non vi sarebbe altro da fare. O poco altro, perché troppa Conoscenza – a loro dire – può far male, anzi malissimo. Quanto alla Concentrazione, questa, poi, fatta troppo, farebbe malissimo. Sempre a loro dire.

A volte questo atteggiamento di ottusa e passiva resistenza, può accompagnarsi ad un’ aperta e virulenta azione di contrapposizione rabbiosa e di contrasto più o meno bellicoso nei confronti della Via del Pensiero, della intensa pratica della Concentrazione, dalle quali soltanto, oggi, può scaturire autentica Conoscenza liberatrice. E i metodi adoprati contro gli ostinati, pertinaci seguaci della Via del pensiero – a onta della “virtuosa moralità” proclamata ed esaltata addirittura con idolatrico culto – possono essere davvero sudicetti assai.

Il moralismo non è la moralità: né è, anzi, la caricaturale contraffazione. Moralità autentica può scaturire solo dalla Conoscenza, e non dal conformarsi a comportamenti “virtuosi”. Verace moralità scaturisce unicamente dalla Conoscenza, perché essa è atto attivo dell’Io, e non può scaturire dalle passive movenze dell’anima stordita, poco consapevole, o sognante. Moralità è espressione dell’autocoscienza dell’Io, ossia atto producente dell’Io spiritualmente sveglio nell’anima cosciente, mentre il moralismo “virtuoso” è un fatto prodotto che si verifica nell’anima, ma non un atto coscientemente, attivamente, volitivamente operato dall’ anima. Quando poi non è soltanto ipocrita e interessata recitazione – a profitto degli illusi – da parte di sepolcri imbiancati.

Nella Filosofia della Libertà vien detto che non può essere libera un’azione se colui che la compie non sa perché la compie. Il bello – o, se si vuole, il brutto – è che, il più delle volte, quello che dovrebbe essere il soggetto cosciente dell’azione, non solo non conosce il perché la compie, o le forze che lo spingono all’azione stessa, ma neppure sa che la compie. È proprio il caso di dire che gli umani vivono alquanto distratti e che nesciunt quod faciunt!

E se ascoltiamo la parola del principe Siddhârtha Gautama,  il Buddha Śâkyamuni  nel Dhammapada, l’Orma della Disciplina, come limpidamente traduce Eugenio Frola, ove nell’Appamâda-vagga, vien detto :

La vigilanza è la via per non morire, la distrazione strada alla morte.

I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […]

Attraverso la vigilanza, l’attenzione, la restrizione e il controllo

Il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno. […],

Come chi vada cogliendo fiori, così la Morte coglie la vita degli uomini distratti,

come un’inondazione che si abbatte su un villaggio addormentato,

forse dovremmo prendere molto sul serio, ancor dopo 2600 anni, le parole ammonitrici dell’Asceta degli Śâkya. Anzi, forse, lo si dovrebbe fare oggi più che allora.

Nella condizione estracorporea, sperimentabile nella Concentrazione portata sino all’assolutezza, si attua quel morire prima di morire, senza morire, che è al contempo una condizione di immortalità e di innatalità. Perché, da una parte, nel fuoco dell’attenzione volitiva – in quello che Massimo Scaligero chiama calor cogitationis – “ardono” e si consumano tutte le tare, le storture, le deformazioni che l’anima ha accumulato in quello che a lei pareva un vivere, ed invece è l’inesausta consunzione di un logorante morire. Questo volitivo “ardere” attua attivamente e volitivamente quel devastante processo che, normalmente, l’essere umano sperimenta, passivamente, solo dopo la morte. In questo volitivo e cosciente “ardere”, attuantesi nella Concentrazione,  il morire del mero vivere biologico si trasforma nel rivivere di un elemento di luminosa immortalità. Per altro verso, nella Concentrazione portata a radicalità, si ritrova quella condizione pura dell’anima, anteriore alla nascita che, appunto, è tale prima che le esperienze della vita abbiano impresso su di lei traumi, ferite e cicatrici, ossia quella condizione che, in Estremo Oriente, gli audaci e luminosi asceti del Ch’an o dello Zen chiamavano: “il tuo volto prima di nascere”.

In tale esperienza di innatalità ed immortalità, conseguente alla Concentrazione profonda, l’asceta si apre alla forza-folgore del pensiero vivente, nella quale pensare, sentire e volere sono, come mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, un’unica forza, un’unica fulgurea corrente di vita. Il bene è questa forza una, integra come corrente di forza e di vita, veste di Luce e di Calore del Logos. Il male è la frantumazione di questa forza di Luce-Vita in un pensare riflesso, che è smorzata ed evanescente luce senza vita, e in una volontà, che è oscura vita bramosa senza luce, e in mezzo un sentire continuamente dilaniato nell’oscillazione tra l’anemico e disanimato pensare  e l’insorgere ingovernabile del volere istintivo. Il bene è che l’uomo si innalzi al livello di coscienza dell’Io, ritrovi la forza una del pensiero vivente, il male è che l’essere umano tramortito sia alla mercé nell’anima del fatuo accendersi del pensiero riflesso, del divampare incontrastato delle pulsioni della volontà istintiva, della consunzione del sentire emotivo.

Perduta l’esperienza vivente del pensiero-folgore, l’essere umano perse la comunione con lo Spirituale, e perse altresì la capacità di essere spontaneamente in armonia col sopramondo, con l’ordine cosmico o, come direbbero i Cinesi, col Tao. Perduta tale comunione spontanea con lo Spirituale, e le Gerarchie, l’essere umano è stato travolto  dalle caotizzate forze dell’anima caduta. Semplicemente per arginare la travolgenza di tale chaos istintivo, l’essere umano – incapace di ritrovare la comunione spontanea con l’essere uno del pensiero-folgore – ha cercato un “surrogato” in una serie di comportamenti “virtuosi”, in conformità rituali, che sono un ben misero surrogato dello stato primordiale smarrito, ed anche, col volger delle età, un sempre meno efficace rimedio. Sino ad esser giunti oggi  al “virtuismo” o al “moralismo”, ossia ad una vera e propria caricatura di quel che, ancor secoli fa, con qualche dignità poteva essere forza minimamente ordinatrice.

Che l’essere umano di questa meravigliosa e sciagurata epoca non debba farsi molte illusioni circa la facile “virtù”, la quale sarebbe, more geometrico, condizione assolutamente necessaria quanto sufficiente per una realizzazione iniziatica, è mostrato ad abundantiam dalle parole di Massimo Scaligero alle pp. 179-180 dell’Avvento dell’uomo interiore, nell’edizione di Sansoni, Firenze, 1959, che mi è particolarmente cara, dove parlando dello svincolamento interiore, conseguente all’ascesi della Via del Pensiero, dice:

«E’ un guardare che può essere meritato e che, a un dato momento, diviene condizione di una precisa visione trasfigurane, in quanto si sia abbastanza svincolati dalla propria natura da poterne vedere il guasto radicale […]

Occorre aver conseguito la «stabilità» insieme con la indipendenza dalle consuete «velleità», per poter contemplare in se stessi, senza venirne sconvolti, le profondità della «natura malvagia»: la tortuosità, l’odio, l’amore di sé, la paura, l’invidia, dominanti dal profondo di una loro «sede», che al suo rivelarsi, mostra il carattere della irresistibilità, quasi di un’assolutezza contro cui sembra impossibile reagire. Eppure  il «guardare» è già il principio del superamento. E’ un guardare che si forma con l’esercizio dell’«osservazione pura», con la capacità di guardare i pensieri: è un guardare che libera, perché fa riconoscere ciò che non si è.

L’uomo ordinario non avrebbe forze sufficienti per sopportare un simile scenario e ciò gli evita di vederlo: egli deve potersi illudere circa virtù e principî morali che gli diano una qualche sicurezza e il senso della buona coscienza per muoversi agevolmente in quella esistenza che egli assume come realtà. L’educazione metafisica ha il compito di formare l’uomo sino a fornirgli l’interna saldezza perché, a un dato momento, posa sostenere la visione di questa realtà, mai sospettata. Contemplare tale scenario libera e rapporta al centro le facoltà in colui che contempla: la coscienza ora si estende per l’Io a una realtà con la quale era confusa e si riduceva quasi sempre anch’essa a «fenomeno».

Queste parole di Massimo Scaligero mostrano, con una chiarezza che non ha pari, che la possibilità di una autentica «moralità» dipende dalla liberazione del pensiero conseguibile attraverso la intensa e fervida pratica della Concentrazione, e che forze morali scaturiscono dalla Conoscenza, ossia dall’esperienza del Pensiero Vivente, e non viceversa. A queste considerazioni vogliamo accostare quanto Massimo Scaligero dice nell’articolo, che è stato pubblicato recentemente su questo blog, Che cosa l’Ottuplice Sentiero può ancora significare per l’umanità (https://www.ecoantroposophia.it/2015/06/scienza-spirito/hugo-de-pagani/lascesi-del-risveglio-e-lottuplice-sentiero-del-buddha-shakyamuni/), ove dice:

«A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso».

L’esperienza del Pensiero Vivente, dal quale scaturiscono retto pensiero, retto giudizio, e retta visione, attraverso il superamento dello stato di cadavericità del pensiero riflesso, costituzionale per l’uomo moderno, è il presupposto del sorgere di una moralità vivente. Si è morali perché si è liberi, e non viceversa, perché – come è scritto nella Filosofia della Libertà – «la libertà è la maniera umana di essere morali». E la prima libertà che l’uomo può conquistare è la liberazione del pensiero dal cervello, dal sistema nervoso, dall’abietto servaggio alla vita somatica, che è un vivere per la consunzione e per la morte. Altrimenti parole come «virtù», «moralità», sono soltanto flatus vocis, mere parole, dialettica, retorica, recitazione ed autoinganno. Infatti, sempre nel medesimo articolo, Massimo Scaligero scrive:

«Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. […] L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione».

Tornando a quanto Massimo Scaligero scrive a p. 180 dell’Avvento dell’Uomo Interiore, troviamo:

«La visione, in quanto sia possibile, è liberatrice ed è previsto che si abbia, se le condizioni a ciò necessarie siano acquisite: è l’inizio di un «essere liberi dal male» nel suo germe, ed in tal senso le sue conseguenze positive sono valide, oltre il limite individuale, per l’umanità. L’impressione della radicale malvagità e del selvaggio attaccamento a se stessi desta, insieme con la conoscenza di sé, l’umiltà – in quanto si sa di essere ancora legati a ciò che si guarda – e la compassione per gli altri esseri che ignorano la loro miseria: umiltà e compassione vere, non quelle che si cercano per sentirsi migliori. In effetto, non possono darsi vera compassione, vera tolleranza per l’altrui errore, vera comprensione per l’isolamento degli esseri, prima della esperienza di questa condizione radicale della natura umana.

Chi abbia una simile esperienza, contempla una realtà inconoscibile a chi sia legato ad essa in modo da non potersene separare, essendogli essa interno motivo di vita, supporto inalienabile: condizione dell’uomo ordinario, ma anche del ricercatore dello spirito sino alla soglia della visione penetrante a cui si è accennato. Presso la quale viene insegnato che vigila un essere detto Guardiano della Soglia».

Si dirà che queste parole di Massimo Scaligero sono troppo dure, sconsolanti, e che l’austerità dell’impegno ascetico che richiedono non sono sopportabili per molti cercatori dello Spirito. Personalmente ritengo che la più desolante e disperante realtà sia ben migliore della più rosea illusione.  Per cui conviene – come ammoniva quel paganaccio impenitente, dal grandissimo cuore, che era Arturo Reghini – di mettere al bando, senza veruna misericordia, ogni illusione, e di guardare romanamente in faccia la realtà. Questa potrà non piacere ma, appunto, è reale, con essa dobbiamo fare rigorosamente i conti, e solo da essa possiamo partire per giungere a quella che il Buddha chiama l’Eccelsa Mèta.

Coloro che, rinunciando all’impresa interiore, scelgono di sostituire all’austerità della Via dello Spirito, alla Via eroica, una illudente “via dell’anima”, ossia la comodità della via egoica, oggi hanno a disposizione, per stordirsi rispetto all’angoscia interiore, e beatamente sognare, i narcotici e gli stupefacenti del misticismo, del sentimentalismo, dell’intellettualismo culturale ed estetizzante, del moralismo, del “virtuismo”, che in taluni ambienti è diventato un vero e proprio mito idolatrico, dell’attivismo, dell’obbligatorietà dell’impegno “sociale”.  

Quanto sia possibile manipolare ed illudere le “anime belle”, può essere illustrato da un episodio, che è un esempio tipico di una “intelligente” operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”, mediante il quale le persone vengono sedotte ad una “via sostituita”, come la chiamava un tempo un esoterista francese. Tale voie subtituée non è altro che un deviare i ricercatori sinceri, ma troppo ingenui, su un “binario di scambio”, e poi su un “binario morto”. Indi poscia, al treno viene pure staccata la locomotiva, in attesa che poi dalle alture circostanti – come direbbe il mio ottimo e sapiente amico C. – scendano gli Apache Chiricahua a fare scempio dei malcapitati e lauto bottino. L’intelligente autore di cotale “nobile” (si fa per dire…) impresa – perfettamente riuscita – anni fa, affermò ai suoi fidenti ascoltatori che, in questa epoca, non è più tempo di giungere all’esperienza della Soglia individualmente. Ciò, a suo dire, non sarebbe più necessario, e sarebbe anzi eccessivamente pericoloso. Alla Soglia, e al suo superamento si può giungere comunitariamente, ovvero “tutti insieme appassionatamente”, come nel bellissimo film di Robert Wise, con Julie Andrews e Christopher Plummer. In luogo del troppo austero e silente Rito della meditazione in comune, indicato da Massimo Scaligero, vennero proposte al fidente gruppetto, trasformato in un “Club di Lettura e Conversazione”, delle più interessanti “sedute di autocoscienza”, in stile anni sessanta.

Quanto, in luogo dell’audace ricerca della Via assoluta, certi “surrogati” siano ben miseri, e certi “rimedi” proposti siano dei narcotici illudenti e dei placebo sempre meno efficaci, lo affermò già 2600 anni fa Laotzu, con parole che più eloquenti e chiare non si potrebbe, per es, nel XXXVIII capitolo del Taotehking, ove dice:

« XXXVIII – SULLA VIRTU’

La virtù somma non si fa virtù per questo ha virtù, la virtù inferiore non manca di farsi virtù per questo non ha virtù. La virtù somma non agisce, ma non ha necessità di agire; la virtù inferiore agisce, ma ha necessità di agire. La somma carità agisce, ma non ha necessità di agire; la somma giustizia agisce, ma ha necessità di agire; il sommo rito agisce, e se non viene corrisposto si denuda le braccia e trascina a forza. Fu così che, perduto il Tao, venne poi la virtù; perduta la virtù, venne poi la carità; perduta la carità, venne poi la giustizia; perduta la giustizia, venne poi il rito: il rito è labilità della lealtà e della sincerità e foriero di disordine».

Oggi, pur di non affrontare l’impresa spirituale, si giunge in maniera insana e improvvida ad attuare, con una alchìmia inversa e perversa, a trasmutare, anzi a degradare, l’oro della Sapienza in volgarissimo piombo, quando non in strame. E invece di cogliere l’invito, del sapientissimo Maestro del Celeste Impero, Laotzu, di esser «dritti nel curvo, interi nel frammento», si fa di tutto per esser curvi nel dritto e di mandare in frantumi l’intero, ciò che, nella essenza spirituale, è uno.

Ma per chi cerchi di conoscere la realtà – yathâbhûtam, ossia “così com’è” – e non i sogni, che prima o poi da rosei e consolanti si trasformano in incubi opprimenti e disperanti – l’unica Via, la Via vera, la Via per “conoscere se stessi, gli Dèi, l’Universo e la Natura”, è la Via del Pensiero, la Via della Concentrazione. Da essa scaturisce la Conoscenza folgorante delle “cose che sono e non appaiono”, la Conoscenza liberatrice e risvegliatrice dal millenario sonno, dall’abietto servaggio dell’anima alla tombale prigione corporea.

È verissimo che la Via dell’Ascesi pensante è dura, che la Concentrazione è una pratica decisamente non grata alla natura caduta dell’uomo, che ad essa si ribella e si sottrae in ogni modo possibile, ma è altresì vero che tale Via «eroica» è l’unica terapia, l’unica Via di salvezza per l’uomo, che rischia la degradazione nel subumano e lo sfracellarsi nell’abisso. Surrogati e rimedi palliativi sono come dare su una nave che, sull’oceano in tempesta, sta affondando, ansiolitici, sedativi e sonniferi a chi rischia di affogare tra le onde, e sia nell’angoscia per tema di dover affrontare vigorosamente le onde.

Nella prima edizione, ormai introvabile, dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero pose, nella seconda di copertina, queste parole, che sono una mirabile sintesi dell’intera Via del pensiero. Queste parole del Maestro, purtroppo, non vennero riprodotte nella riedizione, apparsa negli anni settanta dello scorso secolo, come L’Uomo Interiore ad opera delle Edizioni Mediterranee. Le trascrivo per offrirle alla diligente meditazione degli amici innamorati della Via Vera, e della Concentrazione:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo. Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza , diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE, ZEN, , ,

DELLA VERA ESPERIENZA SOVRASENSIBILE

satori

Cari amici lettori, dopo qualche intemperanza torno serio e perciò dico e ridico sempre le stesse cose, speziandole un tanto per variarne – poco davvero – il sapore. Questa noterella potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile.

La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque sia capace di pensare e dunque minimamente presente a due mondi: a quello sostenuto dal pensare e a quello indeterminato poiché privo di pensiero.

Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi”. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito.

Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo.

Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.

Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico, dal materialismo becero e dall’esoterismo di mezza tacca) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita consapevolmente.

In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza o morfologia del terreno.

La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero (riflesso): la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero, in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo: per moltissime anime tale pensiero viene sentito come una copia sbiadita e sicuramente più incerta del mio “oggettivo” portacenere.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare, ripetitivamente, che la prima e più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante: il chiaro pensiero del soggetto. Ciò dovrebbe essere una conquista, eppure rimane sempre il fatto più negletto, non solo in anime strutturalmente primitive ma assai spesso nei cenacoli dove, nelle intenzioni, andrebbero curate e aiutate le forze attinenti la difficile alba della cosiddetta “anima cosciente”. Ogni ulteriore esperienza interiore vera che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della pura coscienza pensante come in natura ogni cosa percepita abbisogna di un sano organo percepente.

A molti, tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, ma se davvero fosse così il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra.

Purtroppo così non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare soltanto estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono famigliari nel mondo sensibile. Ciò non inficia quello che ho scritto, poiché quasi tutte le esperienze vantate sono soltanto quantitativamente diverse dal menzionato portacenere: viene aumentata la quantità delle “cose” se posso anche vedere colori o udire suoni inesplicabili che semplicemente aggiungo a quanto mi è famigliare nell’esperienza comune. C’è chi giudica spirituale persino un sentimento: come se questo non ascendesse – o fosse mediato – dalle profondità dell’organismo sensibile, dunque si confonde l’esperienza animica con l’esperienza spirituale: carenza pensante!

E’ un errore tra i più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato dualisticamente, cioè con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile, dove il prodotto della nostra attività supercosciente si arresta nella passività cosciente.

Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono chiese, scuole sapienziali, correnti spiritualistiche.

Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) le più malsane correnti se non avesse a proprio fondamento una esigenza di obbiettività scientifica.

Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione, atto di fede e persino vociare pettegolo senza attività di pensiero, dunque miserabile verbalismo, inferiore alla stessa dialettica in cui esiste ancora moto di pensiero. Così, usando la stessa terminologia antroposofica, pare del tutto legittimo a molte anime il tradurre la visione esoterica in misticismo luciferico che nell’uomo moderno trapassa in supina resa all’ envoutement arimanico: come a dire che spingendo proditoriamente in su un piatto della bilancia, l’altro scende vistosamente in basso. Situazione corrente.

Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.

La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.

Ebbene, nel divenire scientifico è quasi una stravaganza storica e metastorica dover constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portasse alla radice epistemologica, indicando come, alla radice dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione.

Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione.

E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.

La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.

In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza: “Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”.

Non è facile capire la gigantesca portata di questa frase, poiché se pure immersa in un contesto di forma filosofica, essa indica un operare tanto radicale che per l’anima umana significa il portarsi allo zero di sé: annientamento cosciente e voluto, che sottende una disciplina straordinaria.

E questo, se non sbaglio, è uno dei momenti culminanti del percorso Reale sulla Via iniziatica.

Però è così, allo stesso tempo, che le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.

Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile o molto difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito ma è strada in salita. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza altrui?

Trovo, per farmi qualche risata, che uno swami pavoncello mette in guardia i suoi ammiratori circa l’abuso di disciplina interiore…Abuso? Eccesso? Dove, chi, quando? Evidentemente, immolati ad Atagartide i resti della sensatezza e di una infiacchita virilità, il povero swami forse crede che qualcuno possa davvero eccedere in ciò che è mortalmente difficile…  Certo è che raglia su ciò che lui non conosce se non a parole. E come uno Svengali dell’antroposofismo mistico, così ha pure intortato pazzi da legare e persone ingenue (raccolta indifferenziata). Mah!

A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Esse sembrano virtù. Anzi: “umile” lavoro intellettuale (espressivo di kulturaristokatie). Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?

Anche questo è un evitare e far evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.

Ma forse a ciò lo sforzo ordinario potrebbe essere non sufficiente. Per chi ne è capace (nessuno può saperlo prima di tentare), forse sarebbe cosa migliore, parallelamente allo studio severo, abusare, per un tempo non limitato, della disciplina posta a fondamento e colonna di ogni attività d’attenzione consapevole, almeno nei casi in cui si sappia distinguere quando si dorme e quando no.

SCIENZA DELLO SPIRITO

MAGIA DEL PENSIERO ( Frammenti di Novalis)

Novalis

Nello stesso modo in cui esprimiamo i moti dell’organo del pensiero, in cui li manifestiamo coi gesti, li concretiamo in azioni, in cui in genere ci muoviamo e ci fermiamo ad arbitrio, uniamo e singolarizziamo i nostri movimenti, nello stesso modo dobbiamo anche imparare a muovere, frenare, collegare e singolarizzare gli organi interiori del nostro corpo.

Tutto il nostro corpo è senz’altro capace di esser messo dallo spirito in qualsiasi movimento. Gli effetti della paura, del terrore, della tristezza, della collera, dell’invidia, del pudore, della gioia, della fantasia ecc. sono indicazioni sufficienti.

Oltre questo però esistono abbastanza esempi di uomini che hanno raggiunto una padronanza arbitraria su parti del corpo comunemente sottratte all’arbitrio. In tal caso ciascuno sarà il proprio medico e potrà acquistarsi un sentimento completo, sicuro e preciso del proprio corpo; allora soltanto l’uomo sarà effettivamente indipendente dalla natura e forse persino in grado di restaurare membra perdute, di uccidersi con la sola propria volontà e di raggiungere, solamente con questo mezzo, vere rivelazioni sul corpo, l’anima, il mondo, la vita, la morte e il mondo degli spiriti.

Forse dipenderà soltanto da lui la possibilità di animare una sostanza. Egli costringerà i propri sensi a produrgli la forma da lui voluta e potrà vivere nel suo mondo nel piú vero significato della parola. Allora sarà capace di staccarsi dal corpo nel momento in cui lo crederà opportuno; egli vedrà, udrà e sentirà ciò che vorrà, come vorrà, e nel nesso che gli piacerà.

L’uso degli organi non è altro che pensiero magico, taumaturgico, o uso arbitrario del mondo dei corpi; infatti la volontà non è altro che magica, energica capacità di pensiero.

–

Novalis

Da: «Frammenti», Ed. Rizzoli, Milano 1987, pp. 432-33

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per gentile concessione di www.larchetipo.com

LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

AGOSTO (di F. Di Lieto)

Quercia

Perdona
la solitudine della quercia
che vive la sua estate
e attorno non ha
che note dimesse
nel canto della cicala,
la crudele lussuria
dei rovi,
i bagliori della pietraia.
Certe ore del giorno
sono una terra estrema,
un approdo oltre il quale
avvertiamo l’ignoto,
un ultimo scoglio
nel mare del tempo…
Perdona
queste ore che tessono
le tele fatue
che altre ore disfanno,
il canto del nostro cuore
dimesso.

(Fulvio Di Lieto)

 

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

UNA INCURSIONE NELLA MAGIA


Accidenti se fa caldo! In realtà un pensiero molesto zampetta ai bordi della coscienza: “ma non t’accontenti mai…sei delicato come il culetto di un bebè…ti squagli come un gelato…”.

Poi, vicino al Tribunale dove trovo sempre un parcheggio salato, mi si avvicina un africano, uno di quelli che cercano di rifilarti opuscoli sulla negritudine per qualche spicciolo, ma senza prepotenza, direi con garbo. Era la “sua” zona di lavoro da parecchie ore, sotto un sole che cuoceva uova e cervelli. Io cammino veloce. Ma ora rallento, forse perché in questo momento siamo compagni di cottura, e mentre cerco nelle tasche qualche cosa che somigli ad un euro, lo guardo con attenzione. E’ più cotto di me. Già magro, sputa acqua da ogni poro.

Addolcisco il grugno e gli chiedo: “ Tu arrivi dall’Africa, no? Come mai patisci tanto il caldo? E’ contento che qualcuno scambi con lui due parole, sorride e potrebbe fare il testimonial di qualsiasi dentifricio.

Mi risponde, un po’ in italiano e un po’ in dialetto e se la cava bene.

“Da noi non fa questo caldo e poi, di sera, xe fresco.”

Ricordo allora quello che è un assioma per un fine intellettuale italiano che conosco: “Gli africani venuti in Italia hanno portato da noi anche il loro clima”. Ma si sbaglia per difetto: forse hanno aggiunto il loro caldo al nostro, così contribuendo ad alleggerire – nella quantità – il peso delle pensioni. Davvero benemeriti.

Sia come sia, la temperatura nel mio studio bollirebbe tutte le aragoste del Maine, perciò vado giù leggero e, sperando che ai lettori di Eco piacciano le storie, ne racconto una.

*

Tanto tempo fa c’era un ragazzo, non ancora maggiorenne, che trafficava con ogni sorta di sapienza più o meno occulta. Essendo molto giovane fu facilmente sedotto dalla magia (quella più o meno tradizionale) che prometteva poteri e conoscenze straordinarie. Leggeva avidamente il poco che (si) trovava. Poi un giorno, già tormentato dal dilemma – che serpeggia in ogni occultista – tra il sapere e il fare, decise di passare alla pratica.

Laboriosamente mise insieme gli strumenti dell’opera. In realtà poca roba, ma che pareva tanta per uno sbarbatello squattrinato: un tripode con superficie concava per bruciare i profumi e qualche metro di lino bianco.

Per la purificazione della stanza usò fiori di zolfo, inizialmente eccedendo al punto che la colonna di fumo riempì sovente così tanto la stanza da dover aprire porta e finestra per non rimanere purificato forse, ma soffocato certo: ecco i primi pericoli della magia fai-da-te!

Poi i profumi: un mix di incenso, foglie di eucalipto e benzoino (quest’ultimo comperato sotto gli occhi severi del farmacista e lui annichilito dalla domanda “a cosa ti serve?”).

Invece il lino servì a tre cose. La prima fu una rozza tunica, stile KKK senza cappuccio, cucita da una santa donna (“ma a cosa ti serve?”), poi una striscia a cingere reni e pancia come simbolo di castità e purezza, infine quel che rimaneva per avvolgere rispettosamente la bacchetta. La bacchetta non sarebbe servita al rituale. Biforcuta, poteva venir utile solo in casi estremi come arma dissuasiva contro entità moleste. Non fu necessaria in questo caso, ma in un episodio di un’altra storia, funzionò davvero.

La parte importante del rituale fu la preparazione che sarebbe durata 40 giorni. Nella magia le analogie simboliche sono importanti. Per quarant’anni il Popolo Eletto dovette vagare nel deserto e persino Gesù si ritirò nel deserto per quaranta giorni. Il numero 40 è simbolo di espiazione, purificazione, preparazione.

Al sorgere del sole e al tramonto, il nostro aspirante mago – in successione – puliva o rovinava,  a seconda del punto di vista, il pavimento di marmo con acqua marina, accendeva i mistici aromi e, con il pollice della mano destra tracciava nei punti cardinali, in immagini dorate, i glifi della lingua angelica. Poi recitava a bassa voce una lunga invocazione al Sole e un preciso salmo davidico.

Vi sembra poco o facile? Magari per qualche giorno sì ma questo ripetuto lavoro, cammin facendo, si inspessì e gravò sull’anima e nel corpo.

Verso il mondo esterno la segretezza non si incrinò, ma alcuni rapporti col mondo vennero temporaneamente sacrificati. Il maghetto troncò, senza bugie ma pure senza la possibilità di una spiegazione sensata, l’interessante liaison che stava sbocciando tra lui e una bella ragazza, ahimè ben disponibile a focose iniziative. A ruota dovette abbandonare anche le dure sessioni della lotta greco-romana perché non gli fu possibile accollarsi, praticamente alle medesime ore, due fatiche impegnative così diverse. Inoltre cercava di mangiare in solitudine, onde evitare la condivisione coi famigliari, per i possibili rischi di contagiarli con le forze occulte suscitate (?) durante le operazioni magiche.

Se con la cabina telefonica del dottor Who torno a quei tempi, direi che il giovane amico operò (tutto sommato) correttamente, ed i sacrifici – vi ricordo che parliamo di un diciassettenne – furono in pratica pesanti ma necessari.

Mentre nel nostro mondo la preparazione al rito si faceva quasi innaturalmente gravosa, nei mondi dell’invisibile dovette suscitare un gran baccano: almeno in basso, tra baronti, larve e sedicenti spiriti-guida creava preoccupazioni e malcontento.

Prova ne sia che si presentarono alla sua porta, in giorni diversi, due persone, del tutto sconosciute, teleguidate dai propri spiriti per dissuaderlo a continuare. E non erano matti casuali. Sapevano tutto (non nei particolari) quello che l’amico stava facendo. Lo supplicarono di fermarsi – (Nota mia: mai fermarsi durante un rito!) – vaticinando lutti e rovina, lo accusarono di praticare la più empia delle magie…finché (vedo la scena dalle finestrelle polverose del Tardis), il nostro apprendista, persa la pazienza, minacciò, con un tagliacarte molto appuntito, di infilzare lo spirito-guida del secondo missionario. Funzionò: il tipo guadagnò svelto la porta, ululando che il gesto era la comprova di un’anima tenebrosa, volta al male. (Nota mia: in effetti le punte ferrose fanno paura e feriscono i cosiddetti “spiriti” dell’inframondo).

Che io sappia, come lontano testimone degli avventati avvenimenti in questione, il nostro apprendista non cercava poteri mondani ma alate intuizioni di alti spiriti. Mi pare che l’aspirazione di dialogare con gli Dei fosse molto ingenua, esagerata ma onesta.

Come tutte le cose del mondo anche il tempo passò trascinando via i 40 giorni. Per quanto mi è stato concesso di sapere l’ultima settimana fu soggetta ad una tentazione continua: “Questa preparazione è un incubo”, “Puoi smettere quando vuoi” o semplicemente: “Oggi smetti, falla finita”.

Se c’è del vero nel detto: “Dio tace, è il diavolo che parla”, la condizione dell’anima del nostro apprendista rispondeva appieno a questa perla di saggezza.

Poi, analogo ai sette giorni della Creazione, ci fu il rito vero e proprio. Mi dispiace ma in ciò la riservatezza non guasta. Accenno alla poca diversità dalla lunga preparazione, sostanzialmente implementata da una invocazione precisa indirizzata al Dio Alato che è Messaggero tra gli Dei e l’uomo.

(Nota mia: ho sempre detto che in queste operazioni si è come ciechi. Sai poco o nulla delle forze che ti ruotano intorno o che smuovi dentro i tuoi occulti veicoli: per queste cose occorre determinazione, rigore nell’azione ma soprattutto una ineffabile dose di incoscienza. Fai cose che non conosci, cerchi di attirare forze che non conosci…insomma salti ma non sai dove vai a finire. Perciò cerco di dissuadere quelli che vorrebbero tentare: credo che difetti l’incoscienza e la grinta. Per la salute dell’anima nessuno dovrebbe giocare con simboli e invocazioni: funzionano anche oggi e nell’invisibile c’è sempre qualcosa o qualcuno che risponde. Attenzione: per l’amico Meyrink anche la preghiera non è esente dal rischio di venire ascoltata dagli Abissi e non da Dio).

L’amico mi riferì che, tolte alcune incerte, fantasmatiche apparizioni tra veglia e sonno, nei primi sei giorni non accadde nulla. Fu nella notte del settimo giorno che avvenne una intensa successione di esperienze. Leggiamo alcune righe dal suo diario magico: “Mi svegliai in piena notte a causa di un suono. Era come se una indefinibile quantità di palline d’argento (suono argentino) fluisse, cozzando le une con le altre, lungo l’interno della mia schiena (…). Mi trovai (fuori dal mio corpo) in uno spazio stranissimo: era come un cielo infinito azzurro pallido illuminato dappertutto come da puntini di luce dorata. Non avevo alcun timore. Poi, come da un orizzonte lontanissimo, mi accorsi che qualcosa si avvicinava velocemente: vidi avvicinarsi una immensa creatura di fiamma (o di fiamme). Non ebbi paura in un senso fisico ma non potevo sopportare l’intensità che arrivava travolgente. Così, d’istinto, scappai (ma non è il vocabolo giusto) introflettendomi. E’ come essere un calzino consapevole di sé che si rivolta in se stesso (…) non sapevo che si poteva fare questa cosa. (…) …a ogni introflessione si passa a luogo o mondo diverso (…) ero in un luogo scuro da cui si alzavano fiamme senza luce: probabilmente l’inferno dei cattolici ma sono certo che stavo vedendo il chakra di base, il muladhara che si stava attivando. Fuoco buio? Da questa impressione poi (…) e passai immediatamente al senso corporeo di me stesso. Questo fu tutto”. Mi era mancata la forza necessaria (…).

*

Ma, che io sappia, oltre a non rimetterci la salute (in questo genere di cose l’amico era come il classico topo nel formaggio), forse ci fu un successo indiretto ed imprevisto. Forse Atena, talvolta compassionevole dea, mandò il suo gufo a bubulare nel modesto intelletto del nostro apprendista…fatto è che pochi giorni dopo gli capitò tra le mani un vecchio libro di Paul Brunton che si intitolava Il sentiero segreto. Così conobbe, per interposto scrittore, il grande Ramana ed il suo limpido essenziale percorso a cui aderì con slancio: il più lontano possibile dai bric-à-brac della magia.

(Nota mia: molti anni dopo, del tutto convertito a ciò che La filosofia della libertà esprime, il personaggio di questa storia mi confidò un segreto cruccio antico ovvero di non essere riuscito, almeno, a conquistare il potere di formare piccoli fulmini globulari: da lanciare sulle posterga di chi sa lui).

Qui la storia di questa breve avventura finisce, sperando che, pur sforbiciata qua e là, non abbia anche (s)finito i pazienti lettori di Eco. 

TRADIZIONE

L'ARCHETIPO – AGOSTO 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

GIOVANNI DELLA CROCE

Giovanni Della croce

Se mi è permesso, pongo Giovanni della Croce tra le grandi individualità dello Spirito. Di lui ne avevo già parlato… ma il nostro non è un campo della vita in cui è meglio ripetere spesso le cose?

E’ un fatto personale: ancora apprendista maghetto, rimasi lungamente colpito nell’anima da alcune sue immagini (La notte oscura): esperienze profonde che mi attiravano e che, giovane com’ero, temevo. Mi perseguitarono per diversi anni con il fascino di un abisso che, essendo pieno di me stesso sentivo come tremendo, eppure incredibilmente volto verso l’alto. Solo una rigorosa disciplina interiore mi permise una serena visione della natura della sua visione, che sfrondata dall’elemento personale (immancabile anche tra i più grandi mistici) resta uno tra i più splendidi gioielli della Scienza spirituale cristiana.

Il tratto fondamentale della scienza mistica di Giovanni della Croce è, probabilmente, l’ascesi del “nulla” quale risulta dalla povertà evangelica, dalla sofferenza eroica e dall’annientamento di di sé fin oltre le radici dell’orgoglio:” Se vuoi possedere il Tutto, studiati di ricercare nulla in nulla”.

Il Nostro nasce nel 1542. Troppo presto la morte porta via il padre e la madre Caterina si logora nel lavoro per sfamare tre figli. Troppo presto il piccolo Giovanni va al lavoro per fronteggiare la miseria: falegname, sarto, scultore in legno, pittore. Nonostante la buona volontà non riesce in alcun mestiere.

La carestia spinge la famiglia a Medina del Campo, ove Giovanni trova nutrimento per corpo e anima tra i “Fanciulli della Dottrina”, lì raccoglie le elemosine per i bambini poveri.

Viene notato, forse per il suo contegno grave e dignitoso, da Don Alonso Alvares che da nobile cavaliere si è fatto servo dei poveri.

Così Giovanni passa nell’Ospedale della Concezione: è adibito al reparto delle pustole. Nel tempo libero gira a chiedere l’elemosina per i poveri.

A 21 anni potrebbe seguire il desiderio di Don Alonso, terminare gli studi e diventare cappellano dell’ospedale, ma una voce gli indica il Carmelo.

Che però, mitigato, è divenuto un luogo mediocre. Ecco perché Francesco di S. Mattia (è il suo nome tra i Calzati), dopo 5 anni, aspira ad una assoluta solitudine che spera di trovare nella Certosa.

Non sa ancora che una donna eccezionale ha già parzialmente realizzato quello che è il suo sogno e che l’ideale carmelitano risplende ancora per l’eroismo contemplativo di giovani castigliane.

Nel 1567 Giovanni incontra Teresa di Gesù. Quella tosta che alle monache che vantavano esperienze spirituali, subito modificava la dieta: più abbondante e carnea. Quella che vedendo il Signore apparirle davanti fece subito le corna (immaginate come si sarebbe comportata oggi con le reincarnazioni delle “dame in lilla” che, per scissione si sono moltiplicate come batteri).

Comunque il piano è stabilito. Nel novembre dell’anno dopo, nel villaggio di Duruelo, in una misera casa che Teresa chiama “stalla di Betlemme” inizia la Riforma dei Carmelitani Scalzi.

Scelto a maestro spirituale della Riforma, Giovanni diventa, con Teresa, la sorgente che alimenterà spirito, vita e dottrina del Carmelo. Ogni riforma porta in sé un germe rivoluzionario. Vi fu lotta dentro e fuori la Spagna. Per 5 anni Giovanni dirige le 130 carmelitane Calzate in Avila, avvalorando con il suo essere, il magistero di Teresa.

Nella notte del 3 dicembre del 1577, la porta della casupola dove vive viene abbattuta e Padre Maldonado, con l’aiuto del “braccio secolare”, arresta Giovanni.

Ricevute per due volte le “verghe”, viene rinchiuso a Toledo. Il ribelle è gettato in un ripostiglio scavato nella roccia: stretto, buio e senz’aria.

Lì marcisce nel rigido inverno e nell’inferno toletano, tormentato dalla dissenteria e dalle febbri, nell’ovvio fetore. Accompagnato in refettorio, mangia per terra. Ordinariamente pane e acqua. Poi arriva la “disciplina pubblica”: Spesso il sangue e le piaghe incollano la veste alle spalle.

Ciò è solo l’esteriore. All’interno imperversa la terrificante notte dello Spirito, più atroce di qualsiasi pena.

Quando, dopo 9 mesi di prigionia, viene “liberato dalla Vergine”, appare alle Scalze di Toledo “così consumato e sfigurato da parere l’immagine della morte”.

Tremendo è il martello di Dio ma sotto i suoi colpi sprigiona le scintille della Notte Oscura e del Cantico spirituale.

Tra il martirio e l’esperienza mistica c’è spazio per la calunnia, processi infamanti, viene persino – lui, Padre della Riforma – spogliato dall’abito.

Così il Dottore del “nulla”, gettato in disparte, vilipeso, martirizzato nel corpo e sovrano nello Spirito, conclude la vita terrena il 14 dicembre 1591, a 49 anni.

A ciò vorrei aggiungere una cosa frequentemente dimenticata o ignorata: la sua statura intellettuale.

Bambino, impara a leggere e scrivere tra i Fanciulli della Dottrina. All’Ospedale della Concezione compie, per 6 anni circa, studi letterari sotto ottimi maestri del Collegio dei Gesuiti. Poi apprende le scienze a Salamanca dove compie l’intero corso filosofico. I Teologia può ascoltare i più quotati maestri del suo tempo, come i domenicani Mancio e Gallo e l’agostiniano Giovanni di Guevara.

Studente, dà ripetizioni ai condiscepoli del collegio di S. Andrea.

Sempre a Salamanca studia il grande Tommaso, anche se come dottore avrà una direzione diversa dall’Aquinate.

Quando il Carmelo di Teresa, nemico come la fondatrice, della mezza ignoranza e della mezza dottrina, fonda i collegi nelle università di Alcalà e di Baeza, Giovanni è il primo Rettore. Tale è la sua profondità che il Maestro domenicano Fernandez ne è rapito. Molti dotti religiosi e professori lo ritengono capace di dirigere le tesi a Salamanca.

Riferisco ciò per non dimenticare la sua statura di uomo terreno, anche se la sua dottrina deriva principalmente da esperienze che trascendono concetti e parole.

Teresa ci dà testimonianza della sua grandezza interiore considerandolo “il vero padre della mia anima”; “Io cerco qua e là la luce: trovo tutto quel che mi occorre nel mio piccolo Seneca”; “Le ricchezze e i tesori che Dio ha riposto in quell’anima nessuno li conosce: sono grandissimi”. Teresa afferma ancora che “egli era arrivato a tanta santità quanto una pura creatura può possedere in questa vita”.

Come altri contemplativi i testimoni ce lo dipingono soave e mansueto, ma che riprende con severità, pronto per altro ad inginocchiarsi ai piedi del colpevole. E’ remissivo, ma quando gli altri tacciono la sua parola è diritta e rovente.

Caccia i demoni con l’orazione e il digiuno; placa le tempeste con un gesto del suo mantello; converte i tentatori con lo sguardo.

Ma non solo: il “contemplativo” lavora coi manovali portando a spalla pietre e legno. Ama la madre che spesso lo segue nei conventi, chiama il fratello e lo presenta a persone di riguardo dicendo: “ecco mio fratello, la persona che più amo al mondo”. Coltiva l’amicizia di nobili e di poveri, come attestano le sue lettere.

Eppure spaventa ancora tanti preti (mi rammento come il parroco della chiesa vicina a casa, che era uomo ben inserito nel mondo, prima cercò di dissuadermi di leggerlo, poi iniziò ad avere qualche timore anche verso di me, nemmeno ventenne).

Dalle Massime spirituali:

E’ meglio essere carico di peso in compagnia del forte che essere spedito in compagnia del debole. Quanto più sei aggravato, stai vicino a Dio che è la tua fortezza e assiste i tribolati; quando sei alleggerito, stai vicino a te, che sei la tua stessa fiacchezza.

La forza dell’anima cresce e si corrobora nel faticoso esercizio della pazienza.

Iddio stima in te più la propensione all’aridità e al patire per l’amor suo, che tutte le visioni spirituali che tu possa avere.

E’ più gradita al Signore l’anima che con pena e aridità si assoggetta a ciò che è ragionevole che non quella che, mancando in questo punto, fa tutte le cose con piacere.

L’opera pura e intera, fatta per amor di Dio, prepara nel cuore puro un intero regno per il suo Signore.

Un solo pensiero dell’uomo vale più di tutto il mondo: solamente Iddio è degno del pensiero umano.

Rifletti che il tuo angelo custode, benché sempre illumini la ragione, non sempre muove l’appetito ad operare. Perciò, per esercitare le virtù non aspettare il gusto, ché ti basta la ragione e l’intelletto.

Beato colui che, lasciando da parte l’inclinazione propria, attende alla ragione e alla giustizia nel fare le cose.

Se vuoi andare al santo raccoglimento, non devi andare ammettendo, ma rinnegando.

Non credere che l’essere gradito a Dio consista tanto nell’operare molto, quanto piuttosto nell’operare con buona volontà, senza spirito proprio ed umani riguardi.

Poiché nell’ora del rendiconto ti dovrai pentire di non avere impiegato il il tempo presente in servizio di Dio, perché adesso non lo impieghi come in punto di morte vorresti aver fatto?

Pensa che devi essere il nemico di te stesso.

L’anima che cammina in amore, non si stanca, né stanca.

Opere spirituali, lettera terza:

D’altra parte, è certo che il progresso di un’anima sulla via della perfezione non è legato al numero di nozioni che acquisisce, bensì all’assimilazione attiva che ne fa.

Ciò che manca, supposto che di qualcosa si senta la mancanza, non è lo scrivere, né il parlare, perché tutto questo anzi abbonda: ciò di cui dobbiamo sentire la mancanza è il tacere e l’agire.

Quando si è fatto conoscere ad un’anima tutto quello che è necessario al suo progredire, essa non ha più bisogno né di prestare orecchio alle parole di altri, né di parlare essa stessa: non ha che da mettere in pratica quanto conosce, con generosità, applicazione e silenzio.

In umiltà, carità e disprezzo di sé, senza l’irrequieta ricerca di cose nuove, che servono soltanto a soddisfare l’appetito delle consolazioni esteriori senza mai esaurirlo, e che lasciano l’anima debole, vuota, spoglia di spirito interiore e di virtù autentica.

Succede a quest’anima quel che accadrebbe a colui che tornasse a prender cibo prima d’aver digerito il precedente:il calore naturale, dividendosi fra tutti questi cibi, non sarebbe sufficiente a fargli assimilare il tutto e convertirlo in sostanza; è di qui che provengono le malattie.

Nella vita dello spirito, infatti, conta soltanto ciò che è tradotto nella pratica. I bei pensieri, i grandi sentimenti che non producono solide virtù non hanno valore alcuno; il collaudo di una dottrina si ha nella pratica.

Il desiderio di istruirsi nella scienza soprannaturale denota senza dubbio uno spirito retto; ma chi si limita a studiare la verità, senza la volontà efficace di mettere a frutto le ricchezze dell’intelletto, dà prova di illogicità e di debole convinzione.

Salita al monte Carmelo:

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.

Per arrivare a quello che ora temi

devi andare per dove non ti piace.

Per arrivare a quel che non possiedi

devi andare per dove non possiedi.

Per arrivare a quello che non sai

devi andare per dove non sai.

TRADIZIONE

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte seconda )

 giuseppe_garibaldi_1866

SECONDA PARTE

Introduzione

Settimo settennio

1849 – 31 luglio: arriva a San Marino, scioglie la legione e riparte con soli 250 fedelissimi. Anita ha un attacco febbrile, probabilmente malaria, ma continua a seguire Garibaldi.

– 1° Agosto: Anita a Cesenatico: s’imbarca coi suoi tredici bragozzi, diretto a Venezia.  Avvistato e cannoneggiato dagli austriaci, approda a Magnavacca, con Anita gravissima e 30 compagni.

– 4 agosto: morte di Anita

– 8 agosto: il compagno di Garibaldi, padre Ugo Bassi, sacerdote barnabita e massone,  per i clericali “prete rinnegato”, ed il capitano Livraghi senza processo vengono condannati a morte e fucilati a Porta Sant’Isaia a Bologna. Ugo Bassi fu a lungo torturato dalle autorità ecclesiastiche.

“Bassi cadde vittima dei preti, che guidarono le palle austriache. Infami preti! Mercanti d’Italia! Voi vendeste la vita di Bassi, come avete venduto la vita d’Italia. Ma la vostra religione! Ah si! Non  essere che la religione dell’inferno!…… Il Papa è Lucifero… la  parola d’ordine , il giorno della vendetta sarà: Bassi!”

– agosto: fuga di Garibaldi attraverso l’Appennino soccorso dalla “filiera” montana di Romagna e Toscana.

– 4 settembre: Garibaldi giunge in Liguria.

– 6 settembre: arrestato e portato a Genova. Il capo di accusa è di essersi introdotto illegalmente nel Regno di Sardegna, avendo lui perso la cittadinanza sarda. A favore di questa tesi si schierò anche Cavour. Secondo lo Statuto del 1848 ogni suddito sardo avrebbe perso la cittadinanza se avesse servito nelle forze armate d’uno stato straniero.

-16 settembre: partenza da Genova per l’esilio. La Marmora dopo averlo visto scrisse: “Garibaldi non è un uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è molto espressiva. Parla poco e bene: ha inoltre penetrazione, sempre più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per battersi e perché i suoi servigi erano stati rifiutati. Né lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come sia riuscito a salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo”.

– 25 settembre –  6 ottobre: arriva per la prima volta alla Maddalena. “La Maddalena e Caprera…, possono avere suscitato qualche ricordo sentimentale perché somigliavano in modi diversi a Laguna, la città natale di Anita”.

  • 14 novembre: arrivo a Tangeri dopo una sosta a Gibilterra. Si ferma 7 mesi.  “Ero fisicamente esausto, tormentato dai reumatismi  e dall’artrite”.

Scrive le sue memorie nella loro prima stesura.

1850 – giugno: partenza da Tangeri per gli Stati Uniti via Liverpool.

– 30 luglio: arrivo a New York

“Subito dopo aver lasciato Liverpool, Garibaldi era stato colto da un  violento  attacco reumatico  che  gli  aveva impedito di camminare; dovette essere portato a braccia giù dalla nave”.

Il Dwight, che per primo pubblicò le sue memorie, ricorda che la forma reumatica gli indebolì il braccio destro. Per vivere Garibaldi fece il lavorante di candele nella fabbrica del fiorentino Antonio Meucci. Giocava a bocce, a domino ed andava spesso a caccia. Fallimento finanziario.

-11 novembre – 7 dicembre: viaggio a Cuba.

1851 – 28 aprile -12 settembre: viaggia nelle Americhe, prima a Chagres e poi a Panama. Qui cadde seriamente malato di febbre tropicale.

– ottobre: continua il viaggio a Lima. Qui partecipa ad una rissa con il francese Charles Ledo, che lo aveva precedentemente schernito.

1852 – 19 marzo : morte della madre. Garibaldi sta andando a Canton su la “Carmen”. Quella notte di tempesta, sofferente per un attacco di reumatismi ha la visione di sua madre e di una processione funebre.

– Aprile – dicembre: viaggio in Cina, Australia e Nuova Zelanda come capitano di navi mercantili.

1853 – settembre; torna in America; altri guai finanziari.

– novembre: parte per Londra con la nave “Commonwealth”

1854 -11 febbraio: arriva a Londra ed incontra Mazzini. Conosce il rivoluzionario russo Alexandr Herzen il quale lo definì: “un eroe dell’antichità; una figura dell’Eneide”. Dissidio con Mazzini circa il suo modo di fomentare le insurrezioni. A Londra ricevette anche una spada, un  telescopio ed  un  diploma di benvenuto.

– 7 maggio: arriva a Genova durante l’epidemia di colera. Si offre volontario agli ospedali, ma non viene accettata la sua offerta. Lo coglie un violentissimo attacco reumatico. Si reca a Nizza: gioca a bocce e a dama. Non ama invece gli scacchi, persuaso che occorresse più tempo a divenire buon scacchista che non un buon generale.

1855  – 8 agosto: è nominato capitano marittimo di prima classe.

– 11 novembre: morte del fratello Felice: eredità.

– 29 dicembre: acquista metà dell’isola di Caprera

1856  – viaggi marittimi.

Ottavo settennio

1856  – 8 agosto: è a Torino dove incontra per la prima volta Cavour.

1857  – viaggi marittimi, ha un naufragio. A Caprera Garibaldi porta anche Battistina Ravello perché cucinasse e tenesse casa per lui; fu amante di Garibaldi. Conosce Maria Speranza von Schwartz che tradusse le sue memorie in tedesco.

1858  – si stabilisce definitivamente a Caprera dove diventa agricoltore e allevatore.

– agosto: chiede a Speranza di sposarlo: lei chiede tempo per riflettere. Mentre camminavano sottobraccio egli lo ritrasse nei pressi della casa, spiegando che le donne della sua casa avevano l’abitudine di spiarlo con un cannocchiale. Ha un incontro con Cavour: accordo per i volontari.

– 31 dicembre: nasce per sua richiesta l’inno di Garibaldi. Parole di Mercantini, musica di Olivieri.

1859  – febbraio; e a Torino incontra per la prima volta Vittorio Emanuele.

– 11 marzo; è nominato maggior – generale piemontese, comandante del Corpo Cacciatori delle Alpi: incomincia ad addestrare i volontari.

– 25 aprile: si prepara a partire; ha un violento attacco reumatico al ginocchio.

– 27 aprile; dichiarazione di guerra all’Austria, con la Francia alleata del Piemonte.

– 21 maggio: passa la Sesia.

– 23 maggio : passa il Ticino.

– 26 maggio: combattimento di Biumo Inferiore e Malnate.

– 27 maggio: battaglia di San Fermo: conosce e si innamora di Giuseppina Raimondi.

– 9 giugno: Vittorio Emanuele gli conferisce la medaglia d’oro al valor militare.

– 14 giugno: battaglia dei Tre Ponti.

– 11 luglio: armistizio di Villafranca.

– 1° agosto: si dimette da generale sardo.

– 17 agosto: viene nominato vice-comandante in capo dell’Esercito dell’Italia Centrale.

– settembre: lancia la sottoscrizione  “un milione di fucili” per l’unità d’Italia (Fondo Garibaldi)

– 16 novembre: si dimette da generale dell’esercito toscano.

1860- 4 gennaio: incontra Alexandre Dumas.

– 24 gennaio: sposa a Fino Mornasco Giuseppina Raimondi. Il matrimonio durò un giorno, lei era l’amante del giovane ufficiale Luigi Caroli. Non le avrebbe parlato mai più.

– 24 marzo: cessione di Nizza alla Francia. Garibaldi fonda un “Comitato per Nizza” ed entra in politica.

– 12 aprile: è eletto al Parlamento.

– 6 maggio: partenza dei Mille dallo scoglio di Quarto; sono 1150 uomini su due vapori: il Piemonte ed il Lombardo della compagnia Rubattino.

– 7 maggio: sbarco a Talamone.

– 11 maggio: sbarco dei Mille a Marsala.

– 13 maggio: occupa Salemi, proclama la leva in massa e assume la dittatura in nome di Vittorio Emanuele.

– 15 maggio: battaglia di Calatafìmi: guida l’assalto sotto il fuoco nemico incurante delle pallottole.

– 27 maggio: entra in Palermo.

– 6 giugno: resa dei Borbonici a Palermo ed evacuazione delle truppe.

– 10 luglio: battaglia di Milazzo

– 24 luglio: firma della capitolazione delle truppe borboniche di Milazzo.

– 27 luglio: occupazione di Messina.

– 6 agosto: raggiunge Punta Faro con le truppe.

“Almeno una volta, e spesso due volte al giorno, saliva in cima al faro, e guardava la Calabria con il cannocchiale. Talvolta stava tutto il giorno e tutta la notte lassù, nella torre, in una angusta stanzetta che conteneva solo un lettuccio pieghevole, due sgabelli ed una cassa. A un chiodo era appesa la sua sciabola, e ad un altro una camicia ed un paio di pantaloni”.

– 18 agosto: salpa da Taormina per lo sbarco in Calabria.

– 19 agosto: sbarca a Melito.

– 21 agosto: battaglia di Reggio Calabria.

– 22 agosto: occupazione di Villa San Giovanni.

– 30 agosto: resa delle ultime truppe borboniche: la Calabria è libera.

– 31 agosto: arrivo a Cosenza.

– 7 settembre: ingresso trionfale a Napoli; al balcone del palazzo reale fece per la prima volta il “segno di Garibaldi”. Levò, cioè, un dito – l’indice – della mano destra a significare “una Italia”.  Andò nella cattedrale dove il sangue di san Gennaro si liquefece in suo onore. Il popolo gridava: “Viva Garibardo” e presto fu chiamato “Bardo”.

– 7 settembre – 8 ottobre: fu dittatore su tutto il Regno di Napoli.

– 30 settembre: battaglia del Volturno.

– 2 ottobre: battaglia di Caserta.

– 26 ottobre: incontro a Teano con Vittorio Emanuele II.

– 9 novembre: imbarco per Caprera dove tornarono i reumatismi.

1861- 27 marzo: è eletto deputato di Napoli al nuovo parlamento italiano.

– aprile: è bloccato a Torino da un attacco reumatico che gli impedisce di prendere parte alle sedute parlamentari.

– 15 maggio: alle sedute partecipa in poncho e camicia rossa.

Si sposa la figlia Teresita con Stefano Canzio.

– 6 giugno: muore Cavour pochi giorni dopo un violento attacco di Garibaldi nei suoi confronti. In quei giorni Cavour lo definì un orso incerto su quale preda divorare.

– luglio: si interessa della guerra civile americana, ma decide di rifiutare l’offerta di Lincoln di prendervi parte: ci sarà comunque una “Guardia Garibaldi” di volontari in camicia rossa.

1862 – 14 maggio: Sarnico: arresto di volontari garibaldini pronti ad invadere il Tirolo.

– giugno: parte da Caprera per Palermo onde liberare Roma e Venezia. Conia il motto “O Roma o morte”.

– 29 agosto: sull’Aspromonte scontro con l’esercito regio agli ordini del colonnello Pallavicino.

“Mentre Garibaldi stava davanti ai suoi uomini esortandoli a non sparare, una pallottola sparata dai soldati in avvicinamento colpì un albero, rimbalzò e penetrò nella sua caviglia destra. Quasi nello stesso istante, un’altra pallottola lo colpì alla coscia sinistra; ma egli rimase diritto davanti alla linea, e alzandosi in tutta la sua statura continuò a gridare ai suoi uomini di non sparare”.

– 31 agosto: prigionia nel forte di Varignano (La Spezia).

– 5 ottobre: amnistia.

– 23 novembre: il dottor Zanetti estrae la pallottola dal piede senza amputazione. Garibaldi teneva la mano di Jessie White Mario e masticava un sigaro toscano. Per più di un anno poté camminare solo con l’aiuto delle stampelle.

Nono settennio

1864 – 19 marzo: partenza per la visita in Inghilterra, dove incontra Mazzini; è accolto trionfalmente. Disraeli si rifiutò di incontrarlo e Carlo Marx ridicolizzò il benvenuto tributatogli. Incontra Mc Adam, suo uomo di fiducia nei rapporti con la massoneria britannica. Viene accolto nella loggia “egiziana”, di lingua francese, di rito memphitico, “Les Philadelphes” del Rito Massonico Orientale di Memphis, diretta da Jean-Philippe Berjeau, che gli rilascia per l’occasione un diploma.  Si reca in Cornovaglia; a causa di disturbi di salute e per evitare di essere usato sia dai politicanti che dal governo inglese anticipa il rientro in Italia.

Maggio: è a Caprera.

I865 – ammiratori inglesi acquistano e gli donano la residua metà dell’isola di Caprera.

1866- 10 giugno: lascia Caprera per la campagna del Trentino.

– 24 giugno: stabilisce il suo quartier generale a Salò.

– 3 luglio: battaglia del Monte Suello. Mentre dirige le operazioni fu raggiunto da una pallottola alla coscia e deve ritirarsi; seguirà le operazioni in carrozza.

– 21 luglio: battaglia di Bezzecca

– 25 agosto: riceve l’ordine di ritirata; risponde a La Marmora con il famoso telegramma, “Obbedisco”, suscitando le ire dei mazziniani.

1867 – 16 febbraio: nasce la figlia Clelia da Francesca Armosino.

– 24 febbraio: va a Venezia, poi gira il Veneto liberato.

A Verona una donna usci dalla folla, presentandogli il suo bimbo di tre settimane e chiedendogli che lo battezzasse.

        “Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu  divenire un apostolo del vero: ama il tuo simile; assisti gli  sventurati; sii forte a combattere i tiranni dell’anima e del corpo. Sii degno del bravo Chiassi di cui ti impongo il nome”.

Questo suscitò ovviamente le ire della Chiesa.

– 22 settembre: arresto a Sinalunga, mentre prepara l’invasione per liberare Roma; viene rinchiuso nella fortezza di Alessandria.

– 26 settembre: è liberato, ma confinato a Caprera

– 13 ottobre: alle 22 Garibaldi, da solo, si mette in mare con i remi fasciati per attutire il rumore ; fugge da Caprera.

– 16 ottobre: galoppa, a sessant’anni per 17 ore consecutive.

– 19 ottobre: è in Toscana.

– 23 ottobre: arriva a Monterotondo: si ricongiunge con il figlio Menotti.

– 3/5 novembre: battaglia di Monterotondo e Montana contro i franco – papalini, in una ambulanza inglese è presente H. P. Blavatsky. Sconfitto, viene arrestato  ed imprigionato  nel forte di Varignano.

– 25 novembre: liberato si ritira a Caprera. Qui inizia la sua attività di romanziere.

1868- scrive “Clelia, o il governo dei preti” e “Cantoni, il volontario”

1869- 10 luglio: nasce la figlia Rosa da Francesca Armosino.

Decimo settennio

1870 – settembre/ottobre: si offre di aiutare la Francia repubblicana durante la guerra franco – prussiana.

– 7 ottobre: sbarca a Marsiglia.

– 25, 26 novembre: battaglia di Digione.

– 1° dicembre: battaglia di Autun.

1871 – gennaio: occupazione di Digione; è immobilizzato da un attacco reumatico. Il giorno di Capodanno muore a Caprera sua figlia Rosa di 17 mesi. Garibaldi è in condizioni disastrose per i reumi.

– 31 gennaio: abbandona Digione.

– 13 febbraio: rassegna le dimissioni dall’esercito francese, tra le polemiche del parlamento parigino circa la sua condotta bellica.

1872- segue gli avvenimenti dell’Intenzionale socialista. Muore Mazzini.

1873- pubblica il suo terzo romanzo. “I Mille”.

–  23 aprile: nascita del figlio Manlio.

1874- novembre: è eletto deputato a Roma.

– 19 novembre: ottiene una pensione annua dal governo: la rifiuta.

1875- 25 gennaio: arriva a Roma per presenziare all’apertura del parlamento.

– agosto: muore di malaria la figlia sedicenne Anita, cresciuta da Speranza von Schwartz e che non andò mai d’accordo con il padre.

1876 – 9 aprile: è costretto ad accettare, per bisogno, la pensione governativa.

– 26 maggio: presenta alla Camera un progetto di deviazione del Tevere per bonificare l’agro romano.

1878 – muore Vittorio Emanuele.

Undicesimo Settennio

1880 – 14 gennaio: la Corte di Appello di Roma annulla il matrimonio con la marchesa Raimondi.

1881 – 26 gennaio: sposa civilmente Francesca Armosino, mamma di Clelia e di Manlio.

1882 – 2 giugno: ore 18.22 muore a Caprera dopo un attacco di bronchite.

“Garibaldi vide una nave passare davanti alla finestra e chiese se era quella che portava Ricciotti e Teresita: gli risposero di no; però sorrise quando gli dissero che era una nave diretta in Sicilia. Due capinere entrarono dalla finestra aperta, ed egli mormorò ai suoi amici di non mandarle via, perché erano forse le anime delle due bambine, le due Rose, che venivano a prenderlo”.

Note fisiche e caratteristiche

Dell’aspetto fisico di Garibaldi non abbiamo nessun ritratto o fotografia prima del 1842, quando cioè aveva 34 anni; le sue fattezze vennero però annotate in quattro occasioni nei registri della Regia Marina Mercantile di Nizza e Genova: “Altezza: oncie 39, ¾; capelli castagni o biondi; sopracciglia bionde; occhi : castano – chiari; fronte: alta; naso: regolare; bocca: media; volto: rotondo; barba: bionda; faccia: ovale; colorito: buono; segni particolari: nessuno”. Lontano dai tratti liguri suscitò dunque, a ragione in molti, l’impressione di una origine nordica. Ciò che più colpiva in lui era il suo portamento semplice e dignitoso. La sua calma franchezza, la sua spontanea sincerità e la sua quieta cortesia. Tutte qualità che però, in caso di ingiuria o di insulto, erano pronte a trasformarsi in una collera violenta.

Bartolomè Mitre, futuro presidente dell’Argentina, conobbe Garibaldi mentre rifugiato a Montevideo era maggiore nell’esercito della città. Mitre diede una descrizione dell’aspetto di Garibaldi cosi come era l’ultima volta che lo vide, il 17 novembre 1843.

“Garibaldi aveva allora 36 anni; era basso e tarchiato, con spalle rotonde, l’incedere un po’ dondolante del marinaio, i lunghi capelli rossi e la barba lo facevano somigliare alla raffigurazione tradizionale di Cristo”.

Come tanti altri osservatori, Mitre trovò “gli occhi di Garibaldi azzurri e non castani, come realmente erano” (16).

Anche Mitre rimase stupito ed affascinato dal suo carattere e fu colpito da quella dissociazione tra pensare, sentire e volere che in molti notarono. Garibaldi aveva “un cuore ed un cervello in dissintonia”, tuttavia fu “un vero eroe in carne ed ossa, con un ideale sublime, con idee eccessive e distorte circa la libertà, ma con le virtù necessarie a grandi cose”.(17).

La stranezza del suo carattere venne sottolineata anche dallo storico Jasper Ridley, il quale scrisse:

“Il suo carattere aveva però due facce: da adulto, fu un uomo d’azione fortunato e, insieme, un idealista, un utopista. Seppe prendere rapide decisioni, e ottenere grandiosi risultati, mentre i politici ed i teorici perdevano tempo in chiacchiere; ma talvolta, nel bel mezzo dell’allegria e del trambusto di un ricevimento o di una riunione mondana, era capace di restare con lo sguardo perduto chissà dove, assolutamente dimentico di ciò che accadeva intorno.  Era nato così: una strana combinazione d’idealista sognatore e di generale vittorioso.”( 18).

Dove si posasse quello sguardo è uno degli enigmi per la storiografia tradizionale.

–

Il visionano sognatore

“Parea di là guardarlo, allora apparso, Arturo

e Garibaldi assorto era nel ricordare

di qual Argo il timone esso reggea, securo,

in una sacra notte, in un ignoto mare”.(19).

 

Della spiritualità di Garibaldi si sa molto meno che delle sue imprese guerresche. Accanito anti – clericale fu comunque sempre indulgente nei confronti della fervente religiosità materna. Fu un sostenitore della Religione del Vero e in qualità di Gran Maestro della Massoneria ci sono pervenuti diversi scritti, tanto che da essi si è potuto estrapolare un pensiero massonico di Garibaldi (20) che non sembra essere particolarmente geniale e apparentemente poco si discosta dalla “ortodossia” massonica. In realtà ciò che fu il mondo spirituale di Garibaldi va ricercato tra le pieghe della sua vita.

Comunque, è singolare che, al di là del collegamento formale con la Massoneria più esteriore, in parte già impegnata nei sommovimenti relativi agli eventi politici del Risorgimento italiano e a quelli del nascente movimento sociale operaio e contadino, egli abbia cercato una connessione profonda con due Riti massonici, ai quali era propria, soprattutto a quell’epoca, una visione spirituale di tipo occulto e misterico: il Rito Egiziano di Misraim e il Rito Orientale di Memphis. E come lui, che per un tempo ne fu Gran Maestro, molti dei suoi seguaci, specialmente ufficiali garibaldini, si fecero iniziare di questi due particolari Riti. Alcuni suoi ufficiali, come il generale Avventore Solutore Zola, portarono poi il rito di Memphis in Egitto, dove aderirono molti italiani e francesi colà residenti, e le più distinte personalità del mondo egiziano.

Diverse esperienze spirituali sono riportate nella sua biografia; tuttavia egli molto difficilmente parla degli avvenimenti intimi del suo animo se non hanno un significato epico – simbolico, utile al messaggio che vuole dare (21).

Possedeva una qualche forma di chiaroveggenza; la prima esperienza documentata si ha durante la prima visita a Roma, quando ebbe la visione di Roma capitale; possiamo però supporre che fin da piccolo poté sentire le forze elementari della natura, tanto che spesso si rifugiava per ore nei boschi solitario.

Anche il legame con la madre portò ad esperienze particolari:

“Ho, abbenché non superstizioso certamente non di rado, nel più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’oceano , dalle grandini del campo di battaglia… mi si presentava genuflessa, curva, al cospetto dell’infinito, l’amorevole mia guaritrice, implorando per la vita del nato dalle sue viscere!… Ed io benché poco credente dell’efficacia della preghiera, n’ero commosso! Felice! O meno sventurato!” (22).

Il  19  marzo  1852  Garibaldi è in  viaggio sulla “Carmen” nel Pacifico diretto a Canton. Nella notte la nave si imbatte in un tifone molto forte; era scossa dalla tempesta, e Garibaldi, sofferente per  un  attacco reumatico, giaceva nella sua cuccetta, quando ebbe una visione di sua madre e di Nizza, e di ciò che gli parve una processione funebre. Un anno dopo venne a sapere che proprio quella notte era morta Rosa Garibaldi.

Questa chiaroveggenza innata si unì all’iniziazione massonica che ebbe nel 1844 e divenne fino ad un certo grado più cosciente.

“E’ l’anima che presentiamo, che noi vediamo con l’occhio dell’immaginazione” (23).

Divenuto Maestro Massone la sua visione spirituale lo portò a presagire, come vedremo, le sue origini spirituali. Le capacità chiaroveggenti non furono tuttavia così chiare;  però paradigmatica è la situazione che si ebbe sulla nave a Canton, perché la visione che sorse dalla furia degli elementi e dall’attacco di reumatismi riecheggia, come si vedrà, antiche tradizioni iniziatiche.

Al di là del quadro di chiaroveggenza cosciente che raggiunse, il mondo spirituale che in altre epoche gli stette davanti come sublime saggezza, in questa vita si riversò nelle sue membra e lo guidò a mutare i destini di “due mondi”.

Non si può cogliere appieno la vita di Garibaldi se non considerando quanto disse di lui Rudolf Steiner. Steiner parlò ampiamente di Garibaldi in diverse occasioni durante gli ultimi anni della sua vita. In particolare il Generale fu oggetto dell’indagine karmica di Steiner, in risposta ad una domanda che gli venne posta (24). Diverse volte, dunque, egli tratta di Garibaldi nei cicli di conferenze ora racchiuse nei volumi “Considerazioni esoteriche su nessi karmici” che rappresentano  un  eccezionale  lascito  sulla  evoluzione  del  mondo occidentale e sugli impulsi spirituali che ne stanno alla base.

Nelle 81 conferenze tenute in diverse città europee nel 1924 vengono, come è noto, trattati una moltitudine di temi e diverse biografie vengono presentate ed analizzate in relazione alle loro precedenti incarnazioni. Tra i diversi temi trattati molti ricorrono in più conferenze ed in particolare ciò che preme a Steiner di lasciare alla Società Antroposofica sono questi 4 punti:

1 – RIPRENDERE ED APPROFONDIRE LA MODALITÀ DI AZIONE E DI  INVESTIGAZIONE DEL KARMA.

2 – LA PRESENZA IN EUROPA DI CORRENTI INVOLUTIVE  LEGATE DA UN LATO ALL’ARABISMO MATERIALISTA E DALL’ALTRO AGLI IMPULSI IMPERIALI ROMANI.

3 – LA PRESENZA IN EUROPA DI CORRENTI CRISTIANE ESOTERICHE CHE  SI PONGONO SOTTO LA GUIDA DI  MICHELE.

4 – IL KARMA DELLA SOCIETÀ ANTROPOSOF1CA E SUOI  COMPITI NEL FUTURO.

(CONTINUA)

________________________________________________________

Note

16) J. Ridley, Garibaldi. A. Mondadori 1975

17) Ibidem

18) Ibidem.

19) Da: Giovani Pascoli, I dodici esuli.

20) G. Gentile,  Giuseppe Garibaldi –- ed. Bastogi.

21) La scarsa obiettività nelle sue memorie ha fatto sì che esistano quattro versioni differenti, olto romanzate. Per esempio in una di esse non nomina Mazzini in quanto deluso dal suo comportamento. Ben evidente è anche la ritrosia a parlare dei suoi drammi familiari; non fa cenno né alla morte della sorella Teresita, né a quella della figlia Rosita. Anche sui nomi e date il pensiero di Garibaldi fu estremamente debole.

22) Dwight, Scritti II 18 – 19 :

23) G. Gentile,  Giuseppe Garibaldi –- ed. Bastogi

24) Si veda “ Considerazioni esoteriche su nessi karmici” volume quinto. A pag. 53 è scritto : “ Quando un giorno mi venne rivolta la domanda: quali potrebbero essere i nessi karmici di quella personalità?”.

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA- Introduzione

Copgenesi

INTRODUZIONE

In questo scritto si cercherà di confrontare l’evoluzione embrionale umana con la storia biblica della creazione. Il punto di partenza per quest’impresa fu un’idea che sopravvenne all’autore allorché questi, nell’anno 1964, si trovò di fronte alla rappresentazione fotografica della blastula umana.

Si chiama blastula uno stadio precoce dello sviluppo embrionale nel quale l’embrione ha la forma di una sfera vuota. Fino a pochi decenni fa veniva insegnato come nel caso dell’uomo il primo agglomerato di cellule che si sviluppa dall’ovulo formi proprio una sfera, così come si scorge nel caso dello sviluppo dei vertebrati, ma che, al contrario dello sviluppo di quelli, in quello dell’uomo in questa formazione sferica, non sorgerebbe alcuno spazio cavo. Perché mai l’uomo nel suo sviluppo non ha un tale “Cielo” interno, si disse una volta l’autore durante il periodo delle sue scuole superiori non appena venne a conoscere lo sviluppo embrionale della rana, non ha forse l’uomo perfezionato in maniera estrema nel suo essere quello spazio interiore che lo separa e lo distingue dal mondo come anima – e ciò che è organico deve essere in armonia con l’essere interiore. In questo caso, però, ciò non sembrava verificarsi, e allo studente liceale non rimaneva altro se non invidiare alla rana la sua magnifica cupola, che sembrava riprodurre il mondo intero, il cosmo intero e che, con una parola così incalzante, viene designata come blastocele.

Ma la ricerca procedette oltre. Sinora i limiti delle possibilità tecniche impedivano ai ricercatori di venire in possesso degli embrioni umani più precoci. Ancora un ultimo segreto misterioso, come ultimissimo residuo di quel mistero del divenire corporeo umano, un tempo avvolto in profonda oscurità, separava l’occhio del ricercatore dalla completa comprensione del processo embriologico. Tuttavia anche le ultime barriere dovevano cadere, questa era una necessità dell’evoluzione. I ricercatori americani HERTIG e ROCK scoprirono per primi la blastula umana. La trovarono in preparati provenienti da operazioni ginecologiche. Poi si procedette alla fecondazione in vitro e da pochi anni si conoscono quasi completamente i rapporti morfologici dell’embrione umano, durante le prime ore dopo la fecondazione e durante questa medesima.

La ricerca procedette su vasta scala e divenne sempre più profonda la conoscenza dei processi fisici e chimici che si svolgono sul piano materiale nei processi biologici. La ricerca trasforma il mondo. E più profondo diventa il nostro sapere, più elevata diventa la nostra responsabilità. Sorsero gli anticoncezionali biologici, sorse la “pillola”. Come mai prima, una droga si diffonde così rapidamente sull’intero globo terrestre. Come mai in precedenza l’intera umanità, quasi in ogni suo singolo rappresentante, venne chiamata in siffatta misura alla responsabilità come dai risultati di queste ricerche. Tuttavia dobbiamo prepararci a portare responsabilità anocra maggiori, giacché stiamo imparando ad adoperare su vasta scala forze il cui uso in tempi precedenti era riservato soltanto alla Natura. E poiché ci manca la superiore visione generale, attraverso tale uso disturbiamo continuamente innumerevoli equilibri biologici e superbiologici, mettendo a poco a poco addirittura in questione l’esistenza dell’uomo e della Terra. Indietro non possiamo più tornare. Neppure lo vogliamo. Dobbiamo però cercare vie che ci conducano ad una comprensione e ad una conoscenza dell’Uomo e della Terra sempre più profonde, onde possiamo in futuro avere la superiore visione generale e con essa la forza di sopportare i frutti della nostra scienza.

Andando alla ricerca di tali vie, l’autore allora trovò la blastula umana e con essa una idea. La blastula fu il punto di partenza di una via, della quale l’idea era la mèta spirituale sfolgorante. Da lungo tempo la vita gli aveva portato la certezza che lo spirituale sta alla base di tutto l’elemento fisico – ma qui vi era ora un punto che concedeva una vista su di una tal cosa. – Chi abbia trovato un cotal punto, ne troverà anche altri di questo tipo, ed infine riconoscerà che ogni creazione della natura può servire per gettare uno sguardo in un mondo spirituale. Ma dalla conquista scientifica di un tale sguardo dipende il fatto se possiamo o meno liberarci dalla fascinazione secondo la quale l’essere umano si esaurisce nella materialità.

Proprio quei rami della scienza che trattano questioni biochimiche e biofisiche trasmettono sempre più, oggi, la coscienza del fatto che tutti gli oggetti delle loro scoperte alla fine sono soltanto il lato esteriore di un evento svolgentesi su un piano rispetto ad essi più elevato. E. GRUNDMANN dice nella sua opera Cittologia Generale: “La cellula vivente è qualcosa di più della somma dei legami molecolari in essa contenuti e qualcosa di più della somma delle reazioni che si svolgono in essa. Il mistero del suo primo sorgere è al tempo stesso il mistero della prima formazione della vita, del primo connettersi di processi chimici in strutture ordinate”. Qui sorge la domanda: Come si giunge ad una visione di àmbiti posti su un piano più elevato? GRUNDMANN a tale proposito dice sùbito dopo: “Forse una ‘evoluzione strutturale’ potrebbe, nella dimensione submicroscopica connettersi là dove i metodi dell’ ‘evoluzionismo chimico’ giungono ai propri limiti”. Noi chiediamo ancora: Ma che cos’è una struttura? E potremmo rispondere: Una struttura è un ritmo che si è arrestato nello spazio. Quest’ultimo [il ritmo] ha la sua vita nel mondo temporale e diviene struttura soltanto allorché si irrigidisce nella forma, si congela nello spazio. Se quindi cerchiamo la struttura nel suo scaturire vivente, ci ritroviamo nell’elemento temporale, nel mondo dei ritmi – ma questo è il mondo dei suoni e dei toni. Forse l’intero evento della vita si lascia disciogliere, secondo la proposta di GRUNDMANN, in singole strutture. Si ammettano allora ritmi, nella fattispecie elementi sonori di diverse frequenze, che nelle più svariate maniere si sovrappongono ed interferiscono con altri suoni. Ma anche in questo caso rimane aperta la domanda: Qui chi sta suonando? Oppure: Chi parla?

Nel presente scritto si tenterà d’indicare come le due vie, quella della storia biblica della Creazione e quella dell’evoluzione embrionale, si corrispondano e fondamentalmente siano identiche. Ciò che la Genesi dice in parole, nell’embrione diviene vita organica. Mediante la conoscenza e l’esperienza di questa identità può essere ottenuta la possibilità di scrutare più profondamente nell’operare dei principi formativi. Con ciò proprio i risultati della ricerca del nostro tempo diventano finestre attraverso le quali si riesce a gettare uno sguardo in domìni più elevati. La metodica attraverso la quale sono stati trovati i risultati che verranno presentati nel prosieguo è scaturita da quella della moderna Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, sul cui terreno sta l’autore.

A qualche lettore apparirà forse temerarietà il fatto che il contenuto di un tale testo [la Genesi] venga paragonato con fatti che per le nostre rappresentazioni convenzionali sono bassamente fisiologici ed embriologici. L’autore stesso ha avuto ripetutamente di tali scrupoli, egli però oggi crede che attraverso una tale trattazione, se viene condotta con la serietà e la volontà di verità a ciò assolutamente necessarie, la venerazione di fronte a un tale testo possa soltanto accrescersi.

Egli è persino dell’opinione che un tale tipo di trattazione comparativa sia addirittura la sola appropriata a risvegliare in modo giusto in qualche lettore la coscienza della grandezza e della sublimità di tale testo.

L’idea, sulla quale si accesero i pensieri del presente scritto, fu la seguente. Allo scorgere quella prima memorabile raffigurazione che mostra la sezione di una blastula umana (vedi Fig. 1), fu come se l’autore avesse avuto di fronte a sé l’immagine illustrante il primo versetto della Genesi che proclama: “In principio Dio creò il Cielo e la Terra”.

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Figura 1: Blastula umana, sezione; disegnata a partire da una fotografia. Da HAMILTON et al. , Human Embriology, 1962. (Sezione mediana da una serie di sezioni microscopiche, HERTIG e ROCK et al., Carnegie, Coll. No. 8663)

E con incrollabile sicurezza, nel vivere questo pensiero, egli seppe che la Genesi, la storia biblica della Creazione, sin dal suo primo versetto altro non era che la descrizione dell’incarnazione dell’uomo. Con il presente scritto deve essere mostrato come questo pensiero si trovò via via dimostrato vero. Il contenuto di questo scritto in sostanza venne già presentato in forma orale in conferenze che l’autore tenne già negli anni sessanta di fronte a medici ed ad altri ascoltatori.

Il discorso libero ha molti vantaggi nei confronti della parola scritta o stampata. Attraverso di esso, con l’aiuto della gestualità e del disegno può facilmente essere portato a divenire esperienza qualcosa che solo a fatica viene cavato fuori dalla parola prigioniera dello scritto. Per la redazione scritta risultò perciò la necessità di descrivere con sufficiente precisione i processi embriologici ai quali si ricorreva rispettivamente nei singoli casi per la comparazione con la Genesi.

Le raffigurazioni aggiunte al testo, così come alcune tavole, possono inoltre facilitare lo studio e condurre il lettore a rappresentazioni il più possibile vitalmente vicine alle forme presentate nel loro trasformarsi. Il testo biblico appare nel corso dell’esposizione solo in forma di versetti o di frasi. E’ consigliabile consultare sempre nuovamente il testo in questione (vedi Appendice).

Ove nelle considerazioni sulla Genesi o sul suo rapporto con l’evento embriologico e con i dati anatomici non venga citata espressamente una fonte, ciò che viene presentato proviene dalla ricerca propria dell’autore.

Questo scritto non presuppone conoscenze specialistiche. Esso si rivolge a tutti i lettori per i quali la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore.

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

L'ARTE DEL CUOCO FILOSOFICO

CUOCO (2)

 La scienza moderna non considera il calore come una entità a sé stante ma accetta il fatto che esso modifichi le proprietà di un corpo.

*

Le donne sono più spirituali degli uomini! E per affermare questo nemmeno oso addentrarmi nelle osservazioni del Dottore riguardanti la plasticità della donna confrontata con la più densa s(t)olidità del genere maschile.

Nossignori. Basta rimanere qui, coi piedi piantati saldamente per terra. Il grande saggista e romanziere inglese C. S. Lewis ha caratterizzato efficacemente questa innegabile verità in una sua deliziosa “fiaba per adulti” (That hideous strength) in cui la personalità che dirige un improbabile gruppetto di inconsapevoli eroi della Luce stabilisce che le ordinarie faccende domestiche vengano svolte con una netta separazione tra i sessi: solo donne o solo uomini.

Perché questo? Allo scopo di evitare, in cucina, insanabili fratture: se un uomo chiede ad un altro dove riporre un oggetto, il primo risponde al secondo: “Mettilo nella credenza, nel secondo cassetto in basso a sinistra”. Se una donna fa ad un’altra donna la stessa domanda, la risposta può essere: “Là” oppure “Laggiù”.

Il mistero è manifesto: tra loro le donne, in questo modo, si capiscono benissimo mentre per l’uomo una spiegazione di quel tipo gli cortocircuita le cellule grige generando frustrazione, irritazione e in alcune situazioni sfoghi violenti. Ma, nel migliore dei casi, tra i due sessi si litiga.

A me è capitato spesso (in salotto, non in cucina), dopo aver chiesto lumi su di un fatto ad una gentile amica e dopo una sua lunga, accuratissima narrazione del come e del perché, di uscirne poi senza una immagine che (per me) avesse un fondamento di sensibile realtà e persino più nebulizzato di prima…ma con una delicata e dedicata malinconia verso l’irrisolto tema a causa delle mie patenti incapacità.

Arguisco che le donne siano come dotate di poteri che nemmeno in sogno l’uomo può sperare di possedere. Esse invece detengono la signoria di un linguaggio ermetico, il quale essendo ermetico è di certo figlio nobile dell’Arte regia, cioè della tradizione ermetica che nel passato è stata la via spirituale di quelli che furono e sono chiamati alchimisti.

Qui però c’è un però, poiché con la lettura di un testo originario di Ripley o Sendivogio o Geber, ammesso che la (in)comprensione possa essere un metro di misura, si giunge presto all’impressione che tali signori siano stati molto, ma molto superiori alle donne: e parlo di chi tra essi scrisse, forse mosso a pietà dalle turbe di pecoroni – ovviamente maschi – duri di comprendonio, divulgando e spiegando nei particolari i segreti della Trasmutazione e della fabbricazione della Pietra filosofale. Parlo degli Alchimisti conosciuti poiché questi scrissero valanghe esplicative, condividendo con il lettore l’arcano, strappando (a detta loro) persino la foglia di fico che dissimulava il segreto dei segreti.

Se non l’avete mai fatto, provateci, leggeteli. E’ la migliore disciplina d’avviamento alla sublime condizione del Non-Capire: invero condizione naturale generalizzata, ma in questo caso prodotta da un duro lavoro cosciente.

Bando a scherzi, a me che provenivo da un Oriente tutto trascendenza, dannarmi sull’ambigua equivalenza tra metallurgiche operazioni sensibili e stati di coscienza servì ad avvicinarmi all’idea del sensibile/soprasensibile che è la chiave dell’indagine goethiana.

Visto il titolo di questa nota, ogni dissertazione su valenze simbolico-terminologiche di cui i testi alchemici sono ricchissimi, è fuori discussione. Salvo gli accenni ai fuochi filosofici.

Perché “è dal regime del fuoco che tutto dipende” (Filum Ariadnae). “L’Opera non si fa né col fuoco volgare, né con le mani, ma col solo calore interiore” (Pernety). “Mediante lento e paziente riscaldamento, con continuo e mite calore si opera sino ad ottenere lo spirito occulto del mondo chiuso dentro la Pietra” (Chymica Vannus). Col Fuoco si cuoce: “intendete tutto secondo natura e secondo regime. E credetemi senza cercar tanto. Io vi ordino solo di cuocere: cuocete al principio, cuocete nel mezzo, cuocete alla fine, senza far altro: poiché la Natura si porterà al compimento” (Turba Philosophorum).

Prima di continuare spendo qualche riga su due termini ancora in uso che indicano strade e attitudini diverse: “umido” e “secco”.

Può valere, tra i molteplici significati, quanto è scritto nel Liber singularis de Alchimia che caratterizza la via secca dall’azione del Fuoco nudo e dall’assenza del “nero”, cioè dalla mortificazione. Ciò significa un operare senza crisi o salti o alterazioni ma con un processo continuo di sfittimento, di progressiva luminosità: attivo data la continua presenza del Sole e dello Zolfo (principio Io/volontà). Per l’uomo antico e per chi si trovi ad avere una naturale relazione con l’extrasensibile, la via umida, devozionale potrebbe essere più immediata. A patto che non sbocchi in condizioni passive e di estasi mistiche in cui il Mercurio (etere universale) scardini e sommerga l’operatore. Muovere qualcosa nel corpo eterico oppure esserne mossi si traduce in direzioni fatali.

Poiché il passato si prolunga nel presente, credo si possano cogliere alcuni tratti della via umida o della via secca anche nelle disposizioni animiche di coloro che operano nella presente forma della Scienza spirituale.

Tornando al tema del fuoco filosofico, esiste un testo breve di Giovanni Pontano che dà una relativa chiarezza e che potrei ricopiare per intero. Supponendo che ciò non sia un ardente desiderio vostro e mio, trascrivo qualche pagina saltando oltre le usuali lamentele delle fatiche e delle ambascie affrontate in lunghi anni di ricerca e di tentativi a vuoto, cosa familiare anche oggi a molti.

“…..La pietra filosofale dunque è una e si chiama in più modi: prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte qualità felici, che per opera dell’altissimo Dio, si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco.

E chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non sa nulla di filosofia, perché ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l’ignorano mai.

Ora bisogna dire le proprietà del nostro fuoco e se cioè convenga alla materia e in quale modo, affinché si trasmuti con la materia. Quel fuoco non brucia la materia, niente separa dalla materia, né divide le parti pure dalle impure, come dicono tutti i filosofi, ma converte in purità tutto il soggetto: non sublima, come Geber fa le sue sublimazioni, similmente Arnoldo di Villanova e altri, parlando di bilanciamento ed equilibratura dei principi e di sublimazioni. Rende perfetto in breve tempo.

E’ minerale, acqueo, eguale, continuo, non evapora se non si faccia avvampar troppo, partecipa del sulfureo da altro che dalla materia, disgrega, scioglie, congela tutto e similmente calcina ed è artificiale, facile a trovarsi e a comporsi, senza spesa o almeno con poca.

Il nostro fuoco è minerale ed eterno, non evapora se non è eccitato oltre misura: partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia: distrugge, dissolve, congela e calcina tutte le cose. Occorre molta abilità per scoprirlo e prepararlo: non costa nulla o quasi nulla. Inoltre è umido, carico di vapori, penetrante, sottile, dolce, etereo. Trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie. Egli è ancora la fonte d’acqua vitale nella quale il re e la regina della natura si bagnano continuamente.

Questo fuoco umido è necessario in tutte le operazioni alchemiche, poiché tutta la scienza è in questo fuoco. E’ alla sua volta un fuoco naturale, soprannaturale e antinaturale, un fuoco alla sua volta caldo, secco, umido e freddo che non brucia, né distrugge. E quel fuoco è fuoco con investigazione, con mediocre contributo: con fuoco languido tutto insieme produce tali equilibri.

E chi legge Geber e tutti gli altri filosofi, se vivesse cent’anni, non riuscirebbe a comprenderlo, perché soltanto per mezzo della profonda riflessione si riesce a trovare quel fuoco.

Allora si può capire nei libri e non prima.

(…) La pratica invero è questa: si prenda la materia e il più accuratamente possibile si triti con tritura filosofica e si metta al fuoco e la proporzione del fuoco si conduca in modo tale che ecciti semplicemente la materia, la tocchi tuttavia e in breve tempo quel fuoco, senz’altra apposizione delle mani, celermente compirà tutta l’opera, perché putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà e farà apparire i tre colori principali, nero, bianco e rosso, mediante il detto fuoco molteplice. Si aggiunga poi materia cruda non solo nella qualità, ma nella virtù.

Sappi dunque cercare con tutte le tue forze questo fuoco e ci arriverai, perché è quello che compie l’opera ed è la chiave di tutti i filosofi che non hanno mai rivelato…

Per quel poco che comprendo, davvero il Pontano si esprime più chiaramente degli altri alchimisti (resto al vostro servizio per le poche cose che paiono meno comprensibili, così ci faremo insieme almeno quattro risate).

Il fuoco o calore – sono termini intercambiabili – è dappertutto, come lo è stato dall’inizio della Creazione. Nell’uomo si affaccia come calore corporeo, perciò la nostra Pietra è naturalmente calda: essa manifesta la “vita della luce”, cioè abbiamo la vita che non possediamo e la luce che si palesa ma sembra nascosta.

Nell’uomo si avverte la vita come fuoco dei sensi, calore delle passioni. Nell’uomo il calore risorge come amore quando diventa percezione e pensiero ossia nell’atto che tende a restituire allo Spirito la materia. Nei confronti dell’anima la luce del pensiero deve incontrare il calore che promana dalla vita istintiva. Per comprenderci per il verso giusto si potrebbe parlare di realizzare una speciale condizione di “entusiasmo” indipendente dalle condizioni personali: sarebbe un buon termine qualora non venisse alimentato, come sempre avviene: a) dalle forme del sensibile (…partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia…), b) dal godimento della natura personale (...senz’altra apposizione delle mani...).

Così, nel comune divenire, anche spiritualista, si usa e si sostiene pure che l’entusiasmo e tutto quanto vi si correla sia cosa grande mentre è palese contraddizione: si rinserra la sezione mediana al fluire di ciò che libera il pensare ed il percepire dalla categoria corporeo-animale: il volere profondo: il volere pre-corporeo è la vera forza attraverso la quale l’uomo può essere libero.

Solo dalla (progressiva) libertà può scaturire l’amore e l’atto morale. Libertà è essere indipendenti dal corpo, è agire dalla straordinaria condizione nella quale ci si possa trasferire nel corpo eterico. E tutto quello che pifferai e zufulatori spargono in giro con ossessione tematica diversiva è solo piatta fuffa dialettico-luciferica.

Dunque c’è chi si entusiasma per ciò che legge, chi per ciò che fa, poi ancora c’è chi scoppia di entusiasmo rimirandosi allo specchio…è roba di tutti i giorni e non vale un accidente.

Come ho scritto sopra, l’opera è portare l’essere del pensare nella vita degli istinti: il sole, l’oro, lo zolfo hanno, detto alla buona, un senso analogo ed il punto di questa somma analogica non può essere che il centro più possente dell’anima che la simbologia architettonica occulta indica come zona cardiaca.

Nel cuore avviene l’incontro tra calore e luce che “trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie”.

Nelle più serie e veraci correnti occulte esauritesi meno di un secolo fa, l’opera consisteva nel sentire ed avvivare con l’immaginazione una caloricità nella zona del cuore, nutrendola progressivamente con sensazione e immaginazione. Sebbene fosse preparata da una pratica volta all’isolamento dell’uomo lunare, il suo limite era quello comune a tutti gli occultismi: trasferire nella corporeità la coscienza, disciplinata ma ordinaria, seppure purificata dall’umido naturale così caro al volgo.

In realtà c’era già tutto ma mancava soltanto ciò che può immergersi nel corpo essendo da questo indipendente: la forza-pensiero. Senza la forza-pensiero ogni operazione o rito è solo operazione corporea poiché officiata dalle possenti forze corporee dominanti la coscienza. Di questa essenziale forza e della sua, già difficilissima conquista, su Eco se ne parla tanto, forse così tanto da confondere il buon lettore. Allora rimando a qualsiasi opera di Massimo Scaligero ed in particolare al Trattato del Pensiero vivente (in particolare l’edizione del ’79 riveduta e ampliata dall’Autore poco prima della sua scomparsa).

Pur essendo del tutto convinto che la “pietra angolare” non soltanto sostenga ma riassuma in sé l’intero edificio, ad un certo punto della disciplina della liberazione del pensiero dal vincolo cerebrale è possibile indirizzare parte del lavoro interiore verso la dinamizzazione del fuoco cardiaco. Infatti il dott. Colazza dice: “Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore. E’ per questo che gli uomini del passato hanno tentato la via della devozione ma questa era troppo spesso inquinata da pregiudizi e da emozioni passive e non poteva dare la conoscenza. Scendendo nel cuore gli uomini perdevano il senso dell’Io per disperdersi nel sensibile sentimentale”

Ricordatevi dei “santini” in cui è raffigurato Gesù che tiene in mano il cuore fiammeggiante: ermeticamente semplificato in un triangolo rovesciato sormontato da una croce (tale simbolo ha anche altri significati. Nei tarocchi corrisponde al XII arcano: l’impiccato).

Molti sanno quale sia la disciplina: si trae, con l’immagine di normali processi sensibili (dal calore del sole al fuoco di un ceppo di legno), un sentimento o “senso” del calore. Se questo viene colto dalla coscienza della testa, il suo carattere lo traduce immediatamente nel cuore. Il processo, quando sia posseduto, accende subitaneamente la condizione a cui il dott. Colazza diede la migliore definizione possibile: “Emozione attiva”, del tutto indipendente da quanto può entrare in noi dal mondo esterno e dalla contingente personalità nostra.

Ma questo a che serve? Quasi già detto: porta a Vita la Luce. Ossia l’illuminazione si “accende”: diventa potere trasformante, giunge fino ai sistemi corporei, pervade ogni singola cellula del corpo e secondo misura e destino dissolve la materia e la sostanzia di etere spirituale. Parlarne come ora, indica, ma oltre non serve più di tanto: sono tutte condizioni, esperienze dell’anima metadialettiche, metarazionali: pure esperienze. Esse iniziano sempre dal pensare senza pensieri. Mi verrebbe da dire (e perciò lo dico): dal pensare…spensierato! 

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

L’ARCHETIPO – LUGLIO 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ASCESI DEL RISVEGLIO E L’OTTUPLICE SENTIERO DEL BUDDHA SHAKYAMUNI

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Negli incontri che ritmicamente negli anni settanta del trascorso secolo avevo con Massimo Scaligero – incontri per i quali non ringrazierò mai abbastanza il Cielo e i Numi – talvolta egli affrontava il tema delle ascesi d’Oriente, ricreandone ogni volta con la sua magica parola la viva immagine e l’arcana atmosfera davanti agli occhi della mia anima. Di quelle antiche Vie, egli mi illustrava gli aspetti più luminosi, che avevano valore di perennità, separandoli da quegli aspetti traseunti, oggi non più attuali, dovuti all’inevitabile adattamento del linguaggio dello Spirito alle esigenze delle diverse civiltà e della varietà di tipi umani che in esse si manifestavano. Massimo Scaligero curava di mostrarmi altresì come quei luminosi contenuti di perennità (come amava definirli) potessero ancora parlare all’uomo più moderno, all’uomo attuale, quello più radicalmente immerso nell’esperienza immanente del mondo.

Una particolare importanza, egli dava alla Via del Buddha, che non si era esaurita nelle varie forme storiche ch’essa aveva assunto lungo un millennio in India, e neppure nelle successive manifestazioni estremo-orientali del Buddhismo, in Cina e in Giappone, e nemmeno in quelle tibetane, che maggiormente hanno risentito delle influenze indiane. Egli vedeva nell’operare del Buddha un impulso “cosmico” che, al di là delle forme “storiche” assunte in Oriente, poteva manifestarsi nell’Occidente moderno in forme inaspettate, difficilmente ravvisabili dagli stessi orientalisti e storici delle religioni, i quali difficilmente riescono a scorgere, a causa dell’ipnosi prodotta in loro dall’arido dato filologico e archeologico, l’imprevedibile elemento spirituale vivente, generatore di impensate forme novelle, che difficilmente può scorgere chi si nutra unicamente di sia pure eruditi studi accademici.

Più volte Massimo Scaligero mi dette concrete indicazioni operative, invitandomi espressamente a sperimentarle nella mia pratica ascetica, traendole da insegnamenti del Buddha, che mi mostrava in una luce per me davvero inaspettata. Traeva quelle preziose indicazioni sia dalle opere del Canone pâḷi del Buddhismo più antico, sia da quelle del più recente Buddhismo Mahâyâna. Di un autore, da me molto amato, come Nâgârjuna, arrivò a dirmi che: “egli era stato uno dei primi asceti, un autentico precursore, della Via del Pensiero, come la concepiamo noi”. Mi indicò pure un punto nel quale il Buddha Shakyamuni parla apertamente dell’esperienza del pensiero vivente.  Più di una volta mi espresse il pensiero che se, all’inizio del Novecento, invece che i teosofi, avesse avuto di fronte degli asceti formati nelle Vie dell’Oriente, Rudolf Steiner avrebbe donato contenuti di ben altra radicalità e dirompenza spirituale. 

Nella seconda metà degli anni settanta, Massimo Scaligero volle darmi un suo scritto, un estratto da un numero di East and West, la bella rivista del Is.M.E.O., ch’egli curava come redattore, recensore di testi di orientalistica, e direttore responsabile. L’articolo ivi pubblicato era in inglese, ma avendo smarrito il dattiloscritto originale in italiano, mi pregò – oltre che di studiarlo con attenzione e di meditarlo bene – di tradurlo in italiano: poi lui lo avrebbe rielaborato in una forma tale da poter essere messo a disposizione degli amici impegnati nella Via. A quell’epoca, purtroppo, le mie conoscenze della lingua d’Albione erano meno che modeste (e ben modeste le mie competenze linguistiche lo sono tuttora), per cui non riuscii ad adempiere onorevolmente, prima della sua scomparsa (avvenuta non molto tempo dopo), il compito affidatomi.

Ma non desistei. Ne feci, nel tempo, due successive traduzioni, che invero mi soddisfacevano molto poco. Vi sono ritornato sopra in questi giorni, mettendoci la massima buona volontà. Naturalmente, l’argomento, estremamente delicato, anche per chi ben lo comprenda, non è facile da tradurre. Ma l’impresa più difficile, in quest’opera di retroversione dall’inglese all’italiano, è rendere lo stile e l’efficacia della parola di Massimo Scaligero, parola che, nelle opere da lui pubblicate, manifesta tutta la magia mantrica del suono e l’aurea trama del suo luminoso tessuto ideale. Comunque vi ho messo tutto l’impegno possibile per non tradire il suo pensiero. Per cui sono da imputare solo a me tutti i difetti, che una inabile traduzione non mancherà di mostrare, per i quali chiedo in anticipo la benevola indulgenza del candido lettore.

Non farò l’esegesi delle parole di Massimo Scaligero, ché di ben altre forze e sapienza dovrei essere provvisto per un tale arduo compito. Tuttavia non rinuncio a indicare come il tema della “liberazione della memoria”, della indipendenza dai condizionamenti di una natura inferiore, sia stata trattata anche dal Dott. Giovanni Colazza, che di Massimo Scaligero fu amico e Maestro, nella conferenza da lui tenuta a Milano, l’8 dicembre 1940, recante il titolo “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”, trascritta dagli appunti dell’ottima Fanny Podreider. In quella conferenza, come del resto in questo scritto di Massimo Scaligero, viene indicata operativamente una ascesi di liberazione conoscitiva, basata sulla Filosofia della libertà di Rudolf Steiner, secondo la quale l’esperienza spirituale del momento originario del pensiero, dell’esperienza cosciente e vivente dell’idea è l’azione trasfiguratrice, anzi radicalmente trasmutatrice, dell’intera vita dell’anima. Per cui dall’esperienza del “pensiero puro”, del “pensiero vivente”, scaturiscono forze morali, e non viceversa. Come viene mostrato da Massimo Scaligero in questo scritto, che vede qui la luce, per la prima volta in lingua italiana.

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Massimo Scaligero, What the Eightfold Path may still mean to mankind, tratto da East and West, Year VII, N. 4 – January 1957, pp. 365- 372.

 CHE COSA L’OTTUPLICE SENTIERO PUO’ ANCORA SIGNIFICARE PER L’UMANITA’

Il ricordo dell’Ottuplice Sentiero nella nostra mente è collegato ad un gruppo di regole morali semplicissime, che nella nostra epoca, hanno un sapore leggermente antiquato, pur rappresentando esse, come viene riconosciuto, i contenuti fondamentali del Buddhismo. Potremmo sentire che, se paragonato, all’aristocratica esperienza delle Upanishad e alle altezze metafisiche raggiunte dai suoi ascetici autori, l’Ottuplice Sentiero, assieme alle Quattro Nobili Verità e alla Dodecupla Catena della Pratîtya Samutpâda, non sia altro che una versione pratica di verità sovrasensibili, talmente allontanatasi da quelle altezze da dimenticare il nucleo essenziale dell’uomo, l’Ātman-Purusha.

Ci dovrebbe essere consentito pensare che taluni mutamenti i quali, nello scenario spirituale dell’umanità,  si presentano col succedere di ogni epoca di evoluzione alla precedente, debbano avere a che fare con le modificazioni interiori dell’uomo stesso. Riforme religiose  e lotte filosofiche dovrebbero forse essere fatte risalire alle forme mutanti dell’esperienza umana, all’emergere di una nuova relazione organica con la sfera sovrasensibile. Questo può spiegare perché nell’ambito di un dato sistema, pensatori tradizionali si trovino a fianco dei rappresentanti di nuove prospettive e dei precorritori di future concezioni. Per la mancanza di coscienza della novità di talune esperienze, quest’ultimi aderiscono alle antiche espressioni; ciò porta a fraintendimenti e a conflitti. La grande polemica tra Realisti e Nominalisti all’interno della corrente ascetica aristotelica nel Medioevo non potrebbe essere spiegata altrimenti. I due gruppi avevano una diversa esperienza degli Universali e chiamavano con lo stesso nome l’oggetto della loro contrastante esperienza interiore.

In maniera simile potrebbe spiegarsi la divergenza tra il Nyâya-Vaiśeṣika e le dottrine buddhiste.

Chiunque guardi imparzialmente alla vita umana nel corso dei secoli, alla storia dello spirito umano, dovrebbe essere capace di rilevare, là dove ve ne siano, i cambiamenti ch’essa presenta. L’umanità è rimasta sempre la stessa? Come può avvenire allora ch’essa afferri e riconosca se stessa persino sotto condizioni che sono sprofondate e sepolte nella coscienza? Il mondo antico non è certo la proiezione dell’intelletto attuale, che tenta di ricostruire qualcosa di diverso da sé, un qualcosa che mai esistette. Esso si rivela, invece, nella forza del suo proprio essere in quanto obbiettiva realtà alla quale il mondo moderno deve anelare per arrivare ad una comprensione.

Quanto all’Ottuplice Sentiero dovremo vedere se esso sia una formula meramente morale, che dia per scontata una serie di “beatitudini”, che non possono essere postulate, ma che dovrebbero piuttosto essere prima conquistate, o non sia piuttosto la formulazione morale di un’esperienza metafisica, che già contenga in sé, in uno stato di estrema purezza, la sapienza ultima delle Upanishad, circa il tradurla in un metodo di vita, in uno stile umano, e che indaghi ulteriormente in profondità. Una interpretazione strettamente morale potrebbe dunque essere il risultato della comprensione del mero suono esteriore delle parole, e non dei contenuti cui esse semplicemente alludono.

Guardiamo più da vicino alla “retta visione, al retto pensiero, alla retta parola, alla retta azione, al retto metodo di vita, al retto sforzo, alla retta esperienza, alla retta meditazione”, ossia alla formulazione verbale dell’Ottuplice Sentiero. Gli otto punti sono ovviamente attitudini ed esercizi che non possono essere separati l’uno dall’altro. Il segreto del loro reale significato sta nella loro struttura, nel loro accordo, nei sottili legami tra essi. 

Una virtù, una qualsiasi attitudine interiore, per l’uomo moderno è anzitutto e soprattutto  un qualcosa di astratto, quasi uno slogan. L’esperienza razionale è quella che rende l’uomo capace di edificare la scienza e la visione scientifica del mondo. Ma il metro di misura della mera conoscenza non può in alcun modo essere applicato alla visone dell’uomo antico. Studiosi come Eliade, Kerenyi, Dumézil hanno dato un’immagine viva della differenza tra l’esperienza antica e quella moderna della natura e del mondo. I veri organi di conoscenza erano altri. L’uomo antico, un essere prerazionale e prefilosofico, non sperimentava astrattamente il pensiero, in quanto la corrente vivificatrice della volontà scorreva direttamente nel suo pensare. Una virtù non avrebbe potuto essere pensata astrattamente – là dove l’uomo moderno, invece, può essere razionalmente persuaso, con ottime ragioni, a condannare un modo di vivere nei confronti del quale, in effetti, egli non è abbastanza forte da liberarsene – ma una volta introdotta nell’anima come pensiero, quella virtù avrebbe mostrato sin dal principio la sua forza trasformatrice.

L’importanza attribuita a dhâraṇâ e a dhyâna, ossia alla concentrazione e alla meditazione, nei testi tradizionali può essere scorta nell’esperienza attraverso la quale l’uomo realizzava il suo essere: nel pensiero egli viveva, per così dire, come in un organismo sottile non limitato alla testa, bensì pervadente l’intero suo corpo e la sua anima.

Lo Yoga, la dottrina dei chakra, la nozione delle nâdî, e il lato pratico dello shaktismo sono intesi nell’Induismo a “corporificare lo spirito e a spiritualizzare il corpo”, e possono essere giustificatamente messi in relazione con l’idea dell’antica identità tra l’essere e il pensare. Il mistico realizzava se stesso nel pensare e sentiva ch’egli non era, allorché era cosciente unicamente del suo corpo; egli si sentiva disperdere e quasi svanire nel processo sensorio, laddove invece egli sentiva il proprio essere integrale, mentre era impegnato nel pensare meditativo. Per lui l’essere era pensare e il pensare essere. Al di fuori dell’attività interiore suscitata dal pensare egli non era. All’interno di essa, egli percepiva il proprio essere, la propria vita. Nella meditazione l’uomo viveva realmente. In altre parole, le astrazioni erano ignote all’asceta antico, poiché il pensiero era volontà, al tempo stesso che jñâna era autorealizzazione.

Solo dopo la nascita del pensiero riflesso, dialettico e filosofico, l’essere e il pensare si scissero in due funzioni distinte. La vita e le idee vennero tenute separate, finirono in posizioni contrastanti, e sorse il problema della loro relazione, che da allora è stato il secolare problema della filosofia, sino alle sue ultime manifestazioni. L’esistenzialismo solleva nuovamente il problema non con l’intenzione di risolverlo, bensì con quella di soffiare nuovamente sulla mala fiamma della dualità mediante una dialettica trincerata, esasperata.

La disputa, lungamente condotta, sembrò  trovare la sua soluzione in un momento dell’evoluzione del pensiero occidentale, allorché Cartesio pronunciò il suo cogito, ergo sum. Ciò portò a ulteriori discussioni, ma non cambiò nulla, in quanto quel “cogitare” e quel “esse” erano in se stessi espressione della frattura tra “speculare” e “vivere”, ch’egli intendeva risanare. Se un discepolo del Buddha avesse potuto parlare a Cartesio, avrebbe potuto dirgli: “Tu non puoi essere nel tuo pensare, perché  il tuo pensiero non è, poiché esso è un mero riflesso. Perciò, quando pensi, tu non sei, proprio come l’immagine riflessa da uno specchio non è, anche se essa appartiene ad un oggetto reale”. Cogito qui significa “non entia coagito, ergo non sum”. (Michelstaedter).

È una questione vitale, scottante, che sta alla base dei più tormentosi problemi attuali, in quanto noi vediamo ancora l’essere fuori del pensare, cosicché si cade inevitabilmente o in un realismo materialista, o in un realismo metafisico, i quali riconfermano ambedue la dualità, l’astrattezza,  e il limite.

L’Idealismo, e i suoi sviluppi sino a Giovanni Gentile, sembrarono avere bandito l’ “essere” come oggetto di ogni discussione razionale. Esso potrebbe al massimo essere oggetto per il meditare, o la molla per un nuovo tipo di azione, basata sulla forza di alcune intuizioni razionali già acquisite. Ma l’esistenzialismo lo risollevò nuovamente come problema centrale del suo orientamento, e Martin Heidegger poté riscoprirlo e riportarlo alla luce, come se nessuno lo avesse prospettato e dialetticamente risolto prima. La ragione per cui questo problema viene sempre riproposto di nuovo e non viene trovato alcun indizio alla sua soluzione, deve essere scorto nello stato attuale del pensiero umano: pensiero disanimato, privo della dimensione della profondità, anche se può brillantemente dissertare sulla profondità.

Indubbiamente Hegel toccò il soggetto, sebbene non lo portasse alle sue estreme conseguenze. “L’essere”, dice egli nella Scienza della logica, “è una pura intuizione, e tale è anche il nulla in quanto semplicemente identico all’essere”. Ovviamente, pura intuizione qui è intesa a significare un pensiero che si esaurisce completamente nel suo oggetto ideale. Ma questa è precisamente la ragione per la quale esso non si esaurisce, bensì riemerge oltre la contraddizione e nel suo ri-emergere, anche se in un lampo che è breve se misurato in tempo umano, è uno con l’eternità. L’ulteriore manifestazione nella quale l’essere è pensiero che percepisce l’essere, non può essere considerato implicito nella dialettica di Hegel, né nell’autocoscienza di Fichte, né nell’identità di Schelling. Tuttavia, l’intera filosofia dell’idealismo è un anelito sublime verso una sintesi di essere e di pensare, tuttavia soltanto un anelito, senza il costante perseguire il fine della sua realizzazione.

Quella realizzazione, ovviamente, non può essere il frutto di un’ulteriore speculazione. Il sentiero delle ragioni e delle argomentazioni dilegua nell’indefinito della razionalità, mentre tutto annuncia che lo Spirito deve divenire esperienza o vanificare nel regno degli fantasmi. L’idealismo o la filosofia, che è la stessa cosa, in quanto non c’è filosofia che nella sua essenza non sia idealismo, dovrebbe esser capace di concordare postulato che il pensiero non sia una funzione meramente soggettiva, in quanto nel suo esser prima di venire assunto dal soggetto, l’uomo, esso è una forza universale, cosmica, sovraindividuale, una realtà spirituale, essere; essere nel quale l’uomo può essere, senza il quale egli non può essere; e in effetti egli non è, poiché il pensiero è pensiero riflesso, poiché egli è sempre proteso verso fondamenti esteriori, miti, esseri o rivelazioni, senza realizzare che quelli, nella misura in cui sono oggetti del suo pensiero, sono pensiero essi stessi. Pensando, io non sono al di fuori della realtà, in quanto i pensieri appartengono alle cose, anche se essi sorgono dentro di me: l’anima delle cose trova la sua espressione in me attraverso il mio pensiero, certamente non attraverso il pensiero riflesso, bensì attraverso il retto pensiero, che può essere identificato con quello che Shri Aurobindo chiama “Pensiero Paracleto”. Affinché l’anima delle cose possa rivelarsi in me come pensiero, quel pensiero non devo sfuggirlo, bensì devo soffermarmi in esso. Devo fermare il flusso concretamente reale del pensiero, accoglierlo in me come forza, vivere con esso. Questo è ciò che significano concentrazione e meditazione. Saltare da un pensiero all’altro, in un permanente divagare, in una continua incapacità di controllare e contemplare, cosicché solo la superficie delle idee ci attraversi sorvolando come astrazione o l’ombra dello spirito: questo è il pensare volatile, riflesso, divagante, infecondo, irreale, al quale devo necessariamente opporre un essere un “Dasein”, un esistere, una materia, una realtà, che mai estinguerà la mia sete, in quanto non possedendo il tipo di pensiero che loro appartiene, sono per questo tagliato fuori dalle cose, dall’esistere, dalla vita.

* * *

È ovvio che, se quel tipo di pensiero impotente usualmente rivolto ad una vita irreale, si volge ora a considerare l’Ottuplice Sentiero, non può vedere in esso altro che una serie di regole, apprezzabili unicamente dal punto di vista morale, cosa che oggi lascia più che altro freddi. Il pensare non è l’essere, l’essere non è il pensare. Perciò il pensiero, per es. quello della retta azione, può dar via soltanto ad astrazioni circa il giusto modo di fare le cose. Tuttavia se ammettessimo che un discepolo del Buddha potesse mettersi in quella condizione nella quale il pensare era una forza vivente, diverrebbe allora comprensibile come per lui il meditare sulla retta azione significasse cogliere al tempo stesso il principio dinamico necessario a compiere quel tipo d’azione.

Chiunque studi testi come l’Anguttara, il Majjhima Nikâya e l’Abhidharmakośa troverà ovvia questa identità tra l’essere e il pensare. Attraverso di essa, l’asceta poteva avvertire nel suo pensare la corrente della vita, e con ogni pensiero egli accoglieva  un elemento di potenza della volontà. Vasubandhu, per esempio, afferma che l’atto del pensare (vitarka) è l’espressione dell’organo del pensiero. Egli traccia, inoltre, una distinzione tra il pensiero sottile e quello ordinario. Quello è una sorta di pensiero spirituale. Tale distinzione è ancor oggi necessaria per indicare fino a che punto i contenuti sperimentati in una regola ascetica possano accordarsi al livello di coloro che si conformano ad essa.

Se accettiamo la validità di questa osservazione nei confronti di qualsiasi dottrina spirituale, essa può condurci a distinguere chiaramente il valore di un principio morale basato sulla sua realizzazione e sulla sua pratica concreta da qualsiasi altro, prodotto dalla umana capacità di astrazione. Quanto all’Ottuplice Sentiero, non ci deve trarre in inganno la sua semplicità. Nel caso esso venisse esposto da qualcuno che lo avesse realizzato in se stesso, dovrebbe essere valutato secondo il metro dato sopra, ovverossia in quanto espressione di un mondo spirituale, piuttosto che di logica umana. Il retroscena interiore delle otto attitudini dovrebbe essere sperimentato mediante meditazione, onde possa scaturire il senso del loro accordo. Quel accordo, una volta conquistato mediante intuizione, se afferrato e richiamato spesso alla mente nella sua luminosità fulgurea, può improvvisamente fluire nell’anima del ricercatore come forza di determinazione interiore: proprio il tipo di determinazione interiore necessaria a seguire regolarmente ognuno degli otto sentieri.

L’Ottuplice sentiero non scaturisce dalla moralità, bensì forze morali scaturiscono da esso. Grazie al Sentiero l’uomo non è legato ad una regola, bensì deve egli stesso creare la regola in ogni singolo caso. Dunque è soltanto un metodo verso la conseguimento della Sapienza. In questo senso sono da ricordarsi le parole di Aśvaghoṣa: “La Sapienza ha la facoltà di penetrare i dharmâ così come essi sono, e la funzione di disperdere la tenebra dell’illusione che avvolge i dharmâ e cela la loro essenza”. Chiaramente questo riconoscimento dei dharmâ porta alla conoscenza della legge del karma, così come indicheranno in seguito gli Yogacârin trattando dell’âlayavijñâna. D’altronde, le antiche dottrine buddhiste parlano dei “tre segreti”, del pensiero della parola e dell’azione, e li concepiscono come limite alla trama e al tessuto invisibile del karma. Ogni “fatto” o karma viene visto come un “atto” spirituale. Nei “fatti” il karma si mostra e al contempo si cela. Un essere umano, impigliato nella rete della mâyâ, scambia i “fatti” per la verità evidente e perde la possibilità di osservarli dall’altezza di un “atto” interiore. Ma grazie ad un “occhio interiore” dischiuso, l’iniziato può osservarle come lettere di un alfabeto sovrasensibile attraverso il quale il karma trova la sua espressione, rivelando il segreto della sua precedente incarnazione e il suo sentiero futuro. La via che porta alla liberazione può essere vista solo con occhi chiarificati, ὅσον τ΄ ἐπἱ θυμὸς ἱκάνοι. [hòson t’epì thymòs ikànoi, “sin dove l’animo giunge”] (Parmenide, I).

Appare, dunque, come unicamente una serie di “atti” interiori possa smascherare la catena dei “fatti”, della quale l’esistenza samsarica è intessuta, quest’ultima essendo la catena senza fine di fronte alla quale ogni individuo si ritrova con la stessa avversione e con gli stessi problemi, con tutte le situazioni ricorrenti di sofferenza e di impotenza. L’uomo necessita della pratica paziente, persistente, di atti interiori mediante i quali egli può lottare libero da avijjâ, da memoria samsarica, da tutto ciò che lo vincola al suo apparente strumento corporeo (skandha, vâsanâ, saṃskârâ), e rivivere in se stesso la propria memoria spirituale (l’ἀνάμνησις [anàmnesis] di Platone), cioè il ricordo della sua natura primordiale, conducendo alla liberazione. Questo è il senso dell’Ottuplice Sentiero: che abitudini mentali, complessi, routine, costituiscono una “memoria” che lega l’essere umano ad una natura inferiore, che non è il suo destino, con la quale egli si identifica ciecamente. Persistere per mesi, per anni, in una serie di atti mentali, voluti indipendentemente dalla propria natura, può spezzare la catena di abitudini e rendere il discepolo capace di estirpare la falsa memoria, rivivendo in suo luogo la reale memoria dell’uomo. Così l’Ottuplice Sentiero implica la creazione di nuove “abitudini”, che portano a rivivere lo “stato primordiale” dell’uomo.

Il termine “memoria” non è stato scelto a caso. Da una parte, esso riflette l’idea che un gruppo di abitudini inconsce, che tendono a ripetersi ciecamente – i vâsanâ e i saṃskârâ della dottrina buddhista – dall’altra, esso è spesso usato dalla moderna psicologia nello stesso senso riguardo all’azione di “riflessi condizionati” e alla vita dell’“inconscio”. Delay la chiama “memoria inferiore”, il che equivale affermare la mancanza di una “memoria superiore”, la quale caratterizza, invece, il vero essere umano.

A questo punto, l’uomo moderno può trovare una via per comprendere e, nel caso, praticare l’Ottuplice Sentiero, per quel che di verità vivente esso ancor oggi contiene. Esso conduce ad un risveglio della memoria spirituale, che già è sveglia nella sfera sovrasensibile di ogni essere e dorme nell’incoscienza, sopraffatta da una falsa memoria che impone, da una zona più profonda, tutte le “associazioni” e persino pensieri. Quella dimensione interiore, che manca alla moderna psicologia, l’uomo potrebbe trovarla nell’Ottuplice Sentiero, così come egli potrebbe rivivere nel suo pensiero la relazione reciproca, che le otto attitudini hanno tra di loro, sino a che essa non scaturisca improvvisamente nell’anima come una forza alla quale egli potrebbe attingere per praticarle una per una.

Per raggiungere ciò, l’occidentale dovrebbe, come ho detto sopra, meditare sulle singole otto attitudini, così da averle continuamente presenti nella sua coscienza, sino a che esse possano, ad un determinato momento, muoversi e combinarsi da sé nella sua anima, disvelandogli così la loro reciproca relazione interiore, la loro natura univoca, come fossero raggi irradianti da un unico centro. Naturalmente, un tale esercizio è inteso a superare la scissione tra “essere” e “pensare”, cui ho accennato più sopra, e che non era un problema per i discepoli del passato. Il nostro pensiero disanimato attingerebbe ad una nuova sorgente di vita mediante la meditazione. Così la corrente della  volontà fluisce nel pensare e lo solleva al di sopra dei consueti processi cerebrali. Così vengono poste le condizioni per le rette attitudini.

Per esempio, se l’uomo moderno volesse seguire il sentiero del “retto giudizio” e tentare di rettificare ogni suo giudizio, attraverso lo sforzarsi a quel pensare cosciente cui ho alluso, noterebbe che il giudizio può essere all’altezza della verità del suo oggetto, unicamente allorché può affermare l’elemento eterno che l’oggetto contiene. Un tale giudizio non potrebbe più condannare alcunché, in quanto inevitabilmente sposerebbe l’essenza di bontà e di bellezza presente comunque in ogni cosa oltre la sua apparenza.

Il sentiero del retto giudizio implica, dunque, un’atteggiamento di positività nei confronti di tutti gli esseri e di tutte le cose.  Una tale modo di pensare dovrebbe essere nutrito attraverso una costante percezione del lato buono e luminoso dei fatti, delle cose e delle persone, in particolar modo quando ciò è arduo a trovarsi. Non intendo dire che l’occasionale lato oscuro di una cosa dovrebbe essere trascurato, ma che la critica “spontanea” dovrebbe essere smorzata e l’attenzione deliberatamente diretta  verso gli aspetti positivi. Questa volontà rafforza la nostra facoltà di guardare al lato favorevole, costruttivo, che non può mancare e non deve essere creato dalla nostra immaginazione, bensì osservato e afferrato nella sua concretezza, oltre il lato negativo che generalmente ci colpisce per primo. Questo sarà il principio di un comportamento in armonia con lo spirito, attraverso il quale non possiamo accostare alcunché in maniera svalutativa, in quanto ogni complessità [poliedricità] può essere ricondotta ad un tutto armonioso.  Lamentarsi del lato negativo delle cose è tipico del punto di vista umano e deriva dal nostro atteggiamento generale verso l’esperienza. È una inconscia ed egoistica severità con il mondo, dominata da idee preconcette che nascono dalle esperienze passate. Colui che possa liberarsi di quelle idee, sarà capace di formarsi ed avere un giudizio autonomo, i.e. un retto giudizio: egli non giudicherà secondo la nostra consueta deviazione, che ci esclude da un contatto diretto con la realtà.

Gli stimoli del nostro temperamento, della nostra educazione, le relazioni stabilite nella nostra gioventù e la prospettiva delle cose formatasi a quell’epoca, disgraziatamente ci portano a  a guardare le cose e le persone secondo modelli fissi e ci predispongono a giudizî, che dovrebbero sempre essere rivisti alla luce di una sempre rinnovata ragione. Essi sono così profondamente radicati da attendersi da noi soltanto una sorta di reazioni obbligate, il cui automatismo ha acquisito la forza dell’impersonalità. Attraverso la pratica del retto pensare ci liberiamo di essi e guardiamo alle cose in un modo nuovo, tale da arrivare alla loro intima realtà.

A questo punto può dischiudersi l’ “occhio spirituale” e può essere raggiunta la visione diretta attraverso la quale può delinearsi il segreto del karma degli esseri che contempliamo. Ciò è inevitabile in quanto l’attitudine al giudizio spassionato e all’immergersi nella realtà interiore delle cose oltre il loro apparire ci rende capaci di cogliere la relazione sottile tra la loro essenza e la loro esistenza. Il giudizio positivo getta luce su tutto ciò che un essere umano alberga di bene, e ci conduce a vedere il dharma, che opera nei “livelli inferiori”, saṃskṛta, cioè le forze che trattengono quell’elemento positivo dal venire alla superficie. Ci porta a vedere i retroscena che impediscono ad un uomo di muovere lungo la propriaa direzione creativa, secondo il suo dharma superiore (asaṃskṛta, nirvanico). Così noi progrediamo verso la comprensione degli altri e arriviamo ad una più profonda e più costruttiva pratica della verità, e a rendere concreta la pratica dell’amore verso il prossimo (maitrî).

Il sentiero della “retta visione” è simile. Esso porta ad una disciplina delle nostre rappresentazioni, affinché esse possano riprodurre fedelmente la realtà degli esseri e delle cose. Ciò implica soprattutto di non accettare niente in quanto precedentemente giudicato e sistemato, e di rivedere tutte le nostre rappresentazioni e prospettive attraverso il ritornare in contatto con gli oggetti. Se qualcuno, per es. ascolta un giudizio che ha già sentito altrove, dovrebbe osservarlo come se ora lo udisse per la prima volta, e meravigliarsi se questa volta non gli rivelasse qualcosa di nuovo o non gli apparisse in una nuova luce. Questa pratica dimostrerà se alcunché di nuovo è nato in noi stessi, se possiamo capire meglio e più profondamente che non nel passato.

Seguire questo sentiero significa raggiungere una “purificazione” della memoria, in quanto tratterremo ciò che è vero e vivo,  e ci libereremo di quella memoria ingannevole, che è la stratificazione delle nostre reazioni soggettive. Se a qualcosa ci sta dinanzi in un dato momento, e noi vi opponiamo una nozione già acquisita, ci riferiamo automaticamente ad un contenuto della nostra memoria, rinunciando all’esperienza viva. Se, quando ci viene detto qualcosa di nuovo, attingiamo al deposito di idee che abbiamo raccolto in circostanze simili in passato, ci tagliamo fuori da ogni giudizio realmente attivo. Se, invece, decidiamo di riesaminare l’evento in maniera nuova, il giudizio presente, maggiormente obbiettivo, si paleserà di fronte alla percezione. Questo è il metodo per controllare l’ “area”, dalla quale emergono i contenuti della memoria che usualmente affiorano a rafforzare i nostri giudizi stereotipi. Detergere quest’area dalla quale il passato impone le sue esigenze al presente, significa in certo qual modo liberarsi del determinismo del tempo: “il tempo diventa spazio”, ovverossia vediamo il tempo come se fosse disteso nello spazio e a nostra portata nel presente. Il ricordo cessa di essere una morta eco de passato e lascia cadere ogni configurazione che nel passato possa averlo incrostato. Ciò è d’importanza vitale, in quanto noi possiamo rimuovere dalla nostra coscienza un veleno pericoloso, la catena delle menzogne che tratteniamo come memorie. Ma la memoria spirituale, libera dai ricordi ingannevoli, è la forza stessa mediante la quale l’anima realizza il tempo come spazio in se stessa e muove in esso a volontà come in un continuo presente.

Le altre sei attitudini vengono illuminate dal retto giudizio e dalla retta visione. Grazie a quelle, gli ideali della vita vengono riconosciuti per quello che realmente sono, in quanto essi non possono più coincidere con ciò che è impermanente o non affondi le sue radici nell’eternità, e l’anelito umano trova infine il suo scopo. La retta aspirazione diviene una forza che libera l’uomo da ogni miraggio ingannevole, e dai suoi miti inferiori sui quali vengono disperse tante energie umane.

Da ciò nasce l’impulso a non agire più secondo propensione individuale, ma unicamente accogliendo l’interiore richiesta degli esseri e delle cose, il che significa “volere” allo stato puro, vale a dire non aver bisogno di agire sotto lo stimolo del proprio vantaggio o delle proprie preferenze, ma unicamente per amore dell’oggetto. L’oggetto a sua volta, come ho detto sopra,  può essere compreso nella sua realtà grazie al retto giudizio e alla retta visione. La volontà, allorché liberata dai motivi egoico-sentimentali, che sono i suoi stimoli abituali, diviene forte in se stessa e si collega con la sorgente impersonale del suo potere. Il volere umano, si dovrebbe dire, a questo punto quasi coincide col volere degli Dèi.

Il retto volere si realizza nella retta azione, per così dire, in una ora rigorosamente ricorrente corrispondenza tra “potenza” e “atto”. Diviene al contempo chiaro che viene richiesta una maniera interiore d’agire, che è infine retta meditazione, espressa nel mondo visibile nella retta azione. L’azione, in realtà, è di una sola specie: atto dello spirito che a volte porta come veste la contemplazione – o retta meditazione – e a volte l’azione. La sintesi di tutto è nella retta maniera di vivere, che conduce ad un ininterrotto accordo tra retta meditazione – nella quale confluiscono retto pensare, retta visione e retto volere –  e retta azione.

Ma la catena di queste sette movenze dell’anima può penetrare nelle profondità dell’essere solo mediante il retto sforzo, cioè attraverso una resistenza paziente portata avanti per mesi ed anni, con impeto imperterrito, e attraverso risoluta devozione, sino a che infine essa non operi come la natura stessa.

A questo punto appare evidente come l’Ottuplice Sentiero non agisca in quanto imperativo morale o sociale, ma per il fatto che esso sia intessuto di una serie di atti interiori, condotti sempre mediante un particolare modo di pensare, che è retto pensiero o pensiero puro. La sorgente dell’intuizione è chiamata sempre a scaturire nell’anima sì da generare le varie attitudini indipendentemente dagli antichi vâsanâ, epperò persino oltre il limite della conoscenza o della sapienza acquisita. Per l’uomo moderno, la chiave dell’intero processo è nella riconquista del pensare in quanto uguale all’essere. Fuori di un “pensiero vivente”, gli otto sentieri non possono restare altro che astratte direttive etiche, le forme esteriori di una saggezza, intesa a celare l’egoismo umano sotto la cornice di una qualche dignità.

Qui la moralità in realtà non è il presupposto, bensì una conseguenza, che non viene neppure posta come un fine, e quindi non è neppure voluta, in quanto l’Ottuplice Sentiero ed il pensiero trasparente, non più legato ad alcuno strumento fisico, divengono il sentiero verso la realizzazione di ciò che la filosofia moderna designa intuitivamente come il “fondamento”: quello che non ha altro supporto che se stesso. In questo senso, il suo conseguimento, come afferma il Buddha a proposito della verità nel Saṃyutta Nikâya, è oltre “ciò che è” e “ciò che non è”, oltre la dualità, cioè oltre quello “stato umano” mediante il quale, secondo Eraclito  “ ἄνθρωπος ἐν εὐφρόνῃ φάος ἅπτεται ἑαυτῷ” [ànthropos en euphròne phàos àptetai heautô, “l’uomo nella notte accende a sé una luce”, in Clemente Alessandrino, Stromata, IV,141, 2].

Alcuni secoli più tardi, Nâgârjuna parlò del Madhyamika, come di un sentiero ugualmente distante dall’essere e dal non-essere, che illustra con precisione intuitiva l’ “area spirituale” dell’esperienza interiore, che può liberare veramente l’uomo dai vâsanâ, dall’antica natura, dal saṃsâra, così come da ogni forma di conoscenza, o anche di saggezza ad essi legata.

Nei confronti dell’uomo, l’Ottuplice Sentiero può essere tradotto in una psicologia aristocratica – o piuttosto che in una psicologia – in una vera scienza dell’anima. Ognuno degli otto sentieri porta alla liberazione di un aspetto della memoria, vale a dire, di ciò che, in quanto “passato”, è presente nell’uomo ed esige dispoticamente da lui determinate abitudini ed una particolare visione del mondo. Allorché è libero dalla falsa “memoria”, l’uomo può guardare indietro alla sua vita e risalire obbiettivamente la catena dei suoi ricordi. Può così volgere all’inizio della sua attuale vita terrena, là dove egli non si troverà di fronte al nulla, bensì ad un Essere reale che viveva in lui prima della sua nascita. Lucidamente, egli può raggiungere la soglia di un’esperienza dell’Io Superiore, di un Essere che gli sta di fronte in maniera reale, indipendente da nascita e morte. Proprio questa esperienza può conferire un senso alla sua vita e rivelargli che l’Ottuplice Sentiero ancora non è stato conosciuto dall’uomo, in quanto esso deve ancora essere percorso.

Massimo Scaligero

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte prima )

giuseppe_garibaldi_1866 

PRIMA PARTE

Introduzione

Singolarissima figura, semplice nell’apparenza, ma nel fondo così complessa, dotato di virtù e capace di passioni così rare a trovarsi congiunte in un uomo che, vivo ancora, egli può essere giudicato a volta a volta dagli stessi giudici su cento modi dissimili, apparire ai lontani, sotto certi aspetti, infinitamente diverso da quello che è, rivelare anche a chi gli vive accanto da anni, con parole inaspettate e atti imprevedibili, lati nuovi e mirabili di se stesso, essere nel suo paese medesimo adorato, odiato, benedetto, vilipeso, levato al cielo come il più alto benefattore del suo popolo e segretamente desiderato morto come un flagello vivente, come una calamità incarnata della sua patria.

Edmondo de Amicis

*

La vita di Giuseppe Garibaldi fu straordinaria.

“Quando noi diciamo «uomo straordinario», intendiamo rispetto alla media comune degli uomini; ché, rispetto alla storia, nessun uomo e nessun fatto sono straordinari: tutto rientra nelle leggi naturali che si elevano a necessità storica…”.(1)

In realtà Garibaldi si fece tramite di eventi extra-ordinari nella vita socio-politica e culturale che modificarono il mondo. Alla sua figura si sono legati i destini di interi popoli; alcuni dei più grandi sconvolgimenti geo-politici del secolo XIX; l’ammirazione e gli entusiasmi unanimi di milioni di persone. L’Italia ne onora ancora il ricordo, nonostante il fervido istinto iconoclasta degli ultimi decenni che ha portato ad una feroce dissacrazione per un personaggio proposto per lo più come eroe nazionale, icona dell’unità italiana. La Chiesa cattolica sembra aver dimenticato le sue invettive contro Papa e preti. Fascisti, comunisti, liberali lo hanno rivendicato quale loro musa ispiratrice.

“Garibaldi è l’unico personaggio che, negli anni al culmine della guerra fredda, sia apparso tanto in un francobollo americano quanto in un francobollo sovietico”.(2)

Nessun straniero, mai, ha sollevato in Inghilterra l’entusiasmo suscitato da Garibaldi con la sua campagna di Sicilia nel 1860 e con la sua visita a Londra nel 1864. Eroe nazionale ed ancora osannato nell’Uruguay, la sua fama vive anche nell’Argentina che pure lo incontrò da nemico. Tuttavia ogni tentativo di celebrazione o di analisi storica risulta essere necessariamente limitante. La figura di Garibaldi è in certo qual modo riuscita a scivolare, in questo secolo, via dalle mani dei suoi estimatori e dei suoi detrattori.

Sugli altari e nell’immaginario popolare è a tutta prima assurta una figura incompleta e parziale che è in realtà ben lontana da ciò che fu Giuseppe Garibaldi. Accanto “all’Eroe dei due Mondi” che segue l’archetipo del condottiero e a cui si può facilmente accostare un Cesare, un Alessandro o un Napoleone, accanto all’uomo pubblico incantatore di donne, esempio di coraggio e portatore di tutte le migliori qualità umane, un altro Garibaldi aleggia ed inquieta. Garibaldi ci risulta inquietante e non perfettamente comprensibile sostanzialmente per tre motivi.

Innanzi tutto, la sua vita non ci appartiene, non fu una vita accostabile a quelle dei suoi contemporanei e ancor meno e afferrabile da noi uomini del duemila. La più vivida fantasia di un Salgari o di un Verne, l’anelito romantico sette e ottocentesco non hanno partorito nella fantasia una vita più avventurosa, più fortunata, più segnata da incontri decisivi e imprese formidabili di quella che visse, realmente, lui. Una vita che naturalmente si prestò ad essere romanzata, alla cui mitizzazione contribuì per primo lo stesso Garibaldi, e che nelle varie edizioni autobiografiche perde la valenza storica e che entra nella letteratura dei romanzi d’avventura. Eppure fu una vita che seppure riletta negli ultimi decenni da una analisi storica rigorosa che ne ha decimato l’aneddotica, rimane comunque eccezionale.

Un altro aspetto che fa riflettere e l’assoluta contraddizione con cui onesta vita fu vissuta.

“Fin da ragazzo ebbe subito una infinita pietà per ogni sorta di sofferenza e mai sarebbe riuscito a sopportare la vista di un uomo o di un animale sofferente…. Per tutta la vita fu un uomo di guerra, pronto a combattere una battaglia dopo l’altra, e spesso combattendo un tipo di guerra particolarmente atroce,  e guidando soldati, molti  dei  quali  ancora ragazzi…, fu sempre profondamente toccato, però, davanti a soldati feriti o moribondi.

Presiedette uno dei primi congressi internazionali per la pace…, ma scrisse poi nelle sue memorie: “La guerra es la verdareda vida del hombre ”, la guerra è la vera vita dell’uomo. Fu deciso nemico della pena capitale, ma i suoi soldati sapevano come fosse capace di ordinare una fucilazione senza nemmeno togliersi il sigaro di bocca”.(3)

“Lo credono i più d’animo incerto, pieghevole a tutte le passioni di chi lo circonda, operante quasi sempre più per impulso altrui che di moto proprio; ed è invece così tenace nelle sue idee e forte nella sua volontà, e sta così fieramente in difesa dell’indipendenza loro, che il discutere con lui anche per chi egli più stima ed ascolta, è la più ardua, la più erculea delle imprese”.( Edmondo de Amicis)

Eppure le sue idee, le sue intenzioni iniziali furono il più delle volte in assoluto contrasto con la sua azione. Ebbe una vita di pensiero molto particolare, a tratti modesta, talvolta assolutamente utopica e teorica; venne considerato un pessimo politico ed un mediocre stratega, uno scrittore ed un poeta a tratti piacevole e a tratti pedante; la sua volontà, il suo destino, cambiarono invece il mondo. Questa incredibile disunità di pensiero, sentimento e volontà disorientarono ed impressionarono le persone che lo conobbero.

“Garibaldi aveva, come disse George Sand, qualche cosa d’arcano che faceva pensare; la irradiazione dei grandi predestinati, il riflesso della visione interna di un mondo. [….] Dante gli avrebbe dedicato un canto, Michelangelo una statua, Galileo una stella”. (Edmondo de Amicis)

Un terzo aspetto suscita inquietudine. Mi riferisco al suo rapporto, alla sua appartenenza massonica. In realtà molto è stato scritto riguardo a Garibaldi massone, soprattutto da parte della stessa massoneria, la quale lo ha, al pari delle fazioni politiche, voluto prepotentemente fare suo.

“Le Premier Maçon du Monde” fu sempre strettamente legato alla Massoneria ottocentesca. Proprio questa sua fedeltà fa sì che oggi su di lui sia caduto un velo di indifferenza e silenzio quale risposta imbarazzata della società italiana ad un movimento che da sempre, ma ancor più negli ultimi quindici anni, ha suscitato diffidenza nell’opinione pubblica. Il sottile filo massonico che  unisce  l’indipendenza  americana  e  la rivoluzione francese all’impresa dei Mille, pone la spinta nazionalistica del secolo scorso in una luce che suscita non poche perplessità e domande. Il rapporto tra Garibaldi e la massoneria fu più complesso di quanto molto spesso le logge non lo abbiano voluto rappresentare.

“La Massoneria……. lo piange come padre e come figliuolo …..”.(4)

E’ ben vero che gli aiuti politici ed umani dei fratelli massoni furono realmente determinanti per lo svolgimento della sua azione; ma Garibaldi non fu mai solo il buon figliuolo che perseguì e realizzò gli ideali politici della massoneria, egli fu insieme critico ed innovatore: il suo impulso modificò profondamente la massoneria.

Il presentimento che egli usò la massoneria più di quanto essa fece con lui, che per una sorta di predestinazione, “Garibaldi doveva essere il Gran Maestro, il Sovrano Gran Commendatore, la Guida”(5) è un’impressione che ebbero diverse personalità massoniche. Una biografia straordinaria,  una personalità  speciale  ed  un  lato “esoterico”, rappresentano muri contro i quali si infrange, da un secolo a questa parte, ogni analisi storica.

Va detto che l’istituzione massonica, attualmente in stato di decadenza, e talvolta di grave degenerescenza in Italia e  nel mondo, presentava nel Settecento, e in parte in alcuni luoghi anche nell’Ottocento, aspetti migliori di quelli attuali, in special modo in Italia. Vi erano nel nostro paese sopravvivenze di antiche tradizioni misteriche, di origine dionisiaca, orfica, pitagorica, neoplatonica, tradizioni, che nel Medioevo riemersero tra i “Fedeli d’Amore” e, poi nel Rinascimento e all’inizio dell’evo moderno, sotto la forma di Accademie Platoniche. Queste accademie nel Settecento presero la forma, secondo un impulso del tempo, di logge massoniche e coltivarono in forme nuove l’antica sapienza. In particolare a Napoli, a Firenze e a Venezia, esse si richiamarono ad origini da loro definite “eleusine”. A Napoli, ad opera di personalità come Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, sorse un milieu che, attingendo ad antiche tradizioni partenopee ancora presenti, sorse l’Ordine o Rito di Misraim, dal carattere apertamente occulto e iniziatico nel senso migliore del termine.

E’ degno di particolare nota il fatto che Giuseppe Garibaldi abbia sentito il bisogno di ricollegarsi proprio a questo Rito massonico dichiaratamente “occultista”, di origine puramente italiana e indipendente dalle influenze francesi, inglesi e tedesche. E che – stando a quel che scrive nel suo libro sulla storia dell’Ordine di Misraim Gastone Ventura, storico qualificato di tale corrente massonica – a metà Ottocento, all’epoca dell’impresa dei Mille, fossero presenti “nel 1860 una loggia di Palermo ed una loggia di Napoli: nella prima sarebbero stati iniziati numerosi ufficiali garibaldini già appartenenti alla Massoneria dell’Alta Italia ai quali, in maggioranza, sarebbe stato conferito il grado di Filosofo ermetico; la seconda sarebbe stata posta in sonno per sfuggire alle rappresaglie della polizia borbonica, dopo la battaglia di Calatafimi”. Mentre, in un suo studio su “i Riti egiziani della Massoneria”, così scrive: “A Napoli la loggia misraimita colà esistente si era posta in sonno con la costituzione del Grande Oriente e del Supremo Consiglio di Palermo da parte di Garibaldi che ne era stato proclamato Gran Maestro ad honorem mentre ai suoi ufficiali erano stati riconosciuti gradi elevati del Rito di Misraim e decorazioni in quello di Memphis”.

Rudolf Steiner parlò ripetutamente di Garibaldi  e con lui degli altri artefici del Risorgimento Italiano. Soprattutto essi rappresentano uno dei fili conduttori che Rudolf Steiner dipana in diversi cicli di conferenze che tenne prima a Dornach e poi in giro per l’Europa nel 1924 e che sono conosciute come “Considerazioni esoteriche su nessi karmici” (O .O 235 – 240). Naturalmente le comunicazioni che fece R. Steiner pongono la biografia di Garibaldi in una luce del tutto particolare. Elevato dal senso storico materialistico ed inserito in un amplissimo contesto metastorico, l’uomo appare ora quale interprete di un corso di eventi prima ancora che fisici, spirituali.

Se molti aspetti della vita di Garibaldi e dei  suoi rapporti con gli altri artefici del Risorgimento si chiariscono, altri enigmi più profondi  si presentano. Quali servitori dello spirito di popolo italiano, ma ancor più preparatori della reggenza di Michele, Garibaldi ed i suoi compagni ci impongono una rilettura dei moventi spirituali del Risorgimento e l’analisi dei compiti presenti e futuri dell’Italia. D’altro canto proprio la figura di Garibaldi pone in maniera sorprendente una serie di problematiche circa le indagini karmiche di R. Steiner.

I primi due settenni.

Giuseppe Maria Garibaldi nacque a Nizza alle 6 del mattino del 4 luglio 1807.

Nacque suddito dell’imperatore Napoleone I e quando fu battezzato nella chiesa di San Martino in Nizza, il 19 luglio 1807 il suo nome fu scritto in francese, Joseph Marie.

“Napoleone era allora al culmine della potenza. Il giorno della nascita di Garibaldi, era a Tilsit sulla frontiera russa, a concludere quella serie di incontri con lo zar Alessandro I, che avrebbe portato, due giorni dopo, al trattato d’alleanza con il quale la Russia si sarebbe impegnata a seguire una politica di neutralità filo – francese ed anti – britannica. Al di là dell’Oceano, quello stesso giorno, i sette milioni di cittadini statunitensi celebravano il trentunesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza”(6).

“Non posso incominciare a raccontare la mia vita senza prima far cenno ai miei buoni genitori che fecero tanto per la mia educazione morale e fisica, cercando di inculcarmi il loro carattere ed il loro amore”. (7)

Contrariamente a quanto affermato dalla tradizione, il padre di Giuseppe, Domenico, non era un povero pescatore, ma un marinaio ed un piccolo commerciante, ricco abbastanza da poter disporre di una nave , la “Santa Reparata” di 29 tonnellate. Il  nome  Garibaldi  fa  pensare  ad  una  origine  tedesca  della  famiglia, sebbene alcuni biografi abbiano rintracciato un Garibaldo che era duca di Torino nel VII secolo.

“Jessie White Mario……amica e biografa di Garibaldi, credeva di trovare tracce dell’origine teutonica di lui nel colore biondo – rossiccio dei suoi capelli, nel suo incedere lento e solenne, nel suo modo di parlare calmo e pacato e senza gesti, e nella sua predilezione della vita di campagna, rispetto a quella di città”(8).

“E’ mia madre! Io asserisco con orgoglio che essa, Rosa Raimondi, può servire di modello alle madri. E credo che questo d’aver detto tutto” (9).

Rosa Raimondi era una ragazza di Loano quando nel 1794 sposò Domenico. Dal loro matrimonio nacque nel 1797 una prima figlia, Maria Elisabetta, che sarebbe morta solo due anni dopo. Nel 1804 nacque un maschio che ebbe il nome del nonno, Angelo. Tre anni dopo nacque Giuseppe. Nel 1810 nacque suo fratello Michele. Quando aveva 5 anni e mezzo, nel 1813 vide la luce un altro fratello, Felice e nel 1817, a maggio, nacque una sorella, Teresa.

“I figli di Rosa e Domenico si fecero, ognuno a suo modo, onore, sebbene tendessero a morire precocemente. Angelo emigrò negli Stati Uniti, divenne un ricco uomo d’affari a New York e chiuse la sua carriera come console del regno di Sardegna a Filadelfia, dove morì nel 1853 a 49 anni. Michele divenne un ottimo capitano marittimo del Mediterraneo: morì nel 1866 a 56 anni. Felice fu il meno ambizioso, s’accontentò di trovare successo con le donne; fu impiegato in una compagnia di navigazione a Napoli e qui morì nel 1855 a 42 anni.

Giuseppe, il futuro rivoluzionario, il futuro soldato d’America e d’Europa, visse una vita molto più avventurosa di quella dei suoi fratelli, eppure fu l’unico ad arrivare alla vecchiaia. Quando morì nel suo letto, a quasi 75 anni, già era chiamato l’eroe dei due mondi.”(10)

Nel 1814, rovesciato Napoleone, il Congresso di Vienna sancì la restaurazione dei vecchi regimi e dei vecchi confini; così Nizza tornò ad essere parte del Regno di Sardegna ed il settenne Joseph divenne a tutti gli effetti  Giuseppe,  sebbene  in  casa  lo  avessero,  da  sempre,  chiamato Peppino.

Garibaldi crebbe in riva al mare – abitava infatti nel porto di Nizza – ed il destino suo e quello dei suoi fratelli fu inizialmente quello di seguire le orme paterne e del nonno per mare.

“Da ragazzo, spesso, gli bastava attraversare la strada per trovarsi nel porto, tra le navi,  e qui parlava con i marinai, e imparava da loro ad arridare le vele, o a serrare nodi; e chiedeva ai pescatori d’andare con loro alla festa della tonnara a Villefranche, o ai banchi di sardine di Limpia, o alla cattura delle ostriche. Ma altre volte, eccolo steso tra gli ulivi, a leggere un libro; o a vagare tutto solo nelle colline sopra Nizza, camminando per ore ed ore solitario nei boschi, sognando ad occhi aperti ed imparando ad amare la natura e gli animali.”(12)

Garibaldi fu allo stesso tempo eccellente marinaio ed esperto in terra ferma, sia per mare che per terra fu contemporaneamente guerriero e uomo di pace, marinaio, cacciatore e buon pastore. Tra gli otto e nove anni, mentre andava a caccia con un cugino salvò una donna che stava annegando in uno stagno.

“Dodicenne si gettò al salvamento di alcuni ragazzi, la cui barca s’era rovesciata e li trasse dal mare; fattosi adulto, e divenuto nuotatore formidabile avrebbe salvato in altre tre occasioni ragazzi e uomini che stavano per annegare.”(13)

Sempre a dodici anni una spaventosa tragedia colpì lui e la sua famiglia. Il 17 gennaio 1820 morì in un incendio la piccola sorella Teresa di 2 anni e otto mesi con la nutrice che dormiva con lei. Non fu possibile soccorrerle perché la nutrice aveva chiuso l’uscio dall’interno. Questo fatto toccò profondamente Garibaldi, anche se ne parlò pochissime volte e mai permise che i suoi ospiti si chiudessero a chiave in casa sua…

In realtà i suoi genitori non volevano fare di Giuseppe un marinaio e per farlo studiare lo affidarono  a tre  precettori  privati,  due  dei  quali ecclesiastici ed il terzo laico, il signor Arena. Quest’ultimo insegnò per primo a Garibaldi l’italiano poiché egli parlava quel misto di provenzale ed italiano che si parlava a Nizza ; gli insegnò anche la matematica.

Garibaldi, che fu sempre un acceso anti – clericale, ricordò come buona l’educazione ricevuta da Arena e pessima quella ricevuta dai due preti; tuttavia espresse simpatia per uno dei due che gli insegnò l’inglese e si rammaricò di non averlo imparato meglio, visto lo speciale rapporto che ebbe per tutta la vita con gli inglesi.

Fu sempre portato per le lingue e, a parte il francese e l’italiano, in Sud America imparò lo spagnolo ed il portoghese. Theodore Bent, esploratore inglese che fu ospite a Caprera, riferì che parlava anche un ottimo tedesco. Non fu un buon alunno e a tante chiacchiere accademiche preferì imparare da solo le materie che gli sarebbero servite per ottenere il diploma di capitano marittimo e in particolare fu attratto dall’astronomia. Altre materie fu la vita ad insegnargliele.

“Io imparai la ginnastica arrampicandomi sugli alberi e lasciandomi scorrere per le corde della nave; la scherma, col difendere la mia testa e cercando del mio meglio per rompere quella degli altri e l’equitazione imitando i primi cavalieri del mondo, vale a dire i gauchos!”. (14)

Divenne inoltre un nuotatore eccezionale. Per assicurargli una educazione migliore il padre lo mandò a studiare a Genova. La voglia di andare per mare era tanta e poiché i suoi genitori erano contrari decise, un giorno in cui era in vacanza a Nizza, di salpare per il Levante di nascosto con tre o quattro ragazzi della sua età. Vennero fermati al largo di Monaco dalla Guardia Costiera informata da un abate che aveva scoperto il loro piano. Garibaldi si convinse che l’essere stato ripreso fu una fortuna e in una edizione delle sue memorie scrisse:

“Vedete che combinazione: un abbate, l’embrione di un prete, contribuiva forse a salvarmi ed io tanto ingrato  da perseguire quei poveri preti. Comunque un prete è un impostore; ed io mi devo al santo culto del vero”. (15)

Finalmente divenne marinaio ed il suo nome fu iscritto negli archivi marittimi di Nizza il 12 novembre 1821, quando aveva quattordici anni. Nonostante ciò, il suo primo viaggio lo fece solo più di due anni dopo, il 20 gennaio 1824 ad Odessa.

Con questo primo viaggio iniziò la vita avventurosa di Giuseppe Garibaldi.

Terzo settennio

1821 -12 novembre -14 anni: iscrizione nei registri dei marinai.

1824 – 29 gennaio -16 anni: primo viaggio verso Odessa sulla nave “Costanza” con il capitano Pesante.

1824 – novembre – 17 anni: secondo viaggio, questa volta con suo padre  sulla “Santa Reparata” lungo la costa francese.

1825 – 26 marzo -17 anni: partenza con il padre per Roma dove rimane un mese. La seconda volta che mise piede a Roma fu nel 1848 a combattere per la Repubblica Romana. Scrisse nelle sue memorie che qui ebbe una visione della Roma del futuro, capitale di un’Italia unita, libera dalla soggezione papale.

1826/28 – 18/20 anni: attività su navi mercantili sia verso Gibilterra sia verso Oriente. Ha diverse avventure a causa di ripetuti arrembaggi dei pirati greci. Dopo uno di questi venne mandato a terra sull’isola di Citrea a cercare aiuti : “mentre si recava   alla Capitaneria si imbatte in un  soldato semplice inglese che, vedendolo scalzo, gli diede un paio di scarpe”. E’ la prima cortesia ricevuta da un inglese. La seconda pochi giorni dopo: furono salvati da una nave britannica dopo l’ennesimo abbordaggio dei pirati.

Primo amore di Garibaldi: Francesca Roux, promessa di matrimonio al suo ritorno dal viaggio in oriente: tornerà solo dopo 4 anni e troverà Francesca già sposata.

1828 -13 marzo: attracco a Smirne; un marinaio cade in mare e viene salvato da Garibaldi.

1828 -24 agosto-21 anni: arrivo a Costantinopoli. Garibaldi si ammala e la malattia dura più del previsto. Rimane a Costantinopoli dove fa il precettore ai tre figli della signora Timoni in italiano, francese e matematica. Impara il greco e guarda con ammirazione alla guerra di indipendenza della Grecia contro la Turchia.

Quarto settennio

1828/31: attività su navi mercantili

1832 – 27 febbraio: ha il primo comando di una nave.

– marzo: in un viaggio come secondo sulla nave “Clorinda” viene ferito alla mano destra di striscio durante un conflitto a fuoco con i pirati.

1833 – 22 aprile – viaggio verso Costantinopoli con 13 sansimoniani guidati da Barrault che regala a Garibaldi il libro “II nuovo Cristianesimo” che conserverà per tutta la vita. E’ il primo incontro con il socialismo, ma Garibaldi rimane impressionato dalla sincerità e dall’idealismo di Barrault e indignato dalla persecuzione di cui i sansimoniaci erano vittime.

– 22 novembre: fine della carriera nella marina mercantile.

– dicembre: primo incontro con Mazzini, si affilia alla Giovine Italia insurrezionale a Genova (incontro che in realtà fu molto improbabile; incontro sicuro fu nel 1848).

– 26 dicembre: si arruola per servizio di leva nella marina da guerra sarda a Genova.

1834 – 3 febbraio: si imbarca sulla fregata Des Geneys.

– 4 febbraio: fallita l’insurrezione a Genova fugge a Marsiglia.

– 3 giugno: condannato a morte in contumacia dal Consiglio di guerra divisionario di Genova:

“Qui cominciava la mia vita  pubblica e pochi giorni dopo leggevo per la prima volta il mio nome su un giornale; era una condanna a morte nei miei confronti riportata dal “Popolo Sovrano” di Marsiglia”.

2° viaggio ad Odessa e vari viaggi su navi mercantili con il nome di Joseph Pane.

1835 – infermiere a Marsiglia durante l’epidemia di colera.

Partenza per Rio de Janeiro.

Quinto settennio

1836 – arriva a Rio. Fa numerosi proseliti alla Giovane Italia; acquista una lancia per il commercio costiero.

1837 – 30 anni – 4 maggio: ottiene di combattere quale corsaro per la Repubblica di Rio Grande del Sud contro il Brasile.

– 7 maggio: prima cattura: lo schooner Luisa, ribattezzato Farropilha.

– 15 giugno: combattimento navale contro gli uruguayani, è ferito gravemente alla carotide.

– 23 giugno: sequestro della Farropilha e prigionia sulla parola a Galeguay.

– novembre; tenta la fuga, ripreso viene torturato.

1838  – ricomincia la guerra corsara contro il Brasile con varie catture di navi.

1839  – 17 aprile: combattimento del Galpon de Charguenda a Brejo de Comaguà.

-14 luglio: naufragio con la Farropilha II.

– agosto; primo incontro con Anita.

– 23 ottobre: Anita si imbarca a Laguna sulla sua nave.

– 15 novembre: incendia ed affonda le sue navi per sottrarle al nemico.

-14 dicembre: combattimento del Passo di Santa Vittoria sul fiume Pelotas.

1840  –  33 anni -16 settembre; nascita del figlio Menotti a Saint Simon.

1841  – primo incontro con Francesco Anzani e ritorno a Montevideo dove vive facendo il piazzista e l’insegnante.

1842  – gennaio: assume il comando della marina da guerra dell’Uruguay in lotta contro il tiranno argentino De Rosas.

–  26  marzo; matrimonio religioso con Anita a Montevideo.

–  23 giugno: partenza per la spedizione al Paranà con tre navi: prime catture.

– 16/17 agosto: combattimento navale di Costa Brava, per non arrendersi brucia le navi.

– 21 novembre: riprende il comando navale con altre forze.

– dicembre: per la terza volta brucia le sue navi.

Sesto settennio

1843     – nasce a Montevideo la Legione Italiana

– 20 aprile: nasce a Montevideo la “Camicia Rossa” della Legione Italiana

– 10 giugno: battaglia del Cerro.

– 17 novembre: combattimento delle Tre Croci.

1844     – 28 marzo; secondo combattimento del Cerro.

– 6 settembre: occupazione isola Martin Garcia – 37 anni.

– 3 novembre: occupazione del Salto.

– 6/23 novembre; battaglia vittoriosa del Salto.

1846   – 8 febbraio: battaglia di Sant’Antonio.

1847   –

1848   – 15 aprile: salpa da Montevideo con 63 legionari per l’Italia.

–  23 giugno: sbarca a Nizza: accoglienza trionfale.

– 29 giugno: a Genova, ha ora 150 legionari.

– 5 luglio: incontra a Roverbella re Carlo Alberto: gli offre la sua spada.

– 14 luglio; il governo provvisorio di Milano lo assume come generale

– 14/26 agosto prima campagna di Lombardia (Luino, Bodero, Morazzone)

– 27 agosto: ripara in Svizzera.

– 6 ottobre: eletto deputato di Chiavari al Parlamento Subalpino.

– 8 dicembre: è invitato, con i suoi legionari, dalla Repubblica Romana.

1849     – 20 gennaio: è eletto deputato di Rieti al Parlamento di Roma.

– 5 febbraio: arriva a Roma, presenzia all’apertura della Costituente, è colpito da un grave attacco reumatico.

– 24 aprile: viene richiamato a Roma da Rieti dove era accasermato e nominato generale di brigata della Repubblica Romana.

– 25 aprile; sbarco dei francesi a Civitavecchia per attaccare Roma.

– 27 aprile: entra in Roma con le sue truppe.

– 30 aprile: primo vittorioso combattimento a Roma contro i francesi; è ferito all’addome.

– 6/17 maggio: campagna napoletana (Palestrina, Valmontone, Velletri).

– 2 giugno: ripresa dell’attacco francese contro Roma.

– 30 giugno: ultimo combattimento e caduta della Repubblica Romana.

– 2 luglio: esce da Roma con Anita e le sue truppe, deciso a continuare la lotta.

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(Continua)

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Note

1) G. Bovio – dal discorso commemorativo tenuto a Bari, in “ Scritti filosofici e politici” Napoli, Ernesto Anfossi Editore – Librajo 1883

2) J. Ridley “ Garibaldi “ A. Mondadori Editore 1975

3) Ibidem

4) C. Gentile “ G. Garibaldi” Edizioni Bastogi, 1981

5) Ibidem

6) J. Ridley “ Garibaldi” A. Mondadori Editore 1975

7) G. Garibaldi “Autobiografia”

8) J, Ridley A. “Garibaldi” A. Mondadori 1975

9) G. Garibaldi “ Autobiografia”

10) J. Ridley “Garibaldi” A. Mondadori 1975

11) Ibidem

12) Ibidem

13) Ibidem

14) G. Garibaldi “ Autobiografia” Trad. Speranza von Schwartz

15) Ibidem

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA-DODICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

DODICESIMA LETTERA

Marzo 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

MARTE

(Continuazione)

Nella nostra ultima Lettera abbiamo descritto in dettaglio la natura e la sfera del Pianeta Marte. Ora proveremo ad illustrare questa conoscenza in un certo numero di cieli di nascita storici. In una tale considerazione , abbiamo bisogno di tener conto non soltanto del momento reale della nascita, bensì anche del periodo dello sviluppo embrionale prenatale. Sebbene la posizione di Marte al momento della nascita dia il quadro decisivo della natura di Marte di un essere umano, i movimenti e i gesti di questo Pianeta durante lo sviluppo embrionale sono pure importanti. Essi mostrano l’evoluzione interiore delle forze animiche nei confronti della manifestazione finale della natura di Marte. Per comprendere la qualità essenziale di Marte in relazione alle dodici Costellazioni dello Zodiaco, dobbiamo partire con la Costellazione della Vergine.

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Marte in Vergine: quando nacque Giovanna d’Arco, il 6 gennaio 1412, Marte aveva lasciato la Costellazione del Leone ed era sul punto di entrare nella Vergine. Questo esempio ci dà un’impressione di come un essere umano percepisca il mondo e di come questo mondo risvegli la coscienza nell’anima. In questo caso Marte, che non era ancora pienamente entrato nella Vergine dopo esser passato attraverso le Costellazioni dai Pesci al Leone durante lo sviluppo embrionale, era ancora libero dall’influenza della Caduta che era avvenuta durante l’evoluzione dell’Antica Luna e che abbiamo descritto nell’ultima Lettera. Esso aveva ancora una qualità simile al Sole e non era ancora ostacolata dall’influsso oscurante delle Potenze “ribelli” nell’Universo. Il corpo animico era ancora in uno stato di innocenza cosmica. Questo ci aiuta a comprendere lo strano potere che era vivo in Giovanna d’Arco e che la rendeva capace di intervenire in maniera così decisiva nel corso della Storia. Non era solo entusiasmo ciò che le dava forza e impavidità, ma era la certezza incrollabile della sua vocazione spirituale. Essendo le forze della sua anima al di là delle Potenze oscuranti e indebolenti dell’Ostacolo dovute alla Caduta, la magia solare del suo apparire operava come un miracolo strano e irresistibile sul popolo del suo tempo.

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Quando nacque Friedrich Nietzsche, il famoso filosofo (il 15 ottobre 1844), Marte era già entrato nella Vergine. Era entrato nella regione dello Zodiaco che riflette l’entrata nella grande epoca cosmica durante la quale la ribellione di cui abbiamo parlato ebbe luogo. Anche questo Marte di Nietzsche passava attraverso le Costellazioni dai Pesci alla Vergine. Ciò indica che anche nel corpo animico di Nietzsche viveva qualcosa come l’innocenza cosmica che abbiamo trovato in Giovanna d’Arco, tuttavia nel suo caso questa innocenza cosmica divenne la vittima delle Potenze superumane distruttive. La vita di Nietzsche è una delle più grandi tragedie. Marte sulla sua via dai Pesci alla Vergine non poté vincere un’opposizione di Saturno nella seconda metà dello sviluppo embrionale di Nietzsche. La potenza animica innocente, solare, che era nascosta in Nietzsche e che in maniera timida tentò di irrompere in alcuni dei suoi scritti, così come nella relazione con Richard Wagner, non poté discendere dalle sue altezze spirituali nelle realtà della vita terrena. Così il suo essere animico venne straziato, e divenne folle nel 44° anno della sua vita.

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Marte in Bilancia: Marte entrò in Bilancia quando Tommaso Moro nacque il 7 febbraio 1478. Qui Marte ha già fatto un passo ulteriore nella regione che riflette la Caduta entro l’evoluzione dell’Antica Luna. Da quel che conosciamo del suo destino, se proviamo a metterci al posto di Tommaso Moro, troviamo che egli era circondato da un mondo nel quale impulsi oscuri operavano ad opporsi alla manifestazione della verità spirituale. Comunque, Tommaso Moro stava eretto in mezzo a questa tenebra. Era una così grande individualità, e il suo corpo animico o di coscienza era così ricolmo di luminose forze solari, che egli fu capace finalmente di essere vittorioso sulle prove del destino. Possiamo trovare questo potere animico riflesso nel movimento prenatale di Marte. All’epoca del suo concepimento Marte era in Toro, e poi si mosse attraverso le Costellazioni dei Gemelli, del Cancro, del Leone e della Vergine fino a che finalmente non passò in Bilancia. Troviamo qui di nuovo la cosmica innocenza delle forze di Marte che abbiamo trovato pure nei due esempi dati sopra. Ciò dette a Tommaso Moro la sua grande forza di carattere.

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Marte in Scorpione: Marte in  Scorpione è il preciso riflesso cosmico della Caduta entro l’evoluzione dell’Antica Luna. Esso è un’espressione delle forze animiche che sono sommerse, in una maniera o nell’altra, dalle conseguenze dell’evento che abbiamo descritto; quell’evento che dopo lunghi periodi di evoluzione infine fece apparire la Terra puramente materiale.

Quest’influenza di Marte in Scorpione possiamo trovarla in cieli di nascita come quello di Bacone da Verulamio, nato il 22 gennaio 1561 e dell’Arciduca Rodolfo d’Austria, nato il 21 agosto 1858. Bacone da Verulamio, in special modo verso la fine della sua vita, fu sconfitto dall’impulso che condusse alla moderna concezione della scienza naturale. Egli è stato persino chiamato il padre dell’empirismo, che divenne così importante nel metodo scientifico. Questo è un empirismo che non prende in considerazione la presenza di veruno spirito in Natura. Esso considera i fenomeni della Natura semplicemente come il risultato delle reazioni più o meno meccaniche di sostanze materiali. Così quelle forze che avevano la loro origine nella Caduta portarono l’umanità al punto più profondo dell’intero corso della sua evoluzione, onde l’umanità giungesse a sperimentare il mondo come pura materia.

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L’Arciduca Rodolfo d’Austria divenne così insoddisfatto della vita ristretta e veramente materialistica, che come erede della corona austriaca e ungherese egli era obbligato a vivere, da suicidarsi. Ciò mostra che l’impulso di Marte della Caduta, se non fermato, può addirittura distruggere una vita umana.

Marte in Sagittario: Marte in Sagittario riflette una condizione del corpo astrale che porta agli esseri umani un’esperienza del conflitto del mondo materiale con la scintilla dello Spirito dentro di loro. Quando Goethe nacque, il 28 agosto 1749, Marte era entrato nella Costellazione del Sagittario. All’epoca del suo concepimento Marte stava in Vergine. Da lì esso muoveva attraverso la Bilancia e lo Scorpione e negli ultimi mesi dell’evoluzione embrionale di Goethe fece un nodo in Scorpione e in Sagittario.

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A causa della natura individuale del corpo animico di Goethe l’effetto della Caduta potrebbe esser visto pienamente in questa personalità, ed egli riconobbe dentro di sé il conflitto dovuto a questo evento cosmico. Egli parla delle due anime che vivevano in lui. Una tendeva sempre a trascinarlo giù nella regione nella quale i sensi hanno trovato modo di sperimentare un mondo di pura materia, e l’altra lo richiamava al Mondo Celeste in cui vivono quegli Spiriti che sono i sublimi antenati dell’essere proprio dell’umanità. Possiamo pure sperimentare che Goethe, nella sua lotta tra queste forze nel suo corpo animico, vinse le conseguenze della Caduta. Egli purificò la coscienza delle sue esperienze sensorie. Poté vedere lo Spirito operante nella Natura e lo descrisse nei suoi scritti sulla pianta Archetipica. Egli percepiva questa come il prototipo sovrasensibile di tutta la vita vegetale esistente, che appare modificata nelle peculiarità dei tipi visibili del mondo vegetale.

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Un’altra personalità che aveva quasi gli stessi gesti di Marte nel suo cielo di Nascita e durante il suo sviluppo prenatale è il conte Leone Tolstoj, nato il 9 settembre 1828. Se leggiamo le sue biografie, i suoi diari e i suoi libri, molti dei quali rivelano la lotta della sua vita, possiamo scoprire in lui quella discordia che origina dalla Caduta causata dallo sviluppo del corpo astrale umano. Egli si sentì continuamente lacerato tra un mondo di materia , che lo afferrava attraverso i suoi sensi, ed un mondo che era la manifestazione dell’evoluzione spirituale dell’umanità e dell’Universo. Egli soffrì violentemente a causa di questa discordia, tuttavia anche lui in grande misura vinse quella Caduta. Questo è rivelato non tanto dalle sue azioni e dai suoi scritti, bensì dalla maniera in cui alla vita animica dell’umanità egli oggi appare come essere umano. Il semplice suono del suo nome ha un certo peso nella vita culturale di oggi, e ciò non può essere facilmente messo da parte.

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Marte in Capricorno: Marte in Capricorno riflette una condizione del corpo animico umano che lo rende capace di vincere le conseguenze della Caduta. Ora, l’essere umano può infine redimere la dualità creata dalla tentazione dell’umanità dalle forze della grande Caduta cosmica.

Allorché nacque Richard Wagner, il 22 maggio 1813, Marte era entrato nella Costellazione del Capricorno. All’epoca del suo concepimento esso stava in Leone. Così esso si mosse durante lo sviluppo prenatale attraverso Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione e Sagittario finché non entrò in Capricorno. Questo significa, per così dire, un lungo viaggio di queste forze prima che esse raggiungano la loro mèta finale. Possiamo trovare ciò confermato nella vita di Richard Wagner. Vi era nella sua natura animica qualcosa che era come l’eredità di un’innocenza solare, derivata da stadi passati dell’umanità, allorché essa non era ancora entrata così profondamente nell’abisso della separazione dal Mondo Spirituale. Troviamo ciò riflesso nella posizione di Marte in Leone. Poi lo vediamo entrare nelle Costellazioni che riflettono la Caduta. Questo è in relazione con un lungo periodo di lotta interiore e difficoltà. Comunque, più tardi nella sua vita egli raggiunse la mèta del suo anelare. Egli trovò ciò che chiamava “pace dai poteri dell’illusione” nella sua propria anima, e a partire da questa pace dell’anima poté creare la musica del suo ultimo grande dramma: il Parsifal. Marte in Capricorno anela alla pacificazione delle forze animiche, che erravano attraverso la valle profonda del rinnegamento umano dello Spirito e della solitudine entro il mondo materiale, risultanti dallo sviluppo del corpo animico umano dalla ribellione entro l’evoluzione dell’Antica Luna.

Marte in Acquario: Con Marte in Acquario qui sorge il problema se l’essere umano possa non soltanto anelare alla purificazione della natura di Marte, bensì addirittura redimere la dualità entrata nell’anima come risultato della Caduta. L’anelito alla redenzione della discordia nel corpo animico umano è per lo più collegato – visto da un punto di vista superficiale – con catastrofi nella vita umana. Da un punto di vista più spirituale esso è per lo più una lotta tra le forze della testa e quelle del cuore. Nella testa sono attive quelle forze del corpo astrale che attraverso i sensi sono atte a collegare l’umanità troppo fortemente col mondo della materia, mentre quelle forze che operano mediante il cuore vogliono stabilire attraverso il potere dell’Amore il collegamento dell’umanità con l’Universo. La testa e i sensi sono aperti alla tentazione ahrimanica; il cuore deve guardarsi dalla tentazione di Lucifero.

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Ciò può addirittura condurre, in certe circostanze, a malformazioni fisiche. L’astrologo Alan Leo riporta il caso di un bambino che era nato “senza sviluppo craniale cerebrale posteriore, in realtà meramente una maschera frontale”. Allorché nacque questo bambino, Marte era in Acquario. Naturalmente ciò non fu il solo fatto nel cielo di nascita che indicava la causa di questa malformazione. Abbiamo come esempio storico il cielo di nascita di Maria, Regina di Scozia. Quand’ella nacque, il 7 dicembre 1542, Marte era appena entrato in Acquario. All’epoca del suo concepimento esso stava tra la Bilancia e lo Scorpione, ove cominciò a formare un nodo.

Abbiamo così un ottimo esempio di una personalità che attraverso il suo corpo astrale era coinvolta nella Caduta. La posizione di Marte in Acquario all’epoca della sua nascita indica che ciò era soltanto un lato della sua natura. La storia della sua vita prova che ella fu continuamente assorbita dalla lotta tra la sua coscienza della testa e quella del suo cuore. Possiamo comprendere soltanto in questa maniera il caos attraverso il quale ella dovette passare in certi periodi. L’ultimo atto che avvenne nella sua vita, la decapitazione, è come un simbolo della lotta gigantesca entro questa personalità.

Da un punto di vista esteriore può apparire che ella non riuscì nel riconciliare le forze della testa e quelle del cuore, in quanto la sua testa fu recisa dal cuore. Nonostante ciò, durante la sua lunga prigionia, ella gradualmente stabilì dentro di sé la pace tra le forze opponentisi nella sua anima. Alla fine rimase come vincitrice sul campo di battaglia del suo proprio essere, e i dettagli della sua morte sono come una distorta caricatura riflessa dipinta dalle potenze della gelosia che si oppongono spiritualmente.

(Continua)

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