SUI DEFUNTI

 cielo1

Per i primi giorni di Novembre volevo spendere qualche parola per i defunti. Dopo qualche riga un pensiero invadente mi ha fermato.

Mi ha sussurrato, senza complimenti: “No caro mio, così non va bene!”

Ho chiesto subito il perché ed il pensiero, con un tono che mi è parso leggermente canzonatorio, ha continuato: “Tu hai cominciato a pensare e sentire con la compunzione rassegnata che si accende davanti la povertà, all’ingiustizia, ai maltrattamenti, alle sofferenze, ai lutti…se sbagli così dal principio non scrivere nemmeno una parola!” “Noi” – perché il “noi”? Era solo un pensiero tutto mio? – “siamo vivi, più vivi di voi”.

“Smettete una buona volta di credervi, voi vivi e noi morti…guarda, mi spiego meglio: immagina di andare per due ore al cinema: segui lo spettacolo, fatti afferrare dalla vicenda che si svolge sullo schermo. Poi esci dall’edificio, dall’oscurità artificiale, e ti muovi, c’è il sole, persone vere che ti salutano.., ora sei rientrato nella realtà. Così è per chi rientra nella Luce dello spirito, nella gioia della libertà e in una coscienza moltiplicata.

Se non la vedi in questo modo non scrivere di chi, sognando da bruco s’è risvegliato trasformato in farfalla!”

*

Così riprendo in altro modo. Anche questo è argomento che viene posto alla luce della Scienza dello Spirito. Forse interessa poco i giovani, tanto avvolti nelle forze della vita, ma può essere una delle riflessioni per chi ha dovuto salutare la scomparsa nell’inaccessibile di amici e parenti: soprattutto di quelli che hanno svolto un ruolo evidente nel nostro tracciato personale.

Non vi è nulla di oscuro o malsano in questa direzione: non tavoli a tre gambe ma raggi di sole, fioriture nei prati e scintillio di stelle: in questa vivezza il defunto è presente.

Ognuno dovrebbe dirsi: “prima di occuparmi dei defunti, bisogna che mi prepari nello spirito”.

Un buon esercizio è quello di trasportarmi col pensiero sotto il cielo stellato. Perdo di vista il mio corpo e le sue miserie; cerco di immaginare le figure delle costellazioni che occupano la volta celeste, rivedo la corsa del sole, i colori che tingono il suo levarsi, il suo coricarsi.

Trasporto ciò in stati d’animo.

Per finire immagino davanti a me la terra con montagne e masse d’acqua: utilizzando i ricordi di impressioni vissute durante arrampicate, nuotate ed escursioni nei boschi.

Tutto ciò deve essere ricordato obbiettivamente e senza l’aiuto del corpo: dimenticarlo è una delle condizioni per cercare liberamente il contatto con i defunti.

Il ricercatore dovrebbe dirsi: “Posso andare spiritualmente da qualcuno poiché ho reso mobile il mio pensiero, ho purificato il mio sentire e ho dato un orientamento alla mia volontà.

Posso ora ritornare sui miei passi sino all’infanzia e riguadagnare una condizione perduta nella maturità.

Ecco le forze che ho usato inconsciamente nei miei primi tre anni, per stare sulle mie gambe, fare i primi passi, trovare l’equilibrio: le devo al divino architetto che edificò il piccolo tempio umano. Poi ho cantato, parlato ed è stato il celeste musicista e poeta che formò i miei organi e respirò in me.

Finalmente lo spirito universale mi aprì i campi del pensiero.”

Quindi lo sguardo del ricercatore indugia pensieroso sull’immagine dei defunti, rammentando la realtà quotidiana, comprende come i morti vedano la natura. Ciò che viene percepito con gli occhi fisici, le pietre e le piante, non esistono per essi. Essi non vedono nulla della realtà sensibile. Essi percepiscono solo quello che esiste per la loro natura: lo spirito. Cosa percepiscono del cristallo poggiato sul mio tavolo? Solo l’impressione interiore che in lui si è arrestata: la geometria delle forme: cubo, tetraedro, ottaedro, cioè quello che in lui è stato lo spirito, la melodia celeste.

E della pianta? Non la forma fissa ma il susseguirsi degli stati che hanno metamorfosato il seme in foglie, poi in fiori, dunque il moto dei pianeti che si ritrova nella crescita dei vegetali. E degli animali? Il loro principio, nel Paradiso.

I defunti seguono le azioni celesti nei regni della terra. Scambiando tra loro le impressioni che raccolgono. Così conversano e imparano. Avendo ricevuto un vivente insegnamento: i loro istruttori noi li abbiamo chiamati Angeli.

Che fanno gli Angeli? Esattamente il contrario di quello che sulla terra fanno i sapienti. Questi hanno osservato con i loro sensi, ma il loro pensiero era rigido come scorza.

Gli Angeli restituiscono vita al pensare e nutrono i morti con idee viventi (entità) che sono il viatico nel corso del loro pellegrinaggio celeste.

Le azioni degli uomini hanno avuto la lenta conseguenza di uccidere certi pensieri.

Ora, per riparare i danni, hanno dovuto intervenire forze superiori a quelle degli Angeli.

Una grande tristezza pervade i defunti quando il loro sguardo scende sui sentimenti di chi vive nel terrestre. Costoro non sono passati, come i disincarnati, attraverso un lavoro di purificazione.

Al contrario, i vivi si sono induriti nell’odio e nei conflitti e hanno fatto della terra un luogo sempre più favorevole ai demoni che diventano più forti degli Angeli dei cieli.

I defunti tentano, assai prima, di farsi intendere dagli uomini: “Se non volete sapere più nulla di noi, soccomberete non solo alla morte del corpo ma anche a quella dell’anima”.

Saranno ascoltati?

Io li posso comprendere, intuisce il ricercatore che si è chinato sui loro nomi immortali: “Avvicinatevi verso me, ciò che dite cercherò di riferirlo agli altri uomini”.

Ma per (fare) questo devo rafforzare il mio proprio essere. Potrò farlo se comprenderò il monito: “Uomo, conosci te stesso!”

Se posso ancora percepirlo, comprenderlo, tra infiniti rumori e mille rovine, allora, in qualsiasi momento, qualsiasi sia la tormenta che spazza il mondo ed il cielo profondo e l’abisso infernale, posso anche edificare in me stesso il campo della mia libertà.

Io sono. Per quel tanto che io resti vero, v’è realtà in me. Per quel tanto che io sappia amare, c’è realtà nell’universo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – NOVEMBRE 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

Giovanni Colazza – La ricerca dell'Io nel periodo dell'anima cosciente

colazza -

Quella che viene presentata qui di seguito è una conferenza di Giovanni Colazza, che è – a mio modesto parere – di una importanza fondamentale per tutti i praticanti interiori che seguono la disciplina occulta della Scienza dello Spirito.

In passato essa è apparsa, decenni fa, su una rivista romana “scaligeropolitana” semestrale, ma non trascritta fedelmente, bensì in ogni sua frase completamente rifatta secondo un criterio redazionale assolutamente arbitrario. Il testo pubblicato in tale rivista è un totale rifacimento del testo originario, trascritto dalla fedele Fanny Podreider, rifacimento o parafrasi condotta con intenti letterari, presumendo di abbellire la parola di Giovanni Colazza, ritenuta poco elegante o addirittura “sciatta”. Seguendo l’impulso di una tale presunzione, chi si è assunto il compito di un tale rifacimento, ha operato in maniera ortopedica su un testo sapienziale, nel quale come direbbe Platone deve essere cercato ciò che è vero e non la “venustà del periodare”. Personalmente, sono per la riproduzione più esatta possibile delle parole dei Maestri, perché dietro quelle parole vi sono i loro pensieri e le forze del Mondo Spirituale, che le hanno ispirate. La conferenza in questione, oltre che abbondantemente riscritta secondo un criterio arbitrario, è stata mutilata di varie frasi. Così stravolta e mutilata, essa è stata ripresa da vari siti del web e in vari social forum. Questo mi ha spinto a compiere la dolce fatica di ritrascriverla dai dattiloscritti originali – due per la precisione e perfettamente concordi tra loro, provenienti dall’archivio dell’allora Gruppo S. Remo di Milano e dal dono di un discepolo diretto del Maestro – avendo cura di rimanere il più possibile fedele alla viva parola di Giovanni Colazza. Ho confrontato il testo della conferenza anche con il testo apparso in Società Antroposofica in Italia, Bollettino per i Soci, Anno 1973 – n° 2, il cui testo è assolutamente uguale alle altre due copie d’archivio citate, e completamente difforme dal testo pubblicato nella suddetta rivista semestrale romana, il che, a questo punto, fa sorgere molti leciti interrogativi circa la legittimità e gli scopi celati dell’alterazione ripetuta operata disinvoltamente sui testi di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero da parte dell’editore che l’ha attuata. Il ripercorrere, il più esattamente e fedelmente possibile, le sue parole e i suoi pensieri fa risorgere nell’anima il risuonare della forza dell’esperienza spirituale dalla quale scaturiscono.

Il “redattore” di tale ortopedica operazione editoriale non è nuovo a cotali discutibili imprese sui testi di Giovanni Colazza e dello stesso Massimo Scaligero. Le conferenze di Giovanni Colazza, ch’egli fece a commento del libro Iniziazione di Rudolf Steiner, furono da lui completamente stravolte e pubblicate in un libro nel quale difficilmente si riconoscono la forza e lo stile di chi, in maniera viva, pronunciò tali mirabili parole. Per me è giusto attenersi ad un criterio assolutamente opposto.

***

La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente
Conferenza tenuta da Giovanni Colazza al Gruppo S. Remo

a Milano, l’8 dicembre 1940

Trascrizione di Fanny Podreider non riveduta dal Dott. Colazza

Il conferenziere esordisce dicendo di essere lieto di essere tra gli amici a Milano e raccomanda di non aspettarsi di udire cose nuove. Parlerà di cose che molti già conoscono, ma è bene ripresentare cose note, per riguardarle alla luce di una maggiore maturità. Nel ritornare sopra tali idee, dopo trascorso un periodo di tempo, si scopre che nella coscienza si è fatto un passo avanti, si è giunti ad una visione più chiara, ad una determinazione più forte.

Oggi dunque, continua il Dottor Colazza, vi dirò alcune parole su un dato tema. È sempre difficile riunire in un titolo il contenuto della materia che si vuole svolgere in una conferenza. Questa di oggi si svolgerà intorno all’argomento “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”.

Sappiamo che in ogni fase della civiltà c’è sempre stata una relazione speciale dell’uomo col suo Io. Nei tempi remoti, l’essere umano discendeva nella sua interiorità e lì poteva trovare la voce degli esseri spirituali. Penetrando in se stesso, l’uomo riconosceva che nel suo intimo si manifestavano le forze divine, che in lui sorgevano gli impulsi di volontà, ispirati dalle entità divino-spirituali che agivano in lui. Ora invece il nostro Io ha tagliato i ponti col mondo spirituale, è disceso completamente nell’interiorità umana, si è immerso nel corpo fisico, nel corpo eterico e in quello astrale, di modo che si può affermare che è quasi prigioniero in essi. Da essi prende, però, in compenso, le forze per condurre la sua esistenza autonoma. Osserviamo per un momento la composizione di quest’involucro in cui abita l’Io. Il corpo fisico ha la sua autonomia, vive per sé, appoggiandosi però alle forze eteriche che lo permeano. L’astrale tende invece ad assorbire l’attività della entità umana, a riempire l’essere umano di se stesso e con l’aiuto delle forze luciferiche e arimaniche, lo compenetra, cosicché l’Io diventa suo schiavo. Per mezzo di tale immersione negli involucri umani l’Io si muove nel mondo, e attraverso la corrente della vita e delle passioni umane, tende al congiungimento del suo essere interiore col mondo.
In questo campo bisogna tener presente che l’antroposofo si trova in una posizione speciale, in una posizione privilegiata. Una persona qualunque, che si metta a riflettere sulla sua vita, si sente nel mondo come un essere estraneo ad esso, si trova in mezzo ad un complesso di fenomeni a lui estranei e quasi ostili, si sente come schiacciato dall’immensità cosmica, che non può comprendere. la distesa dello spazio, il firmamento con i suoi mondi ignoti, che nulla hanno a che fare con lui nella loro immensità spaziale, lo schiacciano; e di fronte ad essi si sente rimpicciolito e senza valore. Si sente posto, in questo breve periodo tra nascita e morte, come un prigioniero di forze ignote, sa che non avrà tempo di sviluppare la sua entità più profonda, in questo periodo così limitato. Tutt’al più se ha fede, l’essere umano potrà riconoscere di avere in sé un’anima, ma che questa lo tradisce continuamente, perché dalle sue profondità ignote, affiorano passioni e desideri, tempeste di ogni sorta di cui non conosce le origini. L’essere umano che vuol sentire la propria entità di fronte a tutto quello che gli dà la scienza moderna, non può sottrarsi ad uno stato di avvilimento, ad un senso di umiliazione, paragonando la sua piccolezza di fronte a questo cosmo sconosciuto.
Diversa è la posizione dell’antroposofo, quando guarda il cielo, perché sa che le forze delle stelle operano anche in lui, è cosciente che tutto lo Zodiaco con le sue forze spirituali, collabora a formare il suo corpo; e che le influenze che scendono dai pianeti sono in relazione vivente con il suo essere.

L’antroposofo può guardare al mondo sapendo che dietro al fisico-sensibile vi è lo Spirito. Il suo corpo fisico non gli appare come un semplice peso morto, perché egli sa che è stato formato attraverso una progressiva evoluzione da epoche lontane. Sa che la parte di calore di esso, gli viene dall’evoluzione Saturno, la parte aeriforme dall’evoluzione che chiamiamo Sole, quello che ha in sé dell’elemento liquido è retaggio dell’evoluzione Luna e la materia pesante è l’elemento che appartiene alla Terra. L’essere umano sente in sé tutta l’evoluzione planetaria sommata nel suo corpo fisico, che da epoche antichissime è stato elaborato, sviluppandosi nella sua discesa verso la materia solida terrestre. L’antroposofo sa che questo corpo fisico è un dono delle gerarchie spirituali e sa che in altro periodo esse gli hanno dato il suo corpo eterico, poi il corpo astrale e da ultimo il suo Io.

 Attraverso tali arti, egli si sente in costante relazione con le predette gerarchie. In ogni momento, soffermandosi a meditare, egli può sentire in sé, nel suo interno, tale rapporto col cosmo, tale vivere attuale in unione alle forze delle gerarchie. Vi è una differenza immensa in questo campo, tra un’individualità umana qualsiasi e l’antroposofo che sa di avere avuto in dono dalle gerarchie questo involucro del suo io, e sa che da esso egli può prendere forze viventi durante il suo lavoro di trasformazione e d’evoluzione interiore.

Osservando tutto questo l’antroposofo deve cercare di realizzare queste conoscenze in un quadro vivente. L’antroposofo, infatti, all’esposizione teorica di dottrine, come viene fatta in altri campi del sapere umano, cerca di sostituire dei quadri viventi che sviluppino, di per se stessi, forze d’evoluzione e di trasformazione. Così se riesco a riunire, in un quadro vivente, l’operare delle forze delle gerarchie che hanno contribuito ed operano tuttora alla nostra formazione umana, io risveglio in me la coscienza di quanto vive nel mio essere: mi ricongiungo a tali forze in una relazione attiva, vivente. Ritrovo allora il mio passato cosmico, che è racchiuso nel mio essere attuale, e posso giungere così ad un superamento dei limiti di tempo e di spazio, ad un albore d’esperienza spirituale, ci conduce alla soglia del mondo dello Spirito. Purtroppo, accanto a tutto questo, bisogna anche riconoscere che la nostra attività esterna resta ancora separata, resta ancora lontana da questa realizzazione di un mondo spirituale. Di questa grande esperienza cosmica non se ne vede in noi, e nelle nostre azioni, che poche tracce, molte volte non se ne sente nemmeno la presenza. Qui tocchiamo dei problemi di psicologia antroposofica. Ed in questo campo, sia pure a tentoni e spesso deviando, anche la psicologia moderna ha spesso presentito profonde verità. Così essa afferma che nell’essere umano esistono i cosiddetti complessi, ossia centri di forze psichiche autonome con vita propria, complessi animici separati nella coscienza, con autonomia e vitalità proprie, così che si sottraggono al controllo cosciente dell’Io.

Qui per rendere chiaro l’argomento, ci serviremo di una dimostrazione un po’ schematica. Abbiamo, nell’essere umano, il corpo fisico, l’eterico, l’astrale e l’Io, che descriverò uno dopo l’altro. Sappiamo però che in realtà, essi si compenetrano. Quindi abbiamo:

Io

corpo astrale

corpo eterico

corpo fisico

oggetto                                reazione

Mettiamo ora che un oggetto venga a colpire la nostra attenzione: (vedi oggetto) attraverso gli organi fisici noi accogliamo un’impressione, nell’eterico questa si sviluppa come sensazione, nell’astrale diventa percezione, poi sale fino all’Io.

Quando si forma la percezione, tale immagine percepita porta al risveglio delle forze della memoria. Se noi, ad esempio, vediamo un oggetto, cerchiamo subito di paragonarlo ad altri oggetti già conosciuti e quindi di renderlo riconoscibile attraverso la memoria. Il risveglio di questa, da quanto il Dottor Steiner ci ha spiegato, sappiamo che avviene nella zona tra l’eterico e l’astrale. Sappiamo pure che altra cosa è l’associazione di percezioni e la vera e propria memoria. Alla prima giungono anche gli animali, la seconda è possibile soltanto all’essere umano.

Dunque, per mezzo della memoria riproduciamo un oggetto, una data esperienza del mondo, ad altre esperienze precedentemente avute, ed immediatamente da questa zona, da questo complesso della nostra anima, si svolge una reazione che da noi parte verso il mondo esterno. (Vedi reazione). Se studiamo come avviene tale reazione nell’essere umano, vediamo dunque la tendenza a riunire le esperienze in gruppi simili; a reagire di fronte a date situazioni, quasi automaticamente come in passato.

In tal modo vediamo che, malgrado nella nostra coscienza siano entrate delle nuove esperienze che avrebbero dovuto modificare le nostre reazioni, le forze dei complessi, che sono radicate nella memoria, ci portano ad agire come prima.  Qui vi è nell’anima umana, qualcosa che tende ad annullare lo sviluppo nuovo. Può così accadere che ripetiamo esperienze che sono in fondo superate e che commettiamo, di fronte ad esse, lo stesso errore, benché nella luce della coscienza ne sia già avvenuto il superamento. Questo si verifica appunto per la schiavitù dei complessi, da cui non riusciamo a liberarci.

Questo, che nel ramo psicopatologico può portare a situazioni tragiche, ed a volte pure ridicole, si rispecchia anche nella realtà della vita quotidiana. Per dare un esempio, è facile notare che una persona, che è stata per anni in condizioni poco agiate e che si è poi arricchita, quando si tratterà di comprare qualche cosa, istintivamente sarà ripresa da quel senso di paura di spendere che è la ripetizione dell’esperienza del passato.

Ma tutti abbiamo in noi sentimenti radicati che, nati in una certa forma, continuano a sopravvivere benché sussistano ormai tutti i presupposti per superarli. Ciò perché non riusciamo ad attivare il controllo della coscienza questa direzione. Sappiamo che date cose non hanno alcun valore, eppure esse hanno ancora la forza effettiva di portarci a perdere il nostro equilibrio interiore. Ci abbandoniamo così a reazioni che in realtà ripugnano alla nostra coscienza, ma che al momento non riusciamo a dominare. Questo accade a tutti nell’esperienza quotidiana.

Ora il Dottor Steiner aveva presente questo stato dell’anima umana, e ci ha dato anche il rimedio, ci ha dato i mezzi per il superamento dei complessi. Ci ha insegnato cioè a lottare contro queste forze interne in cui l’elemento arimanico e quello luciferico trovano il loro campo d’azione. Tutti certamente conoscono quanto il Dottor Steiner ci ha dato a tale scopo, ma sovente non si riesce a realizzare l’enorme importanza della reale forza degli esercizi da lui suggeriti.

Il Dottor Steiner consiglia, in primo luogo, di prendere per la concentrazione un pensiero che non ci interessi in modo speciale. Un pensiero che non ci piace, preso a caso, il quale non susciti in noi alcuna reazione d’interesse. Tale pensiero bisogna tenerlo fisso davanti a noi con tutte le forze, con un attivo sforzo cosciente. Allora, se si riesce a farlo realmente, noi lavoriamo per la liberazione del nostro pensare dai complessi animici, poiché un pensiero forte non è quello che da sé suscita in noi una forte reazione involontaria, bensì quello che noi vogliamo sia forte per la nostra volontà ben cosciente.

Un altro esercizio, che certamente tutti conoscono, è quello di proporsi un atto di volontà, di dirsi, ad esempio: “Domani, ad una data ora, compirò un atto semplice che non susciti in me nessuna attrazione, né piacere, né interesse personale”. Ma propostosi tale atto, bisogna eseguirlo a qualunque costo. Si giunge così ad impregnarsi di volontà per propria libera decisione. Mentre prima agivamo per impulso, ora è un atto di puro volere che immettiamo in noi. Non è per impulso momentaneo che ci abbandoniamo ad una reazione di volere, bensì creiamo in precedenza un’attitudine di volontà nel senso vero della parola, attitudine che non si sviluppa immediatamente nell’azione. Se io dico: “Voglio fare una cosa”, e la compio, quando l’azione volitiva è compiuta, la volontà si è esaurita. Se io mi propongo: “Domani voglio compiere questa azione”, io resto in un’attitudine volitiva latente che impregna il mio essere per tutto questo periodo e che sviluppa la mia volontà in modo speciale.

Il Dottor Steiner consiglia di continuare questo esercizio per alcune settimane. Se lo si compie in modo giusto, si lavora a rendere la volontà libera. Allora non è più un atto di reazione incosciente, ma si trasforma in un impulso che viene dall’Io. Quindi riassumiamo:

Il 1° esercizio porta alla liberazione del pensiero.

Il 2° esercizio porta alla liberazione della volontà.

Vi è poi un altro esercizio, quello chiamato dell’equanimità. Qui basta riassumere, perché tali esercizi sono descritti ampiamente nei libri del Dottor Steiner e tutti li conoscono. Io vorrei parlarvi piuttosto dei risultati, degli effetti che per essi si raggiungono nella trasformazione dell’anima umana. Questo esercizio tende dunque a fare acquistare un equilibrio di fronte al piacere e al dolore, a far sì che queste reazioni non si manifestino automaticamente in noi. Per esempio, arriva a noi una percezione che dovrebbe portarci a sentire piacere. Ebbene, noi la fermiamo, per così dire, e ce la poniamo davanti come una realtà oggettiva, per deciderci se dobbiamo accettarla oppure no. Così pure per il dolore: ci giunge qualcosa che attraversa il nostro desiderio, e che come un urto ci colpisce e vuole portarci dispiacere. Noi dobbiamo essere capaci, per realizzare questo esercizio, di fermare la reazione dolorosa e, ad esempio, imporsi: “Ora pensiamo qualcosa d’altro, lasciamolo da parte; più tardi, in pieno equilibrio dell’anima, io potrò riesaminare tale sensazione, riceverla se lo voglio, e trovare in essa quel tanto di esperienza necessaria per la mia evoluzione”.

Attraverso quest’esercizio, raggiungiamo dei risultati molto importanti. Precedentemente, spiegando lo schema, è stato omesso di affermare che, naturalmente, al ricevere di una percezione o di una esperienza, se ad esperienze simili nel passato si era unito nell’anima piacere o dolore, insieme al ricordo, la memoria ci riporta automaticamente anche quel complesso psichico che li conserva in noi, la nostra reazione verso il mondo ne viene immediatamente colorata. Noi attraverso questo esercizio, invece giungiamo ad ottenere che nel campo del sentimento non si verifichi più una reazione automatica, ma che ogni volta, di fronte ad una data esperienza, noi conserviamo un’attitudine libera nel sentire e vagliamo le cose al lume della nostra esperienza attuale.

Con tale esercizio giungiamo quindi alla liberazione del sentimento.

L’esercizio successivo è quello della positività. Esso suscita sovente dei malintesi. Si tratta solamente di proporsi, per un certo periodo, di guardare intorno a noi solamente a quanto è positivo, di cercare il lato migliore d’ogni cosa, di rifiutarsi di vedere il lato negativo, il lato brutto delle cose. (Il Dottor Steiner cita a tale proposito la leggenda dei Vangeli apocrifi, sul Christo che nella carogna di un cane vede e ammira i denti, che erano belli).

Non si tratta, qui, di andare per il mondo come un ottimista sciocco, di vedere tutto bello e di cadere in ogni trappola della vita: oppure di avere una falsa visione dell’esistenza. Si tratta invece di acquistare, per un dato periodo di tempo, la facoltà di vedere positivamente le cose. Il lato positivo è quello che ci porta vicino all’Io. Il vero Io, difatti, è di natura spirituale, e perciò non può vedere negativamente, essendo tutto ciò ch’è spirituale, costruttore e creativo. La parte negativa viene dal nostro atteggiamento di fronte all’esperienza, ed è perciò necessario liberarci del preconcetto delle nostre esperienze passate. Così s’impara l’autonomia del giudizio, ci si esercita a non giudicare secondo date etichette che abbiamo già messe sulle cose. Per le abitudini del passato, per l’educazione, per quei rapporti che si sono creati nella nostra giovinezza, per le finalità abbracciate allora, noi siamo abituati a considerare le persone e le cose secondo schemi fissi. Ci sono giudizi che oggi sarebbero da rivedere alla luce dell’Antroposofia, ma essi sono così forti e radicati nell’anima nostra, che ci trascinano a giudizi affrettati, senza lasciare che nuova luce vi penetri.

Attraverso l’esercizio della positività, ci liberiamo da essi e guardiamo in modo nuovo. A poco a poco possiamo arrivare a sentire qualcosa del Karma. Ciò avviene, perché con tale attitudine positiva si sviluppano le qualità che ci permettono di avvicinarci alla visione del Karma degli uomini. Un giudizio positivo porta luce su ciò che vive di buono in una persona, e ci guida a vedere quelle forze che impediscono a questo lato di prendere il sopravvento, ci porta a vedere il peso che impedisce all’uomo di muoversi nella direzione del bene. Così ci si avvicina alla comprensione degli altri e si giunge gradatamente alla liberazione del giudizio.

Un altro esercizio molto importante è quello della spregiudicatezza (esso ha dei punti in comune con quello precedente, ma non è la stessa cosa). Si tratta di non accettare nulla come già giudicato definitivamente e di porre tutto nella luce piena della nostra coscienza. Supponiamo che qualcuno pronunci una frase che abbiamo già udito altre volte. Ebbene, dobbiamo esaminarla come se l’udissimo per la prima volta e vedere se questa volta non ci riveli nulla di diverso e non ci appaia sotto un nuovo aspetto. Si può, con tale esercizio, accorgersi se in noi è nato qualcosa di nuovo, se comprendiamo forse meglio e più a fondo del passato. Si può giungere a realizzare in modo attivamente cosciente, i progressi fatti per la comprensione del mondo.

Se facciamo per un certo tempo questo esercizio, giungiamo ad una purificazione della nostra memoria, la obbiettiviamo gradualmente.  Se di fronte a un fatto qualsiasi io dico a priori che lo conosco, attribuisco ad esso, automaticamente, un dato contenuto della memoria, senza un confronto attuale. Se di fronte ad un’affermazione io dico: “ho già udito tutto questo e non può essere vero”, io mi pregiudico un giudizio attuale. Se invece dico: “Voglio esaminare la cosa a nuovo”, metto di fronte alla percezione il giudizio attuale, in modo oggettivo accanto a quello del passato che vive nella memoria. In tal modo vedo da che cosa proviene il contenuto della memoria stessa, e percorro la via dei ricordi, facendo sì che questi siano per me qualcosa di oggettivo. Così riguardando indietro alla mia vita, risalgo attraverso i ricordi in modo oggettivo, e posso giungere al punto in cui non ho davanti a me il vuoto, bensì quanto, come essere reale, vive in essa, vale a dire il mio Io come ha iniziato questa esistenza, venendo da incarnazioni precedenti. Così libero l’Io dal campo della memoria. Essa non è più un cimitero, un campo obbligato, bensì un campo obiettivo che posso esplorare liberamente e che si stende limpido davanti a me. Questo esercizio vuole quindi portare alla liberazione della memoria.

Se si osserva questo esercizio intimamente, e lo si continua, si vedrà che ingigantisce in noi per i suoi effetti ed assume una grande importanza. Il Dottor Steiner non si preoccupava tanto che noi accogliessimo gli insegnamenti teorici dell’Antroposofia, ma ci teneva soprattutto a che noi si sviluppasse una coscienza antroposofica, voleva che a poco a poco noi sviluppassimo la capacità di pensare liberi dalle influenze di Arimane e di Lucifero. Ci teneva che gli antroposofi acquistassero la possibilità di portare la loro attività nel mondo esterno, senza che queste forze guastassero la loro opera.

Indubbiamente abbiamo dinanzi a noi un compito difficile, ed è difficile anche sentirsi degni di tale opera. Eppure non bisogna tralasciare nessuno sforzo per giungere a realizzare l’Antroposofia. È vero che l’iniziazione è una mèta lontana, verso cui l’essere umano può solo tendere, ma non c’è giorno che, per chi vuole lavorare, non si possa segnare un passo in direzione di questa conoscenza superiore. Il Dottor Steiner ci ha amorevolmente mostrato la via e ci ha dato i mezzi potenti per aiutarci a percorrerla.

Sappiamo che ogni entità umana porta, nel suo spazio interiore, tutto un passato cosmico. È in nostro potere rendere questo passato cosciente in noi. Ma in tale spazio non vi è soltanto l’evoluzione passata; vi è pure in germe l’evoluzione avvenire. La coscienza umana può già da ora realizzare le condizioni future del Cosmo. Non vi è, in noi soltanto l’evoluzione Saturnia, Solare, Lunare e Terrestre, vi è anche l’evoluzione futura di Giove, e l’uomo può raggiungerla nella sua coscienza.
Infatti se libera se stesso dai pesi delle influenze di Lucifero e di Arimane, può avvicinarsi al Sé spirituale. Il primo passo sulla via dell’evoluzione interiore è un senso di fiducia in se stessi, poiché si può mancare per orgoglio, ma anche per umiltà fuori posto. Si può non avere fiducia in noi e credere, per tale sbagliata umiltà, che il lavoro dell’evoluzione sia riservato a pochi privilegiati. Questo è errato, perché tale lavoro su se stessi deve essere compiuto da chiunque voglia seguire l’insegnamento dato dal Dottor Steiner. Possiamo imparare a sentire cosmicamente in noi, a sentire che la storia cosmica si realizza nel nostro essere umano. Per andare in tale direzione, non è solo necessario accogliere le conoscenze antroposofiche, ma è indispensabile questo lavoro quotidiano fatto su noi stessi, lavoro che libera la nostra coscienza, che l’avvicina gradatamente alla luce dello Spirito.

Questo lavoro si compie in ogni minuto accogliendo dall’esperienza quotidiana, quell’incitamento, quell’impulso all’evoluzione, che tante volte non riusciamo a leggere e a comprendere per farne tesoro. Bisogna giungere gradatamente a farci un’idea chiara del peso reale che Arimane e Lucifero hanno su di noi, bisogna guardare in faccia questo loro potere, e riconoscere in noi stessi il nostro oscillamento tra l’uno e l’altro. Nella vita quotidiana non dobbiamo porci come mèta la perfezione, bensì dobbiamo proporci di giungere alla chiara coscienza della nostra vita interiore. Proporci una mèta di perfezione ci porterebbe presto allo scoraggiamento, mentre nel lavoro quotidiano di illuminare la nostra coscienza, giungeremo a porre noi di fronte a noi stessi. Così vedremo la nostra limitatezza, ma anche la nostra lenta trasformazione che ci porta a divenire strumenti delle forze spirituali. In tal modo dunque, realizzando in noi il lavoro delle gerarchie, operiamo nella nostra anima così da renderla uno strumento adatto, uno specchio sempre più terso in cui possa riflettersi il mondo spirituale. Anche colui che dal destino non è destinato a porgere l’insegnamento antroposofico ad altri, a diffonderlo nel mondo, svilupperà in sé una luce interiore che porterà i suoi frutti. Creerà un’armonia delle forze spirituali, nostalgia di conoscenza; desiderio e comprensione per l’Antroposofia, in qualunque ambiente esso si trovi. Le poche cose dette oggi sono state esposte solo per mostrare i risultati di alcune meditazioni, per rivedere argomenti che conosciamo. È da augurarsi che in ogni occasione in cui ci troviamo sia un punto di partenza, un impulso verso un’attività più forte, verso una volontà più intensa di lavoro spirituale. Così la riunione odierna avrà raggiunto il suo scopo se sarà riuscita a far sì che, ritrovandoci insieme, ci sentiamo rafforzati in questo nostro compito comune.

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  1. Liberazione del pensiero
  2. Liberazione della volontà
  3. Liberazione del sentimento
  4. Liberazione del giudizio
  5. Liberazione della memoria

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte ultima )

giuseppe_garibaldi_1866

CONCLUSIONE

*

Rapporto col mondo inglese, francese ed irlandese.

Nessun straniero ha suscitato in Inghilterra un tale entusiasmo quanto Garibaldi. Da quando, giovane e appena sfuggito ai pirati, incontrò un militare inglese che gli donò un paio di scarpe, ebbe sempre un rapporto privilegiato con questa nazione.

Era spiritualmente legato a quei popoli, si unì a loro anche animicamente quando entrò nella massoneria. Persino fisicamente: “I suoi modi calmi, i suoi movimenti relativamente lenti, i suoi capelli e la sua barba quasi sassoni, parevano caratteristici d’un europeo del nord, piuttosto che del sud; pure i suoi occhi, la sua voce e il suo portamento erano essenzialmente italiani”.

Gli inglesi accorsero in suo aiuto per tutta la vita e alcune delle formidabili condizioni che accompagnarono la spedizione dei mille furono, a detta di molti, pagate a caro prezzo in sterline. L’appartenenza alla massoneria spiega in parte ciò, l’entusiasmo e la simpatia popolare trascendono questo aspetto ed hanno radici più profonde.

Di contro, fin dai tempi in America, Garibaldi fu animato da una avversione per la Francia. Nato sotto il giogo di Napoleone, vide sempre Nizza in bilico tra due nazioni, fino al definitivo passaggio, con la Savoia, alla Francia. Il  sostegno  incondizionato  al  Papa  e  quello  ai  suoi  nemici  in  America segnarono le sue antipatie. Fu sempre nemico dei francesi fino alla battaglia di Mentana. Nel 1870 si schierò a favore della Terza Repubblica e combatté per essa. Le polemiche per la restituzione del vessillo tedesco e per l’abbandono di Digione rinfocolarono il suo astio.

Se l’Inghilterra lo adorò, l’Irlanda l’odiò. Gli irlandesi, pur continuando a vivere un cristianesimo pratico e vitale, dopo l’opera di San Patrizio, divennero papisti e quindi  anti – inglesi. Come fedeli di Roma non vollero tollerare le continue invettive di Garibaldi contro i preti.

Artù-Bohort

 

Garibaldi fu un Artù, egli primo tra i dodici trasmetteva il cristianesimo celtico ai suoi discepoli. Iniziato ai misteri d’Ibernia si mise al servizio del Cristo eterico per purificare i corpi astrali dei discepoli e preparare un nucleo di vera cristianità nel cuore dell’Europa.

Nell’869 si fusero le correnti del Graal da oriente, in cui l’impulso Cristo viveva nel cuore degli iniziati, e quella di Artù, da occidente, in cui si percepiva l’aura eterica del Cristo e si preparò il cristianesimo esoterico.

L’iniziazione del Parsifal è ora congiunta con quella di Galvano, la via microcosmica e quella macrocosmica divengono entrambe possibilità per l’uomo moderno, si preparano i nuovi misteri.

La leggenda di Parsifal, la cerca del Santo Graal si innesta quindi sui personaggi arturiani ad indicare anche il cambiamento a cui essi devono andare incontro. Nella “Cerca del Santo Graal”, manoscritto anonimo cistercense, la trattazione è leggermente diversa ed i cavalieri assumono connotazioni diverse dal “Parzifal” di Wolfram von Eschenbach. Qui diversi cavalieri partecipano alla cerca ed ognuno di essi assume un valore simbolico – archetipico e rappresenta una modalità di approccio diverso al Graal e alla moderna iniziazione cristiana.

Bohort è uno dei tre predestinati che portano a compimento la Cerca. È il rappresentante della  via eroica; è il solo a non essere vergine, ma casto; è quindi l’immagine della conoscenza del proprio corpo terrestre e lo sforzo ascetico per dominarlo e sorpassarlo (58).

Diversi avvenimenti lo portano al Graal, vediamo schematicamente quali

 

1) eremo: adotta una disciplina ascetica (si nutre di pane ed acqua)

2) tentazioni da vincere: libera la terra dalla dama della torre – mondo terreno

3) libera damigelle minacciate da violenze – combatte suo fratello Lyonnel e falsi eremiti    nella foresta – abbazia dei monaci bianchi: gli spiegano il significato  dei suoi sogni e delle visioni. – mondo eterico

4) combattimento: sfida con Lyonnel  vengono separati dalla folgore – incontro con il piccolo guardiano 

5) nave di Salomone e cavalcata solitaria per 5 anni  –  oltre la soglia

6) il castello del Graal: gli viene affidata la spada spezzata e rinsaldata di Galaad. Vede il Cristo. – Incontro con il grande guardiano.

7) Bohort è l’unico che ritorna indietro al castello di Artù – decisione del sacrificio per il bene dell’umanità – ulteriore incarnazione.

Sono ovviamente descritte le tappe iniziatiche che si svolgono nell’interiorità e nei mondi spirituali, dalla  purificazione delle forze dell’anima, all’incontro con il piccolo guardiano e la separazione del proprio io inferiore (Lyonnel) fino al grande guardiano. In questo senso è la via alchemica che trasmuta il piombo in oro.

Garibaldi la percorre interiormente come monaco irlandese del IX secolo e ciò che visse spiritualmente si ripresentò come avvenimenti esteriori nella vita successiva. Eccolo cavalcare solitario, guidato dalle sue visioni e dalla voce interiore. Libera terre spogliate, damigelle minacciate da violenza e attraversa foreste desertiche nel corso di cavalcate dure ed interminabili.

Bohort è il cavaliere “terrestre” divenuto “celeste”; Garibaldi dovette ritornare “terrestre” per le condizioni del tempo in cui scelse di vivere.

Seguì allora la profezia del Cristo ai dodici eletti della Tavola del Santo Graal: “Voi morirete tutti in servizio, ad eccezione di uno solo tra voi”.

Il significato di questa incarnazione è profondamente legato  alla  sfera arcangelica di Michele e Raffaele, come vedremo. Se unilateralmente Garibaldi è un rappresentante della via eroica di Bohort, in quanto maestro iniziato è legato alla figura di Artù.

Due aspetti della sua figura mi preme sottolineare. Artù è in qualche modo legato all’Italia ed in particolare all’Italia meridionale. Nella cattedrale di Otranto c’è un mosaico del 1165 in cui si vede Artù che ha in mano uno scettro e cavalca una capra. In Sicilia fiorirono numerose leggende secondo le quali Artù sarebbe stato ancora vivo in una caverna sotto l’Etna. Il miraggio che si vede nei pressi di Messina è noto come fata Morgana (la sorellastra di Re Artù).

Nel centro Italia visse l’enigmatica figura di san Galgano. Anche nel nome il riferimento a Galvano è  evidente. Egli infisse la sua spada nella roccia ripercorrendo proprio questa via iniziatica. Il castello di Klingsor, il mago nero malvagio con cui si confronta Galvano è il castello di Caltabellota in Sicilia. In un certo senso le profezie circa un ritorno di Artù in  Sicilia si concretizzarono nel 1860 con lo sbarco dei Mille.

Un altro aspetto si ritrova nel nome stesso di Artù – Arturo che è anche il nome della stella che Garibaldi, come abbiamo visto, si scelse come protettrice. Arturo è una brillante stella rosso – arancione che fa parte della costellazione di Boote. Il nome Arcturus viene dal greco e significa Guardiano dell’Orsa, mentre Boote è il mandriano che guida l’Orsa Maggiore attraverso il cielo; essendo essa una costellazione circumpolare è collegata con le tradizioni del nord e dell’ovest.

Nelle antiche tradizioni esoteriche si conosceva il rapporto di quella corrente con il male e la morte. Per i Persiani, ad esempio, l’Orsa era un feretro che trasportava i defunti. Nel mondo arabo c’è il  detto: “L’amicizia con l’orso è fonte di guai”. Numerosi altri motivi della vita di Garibaldi si riallacciano alle tradizioni del mondo celtico.

Caccia e astronomia

Sono due passioni di Garibaldi che si rifanno al mondo del Nord, da un lato la figura dell’eroe guerriero che prova la sua audacia e la sua bravura, dall’altro il Druido Sacerdote che regola le attività sociali ed agricole secondo l’andamento delle stagioni.

Nave

Il motivo della nave e dell’acqua è un motivo centrale nella cultura celtica.

Proprio per il legame con il mondo eterico i celti veneravano le acque e quindi gli esseri elementari e gli angeli che vi si manifestavano. I grandi “santuari” celtici sono i laghi e le fonti sacre. Tutti i popoli del nord – ovest erano dei grandi marinai e poterono tenere sotto controllo il continente americano utilizzando al  meglio questa possibilità.

Nella tradizione esoterica la nave ha assunto il simbolo da un lato del vagare dell’iniziando nel mondo astrale che ancora non domina e dall’altro è il veicolo che traghetta l’uomo nei mondi spirituali e in quello dei defunti.

Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele

Furono i quattro artefici dell’unità d’Italia. Nacquero tutti nel Regno di Sardegna tra il 1805 e il 1820. Avevano caratteri completamente differenti, concezioni politiche opposte  e  non  andarono  quasi  mai d’accordo. Tuttavia, per usare un termine medico, si comportarono come una unità funzionale, tesa al raggiungimento del fine ultimo: l’unità d’Italia. Appare invero miracoloso che queste quattro personalità abbiano potuto cambiare il corso della storia italica se non si tiene conto delle indicazioni di Steiner. Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele furono discepoli, in una vita precedente, di Garibaldi e arrivarono dai quattro angoli del mondo per apprendere l’insegnamento del  Maestro in  una di  quelle colonie monastiche che, come si è detto, fertilizzarono l’Europa centrale nella seconda metà del primo millennio. Confluirono tutti nella corrente occidentale e fino ad un certo grado percorsero l’iniziazione cavalleresca come l’abbiamo intesa precedentemente.

Senza entrare nei particolari, si può vedere come anche nelle vite di questi personaggi qualcosa tesse alle loro spalle; alcuni archetipici propri del mondo celtico affiorano dietro le quinte della loro vita.

Analizziamoli molto brevemente.

Vittorio Emanuele era un uomo bello, brillante. Era conosciuto in tutta l’Italia come il Re Galantuomo. Andava volentieri a caccia, preferiva curiosamente i rustici piatti contadini con aglio, ai banchetti regali e allo stesso tempo preferì una donna del popolo alla nobiltà di corte. Questo fu un suo aspetto caratteristico; balzato al trono improvvisamente al posto di Carlo Alberto, non sembrò sempre a suo agio in quel ruolo.

Garibaldi gli rimase fedele in maniera incondizionata anche quando questi  lo tradì palesemente; spesse volte lo trattava da suo pari o addirittura sembrava che il sovrano fosse lui, scandalizzando ovviamente il parlamento subalpino.

Dietro di lui si staglia la figura del cavaliere Galvano, che rappresenta lo stadio di apprendistato pre – iniziatico. È il cavaliere terrestre contrapposto a quelli celesti Parsifal e Galaad.

“Nel corso del suo peregrinare, Galvano incrocia un giorno una Dama e tralascia di salutarla. Costei oltraggiata dalla dimenticanza, gli lancia un sortilegio, augurandogli di assomigliare al primo cavaliere che incontrerà. Galvano incrocia allora il nano di Estrangore, un tempo figlio del re, che aveva assunto questa forma per i malefici di una maga. È d’altronde probabile che sarà a seguito di un’avventura analoga, che egli farà il voto di salutare e rispettare le Dame”(59).

Galvano divenne quindi il cavaliere galantuomo (!). Galvano è l’appoggio, il sostegno di re Artù; Galvano rappresenta infatti le forze lunari che traggono forza e vitalità dal sole. Vittorio Emanuele è il discepolo a cui Garibaldi è più legato, in particolar modo, per il legame con lui, il Maestro sente l’obbligo di reincarnarsi, e Vittorio Emanuele è il Galvano che fu primo a fare il voto di entrare nella Cerca, seguito da tutti.

Il simbolo di Galvano è l’aquila bipenne ed egli porta ed usa sia la spada nella roccia che Excalibur; sono simboli da un lato di uno status regale temporale, dall’altro dell’inizio della lotta per la purificazione delle forze dell’anima.

Se Galvano ricevette in sogno la visione dei cavalieri della Tavola Rotonda come 150 tori, Vittorio Emanuela pose la sua tavola Rotonda nella città del toro, Torino. Pur essendo di nobili origini, Galvano ebbe la visione nella notte di Santa Maria Maddalena, un chiaro simbolismo della presa di coscienza del lavoro ancora da compiere sulla propria anima, un evento che lo avvicina al popolo. Vittorio Emanuele era amante dell’arte e a differenza di Garibaldi e Cavour sapeva trattare con la gente grazie alla sua sincera partecipazione emotiva.

Cavour era conte e proprietario terriero, aveva passato alcuni anni quale paggio reale alla corte sabauda; alla carriera militare preferì dedicarsi allo sviluppo dell’agricoltura nei suoi possedimenti. Fu sempre fedele al Regno di Sardegna più che a quello d’Italia; riteneva che per conseguire l’unità d’Italia fosse più utile costruire delle ferrovie piuttosto che attuare un assassinio politico. Aveva una figura inelegante, la faccia tonda e grassa, i suoi occhiali, i suoi abiti trasandati lo facevano assomigliare più ad un mercante che ad un aristocratico.

Dotato di un grande senso pratico fu un ottimo amministratore, e un diplomatico molto abile e privo di scrupoli. Non era però un grande pensatore e come statista aveva notevoli debolezze. Poteva andare a scoppi emotivi che oscuravano il suo giudizio, ed era spesso influenzato da preconcetti e da antipatie personali; e non sempre trattava le persone con il tatto dovuto. In lui si intravede la figura di Keu, il siniscalco.

Keu è il siniscalco sarcastico, fratellastro di Artù non ne riconosce la grandezza spirituale e pur tuttavia lo serve fedelmente. È espressione del pensiero morto, preda delle passioni e negatore delle verità spirituali. Per il suo carattere non docile in alcune tradizioni lo si chiama Kai olo Grenant (Keu il brontolone).

A Mazzini si può accostare la figura di Sagremor, l’altro fratellastro di Artù, che pretende dapprima di fargli da maestro e poi successivamente lo serve fedelmente. È caratterizzato dall’impetuosità ed è l’espressione della volontà non ancora purificata, delle passioni.

Mazzini finissimo pensatore, non partecipò mai ad una attività politica pratica, anzi i tentativi di insurrezione ispirati alle sue teorie fallirono sempre in bagni di sangue.

Riepilogando:

 

  • GARIBALDI – MAESTRO – ARTU’ – RAGGIUNGE IL GRADO DI ARTU’ attraverso la via eroica di Bohort.
  • MAZZIN I- PENSIERO – SAGREMOR
  • VITTORIO EMANUELE – SENTIMENTO – GALVANO
  • CAVOUR – VOLONTÀ – KEU

 

Un grande percorso iniziatico

 

Proprio grazie alla nave, al suo essere marinaio, Garibaldi ripercorre fisicamente le tappe della iniziazione ai misteri d’Ibernia. Prima raggiunge l’Oriente, va a Costantinopoli. È il polo luciferico: lì ha una gran febbre che lo costringe a letto e dopo svolge una attività didattica, vive nel pensiero. Poi la nave gli serve per raggiungere l’America, il polo arimanico: qui è tutto volontà, diviene corsaro e incontra la guerra.

Il centro dovrebbe per lui essere Roma, è ossessionato dalla liberazione della Città Santa (o Roma o Morte), ma in realtà la potenza franco – papalina glielo impedisce. Il suo equilibrio lo troverà a Caprera, dove troverà pace.

 

ORIENTE CENTRO OCCIDENTE
COSTANTINOPOLI CAPRERA AMERICA
CAPO SIST. RITMICO VOLONTA’

 

“Bardo”

 

Accanto a questo percorso “iniziatico” nello spazio egli compie un percorso temporale, in cui vengono riprese le figure della società celtica.

A COSTANTINOPOLI: Parte come marinaio (Guerriero), la guerra, più che altro la subisce e diventa insegnante (Bardo)

A NAPOLI:  il popolo in festa lo acclama chiamandolo “Bardo”, in realtà è al culmine del suo essere guerriero, è addirittura Dittatore (Re)

A CAPRERA:       Si dedica all’agricoltura e alla pastorizia. Come parlamentare e Gran Maestro Massonico assume il ruolo di guida etica, sociale e spirituale (Druido). Per tutti, però, è il grande guerriero.

Questi due percorsi portano con sé diversi aspetti:

= A differenza di un percorso iniziatico interiore accaduto nel mondo e non nell’anima del ricercatore.

= Non sono tappe di un percorso interiore cosciente e volontario,Garibaldi è trascinato dagli eventi di destino che gli si fanno iincontro.

= Non è un percorso che modifica tanto l’interiorità di Garibaldi, quanto modifica invece le persone, le società e le nazioni nel cui contesto esso si trova.

È la via del Galvano di Wolfram von Eschenbach, ma questa è presentata, come deve essere, connessa a quella interiore di Parsifal. Si crea così una situazione sbilanciata e non consona ad uomo moderno. Come mai ?

Tristano ed Isotta

 

Il suo incontro con Anita avviene in circostanze straordinarie. Ancora una volta sono le forze del karma che conducono per mano Garibaldi. Le modalità con cui questo incontro avviene lo uniscono in un contesto che va ben oltre le comuni vicende della vita.

Per comprenderlo bisogna guardare oltre, avventurarsi in grandi incontri tra innamorati descritti nelle antiche culture. Essi narravano, però, non solo avvenimenti terreni: erano anche descrizioni in cui l’amata (l’anima) veniva sottratta al marito (io inferiore) e fuggiva con il bel principe (l’io superiore). Il racconto celtico di Tristano e Isotta è in questa dimensione.

L’incontro di Garibaldi ed Anita ripercorre queste tappe, ma qui tutto è nel mondo fisico. I due amanti, come rapiti in un incantesimo, si incontrano e si riconoscono. Fuggono dal marito di lei; novello re Marco, e danno vita ad una stupenda storia d’amore che culmina con la morte di Anita.

Garibaldi vede per la prima volta Anita attraverso un cannocchiale.

Isotta è in lingua celtica Adsiltia (colei che è guardata!) e in tedesco medievale Isolde (fermezza di ghiaccio), qualità che ben si adattano alla storia ed al carattere di Anita.

In realtà quella di Tristano ed Isotta è una storia che si rifà all’antico racconto mitologico greco di Perseo ed Andromeda; quando ancora il mondo greco celebrava la via eroica del guerriero. E cosi vediamo Anita cercare il marito tra i morti sul campo di battaglia come le donne di Ilio nel poema omerico.

La vita amorosa di Garibaldi continua, imprevedibile, ad intrecciarsi alle vicende di Tristano. Questi nel poema decide, consigliato dall’eremita Ogrin, di restituire Isotta a Marco e così pure Garibaldi deve, costretto dalla vita, abbandonare la sua Anita, morta, alla famiglia Ravaglia per la sepoltura. Dopo molte peripezie Tristano in preda all’angoscia per aver perduto la sua amante acconsente a sposare Isotta dalle Bianche Mani, proibendosi però di consumare il matrimonio. Lei lo porterà alla morte.

Questo motivo si ritrova in tutto il mondo nordico: Sigfrido è costretto a dimenticare Brunilde e a sposare Crimilde; secoli dopo Shakespeare ne riprenderà alcuni elementi per il suo “Romeo e Giulietta”.

Garibaldi prova a consumare un matrimonio “borghese”, ma anche la sua

Isotta dalle Bianche Mani (Giuseppina Raimondi) lo delude ed il matrimonio ha la durata di un giorno. Invece di condurlo a morte, però, la vicenda fa da preludio alla impresa dei Mille. Garibaldi ritrova in un certo senso la sua amata quando dalla torre di Faro guarda attraverso il cannocchiale  le sponde della Calabria che di lì a poco avrebbe conquistato.

Ferite e malattia  

Il tema delle ferite è molto importante nella tradizione culturale celtica e la loro descrizione e la parte anatomica colpita non sono mai arbitrarie, ma richiamano la connessione del corpo fisico dell’uomo con le forze spirituali che lo edificano. In questo senso possiamo leggere anche le ferite di Garibaldi.

La prima ferita grave avviene il 15 giugno del 1837, poco prima di compiere trent’anni. Una pallottola si infila nel collo e miracolosamente si ferma sulla carotide. Il tema della ferita al capo e della decapitazione è frequentissimo nel ciclo arturiano. In particolare ricorda l’episodio dell’incontro di Galvano con il Cavaliere Verde (Sir Gawain and the Green Knight). È lo scontro con la forza della Natura: perdendo il capo, il mondo fenomenico dei sensi e mettendosi nelle sue mani ci si svela il mondo spirituale che opera in essa e comincia così il mondo iniziatico.

Garibaldi vive anche le potenti forze elementali del Sud America, quando è ferito. È giunto nel Rio Grande del Sud per fare il commerciante, diviene dopo un anno corsaro e questa ferita, nel suo primo vero combattimento lo inizia alla guerra. Le successive ferite sono elementi ancor più archetipici.

Le ferite alla caviglia e alla coscia in Aspromonte fermarono il suo spirito rivoluzionario ed egli consegnò definitivamente l’Italia nelle mani del re

Vittorio Emanuele II. E’ la ferita nel tallone di Achille e nella coscia di Artù, per entrambi il segno della fine della loro attività.

Anche la malattia reumatica che lo accompagnò per buona parte della sua vita nasconde un segreto. Certo i reumatismi in un marinaio non sono rari, ma al di là delle cause fisiche, in una vita come quella di Garibaldi è necessario vedere quale aspetto della sua attività spirituale si presenta qui.

I reumatismi compaiono durante la sua esperienza in America. È l’incontro dell’antico iniziato irlandese con la statua maschile. Egli doveva provare uno stato di irrigidimento fisico di inverno nel corpo.

Così, prima, a Costantinopoli sorse la febbre, quale eco della sensazione di calore che l’iniziando dei Misteri d’Hibernia doveva suscitare in  sé  davanti alla statua femminile.

Questa iniziazione così particolare produsse quella strana combinazione tra l’idealista fantasioso, ma inconcludente nel pensiero ed il vecchio marinaio che, bloccato dai reumatismi doveva essere portato in giro a braccia. In mezzo a ciò, però, sorse in lui la figura del Cristo ed egli poté comunque agire come cavaliere di Michele.

Un momento emblematico si ha nel giorno della morte della madre, l’antica chiaroveggenza di cui il Maestro era, nella vita precedente, dotato, ritorna in quanto si ripresentano quelle condizioni favorevoli, la tempesta (la forza degli elementi) e l’attacco reumatico (la particolare capacità di irrigidimento fisico) che furono gli elementi tipici dell’antica iniziazione celtica.

Il ciclo epico irlandese

 

Anteriormente alla saga di Artù, diversi altri racconti celebravano il mito del re eroe e guerriero. Sono questi racconti in cui si evidenzia maggiormente l’elemento pagano, quella vivida religiosità che già prevedeva l’evento del Golgota.

Si avvicinano molto alle celebrazioni degli eroi del mondo greco antico, per esempio Ercole o Achille. In realtà la matrice indoeuropea è comune ed ambedue traggono origine dalle precedenti epoche della storia umana, in particolare dal mondo persiano. Anche in oneste saghe traspaiono alcuni elementi archetipici che si ritrovano nella vita di Garibaldi e dei suoi discepoli.

Garibaldi ricorda insieme Cù Chulainn, l’eroe irlandese e Fergus Mac Roich il maturo e saggio guerriero.

Vittorio Emanuele sia il re Couchobor Mac Nessa che lo stesso Cù Chulinn in quanto giovane che deve venire condotto all’iniziazione.

Cavour incarna invece Sencha Mac Ailella, il saggio consigliere e l’arbitro delle dispute.

Mazzini ricorda Bricriu Nemhthenga “Lingua velenosa”, colui che esaspera le inimicizie e semina discordia tra gli amici.

In Cù Chulainn abbiamo sia il motivo del cambio del nome che lo avvicina a Garibaldi, sia quello del confronto con il toro, come abbiamo già visto per Galvano, che li accomuna a Vittorio Emanuele.

Accanto a questo “ciclo dell’Ulster” particolare interesse rivestono pure i racconti legati alle “Fiana”. “La Fiana è una confraternita di uomini privi di radici che hanno troncato le proprie affiliazioni tribali per abbandonarsi alla pericolosa libertà della vasta terra di nessuno che si estende al di là dei confini della società organizzata. E costoro vagano, con fenomenale velocità e agilità, per le terre indomite dell’Irlanda e della Scozia gaelica,  combattendo, cacciando e mercanteggiando” (60).

Questo superamento dei limiti imposti dai legami di sangue è, naturalmente, un impulso michaelita e rappresenta la fase precedente nel cui contesto dopo l’evento del Golgota compaiono le figure dei cavalieri della Tavola Rotonda. Quanto sono simili le gesta dei Fiana alle intenzioni da Garibaldi espresse a Londra nel 1854!

“Che c’è di meglio della mia idea, che c’è di meglio che raggrupparsi ad alcuni alberi di nave, e scorrazzare l’oceano temprandosi nella dura vita del mare, nella lotta con gli elementi, con il pericolo?  Una rivoluzione navigante, pronta ad attraccare a questa o a quella sponda, indipendente ed irraggiungibile”.

Il cavaliere della carretta

Garibaldi intraprende il suo esilio in Sud America quando legge la notizia della sua condanna a morte sul giornale: è l’incontro di Galvano con il cavaliere della carretta. La carretta era il mezzo con cui venivano trasportati i condannati a morte, ed infatti Galvano, spaventato da questa immagine di morte, rifiuta di salirci.

I condannati a morire sono gli uomini che si incarnano, il carro, con le sue ruote, rappresenta il karma che tesse. Garibaldi salì sulla carretta. Quando fu condannato a morte in Italia andò a cercarla e a vincerla in America.

Inoltre Garibaldi si reincarna per adempiere ad un compito che è connesso con la responsabilità che ha nei confronti dei suoi discepoli. Il sacrificarsi incarnandosi per gli altri contraddistingue i veri iniziati cristiani; in questo senso Garibaldi si pone nella “Imitatio Christi” e può adempiere al compito più grande che gli assegna S. Michele.

Il cavaliere vermiglio

Il 20 aprile 1843 a Montevideo per la prima volta Garibaldi e i suoi soldati indossano la camicia rossa. Meglio di qualsiasi altro, questo simbolo rappresenterà le azioni e gli uomini legati a lui. Da allora per i nemici diverrà il “Diavolo rosso” ed egli si presenterà con quella veste a tutte le sedute del Parlamento a cui prenderà parte. La veste rossa contraddistingueva la casta dei guerrieri – re nel mondo celtico, prima e poi divenne il simbolo dei cavalieri – monaci Templari. Nel ciclo del Graal compare come armatura rossa. Dapprima è il cavaliere vermiglio ad indossarla.

Quando Parsifal giunge alla corte di Artù, si presenta anche costui che ingiuria il re e la regina. Parsifal raccoglie la sfida e lo uccide con un colpo di giavellotto. Spogliatolo però non è in grado di indossarne l’armatura e pertanto la fa trasportare dal suo cavallo. In questo contesto dunque l’armatura rossa rappresenta le forze del sangue legate ai tempi antichi che devono essere trasformate.

Sarà Galaad, il cavaliere iniziato ai misteri del Graal, a presentarsi con la croce rossa in campo bianco. Simbolo della trasformazione cristica del sangue e della riunificazione della corrente regale (rosso) con quella sacerdotale (bianco). La veste rossa è quindi connessa con l’impulso di Michele che accende la volontà e modifica i vincoli di sangue: il segno esteriore che la vita di Garibaldi si pone al servizio dell’Arcangelo del tempo e prepara le condizioni perché l’ulteriore sviluppo dell’Italia sia possibile.

L’impulso di Michele

Perché un iniziato ai misteri di Irlanda si è incarnato in Italia ed è stato l’artefice della sua riunificazione? In parte Steiner dà la risposta quando ci parla del legame che unisce il Maestro ai discepoli nella corrente di Artù.

Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele, da soli, non avrebbero potuto adempiere a questa missione. Tutti e quattro insieme, invece, pur scontrandosi quasi sempre sulla teoria, hanno potuto, forti nell’unitarietà dello scopo, portarlo a termine. È chiaro che così si sposta però solo il problema su tutti e quattro ed occorre indagare le reali  motivazioni  spirituali  che agiscono  nella riunificazione dell’Italia.

Le spinte nazionalistiche che investono il mondo tra le fine del 700 e il XX secolo traggono origine da reali impulsi provenienti dal mondo spirituale. In realtà le rivoluzioni che portano a questi sconvolgimenti politici in America, in Francia e poi in Italia rispondono da un lato ad un progressivo risveglio della coscienza individuale e nazionale connesso con il compito della nostra quinta epoca post – atlantica. Dall’altro recano alcuni elementi sovra – nazionali ed universali che li collocano nel periodo di reggenza di Michele.

Tuttavia ogni medaglia ha il suo rovescio e qualcosa degli avvenimenti in questione pare stridere con le fonti morali archetipiche da cui hanno tratto spunto. Le grandi rivoluzioni d’America e di Francia immettono anticipatamente nel subcosciente gli ideali di libertà nella cultura, uguaglianza nel diritto e fraternità economica che l’uomo può iniziare a comprendere e piano piano a cercare di portare a compimento soltanto con la fine del Kali – Yuga e l’inizio della reggenza di Michele nel 1879.

In realtà questi ideali angelici vengono immessi con il sangue nella civiltà umana dalle logge occidentali, delle quali la Massoneria è buona rappresentante. Ne scaturiscono alcuni elementi caricaturali drammatici in Francia, il Terrore, e il contraccolpo da essi generato porta alla dittatura napoleonica.

Come sempre Michele deve confrontarsi con il drago. La sua reggenza si prepara già nel IX secolo dopo Cristo. Le correnti dei misteri cristianizzate si pongono al suo servizio nel già ricordato incontro nell’869. Le dure correnti confluiscono nel centro dell’Europa, si pongono in un sano equilibrio dinamico che è la forza stessa del Cristo. Accanto a questo avvenimento evolutivo ne originano altri due che ne rappresentano una deformazione demoniaca.

Nel nord la corrente misterica del sud si impianta direttamente in Inghilterra, dando origine alla Massoneria, la quale però nel tempo tende a fenomeni di degenerazione. Nel sud la corrente dei cavalieri si impianta direttamente nella chiesa romana, la quale a sua volta nella sua estrema degenerazione dà origine al gesuitismo.

Così al Nord la penetrazione dell’impulso luciferico penetra nel regno arimanico portando alla degenerazione quelle correnti massoniche che si allontanano dall’impulso cristico, mentre al Sud l’impulso arimanico che penetra nel regno luciferico porta a corruzione le correnti religiose nelle quali è andato sempre più perdendosi il collegamento con l’evento del Golgotha. Nell’Europa centrale viene a manifestarsi l’impulso cristico autentico nella corrente rosicruciana.

Massoneria degenerata, e Gesuitismo sono entrambe delle deformazioni del sano sviluppo michaeliano. Mentre, però, l’impulso di Michele è sovranazionale e fraternità, libertà, uguaglianza sono ideali che gradualmente devono venire in libertà conquistati da tutta l’umanità, queste due correnti non attraggono lo spirito individuale degli uomini, ma si impiantano nella loro anima inferiore ed assumono un aspetto nazionale e nazionalistico.

Paradossalmente Gesuitismo e Massoneria degenerata non riconoscono l’identità comune dei loro scopi nella loro unilateralità e si combattono, almeno in teoria, strenuamente. Garibaldi in parte viene in contatto con ambedue queste forze.

Lui è un uomo del Nord e pertanto si sente attratto dalla Massoneria come tutte le anime delle grandi personalità del Nord. Dalla Massoneria accoglie nella coscienza la dottrina spirituale, però in realtà immette in essa una quantità impressionante di nuovi impulsi che conducono ad una sua profonda modificazione. In particolare vede la necessità per la Massoneria di uscire dal settarismo per riportare i suoi impulsi nel sociale e quindi cristianizzarsi realmente e di aprirsi alle donne, cosa che poi proprio grazie a lui avvenne. Fu anche promotore e artefice della riunificazione dei diversi rami della Massoneria e venne da essi unanimemente proclamato “Il primo Massone del mondo”.

Garibaldi si rivolse, come tante grandi individualità del ‘700 – ‘800 alla Massoneria perché trovava unicamente lì, l’eco della antica spiritualità perduta nel materialismo. Ciò si spiega con la particolare costituzione animico – spirituale di Garibaldi. Egli mai percorse la via di iniziazione dell’uomo moderno.

L’io dell’uomo è oggi al contempo Parsifal e Galvano, deve poter unire il microcosmo al macrocosmo, la via di progresso interiore ed il risanamento sociale. Per le condizioni di educazione del tempo, ci dice Steiner, Garibaldi non poté percorrere appieno il percorso dei nuovi misteri in coscienza desta e per scelta libera.

Tuttavia è un soldato di Michele, sceglie cristianamente il sacrificio della sua via di Parsifal per poter aiutare i suoi discepoli a compiere la missione di reimmettere l’Italia nel giusto corso della storia, gettando le basi per lo sviluppo dell’anima cosciente.

SPIRITO : Sviluppa l’impulso di Michele

ANIMA: Segue l’impulso michaeliano come via di Galvano. E tutto protetto all’esterno, gli impulsi spirituali gli giungono dalla vita. Diviene il tramite per la creazione di un nuovo stato sociale, tanto in America del Sud, quanto in Italia. Il lato interiore non segue la via di Parsifal, ma trova conforto nella Massoneria. Il vero compito che ha Garibaldi venne espresso da Steiner a Dornach il 20 ottobre 1918, quando disse :

“E in Italia? Da dove attinge l’Italia moderna la forza impulsiva con la quale l’elemento nazionale si impone fino a chiamarsi “sacro egoismo”? Bisogna spesso cercare in profondità le ragioni degli avvenimenti del mondo, e se si risale a quel decisivo momento della storia precedente l’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, si vede che la forza dell’Italia moderna, nei suoi diversi aspetti, proviene da quanto il popolo romano ha immesso nell’anima italiana.

L’importanza del papato per l’Italia, risiede proprio nel fatto che esso ha instillato la sua essenza nell’anima italiana, anche se, come spesso avviene agli apprendisti stregoni, ne è risultato proprio quanto non si voleva, cioè il distacco dell’Italia moderna dal papato stesso. Spesso l’intenzione cozza coi risultati ottenuti.

Le forze di sentimento e di entusiasmo, esistenti pure in Garibaldi, sono residui del vecchio entusiasmo cattolico che, invertendo la direzione, si è rivolto contro il cattolicesimo. In Italia la possibilità di poter sviluppare l’anima cosciente dovette seguire una strada particolare. Garibaldi quale iniziato ai misteri di Hibernia aveva già acquisito fino ad un certo grado l’anima cosciente. Dovette, per sacrificio sociale, immergersi fino in fondo nell’anima senziente italiana ed iniziare a trasformarla. Per fare questo dovette rinunciare ad uno sviluppo regolare in condizioni sociali migliori”.

Egli non solo si rivolse all’Italia, ma anche contribuì a portare l’America del Sud ad un maggiore grado di coscienza. Rinunciò alla vita contemplativa spirituale per immergersi da vero cavaliere michaelita nella materia. Perché individualità legate all’Irlanda dovettero sentire questo legame con Roma da un lato e con l’America dall’altro. Questo è in relazione al momento dell’evento del Golgota e che gli irlandesi poterono percepire nel corpo eterico della Terra.

In realtà in quel momento percepirono non solo la morte di Gesù sulla croce; ebbero la loro più grande immaginazione legata alla loro particolare scuola di iniziazione essi videro in America e a Roma, connessi con l’avvento del Cristo si ebbe lo scuotersi delle potente luciferiche ed arimaniche.

Compito dei nuovi Misteri è ricondurre anche queste popolazioni nel vero impulso cristiano. Garibaldi e i suoi discepoli si assunsero questo compito e combatterono per portarlo a termine. Se la storia è, come disse Hegel: “Il progredire dell’umanità nella coscienza della libertà”, allora Garibaldi vi prese parte non in uno, ma in due Mondi.

 

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Note

58) G. de Sorval, Missione cavalleresca, I libri del Graal.

59) D. Viscaux, L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di re Artù, Ed. Mediterranee.

60) Proinsiac Mac Cana, Il cielo epico irlandese.

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ASPETTI PRATICI DELLA MEDITAZIONE IN COMUNE ( di F. Giovi)

 Meditazione in comune

Una delle piú elementari forme di lavoro rituale, ben conosciuta dalla maggior parte degli studiosi di Antroposofia, è lo studio o lettura di un testo di Scienza dello Spirito, in un giorno ed ad un’ora concordata tra piú amici o in un gruppo, con una cadenza d’incontro solitamente settimanale.

Questa è stata una delle colonne operative del movimento antroposofico dal tempo della formazione dei gruppi, spesso fondati dallo stesso Rudolf Steiner, alcuni dei quali ancora attivi al presente.

Tale lavoro consisteva (e consiste) generalmente nella lettura di un “detto mantrico” dello Steiner, seguito da un breve silenzio, all’inizio ed alla fine dell’incontro; poi, nel mezzo, la lettura di un numero progressivo di pagine di un’opera fondamentale di Scienza dello Spirito, come Filosofia della Libertà, Teosofia, La Scienza Occulta ecc.

Questo tipo di lavoro comune è forse divenuto sterile e ripetitivo accademismo o innalza l’anima degli associati alle luminose ed edificanti Forze attive dei Mondi Soprasensibili? L’esperienza non riesce a fornire in tal senso una risposta definitiva, poiché il lavoro descritto può portare a risultati estremamente diversi.

Se, ad esempio, il gruppo di lavoro si accontenta di sedersi e abbandonarsi, per antichi e subconsci retaggi, o per pigrizia, alla formula del ex opere operato, in realtà attende che l’ambiente circostante (lettura compresa) lavori al suo posto: crei premesse, condizioni e sviluppo. Il carattere di questo tipo d’incontro è meccanico, piú simile ad una sonnambolica liturgia che al tentativo di conoscenza e trasformazione interiore.

In realtà è passato un secolo di accelerati mutamenti da quando il Dottore aveva indicato talune modalità d’incontro: l’uomo è cambiato.

Il sentire sovrapersonale possedeva ancora radici, seppur limitate, nell’anima dei giovani discepoli degli anni Venti a fianco dell’ordinaria vita di sentimento. L’entusiasmo alimentato dai possenti pensieri cosmici, dal rinnovamento ideale e cultuale cristiano e dai nuovi impulsi artistici quali l’euritmia, l’arte della parola ecc., manteneva accesa in molti di costoro, per l’intera vita, una sorta di fiamma interiore, un calore «che perfeziona tutto dal principio alla fine» (G. Pontano).

Si è potuto constatare che diversi tra questi discepoli diretti di Steiner, ora non piú incarnati, apparissero nell’avanzata maturità come involucri trasparenti di luce flammea, precorrendo da vivi la vestizione spirituale che l’entità umana assume quando, abbandonato il corpo minerale, attraversa la Soglia.

L’uomo è cambiato, i tempi mutati: in questi anni la piú sincera garanzia che qualsiasi tentativo esoterico si fondi su solida roccia è data innanzitutto da azioni interiori che, principiando dall’Io cosciente, strappino pensiero e volontà dal decorso ordinario e naturale.

Come sentenzia Geber nel suo Libro delle Bilance: «Solo con giuste premesse i risultati non potranno essere che veri», cosí i risultati di un lavoro in comune dipendono subito dal grado di corretta attività svolta da tutti i partecipanti.

Le qualità che appaiono quali condizioni necessarie per un vero lavoro in comune sono:

il rigoroso rifiuto di ogni forma animica di antipatia e di critica verso qualsiasi membro del gruppo, almeno per il tempo dell’incontro;

uno stato d’animo elevato, ma non ebbro da smarrire una decisa polarizzazione della coscienza nei confronti del tema in svolgimento;

lo sforzo di evitare ogni disponibilità interiore verso pensieri estranei: in special modo quelli di sapienziale collegamento ad altri pensieri rammentabili in relazione al medesimo tema;

la concentrazione assoluta nella lettura: non sulle frasi già lette, ma permettendo all’attenzione pensante il passaggio dal pensiero precedente al pensiero successivo, attenendosi alla comprensione immediata (la “scorza” di Goethe), poiché la capacità sintetica del pensiero è già attiva nel pensiero che pensa, non fuori o dopo di esso;

infine la cosa piú difficile: non fare altro, nient’altro durante il lavoro.

L’elenco probabilmente può bastare: ma poiché in sintesi è piuttosto semplice, a causa di un malanno generalizzato e chiamato ipertrofia dell’ego, tutto viene spesso complicato, impedendo al puro essere del Pensiero di ri-animarsi, rianimando la potenza inerte e non costrittiva che giace nelle parole e frasi del testo di studio che non deve essere culturale o oggetto del giudizio critico ma «deve risorgere immune nell’anima secondo un atto diretto, non prevenuto da alcun itinerario che non sia il pensiero stesso nel proprio immediato movimento» (M. Scaligero).

 

Affinché la meditazione in comune, comunque difesa dagli ostacoli personalistici per la propria natura adialettica, non naufraghi per carenza di forza al terzo o quarto incontro, abbisogna del supporto vitale della disciplina giornaliera individuale dei pochi partecipanti.

Oltre alla magia del pensiero, ritmizzata come concentrazione, che rimane l’asse portante di tutte le discipline interiori, possono essere indicati gruppi di tecniche ad esempio simili alle direttive di preparazione comunicate nei fascicoli di «Ur» come istruzioni individuali di catena (se separate da ogni sensazionalismo magico). In effetti le discipline della ricapitolazione serale del giorno trascorso, della predeterminazione delle azioni del giorno successivo o, in alternativa, l’atto puro realizzato in brevi episodi su tutto l’arco del giorno e la pratica del silenzio interiore, oltre ad affinare gli “strumenti del rito”, producono una sostanza dinamica nella disciplina che favorisce il sottile rovesciamento della visione del mondo dell’operatore: una sorta di “spostamento dei lumi”. In parole povere vengono assunte dalla coscienza come realtà primarie gli impulsi e le impressioni interiori che sorgono dagli esercizi, e come realtà secondarie le possenti ma passive esperienze ricevute dal sensibile quotidiano: è una scissione di Mondi per la quale l’arte sarà l’entrare e l’uscire dall’uno o dall’altro con rapidità, inafferrabilità, rifiutando la sottile presa del ricordo mistico, magico o sensuale.

Il rito in comune diviene una concentrazione di moltiplicate forze interiori: la coscienza meditativa può aprire un varco vuoto alle forze eteriche precorporee; inizia ad albeggiare una sensazione di libertà, mobilità ed ampiezza mai prima sperimentata.

Per ottemperare ad una disciplina individuale organizzata e quasi continuativa vanno imparate corrispondenti strategie: è necessario conciliare determinazione (tanta!) e coraggio con una progressione attenta e delicata, poiché le forze istintive, se incalzate frontalmente, reagiranno contro l’operatore con un impeto incontrastabile. Se la preparazione intensificata “tiene”, l’asceta sperimenta in sé nuovi e radicali assetti interiori, come ad esempio il diventare letteralmente due esseri diversi: uno che domina l’altro che esegue (a ciò fa riferimento M. Scaligero in Yoga, Meditazione, Magia(1), e che, ripetiamo, va preso alla lettera), oppure la percezione di Mahâkâly ânanda: la gioia pura del Volere che spezza ogni limite, e altro ancora.

Queste note d’antefatto a quanto Massimo Scaligero aveva comunicato ad alcuni discepoli per un iniziale rito meditativo in comune, si giustificano a causa della grande forza necessaria affinché il tentativo non divenga una farsa inutile. In essenza, due sono le caratteristiche indispensabili: la prima è che tutti i partecipanti siano completamente attivi; la seconda che qualsiasi rito esige da sempre un assoluto rigore formale, interiore ed esteriore. Scaligero stesso confermò ciò, in incontri diretti e con esempi concreti che non sono stati piú dimenticati.

Per stabilire e mantenere il massimo livello negli atteggiamenti e nelle operazioni suggerite può essere imprescindibile l’abitudine alla consapevolezza di compiere ogni azione in presenza del Logos, sentito o intuito con elementare ed inconfutabile immediatezza.

Franco Giovi

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Rito è ciò che si compie, mediante ripetizione e ritmo, come atto volitivo predeterminato, che colleghi l’animico-corporeo con lo Spirituale: rito sia pure in forma lineare, è il riunirsi un determinato giorno, ad una determinata ora, per studiare insieme Filosofia della Libertà. Rito in senso sacro può cominciare ad essere l’incontrarsi ad una determinata ora, di un determinato giorno, per meditare insieme.

Ci si riunisce, con la massima puntualità: qualche minuto di silenzio, poi uno di voi legge un mantra del Dottore (per esempio quello di Michele) o un brano dei Vangeli, poi si fa penombra o oscurità – ad evitare la reciproca visione fisica – e si medita.

Fino a che il gruppo non sia veramente formato ed armonico, è meglio che ciascuno faccia la sua personale meditazione, cercando di dare il meglio, l’assolutamente meglio di sé.

Occorre un segnale per terminare insieme! Uno di voi può prendersi l’incarico di sorvegliare il tempo (minimo mezz’ora), a dieci minuti prima della fine dare un tocco sul tavolino, cinque minuti prima un secondo tocco, un terzo per terminare (ciò per prepararsi alla fine della meditazione).

Al termine, qualcuno recita ad alta voce i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni. Un minuto di silenzio e congedo reciproco, cercando di mantenere il piú a lungo possibile il tono conseguito.

Un simile lavoro insieme può essere prezioso, condurre molto lontano, se si è capaci di fedeltà alla via del Pensiero.

…Intanto vi auguro il vero lavoro, quello che si compie superando ogni volta, almeno pochi attimi al giorno, la propria possibilità umana, cosí che possa essere sentita la Forza che urge nel mondo, la reale unica presenza dello Spirito: contro cui è schierata tutta la mediocrità umana, con i suoi dialettismi e persino con i suoi conati esoterici(2).

Massimo Scaligero

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(1)M. Scaligero, Yoga, meditazione, magia, Ed. Teseo, Roma 1971, p. 96
(2) da una lettera di M. Scaligero all’Autore del 15 agosto 1970

per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2001/giu01/esercizi.htm

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE,

RIPENSIAMOCI UN PO' SU

deserto 2

Cari amici, nonostante vi voglia bene, cercherò il più possibile di essere molto noioso. Necessariamente noioso perché c’è ben poco da dire, molto da ridire. Avete letto l’articolo di Scaligero, quello del ’48? Da lì a poco avremmo avuto tre decenni che, confrontati con i giorni nostri furono quasi paradisiaci – intendo come atmosfera interiore – e già Massimo Scaligero parlava della tragica situazione del comprendere. Se la capacità di comprendere era, eufemisticamente, in crisi, se il capire era in massima parte capitombolato nel bestiale, univoco riconoscimento delle parole, fate uno sforzo d’immaginazione che realizzi l’attuale situazione. Ed essendo anche figli del proprio tempo non illudetevi di essere rocce svettanti fuori dalla corrente.

Cerco sempre di non pappagallare Scaligero ma ripeto sempre che la comprensione è atto difficile e anche chi si sforza realmente di capire, deve di solito combattere con se stesso per molto tempo poiché non ci si rende capaci di osservazione e di pensiero come se si passasse dalla cucina al soggiorno. E’ il motivo per cui il Dottore principiava il titolo di molte conferenze (e qualche scritto) con la parola “Enigmi”. E’ un assetto dell’anima il rendersi conto che il mondo e l’anima umana ci compaiano davanti come misteri. Essendo alimentati dalla sub-natura ci si abitua a credere che si comprenda con una sorta di infusione automatica e in effetti nel mondo pietrificato la comprensione viene da sé, non essendoci nulla di comprendere al suo morto livello. Nel mondo morto si inglobano parole come Spirito, Graal, Karma, Gerarchie, ecc. Perciò si opera poi nel male come consuetudine e senza sforzo: la banalità della Arendt applicata alle cose del mondo spirituale.

Spero che qualcuno intuisca ciò che intendo seppur goffamente. Così spero che qualcuno capisca che c’è davvero bisogno di tracciare sempre a nuovo le medesime cose: esse volano via come fossero segni sulla sabbia sferzata dal vento.

E’ possibile non accorgersi che tutto è defluito, che l’anima è stata anestetizzata: rimane una parvenza meccanica, capace di riprodurre meccanicamente le formule della conoscenza e degli atti interiori. Ciò non produce nulla. Gli orologi, complessi e mirabili, non fanno le uova.

Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi nell’illusione l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinaria coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.

Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori al punto che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, costringerla ad essere per pochi secondi.

Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, cioè un portacenere, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi, osservate se un attimo prima eravate desti o sognanti o dormienti davanti a ciò che vi circondava.

Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.

Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata o forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione VI) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Scrivere su un quaderno cosa si è visto dell’oggetto osservato e aggiungere, giorno dopo giorno le caratteristiche sfuggite nei giorni precedenti.

Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una occasione, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.

Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.

E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene mai avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi. Dove il concetto c’è ma non si vede.

E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.

E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.

Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).

Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia o alla comprensione logica di essa, si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e giudizi, passano tutti per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando i ricercatori pigri – sono legioni – s’imbarcano nelle evasioni pseudo-yoghiche, nei magismi mollaccioni o nei turgori moralistici: in cui il messaggio segretamente sussurrato oppure gridato è indurre a pensare che non occorra pensare, che il pensiero è un incomodo da cui sfuggire.

Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione materialista: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica che coltivi le libidini dell’anima ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.

Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a vedere il pensiero come si vedono gli oggetti del mondo” (il pensiero, non il pensiero di qualcosa!).

Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.

Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.

Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.

Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario, il suo “sonno” (parola del Dottore nei mantra della Classe) è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire ( che cela il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” della corporeità.

Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro. E’ piuttosto facile non capire la sua sintetica importanza. E’ piuttosto strano che venga evitata come la peste da parecchi discepoli che sembrano rivolgersi ad una bizzarra ortodossia davanti alla quale pare oltraggiosa l’individuale  attività di pensare autonomamente e con logica.

Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, verissimo.

E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima che qualcuno le comprenda.

Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile farci atto di fede ma questo fa parte delle sciocchezze): un tipo serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo poiché ciò deve essere pura esperienza.

Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.

Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri voluti, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.

Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.

Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione dal momento in cui ci si siede.

E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Siamo capaci di ciò. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.

E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile adialetticamente la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.

Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi, continuativamente. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.

Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si inganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.

Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra) che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni o echi di immagini estranee che riducono la forza messa in moto e che riconducono sempre al senso corporeo.

Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o da rievocare con la facilità della coscienza ordinaria.

Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà. Quest’ultima non è la volontà ordinaria ma l’essere della volontà che la dedizione assoluta nella disciplina ha sollecitato.

Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo essere qualcosa non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con esso svanisce anche il soggetto comune che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.

Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o si proietta) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche il carattere famigliare della coscienza muta sebbene permanga una sottile identità di sé con sé.

Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di riflessità ciò è impossibile.

E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae subito nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.

Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci due risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso.

SCIENZA DELLO SPIRITO

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2015)

28 E 29 SETT 2015 FK 016

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

(29 SETT.2015)

 

1/18016

FERREA LOGICITA’ DELLA MEMORIA

 

 

INTERNA ALLE FORZE DELLA BASSA CEREBRALITA’ AGISCE LA CERTEZZA DEL MENTIRE.

 

ESTREMA ARROGANTE POTENZA CHE CONSIDERA IMPOSSIBILE L’ATTUARSI DELLA VERITA’ NEL RITO DELL’IDEA.

NELL’ATTO DELL’ASCESI.

NELL’INNALZARSI DELLA SINTESI VOLUTA.

 

VENATURA DI ENERGIE CHE

– SICURE DEL MENTIRE –

VORREBBERO RIDURRE ALL’INSINCERITA’ TOTALE

OGNI VITA INTERIORE DEL PENSARE.

 

ENTE VOLITIVO DEL MENTIRE CHE SA DI NON POTER PENSARE.

 

MA INFINE   – COME SE UNA TENUISSIMA QUALITA’ AUREA AVESSE IL POTERE DI FRANTUMARE LA ROCCIA  –

LA MINERALE ENERGIA FRANTUMA E ARRETRA.

 

POICHE’ LA CERTEZZA E’ INTERNA AL COSCIENTE TENTATIVO DI MANTENERE CONTEMPLATA L’ESSENZA DELLA SINTESI.

E DA TALE VOLUTA CONTINUTA’ NEL CENTRO DELL’IDEA :

SORGE UNA VERITA’ CHE E’ UN VALORE.

 

IL SOLO VALORE FONDAMENTO DELL’INTELLIGENZA.

 

LOGICA CONTINUITA’ NEL MANTENERE INTATTA LA MEMORIA.

 

E’ L’IMPOSSIBILE LOGOS DEL PENSIERO.

 

LOGOS SOLARE.

 

STRETTAMENTE CONGIUNTO ALLA  PRESENZA DELL’IO NEL CONTEMPLARE.

 

IO CHE IN TALI FLUSSI DI VOLITIVA CONTINUTA’ NELLA MEMORIA  :

AUREA SACRITA’ RESPIRA.

 

ATTRAVERSO L’UNICA VIA DEL LAMPEGGIANTE FERRO DELL’ARCANGELO

CHE IN TALE AGIRE SORGE E SI IRRAGGIA.

 

PERMEANDO DI SCULTOREE QUALITA’ IL REALE.

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2/18017

INCENDIO CHE RESPIRA

 

 

L’UMANO PERFIDO OMAGGIARE LE ISTANZE DI VERGOGNA.

LA BRAMA CHE CONVINCE E CHE COSTRINGE AI PIU’ SORDI COMPROMESSI.

 

CORRENTE CEREBRALE CHE SENZA ARGINI DILAGA.

PRONTA AD OGNI MALE POICHE’ E’ DIMENTICATA L’AUTORITA’ DELL’ANIMA CELESTE.

 

TUTTO IL VISCIDUME MALPENSANTE E’ CERTO DELLA PROPRIA CORRUZIONE.

 

EUFORICO NELL’ABBANDONARSI AL TURPE :

COLTIVA SOTTILISSIME MENZOGNE CEREBRALI.

 

L’ENTE CHE ABITA QUELLE CONVINZIONI E’ COME UN’AGGHIACCIANTE PERSONA NON UMANA

CHE VIVE ALL’INTERNO DEI PENSIERI ELABORATI DAGLI INDIVIDUI DECADUTI.

 

UNA MALATTIA E UNA PIAGA.

UN AMARO INEBRIARSI FRA LE ESSENZE PIU’ MALIGNE.

 

EPPURE INIZIANO AD ARRETRARE QUANDO SUBISCONO IL BAGLIORE DEL SILENZIO.

 

UN SILENZIO CONTEMPLANTE CHE PER POTERSI MANIFESTARE : LAVA.

 

IL SILENZIO DELL’IDEA CHE PER POTERSI CONTEMPLARE  :

INNALZA INESORABILMENTE I LIVELLI DI PENSIERO OLTRE IL CEREBRALE DECADUTO.

OLTRE LA MORTE.

 

NEL VUOTO IN CUI LA VOLONTA’ IMMESSA NEL CONTEMPLARE  :  SPLENDE.

 

UN IMPOSSIBILE VALORE SI CREA.

UMANAMENTE IMPREVEDIBILE POICHE’ UMANAMENTE INCONCEPIBILE.

EPPURE –MEDIANTE FEDELTA’ LOGICA-  :  UMANAMENTE REALIZZABILE.

 

SEMPRE COMUNQUE E OVUNQUE.

SEPPURE IN VARIO GRADO E ATTRAVERSO INFINITI LIVELLI DI LIMPIDA POTENZA.

 

ATTO DEL PENSIERO NEL TENUISSIMO FERRO DEL LAVACRO.

IN CUI E’ POSSIBILE CHE AL CUORE DEGLI UMANI SI AGGIUNGA IL VALORE DELL’ARCANGELO.

SI AGGIUNGA LA QUALITA’ DEL NUME DELLE FOLGORI.

 

E ALLORA E’ INCENDIO CHE RESPIRA.

 

E CHE PURIFICA.

 

NEL SACRO RINNOVATO.

 

NELL’AUREO.

___________________________________

 

3/18018

TEMPESTE IMMATERIALI

 

QUANDO L’APPIATTIMENTO TERREO DIVENNE LA SOLA VOLONTA’ ATTIVA FRA I PENSIERI :

DALL’ASPETTO BENEFICO DEL FATO GIUNSERO PER I DEGNI LE GIUSTE DELUSIONI.

GIUNSE DOLORE.

 

GIUNSERO I ROVESCI CHE PREDISPONGONO AL PERDONO.

 

MA NULLA PUO’ IL DOLORE QUANDO FRA LE ANIME SEPOLTE E DENSE

TALE E’ LO SPEGNIMENTO CHE NULLA SI PUO’ PIU’ INTUIRE.

 

E ALLORA LA VIA DELL’UNICO RISORGERE PASSA SOLTANTO ATTRAVERSO IL RITO DELL’IDEA.

 

ATTI DI IMMENSA LUCE POSSONO FERMARE IL FATO.

 

ARGINE IMPOSSIBILE CHE PURE E’ POSSIBILE INNALZARE.

ARGINE IMPOSSIBILE CHE INFINE VIENE ERETTO.

 

I LAMPI DELL’ASCESI DILUISCONO SE STESSI NEL FLUSSO DEGLI EVENTI.

E LI FECONDANO DI CIO’ CHE AD ESSI MANCAVA IN ASSOLUTO :

IL CONTATTO CON L’ETERNO.

 

IL FUOCO SOVRUMANO.

 

TRAPASSANDO IMMENSI FLUSSI DI TELLURISMO CEREBRALE :

UN TENUISSIMO POTERE DI ARMONIA PUO’ GIUNGERE AD IMPORRE LA PROPRIA LUCE.

 

PER ATTIMI PUO’ ACCENDERSI IL RESPIRO DEGLI DEI.

 

ED IN QUEGLI ATTIMI DI LUCE IMMATERIALE  :  ARRETRA MUTATO IL FATO.

 

POPOLI IMMALVAGITI

EBBRI DEL PROPRIO DOPPIO

POTREBBERO SUBIRE ATTI DI LIEVITA’.

 

ATTI DI SCONVOLGENTE LUCE.

 

CHE IMPREVEDIBILE E INAVVERTITA CONTIENE L’IMPRONTA FERREA DEL SOLARE.

 

I TRATTI DELL’ARCANGELO ATTRAVERSO IMPERCEPIBILI TEMPESTE IMMATERIALI.

 

I LUOGHI DELLA FOLGORE ED IL SUO CUORE.

 

DALL’ETERNO.

________________________________

 

4/18019

OVE L’IMMATERIALITA’ TORNA ESPERIENZA

 

 

VESSILLO REINNALZATO OLTRE LE TEMPESTE CEREBRALI

L’APICE DELL’IDEA RESPIRA E TENTA DI IMPORRE L’ARMONIA CHE PER ATTIMI HA SFIORATO.

 

TENTA DI IMMETTERE  IL SUO VALORE ESTREMO.

 

LA SUA QUALITA’ CHE ATTUA L’UNICO SANARE.

 

MANTENERE L’EVIDENZA DI UN CONCETTO CONTEMPLATO E’ INNALZARE ATTI DI LUCE.

 

E’ MANTENERLA OLTRE I GORGHI DI ENERGIE

CHE NULLA SANNO DEI CIELI ETERICI CONTRO CUI PURE SCAGLIANO IL NEGARE.

 

MANTENERE LA SINTESI ESTREMA DI UN CONCETTO PER POTERLO CONTEMPLARE

E’ MANTENERSI FEDELI AD UNA VERITA’ LOGICA

CHE OCCORRE CONTINUAMENTE RICREARE.

 

TALE FEDELTA’ E’ OLTRE L’UMANO.

E SFOCIA NEL RITO CHE L’UMANO ATTENDE.

 

SFOCIA LADDOVE LA VOLONTA’ GIUNTA NEL PENSARE :

SUPERANDO I DESERTI ANIMICI DELLE INDIVIDUALITA’ INABISSATE :

AMA.

 

E NELLA PURITA’ SUPREMA DEL LOGICO CONNETTERE : CONSACRA.

 

E QUANTO PIU’ COMPATTI E INESTRICABILI I GORGHI CEREBRALI INTRALCIANO :

TANTO PIU’ SOTTILE E OCCULTA LAMA RISPLENDE.

 

LAMA DELL’ARCANGELO NEL CUORE DELLE FOLGORI.

 

OVE L’IMMATERIALITA’ TORNA ESPERIENZA.

OVE VIVENTE IMPRONTA CELESTE TRACCIA GLI IMPREVEDIBILI CAMMINI.

 

FERREA LINEARITA’ COSCIENTE CHE NITIDISSIMA REINNALZA.

____________________________

 

5/18020

OVE DEL SOLE FOLGORA L’ESSENZA

 

IN ALTO

OLTRE LE FRONTI

VI E’ IL RESPIRO IMMATERIALE CHE SOLLEVA.

 

ATTIMO CONTINUAMENTE RINNOVATO IN CUI LA COMPLETEZZA DEL CONCETTO SPANDE IL SOLLIEVO.

PERMETTE DI ATTINGERE SANITA’ OVE LA MORSA CEREBRALE E’ TACITATA.

 

OLTRE IL PARLARE CEREBRALE

VI E’ IL CAMPO DI LOTTA FRA LE ESSENZE.

 

VI E’ LA ZONA IN CUI LE ENERGIE TENTANO IL NEGARE.

 

FRA ESSE L’IDEA GIUNGE QUALE POTERE IMMATERIALE CHE LE DISSOLVE.

 

QUALE POTERE AL CUI COSPETTO

OGNI POTENZA MINERALE SVELA IL PROPRIO NEGARE.

 

L’ATTO DELL’IDEA DISSOLVE IL GERME DELLA PIETRA.

 

ILLUMINA E DISTENDE VIE VERSO LO SCONOSCIUTO COSMO MORALE.

 

IMPONE IL POTERE CONNESSIVO DELLA LUCE CHE SI TRAE DAL CONTEMPLARE L’IDEA IN SENO ALLA TEMPESTA.

 

NON VI E’ CHE DA ESSERE SINCERI.

 

IN TALE DIREZIONE LIBERAMENTE SCELTA :

LA SINCERITA’ E’ SOLTANTO COSCIENTE VOLONTA’ CHE INSISTE NEL RICORDARE.

 

E A VOLTE IL LAMPO INCORONA TALE AGIRE.

 

IRROMPE NELLA CORRENTE DEL RICORDO LA FERREA FISIONOMIA CHE LIBERA ED INNALZA.

 

CHE IMMETTE NEI MONDI DEL PERENNE AUREO RICREARE.

 

OVE DEL SOLE FOLGORA L’ESSENZA.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, MICHELE - La Via del Pensiero, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – OTTOBRE 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIRITO DEL TEMPO

10270104 .

LO SPIRITO DEL TEMPO

 di Massimo Scaligero

Quello che veramente manca all’uomo contemporaneo è il senso di orientamento nell’immane mondo di parole: egli non pensa più pensieri, ma soltanto nomi. I nomi acquisiscono forza in quanto suggestioni collettive, divengono “miti” e, ancora, superstizioni. Allora avviene che il senso originario di quei nomi, per chi tenga fermo ad esso, risulti capovolto: avviene che sotto quei nomi fluiscano nell’umano forze di un genere impersonale ed oscuro, tenacemente attaccato nella loro vasta azione a tale travestimento dialettico, quasi che non potessero presentarsi con il loro vero nome.

Se dinanzi a simile caos nominalistico volessimo evocare un principio di rettificazione, in nome di una insopprimibile visione spirituale del mondo, potremmo trovarci in serio imbarazzo poi nel voler comunicare ad altri quanto si può essere presentato alla nostra intuizione con caratteri di evidenza e di assolutezza. Ma una simile considerazione non dovrebbe scoraggiare e togliere la possibilità di affermare ciò che, comunque, ha il valore di un contributo alla soluzione del problema.

Tra i fattori positivi di una “rettificazione” che possa verificarsi di là da una cooperazione cosciente dell’uomo, noi possiamo considerare il tempo, in quanto divenire che si attua inseparabilmente dal tessuto della vicenda terrestre.

Il tempo si può tuttavia ritenere inumano nel suo procedere come “negazione”: tutto ciò che non è conforme al suo spirito, ossia a ciò di cui esso è la forma insufficientemente intuita, viene respinto quasi con forza d’inesorabilità e costretto a racchiudersi nel suo stampo e a difendersi sino a perire più o meno lentamente entro di esso.

Un dato tempo, dunque, ci può presentare un drammatico panorama di macerie di stampi e di forme la cui interna sostanza è ormai decomposta, ma anche di forme intatte, proprie a una sostanza che il tempo ha bensì condannato, ma che difende selvaggiamente se stessa con ogni mezzo per continuare ad essere indefinitamente ciò che è. E in quest’ultimo caso essa generalmente giunge a utilizzare energie creative pertinenti alla positività del nuovo tempo, guastandole col subordinarle alla propria cristallizzazione. Ciò spiega un ambiguo e sotterraneo rapporto che oggi lega il mondo cosiddetto rivoluzionario con quello conservatore.

Il dramma della nostra epoca è in definitiva questo. Le forme già superate, cadaveriche o spettrali, dotate ancora di un’automatica vitalità, sorrette ormai soltanto da potenti fattori quantitativi o economici e dal mondo delle passioni legate a simile dominio della quantità, hanno formato un’enorme barriera, un formidabile ammasso il cui disordine, pur pesando drammaticamente sull’anima dell’uomo, è camuffato dalla sua inesauribile possibilità di organizzarsi meccanicamente. Tecnicizzazione e meccanizzazione danno a questo immane corpo in decomposizione apparenze di vita: apparenze anche dinamiche e brillanti.

La scienza, cessando di essere ancella dello “spirituale e dell’eterno”, diviene fine a se stessa. Ma essere fine a se stessa per la scienza significa essere inconsapevolmente mediatrice della opposizione delle forme superate e della tradizione morta contro il vero “Spirito del tempo”. E sarà bene ricordare che per noi tale locuzione non ha il senso di consuetudine psicologica o di carattere dominante di una data epoca, ma quello di entità spiritualmente viva nella sfera sovrasensibile, quale forza ispiratrice non riducibile al livello dell’astrattismo razionalistico, ma intuibile mediante ascesi interiore: lo stesso senso, dunque, che esso presenta come uno degli aspetti del Divino, di Krishna, nella Bhagavad-Gîta (XI, 32) quale distruttore del mondo, “eretto nella Sua statura enorme per la distruzione dei popoli”.

Lo Spirito del tempo respinge verso la decomposizione tutto ciò che non ha l’intima forza di trasformarsi da sé, tutto ciò che manca della virtù di una perenne attualità: per tutto ciò, lo Spirito del tempo si presenta come un distruttore, ossia come il portatore della vera rivoluzione contro la falsa oscura e retorica rivoluzione degli uomini la quale in fondo, nella sua frenesia di sovvertire e distruggere solo il mondo esteriore, il mondo dei valori fisici eliminabili mediante colpi o scoppi, è una forma mentita di conservatorismo.

La positività del conservatorismo sotto travestimento sovversivo consiste nel finire col distruggere se stesso proprio per voler continuare ad essere secondo un impulso che è il contrario di ciò che è, in quanto tende ad affermare come valore un suo modo di essere che comporta la cristallizzazione e la morte di ogni valore.

La società e le sue forme, l’uomo e le sue manifestazioni, usando tutte le loro energie per conservare se stessi entro un processo finito, connesso alla sfera del sensibile, per mantenere se stessi in posizioni ritenute morali una volte per tutte, in sostanza alimentano il contenuto vero della tragedia del mondo. La bancarotta della filosofia contemporanea è il segno di una impotenza del pensiero ad uscire dalla serie dialettica per divenire forza cosciente: l’esistenzialismo, per esistere, deve alimentarsi della sua dialettica e comunque ricorrendo a una normatività speculativa, finisce con l’essere un’ipocrisia. Non si può parlare di un pensiero bolscevico, ma di un pensiero americano regredente col massimo della vigoria razionalistica verso un realismo primitivo, sì. Il mondo della cultura e della filosofia appare come un immenso grammofono con serie di dischi che si alternano con allineamenti diversi delle stesse parole: non una luce, non un’autentica forza spezza la serie. Il concetto dei sistemi autorappresentativi del dedeking può dare l’idea della reiterazione indefinita di un processo il cui valore è il continuo negativo del suo automatismo.

Creata da un modo di pensare unilaterale dell’uomo, la bomba atomica, anche se non usata per la guerra, torna contro l’uomo come forza che comunque tende a dissolverlo in quel mondo materiale in cui esso veramente oggi va esaurendo la sua umanità sino a perderla. E’ Rudolf Steiner che chiama sotto-natura il mondo della tecnica privo della sua controparte spirituale.

Continuando dunque a trovare rimedi, nuove formule e nuovi meccanismi, lungo la stessa dimensione unilaterale data dal pensiero legato esclusivamente alle impressioni sensibili (anche quando mobilita una dialettica spiritualistica) ignorando qualsiasi altra dimensione della vita interiore dell’uomo (che scientificamente si liquida con i suggestivi termini di “inconscio” e di “sub-conscio”), in sostanza si prepara l’avvento del sotto-uomo. E pare che se ne veda già qualche segno: anzi, più di un segno. E’ sufficiente guardarsi intorno, liberando lo sguardo dal velo dell’assuefazione.

L’esigenza stessa di un’attitudine spirituale da evocare come unico valore possibile all’uomo in quanto uomo, epperò concepibile come il senso finale stesso della sua vicenda, viene falsata o contraffatta sul piano d’azione delle forze prevaricatrici sotto forma di uno “spiritualismo” da adeguare ai tempi e alla mentalità dominante. La quale è endemicamente conservatrice, ossia profondamente malata dell’attaccamento a se stessa, alle posizioni da cui trae vita.

Ecco perché, anche in sede esoterica, ogni atteggiamento è una velleità dialettica subordinata allo stesso giuoco di forze miranti a utilizzare soprattutto l’esigenza di un’azione spirituale per affermare se stesse: per cui si può affermare che ogni “via spirituale”, ogni mistica ogni “iniziazione” che si presuma tale nel mondo contemporaneo, non sono che espressioni di uno stato di fatto anti-spirituale in cerca di un suo stato di diritto. All’uopo viene mobilitata quella cultura tradizionale, o gnostica, o ermetica, o induistica, che meglio si presti al mantenimento retorico ritualeggiante o magicizzante dell’elemento conservatore riottoso di contro a qualsiasi possibile, vera trasformazione o rinnovazione.

Ciò spiega come, di fronte alla Scienza dello Spirito fondata da Rudolf Steiner, le correnti della pseudo-iniziazione mostrino la stessa insufficienza metafisica che impedisce loro di prendere un vero e attivo contatto con la grande Tradizione, sia essa orientale, sia occidentale, e rivelino la stessa refrattarietà che caratterizza un mondo che deve essere trasformato di contro alla forza trasformatrice. E si può veramente parlare di una coalizione mondiale delle forze conservatrici attive nel dominio “psichico” o animico, incapaci di qualsiasi autentico slancio spirituale, affinché non nasca l’”anima cosciente”, l’unica forza che possa porre l’uomo dinanzi alla corrusca aridità del mondo meccanico, nella veste del dominatore, sotto il segno del Cielo.

Ogni organizzazione meccanica della vita, anche la più dotata di enfasi rivoluzionaria, tradisce uno spirito bassamente conservatore. Non vi è più pericoloso conservatore del sedicente rivoluzionario che ha potuto cristallizzare in una formula il suo non ben cosciente istinto rivoluzionario.

Chi si illude di poter rettificare o rinnovare i sistemi mediante una distruzione esteriore sta sullo stesso piano di chi, per via scientifica, giunge a scoprire nuove forme di energia intese a soddisfare i bisogni esteriori dell’uomo. Una medesima energia può essere sfruttata sia per compiere distruzioni nel mondo della esteriorità, sia per rendere tale mondo sempre più rispondente alle necessità materiali.

La bomba atomica è dunque l’espressione di uno spirito conservatore: è contro lo Spirito del tempo, ma in definitiva, agisce per esso: la sua negatività è affermativa unicamente per esso.

La bomba atomica è uno degli ultimi barlumi di potenza di un mondo d’impotenza: essa sta ad accusare, in esasperata istanza, l’estrema povertà spirituale del mondo della scienza e della tecnica. E’ il risultato della superficialità indefinitamente esplorata e del mondo ridotto a piattezza, ossia il risultato di un potere acquisito dall’uomo nella sfera dell’inorganico, oltre la quale esso, tuttavia, non è capace minimamente di penetrare nel mistero della vita, se non con immobili e inconcludenti astrazioni.

Il filo d’erba, per gli scopritori dell’energia atomica, rimane un mistero: mistero rimane la vita animale, la natura dell’uomo, l’anima dell’uomo, il destino dell’uomo. Mistero rimane lo stesso immediato strumento conoscitivo di cui lo scienziato non può fare a meno di servirsi: il pensiero. Lo usa ma non sa di usarlo, o per lo meno ignora da quale zona dell’anima gli derivi e come nasca e che cosa sia: lo rivolge al mondo della quantità e acquisisce per mezzo di esso incontestabili conoscenze riguardo a tale mondo: pur tuttavia continua a non saper nulla della forza qualitativa che entra in giuoco in questo processo.

Ma il genio tellurico ha risorse infinite: per mezzo della disintegrazione atomica, esso contro questo mistero si vendica strappando le basi e i supporti puramente fisici a quella vita organica in cui il mistero si presenta e manifesta senza svelarsi, a quella vita organica che per apparire nel mondo esistenziale, oltre che essere, ha bisogno di tali basi e di tali supporti. Non è difficile tuttavia avvedersi come, di conseguenza, questa ulteriore creazione di una civiltà automatizzata senza speranza (che possono infatti, per redimerla, la religiosità tradizionale o qualsiasi atteggiamento semplicemente mistico?), divenga in definitiva strumento dello Spirito del tempo nel suo aspetto distruttivo.

E’ la tragedia della forza pensante dell’uomo: nata nella interiorità sovrasensibile, essa va a servire in esasperata passività il mondo sensibile, non riconoscendo più, anzi rinnegando, la propria origine, riducendo sul piano delle morte rappresentazioni ogni aspetto dell’essere, ogni significato, ogni tipo di rivelazione.

Il fenomeno, riflesso sul piano sociale, acquisisce carattere di speciale tragicità per il fatto che esso dispone di una sua dialettica, di una sua giustificazione filosofica: nato dallo spirito, il pensiero extra-vertito va a servire l’”anti-spirito”. Pensatori di questo tipo abbondano in America: filosofi di questa “anti-sofia”, quali John Dewey e Arthur O. Lovejoy, giungono ad affermare di essere pervenuti al realismo fisico non partendo, ad esempio, dalle scienze naturali, ma dalla metafisica: il che è dire da una metafisica senza spirito, ossia da un vero e proprio fallimento metafisico.

Quando si parte da uno speculare di tipo idealistico, per giungere agli stessi atteggiamenti mentali di chi è unicamente pago della realtà sensibile, ignorando anche l’esistenza di quel minimo processo di pensiero che deve entrare in giuoco per permettere l’essere di tale opinione, occorre avere il coraggio di riconoscere che non c’è più nulla da sperare da un simile mondo. Per un analogo fenomeno di recessione dialettica, che per via di inconsapevolezza rinuncia al principio ideale e pone al suo posto unicamente la mediazione discorsiva, dalla filosofia di Hegel prende le mosse quella corrente a cui si è dato il nome di “sinistra hegeliana” e che si può considerare il risultato di un aver preso non lo spirito ma la lettera dell’opera del filosofo di Stoccarda, con il conseguente capovolgimento della sua concezione sovrasensibile del mondo.

Ecco dunque gli sbarramenti che trova dinanzi a sé lo Spirito del tempo: in rapporto ai quali Esso non può manifestare, per ora, che il suo aspetto distruttivo, inconsciamente richiesto dagli uomini, per ultimo sotto forma di bomba atomica. La quale, come ogni altra arma moderna, finché la scienza e la tecnica non divengano ancelle dello spirito, è destinata a distruggere se stessa.

Ma al punto in cui sembra che non vi sia più una via di uscita, al punto in cui sembra che nessuna soluzione sia più possibile, allora veramente l’uomo deve decidere, in consapevolezza e in libertà, del suo destino, perché soltanto allora egli può far scaturire dalla propria anima il massimo della sua volontà creatrice: il momento più tragico e più negativo può essere il più eroico e il più affermativo. Ma soltanto una Scienza dello Spirito può additare all’uomo la via per questa possibilità.

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“Architrave” –  anno I n° 1 – Febbraio 1948

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

AUTUNNO, TEMPO DI CENERE

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Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano e del mondo, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione che sta per piombarci addosso modificando non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più vicina al nocciolo interiore?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.

Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto quasi centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.

Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci fanno sapere che l’estate è fuggita via.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.

Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.

Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.

Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.

Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.

Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!

Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.

Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.

Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!

Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.

Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.

Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?

Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.

Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.

Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

PS: scusate se – del tutto intenzionalmente – non accenno a Michele. Chi vuole mediti o legga quello che il Dottore ha scritto in merito. Il coro di “pensieri micaeliti”, “intelligenze dei cuori”, le esortazioni ad “afferrare con coraggio la spada di Michele”, insomma la litania annuale di pie esortazioni, paiono solo parole con l’abito di festa. Col sottofondo di devozione cattolica sconfinante nella superstizione che quasi sempre è la sua deriva.

Per chi volesse, più seriamente, avvicinarsi ad un ambito che lambisce qualcosa di reale nel merito di tale Essere, consiglio di pensare i pensieri che si snodano con la lettura della “Tradizione solare” di Massimo Scaligero. Pensare pensieri, signori miei: le genuflessioni sentimentali, figlie di una ottusa decadenza, valgono meno di niente.  

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO,

IL DITO E LA LUNA

dito luna

La Via, di cui testardamente cerchiamo di indicare i primissimi passi, è davvero una via. Un camminamento di montagna. Esiste forse una strada in cui, con un balzo, ci si possa portare dal suo misterioso punto di partenza all’altrettanto misterioso ed ignoto Tempio dello Spirito?

Certamente grandi maestri del passato caratterizzano la realizzazione spirituale con pochissime, sostanziali parole. Faccio un esempio con il sesto Patriarca cinese Huei-Nêng, detto anche l’illetterato. All’anziano istruttore Shen Hsin che diceva: “Questo corpo è l’albero bodhi, questo cuore è come uno specchio brillante. Senza posa noi lo spolveriamo e lo asciughiamo per non lasciare che vi si arresti la polvere”, Huei-Nêng risponde: “Non vi è albero dell’Illuminazione (bodhi), né cornice brillante. Poiché tutto è vuoto, dove potrebbe posarsi la polvere?”

Ecco un esempio di via diretta di conoscenza della “natura propria”.

Tuttavia occorre forse ricordare che con tali parole il Patriarca si rivolgeva di fatto a pochi, qualificati discepoli che per karma e per una profonda vita meditativa potevano essere in grado di cogliere, nel maturato vivente dell’anima, la travolgente essenza della via e forsanche per uno su mille si compiva, con un balzo, l’istantanea illuminazione.

Quella, si badi bene, liberata da ogni supporto, dai lacci del mondo e dai lacci di se stessi.

Mi si può facilmente obbiettare che ho portato un esempio lontano, esotico…ma credo che una obbiezione di tal fatta regga poco. Questo perché? Perché, in genere, si è lontani dalla spiritualità vera, dalla influenza spirituale di cui le parole sono solo il veicolo (o anche meno) e aggiungo che se l’Occidente è confuso, pure l’Oriente lo segue da vicino dove sono molti coloro che, imbastarditi dalla massa di preconcetti balordi offerti capillarmente dalla cultura occidentale, non riescono più ad avvicinarsi alla Saggezza iniziatica delle proprie tradizioni.

Una approfondita riflessione sul tema del percorso interiore è utile a chiunque, sia per le anime d’Occidente che per quelle d’Oriente.

Così, l’uomo che sente come necessaria una direzione interiore, potrà trovare molte occasioni: ad esempio sarà portato a intuire come una autentica via iniziatica sia qualcosa che non può essere rinchiuso negli schemi di nessuna teorizzazione ma che invece può condurre verso il superamento di ogni preconcetto e di ogni particolare ideologia, fede o sistema dottrinario. Sete di assoluto.

Rimane il fatto per il quale ci dovrebbe essere alla base un intimo quid, un nucleo di memoria, annebbiato ma ferocemente persistente, assai interno alla propria anima: se poi una lama di luce entra dalle imposte spalancate dal vento del destino e tutto si fa chiaro, non va dimenticato che – prima – il fondamento sta negli occhi sani, dotati della potenza del vedere. Occhi accecati non distinguono il buio dal raggio di luce. Per una triste patologia dell’anima, ciò che è ovvio, elementare nell’analogia, può non esserlo nella vita dell’uomo e non lo è affatto nei conati spiritualistici.

Lasciando i salti rarissimi che possono prodursi quando il discepolo è pronto, “il viaggio di mille li principia da sotto il piede”: così si esprime Lao Tzu con il suo Tao che non è suo ma eterno e insondabile e che dunque va oltre la ridotta quantità di secondi contenuta in ogni minuto, il magro numero di ore e la scarsa elemosina dei giorni e dei secoli.

Già! Come fa l’accorto contadino col maiale, lo stesso vale per la Tradizione originaria. Non si butta via niente. Ma il problema che sorge subito è sia quantitativo che qualitativo: i contadini ci sono ancora mentre gli esoteristi sono fauna di scarsa sostanza in estinzione e manco protetta.

Tale è uno stato di fatto e sui fatti – come il coppo che ti cade in testa – c’è poco da discutere. Anzi possiamo discuterne per tutta la vita o in quello che di essa ci resta e non è di scarsa importanza capire come sia potuto succedere quello che è successo o non è successo.

Forse così arriviamo a comprendere come il deflusso di quel poco che ancora c’era ci abbia scalciato fino alla libertà assoluta…ma solo virtuale e ancora per niente virtuosa. Ora possiamo fare marameo a tutto perché abbiamo perso tutto e la Via si è così ristretta che la “cruna dell’ago” pare un traforo a quattro corsie.

Davanti alla Via c’è uno iato, sottile ma profondo, che la separa dalle falsificazioni, dagli apparentamenti deformanti e piuttosto osceni o ridicoli, dai discorsi vuoti e dai sensazionalismi di cartapesta. In pratica da tutto quello che c’è in giro.

C’è molta ironia nel accusare il dito che indica, quando si vuole far credere che la luna sia, per così dire, a portata di mano. Pare a molti che le indicazioni siano tempo perso, dunque che l’osservazione di Lao Tzu, citata prima, sia cosa ovvia, di desolata banalità. Fa parte della straordinaria libertà – che ora l’uomo moderno possiede senza sapere di possedere – la capacità di pensare tutto…ma senza il potere di fare qualcosa di reale, con quel pensiero straripante di sbracata impotenza.

Non è vero che nessuno avverta l’inanità del pensiero ordinario, anzi ci soffre su e per evitare questa sofferenza, svicola. Così scende in ciò che promette sostanza di vita: si immerge nel sentimento, nella volontà istintiva o negli istinti tout court: dove trova il calore che manca nel mondo gelido del pensiero. Così, a parlar chiaro, il 99% dei presunti esoteristi si muove con la pancia e le auliche parole appartengono all’ipocrisia della psiche serva della pancia.

Questo affinché non ci sia una modificazione della coscienza, così il resto (tutto il resto) è solo cenere che si posa o si alza smossa dagli oscuri venti della sotto-natura.

Talvolta, durante le sue conferenze, Scaligero ricordava quanto era facile la lettura di testi esoterici. Credo che l’esplicito ammonimento nelle sue parole fosse persino troppo bonario poiché sono ben pochi gli studiosi tra i pochi lettori e tra i pochi sono tanti che non ce la fanno a capire quello che stanno leggendo. Capire non è cosa da poco. Mi ricordo una storia che molti conosceranno. E’ più o meno questa e scusatemi le inesattezze: Il Dottore indica a una discepola alcune discipline. Questa signora segue per un certo tempo le istruzioni ricevute ma i risultati sperati non arrivano. Succede poi che abbia, dopo mesi o anni, occasione di parlare nuovamente col Maestro e di lamentarsi con lui per la mancanza di esperienze spirituali. Ascoltata, il Dottore le fa una domanda: “Come sta andando lo studio della Scienza Occulta (il Testo)? La signora risponde: “Mi è diventato tutto molto più chiaro, lo comprendo assai meglio”. “Ecco” risponde il Dottore “questo è il risultato degli esercizi”.

Già, gli esercizi. Pure questi possono non venir capiti e allora vengono fatti in modo sbagliato. Ma ciò non è cosa troppo grave. Succede in ogni attività di cui non si sa ancora nulla, capita in qualsiasi noviziato. Invece è molto grave che si continui a sbagliare dopo dieci, venti o più anni di pratica. Perché in questo caso non si sbaglia ma si imbroglia. Perché, arrivati al minimo sforzo, si sceglie di non faticare, di evitare ogni sofferenza. Si sceglie l’anima facile, l’anima comune, persino l’anima colta…purché in essa non cambi una virgola. E vi assicuro che qualcuno lo fa con la consapevolezza di ciò che non fa.

Vi chiedo: non giudichereste impazzito un artigiano che dopo aver accolto un giovane a bottega lo continuasse a tenere presso sé quando risultasse evidente che il giovane in prova non avesse alcuna voglia di imparare, di lavorare o almeno di tentare di fare, maldestramente, qualcosa?

Pari pari succede tra il mondo spirituale e l’anima umana ed i Maestri invisibili non sono matti. Così il discepolo che erra può venir perdonato ma se continua ad errare viene tolto dalla Via. Questa è una realtà di cui non si parla mai e invece spiega come muoiano le comunità spirituali. L’albero, tolta la linfa, si fa legno. Spiega le incredibili regressioni dei gruppi e dei singoli che, in breve tempo, vanno a rimpinguare  le coorti delle tenebre.

In realtà l’uomo possiede una chance che dubito sia tema da blog:

una Potenza universale gli si è affratellata (chiamatela col nome che volete): un atto e un fatto così immenso che – almeno per il mio modo di sentire – pensiero e chiacchiera sono inadeguate e dissacranti. Di ciò l’uomo, nella sua cultura, sa qualcosa e appena subodora, schizza via, cerca in ogni manifesto di periferia Chi lì non c’è: cerca un fantasma.

Naturale! Si bramano maestri e maestrine ma l’Io non lo vuole nessuno. E nessuno – tra i bravi ragazzi – vorrebbe il disprezzatissimo “ego”, così viene a mancare pure quel “da sotto il piede” di Lao Tzu. Scaligero ha indicato lo scandaloso mistero in sette parole: “L’essenza dell’ego è il Logos”(Luce, pag. 119). Mai riflettuto su questo? No? Peccato.

Eppure chi non dorme o sogna 24 su 24, comincia da sé, da quel sé inevitabile e poi scopre faticosamente che dentro quel sé vi sono luoghi e forze che non hanno limite: vastità all’interno del punto più piccolo, l’unico atomo di Democrito che abbia un senso. Potreste farmi notare che il Dottore ha scritto abbastanza e ha raccontato molto. Allora, a mia volta, dovrei farvi notare che ogni suo testo è un percorso che va dalla parola all’esperienza interiore, alla modificazioni della coscienza e, se del percorso vi sono rimaste solo parole, non avete percorso nulla.

La modificazione della coscienza è il primo vero passo compiuto sulla Via ma essa comporta sfittimenti e capovolgimenti che sono frutto di estreme maturazioni. Il Dottore scrive di: “…un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni.” (La mia vita, pag 334).

Pur tuttavia “è un fatto che oggi molti respingono con la massima energia quello di cui hanno più bisogno.” (Teosofia, pag. 14).

Sembra proprio che la luna, indicata con criminale faciloneria da chi vive da orbo, non sia proprio a portata di mano: credere che lo sia dopo i primi tre anni di vita è un errore che, prima o poi, si paga. Le potenze dell’anima sono come un fiume: esso scorre verso la foce dove ristagna o imbastardisce in salsedine. Le discipline sono momenti in cui si fanno risalire a monte le acque vive e forti del fiume. Tutto qua: senza dita che indichino la luna, senza lune a due passi dalle dita: le rappresentazioni personali perdono totalmente ogni importanza e così crolla il mondo, il soggetto che fa parte di esso e pure l’antroposofia che si era scambiata per antropo-sofia. Sofia che non si trova mai quando la si scambi con una immagine da riverire o come oggetto sacro da appendere sopra un altarino: maleducazione non bella e non buona.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SOTTILISSIMO E SUPREMO

FINE AGO  6SETT 2015 FK 007

NELL’ATTIMO DEL MALE AVVAMPANO DI GELO.
SODDISFAZIONE UMANA NELL’ESSERE DI CALCE.
SODDISFAZIONE RAZIONALE IN CUI SI E’ SENZA DIO.

ATTI DI SUPERBIA IN CUI L’UMANO E’ SAZIO
E DECIDE DI GIUDICARSI SAGGIO.
DECIDE DI ATTRIBUIRSI PIENA MATURITA’ MORALE.
 
INCONSAPEVOLI ATTI DI SUPERBIA IN CUI I MOLTI SI INEBRIANO IN ARIMANE.

ATTINGONO AUTORITA’ DAI REGNI DELLA PIETRA
E SE NE ATTRIBUISCONO LA “GLORIA”.

FINALMENTE PLAUSIBILI E CREDIBILI DINANZI AL POTERE MINERALE DELLA RAZIONALITA’ PIETRIFICATA.
GLI INGORDI DEL CIBO DI MISERIA.

CONTINUE ESPLOSIONI INAVVERTITE
ATTINGONO SUPERBIA MINERALE
E LA USANO PER SOSTENERE IL VUOTO CHE LI ASSALE.

VUOTO MORALE STRACOLMO DI FINE ELUCUBRARE CONCETTI PRIVI DI INTUIZIONE.

I SORDI TRAMESTII CALCAREI DI CHI SI FECE ESTRANEO AI CIELI.

MA LA SORDITA’ DI PIETRA NON PUO’ ESSERE NEUTRALE.
L’ASSENZA DEL BENE NON GENERA ALCUNA STASI.

ESPLOSIONI DI SAGGEZZA MINERALE POSSONO E VOGLIONO L’INFINITO LACERARE.
LA MALATTIA. L’INVERSO. IL NULLA.

TENDONO ALLA FOLLIA IN QUANTO E’ L’OPPOSTO DELLA LOGICA VERA IN CUI IL LOGOS RESPIRA.

ED IN TALE SAGGEZZA INVERSA IN CUI LA RAZIONALITA’ PONTIFICA PER GIUNGERE INFINE ALLA FOLLIA :
L’ATTO DEL PENSIERO CHE CONTEMPLA L’ESSENZA DEL RICORDO  :

SCOCCA QUALE INNALZAMENTO AI CIELI.

E’ LUCE ED E’ LAVACRO.

FARMACO CHE CURA LA FOLLIA.
E LA CONSUMA.

MENTRE LA PRESENZA DELLA SOLA E DELLA VERA INTELLIGENZA
–VOLUTA NELL’ATTO ESTREMO DELL’ASCESI –
IMPONE LA DISTANZA DAGLI ABISSI ED  IL LORO DISVELARSI INDEGNI.

L’OTTUSITA’ BARCOLLA ASSIEME AD OGNI SUO FALSO CREDO.
 
MENTRE LA VITA INTERNA ALLA VERA INTELLIGENZA COLLEGA ALLE ARMONIE MORALI.

E FOLGORA.

ESSENZA SOLARE CHE
QUALE PILASTRO DELL’UNICA REALTA’
ERIGE E SOSTIENE GLI UNIVERSI.

LA SOLA INTELLIGENZA.
L’UNICA ARMONIA.

ESSENZA UNITIVA DELL’ACUME.

L’UNICO UNIRE PERCORRE IL POTERE DEL RICORDO
ESSENZA GERMINALE DEL CREARE.
ATTO IN CUI L’IO OTTIENE DI ALLEARSI AL VALORE LOGOS DELL ‘UNICO INTELLIGERE.
L’UNICO UNIRE E L’ULTIMO INNALZARE COLLEGANO AL SOLARE.
 
ERIGONO IL SANARE.
 
NELL’ALTA IDEA CHE CONTEMPLA IL PROPRIO CONCEPIRE.
 
LUCE ESTREMA DEL SOLE D’OCCIDENTE.

L’UNICO.
L’ESTREMO.
IL SOLO REDIMENTE

E FOLGORA FRA I SEMI DELL’AURORA
SOTTILISSIMO E SUPREMO
IL VOLTO DELL’IO CHE PUO’ OTTENERE GLI INFINITI LIVELLI DEL REDIMERE.

ESSENZA DEL RISORGERE.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

5LUGL 2015 FK 055

 HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

MANCO FOSSI RASTIGNAC!

 mani tre

Che l’organismo societario dell’antroposofia fosse da molto tempo gravemente ammalato, eravamo in molti a saperlo e poiché non giovanissimi, da tantissimi lustri. Ebbi la discutibile fortuna di veder sparire figure che furono discepoli diretti del Dottore: gente che comprendeva benissimo cosa fosse il metodo d’osservazione goethiano e come l’antroposofia fosse, in un certo senso, il suo fiorire oltre ogni limite.

Alcune di queste figure, data la venerabile età, erano davvero pervase e sostenute dallo Spirito ed era impressionante osservare la luce/fiamma che, oltre gli umani giorni, dava loro un senso di giovinezza perenne che i numerosi sodali più giovani, diciamo sessantenni, non possedevano. Conoscenza ed entusiasmo fluivano da essi come da una sorgente feconda.

Come ho detto, discepoli del Dottore, avevano conosciuto Dunlop, Meebold, Unger, Stein, Emmichoven, il giovane Pavisi, Bauer, Rittelmeyer, ecc. Cioè persone che avevano sviluppato gradi o alti gradi di “veggenza”.

Non parlerò di Colazza e Scaligero, essendo questi ultimi volutamente impercepiti dalla faziosa cecità animica invalsa tra la maggior parte dei membri della Società nel nostro Paese. Ed il fatto conclamato che Colazza fosse un importante discepolo di Steiner, non sposta di un millimetro la muraglia di contenimento formatasi intorno all’ammalato per non far entrare il medico: quasi nessuno, tra i soci, si è posto su ciò uno spazio di riflessione minimamente intelligente, autonomo e spregiudicato!

Nei decenni successivi, quelle che possiamo chiamare seconda e terza generazione, portarono avanti la forma acquisita mantenendo un certo equilibrio tra conoscenza acquisita e rispetto e devozione, però sempre più vuote di sostanza interiore: questo con la pessima influenza che provenne dallo stesso Edificio di Dornach per lungo tempo.

Così iniziò la diaspora degli spiriti (umani) più liberi o semplicemente indipendenti dagli spiriti (arimanici) del tempo, sotto le cui grinfie l’Organizzazione era caduta come le altre associazioni mondane. Aggiungo a ciò il fatto che il mio primo mentore era pure lui “veggente”. Come lo era stato il suo maestro, amico di Marie Steiner. Venni a conoscere la cosa solo dopo anni di lavoro con lui. Dai non pochi occultisti della mia città era l’unico antroposofo che fosse rispettato: mai stato tesserato.

Ora la stanza dell’ammalato (che a mio parere è spirato da tempo) si è trasformata in un sūq arabo o bāzār persiano dove ognuno tratta le sue più fantasiose merci e patacche.

Cose che l’incauto turista porta in occidente dove può apparire splendida ogni cianfrusaglia che odori di esotico.

Nel senso di queste righe è apparso sul web un interessante articoletto, tratto dalla Rivista Antroposofia, intitolato “Perché non siamo chiaroveggenti”. Se questa fosse una domanda (e non un titolo), la risposta potrebbe essere: ilare, tagliente e breve.

D’altro canto, perdere tempo a confutare ogni singola riga dello scritto è un lavoro noioso e quasi inutile; piaceva molto al gospodin Prokof’ev, a me no.

Poi se uno scritto parte da una rappresentazione impiccata per il collo qual’è “La critica più ricorrente che viene fatta all’Antroposofia è che nessuno degli antroposofi è mai diventato chiaroveggente.”, che rispondere a tale cretinata?

Ma questo chi l’ha mai detto a ‘sto benedetto uomo? Forse ha letto di Evola “Maschera e volto…” ma già in tale caso ha letto male oppure ha trasferito ciò che avrebbe desiderato che fosse scritto e forse dà per scontato che chi percorre la Via interiore venga a comunicarglielo. A lui o al mondo. Ciò è proprio quello che non succede e il Dottore ne parla con accento drammatico nelle prime pagine di “Iniziazione”.

Per tutti gli dei inferi! Vi esibite da antroposofi e non avete letto con un briciolo d’attenzione i pochi libri canonici…bene, passiamo ad altro.

“Oggi è diffuso l’equivoco che la chiaroveggenza parta dal pensiero o da qualcosa di affine”. Mi pare un’opinione giustificata poiché i pensieri del Nostro, che buttano nel pozzo non soltanto l’Opera del (anche) suo Maestro, sembrano da lui pensati – a mio parere senza equivoci – per negare la sua propria esistenza come essere umano poiché senza l’inutile pensiero egli sarebbe il primo caso di anello di congiunzione tra il mondo minerale e quello vegetale. Evidentemente indeciso tra la demenza e la supercoscienza, egli ritiene del tutto inutile l’organo con cui è capace di consapevolezza di sé e del mondo, antroposofia compresa, anzi, nel suo caso incompresa.

La parte finale della frase riportata, la quale riassume gli inutili strafalcioni successivi, è quasi sfiziosa poiché ho potuto apprendere (diceva Manzi: “non è mai troppo tardi”) che esistono “cose” affini al pensiero. Ma il riserbo su ciò è stretto. Mi chiedo se non sia affinità con il grana padano o gli acufeni…oppure con l’umor vitreo, poiché siamo sul plurale e gli occhi sono – Polifemo a parte – due.

Ma ora sono io che scrivo a vuoto ed è inutile pensarci su poiché il nostro eroe, più in là decide che “Il pensiero ha perso definitivamente la sua forza conoscitiva”. Allora, mi chiedo, quale potrà essere l’organo e l’attività con cui il Nostro vive nel mondo, lavora, comprende? Io una risposta c’è l’ho sulla punta della lingua ma suppongo che Eco non accetti il turpiloquio, anche quando sia santificato dalla trasparenza del vero.

Bisogna dargli atto che su ciò egli non ha reticenze: tutte queste cose lui le fa con le mani (qui i quadrumani ne escono favoriti: vedasi, di Pierre Boulle, La planète des singes.) e perché non si sospetti una mia manipolazione, riporto un periodo più articolato: “Ora la via della conoscenza parte dalle mani: non possiamo più parlare di chiaroveggenza del pensare, ma di chiaroveggenza del volere. Sotto questo aspetto la visione antroposofica del mondo è fluita in centinaia di opere in tutto il mondo, nelle scuole, negli ospedali, nei centri artistici”. Per affermare questa sgangheratezza logica, dagli antichi babilonesi egli passa alle epoche stellari sino ai Pesci, in cui: “…l’energia (sic) conoscitiva è fluita dalla testa alle mani”.

Devo continuare? Mette in un pentolone “Steiner ai giovani”, volontà, cuore e calore e termina come fan tutti, poiché il conformismo è di assai facile apprendimento: “E’ dunque dall’elemento del cuore, del calore della volontà, che dobbiamo riconquistare la forza della conoscenza. Ciò che di spirituale agisce e tesse nel mondo, rimarrà sempre invisibile ai nostri sensi fisici se noi non saremo capaci di riconquistare questo rapporto con il calore”.

Già! Senza alcun dubbio qui avrebbe ragione da vendere se scrivesse che lo spirituale (pensato sempre fuori di sé, nel mondo) rimarrà sempre invisibile ai sensi fisici. Sarebbe lapalissiano ma almeno non demenziale.

Sono più di cinquant’anni che sento o leggo simili farneticazioni, la pazienza è affar mio ma il messaggio che questi generi di pattume lanciano, affossa sempre le coscienze deboli e incerte, le allontana dalla minima presa di contatto con le basi ed il fondamento dell’antroposofia. Non ditemi che tra questa e le altre innumerevoli fregnacce non ci sia un oscuro filo ad unirle: portano sempre verso un messaggio univoco!

E’ tristissimo che simili righe provengano dalla Rivista riconosciuta (a torto) come autorevole manifestazione della conoscenza antroposofica come in effetti lo fu nel II dopoguerra.

Continuo ad essere un tontolone poiché resto ancora colpito dal fatto che il distinto discepolo, trovandosi a distanza di gomito da tali lordure, mentre pone altari alle nobili parole di uno scrittore per ragazzi, rimanga coerentemente più fedele alla sua politica d’immagine che alla luce del vero, così da non saper o non voler raddrizzare – magari qualche volta – il timone dalle derive dei più vistosi sbandamenti. Già, di notte tra gatti e ratti che differenza c’è?

In effetti, l’autore dell’articolo in questione (ed il suo fiducioso accolito), come succede sempre, è stato timido, un po’ chierico: non ha portato la sua analisi alla radice del conoscere. Fermandosi alle mani non è riuscito a raggiungere il piano pelvico su cui poggiano le parti anatomiche maggiormente sature di energie… conoscitive e ricreative.

SCIENZA DELLO SPIRITO

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte terza )

giuseppe_garibaldi_1866

TERZA PARTE

La figura di Garibaldi si inserisce legittimamente in ciò che Steiner intendeva dire.

Il punto di partenza era la domanda:  dove sono oggi gli antichi iniziati?

“Ho spesso accennato che anticamente esistevano degli iniziati, persone molto sagge che avevano raggiunto un alto gradino di evoluzione; a questo riguardo mi fu osservato: Se gli uomini tornano sempre a rinascere, dove sono attualmente quegli antichi iniziati? Non ve ne sono fra gli uomini del nostro tempo, fra quelli attualmente incarnati? Fra quelli ai quali sta bene dover sperimentare la loro incarnazione nel nostro tempo?” (25)

Steiner disse che inizialmente non provava alcuna simpatia per la vita di Garibaldi.

“Egli mi diventò più simpatico solo nel corso delle ricerche karmiche sul suo conto, perché alcuni aspetti, prima che ne riconoscessi i nessi karmici, mi sembrarono innaturali, ampollosi, ma in realtà egli non fu tale”.(26)

Steiner parla di Garibaldi in sei conferenze del ciclo: a Dornach, a Stoccarda e a Praga dal 22 marzo al 9 aprile del ‘24 e a Bratislava l’11 giugno. Nel corso di queste conferenze prende le mosse da diversi avvenimenti della vita di Garibaldi perché in essi nei quali ravvisa maggiormente l’influenza di un tessere del mondo spirituale che avviene  dietro la sua figura. (27)

La scelta degli avvenimenti di vita nell’indagine del karma non è dunque arbitraria;  proprio  da  singoli  aspetti ed accadimenti al veggente si presentano le intuizioni sulle precedenti vite del soggetto.

Vediamo quindi quali avvenimenti colpirono Steiner:

1. La nascita di Garibaldi nel 1807. Il fatto che esplicò la sua azione oltre     la metà del secolo diciannovesimo.(28)

2. In una ristretta zona geografica (Regno di Sardegna) ed in pochi anni    nascono: Garibaldi a Nizza nel 1807, Camillo Benso di Cavour nel    1810 a Torino, Vittorio Emanuele II a Torino nel 1820 e Giuseppe    Mazzini a Genova nel 1805.

3. Domenico  Garibaldi: “uomo  povero,  che  prestava  servizio  sui bastimenti”. (29)

4. Garibaldi aveva scarsa inclinazione allo studio, preferiva trascorrere il suo tempo in spiaggia o nei boschi, molte volte immerso nella lettura di qualche libro che gli piaceva.

5. Prima visita con il padre alla città di Roma: visione di Roma capitale.

6. Viaggi nell’Adriatico e sue avventure con i pirati.

7. Condanna a morte in contumacia. Garibaldi lesse la notizia su un giornale di Marsiglia. Fu la prima volta che vide pubblicato il suo nome.

8. Incontro con Anita. Egli la vide dalla sua nave attraverso il cannocchiale. Sbarcato ne conosce il padre.

9. Anita, credendolo morto, lo va a cercare sul campo di battaglia.

10. Per evitare la morte per assideramento del figlio, Anita se lo lega al petto.

11. Gelosia di Anita. Garibaldi si taglia i capelli a zero per lei.

12. Il 24 gennaio 1860 Garibaldi sposa Giuseppina  Raimondi. Il matrimonio dura un giorno.

13. Garibaldi, fervente repubblicano, si adoperò, tuttavia, per unificare l’Italia sotto il monarca sabaudo Vittorio Emanuele II.

14. Il 7 novembre 1860 Vittorio Emanuele entra in Napoli accompagnato da Garibaldi. In realtà fu un tentativo di Cavour per sfruttare la popolarità di Garibaldi, allora dittatore della città, a favore del re.

15. Pessimi rapporti di Garibaldi con i generali piemontesi, soprattutto con Fanti e Farini ed in seguito anche con Cialdini.

16. Garibaldi partecipa alla guerra franco-prussiana. E l’unico a conquistare un vessillo tedesco che poi restituirà per testimoniare il valore dei nemici, suscitando le ire dei francesi.

Dall’indagine di Steiner risulta che la vita precedente di Garibaldi fu in Alsazia. Garibaldi fu iniziato ai misteri in Irlanda: “Egli aveva accolto quanto descrissi come sapienza dei misteri d’Ibernia, l’aveva accolto in altissimo grado. Prima aveva dimorato in Irlanda, dove era la sede principale di quei misteri e più tardi aveva guidato la colonia venuta a stabilirsi sul continente” (30). Visse nel IX secolo d. C. e quella fu quasi certamente la sua ultima incarnazione.

Nei misteri irlandesi l’iniziato che aveva raggiunto un certo gradino dell’iniziazione sottostava a un ben determinato obbligo. L’obbligo di continuare per tutte le vite successive a contribuire ai progresso dei suoi discepoli, a non abbandonarli” (31).

Suoi discepoli nella vita precedente furono proprio Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele.

“Fu anzitutto l’individualità di Vittorio Emanuele che Garibaldi dovette sentire legata a lui” (32).

Essi vennero in Alsazia per farsi suoi discepoli dai loro diversi luoghi di origine: “uno dal nord, l’altro dal lontano oriente, il terzo dal lontano occidente” (33).

Garibaldi non manifestò la precedente iniziazione in quanto, inserito nelle condizioni del secolo diciannovesimo, non gli fu possibile (34).

Egli quindi non poté vivere la sua spiritualità in maniera pienamente cosciente perché: “L’uomo è costretto ad usare il corpo che gli dà quella certa epoca. I corpi dei tempi antichi erano più duttili, più plastici per lo spirito…”

Per cercare di ampliare l’analisi circa la vita di Garibaldi è importante, dunque, considerare cosa avvenne nelle sedi dei misteri d’Ibernia e come si dipanò la corrente ad essi legata nel corso dei secoli.

I Misteri d’Ibernia

L’Ibernia, l’antica Irlanda, era la sede di iniziati legati direttamente all’oracolo solare dell’antica Atlantide. Era l’oracolo maggiore e più importante nel periodo atlantico e perciò più che in altre correnti poté venire conservata l’antica saggezza in una forma più pura (35).

Alcuni elementi caratteristici erano propri di quell’antico centro misterico, prima dell’avvento del cristianesimo. Gli organi chiaroveggenti dei grandi iniziati erano sempre, per così dire, rivolti al Sole e dagli esseri spirituali che vi dimoravano traevano la loro saggezza. Guardavano il mondo e l’universo intero da una prospettiva solare. Possedevano cioè una visione eliocentrica spirituale.

L’universo visto attraverso il sole si esplica nella saggezza della visione zodiacale del mondo. Il  rapporto quindi dell’uno con il dodici rappresentava il centro di quella conoscenza iniziatica. Questa visione propria dell’estremo occidente è strettamente connessa con quella presente nel Medio Oriente, propria della civiltà persiana.

Zarathustra insegnò la via verso Ahura Mazdao, la grande “Aura Solare” e tutta la civiltà caldaico – babilonese era regolata dalla visione zodiacale del mondo. Il fatto di trarre la visione spirituale dalla medesima fonte e che questa fonte fu il Cristo stesso, legò queste correnti tra loro e quando le popolazioni indoeuropee si spostarono ad ovest si integrarono facilmente dando origine alla cultura celtica.

Gli antichi iniziati d’Ibernia potevano scorgere il mondo spirituale, di cui il sole era portatore, quando l’azione fisica di questo veniva trattenuta dalla materia. I Druidi utilizzavano cioè l’ombra dei dolmen per scorgere l’irradiazione spirituale del sole.

In questa “tecnica” iniziatica risiedeva un mistero più alto. Gli iniziati irlandesi si confrontavano con la materia, con l’oscurità e proprio da questo confronto potevano accedere alla luce spirituale del Cristo. Era la via di Michele, in perenne lotta con il drago, e l’Arcangelo solare era per l’appunto lo spirito di popolo in Ibernia.

Un terzo elemento era che, sebbene la via di iniziazione si rivolgesse alternativamente ad elementi del macrocosmo e del microcosmo, in realtà era molto più proiettata verso il mondo esterno. Seguendo l’avvicinamento del Cristo alla sfera terreste, fu possibile attingere sostanza spirituale dalle forze eteriche stesse della terra, e pertanto, da un certo punto in poi, il mondo elementare divenne la fonte primaria di investigazione per gli iniziati.

Questi tre elementi :

1) Visione del Cristo – Sole,

2) Incontro con le Potenze dell’Ostacolo,

3) Accesso alla soglia attraverso il  mondo  elementare,

erano gli aspetti caratteristici dei “grandi” e più nascosti Misteri d’Ibernia. Il discepolo veniva condotto di fronte a due statue: una era di aspetto maschile, di sostanza elastica con il sole sopra il capo, l’altra di aspetto femminile di sostanza plastica e molle, legata ad una immagine lunare.

Al cospetto delle due statue, dopo una lunga e severa preparazione, il discepolo aveva diverse esperienze immaginative. Accanto alla figura maschile veniva posta la parola “SCIENZA”. L’incontro con questa statua suscitava nel discepolo un irrigidimento animico fino ad una paralisi corporea, si sentiva al di fuori del corpo ed accolto nei suoi organi di senso. L’unità del suo io si perdeva e appariva moltiplicato per dodici. Aveva l’esperienza di paesaggi invernali fino a che non era preso nel turbine di una tempesta di neve ed acquisiva la coscienza della sua vita pre-terrena e dell’evoluzione passata della Terra.

La statua femminile, accanto alla quale era posta la parola “ARTE”, suscitava in lui uno stato febbrile, di intenso calore. Grazie ad una profonda esperienza volitiva si sentiva saldamente concentrato,  raccolto  come in un’unità nel proprio cuore. Aveva l’esperienza di onirici paesaggi estivi da cui sorgevano le possibilità future della terra e la visione della vita dopo la morte.

Posta tra questi due opposti sorgeva in mezzo la figura del Cristo. Iniziatori ammonivano il discepolo con queste parole:

“Accogli nel tuo cuore

la parola e la forza di questo essere.

 E ricevi da lui

 ciò che ti volevano dare le due figure:

Scienza ed Arte”.

Al discepolo diveniva così chiaro che solo l’impulso del Cristo avrebbe consentito l’ulteriore evoluzione dell’uomo. La concezione tripartita del mondo metteva in evidenza il centro quale elemento risanatore in equilibrio dinamico tra polarità unilaterali. Tale concezione divenne norma regolatrice di tutta la vita di queste popolazioni.

La società stessa era strutturata secondo questo principio; accanto alla casta dei guerrieri con i re e a quella dei giudici sacerdoti, i druidi, esistevano i bardi, portatori dell’elemento ritmico, animico, cantori e medici. Se la casta guerriera trovava il compimento del proprio essere nella “lotta eroica” e  curava le attività venatorie come espressione simbolica della propria attività bellica i druidi,  invece,  guidavano l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.

La convivenza sociale era altresì retta dai bardi, cantori al contempo della spiritualità elementale di boschi ed acque e delle gesta degli eroi.

Il confronto con le unilateralità che si cercava di investigare e al contempo tenere in equilibrio, fece sì che gli antichi Misteri d’Ibernia assumessero un particolare rapporto con il problema del male. Abituati ad occuparsi dei problemi connessi con il superamento della Soglia, divennero essi stessi, per la loro posizione geografica, guardiani di una Soglia importante per l’umanità europea.

Per millenni conservarono il segreto dell’esistenza dell’America in quanto il  continente in cui maggiormente le forze tellurico-magnetiche di Arimane possono esprimersi sarebbe stato distruttivo per la giovane civiltà europea che si andava formando.

La venuta del Cristo quindi era ampiamente prevista e il Mistero del Golgotha venne percepito nell’aura spirituale della Terra quale involucro rappresentato dal Suo spirito vitale (36).

Con l’avvento del Cristo le antiche tradizioni celtico-irlandesi mutano nella forma. A sud della Gran Bretagna inizia a prendere piede la figura di Artù e dei suoi cavalieri della Tavola Rotonda. Nel mito e nella figura di Artù rivivono quegli elementi archetipici del mondo irlandese. Artù e i suoi cavalieri sono gli annunciatori e i portatori dell’impulso Cristo nella sfera eterica e si confrontano con il problema del male: “Poi inviavano i loro messi in tutta l’Europa per combattere quanto era selvaggio nei corpi astrali delle popolazioni, per purificarle e civilizzarle, poiché questo era il loro compito” (37).

Coglievano lo spirituale nel gioco degli elementi: “Diventare paganamente religiosi  significa essere dediti agli dèi  della natura che dappertutto giocano, si rafforzano, operano e intessono nell’essere, nel tramare della natura” (38); e dopo l’avvento del Cristo iniziarono a leggere nel suo spirito vitale e ad accogliere il significato del mistero del Golgotha attraverso di esso.

Quale che sia il dibattito circa l’esistenza di un Artù storico e del ruolo che ebbe in questa corrente il  castello Tyntagel, diverse esperienze caratterizzate da questi elementi distintivi vi furono realmente in seno al mondo celtico-irlandese. Sebbene il ciclo arturiano si riferisca chiaramente alla trasformazione che la venuta del Cristo impresse alla casta dei guerrieri-re, in realtà tale cambiamento avviene molto lentamente e fino al periodo carolingio, ed ancor più con l’avvento della cavalleria monastica, non si può parlare di cavalleria cristianizzata.

Fu invece il monachesimo irlandese che inizialmente assunse in sé questi aspetti e pertanto maestri e santi di questa corrente furono i primi reali Artù che guidarono i successivi passi della nobiltà celtica e franca (la figura di Giovanni Scoto Eriugena è in questo senso emblematica).

 

Il monachesimo irlandese

 

La più antica attività missionaria irlandese di cui abbiamo testimonianze riguarda la fondazione, in Britannia, dei monastero di Jona nel 563 d.C. da parte di San Columba (Colum Cille). Da Jona il messaggio cristiano venne recato da missionari irlandesi nel nord dell’Inghilterra e, a partire dalla loro nuova base fondata nel 635 d.C. a Lindisfarne (Holy Island), i missionari crearono, nella metà settentrionale dell’Inghilterra, un sistema di organizzazione ecclesiastica assai simile al loro.

Dall’Inghilterra settentrionale i missionari si spostarono progressivamente a sud fino a varcare la Manica ed a porre la loro attività sul continente europeo, benché le prime missioni iniziarono già immediatamente dopo la morte di San Columba, quando nel 597 d.C. da Bangor il monaco Colombano partì con dodici compagni alla volta della Borgogna. Qui fondò tre monasteri (Luxenil, Fontaine e Annagray) che divennero importanti centri di influenza irlandese sulla chiesa franca nel VII e VIII secolo.

Una seconda ondata di pellegrini irlandesi si ebbe a partire dal VII secolo. Erano a volte viaggiatori solitari, ma per lo più si muovevano insieme a compagni, nello stesso numero degli apostoli come avevano fatto Columba e Colombano.

Uno dei primi fu Fursa, fondatore del monastero irlandese di Peronne in Piccardia (Perrona Scottorum), che prima aveva operato in Inghilterra, dalla quale era stato espulso. Altri seguirono. Primi furono i  suoi due fratelli Ultàn e Foillàn, che fondarono monasteri a Laguy, nei pressi di Parigi e a Fosses, presso Namur.

Ben presto si istituì una rete di strette relazioni tra i monasteri (paruchia) che influenzarono profondamente la società franca. Il centro di Nivelles fu il monastero di famiglia dei primi Carolingi. I monaci non si stanziarono soltanto nella Francia meridionale, alcuni di essi raggiunsero i popoli germanici alle frontiere orientali ed occidentali dei regni franchi.

Marianus e Amianus erano monaci operanti in Baviera, probabilmente nella prima metà del VII secolo. A Würzburg si ricorda ancora oggi il monaco Kilian seppure i particolari della sua vita siano completamente perduti. Accanto a questi centri più strutturati sorsero un po’ ovunque delle piccole cerchie di oranti intorno a singoli monaci eremiti (cenobi). Tali cenobi erano profondamente diversi  dalle successive esperienze monastiche. Erano composti da dodici discepoli presso un maestro ed essi conducevano vite separate, ritrovandosi spesso solo per le orazioni.

La regola dei monaci irlandesi fu la prima ad essere redatta ed era particolarmente rigida. I monaci portarono dunque l’antica sapienza d’Ibernia nell’Europa continentale. Avevano pratiche rituali e liturgiche che si rifacevano direttamente agli antichi misteri,  portavano la tonsura druidica e calcolavano la Pasqua in maniera autonoma.

Il compito arturiano di propagare in Europa un cristianesimo non solamente legato ai fatti di Palestina venne da loro adempiuto in maniera mirabile. Portatori di una tradizione celtica che, come abbiamo visto era abituata a confrontarsi con la materia ed il male (39), entrarono in stretto contatto con il mondo politico del tempo come già avevano fatto, primi, San Columba e San Colombano.

“L’iniziativa spirituale tra le libere genti franche venne favorita dalla penetrazione dell’elemento celtico. Il celtismo divenne maestro e guida dei Franchi, spiritualmente meno attivi” (40). “Tutto ciò rese possibile che il Cristianesimo a quel tempo non fosse il riflesso di condizioni esteriori, bensì, non costretto da pressioni materiali, si sviluppasse in un terreno libero” (41 ).

Inizialmente i Franchi accettarono di buon grado la cultura che veniva loro incontro dal mondo irlandese.

“Anche il mondo ideale di Platone trovò accesso in questa vita spirituale. Ciò avvenne soprattutto ai monaci scozzesi ed irlandesi, e in particolare a Scoto Eriugena con il suo De divisione naturae , un opera che rappresenta un momento culminante nella storia del pensiero”.

I monaci irlandesi erano dotti e traghettarono il mondo aristocratico-guerriero verso un mondo culturale che prima era stato da esso rifiutato completamente. Fu un processo particolarmente lungo e lento, in realtà per molti secoli la società medioevale fu spaccata in due. Da un lato i monasteri detentori del sapere e dall’altro oltre ai servi ed ai contadini, anche principi, duchi, re che non sapevano né leggere né scrivere e praticavano caccia, guerra e agricoltura. Nei monasteri la cultura irlandese si integrò con la sapienza del sud portata in particolare dai benedettini e costituì la base per il successivo sviluppo della Scolastica.

Questo fatto fu in realtà una delle conseguenze di importanti avvenimenti spirituali che accaddero proprio nel IX secolo. Steiner ci dice che Garibaldi visse in Alsazia nel IX secolo. Posta tra la Francia e la Germania, l’Alsazia rappresentò, e rappresenta tuttora il cuore dell’Europa. Proprio lì si ebbe la prima tappa per la nascita dello spirito europeo.

Il mondo franco nel 700 d. C. cambia faccia. I Carolingi, pur accettando inizialmente il messaggio spirituale irlandese, con il tempo si rivolgono sempre più agli aspetti temporali della Chiesa pensando di trarne profitto. Si rivolgono sempre più quindi alla Chiesa romana.

“Sulle isole britanniche operavano illustri dotti… poi monaci in serio raccoglimento. Qui si è davvero lavorato per la riassunzione del platonismo e per la sua fusione con il Cristianesimo… Vediamo irraggiare da qui una mistica, una dogmatica, ma anche un entusiasmo, un fervore appassionato. Da qui provengono i primi missionari: Colombano, Gallo, Bonifacio che convertì i tedeschi.

Questi primi missionari, non avendo di mira altro che l’elemento spirituale del Cristianesimo, non erano propensi ad adattarsi alle condizioni delle genti franche. Essi costituirono una forza propulsiva ed esercitarono, specialmente con Bonifacio, la loro maggior influenza presso i Germani orientali. Di contro a ciò prese piede nel regno dei Franchi una crescente influenza da parte di Roma (42).

Roma rappresenta un altro punto nodale nella tarda storia del monachesimo irlandese. L’Europa era attraversata da pellegrini irlandesi; oltre a rappresentare un vero e proprio “gregge di filosofi”, come furono dipinti, intenti alla evangelizzazione dell’Europa, molti di essi avevano come meta finale Roma, “Limina apostolorum“. Molti irlandesi riferiscono che due ecclesiastici di Leinster del VI secolo, Fiachira Goll ed Emivè, “uno die quieverunt in Roma” (morirono a Roma nello stesso giorno). Erano solo l’avanguardia di una corrente ininterrotta di Irlandesi diretti alla Città Eterna (43).

Di contro la chiesa romana avversò in ogni modo il monachesimo irlandese. Il Papa divenne sempre più il rappresentante di una società temporale che perpetrava modelli sociali imperiali romani, avverso allo sviluppo dell’anima cosciente nell’umanità che si andava preparando nell’Europa centrale.

Proprio a tal fine nel  IX secolo dovette avvenire un importante avvenimento spirituale. L’anno 869 fu centrale per l’ulteriore sviluppo della spiritualità europea. La corrente misterica nord-occidentale di Artù si fuse con quella sud-orientale del Graal. Esse sparirono esteriormente, ma costituirono un’aura spirituale nell’Europa che servì al nuovo sviluppo del Cristianesimo.

Erano due esperienze diverse ed unilaterali del Cristianesimo. Da un lato la corrente di Artù coglieva l’essere Cristo nel mondo circostante; il Cristianesimo sorgeva dall’incontro con il mondo elementare e viveva nella organizzazione della società stessa. Dall’altro la corrente del Graal aveva vissuto direttamente gli eventi di Palestina e le forze del Cristo erano riposte nel sangue e nel cuore degli uomini.

Gli antichi misteri di Horus rivivevano in forma cristianizzata nei percorsi meditativi degli iniziati. Questi aspetti si incontrarono e si completarono a vicenda, da allora la via macrocosmica e quella microcosmica furono poste nelle potenzialità evolutive dell’uomo. Questo avvenimento si ripercosse a diversi livelli nella società medioevale di allora.

Vediamo schematicamente come:

1. Il  monachesimo irlandese e quello benedettino progressivamente si fondano: da questo incontro nasce poi il movimento cistercense legato alle esperienze templari: i guerrieri divengono ai contempo monaci.

2. Nasce il ciclo del Graal. Parsifal arriva al Graal, ma è contemporaneamente cavaliere di Artù. Galvano svolge i propri compiti nella società come cavaliere di Artù, ma al contempo è alla ricerca del Graal. Si tratta in realtà dei due aspetti ora congiunti nella medesima persona (lato notturno- Parsifal;  lato diurno-Galvano). Galaad incarna la nuova spiritualità. E’ contemporaneamente cavaliere di Artù e giunge al castello del Graal. Anche Bohort, come vedremo, rappresenta una figura importante.

Contro questi impulsi di evoluzione spirituale altre correnti si destano per impedirne lo sviluppo:

1. nell’ 869 a Costantinopoli viene negata l’esistenza dello spirito quale entità distinta. La tripartizione dell’uomo, base della spiritualità celtica scompare dalla conoscenza umana.

– IMPULSO ROMANO.

2. Sempre nell’ 869 nei mondi spirituali avviene un “incontro” tra diverse individualità: Aristotele,  Platone, alcuni cavalieri di Artù e l’individualità vissuta come Harun al Raschid a Baghdad. Si pongono le basi per l’ulteriore sviluppo spirituale cristiano dell’Europa (Chartres e la Scolastica), ma Harun al Raschid non accetta di porsi al servigio del Cristo. Si reincarnerà come Francesco Bacone dando vita al moderno materialismo.

– IMPULSO ARIMANICO (44).

Quando avvennero questi avvenimenti, non sappiamo se l’individualità spirituale di Garibaldi fosse in vita, o meno, ma comunque lo dovettero interessare direttamente. E’ estremamente difficile fare delle ipotesi circa la precedente sua incarnazione. Piccoli centri di spiritualità irlandese a cui afferivano discepoli da ogni luogo sorsero in moltissimi luoghi e nella quasi totalità dei casi i nomi dei monaci sono a noi ignoti. Inoltre su tutto ciò che si riferisce alle correnti di Artù e del Graal si posa un velo spirituale che le occulta e ne rende difficile l’investigazione (45).

Tuttavia non appare primariamente così importante conoscere nei dettagli la vita precedente di Garibaldi, quanto piuttosto respirarne l’atmosfera con cui si può ampliare la nostra comprensione circa la sua vita nel XIX secolo. Anche Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele vissero in quel periodo come suoi discepoli.

Alcune suggestioni riecheggiano dalla Cronica Anglosassone quando “riferisce che nell’ 891 d.C. tre irlandesi giunsero da re Alfredo su una imbarcazione priva di remi… perché  desideravano  andare  in pellegrinaggio per amor di Dio, non importa dove” (46).

Altre sorgono da una lettera conservata a Bamberga, in Baviera “in cui si riferisce come durante il viaggio verso il continente tre irlandesi fecero tappa alla corte di re Mervyn Vrych nel Galles dove furono sfidati a decifrare una scritta segreta. Gli irlandesi consultarono i loro libri e riuscirono a scoprire il codice secondo cui tale scritta era stata compilata e annunciarono il loro trionfo in una missiva al loro mastro in Irlanda” (47). Sono appunto soltanto suggestioni, ma permettono di immaginarci tutto il fervore religioso e la dedizione al maestro che dovettero avere anche i discepoli di Garibaldi.

Per quanto riguarda Garibaldi, Steiner dà soltanto una piccola indicazione quando dice che come maestro monaco, ora sconosciuto svolse una funzione più importante del più noto Bonifacio nell’evangelizzare le popolazioni dell’Europa centrale (48).

Steiner parlò di Bonifacio fin dal 1904, quando teneva le lezioni di storia all’Università Popolare di Berlino. Parlò del diverso modo di portare il Cristianesimo ai popoli germanici al confine con i regni franchi. Da un lato i Franchi si fecero portatori dell’impulso romano ed imposero con la forza a quelle popolazioni il cattolicesimo. Bonifacio, il fondatore del monastero di Fulda, svolse un ruolo di primaria importanza in questo processo. Per contro il monachesimo irlandese portava un Cristianesimo spirituale che  “non viene inculcato nella loro anima come qualcosa di estraneo: i luoghi di culto, le usanze sacre, i costumi e le persone vengono rispettate a tal punto che si  utilizzano vecchie istituzioni per riversarvi il nuovo contenuto. Interessante è come l’ antico diventi la veste, il nuovo, l’ anima”.

Un esempio di ciò viene descritto nella stessa conferenza poco dopo:

“Di quell’epoca possediamo, proveniente dalla tribù sassone, un racconto della vita di Gesù: viene assunta la figura di Gesù, ma tutti i particolari vengono rivestiti di elementi germanici. Gesù appare come un duca tedesco, il rapporto con i discepoli assomiglia ad un’assemblea di popolo. Così viene descritta la vita di Gesù nell’ Heliand ” (49).

“L’Heliand è un poema in 5983 versi in allitterazione, composto in lingua basso sassone da un monaco anonimo che ne aveva ricevuto l’incarico intorno all’anno 830 dall’imperatore Ludovico il Pio” (50).

Arturo

“La notte del 26, sulla strada di Marineo, Garibaldi cavalcava silenzioso, a fianco gli era Türr, le stelle brillavano di intensa luce, ad un tratto Garibaldi, guardando il ciclo, mormorò: “Bizzarrie della vita, noi tutti abbiamo una stella, io scelgo Arturo”. “Ebbene ­- fece Türr – Arturo risplende,   voi entrerete a Palermo”. “Certamente!”, rispose Garibaldi…” (51).

Garibaldi, disse Steiner, non fu in grado di essere cosciente del suo ruolo di grande iniziato a causa delle condizioni del tempo in cui visse. Il secolo diciannovesimo fu improntato dal materialismo, anche se il Kali-yuga volgeva al termine, il rapporto dell’uomo con i mondi spirituali era da riallacciare. I corpi stessi degli uomini avevano ormai ridotte al minimo le possibilità di essere plasmati al servizio degli impulsi spirituali. La concezione del mondo che si iniziò ad insegnare ai giovani divenne distruttiva per le possibilità di sviluppo spirituale.

“Così è impossibile che attraverso un corpo, che fino ai diciassette o diciott’anni è stato educato secondo le vedute della civiltà odierna, si manifestino le condizioni di saggezza degli antichi tempi nella forma in cui ci si aspetterebbe di vederle” (52).

Al contempo, come abbiamo visto, l’eccezionalità della vita di Garibaldi è indice di un operare del mondo spirituale che si rivolge alla volontà stessa del Generale.

“Era stato iniziato e aveva accolto in una precedente vita impulsi volitivi che portò poi a compimento nella vita come Garibaldi” (53). “Tutto quello che si manifesta in Garibaldi è impulso volitivo” (54).

Gli avvenimenti che gli accaddero assumono quindi un aspetto archetipico che fece dire a Rudolf Steiner:

“Ciò a cui m’interessai soprattutto nella vita di Garibaldi fu l’aspetto karmico, il fatto che in lui vi fosse una personalità la cui vita è difficilmente spiegabile, perché in un certo senso Garibaldi è la verità stessa” (55).

La domanda che sorge ora è quale fosse questo elemento archetipico a cui per certi versi si conformò una vita di per sé cosi anticonformista? Si può rispondere considerando a quale corrente spirituale appartiene l’individualità che si incarnò come Garibaldi. Le vite dei grandi iniziati di ogni corrente misterica hanno da sempre svolto un ruolo archetipico. La vita dell’iniziato rappresenta la via dell’iniziazione stessa in quanto incarnazione di verità spirituali.

Il forte valore simbolico della vita fa sì che la saga, il mito, l’opera che la narra diventi leggibile a più livelli e che normalmente nel corso dei secoli si sia da un lato persa la comprensione degli avvenimenti spirituali che si narrano, e contemporaneamente si sia persa la capacità di discernere se quella vita fu realmente vissuta o abilmente inventata. Da Gilgamesh a Sigfrido, da Ercole a Cù Chulainn fino a Parsifal, la reale comprensione di ciò che è raccontato andò perduta.

Anche tutto ciò che riguarda la corrente dei misteri occidentale subì, dunque, questa sorte. In realtà gli scritti inerenti al mondo celtico – irlandese sorsero ben dopo 1’869 d. C. quando cioè quella corrente che era espressione di un cristianesimo unilaterale non esisteva più. Il nuovo impulso cristiano esoterico si stava organizzando ed effondeva la sua aura come una nuvola spirituale che avvolgeva l’Europa, nuove possibilità erano donate agli uomini.

In realtà un ciclo arturiano compiuto non può ritenersi anteriore al X secolo; anzi fino al XII secolo la leggenda di Artù sorge in maniera frammentaria dalla poesia gallese. È proprio a causa dei fatti del IX secolo che dallo scrigno dei bardi poté essere tratta la figura di Artù, che risaliva alla tradizione misterica.

Una difficoltà nell’analisi deriva dal fatto che le opere del ciclo arturiano si rifanno più ad una tradizione gaelica e bretone, sono molto tarde nella loro realizzazione e la stesura e raccolta avviene grazie ai monaci legati alla chiesa cattolica, con tutte le possibilità di cambiamenti che ciò comporta. Accanto al ciclo arturiano si stagliano altri racconti ben più antichi che, sebbene raccolti  e compilati anch’essi in “scriptoria” monastici, presentano quella dimensione ancestrale ed archetipica del mondo celtico pagano; in particolare: il “ciclo dell’Ulster”, il “ciclo di Cù Chulainn” e il “ ciclo dei Fiana”.

Proprio il passaggio da questi antichi personaggi, iniziati nella casta dei re-guerrieri e cantati dai bardi, alla figura della Tavola Rotonda presuppone il mistero del Golgotha e inserisce quest’ultima nella spiritualità cristiana. Accanto al primo Artù cantato nella poesia gaelica, prende piede il grande ciclo di Parsifal e Galvano, portato da Wolfram von Eschenbach. Tale tradizione diviene da un lato la base della iniziazione temporale cavalleresca e quindi innestata nelle cerimonie iniziatiche regali anche se oneste sono sempre meno capite, in realtà si rivolge a tutta l’umanità a testimonia degli avvenimenti di 400 anni prima.

Nel corso dei secoli, poi, Artù divenne piuttosto un grande personaggio letterario e il prototipo delle cavallerie nobili di tutta Europa. Il tentativo di cogliere dietro le sue avventure elementi archetipici  di esperienze iniziatiche avvenne sostanzialmente nel nostro secolo, con la rinascita di una certa indagine spirituale. Ovviamente l’avvento psicoanalitico da un lato, la spinta comparativa con la tradizione indiana dall’altro, e in sostanza la scarsa capacità di discernimento spirituale, rendono molte opere sull’argomento enigmatiche ad una analisi che voglia tener conto di realtà superiori.

Garibaldi come si evince dalle parole che scrisse a Türr si sentiva in qualche modo collegato con Artù, grazie alla sua “volontà visionaria”, come la definì Steiner. Anche un altro grande personaggio italiano, forte dell’intuizione del poeta, presagì questo legame. Giovanni Pascoli scrisse un poema sul grande Maestro. Pascoli definisce qui Garibaldi, “monaco rosso” e “cavaliere templare” in azione su una nuova Terra Santa.

 “Esci dalla foresta e fa la nave

 per questa Italia e per la sua fortuna:

giovine Italia, grande, libera, una.

Tu lascia squadre e mazze: ecco la spada.

Il caval nero pasce erba e rugiada

nel cimitero, il lenzuolo morto indosso.

 Montavi ancora su, monaco rosso!

Galoppa ancora, cavalier templare!

in questa Terra Santa fa volare

 sul saio rosso il gran bianco mantello!

 Popolo avanti! Teco è Dio! – Fratello!-

Il giovin fulvo si lanciò, s’apprese

alla sua mano, l’abbracciò, gli chiese:

– Chi è? – Tu? – Garibaldi – Egli, Mazzini” (56).

 

Altrettanto impressionò il poeta il viaggio con i dodici sansimoniani, “i dodici esuli in veste bianca”, ed egli scrisse:

 

     “Sovra coperta un gruppo era adagiato a tondo,

      di dodici stranieri in lunghe vesti bianche.

      Avean bordone al lato ed una corda all’anche.

      Avanti loro, dritto e grave, era il Secondo”(57).

 

Nella vita di Garibaldi sono riscontrabili una serie di elementi tipici ed archetipici che sono in qualche modo legati alla tradizione cavalleresca celtico-irlandese. Non tanto eccezionali se presi singolarmente, la contemporaneità di essi in una singola vita fa riflettere.

(CONTINUA)

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Note

25) Rudolf Steiner, Considerazioni sui nessi karmici, Vol. I Conf. del 23/3/1924

26) O.O. 239 – conf. dell’11/6/1924

27) “Gli uomini altamente evoluti in tempi passati possono per conseguenza solo venir riconosciuti da chi guardi alle manifestazioni della vita che si presentano piuttosto dietro l’uomo che non per lui stesso”, in O.O. 235 .- conf. del 23/3/1924.

28) O.O. 235 – conf. del 22/3/1924

29) Ibidem

30) Conf. del ciclo Considerazioni esoteriche sui nessi karmici.

31) Ibidem

32) Ibidem

33) Ibidem

34) Ibidem

35) Per una descrizione più dettagliata si veda: B. Lievegoed, Correnti dei Misteri in Europa, Ed. Antroposofica,  e R. Steiner, Sedi dei Misteri antichi.

36) O.O. 340

37) Ibidem

38) Ibidem

39) Rudolf Steiner, La nascita dello spirito europeo. Lezioni di storia medioevale, O.O. 51,Ed. Tilopa

40) Ibidem

41) Ibidem

42) Ibidem

43) Daibhì O’ Croinin, Le missioni irlandesi.

44) O.O. 240

45) Ibidem

46) Daibhì O’ Croinin, Le missioni irlandesi.

47) Ibidem

48) O.O. 51

49) Ibidem

50) Nota di G. Roggero in O.O. 51, Ed. Tilopa

51) L’Opera di Stefano Türr nel Risorgimento italiano, a c. di Stefania Türr, Firenze, 1925, 4°, p. 49.

52) In Considerazione sui nessi karmici,  O.O. 235 – 240

53) Ibidem

54) Ibidem

55) Ibidem

56) G. Pascoli, Il credente.

57) G. Pascoli, I dodici esuli.

GIUSEPPE GARIBALDI, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ARCHETIPO – SETTEMBRE 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO, ,
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