SUL SENTIRE

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Cari lettori, premetto che, come quasi sempre, non offro nulla. Perlomeno nulla di nuovo. Se Eco lo permettesse riproporrei dieci volte note già apparse. E questo vi allontanerebbe. Ma sarebbe, dati i particolari temi di cui questo sito si occupa, l’atto più coerente. Perché qui – guardiamoci idealmente negli occhi – l’arte si chiama approfondimento, non divertimento.

L’approfondimento, in senso nostro, non significa partire da qualcosa per poi erigere monumenti di pensiero sopra, sotto e oltre quel qualcosa ma entrare e rientrare ancora e poi ancora: verso un punto. Ciò è l’opposto di quello che si desidera trovare nei Siti che suppongono di trattare temi riguardanti lo spirituale. Non dovrebbe essere impossibile comprendere che un corso di notizie ed di nobili esortazioni spirituali in continuo scorrimento non aiuta nessuno, salvo il portare a vizio la voracità, il piacere animico per le impressioni fuggevoli e cose del genere.

Ciò non è “impulso alla conoscenza”, piuttosto ottunde quel minimo che, nell’anima, dovrebbe sorgere come elementare bisogno per lambire quella che diviene intima ricerca di verità. La ricerca della verità principia da domande: non esiste proprio che possa iniziare da facili risposte: queste servono a paralizzare il nascente moto interiore. Qualsiasi forma esso abbia temporaneamente usato, viene condotto in un recinto per restarci a languire e talvolta ad estinguersi.

Perciò quanto viene scritto va interpretato soltanto come stimolo alla ricerca, invito a valutare, chiedere al proprio sé quanto di ciò può essere un problema della propria anima.

Sembra che l’approccio disciplinare verso la sfera del sentimento sia ancora più ostacolato e confuso di quello che dovrebbe essere l’esercizio di fondamento ossia la concentrazione, anche quando essa sia vista riduttivamente come una decente padronanza del mondo dei pensieri senza l’assistenza temporanea delle cose sensibili.

In Eco scrivo spesso (sennò che avrei da sottolineare?) riguardo l’asse dinamica che si costituisce tra pensiero e volontà e che, sebbene un po’ alla buona (però non c’è limite alla sua intensificazione), può essere interpretata, almeno finché non si sia capaci di…permanenza nella vera concentrazione, come la risultanza del potenziale che si sviluppa nell’interazione tra il I ed il II dei cinque esercizi ausiliari (controllo del pensiero e atto puro).

A dire il vero, non faccio mistero del fatto di essere più che convinto che la concentrazione sia completamente sufficiente (e sino ad un certo punto assolutamente necessaria) per giungere alla massima reintegrazione concepibile e concessa all’uomo di questo periodo storico e spirituale. In questo senso, non indico la disciplina come l’alfa e l’omega della reintegrazione interiore ma semplicemente come il suo più diretto veicolo: essa non è la realizzazione spirituale: offre l’occasione all’atto fulgureo dello Spirito. Questo dovrebbe esser chiaro ma pare che non lo sia, specie a tacchini e pavoni che, dal canto loro, dopo decenni di amorevole osservanza, fanno una confusione da bar dell’occulto tra controllo del pensiero e concentrazione e meditazione, che per essi sono cose ignote.

Basterebbe essere d’accordo sul fatto che la concentrazione non debba venire rappresentata come un liscio (e infecondo) palo telefonico: essa è piuttosto un albero vivo con i suoi rami: se c’è il tronco (concentrazione), crescono di pari passo pure i rami, come ad esempio il silenzio con i suoi diversi gradi, a cui segue un certo distacco dall’inerimento col sensibile che dà mobilità al corpo eterico, condizione che a sua volta permette di cogliere il quid creativo che si scioglie dalla fissità delle cose create: perciò l’inizio di esperienze che vengono definite col termine di percezione pura, sia verso fuori che verso dentro, ecc.

E’ un linguaggio che l’anima non ha mai pronunciato prima. Inoltre è dalla concentrazione che risultano altre eccelse attività dell’anima, come ad esempio la meditazione, che non viene compresa o fatta male specialmente per la carenza di quanto si può formare nell’anima con la concentrazione. Qualora sia possibile distinguere la meditazione dal rumine del soliloquio o da una impressione emotiva qualsiasi, ditemi come può trovare luogo e permanenza un contenuto meditativo nell’ordinario flusso della psiche?

Ma questa è una parentesi, abbastanza condivisa da altri amici che seguono la pratica. Su ciò, quello che scrivo non è di necessità quello che altri fanno. Mica siamo tutti uguali e certamente vi è chi ha trovato esperienze diverse che vanno meglio per i caratteri della propria individualità.

Ritornando al problema del sentire, riferito agli esercizi di preparazione iniziatica, a mio parere le cose si complicano. Sempre che non si consideri l’”equanimità” come una sorta di placido e saggio atteggiamento cerchiobottista verso le opposte fasi della vita pratica. Ma per questo ruolo mi pare giochi molto il carattere (flemmatico) e l’immaginazione personale, per cui ci si vede come bonari arbitri che, stando alla finestra, sanno dare ragione a tutto e a tutti. Questo è carenza d’anima o solo ipocrisia congenita.

Il solo parlare del III dei 5 esercizi può rendere l’idea ma, in un certo senso, è anche una indicazione grossolana: uno potrebbe prendere la strada di quei suggerimenti operativi che il Dottore ha dato come “Cultura pratica del pensiero” e potrebbe giungere a grandi soluzioni che riguardino il sentire. Credete che contemplare le modificazioni giornaliere di fenomeni naturali sia del tutto fuori tema?

Questione di scelte…il solo “ma” è dato dalle grandi difficoltà che si hanno, che sorgono appena si tenti di far fare onestamente una virata “innaturale” al corso ordinario delle potenze dell’anima. Allora si avverte di essere entrati in zone pericolose, dove manca il terreno sotto i piedi e soffiano fortissimi venti contrastanti. Infatti i tentativi di dominare direttamente la zona del sentire che è condominio di possenti forze extra-umane di vita che ci subaffittano un certo uso, è pura follia: la zona toracica è intessuta alla corporeità che è per il soggetto ordinario una inavvertita sostanza di brama.

L’immagine estremo-orientale del “cavalcare la tigre” è drammaticamente appropriata. Vale sottolineare che un noto esoterista scrisse persino un libro (inteso come un manuale pratico) con questo titolo ma avrebbe dovuto supporre – e questo proprio non lo credo – che i lettori fossero consumati asceti: tali da suscitare il corrispondente potenziale interiore nel tuffarsi in situazioni distruttive. Così le indicazioni contenute nel testo fecero davvero vittime tra gli entusiasti estimatori che fluirono nell’agone: problemi psichici e constatati casi di ricovero.

La sostanza di brama di cui per buona parte si è fatti, non è avvertita, tanto che uno può giudicarsi assai poco bramoso di questo e quello, anche di ogni cosa, eppure essa è manifesta come è manifesto il bisogno di respirare: dal primo vagito all’ultima espirazione. Non a caso, nella concentrazione profonda, nella meditazione profonda o nella contemplazione succede che il respiro si riduca al minimo e persino cessi per brevi momenti. Ancora oltre, esso cessa completamente poiché si accende il misterioso circuito della respirazione interiore. Swedenborg, ad esempio, conseguì una vasta veggenza in concomitanza a tale accensione.

Se qualcuno ha letto le indicazioni del Dottore date per gli “Esercizi principali” della Scuola esoterica, ha potuto osservare come i brevi mantra da polarizzare su specifiche zone corporee siano sostenuti da una specie di controllo del respiro, suddiviso in porzioni di tempo praticamente inverse rispetto al pranayama tradizionale e alle sue salutistiche traduzioni moderne. A rispettarne i tempi, specie nella seconda versione, ci si scontra con l’auto-soffocamento: lì avvertiamo in noi l’urlo incontrastabile della immensa potenza della brama di vita. Essa si concentra nel torace. Da lì entriamo nel terrestre e da lì ne usciamo dopo l’ultimo respiro.

Il cuore delle discipline che riguardano il sentimento è sempre un prudente, progressivo e indiretto arresto del passivo sentire personale. Perché sentiamo questo caos così prezioso? A causa di un equivoco: poiché è indissolubilmente intrecciato con la nostra percezione della vita, allora lo confondiamo con il fondamento di noi stessi e in tale misura lo valutiamo d’istinto come una specie di verità inconfutabile. Ciò al punto che nello sfascio della conoscenza antroposofica è sorta una mistica del sentimento che parla a sproposito del “pensiero del cuore”, incapace com’è di distinguere (persino logicamente) una precisa condizione iniziatica dalle emozioni personali.

In effetti l’impersonale sentire ( sentire, non venir sentiti: il termine stesso indica una peculiare attività e non la passività comune) è il grande organo di percezione: se liberato dalla deformata contrattura personale esso percepisce la vita dell’Infinito e le Forze e gli Esseri che a buon diritto agiscono creativamente nel cosmo. Come il raggio di un faro nel buio della notte, esso illumina lo “spazio” dello Spirito. E’ un organo elettivo di percezione dello Spirito.

Esso diviene attivo anche nei mistici, in cui non essendosi operata la netta separazione tra coscienza pura e personalità, tra potenza extracorporea del pensare e le forze organiche, diviene una capacità spuria, nella quale la visione obbiettiva e la vicenda personale (sensazioni e sentimenti) sono mescolate. Ciò al punto che, come in basso lo scoppio dell’ira ci porta via, così in alto, nel mistico, l’eccesso emotivo cancella l’Io dall’apice dell’esperienza.

Rileggete con attenzione le parole dello Steiner nei riguardi dell’equanimità: “L’anima deve soltanto arrivare a dominare l’espressione della gioia e del dolore, del piacere e del dispiacere”.

A meno di non atteggiarsi formalmente ad un atteggiamento di imperturbabilità, se si tenta davvero una simile disciplina, la si avvertirà come una dolorosa limitazione nella natura delle manifestazioni dell’anima, anche per molto tempo, prima di giungere a essere dotati dell‘intima calma di cui il Dottore scrive in qualche riga successiva, necessaria per poter giungere ad una condizione in cui si diviene “più ricettivi di quanto prima non si fosse,per tutta la gioia e il dolore che ci attorniano”. Nessuno pensi a una condizione percettiva in tale senso come realizzabile nelle condizioni comuni. Essa, per l’appunto, non è possibile fintanto non ci si renda capaci di sollevarsi oltre il proprio astrale bramoso. Inoltre, seppure non piaccia a molti, questo diventa un lavoro inutile o impossibile senza la guida della disciplina del pensiero: solo il pensare, dapprima arido e disciplinato, poi saturo di volere, possiede la chiave della impersonalità necessaria. Impersonalità che non è una parola ma una condizione più alta dell’anima: fare dell’anima un organo dello Spirito significa darle le caratteristiche che, ad esempio, possiedono gli occhi nel vedere. Ciò che le Potenze hanno fatto con gli occhi, noi dobbiamo farlo con una parte della nostra entità animica. Gli occhi non vedono ciò che vogliono ma ciò che il Soggetto vuol vedere. E’ da qui che inizia quella inegoità di cui si parla a vuoto.

Scaligero consigliava di iniziare provando ad avvertire l’irrealtà delle tragedie, commedie o farse umane, in maniera di separare quello che succede intorno a noi dal nostro sentimento personale, lasciando che ogni cosa possa scorrere secondo la sua propria dinamica davanti all’anima che vede ma lascia che tutto accada poiché così deve accadere. Più che un semplice esercizio – pochi minuti e via – è un lento lavoro di separazione dell’essere dal divenire o della luce dal fuoco, che va fatto all’interno, senza metterci le mani ossia senza grucce “psicologiche”. Il delicato lavoro di “separazione del sottile dal denso” può durare tutta la vita.

Però è possibile ed augurabile, come scrive Scaligero nelle poche pagine di un libretto che circolò dappertutto, dare un breve stop alla reazione emotiva. Pure ciò non è per niente facile, per la qual cosa sarebbe meglio prepararsi con brevi e vivaci immaginazioni di situazioni in cui si possa rimanere come testimoni distaccati, dove non ci si permetta l’immancabile reazione. Del resto Scaligero mi disse che tutti gli esercizi che si volgono verso la (pre)potenza allucinatoria del mondo esteriore avrebbero dovuto essere preparati meditativamente, creativamente immaginati per settimane o mesi.

L’idea di una vera equanimità, se la si osserva seriamente, senza fantasie in rosa, può essere avvertita come un impoverimento per la propria anima, o persino come una brutale limitazione: però se viene compresa a fondo, non è rinuncia (se non per la psiche) ma via di conoscenza: divenire tanto tersi da poter non essere afferrati dalle forze che stanno dietro le passioni. Faccio il più classico degli esempi: finché aderisco col mio sentire all’ossessivo attaccamento umano generale alla natura inferiore (Prakŗti), finché mi sento coinvolto e leso dall’ingiustizia, dalla falsità, finché prendo sul serio la cattiveria e le passioni altrui, rimango giocato dall’illusione più coercitiva. Ciò consiste nel fatto che non riesco a cogliere le realtà che mi vengono incontro, nella misura in cui la mia reazione cali un velo di cecità sui miei organi percettivi interiori.

Abituarsi dunque alla solitudine ed al silenzio, e da questa profondità dell’anima volgersi verso fuori. Osservare, con una crescente meraviglia (il cui frutto può essere l’indulgenza: stare accorti al rischio del disprezzo che potrebbe sorgere se si percepisce dell’altro solo la superficie e la meccanica psichica), la ferrea immedesimazione degli uomini nella illusione rappresentativa. Sorge allora il senso della vacuità dei sentimenti incontrollati ma, da un punto di vista diverso, controllati da altro di sé perché obbliganti secondo leggi non dissimili dalle oggettive leggi naturali.

E’ vero che le azioni degli altri possono giovarmi o nuocermi, ma questo sempre più non è il motivo per il quale debba, per forza, provare dei sentimenti verso di essi.

Scaligero ricordava spesso una frase di Lao-Tzë: “Il saggio è buono coi buoni, buono coi cattivi”. Questo non significa, come i superficiali pensano, insieme ai ciecobuonisti – ma che Bernardo di Chiaravalle ben sapeva e insegnava – che le carezze debbano sostituirsi agli sganascioni ma piuttosto che questi vengano somministrati con conoscenza e compassione commisurata all’energia del loro impatto.

Così, lentamente, i moti paralizzanti della psiche abbandonano la sfera del sentire e la sua forza, non alterata, si ridesta come una potenza pura, originaria, in cui l’autocoscienza può espandersi. In effetti non più come “emozione” ma come “manifestazione di vita” del nostro essere, in comunione con enti celesti che operano magicamente nelle altezze e negli abissi cosmici della nostra anima e dell’infinito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DIES NATALIS SOLIS INVICTI

sole invicto

Nell’antica Roma, il 17 dicembre cominciavano i Saturnalia istituiti, come racconta Tito Livio, ad opera dei consoli A. Sempronio e M. Minucio, ed erano festeggiamenti appunto in onore dell’italico dio Saturno – che ha caratteri in parte diversi da quelli del dio Kronos-Chronos ellenico – festeggiamenti che si concludevano il 23 dicembre. E proprio il 17 Dicembre dell’anno 498 a.C., si svolse a Roma la consacrazione del Tempio di Saturno, situato nel Foro al termine della Via Sacra. Il tempio di Saturno – il più antico di Roma dopo quelli di Vesta e di Giove, e del quale ci restano sei magnifiche colonne ioniche – era ai piedi del colle del Campidoglio. In questo luogo si trovava un antichissimo altare, da collegare, secondo la tradizione romana, ben prima di quella romulea sul Palatino, alla mitica fondazione sul colle capitolino da parte di Saturno della città originaria, che da lui prese il nome di Saturnia. Tali festeggiamenti erano preceduti dalla festa del Sol Indiges, che si celebrava l’11 dicembre in onore del Sole Natio, festa di origine sabina e non latina, che era stata introdotta a Roma dal Re Tito Tazio, che regnò assieme a Romolo.

Tali festeggiamenti, che duravano sette giorni nei quali coloro che si incontravano si scambiavano il saluto augurale Io Saturnalia!, e si porgevano come doni augurali le strennae, includevano il solstitium hiemale, ossia il giorno del solstizio invernale nel quale il Sole, nel giorno più corto del ciclo annuale, ha una sorta di stasi e, per così dire, “muore” e “rinasce”. Il 21 dicembre, giorno del solstizio, erano celebrati i Divalia o Angeronalia, ovverossia le celebrazioni e i riti in onore della Diva Angerona. Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, era celebrato il Dies Natalis Solis Invicti, nel quale era celebrata la nascita, o la rinascita del Sole, ma al contempo quella del dio Mithra, che dal Sole veniva distinto, e collegato, ma, talora, addirittura ad esso identificato.

Questi erano – e sono – giorni tra i più sacri nel ciclo dell’anno, e nell’antica Roma erano giorni nei quali, lontano dagli sguardi profani, si celebravano i sacra e gli initia, ossia quelle cerimonie che nella Iniziazione aprivano ai coraggiosi, ai puri, e ai degni, il varco all’esperienza cosciente del Mondo Spirituale. Quei mysteria venivano accuratamente celati agli sguardi profani, talché mentre della religiosità ellenica molto ci è giunto, e dei vari Misteri eleusini, frigi, orfici, samotraci, isiaci, dionisiaci e simili, pur se nessuno in duemila anni mai ne tradì l’intimo segreto, qualche esteriore notizia pure ci è giunta, dei Misteri romani, invece, i più – quasi tutti – ne ignorano tuttora persin l’esistenza. Ciò fu dovuto alla cura somma e gelosa con la quale – e ben a ragione – ne venne custodito l’arcano, che fu efficacemente difeso da ogni profanazione.

Massimo Scaligero, parlando della spiritualità romana, mette in evidenza come essa fosse molto più profonda di quella ellenica. Egli fa notare come alle origini la spiritualità e la religiosità romane, contrariamente all’efflorescenza della mitologia religiosa ellenica, fossero scarne, pressoché prive d’immagini e di miti. E ciò, non per una “povertà” di contenuti, bensì per il loro derivare da una sorgente spirituale “più alta” e soprattutto “più pura”, di tipo ispirativo-intuitivo, rispetto a quella immaginativa, e immaginifica, ellenica. Di ciò erano coscienti le stesse élite spirituali e politiche della Roma repubblicana, le quali parlavano, in termini chiaramente non proprio elogiativi, della graecula fabulositas, come di qualcosa che era il segno di uno sfaldarsi della tenuta interiore e dell’integrità spirituale. Anche l’incontro dell’austero e severo costume romano con la ormai decadente accozzaglia filosofica greca destò il fastidio e la diffidenza dei Romani nei confronti di quei filosofastri scettici, che nel foro facevano sfoggio della loro vuota dialettica, dimostrando che gli uomini erano rane, che le rane erano alberi e che gli alberi erano uomini! Non era più ormai l’aurea età dei Pitagorici, di Platone e di Aristotele. E se i romani ebbero una simpatia filosofica, l’ebbero per i Pitagorici e per gli Stoici, il cui ethos consonava pienamente con l’aristocratico e austero mos maiorum, col costume della romanità più antica.

Non che da allora i tempi siano poi granché cambiati. Se lo sono, lo sono sicuramente in peggio e in pessima, ruinosa, direzione. L’intellettualismo oggi è una marea dilagante, e la dialettica – mala arte capace di dimostrare tutto e il contrario di tutto, nonché di giustificare forbitamente ogni tradimento, ogni spergiuro, ed ogni menzogna – viene usata e abusata persino nelle cerchie sedicenti “spirituali” ed “esoteriche”, che dovrebbero proprio guardarsene bene, le quali, invece, come affermava Giovanni Colazza, sono sovente ridotte a congreghe di “chiacchieroni dello spirito”. Oggi sono tutti, proprio tutti – parola di Massimo Scaligero – fastidiosamente intelligentissimi e dialettici, e mai l’intelligenza discorsiva è stata così inflazionata come nella nostra epoca: oggi son tutti intelligentissimi furbastri e nessuno, quasi nessuno, è saggio. La saggezza viene dal silenzio e non dalla dialettica. Il silenzio è l’estinzione della dialettica: di ogni dialettica.   

Non per niente la Diva Angerona, preposta ai sacra, era una Dea del Silenzio sacro. Anzi, come fa notare, in UR-1928, quel paganaccio – incorreggibilissimo paganaccio – di Arturo Reghini, erano ben tre le Dee romane preposte all’Iniziazione, alle quali era sacro il silenzio. Tra queste notiamo: «la Musa Tacita di Numa (Plutarco, Numa, 8), la dea Muta di Tatius (Ovidio, Fast., II, 583), la dea Angeronia del Velabro, rappresentata con un dito sopra la bocca ed in atteggiamento silenzioso (ore obligato signatoque)».

L’italico Saturno era un dio dell’età dell’oro, e lo stesso Virgilio – il mio amato Virgilio – nella quarta Ecloga o Bucolica collega l’aureo Saturno all’età dell’oro:

Ùltima Cùmaeì | venìt iam càrminis aètas;

màgnus ab ìntegrò | saeclòrum nàscitur òrdo 

Iàm redit èt Virgò, | redeùnt Satùrnia règna,

iàm nova prògeniès | caelò demìttitur àlto.

Questi ritmici versi, tradotti nella bella lingua di Dante, ci direbbero che: «L’ultima età, cantata dalla Sibilla Cumana, ormai è giunta; novellamente nasce il grande ordine dei secoli. Torna ormai anche la Vergine, ritornano i regni di Saturno, e già una nuova stirpe scende dall’alto cielo».

Quella di cui parla il sapientissimo Virgilio, è una vera e propria trasmutazione: una trasmutazione al contempo sia macrocosmica e storica, che microcosmica e umana. In Alchìma il piombo, il pesante e opaco metallo di Saturno – il più esteriore, lontano e lento dei sette pianeti dell’antica cosmologia – è considerato “oro decaduto”, “oro lebbroso”, che deve essere riportato al suo stato originario. Il “piombo” è un decaduto “oro terrestre”, così come il Dio Saturno è un dio “caduto”, che fu prima “cacciato” dall’Olimpo, e poi si nascose nel Lazio. I Latini facevano derivare il nome Latium da latère, che ha il significato di “occultare”, “celare”, “nascondere”. Ma egli è altresì il dio dell’Età dell’Oro, che può riportare l’uomo e il mondo a tale aurea età. Ciò significa, tra l’altro, che l’oro alchemico, del quale vanno in affannosa cerca i discepoli di Hermete, è nascosto, celato, ben occultato nella terra. Per cui passare – secondo l’antico simbolismo astronomico-astrologico tolemaico – da “Saturno” alla “Terra”, è lo stesso che dire passare, ambulando ab intra, dall’esterno all’interno. E si rifletta sul fatto che nella religiosità romana Saturno, rifugiandosi e occultandosi nel Lazio, portò agli Aborigeni, a coloro che ab origine abitavano quella terra, la peritia ruris, l’agricoltura, traendo così gli umani da uno stato selvaggio di barbarie, così come altrettanto fece nell’Ellade la Dea Demetra che a Trittolemo ad Eleusi insegnò l’agricoltura, e Demetra è una Dea identica alla romana Cerere, la donatrice dei cereali.

Questa sapiente coltivazione della “terra”, di cosa ha particolarmente bisogno? Che cosa di particolarmente importante portò Saturno affinché la “terra” potesse germinare? Egli portò quel calore saturnio, quel fuoco, senza il quale la “terra” rimane “fredda” e non fa germinare il grano e le altre piante! E anche la pianta “uomo” necessita, su tutti i piani, di un tale “calore” e “fuoco”. Esiste una “agricoltura celeste”, che è capace di far sbocciare, fiorire e fruttificare la pianta umana, così come con l’Arte Regia ermetica si fa trasmutare il lento e opaco “piombo” umano nell’Oro della Sapienza.  

I sapienti Latini parlavano di una triplice cultura, che non era in quei tempi lontani quanto di narcisistico e corrotto va a giro nel mondo attuale sotto tale nome. Vi era la cultura agrorum, la coltivazione dei campi; vi era la cultura animi, ovvero la coltivazione ed educazione dell’animo umano sotto ogni aspetto; vi era, infine, la cultura o il cultus deorum, ossia la pratica di quella religio, che collega il visibile all’invisibile, l’umano al Divino. Lo stesso buon Orazio Flacco, in una sua Ode, si confessa colpevole, perché parcus deorum cultor et infrequens, ovvero: tiepido, incostante e negligente “cultor degli Dèi”, e si ripromette saviamente di cambiar rotta. E ancor oggi si parla di “uomo colto”, di “coltivar le arti o le scienze”, “coltivare odio” (malapianta questa…), “coltivare amicizie”, “coltivare sentimenti elevati”, ed infine di “culto divino”, ossia della liturgia e dei riti religiosi. Per i Latini era intuitivo poter parlare di cultura animi, o di cultura hominis, in quanto per loro homo e humanus erano parole correlate ad humus, lo strato vitale della terra. Ed anche nel racconto della Genesi, Adam, l’uomo, è tratto da adamàh, la terra rossa e vitale.

Cosmogonicamente, il mondo generato dal Logos è scaturito dall’originario “fuoco” saturnio, perché la Parola, il Verbo stesso, è “fuoco” generatore, “fuoco” che nel trascorrere successivo degli stati cosmici, sempre più “densi”, di “Saturno”, “Sole”, “Luna”, ed infine “Terra”, sempre più si volge alla manifestazione creativa, allontanandosi dall’Uno-Tutto, differenziandosi, specializzandosi – ossia, alla latina, manifestando species, apparenze diverse – e recludendosi nella frantumata, illusoria molteplicità. Nella “terra”, nella “pietra”, è celato il saturnio “fuoco” originario: vi dorme celato, ma da esso è novellamente ridestabile, pronto a divampare come brace da sotto la cenere, e a dissolvere l’esteriore apparire illusorio. Per cui dagli Ermetisti è detto: Omnia ab Uno, et in Unum omnia, cioè tutte le cose provengono dall’Uno e all’Uno esse tutte ritornano”. Ciò che dal “fuoco” è scaturito, nel “fuoco” di nuovo verrà dissolto: ma ciò che viene dissolto è l’illusorio apparire, la maya, ossia ciò che il tempo dal suo seno ha generato e che poi il tempo – come nel mito di Saturno – divora, mentre ciò che permane è ciò che è “originario”, che è ab origine, ossia l’elemento eterno.

A tale proposito, possiamo volgere il nostro meditare a due logia gnostici del Vangelo di Tommaso, che trascriviamo nella mirabile traduzione dal copto di Luigi Moraldi, ove nel primo, il n° 10, il Logos afferma: «Ho gettato fuoco sul mondo, ed ecco, lo custodisco finché divampi», mentre nel secondo, il n° 82, dice: «Colui che è vicino a me è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me, è lontano dal Regno». Questi due logia rimandano a quanto è scritto nel Vangelo di Luca, Cap. XII, 49, «Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e come anelo che divampi!».  

Ora il Logos dichiara di esser l’Alpha e l’Omega, ossia il “principio” e la “fine”. E ciò è comprensibile perché, come nel serpente οὐροϐóρος-urobòros, la “fine” coincide col “principio”, essendovi nell’Uno, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, quel “fuoco” al contempo generatore e dissolvitore della frantumata molteplicità. Ma il Logos dichiara altresì di essere “pietra”, la “pietra” su cui tutto si fonda come solida roccia, e Paolo lo conferma scrivendo – trascrivo il latino della Vulgata di Girolamo – petra autem erat Christus. E tutta l’Alchìmia rosicruciana identifica la “pietra”, il lapis philosophorum, con il Logos.

Ora, come nella profonda tenebra del Solstizio d’inverno si occulta il Sole, per “morire e rinascere”, come nel plumbeo metallo saturnio si cela quell’oro dal quale si deve “togliere” l’oscurante “ombra”, così nella “pietra” si celano la “luce” e la “folgore”. Poiché – secondo l’aureo tema di meditazione donatoci da Massimo Scaligero – “ogni pietra ha la sua folgore”, e poiché, inoltre, – come ammoniva Basilio Valentino – occorre visitare interiora terrae per invenire, ossia trovare, quello occultum lapidem, che è veram medicinam, della quale ha urgente bisogno l’uomo caduto per trasmutarsi da bestia stupida, vigliacca e arrogante, in Angelo, è necessario operare sulla “pietra” o sul “piombo” saturnio col “fuoco”, togliere ad essi la “tenebra”, quella “ombra” oscurante, che ci rende schiavi dell’in-significante menzognero apparire.

Nei Misteri Mitriaci – tanto amati dai Romani al punto di disseminarne i mitrei dal Vallo Adriano, ai confini con celtica Scotia sin nella Mesopotamia, sulle rive dell’Eufrate e del Tigri – il 25 dicembre, nel dies natalis Solis Invicti, si festeggiava non solo la nascita, o la rinascita del Sole vincitore della profonda tenebra solstiziale, ma anche la nascita del Dio Mitra, che del Sole era amico e alleato, o che con lo stesso Sole veniva talvolta identificato. Il Dio nei suoi sacra e mysteria veniva chiamato Mithra petrogenos, ossia generato, sorgente, scaturente, in maniera fulgurea, dalla petra genetrix. Balzando fuori dalla pietra che lo ha generato, Mitra tiene in una mano un ferreo gladio e nell’altra una face accesa: dunque ferro e fuoco. Egli è, dunque, il portatore – come Michael – di una ardente spiritualità marziale, e ciò spiega il grandissimo amore che i legionari di Roma avevano per i suoi mysteria. E come non pensare – sia pure in altro, contesto apparentemente molto diverso, ma neanche poi tanto – all’audacissimo Conte di Cagliostro il quale, nel suo egiziaco Rituale, scrive: Qui agnoscit Martem, cognoscit artem, o qui agnoscit mortem, cognoscit artem : chi conosce Marte o la Morte, costui conosce l’Arte Regia. Ora il marziale gladio è di ferro – o di fiero acciaro, dicevano un tempo i Poeti: l’Acciaio dei Saggi dei Figli di Hermete – e col gladio si fa pugna e si dà la morte, o nella pugna si trova la morteL’oro venne considerato, in ogni tempo e in ogni luogo, essere il più puro e il più nobile dei metalli, al contempo indistruttibile ed eterno – al punto che gli alchimisti affermavano che era più facile “fare” l’oro che distruggerlo o “disfarlo” – in quanto è l’ultima, più “matura”,  e culminante realizzazione tra quelle che si attuano nel seno della Madre Terra o Petra Genitrix. L’oro, essendo il raggiungimento della “perfezione” – nel senso latino di perfectio e di perfectum, da perficere, e in quello greco di τέλειος-tèleios e di τελετή-teletèsimbolicamente rappresenta “sapienza”, “immortalità” e il conseguimento della “beatitudine celeste”: esattamente come nella “rigenerazione” fisica e morale, ovvero la preparazione della “pietra filosofale” e il “pentagono mistico”, della quale parlava il Conte di Cagliostro nel suo “egiziaco” sistema. Chi abbia sguardo sagace, può intendere tali simboli sub specie interioritatis, scorgendone, come direbbe Dante, “l’ascosa significazione”.  

La spiritualità mitriaca è dunque, come quella michaelita, una spiritualità pugnace, battagliera. E Massimo Scaligero, in Kundalini d’Occidente, scrive che a viva forza il discepolo espugna il pensiero puro, il che dimostra – una volta di più – come sia menzognera e ad arte fuorviante l’affermazione dell’anonimo articolista di una sedicente “scaligeropolitana” rivista romana, il quale in maniera insana e improvvida afferma essere “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica”.

Ora, chi affronta la pratica fervida, intensa, fedele della Concentrazione, chi ad essa con tutto se stesso si consacri, sa che in essa l’audace sperimentatore coraggiosamente sfida la Morte e il suo potere. Egli sa di quanto slancio, di quanto impeto, di quanta fredda determinazione, di quanta ardente consacrazione, egli deve essere capace per far risorgere nella Concentrazione il pensare cadaverico dal suo stato di morte. Egli sa che non v’è altra Via, se non quella del combattimento eroico per giungere ad aprire il varco alla travolgenza del Pensiero Vivente, al Pensiero-Folgore capace di dissolvere e rinnovare radicalmente l’umano. Il resto – le morbide “vie dell’anima”, gli stucchevoli mistici languori, le emozioni e i sentimentalismi delle “anime belle”, e via dicendo – è solo illusione, menzogna, vigliaccheria, consapevole o inconsapevole inganno di sé e degli altri.

Ho voluto sollevare appena un lembo sugli arcani di un’antica misteriosofia, e tuttavia qualcosa prezioso penso di averlo celato tra le righe, qualcosa che l’audace e diligente “pellegrino d’Amore”, come lo chiama il mio sempre più amato Dante, saprà ritrovare. E forse ho detto più che non lice…”. Per concludere, voglio trascrivere una traduzione un po’ più esatta di quella, veramente un po’ troppo approssimativa, che circola negli ambienti “scaligeropolitani”, del primissimo mantram che Rudolf Steiner donò nel 1906, al Solstizio d’inverno. Qui potest capere, capiat, e a tutti i nostri affezionati lettori di Ecoantroposophia auguro di tutto cuore un buon Dies Natalis Solis Invicti! 

Die Sonne schaue

Um mitternächtige Stunde.

Mit Steinen baue

Im lebenlosen Grunde.

So finde im Niedergang

Und in des Todes Nacht

Der Schöpfung neuen Anfang,

Des Morgens junge Macht.

Die Höhen laß offenbaren

Der Götter ewiges Wort,

Die Tiefen sollen bewahren

Den friedensvollen Hort.

Im Dunkel lebend

Erschaffe eine Sonne.

Im Stoffe webend

Erkenne Geistes Wonne.

***

Contempla il Sole

Nell’ora di mezzanotte.

Con pietre edifica

nel fondo senza vita.

Cerca così nel baratro

e nella notte di morte,

nuovo principio della creazione,

la giovane potenza del mattino.

Fa’ che le Altezze rivelino

l’eterna Parola degli Dèi.

Le profondità devon custodire

il tesoro colmo di pace.

Vivendo nella tenebra

crea un Sole.

Tessendo nella materia

conosci la beatitudine dello Spirito.

Rudolf Steiner

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SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE,

PROLOGO DI NATALE (di Ezra Pound)

Vivaldi Gloria In D, RV 589 - Gloria In Excelsis Deo - YouTube - Mozilla Firefox

PROLOGO DI NATALE

Eco degli Angeli che cantano Exultasti
Nasce il silenzio da molte quiete
Così la luce delle stelle si tesse in corde
Con cui le Potenze di pace fanno dolce armonia.
Rallegrati, o Terra, il tuo Signore
Ha scelto il suo santo luogo di riposo.
Ecco, il segno alato
Si libra sopra quella crisalide santa.

L’invisibile Spirito della Stella risponde loro:

Inchinatevi nel vostro canto, potenze benigne.
Prostratevi sui vostri archi di avorio e oro!
Ciò che conoscete solo indistintamente è stato fatto
Su nelle corti luminose e azzurre vie:
Inchinatevi nella vostra lode;
Perché se il vostro sottile pensiero
Non vede che in parte la sorgente di misteri
Pure nei vostri canti, siete ordinati di cantare:
“Gloria! Gloria in excelsis
Pax in terra nunc natast”.

Angeli, che proseguono con il loro canto:

Pastori e re, con agnelli e incenso
Andate ed espiate l’ignoranza dell’umanità:
Con la vostra mirra rossa fate sapore dolce.
Ecco, che il figlio di Dio diventa l’elemosiniere di Dio.
Date questo poco
Prima che egli vi dia tutto.

(Ezra Pound)

ARTE, POESIA

SPIGOLANDO SULLE MINIME COSE

 Statua_faraone_(Torino_Museo_Egizio)

Continuiamo a rivedere alcune cose che possono essere alla base o meglio sul terreno su cui poggiano i fondamentali. Il terreno è ciò che ordinariamente siamo o sentiamo di essere e, di solito nella vita corrente, non c’è gran differenza tra chi si sente spiritualista e chi afferma di essere materialista. Anzi il materialista sembra avere più solide ragioni per dimostrare ciò che afferma, poiché la corporeità è condizionante e, come dice sempre un mio amico, pure la preziosa coscienza è zoppicante, giacché ogni sonno la confuta spegnendola con un soffio come flebile luce di candela.

La corporeità è condizionante. Perlomeno esistono condizioni di essa che dovrebbero essere combattute o usate o almeno comprese. Secondo le competenze che spettano alle situazioni della vita ed alle capacità di ognuno.

Facciamo subito qualche esempio concreto:

Un’estrema debolezza fisica che risulti da malattie in fase acuta e dolori forti: essa è tale da influire sulla comune autopercezione animica e sembra dissolvere la volontà, anche quando l’individuo ha compreso tutto il meglio nei confronti della disciplina.

In questo caso occorre fare il possibile per ristabilire la salute del corpo. Intanto l’operatore più preparato può, in tali situazioni, abbandonarsi ad una condizione di silenzio prolungato: sto parlando di semplice astensione dalla parola che, se accompagnata da immobilità corporea, può portare frutti assai notevoli.

In casi molto gravi, rimane la possibilità della preghiera che può essere tentata in modo continuato. Ma, e ne abbiamo già scritto, vanno bene preghiere semplici e brevi. Non breviari. Se l’estenuatezza è massima ci si può affidare al Cielo, al Divino, lasciando che sia proprio l’estrema debolezza a guidarci: “Nelle Tue mani, Signore”. E le parole non sono necessarie.

La vita ai nostri giorni comporta per molti troppi impegni pesanti, al punto di non lasciare tempo e energia necessari per una pratica sistematica e continuata. Una disciplina da week-end, anche se protratta per ore, non porta a nulla se non ad un senso di disgusto e disfatta. L’eccesso di impegni può nascondere furbizie e imbrogli: molte persone affette da “angina temporis” dovrebbero soltanto darsi priorità e scuotersi da parecchie attività inutili o abitudini troppo consolidate. Un mio amico ricordava sull’Archetipo come il dott. Colazza, medico di una volta cioè impegnatissimo, praticava le discipline interiori essenziali nel cuore della notte!

Possiamo anche tenere conto della mancanza di una convinzione interiore, solida e intuitiva – quasi una “persuasione” alla Michelstaedter – che la Via del pensiero sia una strada maestra per il senso della propria vita. Se questa convinzione, frutto di coerenza logica ed obbiettivo sentire, mancasse totalmente, non dovendovi essere costrizione di alcun tipo ma consapevolezza e slancio dell’anima, sarebbe forse il caso di abbandonare iniziative fragili, quelle che in pochi giorni si estinguono con tutta la forza della loro debolezza poiché viziate all’origine o premature. In questa situazione sarebbe meglio tornare, con serena semplicità e interiore modestia, all’approfondimento di testi che portano nell’anima il respiro ampio di una visione cosmica dell’uomo e del suo destino, come ad esempio una chiara lettura della  Scienza Occulta.

Queste ultime righe riguardano più la mente che il corpo: sono comunque espressione della mente in quanto subordinata alla corporeità. Occorre abituarsi a scindere l’Osservatore da ciò che chiamiamo mente o psiche: l’Io non è la mente. E. P. Blavatski disse al riguardo: “La mente è un buon servitore ma è un padrone crudele”.

Ricordiamoci spesso quello che non è un’astrazione ma un fatto severo: la psiche asservita al corpo asservito alle forze più basse dell’anima è totalmente ostile ad ogni sforzo che l’uomo compie per domarla.

Chi dice di domarla componendo puzzle o parole incrociate è uno un po’ sciocco che andrebbe lasciato in pace.

Per la disciplina, che inizia dal controllo dei pensieri e si focalizza nella concentrazione vera e propria, non ci si illuda circa l’esistenza di misteriosi supporti interni all’operazione.

Essa però può essere svolta in condizioni circostanti migliori o peggiori. Attenzione: questa non è una regola aurea: può succedere che condizioni difficili stimolino forze più profonde e quella che avrebbe dovuto essere una condizione di sconfitta a priori diviene un’occasione irripetibile di vivificazione della volontà profonda.

Tra gli aiuti (sempre e del tutto) esterni all’operazione, possiamo indicare quelli che l’esperienza ed il buon senso insegnano: sono in genere cose che andrebbero evitate.

  • Non praticare l’esercizio qualora vi sia la certezza di improvvise irruzioni di altre persone;

  • non farlo temporalmente vicini alla pesantezza di attività digestive oppure nel riposo immediatamente successivo ad un eccesso di sforzi muscolari;

  • evitare, per quanto possibile, il rischio di forti rumori improvvisi e inaspettati,

  • evitare la posizione distesa come postura abitudinaria,

  •  evitare, (come tutti sanno?) completamente l’alcol, anche nelle quantità  minime, come nelle paste o nei cioccolatini (Scaligero diceva che anche una sola goccia arretra di molto il lavoro precedentemente svolto. Ciò può sembrare eccessivo: ricordiamoci che un’ individualità, sia pure assai particolare come la von Halle, per subire i sintomi di avvelenamento, le bastò l’alcol usato tra gli eccipienti di un dentifricio messo a contatto con lingua e gengive).

Viceversa può essere di minimo aiuto un leggero stimolante del sistema nervoso centrale come il caffè (non per tutti!), una rinfrescata con acqua corrente al volto e alle mani, meglio sino ai gomiti (in certi casi può servire una breve doccia fresca o a temperatura neutra). Più importante è l’abitudine a vesti comode, ma se la contingenza non lo permette si cerchi di liberare il corpo da cinture, stringhe o in genere da cose che stringono: flusso sanguigno e respirazione non vanno costretti.

La migliore posizione della colonna vertebrale dovrebbe essere naturalmente verticale: a ciò può venire in aiuto un cuscino posto all’altezza delle reni.

Meglio abituarsi ad una posizione che sia mantenuta nel tempo. Le mani possono cadere sui braccioli o poggiate sopra le ginocchia. Alcuni tengono le mani congiunte (destra sulla sinistra).

Le gambe non vanno incrociate e la base del busto non dovrebbe insaccarsi più in basso rispetto all’articolazione della gamba. A farla semplice l’immagine riassuntiva è data dalle ieratiche statue dei Faraoni in posizione seduta.

Queste sono indicazioni di base, che non hanno nulla a che vedere con l’attività interiore messa in moto nell’esercizio, così come il più volte menzionato tubo di rame è cosa diversa dal liquido che in esso scorre.

Quanto ho scritto favorisce soltanto il mezzo su cui l’esercizio, per molto o moltissimo tempo, poggia come il corpo poggia sulla poltrona.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le altre indicazioni.

Fuori da Eco, ho ricevuto per altre strade alcune perplessità circa le “cose” più elementari di cui scrivo. Sono cose ovvie, mi è stato comunicato. E l’osservazione è giusta.

Ma non trovo del tutto scontato che si diano per scontate le cose semplici perché molti le conoscono ma altrettanti no.

Come già raccontai, io fui fortunato ad avere relazione con personalità di valore e con amici molto attenti e attivi. E, nonostante questo, non fu certo affare di un giorno il liberarmi dai lacci, alcuni sottili e profondi che mi tenevano tenacemente legato a pregiudizi, soprattutto a quegli inconsci, che non si vedono ma sono svegli e attivi nel tenerti al loro guinzaglio. E più erano “ingenui” e tenui, più erano attaccaticci.

Non suona alcun campanello quando, inerzialmente, scivoliamo da quattro o cinque pensieri chiari a zone di nebbia fitta. Il nostro primo compito dovrebbe essere quello di portare alla luce della coscienza desta ogni pensiero che venga pensato, superando, per attenzione cosciente e dedicata, quei groppi e sfilacci di pensieri che vagano come alghe sotto la superficie frenando o incagliando le eliche della nostra barchetta.

In fondo è quello che fece, a ben altro livello, il Dottore con il primo capitolo della Scienza Occulta: trarre a consapevolezza e rettificare i dubbi e i pregiudizi che possono arrestare o alterare lo studio libero e aperto di quanto si legge nei capitoli successivi.

Inoltre so che esistono persone assai dotate, le cui capacità vengono bilanciate negativamente da una solitudine assoluta. Persone che vivono in minuscoli paesi e che non hanno possibilità di rapportarsi a qualcuno: vedono il vivente nella natura che le circonda ma si arrovellano se sia meglio concentrarsi al chiuso o all’aperto. Alcune di queste hanno bisogno anche del pur scarso dialogo che tento con righe di questo genere.

Questo, amici miei, è reale, mentre baloccarsi col pensiero facile sui massimi sistemi è, da Oriente a Occidente, solo una perdita di tempo e un allontanamento dall’essenziale. Dunque “sapersi sedere” è un essenziale? No certo! Ma anche sì (non a caso Maestro Eckhart scrisse: “Ho conosciuto Dio sedendo”).

Dobbiamo essere scandalosamente veritieri con noi stessi. Capita spesso che persino una frase mutuata da Scaligero, come “Via del Pensiero” (la cito a caso), venga detta, ridetta e difesa (oppure offesa) ad oltranza senza che essa, il suo significato, sia chiaro nella nostra coscienza.

Credere che occorra iniziare da un pensiero raffinato o complicato è una maya come tante. Forse fuori di tema comunico un fatto che molti non conoscono. Scaligero, visto che l’impegno (la forza) interiore dedicato era assai spesso inversamente proporzionale ai personali monumenti del sapere e in genere all’intellettualismo, valutò seriamente di introdurre alla Via del pensiero alcune persone preparate soltanto con le basi dell’euritmia, naturalmente messa in pratica. Senza altre mediazioni intellettuali. Contingenze esterne impedirono questo esperimento.

In ogni caso la concentrazione non può essere un rifugio o un’evasione dal karma individuale e dal dharma generale della vita.

D’altronde superare l’invisibile trama di forze che si oppongono alla pratica della disciplina del pensiero è più difficile che conseguire una…laurea universitaria. Sebbene molti uomini normali siano capaci di completare in modo soddisfacente un corso di studi superiori, non tutti sono capaci di creare in sé stessi qualcosa che prima non era presente, cioè la capacità di concentrarsi, anziché di accontentarsi di un semplice bagaglio mentale.

Mi soffermo ora su ostacoli interiori.

Grosso modo, forse l’ostacolo principale riguardante la concentrazione è la natura emotiva e caratterologica incontrollata dell’uomo comune e impreparato. Troppe volte chiamiamo “spontaneità” ciò che ribolle indisturbato sotto di noi senza venir illuminato,temperato e guidato dalla ragione.

Nella tradizione orientale esiste un termine che indica le tendenze mentali e astrali sedimentate. Il termine è “vāsana” (per Ramana: impressioni latenti, lasciate nella mente dalle esperienze trascorse). Mi sembra pratico, come quelli più popolari, come karma, maya, eccetera. Poi, come tutti i termini davvero intraducibili, non può essere difeso dal mio uso bastardo.

I vāsana possono, nella concezione grossolana di buono o cattivo, essere di ambedue le specie, ma per una ascesi sono tutti ostacoli; sono indesiderabili e andrebbero minimamente arginati e nel tempo, meglio ancora, progressivamente distrutti (i 5 ausiliari, come descritti nel loro primo tempo, possono svolgere una grande opera in questo senso).

In parole povere, siamo capaci di rifiutare di occuparcene, almeno quando ci apprestiamo agli esercizi animici? Quali risultati possiamo aspettarci da questi se siamo del tutto incapaci di frenare o sospendere collera o avidità nei confronti di chicchessia e di conseguenza essere come costretti a pensare e sentire incessantemente al tale o alla tal cosa?

Ho indicato il negativo ma anche un irrazionale attaccamento al benessere di chi ci è vicino porta ansia e tensione: così dimentichiamo che possiamo portare amore ma anche rispetto e fiducia per il destino di ognuno. Anche il bisogno di taluni di riconoscimenti sociali e “sogni di gloria” distorcono ed erodono le forze dell’anima.

Insomma, il risultato è che ci si trova incapaci di arrestare o ammansire i pensieri superflui e persistenti.

Perciò disciplinarsi, dominarsi, vietarsi l’influenza dei vāsana è uno dei lavori più severi che l’operatore deve fare in sé.

Mi pare che ben pochi siano coloro che da tali influenze vorrebbero davvero liberarsi: sono ancor meno di quelli che vogliono fare la concentrazione poiché le considerano alla stregua di proprie articolazioni strutturali. Si è potuto vedere spesso come figure dotate di potenziale valore e capacità siano state buggerate da queste forze, istintive e primitive: l’anima va vuotata oppure è tempo perso. 

Un altro ostacolo, relativamente difficile poiché non esce mai allo scoperto è il “materialismo istintivo”. Sembra una contraddizione ma vi sono anime attratte dalla spiritualità eppure incapaci di pensare o sentire qualunque cosa che non possano toccare o vedere: è cosa che può raggiungere un notevole livello di raffinatezza in quanto tali soggetti possono trafficare con i grafici che presentano l’evoluzione dallo stato saturnio, possono ascoltare conferenze o leggerle…ma quando si staccano da tali forme legate alla percezione sensibile, per essi i mondi interiori non esistono più, il pensiero ridiventa un fenomeno astratto e collaterale.

Finché non si giunga ad avvertire una minima oggettività del pensiero o intuire una visione cosmica dell’uomo, il materialismo istintivo è un ostacolo, immanente o latente.

Essere in potere della superstizione è un altro grave ostacolo. Anzi, è una schiavitù della mente. Essa è costretta a pensare torcendo ogni realtà obbiettiva, popolandola di nessi spettrali. Quasi sempre il fratello della superstizione, il fanatismo, soccorre e nutre l’empia sorella.

Mi ricordo che F.G. si rammaricava per aver ricordato sull’Archetipo l’esercizio della moneta (qui ora non lo spiego). Persone “normali” gli scrivevano per avere delucidazioni e chiarimenti sul “responso della moneta”: chiedevano alla moneta cosa avrebbero dovuto fare nel decorso della giornata e via dicendo!

La faccia di una moneta come sostituto alla propria responsabilità d’azione: uno scambio perfetto.

Un’altra barriera che chiude la porta alla disciplina pratica è la mania di leggere troppi libri. Ciò procrastina l’azione all’infinito. Ci si procura un libro interessante perché sembra dire qualcosa di nuovo, poi terminato quello si procede avanti in una interminabile ricerca. Così è possibile trascorrere l’intera vita. Ci si dimentica che i libri sono realmente più numerosi dei mesi e degli anni da vivere. Quindi a che serve leggerne vagonate e poi morire prima di inverare le cose che si sono conosciute?

In certi casi non è una bulimia che spinge il lettore ma una insoddisfazione per quanto ha sinora incontrato. Questi sono i casi in cui la ricerca deve proseguire.

Gli alcolisti e quanti sono dediti ad altri vizi che creano assuefazione non possono, in tali condizioni, praticare la concentrazione. Senza esaminare il lato occulto, la ragione più evidente è che la loro forza di volontà è prossima allo zero. Se le pessime e distruttive abitudini sono irrinunciabili, dove potrebbe trovarsi una forza interiore bastante per sopraffare la pigrizia e l’apatia mentale?

Altro ostacolo che frena da subito la giusta capacità di tentare positivamente il viaggio interiore è la ricerca di “aiuti” da tutte le parti fuorché in sé medesimi. Vi sono spiritualisti in perpetua ricerca di grucce e bastoni. Qui tutto sembra far brodo. Con un atteggiamento assai tipico nei nostri tempi, si desidererebbe che “altro” facesse tutto al posto nostro. E’ con questo imbelle ed ottuso altruismo rovesciato che ci si trascina da una conferenza all’altra o che si saltabecca da una massima morale ad una “immagine spirituale”, succhiando da ciò quello che costituisce l’inazione individuale. Persino la preghiera, in questo caso, ha solo il significato di dire: “Signore, fai tutto tu perché io non ne ho voglia”!

Termino riprendendo la nozione di vāsana che si applica fin troppo bene alla politica.

Con l’eccezione della lettura del limpido testo omonimo di Aristotele, che consiglio caldamente, la “passione” politica è quanto di più lontano possa esserci da un reale cammino interiore. Se idealmente potrebbe essere diverso, nella realtà essa separa, divide gli uomini, accende “fuochi” di oscura origine, genera ideologia e preconcetti giungendo sino all’odio. Anche quando si veste di nobili intenti. Con ciò non giungo ad additare solo la passione partitica ma anche il “carattere politico” che non fa parte di alcun partito ma di un perverso atteggiamento dell’anima come dimostrato pure nell’antroposofia da molte e pessime figure pubbliche: in primis politici e poi antroposofi di rimessa!

Vedremo di trovare ancora qualcosa di buono che possa implementare volontà, pensiero e destità ai fini di una sana disciplina, cioè quella che insegna all’uomo lo svincolamento dalla sfera senza porte dell”enorme autismo egocentrico che lo imprigiona.

Queste cose sono come la fascia di asteroidi: i mille puntolini che orbitano intorno al concentrarsi e al meditare: spesso quelli utili ruotano lontani e gli inutili tanto vicini che impattano l’esercizio sviandolo dalla retta orbita.

Se così non è, è pur qualcosa di simile: a sentire di tutti quelli che dicono di fare le vere operazione, avremmo ad ogni passo iniziati e il mondo sarebbe guarito e salvo.

La natura dei fondamentali è così “semplice” che in realtà articoletti di questo genere non dovrebbero nemmeno essere scritti.

Eppure mi par di vedere nella boccia della visione che così non è, che la mascalzonaggine così propria alle nostre anime, è ingegnosissima nel trovare scuse, travestimenti, nascondigli che evitino l’atto vero e questo avviene all’infinito!

Del resto questa formidabile attitudine già appare in tutta la sua gloria davanti alla lettura seria, di un testo fondamentale e credo ci sia poco da fare. Il Dottore, in parole povere, chiede una cosa sola: di pensare i pensieri che il libro ti offre l’occasione di pensare.

Mi sa che – abbiate pazienza – devo chiarire, e lo faccio nel modo più semplice: da una parte abbiamo un quid che chiamiamo percezione, dall’altra abbiamo il pensiero che incontra la percezione. Dall’incontro dei due, nella coscienza umana si forma un qualcosa che chiamiamo rappresentazione. Fin qui i fatti che non sono né buoni né cattivi (certo, la faccio semplice ma credetemi: non occorre affatto complicarla). Il brutto da bollino nero giunge quando l’uomo, il cosiddetto ricercatore spirituale, si lascia dominare dalle proprie rappresentazioni, come se queste, anziché essere mediatrici necessarie alla conoscenza (come osservava Goethe), fossero inappellabili demiurghi.

Allora sì che diventa possibile stravolgere o smantellare la FdL senza neppure comprenderla dov’è comprensibilissima: le proprie, inappellabili rappresentazioni, anche quando sono solo dei gusci di noce piccoli e vuoti determinano ogni realtà.

Poiché spesso non sono solo gusci vuoti ma strapieni di sentimentalità e passioni: “egoismo conoscitivo” è una geniale espressione del Dottore. 

Allora ogni esortazione a pensare con un briciolo di oggettività diventa un discorso ai sassi.

Amen…torniamo a livello del suolo. Non sarà mai troppo ripetuto che la concentrazione, quando la si realizza, fa a meno di qualsiasi supporto fisico o psichico e che tale atteggiamento di indipendenza del pensiero dovrebbe essere un tentativo continuo anche quando si lavora per arrivarci. Questa indipendenza già la possediamo naturalmente quando l’attenzione viene completamente assorbita nella lettura o nell’osservazione di un fenomeno.

Ma appena determiniamo volitivamente un pensiero del tutto cosciente, iniziano i dolori: non c’è cosa che non inizi a sbraitare in noi, cominciando dalla corporeità.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla difficile intuizione che l’attività del pensiero voluto debba  essere indipendente da ogni condizione corporea e ciò, in pratica, è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le ovvie predicazioni che avete avuto la pazienza di leggere in questa nota.

ALTRO, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA SCIENZA DELLO SPIRITO E LE PROPOSTE INDECENTI

paradiso

Sul numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si presenta come “antroposofica”, ma che ha la celata (molto mal celata, anzi sempre più esplicita…) intenzione di “ortopedizzare” in senso confessionale il pensiero e l’opera di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, ritenuti ambedue pericolosamente dirompenti, uscì un articolo – non firmato, ma con ogni verosimiglianza attribuibile ad una persona precisa – che ha lasciato tutti oltremodo perplessi. Alcuni amici, che come me avevano avuto modo di leggerlo, mi hanno chiesto di affrontare varie affermazioni contenute in tale articolo, e di dire coram populo senza infingimenti quel che ne pensassi, soprattutto alla luce della Scienza dello Spirito e della Via del Pensiero che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno trasmesso.

L’invito fattomi da questi amici è maliziosamente birbonissimo, perché costoro sanno molto bene come io la pensi in proposito, e conoscono quanto io sia oltremodo polemico per carattere e collerico per temperamento. Costoro sanno altresì benissimo com’io, presentandosene l’occasione, giammai rifugga dal mettermi nei guai con l’azzuffarmi una volta sì e l’altra pure, anzi come i guai, io – saepe et libenter – li vada sconsideratamente cercando e, a loro dire, dentro voluttuosamente vi sguazzi. Ma, in fondo, perché deluderli, questi simpatici amici così birbonissimamente maliziosi? Che cos’altro potrei oramai perdere, dopo che per decenni sono stato fatto oggetto delle “premurose” e “caritatevoli” attenzioni – cristianissime, si capisce – di coloro che hanno sempre sulla bocca espressioni come “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, “guardare sempre al punto di luce nel cuore dell’altro”, “mitezza”, “mansuetudine”, “compassione”, “disponibilità”, ed altre “virtuose” espressioni, altamente commendevoli peraltro, mentre che nella mano gli stessi “caritatevolmente” stringono quel pugnale, preventivamente immerso nel veleno, col quale darti il Dolchstoß, ossia quella pugnalata inferta rigorosamente alle spalle, tra le scapole o nelle reni, che solo da “fraterni amici” puoi ricevere, anche se non te la dovresti o vorresti aspettare?!

E siccome, oramai da decenni, il look e la reputazione me li sono irrimediabilmente rovinati, mi posso ben permettere una libertà di parola che altrimenti non userei. Evidentemente non tutto il male vien per nuocere, e persino le più grandi sciagure possono presentare notevoli e inaspettati vantaggi, ed avere addirittura talvolta persino lati divertenti. Ma veniamo al nostro argomento. Leggendo il suddetto articolo, ci è capitato di soffermarci in modo particolare sulle parole:

«La partecipazione ai riti religiosi è anch’essa una scelta libera, come in un àmbito del tutto profano, la partecipazione alle competizioni elettorali, la militanza in un partito, ecc. Lo è anche l’accedere ai sacramenti, la cui natura rinnovellatrice chiede all’asceta la consapevolezza di ripercorrere con essi, in forma simbolica e talvolta comunitaria, esperienze relative al meditare di profondità, al puro percepire, al volere consacrato, al sentire celeste. Sono queste esperienze a rendere facoltativa la loro pratica, ma in quanto condizioni o gradi di coscienza ricevuti in dono possono essere testimoniati, non per sola fede o pia attitudine come d’ordinario, là dove le circostanze lo richiedano. Essi sono l’occasione per dar prova di un discepolato e di un culto sovrasensibile indipendenti, perché antecedenti, dal magistero e dalla mediazione formale».

Quando lessi queste parole, confesso che mi si gelò letteralmente il sangue nelle vene. A parte il fatto che la politica – nell’attuale immondo mondo, ogni tipo di politica, sia essa di destra, di centro o di sinistra, moderata o radicale – è cosa sudicetta assai, ed oramai sempre di più se ne accorgono anche le persone semplici e meno edotte in materia, come dimenticare la più che giustificata avversione di Massimo Scaligero per la politica tutta intera, senza eccezioni di sorta? Egli affermava apertis verbis che i politici erano dei medium, posseduti da forze impersonali le quali, dopo averne scalzato l’io, li usano come pupazzi, come burattini svuotati di ogni sostanza interiore autentica. Egli insisteva sul fatto che nella politica vengono ad espressione i più bassi e peggiori istinti dell’uomo animale, rivestiti di una illudente verbosa dialettica, la quale può fingere la presenza di qualsiasi idealità, ma che nella sostanza è veicolo del più mendace e spietato cinismo. Ogni politica, e qualsiasi ideologia, di qualsivoglia orientamento e colore, è la manifestazione e lo strumento del Principe dell’Oscuro Pensiero: non vi è mai, in realtà, nella politica una lotta tra bene e male, bensì una lotta tra mali di segno contrario, ossia una lotta tra dèmoni, sempre tra loro segretamente concordi, sia pur nell’apparente discordia, al fine di eccitare, ovunque e sempre, brama, paura ed avversione, e spingere così i rispettivi seguaci al reciproco massacro. Quello messo in atto da tali dèmoni si chiama “giuoco delle parti”. E mi ricordo bene quel che A.V., discepolo di Massimo Scaligero sin dall’immediato dopoguerra, mi raccontava a proposito di come questi levasse brutalmente la pelle di dosso a lui e ad E.E. perché con giovanile foga si erano dati alla politica attiva, nell’illusione sentimentale di servire i propri ideali. Un episodio analogo me lo raccontò M.D., che assieme a D.E., allora adolescenti ambedue, si erano dati ad un entusiastico attivismo politico: in questo caso Massimo Scaligero procedette al loro decorticamento non in un incontro personale, bensì pubblicamente, all’interno di quella riunione del martedì, ch’egli teneva a Roma nel suo studio di Via Cadolini, con il gruppo dei giovanissimi. Per Massimo Scaligero l’esoterismo era ed è affatto incompatibile con ogni forma di politica.

Per cui mi stupii alquanto, allorché anni fa mi giunse da oltre oceano la telefonata di una persona, la quale perorò, come cosa doverosa, una mia auspicata compromissione con la politica e quella della Comunità spirituale, “perché noi – a suo dire – dobbiamo portare lo Spirito nella politica”. Gli obbiettai che a mio parere quel ch’ei proponeva mi sembrava l’esatto contrario, ovverossia un portare la politica, e le sue sozzerie, nella Scienza dello Spirito. Ora, se già è inaccettabile, oltre che inutile, il versare acqua pura di fonte in uno stagno putrido, ché ciò servirebbe solo a sporcare l’acqua versata e a smuovere il fango del fondo, lo è ancor più il versare graveolenti e sozzi liquami di fogna nelle pure linfe di un’acqua di sorgente. E proprio questo sarebbe stato il risultato della sua proposta indecente, se accolta e attuata. Naturalmente rifiutai e la lunga telefonata – come facilmente intuibile – finì a male parole. Il rifiuto fu motivo, una volta di più, delle suddette “premurose” e “caritatevoli” attenzioni, sempre cristianissime, ovviamente.  

Ben più indecente e ben più pericolosa è, invece, la proposta avanzata, anzi – come vedremo – imposta, dall’anonimo articolista sopra citato. Ci vien detto, abbastanza esplicitamente, che la Via del Pensiero non sarebbe l’assolutamente nuovo nell’evoluzione spirituale dell’uomo e del mondo, l’elemento radicalmente diverso e mai prima venuto ad esistenza nell’universo, e quindi ignoto anche agli Dèi, i quali ne attendono dall’essere umano la realizzazione e il dono come Autocoscienza, Libertà e Amore. Ci viene, invece, affermato che quel che l’asceta cerca nell’individuale meditare profondo, nella percezione pura, nell’ascesi della volontà e in quella del sentire – la disciplina della Concentrazione non viene neppure nominata, ma già sappiamo come per l’anonimo articolista essa possa essere una pratica potenzialmente molto pericolosa la quale, se non proprio abolita, dovrebbe essere perlomeno alquanto limitata nella durata e nella frequenza – già si troverebbe presente, a suo dire, nei sacramenti della liturgia della chiesa cattolica, i quali avrebbero una mirabile “natura rinnovellatrice”, la cui “virtù” l’asceta “sacerdotalmente consapevole” è chiamato a testimoniare, anche comunitariamente, ove “le circostanze sociali lo richiedano”.

Beh, se così fosse, non si vede proprio il motivo di impegnarsi in un’ascesi individuale, oltremodo esigente, nonché indubbiamente molto dura e faticosa, se quel che si va cercando fosse già presente in sacramenti e riti, vecchi di molti secoli, della chiesa cattolica. Che quel che per la Scienza dello Spirito è l’assolutamente nuovo, sia in essi presente è cosa di cui – a parer mio, ma non solo mio – è lecito dubitare fortemente. Ma non solo di una tale presenza, come vedremo, è lecito e savio fortemente dubitare. Infatti, una tale libera scelta – l’accostarsi ai sacramenti e partecipare alle liturgie comunitarie o meno – in realtà non esisterebbe, e l’innominato autore dell’articolo citato lo mette in evidenza, poche righe dopo, con parole che non lasciano soverchie illusioni circa “compassione”, “mansuetudine” e “mitezza” da adoprarsi nei confronti di chi operi una tale hàiresis, ovvero una scelta diversa da quella dogmaticamente prescritta dal Sacro Soglio pontificio. Infatti, così come l’infallibilissimo papa Pio IX, proclamato beato da uno dei suoi successori (che a Roma e altrove non pochi “scaligeropolitani”, in maniera insana e improvvida, anni fa proclamavano entusiasticamente “essere antroposofo”, mentre in realtà è ben documentata la sua attiva opera di distruzione dell’esoterismo in generale e dell’Antroposofia in particolare), nella enciclica Quanta cura del 1864 e nell’annesso Sillabo, dichiarò ex cathedra essere “delirio, cioè la libertà di coscienza e dei culti”,  e così il nostro articolista in maniera sommessamente minacciosa, ma neanche poi tanto sommessa, afferma:

«Si può parimenti decidere di non accedervi proprio per non turbare, in determinate circostanze, il succitato tenore interiore, ma sarebbe proprio per questo mortificante sottrarvisi a causa di un pregiudizio ideologico scampato al setaccio autoconoscitivo o per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà. Soprattutto occorre verificare, con sacra onestà e sincerità, che la ripulsa, in questo caso del rito cattolico – ma sarebbe la stessa cosa nei confronti di altre chiese, e perfino di altre religioni – non celi in realtà l’opposizione segreta al Cristo, per l’impossibilità pagana – non certo dello spirito olimpico commovente ed eccelso dei Misteri, di un Socrate, Plutarco, Apuleio, o Seneca – di concepirne l’incarnazione la morte e la resurrezione, ossia il passaggio della trascendenza attraverso l’immanente, compiuto per un inconcepibile impulso d’amore dissipante l’autorità dei vecchi dei, questi sì ordinanti l’uomo in una rigida chiesa interiore».

Queste parole, messe nero su bianco dal nostro anonimo articolista, mostrano quanto poco sinceramente, a mio modesto giudizio, egli creda nella libertà – la stessa concessione nei confronti di altre chiese cristiane o di diverse religioni, nella fattispecie orientali, naturalmente è puramente formale e di facciata – ed evidenzia quanto poco egli riesca a concepirla se non come adeguamento alla norma dogmaticamente prescritta, perché per lui scegliere, more haeretico, di sottrarsi ad essa in nome di quel “delirio”, “errore velenosissimo”, che per Pio IX, come per il suo predecessore Gregorio XVI, è la libertà di coscienza, è naturalmente cosa perversa, che il beatificato pontefice, spietato carnefice di innumerevoli italiani, dall’altezza della sua dogmaticamente proclamata infallibilità, alla quale tutti i cattolici devono obbligatoriamente credere, nella suddetta enciclica Quanta cura, così stigmatizzava: «E mentre affermano ciò temerariamente, non pensano e non considerano che essi predicano la libertà della perdizione».

Già il suo predecessore, Gregorio XVI, nell’enciclica Mirari vos, del 15 agosto 1832, con tono apocalittico, così tuonava contro la libertà di coscienza: «Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo a cui appiana il sentiero quella assoluta e smodata libertà d’opinare che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata, provenire da siffatta licenza alcun comodo alla Religione. “Ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore?” diceva sant’Agostino. Tolto infatti ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il pozzo dell’abisso […]. Di là infatti proviene l’instabilità degli spiriti, di là la depravazione della gioventù, di là il disprezzo nel popolo delle cose sacre e delle leggi più sante, di là in una parola la peste della società più di ogni altra funesta».  

Personalmente, mi fa una notevole impressione il papale richiamarsi di Sua Infallibilità ad Agostino di Ippona, l’attivo e solerte persecutore di pagani, cristiani ariani, e manichei – quest’ultimi da lui vilmente traditi, derisi, infamati e calunniati con la coscienza di mentire, come gli rimproverò apertamente il suo antico amico, il manicheo Secondino – contro i quali chiese e ottenne l’uso del braccio secolare del Proconsole romano d’Africa. E contro i manichei egli fece impiegare la tortura talché, come egli stesso scrive, diligenter investigati, vix confessi sunt, ovverossia, i poveri manichei, fatti torchiare per benino, a malapena, e faticosamente, il torquator, torturatore e torcitore delle loro povere membra, riuscì nell’impresa di farli confessare. Né ciò bastò al solerte vescovo di Ippona: egli volle che il torquator, con le sue male arti e “competenze” professionali, trasformasse i malcapitati manichei da rei confessi in “pentiti collaboranti”, ossia che venissero trasformati, aut spinte aut sponte, in delatori dei propri compagni di fede, senza omissione alcuna di nomi od omertoso occultamento di fatti. In quegli stessi anni, a cavallo tra il III e il IV secolo d.C., avvenivano a Roma e in tutto l’Impero, per volontà dell’imperatore Teodosio e dei suoi pii ed augusti successori, la proibizione, pena la morte, di ogni culto pubblico e privato degli antichi Dèi, la chiusura dei Misteri di Eleusi prima e, in seguito, la distruzione nel 396 del Telesteriondel Tempio di Demetra, la Cerere Eleusina dei Romani, da parte dei Goti di Alarico, guidati da “cristianissimi” monaci nerovestiti. Ad Alessandria d’Egitto, in quegli stessi tragici anni, avvenne la confisca dei beni e l’espulsione degli ebrei, la distruzione del Tempio di Serapide, il rogo della sua mirabile biblioteca, l’assassinio da parte di altri monaci nerovestiti, con modalità particolarmente efferate e raccapriccianti, della sapiente filosofa, Iniziata e Ierofantide, Ipazia, la figlia del matematico Teone.

Ma perché, ci si potrebbe chiedere, tanto accanimento, sin dalle origini della chiesa, soprattutto nei confronti di coloro che, pagani o cristiani che fossero, non si piegavano a conformarsi a credere i dogmi prescritti e alla “osservanza”, ossia alla disciplinata partecipazione ai sacramenti e alla liturgia, di cui la chiesa pretende in privativa l’esclusivo monopolio? Le ragioni sono molte, ma in definiva son tutte riconducibili alla fatale opposizione di Scienza o Conoscenza e fede, della quale ho avuto modo di scrivere nel mio precedente articolo. Entrando più a fondo nel retroscena spirituale si tratta dell’opposizione, della radicale contrapposizione, tra Jahvè e il serpente del giardino dell’Eden, serpente caro agli gnostici ofiti o naasseni, il quale col frutto dell’Albero della Conoscenza dona agli esseri umani, tramite Eva, madre dei viventi, quella Gnosi o Conoscenza che rende “come gli Dèi, conoscitori del bene e del male”: Eritis sicut dii, scientes boni et mali. La cosa suscita apprensione, invidia e gelosia in Jahvè-Adonai, il quale – come ho avuto già modo di scrivere – mal vede la nascente autocoscienza e libertà dell’uomo, al punto di dire nel noto passo del Sepher Bereshith ebraico, o della Genesis greca e latina: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». È lo stesso contrasto fatale che si presenta, sino a diventare aperto conflitto, tra Caino e Abele, tra Hiram e Salomone, tra Promèteo ed Epimèteo.  

Ed è notevole che Rudolf Steiner non solo parli in termini altissimi degli antichi gnostici, dei quali elogia la profondissima sapienza, ma è ancor più notevole addirittura ch’egli dia come temi di meditazione e mantram, invocazioni tratte da un testo attribuito agli gnostici valentiniani, la Pistis Sophia – in GA-165, p. 132 – e addirittura un salmo – in GA-40, p. 183 – di quegli gnostici ofiti (dal greco ὄφις-òphis, “serpente”) o naasseni (dall’ebraico ‏נָחָשׁ‎ , nachash, ugualmente “serpente”, variamente trascritto come nahas naas). Questi gnostici, non solo gli ofiti o naasseni, ma anche i cainiti e i perati ad essi affini, del II secolo d. C., non disprezzavano affatto il serpente del giardino dell’Eden, tanto vituperato nell’Antico Testamento, e anzi lo veneravano come essere divino, e precisamente come  essente l’Anima Mundi, cioè come quella Anima del Mondo che, similmente alla Mente del mio amato Virgilio – secondo il quale in Eneide, VI, 727, Mens agitat molem, ovvero che lo Spirito tutto anima, vivifica e muove, compresa la materia apparentemente inerte – e lo veneravano come colui che, inviato di Sophia (la quale, ad insaputa del malvagio Demiurgo del mondo materiale, aveva instillato negli uomini una scintilla divina), ha donato ad Eva e ad Adamo, col frutto dell’Albero della Conoscenza, quella Gnosi, che libera l’uomo dalla schiavitù alla fatale necessità del mondo fisico, fattura dell’arrogante Demiurgo, ch’essi identificavano con lo Jahvè dell’Antico Testamento. 

La cosa giunse presto all’orecchio dei Padri della nascente chiesa cristiana, i quali ne lasciarono ampia polemica e calunniatrice testimonianza, ed iniziarono una lotta feroce al fine di estirpare la Gnosi, lotta che dapprima fu solo verbale, ma a partire dal IV secolo, una volta impadronitisi i cristiani del potere politico, anche sanguinosamente violenta. Abbiamo, a proposito della loro concezione, la testimonianza – una tra le tante – di uno dei primi Padri della chiesa, Ippolito, il quale ci riporta un testo di questi ofiti-naasseni (Refutationes V, 16,9 s.):

«Questo Serpente universale è anche la Parola sapiente di Eva. Questo è il mistero dell’Eden: questo è il fiume che scorre dall’Eden. Questo è anche il se­gno con cui è stato marcato Caino, il cui sacrificio non fu accettato dal dio del mondo, mentre egli accettò il sacrificio sanguinoso di Abele: perché il signore di questo mondo si diletta del sangue. Questo Serpente è quello che apparve in for­ma umana negli ultimi giorni al tempo di Erode …».

È evidente che sia al serpente dell’Eden che a Caino viene dato dagli gnostici ofiti e cainiti un significato “pneumatico”, ossia un significato spirituale elevato, e in qualche modo il serpente dell’Eden viene identificato con la Sapienza e con la Parola, ossia con il Logos stesso. Del resto, là dove nell’unico punto dove nel Vangelo di Giovanni, Cap. III, 14-15, si parla del serpente, il Signore ne parla in termini più che positivi: «E come Mosè innalzò nel deserto il serpente, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna». Il riferimento è al libro dei Numeri, XXI, 8-9, dove gli ebrei ribelli sono afflitti da serpi velenose, per cui vien detto nella traduzione ottocentesca del Martini: «E il Signore gli disse: Fa un serpente di bronzo, e ponlo come segno: chiunque essendo ferito lo mirerà, avrà vita. Fece adunque Mosè UN SERPENTE DI BRONZO, e lo pose come segno: e mirandolo quelli che eran piagati, ricuperavan la sanità». E nel libro della Sapienza, XVI, 4-7, viene ricordato che: «Perocché conveniva che irremediabil rovina venisse sopra di quelli che la facevano da tiranni: a questi poi solamente si dimostrasse in qual guisa straziati fossero i loro nemici. E allora quando contro di questi infierirono bestie crudeli, eglino erano messi a morte per le morsicature di velenosi serpenti. Ma non per sempre durò il tuo sdegno, ma per poco tempo furono spaventati per loro emendazione, avendo ricevuto il segno di salute, perché si ricordassero de’ comandamenti della tua legge. Al qual segno chi si rivolgeva, diventava sano, non in virtù dì quel ch’ei vedeva, tua per grazia di te salvatore di tutti». Il Signore, nel dialogo notturno con Nicodemo, stabilisce un parallelo ben preciso tra quel segno di salvezza – ossia il serpente di bronzo innalzato sulla croce a forma di Tau – e «il Figliuol dell’uomo innalzato». Quanto alla somiglianza con le parole che il serpente rivolge ad Eva, in Giovanni, X, 34-35, il Signore dice: «Rispose loro Gesù: Non è egli scritto nella vostra legge: Io dissi: siete dii?  Se dii chiamò quelli a’ quali Dio parlò, e la scrittura non può mancare, a me, che il padre ha santificato, e mandato al mondo, voi dite: Tu bestemmi: perché ho detto: Son Figliuolo di Dio?».   

Va da sé che se, come l’Ulisse dantesco, noi non “vogliamo viver come bruti”, ma al contrario “seguir virtute e canoscenza”, per realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, è assolutamente necessario che gustiamo il frutto dell’Albero della Conoscenza e che tendiamo la mano pure al frutto dell’Albero della Vita, ma un tale atto non è gradito al geloso ed arrogante Demiurgo, il dio di questo mondo, il quale considera l’uomo – direbbero in India –“un animale utile agli Dèi”, e l’umanità “bestiame” parimenti “utile”, ed egli non vuol certo perdere capi di bestiame o intere mandrie. Né tampoco un tale atto può risultare gradito ad una chiesa per la quale i fedeli sono “agnelli”, “pecorelle” e “gregge” da pascolare, mungere e tosare, per cui è chiaro che se i “fedeli”  conquistano Scienza e Conoscenza e – per usare una espressione di Dante – cominciassero ad essere “uomini e non pecore matte”, la chiesa perderebbe tutti i clienti: per lei sarebbe davvero un pessimo affare. Per cui non è tollerabile per Jahvè e per la chiesa che l’uomo voglia affrancarsi da ogni vincolo, che voglia non credere, bensì conoscere, che voglia essere unica legge a se stesso, e libero.

E ciò porta alla concezione che la chiesa cattolica ha del cosiddetto “peccato originale”, ossia di quella colpa – a parer mio, e non solo mio, felicissima culpa – compiuta dai nostri progenitori Adamo ed Eva, con l’accettare l’invito fatto dal serpente nel giardino dell’Eden a gustare il frutto dell’Albero della Conoscenza. Infatti, si può leggere nel mai abrogato Catechismo di S. Pio X, alla domanda n° 70, le seguenti parole: «Che peccato fu quello di Adamo? II peccato di Adamo fu un peccato grave di superbia e di disubbidienza». Ecco perché l’ignoto articolista attribuisce il non accostarsi ai sacramenti della chiesa cattolica – delle altre chiese e religioni diverse, malgrado altisonanti affermazioni in senso contrario, in realtà, come direbbe la mia amica S., non gliene importa un tubero – a colpa grave e per lui sarebbe «mortificante sottrarvisi a causa di un pregiudizio ideologico scampato al setaccio autoconoscitivo o per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà», il non voler partecipare alla liturgia della medesima.  

Curioso, poi, è l’uso da parte dell’anonimo articolista dell’aggettivo verbale “mortificante”. Infatti, tale participio alla lettera significa “che fa morire”, “che dà o provoca la morte”. E chiunque abbia letto il libro mosaico della Genesi, sa bene che a destinare l’uomo alla morte non è il serpente, che donandogli il frutto dell’Albero della Conoscenza, gli dona al contempo la Gnosi liberatrice, bensì il geloso, vendicativo, e dispettoso Jahvè, il quale non tollera il fatto che «ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». Perciò Jahvè cacciò via l’uomo dal giardino d’Eden, e pose ad oriente del giardino d’Eden un Angelo con la spada fiammeggiante sguainata, «per custodire la via dell’albero della vita». E la chiesa, per non esser da meno dell’invido Demiurgo, per molti secoli ha condannato coloro che, ad essa disobbedienti, facevano una “scelta”, hàiresis, da lei giudicata appunto “eretica”, prima alla morte corporea tra le fiamme fisiche del rogo e poi – a suo dire – a quella spirituale tra le fiamme dell’Inferno. Beh, arrivato oramai alla mia non più verde età, ancora devo capire qual male vi fosse nel voler divenire, come gli Dèi, conoscitori del bene e del male, e soprattutto liberi. 

Invece, nel Vangelo di Giovanni, XIV, 6, il Signore dice: «Io sono la Via, la Verità e la Vita», cioè Egli, ovvero l’Io Sono, principio e fondamento dell’autocoscienza dell’Io, contrariamente al Demiurgo arrogante e geloso, non condanna affatto alla morte, bensì apre il varco ed è la Via per giungere a conoscere la Verità e gustare il frutto dell’Albero della Vita. Infatti, nel precedente Cap. VIII, 32, Egli proclama: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Per me, semmai, oltremodo “mortificante” – al contrario di quanto afferma l’anonimo articolista – è il rinunciare all’impresa spirituale, l’intrupparsi in un gregge, l’obbedire disciplinati e fidenti, senza fare domande inopportune ed importune, ad un pastore, il calunniare coloro che non si piegano alla mediocrità e alla meschinità del gregge, il diffamare la Via del Pensiero, la Concentrazione, chi le pratica, e il Maestro che ce le ha donate.

Non è vero che l’anonimo articolista, malgrado le comode affermazioni di facciata, metta alla pari, ossia, per così dire, sullo stesso piano la Scienza dello Spirito e Via del Pensiero, che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci hanno mostrato, e la partecipazione alla vita sacramentale e liturgica della chiesa cattolica. Infatti, in un numero precedente della suddetta rivista, egli – proponendo, come rimedio di salvezza, una orripilante e agghiacciante “circoncisione eterica” – scriveva che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», il che è apertamente contro quanto Rudolf Steiner indica per es. nel V capitolo della Scienza occulta nelle sue linee generali, e Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente, nonché nell’intera opera di ambedue. Del resto, io stesso ebbi modo di udire dalla sua bocca – suis ipsissimis verbis – che «la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata», e che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo» – frase che, come uno slogan o un ritornello, sappiamo essere il cavallo di battaglia dei fans della «via dell’anima». 

Infatti, il nostro anonimo articolista cerca, con consumata e suadente arte dialettica, di dare per scontato che il cristianesimo e la religione coincidano con la chiesa cattolica e la sua liturgia, sfumando in uno stile passabilmente contorto i molti punti problematici, che invero potrebbero lasciare perplessi i lettori più avvertiti. E, con ragionamenti contorti, cerca altresì di instillare sottilmente nei lettori una “salutare” diffidenza nei confronti di un esoterismo e di una Via del Pensiero, ed eziandio nei confronti di coloro che non ne vogliono saperne di piegarsi disciplinatamente alla contortodossia di una chiesa, da sempre nemica di qualsiasi gnosi, e di ogni esoterismo che portino all’esperienza e alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il nostro articolista, inoltre, cerca di far passare l’idea che l’esoterismo, compreso quello rosicruciano e antroposofico, non siano altro che la continuazione e il prolungamento – il completamento, a suo parere –  di quanto vi sarebbe già nell’insegnamento della chiesa, mentre è vero esattamente il contrario. Qualsiasi volontaria autonomia o, peggio, qualsiasi critica da parte di impenitenti esoteristi nei confronti del magistero ecclesiatico, dal nostro articolista viene stigmatizzata come grave e nefanda colpa, che cela una consapevole o inconsapevole avversione al Christo, e da lui additata alla pubblica riprovazione. Egli – peraltro amico e frequentatore di ambienti che si definiscono “cattolico-tradizionalisti”, e che in realtà sono, in àmbito religioso e sociale, quanto di più reazionario, integralista e fondamentalista, con tentazioni “politiche” alquanto problematiche – rimprovera alla chiesa cattolica unicamente quello che gli ambienti più reazionari di essa le rimproverano da tempo, e pure con parole assai più dure delle sue. Ma il nostro articolista è uso ad esprimersi con una – chiamamola così… – prudenza benedettina, come nel seguente passo:

«A ben vedere, dunque, la responsabilità delle chiese, anche dal punto di vista storico, incomincia quando, a seguito di una lettura psicologica o sociologica dei Vangeli, esse si volgono con convinzione, e inevitabile rozzezza, alle molteplici applicazioni del pensiero che è stato chiamato “spaziale”, recidendo le radici platoniche e aristoteliche dal cui coinnestarsi, fin dalla stagione più luminosa della loro storia, sarebbe potuto nascere il tronco del riconsacrato Albero della Conoscenza, i cui frutti, al contrario del Pomo fatale, avrebbero avuto il sapore di cielo e terra insieme».

A parte la poetica “venustà del periodare”, come la chiamerebbe quel paganaccio di Arturo Reghini, la degenerazione – e il tradimento spirituale – della chiesa, non risale certo ai tempi recenti del modernismo del primo Novecento, scomunicato da papa Pio X, o a quelli recentissimi della fumosa teologia della liberazione, ma è ben più antica. Infatti, risale – già secoli prima dell’infamissimo Costantino – alla calunnia dei Misteri del mondo classico, alla calunnia e alla lotta contro la Gnosi ed ogni forma d’Iniziazione cristiana, e una volta impadronitisi del potere politico, alla persecuzione e allo sterminio degli Iniziati pagani, dei cristiani ariani, dei manichei, della crociata contro i catari nell’Occitania medievale e in Italia (roghi con centinaia di “eretici” a Montségur e nell’arena di Verona, per menzionarne solo due tra migliaia di casi), lo sterminio dei Templari, gli orrori dell’Inquisizione, lo sterminio di intere popolazioni in America latina, la Guerra dei Trent’Anni che in Germania portò allo sterminio di metà della popolazione (otto milioni di morti, una intera città come Halle passata a fil di spada…) proprio al fine di annientare l’impulso rosicruciano appena allora affacciatosi, le guerre di religione e la “notte di San Bartolomeo” in Francia, l’assassinio per combustione sul rogo di esseri luminosi come Francesco Stabili, detto Cecco d’Ascoli (e per poco il suo amico Dante Alighieri non fece la stessa fine), Jan Hus, Giordano Bruno, la persecuzione e l’assassino “lento”, o forse invece repentino, di Alessandro Conte di Cagliostro,  la “crociata” del Cardinal Ruffo e dei suoi sanfedisti contro l’eroica Repubblica napoletana del 1799, affogata – con episodi di autentica “matta bestialità” – nel sangue per le strade e sui patiboli di Piazza del Mercato, a Napoli, la violenta persecuzione dei patrioti italiani, la loro diffamazione e la recente falsificazione del Risorgimento da parte clericale, che oggi ha la sfrontatezza di rivendicarne paternità e attuazione, per dirne solo pochissime: tutte cose delle quali per il nostro anonimo articolista non si deve parlare. Per lui è preferibile rivolgere accuse all’esoterismo:

«È tuttavia singolare, da questo punto di vista, che vi siano ambienti esoterici che rimproverano alla chiesa quello che potrebbero altrettanto giustificatamente rimproverare a se stessi. Della chiesa, essi che avrebbero dovuto percorrere il sentiero più alto e difficile, riproducono le dinamiche interne: essi che di quell’Albero avrebbero dovuto sorvegliare e incoraggiare la crescita, pur avendolo visto, non riescono a valicare il confine spaziale della conoscenza e a stabilire da anima ad anima la relazione resa possibile dalla comune frequentazione del lόgos [sic] nel pensare».

Dal nostro solerte, indubbiamente intelligente e abile – sin troppo – anonimo articolista, viene risolta e risolta, invero, con disinvolta eleganza ed una audace petizione di principio, la situazione di progressiva degenerazione e decadenza della chiesa cattolica. Ecco come si esprime qualche riga dopo la precedente considerazione di accusa delle cerchie esoteriche, che non si allineano alle posizioni del magistero ecclesiale e non intendono riconoscerne l’autorità:

«È inevitabile, e sotto certi aspetti perfino comprensibile, che già al secondo anello di trasmissione di un magistero, tanto più quanto più esso sia stato di incomparabile fattura, il pensare, anche per sincera devozione, tenda ad adagiarsi orizzontalmente sulla sua autorevolezza, consegnando agli anelli successivi una forza progressivamente meno viva. Ciò non era grave ai tempi in cui l’attuale funzione del pensare era assolta dalla ripetitività dei riti, il cui principale obiettivo era distruggere e ricreare il cosmo, annientare lo spazio e rinnovare l’atto originario; non è stato grave sino a pochi decenni addietro, quando per esempio la tradizione cattolica risolveva le sue molte contraddizioni con la fiducia assoluta nei sacramenti, consapevole di trasmettere con essi qualcosa di non toccato  dall’umanità dei trasmissori, al riparo dalla loro inadeguatezza e partecipato dalla fede vivificante dei semplici, in uno scambio tra officianti e officiati che poteva non eccezionalmente evocare il sacerdozio invisibile di entità aiutatrici. L’affievolirsi di tale certezza, che nei secoli ha nutrito l’essenza della fede antica e sostanziato la vita morale e di pensiero del cattolico, edificato le cattedrali gotiche e la filosofia scolastica, ispirato poemi e opere d’arte, animato ordini monastici e cavallereschi, ha lasciato man mano prevalere la dialettica della mediazione e della strategia politica – nella cui forma il Cattolicesimo si era calato già dal suo approdo nella città dei Cesari – fino a depotenziarsi nell’adesione alla communis opinio dei grandi temi sociali. Da Chiesa dello spirito, a Chiesa dell’anima e infine dei corpi».  

A tutto questo bel discorso, una volta spogliato dagli artefici dialettici e dalle figure retoriche, vi è molto da eccepire. Rudolf Steiner è chiaro che più non si potrebbe esserlo, sul fatto che fine e mèta che la chiesa cattolica si propone è la paralisi, la narcosi e l’annientamento dell’anima cosciente nell’uomo, mostrando apertamente la Schattenseite, il lato tenebroso della decadente liturgia cattolica. E questo sin dai suoi inizi, quando ancora era molto lontana dal mettere le sue mani grifagne sul potere politico romano. Strumento per realizzare paralisi, addormentamento e distruzione dell’anima cosciente, un tempo e ancor oggi, è la ritualità, della quale essa fa un uso magico, e non sacrale e religioso. Come mette in rilievo Rudolf Steiner nel ciclo Il mistero della Trinità, GA-214, nella conferenza del 23 luglio 1922, la chiesa attraverso un collegio pontificale segreto, tenuto in Italia nel III-IV secolo, iniziò la lotta per combattere col ferro e col fuoco il principio della Iniziazione, per distruggere ogni traccia di quei testi che non erano per lei accettabili, per modificare a suo libito e comodo gli altri, dichiarando infine che la rivelazione doveva considerarsi definitivamente chiusa, e che all’esperienza spirituale diretta doveva da allora in poi sostituirsi il dogma. La chiesa agì decisamente con azione di saccheggio: rubò e confiscò la morale agli ebrei, la filosofia ai greci, la religione e i suoi riti a romani ed egiziani. Tutta la liturgia è tratta dai riti delle religioni classiche, dalle cerimonie dei Misteri soprattutto eleusini, mitriaci, isiaci e romani. Persino il titolo di pontifex maximus del quale si fregia il capo della chiesa cattolica è stato rubato, anzi violentemente scippato, alla sacertà della antica religio romana. Questo è ampiamente ammesso nell’insegnamento all’interno delle pontificie facoltà di teologia, ma non deve essere detto al popolo, che deve rimanere, ignorante e ciuco.  

Quanto ai sacramenti della chiesa primitiva, persino il padre Antoine Dondaine, il domenicano scopritore del Liber de duobus principis, da molti attribuito al cataro bergamasco Giovanni di Lugio, riconosce apertamente che i riti della “Chiesa d’Amore” catara erano di origine apostolica, ed i soli praticati dalla chiesa primitiva, prima delle successive stratificazioni rituali dovute al saccheggio delle religioni e dei Misteri del Mondo Classico, ovverossia la traditio orationis con la trasmissione rituale del pater noster, il consolamentum o battesimo spirituale con l’imposizione delle mani, la fractio panis come simbolo del panis supersubstantialis, la lettura in comune della parola evangelica come presenza e nutrimento spirituale da parte del Verbum o del Logos, e questo nella sua spartana semplicità era tutto. Come scrive, nel Seicento, alla fine della Prefazione al suo Novum Lumen Chemicum l’Adepto rosicruciano Michele Sendivogio, Simplicitas sigillum Veritatis.

Quanto poi alla “confessione”, posso testimoniare che Massimo Scaligero a molti di noi disse esplicitamente che era “una turlupinatura”. Mentre per quanto riguarda la messa cattolica, voglio riportare un colloquio avvenuto nel 1919, subito dopo la fine della prima Guerra Mondiale, tra Rudolf Steiner e il conte Ludwig Polzer-Hoditz, suo discepolo molto intimo, e perché non si dica ch’io m’invento le cose – questo tipo di pratiche le voglio lasciare tutte a chi agisce “creativamente” sull’opera di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero con “chirurgici” interventi editoriali, di tipo “cosmetico” a fini ideologici e confessionali, con eliminazione di parti e trapianto di altre, nonché col raccontare la loro storia in maniera altrettanto “creativa” – riporterò alla lettera il testo tedesco di parte dell’interessante colloquio, e la sua traduzione:

Rudolf Steiner: Da habe ich gewusst, dass wir den Michael-Dienst  wieder aufrichten müssen nach dem Krieg. Denn die katholische Messe gehört einer untergehenden Epoche an, das hat man in Gutau doch wieder gesehen. Aber Riten brauchen wir, denn sie haben Formen, und Formen sind ein Ausdruck des Ewigen. Suchen wir in der Form das Ewige, so finden wir es. Und Sie, mein guter Polzer, werden dann Lehrer in der Esoterischen Schule sein, und den Menschen den Weg zu dem Christus weisen.

Ludwig Polzer-Hoditz: Aber kann man den Christus nicht auch in der katholischen Messe finden?

Rudolf Steiner: Ich habe ihn dort nicht gefunden.

«R.S.: Poiché ho conosciuto che dobbiamo nuovamente istituire il Culto Michaelita [n.d.t: il Dottor Steiner allude ai rituali della Mystica Aeterna, che venivano eseguiti all’interno della II e III Classe della Scuola Esoterica, che allo scoppio della prima Guerra Mondiale egli aveva dovuto sciogliere per gli attacchi da parte cattolica e di quelli del partito militarista in Germania]. Giacché la messa cattolica appartiene ad un’epoca decadente, il che lo abbiamo visto a Gutau. Ma noi abbiamo bisogno di riti, poiché  essi hanno forme e le forme sono un’espressione dell’eterno. Se nella forma cerchiamo l’eterno, allora lo troviamo. E Voi, mio buon Polzer, diverrete istruttore nella Scuola Esoterica, e mostrerete agli uomini la Via al Christo.

L.P.-H.: Ma non si può trovare il Christo anche nella messa cattolica?

R.S.: Là io non ce L’ho trovato».

Il Dottore mette in evidenza sin dalle prime conferenze del ciclo tenuto ad Amburgo sul Vangelo di Giovanni, come la concezione teologica cattolica della “transustanziazione” sia crassamente materiale e, come tale, occultamente all’origine del successivo materialismo scientifico e positivista. Mentre, nei suoi scritti relativi alle Opere scientifiche di Goethe, egli espone una concezione altamente spirituale, in questo molto simile a quella catara, con le parole:

«Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo».

Parole che ricordano quelle di Massimo Scaligero che, nel Trattato del Pensiero Vivente, scrive: «L’ideare umano è il fiorire dell’Alberto della Vita».

Il nostro anonimo articolista afferma temerariamente che i sacramenti della chiesa cattolica, alla cui frequentazione egli apertamente invita, sarebbero intoccati dalle colpe, dai crimini, dalle perversioni, dalla malvagità degli officianti i riti. Beh, questa è una petizione di principio, una sorta di “autocertificazione” interessata, che i rappresentanti della chiesa sono costretti a fare, altrimenti dovrebbero strapparsi tutti i capelli. Infatti, nella storia, sin dal IV secolo, essi hanno perseguitato, e persino sanguinosamente sterminato, coloro che in àmbito cristiano sostenevano il contrario.  

Per il nostro articolista, teologicamente dogmatizzante in materia liturgica, il valore e l’efficacia di sacramenti e riti officiati – quelli della chiesa cattolica, naturalmente, perché gli altri, nella fattispecie quelli delle altre chiese non cattoliche, protestanti o riformate, non varrebbero un tubero, anzi quelle chiese per l’attuale pontefice emerito (ipse apertis verbis hoc dixit) non sarebbero neppure chiese – non sarebbero affatto dipendenti dallo stato di purità, di moralità, di sapienza, di giustizia, di grazia, e di santità dell’officiante il rito, bensì dipenderebbero unicamente dai mezzi operati, agenti in maniera per così dire meccanica, ossia dalle parole, dai gesti, dai segni, dai simboli nella loro oggettiva aseità, e così via. Avrebbero, dunque, non un valore spirituale ex opere operantis, ossia secondo un concreto atto cosciente dello Spirito di chi compie il rito, bensì essi agirebbero ex opere operato, perciò alla stregua di un mero fatto meccanicamente costringente. Questa non è una concezione spirituale, iniziatica o religiosa, bensì una meccanica concezione magica: certamente non di una magia solare o divina, ma proprio di una inferiore magia di potenza, attuata per scopi tutt’altro che spirituali: una forma – ci si passi questa espressione paradossale – di materialismo magico. Lo Spirito è unico presupposto a se stesso, non avendo niente fuori di sé. Quindi non si fa costringere proprio da un bel niente, neppure da un sia pur potente ed efficace rito magico, e non si fa usare come strumento per fascinare, dominare, e manodurre le anime per gli scopi mondani di una struttura di potere com’è la casta – e lasciamo perdere quanto sia casta la casta… – che governa nella chiesa cattolica.  

Per la chiesa cattolica, l’essere umano non è – come affermavano Paolo di Tarso, e gli stessi primi Padri della Chiesa – corpo anima e spirito, bensì unicamente corpo e anima. Potremmo affermare ironicamente che, secondo l’infallibile e supremo magistero cattolico, dopo il Concilio di Costantinopoli dell’869, l’essere umano sia composto di corpo, anima e chiesa, in quanto l’elemento spirituale non apparterrebbe all’uomo, il quale lo riceverebbe unicamente attraverso la mediazione  sacramentale e liturgica della chiesa, beninteso s’egli è “in comunione”, deferente e obbediente, con essa. Da una tale “comunione”, coloro che, “per una interpretazione superba, e caparbia, della libertà” (come si esprime il nostro articolista), operano un’hàiresis, una scelta “diversa”, “eretica”, o anche solo nel loro opinare dissentono, da pontefici e vescovi possono venire esclusi e, a loro dire, privati dell’elemento spirituale, ossia scomunicati e, di conseguenza, condannati alla dannazione eterna. Perché, sempre a loro dire, extra Ecclesiam nulla salus. La chiesa si serve di sacramenti e liturgia per asservire le anime, e non per liberare lo spirito.

Il nostro anonimo articolista, con abile ma insincera mossa, rivendica la continuità tra rosicrucianesimo e chiesa cattolica. Ecco cosa troviamo scritto nero su bianco sulle pagine della suddetta rivista:

«La via rosicruciana non esclude, anzi comprende, la via cristiana. La rende possibile come mai prima di questo tempo. La completa, perché ai misteri della Morte aggiunge quelli della Resurrezione».

Naturalmente, per il nostro intelligentissimo articolista, la via cristiana è quella cattolica e viceversa, del che è lecito fortemente dubitare. Come un tempo, con i riti delle religioni classiche e delle antiche misteriosofie, la chiesa cattolica cerca, ora, di annettersi l’esoterismo rosicruciano, come del resto sta già facendo nei confronti delle vie d’Oriente. Peccato che, sin dal XVII secolo, il movimento rosicruciano si sia sempre rifiutato ad un tale mortale abbraccio. Basta leggere la letteratura rosicruciana del Seicento, cercare nella Fama Fraternitatis e nella Confessio Fraternitatis Rosae Crucis, per vedere quali espressioni dure  – e risparmio al candido lettore le espressioni più forti, che potrebbero apparire ingiuriose, usate dai seguaci del rosicrucianesimo –  vengano usate nei confronti dell’arrogante potenza straniera d’Oltretevere e dei suoi rappresentanti. Voglio riportare solo due brevi citazioni, a mio parere molto eloquenti, una dalla Fama : «Noi anche crediamo fermamente, che se i nostri fratelli e padri avessero vissuto nella luce chiara del momento presente, avrebbero trattato molto più rudemente il Papa, Maometto, gli scribi, gli artisti, i sofisti e si sarebbero mostrati molto più pronti ad aiutare, non semplicemente con sospiri, e augurandosi la loro fine e consumazione», e l’altra dalla Confessio : «Noi condanniamo sia l’Oriente che l’Occidente, (ovverossia il Papa e Maometto) entrambi blasfemi contro il Nostro Signore Gesù Cristo».

La continuità sovrasensibile e storica della via rosicruciana  è nei confronti dell’iniziazione cristiano-gnostica, di quella cristiano-kabbalistica, del cristianesimo cataro, dell’esoterismo templare,  della via ermetica, e persino delle antiche misteriosofie del mondo classico, sapiente e pagano, ma certamente non della chiesa cattolica.

Ci viene fatta la proposta, davvero indecente, di rendere omaggio feudale ad una istituzione che si è resa responsabile della persecuzione e diffamazione di Rudolf Steiner, del suo avvelenamento, dell’incendio del Goetheanum, della chiusura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca per fare sparire le opere del Dottore stampate in italiano, della denigrazione e della persecuzione personale di Massimo Scaligero – cosa che io seppi dalla sua stessa bocca – e di altre “simpatiche” intraprese, nonché la proposta, altrettanto indecente, di accostarci con devota compunzione ad una liturgia dalle origini davvero poco limpide e molto controverse, della quale quella istituzione – e del livello “morale” (si fa per dire…) di molti suoi rappresentanti è meglio tacere – si serve per scopi tutt’altro che spirituali. Ma via!

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL DEMONIACO NELL'ARTE

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Per chi ha cuore e sensibilità di fronte a ciò che vede nell’arte (architettura, scultura, pittura, ecc.), ecco un discorso chiaro e nel quale sono assenti le elucubrazioni che vengono partorite dall’eccesso di onanismi intellettualistici i quali mascherano tutte le nullità, o peggio, le oscenità galleggianti nell’artificioso bacino di molta parte della cosiddetta arte contemporanea.

Nell’epoca della omologazione globalizzata può risultare difficile, persino faticoso l’essere costretti a nuotare controcorrente. Non per stizza o contraddizione aprioristica ma per opporsi necessariamente ad una deriva che si spinge verso il basso e poi più in basso ancora. E non si creda, ingenuamente, che ciò derivi solo da una “beata” incoscienza. V’è, ad esempio e proprio ora, una corrente di architettura che nel suo “manifesto” si oppone ad ogni idea di trascendenza o almeno di bellezza: il suo scopo dichiarato è costruire in nome del brutto e del disgustoso.

Qui propongo un piccolo anticorpo: un breve intervento tenuto a Roma nel 1952 di Hans Sedlmayr (1896-1984), uno tra i più importanti storici dell’Arte del XX secolo.

Certamente ciò che esprime può essere non condivisibile (la sua biografia porta le stimmate del tradizionalismo, del nazismo e del cattolicesimo: che sottendono, nell’esteriore, il bisogno interiore di un “centro” perduto), ma il filo del suo pensiero mi pare, come ho detto nelle prime righe, assai chiaro e di un certo valore. Ho simpatia (che, credo sarebbe condivisa per i contenuti che seguiranno, anche da C.S. Lewis: qualcuno ricorda i dipinti appesi nella stanza iniziatica del dott. Frost in Questa orribile forza?) verso chi parla con conoscenza non raffazzonata, sebbene non possa essere indipendente da un certo punto d’osservazione: condizione inevitabile per ogni uomo che non si finga angelo.

*

In quali condizioni un’opera d’arte o l’arte di un artista o di un’ epoca può essere chiamata demoniaca (che significa, come avevamo convenuto, cacodemoniaca, ossia derivante dallo spirito maligno), diabolica o infernale.
Sul piano di una storia dell’arte che abbia pretese di autonomia, e dunque di estetismo puro, è impossibile stabilire utilmente un concetto di arte demoniaca. Di più: su tale piano non si riesce neppure a percepire quale sia il senso esatto del termine ‘arte demoniaca’; termine peraltro indispensabile a penetrare realmente i fenomeni artistici e a discernere efficacemente i diversi spiriti che si manifestano nelle arti. Per giungere a tale discernimento è indispensabile fare quello che l’estetismo non fa:
prendere sul serio le opere d’arte.

A tale scopo è necessario considerarle come enunciazioni, enunciazioni plastiche riguardanti stati di cose reali e ontologici, enunciazioni che possono essere vere o false (o insensate) al pari delle enunciazioni verbali.
Procedendo così, difenderemo la seguente tesi: un’opera d’ arte è demoniaca, diabolica, quando conferma con l’immagine un’enunciazione ontologicamente falsa su Dio, gli angeli, l’uomo, il mondo, la natura ecc.; ossia quando esprime tale enunciazione sotto una forma artistica che impegni lo spettatore ad approvare e accettare la falsa asserzione. Tale opera d’arte è un ‘rovesciamento’, divenuto forma, non solo dell’ordine dei valori, ma anche dell’ordine ontologico, e ciò corrisponde peraltro al senso primo del termine
diabolus, diabolico. Dal punto di vista oggettivo, in rapporto all’essere e a ciò che è, si tratta di una menzogna, proprio come il diabolus è il ‘padre della menzogna’. E dal punto di vista soggettivo, in rapporto allo spettatore, si tratta di ‘seduzione’, proprio come Satana è il ‘seduttore delle origini’.
Ecco alcuni esempi per illustrare la tesi.
Un pannello murale della biblioteca del college di Dartmour negli Stati Uniti dovrebbe raffigurare un ‘Cristo’, opera del messicano Orozco, pittore espressionista della seconda scuola. Il personaggio si solleva in aria, i fianchi cinti da un lenzuolo, e sopra il grembiule di cuoio da operaio, con le stigmate che indicano in lui il Cristo. Ha le gambe divaricate, il pugno sinistro teso in avanti, nella mano destra stringe una grande ascia. Il volto, dallo sguardo di una fissità demoniaca, ricorda la fisionomia nota come quella di Lenin. Sullo sfondo, ai piedi di un’immensa piramide formata da armi belliche, fucili, cannoni, carri armati ecc., giacciono gli idoli rovesciati: la Colonna greca e l’immagine di Buddha. Ma giace a terra anche la Croce, rozzamente intaccata. Il Cristo-Operaio l’ha distrutta con l’ascia.
Il quadro costituisce indubbiamente la rappresentazione plastica più radicale del mito del proletario, vero uomo-Dio, che non partecipa del peccato originale dello sfruttamento, che scaccia le potenze delle tenebre, abbatte gli idoli, porta la Salvezza con l’azione e annuncia l’era nuova. L’opera è nata dallo spirito dei manifesti di propaganda dei senza-Dio sovietici, evocati anche dal carattere pubblicitario dello ‘stile’, che spesso addirittura la superano quanto a veemenza blasfema. Infatti, dal punto di vista cristiano, il quadro di Orozco è blasfemo. Ontologicamente parlando, non si tratta solo di una falsa enunciazione: poiché un Cristo che fa a pezzi la sua croce con l’ascia non potrebbe in alcun modo essere il Cristo; è il Ribelle, diabolicamente travestito, con la maschera del Cristo. Ci troviamo qui in presenza del ‘rovesciamento’ insensato di tutte le immagini concepibili del Cristo. Un rovesciamento, evidenziato appassionatamente dallo stile dell’autore, che ci invita con sguaiataggine a dichiarare la nostra appassionata adesione. Il diabolico dell’opera prendendo le parole alla lettera: la confusione volontaria dell’immagine del Cristo con quella del Ribelle si manifesta apertamente e senza veli. Quanto scompiglio degli spiriti anche nel nostro tempo! Basti pensare al fatto che il quadro è stato dipinto per la biblioteca universitaria di un Paese in fin dei conti cristiano.

Un’incisione di James Ensor porta il titolo Diavoli che bastonano angeli e arcangeli. Se la tela di Orozco è il rovesciamento di una raffigurazione del Cristo, questo disegno è il rovesciamento del vecchio tema occidentale della caduta degli angeli ribelli e del loro capo Lucifero. La plasticità dell’incisione, non priva di grande fascino grafico, porta tutti i tratti del caos incarnato. Nel disegno angeli e arcangeli sono provvisti degli stessi elementi di deformazione, bruttezza, perversione e oscenità dei diavoli vittoriosi. Ecco un esempio eclatante d’immaginazione demoniaca.

Ma non facciamoci illusioni: una tavola come l’Angelus Novus di Klee appartiene alla stessa famiglia di prodotti attraenti d’una immaginazione diabolica, checché ne dica un’ interpretazione ad usum delphini dell’arte di Klee. Infatti, qualunque forma possa assumere l’immagine di un angelo nella rappresentazione umana, mai potrebbe rivestire quei tratti grotteschi e idioti. Il leggero tocco di umorismo sardonico, piuttosto che attenuare, accentua l’orrore dell’apparizione.
Un quadro di Max Ernst, tra i protagonisti del sedicente surrealismo, mostra la
Vergine che bastona il Bambino Gesù coricato sulle sue ginocchia. La freddezza glaciale dell’esecuzione accentua il carattere blasfemo del soggetto fino al livello di ironia sacrilega.
Accanto al ‘rovesciamento’ dell’immagine del Cristo, degli Angeli, della Vergine, quasi tutte le scuole di ‘arte moderna’ fanno apparire una deformazione dell’immagine dell’uomo, del volto umano e del mondo familiare che circonda l’uomo, deformazione tendente al demoniaco.
Le varianti di tale
demonificazione sono sterminate, come le negazioni della verità, ma è possibile raggrupparle in alcuni cicli infernali.
L’uomo viene sfigurato sotto le sembianze: dell’insetto (Ensor); della maschera vuota senza sguardo (Picasso); del fantoccio cavo (George Grosz); del congegno (de Chirico); del robot (Archipenko); della macchina (Duchamps); della chimera (Max Ernst); del mostro (Picasso, Moore, Dalì); del demonio (Max Ernst, Dalì e soci). .
Ciò significa che, attraverso l’immagine, si trasferiscono sull’uomo tutti quei tratti che la concezione occidentale dell’inferno aveva attribuito agli esseri dalle smorfie sataniche che popolavano il luogo di dannazione. E ciò che fa subire all’uomo, l’immaginazione dell’arte moderna può ugualmente applicarlo al mondo che ci circonda e a ogni creatura solidale con l’uomo. L’universo dell’uomo si perverte in un tipico paesaggio infernale (basti ricordare i ‘paesaggi’ dei surrealisti).
Se parliamo, a giusto titolo, di deformazione, non intendiamo una deviazione dal canone naturalista. Nel quadro stesso di un’arte sovra-realista si osservano deformazioni della figura umana: in tal caso si tratta di veicoli che devono sollecitare lo spirito, attraverso l’immagine, a elevarsi su un piano superiore a quello ‘meramente umano’. Pensiamo all’
Angelo dell’Apocalisse di Bamberga, che scaglia la macina in mare: la sua mano, quattro volte più grande di quella di un uomo, simboleggia la potenza sovrumana del gesto. Pensiamo all’Angelo dell’Apocalisse di Dürer: le sue gambe sono colonne fiammeggianti, il corpo rilascia raggi immateriali, ma la testa è puro volto d’uomo. Assimilare tali figure agli angeli di Ensor o di Klee equivarrebbe a rinnegare e falsare le distinzioni più certe. E tale osservazione vale in maniera assolutamente generale.

Ci sono poi deformazioni dell’essere umano, della sua figura, del suo volto, che restano ancora nella sfera dell’umano.
Ontologicamente parlando, l’uomo nello stato di decadenza è al tempo stesso sublime e infranto, grande e miserabile, piacevole e brutto. Se dunque altri artisti moderni mostrano l’uomo afflitto da tutti i segni della sua miseria deformato, sfigurato, infranto, talvolta sul punto di decomporsi, segnato da tratti oscuri del nulla dove si trova proiettato, stilizzato sotto le apparenze del criminale, dell’idiota o dell’alienato ciò è unilaterale, ed è molto rischioso mostrare all’uomo immagini simili del suo essere. Ma non è ontologicamente falso, e dunque non è illegittimo. È infatti pregiudizio meschino credere che l’uomo debba abbellire una realtà presunta oggettiva.
Se il Rinascimento e il Barocco hanno mostrato, unilateralmente, l’uomo nella sua nobiltà, magnificenza e divinità astraendo dalla morte e dal peccato, e questo comportava a sua volta dei rischi non è meno legittimo farlo apparire nella sua condizione infranta e precaria. Il Medioevo conosce bene l’immagine del Cristo sfigurato dalla sofferenza e persino brutto, un Uomo-Dio il cui aspetto è privo di bellezza.
Ma le deformazioni dell’uomo sopra menzionate sono di tutt’altro ordine. Si tratta di enunciazioni ontologicamente false, sotto forma d’immagine e attraverso l’immagine, che si rapportano alla natura, all’essenza stessa dell’uomo. Rimproverare tale deformazione verso l’infra-umano alle tendenze dell’arte moderna che la rappresentano, non significa volerla misurare secondo il canone naturalista dell’immagine umana, come insiste a ripetere chi difende tali tendenze. Quella deformazione corrisponde invece a una falsa enunciazione attraverso l’immagine.
Poiché, per quanto in basso sia caduto, mai e poi mai neanche nelle sue degradazioni estreme l’uomo è diventato insetto, maschera, manichino, congegno, macchina, robot, fantasma, chimera, demone.
Tuttavia bisogna riconoscere che questi sono altrettanti pericoli che aspettano al varco l’essere umano; essi non sono apparsi mai così visibili come ai nostri giorni. Ma se dovessimo interpretare in tal senso tutti quei dipinti, le deformazioni plastiche e grafiche dell’uomo dovrebbero venir mostrate con tono di lamento, compianto o minaccia. Ebbene: nella maggior parte dei casi, è proprio quel che non accade.

Da: Avvenire-Agorà,2007.

ARTE

L’ARCHETIPO – DICEMBRE 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SCIENZA DELLO SPIRITO E FEDE

Minerva Botticelli

Non sono pochi, oggi, coloro che rivolgendosi all’esoterismo, alla ricerca di una Conoscenza spirituale in generale, o alla Scienza dello Spirito in particolare, cercano in essi qualcosa di analogo alla fede religiosa, un surrogato, un sostitutivo, o un completamento di ciò che da quasi venti secoli in Occidente viene offerto dalle varie Chiese, ossia dalle varie confessioni religiose organizzate. Sempre più spesso, oggi, nella fede religiosa si cerca semplicemente una consolazione nei confronti dei mali e dei dolori che affliggono la vita, e talvolta un sedativo o addirittura un narcotico nei confronti dell’angoscia esistenziale, della paura della morte e dell’aldilà.

Dall’esoterismo in generale, o dalla Scienza dello Spirito in particolare, si ritiene di poter ricevere – per via di rivelazione – una serie di “verità”, le quali vengono accolte, “credute”, e soprattutto “sentite”, senza per questo avvertire minimamente, nella maggior parte dei casi, l’esigenza di sperimentare realtà e fondamento di tali “verità”. 

Per il sopravvivere indebito di un antico e ormai esaurito atteggiamento passivo dell’anima, si tende a riprodurre nei confronti dell’esoterismo in generale, e della Scienza dello Spirito in particolare, un rapporto “religioso”, ossia fideistico, nel quale si accolgono acriticamente e dogmaticamente – sulla base di simpatie personali, di suggestioni sentimentali o istintive – tutta una serie di “verità”, che vengono accettate come “rivelate”, sulla base di un principio di “autorità” che per definizione si sottrae ad ogni forma di verifica. È la codificazione di uno stato di paralisi e di impotenza dell’anima, la quale teme e non vuole uscire dallo stato di passività e di dipendenza, alle quali millenni di servaggio alla natura corporea e psichica l’hanno costretta e abituata. L’anima umana, assuefatta alle proprie catene, è giunta ad innamorarsi delle mura della propria prigione, che teme abbandonare, e a scambiare per generosi e compassionevoli benefattori i propri carcerieri e aguzzini, i suoi spietati sfruttatori che la prostituiscono e l’asservono.  

Uno dei compiti della scienza moderna, la missione che costituiva il fine peculiare del suo sorgere, avrebbe dovuto essere proprio quello di liberare, in ogni campo, l’anima umana da questa forma di credula passività nei confronti di qualsivoglia principio di “autorità”, di qualsiasi forma di “fede” mistica e sentimentale nei confronti di uno Spirituale, sempre più semplicemente sognato. Ciò portò inevitabilmente al contrasto tra fede e scienza, alla condanna di Copernico e di Galileo, alla condanna e al rogo di Giordano Bruno.

Il problema del contrasto, del possibile o impossibile accordo tra scienza e fede, non è affatto – come molti credono – qualcosa di relativamente recente nella storia dell’umanità e nell’evoluzione culturale e filosofica della medesima. Certo, negli ultimi secoli, un tale contrasto, in seguito allo sviluppo della scienza moderna, è giunto a deflagrare in maniera davvero dirompente nel mondo occidentale, dando luogo a tutta una serie rapidissima di trasformazioni, talora convulse, sul piano religioso, politico e sociale. L’Illuminismo settecentesco, con la sua vasta influenza, è solo uno dei molti esempi possibili di tale fenomeno e delle conseguenti trasformazioni che, ad ogni livello, ne sono scaturite. Ma tale contrasto ha dietro di sé quello ben più importante e tragico, che sorse al tramontare dell’antico Mondo Classico, tra Conoscenza sovrasensibile e cieca fede confessionale.

Il problema della differenza tra Scienza o Conoscenza e fede era ben presente già nel mondo antico, sia in quello dell’Occidente pre-cristiano, sia in quello dell’Oriente prima pre-cristiano e successivamente a-cristiano. In un certo senso, esso è connaturato all’essere umano, alla sua costituzione interiore: al suo sentire, al suo pensare e conoscere. Ma tale problema nel mondo antico veniva risolto secondo una gerarchia di valori metafisici, filosofici e religiosi, che rendevano impossibile ogni contrasto e, in quel senso, rendevano saldi l’ordine e la coesione sociali.

Prima di entrare a fondo nel tema, è bene considerare il significato etimologico originario di parole come “scienza” e “fede”, il significato che esse hanno nella lingua italiana, e nelle lingue latine e greca dalle quali la nostra lingua deriva, perché il significato di tali parole si è operato in modo che nel corso dei secoli cambiasse alquanto: et pour cause – come dicono i nostri cugini francesi – ossia a sommo studio. Per cui chiedo venia al candido lettore per la pazienza che sono costretto a chiedergli riguardo a talune considerazioni filologiche, le quali a prima vista possono apparire noiosette anzichenò – lo ammetto volentieri – ma che hanno la loro importanza.

La parola “scienza” ha la sua origine nel vocabolo latino scientia, che deriva dal verbo scire, significante appunto conoscere, sapere, ed indica il conoscere sicuro, oggettivo, accertato, rigoroso, appunto “scientifico”, contrapposto alla mera opinione, puramente soggettiva, la quale, se può talvolta casualmente cogliere nel segno, rimane tuttavia senza autentica certezza, dipendente dalle preferenze personali, dai subrazionali condizionamenti psicologici, personali e collettivi, ed è per sua natura incerta e variabile, senza basi razionali e indimostrabile, ma soprattutto molto facilmente manipolabile.

La parola “fede” deriva dalla parola latina fides, la quale aveva originariamente un significato morale e non dogmatico, come invece ha assunto – anzi si è voluto che assumesse – sempre più negli ultimi venti secoli. Da essa deriva la parola fedeltà, in latino fidelitas, da fides (prima ancora feides) = fedeltà, lealtà. Concetto che ritroviamo nella parola greca πιστεύω (pistèuo) = fidarsi, credere, affidarsi. Per cui, fedeltà è la qualità di essere leali e coerenti nel mantenere gli impegni presi, i legami, gli obblighi assunti.

La fides era appunto la fidelitas, la fedeltà del legionaro romano verso i propri capi, quella del cives, del cittadino romano, nei confronti della Res Publica, verso la stessa Roma. Il venir meno alla fides, ai patti di fede giurata, era nel mondo antico motivo di sommo disprezzo. Per esempio, la locuzione latina Punica fides, tradotta letteralmente, significa fedeltà cartaginese. Il termine si basa sul nome con cui i romani chiamavano i cartaginesi, poeni, cioè puni, il quale deriva a sua volta dal greco φοίνικες-phòinikes, ossia Fenici dai quali i Cartaginesi discendevano. Nella cultura romana antica, questo termine era sinonimo di non mantenere la parola data, di mala fede, di fedeltà ambigua e sospetta. Infatti i Romani consideravano i Cartaginesi, loro acerrimi nemici, infidi e ingannatori. Purtroppo – e lo dico con molta melanconia – ho dovuto fare l’amara esperienza, sulla mia orsolupesca pellaccia, di come una tale punica fides, con tutto quel che implica di inganno, intrigo, menzogna, calunnia, simulazione, manipolazione, tradimento e spergiuro, abbia ampiamente preso campo – oltre che nella giungla della vita profana, dove oramai è data per scontata – nella Comunità spirituale, che dovrebbe invece esserne immune.

La fides o fede, nel senso di fiducia, naturalmente ha ben la sua ragion d’essere nelle ordinarie cose umane, ed anche nella ricerca della Conoscenza. Ma non si tratta di fede cieca, nel senso teologico che tale termine ha assunto in Occidente in talune confessioni religiose. Per esempio, se mi rivolgo ad un docente di matematica superiore affinché mi spieghi le equazioni differenziali a derivate parziali del primo, del secondo e del terz’ordine, naturalmente mi rivolgo a lui proprio perché io non conosco – ancora non conosco la materia in questione –  ed ho fiducia nella sua competenza e nella sua disponibilità ad istruirmi in quel particolare campo dell’analisi matematica superiore. Io non conosco la materia da apprendere e credo, ossia ho ragionevole fiducia, che essa mi verrà da lui insegnata. Il docente, invece, conosce l’analisi matematica ed è in grado di insegnarmela. Nel mio caso vi è fede, nel senso di fiducia, non certo di fede cieca. Nel caso del docente vi è, invece, scienza, e non fede: egli non ha fiducia che l’analisi matematica sia vera: egli lo sa che è vera, ossia ne conosce la verità, perché è in grado di dimostrarla a se stesso e agli altri con strumenti rigorosamente logici. Infatti, io non gli crederò semplicemente sulla base di una sua supposta “autorità”, bensì perché egli, dimostrandomi i teoremi e svolgendo i calcoli con algoritmi rigorosi, farà sì che io possa fare a meno di credere, per invece sapere.

A rigor di termini, anche il neofita che si accosta all’esoterismo o alla Sapienza Celeste si trova nella medesima situazione. Infatti, egli inizialmente nulla sa di che cosa sia realmente la Scienza dello Spirito. Certo, nella maggior parte dei casi, egli avrà sentito parlare o forse anche letto qualcosa sulla Scienza dello Spirito, ma questo non vuol dire conoscerla. Perché, come direbbe Dante Alighieri, è giusto affermare: “che ̕ ntender no la può chi no la prova” (Vita Nova, Cap., XXVI). L’Iniziazione è una trasformazione radicale, ontologica, di tutto l’essere umano, ed essendo un vissuto, in quanto tale è indicibile. La Conoscenza vera, autentica, è l’esperienza personale diretta, vissuta, perché occorre con Tommaso Campanella affermare chiaramente che: “tangere per manum alienam, non est scire, sicut comoedere ore aliorum non est manducare”, ovvero, tradotto il tutto nella bella lingua di Dante, così suonerebbe: “toccare, sperimentare attraverso l’altrui mano non è conoscere, non è sperimentare, così come mangiare mediante la bocca di altri non è certamente nutrirsi”. E per questa ragione nella scienza, nella conoscenza in genere, il principio di autorità, sul quale si basano da venti secoli le fedi confessionali dogmatiche, non vale un bel niente. Quindi, è sempre l’esperienza diretta e vissuta – regina sovrana in questo campo – quella che soprattutto conta, quella che sola ha diritto di chiamarsi autenticamente Conoscenza. L’esperienza della Conoscenza, della Scienza, porta al superamento del principio di autorità, al farne completamente a meno.

La fede, intesa come credenza, non è sapere, non è e non può essere, di per sé, conoscenza. Perché sapere non è credere, e credere di sapere, non è sapere. Così come neppure la mera informazione intellettuale, ancorché erudita e dialetticamente elaborata, non è e non può essere vero, autentico, vitale, sapere: non è scientia, non è Sapientia. Nel discepolato occulto – in ogni Iniziazione che sia autenticamente tale – si deve formare, e non meramente informare, o peggio ancora – come da taluni ci si sforza perfidamente di fare con un’abile operazione di “trasbordo ideologico inavvertito” – disinformare e deformare. La Sapienza non è “cultura”, o “informazione”, o “erudizione”: anzi spesso è proprio il contrario di essa.

Nel Medioevo, e ancora nel Rinascimento, per coloro che cercavano la conoscenza occulta, la Sapienza era un vissuto, più che un saputo. Così, per esempio, erano spesso degli illetterati quei Cavalieri Templari, dal coraggio ardente, che affrontavano la morte corporea sul campo di battaglia e la morte iniziatica nel Tempio, o nella solitudine della loro cella, con identico slancio. Essi il più delle volte non avevano “cultura”, non leggevano libri – sovente erano degli illetterati – eppure erano “sapienti” nel senso iniziatico del termine. Massimo Scaligero parlò più volte ad alcuni di noi di come, per esempio, rispondesse ad assoluta verità il fatto che, nella seconda metà dell’Ottocento, l’occultista tedesco Franz Hartmann, di ritorno dall’India, avesse incontrato a Napoli una cerchia rosicruciana, guidata da Iniziati del tutto illetterati, i quali lo stupirono con la vastità della loro percezione spirituale e la profondità della loro sapienza.

Venendo al mondo antico, nella tradizione classica mediterranea, si distinguevano due livelli di conoscenza, dei quali solo uno era considerato reale, e di conseguenza “scientia”. Nelle tradizioni sapienziali e filosofiche pitagoriche, eleatiche, platoniche e neoplatoniche, del mondo ellenico prima e di quello romano poi, si distinguevano bene “scienza”, ἐπιστήμη-epistème, che letteralmente indica la “conoscenza fondata” su solide basi, oggettiva, e quindi certa, dalla mera opinione, δόξα-dòxa, soggettiva, incerta, variabile, fondamentalmente ingannevole. Ancora oggi l’epistemologia indica la filosofia della scienza, mentre è significativo che la “DOXA” sia una nota agenzia di sondaggio delle pubbliche opinioni, con quanto di sommamente incerto, variabile e sin troppo facilmente manipolabile vi è nelle volubili opinioni delle masse.

È estremamente pericoloso, che nelle comunità spirituali abili “pupari” arrivino ad usare la mala arte, per inconfessati e inconfessabili fini, di “insufflare” per via di suggestione in fidenti anime semplici “opinioni utili”, della cui veridicità non si deve dubitare, e tanto meno osare verificare e discutere. Anni fa, verso la fine del trascorso secolo e millennio, mi trovai in quel di Roma di fronte al fatto che una persona, alla quale avevo fatto notare una serie di palesi contraddizioni, cercasse di chiudermi la bocca col dirmi: “Ora tu stai zitto, perché io ho ‘esperienze sottili’ e tu no!”. A parte il fatto, che io non sono certo il tipo che va a raccontare a giro le sue esperienze interiori, non potei fare a meno di ricordarmi le parole che Massimo Scaligero mi rivolse già nel primo nostro incontro, nel giugno del 1970, invitandomi apertamente “a non credere una cosa perché la diceva lui, o l’amico L. che da lui mi aveva accompagnato, o gli antroposofi, ma di verificare sempre e sperimentare rigorosamente ogni affermazione che mi venisse fatta: verificare sempre se era vero quel che mi veniva affermato come verità”. Il prendere alla lettera una tale indicazione di Massimo Scaligero mi avrebbe poi, negli anni, portato in rotta di collisione nei confronti di molti, che credevo amici, e ad andare incontro a disillusioni e sempre più amare esperienze. Mi resi conto che talune persone avevano, more jesuitico, della verità un concetto, per così dire, “a geometria variabile”, così come le medesime persone avevano un “concetto creativo”, ossia alla bisogna alquanto “elastico”,  dell’onore, dell’amicizia, della sacralità dei giuramenti fatti, del rispettare la parola data e i patti di fede giurata. Tutte cose, queste – avrebbe detto un tempo il Frosini – “che vanno bene per i macachi e i piccoli uomini”. 

Un fatto analogo mi venne raccontato da una cara amica di Roma – persona molto coraggiosa, della quale ho la massima stima – alla quale la stessa persona dalle ‘esperienze sottili’, che aveva cercato di mettermi a tacere, in una riunione nella quale la mia amica aveva sollevato una serie di obbiezioni più che fondate, tentò di tapparle la bocca dicendole: “Io sono gerarchicamente superiore a te, per cui tu ora stai zitta e ascolta quello che dico io!”. Beh, quando si usano di questi sistemi, è facile che una Comunità spirituale vada poi all’aceto: è un chiaro ritornare al principio teologico di “autorità”, per cui tanto varrebbe per costoro andare a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di una delle varie Chiese. Infatti…  

Per tornare al nostro tema, dobbiamo osservare come Platone distingua la conoscenza intelligibile o scienza, ἐπιστήμη-epistème, dalla conoscenza sensibile o opinione, δόξα-dòxa. Mentre l’opinione ha per oggetto il mondo dell’apparire sensibile – e chi per lunghi anni abbia studiato la fisiologia della percezione sensoria, per es. su testi rigorosi come Sui fondamenti dell’acustica e dell’ottica e la Genesi del mondo apparente del Prof. Vasco Ronchi, sa bene quanto soggettiva, variabile nel tempo e nei vari soggetti, in definitiva ingannevole, sia non solo la percezione visiva, bensì l’intera esperienza percettiva sensoria umana, quando essa non sia integrata dall’atto cosciente del pensare –  la scienza ha invece per oggetto l’essere, non sensibile bensì intellegibile.

L’opinione è frutto e dà luogo all’immaginazione, εἰκασία-eikasìa, e alla credenza, πίστις-pìstis, relative al sensibile, che per loro natura sono incerte, irrazionali, ingannevoli. La scienza è frutto e dà luogo, invece, prima, ad un livello inferiore, al pensiero logico-discorsivo, διάνοια-diànoia e poi, ad un livello superiore, all’intellezione diretta e intuitiva, νόησις-nòesis, relativa all’essere e all’essenza.

La vera scienza o epistème per Platone rappresenta la forma più certa, se non addirittura l’unica certa, di conoscenza, che possa assicurare un sapere vero e universale. Una tale conoscenza certa può essere ottenuta in due modi: tramite ragionamento logico-discorsivo (diànoia) o attraverso l’intuizione (nòesis), a-verbale e sovrazionale, che sono a ogni modo complementari tra loro, e delle quali però la seconda, l’intuizione folgorante, è assolutamente superiore alla prima. Si tratta infatti di un sapere interiorizzato, non trasmissibile a parole, di un vissuto come nella maieutica socratica, che ha il suo fondamento, nella sfera ontologica e intuitiva delle idee. Un tale sovrasensibile mondo delle idee – come vivente esperienza spirituale – è, per Platone, accessibile solo a pochi.

Come in Platone, anche per Aristotele la scienza o epistème rappresenta la forma di conoscenza più certa e più vera, contrapposta all’opinione (doxa). Pure Aristotele distingueva due percorsi conoscitivi: al livello più alto c’è lintuizione intellettuale, la nòesis, capace di “astrarre” l’universale dalle realtà empiriche, che si ha quando l’intelletto umano, non limitandosi a recepire passivamente le impressioni sensoriali dagli oggetti, svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le loro particolarità transitorie e di coglierne l’essenza in atto. Il secondo procedimento è quello della logica formale, di cui Aristotele è stato il primo teorizzatore in Occidente, e da lui enunciata nella forma deduttiva del sillogismo. Tuttavia, Aristotele collocava l’intelletto al di sopra della stessa razionalità sillogistica. Infatti, mentre l’intuizione intellettuale, la nòesis, è una percezione diretta, di ordine spirituale, nella quale l’anima conosce diventando tutt’una con l’oggetto conosciuto, nel sillogismo logico della mente ragionante si ha una deduzione logica, e quindi una conoscenza indiretta, e non una percezione diretta.

Se si coglie la differenza tra la conoscenza certa della Scienza – intesa nel senso antico, classico, del termine – o della Sapienza, e la variabilità, l’incertezza, l’arbitrarietà delle volgari e soggettive opinioni umane, che sono in fondo soltanto dei pensati, si comprende perché la moderna Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero, che vuole trasmettere una Conoscenza, si disinteressi delle precedenti opinioni del neofita che giunga ad essa. Non se ne disinteressa – come facilmente potrebbero pensare molti – per una sorta di facile buonismo, per un comodo pressappochismo scambiato per tolleranza, bensì perché le opinioni del neofita che si accosta alla Scienza dello Spirito – siano esse politiche, religiose, culturali o altro – sono, appunto, mere opinioni: soggettive, arbitrarie, sentimentali, istintive, variabili, irrazionali, non Conoscenza. E tali opinioni non devono – o non dovrebbero – essere portate nella ricerca spirituale: in quanto pensati sono veri e propri pesi morti e ostacoli, come lo sono istinti, brame, passioni, sentimentalismi, del cui gravame ci si deve liberare – o ci si dovrebbe liberare – entrando nella Via dell’Iniziazione.  

L’epoca della intellettualità ragionante oramai è definitivamente tramontata e finita. Ed è esaurita la funzione della razionalità come veicolo del puro Spirituale. Ancora in Platone e in Aristotele il pensare dialettico e discorsivo, in quanto nuova facoltà emergente nell’anima umana, poteva essere veste di un impulso spirituale. Oggi non il pensiero discorsivo, rigorosamente logico, ossia la diànoia di Platone ed Aristotele, bensì il pensare pre-verbale, pre-dialettico e pre-cerebrale, che come nòesis sia capace di conoscere mediante “intuizione”, ossia mediante un atto di identità immedesimante, è il veicolo dello Spirituale autentico nell’uomo. Solo il lampo del pensiero vivente – nel quale colui che conosce, l’atto del conoscere, e l’oggetto della conoscenza sono uno – apre il varco all’autentica esperienza spirituale. Ma ciò è ardua conquista, e presuppone la consacrazione dell’asceta alla pratica della Concentrazione.

Gnosi è una parola proveniente dal greco γνῶσις-gnòsis, significante “conoscenza”. Nel mondo ellenico, la parola Gnosi la troviamo usata spesso nel senso di conoscenza personale vissuta, di esperienza vitale concreta, in contrapposizione a un sapere astratto, meramente intellettualistico, appreso da altri o da libri, e non direttamente vissuto. Gnosi è la conoscenza certa, sperimentata personalmente e direttamente, alla quale nessun ragionamento dialettico, o dubbio, può sottrarci. Un po’ come nel francese connaître paragonato a savoir, o al tedesco kennen paragonato a wissen.  E nei primi secoli della nostra èra, venivano chiamati “gnostici” coloro che aspiravano alla realizzazione della Iniziazione cristiana. Per loro la Gnosi era l’esperienza trasfigurante e trasformante la quale, nella travolgenza folgorante di un solo istante, faceva sì che l’Iniziato non più credesse, bensì conoscesse. Ma nulla le Chiese hanno tanto temuto quanto questa esperienza di vivente Conoscenza trasfiguratrice, e si sono adoperate per secoli con ogni mezzo – anche i più crudeli e sanguinosi – per estirpare una tale Conoscenza, perseguitando spietatamente gnostici, manichei, bogomili, catari e tutti coloro che erano innamorati della divina Sophia. I fedeli dovevano – con sottomessa obbedienza – credere, e non conoscere. Ed oggi la situazione non è affatto cambiata, se ancora nell’immediato dopoguerra quel paganaccio impenitente di Arturo Reghini era costretto a scrivere che:

“I cristiani comuni sono e si chiamano credenti; potranno anche talora essere dei sapienti, ma i due termini non sono sinonimi, anzi; perché chi sa non ha più bisogno di credere. Ascoltate come si recita il credo e vi convincerete che il credente, non solo non ne capisce nulla, ma lo recita senza menomamente pensare al senso od a un senso qualsiasi di quanto sta recitando”. 

Gli antichi, sia Latini che Greci, connettevano il concetto di Conoscenza con quello di generazione. Aristotele definì Socrate lo scopritore del concetto sul piano filosofico, e chiama il concetto stesso “parto mascolino della mente o dell’intelletto”. Ed è usuale parlare, ancor oggi, di “mente fertile”, di “intelletto fecondo”, di mente che “partorisce idee geniali”, e così via, mentre la stessa parola concetto è legata all’atto del concepire, del concepimento, che sia nelle lingue antiche che in italiano, ha un duplice senso legato alla fecondazione, sia biologica che mentale o intellettuale. Naturalmente, una tale Conoscenza, o Sapienza, non ha nulla a che vedere con i processi della generazione fisica, come invece va affermando una pseudo-spiritualità deviata e trasgressiva, che da un po’ di tempo tenta, sempre più esplicitamente, di asservire il pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero alle depravazioni di un magismo sessuale spacciato per Alchìmia. La Dea della Sapienza, la casta Minerva, osserva nei suoi scritti il recidivo e impenitente Arturo Reghini, nel mito classico è totalmente estranea al processo della generazione sessuale: Ella, infatti, nasce, balzando armata, dalla testa di Giove, e rimane vergine, ossia non si concede alla generazione fisica: la sua generazione è unicamente di ordine spirituale: la Sapienza. E l’incorreggibile Arturo Reghini aggiunge, che questo era il senso allegorico e spirituale che i Pitagorici davano alla figurazione simbolica della Immacolata Concezione.

Ora, l’asceta che affronta le prove dell’Iniziazione, per un verso muore al mondo profano – e quindi si libera di opinioni, di dubbi, di stati d’animo irrazionali, sentimentali, passionali e istintivi – per un altro verso egli nasce, o rinasce, e quindi ha luogo su un piano spirituale un processo di fecondazione e ri-generazione, per il fatto che l’Io superiore feconda l’anima attraverso la luce-folgore del Pensiero Vivente, e l’anima partorisce la Sapienza.

Ma, come abbiamo visto, il sorgere nell’Iniziato di una tale Sapienza non è il frutto di una mera escogitazione razionale, non è informazione, o cultura, o istruzione: è la fulminea, folgorante, diretta percezione di un’essenza spirituale, perché come ammonisce Dante, “Trasumanar significar ‘per verba’ / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba” (Par., I, vv. 70-73). E quindi abbiamo a che fare con una esperienza vissuta, la quale, come ogni autentico vissuto, non è mai completamente traducibile in parole, ed è comprensibile, intuibile, solo a chi l’abbia anche lui sperimentata in modo vivo. Il dialettismo verbale, o verboso, è spesso la morte della esperienza spirituale autentica: non lo studio dialettico, bensì la Concentrazione, la Meditazione, la Contemplazione, rendono possibile l’intuizione, aprono il varco alla folgorazione interiore, all’irrompere della illuminazione, della esperienza spirituale diretta.

In effetti, sappiamo dagli Classici, che negli Antichi Misteri, non si disquisiva intellettualmente su qualcosa, bensì si sperimentava direttamente qualcosa, che sommuoveva tutte le forze dell’anima, trasformandola radicalmente. Aristotele, parlando dei Misteri Eleusini – sotto certi aspetti i più elevati dell’Antichità classica – dice che “coloro che penetravano nelle iniziazioni, non tanto imparavano qualcosa,  quanto piuttosto sperimentavano qualcosa”: ’ου μαθέιν ̕ αλλά παθέιν – ou mathéin, allà pathéin, ossia non per imparare, bensì per sperimentare un  πάθος – pàthos, che deve purificare e trasformare l’anima dell’iniziato, conducendola infine alla ἐποπτεία – ‎epoptèia, la visione folgorante della realtà spirituale essenziale: alla Gnosi.

La Gnosi è l’esperienza conoscitiva, di ordine sovrasensibile, e quindi spirituale, per sua natura intuitiva, pre-verbale e a-verbale, non ir-razionale e soggettiva, semmai sovra-razionale e oggettiva. Nel suo dialogo “Il Politico”, oltre che nel senso di significato “mistico”, o “esoterico”, “occulto”, “segreto”, Platone usa un tale termine addirittura col significato di superiore intelligenza, attitudine o abilità analoga al talento, o al genio, posseduti, nel muoversi nelle vicende della Polis, da chi abbia conseguito una superiore conoscenza spirituale, ossia la Gnòsis. E Pitagora definiva la sua filosofia esoterica γνῶσις των όντων – gnòsis ton ònton, “conoscenza delle cose, delle essenze intellegibili, che sono”, in contrapposizione alle cose o fenomeni che meramente appaiono.

Fuori della Conoscenza, certa, della Gnosi, vi è la l’opinione, la credenza, frutto della fede soggettiva, la quale non è conoscenza, e non dà certezza. Nella vita pratica l’opinione, la credenza, la fede, sono una necessità ed indubbiamente hanno il loro diritto d’esistenza. Non tutti giungono alla Conoscenza attraverso l’Iniziazione – intesa in senso reale e completo – e quindi è giusto lasciare un campo alla πίστις-pìstis, alla fede, alla fiducia.

Nella mitologia greca, la dea Pistis (Πίστις) è la personificazione della buona fede e dell’affidabilità. Così come sono personificazioni simboliche altre dee come Elpis (Speranza), Sophrosỳne (Prudenza) e Charìtes (Carità), che sono tutte associate all’onestà e all’armonia in ambito sociale. Il suo equivalente romano è, appunto, Fides, la fede, la fiducia. In Platone, il termine pìstis designa non tanto la conoscenza certa quanto l’opinione affidabile.

I problemi, il contrasto tragico, sorse allorché la parola fede fu portata dall’ambito dei rapporti sociali – ambito in cui aveva il significato morale di fiducia, fedeltà, affidabilità, e quello conoscitivo di opinione soggettiva affidabile – in quello religioso e confessionale, ove divenne credenza, obbligatoria ai fini della salvezza eterna, in dogmi, che non erano frutto di una esperienza spirituale diretta, di una conoscenza intuitiva sovrarazionale, bensì erano affermazioni, opinioni enunciate, che dovevano essere acriticamente accettate sulla base dell’autorità religiosa che le emanava. Si giunse al “credo quia absurdum”, al “credo perché assurdo” di Tertulliano, al “credo ut intelligam”, “credo per capire” di Anselmo d’Aosta, e alle varie posizioni della Scolastica medievale. Il “credere” obbligatoriamente alle affermazioni della “ortodossia”, ossia alla “giusta opinione” – ovviamente decretata “giusta” da una autorità religiosa assoluta e irresponsabile – divenne motivo non solo di “salvezza eterna” dopo la morte, ma anche di salvezza e integrità fisica in vita, perché si giunse alla più violenta intolleranza di ogni altra opinione diversa da quella decretata “giusta” dalla ortodossia imperante. Si giunse alla tortura, alla mutilazione, al rogo, nei confronti di coloro che venivano dichiarati “eretici”.

Nel Mondo Classico, la parola “eresia” designava semplicemente una scuola di pensiero: l’Accademia di Platone, il Liceo di Aristotele, il Giardino di Epicuro, il Portico degli Stoici, designavano semplicemente tali “eresie”.  

“Eresia” proviene dal greco αἵρεσις – hàiresis :  scelta, preferenza per una idea o una dottrina o un modo di pensare. In tale mondo antico, nel quale la religione era più rituale che dogmatica, l’hàiresis non aveva l’aspetto drammatico che rivestirà con l’avvento del Cristianesimo. In effetti, l’Antichità politeista separava il mito dalla filosofia e, di conseguenza, la fede, la credenza religiosa dalla scienza. Per tale motivo non erano possibili conflitti tra fede e scienza. Il monoteismo, invece, introdusse, la teologia, lo studio scolastico del Divino, rendendo filosofia e scienza “ancelle” sottomesse al servizio della teologia, la quale detta “verità rivelate” su Dio, di cui non è lecito dubitare o investigare il fondamento di certezza. Tali verità rivelate sono i dogmi.

E’ curioso notare come il termine “eresia” derivi dal greco αἵρεσιςhaìresis, derivato a sua volta dal verbo αἱρέωhairèō, nel senso di “afferrare”, “prendere”, e più specificamente “scegliere” o “eleggere”. In tale àmbito indicava, come abbiamo visto, scuole filosofiche come quella pitagorica, quella platonica o quella stoica. Dunque, in origine, eretico, era colui che sceglieva, colui che era in grado di valutare più opzioni prima di aderire ad una filosofia, o una dottrina, o ad una corrente religiosa, e il termine hàiresis era normalmente usato persino nel mondo ebraico più o meno ellenizzato per indicare le varie scuole filosofiche o religiose, come quelle di SadduceiCristiani, Esseni e Farisei. E, sia nel mondo greco antico, che in quello ebraico ellenizzato questo termine non possedeva, originariamente, alcuna caratteristica denigratoria. Con l’avvento al potere nell’Impero romano da parte dei Cristiani, a partire dall’era costantiniana, cominciò un’era di dogmatismo, di passionalità, di intolleranza, di repressioni, di violenza, di stragi, di torture, di roghi.

Una intolleranza ancora più feroce rispetto a quella usata nei confronti di coloro che, all’interno del Cristianesimo, non si uniformavano ai dogmi della proclamata Ortodossia, venne esercitata nei confronti di coloro che, attraverso l’Iniziazione, cercavano non la soggettiva opinione-doxa, ma la Conoscenza spirituale diretta e oggettiva: la Gnosi. Esempi illustri di Iniziati, martiri dell’intolleranza confessionale, sono Giuliano Imperatore e la filosofa alessandrina Ipazia, ambedue vilmente assassinati, e Ipazia in maniera particolarmente feroce e raccapricciante.

Il mondo classico, greco e romano, non ebbe mai una Ortodossia, e di conseguenza non conobbe dogmi, ossia concetti religiosi cristallizzati. Ebbe una Ortoprassi, ossia la pratica devota di riti familiari, gentilizi, statali, o misterici, che erano alla base dell’ordine e della coesione sociale, e miti: riti e miti che ognuno era libero di interpretare come voleva o poteva, a seconda del proprio livello di maturità spirituale. Vi era, in tale àmbito, assoluta libertà di opinione, con tutta la varietà che tale libertà comportava. Poi vi era, inoltre, l’Iniziazione ai Misteri per coloro che aspiravano ad una esperienza e ad una conoscenza più elevata e diretta dello Spirituale e del Divino. Ma non vi erano dogmi, o dottrine da credere obbligatoriamente. La stessa cosa avviene tutt’oggi in Oriente: in India, in Cina, in Giappone. In Oriente convivono negli stessi luoghi, e a volte nelle stesse famiglie, i culti religiosi rivolti alle Divinità più diverse, ognuna delle quali vista e sentita dai singoli fedeli come la principale, come la suprema. Perché si è coscienti, secondo il detto vedico, che: “la Realtà è una, le verità sono molte”. Ciò porta facilmente alla più ampia e generosa tolleranza, perché nessuno che ami la propria verità, sente di possedere l’interezza della Verità, e concede volentieri che altri possano possedere altre verità, o aspetti diversi e complementari dell’Unica Verità-Realtà. Questa è al di là delle opinioni umane, delle molte e frammentarie piccole verità parziali umane. Ma l’Iniziato può innalzarsi, attraverso l’Iniziazione, l’Illuminazione, l’Estasi, alla vivente esperienza, alla Conoscenza dell’Uno-Tutto, del Divino-Uno che trascende ogni parola o rappresentazione umana. Ma per giungere ad una tale così elevata esperienza, bisogna spogliarsi delle opinioni, delle credenze, delle fedi, delle teorie, delle dottrine, dei dogmi, e trasformare totalmente se stessi, affrontando il morire nella discesa agli Inferi, e il rinascere nella resurrezione iniziatica al mondo dello Spirito.

In Occidente, la fede irrigidita in dogmi cristallizzati, che non chiedevano comprensione e conoscenza, bensì esigevano accettazione incondizionata e imponevano sottomissione, andò in rotta di collisione frontale prima con la Sapienza del Mondo Antico, e poi a partire dalla fine del Rinascimento andò a scontrarsi con la nascente scienza moderna copernicana, kepleriana, galileiana e newtoniana. Scontrò che portò, per esempio, alla condanna del sistema eliocentrico copernicano – rimasto al bando dalle scuole cattoliche sino al 1828 – al rogo di Giordano Bruno, all’umiliante abiura imposta a Galileo Galilei, ad infinite altre atroci persecuzioni.

D’altra parte, l’oscurantismo clericale spinse alcuni settori della scienza, nella lotta sempre più acerba contro il dogmatismo curiale, ad un materialismo sempre più radicale ed anch’esso divenuto sempre più dogmatico. Certo, non tutti gli scienziati sono caduti in un tale rozzo e intollerante materialismo, ed è giusto riconoscere i grandi meriti della scienza moderna. Ma quella che oggi soprattutto manca, drammaticamente manca, è una scienza delle cose spirituali, una Scienza dello Spirito rigorosa, come lo sono le scienze matematiche o quelle fisiche e naturali, ossia una Gnosi, che nasca da esperienza spirituale diretta, e non da credenze, dogmi, tradizioni, sopravvivenze di antiche mistiche, oramai esaurite, e così via. L’attuale contrapposizione tra scienza e fede, è la conseguenza della più antica contrapposizione tra Gnosi e fede, provocata dalla lotta che le confessioni religiose dogmatiche hanno aspramente condotto contro il principio dell’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, contro il principio dell’esperienza spirituale diretta, contro la Conoscenza. Vi è urgenza che venga, come nell’antico Mondo Classico, ristabilita una gerarchia di valori, che doni nuovamente la prevalenza alla Sapienza, alla Scienza, alla Conoscenza, alla Gnosi, altrimenti invece di civiltà, dovremmo parlare di intolleranza, di violenza e di barbarie.

Ci si può chiedere che cosa spinga molti esoteristi, e in particolare coloro che hanno conosciuto la Scienza dello Spirito, ad una morbida accondiscendenza nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, ad un bisogno di condividerne gli aspetti liturgici e comunitari, a cercare un rapporto o addirittura l’approvazione della gerarchia ecclesiastica. Alcuni amici hanno avuto modo, rimanendone oltremodo perplessi, di leggere nel numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si vorrebbe presentare come antroposofica, un ripetuto e abbastanza esplicito invito ad accostarsi alla vita sacramentale della Chiesa. A parte l’esser funzionale agli inconfessati e inconfessabili finalità di chi vuole deliberatamente operare nella Comunità spirituale un “trasbordo ideologico inavvertito”, una tale proposta può essere espressione unicamente di una rinuncia all’eroica impresa spirituale, di una paura, di un incoercibile spavento di fronte all’esperienza, alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il dogma – sia esso cattolico, antroposofico, o catto-antroposofico – è un qualcosa che chiede solo di essere accettato e “creduto”, non sperimentato. Si rimane nella passività dell’anima senziente o dell’anima razionale-emotiva: non si esce dal servaggio alla natura caduta, non si compie l’esperienza attiva dell’anima cosciente.

Certo, la Via del Pensiero è dura, ed è sicuramente dura la pratica intensa, fedele, costante della Concentrazione, che vuole condurre all’esperienza dell’originaria forza-pensiero attraverso l’annientamento volitivo del pensato, di ogni pensato, di qualsiasi determinazione o forma del pensiero che non sia il suo nudo contenuto originario, libero da ogni determinazione e forma. Percorrere concretamente la Via del Pensiero è abbandonare tutti gli appoggi, rinunciare ad ogni “credenza”, ad ogni opinione, sperimentare la più radicale solitudine interiore. E chi teme ciò, facilmente rinuncia all’impresa interiore, la quale non può non essere eroica, e cerca nella Chiesa e nella sua liturgia un rifugio comodo e consolante, sia pure illusorio.

In una lettera del 17 marzo 1972, così mi scriveva Massimo Scaligero a proposito di quanto sopra è stato descritto:

“…Come il cristiano esoterista che si ricongiunge con la Chiesa Cattolica, perché vi trova sicurezza, sistematicità, affabilità, e, perché no?, anche appoggio. Il reciproco appoggio che sarebbe vero se fosse quello di esseri liberati e liberanti, non se è il reciproco appoggio e la codificazione associativa delle debolezze. Il Mondo Spirituale oggi necessita di combattenti puri, capaci di reggersi da sé, non di appoggiarsi a ciò che si è costituito secondo la formale aspirazione, che conceda all’umano permanere, comunque, col suo dominio su tutto. […] certo non si può essere tutti eroi secondo il Christo cosmico e l’impulso del Graal, e Platone e la virtù trasfigurante dell’idea che dà l’assoluto coraggio; ma occorre almeno tendere per fedeltà all’impossibile, provare, prepararsi, distinguere il vero sentiero: per i più scomparso”.

A volte mi chiedo se coloro che hanno avuto la ventura di incontrare la Via del Pensiero, e taluni il dono impagabile di incontrare un Iniziato come Massimo Scaligero, siano capaci della radicalità, dello slancio, della consacrazione che dimostrano molti asceti, seguaci delle Vie orientali. K. Lakshama Sarma, un discepolo tra i più avanzati, coraggiosi e fedeli, di Ramana Maharshi – che Massimo Scaligero affermava essere l’unico ad avere realizzato e additato in India l’esperienza dell’Io – così descrive il Maha Yoga, o Grande Yoga (com’egli chiama l’Atma-vichara, o Via di ricerca dell’Io di Ramana Maharshi):

“Il Maha Yoga è il metodo diretto di trovare la Verità di noi stessi. Esso non ha nulla in comune con ciò che comunemente è conosciuto come ‘Yoga’, essendo semplicissimo – privo di misteri – perché riguarda la Verità assoluta del nostro Essere, la quale è Essa stessa estremamente semplice.

Il Maha Yoga libera il suo seguace dalla sua fede, non per legarlo a nuove fedi, bensì per renderlo capace di perseguire con successo la Cerca del Vero Sé, che trascende tutti i credo.

Il Maha Yoga viene descritto come un processo di disimparare. Il suo seguace deve disimparare tutta la sua conoscenza, perché essendo nella relatività, essa è ignoranza, e quindi un ostacolo”. [Maha Yoga, by “Who” (K. Lakshmana Sarma) Tiruvannamalai, 2002, p. XIII].

 Ed è esattamente quello che dobbiamo avere la forza e il coraggio di compiere nella Concentrazione: l’annientamento di tutto il pensato, di tutto ciò che non è l’atto pensante allo stato puro. Non abbiamo bisogno di dottrine, di dogmi, di fedi, di credenze, ma dell’esperienza interiore diretta che sorge dall’annientamento di ciò che non è l’atto pensante allo stato puro.  

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SCIENZA DELLO SPIRITO

IL MALE. Riflessioni.

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Di fronte al male, più che restare sorpresi rimaniamo annichiliti. Lo sgomento, il dolore ci avviluppa e pare che nel cuore qualcosa venga spento.

Al minimo, dovremmo pensare, dovremmo fare un tentativo e chiederci quale possa essere l’origine, la natura e persino se ci sia una sorta di “missione del male” nella nostra esperienza umana.

Dovrebbe risultare chiaro – continuamente gli avvenimenti lo confermano – che la coscienza intellettuale, se vissuta come unica realtà, non è mai in grado di rispondere a queste domande. Anzi: occorre che il male giunga ad esploderci in faccia per riconoscerlo.

La scienza moderna ci ha insegnato a comprendere ogni cosa in guisa di fenomeno naturale. Così si è capaci di parlare di patologie, di perversioni, di degenerazioni, ma non di salute e condizione morale. Mancando ogni rapporto di vera distinzione tra cosa è sano e cos’è malato, l’asticella si è abbassata come mai era accaduto. A criteri svaniti è divenuto indistinto ciò a cui l’uomo arriva a soggiacere.

Intanto le forze del male, nel buio di questi anni, afferrano sempre più possentemente il generale divenire, minacciando di trascinare tutta la civiltà in un assurdo gorgo.

Per evitare il disastro, l’uomo deve imparare nuovamente a riconoscere e percepire il male, a sviluppare quanto più possibile le forze per superarlo, onde cancellare i suoi letali effetti per la cultura e la convivenza umana e persino per la propria sopravvivenza intesa come integrità personale.

Il pensiero agnostico non è capace di cogliere i sostrati profondi del male. Il diavolo è per esso una pessima rappresentazione medioevale (superstizione) o, al massimo, una vuota questione tra i balocchi teologici. La massima ammissione è che sia il residuo di una rivelazione del passato, la quale comunque si sottrae all’indagine, dunque estranea alla scienza. E’ il nulla per l’intelletto scientifico.

Questo intelletto, quando si dirige sull’interiorità dell’uomo, abolisce pure la coscienza che poteva ancora valere come coscienza del peccato, così che pure su questo versante una comprensione del male risulta impossibile. Né la conoscenza ordinaria di se stessi né la conoscenza del mondo possono condurre la scienza della natura ad un concetto del male.

Però, al medesimo sguardo al quale il male sfugge, s’impone con orrida chiarezza, la sua azione. Sembra anzi che ogni cosa nell’evoluzione sia fatalmente puntata sulla distruzione.

Cultura e sapere, industrie e professioni, scuola ed educazione, l’indagine e la pratica scientifica, sembrano entrate in permanente servizio presso svariati gradi di opera di annichilimento.

Chi vuole sottrarsi a questa discesa rende se stesso inerme: non armarsi significa cadere in balia del nemico, significa annientarsi. Questi effetti che diventano ogni giorno più grandi sono la conseguenza di una visione/concezione del mondo che non poteva (o meglio) non voleva più riconoscere il male.

Dall’epoca dei “Lumi” in poi, è proprio la scienza agnostica, che credeva di poter eliminare ogni male, a essere quella che ha aperto la porta alla sua incursione, così che esso invade l’umanità continuando a crescere.

Se siamo capaci di immergerci in ciò che resta del passato, nei suoi documenti figurativi e linguistici, vediamo senza dubbio che il male era ancora accessibile allo sguardo. Ora si è sottratto alla vista ma ciò non vuol dire che non agisca: al contrario agisce tanto più quanto si vorrebbe nasconderne la realtà.

Una Scienza dello Spirito rende palese come entità sopra e sub sensibili intervengono negli eventi ed influiscano sull’umanità secondo intenti. Del resto basterebbe un grado minimo di veggente sensibilità per potersi accorgere, senza pregiudizi, dei parassiti (larve, simili nature, demoni) che infestano molti esseri umani.

Ad un superiore livello si può dire che l’uomo consegue la sua umanità solo se riesce a trovare il punto di pareggio tra le forze che lo strattonano. Queste forze, in sostanza, offrono – loro malgrado – la possibilità della libertà per l’uomo. Certo, lo conducono nelle illusioni, negli errori, nelle menzogne: ciò gli permette una severa scuola di conquista: una scuola di verità raggiungibile per forza propria.

Riconoscendo il proprio debito alle forze dell’ostacolo (Lucifero e Arimane), portatrici involontarie di quello che, nello scontro, gemma i più bei fiori dell’umana esistenza, l’esploratore dello spirito si guarderà del designarle come “cattive”.

Le deviazioni ci sono e sono continue: perdiamo continuamente l’equilibrio tra le due forze, forse anche all’estremo. Ma ciò, in ultima analisi non ci rischiara per quanto può consistere nella natura umana, in sé disposta al bene, come propri impulsi all’odio, alla crudeltà, alla violenza e all’assassinio.

L’ordine e l’armonia del cosmo viene turbata quando forze (esseri) agiscono fuori la sfera di propria competenza per agire illegittimamente in altra sfera.

Ponete attenzione a ciò che dice il Dottore: “Il male entra nella vita ed il misfatto esiste nel mondo perché l’uomo fa sommergere la sua natura superiore – non destinata a ciò che è terreno – e sviluppa nel fisico corporeo, che come tale non può essere cattivo, quelle qualità che non appartengono ad esso, ma allo spirituale.

Gli uomini possono essere cattivi perché è loro lecito essere spirituali e, come tali, devono sviluppare qualità che, applicate alla vita fisico sensibile, diventano male. Qualità che estrinsecano nella crudeltà, nella perfidia ed altre simili nel mondo fisico, sono invece nel mondo spirituale qualità che perfezionano l’uomo e lo fanno progredire.

Il fatto che l’uomo applichi nel fisico qualità destinate solamente allo spirituale, conduce al suo male. Ma le qualità che possono renderlo malvagio egli deve averle, altrimenti non potrebbe mai salire nel mondo spirituale per essere ivi un’entità puramente spirituale.

Sarebbe una vera assurdità e un disconoscimento di quanto abbiamo esposto se qualcuno volesse dedurre la conclusione che solo il malvagio progredisca nel mondo spirituale. Le dette qualità sono cattive perché nel mondo dei sensi esse vengono applicate nella direzione dell’ego, non per il bene dell’uomo. Applicate giustamente e al posto giusto passano tosto per una metamorfosi e allora sono forze buone.”

Tramite l’azione luciferica e arimanica, l’uomo è stato attirato entro il sensibile, ma in questo (Scaligero lo chiama: “L’inumana palestra dell’umano”) egli ha sviluppato, come personalità terrena, la coscienza della libertà.

Nel momento storico in cui l’uomo raggiunge il culmine della separazione dal mondo spirituale, attraverso l’astratto intellettualismo, anche le forze della sua natura spirituale si configgono più che mai nel sensibile ove tendono quasi soltanto al godimento e al dominio fisico. Contemporaneamente gli impulsi del male si manifestano nella vita civile moderna con la spaventosa forza delle catastrofi.

Gli esseri degli ostacoli, che erano stati portatori di libertà, diventano ora le potenze causanti delle forze del male: ora esse in questo uomo rovesciato lo inducono a lasciarsi completamente dominare dal fisico sensibile in cui si altera l’elemento animico spirituale.

Chi, quale essere spirituale, rinnega il mondo spirituale, e con il suo sforzo si tende unilateralmente nel dominio e nell’organizzazione del mondo dei sensi, diviene uno strumento infero che crea le forze del male distruttrici della nostra civiltà: ovunque operi, nella vita economica, sociale e spirituale.

Ecco la “missione del male” per il divenire del mondo. Nessuna illusione: le forze del male proromperanno con sempre maggior violenza sull’umanità e poiché esse hanno radici nello spirito e non nel mondo fisico, possono e potranno venir comprese e superate solo nel riconoscimento (non astratto) dello spirito.

Il male, emergendo nel mondo come distruzione, omicidio e orrore – sono queste le cose che il materialismo riconosce – costringe a rivolgersi al mondo spirituale, poiché solo da questo si possono conquistare le forze per opporsi fruttuosamente al male.

Dice il Dottore: “Gli uomini devono imparare ad abituarsi a considerare il prorompere delle forze del male come il prorompere di leggi e forze naturali, per imparare a conoscerle e a sapere cosa viva ed operi nei sostrati profondi. Non bisogna considerare il male in modo da fuggirlo senz’altro in pieno egoismo; questo non si può fare; bisogna compenetrarlo di consapevolezza”.

L’uomo, nella zona di libertà del proprio Io, deve sperimentare come nell’anima cosciente che sta svegliandosi, emergano le tendenze al male. Nel superamento di tali tendenze, egli crea il bene in libertà.

Chi sente sorgere in sé il male, lo riconosce e ne trionfa, non vedrà più in esso qualcosa da condannare, da cui fuggire ma giungerà a scorgervi il mezzo che (dolorosamente) riconduce l’uomo allo spirito da essere libero. Il teatro della lotta è l’anima. Finché ciò non viene riconosciuto egli combatte nemici esterni, con enorme difficoltà a riconoscere che i veri nemici sono attivi nella propria interiorità.

Se accetta la lotta contro se stesso, sui gradini dell’autodisciplina, possono dissolversi magicamente modi e motivi delle lotte esteriori. Se l’uomo accoglie il dono del Rappresentante dell’umanità, trova l’altezza da cui vincere le apocalittiche tribolazioni del tempo…, e un giorno, anche redimere la missione cosmica degli dei dell’ostacolo.

Molto di quanto ho scritto sgorga vivo nelle parole di Antoine Leiris, pur vergate nel momento del dolore più straziante. Ciò che in lui viene a manifestazione è certezza di quanto dia luce e futuro all’anima umana.

Avrete già letto dappertutto la lettera in calce. Potete leggerla ancora una volta sulle pagine di Eco. Per questo sito è semplicemente un onore il ristamparla.

*

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

ALTRO, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA-DODICESIMA Lettera (Parte II)

Denderah

DODICESIMA LETTERA

Marzo 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

MARTE

(Continuazione)

Marte nei Pesci: Marte nei Pesci può condurre alla realizzazione della pace come risultato della riconciliazione tra le forze contradditorie sopra descritte, ovverosia tra i poteri del Cielo e della Terra. Questa realizzazione può giungere unicamente dopo una lotta di una vita attraverso la profonda valle della Caduta. Qui una considerazione dei movimenti prenatali di Marte è straordinariamente importante.

novalis

Abbiamo conoscenza di un solo esempio ideale di Marte nei Pesci. Allorché nacque Novalis, il 2 maggio 1772, Marte era in questa Costellazione. All’incirca all’epoca del suo concepimento, Marte entrava in Vergine. Ciò indica che vi era nel corpo astrale di Novalis una manifestazione dei sette aspetti del corpo animico di cui abbiamo parlato più sopra, e che abbiamo descritto dal punto di vista di Marte nelle Costellazioni dalla Vergine ai Pesci. In Novalis l’innocenza cosmico-solare delle forze del corpo astrale era manifesta, così come la grande “Caduta e Resurrezione”. Tutta questa grandezza della potenza astrale fu poi infine accumulata nella posizione di Marte nei Pesci. Essa divenne un potere risanatore di pace e di riconciliazione che permeava tutti coloro che vivevano attorno a quell’essere meraviglioso. Abbiamo molti racconti di questo fatto. Le sue forze astrali erano portate in armonia e si risvegliavano alla realtà del Mondo Spirituale dopo ch’egli era passato attraverso le esperienze animiche più tormentose che gli aprirono gli occhi sulla realtà della Caduta nelle vesti della morte, avendo incontrato la morte nella perdita di uno dei suoi più amati amici.

Marte in Ariete: Marte in Ariete indica un corpo animico che, se è associato con certi altri fatti, fornisce una base adatta per la conoscenza del Mondo Spirituale. Marte nelle Costellazioni dalla Vergine ai Pesci è collegato con lo sviluppo cosmico che condusse nella Caduta e con la sua Redenzione. Le costellazioni dall’Ariete al Leone sono opposte a quelle che abbiamo descritto più sopra; perciò, esse riflettono quei poteri che gradualmente si ritirarono nelle regioni spirituali superiori quando si verificò la Grande Caduta.

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Ne abbiamo un esempio nel cielo di nascita di Swedenborg. All’epoca della sua nascita, il 29 gennaio 1688, Marte stava in Ariete. Sappiamo che egli sviluppò una facoltà di chiaroveggenza nell’ultima parte della vita. In questo caso abbiamo bisogno di aggiungere vari fatti per comprendere questa chiaroveggenza di Swedenborg, ma non possiamo farlo adesso. Forse in séguito giungerà per noi un’opportunità di elaborare i dettagli di questo cielo di nascita.

Marte in Toro: quando nacque Raffaello Sanzio, il 26 marzo o il 6 aprile 1483, Marte era entrato nella Costellazione del Toro. All’epoca del suo concepimento Marte era in Acquario ove compiva un nodo nei primi stadi dello sviluppo prenatale di Raffaello.

Raffaello Sanzio Autoritratto INV. 1890 - n° 1706

Marte indica una condizione del corpo di coscienza che, dal principio, porta l’impulso della riconciliazione tra le forze astrali della testa e quelle del cuore, e forma anche una relazione cosciente tra il Cielo e la Terra. Indubbiamente se guardiamo il suo ritratto o leggiamo la sua biografia, possiamo trovare confermato che in quest’amabile personalità non vi era l’ombra della discordia tra Cielo e Terra, bensì caldo, raggiante amore per ogni esistenza nell’Universo.

In questo caso, infine, Marte era entrato nel Toro, che è il segno opposto allo Scorpione. Allorché Marte è nello Scorpione, abbiamo una manifestazione della Caduta scritta nel corpo astrale umano. Sebbene questa posizione segni l’inizio del declino dello sviluppo universale nella materia, esso segna altresì la spiegazione per l’umanità della bellezza del mondo dei sensi. La bellezza del mondo dei sensi è l’ultimo residuo della manifestazione dello Spirito in esso, che irradia dal Toro attraverso Marte e può compenetrare la Costellazione opposta. Perciò, se Marte è in Toro in un cielo di nascita, esso si manifesta nel corpo astrale di un tale essere umano come il potere di riconoscere lo Spirito nel mondo fisico come bellezza. Può manifestarsi come un’inclinazione nei confronti della poesia, ma nel caso di Raffaello si rivela nel bel mondo del colore. Se stiamo di fronte ai suoi dipinti, per esempio a quelli della “Stanza della Segnatura”, possiamo sperimentare la condizione animica che deve aver ispirato Raffaello. Qui il mondo degli oggetti materiali è diventato una rivelazione dello Spirito attraverso il linguaggio del colore.

Marte nei Gemelli: Il famoso filosofo Schopenhauer era nato quando Marte stava nella Costellazione dei Gemelli, il 22 febbraio 1788. Esso inizia la sua corsa nei Pesci all’incirca all’epoca del suo concepimento. Durante gli ultimi mesi del suo sviluppo prenatale formò un nodo nei Gemelli.

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I Gemelli sono il segno opposto del Sagittario. Nell’aspetto di Marte in Sagittario abbiamo trovato una condizione astrale che può far apparire l’esistenza umana come una contrapposizione tra il mondo materiale e quello spirituale. Con Marte nei Gemelli, questa lotta è, per così dire, decisa in favore del Mondo Spirituale.

La filosofia di Schopenhauer, che in una certa misura è collegata con la condizione individuale del suo corpo animico, è un’espressione di questa tendenza. Un’esperienza del mondo di un essere umano, secondo la concezione del mondo di Schopenhauer, è il risultato della sua propria condizione animica.

Perciò, se sperimentiamo pena e dolore, ciò è dovuto al fatto che noi stessi abbiamo creato questo mondo attraverso il nostro collegamento animico con esso. Per amore della salvezza da pena e dolore dobbiamo strappare la nostra vita animica da questo mondo. In questa prospettiva appare qui un qualche vago collegamento con un Buddhismo frainteso. E’ una sorta di spiritualismo che non vuole purificare le percezioni sensorie , così che la Luce dello Spirito possa di nuovo risplendere attraverso gli oggetti del mondo fisico, bensì desidera ardentemente fuggire quel mondo che è rigido e doloroso e lasciarlo irredento.

Questo è il pericolo di Marte nei Gemelli, ma naturalmente la mèta che esso esige è la realizzazione della necessità per quella lotta in noi come una questione d’importanza per l’intero destino mondiale.

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Marte in Cancro: Quando (maggio 1265) nacque Dante, il poeta della Divina Commedia, Marte era in Cancro. Esso iniziò durante lo sviluppo prenatale con un nodo in toro. Perciò, possiamo ricordare quel che abbiamo detto su Marte in Toro. In questo caso il poeta getta la Luce dello Spirito sugli eventi del mondo materiale che erano oscuri e tragici nella vita personale del poeta. Poi, nell’aspetto di Marte in Cancro troviamo indicata un’altra facoltà impressa nel corpo animico di Dante. Nella Costellazione opposta, in Capricorno, abbiamo trovato indicato l’impulso a pacificare le forze contraddittorie dell’anima. Qui, nel poema di Dante, adombrato da Marte nel Cancro, troviamo la manifestazione della grandezza cosmica di questo processo di pacificazione e purificazione. Le gigantesche scene dell’Inferno e del Purgatorio sono il retroscena cosmico di quelle esperienze attraverso le quali ogni essere umano deve passare dopo la morte.

Marte in Leone: il Leone è il segno opposto all’Acquario. Marte in Acquario indica l’anelito all’unione tra le forze astrali operanti nel cuore e nella testa. Allorché Marte è in Leone, possiamo sperimentare l’anelito alla realizzazione cosmica, il raggiungimento spirituale di questa unione. Ciò appare come entusiasmo nel capo, o regione del pensare, e nel cuore, o regione del volere.

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Possiamo scoprire una sorta di entusiasmo sostanziato nel poeta Shiller. Quando nacque, il 10 novembre 1759, Marte era pure in Leone, ma in congiunzione con Nettuno. Esso era partito in Ariete con un nodo e in congiunzione con Urano. Il potere del corpo animico, indicato nel gesto di Marte, potrebbe anche esser diventato un entusiasmo realizzato, diciamo, per l’ideale della Rivoluzione Francese. Comunque, esso fu estraniato dal mondo fisico e divenne invece una specie di meccanico dinamismo spiritualistico che piuttosto distrusse l’unione tra il mondo fisico e quello spirituale.

Questa tragedia si manifesta nelle congiunzioni di Marte con Urano e Nettuno che imposero uno stato d’animo superumano, persino inumano, sulle qualità di Marte.

Gli eventi in Cielo

Il Pianeta Saturno è nella Costellazione dei Gemelli. Esso entrò in questa Costellazione al solstizio d’estate dello scorso anno [1944], allorché era in congiunzione con il Sole, vale a dire: esso allora stava direttamente dietro il Sole. Durante il periodo natalizio, il 29 dicembre, esso era in opposizione al Sole. Il Sole si era allora mosso nella parte opposta dello Zodiaco e stava nella Costellazione del Sagittario. Dal 24 ottobre fino al 6 marzo Saturno eseguiva un nodo. Poi si muoveva in maniera retrograda, ovvero contro la direzione generale nella quale si muovono i corpi celesti del nostro sistema planetario. Comunque, durante questo moto retrogrado esso non lascia la Costellazione dei Gemelli.

Dovremmo volgere lo sguardo su un tale evento come osservando i movimenti delle lancette dell’orologio. Non è l’orologio che determina la nostra vita, bensì siamo noi che disponiamo la nostra vita secondo il tempo che indica l’orologio. Così non possiamo parlare di una qualsiasi determinazione degli eventi terrestri dall’influenza dei corpi celesti – per esempio, in questo caso, da Saturno nei Gemelli – tuttavia possiamo leggere l’ “ora” cosmica nella quale l’umanità è entrata. E’ lasciato a noi adempiere alle necessità di questa ora.

Saturno è riflesso nelle profondità della vita animica dell’umanità. Esso annuncia l’ora dei più profondi impulsi storici che giungono in vita nelle regioni sconosciute dell’umano volere. L’ultima volta che Saturno fu nei Gemelli, l’umanità era nel mezzo della Prima Guerra Mondiale, giacché fu durante gli anni tra il 1914 e il 1917.

Siamo ora in una posizione simile e sembra come se tutti i problemi irrisolti di quegli anni passati siano risorti e stiano nuovamente sulla soglia. Spessissimo appare come se essi fossero diventati addirittura maggiori.

La Costellazione dei Gemelli riflette l’antica dualità degli esseri umani allorché essi si sperimentano come singole individualità. Da un lato essi sperimentano più o meno chiaramente in sé stessi la scintilla divina che collega l’individuo con un Mondo Spirituale o Cosmico, e dall’altro essi si trovano posti nel mondo terrestre che sperimentano tramite i sensi e che rigidamente imprigiona dentro di essi la loro vera natura “umana”.

Non sembra esistere alcuna riconciliazione tra i due mondi che si incontrano nell’individualità umana. Quei due mondi sono in inimicizia e quest’odio cresce ogni giorno di più. Questa è la posizione nella quale si trova oggi l’umanità. Saturno nei Gemelli annuncia l’ “ora” dell’ “Io”. Tali problemi devono essere risolti durante quest’ora, oppure l’umanità sarà colta in un’epoca successiva da una catastrofe molto più possente.

Questa è la grande domanda che appare riflessa nella posizione di Saturno nei Gemelli: come può l’anima umana guidare se stessa tra lo Spirito e il corpo? Le rivelazioni dello Spirito sono potentissime e diventano sempre più potenti. Nella nostra epoca queste rivelazioni possono essere stranissime e quasi distruttive. Coloro che sono al centro degli eventi, e coloro che devono combattere nei diversi teatri di guerra, questo lo conoscono sin troppo bene. Vi è inoltre il pericolo che gli esseri umani non possano essere capaci di prendere più a lungo queste esperienze in maniera sufficientemente seria, ovvero che le loro anime possano essere sopraffatte e le loro vite portate nel caos. Lo Spirito dell’umanità e del mondo corre il pericolo di diventare un fantasma disturbante per l’esperienza animica dell’umanità.

Il mondo al quale gli esseri umani sono avvinti tramite il corpo è divenuto sempre più indurito e doloroso. Positiva inimicizia nei confronti di ogni cosa collegata con lo Spirito o persino con l’anima sembra essere innata in esso. A causa di questa gelida inimicizia il Pianeta Terra è in pericolo di diventare completamente inadatto per le anime umane e adatto unicamente per fantasmi meccanizzati dell’essere umano. Il problema nelle profondità dell’anima umana, che è riflesso nella posizione di Saturno, è questo: come può oggi l’umanità vincere questo duplice pericolo?

Dobbiamo vincere in noi stessi il potere che causa il fatto che il mondo, al quale appartiene il nostro corpo, ci appaia come rigido, freddo e odioso. Se purifichiamo i nostri sensi dall’antico mondo, dall’innato egoismo, possiamo imparare a percepire il mondo fisico come una rivelazione dello Spirito. La Scienza dello Spirito ci dà il potere di guardare nella natura e di vedere la Luce dello Spirito che lo compenetra. Se lo Spirito si rivela nella regione dell’anima umana, abbiamo bisogno di riconoscere che qui vi è un vero sentiero dal quale noi possiamo ottenere una conoscenza definita dei Mondi Superiori. La realizzazione di questa conoscenza, e il potere di comunicarla a coloro che sono nel bisogno, è il còmpito di coloro che hanno già seguito il sentiero che la Scienza dello Spirito ha rivelato. Solo questa conoscenza può rendere capaci gli esseri umani di vincere i pericoli che sorgono da esperienze spirituali per le quali l’anima è impreparata e che operano come fantasmi disturbanti.

Questa è la situazione presente dell’umanità così come essa è riflessa nella posizione di Saturno nei Gemelli. Essa mostra il profilo generale delle forze che sono operanti nelle profondità delle anime umane come un destino cosmico. Ulteriori influenze sono riflesse dalla posizione e dai movimenti degli altri Pianeti, ma parleremo di questi nelle prossime Lettere.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI

FUORI DAL CORO E ALTRO

 Fuori dal coro

Spesso mi si rimprovera di magnificare il volere a detrimento delle altre potenze dell’anima. Questo significa solo che non mi spiego bene o sufficientemente o che per molti il volere è un oggetto misterioso. E, in questo caso, non intendo criticare nessuno poiché tanti dei molti sono assolutamente sinceri. Vi sono persino raffinati antroposofi che, mettendo la corona in testa al ”umile intelletto”, vedono nella volizione un carattere ovviamente unilaterale di muscolarizzazione della via allo Spirito. Credo che valutazioni come questa siano nient’altro che opinioni, anche quando esse vengano riccamente guarnite con la dotta accademia di riferimenti steineriani.

Lo dico sempre: quando si hanno a disposizione migliaia di conferenze del Dottore, chi ha buona memoria e un po’ di pazienza può dire ogni cosa con un carattere quasi inappellabile ed è veramente difficile in tali prodotti distinguere ciò che è vero da ciò che è soltanto esatto di forma. Se poi uno conosce il tedesco e possiede i dischetti dell’O.O. può costruire monumenti più fiabeschi del castello di Neuschwanstein.

Ormai sembra inutile ricordare che Steiner si oppose al fatto che le conferenze di Stoccarda finissero a Monaco ecc. A fatto compiuto il Dottore volle che le copie viaggiatrici riportassero in testata la seguente dicitura: “Pubblicato come manoscritto per gli appartenenti alla Libera Scuola di Scienza spirituale del Goetheanum di Dornach. Non viene riconosciuta competenza di giudizio interno a questi scritti per chi non sia in possesso delle cognizioni necessarie richieste dalla scuola – sia per mezzo della scuola stessa – sia per via di altri mezzi da essa considerati equipollenti. Ogni altro giudizio verrà respinto nel senso che si rifiuterà in merito a questi scritti la discussione con i non competenti”. Poi le cose sono finite nella democrazia del diritto universale, beninteso senza doveri.

Sono “reazionario”? No, miei cari o almeno non troppo: le cose sono andate come dovevano andare ma ciò non assolve il fatto che non siano andate granché bene. Come un pasto troppo abbondante carica l’organismo di veleni e ottunde la coscienza, così l’eccesso di spirituali rivelazioni tramortisce il sano impulso alla conoscenza, che nel caso di una scienza dello spirito è fatta soprattutto di approfondimento e mai di dispersione intellettuale.

La lettura a 360 gradi non è lesiva nell’approccio iniziale della ricerca, quando si vorrebbe sapere il più possibile. Saranno poi le stesse letture, come modificatrici dell’anima, a invitare lo studente ad esigere lo studio approfondito delle pietre d’angolo dell’edificio sapienziale. E’ l’anima che alla fine dovrebbe formulare l’assenso, riconoscendo la verità di quanto, a tutta prima, può parere solo asserito.

Quasi tutta la Scienza spirituale comunicata e ricomunicata risulta in un certo qual modo, falsa: poiché viene accolta supinamente, con fede cieca. E’ possibile che all’inizio la situazione sia diversa ma con la complicità dell’abitudine alla passività, si smette presto la fatica di pensare e si accoglie tutto: senza distinzione.

Così è roba di cartapesta che passa da anima ad anima, con la consapevolezza dell’istinto condizionato. Questa è la condizione primaria dei tanti che affermano a sé e al mondo di essere discepoli di qualcuno o della via sapienziale: esoteristi? Ma va là. Cani di Ivan Pavlov, piuttosto.

Tutto quello che non può, che non riesce a venir sperimentato è feccia. Il fatto che l’esperienza possa configurarsi in pensiero e non in misterica veggenza è cosa secondaria o incidentale. Un’obiezione in tal senso mostrerebbe solo che viene pure incompresa l’intima natura del pensiero. Con il pensiero logico e purificato si giunge ad una condizione di equivalenza con ciò che viene chiamato mondo eterico, e chi questo non l’ha capito non comprende il senso delle “comunicazioni” e non sa distinguere il vero dal falso. Come avviene ogni giorno per sostanziale rozzezza, tra i blablatori delle Scienze spirituali.

Quello che a nominarlo gli piglia il furore morale, tra le tante sciocchezze che scolpisce come fossero su pietra mosaica, afferma essere inconoscibile il grado interiore dell’altro. Questa, tra le tante affermazioni vuote o pasticciate, è falsissima: basta seguire l’origine di quanto sottende l’animus di una sola parola udita per avere davanti a sé un vasto panorama. Inoltre se un decente operatore è capace di immergersi nel silenzio interiore può, da tale condizione, persino “vedere” l’atmosfera animica ed i toni qualitativi di questa, emanati dalle persone che lo attorniano. Sono percezioni senza nome: spetta poi al pensiero intenderle, subito o dopo immersione meditativa. Il Nostro, che è ipovedente, ha la stupefacente pretesa di dar per scontato che altri siano almeno orbi.

E se ciò vi sembra strano ditemi allora con quale criterio sceglieste (la vostra anima scelse) di seguire Scaligero e non i molti Egemoni Cosmocrati che affollavano la piazza? Qualcuno risponderebbe di sicuro che fu atto karmico. Non dico che, in fondo, non sia stato così ma per il senso dell’attuale, individuale destità, obbietto: ma voi dove eravate con la vostra coscienza? Da Scaligero o al bar dello sport?

Una retta conoscenza conduce, prima o poi, alle rette discipline. E’ essenziale che, con anima sgombra, si pensino i pensieri nei quali l’Iniziato ha trasfuso l’esperienza sovrasensibile: allora i pensieri possono dare al sentimento una schiarita che si traduce in risveglio animico. Infiniti sono i risvegli, come fossero strati di una cipolla cosmica e già dopo il primo, il dio ti lascia a sbucciare da solo, e l’utensile che ti trovi tra le mani si chiama disciplina. Così continui oppure contempli la cipolla – dita incrociate a girarti i pollici – per il resto della tua vita. Anche questa è libertà, no?

Per non farla troppo lunga sulle tristi sorti dell’uomo davanti la cipolla, vorrei offrire al lettore qualcosa di costruttivo che funziona. Che non viene dall’antroposofia ma dalla galassia teosofica. Si tratta di un esercizio comunicato già negli anni ’30 da E. Wood in un libretto intitolato Concentrazione, poi ripreso in un nuovo testo ampliato e ambiziosamente arricchito dall’Autore, edito dall’Astrolabio nel ’68. Un amico lo riportò sulla Rivista L’Archetipo alcuni anni addietro. Che io sappia non incuriosì nessuno: ed è un vero peccato, poiché potrebbe aiutare chi ha serie difficoltà nell’approccio con l’immateriale. E’ possibile, con questo esercizio, avvertire subito la potenza della mente incentrata in se stessa. Preciso che la descrizione risulta complessa ma se compresa è di facile attuazione. Cercherò di liberare l’esercizio dalla ridondanza di quanto Wood si è sentito di aggiungere nella II edizione.

Preso un foglio di carta bianca e una matita, disegnate un cerchio nel mezzo. Nel cerchio scrivete il nome di un semplice oggetto che vi sia famigliare. Dedicate attenzione all’oggetto inscritto e lasciate che il pensiero sia libero di formulare da sé un concetto connesso (se, ad esempio, abbiamo scritto “vite” è probabile che la connessione sia “cacciavite” o una qualità dell’oggetto: in effetti è una libera associazione dal guinzaglio strettissimo). Tenendo il termine/ immagine “cacciavite” disegnate con la matita una riga o freccia che parta dalla circonferenza del cerchio ad un punto qualsiasi del foglio: lì scriverete “cacciavite”. Poi scivolate lungo la riga con la punta della matita fino al cerchio e, dimenticato il cacciavite, dirigete nuovamente l’attenzione alla vite. Lasciate nuovamente che il pensiero attui una nuova connessione che sorga in voi come, ad esempio, “acciaio”. Ora, tenendo l’”acciaio”, tirate con la matita una nuova riga dal cerchio ad un punto qualsiasi del foglio dove scriverete acciaio. Nuovamente scivolate con la matita dall’acciaio verso il cerchio e osservate nuovamente la vite. Permettete al pensiero una nuova connessione: potrà essere anche “mobile” poiché per voi il mobile è tenuto insieme dalle viti. Disegnate una terza freccia e scrivete “mobile”, poi, insieme alla matita, tornate al cerchio.

Se ora riuscite a scorgere il diagramma (un cerchietto con tanti raggi) capirete anche che è un continuo lasciar libero il pensiero per poi riportarlo sempre all’oggetto-tema. Questo esercizio di riporto va continuato per un certo tempo, con serietà, continuità e senza distrazione. Potete notare che nell’esercizio vi è una parte meccanica ma la sua riuscita dipende esclusivamente dalla costante attenzione immessa, che meccanica non è.

Esso attua, con le facilitazioni date dal sensibile descritto, un atteggiamento della volontà che realizza una atmosfera di concentrazione: come un essere avvolti in una nube di concentrato, forte e denso silenzio. Più all’interno di sé. Percepirete, forse anche dalla prima volta, la potenza del mentale concentrato in se stesso. Quello che ho detto non appartiene ai modo di dire: percepirete questa assorta concentrazione animica come si percepisce un tavolo: ma dentro. Realisticamente. Provate l’esercizio descritto per una settimana o meglio ancora, per un mese. Se l’attenzione supportata permane dedicata in questo prolungato riportare, avrete molti benefici: il realismo dell’esperienza conseguente l’esercizio, una mente addomesticata cioè silente e la capacità di fare una meditazione.

Se vi sentite antropo-ortodossi in conflitto morale, non fate niente di ciò che ho scritto, anche se è solo un esperimento, dimenticatelo e continuate le vostre chiacchierate. Così non correrete alcun rischio e potrete sempre continuare col vostro noiosissimo auspicare e aspirare ad una concezione spirituale che, in senso aristotelico, mai vorreste che fosse atto.

Approfitto di questa breve nota per rispondere alla domanda di un amico di Eco che vorrebbe un particolare punto di vista sulla via della fede.

Mio caro, ognuno ha la sua strada e non dovrebbe tradirla: dalla sua immagino che non occorra perdersi a distinguere tra fede e Fede. Sulla via data dal pensiero, che noi propugniamo, è quanto deve accadere con la concentrazione, non in quanto concentrazione in sé ma quando per suo tramite essa venga superata come “esercizio”, divenendo moto ulteriore orientato verso lo Spirito. Termini non bastano o non ci sono: è un andare oltre l’agonia, cioè si sperimentano gradi di agonia ma da lì basta un passo per superarli.

Così anche la Fede, da come ne parla, essa comporta esperienze non dissimili, poiché si tratta di volere oltre ogni percorso razionale, oltre la massiva rappresentazione della Materia, oltre ogni certezza acquisita precedentemente. Mica facile volere l’inimmaginabile, l’impossibile (ciò che per il mondo è inaudito). Per giungere ad una tensione sovrumana d’impeto della volontà e del sentimento che balzano oltre il saputo, il conosciuto. Titanismo che trascende se stesso per diventare Potenza di trasformazione della realtà.

Slancio sacrificale che tutto spezza tutto infrange.

Però mi permetta di trascrivere le ammonitrici parole di quella magnifica rompiscatole di Santa Teresa: “Proprio una bella maniera di cercare l’amore di Dio! Lo si desidera subito, in tutta la sua perfezione, e ognuno conserva le proprie tendenze. Non si compie sforzo alcuno per suscitare buoni desideri né per riuscire a sollevarli da terra, e poi si ha il coraggio di pretendere molte consolazioni spirituali! Ciò non può avvenire, e simili pigrizie sono incompatibili con l’amore perfetto. Quindi, se Dio non ci concede il tesoro interiore, ciò dipende solo dal fatto che noi non facciamo a Dio il dono assoluto di noi stessi” (Vita: I, 11).

Così, non me ne voglia, tanto per riflettere e gettar acqua sugli ardori suoi e miei.

Cari saluti.

ALTRO

Mio Archetipo Divino

Fenice

Mio Archetipo Divino

E’ Te che ho amato

in tutti gli uomini della mia vita

passato

presente

futuro

 

Sei Tu che mi hai purificata

nel fuoco dilaniante delle passioni

e del dolore

 

……ma ancora non ti conoscevo …

 

Conservami il cuore ardente

sempre capace di amare

.

(Mara Maria Maccari)

ARTE, MARA MARIA MACCARI, POESIA

SUI DEFUNTI

 cielo1

Per i primi giorni di Novembre volevo spendere qualche parola per i defunti. Dopo qualche riga un pensiero invadente mi ha fermato.

Mi ha sussurrato, senza complimenti: “No caro mio, così non va bene!

Ho chiesto subito il perché ed il pensiero, con un tono che mi è parso leggermente canzonatorio, ha continuato: “Tu hai cominciato a pensare e sentire con la compunzione rassegnata che si accende davanti la povertà, all’ingiustizia, ai maltrattamenti, alle sofferenze, ai lutti…se sbagli così dal principio non scrivere nemmeno una parola!” “Noi” – perché il “noi”? Era solo un pensiero tutto mio? – “siamo vivi, più vivi di voi”.

Smettete una buona volta di credervi, voi vivi e noi morti…guarda, mi spiego meglio: immagina di andare per due ore al cinema: segui lo spettacolo, fatti afferrare dalla vicenda che si svolge sullo schermo. Poi esci dall’edificio, dall’oscurità artificiale, e ti muovi, c’è il sole, persone vere che ti salutano.., ora sei rientrato nella realtà. Così è per chi rientra nella Luce dello spirito, nella gioia della libertà e in una coscienza moltiplicata.

Se non la vedi in questo modo non scrivere di chi, sognando da bruco s’è risvegliato trasformato in farfalla!

*

Così riprendo in altro modo. Anche questo è argomento che viene posto alla luce della Scienza dello Spirito. Forse interessa poco i giovani, tanto avvolti nelle forze della vita, ma può essere una delle riflessioni per chi ha dovuto salutare la scomparsa nell’inaccessibile di amici e parenti: soprattutto di quelli che hanno svolto un ruolo evidente nel nostro tracciato personale.

Non vi è nulla di oscuro o malsano in questa direzione: non tavoli a tre gambe ma raggi di sole, fioriture nei prati e scintillio di stelle: in questa vivezza il defunto è presente.

Ognuno dovrebbe dirsi: “prima di occuparmi dei defunti, bisogna che mi prepari nello spirito”.

Un buon esercizio è quello di trasportarmi col pensiero sotto il cielo stellato. Perdo di vista il mio corpo e le sue miserie; cerco di immaginare le figure delle costellazioni che occupano la volta celeste, rivedo la corsa del sole, i colori che tingono il suo levarsi, il suo coricarsi.

Trasporto ciò in stati d’animo.

Per finire immagino davanti a me la terra con montagne e masse d’acqua: utilizzando i ricordi di impressioni vissute durante arrampicate, nuotate ed escursioni nei boschi.

Tutto ciò deve essere ricordato obbiettivamente e senza l’aiuto del corpo: dimenticarlo è una delle condizioni per cercare liberamente il contatto con i defunti.

Il ricercatore dovrebbe dirsi: “Posso andare spiritualmente da qualcuno poiché ho reso mobile il mio pensiero, ho purificato il mio sentire e ho dato un orientamento alla mia volontà.

Posso ora ritornare sui miei passi sino all’infanzia e riguadagnare una condizione perduta nella maturità.

Ecco le forze che ho usato inconsciamente nei miei primi tre anni, per stare sulle mie gambe, fare i primi passi, trovare l’equilibrio: le devo al divino architetto che edificò il piccolo tempio umano. Poi ho cantato, parlato ed è stato il celeste musicista e poeta che formò i miei organi e respirò in me.

Finalmente lo spirito universale mi aprì i campi del pensiero.”

Quindi lo sguardo del ricercatore indugia pensieroso sull’immagine dei defunti, rammentando la realtà quotidiana, comprende come i morti vedano la natura. Ciò che viene percepito con gli occhi fisici, le pietre e le piante, non esistono per essi. Essi non vedono nulla della realtà sensibile. Essi percepiscono solo quello che esiste per la loro natura: lo spirito. Cosa percepiscono del cristallo poggiato sul mio tavolo? Solo l’impressione interiore che in lui si è arrestata: la geometria delle forme: cubo, tetraedro, ottaedro, cioè quello che in lui è stato lo spirito, la melodia celeste.

E della pianta? Non la forma fissa ma il susseguirsi degli stati che hanno metamorfosato il seme in foglie, poi in fiori, dunque il moto dei pianeti che si ritrova nella crescita dei vegetali. E degli animali? Il loro principio, nel Paradiso.

I defunti seguono le azioni celesti nei regni della terra. Scambiando tra loro le impressioni che raccolgono. Così conversano e imparano. Avendo ricevuto un vivente insegnamento: i loro istruttori noi li abbiamo chiamati Angeli.

Che fanno gli Angeli? Esattamente il contrario di quello che sulla terra fanno i sapienti. Questi hanno osservato con i loro sensi, ma il loro pensiero era rigido come scorza.

Gli Angeli restituiscono vita al pensare e nutrono i morti con idee viventi (entità) che sono il viatico nel corso del loro pellegrinaggio celeste.

Le azioni degli uomini hanno avuto la lenta conseguenza di uccidere certi pensieri.

Ora, per riparare i danni, hanno dovuto intervenire forze superiori a quelle degli Angeli.

Una grande tristezza pervade i defunti quando il loro sguardo scende sui sentimenti di chi vive nel terrestre. Costoro non sono passati, come i disincarnati, attraverso un lavoro di purificazione.

Al contrario, i vivi si sono induriti nell’odio e nei conflitti e hanno fatto della terra un luogo sempre più favorevole ai demoni che diventano più forti degli Angeli dei cieli.

I defunti tentano, assai prima, di farsi intendere dagli uomini: “Se non volete sapere più nulla di noi, soccomberete non solo alla morte del corpo ma anche a quella dell’anima”.

Saranno ascoltati?

Io li posso comprendere, intuisce il ricercatore che si è chinato sui loro nomi immortali: “Avvicinatevi verso me, ciò che dite cercherò di riferirlo agli altri uomini”.

Ma per (fare) questo devo rafforzare il mio proprio essere. Potrò farlo se comprenderò il monito: “Uomo, conosci te stesso!

Se posso ancora percepirlo, comprenderlo, tra infiniti rumori e mille rovine, allora, in qualsiasi momento, qualsiasi sia la tormenta che spazza il mondo ed il cielo profondo e l’abisso infernale, posso anche edificare in me stesso il campo della mia libertà.

Io sono. Per quel tanto che io resti vero, v’è realtà in me. Per quel tanto che io sappia amare, c’è realtà nell’universo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – NOVEMBRE 2015

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO
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