IL DISVELAMENTO "INOPPORTUNO"

iside

Nelle moltissime malinconiche notti, pervase di dolcissima e cronica insonnia – che, a quanto pare, divertono moltissimo i cari Savitri e Isidoro, i quali invece la notte dormono e ronfano saporitissimamente – mi ritrovo ad avere molto tempo a disposizione per leggere, meditare, e alquanto pensare. Il molto tempo, diurno ma soprattutto notturno, dal Cielo e dai Numi così benignamente concessomi, mi permette di pensare e di scavare in profondità in quel che leggo, di portare uno sguardo attento e non frettoloso fin nei meandri meno evidenti delle realtà espresse o inespresse, che stanno dietro a parole, a discorsi, a ricordi di eventi talvolta da lungo tempo trascorsi.

Insistendo con diligenza e pazienza in tale opera di “scavo”, giunge spesso il “felice” momento nel quale la mia Amata, la glaucopide Dea della Celeste Sapienza, generosamente manifesta, e disvela al suo cronicamente insonne innamorato, parole e discorsi dagli aspetti davvero sorprendenti, talvolta ben celati, che si collegano ‘stranamente’ con altre parole ed altri discorsi, nonché con eventi nel tempo vicini o lontani. Quando Ella decide che il disvelamento si operi, la ierofania allora avviene in tutto il suo travolgente, abbagliante splendore: questo è appunto il significato originario, misterico e pagano, della parola ellenica ἀποκάλυψις, apokàlypsis (tratta dal verbo καλύπτειν, kalýptein, “velare”), e significante appunto il sollevamento del ‘velo’ che ‘celava’, a Sais e in altri Suoi Templi, in Egitto e altrove, il volto della mia Amata agli occhi degli inscienti, dei non iniziati, dei profani, ossia di tutti coloro che erano tenuti a rimanere fuori dell’Iseum, del Tempio dell’Unica Dea.  

In tale disvelamento, i frammenti dispersi – come le disjecta membra di Osiride, il Dio di Abido, raccolte dalla sua fedelissima sposa, la sapientissima dea-maga Iside – vengono irresistibilmente ricomposti in una folgorante, e inaspettata, sintesi che non manca mai di sorprendere e di suscitare lo stupore di colui allo sguardo del quale, ogni volta, il mistico velo viene sollevato. Quel che in tali momenti il disvelamento manifesta è sovente l’esatto contrario di ciò che la pragmatica, e imperante contortodossia ha “interesse” ad ammannire come “rivelazione” al fidente e ingenuo popolo catecumeno. Non si riflette quasi mai al fatto che ri-velare, alla lettera, in realtà significa “velare ripetutamente”, ossia “velare due volte”: quindi proprio il contrario di quel che generalmente si crede. Ma, ‘cosa’, ‘a qual fine’, e ‘perché’ si vuol “ri-velare”, velare due o anche più volte, appunto per ben nasconder qualcosa, onde ciò che è stato così accuratamente celato non venga, molto “inopportunamente”, prima rinvenuto e poi dis-coperto? È quanto cercheremo, nel tempo, gradualmente, di dis-velare. Sarà comunque una impresa ben temeraria, che esigerà da parte del candido lettore, oltre una buona dose di pazienza, la più grande spregiudicatezza, perché il sollevare il velo mostrerà quanto la verità appaia molto poco verosimile e ancor meno gradita alla pigra e torpida comodità della natura umana, la quale di massima preferisce permanere nell’ignoranza ed evitare di scontrarsi con “inopportune”, quanto importune, demolizioni dell’interessata vulgata ufficiale, al colto e all’inclita a gran voce continuamente predicata e affermata. Ma cominciamo intanto con la degustazione di qualche saporita “primizia”, cui nel tempo ne seguiranno alquante altre.

Nella Introduzione alla recente riedizione dell’opera di Massimo Scaligero, Dallo Yoga alla Rosacroce, ci sono considerazioni abilmente rivestite di consumata dialettica, ma le cui implicite proposte – ancorché molto prudentemente espresse, e quindi tali da sfuggire allo sguardo non attento ed esercitato di molti – comportano tutta una serie di conseguenze nefaste, le quali possono rivelarsi sommamente esiziali per i singoli individui e per la Comunità Solare. Tale Introduzione, non firmata e presumibilmente attribuibile a chi firma la Prefazione unicamente con le sole iniziali B.M., può leggersi alle pp. 11-55 del volume pubblicato nel 2012 dalle romane Edizioni Mediterranee, e riprende pressoché alla lettera, con variazioni minime, quanto scritto in un articolo, parimenti non firmato, apparso, nel giugno 2000, col titolo «Il coraggio è un’abitudine». Ricordo di Massimo Scaligero a vent’anni dalla scomparsa, alle pp. 3-39 del numero 69-70, di una rivista romana della quale ho già avuto più volte occasione di occuparmi a proposito dell’ormai famigerato e mai troppo infamato “trasbordo ideologico inavvertito”. Soprattutto inavvertito: specialmente nel suddetto articolo e nell’Introduzione, che si vorrebbero far credere esser “fedelmente biografici” – rispetto alla vita e all’operare di Massimo Scaligero – scritti dal presunto unico, anonimo, estensore dei due sunnominati scritti. Ma veniamo a quel ch’egli scrive, con identica formulazione, alle pp. 18-19 della sua Introduzione e alle pp. 9-10 dell’articolo pubblicato nella su accennata rivista romana. Facendo riferimento al rivolgersi di Massimo Scaligero ai “disperati”, come a coloro che possono percorrere con radicalità e assolutezza la Via dell’Io, l’anonimo così scrive:   

«Egli [Massimo Scaligero] di costoro fu l’antesignano, l’avanguardia, il preparatore. Diceva: “Noi siamo i preparatori dei preparatori dei preparatori”, e su di ciò converrà riflettere, finalmente giunti a questo punto di svolta. Nella progressione da lui indicata si nasconde una verità che non ammette indugi: né quelli della nostalgia, né quelli derivanti dalla troppa passiva assunzione della sua opera. Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere. Ossia la sua opera deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello, ma con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa. In quel piccolo passo in più è il senso solare di una tradizione che non si interrompe, di una ricerca che accompagna la manifestazione mutante nel tempo.

Sui continuatori incombe la severa responsabilità di non ingessarne l’opera, tradirla, disperderla. L’assunzione piena e consapevole di questa responsabilità fa di ognuno un continuatore. È parimenti la responsabilità a rendere ognuno preparatore di quanti, a loro volta, intendessero assumere la stessa responsabilità. Il senso di responsabilità, in realtà sintesi di immaginazione e di moralità, è lo strumento più efficace per correggere gli errori che la singola personalità inavvertitamente immette nella ricerca, sperimentazione, mediazione dell’ideale ascetico. Esso pone il continuatore in rapporto con l’essere interiore di chi lo ha preceduto senza fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti, né riguardo al ricordo troppo umano dei suoi giorni terreni, di questi lasciandogli cogliere l’aspetto essenziale, l’immagine indipendente da vita e morte e quindi di rinnovata vita.

Anche a questo proposito soccorre il modello incarnato dallo stesso Scaligero rispetto all’opera di Rudolf Steiner, da lui accolta e vivificata nella direzione essenziale e secondo la libertà noetica sopra indicata».

Il candido lettore, pur preso ed edificato dall’elegante e fluido periodare del nostro anonimo scrittore, può non aver del tutto chiaro a ‘cosa’ concretamente si riferiscano i “generosi” avvertimenti ed eziandio le indicazioni “operative”, così sibillinamente offerte. Ma poiché ritengo – mi si perdoni la selvaggia e lupesca presunzione – di ben conoscere per diretta esperienza vissuta, nonché accurata, estremamente diligente, verifica, quale sia la “ascosa significazione” delle su riportate parole, a quali non evidenti realtà esse si riferiscano, e soprattutto quali siano le segrete, prudentemente inespresse, intenzioni dell’anonimo, non sarà poi così difficile dissipar la nebbia che le avvolge. Ma, ci si chiederà – ed è comprensibilissimo – come faccia io a conoscere cotali segrete ed inespresse intenzioni del nostro anonimo scrittore. Beh, a parte una certa selvatica ‘fiutoveggenza’ ch’ogni lupaccio appenninico in abbondanza istintivamente possiede e mantiene in costante esercizio per la propria sopravvivenza, vi è pure il generoso aiuto della glaucopide Dea, la quale usa sovente mezzi straordinari ed eziandio piuttosto stravaganti per far conoscer, a chi Ella vuole, i contenuti più celati. Ma procediamo con ordine.

Esattamente venti anni fa – tempus, heu, celeriter fugit! – ebbi un ‘incontroscontro’ a casa mia con una persona che da vari anni operava in campo editoriale pubblicando libri vari ed una rivista relativi, anche se non sempre, ai temi della Scienza dello Spirito. Con lui avevo un rapporto estremamente polemico, non condividendo spesso le sue idee e scelte editoriali, e soprattutto molte azioni, che allora – piuttosto ingenuamente, lo confesso – giudicavo essere solo sciocche e controproducenti, ma non ancora volutamente e intenzionalmente ostili alla Scienza dello Spirito e a Massimo Scaligero, e di conseguenza demolitrici e fuorvianti. Mi ostinavo a volergli essere amico, e a voler pensare ch’egli pure lo volesse essere nei miei confronti: una serie di incontri mi dimostrarono, nella maniera più eloquente, quanto clamorosamente mi sbagliassi. I discorsi che faceva questo innominato sono straordinariamente simili e concordanti con quelli dell’anonimo introduttore della recente edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce, presumibilmente autore pure di molti articoli non firmati apparsi sulla suddetta rivista romana. Questo per spiegare il ‘perché’ del racconto di alcuni eventi, da chi scrive vissuti in prima persona e taciuti per decenni.

Per oltre quindici anni, dopo che Massimo Scaligero ci aveva lasciati, avevo ripetutamente invitato nella mia città tale innominata persona, ma ella molto elegantemente declinava ogni invito, facendo capire con educata malgrazia quanto poco gliene calesse. Ma siccome noi lupacci, anche se in taluni casi possiamo risultare un tantinellino ingenui (il candido lettore tenga conto, però, che noi lupacci impariamo molto in fretta…), siamo altresì ostinatamente testardi, mi ero ficcato nella mia lupesca testaccia l’idea di farlo venire nella mia città, e di averlo una volta mio ospite. Pensavo che di fronte ad un piatto di spaghetti affogato nella rubiconda italica pommarola, dopo aver bevuto il “nero e rio caffè”, e fumando poi, belli comodi comodi, ottimi sigari d’etrusca fattura, sarebbe stato molto più facile parlare, chiarire ed appianare divergenze e malintesi.  

Mai idea, invero, fu più “felice” – nel senso latino e romano, e non in quello attuale, sentimentale e banale, del termine – e mi resi conto solo in séguito come un birbonissimo Àngelos, abile messaggero e fedele ministro della mia sapientissima Amata, mi avesse maliziosamente ispirato cotale ideaccia, non precisamente “platonica”, e come poi abbia fatto in modo che gli eventi si svolgessero in maniera per me sorprendentemente disvelatrice – oltre che alquanto ‘inopportuna’ per chi so io – dei segreti pensieri e delle occulte intenzioni di costui. In effetti, il risultato – cui, in verità, non avrei mai pensato prima di allora di pervenire – fu l’esatto opposto di quello da me atteso e financo auspicato e desiderato. Risultato per me, paradossalmente, ‘felice’, ossia molto ‘fortunato’, in quanto ho sempre ritenuto migliore e infinitamente preferibile la conoscenza della più tragica realtà al poetico sogno di qualsivoglia rosea illusione. In precedenza, a dire il vero, dubbi più che giustificati e forti ne avevo avuti molti e da lunga pezza, ma la persona in questione ai miei occhi non aveva ancora superato quella che gli anglosassoni chiamano “redline”, ossia quella linea rossa oltrepassata la quale non vi è più ritorno possibile. Lo fece precisamente in quel memorabile ‘incontro-scontro’. Ulteriori colloqui, e tutto il suo comportamento successivo, non fecero altro che confermarmi quanto si manifestò in quel ‘fatale’ incontro.

Per farlo muovere dall’Urbe, e decidere di venirmi a trovare, gli promisi una cosa cui sapevo non avrebbe saputo resistere. Avevo in mio possesso – fattomi generosamente pervenire dalla mia sapientissima Amata – un testo di Rudolf Steiner, inedito persino in tedesco. Si trattava delle conferenze – come ho già scritto nell’articolo su Giovanni Colazza – da lui tenute nel marzo del 1909, a Palazzo del Drago, ospite della nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta col matrimonio Principessa d’Antuni del Drago. L’aristocrazia felsinea può riservare, ad un sincero e leale ricercatore, molte mirabili sorprese! Il testo di quelle conferenze – che pur si sapeva essere state tenute – era ignoto persino al Lascito di Rudolf Steiner, a Dornach, e quando le portai al Lascito, una trentina d’anni fa, la mia cara amica Hella Wiesberger mi coprì di benedizioni, di ringraziamenti, e di doni. L’innominato, che sarebbe stato mio ospite, non solo ignorava del tutto l’esistenza di quelle conferenze romane di Rudolf Steiner ma, a quel tempo, non sapeva neppure chi fosse, quale fosse il suo nome, e ancor meno conosceva la biografia di colei che, negli ambienti antroposofici dei primi del Novecento, veniva familiarmente chiamata “Elika” d’Antuni del Drago, essendo “Elika” non il suo nome di battesimo, bensì solo un semplice diminutivo di “Angelica”, usato da familiari ed amici, a Bologna e a Roma, come affettuoso vezzeggiativo.

Il testo in questione recava – scritta a matita, e quasi cancellata dall’usura del tempo, ma ancora leggibile – la dedica, molto delicata, firmata dalla nostra Principessa, ad un’amica (che io penso essere, per una serie di motivi, la baronessa Emmelina de’ Renzis), così formulata: Alla mia compagna ed amica, seguendo la Via, Elika d’Antuni”. E, subito sotto, recava come titolo, Conferenze tenute dal Dr. R. Steiner al Palazzo del Drago nel marzo 1909, e come sottotitolo Appunti presi per desiderio di Sua Eccellenza la Principessa d’Antuni. Questo testo era rilegato, in un grosso quaderno miscellaneo formato A-4, con altro materiale sapienziale, di estremo interesse, alcune parti del quale riguardanti la dottrina e mantram vari della Sezione cultico-simbolica della Mystica Aeterna, ossia della Seconda Classe della prima Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner negli anni 1905-1906. Addirittura, su ben due di quelle parti, vi era l’avvertenza autografa di Giovanni Colazza – la cui calligrafia è per me riconoscibilissima, possedendone moltissimi specimen – che diceva: Riservato per lo studio nelle logge R.+C.. Anche questi testi, assolutamente inediti in tedesco, li portai a Hella Wiesberger, al Lascito di Rudolf Steiner a Dornach, ricevendo da lei ulteriori benedizioni, ringraziamenti e doni.

Per suscitare, anzi per attizzar vieppiù, in maniera birbonissima, la curiosità dell’innominato, gli dissi – naturalmente senza comunicargli minimamente di che cosa si trattasse – che gli avrei dato un testo di Rudolf Steiner, sino ad allora inedito persino in tedesco. Avrebbe avuto quindi in mano una “primizia” che, pubblicata in Italia in anteprima mondiale, avrebbe costituito un evento di notevole importanza. L’innominato, pur affettando – come suo solito – una sorta britannico “distacco”, s’incuriosì assai e quella volta, dopo innumerevoli e inutili inviti, accettò la proposta di venirmi a trovare. Poco dopo il suo arrivo, quella sera stessa, lo portai alla nostra riunione rituale di meditazione, che si svolgeva in una stanza liberalmente messami a disposizione al suo studio da mio fratello, anche lui discepolo di Massimo Scaligero, dopo che anni prima in conseguenza di una serie di azioni – come scoprii in séguito – freddamente programmate, in quel di Roma, dallo stesso innominato e da qualcun altro, indi brutalmente attuate nella mia città da condiscendente e volenterosa “manovalanza indigena” eterodiretta, ero stato cacciato dalle case, ove per lunghi anni avevo tenuto le riunioni. In questa casa tu non potrai più fare riunioni, mi fu più volte detto, ed io “scossi la polvere dai miei calzari”.

La riunione di meditazione, estremamente scarna di forme ma intensa di forze, si svolse come sempre con tutto il rigore rituale al quale, con la necessaria gradualità, nel corso degli anni, Massimo Scaligero ci aveva condotti. Io sapevo che tale forma rituale e il correlativo rigore erano quelli attuati da Rudolf Steiner e da Giovanni Colazza nelle loro rispettive cerchie interne, nonché – come mi confermò personalmente Massimo Scaligero – nel Gruppo di UR, alla cui cerchia “operativa”, negli anni Venti dello scorso secolo, parteciparono qualificati discepoli del Dottore come Giovanni Colazza, Giovanni Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, e altri. Una volta giunti a casa mia, l’innominato ospite fece delle osservazioni assai beffarde – per me oltremodo offensive – alle quali tuttavia non diedi spazio per rispetto dei doveri dell’ospitalità. Tra le varie cose, disse: Ma che cose strane fate voi quaggiù!. Gli risposi soltanto che quelle “cose strane” erano quanto ci aveva indicato Massimo Scaligero e che io, in quanto orientatore, attuavo perché convinto non tanto, o non solo, dall’autorevolezza della sua indicazione, che pure tenevo in estremo conto, quanto da personali e radicali esperienze interiori. In seguito, mi resi conto quanto e perché il silente Rito della meditazione in comune al mio innominato ospite stesse – per usare un’espressione decente – “sull’anima”.

Già anni prima erano venute alcune persone da Roma, le quali, una volta tornate nell’Urbe, molto slealmente – e rigorosamente alle spalle – avevano calunniato la modalità rituale trasmessaci, cercando in tal modo di metterci in cattiva luce con persone a noi molto amiche, per esempio con Alfredo Rubino, il quale ovviamente non si “bevve” le velenose menzogne. Anni dopo, falliti tali grossolani attacchi dall’esterno, si passò ad attacchi più mirati e attuati – “dall’interno della cittadella”, per usare un’espressione di Massimo Scaligero stesso – da parte di una disponibile “manovalanza indigena” della mia città, cui venne commissionato il “lavoro sporco” da farsi. Mi resi presto conto che il “progetto” in questione, sia pure nella sua scellerata perfidia, era molto “intelligente” e ben pensato. Non “robetta” da dilettanti, bensì un vero e proprio “progetto”, abilmente pensato da gente astuta, di grande esperienza, e soprattutto priva di qualsivoglia genere di scrupoli: quindi molto pericolosa.  

Da una parte, mettendo in atto una melliflua strategia di seducenti parole, si cercò di trasformare quella che doveva essere una Comunità spirituale in un brillante “Club di Lettura e Conversazione”. Mentre dall’altra, si procedeva, sempre da parte della suddetta “manovalanza indigena”, molto “cristianamente”, alla demolizione morale – dapprima rigorosamente alle spalle, poi sempre più apertamente e sfacciatamente, davanti a tutti gli amici – di colui che a un tale progetto scellerato si prevedeva si sarebbe opposto con tutte le sue forze.

Da una parte, furono usati tutti i discorsi che potevano compiacere la pigrizia di molti che trovavano dura e faticosa – ed indubbiamente lo è – l’intensa pratica di un’ascesi così impegnativa com’è la Via del Pensiero. Perciò, sia a Roma che nella mia città, fu data la stura a discorsi del tipo da voi di concentrazione ne è stata fatta abbastanza, anzi troppa”, “bisogna stare attenti a farne troppa di concentrazione, perché può far male”, “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo, ed altre simili sconce menzogne delle quali ho avuto ripetutamente occasione di parlare sul blog di “Eco”. E per gratificare le velleità dialettiche di taluni, ossia la loro vanità oratoria, invece, veniva proposto di trasformare le riunioni rituali di meditazione, ritenute troppo austere, in liberi dibattiti – sorta di talk-shows all’americana – nei quali si discuteva su un testo letto o su un qualsivoglia altro argomento. A chi, un giorno, propose di tornare alle forme scarne e spartane di un tempo, fu brutalmente risposto che per molti un’assoluta austerità era insopportabile, ossia – dico io – era insopportabile alla loro infingarda, pigra, paurosa, sciocca e vanitosa natura inferiore. Ma, per tutti i Numi dell’Olimpo, io dico: a cotal gente, non l’aveva mica prescritto obbligatoriamente il medico, o ordinato e costretto un militare col fucile mitragliatore puntato, di fare per forza un cammino iniziatico così duro, difficile ed estremamente esigente, come la Scienza dello Spirito e la Via del Pensiero: ci sono tanti altri modi belli, divertenti, interessanti, e consolanti  – ma soprattutto innocui e molto meno faticosi – di sciupare in maniera del tutto innocente e “creativa” il proprio tempo…

Dall’altra, fu deciso di occuparsi di colui che, non volendo adeguarsi a cotali equivoche “sperimentazioni”, si ostinava nella “eretica pravità” di voler perseguire l’ideale ascetico indicato costantemente a noi tutti da Massimo Scaligero. A tale ideale persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima di lasciare la spoglia corporea, egli chiese – con parole che l’eretico ostinato porta scritte a lettere di fuoco nella mente, nel cuore, e nell’anima – di essere fedeli ad ogni costo. Perciò contro l’ostinato nemico delle mirabili innovazioni si ritenne necessario dover usare i sistemi tipici dell’arsenale politico e clericale: non rispondere alle argomentazioni, ma squalificare sotto ogni aspetto chi le portava, infamandolo prima alle spalle e poi, una volta sufficientemente delegittimato agli occhi degli amici ingenui e stupiti, anche pubblicamente. L’eretico depravato veniva dipinto agli ingenui amici – secondo una ben sperimentata prassi leninista e gesuitica – a tinte fosche come pagano, buddhista, orientaleggiante, esseno, come individuo anticristico, antigraalico, invasato nientepocodimenoché dagli Asura, nonché psichicamente squilibrato e clinicamente paranoico ecc. ecc., e quindi qualunque cosa ch’ei dicesse non aveva alcun valore.   

Nei loro “cristianissimi” intenti, egli avrebbe dovuto o piegarsi e adeguarsi, e – dopo le salutari umiliazioni e penitenze, come fu detto qualche secolo fa al mio amato Principe – accettare di essere eterodiretto, o in caso contrario andar incontro all’isolamento personale, all’ostracismo e alla distruzione delle sue amicizie, degli stessi rapporti familiari, alla rovina totale anche economica, all’esecrazione della sua memoria.

La massima prova di forza – da parte della disponibile “manovalanza indigena”, tanto per esser chiari – fu tentata alla fine di settembre del 1990. Fu da loro organizzata una riunione di tutti gli amici in stupito ascolto, ai quali furon dapprima ammanniti suadenti discorsi, in stile “sessantottino”, del tipo: bisogna andare incontro democraticamente alle esigenze della base”, “bisogna intervenire socialmente sul ‘territorio’, e non chiudersi in maniera astratta ed egoistica nella pratica spirituale”, “la funzione spirituale dell’orientatore è superata e superflua”, “siamo tutti orientatori. Dopo vari simili infervorati discorsi, svolti con un’abile programmazione dei vari interventi, si passò alle accuse aperte, alle quali mi guardai bene dal rispondere, tanto erano infami: si pretendeva ch’io facessi una sorta di maoistica “autocritica davanti alle masse”, come nella Cina delle Guardie Rosse all’epoca della “Rivoluzione Culturale”. Vi fu un momento parossistico nel quale, di fronte all’indifferente e divertito distacco dell’eretico pertinace e del pagano incallito sotto accusa, uno degli intervenuti pensò che fosse venuto il momento di passare alle vie di fatto, cercando persino di mettere le mani addosso al corrigendo peccatore, il quale – non volendo dar sfoggio delle un tempo molto ben apprese Arti Marziali estremo-orientali – ritenne savio mostrare algida indifferenza di fronte a cotale manifestazione di tanta plebea volgarità, e lasciar sfogar inutilmente nel vuoto l’esagitata violenza.

In tali drammatici eventi, vi è talvolta un momento in cui la situazione dal tragico vira decisamente al comico, e vengon fuori allora aspetti circensi delle persone così buffi da muovere al riso persino chi si nutrisse quotidianamente dell’apàtheia, e dell’ataraxìa, ossia dell’impassibilità e dell’imperturbabilità stoiche, o dell’upeksha e del vairagya,  ossia della equanimità e del distacco predicati dal Buddha Shakyamuni. Infatti, ad un certo punto di quella tragicomica riunione una persona, appartenente alla solerte e disponibile “manovalanza indigena” di cui sopra, evidentemente incaricata di intervenire, secondo un copione già preparato, in quel momento, rivolgendosi alla “base”, le cui “esigenze creative” erano state in precedenza così altamente decantate, disse: «Chi è d’accordo con me sul fatto che alle riunioni si parli, si commenti e si discuta, alzi la mano!». In quel momento, io mi volsi e ficcai fisso lo sguardo negli occhi della persona che sapevo essere in loco l’occulta ‘regista’, incaricata da qualcuno in quel di Roma dell’esatta esecuzione di una sceneggiatura già scritta. La persona in questione, accortasi del mio divertito sguardo provocatorio, non ebbe l’animo, né il fegato, di unire la sua mano alla selva di braccia alzate, cui solo pochi irriducibili coraggiosi non si unirono. E così, io che mi ero preparato nell’animo a vedere una tragedia di Sofocle, mi ritrovai invece ad assistere ad un’autentica sceneggiata, ad una sorta di commedia napoletana di Eduardo Scarpetta. Pensai, col buon Orazio Flacco, Odi profanum vulgum, et arceo, scossi ancora una volta “la polvere dai miei calzari”, e me ne andai.

Per dare un’idea di quel che può accadere allorché, in maniera cinica e furbastra, si trasferisce la spregiudicatezza dal campo conoscitivo – ove essa è qualità altamente lodevole e auspicabile – al campo dell’agire “morale” (si fa per dire…), si pensi che una persona, la “regista indigena” di cui sopra, particolarmente legata al mio innominato ospite, e persona di sua fiducia, si permise financo – ovviamente senza chiedere il permesso a nessuno – di andare a “bracare”, come dicono nella vetusta Etruria, allo studio di mio fratello, nella stanza che questi generosamente mi aveva concesso per le riunioni dopo il mio decretato ostracismo, e dove tenevo una parte della mia biblioteca scientifica, filosofica ed esoterica. Il fatto mi venne descritto dalla segretaria di mio fratello, la quale – persona semplice d’animo, ma dal cuore puro e dalla moralità limpida – mi riferì come la sunnominata persona una volta entrata nello studio, senza dire una parola, per non dover dare spiegazioni di sorta, si fosse fiondata direttamente nella mia stanza, e avesse preso a perquisirla diligentemente, aprendo cassetti, guardando libri, fogli, documenti, appunti e quaderni personali. Evidentemente, era alla ricerca di “prove” di una mia scellerata colpevolezza, per giustificare il “teorema” costruito e insistentemente predicato al fidente popolo catecumeno. Allorché la solerte “regista” indagatrice, fu da me apertamente interrogata in proposito, dapprima negò sfrontatamente il fatto, poi – di fronte alla possibile testimonianza della segretaria di mio fratello – con un’arroganza senza pari rivendicò un suo diritto a cercare “con ogni mezzo”, anche non lecito, di trovare sul sottoscritto le notizie che io non le davo. Il mezzo illecito, a suo dire, diventava lecito e “giustificato” in forza di un superiore principio o una spirituale necessità o urgenza, della quale naturalmente era lei unica giudice assoluta e irresponsabile. Esattamente come fece Albert Steffen, il quale per giustificare la spoliazione da lui operata di Marie Steiner, oltre che del conto in banca e della casa editrice da lei fondata e finanziata, anche del suo diritto a difendere l’opera di Rudolf Steiner, davanti al giudice civile del Tribunale di Solothurn, si appellò ipocritamente ad un  fantomatico Mysterienrecht, ossia ad una sorta di un mai udito prima “Diritto o Giurisprudenza dei Misteri”, che divertì moltissimo giudice, avvocati e pubblico, ma che ovviamente non gli venne riconosciuto. Leggendo gli atti del processo di Solothurn, donatimi con i suoi appunti ad essi relativi da Hella Wiesberger, sorrisi amaramente vedendo come, una volta di più, una tragedia con certi figuri si muti in farsa.

Se è per questo, all’inizio di questo novello millennio, un amico romano, R., mi raccontò – relata refero – come colui, che era stato mio ospite, avesse inviato in casa sua una certa persona, da lui incaricata di asportare e poi farsi consegnare un pacco di quaderni riservati, senza chiedere al mio amico verun permesso, nonché come il committente di tale abile “esproprio esoterico” si fosse poi rifiutato di restituire quei quaderni al loro legittimo proprietario, che insistentemente glieli richiedeva. Evidentemente, sia nell’Urbe che nella mia città, vi sono persone che della moralità hanno una concezione, per così dire, molto “creativa” e “a geometria alquanto variabile”. In seguito sia la “regista indigena” che l’esoterico “espropriatore” fecero ben di peggio. Sed de hoc satis, almeno per il momento.

Il mio innominato ospite non volle ch’io andassi a riceverlo alla stazione dei treni, come faccio sempre con chi arriva nella mia città, bensì volle che andassi a prenderlo a casa della suddetta “regista”, sua fiduciaria nella mia città, con la quale voleva un conciliambolo prima d’incontrarmi, evidentemente per definir con lei, prima di vedermi, una “opportuna” linea di condotta. Era una sgarberia bella e buona, che già prometteva malissimo, ma – per dirla con il mio ottimo amico C. – bevvi, ancorché a stomaco vuoto, un paio di bicchieroni di “menefrego”, che in cotali evenienze aiutano moltissimo, e andai avanti. Quella sera lo portai alla riunione meditativa con gli amici, e al ritorno a casa mia l’innominato fece i suoi beffardi commenti sul Rito, che Massimo Scaligero ci aveva donato. Quello fu il primo grave errore dell’innominato. Il secondo errore, ancor più grave del precedente, l’innominato lo fece il giorno dopo a tavola.

Stavamo consumando con gusto il primo piatto – buona pasta arrossata dall’italico pomodoro – e parlavamo tranquillamente in conviviale allegria. Una delle poche gioie, concessemi dal mio spartano stile di vita, è il ritrovarmi ogni tanto – more pythagorico atque platonico – al sacro desco con amici ‘simposiasti’, e parlar di cose belle, nonché proseguire poi tali amabili conversari, dopo aver trangugiato, ancor bollente, un forte e nero caffè, fumando comodamente buoni sigari in salotto. Nel nostro conviviale discorrere, stavo per l’appunto dicendo al mio ospite delle differenze di stile nello scrivere di Rudolf Steiner, che gli amici della Scienza dello Spirito normalmente possono leggere solo nelle ottime traduzioni di un tempo e in quelle più recenti, spesso molto meno felici, mentre le opere scritte di Massimo Scaligero, in Italia, noi le possiamo leggere direttamente nella bella lingua di Dante, ch’egli adoprava in maniera veramente magistrale: opere nelle quali la sua esperienza spirituale, e la vita estraformale dell’idea, venivano ad espressione e si manifestavano con una immediatezza ed una corrispondenza perfetta tale da trasformare le opere di Massimo Scaligero in un immenso mantram di cinquemila pagine.

La stessa armonia tra idea vivente e parola mi era stata fatta notare, negli anni ottanta dello scorso secolo, da Amleto Scabelloni, suo cugino, col quale consideravamo, nelle nostre ‘filosofiche passeggiate’ a Monteverde, come le ottime vecchie traduzioni italiane delle opere di Steiner, eseguite da Emmelina de’ Renzis, da suo figlio Giovanni Colonna di Cesarò (che le firmava con l’eteronimo di Saro Giadice), da Ida Levi Bachi, e pochi altri, ci tramettessero fedelmente l’ideale trama aurea del pensiero di Rudolf Steiner, ma come  fatalmente esse mancassero di quel elemento ‘mantrico’, invece presente nelle opere del Dottore da lui scritte direttamente in tedesco.  

Dal punto di vista dell’Ascesi del Pensiero è di estrema importanza che con l’atto pensante si possa seguire fedelmente la trama ideale di pensiero dei Maestri, sino a poter ascendere, per volitiva intensificazione dell’atto pensante stesso, al momento genetico di quei luminosi pensieri, cioè sino a poter inverare, nell’individuale pensare dell’asceta meditante, la potenza estraformale del pensare universo, dal quale quei luminosi pensieri erano scaturiti. In questo lo studio, rosicrucianamente inteso, rimanda all’arte della Concentrazione. E può esser di grandissimo aiuto che determinate opere possano essere lette direttamente nella lingua originale, perché in tal caso alla trama aurea delle idee, possedente già una sua particolare forza, viene ad aggiungersi la potenza spirituale del ‘suono’, che agisce come forza ‘mantrica’ nell’anima del meditante. Precisamente per questo motivo, Hella Wiesberger mi aveva consigliato di meditare i mantram e di studiare, pure meditativamente, le opere di Rudolf Steiner direttamente in tedesco, cosa che faccio ormai da oltre tre decenni, e – avendone sperimentata l’efficacia – sarò sempre grato con tutto il cuore alla mia amata Hella per un così prezioso consiglio.

All’udir quelle mie considerazioni, l’innominato venne fuori con una frase che mi gelò letteralmente il sangue nelle vene: «La Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata!». Un’altra persona era presente a quel fatidico ‘incontro-scontro’, e se ‘ricorda’ e se lo ‘vuole’, può sempre testimoniare la veridicità del mio racconto. A quelle parole, un lampo abbagliante mi attraversò l’anima, e in meno di un femtosecondo tutte le tessere di un immenso mosaico andarono perfettamente al loro posto: parole sue e di altri, avvenimenti che mi avevano lasciato alquanto perplesso, decisioni ed azioni sue e di altri delle quali, sino a quel momento, non ero riuscito ancora a scorgere il ‘perché’. Ora era tutto maledettamente chiarissimo, e l’innominato nei miei confronti aveva oramai passato la redline, il punto di non ritorno.

Chiesi al mio ospite – che con quelle parole aveva compiuto l’errore, ben ‘grave’ dal suo punto di vista, e ‘felice’ dal mio punto di vista, di gettare la maschera – come potesse essere “superata” una Via, qual era quella indicata da Massimo Scaligero, che non era stata ancora, se non minimamente, veramente percorsa, e ancor meno realizzata. Chiesi chi potesse giudicare di aver interamente percorsa e superata l’Ascesi del Pensiero Vivente indicataci da Massimo Scaligero, che poi è quella donataci da Rudolf Steiner stesso, e come – senza aver compiuto quel percorso di realizzazione ascetica – si potesse avere i mezzi per giudicare “superata” una Via, che io ritenevo invece insuperata e insuperabile, e chi potesse quindi, senza una tale realizzazione, presumere di mostrar ciò che, a suo dire, era “oltre” quanto indicato da Massimo Scaligero. L’innominato, accortosi di esser così inabilmente inciampato, oramai non poteva più fermarsi a metà strada, e ritenne di dovermi in ogni modo “convincere”.

Parlò per ben sei ore, apertis verbis, rispondendo alle molte domande con le quali lo incalzavo. Disse chiaramente che non si trattava tanto di “andare oltre” la Via indicata da Massimo Scaligero, con “ulteriori” conseguimenti ascetici nella medesima Via, quanto del fatto che la Via da lui indicataci, a suo dire, era errata, e che quindi si dovesse avertere semitam’, ossia cambiar radicalmente sentiero, ché la stessa ascesi perseguita da Massimo Scaligero era “orientale”, “yoghica”, “buddhista”, e quindi non solo “superata” da nuove mirabili forme di spiritualità, ma anche “incompleta” in quanto gravemente mancante, sempre a suo dire, dell’impulso del Logos, e soprattutto dell’impulso del Graal. Di fronte a tali enormità io strabuzzai più volte gli occhi, e volli capire sino in fondo dove volesse andare a parare col suo ‘presumere’ di giudicare l’ascesi stessa di Massimo Scaligero, ed egli, rispondendo a quanto gli chiedevo, si spinse ben oltre e mostrò chiaramente quanto grande fosse questa sua ‘presunzione’, cominciando a parlare in termini ingenerosi e poco eleganti – per usare un eufemismo – oltre che assolutamente falsi e calunniosi, della personalità di Massimo Scaligero, della sua intelligenza, della sua capacità di muoversi nel mondo, della sua stessa moralità. Questo fu il terzo micidiale errore compiuto dall’innominato.

Poi si dilungò alquanto nella descrizione dell’altra via, quella “cristica” e “graalica”, che – a suo dire – nella mia città avremmo dovuto tutti entusiasticamente abbracciare, dopo aver rinnegato gli “errori” nei quali – sempre a suo dire – ci aveva “indotto” il “cattivo maestro”, sino a quel momento da noi seguito. Si trattava – la cosa era affatto evidente da tutta la sua descrizione – di una forma di occultismo cattolico, di un “cattoesoterismo” abbastanza esplicito, che nella fattispecie mi ricordava molto da vicino tutta una serie di pratiche devozionali di visualizzazione sentimentale in uso quando, bambino e appena adolescente, mi trovavo in collegio, la ripugnanza verso le quali mi portò verso i 13-14 anni alla ricerca delle vie orientali, e ad innamorarmi allora perdutissimamente dello Yoga, del Buddhismo e del Taoismo. ‘Amor’, che sia pure ‘metamorfosato’, in me ancor perdura.

Naturalmente, il mio innominato ospite dichiarò esplicitamente, che quanto veniva esponendomi non era sua personale “sapienza”, e che lui era soltanto un “indegno portavoce” di chi a lui tale eccelsa “sapienza” aveva benignamente trasmessa, e dichiarò altresi, con un certo lirismo, quanto una tale “personalità iniziatica” fosse incomparabilmente superiore a Massimo Scaligero: mirabile “sapienza” davvero, quella di tale “personalità”, la quale – lei sì, e Massimo Scaligero invece no – era, a suo dire, l’autentica portatrice dell’impulso del Logos e di quello del Graal, mancante in Massimo Scaligero.  

Pur nella drammaticità di tali “abbaglianti” rivelazioni, mi dette un senso oltremodo curioso e strano il fatto che le accuse che l’innominato rivolgeva a Massimo Scaligero erano le medesime, ed espresse con lo stesso lessico ricercato, che a Roma e nella mia città molti rivolgevano alla mia lupesca e selvaggia persona. Non ch’io ambisca minimamente esser paragonato a Massimo Scaligero – e lo dico assolutamente senza quella stucchevole, e nauseante, “umiltà” recitata, tipicamente “cristiana”, ma solo con la serena percezione dei miei limiti – ma mi stupiva assai udire sulla bocca dell’innominato quello stesso e identico lessico ricercato, che avevo udito usare spesso da parte di persone, cui mancava assolutamente quella preparazione culturale minima, che serve almeno a capire il significato di quelle parole, da loro ripetute a mo’ di slogans. Il che mi chiarì la ragione e l’origine di tanti discorsi fatti nella mia città, e di taluni eventi ad essi correlati. Esauriti i sacri obblighi dell’ospitalità, accompagnai l’innominato al treno.

Tornò l’anno dopo e, in maniera molto più aggressiva e dialetticamente ancor più organica, mi ripeté, per altre sei ore, gli stessi ragionamenti dell’anno precedente, ma anche quella volta la sua capacità di persuasione nei miei confronti fu pari a zero. Lo rividi poi nel 1998, e l’innominato fece un quarto grossolano errore nei miei confronti. Una persona di Roma, che stimo moltissimo e alla quale sono da sempre affezionatissimo, volle mettermi in guardia nei confronti della ‘levantina’ – così la definì – capacità di simulazione dell’innominato. Ma io avevo già le idee affatto chiare su di lui. Tanto più ch’egli era venuto meno alla promessa sacra che mi aveva fatta. Allorché gli donai il ciclo inedito delle conferenze tenute nel 1909 da Rudolf Steiner a Palazzo del Drago, gli posi come unica condizione che tale ciclo non venisse smembrato, bensì che venisse pubblicato, tutto intero, in un volumetto in modo da valorizzarlo pienamente: condizione che l’innominato accettò e promise. Nel Celeste Impero, ossia nella Cina d’un tempo – come mi riferiva di recente la mia cara amica Fang-pai, figlia di quello che i poeti d’Oriente una volta chiamavano il ‘Regno di Mezzo’ e ‘maestra’ in molte cose – vi era il detto che “la parola di un uomo nobile è ‘oro’, ed egli non può venirvi meno sotto nessun pretesto”, ma evidentemente il nostro innominato non la pensava affatto così, e riteneva col Frosini – con un’espressione che Arturo Reghini, con giusto sarcasmo, riferì ad onta di chi la pronunciò – “che simili ‘principî’ vanno bene per i piccoli uomini ed i macachi”. Conciosiacosaché, in barba ad ogni formale promessa, il ciclo venne pubblicato vilmente smembrato nei vari numeri della suddetta rivista e, con un miserabile sotterfugio, il fedifrago non volle riconoscere neppure la paternità del dono. Da molto tempo so per personale esperienza, purtroppo, che è più facile trovare la pietra filosofale che lealtà e gratitudine nel cuore degli uomini.

Nell’incontro che ebbi con lui nell’Urbe, nel 1998, egli tentò con me – questo il suo quarto errore – la carta più sbagliata che gli potesse venire in mente. Cercò di “sedurmi” ad unirmi alla sua cerchia, e al suo “progetto”. E per “convincermi” –ossia per “comprarmi” – dopo molte melate parole, aggiunse: “Cosa devo fare per dimostrarti la mia stima e la mia fiducia? Ecco, guarda, se vuoi ti apro tutto l’archivio di Massimo Scaligero”. A parte il fatto che io sono un lupaccio cattivissimo, di una razza non disposta a “vendersi” per nessun motivo, la sola proposta di un tale squallido “commercio” – denotante, come direbbe il mio ottimo amico C., “una volgare mentalità bottegaia: da mercanti di birra e venditori di trippa” – a me fa semplicemente vomitare e mi offende profondamente. Inoltre, oltre che moralmente indegno e spregevole, sarebbe stato terribilmente ingenuo da parte mia (ma, come detto più sopra, noi lupacci impariamo molto in fretta…), solo il credere ch’egli avrebbe rispettato la promessa abbinata alla sua “seducente” proposta, perché – direbbe sempre la cara, e da me molto stimata nobile amica, Fang-pai – “la sua parola non è certo ‘oro’, giacché essa non viene da lui onorata”, mentre, secondo che ammonivano i sapienti Latini, “chi ha già tradito una volta, di nuovo tradirà”.   

Ora, vi è una straordinaria somiglianza e concordanza, per non dire assoluta identità – sia di contenuti che di forma – tra pensieri e parole del mio innominato ‘ospite’, da me ascoltati – ex suo ore ipso – per vari decenni, e quanto scrive l’anonimo redattore di molti articoli della rivista di cui sopra, nonché della citata Introduzione, e forse anche della Prefazione, alla seconda edizione di Dallo Yoga alla Rosacroce di Massimo Scaligero. Ma in fondo, è cosa relativamente secondaria, anche se non senza importanza, l’appurare e verificare quale relazione vi sia tra l’innominato e l’anonimo, giacché dal punto di vista di quel idealismo magico, che sta alla base della Via del Pensiero, sono molto più importanti, nella loro dinamica azione creativa o distruttiva, nelle singole anime e nel mondo, idee e pensieri in sé che non le personalità che le veicolano. Infatti, l’azione di idee e pensieri opera nel mondo molto al di là del singolo individuo, ed agisce sia spazialmente anche molto lontano da lui, che temporalmente per lungo tempo dopo la scomparsa dell’originario loro pensatore dallo scenario sensibile. Anzi, proprio le opere di Rudolf Steiner di Massimo Scaligero sono esempi, dal punto di vista spirituale – alla faccia dei molti, troppi ostacoli incontrati – di una tale azione spazialmente vasta e temporalmente duratura, della quale tali opere contengono persino la giustificazione gnoseologica e filosofica, espressa in limpidi e luminosi pensieri.  

Nella Introduzione e nell’articolo commemorativo sopra citati, l’anonimo invita coloro ch’egli chiama “prosecutori” dell’opera di Massimo Scaligero – della Via da lui indicata – a farlo in una maniera affatto particolare e, per così dire, “creativa”, cosa che a coloro che, come noi, più che presumere di “proseguirla”, vorrebbero consacrarsi a sperimentare una tale opera, e a percorrere, “osando l’impossibile”, una tale Via, non può che lasciare alquanto perplessi. L’anonimo parla – esattamente come fece varie volte, apertis verbis, l’innominato – di una “nostalgia” e di una “troppo passiva assunzione della sua [di Massimo Scaligero] opera”. Infatti, egli intende spiegarci – con un ‘gentil’ atteggiamento pedagogico, come farebbe una maestrina nei confronti di allievi particolarmente “lenti” – una “verità”, a suo dire, nascosta nelle parole di Massimo Scaligero da lui citate, e da noi “ottusi” punto compresa, ovverossia che: “Vi è infatti un solo modo di rimanervi fedeli: proseguirla. Il solo modo in cui essa possa continuare a vivere”. Ciò è stato, con ogni evidenza, scritto ad uso e consumo di quei “nostalgici”, i quali – a suo modo di vedere, son davvero alquanto “tardi” a comprendere – a causa della loro “troppo passiva assunzione”, si ostinano a pensare che rimanere fedeli all’opera del Maestro si realizzi solo con lo sperimentarla asceticamente, e che “preparare i preparatori”, significhi appunto prepararli asceticamente e trasmetter loro la Via del Pensiero per sperimentare il momento originario del conoscere, o pensiero vivente, quale e come ce l’hanno trasmessa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, e non un’altra cosa, diversa e opposta.

Ovverossia, sempre secondo gli ostinati “zucconi”, è un cinico tradimento nei confronti dei Maestri, ed un perfido tentativo di disperderne l’opera, l’attuare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito”, col sostituire ai contenuti di Sapienza celeste dei Maestri e ai metodi ascetici da loro trasmessi, altre dottrine, puramente dialettiche e sentimentali, e altri metodi e pratiche individuali e comunitari, diversi e opposti a quelli che ci aveva trasmesso direttamente Massimo Scaligero. Tali metodi “innovativi” conducono ‘lento pede ac pedetemptim’, ossia insensibilmente ma certissimamente, nell’ovile e nelle “accoglienti” braccia della chiesa cattolica.   

Il nostro anonimo articolista e introduttore afferma che “la sua opera [di Massimo Scaligero] deve diventare l’opera dei prosecutori, i quali opereranno per quel che sarà loro dato, senza pretesa alcuna di ripeterne il livello”, ma abbiamo visto che il proseguirne l’opera si realizza con la dedizione all’ascesi volitiva della Concentrazione e la consacrazione alla Via del Pensiero Vivente, e non certo, una volta abbandonato l’aureo sentiero da lui indicatoci, “con il fermo proposito di aggiungervi qualcosa: anche pochissimo, comunque qualcosa”. Perché quel “qualcosa”, quel “pochissimo”, che dovrebbe aggiungersi, in realtà, si risolve in un inavvertito smarrire l’originario sentiero intrapreso, mentre “quel piccolo passo in più” è l’incauto inoltrarsi in una mefitica palude meotide, satura di attossicanti miasmi; ed è infine perire, miseramente naufragando, sotto la fascinazione di un seducente canto delle sirene. Il contenuto contraffatto, surrettiziamente proposto, la “manifestazione mutante nel tempo”, è finalizzato segretamente proprio a provocare l’interruzione della continuità di quella “tradizione solare”, che a parole egli ostenta difendere.

Infatti, egli poi attacca gli “ostinati reprobi” che, a suo dire, Massimo Scaligero vogliono “fissarlo nell’inchiostro dei suoi scritti”, e di “ingessarne l’opera, tradirla, disperderla”. A mio immodesto e lupesco parere, credo che l’opera del Maestro la tradisca e la disperda, non certo chi, pur facendo una vita molto, ma molto difficile, si scuoia vivo per venire ai ferri corti con se stesso, e si costringe a seguire la Via del Pensiero, a praticare la Concentrazione anche nelle condizioni più impossibili. Semmai la tradisce e la disperde eventualmente l’‘ignoto’ che, la notte stessa in cui Massimo Scaligero ci lasciò, violò il suo studio, ne cambiò la serratura, cominciò il saccheggio delle sue cose, facendo pure “opportunamente” sparire il suo testamento e impedendo così l’attuazione della sua dichiarata volontà. Sempre secondo il mio selvaggio modo di vedere, tradiscono e disperdono l’opera del Maestro, semmai vari infami ‘incogniti che andavano e tuttora vanno a giro per l’Italia – così sono venuto a sapere – a descrivere, in maniera derisoria, Massimo Scaligero come “ingenuo”, “sprovveduto”, e “non abile a muoversi nella vita e nel mondo” (mentre posso testimoniare che era vero esattamente il contrario…), offendono la sua intelligenza, la sua ascesi, la sua moralità, e gettano palate di letame persino sulla sua esperienza graalica. Cotali ‘ignoti’ e ‘incogniti’ vengano pure a raccontare le loro sozze menzogne su Massimo Scaligero nella tana del lupaccio cattivissimo, e poi vediamo cosa succede…

Non si può poi certamente dire, invece, che “ingessi” o “fissi nell’inchiostro” l’opera di Massimo Scaligero chi si permette di alterarne gli scritti o inserisca nelle sue opere parti o capitoli che ad esse non appartengono, e giustifichi tale arbitrio con spiritose affabulazioni. Né che sia un fedele “prosecutore” della sua opera l’anonimo che, nella innominata rivista, numero 81-82 del giugno 2003, p. 18, contrappone a “l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi, che è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica, dell’uomo di questo tempo”, una mistica “circoncisione eterica”, che a me fa semplicemente accapponare la lupesca pelle e il pelo. È vero, invece, esattamente il contrario: per chi sia autenticamente “figlio di questo tempo”, non vi è altra possibilità di essere veramente cosciente e libero, e di conseguenza morale, che lottare energicamente, per realizzare l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, tutt’altro che spontanea e gradita all’infingarda natura egoistica dell’uomo attuale e sperimentare, per volitiva intensificazione consacrata dello stesso atto conoscitivo, la folgorante travolgenza del pensiero vivente. Né, tampoco, ritengo che sia un leale “prosecutore” dell’opera di Massimo Scaligero, anzi ne sia un livido e cinico affossatore, chi diffama il Rito della meditazione in comune da lui trasmesso, o cerca di scoraggiare, in vari modi, l’intensa e fervida pratica della Concentrazione, oggi UNICA via cosciente all’esperienza spirituale.

Per adesso, mi fermo qui, perché l’articolo si è già troppo allungato, ed io volevo per il momento – anche se vi è moltissimo altro da dire, e sicurissimamente, presto, sarà pure detto – commentare solo quelle poche frasi dell’anonimo “introduttore”. Ma il benevolo lettore non disperi, e non dubiti, ché molti altri “incomodi”, “inopportuni”, ed “importuni” disvelamenti avranno luogo su questo temerario ‘blog : ci può contare! 

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – MARZO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

ESPERIENZA

 cubo-di-rubik

Sapete cosa sono gli iconoclasti? Certamente sì poiché l’istruzione è un fatto (quasi) universale. Così, gli iconoclasti dell’altro ieri e di oggi, saturi di verità vera, giustizia vera e furore, anche quello verissimo, fanno la barba al mondo, distruggendo sapienza, arte e bellezza.

Come tutti gli esseri che cadono sotto il giogo dell’ipnosi di massa, per gli iconoclasti è del tutto impossibile volgersi verso sé medesimi – mica hanno un soggetto proprio che potrebbe farlo – e dunque non possono accorgersi dei tantissimi oggetti (sculture, quadri, libri, mazze da baseball, bandiere, cubi di Rubik, ecc.) che ingombrano la loro stessa interiorità a guisa di un strampalato e maltenuto museo.

Aristotele ci direbbe che, essendo uomini gli iconoclasti, tutti gli uomini sono – chi più e chi meno – iconoclasti.

Però, come ho già scritto, ben pochi sembrano capaci di rivolgere gli occhi all’interno di se stessi, fosse almeno per sgomberare (far fuori) il caotico magazzino che intasa la mente. Perciò scalcionano tutto quello che è fuori di loro.

Gli uomini completamente rivolti all’azione mondana sono quasi sempre privi di interesse o incapaci a prender tempo con l’interiore ma neppure i caratteri misticheggianti, sebbene rivolti all’animaccia propria, amano riordinare il caos degli oggetti sepolti dentro la loro buccia.

Questo genere di persone preferirebbe stipare ancora di più il poco spazio libero dell’anima, ritenendo ogni gingillo, anche vecchio e sgualcio, un inestimabile tesoro: in parole povere, amano ciò che hanno, amano smodatamente ciò che sono, con l’aggravante dello spiritualismo. E da lì non si schiodano.

Gli addetti alle pulizie (se il mondo fosse migliore) in definitiva dovrebbero essere dei puri scienziati, dei puri filosofi, dei veri artisti…in pratica dei cultori dell’arte dell’Io.

Non ho menzionato gli antroposofi, poiché dopo oltre cinquant’anni di ininterrotta militanza (ma da tempo assai rarefatta) in tali nobili schiere, non ho ancora capito, in senso generale, se essi siano carne o pesce o altro.

Per mio limite, non sono troppo convinto che parlare, cinguettare o blaterare di antroposofia (specie “In relazione a…”) abbia la concretezza e la ragionevole funzionalità posseduta, ad esempio, dal mio portacenere.

Anzi, a dire il vero, ben poco scorgo in essi dell’afflato dell’Intelletto che, per l’ottimo Charles de Bouelles è più antico della materia e non è da essa generato. Secondo uno schema rinascimentale, per questo autore sono cinque le condizioni attuali create da Dio: sostanziale, vitale, sensitiva, razionale e intellettuale o angelica. Quest’ultima è immateriale, non ha nulla in comune con la materia, non è parte o manifestazione del sensibile: l’esistenza attua la pietra, la vita attua la pianta, il senso attua l’animale e la Ragione attua l’uomo. Mentre l’Intelletto è l’atto che permette all’uomo l’eccelsa condizione di immortalità e visione celeste propria dell’atto angelico.

Linguaggio desueto, diranno i miei pochi lettori, ma credo che l’osservazione sia giusta, è solo il modo che ha dovuto cambiare: “Solo agli uomini è stato concesso di stare in piedi, d’avere diritta statura, di guardare le cose celesti. Ne deriva che i primi gradi sono di esseri acefali, privi non solo di testa, ma anche di ogni differenziazione di parti e d’ogni ornamento di membra; radicati nelle viscere della terra…Gli altri esseri sono forniti di testa, di parti differenziate. La testa dei vegetali è tuttavia radice ed è nascosta in terra né può scostarsi o separarsi dalle mammelle della madre”.

Questo veniva pubblicato nel 1509 e ditemi, cinquecento anni dopo, escludendo il Dottore, se c’è qualcuno che abbia la stessa limpidezza nel guardare così l’anima e il mondo.

Mi correggo: qualcuno c’è ma preferisce il silenzio.

Oggidì si pensa molto e male. E’ il mondo della quantità, inversamente proporzionale alle altezze che danno le vertigini e alle profondità che fanno paura.

La croce senza asse verticale che croce potrà mai essere? Il legno orizzontale non sta su per forza divina ma cade a terra per primordiale legge fisica: somigliando perfettamente al cristianesimo che nelle Chiese e nelle belle parole gira senza il Christo.

Già, cos’è il Christo per l’anima umana? Per il mio ininfluente parere Esso è esperienza – anche ammesso che vi siano molti gradi di esperienza – o non è nulla o è altro da quello che si dice sia. Nel mezzo trovi solo le variopinte penne di pavone ossia gli atteggiamenti del sentimento di Tizio, Caio e Sempronio che, essendo soltanto sentimenti personalissimi, vanno bene solo per Tizio, Caio e Sempronio.

Per piacere, leggetemi con un briciolo d’attenzione: non ho detto che ciò è “ il male” ma solo che tra gli alti sentimenti personali e l’esperienza obbiettiva c’è sempre un largo fiume senza ponti nonostante l’invadente presenza di tanti zelanti pontefici di corta taglia che pontificano sui ponti che non esistono.

In effetti provo una leggera nostalgia, probabilmente senile, verso il ricordo degli occultisti che conobbi da giovane.

Erano forse una massa poco raffinata, Atena latitava ma – per Giove – erano sperimentatori e se qualcuno tra essi chiacchierava, lo faceva dopo l’esperienza. Il parler pour parler era visto con giustificato sospetto.

D’accordo, erano esperienze ben poco elevate, assai spesso si traducevano in esperimenti di veggenza con la stimolazione delle placche del dott. Calligaris, con i viaggi in astrale, con cerimonie magico-spiritiche, ecc.

Però vorrei vedere che strizza prenderebbe ora chi avvertisse come l’intero senso di sé si inclinasse a 75° e scivolasse fuori dal corpo fisico-sensibile…con tutte le avventure e disavventure seguenti e conseguenti.

Non convenite che discettare sulle alte mete verso cui l’uomo si protrae è un pochino più sicuro? Ecco perché importa non far niente: immaginare alla buona non costa e la ghirba rimane ben ancorata ad un lembo di tranquillità.

Però qualche granello di scomodità potrebbe persino fare del bene: sarebbe come una camminata in salita in cui si sbuffa e si suda: gli esperti dichiarano che sarebbe un toccasana per tutti i sistemi del nostro organismo.

Pari pari, qualche contraddizione che scuotesse un tantino il nostro impietrito palazzo concettuale potrebbe fare un gran bene all’anima.

Di questi tempi si assiste ad un rifiorito interesse nei confronti dei 5 ausiliari, magari non molto sereno. E fioccano le interpretazioni alcune piuttosto stravaganti. Ma questo è secondario, accidentale, perché ognuno, se vuole, può recarsi alla fonte più sicura.

Quello che non mi piace è che si tiri Scaligero per la proverbiale giacchetta. Se qualcuno afferma che Massimo Scaligero indicava a tutti i 5 esercizi come una condizione assoluta e necessaria, rispondo che ciò, nella prassi, non era assolutamente vero.

Vedete, chi abitava lontano da Roma, appena uscito da via Cadolini, si fiondava nel più vicino bar d’angolo e trascriveva tutto quello che riusciva a ricordare. Così potei leggere, nel tempo, più di una ventina di riassunti: bene, solo in un caso Scaligero invitò un giovane amico a praticare intensivamente il controllo del pensiero e l’atto puro. Ciò ha senso: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Seppure infastidisce gli sbandieratori del proprio sentire spiritoso.

A tutti gli altri, oltre la Concentrazione che non mancava mai, diede altro; cioè meditazioni ed esercizi che poi apparvero in suoi scritti come Yoga Meditazione Magia e Tecniche della Concentrazione interiore.

Chi scrive, quando incontrò per la prima volta Scaligero, faceva già ciò che credeva fosse l’esercizio di Concentrazione. Scaligero, dopo essersi gentilmente espresso su ciò, caricò ulteriormente il meschino con due discipline che si trovano nei volumi di Ur e con una terza, di cui chiarì poi il significato in Tecniche senza però indicarne (nel medesimo testo) la forma pratica, che viene considerata avanzata.

Ci fu persino il caso di un giovane artista a cui, davanti a richieste specifiche, Scaligero rispose letteralmente: “Tu che sei Poeta, puoi fare tutto quello che vuoi”.

Poi, se ad altri mille venne suggerita una rigorosa pratica dei 5 ausiliari, io non lo so e certamente non è impossibile. Vorrei solo che non si pensasse ad essi come ad un imperativo universale. Perché questo non è vero. E’ solo ortodossia antroposofica.

Come è procustiano il continuo tentativo di spacciare i 5 secondo una fisionomia di “moralità” che è stata loro appiccicata in tempi in cui la solare via occulta ed il borghesismo spiritual- cattolicheggiante hanno, di necessità, preso strade diverse!

Non faccio le pulci ai termini, ma mi chiedo come non ci sia proprio nessuno che sappia dire che lo scopo dei cinque è accendere una importante sequenza di correnti eteriche nei veicoli dell’uomo incarnato, per poter accedere a stati non dialettizzabili? Esse – le correnti – sono reali: uno può “vederle” nella forma di luce argentea, un altro percepisce un raggio o rivolo vuoto che fluisce lungo il pieno che percepiamo di solito in noi, ecc. Quello che vale per tutti è la direzione che prendono se si permette loro di funzionare. Certo che provocano cambiamenti, ma essi non sono miserie psicologiche.

C’è una cosa che mi disgusta: le volgarizzazioni e le schegge che troncano la completezza dell’informazione (che non ci appartiene, è del Dottore): esse sono pensiero leso, respiro troppo corto per dare vita, caos concettuale.

Che la situazione sia, all’incirca questa, lo si nota di continuo nella (patologica?) incapacità di distinguere la Concentrazione dal controllo del pensiero…e su questo ammutolisco! Perennemente sbigottito. Pure il grande pubblicista, nelle poche intemerate su temi riguardanti la scienza spirituale strambotta di concentrazione e meditazione come primo dei 5 ausiliari: sì, come il Duca quando canta “Questa o quella per me pari sono”. Già, timbro tenorile ma senza tenore.

Non c’è uno che non indichi come assoluti i “tempi” della disciplina: che non esistono giacché sono individuali, non appartengono all’orologio e, sia detto genericamente, sono piuttosto calibrati su elementi qualitativi, talvolta inversamente proporzionali alla continuità e intensità dell’Opera. Come a dire che il discepolo che fa di più può giungere, per maestria nella intensificazione, ai primi risultati dell’esercizio in tempi passabilmente brevi e pure questa non è regola perché la coscienza pensante polarizzata non lavora nel tempo comune.

In definitiva, affinché l’anima possa almeno lambire la possanza solare, regole e ricette (utilissime nella cottura delle uova sode e di cibi più complicati) servono come un tempo serviva l’asta e filetto per passare alla scrittura.

Già una quarantina di anni fa, Scaligero indicò a dei giovani che avevano da poco iniziato il cimento con “l’esercizio a sé sufficiente” un approccio di cui ho già scritto ma che sembra necessario ricordare: iniziare la giornata con una ricostruzione rigorosa, pedante dell’oggetto, per poi, durante il giorno, ridurre al minimo la ricostruzione e persino non compierla, polarizzando tutte le forze sull’oggetto. Atto immediato che qualcuno tra i pochi sa fare bene.

Ci sarebbe da aggiungere che le ricostruzioni, consigliate o pensate con la testa propria, sono a misura umana cioè sempre complicate, complesse: piuttosto si pensi di essere come un bimbo di II elementare, poco dotato, che butti giù un tema sullo spillo. Perché perdere energie e attenzione oltre i quattro o cinque concetti subordinati o immagini sufficienti?

E, già che ci siamo, persino lo scrivente conosce l’indicazione di risalire dall’immagine estranea che ci ha distolto…solo che il pensiero, spesso e velocemente, per un infinitesimale blackout della destità, ci ha trascinati su pianeti lontani e rifare l’esatto percorso per il ritorno è impossibile perché l’Io era mancato. Allora non sarebbe meglio iniziare l’esercizio daccapo? Con più attenzione, più dedizione e così ci diamo da soli un colpo di bastone, cosa che fa più che bene. Destità dell’Io è un altro nome per il nostro cammino.

In sintesi, vedo come sbuchi dal terreno sempre la stessa, vecchia storia. Sembra che si parli per non comunicare, per celare addirittura il senso più genuino del severo sentiero Occulto che, mi crediate o meno, non è una passeggiata corroborante in un giardino fiorito ma piuttosto sa di passi stentati nel deserto.

Il moderno discepolato occulto non toglie nulla a nessuno, ma nei brevi momenti operativi toglie invece tutto: sarebbe impossibile fare qualcosa di reale se si volesse portare nelle discipline l’immagine di sé e la potenza della propria ricca impotenza.

Ogni minimo passo comporta, come sottolinea il dott. Colazza, un mutamento di coscienza…che mai avverrà se non si smuovono mattoni, muri e pilastri del museo (mausoleo) che riempie la nostra anima…con radicale spregiudicatezza.

Amici cari, credo di avere le prove provate che la via dell’Occulto muove da esperienza a esperienza mentre la sistematica del sapere, pastorizzato e filtrato e sempre più manomesso, appartiene all’Accademia della Disgrazia e della Grande Inutilità. E se, come è giusto che sia in piena libertà, chi legge sente disaccordo con ciò che ho scritto ed è contento, buon per lui e…contenti tutti.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ELEMENTI DEL CAMMINO ANTROPOSOFICO ( di F. Giovi)

infinito

Lo studio dei testi posti da Rudolf Steiner a fondamento dell’Antroposofia si giustifica perché risponde, per le anime umane, ad un bisogno di sentire e conoscere qualcosa che dia soddisfazione e risposta ai tumultuosi e spesso desolati interrogativi che i limiti conoscitivi del mondo sensibile e del suo riflesso animico intercettano come eterni “ignorabimus”. L’occulta vastità dell’anima soffre profondamente i solidi e ottusi confini percettivi mentre la cultura, popolare o elitaria (salvo rari casi artistico/intuitivi), avendo di massima abbandonato la sua antica funzione di disciplina formativa e alquanto pronuba al potere o al contropotere del momento, accademica e autocelebrativa, gira ciclicamente su se medesima come le giostre nei parchi.
.
L’anima anela all’infinito. Non mancano invero luoghi aggreganti che da un lato indirizzano allo spirituale ma dall’altro inchiodano l’uomo ad una rete di subordinazioni che non debbono venire mai dubitate o superate. Per lo Spirito di libertà che nell’uomo vive, esse esercitano una infame violenza alla sua vera entità, artatamente stravolta e dimenticata dalla ferrea censura nel condiviso dogmatismo di religione e scienza. In un’atmosfera animica sempre piú torbida e venefica, la Scienza dello Spirito, sino dalle piú elementari forme d’approccio, si palesa come un percorso riabilitante per la coscienza ed il mondo dell’anima: non come un inerte e vuoto santuario di un “sapere diverso”, ma come opera simultanea di conoscenza e di risveglio. “Dall’indistinto al distinto”, maturante una limpida e complessa conoscenza che è anche crescita e nutrimento interiore.
.
Sollevando forse qualche disappunto tra alcuni amici, propiziatori di una feconda ma unilaterale concezione dell’ascesi, dove trova spazio soltanto la disciplina esoterica in un senso assai stretto, si desidera chiarire un punto di non poca rilevanza, cioè che lo studio dei grandi temi profondamente inseriti come enigmi esistenziali nell’anima umana come il sonno e la morte, il destino, le finalità universali ecc., va tutt’altro che evitato.
.
Esso fa parte di un primo e necessario grado di preparazione che principia da ciò che si possiede, ossia dalla capacità di assimilare intellettualmente le nozioni e di studiarle con impegno logico e sistematico, non inferiore a quanto si dedica nel conoscere e approfondire il contenuto delle altre scienze. Senza rinunciare alla lucidità critica di cui la coscienza è dotata.
.
Per molti onesti studiosi, l’assimilazione sensata dei citati temi, che coincide con gran parte di quanto viene trattato negli scritti fondamentali della letteratura antroposofica, quando venga svolta con un pensiero desto e con rigore razionale, può già presentarsi come un lavoro lento e difficile e ostacolato dai mille pregiudizi personali che spingono inquieti sotto la coscienza. Per coerenza conoscitiva il lettore scopre inoltre che Rudolf Steiner indica “lo studio dell’Antroposofia” come primo gradino dell’ascesi iniziatica. Questa precisazione dovrebbe far nascere nel ricercatore un pensiero grave, espresso dalla possibilità che nei contenuti e nel modo della lettura dei testi possa esserci qualcosa di affatto comune, che a tutta prima tende a sottrarsi all’esperienza piú elementare.
.
L’uomo, con la nascita, entra nel mondo sensibile ma rimane pur sempre, nella sua entità complessiva, un essere spirituale e ciò non solo, egli continua a vivere nel mondo spirituale: continua ad essere di diritto uno Spirito tra altri Spiriti. Ciò che in lui è cambiato è soltanto lo stato di coscienza, che si rovescia e si contrae per affrontare un mondo estraneo alla sua natura che è di vasta e articolata comunione con tutti gli stati dell’Essere. Da simile premessa possiamo giungere alla constatazione che le comunicazioni iniziatiche, rivolte all’uomo dotato di sola coscienza sensibile, riguardano processi e realtà sovrasensibili a cui partecipa anche chi è privo di visione superiore. L’indagatore dello Spirito parla di un Mondo Spirituale, comune a tutti gli uomini, in cui egli si trova perfettamente desto e percepente, mentre chi lo ascolta o legge la sua opera, in corrispondenza a ciò è solo addormentato.
.
Peculiare caratteristica dell’Iniziato (si badi bene, negata come impossibile da tutti: pensatori, scienziati, religiosi e senso comune) è la capacità di deporre volitivamente la coscienza sensibile come di solito l’uomo la depone quando s’addormenta, o piú radicalmente con l’evento della morte. L’Iniziato è in grado di sperimentare fatti ed esseri del Mondo Spirituale, ma allo stesso tempo quello che sperimenta corrisponde a forme di esistenza ed intensità assolutamente diverse da quanto appare comprensibile quando si è immersi dentro il confine della sfera sensibile. A tale riguardo, una sana vita interiore induce l’apprendista a sentire con sufficiente chiarezza che il pensiero somatizzato non ha nulla in comune con le esperienze sovrasensibili: il tentativo di avvicinarsi al sovrasensibile con un simile mezzo trova soltanto la fantasticheria o il limite del buio e del vuoto. L’indagatore spirituale, se vuole portare alcunché dell’esperienza sovrasensibile in se stesso, quale uomo terrestre deve compiere un doloroso percorso a ritroso: dall’intuizione all’ispirazione e da questa all’immaginazione, per trasfonderla poi in pensieri pensabili nella coscienza sensibile di veglia. Un percorso opposto al cammino ascetico del discepolo esoterico.
.
Rudolf Steiner in diverse conferenze afferma da molteplici punti di vista che solo quando l’indagine spirituale viene trasformata in concetti ed idee assume una reale importanza per il mondo e per lo stesso indagatore: «Ciò che gli Dei possedevano prima della formazione dell’uomo …perché potesse germinare in forma di pensieri doveva essere coltivato sul piano fisico dagli uomini. …E l’uomo che sulla terra non vuole pensare, sottrae agli Dei quello su cui contavano, e quindi non può raggiungere ciò che è il vero compito e la vera destinazione sulla terra».
.
Comunemente il pensare è sottomesso alle limitazioni cerebrali e si riduce a rispecchiare, in forme rappresentative, il mondo sensibile esteriore e corporeo. Questa limitata attività del pensiero ha indubbiamente svolto una propria missione, consentendo il rafforzamento e l’autonomia della coscienza sensibile, ma è anche divenuta un’attitudine assai pigra e riduttiva, ormai confondendosi con le altre funzioni corporee. È un pensiero che ha perduto la sua natura superiore di pensiero.
.
La Scienza dello Spirito insegna che (e come) il pensiero può, al contrario, essere voluto per se stesso. Il pensiero che conquisti la capacità di essere completamente voluto, riacquista la propria natura di realtà che, indipendente dalle categorie sensibili, è anche la piú immediata attività sovrasensibile dell’uomo in quanto dotato di coscienza di veglia. Perciò quando il Veggente trasfonde nel pensiero il contenuto di esperienze operanti oltre il pensiero, è il pensiero voluto al di là del corpo che diventa il veicolo dell’esperienza sovrasensibile.
.
Qualora l’attività pensante si ponga a guisa di mediatrice dello spirituale, cosa entra allora nella coscienza dello studioso che assimila le comunicazioni della Scienza dello Spirito? La risposta è semplice: nella coscienza del lettore, quando questi comprenda ciò che l’Iniziato comunica, entra il contenuto di realtà spirituale antecedentemente sperimentata dall’indagatore dello Spirito.
.
In definitiva, cosa trova lo studioso per convincersi della realtà di tali contenuti? Trova che il suo essere interiore conferma, come proprio moto animico, l’elemento di realtà delle comunicazioni apprese. In linea con la visione platonica del conoscere, il lettore sperimenta un inusuale riconoscimento che si manifesta con alcuni caratteri affini al ricordo. Come è già stato scritto, l’uomo incarnato è cosciente in corrispondenza di un certo livello sensibile, continuando però ad essere, con i suoi arti costitutivi, immerso nello Spirito. Salvo che per la coscienza della testa, egli è contessuto allo Spirito e alle Entità spirituali. Nel momento in cui accoglie nel suo pensiero attivo il contenuto sovrasensibile in forma di pensiero, cade per lui il limite del sonno, dell’incoscienza che gli nasconde il Mondo spirituale. Ciò che in ogni uomo vive come realtà occulta si congiunge con la coscienza di tale realtà. Quanto era dormiente trova la sostanza formativa di un organo di risveglio. Per il ricercatore volonteroso che stimoli con energia il pensiero, la lettura dei testi diviene tanto meno un ‘sapere’ quanto un organo di conoscenza, ossia un mezzo mediante il quale l’anima può rendersi consapevole di una realtà. Quando il contenuto spirituale rivive in forma di pensiero nella coscienza, è un organo sovrasensibile che si forma, permettendo l’accesso consapevole al mondo sperimentato dall’Autore. Chi ha vissuto in questo modo il cammino conoscitivo dell’Antroposofia, ha conosciuto l’assenso alla verità comunicata poiché riconosciuta come il vero della propria anima.
.
Il rigoroso sperimentalismo introdotto da Rudolf Steiner per il fenomeno sovrasensibile si diversifica da quello operato nella ricerca scientifica solo per il fatto che l’esperienza antroposofica, in cui la coscienza pensante incontra i contenuti comunicati in forma di pensiero, non poggia su alcunché di sensibile ma è pura esperienza animica: l’essere sovrasensibile del pensare afferra come sostanza percettiva l’elemento sovrasensibile della rappresentazione scientifico-spirituale. In tale operazione la coscienza sensibile non collabora, ma viene temporaneamente abbandonata e necessariamente respinta, nella misura in cui lo svolgersi dell’atto pensante possa compiersi indipendentemente dai sensi. Per tutta la durata di questa eccezionale attività, il pensare recupera l’elemento inconosciuto del suo essere e lo sperimentatore si accorge «che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e mentre veramente si pensa ci si trova già nel campo di un vivente mondo sovrasensibile». In breve, l’anima sperimenta (pur su diversi livelli individuali) una sorta di risveglio dalla veglia, trasferendosi in una sfera di consapevolezza superiore (eterica) alla coscienza sensibile, affrancandosi momentaneamente dai suoi legami e dalle sue leggi.
.
Questa esperienza può risultare possibile a chiunque purché vengano rispettate le condizioni che la volontà conoscitiva e lo stesso buon senso dovrebbero suggerire:
  • applicarsi allo studio dei testi quando ciò sia reso possibile dalla condizione di calma interiore non distratta da avvenimenti e interruzioni esterne;

  • tendere ad una coerente onestà conoscitiva che sbarri con severità la strada a giudizi anticipati, pregiudizi, sentimenti personali (poco importa se favorevoli o contrari), iniziando sempre da una sorta di sereno zero animico;

  • impegnarsi a non evitare o a scansare alcun paragrafo, riga o singola parola. Come quando nella concentrazione la coscienza tramortita prende altre strade, si ritorni a ritroso al punto in cui il pensiero coincideva esattamente con la lettura o si interrompa la sessione di studio;

  • infine, pagando l’inevitabile costo di una lettura lenta o lentissima o ripetuta, afferrare sempre nella coscienza il concetto corrispondente ad ogni parola o immagine, non permettendo che la parola scritta rimanga un insieme di lettere alfabetiche riconosciuto automaticamente dalla memoria. Qualora l’Io e l’anima tentino almeno di farsi carico, con determinazione, delle condizioni elencate, giungendo ad un certo piano di risultati qualitativi, possiamo completare con un secondo livello operativo (il secondo gradino dell’iniziazione rosicruciana) gli elementi di questa nota, dedicandoci alla formazione di immagini spirituali.

Come spesso abbiamo sottolineato, nei mondi interiori tutto è fluido, interpenetrato, ed è realmente possibile che in particolari momenti il pensare esercitato sul confine dei limiti corporei da una corretta ed intensa assimilazione dei temi della Scienza dello Spirito, si condensi, si animi in forma d’immagine, diafana o fortemente caratterizzata, in ogni caso non assimilabile, per i caratteri della sua natura, alle comuni immagini mentali. La tecnica particolare comunque c’è e consiste nel trasformare in immagini congrue, complete, le rappresentazioni assimilate con la lettura. È evidente come questa sia un’operazione puramente meditativa. Occorre estrarre un quadro, accurato e completo, dalla serie di concetti e rappresentazioni che hanno costituito il tema. Ripetiamo: il quadro deve risultare nella coscienza perfettamente chiaro e assolutamente completo. Ciò è essenziale. Poca importanza ha invece il tipo di immagini usate che per forza di cose saranno da principio una miscela di frammenti di ricordi sensibili riconnessi o reinventati in maniera non conforme alla razionalità delle cose viste e sperimentate dalla coscienza ordinaria. Poi, come dice il Dottore, «il resto ci verrà dato e ciò che esse [le immagini costruite] non devono avere, si dileguerà». Costruire e contemplare siffatte immagini ci educa alla formazione dell’organo immaginativo.
.
Detto questo rimane da chiarire un punto importante. Non si è parlato del sentire, benché sia intrecciato nei modi piú essenziali a quanto è stato finora scritto. Questo per la ragione che esso deve risorgere quale prodotto dei concetti e delle immagini conquistate, mentre è invalsa la cattiva abitudine (del tutto naturale, specie tra gli spiritualisti) di lasciarsi andare nei propri sentimenti e di investire con essi Pensieri Universali, sovraumani, che non dovrebbero essere nemmeno sfiorati da banali e ottusi sensi personali. Prima di soffocare il mondo con la presunzione dei propri sentimenti, si valuti piuttosto la capacità di rispettare il Divino! Ricordarsi inoltre di un fatto: i sentimenti sovrapersonali che appartengono a ‘cose’ dello Spirito, possono persino essere irriconosciuti, poiché in genere non hanno relazione con ciò che all’anima è noto.
.
Già all’epoca della prima edizione di Teosofia (1904), il Dott. Steiner scriveva che «il pensiero è frainteso da chi lo scambia con un dipanare vane o astratte sequele di pensieri», mentre «il pensare pieno di vita può diventare la base di tale conoscenza». Lungo un secolo l’uomo ha avuto il tempo per perdere forze e qualità che davano vita e sostanza alla sua anima, persino indebolendo il terreno su cui poggiano le due colonne del conoscere: pensiero e percezione, e ciò al punto che dall’attuale osservazione risulta un iniziale smarrimento della chiara e netta percezione del sensibile.
.
La malattia nervosa e la dialettica formale dominano il Mondo, o meglio, hanno costruito intorno all’uomo un inframondo. Il fatto che in giro ci sia molta intelligenza (fenomeno di origine occulta), il fatto che questa sia stata in buona parte ghermita dalla sottonatura e distratta dall’ambito dell’anima cosciente, modifica al peggio la situazione generale. Infatti è per questo motivo che oggi piú di ieri il primitivo, lo squilibrato e il degenerato possono trafficare con stupefacente abilità tra modelli scientifici o raffinate tecnologie.
.
Le Forze celate dalle immagini delle comunicazioni esoteriche giacciono inerti, attendendo il risveglio da “un pensiero pieno di vita” che le ripensi alla radice: è quindi l’uomo ad abbisognare di una urgente rettifica. In tal senso, un’ultima, straordinaria possibilità è stata offerta da Massimo Scaligero. Il percorso delle sue opere muove costantemente dalla logica adamantina del Principio, e ciò si palesa, abbagliante, proprio al pensiero che possa pensarlo senza alcuna partigianeria ma in piena autonomia interiore. Scaligero, “l’epigono dei Giusti” (come è stato chiamato da un illustre amico comune), con il suo essere e la sua opera ha ricondotto la forza umana alla sorgente della Luce Viva, per chi voglia “risalire la corrente e sanare l’antica ferita”.
.
Il rischio in cui incorre chi caparbiamente rifiuti l’aiuto diretto e immisurabile dell’Individuo Assoluto o dell’“Io Sono”, a cui la forza del pensiero di Scaligero conduce senza mediazioni accomodanti, è di scambiare la Sapienza Divina per un sapere superficiale, che diviene sempre piú capace di riconoscere solo parole e frasi per pura e ripetuta assonanza formale: il fantasma cerebrale della conoscenza che trova preoccupante affinità con i processi intellettivi sino a ieri dominio legittimo dei rappresentanti piú evoluti.
.

Franco Giovi

Immagine: Jacob Böhme «Theosophische Werke» Amsterdam 1682

http://www.larchetipo.com/2004/mar04/esercizi.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO

PLATONE E IL MITO DELLA CAVERNA

Platon_Cave_Sanraedam_1604

All’inizio del settimo libro della sua Politèia, il cui titolo ormai da secoli viene tradotto con Repubblica, Platone narra il mito della caverna, uno dei più conosciuti e suggestivi. In esso Platone, esprimendosi col linguaggio simbolico e allegorico del mito –  quella allegoria che il mio amato Dante chiama “bella menzogna” – descrive un sentiero di conoscenza, che mena dalla maya sensibile, dal mondo delle cose che meramente appaiono e divengono, ma non “sono”, su verso la contemplazione di quel sovrasensibile mondo delle idee e degli archetipi, i quali non divengono bensì perennemente “sono”, e poi, ancora più in alto, sino alla contemplazione dell’Uno-Tutto, di quel Uno-Unissimo, che come idea del Bene, tutto pervade, muove e vivifica.

Per Platone non si tratta semplicemente di una “gnoseologia”, ossia di una sia pur interessante “teoria della conoscenza”, bensì – in maniera identica alle opere “filosofiche”, o meglio “filosofali”, di Rudolf Steiner come le Opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, o Verità e scienza, la Filosofia della Libertà, la Concezione goethiana del mondo, ed altre dello stesso genere – di un’Ascesi che richiede ardore, slancio, tenacia e dedizione estrema. Una tale ardente Ascesi conduce dantescamente dalla “selva selvaggia” e dalla “diserta piaggia”, attraverso un “cammino alto e silvestro”, alla mirabile visione, ossia a contemplare quella “giustizia senza schermi”, che è il Bene di Platone, ovvero quel “Amor che muove il Sole e l’altre stelle”. Strumento di una tale Ascesi è, naturalmente il pensiero – che come afferma Hegel, “fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito”, e suo strumento è – lo ripeteremo sino a sgolarci – la Concentrazione, il cui calor cogitationis, è un “fuoco”, che, come afferma Aristotele, “ha il suo luogo naturale in Alto”, ed è dunque strumento dell’ascesa. L’immagine, particolarmente bella, che propongo alla intelligente considerazione del lettore è del pittore neerlandese Jan Pietersz Saenredam (Zaandam, 1565-1607),  che la incise nel 1604, anno fatidico per il movimento rosicruciano del tardo Rinascimento, intitolandola Antrum Platonicum.

In questo mirabile dialogo platonico, Socrate, vero filosofo, ossia “amante di Sophia”, ritiene che colui ha contemplato la Verità nel sovrasensibile, iperuranio, mondo delle idee e degli archetipi creatori debba tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. E Socrate affrontò con tragica serietà la sua missione sacrale di indicatore della vera Sapienza, e affrontò coraggiosamente il martirio, per testimoniare che l’uomo deve “seguir virtute e conoscenza”. In questo dialogo, Socrate ha come suo interlocutore l’amico Glaucone.

 * * *

[514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.

– Vedo, rispose.

– Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

– Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.

– Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?

– E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita?

– E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?

– Sicuramente.

– Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?

– Per forza.

– E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?

– Io no, per Zeus!, [c] rispose.

– Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.

– Per forza, ammise.

 – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?

– Certo, rispose.

   [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati?

– È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.

– Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.

– Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.

 – Come no?

– Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

– Per forza, disse.

– Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.

 – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà così.

– E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?

– Certo.

– Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?

– Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.

– Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?

– Sí, certo, rispose.

– E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose. […] 

(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 339-342) 

* * * 

Come dice Socrate a Glaucone, questi strani prigionieri somigliano in tutto e per tutto a noi, e noi, suoi lontani discendenti, potremmo aggiungere che essi ancor più assomigliano all’uomo attuale, il cui pensiero razionalistico e astratto, o psichico, sentimentale e istintivo, è prigioniero della natura corporea, avvinto da bronzee catene nell’oscurissimo antro cerebrale.

Questo pensiero esangue è in uno stato cadaverico, esanime, ma all’attuale uomo, colto o incolto che sia, la cosa non suscita né sofferenza – anche se è all’origine di tutto il suo affannato soffrire – né problemi, ch’egli non si pone. Egli non conosce altro pensiero, non lo concepisce, e neppure sospetta che il suo pensare possa partorire qualcosa di diverso da quei morti aborti che sono i suoi esangui e pallidi pensieri. Crede che i suoi pensieri siano solo i riflessi delle sue percezioni sensorie, che ritiene essere realissime. Ma Rudolf Steiner ammonisce che: pensieri degli uomini sono ombre, mentre i pensieri degli Dèi sono esseri viventi. Inoltre, le sue “realissime” percezioni sensibili non sono che ombre esse stesse, pallido riflesso delle idee o archetipi viventi del Mondo Spirituale. Per cui i suoi esangui pensieri riflessi, essendo pallidissime ombre delle soggettive sue percezioni, ombre esse stesse, da lui scambiate per verace e consistente “realtà”, vengono ad essere ombre di ombre: stravolgimenti di una inconsistente irrealtà. Beh, se questa è – come effettivamente è – la “conoscenza” dell’orgogliosissimo uomo razionale moderno, una tale “conoscenza”, annaspante tra le ombre, è cosa miseruccia e vile assai!

Un ben difficile còmpito si pone colui che voglia restituir la VITA a un tale smorto, cadaverico, pensare. A lui si prospetta una risalita su una ripida e aspra china: risalita che scoraggia molti, anzi i più, i quali trovano preferibile rinunciare a cotal tanto faticosa ascesa, e permanere, vilmente e comodamente, nella condizione di prigionia. Le catene, se uno resta immobile, non implicano faticoso sforzo, mentre il lottare per liberarsi dalle catene è sicuramente faccenda faticosa e dolorosa. Comodità e viltà suggeriscono che un tale lottare è inutile, ed anche pericoloso, e che la condizione di prigionia sia l’unica concessa all’uomo, che sia “follia”, “presunzione superuomistica”, “prometeica” aspirare ad una libertà, la quale sarebbe solo “patologica fantasia” ed “evasione”. Una tale concezione avvilente – proprio nel senso che rende l’uomo vile – tuttalpiù si pone il problema di come render piacevole e meno monotona la prigionia, di come eccellere sugli altri prigionieri dimostrando una più raffinata “conoscenza” intellettuale delle ombre sensibili, dichiarate queste esser l’unica realtà. A rendere sopportabile la condizione degli incatenati, e per i meno fortunati – per quelli che non “eccellono” – vi sono le “consolazioni” della religiosità sentimentale, della moralità “virtuosa”, del buonismo, dell’attivismo sociale e politico, dei magismi rituali, del misticismo, della cultura, della psicanalisi, e financo di un fallace “esoterismo” facente appello alle morbide “vie dell’anima”.

Per coloro che, invece, hanno sete d’incondizionato, per coloro nei quali sorge dal profondo – come dice Rudolf Steiner – un “urlo interiore”, si apre una Via eroica, indubbiamente “aspre e forte”, faticosa: la Via della resurrezione del Conoscere dal cadavere del morto pensare, l’impresa della realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero Folgore. Mentre gli incatenati giungono all’abiezione di amare la tenebra che li avvolge, a temere di abbandonarla, innamorati come sono della loro prigione, i coraggiosi osano tentare la via dell’Altezza, e temerariamente abbandonano il vile giaciglio e le catene, delle quali i loro compagni sono innamorati. E gli Dèi amano tali audaci e li soccorrono nella loro temeraria impresa: gli ostacoli e le prove, che con generosità essi disseminano sul loro cammino verso l’l’Altezza e la Luce, li liberano dal morto cascame che si portano addosso e li fortificano nella volontà e nella capacità di mirare l’inesprimibile, abbagliante, Luce.

Strumento aureo di una tale ascesa – di tale Ascesi – è il Rito della conversione del pensiero nella sua originaria Luce: la Concentrazione, che è l’esercizio del neofita principiante, del praticante avanzato, dell’Iniziato. Ad ogni stadio del cammino ascendente, la Concentrazione rivela più vasti e più profondi livelli, talché non si finisce mai di apprenderla, poiché è un aprirsi all’Infinito. E chi giunga alla liberazione del pensiero dalla prigionia somatica – e tutti possono giungervi, se veramente lo vogliono – contempla non più le ombre illudenti e sempre deludenti di un inafferrabile esistere, sempre roso dal veleno della brama, della paura e dell’avversione, MA l’Essere puro, le “cose che sono e non divengono”. Una tale Conoscenza è fonte inesauribile della Gioia, del Coraggio, della Generosità.

Ancora più audace e veramente eroico è, poi, chi, una volta conquistata e realizzata la Conoscenza, ha la generosa temerarietà di voler nuovamente ridiscendere nell’oscurissimo antro, ove ancora giacciono, incatenati, i suoi antichi compagni di prigionia, per tentare di liberarli dalle catene che li avvincono alla loro avvilente e abietta condizione. Egli vuole liberarli dalle catene somatiche, dissolvere il cupo “realismo” che fa sì ch’essi credano vere le ombre che li illudono. Impresa temeraria la sua, perché sovente gli ottenebrati temono e odiano la Luce, e ritengono pericolosa illusione la Verità liberatrice, che l’audace conquistatore della Luce vuole portare loro. Essi temono perdere le loro catene e sono innamorati dei veleni della brama, della paura, dell’avversione che li intossicano, veleni che temono perdere. Facilmente temeranno e odieranno, come sagacemente ammonisce Platone, colui che vorrà liberarli dalle amate catene, dai bramati veleni, e cercheranno di metterlo in condizione di “non nuocere”, talvolta addirittura di ucciderlo. La storia dell’umanità offre numerosi esempi di tali martiri. Ma, come affermava coraggiosamente Arturo Reghini, “i Sapienti si preoccupano di come vive l’anima, e non di come muore il corpo”, che è solo una transitoria ombra.

Infinita gratitudine dobbiamo, quindi, a Maestri spirituali come Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero, i quali ci hanno indicato La Via eroica della Conoscenza, quel platonismo magico – autentico idealismo magico – che è la Via del Pensiero Vivente, l’aurea Via Regia della liberazione del pensiero.

Questi pensieri mi sono sorti nell’anima nel 36° anniversario del disciogliersi di Massimo Scaligero dall’apparire sensibile, nel ricordo delle parole incitatrici e liberatrici ch’Egli rivolse ad alcuni di noi la sera della vigilia, parole che restano – a lettere di fuoco nella mia anima – come pegno di fedeltà alla Via ch’Egli volle donare a tutti noi.

Hugo de’ Paganis

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

CENNI SULLA VITA DI SIGMUND FREUD

 407822_1

Tra gli uomini che hanno operato per la storia dell’anima nei tempi moderni si presenta quale figura importante il dottor Sigmund Freud, considerato padre della psicoanalisi.

In genere il suo ricordo fu fissato, quasi imbalsamato dai suoi adepti. E le rappresentazioni che seguirono non escono mai da questo sulfureo “santino”. Divenuto una sorta di mito poi si seguono narrazioni manipolate, persino ucroniche, comunque distanti dalla realtà o sottomesse al mainstream della convenzionalità.

Seguendo gli interessi che animano i lettori di questo Sito, cerco di disegnare qualche (più che insufficiente) cenno biografico relativo a Freud che dia conto dell’uomo e del ricercatore che egli fu anche alla luce di indiscrezioni sfuggite a suoi discepoli.

Freud nacque a Freiberg da famiglia ebraica. Intellettualmente assai dotato, si iscrisse all’università a soli 17 anni. Egli raccontò che il suo primo indirizzo era il Diritto poiché attratto dalla politica. Poi, affascinato dagli studi di Darwin e da una conferenza su l’inno goethiano Alla natura, decise di dedicarsi allo studio dell’Arte medica. Non ebbe alcun impulso a fare il medico e curare i suoi simili: “i pazienti sono gentaglia, gli torcerei il collo a tutti”. I discepoli poi testimoniarono che non era minimamente interessato alla professione di medico. In realtà si considerava uno psicologo e, intelligente com’era, terminò l’università con tre anni di ritardo.

Ritardo dovuto agli interessi, assai ampi e assai diversi da ciò che il suo corso richiedeva: l’evoluzionismo darwiniano, le lezioni di filosofia di Franz Brentano (di Brentano, Steiner scrisse con grande interesse in Enigmi dell’anima. Egli fu filosofo e attento psicologo: la sua intuizione si ferma là dove Steiner completa l’osservazione della tripartizione dell’organismo umano).

Una nota (quasi) fuori contesto: quando Freud studiava non sopportava la musica. Per essa non ebbe alcuna attrazione: era del tutto a-musicale.

Laureatosi, le condizioni economiche non gli permisero la pura ricerca scientifica, perciò lavorò nell’Ospedale di Vienna ma si dedicò allo studio delle malattie nervose e conquistò, a 29 anni, la libera docenza in neuropatologia.

Fu una dimostrazione che la relativa povertà e l’origine ebraica non avevano potuto ostacolarlo. Del resto si sentiva come un essere speciale con compiti speciali. Di ciò scrisse più volte alla fidanzata: “Sono consapevole di avere una missione”. E’ un presentimento che risale alla sua infanzia e qualcuno parla anche di profezie. Comunque era “segnato” dalla nascita: un tempo il bimbo che nasceva avviluppato nell’involucro amniotico era speciale: da questo la frase ancora usata “nato con la camicia”.

Nel suo trentesimo anno d’età iniziano a profilarsi i punti fermi del suo percorso di destino: l’incontro con Charcot a Parigi, con Breuer a Vienna e con Fliess a Berlino.

Il dottor Karl König (Die Schicksale Sigmund Freud und JosefBreuer. Verlag Freies Geistesleben, 1962) vede in tali incontri tre tappe (da superare) per iniziare la discesa alle Madri.

Freud, nel 1885 si trasferì a Parigi per studiare neuropatologia alla Salpétrière con J.M.Charcot. Così imparò a conoscere il potere dell’ipnosi nella cura delle malattie nervose e gli incredibili fenomeni che questa pratica svelava.

Ricordiamoci che quello che ora chiamiamo ipnosi appartenne in antico ai Misteri e fece l’ingresso nella medicina semi-ufficiale all’inizio ottocento. Charcot, forte del vasto materiale umano a sua disposizione e di molta autonomia, poté svolgere esperimenti straordinari (a mio parere nemmeno più eguagliati o superati), evocando forze reali ma incomprensibili per l’ordinaria osservazione scientifica.

Freud ne fu molto colpito e Charcot lo accolse nella sua cerchia con amicizia. Quando però il primo ritornò a Vienna gli studi prodotti furono accolti con scetticismo e disprezzo. Ciò lo allontanò dalla vita accademica: dedicandosi ai fenomeni isterici ed ipnotici si staccò per sempre dalla medicina ufficiale e percorse un sentiero isolato ma non antitetico all’agnosticismo ufficiale: volle comprendere fenomeni nuovi con idee antiche.

Josef Breuer, più anziano di Freud di 14 anni, era era uno spirito eclettico e geniale. Era medico di famiglia e vero scienziato. Il giovane Steiner lo conobbe presso la famiglia dove abitò come precettore: “Per me il dottor Breuer era una personalità attraente. Ammiravo il suo modo di assolvere i compiti di medico. Ma anche ad altri campi il suo spirito era grandemente interessato. Parlava di Shakespeare in modo tale che se ne riceveva uno stimolo fortissimo. Era anche interessante sentirlo parlare, con un atteggiamento che era assolutamente quello di un medico, di Ibsen o magari della Sonata a Kreuzer di Tolstoj. Quando egli parlava di tali argomenti con la mia amica, madre dei bambini di cui ero precettore, spesso io ero presente con grandissimo interesse. Allora la psicoanalisi non era ancora nata: ma i problemi che tendevano in quella direzione esistevano già. I fenomeni ipnotici avevano conferito al pensiero medico una particolare colorazione” (La mia vita. Ed. Antroposofica).

Steiner menziona ancora Breuer nel ’17: “Fu particolarmente interessante per lui, che con tanta profondità si immergeva nei fenomeni patologici, un certo caso che lo occupò in modo speciale”. Si trattava di una giovane sonnambula che Breuer curò con l’ipnosi. Essa manifestava tali sintomi isterici che suscitarono in Breuer, sia come medico che come uomo, il massimo interesse per un mondo celato.

Freud e Breuer si incontrarono nel 1879, quasi un incontro tra padre e figlio. Freud alla fidanzata scrisse: “Parlare con Breuer è per me come star seduto al sole: effonde luce e calore. Egli è una personalità luminosa. Non so cosa abbia trovato in me per trattarmi con tanta amicizia. Non lo si caratterizzerebbe giustamente se si dicessero di lui solo cose buone: bisogna soprattutto sottolineare che la malvagità in lui è del tutto assente”.

Breuer aiutò Freud anche economicamente e quando questi ritornò da Parigi gli mandò pazienti con problemi neuropsichici.

Nel periodo che intercorse tra il 1887 e il 1895 Freud, con l’apporto prezioso di Breuer, stabilì le osservazioni ed i fondamenti della psicoanalisi. Poi, la rottura dell’amicizia con Breuer. Secondo König il dissidio trasse origine dal trattamento della giovane sonnambula più sopra ricordata. Il fatto: essa venne posta in sonno ipnotico e da tale condizione affiorarono le cause profonde. Ciò che in questa situazione venne rivelato atterrì Breuer che non volle insistere nella buia sfera dell’uomo notturno. Va ricordato che Breuer era massone e forse non poté comunque rivelare pubblicamente certi fenomeni legati all’ipnosi.

Freud, crudelmente spregiudicato, volle capire anche le tenebre e continuò in solitudine la ricerca. Steiner, riguardo alla rottura tra i due indagatori, dice: “Si potrebbe pensare che, se Breuer avesse ottenuto una cattedra universitaria e avesse potuto seguire la via della psicoanalisi, quest’ultima avrebbe forse assunto tutt’altra forma. Così invece fu principalmente il dott. Freud ad occuparsene”. Si può notare anche che Steiner e Freud partirono con un atteggiamento formalmente simile: osservazione animica col metodo delle scienze naturali. Le direzioni furono opposte. Steiner investigò la natura spirituale dell’anima, Freud denudò la sua vita sub-umana.

Estraniandosi da Breuer, Freud fece amicizia con Wilhelm Fliess. Costui, studioso dei rapporti organici, aveva scoperto una identità di ciclo nella donna e nell’uomo e così trovò certi principi che rimandavano alla natura androgina dell’entità umana. Un suo scolaro, tal Swoboda divenne paziente di Freud e gli fece conoscere gli studi di Weininger, autore di Sesso e carattere.

La psicoanalisi di Freud abbandonò in gran parte l’ipnosi, preferendo la tecnica dell’ascolto dei pazienti, prima con metodo interrogativo, poi tramite la libera associazione. Egli invece si sottopose a due processi: l’autoanalisi e e un’acuta indagine sulle esperienze di sogno. Scoprì molte cause inconsce che si manifestano nel dimenticare, nel lapsus linguae, ecc. Le rivelazioni dei processi inconsci dell’anima lo portarono ad un più profondo isolamento. Così ruppe i rapporti anche con Fliess. Liberatosi da questi rapporti umani e d’amicizia, Freud distrusse ogni ponte con l’umanesimo e forse con una certa parte dell’umano in lui stesso. Iniziò ad avere alterigia e disprezzo per gli altri, una irreligiosità pressoché assoluta, una inflessibilità nel lavoro, una vita scandita con ferrea regolarità.

La missione che gli proponeva l’investigazione dell’anima notturna lo aveva reso spietato e cieco per quanto potesse riguardare altre parti della natura umana, sapendo nonostante se stesso che ciò che aveva svelato non si sarebbe tradotto in una soluzione positiva per gli ammalati. Un giorno, rispondendo ad una domanda sulla “cura psicoanalitica”, rispose che questa era un processo che non poteva terminare mai.

Fu adorato ciecamente dai discepoli: devozione assai analoga a quella tributata dalle folle a certi personaggi storici. La diffusione nel mondo occidentale della psicoanalisi fu più forte dove la tradizione religiosa aveva dovuto ritirarsi dinnanzi la cieca fede nel progresso scientifico: specie nei paesi di lingua inglese la psicoanalisi divenne una religione acritica con Freud come profeta.

Una stravaganza del Nostro era quella di circondarsi di statuette di bronzo o argilla che raffiguravano dei e animali sacri nel tempo antico. Qual’era il muto dialogo tra questi e lo scienziato?

Freud, avendo tra i suoi oggetti anche pietre preziose, ne fece montare sette in corrispondenti anelli: uno per sé e sei per i suoi discepoli più intimi. Scrive Sachs nel 1920: “D’ora in avanti noi sette dovevamo formare un gruppo coordinato ma del tutto anonimo. Perché l’avvenire della psicoanalisi non doveva essere lasciato nelle mani del caso, né doveva dipendere dagli interessi di certi gruppi o da ambizioni personali. Il nostro gruppo aveva il compito di dirigere, secondo un piano comune ed in reciproco accordo, il movimento psicoanalitico. Per ottenere ciò, noi sette dovevamo valerci del nostro influsso personale e della nostra solidarietà (…) Per poter eseguire indisturbati questo lavoro, era necessario che questo nostro accordo restasse un segreto ben custodito. Il nostro doveva venir considerato come un cerchio chiuso ora e sempre: nuovi membri non potevano aggiungervisi”.

Dunque una sorta di gruppo iniziatico segreto, cioè più affine al vecchio occultismo che a un movimento scientifico.

Freud, continuando nelle indagini, ordinò istinti e pulsioni in due sfere principali: Eros e Thanatos. Mentre l’impulso al sesso, alla vita vorrebbe lanciarsi nell’immortalità, l’impulso opposto vira all’irrigidimento, all'(auto)annientamento.

Non credo sia una particolare forzatura interpretativa dire che con Eros si intende l’azione luciferica e con Thanatos il dominio di Arimane. Secondo König, Freud consacrandosi nell’isolamento freddo della sfera arimanica, riuscì a svelare parte dell’azione luciferica. Vita e morte e nient’altro: da ciò Freud e discepoli formarono un fronte che potrebbe essere considerato come anticristico. Ci fu persino chi battezzò la psicoanalisi come una rivolta mondiale contro il contenuto dei Vangeli.

Negli ultimi anni di vita Freud interpretò il cristianesimo come una visione raccapricciante in cui la Cena era un pasto funebre che commemorava l’assassinio del padre: “Il padre dell’orda primordiale, despota assoluto, pretendeva tutte le donne per sé. Ma un giorno tutti i figli si unirono, lo sopraffecero, lo uccisero e lo mangiarono tutti insieme (…). Il convitto funebre è una solenne commemorazione di questo fatto mostruoso da cui deriva la coscienza di colpa dell’umanità”.

Questa visione mi pare coerente con le parole esclamate in vista della costa americana (1909): “Ignorano la peste che sto portando loro”. Freud muore a Londra nel settembre del ’39, all’inizio della seconda guerra mondiale.

König chiude il suo saggio su Freud con le parole di Emil Bock: “Nel cielo dello spirito regna sull’uomo il mondo degli archetipi luminosi, puri, creatori e salutari. Se questo mondo viene dimenticato, allora nel profondo dell’inconscio umano si generano con estrema facilità i contro-tipi, oscuri, generatori di malattia. Il mondo soprasensibile dimenticato diventa nel singolo uomo causa di malattia e nell’epoca in ora cui viviamo diventa causa di drammatiche, apocalittiche catastrofi”.

Sigmund Freud ed il suo movimento come oscura controimmagine di forze spirituali che, nell’epoca di Michele, cominciano a manifestarsi.  

SENZA CATEGORIA

UN "ACCORDO" DI MASSIMO SCALIGERO

Cari lettori di Eco, rimaniamo sulla scia de L’Archetipo di questo mese di febbraio proponendo la lettura di uno dei suoi articoli.

Anni fa un antroposofo si cimentò in quella che voleva essere una critica sapiente del linguaggio di Massimo Scaligero: critica che venne presentata e sviluppata in una piattaforma del web.

Egli prese come campione, secondo lui molto rappresentativo, uno dei tanti “accordi” di Scaligero, ponendo l’indice contro il romantico, antiquato, pomposo e ridondante linguaggio che l’Iniziato usava per questo tipo di scritti, tra l’altro privati, in quanto lettere destinate a un discepolo.

Dei contenuti poco o nulla si interessò questo antroposofo, così come ignorò volutamente l’importante Opera di Massimo Scaligero, composta da testi – a dir poco – non suscettibili affatto di essere considerati semplice espressione o esercitazione di forma, di mera e stucchevole retorica, ma piuttosto esemplari di rari apici dialettici al servizio totale di alti contenuti scientifico spirituali assolutamente conformi al pensiero centrale di Rudolf Steiner, pensiero che in tali testi viene altresì sviluppato.

C’è anche da sottolineare che, all’opposto, ma forse più comprensibilmente, molti lettori, per lo più giovani, al primo approccio di lettura dell’opera di Scaligero, hanno giudicato il linguaggio dei suoi maggiori testi di difficile e oscura interpretazione, un muro ritenuto invalicabile, o quantomeno scoraggiante.

Tra questi due opposti giudizi “assoluti” rimane un vuoto, che questi opinionisti non hanno riempito.

Sappiamo molto bene che questa epoca moderna ha abituato l’uomo a trovare esposti concetti pronti e di immediata e facile assimilazione. Cosa può significare ciò per chi desidera di intraprendere la Via indicata dal Dottore dovrebbe esser chiaro: attivare il proprio Sè in primis. Svelare e risvegliare il Chi, colui che viene riconosciuto, che “agisce”, che non è passivo, e non il ricadere e ripetere ad oltranza l’esperienza delle emozioni, dei sentimenti e degli istinti che possano spingere, ritenuti motori primi, a temporanei comportamenti di fratellanza e “amore incondizionato”, ossia proprio tutto ciò che l’antroposofo ha voluto lasciarsi dietro da precedenti e insoddisfacenti militanze cattoliche o simili.

Sappiamo anche molto bene a cosa si è ridotta certa Antroposofia, a bearsi cioè di narrazioni e descrizioni, e a dimenticare, ad ignorare, a mancare di cercare l’esperienza del potente contenuto di “Filosofia della libertà”, un testo, quest’ultimo, divenuto semplice oggetto di conversazione in ritrovi, conferenze e riunioni, per poter illudersi, o ostentare una equivoca aurea di devoto alla Via.

Noi semplicemente proponiamo la lettura dell’ultimo “Accordo” pubblicato nella storica rivista antroposofica “L’Archetipo”, e insistiamo anche noi, assolutamente senza temere di lasciare in ombra libri come, ad esempio, “La logica contro l’uomo”. 

Noi crediamo semplicemente che, chi volesse cimentarsi seriamente nella critica al linguaggio di un autore scientifico spirituale come Massimo Scaligero, previamente si periterà di leggerne con attenzione e obiettività tutta l’opera, e non solo le sue lettere a discepoli. Non sarebbe nemmeno opportuno dimenticare che Scaligero possedeva talento poetico, ha infatti composto delle poesie. Con tutto ciò, anche ascoltando le registrazioni delle sue conferenze, leggendone le trascizioni, e unendo alla fine il tutto, si potrà con evidenza constatare e convenire tutti che Scaligero sapeva bene quando e come usare un determinato linguaggio.

Invito Isidoro, Hugo, tutti i collaboratori di Eco, anche i nostri i nostri utenti, se lo desiderano e riterranno utile, a dire la loro sia su questo “Accordo” di Massimo Scaligero, sia su altro che possa essere ritenuto utile in merito agli argomenti accennati.

.

VINCERE LA MORTE

“Intensa esigenza di purificazione, di indipendenza dalla sfera degli istinti, perché sia alleviato il male generale del mondo, perché subisca l’impeto della luce dissolutrice e chiarificatrice. Sono ogni momento poste le cause possenti di un mondo in cui non sia possibile sopraffazione da parte del mondo infero.

Questo combattere è un esercizio di lucidezza della coscienza, perché là dove c’è sforzo c’è aderenza all’Ostacolo: questa aderenza deve essere dissolta: quindi è un combattere per cessare di combattere, cioè per vincere realmente.

Il Calore-Luce può rinascere spiritualmente sulla Terra, come forza individuale d’Amore, grazie al processo d’incarnazione del Christo. Egli ha dovuto debellare la Morte, ma prima assumerne la forza, perché come forza stimolatrice della vita fosse trasmessa agli uomini. Da allora ciascuno si avvicina alla Morte per vincere: il Christo ha assunto la Morte a parte hominis: poteva sgominarla dalla zona divina, ma cosí sarebbe stata sempre sopraffattrice dell’uomo. È questo il senso di ogni sfiorare l’esaurimento della vita, la Morte!

La potenza dell’ekagrata supera ogni contraddizione, ritrova il livello del perfetto “risveglio”, superato il livello dell’addormentamento normale. Ekagrata impetuoso, scattante, energico, continuo: è necessario perché il mondo della bontà s’inveri e l’Amore trionfi sulla Terra. Perciò una grande purezza attraversata da una grande concentrazione. E questa concentrazione ritrovi la confidenza mirabile con il Logos, il segreto della perennità, della assoluta fedeltà all’Opera.

Assorti nel Logos e nel suo opus terrestre, la fraternità umana può iniziare ad affermarsi sulla Terra, ma necèssita di una donazione assoluta priva di attaccamento egoico, cosí che l’uomo abbia la luce e la gioia del Christo, e la Terra divenga una contrada santa, un luogo di Resurrezione delle forze: il luogo della Pentecoste.

È tutto da meritare, con un lungo e sacrificale operare: con l’ala della intuizione pura che arde il male del mondo e lo restituisce luce creatrice.

Volontà solare, offerta al Christo: il massimo del coraggio, per il Logos vittorioso sulla Terra: l’assoluta purità, l’assoluta forza, l’as­soluta audacia della conoscenza, per servire il Christo. Questo è il còmpito che rende necessario l’accordo piú alto dell’anima, cosí che essa riconosca il sentiero del San Graal, come la direzione già assunta sin dal­l’inizio.”

 

Massimo Scaligero

_________________________________________________________

http://www.larchetipo.com/2016/02/accordo/vincere-la-morte/#sthash.PNlTGTwG.dpuf

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – FEBBRAIO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

1. La formazione della blastula.

Da un singolo minuscolo globulo di protoplasma si forma nel corpo materno, in un lasso di tempo di nove mesi, il corpo pienamente sviluppato di un bambino neonato. Questo primo delicato globulo, l’ovocellula, consiste, come tutte le cellule, di una sostanza mucillaginosa alla quale è legata tutta la vita sulla Terra. Ma ciò che distingue quest’unica cellula da tutte le restanti altre, è la sua grandezza, la sua forma e il suo spazio vitale. Nessuna cellula raggiunge la grandezza di una ovocellula; essa con il suo diametro scarso di un centesimo di millimetro sarebbe addirittura visibile ad occhio nudo, se vi fossimo posti di fronte. In quanto cellula unica, essa si avvicina quasi perfettamente alla forma sferica.

La maggior parte delle cellule corporee ha una qualsiasi forma caratteristica e vive in massicce formazioni cellulari. Così, le cellule muscolari sono lunghe e affusolate e si appoggiano strettamente l’una all’altra, le cellule epiteliali sono piatte o cilindriche poste in fila, le cellule nervose sono all’incirca a forma di stella con una singola lunga diramazione attraverso la quale esse stanno in reciproco collegamento, le cellule epatiche sono poliedriche  e congiunte [tra loro] in determinate formazioni.

La ovocellula matura non vive in una formazione cellulare, sta quasi completamente isolata, può sviluppare senza impedimento [alcuno] la sua forma sferica. Questa creazione, per la sua forma, sembra quasi senza rapporto con la Terra. Tuttavia per la [sua] materialità l’ovocellula si volge alla Terra. La sua massa è ripartita in maniera diseguale nel suo spazio, per il fatto ch’essa ha un polo “inferiore” un po più pesante e un polo “superiore” un po più leggero. Il corpo dell’ovocellula, che consiste di mobile sostanza vivente, il protoplasma, porta nel suo interno, come ogni altra cellula, un nucleo cellulare.

All’esterno il corpo cellulare è racchiuso da un corpo relativamente robusto, la zona pellucida, che lo protegge dagl’influssi esterni (vedi Fig. 2, inoltre la Tavola I).

20160126_174245

Nella scissione cellulare l’ovocellula si è separata dal tessuto materno dell’ovaia e vive per breve tempo nelle cavità ricolme di fluidi del dotto ovarico. Ad essa aderiscono ancora alcune cellule del tessuto materno (corona radiata ), dalle quali essa viene ulteriormente nutrita (SHETTLES). Poi anche queste si staccano da lei ed essa viene a consistere interamente di se stessa.

Ora su di essa incombe la morte. Solo il seme maschile può impedire questa morte. Se non giunge il seme, l’ovocellula viene espulsa fuori col sangue mestruale e perisce.

Se viene raggiunta dal seme, essa può diventare il germe di una nuova vita. A dire il vero, non si preserva essa stessa, ma la sua vita prosegue – anche la madre sacrifica così la sua vita vissuta fino ad allora e si riversa poi, almeno per un certo tempo, nella vita del bambino.

20160126_171746

Figura 2: Ovocellula umana con indicazione dei colori naturali (secondo SHETTLES, Ovum Humanum, 1960).

Circa trenta ore dopo la fecondazione da parte del seme, l’ovocellula comincia a suddividersi e da essa sorgono due cellule più piccole, che riempiono tutto lo spazio della loro cellula madre. Poche ore più tardi queste cellule figlie si suddividono a loro volta, cosicché quattro cellule riempiono adesso il medesimo spazio. Presto diventano cinque, sei, sette cellule e tre giorni dopo la fecondazione il giovane embrione consiste di una sfera compatta di circa sedici cellule, che per il suo aspetto viene chiamata mora o morula (vedi Fig. 3). Tuttavia le cellule, eccetto che per insignificanti differenze di grandezza, sembrano assolutamente uguali, e si deve presumere che esse posseggano ancora, tutte, la medesima potenza di sviluppo, potrebbero quindi essere scambiate l’una con l’altra; però è dimostrato che, dalle cellule situate centralmente , sorge il vero e proprio embrione, mentre dal tessuto periferico che nutre l’embrione sorge la placenta. Si chiama embrioblasto il complesso cellulare interno, quello esterno trofoblasto (vedi nota I). Quindi in questo stadio viene articolato lo spazio ovarico, sebbene la sostanza cellulare che lo riempie non presenti questa stessa articolazione (vedi nota II).

 20160126_171759

Figura 3Formazione della morula dall’ovocellula, semischematica. La zona pellucida è indicata come anello scuro, i nuclei cellulari non sono raffigurati.

La prima differenziazione visibile della morula è ora la seguente. All’interno della sfera cellulare si forma dapprima uno spazio a forma di fessura. Questo diviene a poco a poco più grande e si arrotonda in una cavità situata non del tutto centralmente. La massa cellulare viene quindi spinta da ogni lato alla periferia, la cui parete in un punto appare nodosamente inspessita. Questo nodo consiste nel complesso cellulare dell’embrioblasto in precedenza situato centralmente, mentre la vera e propria s
fera cava viene formata dal trofoblasto che si arrotonda ancor più in periferia. Con ciò viene raggiunto lo stadio di vescicola embrionale o blastula (vedi Fig. 4, inoltre nota III).

20160127_100257

Figura 4: Formazione della blastula, semischematica. Immagine a sinistra: all’interno della morula si forma uno spazio cavo. Immagine a destra: blastula formata; la zona pellucida si è dissolta. Z.p.= zona pellucida, T=trofoblasto (nella sezione disegnata il trofoblasto è l’intero anello di cellule), E=embrioblasto (adiacente al trofoblasto).

Sono adesso trascorsi quattro giorni dalla fecondazione e a poco a poco si dissolve la zona pellucida, che sinora ha sempre avvolto l’embrione. Da ciò si ravvisa che la blastula ha mantenuto approssimativamente la grandezza dell’ovocellula. Ora esso consiste all’incirca di sessanta cellule ed una mezza giornata più tardi di oltre cento.

Le cellule del trofoblasto sostanzialmente si sono suddivise dapprima con maggiore frequenza delle cellule dell’embrioblasto, giacché in una blastula umana si contano, ad esempio, novantanove cellule trofoblastiche contro soltanto otto cellule embrioblastiche.

Ora si possono distinguere i due gruppi di cellule. Adesso le cellule dell’embrioblasto sono un po più grandi ed appaiono più allentate, meno compatte rispetto a quelle più piccole del trofoblasto, un po’ più spesse e perciò mostranti i primi segni di una differenziazione. A questo punto, l’embrione si trova ancora  sempre nella sua migrazione attraverso il dotto ovarico, ma come sfera liberamente fluttuante arriva presto nella cavità dell’utero materno. In questo, dal sesto al settimo giorno, raggiunge la mucosa materna, che poi lo accoglie come la terra accoglie un seme (vedi Tavola I).

20160126_174245

L’intero sviluppo seguente si compie nel grembo di questa mucosa espressamente preparata e in maniera meravigliosa per l’evoluzione embrionale all’interno dell’utero materno.

L’ovocellula è un tutto e questo tutto si differenzia progressivamente. Sorgeranno occhi, mani, piedi – la creatura che diviene è sempre un tutto. La differenziazione avviene attraverso il fatto che l’ovocellula mediante suddivisione realizza il suo spazio interno con [le] cellule, e le nuove cellule così sorte si suddividono sempre ulteriormente, in un punto più, in un altro meno, nella maniera più differenziata – ma l’aumento delle cellule avviene sempre in qualche punto all’interno, mai si ammucchiano fuori cellula su cellula, come in una cassetta architettonica.

Si ha a che fare con un suddividersi e spostarsi estremamente complicato del sostrato vivente protoplasmatico, e ad ogni stadio rimane preservata la totalità. Si dice ripetutamente che il corpo venga edificato a partire dalle cellule. E’ vero il contrario: il corpo plasma cellule all’interno di sé. Nelle nostre attuali condizioni terrestri questa suddivisione cellulare della sostanza vivente è palesemente necessaria. Il corpo dell’uomo è dapprima l’ovocellula, la sua forma originaria una sfera. Nel corso dell’evoluzione embrionale muta la forma corporea umana ed assume le più diverse forme. Essa diventa dapprima piatta come il suolo terrestre , nel quale però si inarcano presto montagne, cresce poi dal suo proprio regno terrestre in forma di piante, diviene infine pisciforme e procede gradualmente a tastoni attraverso tutte le configurazioni delle forme degli animali superiori, fino a che, alla fine, diventa visibile l’immagine umana. Tuttavia è sempre il corpo evolventesi di un uomo, sin dal principio, addirittura quello di un determinato uomo. Il corpo semiformato non è un mezzo corpo, bensì un organismo intero, al quale sono inerenti ulteriori possibilità di evoluzione.

Così anche la Genesi è sin dal principio un tutto ed ogni parola che sopraggiunge, un perfezionamento di questa sua interezza. Già la sua prima frase contiene la predisposizione dell’intera Creazione, e addirittura, come vedremo, già la sua prima parola. Ma qui dominano dapprima leggi universali. Esse sono il modello per ogni differenziazione individuale, l’archetipo di ogni elemento individuale.

 

Nota I : La blastula della rana è come l’intero embrione, mentre nei mammiferi e nell’uomo dalla blastula è scaturito pure il chorion. La somiglianza di queste formazioni sussiste quindi solo sul piano morfologico. A distinzione della blastula di mammifero da quella degli anfibi, si chiama la prima anche blastocisto. – Si conosce la blastula di mammifero, ovverosia il blastocisto già da molto tempo; ma che pure nel caso dell’uomo esso giungesse a formazione, non lo si sapeva sin negli anni del libro di testo di CLARA, Storia evolutiva dell’uomo, p. 59, si trova “Non si conosce ancora se una tale cavità della vescica embrionale sorga pure nel caso degli ovuli umani”. E. GROSSER, ancora nel 1944, nel suo libro di testo; Linee fondamentali della storia evolutiva dell’uomo, p. 28, scrive : “La morula umana in maniera tipica si articola nel trofoblasto e nell’embrioblasto; ma questo si suddivide subito, senza formazione di una vescica embrionale vuota come negli altri mammiferi, nelle predisposizioni di determinate regioni: nell’ectoderma, nel foglietto vitellino e mesoderma estraembrionale”. Così sembra che ci siano stati ricercatori i quali, in questa questione, stavano aspettando, ed altri i quali, anche in quell’epoca accettavano ancora come sicura una differenza in relazione a ciò tra uomo e mammifero. Quest’ultima condotta ricorda da lontano quello sforzo di distinguere per principio, dal punto di vista corporeo, l’uomo dall’animale, così come ciò era ancora fortemente presente all’inizio del secolo precedente [n.d.C: dell’Ottocento], e contro il quale GOETHE si oppose veementemente e pure con successo mediante la sua scoperta dell’osso intermascellare. In linea di principio tra scimmia e uomo, dal punto di vista dell’anatomia comparata non sussiste alcuna differenza.La differenza non sta nell’elemento quantitativo, bensì in quello qualitativo. In linea di principio si può dire: quello che ha l’animale lo ha pure l’uomo. – Per evitare la formazione verbale pleonastica “blastocisto” , viene qui adoperata continuamente la parola blastula. Attraverso ciò viene aggirato il triplice pleonasmo nella parola “cavità blastocistica” (qui blastocele). 

Nota II : Le più recenti indagini elettromicroscopiche su embrioni di animali vertebrati portano alla luce differenze minimali tra le cellule interne e quelle esterne della morula. Quelle cellule, che da ogni lato sono circondate da altre cellule, rimangono indifferenziate. Le cellule esterne invece, le quali toccano le altre soltanto parzialmente, sperimentano una ristrutturazione minimale e vengono designate come “polarizzate”. Le cellule interne sono quelle originarie, “non polarizzate” (vedi H.VOEGLER, Human Blastogenesis, Karger 1887). Si deve ammettere che anche nell’uomo tali differenze della microstruttura siano presenti in maniera accennata, poiché l’uomo in modo affatto generale frena soltanto e non abolisce ciò che spinge l’animale alla specializzazione. 

Nota III: La formazione di spazio cavo sta in relazione con un liquido originante forse dalle cellule della morula. Ogni elemento embrionale vive in quello acquoso; così anche la blastula è ricolma di liquido.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, compresa la stampa, copia fotostatica, microfilm e memorizzazione elettronica, se non espressamente autorizzata dall’editore.

 

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

GIOVANNI COLAZZA, L’ASCETA ADAMANTINO

Giovanni Colazza

Per motivi anagrafici (infatti incontrai la Scienza dello Spirito nel 1969: 16 anni dopo la sua scomparsa) non ho potuto conoscere personalmente Giovanni Colazza, ma considero uno tra i più grandi doni della mia vita – veramente un dono dei Numi e del Cielo – l’aver ancora potuto fare a tempo ad incontrare, alla fine della mia adolescenza e nella mia giovinezza (avevo allora 19-20 anni), una serie di persone che conobbero bene Giovanni Colazza, le quali me ne parlarono diffusamente. Da parte mia, ho cercato di conservare fedelmente nella memoria del cuore quanto queste persone – amicizie tra le più care – vollero donarmi coi loro racconti, con le loro descrizioni, con la comunicazione delle loro vivaci impressioni interiori. Di quelle persone oggi, dopo oltre 46 anni dal mio primo incontro con la Scienza dello Spirito, sono rimaste viventi – credo – solo tre amiche, M.G.M., S.B. e T.V., oramai molto anziane.

La prima persona che mi parlò di Giovanni Colazza fu, naturalmente, Massimo Scaligero, e lo fece sin dai nostri primissimi incontri. Egli aveva nei confronti di Giovanni Colazza una venerazione sconfinata. Lo stimava come personalità estremamente salda, di grandissima forza interiore, e lo stimava ancor più come asceta, come strenuo praticante spirituale ed eccezionale sperimentatore dell’occulto, come fedele discepolo di Rudolf Steiner.

Giovanni Colazza ricercò ed incontrò la Scienza dello Spirito – prima sotto il nome di Teosofia e poi sotto quello di Antroposofia – sin dalle sue primissime manifestazioni in Italia. Egli fu una di quelle personalità che posero il Sentiero della Conoscenza, ossia lo studio meditativo e rituale delle opere di Rudolf Steiner, nonché l’intensa e ininterrotta pratica degli esercizi, al centro della propria vita, e si sforzò altresì sempre, instancabilmente, di orientare i seri ricercatori spirituali nella stessa direzione.

Egli nacque a Roma, il 9 agosto 1877, in una famiglia romana di alto livello sociale, dalla quale uscirono molti distinti professionisti e persino varie personalità ecclesiastiche. L’educazione che la famiglia avrebbe voluto impartirgli, era rigorosamente cattolica, ma essa evidentemente doveva stargli alquanto stretta, visto che già da adolescente egli si rivolse con passione alla ricerca occulta assieme al giovane Giovanni Amendola, del quale rimase intimamente amico sino alla tragica morte di questi. Dopo la maturità, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e sostenne l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione nel 1902.

Esercitò, con dedizione e grande professionalità, l’arte medica per tutta la vita. Per la sua alta preparazione e la sua abilità diagnostica e terapeutica, divenne rapidamente il medico della comunità internazionale, residente a Roma, e in particolare delle ambasciate, favorito in ciò anche dalle sue molteplici competenze linguistiche: ho lettere sue in inglese, in francese e in tedesco. Fu altresì il medico dell’aristocrazia romana, anche a livello dell’allora Casa Reale, ma si dedicò con grande amore anche a persone semplici e sprovvedute di mezzi economici, ch’egli curava sempre gratuitamente. Il suo amico e discepolo, il grande orientalista Enrico Pappacena, che fu membro del Gruppo Novalis, nel suo libro Di alcuni cultori della Scienza dello Spirito, Bari, 1971, riferisce come Giovanni Colazza curasse gratuitamente bambini poveri, ospitandoli anche a lungo nella sua casa romana sino alla loro completa guarigione. La sua presenza aveva un aspetto imponente e severo, che a molti poteva mettere soggezione, e a taluni persino incutere timore, ma è testimoniato da Enrico Pappacena e da altri come i bambini avessero nei suoi confronti una forma di spontanea fiducia e di gioiosa confidenza. Molti hanno testimoniato circa le sue celate, ma potenti, forze del cuore.

L’incontro con il movimento teosofico avvenne presto, nella sua gioventù, sin dalla ufficiale costituzione della Sezione Italiana della Società Teosofica, nel 1902, nella quale conobbe personalità di rilievo come Isabel Cooper-Oackley, Alfred Meebold (divenuto anche lui, in seguito, dopo una iniziale opposizione, discepolo di Rudolf Steiner) e Arturo Reghini. Ma, soprattutto, negli ambienti teosofici, egli incontrò la giovane aristocratica russa, di origine tedesco-baltica, Marie von Sivers, divenuta poi Marie Steiner, allora residente in Italia, a Bologna, con la quale rimase in stretta amicizia per tutta la vita. I limiti evidenti del movimento teosofico, allora di impostazione blavatskiana e besantiana, non lo soddisfacevano nella sua ricerca del Logos. Formò allora un autonomo gruppo di studio, che si dedicò con alacrità allo studio del Vangelo di Giovanni, non nel senso confessionale, bensì in senso iniziatico e sapienziale. Fu Marie Steiner ad introdurlo alla conoscenza del pensiero di Rudolf Steiner. Fu lei che lo presentò personalmente a Rudolf Steiner nel 1909, in occasione del primo ciclo di conferenze romano del Dottore, organizzato a Palazzo del Drago nel marzo di quel anno dalla nobildonna bolognese Angelica Spada Veralli, dei Principi Potenziani, divenuta, attraverso il matrimonio con Don Ferdinando, principessa del Drago, e nota familiarmente negli ambienti antroposofici col nome di principessa “Elika” (diminutivo di Angelica) d’Antuni del Drago. A questo proposito, voglio riportare quanto scrisse Mario Viezzoli, discepolo fedele di Rudolf Steiner e successore di Giovanni Colazza nella direzione del Gruppo Novalis. Nella sua commemorazione del 13 marzo 1953, In memoria del Dott. Giovanni Colazza, Mario Viezzoli così lo rievoca:

«Pochi giorni prima di morire, [Giovanni Colazza] disse con vera gioia ad una vecchia amica antroposofa: “Sa, in questi giorni ho compiuto cinquant’anni di Antroposofia!”. Già da questo si comprende come il nostro Amico avesse fatto dell’Antroposofia, per mezzo secolo, il massimo interesse della Sua vita, la quale fu perciò strettamente intrecciata allo sviluppo del Movimento Antroposofico in Italia.

Aveva avuto un profondo rapporto di amicizia con la Sig.na Maria von Sivers, ancora quale esponente della Società Teosofica, e fu Lei a presentarlo a Rudolf Steiner. L’incontro, quanto mai interessante, avvenne in Roma. Una personalità che pure seguiva allora il movimento teosofico e che in seguito divenne un esponente molto ragguardevole dell’Antroposofia nel mondo [n.d.HdP.: si trattava, come mi disse personalmente Massimo Scaligero, e come mi confermarono in seguito altre fonti e mie ricerche personali, proprio di Alfred Meebold], aveva avvertito il Dott. Colazza di diffidare di R. Steiner, per cui al primo incontro il Dr. Colazza fu piuttosto riservato e non si sentì di aderire subito. Più tardi raccontò, però, che, prima ancora di vedere fisicamente R. Steiner, avendo voltate le spalle, aveva avvertito intorno a lui la presenza di una forza eccezionale. R. Steiner, con molta cortesia, diede al Dr. Colazza il libro “Iniziazione” (Wie erlangt man ecc.). Colazza si diede subito a quello studio e, appena letto il libro, riconobbe il Maestro e divenne Suo discepolo. Da allora incominciò il Suo instancabile lavoro antroposofico.

Rudolf Steiner ebbe a dire di Lui che Egli non lo conosceva, ma che gli era stato indicato dal Mondo Spirituale. Per iniziativa del Dr. Colazza venne fondato in Roma il Gruppo Novalis, per il quale R. Steiner diede una speciale meditazione, considerandolo come un Suo figlio prediletto. Ogni anno il Dr. Colazza prendeva contatto con R. Steiner e con la Sig.a Steiner. Egli fu a Monaco ove prese parte alla prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner e assistette alla rappresentazione del primo Mistero. Ci teneva a rendere testimonianza oggettiva della considerazione altissima in cui R. Steiner teneva Marie von Sivers nell’ambito della Scuola, ove figurava sempre “ad laterem” del Maestro».

In effetti, risale a quel periodo la nascita del Gruppo Novalis affidato da Rudolf Steiner alla guida di Giovanni Colazza. Michele Beraldo in un suo studio, Il movimento antroposofico italiano durante il regime fascista, apparso alle nella rivista  del Dipartimento di Storia, Culture, Religioni della “Sapienza”-Università degli Studi di Roma, Dimensioni e problemi della ricerca storica, anno 2002, n.1, pp. 145-180, così scrive nel capitolo 2,  Il sorgere del movimento antroposofico in Italia e il suo radicarsi nella cultura esoterica degli anni Venti, pp.146-147:

«La diffusione in Italia dell’antroposofia è da farsi risalire all’anno 1909, allorché Rudolf Steiner, che in quel periodo non aveva ancora lasciato la Società teosofica tedesca di cui era a capo, visitò l’Italia sostando a Roma dal 25 marzo al 2 aprile, dove tenne presumibilmente otto conferenze su invito di Elika del Drago, principessa d’Antuni. Esse si svolsero in palazzo del Drago, eccetto quella del 29 marzo e del 2 aprile che tenne nella nuova sede del Gruppo “Roma”, in via Gregoriana 5, affiliato alla Lega teosofica Indipendente di Decio Calvari.

A Roma Rudolf Steiner ebbe modo di incontrare la personalità che più di altre avrebbe contribuito alla diffusione dell’Antroposofia in Italia: il medico chirurgo Giovanni Romano Colazza, già massone e vicepresidente del gruppo teosofico Roma, conferenziere apprezzato ed estensore di alcuni articoli comparsi sulla rivista antipositivista e di ispirazione teosofica la “Nuova Parola”, alla quale collaborava il suo intimo amico e compagno di classe Giovanni Amendola. A seguito dell’incontro con Rudolf Steiner, Colazza si convinse della necessità di una diversificazione tra teosofia orientale e occidentale, confusione invece su cui si fondava il pensiero della presidente della società, Annie Besant. Con una conferenza intitolata La respirazione e l’occultismo, tenuta nella sede del gruppo Roma nell’aprile del 1910 (nello stesso mese Steiner fece nuovamente quattro conferenze: tre a palazzo del Drago dalla principessa d’Antuni e una presso la sede del gruppo teosofico della Lega indipendente), Giovanni Colazza rafforzò i concetti espressi da Steiner, sconsigliando l’applicazione di forme orientali di meditazione in chi vive entro organismi fisici non più adattabili alle antiche correnti spirituali e inseriti in un tessuto sociale, quello occidentale, assai diverso, per forma e costituzione, da quello orientale: «Il voler applicare esclusivamente i metodi indiani nel nostro tempo e alla nostra razza, significa non tener conto né dell’evoluzione che ha modificato considerevolmente la possibilità del nostro organismo, né delle nuove correnti spirituali immesse nel mondo».

Gli incontri romani in casa della principessa del Drago portarono alla fondazione di un gruppo di studio riservato a coloro che intendevano aderire alla visione steineriana del mondo anche in Italia. Fu Steiner stesso, nel frattempo uscito definitivamente dalla Società teosofica e dimessosi dall’incarico di presidente per la Germania, ad incaricare Giovanni Colazza di condurre il primo gruppo di studi italiano di antroposofia che chiamò “Novalis”, tuttora operante in Roma».  

Giovanni Colazza e Giovanni Amendola, amici sin dall’adolescenza, ebbero percorsi spirituali e umani, che s’incrociarono, si confrontarono, e si influenzarono a vicenda più volte. Ebbero, nell’adolescenza, una comune ricerca spirituale e «magica» (la quale peraltro preoccupò moltissimo la madre del giovane Amendola), poi, nella giovinezza, ebbero in comune la partecipazione alla Società Teosofica e alle vie orientali, la ricerca della iniziazione massonica.  Il 24 maggio 1905, Giovanni Amendola viene iniziato alla massoneria di Palazzo Giustiniani, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all’Oriente di Roma, ed è altresì documentato che Giovanni Colazza venne “iniziato”, nel 1905, apprendista libero muratore nella Loggia Roma, sempre all’Oriente di Roma, nella quale nel 1906 venne “passato” compagno d’arte, e probabilmente, nel 1907, “elevato” maestro massone, ma di quest’ultimo evento manca la documentazione, probabilmente andata dispersa durante le persecuzioni subite dall’Ordine massonico durante il fascismo. Comunque, già nel 1908, sia Amendola che Colazza si erano “posti in sonno”, probabilmente per il disinteresse che dimostravano la maggior parte dei massoni – sia pure con alcune importanti eccezioni  –  per l’autentica ricerca spirituale, e per la scissione dilacerante che si verificò nel 1908 tra la massoneria del “Grande Oriente” di “Palazzo Giustiniani” e quella della “Gran Loggia d’Italia” di “Piazza del Gesù”, scissione – che ebbe motivazioni politiche, e confessionali, niente affatto spirituali – che allontanò, disgustati, molti spiritualisti dalla massoneria. Entrambi parteciparono come volontari e ufficiali alla Prima Guerra Mondiale, nella quale Giovanni Amendola raggiunse il grado di capitano, mentre lo stesso Colazza fu ufficiale medico. Alcuni membri del Gruppo Novalis di Roma, tra i quali Romolo Benvenuti – il quale diresse il Gruppo Novalis per oltre mezzo secolo –  mi parlarono di una documentata frequentazione di Giovanni Amendola alle riunioni del “Novalis”.

L’importanza del Gruppo Novalis sta nel fatto che questo venne “fondato” ritualmente – in tedesco, il termine usato è eingeweiht che alla lettera significa “consacrato”, “iniziato”, mentre Einweihung, oltre ai significati di “inaugurazione”, “consacrazione”, ha proprio il significato di “Iniziazione” – personalmente da Rudolf Steiner, e da lui affidato ad una personalità spiritualmente eccezionale come Giovanni Colazza, al quale affidò pure la direzione del movimento antroposofico in Italia. Dietro l’apparenza esteriore e storica del “Novalis” è celata una profonda realtà spirituale, non facile da investigare, realtà spirituale riguardante la missione e i destini della nostra Italia, e i còmpiti della corrente spirituale rosicruciana e graalica, di cui furono portatori nel nostro paese Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, e che tanti attacchi da non pochi anni sta subendo “fuori e dentro la cittadella”. La dedizione di Giovanni Colazza a questa opera di direzione del “Novalis”, e di orientamento dei suoi membri sulla via dell’Iniziazione, fu esemplare, instancabile e coraggiosa.

Un’antroposofa inglese, nata a Trieste, Miss Dora Baker, “Dorie”, prima grande amica e poi decisa avversaria di Giovanni Colazza, mi testimoniò, in una serie di colloqui avuti con lei a Dornach nel 1979, la sacrificale dedizione, il rigore e il grande coraggio di Giovanni Colazza, il quale “non interruppe mai le riunioni del Gruppo Novalis: né allorché il governo fascista sciolse la Società Antroposofica, e neppure durante la seconda guerra mondiale, quando Roma era sotto l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati”. Miss Dora Baker ammirava moltissimo Giovanni Colazza, mi raccontava che quando era di passaggio a Roma era sempre ospite a casa sua, e rimpiangeva molto la rottura dell’amicizia tra loro, causata dallo schierarsi apertamente di Colazza, in maniera coraggiosa e leale, in difesa di Marie Steiner durante la vergognosa persecuzione – attuata con metodi che la stessa Marie Steiner ebbe a definire “da gangsters” – che la fedele compagna e stretta collaboratrice di Rudolf Steiner ebbe a subire da parte di Albert Steffen e dei suoi famuli, del quale la Baker era invece seguace fanaticissima. Essendo la sua la testimonianza favorevole di un’avversaria, essa ha per me una paradossale, particolarmente rilevante, importanza.

Naturalmente, per me – ma non solo per me – ha il massimo valore la testimonianza di Massimo Scaligero, sia per quello che oralmente riferì nei suoi incontri a me e ad altri, sia per quello ch’egli scrisse in Dallo Yoga alla Rosacroce, dove per esempio, alle pp. 85-86, scrive:

«Secondo la testimonianza di Olga de Grünewald, Giovanni Colazza non solo era il discepolo più caro a Rudolf Steiner, ma la figura più elevata dopo di lui. La de Grünewald, sin dall’infanzia amica di Maria von Sivers – che doveva divenire più tardi moglie dello Steiner – era discepola strettamente connessa con il «Dottore». La testimonianza di lei è fondamentale: ella mi narrava che la evidente fiducia di Steiner in Colazza, suscitava a questi non poche invidie, perché la sua figura non rispondeva al cliché del discepolo compìto, dotato della conformità richiesta, onde giungevano a Dornach contro di lui accuse di vario genere: che perseguiva lo Yoga e la Magia, che non brillava per regolarità organizzativa, ecc., ma soprattutto si consentiva un tipo non platonico di relazioni femminili. Coloro che lo accusavano, si aspettavano di vederlo escludere dalla cerchia intima del Dottore: perciò rimanevano sconcertati ogni volta che, recandosi Colazza a Dornach a visitare lo Steiner, questi, allorché lo vedeva lo accoglieva con gioia, come qualcuno a cui tenesse in particolare. Ciò naturalmente accresceva la serie delle ostilità nei confronti di Colazza».

E poco più oltre – con espressioni che confermano le parole, da noi sopra citate, scritte nella sua commemorazione di Colazza da Mario Viezzoli, parole confermate pure da Enrico Pappacena a p. 188 del suo libro più sopra citato – Massimo Scaligero aggiunge, alle pp. 86-87, che:

«Secondo la citata testimonianza della de Grünewald, lo Steiner sarebbe venuto in Italia (1911) a conoscere Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”. Mediante elementi derivantimi dai colloqui personali con Colazza, da mie dirette esperienze estradialettiche […] potei accertare che lo Steiner era venuto in Italia, tra l’altro, per incontrare Colazza, previa conoscenza del grado della sua personalità, in previsione di un’opera da compiere, in senso rituale e trascendente, con un ristretto numero di discepoli esotericamente qualificati. L’opera avrebbe avuto simultaneamente funzione cosmica, umana e storica, epperò si sarebbe svolta grazie al concorso di Guide invisibili e visibili dell’umanità, in una città dell’Europa Centrale.

Doveva essere il compimento di un rito, la cui entelécheia, necessaria al fatidico momento della storia umana, esigeva dai discepoli partecipi un trascendimento assoluto dell’elemento umano epperò un atto di coraggio per superare la Soglia del Mondo Spirituale e stabilire un incontro là dove è istaurabile, come veicolo di visione, la pax profunda».  

Di assoluta importanza – da quel che personalmente mi disse Massimo Scaligero – è il fatto che Giovanni Colazza conoscesse in profondità, coltivasse e praticasse con tutto se stesso il “filone aureo” della Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero Vivente. Al di là di quello ch’egli donava all’interno della cerchia strettamente antroposofica, nella quale necessariamente egli si adattava nel linguaggio e nella donazione della Scienza dello Spirito al livello, molto vario peraltro, di coloro che lo ascoltavano, come del resto aveva dovuto fare lo stesso Rudolf Steiner, al centro della sua ricerca spirituale vi era per lui la Concentrazione: il Rito sacro e iniziatico della resurrezione del Pensiero Vivente. Ed è Massimo Scaligero stesso che testimonia la centralità della Via del Pensiero nella vita interiore di Colazza. Infatti, sempre nella stessa opera, così scrive a p. 88:

«In uno dei primi colloqui avuti con lui, dopo l’avvenuta conoscenza grazie ad Evola, ebbi a dirgli, parlando di me – con la determinazione di comunicargli soprattutto ciò che ritenevo una mia vocazione personale, probabilmente esigente rettificazione – che ero portato al Sovrasensibile per via di rituale ascesi noetica, secondo una interna conversione del pensiero nella propria luce. Ricordo che Colazza ebbe un momento di gioia e mi disse: “Ma questa è la via”!».  

Questo per rispondere con assoluta chiarezza, – una volta di più – a coloro che “all’interno della cittadella” cercano, abilmente o rozzamente, di attuare – sotto le morbide, illudenti e per taluni molto seducenti, “vie dell’anima” – quel esiziale “trasbordo ideologico inavvertito” che, pedetemptim, come dicevano i sapienti Latini, ossia passettino dopo passettino, gradualmente, senza scosse traumatiche, porta illusi, ipnotizzati, pigri, opportunisti, sentimentali e sciocchi, prima ad esser divorati dalle ampie fauci ed infine ad esser totalmente digeriti dal capace stomaco della nota Potenza Straniera d’Oltretevere, la quale – come disse Benedetto Croce (una delle pochissime cose giuste da lui asserite nella vita) – è “uno stomaco che può digerire tutto!”. Infatti, essa fagocita e digerisce benissimo tutto ciò ghermisce: liturgie indifferentemente cristiane o pagane, esoterismi, occultismi, magismi, massonismi, pratiche yoghiche, zen, taoiste e orientali in genere, misticismi, afflati socialitari o “aristocraticamente” reazionari, dottrine teosofiche e antroposofiche comprese. Ma non la Via del Pensiero, non la Concentrazione, contro le quali da essa viene tentata un’azione di distruzione totale! Il benevolo lettore è pregato di credere che chi fa queste affermazioni sa bene quel che dice, e potrebbe agevolmente documentare ogni affermazione che scrive.

Contro la Via del Pensiero – all’interno della “cittadella” – è stato tentato di tutto: dagli attacchi rozzamente brutali a quelli – more jesuitico – più abilmente insinuanti, raffinatamente edulcorati o stucchevolmente sentimentali. Per esempio, ai giovani praticanti della mia città, fu detto per attaccare la centralità della Via del Pensiero e distoglierli dall’intensa ascesi individuale della Concentrazione, alla quale essi venivano instancabilmente incitati da chi aveva ricevuto da Massimo Scaligero la grave responsabilità di orientarli: «Nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa, e si vede! Dovete stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male! La via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo!», e via di questa solfa! E, al contempo, fu messo in atto un feroce attacco al Rito – così lo chiamava Massimo Scaligero – della meditazione in comune, sia solleticando l’inutile verbosità di quanti potevano subire gli ambigui fascini di un vuoto intellettualismo vanitoso, sia con l’aperta denigrazione del silente Rito meditativo in comune, al fine di trasformare la Comunità spirituale in una sorta di “Club di Lettura e Conversazione”, e le riunioni sacrali in terapeutiche “sedute di autocoscienza”, nel socializzante  californian style, alla “Berkeley 1968”. Poiché chi aveva la responsabilità – per volontà dichiarata di Massimo Scaligero e non sua propria –  di orientare la Comunità spirituale non intendeva “adeguarsi” ad essere “telediretto” e combatteva con ogni sua forza tali “spiritosi”, e niente affatto spirituali, “sviluppi creativi” ed ambigue “sperimentazioni”, nei suoi confronti venne, e viene tuttora attuata, nel peggiore stile politico – alla faccia della predicata morbida “via dell’anima”, della “autotrasfomazione nell’anima dell’altro”, della “compassionevole misericordia”, e di altre “cristianissime” edificanti virtù, alle quali in maniera martellante venivano e vengono esortate le fidenti “anime belle” – una strategia di brutalità morale fatta di ingiurie, minacce, aggressioni, ostracismo, denigrazione, calunnie infamanti, isolamento dalle amicizie, ed intrighi di ogni genere, che nel tempo portarono alla distruzione quasi completa della suddetta Comunità spirituale. Tale completa distruzione fu poi scongiurata – per benevola nostra fortuna, ac dis bene juvantibus –  solo dalla tenace fedeltà di pochi “irriducibili”, che vollero custodire e tenere acceso sull’altare sacro quel “fuoco di Vesta”, che è la ragion d’essere della Comunità Solare, “fuoco” che, passata la tempesta, ha permesso una ricostruzione più salda e soprattutto più rigorosa.

Il Rito della meditazione in comune fu oggetto, per anni, di ripetuti colloqui tra Massimo Scaligero e me, di lettere ch’egli mi scrisse, ed anche di alcune sintesi scritte che dette agli orientatori e ai praticanti di alcune città. Massimo Scaligero volle che nella nostra Comunità venisse attuata una certa gradualità nell’esecuzione del Rito, che nel tempo, seguendo le sue indicazioni, giunse alla sua forma più rigorosa ed elevata. Egli mi disse esplicitamente, che la forma di operatività comune che mi comunicava, era la medesima che Giovanni Colazza attuava nelle riunioni rituali della sua cerchia più interna, e che egli aveva portato come azione operativa rituale, alla fine degli anni venti, nel Gruppo di UR. Lo stesso Rudolf Steiner dette direttive precise circa il Rito della meditazione in comune a particolari cerchie di praticanti interiori, ed io ho tutte le testimonianze orali e scritte in proposito. Come ho già avuto occasione di scrivere su questo blogsed repetita iuvant – ad una persona, la quale con molta enfasi attaccava il silente e sacrale Rito della meditazione in comune, e mi faceva colpa – in totale malafede – di essermelo inventato io, affermando che quella era una forma orientale: nella fattispecie yoghica, buddhista, e addirittura essenica, e quindi da riprovare, risposi che invece quella era proprio la forma trasmessaci da Massimo Scaligero, e che lei lo sapeva bene, visto che una volta era stata presente quando egli me l’aveva trasmessa. Al che quella persona se ne uscì – come ho già avuto occasione di raccontare – con la frase: «Sì, ma allora c’era Massimo. Ora i tempi son cambiati». La cosa, conosciuta da Alfredo Rubino, discepolo tra i più fedeli di Massimo Scaligero ed energico praticante interiore, fu da questi, con feroce sarcasmo, così commentata: «Sì, facciamo come la chiesa cattolica: adeguiamoci ai tempi!».   

Giovanni Colazza, assieme a Lina Schwarz e ad Emmelina de Renzis, entrambe amiche personali di Marie Steiner, fu tra i fondatori del movimento antroposofico in Italia, e sicuramente la personalità spiritualmente più rilevante e qualificata. Partecipò ai Drammi Mistero di Rudolf Steiner a Monaco prima della prima guerra mondiale. Partecipò anche nel 1922 al Congresso Oriente-Occidente di Vienna (ho persino una sua foto a quel Congresso), nel quale Rudolf Steiner tenne, dal 1 all’11 giugno, un ciclo di 10 conferenze, di particolare importanza, aventi come tema: Polarità tra Oriente e Occidente. Giovanni Colazza fu, inoltre, il primo medico antroposofico in Italia e, sin negli ultimi anni, cercò di formare con corsi e incontri personali alcune persone qualificate, che erano suoi discepoli e al contempo medici o studenti di medicina. A tale proposito ebbi, in ripetuti colloqui, la testimonianza di cari amici come Fiorenza Berto e Amleto Scabelloni (era il cugino di Massimo Scaligero), ambedue valenti medici e risoluti praticanti interiori.

Data la sua eccezionale qualificazione interiore, Giovanni Colazza fu accolto come membro delle tre Classi della prima Scuola Esoterica del Dottore – quindi anche della II e III Classe costituenti la sezione “cultica” della Mystica Aeterna, della quale mi parlò diffusamente la mia fraterna amica Hella Wiesberger – e, questa è una comunicazione che Massimo Scaligero fece a me e ad altri amici, Colazza fu uno dei “dodici”, costituenti la cerchia “operativa” più intima di Rudolf Steiner, nonché il grado più elevato, il nono e ultimo, cui partecipavano appunto solo dodici discepoli qualificati del Dottore, della suddetta Mystica Aeterna. A metà degli anni ottanta dello scorso secolo, Hella Wiesberger volle donarmi la riproduzione di una lettera di Marie Steiner-von Sivers a Giovanni Colazza, nella quale ella gli comunicava le disposizioni di Rudolf Steiner per le riunioni “rituali” del Novalis e il mantram (in seguito i mantram divennero due, avendone Steiner comunicato un altro) da usarsi per la consacrazione delle riunioni medesime.

Nel secondo dopoguerra, egli fu incaricato dagli amici di Marie Steiner, responsabili del Nachlassverein, ossia dall’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, istituito dalla Signora Steiner per salvare l’Opera del Dottore dalle profanazioni, dalle alterazioni e dal saccheggio che operavano Albert Steffen e la sua banda, di istituire in maniera consacrata in Italia per la prima volta, la Prima Classe (l’unica che Rudolf Steiner riuscì ad istituire nel 1924, e operante dal 15 febbraio al 20 settembre dello stesso anno, mentre la seconda e la terza Classe non vennero da lui riaperte per l’inadeguatezza di molti suoi discepoli e per un grave tradimento avvenuto nell’agosto del 1924) della seconda Scuola Esoterica, cosa che Giovanni Colazza fece con estremo rigore rituale, giovandosi dell’aiuto di Massimo Scaligero nella scelta dei partecipanti. Per un dono del destino, ho avuto in eredità da Pinetta Marconi, che aveva partecipato alla Classe Esoterica sia nel 1924 con Steiner che nei primi anni cinquanta con Colazza, i mantram in tedesco che Pinetta Marconi aveva ricopiato dalla lavagna stessa ove li scriveva Steiner, e da lei tradotti per suo uso personale in italiano, ed alcuni appunti datati della sua partecipazione alle “lezioni” di Colazza. Possiedo inoltre le due traduzioni dei mantram eseguite da Colazza stesso, e la traduzione che usava lo stesso Massimo Scaligero negli incontri rituali che alcuni di noi avevamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Giovanni Colazza “lesse” la Classe Esoterica dal 1951 sino al 1953.

Massimo Scaligero mi descrisse dettagliatamente le condizioni richieste per la partecipazione alla Classe Esoterica e le modalità estremamente rigorose del suo svolgimento, così come esse vennero attuate dallo stesso Giovanni Colazza. Questi aveva stabilito che il proprio successore nella direzione della Classe avrebbe dovuto essere Massimo Scaligero e a lui avrebbero dovuti essere consegnati i relativi testi  delle “lezioni”, ma alla morte di Colazza, avvenuta improvvisamente, il 16 febbraio 1953, mentre si era recato a visitare un paziente a casa di questi, una certa persona fu incaricata di portare via dalla casa del Maestro – mediante un furto con destrezza, come lo qualificherebbero i giuristi – i testi scritti delle “lezioni di Classe”, in modo che questi non venissero consegnati, come da stabilito da Colazza, a Massimo Scaligero. Fatti simili, ossia l’audace prodezza di compiere tali furti con destrezza, assieme ad altre cristianissime e virtuose “piacevolezze” – e anche più numerosi, ma soprattutto ben più gravi – sono avvenuti subito dopo la morte di Massimo Scaligero e, in maniera continuativa, sino ad anni recentissimi.

Negli anni 1927, 1928 e 1929, Giovanni Colazza partecipò al Gruppo di UR, fondato per iniziativa del pitagorico ed ermetista fiorentino Arturo Reghini, il quale dopo l’esperienza delle riviste Atanòr e Ignis, a causa delle persecuzioni cui era sottoposto si vide costretto ad affidarne la direzione al giovane Julius Evola, che diresse la rivista UR secondo molto discutibili criteri personali, causando non poche difficoltà ed aspri dissensi, provocando in tal modo la fine dell’esperienza di UR. Dietro la suddetta rivista, si celava un gruppo operativo con incontri rituali ai quali partecipò Colazza,  che in quelle riunioni apportava una decisiva forza spirituale capace di animare già con la sua sola presenza – come testimoniò lo stesso Evola, che pure era acerrimo avversario di Rudolf Steiner e dell’Antroposofia – la “catena magica” di tale gruppo operativo. Fu proprio la modalità rituale di UR quella che Massimo Scaligero mi disse che Giovanni Colazza adoperava nella sua cerchia interna, e che volle descrivermi e trasmettermi.

Sulla rivista, che portava il titolo di UR – INTRODUZIONE ALLA MAGIA QUALE SCIENZA DELL’IO, scrissero personalità del mondo esoterico di varia provenienza, le quali si celavano sotto vari eteronimi. Tra queste, quelle che qui particolarmente ci interessano sono quelle che avevano accolto il messaggio spirituale di Rudolf Steiner, ossia il duca Giovanni Colonna di Cesarò-Krur e Breno (e non Arvo, come scrive erratamente l’evoliano Renato Del Ponte), i poeti Arturo Onofri-Oso, Girolamo Comi-Gic, Nicola Moscardelli-Sirio, e lo stesso Giovanni Colazza, che assunse l’eteronimo di Leo, forse ispirandosi al proprio segno zodiacale. Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, pp. 81-82, così rievoca la loro partecipazione alla prestigiosa rivista: «… nella prima edizione di UR («Introduzione alla magia quale Scienza dell’Io») la figura di Steiner era stata presentata con qualche fedeltà alla sua grandezza: vari brani che si riferivano a un tale apprezzamento dovevano venir tolti nelle edizioni successive e parimenti modificate parti degli articoli di collaboratori dello Steiner: in sostanza i massimi calibri di UR: Leo, Oso, Krur, ecc.».

A proposito dell’azione spirituale di Giovanni Colazza nella prima Scuola Esoterica e in Ur, è necessario ristabilire la verità – la quale deve essere sempre onorata – e correggere alcune affermazioni che appaiono nella Prefazione che l’anonimo editore antepone alla pubblicazione del libro Dell’Iniziazione, Tilopa, Roma 1992, che riunisce l’elaborazione, peraltro molto personale e “creativa”, com’è suo mal vezzo, ch’egli fa del ciclo di 14 conferenze che Giovanni Colazza tenne al  Gruppo Novalis, dal 4 gennaio al 12 aprile 1945, sul libro l’Iniziazione – Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner.

A p. 8 della suddetta Prefazione dell’editore, leggiamo: «Dopo la fine del primo conflitto mondiale, almeno una volta l’anno, G. Colazza si recava a Dornach per visitare il dottor Steiner, cui riferiva di se stesso e del lavoro spirituale presso il Gruppo Novalis da Lui presieduto, e frequentato, fra le numerose e notevoli personalità, da Emmelina de Renzis, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri, ecc. nel 1922, Colazza tenne in Roma una serie di incontri riservati intorno ai “Quaderni Esoterici” di Rudolf Steiner».

Quel che scrive l’editore nella sua Prefazione contiene una serie di non verità. In parte esse sono frutto di mera ignoranza, sans arrière pensée, sia da parte sua sia da parte della sua fonte informatrice. In parte, tuttavia, tali non verità dipendono anche da una volontà di épater le bourgeois e di impressionare le pigre anime credule, affabulando poeticamente, e talvolta inventando nomi ed eventi di sana pianta, contando sul fatto che nessuno, dopo quasi un secolo, sarebbe andato a controllare la veridicità di tali affabulanti affermazioni. Ma è stato da parte sua un grave errore, perché vi è sempre qualche lupaccio curioso, rompiscatole e ostinato il quale, invece di “farsi i fattacci suoi”, ha l’improvvida idea di andare a verificare le affermazioni che non gli tornano. Se poi il lupaccio cattivissimo ha il difetto di appassionarsi alla storia dei movimenti spirituali ed iniziatici, di ricercarne i documenti accessibili, meditandovi sopra – parola per parola – per anni, e a volte per decenni, ci si può trovare di fronte a scoperte “scomode” e a situazioni decisamente spiacevoli. Ma procediamo con ordine.

È falso che la baronessa Emmelina de Renzis, sorella dell’ex-Presidente del Consiglio, Giorgio Sidney Sonnino, e suo figlio, il duca Giovanni Colonna di Cesarò, appartenessero al Gruppo Novalis e ne frequentassero le riunioni. Tra i documenti in mio possesso, essi non risultano in nessuna delle varie liste dei membri del Novalis di quegli anni, né di quelli successivi. Una delle liste dei membri è autografa della baronessa Olga de Grünewaldt (così esattamente si firmava), l’amica di Marie Steiner e di Massimo Scaligero. Altri documenti autografi sono firmati direttamente da Giovanni Colazza. La baronessa de Renzis e il duca Colonna di Cesarò avevano un loro gruppo antroposofico a Roma, il Pico della Mirandola, o Roma II, di formazione più recente, che si riunì dapprima in Via Gregoriana 5 e poi in Via Po 9, mentre a quell’epoca il Novalis, o Roma I, più antico, si riuniva in Corso Italia 6, passando in seguito alla storica sede di Via Tevere. Per varie ragioni, che non riguardano il presente articolo, i due gruppi non si frequentavano. Solo dopo la morte della baronessa de Renzis, avvenuta nel 1944, il Gruppo Pico della Mirandola si sciolse e i suoi membri confluirono per la maggior parte nel Novalis, diretto da Giovanni Colazza.

È altresì falso che Giovanni Colazza abbia tenuto una serie di incontri riservati sui cosiddetti “Quaderni Esoterici”, per il semplice fatto che, a quell’epoca, tali “Quaderni” non esistevano affatto. La fonte informatrice del nostro solerte editore evidentemente o non “ricordava” bene o più probabilmente affabulava. I tre “Quaderni Esoterici” vennero raccolti, solo alcuni decenni più tardi, da Marie Steiner, la quale si assunse la coraggiosa responsabilità di renderli pubblici, proprio per salvare il movimento spirituale antroposofico dalla degenerazione parossistica della Società Antroposofica, divenuta un centro di potere di Albert Steffen e dei suoi complici e manutengoli, i quali tutti perpetravano i peggiori tradimenti e misfatti. La pubblicazione dei tre “Quaderni Esoterici”, apparsa in tedesco col titolo Aus den Inhalten der esoterischen Schule, ossia “Dai contenuti della Scuola Esoterica”, avvenne in successione: il primo “Quaderno” nel 1947, il secondo nel 1948, mentre il terzo apparve dopo la morte di Marie Steiner, nel 1949, pubblicazione che suscitò la reazione rabbiosa e imbecille degli antroposofi, oramai ammalati di “steffenite acuta”. Di tali “Quaderni Esoterici”, nella traduzione compiuta da Mario Viezzoli, ho una copia dattiloscritta con appunti e correzioni di mano di Massimo Scaligero. Nella Prima Classe della prima Scuola Esoterica vi era un rapporto personale tra Rudolf Steiner e i discepoli ch’egli accoglieva nella medesima. I discepoli della Scuola ricevevano dal Dottore esercizi individuali e mantram, che dovevano rimanere personali e gelosamente custoditi. Oltre a questo rapporto personale, vi era un’opera d’insegnamento da parte di Rudolf Steiner in quelle che venivano chiamate esoterische Stunden, ossia “ore esoteriche”, e quindi ore sacre, nelle quali egli trasmetteva – sotto la responsabilità dei Maestri invisibili, come egli stesso più volte apertamente dichiarò, e non sotto la propria – un insegnamento in una atmosfera di forza spirituale di particolare intensità. Durante quelle riunioni rituali, ai partecipanti era severamente vietato prendere appunti, tuttavia essi erano liberi di trascrivere a casa, per esclusivo uso personale, quanto ricordavano col divieto  esplicito di trasmetterlo ad altri, fossero pure essi altri membri della Scuola. Ma solo Rudolf Steiner teneva queste riunioni, ore esoteriche o lezioni di classe: al di fuori di queste riunioni sacrali tenute dal Dottore, non vi erano riunioni comuni dei discepoli della prima Scuola Esoterica, ma solo e unicamente silenzioso lavoro ascetico individuale. Nelle 15000 pagine di documenti editi e inediti della Scuola Esoterica, che mi sono state donati, lettere dei discepoli al Maestro comprese, non si parla mai di riunioni comuni non in presenza di Rudolf Steiner. Di queste cose ebbi numerose occasioni di parlare con Hella Wiesberger, la quale fu colei che non solo pubblicò la versione più completa di tali Quaderni Esoterici, ma fu altresì colei che con amore e competenza curò e pubblicò, per esplicita volontà di Marie Steiner, l’intero lascito della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Hella volle donarmi – con un gesto di grande fiducia e generosità – tutto il materiale, edito e inedito, della Scuola. Le regole vigenti nella prima Scuola Esoterica di Rudolf Steiner erano molto cogenti e non è punto verosimile né credibile che Giovanni Colazza potesse o volesse violarle. Tanto più ch’egli poteva benissimo organizzare una cerchia di persone dedite alla pratica interiore individuale e comune senza violare le regole della Scuola.

Sempre alle pp. 7-8 della sua Prefazione l’anonimo editore scrive che: «Fu proprio Marie Von [sic] Sivers a presentare Giovanni Colazza a Rudolf Steiner, il quale secondo la testimonianza della baronessa de Grünewald, sarebbe tornato in Italia nel 1911 – dopo le precedenti visite del 1909 e 1910 – espressamente «a conoscere il dottor Colazza, perché “gli era stato indicato dal Mondo Spirituale”». Rapidamente Colazza divenne discepolo del dottor Steiner, che lo pose alla direzione del Movimento Antroposofico in Italia, dopo la fondazione del Gruppo Novalis nel 1913. Il Gruppo Novalis fu, per altro, il primo gruppo antroposofico in Italia».

In realtà, Rudolf Steiner venne in Italia una prima volta già nel 1907, anno in cui fece un viaggio a Venezia con Marie Steiner, poi tornò nel 1908, nel 1909, nel 1910, ed un’ultima volta nel 1911.

È falso che Colazza abbia incontrato Rudolf Steiner solo nel 1911, giacché la sua conoscenza personale col Dottore risale ad un paio di anni prima, come risulta anche dalle testimonianze di alcuni discepoli non italiani, come l’inglese Harry Collison, il quale aveva abbandonato a Londra la carriera forense per venire a studiare pittura a Roma e che fu grande amico di Colazza, e con lui partecipò alle conferenze che il Dottore, ospite della Principessa Angelica, svolse a Palazzo del Drago, divenendo poi il traduttore e l’editore, fedele editore nel suo caso, delle opere di Rudolf Steiner in Inghilterra. Così come non è corrispondente ai fatti che la fondazione del Gruppo Novalis sia avvenuta nel solo 1913, né risulta che: «Il Gruppo Novalis di Roma fu, peraltro, il primo gruppo antroposofico in Italia», perché vi erano già gruppi in Italia – allora si chiamavano «logge teosofiche» – per es. il “Leonardo da Vinci” fondato e diretto a Milano da Charlotte Ferreri e Ludwig Lindemann (il quale fondò pure un piccolo gruppo a Palermo, ove Steiner tenne una conferenza pubblica ed una riservata): gruppo che nel 1913 si separò dalla Società Teosofica, come fece pure il Gruppo Novalis, per aderire alla Società Antroposofica di Steiner. Inoltre, io ho una lettera di Mario Viezzoli, spedita da Roma l’8 dicembre 1947, e indirizzata alla Segreteria della Società Antroposofica Universale, nella quale egli dichiara esplicitamente che: «Il Gruppo Novalis venne fondato il 1° giugno 1910 ed in Italia è quello numericamente più rappresentato. La sua attività procede in maniera incessante. […] Già nell’anno 1909 il Dr. Rudolf Steiner fu veneratissimo ospite degli antroposofi a Roma, ove Egli tenne alcune conferenze a Palazzo Del Drago. Durante la guerra gli studi antroposofici vennero proseguiti con la massima alacrità in amichevoli cerchie familiari. Con soddisfazione durante il periodo bellico vennero accolti addirittura diversi nuovi membri. Il Gruppo Novalis come tale non si sciolse mai, malgrado i tempi difficili, e come vivente entità spirituale fiorì per la amorevole intelligente dedizione dei membri esperti più anziani, sostenuti dall’entusiasmo degli amici giovani. […] Appena lo scenario di guerra si spostò verso il Nord, il Gruppo Novalis proseguì il lavoro spirituale in maniera ancora più intensa. Il dott. Colazza tenne conferenze di carattere introduttivo, alle quali seguì l’esegesi del libro “L’Iniziazione”; indi su “Una Via alla conoscenza di se stesso”, “Le massime antroposofiche” e le “Lettere ai membri” di R. Steiner».

Inoltre, è falso che il Gruppo Novalis sia stato fondato nel 1913, anche perché la lettera di Marie Steiner a Colazza, relativa alle riunioni del Gruppo medesimo, è datata 1910 e, con quella lettera donatami da Hella Wiesberger, mi venne data pure la riproduzione della trascrizione autografa di Colazza della versione in italiano del mantram dato dal Dottore per le riunioni del Novalis, trascrizione anch’essa datata 1910.

L’anonimo editore, sempre nella citata Prefazione, a p. 11, afferma: «In merito alla partecipazione alla rivista UR, M. Scaligero ci precisò, in un colloquio personale, che il dottor Colazza non era in realtà l’estensore degli articoli firmati col suo pseudonimo. Egli infatti si limitava ad illustrare gli argomenti al direttore della Rivista, il quale provvedeva poi a redigerli per iscritto».  

Ciò è, una volta di più, rigorosamente falso. Che l’Evola possa – forse – aver funto da “scriba”, non significa ch’egli abbia redatto la stesura degli scritti eventualmente dettati – forse – da Giovanni Colazza. Del resto chi conosce il modo di parlare di Giovanni Colazza, vede bene che sua è ogni idea, sua è ogni parola, suo è il periodare, suo il modo di fare gli esempi, sua la grammatica, sua la sintassi, suo il lessico, insomma suo tutto lo stile. Mentre estremamente diverso è lo stile, riconoscibilissimo, di Evola. Se è vero che Evola ha agito – in maniera scorretta – nei confronti di altri partecipanti del Gruppo di UR, “tagliando e cucendo”, a suo libito, i loro articoli – e questa fu la causa della “rottura” della concordia del Gruppo – non si sarebbe mai azzardato a farlo nei confronti di Colazza (almeno non finché Colazza fu in vita ), di fronte al quale – come mi è stato molte volte testimoniato – «tremava come una foglia, e si comportava come un cagnolino scodinzolante». Personalmente, ho avuto la concorde testimonianza di Amleto Scabelloni, di Romolo Benvenuti, entrambi discepoli diretti di Giovanni Colazza, e soprattutto di Massimo Scaligero, i quali tutti mi confermarono, categoricamente e più volte, che tali scritti erano integralmente di Giovanni Colazza. Ergo, non vedo proprio il motivo per cui dovrei credere alla parola dell’anonimo editore. Egli non se ne dolga, ma ubi maior… Del resto – e se fossi nei panni del nostro affabulante editore ci mediterei a lungo – è curioso come la parola latina fabula volta nella lingua di Dante, e debitamente anagrammata, divenga bufala!

Ritornando alla commemorazione che Mario Viezzoli volle tributare a Giovanni Colazza il 13 marzo 1953, meno di un mese dalla sua scomparsa, a Roma, colpiscono le parole: «Per chi avesse una certa sensibilità, nel suo modo di star ad ascoltare il prossimo si manifestava la Sua grande maturità, il Suo livello spirituale, oltre che la Sua esperienza del mondo. Poteva capitare, per esempio, che andasse da Lui per consiglio una persona piuttosto agitata, che gli esponeva in modo disordinato i casi suoi, e che, di fronte a tutto quel parlare precipitato, Egli se ne stesse quasi del tutto in silenzio. Dopo che l’interlocutore aveva finito il colloquio, se ne andava più tranquillo e, grazie al lavoro tutto interiore fatto dal Dr. Colazza nel “silenzio attivo”, sentisse poi affiorare dalla coscienza quelle risposte che prima, per il suo stato di agitazione, non avrebbe potuto accogliere. Nel dicembre 1944 il Dr. Colazza tenne una conferenza pubblica, con successivo dibattito, nella sala Capizzucchi in Roma, dal titolo “Antroposofia”. Il nostro Amico si presentò in sala con la febbre oltre 39° e dolorante per la riaccensione di una sinusite nella zona frontale. Parlando senza appunti, fece ugualmente un’esposizione che era un capolavoro di chiarezza e di eleganza. Aveva appena finito, che subito scattò veemente a contraddirlo un giovanissimo professore di filosofia. Il tono del contraddittorio era, più che aggressivo, villano; il contenuto delle sue obiezioni consisteva nella pretesa di voler dimostrare come l’Antroposofia fosse nient’altro che una miscellanea arbitraria di tante correnti filosofiche, principali e secondarie. Stanco e sofferente, dopo un’ora di esposizione tenuta ad alto livello, che cosa fece il Dr. Colazza? Umile, calmo, sereno, si limitò a guardare in silenzio il suo aggressore animico. Questi di fronte a tanta superiorità, indignatissimo, con gesto doppiamente villano, si alzò furioso e lasciò frettolosamente la sala. La mattina dopo, però, si precipitava a chiedere scusa al Dr. Colazza! Anche quella volta, pur in condizioni difficili, il “silenzio attivo” aveva prodotto la sua efficacia, consentendo all’altro di oggettivarsi».

La conferenza che Giovanni Colazza tenne a Roma, il 10 dicembre 1944, alla Sala Capizzucchi e alla quale intervenne, con la sua intellettuale e villana albagìa, il non nominato Prof. Porfirio, è quella che fu pubblicata su questo blog, il 5 gennaio 2014. Tale conferenza di Colazza mi venne donata, oltre quarant’anni fa, da un anziano suo discepolo, il quale partecipò personalmente a quella conferenza pubblica del Maestro, nonché a molte altre, e più volte, nei lunghi anni della nostra amicizia, ebbe modo di rievocarla, descrivendomi l’evento. L’ascoltare le rievocazioni che amici più anziani di me mi donavano con le loro vivaci descrizioni, ha sempre prodotto su me uno stato interiore veramente particolare, estremamente lontano da qualsiasi altra sensazione da me conosciuta. Sensazione che si accentuava ancor più allorché era Massimo Scaligero a rievocare, con la sua magica parola, la figura umana e spirituale di Giovanni Colazza. Mi colpiva come Colazza venisse da lui più volte paragonato ad un adamantino Patriarca Chan o Zen, e credo – ma questo è solo un mio pensiero, frutto di una mia personale impressione – che, sia pure per enigmatici accenni, alludesse a un di lui remoto passato. Qualcosa di simile emerge, per altro verso, dalla suddetta commossa e devota commemorazione che Mario Viezzoli tenne a meno di un mese dalla scomparsa del Maestro:

«Più volte il nostro Amico, come tutti coloro che si distaccano dalla mediocrità, fu oggetto di calunnie e di maldicenza. Pur sapendolo, ed anzi, proprio perché lo sapeva, aveva continuato a prodigarsi amorevolmente quale medico e quale amico per i Suoi più autentici nemici, i quali non sospettavano nemmeno che Egli sapesse la loro vergogna. Era difficile sentirlo pronunziare la parola “amore”, per il semplice fatto che Egli era diventato capace di realizzarlo nella forma più alta. A ragione si poté dire di Lui che avesse raggiunto quel grado di perfezione morale cui accenna la Bhagavad Gita con le parole: “Rinunziare al risultato delle proprie azioni”, nel senso di compiere l’azione morale e subito distaccarsene, affidandola direttamente, si può dire, come reale acquisizione del mondo morale, al ministero degli Esseri della Terza Gerarchia.

Tutto quello che possono dire gli amici che hanno avuto la ventura di conoscere e praticare il Dr. Colazza, si può riferire alle manifestazioni della Personalità, mentre ci rimane sconosciuta l’Individualità, di cui abbiamo potuto intuire qualcosa soprattutto attraverso il tono morale della Sua vita e del Suo operare. Ma chi abbia ascoltato le Sue conferenze con una più acuta sensibilità, avrà potuto rilevare il modo del tutto particolare di esporre. Prima di incominciare a parlare, se ne stava alcuni minuti seduto al podio, raccolto in silenzio che rapidamente s’imponeva a tutti i presenti. Si aveva l’impressione che in quel silenzio venisse creata una specie di barriera di protezione contro l’invadenza delle forze del mondo. Poi si alzava calmo e, dopo un’altra pausa, incominciava pianamente l’esposizione. Parlava pacato, senza mai alzare la voce ad alti toni, formando un’atmosfera di attenzione intensa. Il Suo modo di esporre e le Sue pause davano la sensazione che, di volta in volta, prima di parlare, Egli stesse in ascolto, per dare poi veste a quanto aveva udito. Si può dire che in questo si manifestasse una caratteristica della Sua Individualità e di come questa operasse attraverso la Personalità».

Parole, queste, che si collegano a quanto disse di lui Amleto Scabelloni, che poté seguirlo come discepolo dal 1944 al 1953, con immagini che ricordano quanto del Maestro diceva Massimo Scaligero: «Giovanni Colazza appartiene alla rarissima progenie di Maestri autentici capaci di assumere sul proprio anche una parte del destino terrestre, in virtù di una potenza dell’Io capace di operare mediante il silenzio o anche mediante le espressioni rivelatrici di verità, destinate a rimanere inscrivibili, fatte salve alcune eccezioni. Chi lo ha incontrato non può non ricordare le pause di silenzio, talora non brevi, che egli faceva precedere o seguire al discorso […]  Vogliamo di tali pause, non tanto parlare in relazione a certo imbarazzo di taluno che ne trasse motivo di decidere sul modo più sicuro di non volere averne esperienza alcuna in futuro. Di esse invece riteniamo giusto dire ciò che alcuni vi lessero. Questi meritavano di ricevere ciò che si rivelava dal silenzio. […] Vi fu chi vi scorse “la Pace profonda sulla quale poggiano le Gerarchie Celesti”; chi “la sussistenza sospesa nel vuoto”; chi vi riconobbe “il remoto distacco della presenza siderea”, ed altri che videro nel silenzio il simbolo “dell’Essere cinto di silenzio, come è dell’Entità-Guida dell’epoca presente”».  

Il suo esempio, la sua figura di Asceta adamantino, la sua calma, il suo coraggio, la sua fedeltà, la sua generosità, il suo Silenzio indicano il clima interiore necessario e il còmpito posto a chiunque oggi voglia esigere da se stesso la temeraria audacia di realizzare lo Spirito. Con queste immagini voglio chiudere la rievocazione della figura umana e spirituale di Giovanni Colazza, dopo nove settenni dal suo disciogliersi dall’apparire sensibile.

MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

I MUSCOLI DELLO SPIRITO – Franco Giovi

Immagine

Ora vi racconto in parole la striscia di fumetti riportata in figura:

Un bullo da spiaggia getta sabbia in faccia a un piccoletto. Stanco del suo fisico da spaventapasseri, il piccoletto scrive, acquista un francobollo e invia l’ordine per un corso di Charles Atlas. Poi, trasformato nel fisico, ri- torna alla spiaggia e dà un pugno in faccia al bullo. «Oh Mac – dice la ragazza che ha appena riconquistato – sei proprio un vero uomo!».

Dopo oltre settant’anni da questa pubblicità, sono ancora tanti i ragazzini che acquistano quel francobollo.

Torniamo indietro di cento anni nel tempo. Nel 1903 arriva ad Ellis Island uno smilzo bambino italiano di dieci anni; si chiama Angelo Siciliano. Qualche tempo dopo vede allo zoo delle tigri e crede che la possanza dei grossi felini sia prodotta dalle tensioni e scontri tra i muscoli che s’intravedono sotto la pelliccia. Angelo incomincia a fare lo stesso inventandosi esercizi, che ora chiameremmo isometrici e isotonici, che pratica con ferrea disciplina, diventando progressivamente forte e muscoloso. Vince nel 1922 mille dollari ad una gara di bodybuilding, e con quei soldi inizia a vendere per posta un programma di irrobustimento che diviene famoso a partire dal 1930 con le pubblicità inventate da Charles Roman: la striscia di fumetti descritta.

Bob Hoffman, padre della pesistica americana, sempre alla ricerca di quattrini per sé e per la causa, seguí a ruota Atlas pubblicizzando il suo sistema. Per completezza narrativa segnalo che l’Europa, con vent’anni di ritardo, emulò l’impresa: in Francia con Robert Duranton; in Italia con John Vigna. Sono molte le librerie dei sessantenni di adesso in cui riposa, dimenticato, un libretto intitolato Muscoli e bellezza.

Questi corsi ebbero una vasta e ardente accoglienza tra la moltitudine di ragazzini e adolescenti che desideravano con tutta l’anima essere migliori. Beninteso al livello corrispondente ai valori comprensibili nella prima, insicura, giovinezza. Un tempo il problema dell’obesità giovanile proprio non esisteva (salvo rare disfunzioni ghiandolari). Si era, in genere, piú magri del necessario. Forza e polpa al posto giusto erano grandi obbiettivi, e Steve Reeves, che al cinema interpretava Ercole, era un vero mito! Poi qualcuno arrivava fin negli scantinati chiamati palestre, tra sospiri di balena e clangori di ghisa, e magari diventava grosso e forte davvero. Senza picchiare nessuno. Solo per passione.

A questo punto dell’articolo può sorgere negli amici lettori qualche controllata perplessità. Non sei andato per caso un tantino fuori tema? Presumo di no, visto che l’analogia tra il rafforzamento muscolare ed il pensiero rafforzato, nella Scienza dello Spirito è stata usata spessissimo. Però sappiamo che l’analogia non è il Vero ma è soltanto una tecnica per avvicinarsi alla comprensione del vero. È utile, ma cosa sarebbe qualora divenisse una sorta di giudizio rappresentativo concluso in sé? Come si è letto su L’Archetipo, un amico della rivista ha portato i muscoli nell’anima, anzi, nella psiche e, troppo pessimista o confuso, ha deciso che i muscoli (fisici) servano per massacrare il prossimo (come il coltello serve per tagliar gole) e che analogicamente esistano muscoli interiori utili a dominare il prossimo (“Magari fosse vero!”, penserà in cuor suo per un istante il probo esoterista, brutalizzato in famiglia ogni santo giorno). Il becero motivo causante sarebbe l’egoismo (che la vulgata, a parole e ignorando Stirner, definisce ormai padre di tutti i mali).

Sorrido ma non rido e anzi ringrazio sinceramente il lettore che coraggiosamente ha espresso, magari in termini rudimentali e poco pertinenti, un certo sottofondo di paure ed equivoci che vivono inconsci in molte anime. Sono grato a questo lettore che in questo modo offre occasione per alcuni chiarimenti su aspetti elementari di vita interiore che, come si vede, non sono evidenti a tutti.

Iniziamo da Fu Manchu, dal Dottor Moriarty, da Mister Hyde, insomma dal super cattivo: l’egoismo, manifestazione dell’ego, parola latina che significa io.

Senza sofismi filosofici leggiamo il suo significato corrente: “L’esclusivo amore per se stesso che porta a non tener conto delle esigenze altrui”(1). Perciò “egoista è colui che persegue solo il proprio benessere, il proprio vantaggio, senza curarsi degli altri(2).

Fin qui il dizionario che, mi pare, coglie nel segno con maggior esattezza di chi straparla perché non è muto. Il vero egoista, cari amici, quello strutturalmente egoista e che nemmeno suppone di esserlo, dominato dalla propria natura come tutti gli uomini, può essere mite, educato, formalmente gentile ma non prova alcun interesse per la vostra persona e per le vostre vicende, e non sa nemmeno di non provarlo. Non credo sia peggiore dei frenetici altruisti che furono ben caratterizzati con la fulminante battuta: “Soit mon frère ou je te tue!”, sii mio fratello, o ti uccido!

Ricordiamoci inoltre che l’egoismo ci può anche ricondurre alla sua sorgente, l’ego, l’io degli antichi padri latini e che, nella vita reale di ognuno dei nostri giorni, costui è pure l’intimo punto a cui ci riferiamo rapportandoci a qualsiasi esperienza, sia essa divina o demoniaca o banale; è il riferimento continuo per ogni nostro atto. Molte azioni delittuose vengono perpetrate in una condizione interiore di assenza temporanea del proprio soggetto.

Ora mettiamo in chiaro ancora una cosa. Quasi tutti i lettori sanno, sentono, intuiscono, la differenza esistente tra “ego” e “Io” nel linguaggio spiritualista. Può essere una differenza enorme. Che però (quasi) non esiste nell’esperienza umana comune! Nel continuo flusso di sensazioni e immagini c’è qualcosa, un pensiero, un’intuizione permanente che zampilla identica a se stessa ieri, oggi, domani, all’interno della coscienza. È il continuum della percezione di me stesso o autocoscienza. L’unica pietra miliare da cui è possibile partire per ogni tipo di viaggio: verso la piú nera malvagità o per il radioso infinito dello Spirito o verso il lavoro quotidiano che poi ci dà lo stipendio. Categorizzare moralisticamente la consapevolezza che si possiede e che è del tutto impossibile scansare, è una sciocchezza enorme: di quelle che solo gli spiritualisti sono in grado di commettere. Soffocarla (ammesso che ciò riesca) è un errore che si paga carissimo, perché ci si illude di muoversi da un quid altro-da-sé astratto, senza fondamento, dall’inesistente rappresentato come buono e vero: l’anticamera dell’abisso che il buon senso cattolico popolare chiama lastrico dell’inferno. Et nunc de hoc satis!

Poiché l’analogia di cui ci occupiamo si riferisce in maniera perspicua alla disciplina interiore della concentrazione, osserviamo, per la millesima volta, non tanto l’esercizio nella sua modalità tecnica quanto i suoi presupposti.

Innanzi tutto qualsiasi disciplina decisa e imposta all’interiorità umana presuppone un precedente essersi accostati con cuore, mente e volontà ai contenuti fondamentali della Scienza dello Spirito, che non vanno accettati o respinti secondo il superficiale ed incostante metro della simpatia e dell’antipatia o con insignificante lettura.

A tale riguardo, per non ripetermi, mi permetto una indicazione in tal senso chiedendo l’aiuto di Friedrich Rittelmeyer, discepolo del Dottore e prima guida della Christengemeinschaft: «…avvicinarsi a Rudolf Steiner. Bisogna poterlo leggere liberamente, con un’imparzialità assai piú grande di quella necessaria verso altri scritti, per evitare sia un inconsistente accordo sia un precipitoso rifiuto; occorre, in completa tranquillità d’animo, lasciare come sospesi gli interrogativi, senza decidere niente, atten- dendo senza agitazione e nervosismo che le proprie inveterate abitudini inizino a cedere.

Bisogna poter leggere attivamente, mettendo senza sosta ciò che si legge alla prova della vita, e la vita alla prova di ciò che si legge, per assicurarsi un solido appoggio che resista alle invadenti ondate delle tante e nuove affermazioni.

Bisogna infine poter leggere meditativamente, intercalando senza posa delle pause ben prolungate, riproducendo, per cosí dire, in se stessi, ciò che si è letto, e ascoltando con profonda serenità e con una libertà spoglia di pregiudizi quello che il vostro spirito e la vostra vita vi comunicano. Non fare ciò, significa abbandonare ad altre generazioni la cura di riscoprire lo spirito e la stessa vita racchiusa in queste opere»(3).

Aggiungo che viviamo in tempi spiritualmente molto piú difficili se confrontati a quando Rittel- meyer scrisse queste righe. Ora il pensiero impotente, ossia il flusso dialettico, è divenuto una forza autonoma che si sta distaccando dalla coscienza dell’uomo. Ora, in realtà, l’Opera dello Steiner diviene tanto piú incomprensibile ai livelli che le sono propri quanto piú appare del tutto abbordabile ad un pensiero privo di concetti e della vita di questi. 

Non si comprende piú cosa sia il comprendere. E la dignità della conoscenza cede il posto alla lettura “gradevole” o sgradevole (questo fenomeno verso il basso non coinvolge solo i settori “sacri” della conoscenza, ma persino la capacità di formulare pensieri coerenti con semplici dati sensibili: si osserva, per restare in famiglia, che nella lettura dell’Archetipo qualche lettore, per cosí dire, dove ci sia scritto trave pensa grave e rimane poi convinto del proprio “pensiero”). 

Se ci rapportiamo con un’analogia di profondità nell’impossibile misurazione del livello interiore, siamo in fondo al pozzo, e la Concentrazione non sviluppa “muscoli psichici”, ma al suo minimo denominatore è il pezzo di corda per arrampicarsi fuori, per non morire laggiú, nel buio e nel fango. 

Fuor da metafore, la vivificazione del pensiero che può verificarsi con il lungo e paziente esercizio, permette un accesso coerente alla comprensione della Scienza dello Spirito qualora la si voglia intuire nella sua altezza oltre la facile (?!) leggibilità della carta stampata. 

Resta da ricordare che la Concentrazione può contenere, nel suo approfondimento o intensifica- zione, l’intero cammino interiore per la reintegrazione cosciente nello Spirito. Per i vari aspetti del suo significato rimandiamo a qualunque testo di Massimo Scaligero, nel caso in questione magari sottolineando Il Trattato del Pensiero Vivente, L’Avvento dell’Uomo Interiore ed il Manuale pratico della Meditazione. 

Fuori dall’ “in sé” del suo proprio contenuto, è importantissimo anche il suo piano d’appoggio: quando il ricercatore decide di fare la concentrazione e la fa davvero, compie il primo atto libero e cosciente della sua vita. Inizia, con un atto “semplice”, a sperimentare la Libertà, e se ciò a qualcuno sembra un’inezia non credo sensato aggiungere qualcosa. 

Fare la Concentrazione, ovvero occupare tutto il pensiero con un chiodo o un tappo, indipenden- temente dalle bollette scadute, dal tradimento perpetrato dalla moglie (o dal marito) un’ora prima, dalla zanzara che ci ronza nelle orecchie, dall’emicrania incipiente, dallo stadio terminale della malattia, dall’idea grandiosa che vorrebbe la coscienza per sé, insomma da qualsiasi Tragico, Irresi- stibile, Luminoso o Doloroso che sia, è il principio della forza del pensiero che, per l’appunto, psichico non è, perché funziona indipendentemente dalla situazione corporea e dai suoi echi interiori, ossia istinti, sentimenti, inclinazioni e simil-pensieri. Come anche lei, caro lettore, potrebbe controllare da sé, qualora volesse sperimentare la concentrazione in una qualsiasi delle condizioni indicate (o nel milione di altre possibili). E provando scoprirebbe anche che il massimo dello sforzo egoistico del- l’attenzione protratta si trasforma, per magia del volere, in uno stato di impersonalità in cui si è abbandonato tutto il proprio mondo: tutte le forze e i valori di cui l’ego si alimenta per esserci e dominarci. 

I restanti esercizi descritti o tradotti per i lettori dell’Archetipo si rivolgono in primis ai ricercatori che conoscono sul serio almeno gli scritti fondamentali di Rudolf Steiner e che hanno sviluppato capacità e maturità nella pratica degli esercizi basilari della concentrazione e della meditazione. 

Nessuno ha il diritto di lamentarsi col dire che tutto ciò limita a pochi certe informazioni, come ben pochi si sognerebbero di criticare la matematica di integrali e derivate a causa delle proprie carenze in tale disciplina. 

E se qualcuno insistesse nell’affermare che tutto questo corpus di discipline rimane comunque orientato verso il mero perfezionamento del singolo, saremmo costretti a rispondere che costui non sa di cosa parla, almeno per due motivi. Il primo consiste nel fatto che carattere precipuo degli esercizi occulti è lo svelarsi del loro significato o essenza soltanto nella pratica, e proprio per nulla sulla base della semplice lettura e della deduzione intellettuale. Il secondo è ancora piú profondo. Siamo, anche da incarnati, esseri spirituali, e non sopportiamo troppo a lungo la sola esperienza fisica. Dobbiamo ritornare ogni giorno nei Mondi Spirituali. Per l’uomo non iniziato la porta è il sonno. Se non dormiamo, moriamo in pochi giorni. Se non sogniamo moriamo in pochi giorni. 

Per l’uomo comune il sonno corrisponde quasi sempre ad un oblio totale. L’esoterico giunge a speri- mentare intensi momenti di risveglio in stati (mondi) nascosti dalle tenebre dell’incoscienza. Gli si donano esperienze che illuminano e trasformano ciò che nel mondo sensibile appare stanco e ovvio. Mi permetto di raccontare, a grandi linee, un’esperienza per certi versi può valere come un’indicazione rispondente a molte e ripetute domande dei lettori. Consiste nella percezione dell’incomparabile bellezza, del tutto individuale, dell’archetipo spirituale di ogni singolo essere umano; nessuno escluso. È l’immagine di come ognuno dovrebbe essere, per essere compiutamente se stesso: raggiante di tutte quelle qualità sminuite, rovesciate o perse per strada quando si raggrinza e si mutila nella parzialità del corpo sensibile. Tanta è la perfezione morale dell’immagine spirituale, tanta la sua nobile bellezza che il (nostro) sentire diventa adorazione del Sacro. Tornando alla vita e alla coscienza di tutti i giorni si scopre l’impossibilità di coltivare qualsiasi forma di antipatia per gli esseri umani riconosciuti nello Spirituale e, anzi, si impara, con una tecnica appresa attraverso l’impressione avuta nell’esperienza soprasensibile, che una zona dell’anima può attivarsi come un senso nuovo verso l’immagine con cui gli altri esseri umani ci appaiono: possiamo vederli apparire dalle nebbie del sensibile come delle percezioni donateci dal Divino, come Rivelazioni. L’Opera è simile all’innamoramento ma non giunge da fuori, stordendoci. Fluisce trasparente come nostra pura attività di conoscenza sacra o amore del tutto estranea sia al nostro essere personale che alle ciance altruistiche, filantropiche, sentimentalistiche, che sono una parte dello sghignazzo corale degli Ostacolatori, mimetici abitatori della nostra anima e micidiali avversari del sano divenire dell’Umana Gerarchia.

 

Franco Giovi

______________________________________________________________

(1)F. Sabatini – V. Colletti, Dizionario italiano, Editrice Giunti, Firenze 2004.
(2)idem.
(3)F. Rittelmeyer, Meine Lebensbegegnung mit Rudolf Steiner, Verlag Urachhaus, Stuttgart 1928. 

Per gentile concessione de L’ Archetipo

SCIENZA DELLO SPIRITO

RIFLESSI DEL DIAMANTE – Franco Giovi

Sul finire degli anni ’60, già diversi ricercatori, perlopiú giovani, avevano trovato nei libri di Massimo Scaligero un riferimento di destino, spesso dopo lunghe e sofferte peregrinazioni tra le nebbie di lontani santuari.
Per chi superava alcuni ostacoli interiori e le feroci critiche (viste in retrospettiva erano di una ottusità impressionante) che da fronti opposti e persino da “amici” venivano lanciate sulle “preoccupanti prese di posizioni” dell’Autore, non era irrealizzabile l’incontro diretto con Massimo Scaligero.
Anche quando ci si sentiva in una certa misura intimiditi dal sentimento della sua grandezza, egli accoglieva fraternamente il visitatore, elevando, se possibile, l’anima di questi ad un eccezionale “meglio di sé”; in sua presenza emergeva un livello interiore difficilmente raggiungibile dopo decenni di inappuntabili discipline esoteriche.
Si sperimentava il risultato di ciò che è possibile allo Spirito piú che agli esercizi.
Con l’andar del tempo, la relazione con Massimo Scaligero poteva anche passare per momenti personali e simpatici. Talvolta, pur trovandosi a Roma per un sol giorno, si pranzava e si passeggiava insieme. In questi casi una lieta spontaneità era ben accetta. Del resto, come molti sanno, Scaligero possedeva un formidabile senso dell’umorismo.
Durante una mezz’ora, rubata ai tanti e onerosi compiti, un giovane vivace che si lamentava dell’asprezza del lavoro interiore, piú faticoso che luminoso, espresse a Scaligero, con una frase, un infantile sentimento d’invidia, a onor del vero provato da molti ma taciuto da tutti: «Beato te, che sei già iniziato!». L’atmosfera intorno a Massimo mutò letteralmente ed il Maestro, senza sdegno o irritazione, ma permeato da una severità assoluta, rispose: «Non devi dire cose del genere, sono sbagliate. In quanto a me, non c’è momento in cui non possa tradire». Come da un portale appena socchiuso, sentimmo per attimi l’ombra di un immenso dolore e dell’inconcepibile lotta che Massimo Scaligero affrontava senza interruzione dietro il fragile teatrino della parvenza.
Dopo oltre trent’anni, chi non si è arreso ma combatte ancora sulla linea del fuoco, seppur con forze non paragonabili, ha molto sperimentato ma ha anche spesso tradito, non riuscendo a mantenere la destità e la coerenza verso gli apici di Luce che lo Spirito a volte, donando, richiedeva.
Dalle rovine della presunzione personale spesso abbiamo dovuto, faticosamente, ricominciare tutto daccapo.
Perciò, a quell’essere in noi che non mente, chiediamo ogni giorno che ancora ci è dato, se la Trasmissione sia sempre viva e verace, se il filo non sia occultamente spezzato, e ricapitoliamo, in sintesi di puro pensiero, ogni luminoso segmento dell’interiore mandala dell’Insegnamento.

Quando si è giovani è possibile venir spinti verso l’Occulto da una vocazione “magica”, ossia verso un’ascesi che si protende naturalmente ad affermarsi nelle profondità della vita. Una tale vocazione è antica ed immutabile, perché lo Spirito giunge sino al minerale e oltre, chiedendo all’apprendista, come istinto spirituale, di congiungersi con le forze creative tessenti nei cieli della corporeità.
Perciò diverse correnti spirituali intuiscono quale sia la materia dell’opera ma non la Via.
Occorre anzitutto stabilire una gerarchia di rapporti: Io – Psiche – Corpo.
Partire dall’Io è faticoso perché si vive con la penosa sensazione di dover sempre ricominciare tutto, è un sentirsi senza appoggio in nulla.
Perciò l’istinto rifugge dall’Io, cerca la psiche, il sentimento personale, la sensibilità corporea in cui può trovare tutti gli appoggi che cerca.
L’asceta, appoggiandosi alla psiche, può tentare di tutto, persino lo yoga originario, sforzandosi di giungere all’“arresto delle funzioni mentali”, ma ignorando che per Patanjali ed altre figure illustri piú recenti, la mente è assimilabile all’attuale psiche.
Da ciò deriva la necessità di molteplici operazioni psicofisiche, mentre l’Io viene ricacciato nella trascendenza: Io che nell’uomo moderno è immanente alla sua attività pensante. Perciò le strade fuori tempo non possono che smorzare la desta coscienza di veglia (in tali condizioni si offrono copiose visioni interiori ma in un indotto stato di mezzo tra veglia e sogno), subordinando il pensiero a potenze corporee anche formidabili ma di cui si diviene veicoli. Medianità yoghica o magica.

Il primo incantato limite da superare è il potere del dato, preesistente ed eterno, quale che sia: fisico o spirituale, visibile o invisibile, in quanto il dato non è opera nostra, viene da sé, poiché per l’attuale grado di veglia il moto del pensiero gli è asservito, divenendo passivo strumento del dato.
Completamente diversa è la situazione nella quale il dato viene costruito da noi, è il nostro stesso pensiero (concentrazione). Sorge come ogni pensiero, ora esso è il nostro pensiero ossia la nostra volontà: come in un punto l’Io (e tutto il Mondo Spirituale) comincia a vivervi.
Si osservi che anche in tal senso le varie vie allo Spirito sono un nulla, perché si pongono come dati psicofisici, eludendo l’attività ideale nella quale è presente l’Io.
Ogni dato non risolto, non risorto in idea, è solo un dato della natura, ossia di ciò che si oppone allo Spirito; ogni sensazione fisica o parafisica è soltanto il limite di un’idea che non si è ancora capaci di pensare: dunque è decisivo afferrare il moto, l’essere del pensare.
Il pensiero è l’unica realtà dell’uomo che non può affermare di non essere senza essere: ogni tentativo di prescindere dal pensiero è sempre un suo atto, ogni sua negazione è una sua affermazione.
Affermata la realtà di qualcosa fuori da ogni pensiero, non ci si accorge di aver affermato il pensiero che una realtà è altrove.
Se, ad esempio, il mistico pensa un paradiso oltremondano al di là dal pensiero ed il materialista pensa un mondo materiale privi di pensiero, ecco manifestate due opposte concezioni di pensiero che concepiscono univocamente il reale diverso dal pensiero che tuttavia le pensa.
Praticamente occorre pensare attivamente per accorgersi di pensare, e soprattutto per giungere all’osservazione del pensare che facile non è, sebbene sia soltanto l’estensione del metodo dell’osservazione scientifica ad un oggetto insolito, poiché quando parliamo di pensiero intendiamo l’assolutamente terso pensare che “deve essere interamente voluto” da noi.
La natura non ci aiuta, e per giungere ad un risultato d’osservazione occorre una specifica disciplina chiamata concentrazione, che non deriva propriamente da un chiuso sistema esoterico, essendo piuttosto l’estrema conseguenza logica della scienza moderna, attuata. (Per quanto concerne ogni approfondimento sul senso e modo di tale tecnica rimandiamo ai molti ed esaurienti testi di Massimo Scaligero).

Nell’ordinaria inversione delle forze che veicolano la struttura umana, il corpo e la psiche non favoriscono ma combattono contro la concentrazione, la cui caratteristica saliente è l’assoluto estracorporeo. A tale condizione dovrebbe tendere il ricercatore cosciente. La minima tensione corporea o l’inerenza alla sensazione è sempre il corrispettivo di una carenza spirituale.
L’“adamantino”, spesso evocato nelle parole di Massimo Scaligero, è il puro estracorporeo realizzato nel pensiero.
Perciò la concentrazione non va soltanto “fatta”, ma anche tentata con la massima indipendenza, che il corpo e l’anima siano stanchi o malati o tesi. Grado indispensabile dell’ascesi è il giungere ad abituarsi ad un pensare che si esprima con autonomia quale che sia la situazione psicosomatica: la concentrazione deve venir compiuta anche quando il corpo è scomodo o mentre si vive un proprio dramma o, ancora, sotto il pungolo di qualsiasi azione urgente.
Provate ad immaginare un terribile leone che corre verso di voi: non fuggire, non nascondersi, non avanzare a combatterlo mentre vi sta raggiungendo, ma sedersi (o rimanere in piedi ad occhi aperti, non ha alcuna importanza) e ricostruire il concetto di chiodo, di tappo ecc.. Questa sarà la prima azione propriamente umana che un individuo può compiere.
Con esempi del genere che paiono forse eccessivi, ci sforziamo di caratterizzare un agire interiore che contrasta le note direzioni dell’anima. Simili rappresentazioni non sono propriamente conoscitive ma valgono come orientatrici e rafforzanti per intuire l’indispensabile livello. Occorre con una certa urgenza afferrare la ferma comprensione che un pensiero, un pensiero qualsiasi, come ad esempio una semplice formula matematica, può essere pensato in qualsiasi situazione. Si può veramente immaginare il rapporto tra lati ed angoli di un triangolo mentre si sta seduti nel proprio studio o legati alla sedia elettrica.
Non è impossibile: con ferma disciplina ciò che oggi pare inattuabile sarà realizzato domani.
Siamo consapevoli che la liberazione eterica del pensiero non si improvvisa, tuttavia è realmente possibile da subito attingerla sia pur per brevi momenti, nella retta concentrazione.
Anche se la retta concentrazione è difficile, rimane tuttavia la strada piú breve e senza vere alternative: finché la coscienza si identifica nel pensiero ordinario, chiamato anche pensiero riflesso, si è sempre dominati dal senziente corporeo.
Si superi per intensificazione cosciente tale pensiero, si conquisti la corrente del pensare, allora si è nell’Io, perciò in relazione con il vero astrale, con il vero eterico, con il vero corpo.
Solo allora è permesso congiungersi con le Forze che dominano il corpo, in primis con la corrente che ascende dal cuore al capo.
Per questo occorre ravvisare la condizione vera, non i retaggi spirituali ma l’atto interiore che nel nostro passato mai è stato compiuto: il vero sâdhanâ della nostra epoca.

Franco Giovi

 

per gentile concessione di

http://www.larchetipo.com/2002/set02/maestroeopera.htm

SCIENZA DELLO SPIRITO

TEOSOFIA

 Teo

Racconto un breve fatto avvenuto oltre quarant’anni fa. Discutevo amichevolmente con il parroco di una parrocchia molto influente. Costui era giovane e simpatico, dirigeva la chiesa e le molte attività connesse con vivacità ed intelligenza. Parlavamo di religione. Io gli feci notare alcune contraddizioni che appaiono nei vangeli canonici. Lui si arrestò: quasi sentii il lavorio delle sue “cellulette grige” per dirla alla Poirot. Poi, sorridendo mi rispose con un tono di scusa: “ E’ troppo tempo che non leggo i vangeli, da quello che mi ha detto, dovrei riprenderli in mano”. E ci salutammo da amici.

Ho narrato questo episodio perché mi piacerebbe sentire qualcosa di simile da parte di coloro che hanno intrapreso la via della scienza spirituale. Più esattamente ho sentito qualcosa del genere, però non troppo spesso, da persone che da molti anni calcano questo sentiero. Essi si accorgono che, ripresa la lettura di testi rimasti a prender polvere, la comprensione di capitoli, pagine e singole righe è cambiata. Anche molto.

Questo è un esempio sperimentabile della circolarità della ricerca. Fin dai tempi del mito, l’eroe attraversa mezzo mondo, grandi avventure e difficili prove per poi ritornare a dove tutto ebbe inizio ma con i grandi cambiamenti che hanno forgiato a nuovo la sua anima.

Molti invece, salpata l’ancora, lasciato il porto (e dimenticato a casa il portolano), si avventurano all’orizzonte, vengono rapiti da tripudio panico o da inconsci meccanismi e dimenticano ciò che può dare senso e certezza all’incursione nell’illimitato mare.

Perché dico questo? Beh, uso il rasoio d’Occam personalizzato e posso dire di non aver (quasi) mai inteso bocca che pronunci la parola “spirito” senza che questa esca morta come un pesce appeso da giorni oppure – più raramente – accompagnata da un paio d’occhi spiritati o lucidati da un recondito orgasmo su cui non desidero indagare. In ambedue i casi la suddetta parola è priva di un contenuto che dovrebbe esserle più appropriato. Ciò non è “cosa da nulla” qualora provenga da sé dicenti discepoli della scienza spirituale.

Così non mi sono ancora spiegato sufficientemente.

Prendiamo in mano un testo base della scienza spirituale: il libro non voluminoso che il Dottore ha intitolato “Teosofia”. Esso, a leggere una delle introduzioni riportate, per l’Autore (e per chi lo leggesse) non è una cosa tra le tante. Scrive lo Steiner: “Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile”. Dunque con queste parole, non casuali, il Dottore avverte – visto il ruolo della Filosofia della libertà per una Scienza dello spirito – che il testo è importante e per qualcuno fondamentale. Posto a fondamento.

Allora? Dobbiamo fare molta attenzione che una prosa semplice non induca ad una semplice lettura. Dal XXXIII capitolo de La mia vita mi permetto di estrarre alcune righe (in caso contrario sarei costretto a ricopiare l’intero capitolo, comunque chi vuole può leggerselo per intero): “A chi abbia letto le spiegazioni precedenti, prendendo solo conoscenza del loro contenuto, le verità che vengono presentate ora sembrano semplicemente affermazioni arbitrarie. Diverso è il caso per colui la cui esperienza di idee abbia subìto un rafforzamento in seguito alla lettura di ciò che era stato esposto in connessione con l’osservazione del mondo sensibile”.

In questa ultima frase ritroviamo quanto, nel primo capitolo di Teosofia, guida la semplice e attenta osservazione: dalla “ordinaria” esperienza che attraversa la nostra vita nel mondo sensibile ai concetti corrispettivi di corpo, anima e spirito.

Allora ritorno a quanto ho scritto sopra. Per quale motivo si può parlare e straparlare di gerarchie o di fantomi mentre incontriamo il vuoto quando si tratti invece di concetti sperimentabili – a noi intimi e presenti – come anima e spirito? Sì, è possibile, partendo dal sensibile, giungere ad un concetto nitido e cosciente di “spirito”.

Se fossimo costretti ad ammettere che da quelle parti c’è il vuoto, su cosa reggerebbe il resto dell’edificio?

Evidentemente è possibile essere ciarlatani anche presumendo il contrario. Il mondo delle parole vuote.

Contro cui Scaligero spese interi capitoli dei suoi libri e che il Dottore aborriva: non esiste una sua opera che non poggi scrupolosamente sul reale, sperimentabile da ogni sana costituzione umana. E non c’è pensiero che, elevandosi, partendo dalla attenta osservazione della realtà, non segua poi il tracciato della concatenazione logica e dell’obbiettività scientifica. Ciò esige dal lettore una fatica di pensiero ardua. E già questa sembra merce rara. Il primo gradino della conoscenza spirituale su cui sembra difficile salire.

Il Dottore prosegue: “…ma un libro antroposofico giustamente composto dev’essere un risvegliatore della vita spirituale nel lettore, non una somma di comunicazioni. Il leggerlo non dev’essere una semplice lettura, ma un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni. So bene quanto ciò che ho dato nei libri sia lontano da suscitare, per sua propria forza interiore, una tale esperienza nelle anime che li leggono. (…) Ma solo questo stile può essere un risvegliatore: poiché il lettore deve suscitare in se stesso il calore e il sentimento: non può lasciare che, in uno stato di coscienza smorzata, essi vengano a lui semplicemente “travasati” dall’autore”.

E’ certo il bisogno, per il lettore, di un “approfondimento rafforzante che si raggiunge per mezzo degli esercizi”. Chi segue ora le indicazioni date da Massimo Scaligero non dovrebbe avvertire in ciò un ostacolo insormontabile.

In effetti, come ho detto e ridetto in altri momenti, Scaligero e prima di lui il dott. Colazza, davano immediatamente ai ricercatori alcuni esercizi (prima tra tutti, la disciplina della concentrazione) e mi risulta dalle testimonianze trasmesse, che anche il Dottore usasse questo approccio con molti tra coloro che poi divennero suoi discepoli.

Dalle castronerie che fioriscono in ogni stagione pare che pochi abbiano nell’anima la virtù della intellettuale modestia che aiuta l’asceta o il ricercatore a scorgere la limitatezza del proprio intelletto: in questo senso i dotti possono avere più difficoltà di altre persone.

Poiché qui non si tratta di sapere questo o quello ma di usare il pensiero, ovvero l’organo interiore che partecipa, quale indispensabile elemento, alla conoscenza umana e che, simultaneamente, opera in ciò che è eterno.

Alcuni tendono a sottovalutare il pensare e a porre più in alto “l’intima vita del sentimento”. Dicono che alle cognizioni superiori non ci si elevi per mezzo di ”arido pensiero”, bensì mediante il calore, la forza immediata del sentimento. Quelli che parlano così temono che un pensiero chiaro smorzi i sentimenti. Nel pensare quotidiano, rivolto solo alle cose utilitarie, avviene certo così. Ma nel caso di pensieri che guidano alle regioni superiori dell’esistenza accade l’opposto. Non esiste alcun sentimento o entusiasmo che, in fatto di calore, bellezza ed elevatezza, sia paragonabile ai sentimenti accesi dai puri e cristallini pensieri che si riferiscono ai mondi superiori. I sentimenti più alti non sono quelli che si presentano “da sé”, ma quelli che si conquistano con un energico lavoro di pensiero”.

Allora, cari lettori, nel testo su cui abbiamo puntato l’attenzione, quale potrà essere “un energico lavoro di pensiero”? Non occorre nemmeno proseguire oltre il primo capitolo di Teosofia per porsi questa domanda.

Mi pare che le mezze misure siano brutalmente assenti: se si legge il capitolo come si fa con “una semplice lettura” cosa succede e cosa rimane? Non succede proprio nulla ed al massimo si giunge a ricordare una scaletta di elementi che sono, più o meno, solo parole.

Oppure si evoca in immagini ciò che ad ogni parola corrisponde e si unisce immagine con immagine senza tralasciare nemmeno una congiunzione. Questo è arduo già nei limiti di poche pagine, dunque è un lavoro possibile a piccoli o piccolissimi passi: occorre tempo e fatica per completare l’intero capitolo (uso la parola immagine nell’accezione in cui essa contenga il proprio contenuto concettuale e non immagine come svolazzo casuale di farfalline cerebrali).

Già questo lavoro, se rigoroso, permette – come scritto dal Dottore – l’accendersi di intense impressioni nell’anima: forti e puri sentimenti. Gli faccio da modesto eco: non quelli che ascendono dalla caotica oscurità corporea: questi sono fiamma accesa dalla luce. Nascono come preludio delle altezze.

Quando ci si sia familiarizzati con le singole parti costitutive, l’anima stessa avverte che ciò non basta: l’uomo è sintesi.

Lo sforzo successivo allora diventa il riunire ogni parte pensata e sentita, in un’unica sintesi. Il fatto che si possa avvertire – quasi fosse sensazione fisica – come il pensare si tenda ben oltre l’ordinario, che venga come strappato dai noti ormeggi, dev’essere esperienza.

Solo in questo caso l’anima comprende d’aver avviato un processo meditativo che stacca una parte di sé dal sensibile. Basta un attimo ma è un attimo che “funziona” anche per i capitoli successivi. Intemporalità che vale lungo i tempi.

In nessun capitolo successivo troviamo l’identica forma di percorso. Ogni capitolo offre un modo di percorrerlo diverso, la maggiore difficoltà che è possibile incontrare è bilanciata dalla capacità sviluppata precedentemente.

Come in ogni attività disciplinata, l’esperienza precedente non ci rende meccanicamente più capaci ma la familiarità con stati non usuali del pensiero e dei corrispondenti sentimenti ci offre maggiore abilità per continuare l’impresa. Questa ora sta alla lettura ordinaria come la scalata dell’Everest sta a fronte di una foto del gruppo di monti: c’è un certo riconoscimento ma trattasi di esperienze completamente diverse.

Se qualcuno mi ha seguito fin qui, potrà chiedersi a buon diritto se il paziente e deciso operatore si trova tra le mani un libretto oppure un laborioso tratto della propria vita. Datevi da soli la risposta.

Ecco che i capitoli finali (quelli più controversi nello stile, apparentemente assertivo) si articoleranno come forza a malapena trattenuta: qui le immagini ed i concetti sono come porte che quasi non riescono ad ostacolare l’abbagliante luce che trapela. Qui l’anima può avvertire il timore di aprire tali porte: è prova di quanto coraggio e amore si possiede davanti al rischio della visione del mondo spirituale. E’ l’interiore sconvolgimento di cui scrive il Dottore. Davvero l’anima può venire scossa. Il ricercatore scopre quanto sia più facile coltivare la virtù dell’umiltà a confronto dell’assenso alla grandezza e alla potenza che può riempire l’anima.

Senza una disposizione di destino o una saggia maturazione dell’anima, so di accennare a qualcosa che appare (troppo) difficile.

Ma, chiedo ai lettori, da quando e da dove è spuntata la fantastica opinione che le vie iniziatiche siano “facili”?

Il fatto che una corrente esoterica sia stata resa attuale, cioè rispondente alle modificazioni occulte dell’uomo, preparate da centinaia d’anni di trasformazione della sua coscienza e che le indicazioni esoteriche possano venire comunicate in diverso modo, ossia conformi alle modalità di vita culturale e sociale in cui è pur possibile il discepolato, non ha diminuito di una virgola le difficoltà di una vera via iniziatica. “E‘ arduo passare sulla alata lama del rasoio”, recita la Kaţha-upanishad. E’ solo che l’arduo si è trasferito nel campo del Soggetto, nella libera sfera dell’Io pensante: perciò si può scegliere in gran lusso: la realtà o le sceneggiate.

Riguardo al tema di queste righe, mi pare di aver letto che Steiner, con Carl Unger si comportò in questa maniera: come talvolta accadeva, apparentemente incurante del batticuore del giovane ingegnere, sprecò poche parole e nessun incoraggiamento. Nemmeno un vero e proprio incontro seppure breve. Gli diede una copia di Teosofia e gli disse di tornare quando (e se) fosse stato pronto. Unger, se ricordo bene, tornò – passati più di tre anni – con i mutamenti interiori idonei ad un discepolato occulto.

Un quadro indicativo sin nei particolari, non vi sembra?  

SCIENZA DELLO SPIRITO

NATIVITA' – di Édouard Schuré

dic2008-2

(Natività-Francesco Filini)

Il Cristo è piú di un Bodhisattva e piú di un Buddha.

È una potenza cosmica, l’eletto dei Deva, il Verbo solare stesso, che doveva entrare in un corpo una sola volta per dare all’umanità il suo piú potente impulso.

Uno Spirito di tale levatura non poteva incarnarsi nel grembo di una donna e nel corpo di un bambino.

Questo Dio non poteva seguire il cammino cui anche i piú grandi uomini sono costretti, cioè la severa trafila dell’evoluzione animale che viene ripercorsa con la gestazione materna.

Non poteva subire il temporaneo eclissarsi della coscienza divina che è la legge ineluttabile di ogni incarnazione.

Un Cristo direttamente incarnato nel seno di una donna avrebbe fatto morire la madre, come Giove fece morire Semele, madre del secondo Dioniso, stando alla leggenda greca. Egli aveva bisogno, per incarnarsi, di un corpo di adulto, di un corpo che si fosse evoluto da una razza forte fino al grado di perfezione e di purezza degno dell’Archetipo umano, dell’Adamo primitivo modellato dagli Elohim nella luce increata all’origine del nostro mondo.

Questo corpo lo forní il popolo ebraico nella persona del maestro Gesú, figlio di Maria.

Ma occorreva che dalla nascita fino all’età di trent’anni, epoca in cui il Cristo doveva prendere possesso della sua dimora umana, il corpo del maestro Gesú fosse plasmato e armonizzato da un altissimo Iniziato, e che un uomo quasi divino offrisse la propria persona in olocausto, come un vaso sacro, per ricevere il Dio fatto uomo.

Qual è il grande profeta, certo illustre nei fasti religiosi dell’umanità, cui toccò questo compito straordinario?

Gli evangelisti non lo dicono, ma il Vangelo di Matteo lo lascia intuire chiaramente nella piú suggestiva delle sue leggende.

Il bambino divino è nato nella notte profumata e calma di Betlemme, mentre sui monti neri della Giudea grava il silenzio. Solo i pastori odono le voci angeliche risuonare sotto il cielo stellato. Il bambino dorme nella mangiatoia. Sua madre estasiata lo cova con gli occhi. E quando lui apre i suoi, Maria si sente profondamente penetrata, come da una spada, da questo raggio solare che la interroga con paura. La povera anima stupita che viene da altri mondi, getta attorno a sé uno sguardo sgomento, ma ritrova subito il suo cielo perduto nelle pupille vibranti della madre e si riaddormenta d’un sonno profondo.

 

Édouard Schuré

Da:  Evoluzione divina, Tilopa, Roma 1983, p. 249

per gentile concessione de L’ Archetipo 

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – GENNAIO 2016

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto