SUL CANTO DEL BEATO

Peter Brooks Mahabharata Krishna talks to Prince Arjuna - (2)

I seguaci dell’antroposofia fin troppo spesso nulla sanno di quanto non sia strettamente legato ad essa. Ma su ciò dovrei correggermi. Vedo sedicenti antroposofi conoscere a menadito Osho, l’AMORC, le Kabbale, Krishnamurti, poi le cloache chiamate canalizzazioni e altre (infinite?) sciocchezze.

Neppure un timido un balbettio sugli autorevoli critici, vuoto pneumatico con gli autentici testi della tradizione. Poi Steiner e Scaligero, ma leggeri come i saldi di fine stagione: ottimi per libertine e esibizionistiche discussioni.

Che questo sia il futuro che avanza? Che ci sia una nuova scuola esoterica molto, ma molto a sud di Ushuaia?

Lascio ai lettori la meditazione sul senso del verbo avanzare, invito tutti a corsi di geografia esoterica, e riprendo il filo.

Va bene, anzi benissimo, seguire il pensiero scientifico-spirituale sulle “Basi occulte della Bhagavad Gita”, però esiste pure la Bhagavad Gita per se stessa e, se non erro, nell’”Iniziazione” Steiner stesso la indica come un testo che è cibo per l’anima.

Allora, è conosciuta o no?

Sfrondata da studi filologici ed esegesi, non è mica un grosso testo ed è rintracciabile in qualunque libreria, anche in edizioni di pochi soldi. Dunque di facile acquisto e ognuno poi fa quello che vuole.

Però mi stupirebbe se nelle fornite biblioteche personali di figure a vasto raggio di interessi spirituali, ça va sans dire, questo aureo volumetto non ci fosse proprio.

Non smetto di ritenere che riassunti o bignamini non comunichino nulla di buono: le Opere dettate dalle altezze (di qualunque tempo), qualora le anime sappiano riconoscerle, dovrebbero essere avvicinate e “trattate” con un minimo di rispetto, anche quando manchi una devozione sincera.

“Farle a pezzi non è rispettarle”, come diceva il capo ispettore Abberline nei riguardi delle povere vittime di Jake the Ripper. Eppure i festoni di budella appese sono il prodotto dell’encomiabile fatica quotidiana di chi, credendo d’essere l’attuale incarnazione del maestro del maestro, lancia alla canaglia indefinibili pezzi di cose alte o sacre: così va il mondo dell’illusione elevata a potenza.

Purtroppo chi fa ciò come nobile arte di sottoscala si autogiustifica sempre e comunque: in nomine diaboli, puto.

Qui, da parte mia, preferisco dunque limitare le prossime righe alla cornice in cui si situa “Il Canto del Beato”, confidando nell’interesse dei lettori per l’ulteriore proseguimento.

La Bhagavad Gitā è un un episodio del Mahābhārata, narrazione epica di una visione della grande India unificata in cultura e vita politica, completata tra il V e il I secolo avanti Cristo e che si traduce letteralmente come “La grande India”.

Quando Dhritarāshtra, il re cieco dei Kuru diviene vecchio decide di cedere il trono non a suo figlio Duryodhana ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pāndu, suo fratello minore.

Duryodhana, uomo di inclinazioni cattive, mediante scaltrezza e tradimenti, si impadronisce del trono e cerca ogni mezzo per annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, divinità incarnata, tenta di conciliare le parti: in nome dei cinque Pāndava chiede per essi cinque villaggi ma Duryodhana rifiuta brutalmente e dice che senza battaglia non cederebbe nemmeno uno spillo di terra. Diviene inevitabile battersi per la giustizia e il diritto.

Tutti i principi dell’India si uniscono ad una delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offre una scelta e Duryodhana sceglie per sé il potente esercito di Krishna e Krishna entra nel campo opposto, non come combattente ma come auriga del carro di Arjuna (uno dei cinque pāndava).

Drona, il maestro di ambedue, sceglie Duryodhana perché il suo nemico Drupada ha scelto l’altro campo. Bhīshma, parente di ambedue i capi delle opposte fazioni, l’uomo più forte dell’India seppure anziano e che aveva tentato la riconciliazione, dopo un scrupoloso esame di obblighi e doveri e visto che nemici s’erano schierati a fianco dei pāndava, decide di combattere con Duryodhana per dieci giorni e poi di ritirarsi in morte volontaria ottenuta cioè con mezzi iperfisici.

L’auriga del carro del vecchio re cieco e spodestato svolge per lui la cronaca degli avvenimenti della lotta mai superata in importanza nella storia dell’antica India: qui inizia la Bhagavad Gitā, ossia il Canto del Beato, perché ripete le parole di Krishna, il divino incarnato e perché insegna all’uomo come elevarsi alla coscienza divina, realizzando nella sua vita terrestre il Regno dei Cieli.

Dei cinque fratelli pāndava, il maggiore è il più puro e virtuoso (sattvico), il minore è il più forte (rajasico) mentre Arjuna, terzo dei fratelli, è in equilibrio in forza e purezza: per questo viene scelto dal Divino per essere il suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugāntara, e per essere il discepolo a cui dare il messaggio divino della via allo Spirito.

Se pensiamo l’insegnamento antico come staticamente immerso nel suo proprio splendore, la figura di Arjuna e il momento dell’insegnamento infrangono tale pensiero.

Arjuna è un uomo attivo, osservante delle leggi che regolano la vita dell’uomo giusto, posto nel mezzo della sua più profonda e violenta crisi. Il suo temperamento è indicato dall’inizio del libro ed è conservato fino alla fine: consapevole del grande massacro (di cui è destinato ad essere il principale strumento!), quello che sorge nella sua anima non è ragione filosofica o spirito riflessivo ma da uomo pratico e d’azione scopre di colpo di venir privato di tutto il fondamento della fiducia in sé e nella vita.

Egli, vissuto finora seguendo la legge (dharma) e mettendo in pratica le nozioni di diritto e virtù, scopre improvvisamente che esse l’hanno condotto a diventare il protagonista di un massacro terrificante e inaudito, di una mostruosa guerra civile che incendia tutte le nazioni, prepara la strage dei più valorosi eroi e minaccia la rovina della civiltà.

Allora Arjuna, gettando lontano l’arco divino e la faretra inesauribile che gli erano stati dati dagli dei, esclama: “ è meglio che io mi lasci massacrare, disarmato e senza resistenza, dai figli armati di Dhritarāshtra. Non combatterò”.

Non è il dubbio di un pensatore ma piuttosto la rivolta elementare di tutto il suo essere: non solo il suo pensiero ma anche il cuore e gli impulsi vitali non trovano più regole d’azione, nessun valido dharma.

Egli chiede allora a Krishna una regola sconosciuta, mentre il Maestro lo condurrà verso il segreto che Arjuna non cerca né conosce. Il Divino non vuole condurlo ad una legge qualsiasi (inevitabilmente umana) e chiede piuttosto che rinunci a tutti i dharma, tranne a quello, ben diverso da tutti, che consiste nel vivere coscientemente nel Divino e nell’agire secondo questa consapevolezza.

Il Maestro deve dare al discepolo una nuova legge di vita e d’azione che vada oltre l’insufficiente regola dell’esistenza ordinaria con l’infinita serie di contraddizioni e conflitti, di dubbi e certezze illusorie, così che liberi l’anima dai legami dell’azione senza impedirle di agire e con forza conquistare l’immensa libertà del suo essere divino.

Anche il Canto del Beato, come ogni altro testo, può essere mal tradotto. Basta poco per farne oggetto di erudizione oppure nel dare più luce alle parti preferite mettendo in ombra il resto. Spesso è stato detto, nella critica positiva, che la Gitā sarebbe, essenzialmente, l’insegnamento dello yoga dell’azione (karma-yoga). Ciò non è falso ma solo limitativo, come se da un pugno di sabbia si pretendesse di conoscere l’immensa spiaggia che scivola nell’oceano. Forse è più semplice: il Canto vuole che si viva nel Divino – “sebbene nel mondo, tuttavia in Dio” – . Esso vuole che l’uomo, oltre a vivere nella carne, nel cuore e nell’intelletto, viva nello Spirito. L’uomo, che vive nel mutevole corso del tempo, giunga a vivere nell’Eterno.

Ancora un rilievo: Arjuna è un uomo d’azione, è un uomo concreto e, nel drammatico momento dell’imminente combattimento, è anche uomo interiormente lacerato, confuso, ma è già amico di Krishna: riconoscerà in pieno, durante il dialogo l’infinita natura divina dell’amico, ne prenderà a poco a poco consapevolezza ma, è questo che voglio sottolineare, il Dio è con lui sul suo carro: è già suo amico. Tra i due c’è amicizia già prima che il Divino gli si riveli. Non è cosa di poco conto, non vi pare? E ognuno tragga da ciò qualche conclusione.

La Gitā non è arma di battaglie dialettiche,

è una porta che si apre sull’intero mondo di Verità,

di esperienza spirituale, e la visione che offre comprende

tutti i domini del piano supremo. Essa traccia il cammino,

ma non innalza mura o barriere per confinare la nostra visione.

(S.A.)

TRADIZIONE

E SOLLEVA

24 MARZ 2015 FK 002

CONTORTA E RIPUGNANTE SUPERBIA DEL MAGNETE.

RAFFINATA INTELLIGENZA SPREZZANTE E GELIDA
ALLA CUI BASE VI E’ SOLO POTENZA.

NON PENSA MA SOLTANTO VUOLE.

IMMERSA IN UN MARE DI SUPERBIA
FRA TESISSIME E INDURITE CARNI OCCULTE
DA CUI TRAE LA POTENZA DEL MENTIRE.

CERTA DI POTER NEGARE IL VERO.
CERTA DI IMPRIMERE OLTRAGGIO E PENA.
CERTA DI ESSERE TANTO IMPERIOSA
DA POTER INFLIGGERE VERGOGNA E DEBOLEZZA.

VERGOGNA E DEBOLEZZA SONO IL SENSO ED IL SIGNIFICATO
DEI NODI DI ENERGIE CHE PRESIEDONO AL VIGORE INTELLETTIVO
CHE ALBERGA E VIVE NEI FAVORITI DA ARIMANE.

LE FURIOSE SENSIBILITA’ DEGLI ANCORATI AI POTERI FISICI DEL MONDO.

I SENZA CIELO.

I TORREGGIANTI NEL VIGORE DENSO E COMPRESSO
CHE DISPREZZA E SI MINERALIZZA.

ROCCE DI CARNE PENSANTE FRA RAFFINATE BLASFEMIE
IN CUI L’ANIMA E’ SOSTITUITA DAL PESO CHE SI AGGRUMA
E DAL GHIGNO CHE ATTERRISCE MENTRE SENZA PAROLE :
IMPONE LA DEMENTE CERTEZZA CHE NEL BENE VI SIA SOLO OTTUSITA’.

I DISEGNI DI FORZE INTENSISSIME E DENSE E MALIGNE.
FRA I GIGANTI DEL CORPOREO INSUPERBIRE CEREBRALE.

INTELLETTO DI DEMONI CHE GIUDICA INERMI I MENO MALVAGI.

MA INFINE :
TALI RAFFINATE E OPEROSE SPIRALI DI SUPERBO DISPREZZO PENSANTE :
VENGONO POSTE AL COSPETTO DEL POTERE UNITIVO CHE CONTEMPLA I CONCETTI E NE VIVE IL VALORE.

E PER ATTIMI ETERNI IL POTERE DI ROCCIA E SUPERBIA : FRANTUMA.

UN SILENZIO CHE ATTINGE AL VALORE SOLARE
IN CUI L’ALTISSIMA IDEA  – MANTENUTA E VOLUTA- CONDUCE E RESPIRA :
CONTEMPLA E DISVELA QUEL MISERO ORGOGLIO INFERNALE
E LO PLACA POICHE’ NE DECIFRA IL MENTIRE.

LO PLACA POICHE’  STRUTTURATA DI SOVRAMENTALE COERENZA AL PURISSIMO UNIRE :
ATTRAVERSA IL DISPREZZO TENACE E ODIOSISSIMO
CHE NE RESTA SCONVOLTO.

AVVIENE L’IMPRIMERSI ESTREMO DI UN SOTTILISSIMO BENE.

L’ARMONIA DEL RICORDO RISPLENDE NELL’ATTIMO DESTO IN CUI SOVRUMANO VALORE LAMPEGGIA.

L’AFFACCIARSI DELL’ESSENZA DAI TRATTI DIVINI
NELL’ATTIMO AUREO
IMPRIME IL VALORE CHE DISTRUGGE UN RITO DI OLTRAGGI E MENZOGNE
CHE MUOVEVA DESTINI E PENSIERI.

E FRANA ED ARRETRA LA COMPLESSA STRUTTURA DI ENERGIA
NEL SUPERBO STRIDORE DI PIETRE E MAGNETI
CHE NON RIESCONO PIU’ A FARSI MENZOGNA.

TORTUOSI PROCESSI MENTALI PERDONO FORZA E CERTEZZA.

E’ L’AVVENTO DI UN APICE PURO CHE PER ATTIMI
SANA RICREA ED INNALZA.

SONO ATTIMI ETERNI.

LAMPI DI AURORA CELESTE
IN CUI RISORGONO LEGITTIME ALTEZZE DEL VERO VALORE.

CIELI RINATI FRA ABISSI MENTALI
CHE VENGONO SMOSSI E PERCORSI DA LUCI RISORTE.

VERO VOLTO SI IMPRIME
SOTTILISSIMO E NETTO.
QUALE VESTE DEL SOLO VALORE CHE SOSTIENE IL REALE.

ESSENZA DEL LOGOS
CHE NEL PENSARE DARDEGGIA DALL’IO.
E SOLLEVA.

.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

SPIGOLATURE

Rudolf-Steiner-

“Ogni parola di Steiner tornava a noi più profonda, immensamente arricchita quando Lui la pronunciava”

Questa è una di quelle frasi che molti discepoli del Dottore hanno scritto rievocando una impressione comune per coloro che ebbero in sorte la possibilità di essere presenti e di udire la sua voce. Un ricordo, ma uno di quei ricordi che non abbandonano più l’anima per il resto del suo cammino.

Perché dentro c’è tanto. Ma che a mettere in parole è assai difficile, forse troppo difficile. E vale anche per me che ormai do per scontate fin troppe cose. Ora (se qualcuno lo ignorava…) insisto più volentieri a sottolineare il carattere precipuo dell’esercizio interiore, poiché i grandi ostacoli vengono dall’anima: l’anima comune che svolge funzioni naturali e necessarie, ma che nello spiritualismo mi pare fin troppo celebrata. Quell’anima in cui ci identifichiamo e che desidera l’omeostasi, la stabilità della propria condizione.

Al contrario, è proprio quando le sue funzioni naturali vengono sospese o deviate o invertite, si apre il varco interiore in cui si libera il percorso tra la volontà e il pensiero: condizione che non è il “risultato” o un risultato esotico e isolato, ma è la pietra angolare della reintegrazione.

Vista la situazione interiore di quando si comincia, di come si comincia, che è come una trama di nebbie fitte, tutte le situazioni umane che ho potuto osservare nel corso di molti decenni (compresa la mia) mi hanno indicato che il capire questo percorso è cosa difficilissima e che la semplice comprensione intellettuale o peggio ancora una acritica adesione sentimentale non vale un centesimo bucato (ho scritto “comprensione intellettuale” e così ho detto una stupidaggine poiché il comprendere è cosa serissima, sacra, persino rara. Credo che la comprensione abbia poco o niente a che fare con ciò che nel mondo passa con questo termine). Neppure una onesta ma astratta decisione riesce a mandare avanti qualcosa. Queste sono le buone intenzioni che illuminano il cielo della coscienza di una realtà simile all’effimera fioritura di un fuoco d’artificio.

Per fare qualcosa (di vero) serve che tutto l’uomo risponda all’appello. Non è necessario che lui ne sia completamente consapevole. Anzi, se si muovesse solo quello che c’è nella consapevolezza faremmo ben poco.

Ad un certo momento –  dopo molto ma anche subito – rivedendo il proprio percorso più essenziale di vita o abbandonandosi a una particolare condizione meditativa oppure attraverso una percepibile irruzione delle profondità sollecitata da una richiesta altrettanto profonda, ascende attraverso gli strati oscuri dell’anima una causa: è senza nome ma possiamo chiamarla karma prenatale, Io superiore, grazia divina, Tao…oppure anche stare zitti: succede che ci viene data la bicicletta e pedalare è poi affar nostro.

Possiamo anche gettare la bici (scusate la grossolanità dell’analogia) in un fosso e vivere come non fosse successo niente. E’ il bello di quella eccezionale condizione di libertà che possediamo nella sfera terrestre.

Quando Scaligero era presente, buttare l’evento interiore nel fosso era assai più difficile. Non perché vi fosse coercizione, ma perché ogni sua parola si formava come un involucro dello Spirito.

Talvolta la “testa” non afferrava, ma il cuore sì; esso riconosceva con stupita devozione la consonanza. Lo Spirito riconosceva lo Spirito.

Le sue, alle volte assai parche parole, praticamente le vedevi entrare nel mondo come fosse la prima volta oppure come rarità preziose: erano epifanie. Spesso intervallate dal silenzio. Anche il suo grande mentore, il dott. Colazza, faceva del silenzio un’arte: illuminante per alcuni, insopportabile per altri. Chi lo conobbe coniò il termine “silenzio attivo”, intuendo che il suo lavoro spirituale si svolgeva ben oltre la dottrina, la logica, i suoni e i rumori.

Come ho scritto sopra, bastava che una singola parola del Dottore venisse pronunciata da Scaligero ed era come la sentissi per la prima volta: diventava una porta aperta su altezze e profondità di cui mai ti saresti accorto: intuivi a malapena quale potesse essere il vero livello del discorso. Toccavi con mano la tua distanza, l’abisso che ti separa dalla vera comprensione dell’Opera del Dottore e dell’interiore tenore – sopramondano – di Massimo Scaligero.

Racconto un fatto narratomi da persona che poi fu molto vicina a Scaligero: andò da lui quasi con rabbia avendo conosciuto fin troppi spacciatori di spiritualità: “Forza! Proviamo a conoscere anche questo…tanto…, uno in più…”. Palesemente aggressiva si impose di ascoltare anche Scaligero.

Massimo, in tutta calma, le espose la costituzione interiore dell’uomo. Non aggiunse nulla.

Però la persona in questione, uscita poi in strada, sentiva a malapena il selciato: “Camminavo ma era come se non toccassi il terreno e, a tratti, forse non lo toccavo”.

A me, che spremevo tante concentrazioni ma poche meditazioni (nessuna), un giorno chiese: “Fai meditazione?” gli risposi di no e lui: “E’ persino più facile della concentrazione”. Un lieve sospiro, (che tradussi in un: “che lavoraccio con queste teste dure”) poi disse: “Ti mostro come si fa”. Pronunciò una parola, per niente misteriosa e feci…la meditazione più intensa e perfetta della mia vita. Fu un suo dono.

Non possiamo “imitare” Massimo Scaligero, come, sbattendo le braccia, non si può volare nel cielo tra le aquile; questo è certo. Ma potrebbe essere realistico ricordare il livello dello Spirito e delle Virtù che generosamente donava imparzialmente a tutti.

Ma poi occorre coraggio dell’azione individuale, tutta nostra.

*

Come scrisse un amico, la corda va tesa, senza curarsi se si spezza: che si spezzi!

Esiste per l’uomo anche il coraggio di conoscere ciò che egli è, che si è: il coraggio nella umana desolazione, quello crudo e senza fingimento. Lì intorno, il riduzionismo antroposofista che si traveste di ampiezza è il porto sicuro della menzogna. Il pannicello protettivo che cela la realtà, che ottunde, che travia.

In un commento, un valido collaboratore ora passato su posizioni piuttosto diverse, osservò come dietro ai sermoncini di qualcuno, alle assai più dotte conferenze o scritti di altri, ci fosse l’impulso inconscio di frantumare, diluire, soffocare l’atto più conseguente: pensare liberamente e volitivamente il pensiero originale dell’Iniziato.

Esso è lì, in attesa di essere nuovamente pensato sino alla consumazione della sua necessaria forma dialettica: da lì si può risalire…oppure ci si curva in spiegazioni, deduzioni, nessi culturali. Cosa non impossibile che accresce persino l’aura di autorevolezza di alcuni personaggi, ma che, a guardarci negli occhi, è solo fuga, paura e vergogna.

L’eterno soliloquio, il moto perpetuo del pensiero insignificante, va dominato, va arrestato: occorra pure un tempo quasi infinito. Un tempo si attenuava con molti mezzi la sua attività: ora questa strada butta a mare centinaia di anni di evoluzione e offre il quasi certo rischio di uno stato in cui la presenza dell’Io viene appannata sino allo sconfinamento in quella landa tra veglia e sonno chiamata trance o rêverie. Ora occorre immergersi con coraggio nel fiume del pensiero con un pensare più vigoroso, più intenso del suo corso naturale, ma non è cosa facile: è un’azione faticosa e dolorosa: afferra, in concreto, tutto l’uomo: tutto l’essere ne è coinvolto.

E’ possibile avvertire la ribellione dell’ordinario pensiero psichico che vuole contrastare con ogni mezzo la rinascenza di ogni singolo pensiero voluto dall’Io e certo, non è una scaramuccia ma una lunga guerra: una contesa tra due soggetti. Guerra che si svolge sul terreno della libertà umana: è il luogo dove maestri o dei non hanno accesso. Nemmeno le vittorie vengono vinte una volta per tutte: ciò che oggi si è conquistato può venir perduto domani. Ciò spiega gli strani – tragici – arretramenti di figure notevoli che ripiegano su posizioni di rendita personale o persino antitetiche alla strada originariamente intrapresa.

*

Ho scritto che tutto, dell’uomo, viene coinvolto. Allora qualcuno potrebbe, a ragione, chiedersi a cosa andrebbe incontro ciò che si sente come proprio. Nell’anima, ciò che sentiamo come maggiormente nostro riguarda la sfera del sentimento: lo avvertiamo come un mondo che appartiene solo a noi stessi, dunque per ogni individuo è cosa preziosissima.

Il problema che si pone è questo: da un simile atteggiamento non è possibile qualsiasi altro passo: grossolano o raffinato che sia, il sentire tende ad alimentare se stesso, a vivere in sé. Questa è la condizione che possiamo chiamare naturale.

Ma l’operatore, il ricercatore, l’asceta vuole evolvere ed è assolutamente possibile portare il sentimento in tale evoluzione. Purché non entrino in gioco e si rafforzino rappresentazioni comuni ma errate. Sono quelle che derivano dalla tendenza naturale indicata sopra. Parlo della “nobilitazione dei sentimenti”. Sentite, in ogni uomo normale convivono molte cose diverse: alcune (o molte) belle e splendide, altre (o molte) vergognose e brutte. In questo senso vi sono davvero uomini migliori e uomini peggiori…poi magari, in momenti particolari tutto si ribalta e dal migliore scaturiscono pessime azioni mentre il peggiore agisce con generosità ed eroismo. Ho conosciuto tanto velleitarismo ma scarsissimo prodotto: tuttalpiù abit-udini, cioè abiti: roba indossata.

La rappresentazione più corretta ci indica non il nobilitare, ma il trasformare. La differenza tra i due si misura col metro della realtà. Può apparire come immagine di gradini di sviluppo.

Il primo è indiretto (tutti sono indiretti se non si voglia, come ha sottolineato un collaboratore di Eco, cadere nella stupidità astratta di parlare di “sentire il sentire”). Si consegue con il lavoro che permetta di coniugare il pensiero con la volontà: in ogni suo momento il sentire è presente, ma nella apparente forma negativa: è il non-sentire: il sentire vuoto. Qui in realtà la potenza del sentire è superiore ma l’abitudine al “pieno” rende difficoltoso tale riconoscimento (pure nella percezione di correnti eteriche si sperimenta come esse si presentino come correnti di “vuoto” rispetto alle percezioni di natura). Dal sentire ordinario trae forza il sé inferiore, l’io psichico. Più l’Io si fa strada nell’immanenza, più retrocede l’io inferiore col suo mondo sentimentale.

Il carattere di imperturbabilità dell’Io permette l’acquisizione di un dominio di sé tale da essere in grado di percepire la gamma dei sentimenti senza che questi travolgano la vita dell’anima. Inizia la capacità di sperimentarli ma senza esserne invasi e catturati: questo è il secondo gradino.

Il terzo gradino va pari passo con l’autonomia dell’Io che, di solito, è relazionata ai momenti in cui il pensiero dialettico viene completamente estinto anche nei suoi riflessi: qui vige il silenzio, vivo e pieno. Allora, in questo silenzio, possiamo accorgerci che gioia o dolore giungono a noi come fossero sostanza di altri. L’esperienza è netta, possiamo persino stupirci della sua inusitatezza. Allora il piacere e dispiacere ci giungono come ogni altro oggetto del mondo: possiamo contemplarli e chiedere a noi stessi cosa essi vogliano comunicarci: sono diventati organi di percezione di qualcosa, come lo sono gli occhi sensibili che permettono di vedere le cose che stanno fuori.

Queste sono condizioni che mutano, purtroppo a tratti, l’organamento dell’anima nella sua realtà. Comunque il “travaso” che avviene sulla psiche è pur esso assai notevole: porta a diversi cambiamenti che modificano la precedente “visione del mondo” ed in particolare il nostro rapporto con le indicazioni del Dottore,  financo il significato e lo svolgimento dei cinque ausiliari che tutti credono di conoscere.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO – GIUGNO 2015

san-giovanni

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 76

Socialità
L.I. Elliot Anime in fuga

Poesia
F. Di Lieto Dendrologia

Medicina
F. Burigana Meravigliosa complessità

AcCORdo
M. Scaligero La musica degli Angeli

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Sokrates muß sterben!

Tripartizione
M. Scaligero La Tripartizione dell’organismo sociale

Il Maestro e l’Opera
I. Stadera Il Karma e la terapia del pensare

Inviato speciale
A. di Furia Questo ponte non s’ha da fare

Esoterismo
M. Iannarelli Digressioni sul rapporto tra Lucifero e Cristo

Antroposofia
R. Steiner Approccio al Cristianesimo della Scienza dello Spirito

Costume
Il cronista Panic room

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani Tuscania

 Arretrati

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Archivio a-Z

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

TECNOLOGIE ALIMENTARI E ALTRI ORRORI

I-veleni-bianchi-sale-zucchero-farina-e-latte zucchero

La premessa a questa nota è abbastanza semplice. Il punto cruciale rimane sempre il pensare che, integrato alla percezione, produce conoscenza. Sembra quasi che vi siano due tipi di pensiero e altrettanti di percezioni: i primi superiori ai secondi. In parole povere, se il tema che viene afferrato dal pensare si traduce in pensieri che sembrino riguardare lo Spirito, (per gli spiritualisti) va tutto bene mentre pensieri d’altro tipo paiono quasi privi di diritto di cittadinanza. Per l’asceta questo è un equivoco che deve essere chiarito in fretta. Invero non si può essere operatori moderni se l’eco formale della Tradizione domina la nostra anima. Scaligero ha osservato e scritto che il pensiero non muta pensando Dio o una seggiola (e quante volte l’ha ripetuto ad amici e discepoli della Via Solare anche usando termini più crudi!). Il pensiero non è più vero se volge ad un testo antroposofico piuttosto che al manuale del piccolo chimico. Esso è più vero se è più forte, se è più concentrato, se è più cosciente, se c’è “IO” in esso: allora s’avvicina a realizzare la propria, spirituale natura: solo allora lo spettro semiautomatico che si dice uomo prende sostanza e diritto d’umanità. Tenete conto di ciò nel leggere i cenni e frammenti di rigorosi esperimenti scientifici, compiuti in tutto il mondo nell’ultimo decennio e conosciuti da Okinawa a Ottawa grazie alla rete, che non è quella di un ragno, ma, dall’origine, un modo per comunicare veloce tra scienziati. Chinandomi allo spazio tiranno voglio darvi subito qualche ragguaglio circa la realtà di prodotti del tutto comuni e “naturali” che attraversano i labirinti della tecnologia alimentare contemporanea.

Il latte: sino a vent’anni fa tutti accettavano l’indubitabile nozione che il latte faceva bene. Oggi il consumo di latte è accusato di tutto, dalle infezioni croniche al cancro e al diabete. C’è l’intolleranza al lattosio, l’allergia alla caseina. Sebbene alcune fortunate persone siano geneticamente equipaggiate per digerire il latte in tutte le sue forme, quello che si acquista nei negozi andrebbe evitato. E’ dannoso.

Vediamo di capirci. La mucca moderna è un mostro di natura. Un secolo fa le mucche producevano 8 – 12 litri al giorno, quelle di oggi (es.: le Holstein) arrivano a produrre tre o quattro volte tanto. Si è giunti a produrre animali con ghiandole pituitarie anomali attraverso selezioni e alimentazione proteica. La pituitaria non produce solo ormoni di stimolo alla produzione del latte ma anche gli ormoni della crescita. Essi sono presenti nella parte acquosa del latte, non nel grasso. L’eccesso di ormoni pituitari è associato alla comparsa del tumore.

La mucca con pituitaria superattiva è malata: secerne quasi sempre pus nel latte e richiede dosi frequenti di antibiotici. Troppo spesso le mucche sono alimentate con miscele ricche di proteine di soia. Ciò, oltre a stimolare maggior quantità di latte incrementa nell’animale l’incidenza di mastiti, sterilità e problemi epatici.(1)

(L’alimentazione appropriata è l’erba verde, specie quella a crescita rapida di primavera e autunno. Il latte delle mucche alimentate correttamente contiene il fattore Price e l’anticancerogeno CLA, oltre una alta quantità di vitamine e minerali).

Passiamo alla pastorizzazione del latte che, come tutti sanno, ci protegge dalle malattie! Le moderne macchine per produrre il latte, i contenitori in acciaio inossidabile, l’efficiente confezionamento, ecc. rendono la pastorizzazione perfettamente inutile. Ma, peggio, la pastorizzazione non garantisce l’assenza di impurità. Tutti i casi di salmonella dovuti al latte, verificatisi negli ultimi decenni, hanno fonte nel latte pastorizzato (nel 1985, in America, un’epidemia in tal senso colpì oltre 14000 persone ed il ceppo nella partita di latte era resistente alla penicillina e alla tetraciclina). Il latte non pastorizzato contiene batteri produttori di acido lattico, protettivo per eccellenza dai patogeni. La pastorizzazione distrugge tali organismi utili, lasciando il prodotto privo di protezione nel caso di contaminazione. Nel tempo il latte non pastorizzato si acidifica, quello pastorizzato imputridisce. E non solo: il calore altera gli amminoacidi lisina e tirosina, rendendo difficoltoso l’assorbimento del complesso proteico; la perdita della vitamina C supera il 50% mentre la perdita di altre vitamine idrosolubili giunge al 80%; il “fattore Wulzen” o antirigidità è totalmente distrutto, idem per la vit. B12, necessaria per la salute del sangue ed il funzionamento del sistema nervoso; riduce la quantità di calcio, cloruro, magnesio, fosforo, potassio. Alcuni studi indicano che la pastorizzazione altera il lattosio. Ciò, e il fatto che il latte pastorizzato pone sforzo al pancreas per produrre enzimi digestivi, fa collegare, nelle società evolute, il consumo di latte al diabete. La pastorizzazione distrugge inoltre tutti gli enzimi presenti nel latte: la prova della riuscita del processo è l’assenza di enzimi. Questi aiutano il corpo ad assimilare i fattori costruttivi, compreso il calcio; perciò coloro che bevono il pastorizzato possono soffrire di osteoporosi. E arriviamo alle ultime infamie: dopo la pastorizzazione, a volte vengono aggiunte sostanze chimiche per smorzare l’odore e ripristinare il gusto. Sono aggiunte le vitamine sintetiche D2 e D3, la prima è tossica ed è stata collegata alla cardiopatia mentre la seconda è di difficile assimilazione. Alla cardiopatia è stata anche collegata l’omogeneizzazione. Non dimentichiamoci del latte scremato in polvere. I metodi di disidratazione commerciale ossidano il colesterolo nel latte in polvere, rendendolo dannoso per le arterie. L’essiccazione attraverso le alte temperature crea grandi quantità di proteine con legame crociato e di nitrati, potenti cancerogeni, oltre all’acido glutammico libero, tossico per il sistema nervoso. Sembra spaventoso, ma in realtà nelle persone sane tutto questo produce soltanto allergie, fatica cronica e una sequela di malattie degenerative.

Vi prego di continuare a rammentarvi che riassumo, fotografo, brevi spezzoni dimostrativi: in poche pagine non posso fare di più e comunque non sono “l’esperto” che ci vorrebbe.

Ai fini pratici, del tipo “se lo conosci lo eviti”, vorrei spendere alcune righe sui grassi idrogenati che fanno da re in merendine, biscotti, patatine e che sono presenti, in media, nel 40% degli alimenti che trovate nei supermercati (ora stanno venendo sostituiti con olio di palma, economico ma estremamente calorico).

Il punto di partenza sono gli oli più economici (soia, mais, semi di canola, già rancidi a causa del processo d’estrazione). L’idrogenazione è il procedimento che trasforma i polinsaturi, normalmente liquidi a temperatura ambiente in grassi solidi a temperatura ambiente: la margarina e il grasso. Gli oli di cui sopra vengono mischiati con minuscole particelle di metallo, solitamente ossido di nickel. L’olio con il suo catalizzatore (nickel) viene esposto a gas idrogeno in un reattore ad alta pressione e alta temperatura. Nella miscela vengono poi inseriti emulsionanti simili al sapone e amidi per una miglior consistenza; il prodotto è nuovamente soggetto a alte temperature quando è pulito a vapore: serve ad eliminare l’odore sgradevole. Anche il colore, grigiastro, è poco appetibile ma, grazie al cielo (!), è modificato con la varechina. Un’aggiunta di coloranti e aromatizzanti ed è pronto per essere venduto come l’alternativa sana al burro. Le margarine ed i grassi parzialmente idrogenati (noti come: olio idrogenato, olio vegetale parzialmente idrogenato, transgrassi, acidi grassi trans, margarina, margarina vegetale) sono per noi ancora peggiori degli oli vegetali molto raffinati di cui son fatti a causa delle trasformazioni chimiche (alchimie perverse) che si verificano durante il processo di idrogenazione. Nelle alte temperature, il nickel catalizzatore spinge a cambiare gli atomi di idrogeno nella catena degli acidi grassi: prima, nella catena sono presenti coppie di atomi di idrogeno che costringono la catena a piegarsi leggermente creando una concentrazione di elettroni nel punto del doppio legame. E’ detta formazione cis ed è la configurazione più comune presente in natura. Con l’idrogenazione, un atomo della coppia si sposta dall’altra parte e la molecola si raddrizza. Si chiama formazione trans e provate ad indovinare: è raramente presente in natura. I grassi trans da laboratorio sono tossici ma il sistema digestivo non li riconosce come tali e vengono incorporati nelle membrane cellulari come cis. Entrati, i trans con i loro atomi di idrogeno fuori posto creano problemi di metabolismo cellulare.

I grassi idrogenati alterati bloccano l’utilizzo degli acidi grassi essenziali, causando: disfunzione sessuale, aumento di colesterolo ematico e la paralisi del sistema immunitario(7). Il loro consumo è associato al cancro, l’arteriosclerosi, il diabete, l’obesità, la riduzione della vista, la sterilità, difficoltà di lattazione, stati infiammatori a ossa e tendini(8). Parlando di acquisti, la popolarità della margarina parzialmente idrogenata (rispetto al burro) è il trionfo della pubblicità sulla conoscenza. La miglior difesa è evitare alimenti idrogenati o nascosti nella lista degli ingredienti come la lebbra.

Potrei annoiarvi ancora con tante altre sostanze: mi limito a raccomandarvi il Glutammato Monosodico (noto anche come: glutammato di sodio, E 621, glutammato libero, estratto di lieviti, lieviti autolizzati, proteine idrolizzate, Accent) di cui accenno a solo una delle sue caratteristiche: il glutammato è anche una eccitotossina e un alto livello di questa provoca danni al cervello. Il dott. Olney, esperto mondiale di glutammato, scrive: “Penetra facilmente in alcune regioni cerebrali (ipotalamo) distruggendo velocemente i neuroni negli uomini e negli animali”(9). Come “esaltatore di sapidità” è onnipresente nei cibi raffinati.

Infine, per togliervi quel briciolo di certezze che rimane sempre, concludo questa breve passeggiata tra le mine antiuomo di tutti i giorni aprendo il dossier di un efferato killer , chiamato anche: la morte bianca.

Di solito lo chiamiamo zucchero. Cerchiamo di capirci: in quantità modesta è un alimento utile, anzi necessario alla coscienza, al cervello, alle funzioni corporee, ma negli ultimi decenni, nella società occidentale è stato introdotto pressoché in tutti gli alimenti, anche nei cosiddetti alimenti salubri come i cereali poveri di calorie, yogurt, cracker senza grassi e così via. Dunque perché lo zucchero (glucosio, fruttosio, saccarosio, galattosio, maltosio, destrosio e lattosio) fa male? Perché ora l’occidentale nella media assume un kg di zucchero la settimana. Avete letto bene: alla settimana! (sino a un kg e mezzo nei paesi anglosassoni, in Canada voliamo a quote ancora più elevate). In pratica, questa enorme quantità di zucchero fa sfracelli nell’organismo. Favorisce gagliardamente l’obesità, le cardiopatie, il diabete e l’alta pressione. Inoltre, causando rapide fluttuazioni nei livelli glicemici (spinta in alto seguita, mezz’ora dopo, dal crollo glicemico) vi lascia desiderosi di altri alimenti zuccherati (rilascio di dopamina) e così vi trasforma in zucchero–dipendenti. Immaginate che questo sta veramente accadendo per la maggioranza dei giovani e bambini del mondo occidentale e vi sorgerà il sentimento che, per gli effetti futuri, si profila una catena di problemi più gravi di una guerra regionale(10) (11).

Stiamo sfiorando la spuma di un mare oscuro che le tradizioni non prevedevano e gli studi antroposofici di settore conoscevano poco. L’unica difesa che ci rimane è la capacità di pensare autonomamente, senza rifugiarci nel mito. A mio avviso il vero ricercatore di Scienza dello Spirito può, anzi dovrebbe pensare tutto, purché immetta IO nel pensiero che pensa, soprattutto per quanto riguarda la scienza contemporanea. Sia chiaro che posso ammirare gli studi di Hermann Poppelbaum o di Gerhard Schmidt, ma nella velocità dei cambiamenti, essi sono rimasti indietro. Poppelbaum dice: “ Non esistono nell’universo sostanze non appartenenti a nessuno ma per le sostanze sintetiche prodotte dall’uomo forse le cose non stanno così” Ebbene, da quel tempo ad oggi sono state create più di 52 sostanze che non esistevano in natura e che, per forza maggiore, respiriamo, mangiamo, assorbiamo per osmosi. Schmidt, sulla traccia data da Steiner, osserva come l’evoluzione umana sia collegata all’elemento zucchero: vedete nelle righe precedenti e in quelle successive della mia nota a cosa questo binomio stia portando. Ripeto: sono stati lavori molto pregevoli ma ora da essi l’eventuale ispirazione ci porta indietro ad un tempo di certo migliore ma incapace di comprendere le istanze che urgono davanti a noi. Ora.

Le cose cambiano. C’è un divenire. E, se si è avanti nell’età, sembra che tutto (o quasi) vada peggio.

*

Quelle che seguono sono semplici indicazioni, suggerimenti generali per il benessere del corpo e della base corporea della mente che si giustificano soltanto alla luce della pura sperimentazione contemporanea.

Attività fisica: essa stimola l’accelerazione del metabolismo, riduce i livelli di insulina, provoca l’aumento del colesterolo buono HDL (riducendo il rischio di cardiopatie) e della resistenza al declino mentale legato all’età, protegge, in misura per ora non quantificabile, dal morbo di Alzheimer.

Controllo dei carboidrati: visti i picchi insulinici forniti dagli eccessi di carboidrati, che causano divisione cellulare, resistenza all’insulina e la glicazione delle proteine, possiamo parlare di moderazione nell’assunzione dei carboidrati.

Parliamo di indice glicemico e carico glicemico (Il c.g. È il prodotto aritmetico dell’indice g. per la quantità di carboidrati). L’indice glicemico misura quanto l’alimento specifico aumenta i livelli glicemici ematici. Più alto è il numero (da 1 a 100) più veloce è la conversione. 100 è rappresentato dal pane bianco o dal glucosio. Si consiglia di mangiare pochi alimenti con IG alto (da 70 a 100) ma principalmente con IG basso (55 o meno). La pasta, piatto nazionale, è di indice 55. I carboidrati fibrosi causano una conversione glicemica molto bassa (cocomero, carota). In sintesi: i carboidrati che meno tendono ad aumentare l’insulina sono meno inclini a stimolare depositi di grasso e le malattie connesse all’invecchiamento. In pratica sarebbero da evitare alimenti contenenti zuccheri nascosti ossia: sciroppo di mais, melasse, fruttosio, destrosio, turbinado, amazake, sorbitolo, polvere di carruba, saccarosio e sciroppo d’acero. Quando valutate i meriti di un pasto sano, sappiate che un cucchiaino di zucchero raffinato è pari a 4 g di zucchero, perciò un prodotto che contiene solo 16 g di carboidrati non fibrosi per porzione contiene 4 cucchiaini di zucchero.

Antiossidanti : le reazioni ossidative fuori controllo sono collegate all’aumento dei radicali liberi, i supercattivi nel nostro corpo (la teoria dei radicali liberi è complessa, in sintesi: ogni tipo di RL è una molecola a cui manca un elettrone nella struttura esterna. Ciò rende i radicali liberi instabili e alla ricerca di un modo per rimpiazzare l’elettrone mancante. Quando incontrano una cellula normale sana rubano un elettrone dalla struttura esterna della parete cellulare, danneggiando così la cellula e innescando una reazione a catena, con ogni molecola cellulare danneggiata che cerca di rimpiazzare il suo elettrone mancante. Il risultato finale è un gruppo di pareti cellulari permanentemente danneggiate che possono condurre a problemi come il cancro, cardiopatia, artrite, ostruzione delle arterie, ecc.) Il sistema di antiossidanti connaturato nel corpo declina con l’età. Inoltre, il cervello, che è composto per la maggior parte di grassi è particolarmente soggetto all’ossidazione e la ricerca dimostra che le persone che assumono una quantità maggiore di antiossidanti sono anche quelle più sane. Il fatto che gli antiossidanti aiutino a preservare la funzionalità cerebrale è già una ragione sufficiente per assumerli e, inoltre, contribuiscono alla difesa dell’organismo contro malattie gravi come il cancro, l’aterosclerosi e la degenerazione cerebrale. Gli antiossidanti sono abbondanti negli ortaggi (cavoli, cavolini di Bruxelles, carote, ecc.) e nella frutta di colore accentuato (fragole, ribes, mirtilli, ecc,). Tra le molte sostanze assumibili come integratori ci sono: betacarotene, vitamina C, vitamina E, selenio, zinco, CoQ10, acido alfalipoico in forma R (R – ALA), gingko biloba, estratto di semi d’uva.

Antiinfiammatori: Data l’influenza dei processi infiammatori in moltissime malattie e traumi, il consiglio è di adottare strategie antiinfiammatorie. Ricordatevi che moltissimi esperimenti, prolungati nel tempo, attestano che l’intervento precoce può arrestare e persino invertire il declino cognitivo associato al binomio invecchiamento e stati infiammatori. Tra gli alimenti vi sono ortaggi come cavolo verde, alghe e altri ortaggi verdi e frutta come mirtilli, olive, avocado, papaia e ananas. Tra le sostanze abbiamo la vitamina C, D, E e gli eccezionali grassi omega – 3. Questi ultimi sono indispensabili alla salute del corpo e dell’attività cerebrale. Inoltre proteggono il sistema cardiovascolare, diminuiscono il rischio di cancro, riducono sensibilmente gli stati depressivi e altro ancora in rapporto alla quantità, in grammi, d’assunzione.

Riduzione delle calorie : Troppo cibo, anche il più salubre, produce quantità enormi di radicali liberi (molecole iperattive come superossido, idrossile, ossigeno singoletto e perossidi) che danneggiano le pareti delle arterie e avviano l’accumulo di depositi di grasso bloccanti il flusso ematico. Si valuta inoltre che la riduzione indiretta dell’assunzione di zucchero, smorzando le calorie, riduca la produzione di insulina e la conseguente divisione cellulare legata al cancro, i danni ai grandi e piccoli vasi ematici e diminuisca la formazione dei glicati avanzati causanti l’invecchiamento prematuro. Sia quel che sia, è saggio abituarsi all’assunzione di nutrienti sufficienti, senza affamarsi, ma anche senza mantenere, da sedentari, un volume di cibo adatto ad un boscaiolo canadese! Il che non è facile se si viene a sapere, come esempio, che il contenuto di una sola lattina di una famosissima bevanda globalizzata, contiene, in zuccheri, più di quanto abbisogna l’organismo per una giornata.

Il sonno: In occidente si stima che il 74% di persone soffre di problemi di sonno, alcune o più notti alla settimana. Si è scoperto che: una sola settimana con carenza di sonno altera i livelli ormonali e la capacità di metabolizzare i carboidrati; aumenta il livello di cortisolo associabile alla resistenza all’insulina e alla perdita di memoria; i livelli glicemici impiegano a calare con il 40% di tempo maggiore e la risposta all’insulina precipita del 30%. Il fabbisogno di sonno è comunque soggettivo ma viene facilmente snaturato da diverse pessime abitudini: ho assistito persone stressate e aggressivizzate che sono ritornate ad un buon equilibrio con un aumento di mezz’ora di sonno associato ad un’integrazione di fosfatidilserina.

In una ancora più generale visione dell’insieme si potrebbe aggiungere qualche strategia nutrizionale controcorrente rispetto ad alcune abitudini inveterate e alle tradizioni familiari: Fare 5 – 6 piccoli pasti al giorno. Fare pasti piccoli e frequenti aiuta ad aumentare il ritmo metabolico (bruciare più grasso), stabilizza i livelli glicemici nel sangue (energia costante durante il giorno), migliora l’assorbimento dei nutrienti. Mangiare di più al mattino e ridurre l’assunzione calorica col progredire della giornata; col procedere del giorno il metabolismo rallenta, quindi fare pasti più piccoli e limitare l’assunzione di carboidrati la sera può essere un passo positivo verso il sano dimagrimento.

Riassumendo: attività fisica, controllo dei carboidrati, antiossidanti, antinfiammatori, restrizione calorica e sonno sufficiente, possono riportarvi al miglior stato di salute fisica e psichica che vi è stato potenzialmente concesso.

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Riferimenti.

1) Enig MG, the cookbook that challenges politically correct nutrition and the diet dictocrats. 2000.

2) Joseph D, MD, and Jerry J., MA, The Kellog Report, 1989, institute of health policy, Annandale, NY,174.

3) Maclaren, N, et al, New England Journal of Medicine, jul. 1992.

4) Fraser, DR, The Lancet, jan 14, 1995.

5) Thomas, MK et al, New England Journal of Medicine, mar 19, 1998.

6) Samuels, JL, “MSG Dangers and Deceptions, Price-Pottenger Nutrition Foundation, 1998.

7) Holman, RT, Geometrical and Positional Fatty Acid Isomera, 1979.

8) Enig, MG, PhD, Trans Fatty Acids in the Food Supply, dec 1991.

9) Olney, JW, Exitotoxins in foods. Neurotoxilogy, Review, 1994.

10) Daly ME, Alberti KG et al, Dietary carbohydrates and insulin sensivity, Am J Clin Nutr, 1997 nov.

11) Mittendorfer B, Sidossis LS, Mechanism for the increase in plasma triacylglycerol concentrations after comsumption of short term, high carbohydrate diets, Am J Clin Nutr. 2001 may.

SALUTE

IL “MISTERO” DEL PENSIERO PURO

Pensare liberato

(Pensare liberato – Marina Sagramora)

Proseguendo il nostro percorso nella “filosofale” opera filosofica di Rudolf Steiner, troviamo indicata l’importanza capitale dell’esperienza del “pensiero puro”, di quella esperienza del “pensiero libero dai sensi”, che fu decisiva per la scelta di Massimo Scaligero – come egli stesso racconta in Dallo Yoga alla Rosacroce – del sentiero da seguire, cui consacrare tutta la sua vita.

Molti, di fronte all’esperienza del pensiero puro, vanno letteralmente in debito d’ossigeno, sentendo quanto esso operi come “dissolvente universale” – per usare l’ermetica espressione degli Alchimisti – delle strutture “naturali”, ossia di quella natura caduta , sulle quali si appoggia l’uomo animale. Perché ancora l’uomo non è veramente “uomo”, e l’Io, come ammonisce ripetutamente massimo Scaligero, non è ancora l’Io ch’egli dice di essere, non potendolo essere sino a che egli si trovi immerso, anzi prigioniero, di una natura animale che lo asserve e lo degrada. Su ciò l’essere umano si fa molte generose illusioni, che possono essere dissolte solo da esperienze molto dolorose, o da una coraggiosa Conoscenza.

Il voler conseguire tale Conoscenza liberatrice, il tentar l’impresa dell’altezza, come la chiama Dante, spinge il ricercatore spirituale all’Ascesi del Pensiero. Ma è necessario essere ben risoluti in tale Ascesi, perché la natura animale in noi si ribella con tutte le sue forze e insidia l’impresa interiore con tutte le astuzie ch’essa può escogitare, attingendo ad una perversa sapienza e alla consumata esperienza di millenni di incontrastato dominio sull’essere umano.

Le “filosofali” opere filosofiche di Rudolf Steiner sono il tracciato di un Rito interiore che l’asceta deve compiere per risvegliare e liberare l’elemento spirituale in lui. I pensieri di opere come Lineamenti di una teoria della conoscenza della Concezione goethiana del mondo, o di Verità e scienza, o della stessa Filosofia della libertà, non sono “spiegazioni” teoretiche, ma rigorose operazioni interiori, che devono essere attuate e vissute concretamente. La chiave del Rito della resurrezione del conoscere, della resurrezione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, dal cadavere della morta riflessità è la Concentrazione, la quale TUTTO può realizzare e da nulla può essere sostituita.

Lo scritto di Hendrik Knobel che, per la prima volta appare in italiano, può essere un aiuto prezioso al ricercatore spirituale, che energicamente si impegni nella pratica della Via del Pensiero. Egli non era un “filosofo”, bensì un praticante interiore ed un energico pensatore.

Importante la sua osservazione sul fatto che le qualità sensibili vengono liberate dal pensiero dal loro legame con la corporeità e assunte nel pensiero libero dai sensi. Ciò spiega l’insistenza di Rudolf Steiner sullo “studio”, rosicrucianamente inteso come gradino dell’Iniziazione, e il suo donare le immagini dell’evoluzione cosmica, nella descrizione della quale – come fa nel IV Capitolo della Scienza Occulta – le immagini provenienti dall’esperienza dei sensi sono veicolo dell’esercitarsi meditativo dell’asceta nel “pensiero libero dai sensi”. Nel successivo V Capitolo, egli indica esplicitamente tale operazione meditativa.

Nel pensare puro le qualità sensibili vengono liberate dalla loro dipendenza rispetto alla mediazione corporea e “incorporate “ nel concetto, del quale nella Concentrazione si giunge a sperimentare la natura eterica indipendente dallo spazio e dal tempo. L’idea di una casa grande non è “grande, e l’idea di un albero verde non è “verde”, come già osservava Platone.

La traduzione di questo scritto non è stata semplice, e mi sono attenuto al principio di essere il più fedele possibile alla lettera dell’Autore, per non tradirne il pensiero, e per renderne con la massima chiarezza il tessuto ideante, che il ricercatore spirituale può percorrere e rivivere.

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IL PENSIERO PURO

di

Hendrik Knobel

Il pensiero come facoltà dell’anima si è sviluppato nell’umanità a partire dall’antichità greca e può essere colto, nella sua evoluzione attraverso i secoli. Non è difficile, nell’epoca attuale, conquistarsi una chiara conoscenza di ciò.

Un’altra cosa è il concetto di pensiero puro, puro nella misura in cui esso sia libero da tutto ciò che come percezione sensoria, che come percezione in genere può impregnare il pensiero.

Ora, questo pensiero puro per concorde autosservazione  – secondo l’opinione di molti – non può esistere. Il pensiero sarà sempre compenetrato di dati sensibili. Senza questi il pensare può avere verun contenuto che si manifesti. In questo caso, la concezione estrema è che il pensare manifesti unicamente forme, forme che ricevono il loro contenuto dalla percezione sensibile. Se si toglie un tale contenuto, rimane come residuo una forma morta, che – considerata in tal modo – si rivela irreale. Tutto ciò che chiamiamo nominalismo, ideologia, nella sua segnatura, si appoggia su questa caratterizzazione. Della morta forma senza contenuto.

Ora, però, è in sé e per sé semplice invalidare una tale concezione. È facile dimostrare come vi siano concetti (forme), che hanno in sé il loro proprio contenuto, senza che in essi venga dato  un contenuto sensibile, per es. i concetti di causa ed effetto. Che qualcosa sia causa di un effetto, nel mondo non è dato da nessuna parte, bensì viene da noi pensato in aggiunta al mondo dato, senza che in verità questo mondo stimoli ad un tale pensare in aggiunta.

L’antichità, per esempio, neppure conosceva questa coppia concettuale nel suo significato esclusivo, così come esso viene applicato nella scienza moderna come omnideterminante. Causa ed effetto si condizionano reciprocamente e l’uno non può essere pensato senza l’altro. Quel che si muove tra loro – in quanto coppia gemella – è la logica.

Ora, tuttavia, una tale discussione rimane fortissimamente arenata nell’astrazione. Si concede, che niente possa essere pensato se non connesso causalmente con altre cose, ma essenziali – reali – in questo caso vengono sentite unicamente le cose sensibili, non la necessità e la concretezza della conformità alla legge.

Dobbiamo ritornare ancora una volta al punto di partenza, cioè che pensieri (concetti) possano essere pensati unicamente, in quanto essi siano legati a fatti sensibili. Ciò non deve essere negato. Ma questi fatti sensibili sono di un’unica specie? Se io ho un concetto e la relativa datità sensibile, per es. il concetto di «sedia» e le relative percezioni sensibili, come marrone, duro ecc., allora io posso distinguere percezioni sensibili, che sono essenziali, come per es. duro e inessenziali come marrone. Ma allorché considero la percezione «duro» come appartenente all’essenza della sedia, ad essa immanente, io sollevo la percezione sensibile fuori dal suo àmbito sensibile e la rendo un concetto, cioè la fondo nel concetto «sedia», essa diviene una parte del concetto «sedia», ricevendo il carattere della concettualità ed arricchendolo. La spoglio perciò del suo carattere sensibile, allargando mediante essa il concetto, cioè quel che io ora penso come «duro», non ha più in sé e per sé un carattere sensibile, bensì un carattere concettuale, cioè esso è libero dai sensi. Quindi affermare che non possa esistere pensiero libero dai sensi, non è soltanto logicamente falso, ma lo è inoltre per il fatto che questo pensiero viene ricercato all’inizio del mio processo pensante – e là evidentemente non può essere trovato –  non alla fine di questo agire. Il pensiero libero dai sensi sorge unicamente nel pensare: mediante il pensare viene eliminato l’elemento sensibile in quanto elemento sensibile, cioè come entità corporea. L’ulteriore errore che qui vien compiuto, non sta nel fatto che l’elemento sensibile in quanto elemento corporeo venga sentito eliminato – questo può esserlo – bensì nel fatto che, incorporandolo nel concetto, si guardi unicamente a questa incorporazione e che quindi la determinatezza qualitativa dell’elemento in precedenza sensibile perda la proprietà «duro», il che tuttavia non riguarda la cosa stessa. La differenza tra pensato sensibilmente e pensato in maniera puramente spirituale non sta nella differenza tra «sensibile» e «spirituale», bensì nel fatto se il sensibile sia soltanto «manifestazione» di una cosa, o se le appartenga essenzialmente.

Ma con questo otteniamo uno sguardo sul conoscere in quanto tale. Non possiamo più vedere come aspetto reale del conoscere l’(astratto) dipanare di pensieri dalla sensibilità, con l’eliminazione dell’elemento sensibile, mediante il quale noi spandiamo intorno a noi come una sorta di argentea ragnatela – cosa che chiamiamo conoscere – bensì consideriamo essere il vero e proprio conoscere quel che riteniamo essere il processo dell’incorporazione dell’elemento corporeo-sensibile nei pensieri, senza perdere il carattere della sensibilità come determinatezza qualitativa. Questo processo nel suo lasciarsi proseguire in sempre più vasti cerchi mediante l’attività pensante, nel sempre incessante nuovo inserimento dell’elemento sensibile – nel senso di cui sopra – nell’elemento puramente concettuale, è ciò che chiamiamo riflessione, o anche – nell’ulteriore corso ed elevazione – meditazione. Nella sua dinamica, esso riposa sulla continuantesi attivazione dei concetti tra «manifestazione» e «essenza». Mediante questa attivazione noi possiamo gradualmente elevarci a fatti puramente spirituali, datità di un mondo, che nel senso dell’Antroposofia si può chiamare un mondo spirituale, venendo le qualità sensibili afferrate come spirituali. Siamo perciò in armonia con le nostre affermazioni sulla percezione pura, cioè la percezione pura concepita come realtà spirituale (vedi il capitolo precedente).

Un pensiero libero dai sensi non è, dunque, un pensiero che abbia eliminato da sé l’elemento sensibile, nel senso di un contenuto che origina dalla corporeità, bensì un pensare dal quale scompare unicamente l’elemento comunicato mediante il corpo e resta conservato il contenuto dell’elemento sensibile, che si trova accolto nella sua essenzialità nel pensare.

Perciò si può accennare ad un’ultima pecularità di questo pensare. Abbiamo visto come il pensiero elimini la dipendenza della percezione sensibile dal corpo e come ne accolga il contenuto nell’elemento spirituale-concettuale. Con ciò è data un’ulteriore metamorfosi del percepito, ovverossia, essa in quanto qualità è divenuto indipendente dal corpo, cioè si è disciolto dalle conformità alle leggi del mondo fisico, così come questo ci attornia giornalmente, e si mostra liberamente emergente nella meditazione. Qui può essere adoperata l’espressione di Rudolf Steiner «sensazione liberamente aleggiante (Anthroposophie, ein Fragment, GA-45, pp108 et seq.). La percezione è in questo caso una libera entità, disciolta da ogni altra componente. Essa ha la sua essenza non più in connessione con il restante mondo, bensì in se stessa (Opere scientifiche di Goethe, Introduzione di Rudolf Steiner, Cap.II, Il fenomeno primordiale). Così essa si lascia adoperare di per sé nella meditazione: il nero della rosacroce, il rosso delle rose. La coscienza meditativo-pensante, potendo adoperare liberamente questo elemento – in connessione con la componente puramente concettuale – risulta la disposizione meditativa dell’anima, la possibilità, nell’utilizzazione di tutti gli elementi, in specialmodo di quelli che nel mondo fisico si contraddicono, cioè sono errori, per penetrare più profondamente nell’essenza del mondo. (Rudolf Steiner, Anthroposophie, Psychosophie, Pneumatosophie, GA-115, pp. 235 et seq.).

SCIENZA DELLO SPIRITO

Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL'EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA

Copgenesi

Diamo il via con oggi alla pubblicazione del testo “La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana” di Kaspar Appenzeller.

Ringraziamo Silvano Mirami e l’Editrice CambiaMenti, sul cui sito (www.cambiamenti.com/Argomentogenesi.htm) è possibile leggere integralmente introduzione, indice, prefazione e l’intero Capitolo I.

 

Il Chaos dei Filosofi

Che il figlio dei Filosofi ascolti i Saggi che riconoscono tutti indistintamente che bisogna paragonare la nostra Opera alla creazione del mondo. Al principio Dio creò il Cielo e la Terra, ma la Terra era incolta e vacua, le tenebre coprivano l’Abisso e lo Spirito di Dio volava sulle Acque.

Allora Iddio disse: Sia fatta la Luce – e la Luce fu.

Queste parole bastano ai figli dell’Arte. Bisogna, dunque, per la nostra Opera unire il Cielo e la Terra nel letto nuziale dell’amicizia. La Terra è un corpo grave, pesante, matrice dei minerali che conserva segretamente nel suo seno, pur producendo gli alberi, le piante e gli animali. Il Cielo è quella vasta distesa, in cui tutti gli Astri, compresi i due Grandi Luminari, compiono le loro rivoluzioni. E’ esso che, attraverso l’aria, comunica la sua forza agli esseri inferiori; ma al principio, essendo tutte le cose confuse, esse formavano il Chaos.

Eiraeneus Philalethes,

Introitus Apertus ad occlusum Regis Palatium,

Cap. V, De Chaos Sophorum, 1667.

PREFAZIONE

La prima volta che ho incontrato Kaspar Appenzeller, a Milano, sono stato conquistato dalla sua esposizione artistica sulla costituzione dell’uomo e dal suo modo di porgere con umiltà e fermezza la conoscenza, nascostamente sofferta nel suo corpo. Riemerge dalla luce della memoria il capo chino in atteggiamento di reverenza, il capo su cui comparirà il fulmine di una cicatrice, gli occhi chiari fusi in uno sguardo dolce e profondo, la voce dai toni caldi e pacati.

Ora, nel leggere il presente testo, curato con certosina e devota consapevolezza da Silvano Mirami, ho provato la stessa meraviglia della prima volta.

La composizione segue un movimento a spirali sempre più espanse, sia nel tratteggiare i giorni della Genesi sia nel descrivere a più riprese gli stessi fenomeni embriogenetici e fra questi incantevole il processo della fecondazione.

L’idea portante del libro è di e-ducere alla luce di una rinnovata coscienza scientifica gli incroci e le sorprendenti corrispondenze dell’evoluzione embrionale e ontogenetica dell’uomo con l’evoluzione terrestre dalla frotta della Genesi.

I versetti biblici, in particolare quelli del primo capitolo, sono i mantram su cui si applica, nella lingua originale, il pensiero meditativo dell’Autore che tributa con riconoscenza la sua ricerca ai generosi impulsi di Rudolf Steiner nell’ambito delle sue comunicazioni scientifico-spirituali. L’indagine si approfondisce nelle viscere del linguaggio, nel terreno della sua stessa genesi e si effonde nei cieli della sua palingenesi. Ogni parola della Genesi viene scomposta e ricomposta, distillata e infine conquistata con il sudore di un impegno sovrumano. Ad iniziare dalla prima: “Bereschit” , in cui riconosce la musicalità del battito cardiaco corrispondente all’estrema sintesi del corpo umano. Questa stessa parola sarà la stella polare che illuminerà il suo cammino medico verso l’ampiamento delle potenzialità diagnostiche dell’auscultazione cardiaca. Difatti in questo scritto sono contenute le premesse e le basi fisiologiche per comprendere e apprezzare la svolta innovativa nell’ambito diagnostico e la conseguente efficacia nella pratica clinica. Si intravede proprio in questo contesto l’importanza dell’esercitazione costante dell’euritmia, l’arte del linguaggio in movimento, che traspare come il pensiero vivente riverberante dalle forme embrionali e al contempo la Parola conformante.

Appenzeller rielabora fedelmente le lezioni steineriane di fisiologia occulta tramite il racconto mitologico della Genesi, l’embriologia comparata e l’osservazione a ritroso dell’evoluzione embrionale umana: quest’ultima apre nuovi scenari come è il caso del viaggio dalla blastula all’ovocellula.

Un’altra lezione steineriana ben assimilata scorre nella presentazione dell’evoluzione delle teorie cosmologiche, un fil rouge sul quale possiamo ripercorrere spregiudicatamente la connessione fra embriologia e astronomia.

La posizione di Appenzeller scienziato è salda e cristallina non solo in alcune annotazioni di etica medica, ma soprattutto nel riordino del pensiero scientifico, rovesciato rispetto a quello convenzionale. Cito come esempio l’affermazione: “Si dice ripetutamente che il corpo venga edificato a partire dalle cellule. E’ vero il contrario: il corpo plasma le cellule all’interno di sé”. Sfalda i preconcetti della visione materialistica unilaterale dell’uomo. Fa cadere i falsi “idola” dei mattoni-pietre della costituzione organica umana e ci conduce con disarmante chiarezza al superamento del paradigma darwiniano attraverso la differenziazione dell’uomo dalla scimmia a partire dalla blastula.

Assorbe e fa sua la fenomenologia sostanziata dal pensiero metamorfico goethiano, in particolare nel tracciare con lucidità le connessioni fra il rachide e il cranio.

Il percorso conoscitivo del dottor Kaspar va oltre e si arricchisce di una serie di immaginazioni – valga per tutte citare l’uomo embrionale come pianta terrestre – confluenti in un linguaggio dai toni fiabeschi, un reale esempio di anelito alla verità rivestita di poesia. Il fiume sembra a tratti arrestarsi, come in una pausa inspiratoria, e invece trabocca in geniali intuizioni tipo la conchiglia, presentata come archetipo unificato di uccello e pesce. Giunge in cima alle vette himalayane dell’indagine scientifico-spirituale quando coniuga i più profondi misteri della cristosofia con l’embriogenesi cardiaca ritrovandone i presupposti nella composizione del 7° giorno della Genesi.

La medicina antroposofica ritrova nel dottor Kaspar una sapiente guida, fedele al suo nome, a disposizione di tutti i sinceri ricercatori nell’arte medica.

Angelo Antonio Fierro

INTRODUZIONE DEL CURATORE

Kaspar Appenzeller nacque il 13 aprile 1927, come terzo figlio di Susanne e Hans Appenzeller-Zellweger, a Davos in Svizzera. La difficile gravidanza di sua madre ad un certo punto fu veramente a rischio e si dovette alla sapienza e alla perizia del Prof. Löffler – il quale in seguito sarà uno dei suoi insegnanti allorché intraprenderà gli studi universitari di medicina – se malgrado tante difficoltà tale gravidanza poté essere portata facilmente a termine. Kaspar nacque dunque tra quelle montagne svizzere, ch’egli sentì sempre come suo ambiente congeniale, come sua vera patria e anche come protezione. Montagne che amerà profondamente.

Sin dall’infanzia la sua salute fu cagionevole: a due anni e mezzo Kaspar venne colpito da una grave forma d’asma che lo accompagnò costantemente lungo tutta la sua vita e con la quale dovette di conseguenza fare continuamente i conti. All’età di sei anni entrò alla Rudolf Steiner Schule, ma ogni anno i gravi attacchi d’asma lo costringevano per un terzo del periodo scolastico a non frequentare le lezioni. Tuttavia, malgrado tale inconveniente, egli riuscì a seguire senza difficoltà l’iter dell’insegnamento.

A parte i problemi di salute, infanzia e adolescenza si svolsero solari e felici – così egli le ricordava – con i suoi fratelli Heiner e Vreni. Ma anche a scuola egli era amato – da compagni e insegnanti – per il suo carattere gioviale e per il suo particolarissimo umorismo, che ogni volta rallegravano l’ambiente. I suoi compagni poi, ammiravano le sue qualità artistiche, che eccellevano soprattutto nel disegnare e nel suonare il violoncello. Per tutta la vita Kaspar Appenzeller coltivò vari aspetti dell’arte e per le sue notevoli capacità avrebbe potuto diventare un artista riconosciuto ed affermato. Ma sin da piccolo sentì come sua propria missione – e volle ciò in maniera decisa – il diventare medico.

A questa sua peculiare missione di operare terapeuticamente nei confronti della malattia e della sofferenza umana egli si donò senza risparmiarsi, sacrificando qualsiasi ambizione, anche legittima, che avrebbe potuto realizzarsi in campi, sia scientifici che artistici, diversi dalla medicina. Una spinta, ed un aiuto, in tal senso kaspar Appenzeller l’ebbe sicuramente dal suo incontro con la Scienza delo Spirito di Rudolf Steiner, ch’egli conobbe già nell’ambiente familiare, tanto più che medico della famiglia Appenzeller era il Dr. Hans Werner Zbinden, amico fedele di marie Steiner e presidente della Rudolf Steiner-Nachlaßverwaltung, ossia quel Lascito, fondato dalla compagna del Dottor Steiner, che per oltre sessant’anni tanto ha fatto per salvarne e diffonderne l’Opera.

Fu all’epoca degli studi ginnasiali a Flims che Kaspar Appenzeller affrontò l’Opera di Rudolf Steiner (la sua prima lettura fu la conferenza: Il sangue è un succo affatto peculiare) contemporaneamente all’opera e al pensiero di Platone. Nel 1947 si iscrisse alla Facoltà di Medicina all’Università di Zurigo e appena ventenne intraprese lo studio della medicina antroposofica e dell’euritmia curativa. Sin dalle prime fasi del suo studio venne giuidato dal Dr. Zbinden, il quale nutrì una tale fiducia nelle sue qualità, sia professionali e umane che interiori, da affidargli nel 1961 la direzione del Seminario Medico che si svolgeva alla Rudolf Steiner Halde a Dornach. Inoltre nel 1977, una settimana prima della sua morte, il Dr. Zbinden offrì a kaspar Appenzeller di diventare socio dell’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, il Nachlaßverein.

Dopo l’Approbation, conseguita nel dicembre 1953, sotto i professori Löffler e Brunner e la Dissertation conclusiva, ossia la tesi c’egli sostenne nella primavera del 1954 su L’encefalite conseguente a morbillo, egli iniziò il periodo di assistentato al Regionalspital di Wattwil sotto la direzione del Dr. Christ, che per tutta lavita rimase per lui una personalità decisiva.

Nel frattempo egli poté realizzare nel giugno del 1954, dopo sedici anni di fidanzamento, quella che definì “la migliore decisione della mia vita” e portare all’altare Johnnie Stokar, ch’egli conosceva sin dall’infanzia e che fu poi la compagna della sua vita.

Nel luglio del 1955 nacerà il primo figlio Peter. A quel periodo risale il primo lavoro da lui pubblicato sul cuore.

Nell’autunno del 1956 egli poté rilevare a St. Moritz lo studio del dr. De Giacomi, appena defunto, studio medico che poté portare avanti per 42 anni. Il trasferimento in Engadina, tra le montagne dei Grigioni, da lui profondamente amate, fu un grande aiuto per la sua salute. Gli esordi non furono facili e nei primi sei anni i magri bilanci non gli permisero l’ausilio di un’infermiera. Ma in segfuito, sebbene il suo ambulatorio fosse aperto soprattutto ai pazienti locali, esso ricevette, sia per il suo talento e la sua pazienza, sia per la conoscenza delle lingue straniere ch’egli coltivava con gioia, pazienti da tutti i continenti.

Nel 1959 nacque il suo secondo figlio Georg.

Nel frattempo divenne medico scolastico a St. Moriz e lo rimase per oltre tre decenni. Ciò gli permise di approfondire, attraverso l’auscultazione cardiaca di migliaia di bambini, la sua conoscenza di tale arte diagnostica, giungendo poi a conclusioni preziose, ch’egli donerà al mondo nei suoi scritti su tale materia.

Nel 1978, dopo la morte del Dr. P.R. Berry, Kaspar Appenzeller venne eletto Presidente dell’Associazione Medica di St. Moritz, ufficio che espletò con grande coscienza e impegno per 20 anni.

La dedizione, veramente sacrificale, a curare le sofferenze umane lo portò a ricevere fino a cento pazienti al giorno, e allorché l’ultimo paziente lasciava l’ambulatorio, egli sidedicava per ore alle sue ricerche sul sangue e sul cuore. All’inizio degli anni 60 giunse a dimostrare sul cuore vivo di un pollo, documentandola con una pellicola da 16 mm, l’affermazione di Rudolf Steiner che il cuore non è una pompa bensì un organo di senso, e che il sangue stesso possiede la forza di muoversi lungo le vie sanguigne.

Naturalmente la sua dedizione al lavoro e allo studio, che lo portavano a non concedersi più di 5 ore di sonno per notte, non potevano non minare la sua salute, e nel 1965 ebbe un attacco di itterizia. Per qualche mese la sua attività ebbe un fermo repentino. Si ristabilì, ma gli rimasero come conseguenza forti emicranie che lo accompagnarono per oltre 25 anni.

Nel 1970, iniziò a tenere a St. Moritz un gruppo di lavoro antroposofico che portò avanti regolarmente sino al 5 novembre 1998, allorché venne colpito da ictus cerebrale. Tenne pure corsi e conferenze pubbliche che ebbero notevole risonanza nell’Engadina. Continuò la sua attività di conferenze al Seminario Medico presso la Rudolf Steiner Halde, a Dornach, e portò la sua parola in conferenze e corsi a Zurigo, Berna, Lugano, Berlino e Milano. Attraverso la collaborazione [1] con l’euritmista Franziska Brem raggiunse una conoscenza approfondita del Corso di Euritmia terapeutica di Steiner.

Al di là di articoli vari, pubblicati su alcune riviste, Kaspar Appenzeller riversò i frutti del suo sapiente lavoro in quattro opere, ch’egli scrisse soprattutto nei periodi di ferie, da lui abitualmente trascorsi in Italia, sulla costa adriatica, o in Ticino.

La prima opera, apparsa nel 1976, fu la Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, che qui presentiamo tradotta. Traiamo, traducendola dai risvolti dell’edizione originale, la presentazione – verosimilmente dell’Autore – che ci sembra offrire una mirabile sintesi delle idee esposte in questa opera: “In questo libro il racconto biblico della Creazione viene messo in relazione all’evoluzione embrionale umana. In esso, come risultato di un lavoro di ricerca di lunghi anni, viene mostrato come questo documento biblico nelle sue possenti immaginazioni descriva esattamente quello che la scienza ha da dire oggi sulla nascita del corpo umano. Le immagini della nascita del cosmo del racconto della Creazione diventano per il lettore le immagini dello sviluppo embrionale umano. Egli perviene alla concezione che l’uomo è un piccolo Cosmo, un Microcosmo di fronte al grande mondo, il Macrocosmo. Inoltre questo testo, che in molti punti viene esaminato nell’originaria lingua ebraica, si dimostra una vera meraviglia; giacché non solo secondo il suo contenuto concettuale, bensì sin all’interno dei singoli suoni si estende la concordanza di queste potenti parole con la vita formatrice organica. Attraverso ciò si viene posti a confronto col fatto che lo scrittore di questo testo ha toccato i veri – invisibili, per occhi terreni – impulsi di formazione del cosmo e dell’uomo. L’impulsatore spirituale di questo libro è Rudolf Steiner, il fondatore della moderna Scienza dello Spirito. Lo scienziato spirituale insiste su nuove Vie alle forze originarie dell’evoluzione; egli comprende nella loro profondità i documenti provenienti dall’antica sapienza dei Misteri perché ritrova in essi ciò che egli ha investigato indipendentemente da qualsiasi documento. La sintesi qui realizzata di testo della Genesi ed evoluzione organica comporta un’elevazione di ambedue i rami del sapere. Il testo veterotestamentario diviene, in ogni sua parola, profezia di futuri eventi dell’umanità, così come l’embrione è la promessa di un uomo che in futuro agirà nel mondo – e l’embrione appare, nei suoi cambiamenti di forma, come testimone di processi di creazione cosmica da lungo tempo trascorsi. La profezia della Genesi indica inoltre con chiaro gesto, parola per parola, l’evento del Christo e la Via, che diviene possibile a partire da questo evento, dell’individualità alla mèta terrestre, e l’embrione cela attraverso i suoi gesti di nascita che l’uomo è predisposto ad esssere il portatore della forza dello Spirito, che mediante tale evento si è collegato alla Terra. A chi si rivolge il libro? Nell’introduzione si trova: questo scritto non presuppone alcuna conoscenza specialistica, si rivolge ad ogni lettore per il quale la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore”.

Ad esso seguì La Quadratura del Cerchio, del 1979, nella quale viene mostrata la soluzione di tale millenario problema attraverso l’uomo stesso. Il suo terzo libro fu Fondamenti per un nuovo tipo di auscultazione cardiaca, nel quale viene mostrata tutta l’ampiezza diagnostica che si apre ad un medico che voglia veramente approfondire tale arte.

Nella primavera del 1999 appare il suo quarto e ultimo libro: Il Calendario antroposofico dell’anima alla luce dell’evoluzione dell’umanità, che apre un nuovo accesso meditativo a tale opera di Rudolf Steiner. Sempre nel 1999 apparve la traduzione italiana del Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner, eseguita da Kaspar Appenzeller con la collaborazione di amici italiani.

A partire dall’aprile 1986 cominciarono ad aggravarsi i suoi problemi di salute. Dapprima una discopatia grave, poi l’ictus cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma per il quale dovette essere operato a Zurigo dal Prof. Iasargil. I problemi alla colonna vertebrale si aggravarono negli anni. Le sue ultime 16 settimane trascorsero al Paracelsius-Spital a Richterswil per un ictus transitorio in conseguenza di un collasso cardiaco. Chi lo incontrò in quegli ultimi tempi lo trovò cosciente, fluido nella parola e vivace nel pensiero come sempre. Affrontò con serenità e contagioso umorismo gli ultimi anni dolorosi della malattia, sino a quel 3 marzo 1999, un mercoledi, nel quale alle 9.37 egli chiuse la lotta della vita. La sua fu una vita eroica. La vita di un nuomo buono, forte, coraggioso e sapiente.

Vogliamo qui ringraziare con tutto il cuore Peter e Georg Appenzeller che con la parola e lo scritto ci hanno fatto non solo conoscere la vita e le qualità di un essere così elevato e luminoso ma ci hanno anche fattivamente aiutato e consigliato nelle temeraria intrapresa della difficile traduzione di questa preziosa opera. Il Dottor Angelo Fierro ci ha simpaticamente dimostrata tutta la sua fraterna amicizia non solo nel voler scrivere la Prefazione, ma anche nel volersi sobbarcare la notevole fatica della rilettura della nostra traduzione, nel darci lumi e consigli e nell’incoraggiarci con gioioso umorismo nei frequenti momenti in cui le difficoltà della traduzione sembravano insormontabili. Per cui ricambiamo con gioia e gratitudine l’amicizia e volentieri vogliamo qui rendergli grata testimonianza della sua generosa sollecitudine. A loro e a Johnnie Appenzeller – la fedele compagna dell’Autore – un grazie di cuore per quanto con grandissima disponibilità e generosità ci sono venuti incontro per rendere finalmente possibile la realizzazione dell’edizione italiana di quest’opera di Sapienza e d’Amore.

Silvano Mirami

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[1] Riportiamo un articolo del Dr. K. Appenzeller, tratto dalla Circolare n°2 della Sezione Medicina, p. 71 – Avvento 1993, che tratta in particolare dell’efficacia degli esercizi di euritmia curativa sul paziente.

Risposte in merito all’euritmia curativa alle domande:

Che rapporto esiste tra l’esercizio di Euritmia terapeutica e l’effetto nel paziente? Quale piano deve essere ricercato, affinché questo rapporto diventi evidente? Come si trova questo piano? Com’è che mi esercito a tale fine?

L’esercizio dell’euritmia curativa ha effetto immediato sul paziente. Allorché attraverso l’esercizio delle A nascenti, una dopo l’altra, e tramite l’esercizio I A O, il paziente si accorda con l’etere cosmico, portando in armonia il proprio essere, può eseguire un suono così da incontrare con la sua attività questo suono nell’etere cosmico. Nella sua dedizione ad un suono, l’etere cosmico gli porta incontro la propria saggezza. Quello che il paziente deve realizzare è che mediante il suo movimento, nello sperimentare la realtà di questo suono, renda possibile e non ostacoli la sua formazione nel corpo eterico. Questo è il lavoro sul suono; esso agisce risanando in maniera immediata, poiché il suono, che nasce dall’etere cosmico, diviene per un momento realtà nel proprio etere. Il lavoro s’invera nel purificare il corpo astrale dalle peculiarità e nell’esercitare uno sviluppo dell’Io libero d’egoismo. Se si realizza questo, il corpo eterico si armonizzerà con l’etere cosmico e potrà imprimere l’azione terapeutica nel corpo fisico. La guarigione attraverso l’Euritmia curativa è sempre un tratto della Via verso l’Iniziazione. L’euritmista terapeuta deve condurre su questa strada il paziente che gli è affidato, portandolo ad essere completamente sincero con sé stesso e con l’euritmista terapeutico. La volontà assolutamente sincera di guarire conduce a questa Via. Giacché guarigione è una   trasmutazione che riguarda il più intimo essere dell’uomo. L’euritmista terapeutico deve intraprendere sforzi per giungere, in rapporto al paziente, a vedere l’etere e deve assolutamente sforzarsi di diventare un rappresentante della causa antroposofica. R. Steiner ha descritto la Via verso tale mèta. Ciò che qui è stato esposto può essere raggiunto unicamente da una stretta collaborazione tra il medico curante e l’euritmista terapeutico.

Dott. med. Kaspar Appenzeller  – CH 7500 St. Moritz

(Continua)

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Kaspar Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

LE DUE STIRPI

 23 GENN 2015 FK 008

TUTTA LA STRUTTURA MINERALE DEL MONDO E’ PERVASA DA FORZE DI GELO.

GELO MORALE, SOTTILE, IMMATERIALE.

PERTANTO ACCADE CHE L’UOMO PERCEPENDO LA REALTA’ MEDIANTE I SUOI SENSI, VENGA INVASO DA TALE GELO.

QUOTIDIANAMENTE, LUNGO TUTTO IL CORSO DELLA VITA, SI VERIFICA UNA CONTINUA ASSUNZIONE DI GELO MINERALE MEDIANTE LA NORMALE PERCEZIONE SENSORIA.

DALLA PERCEZIONE DEL MONDO FISICO L’UOMO RICEVE CONTINUAMENTE FORZE DISUMANE DI GELO CHE SI SEDIMENTANO INAVVERTITE NELLA SUA INTERIORITA’.

ED E ‘ LA CONTINUA ASSUNZIONE DI VELENI MORALI MEDIANTE LA SPONTANEA PERCEZIONE FISICA DEL MONDO.

E’ QUESTO UN EVENTO NUOVO VERIFICATOSI IN MANIERA ACCENTUATA PROPRIO AGLI INIZI DEL 1900.

CONTEMPORANEAMENTE ALL’AVVENTO DELLA MASSIMA INTENSITA’ DI PENSIERO.

IN EPOCHE PRECEDENTI IL GELO MINERALE DEL MONDO ERA MITIGATO NELL’INTERIORITA’ UMANA DAL PARALLELO ACCENDERSI DI ARMONIOSE QUALITA’ ANIMICHE IN CUI PER ATTIMI IL CALORE CHE SORREGGE IL MONDO VENIVA PERCEPITO E AMATO.

L’UMANITA’ RIUSCIVA A MANTENERE UN CERTO EQUILIBRIO NEI RIGUARDI DEGLI ASPETTI PIU’ CRUDI E DESOLATI DELLA REALTA’ FISICA.

POI GLI EVENTI SI RADICALIZZARONO.

CREBBE IL POTERE INTELLETTUALE IN UOMO, IN VARIO GRADO E MISURA MA IN TUTTI.

E LE ANIME SI INARIDIRONO NELLA STESSA PROPORZIONE.

PERTANTO AD OGNI SGUARDO DELL’UOMO VERSO IL MONDO, OGGI, CORRISPONDE UNA DOSE DI VELENO ANIMICO CHE LO ASSALE E GLI RIMANE IN ANIMO, ACCUMULANDOSI NEL PROSIEGUO DELLA VITA.

TALE GELO SPONTANEO E’ IL PROMOTORE DI OGNI DISUMANITA’ IN UOMO.

E’ IL SUGGERITORE DELLA MISTICA FIDUCIA IN UN ORDINAMENTO MECCANICO DEL MONDO.

UN ORDINAMENTO IN CUI GLI UOMINI SIANO SOLO NUMERI.

IN CUI I LORO ORGANI FISICI POSSANO ESSERE SMONTATI E RIMONTATI COME NELLE MACCHINE.

UN ORDINAMENTO IN CUI L’ECONOMIA POSSA ESSERE CAPITA E GUIDATA SOLTANTO MEDIANTE  NUMERI E CALCOLI.

ED IN CUI OGNI LUCE MORALE SEMBRA INGENUA, SOGGETTIVA ILLUSIONE CHE NULLA HA A CHE VEDERE CON L’OGGETTIVITA’ MOSTRUOSA DEL “REALE”.

MENTRE INVECE IL MONDO E’ SORRETTO DA VIVENTI LEGGI MORALI CHE SONO IN RAPPORTO DIRETTO CON L’INTERIORITA’ DELL’UOMO.

E CIO’ MEDIANTE ASCESI DEL PENSIERO E’ INDIVIDUALMENTE VERIFICABILE.

MENTRE L’ASSUNZIONE DISUMANA DELLA REALTA’ DERIVA PROPRIO DAL MANCATO IMPEGNO ASCETICO DI TUTTI GLI ORIENTATORI (POLITICI, SCIENTIFICI, RELIGIOSI, MORALI) DELL’ATTUALE CIVILTA’.

IL GELO MINERALE FINISCE PER PROSCIUGARE, PER INDURIRE L’ANIMA, IL SENTIRE DI TUTTI GLI UOMINI, PRODUCENDO IN ESSI LA CONSEGUENTE ATTITUDINE INTERIORE VOLTA ALLA MECCANICITA’ ED ALLA (PIU’ O MENO) INVOLONTARIA CRUDELTA’.

ACCADE INVECE NELL’ASCESI CHE UN IMPERCEPIBILE FISICAMENTE MA REALE CALORE INTERIORE SI CREI.

UN CALORE INTERIORMENTE PERCEPIBILE.

IMMATERIALE ED AUREO.

E’ IL POLO VERO DELLA REALTA’.

POICHE’ NELLO SFORZO DI CONTEMPLARE IL PENSIERO: SI CREA CALORE.

LA VOLONTA’ CHE LIBERAMENTE SI DECIDE DI USARE PER PRATICARE L’ASCESI DEL PENSIERO :  CREA CALORE.

CREA UN VALORE CHE IMMETTE NELL’ANIMA, NELL’INTERIORITA’ LE ARMONIE SOVRACCEREBRALI.

LA SACRITA’.

IN TALE VALORE VI E’ LA LIBERTA’ RISPETTO AL GELO DEL MONDO MINERALE.

VI E’ LA POSSIBILITA’ DI SPERIMENTARE UNA REALTA’ INTERNA AL PENSIERO.

UNA REALTA’ FONDATA SUL CALORE ANIMICO.

SULLA BONTA’.

SULLA DEVOZIONE.

CIONONDIMENO: UNA REALTA’ OGGETTIVA E UNIVERSALE.

OGGETTIVA E UNIVERSALE TANTO QUANTO IL MONDO FISICO, E PIU’ DI ESSO.

DERIVERA’ DA CIO’ LA NASCITA DI DUE STIRPI UMANE, NETTAMENTE SEPARATE FRA LORO: GLI INTERIORMENTE CONSACRATI ALLA FONTE MORALE DEL MONDO, ED I PLASMATI DAL GELO DISUMANO.

TALE SARA’ LA LOTTA CHE SI SCATENERA’ NEL MONDO.

LOTTA CHE GIA’  ESISTE MA CHE NON E’ INELUTTABILE.

POICHE’ QUANTA PIU’ RETTIFICAZIONE DEL PENSARE UMANO AVVERRA’ MEDIANTE ASCESI, TANTO MENO GELO AVRANNO A DISPOSIZIONE GLI SPONTANEAMENTE IMMALVAGITI PER PROSEGUIRE NELLE LORO POSSESSIONI.

TALE E’ LA DIVISIONE VERTICALE CHE SI STA VERIFICANDO NELL’EPOCA MORALE.

UNA DIVISIONE APPUNTO MORALE, INTERIORE, FRA TUTTI GLI UOMINI.

UNA DIVISIONE DATA DA QUANTO ESSI VORRANNO FARE PER RIASCENDERE AL CALORE MORALE, O PER INABISSARSI NELLA MALVAGITA’ DISUMANA CHE ODIA L’INTEGRITA’ E LA PIETA’.

AMBEDUE SARANNO SCELTE VOLITIVE.

SARANNO STRADE IMBOCCATE IMPIEGANDO LA PROPRIA VOLONTA’.

NELL’ ASCESI DEL PENSIERO LA VOLONTA’ IMPIEGATA NEL TENTARE DI CONTEMPLARE UN INSIEME DI CONCETTI LOGICAMENTE COLLEGATI FRA LORO: PRODURRA’ CALORE IMMATERIALE, VITA COSCIENTE CHE SI INNALZA SINO A DIVENTARE PURO CALORE, CONSACRAZIONE.

L’UNA, LA VIA DEL CALORE, POTRA’ ESSERE PRATICATA MEDIANTE UN RAFFORZAMENTO DELLA COSCIENZA  CHE OLTRE AL CAPIRE INTELLETTUALMENTE UN CONCETTO RIESCA A VIVERE  IN ESSO REDENTORIAMENTE.

TRAPASSANDO DAL LIVELLO IN CUI SEMPLICEMENTE SI RIFLETTE E SI MEMORIZZA NEL PENSARE, AL LIVELLO IN CUI SI VIVE IL MALE CHE LO ATTORNIA E LO SI REDIME. 

L’ALTRA E’ LA VIA SONNAMBOLICA DEL PERVERTIMENTO PRERAZIONALE (OSSIA L’AVVENTO DI UN PROFONDO IMMALVAGIMENTO INTERIORE CUI FA SEGUITO UN ADEGUAMENTO DELLE OPINIONI RAZIONALI CHE FINISCONO PER GALLEGGIARE ENTRO UN MARE DI MALIGNITA’ SUBCONSCIA) VERIFICATOSI MEDIANTE CARENZA DI PRESENZA COSCIENTE NEL MISTERO DEL PROPRIO INTELLIGERE.

IN PRATICA COLORO CHE EVENTUALMENTE INSISTERANNO NEL GELO E NELLA DISUMANITA’ AGIRANNO IN STATO DI EBBREZZA MALIGNA, UN’ EBBREZZA CUI ASSERVIRANNO TUTTA LA PROPRIA INTELLETTUALITA’.

CIO’ POTRA’ ESSERE IN LARGHISSIMA MISURA EVITATO SE COLORO CHE PRATICHERANNO L’ASCESI SARANNO IN NUMERO SUFFICIENTE E SE LO FARANNO IN MISURA SUFFICIENTEMENTE INTENSA.

NULLA E’ PREORDINATO O FATALE.

TUTTO DIPENDE DALL’ATTO LIBERO DELL’INDIVIDUO.

QUINDI L’UMANITA’ POTRA’ DIVIDERSI IN DUE STIRPI, IN DUE RAZZE, SOLTANTO SE QUELLA BUONA NON ASSOLVERA’ BENE IL PROPRIO COMPITO.

ALTRIMENTI TUTTO SI POTRA’ SANARE.

E NEL MONDO POTRA’ DILAGARE IL BENE.

IL LOGOS SOLARE D’OCCIDENTE.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

MARCO VALERIO MESSALLA CORVINO (64 AC 8 DC) URNACINERIS

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-004

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PEREGRINANDO INTORNO AL LIMITE

alpinista-

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta granché poiché risolve la questione con questa breve definizione:”Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto:”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite o è sbagliato o rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto: “Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al geniale filisteo di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua esatta proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, è già rinverdito e spruzzato di fiori colorati.

Con questa immagine intendo dire che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi che fanno e disfano pensieri, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Persino la “quercia austriaca”, tal Schwarzenegger, lo seppe: cito con incerta memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Nelle pesantissime accosciate, giunto volitivamente all’estremo, aveva superato il limite della fatica fisica e nervosa.

Ho citato un personaggio noto nelle palestre e nei media, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, atleti di triathlon, alpinisti che si fanno otto/dieci ore di alte vie con zaini strapieni, i quali dopo aver sputato l’anima, vanno oltre il bosco di cui ho parlato sopra.

E che dire di quelli come il compianto Valerj Brumel che superò, per sette volte il limite mondiale di salto in alto: questione di pochi centimetri ma oltre la capacità del mondo intero!

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto con altri sacchi. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante e vi sentirete sfiatati come balene dopo una lunga apnea. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: improvvisamente subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero (lo sentite come fosse trasparente da levarsi nell’aria), il cuore è in pace e non schizza nel petto.

Avvertite con chiarezza che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi aveva potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno – non è vero, qualcuno sì – nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo (e allo schianto) di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze naturali: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamata “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto possibile, realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre funzionali e organizzate bistecchine di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per abituale estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo. Inutile (?) ricordare che si sta parlando dell’ignoto pensare antecedente al suo rifrangersi sminuzzato nelle infinite immagini delle cose del mondo, e che, nella testa, rimbalzano dappertutto: schegge che feriscono.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, possiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela, né tanto meno gli allegri compagni della minestra dell’amore incondizionato: puro e insensato slogan data l’ordinaria struttura dell’uomo che, per avere uno straccio di autocoscienza deve, in primis, respingere ogni altra cosa, in una occulta tessitura d’odio o se questo termine non piace, chiamatela antipatia strutturale. Per cui l’amore vero, così spesso evocato a parole, è ancora un bellissimo istinto: certo, viene dallo Spirito ma passa per il corpo come istinto. A suo modo, persino la psicologia sa distinguere due condizioni dell’amore: quello captativo e quello oblativo. Quando non sia oblativo – lo è troppo poco o non lo è quasi mai – si guasta o fugge via: ricordatevi gli amori perduti.

Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative come i suddetti compagni, vi sta ingannando. Se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto oggi se ne abbia sentore.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso, senza timore ma con rispetto, e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. La morte può diventare un’amica fedele. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza di sé con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Bon alors, revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo (affinché la scomodità sia perfetta) tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante! Il limite di che cosa? Il limite del dannato senso corporeo di voi stessi: l’unica cosa che l’uomo ama con tutta la sua forza.

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, disciplinato, (magari con diversi tentativi di scatto in avanti: le eccezionalità piacciono agli Dei) persino sistematico, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota. Siano accosciate o scarpinate reclamano pazienza.

Ma poiché un giorno si potrà essere capaci di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “Va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare e se mi fai questa domanda mi sembra che tu sia ancora lontano dall’attenzione di cui stiamo parlando”. Totale immobilità del tutto dinamica.

Ad un certo momento che non può essere predeterminato ma di certo suscitato dall’intensità prolungata, sacrificale, si può sperimentare la concretezza della frase, ripetuta da Scaligero, a non pochi praticanti: “La concentrazione è autocorrettiva”. Frase che poté sembrare vuota o beffarda nel lungo rosario dei tempi della disciplina, quando niente ci aiutava nei nostri ingessati sforzi. Esiste nell’esercizio una potenza di saggezza e siamo noi, soltanto noi che possiamo non percepirla o persino rifiutarla. Fenomenologicamente essa ascende dal cuore ma perché essa ascenda è l’essenza del pensare nostro che deve liberarsi dalla testa e scendere verso il cuore: ciò che pigri e testoni non vogliono capire. A ciò si riferisce il dott. Colazza quando scrive del cervello che lascia libero il concetto (Pag. 50 della ristampa di Ur, 1980). In pratica, questo è ciò che manca a chi non supera il mistico nominalismo. Mi sembra evidente, persino esibito, come ho mostrato nel precedente articolo circa l’uso ossessivo di termini o nomi “alti” ma che vivono come primitivi sentimenti religiosi nell’anima. 

Vi pare difficile? Allora mettiamo in chiaro una cosa: esiste uno spiritualismo (teosofico, antroposofico, pseudomistico, magistico, new age, ecc.) che usa paroloni, immagini sacre ma è sterile, vuoto come un guscio di lumaca: lì non v’è nulla da “superare”, basta fingere valori e gonfiare se stessi come mongolfiere.

Comprendo il bisogno di fingere valori e virtù: l’anima priva di disciplina scivola verso il suo elemento animale. Osservate ciò che domina gli animali, siano predatori o prede: nel linguaggio nostro viene chiamata paura. Anche l’animalità umana vive nella paura, solo che nell’uomo essa è come attutita dalle giustificazioni. La dialettica, contro cui Scaligero spese molti capitoli dei suoi libri, è l’intellettuale manifestazione della paura. E dialettici lo siamo tutti.

L’alternativa sapete qual’è: non fingere e darci dentro, nonostante la nostra miserabilità – una tra le poche cose vere che ci appartengono – con rassegnata determinazione, diventando decisamente indifferenti ad aspettative e speranzuccole. La chiave è sempre quella: ferrea determinazione volitiva – arto dell’Io – che non si occupi né si preoccupi, fosse anche l’anima visitata da beata visione o da oscuri pericoli.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L'Hacker e l'Anima

Snow

Un capitolo di un libro di fantascienza. Magari richiederà un piccolo sforzo per essere compreso, dato il linguaggio molto “informatico”. Ma fa pensare… 🙂

Da “Snow Crash” di Neal Stephenson:

«Sono qui sul Raft in cerca di un software – di un antivirus, per la precisione – scritto cinquemila anni fa da un sumero di nome Enki, un hacker neurolinguistico.»

«Che cosa vuol dire?» domanda Mr. Lee.

«Una persona capace di programmare le menti di altre persone per mezzo di flussi verbali di dati, noti anche come nam-shub.»

Ng è completamente privo di espressione. Aspira un’altra boccata dalla sigaretta, butta fuori il fumo verso l’alto, come un geyser, lo osserva mentre si diffonde contro il soffitto. «Qual è il meccanismo?»

«Nella testa abbiamo due tipi di linguaggio. Quello che stiamo usando adesso è acquisito. Modella il nostro cervello mentre lo impariamo. Ma c’è anche una lingua che risiede nelle strutture profonde del nostro cervello, che tutti possiedono. Queste strutture consistono di circuiti neurali elementari che sono necessari al fine di permettere al nostro cervello di acquisire forme di linguaggio più alte.»

«Infrastrutture linguistiche» dice Zio Enzo.

«Già. Immagino che “struttura profonda” e “infrastruttura” significhino la stessa cosa. Comunque sia, in particolari condizioni, è possibile accedere a quelle parti del cervello. La glossolalia – il parlare con il dono delle lingue – è l’output, l’effetto che si produce quando le strutture linguistiche profonde si impadroniscono delle nostre lingue e parlano, sostituendo le forme più alte e acquisite di linguaggio. Tutti hanno conosciuto questo fenomeno per un certo periodo.»

«Stai dicendo che esiste anche un aspetto di input?» dice Ng.

«Esattamente. Lavora in modo contrario. In particolari condizioni, le orecchie – o gli occhi – possono collegarsi alle strutture profonde, prescindendo dalle funzioni linguistiche più alte. Ovvero, chi conosce le parole giuste, può pronunciarle, o mostrare dei simboli visivi, e superare così le difese degli individui per raggiungere direttamente il loro tronco cerebrale.

Come un pirata informatico che irrompe nel sistema di un computer, aggira tutti i sistemi di sicurezza ed entra nel cuore della macchina, assumen-done il controllo assoluto.»

«In una tale situazione, i proprietari del computer non possono fare niente» dice Ng.

«Esatto. Perché loro accedono alla macchina a un livello più alto, che è stato ormai superato. Allo stesso modo, una volta che un hacker neurolinguistico entra nelle strutture profonde del nostro cervello, non possiamo più liberarcene, perché, a un livello così elementare, non siamo neppure in grado di controllare il nostro cervello.»

«Cosa c’entra tutto ciò con la tavoletta di argilla della Enterprise?» domanda Mr. Lee.

«Mi segua. Questa lingua – la lingua madre – è eredità di una fase precedente dello sviluppo sociale umano. Le società primitive erano controllate da regole verbali chiamate me. I me erano come piccoli programmi per gli umani. Ebbero un ruolo fondamentale nella transizione dalla società dell’uomo delle caverne verso una società organizzata e agricola. Per esempio, c’era un programma per scavare un solco nel terreno e piantare il grano. C’era un programma per cuocere il pane e un altro per costruire una casa. Esistevano anche me per funzioni di più alto livello, come la guerra, la diplomazia e i riti religiosi. Tutte le abilità necessarie a far funzionare una cultura autosufficiente erano contenute in questi me, che erano scritti su tavolette o trasmessi oralmente. In ogni caso, i me erano custoditi nel tempio locale, che fungeva da archivio dei me, controllato da un sacerdote-re detto en. Quando qualcuno aveva bisogno di pane, andava dall’eri o dai uno dei suoi sottoposti e prelevava il me della panificazione dal tempio. Poi seguiva le istruzioni, avviava il programma e, quando aveva finito, si ritrovava con una pagnotta.

«Era necessario un archivio centrale, tra le altre cose, perché alcuni dei me dovevano essere utilizzati a tempo debito. Se il me dell’aratura e della semina fosse stato eseguito nel periodo sbagliato dell’anno, non ci sarebbe stato raccolto e sarebbero tutti morti di fame. L’unico modo per assicurarsi che i me venissero utilizzati al momento giusto consisteva nel costruire osservatori astronomici per controllare i cambiamenti di stagione nel cielo.

Così i sumeri costruirono torri “con le cime coi cieli” – con diagrammi astronomici in cima. L’ en osservava le stelle e dispensava i me agricoli nelle giuste stagioni dell’anno, perché l’economia funzionasse.

«Mi pare il problema dell’uovo e della gallina» dice Zio Enzo. «Come fece una tale società a organizzarsi, in origine?»

«Esiste un’entità informatica nota come metavirus che causa il contagio dei sistemi informatici con virus personalizzati. Potrebbe trattarsi di un principio fondamentale della natura, come la selezione darwiniana, oppure di un’informazione che fluttua in giro per l’universo sulle comete e le onde radio – non ne sono sicuro. In ogni caso, è questo il suo effetto: qualunque sistema informatico di una certa complessità prima o poi viene infettato da virus – virus generati al proprio interno.

«A un certo punto, in un passato lontano, il metavirus infettò la specie umana e, da allora, non l’ha più lasciata. Per prima cosa, produsse un vero e proprio vaso di Pandora pieno di virus del DNA: vaiolo, influenza e così via. Salute e longevità divennero cose del passato. Un lontano ricordo di questo evento si è conservato nelle leggende della caduta dal paradiso, secondo cui l’umanità fu estromessa da una vita serena e confinata in un mondo infestato da malattie e dolore.

«Alla fine, quell’epidemia si è come stabilizzata. Di tanto in tanto, compaiono nuovi virus del DNA, ma, in generale, i nostri corpi sembrano aver sviluppato una certa resistenza nei loro confronti.»

«Forse,» dice Ng «i virus che attaccano il DNA umano non sono infiniti, e il metavirus li ha già creati tutti.»

«Può darsi. Comunque, la cultura sumerica, la società basata sui me, era un’altra manifestazione del metavirus. Solo che, in questo caso, si presentava in forma linguistica, anziché colpire il DNA.»

«Mi scusi» dice Mr. Lee. «Sta forse dicendo che la civiltà è cominciata come un’infezione?»

«La civiltà nella sua forma primitiva, sì. Ogni me era una specie di virus, derivante dal principio del metavirus. Prendiamo, ad esempio, il me della panificazione. Una volta entrato nella società, è diventato un’informazione auto-sufficiente. È semplicemente un problema di selezione naturale: chi sa fare il pane vivrà meglio e sarà più adatto a riprodursi di chi non lo sa fare. Naturalmente, i me verranno diffusi e chi li propaga funge da portatore di questa informazione autoreplicante. Ciò la connota come virus. La cultura sumerica, coi suoi templi pieni di me, non era che una raccolta di virus vittoriosi accumulatisi nel corso dei millenni. Era una operazione di franchise, solo che aveva le ziggurat al posto degli archi dorati e tavolette di terracotta anziché raccoglitori a tre anelli.

«Il termine sumerico per “mente”, o “saggezza”, è identico a quello per

“orecchio”. Ecco cos’era quel popolo: tante paia di orecchie con attaccati dei corpi. Ricevitori passivi di informazione. Ma Enki era diverso. Enki era un en che, guarda caso, era particolarmente bravo a fare il suo lavoro.

Aveva la rara abilità di scrivere nuovi me – era un hacker. Fu, di fatto, il primo uomo moderno, un essere umano pienamente cosciente, proprio come noi.

«A un certo punto, Enki si era reso conto che a Sumer ci si stava fossi-lizzando. La gente continuava a mettere in pratica gli stessi vecchi me, senza inventarne di nuovi, senza pensare con la propria testa. Ho il sospetto che si sentisse solo, essendo uno dei pochi esseri umani coscienti al mondo – forse l’unico. Si era reso conto che, per far sì che la razza umana progredisse, ci si doveva liberare dalla morsa della civiltà virale.

«Così creò il nam-shub di Enki, un antivirus che si diffuse lungo gli stessi canali dei me e del metavirus. Raggiunse le strutture profonde del cervello e le riprogrammò. Da quel momento in poi, nessuno comprese più la lingua sumerica, o qualsiasi altra lingua che avesse origine nelle strutture profonde. Separati dalle strutture profonde comuni, gli uomini cominciarono a sviluppare nuove lingue che non avevano nulla in comune tra di loro. I me smisero di funzionare e non fu più possibile scriverne di nuovi.

Venne bloccata l’ulteriore trasmissione del metavirus.»

«E come mai non sono morti tutti per mancanza di pane, visto che avevano perso il me della panificazione?» domanda Zio Enzo.

«Qualcuno, probabilmente, è anche morto. Tutti gli altri dovettero usare le funzioni più alte del proprio cervello per trovare una soluzione. Si può dunque dire che il nam-shub di Enki è alle origini della coscienza umana: per la prima volta, abbiamo dovuto pensare con la nostra testa.

Prese anche avvio la religione razionale e, per la prima volta, la gente cominciò a pensare a problemi astratti come Dio, il Bene e il Male. Ed è da qui che proviene la parola “Babele”. Letteralmente significa “Porta di Dio”. Attraverso questa porta, Dio poteva raggiungere la razza umana.

Babele è una porta nella nostra testa, la porta aperta dal nam-shub di Enki che ci ha liberato dal metavirus e ci ha dato la capacità di pensare, che ci ha fatto passare da un mondo materialistico a uno dualistico – un mondo binario, dotato di una componente fisica e di una spirituale.

«Probabilmente, seguì un periodo di confusione e scombussolamento generale. Enki, o forse il figlio Marduk, cercarono di reimporre l’ordine nella società, sostituendo il vecchio sistema dei me con un codice di leggi: il codice di Hammurabi. In parte ebbe successo. In molti posti, però, si continuava a venerare Asherah. Era un culto incredibilmente tenace, una forma di regressione a Sumer, che si diffuse sia oralmente sia con lo scambio di fluidi corporali: c’erano delle prostitute del culto, e venivano anche adottati orfani a cui si trasmetteva il virus tramite l’allattamento.»

«Aspetta un attimo» dice Ng. «Ora torni a parlare di, un virus biologico.»

«Esattamente. Questo è il punto, per quanto riguarda Asherah. È tutte e due le cose insieme. Osservate l’herpes simplex, ad esempio. Quando entra nel corpo, l’herpes punta dritto al sistema nervoso. In parte rimane nel sistema nervoso periferico, ma per il resto si fionda come una pallottola nel sistema nervoso centrale, e si insedia permanentemente nelle cellule del cervello, attorcigliandosi attorno al tronco cerebrale come un serpente attorno a un albero. Il virus di Asherah, che potrebbe essere paragonato a quello dell’herpes, o magari identificato con esso, passa attraverso le membrane cellulari per raggiungere il nucleo e scombussolare il DNA della cellula, proprio come fanno gli steroidi. Ma Asherah è molto più complicata di uno steroide.»

«E quando altera il DNA, cosa succede?»

«Non l’ha studiato nessuno, tranne, forse, L. Bob Rife. Forse, la lingua madre viene spinta a un livello più superficiale, e la gente diviene più adatta a parlare con il dono delle lingue e più suscettibile ai me. Questo virus, inoltre, mi pare che tenda anche a incoraggiare comportamenti irrazionali, o a indebolire le difese delle vittime nei confronti delle idee virali, o a causare la loro promiscuità sessuale, o forse tutte e tre le cose.

«Ma a ogni idea virale corrisponde un virus biologico?» domanda Zio Enzo.

«No. Solo ad Asherah, per quanto ne so io. Ecco perché tra tutti i me e le divinità e le pratiche religiose che furono oggetto di venerazione a Sumer, soltanto Asherah è ancora radicata ai giorni nostri. Un’idea virale può essere sconfitta – come è successo col nazismo, i pantaloni scampanati e le magliette di Bart Simpson – ma Asherah, avendo un aspetto biologico, può rimanere latente nel corpo umano. Dopo Babele, Asherah continuò a di-morare nel cervello umano, e a essere trasmessa di madre in figlio e di amante in amante.

«Siamo tutti soggetti all’azione delle idee virali. Come nell’isteria di massa. Una musica, che ti entra in testa e continui a canticchiarla per tutto il giorno e, alla fine, l’attacchi a qualcun altro. Gli scherzi. Le leggende metropolitane. Le religioni strampalate. Il marxismo. E per quanto intelligenti diventiamo, esiste sempre in noi questa parte irrazionale profonda che ci rende potenziali portatori di informazioni autoreplicanti. Ma essere colpiti fisicamente da una forma grave del virus di Asherah ti rende molto più vulnerabile. L’unica cosa che impedisce a simili fenomeni di impadro-nirsi del mondo è il fattore Babele: il muro di mutua incomprensione che divide in compartimenti stagni la razza umana e blocca il proliferare dei virus.

«Babele ha portato a un’esplosione del numero delle lingue. Faceva parte del piano di Enki. Le monocolture, come ad esempio un campo di grano, sono soggette all’infezione, mentre le colture geneticamente varie, co-me le praterie, sono estremamente resistenti. Dopo qualche migliaio d’an-ni, si è sviluppata una nuova lingua, l’ebraico, dotata di eccezionale flessibilità e forza. I deuteronomisti, un gruppo di monoteisti radicali del VII-VI secolo a.C, furono i primi ad approfittarne. Vissero in un periodo caratterizzato da un nazionalismo e da una xenofobia estremi, e per questo fu per loro più facile respingere idee straniere come il culto di Asherah. Forma-lizzarono le loro vecchie leggende nella Torah e, con essa, fissarono una legge che ne assicurava la diffusione nella storia – una legge che praticamente diceva: “fai una copia esatta di me e leggila ogni giorno”. E fomen-tarono una sorta di igiene informativa, la fede nella duplicazione rigorosa e una grande cura nella gestione delle informazioni che, come avevano compreso, erano potenzialmente pericolose. Con loro, i dati divennero materiale soggetto a controllo.

«Può darsi che siano andati oltre. Ci sono prove dell’accurata pianifica-zione di una guerra biologica contro l’esercito di Sennacherib, quando questi aveva cercato di conquistare Gerusalemme. Quindi, i deuteronomisti potrebbero avere avuto un loro en. O forse conoscevano i virus abbastanza bene da sapere come utilizzare le epidemie naturali. Le abilità coltivate da queste persone furono tramandate in segreto di generazione in generazione e si manifestarono duemila anni dopo, in Europa, tra i maghi della cabala, i ba’al shem, maestri del nome divino.

«In ogni caso, così nacque le religione razionale. Tutte le religioni mo-noteistiche successive – dette dai musulmani, a ragione, “religioni del Libro” – hanno in qualche misura inglobato queste idee. Il Corano, ad esempio, afferma ripetutamente di non essere che una trascrizione, la copia esatta, di un libro che sta in Paradiso. Naturalmente, chiunque ci creda non oserà alterare il testo in nessun modo! Idee come queste furono così effi-caci nel prevenire la diffusione di Asherah che, alla fine, ogni centimetro quadrato del territorio dove aveva prosperato il culto virale – che andava dall’India alla Spagna – fu sottoposto all’influenza dell’Islam, della Cristia-nità o dell’Ebraismo.

«Ma a causa di questa latenza – attorcigliata intorno al tronco cerebrale di chi ha contratto il virus e tramandata di generazione in generazione –

trova sempre il modo di riaffiorare. Nel caso dell’Ebraismo, arrivò con i farisei, che imposero una rigida teocrazia legalistica agli ebrei. Con la sua rigida adesione alle leggi custodite nel tempio, amministrate da specie di sacerdoti rivestiti di autorità civile, assomigliava all’antico sistema sumerico, ed era ugualmente oppressivo.

«Il ministero pastorale di Gesù Cristo si configurò come sforzo di liberare l’Ebraismo da questi condizionamenti: una sorta di eco di quanto aveva fatto Enki. Il vangelo di Cristo è un nuovo nam-shub, un tentativo di far uscire la religione dal tempio, dalle mani del clero, e di portare il Regno di Dio a tutti. Questo è il messaggio pronunciato in modo esplicito nei suoi sermoni, e rappresentato in forma simbolica dalla sua tomba vuota. Dopo la crocifissione, gli apostoli andarono alla sua tomba nella speranza di trovare il corpo di Cristo e invece non vi trovarono niente. Il messaggio era abbastanza chiaro: non dobbiamo fare di Gesù un idolo, perché le sue idee hanno un valore intrinseco, la sua Chiesa non è più accentrata in una persona, ma dispersa tra la gente.

«La gente abituata alla rigida teocrazia dei farisei non poteva sopportare l’idea di un Chiesa popolare e non gerarchica. Volevano papi, vescovi e preti. Così al vangelo fu aggiunto il mito della resurrezione. Il messaggio originario fu mutato in una forma di idolatria. In questa nuova versione dei vangeli, Gesù tornava in terra e dava vita a una Chiesa, che più tardi sarebbe divenuta la Chiesa dell’Impero romano d’Oriente e d’Occidente, u-n’altra teocrazia rigida, brutale e irrazionale.

«Nello stesso periodo, veniva fondata la Chiesa pentecostale. I primi cristiani parlavano con il dono delle lingue. La Bibbia dice: “E tutti erano attoniti e perplessi e dicevano l’un l’altro: ‘Che cosa significa tutto ciò?'”

Be’, credo di avere una risposta. Era un’epidemia virale.

Asherah era sempre stata lì, a covare tra la popolazione, dai tempi del trionfo dei deuteronomisti. Le misure di igiene informativa praticate dagli ebrei la rendevano inoffensiva. Ma agli albori del cristianesimo, deve esserci stato un gran casino, moltissimi pensatori liberi e radicali che se ne andavano in giro a irridere alla tradizione. Si tornò di colpo ai giorni della religione prerazionale. Si tornò a Sumer. E, quasi certamente, si tornò anche a parlare la lingua dell’Eden.

«La linea vincente all’interno della Chiesa cristiana rigettò la glossolalia.

Si limitò a disapprovarla per alcuni secoli e, al Concilio di Costantinopoli del 381, la condannò ufficialmente. Il culto glossolalico sopravvisse ai margini del mondo cristiano. La chiesa era disponibile ad accettare un po’

di xenoglossia purché fosse utile a convertire i pagani, come nel caso di san Luigi Bertrand che, nel XVI secolo, convertì migliaia di indiani diffondendo la glossolalia per tutto il paese più rapidamente del vaiolo. Ma, appena convertiti, si chiese a quegli indiani di tacere o parlare in latino come tutti gli altri.

«La Riforma portò con sé una maggiore apertura. Ma la dottrina della Chiesa pentecostale non prese seriamente piede prima del 1900, quando un piccolo gruppo di studenti di un Bibbia-college nel Kansas cominciò a parlare con il dono delle lingue. Diffusero la pratica anche in Texas. Qui divenne noto col nome di revival movement. Si propagò come un incendio incontrollato in tutti gli Stati Uniti e, poi, in tutto il mondo, arrivando fino in Cina e in India nel 1906. I mass media del XX secolo, l’alto grado di al-fabetizzazione e i mezzi di trasporto ad alta velocità agirono tutti da poten-tissimi vettori dell’infezione. In una sala piena di revivalisti o in un campo di rifugiati del Terzo mondo, la glossolalia si diffonde veloce come il panico, di persona in persona. Negli anni Ottanta, il numero di pentecostali nel mondo si calcolava ormai nell’ordine delle decine di migliaia.

«Infine, arrivarono la televisione e il reverendo Wayne, sostenuto dall’esteso potere mediatico di L. Bob Rife. Il comportamento promosso dal reverendo Wayne nei suoi spettacoli televisivi, volantini e franchise può essere fatto risalire ai culti pentecostali degli inizi del cristianesimo e, ancora più in là nel tempo, ai culti glossolalia pagani. Il culto di Asherah vive. Le Porte del Paradiso del Reverendo Wayne sono il culto di Asherah.»

LIBRI E AUTORI

IL “MISTERO” DELLA PERCEZIONE PURA

Percezione pura

(Percezione Pura – Marina Sagramora)

*

Su Ecoantroposophia è stata molto sottolineata l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come lo chiama Rudolf Steiner in quelle pagine della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, che furono decisive per Massimo Scaligero per il riconoscimento da parte sua della figura e della missione spirituale di colui ch’egli chiamerà il Maestro dei Nuovi Tempi, per la scelta definitiva del Sentiero spirituale al quale consacrare ogni sua energia e tutta intera la sua stessa vita.

Massimo Scaligero stesso ci indicò nella Scienza Occulta, da lui allora posseduta nella bella edizione di Gius. Laterza e Figli, Bari, 1932, le pp. 223-226 nelle quali Rudolf Steiner parla del «pensiero libero dai sensi» e della sua importanza, per il discepolo dell’Iniziazione, che ha il fatto di coltivarlo energicamente al fine di conquistare forza interiore e acquisire quella oggettività, quella sicurezza e quell’equilibrio, assolutamente necessari per non cadere in balia delle innumerevoli illusioni che fatalmente si incontrano nell’esperienza immaginativa, per non venire travolti dal vortice di quella illudente e stordente Luce Astrale, sempre pronta come un drago a divorare lo stolto e sprovveduto “occultista”, il quale – come suol dirsi, “un po’ per celia, un po’ per non morir” – per iscacciar la noia esistenziale e la routine di una in-significante vita borghese, piccolissimo-borghese, si metta a “giuocar” con la Luce Astrale e le Potenze Occulte.

A dissuadere da un cotale sciocco “giuocare” con la Luce Astrale –  che tanto piace agli attuali martinisti, kremmerziani, ecceteriani – dovrebbe esser sufficiente il leggersi con attenzione, e ben meditare, quel che scrive in proposito Sir Edward Bulwer-Lytton nel suo Zanoni, a Rosicrucian Tale, e Stanislas de Guaita nel suo Essais des sciences maudites, il quale ricorda che il novello Edipo deve essere capace di risolvere l’enigma della tetramorfa Sfinge tebana, per non incorrere nei più grandi pericoli, e che per lo stolto, l’arrogante, il debole, l’incostante e il pusillamine, vale l’ammonizione scritta sulla soglia del Tempio: scire nefas, ossia il “sapere” può essere fatale, e in taluni casi anche mortale, per la vana e sciocca curiosità umana.

Più volte è stata sottolineata, sulle pagine di Eco, soprattutto da parte di Isidoro, l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come garanzia di oggettività dell’esperienza spirituale, come misura di radicale indipendenza dello sperimentare dell’Io da qualsivoglia coinvolgimento con la vicenda corporea, coinvolgimento nella sfera somatica che porta fatalmente al di sotto e non al di sopra della normale coscienza di veglia, e trascina la vita dell’anima tra i liquami e i miasmi attossicanti del guasto sperimentare medianico. Con tutto quel che ne segue.

Solo l’esperienza del pensiero puro, come sottolinea esplicitamente Rudolf Steiner nell’Appendice del 1918 al libro Iniziazione e nelle sopra citate pagine di Scienza Occulta, apre il varco – mediante l’intensificazione volitiva e cosciente del momento genetico del pensare – all’autentica esperienza spirituale. E Massimo Scaligero pone l’esperienza del pensiero puro come essenza aurea della Via del Pensiero Vivente, come completa e insuperata Via eroica all’Iniziazione. Per cui, fu per me un colpo al cuore l’udire con le mie orecchie l’affermazione  che «la Via di Massimo Scaligero è incompleta  e superata», e leggere coi miei occhi che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», quando invece tutta l’opera di Rudolf Steiner e quella di Massimo Scaligero – ma anche la loro vita, la loro ascesi, la loro realizzazione iniziatica – dimostrano ad abundantiam la falsità di tali menzognere affermazioni. Da qui la volontà di alcuni amici di Eco di sottolineare instancabilmente l’esperienza del pensiero puro, e la centralità della Concentrazione, della Meditazione, secondo il canone della Via del Pensiero, indicatoci da Massimo Scaligero.

Ci è stato fatto osservare che in qualche modo, su Eco, abbiamo forse un po’ trascurato il tema della “percezione pura”. Devo dire che una tale osservazione, in effetti, coglie nel segno. Ora, il tema della “percezione pura”, in realtà, è per noi strettissimamente legato a quello del “pensiero puro” e ci è sommamente caro. Tanto più che Massimo Scaligero disse più volte che missione precipua di Rudolf Steiner fu quella di portare in Occidente, e nel Mondo, una Via magica della percezione.  E, nelle sue “filosofali” opere filosofiche, Rudolf Steiner descrive come, nell’atto conoscitivo umano, la realtà del mondo si scinda – per noi – in percezione e concetto, e come ciò che nell’esperienza conoscitiva è inizialmente dato come effettivamente separato venga poi dall’attività pensante del soggetto conoscente altrettanto  effettivamente ricongiunto. A sua volta, Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, nella Seconda Parte, intitolata La Via del Pensiero, nel II capitolo, Lineamenti di una nuova scienza della percezione, pp. 162-199, dà un adamantino e meditativo percorso di pensiero nel quale illustra la natura spirituale della percezione: pagine da meditare e rimeditare a lungo.

Il problema, anzi il còmpito, è quello di avere il pensiero e il percepire allo stato puro. Ossia avere la percezione non decaduta a mera sensazione e non mescolata alla serie dei moti emotivi, istintivi e ad ogni sorta di involontari pensieri, che come un caotico ribollire riempiono la consueta, ma non normale, vita dell’anima. Lo stesso problema, o còmpito, si pone nei riguardi del pensare: avere l’attività del pensare allo stato puro, ossia detersa dal continuo interferire dell’involontaria memoria rappresentativa, di stati d’animo, moti istintivi e passionali. Si può dire che gran parte dell’Ascesi solare, che il discepolo dell’Iniziazione deve diligentemente praticare, sia vòlta ad educarlo alla oggettività del percepire e del pensare, a far tacere radicalmente quel ribollire lunare dell’anima, che generalmente riduce l’uomo ad un essere sognante e dormiente, mancipio e schiavo delle Potenze Avverse che lo dominano e lo muovono come un inerte burattino.

Senza una rigorosa disciplina de-soggettivante del pensare e del percepire, l’essere umano non si svincola dal lunare ribollire astrale dell’anima. Facilmente, percorrendo il sentiero occulto, può cadere nei mille e poi mille inganni che la sfera immaginativa, il mondo astrale tessono come un’avvincente trama d’illusioni di fronte al cercatore spirituale. Potrei riempire interi treni con tutti i visionari, gl’illusi e sinceri “chiaroveggenti”, da me incontrati, che prendono per realtà oggettive le torbide esperienze “astrali”. E potrei riempire navi da crociera con i  mistici, e le mistiche, che, datisi alle “morbide” vie dell’anima, a quel “sentire il sentire”, che Massimo Scaligero sconsiglia energicamente, sono finiti nell’immensa cloaca delle più diverse, e talvolta ridicole, infatuazioni visionarie, con l’inavvertito bramoso condimento di “erotismo astrale”, come lo definisce spietatamente Rudolf Steiner nel Corso di medicina pastorale e in moltissime altre sue conferenze.

Per cui, è veramente necessario avere le idee chiarissime sull’essere autentico della percezione, rendersi conto del “mistero” della percezione pura, dal punto di vista di quanto indica Rudolf Steiner in opere – che sono un vero e proprio “rituale” di magia solare – come Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e Filosofia della libertà. Non entrerò in merito, in questo articolo, nella descrizione della tecnica operativa della “percezione pura”, che troviamo esposta in maniera illuminante da Massimo Scaligero in molte delle sue opere. Riporterò, invece, uno scritto di Hendrik Knobel, discepolo di Rudolf Steiner, amico di Marie Steiner, e valente collaboratore di Hella Wiesberger all’interno del Lascito del Dottore. Nel tradurre questo scritto, ho posto ogni diligenza a riprodurre con la massima esattezza, a costo anche di sacrificare la “venustà del periodare” – come la chiamava Arturo Reghini – la trama di pensieri dell’autore. Se letto e meditato con attenzione, questo scritto potrà fornire al ricercatore spirituale, che voglia essere uno sperimentatore, spunti preziosi per cogliere il “mistero” della “percezione pura” dal punto di vista della Filosofia della libertà.

Lo scritto che segue rappresenta il primo capitolo dell’opera di Hendrik Knobel, Die sieben Lebensstufen. Form und Gestalt, Zbinden Verlag, Basel, 1984, pp. 9-13.

***

LA PERCEZIONE PURA

di Hendrik Knobel

Conosciamo dall’Antroposofia, in quanto essa è data filosoficamente, il concetto del pensiero “puro” – che dapprima non dovrà essere qui trattato – e quello della percezione pura. Percezione pura viene qui chiamata la percezione nella misura in cui essa è “pura” di componenti concettuali.

Ora, però viene detto ripetutamente che non esisterebbe affatto percezione pura. Essa non potrebbe esistere già per il fatto che, appunto, si può percepire soltanto là dove si abbia il concetto. Io vedo “blu”, vedo “rotondo”, unicamente per il fatto che posso formare il concetto di “blu”, il concetto di “rotondo” . Se non posso formarli, allora passo oltre, senza accorgermi, al cerchio blu e non ho della impressione blu e rotondo, alcuna conoscenza. Tutte le percezioni sono perciò date in forma di concetto; nella percezione afferrata coscientemente, percezione e concetto non si lasciano separare. Se contemplo un quadro, vedo per esempio raffigurati una donna, un fanciullo (Madonna). Mi distolgo dal quadro e un amico che mi accompagnava, e che è botanico, mi dice: Hai visto le piante nel quadro?. No, non le ho viste. L’amico mi riporta davanti al quadro e mi indica il punto dove, nel quadro, sono raffigurate effettivamente delle piante. Vedo unicamente quel che concepisco, in questo caso le piante attraverso l’indicazione concettuale del mio amico. Io vedo soltanto quello che concepisco. Ciò che non concepisco, non lo vedo, non lo percepisco. Tuttavia, quel che concepisco, lo percepisco, poi, dopo, ne ho una rappresentazione.

Ora, prima che possa essere afferrato il problema vero e proprio, occorre chiarire i concetti. Che io “veda” qualcosa appena ne ricevo, comunicatomi, il concetto, è una designazione inesatta. – Perlopiù si mette il “vedo” pure tra virgolette – dovrebbe essere detto: io vengo reso consapevole di qualcosa, oppure divengo consapevole di qualcosa, e sperimento un’impressione. Si può dire: io non ho ricevuta nessuna impressione, perché soltanto dopoché io ho, oppure ho ricevuto, comunicatomi, il concetto relativo, sono divenuto cosciente della cosa e la posso ricordare? Posso, tuttavia, anche aver ricevuto un’impressione di una cosa, ma trascurare di applicare su di essa il concetto, per es., per mancanza d’interesse, e non averne quindi nessuna coscienza mnemonica (per es., una pietra incontrata sulla mia strada). Ma con ciò, sia pure, non ho ricevuto nessuna impressione? Certo, questo forse lo si ammetterà, ma di ciò io non so nulla, poiché non avendolo nella memoria, non ha per me nessun valore.

Ma d’altra parte deve esser pure detto: senza che io volga realmente alla cosa un senso (per es., l’occhio), il concetto non mi giova a niente. Quindi la percezione, in quanto impressione, è una parte essenziale del mio ricordare. Da percezione e concetto risulta il contenuto della mia coscienza mnemonica, cioè la mia conoscenza, così come Rudolf Steiner l’ha raffigurata nei suoi scritti filosofici. Bene, si dice, ma la parte essenziale della percezione non si lascia portare a coscienza nella separazione dal concetto, al massimo altro che – nella misura in cui qualcuno vi riesce – come stato eccezionale. Perciò, per il conoscere, per il conoscere generale, esso non è accessibile. È come se uno dicesse: l’acqua non può essere H2O, poiché la separazione dell’acqua in H e O è un processo puramente artificiale. In natura esiste soltanto acqua. Il fatto che Rudolf Steiner abbia potuto separare la rappresentazione, in quanto coscienza mnemonica, in percezione e concetto, è l’interessante della sua teoria della conoscenza e giustifica, appunto, il motto della sua Filosofia della libertà, “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. Egli si comportò in tutto e per tutto come uno scienziato della natura.

Ora, però, vogliamo accostare più da vicino la domanda: la percezione pura può essere effettivamente prodotta? Per accostare un po’ questa domanda, dobbiamo stabilire che esiste percezione pura assoluta (quindi percezione senza alcuna componente concettuale) e relativa. Io posso, in natura o su un quadro che “vedo” in quanto applico su di esso i concetti di paesaggio, sole e così va, riuscire  a scoprire anche delle macchie marroni, che per me sono soltanto macchie marroni. Quindi, ricevo improvvisamente un nuovo concetto e “vedo” che esse raffigurano alcuni animali. In rapporto a questo stato di cose, degli animali allora io ho dapprima una percezione pura, perché constato delle macchie marroni e nient’altro. In questo caso, la percezione pura è relativa, proprio per il fatto che ho il concetto di “macchie marroni” e designo la cosa come tale, ma non la “vedo” come animali. Ho anche l’impressione (percezione pura senza concetto) in rapporto agli animali, in rapporto alle “macchie marroni” ho una conoscenza come rappresentazione. La stessa cosa si presenta, allorché il bambino cerca di afferrare la Luna. Egli non ha nessun concetto in rapporto alla distanza, in rapporto alla cosa, invece, ha il concetto di “falce aurea”, che cerca di afferrare come fosse un pezzo di pane. Ora, se si riesce a risalire nel lattante sino alle origini, si vedrà che nel primissimo periodo egli ha addirittura percezione pura assoluta. Egli osserva la luce, che si dirige verso di lui, perché egli la “scorge”, ma non ha ancora alcun concetto della luce. Se si riesce, da adulti, a giungere ai confini della coscienza abituale, come il lattante che è appena nato, ad eliminare tutto l’elemento concettuale, che si è accolto nella vita, allora si può giungere a ciò che chiamiamo percezione pura, a ciò che chiamiamo un aggregato sconnesso di impressioni sensoriali.

Come mai ciò è di così grande importanza? In generale, si cerca di eludere il tentativo di giungere alla percezione pura. Si rifugge dall’esperienza della medesima – come, per es., nel caso dell’affermazione, che si “vede” unicamente ciò che si concepisce, nel qual caso il vedere viene scambiato col conoscere – perché si avverte che si entra in un campo nel quale tutto diventa insicuro. La sicurezza nella vita risulta dai concetti conquistati. Potersi mantenere saldi nel campo della percezione pura presuppone interiore forza animica e saldezza nella interiorità, che possono essere conquistate mediante una intensa vita del pensiero – la quale rafforza in sé la forza dell’Io, ma che deve di nuovo venir abbandonata.

A qual fine questo rafforzamento? Su questo punto può portare chiarezza l’essenza della conoscenza. È perciò estremamente importante che, secondo Rudolf Steiner, lo scopo di tutta la conoscenza non sia la “idea”, bensì la percezione. Egli lo afferma nel capitolo Le ultime questioni, nella sua Filosofia della libertà (ed. 1929, p. 315) con la frase: «Soltanto… la percezione (sottolineatura dell’autore) inserentesi nell’universo secondo leggi è la piena realtà». – Quindi, l’Antroposofia non è una scienza dell’idea, bensì una scienza della realtà, cioè scienza dello “spirito”. Lo spirito è più che idea, è esperienza del mondo – pietra, pianta, animale, uomo, cosmo – nella percezione che in se stessa contiene l’essenza che deve essere scoperta. La tesi del “noi vediamo soltanto ciò che concepiamo”, presentata all’inizio, è una svalutazione della percezione. Essa dice: soltanto il concetto ha realtà, la percezione ha valore unicamente nella misura in cui essa si eleva al concetto – e termina in una scienza dell’idea, cioè alla fin fine in un cumulo di astrazioni.

Le impressioni sensorie sono, invece, azioni cosmiche, verde, blu, rotondo, duro e così via. Esse sono le vesti della Divinità, nella misura in cui possano essere afferrate pure, senza la zavorra mentale. Prodotta dall’uomo. In questo senso, quindi, l’Antroposofia non è filosofia, ma scienza della natura (conforme allo spirito). Chiarendo in sé questo fatto, è possibile gettare una luce su un problema storico e scientifico spirituale, che attende ancora soluzione. Pensiamo soprattutto alla questione dell’entità di Kaspar Hauser e del suo significato per la vita spirituale [Vedi a questo proposito: Heyer, Kaspar Hauser, Tradowsky, Kaspar Hauser]. Fino ad oggi non è stato possibile descrivere come fosse Kaspar Hauser nel suo mondo mentale, così come egli viveva in esso all’inizio della sua apparizione a Norimberga. La carcerazione, durata molti anni, non è in alcun modo sufficiente a spiegare il fatto ch’egli possedesse la percezione “pura”, ch’egli mostrasse una inspiegabile acutezza a questo riguardo, che potesse vedere nell’oscurità altrettanto come di giorno, che gli animali avessero un rapporto immediato con lui. In una parola è apparso: è apparso un essere umano ed ha posseduto, come disposizione, ciò che abbiamo chiamato percezione pura. Ora, Rudolf Steiner dice sull’essere di Kaspar Hauser, ch’egli era un atlantideo disperso. Astraiamo dal fatto se ciò possa essere inteso storicamente – il cui caso non sembra si tratti – ma, se prendiamo questa espressione in senso qualitativo, possiamo ricordarci riguardo all’essenza dell’atlantideo: privo di ogni intellettualità, vivente in modo puro nella percezione, chiaroveggente, tutte proprietà che si mostravano in Kaspar Hauser e che solo lentamente si ritrassero nel corso dell’unilaterale educazione intellettuale odierna. Un’altra osservazione di Rudolf Steiner è l’indicazione straordinariamente significativa, che senza Kaspar Hauser, così come ha vissuto, non potrebbe essere trovato un accesso al mondo spirituale per l’epoca attuale. Vi è tra queste due indicazioni una connessione?

Possiamo presumerla, se pensiamo, secondo Rudolf Steiner, che se una individualità ha sperimentato sulla Terra una qualità, da quel momento in poi ognuno può possedere questa qualità. Avendo Kaspar Hauser sperimentata la percezione pura, da allora, è possibile che chiunque possa causare questo stato, cioè possa percepire in maniera pura, sia riguardo alle percezioni del mondo esterno, sia riguardo a quelle dell’interiore esperienza del pensiero (vedi la conclusione del sunnominato capitolo della Filosofia della libertà), sarebbe, cioè, conquistato in modo immediato un accesso al mondo spirituale, mediante il quale sarebbe stato possibile che, pochi decenni più tardi, venisse fondata da Rudolf Steiner un’Antroposofia, una scienza, che fosse basata su una visione del mondo spirituale.

Ora, come mai dall’essenza della percezione risulta un’immediata esperienza del mondo spirituale? Il mondo spirituale è sempre attorno a noi nella percezione sensoria. Che noi non lo si sperimenti come tale è da ascrivere, come è stato già osservato, al fatto che continuamente noi lo ricopriamo di pensieri, di sostanze di pensieri, in una misura tale che noi sperimentiamo il mondo unicamente secondo i pensieri, e perciò minimamente scorgiamo l’essenza del nostro mondo, ovvero questi pensieri (rappresentazioni) sono l’unica cosa che ci fa sperimentare il mondo (Schopenhauer, «Il mondo è la mia rappresentazione»). Se questo pensiero viene eliminato e si riesce a sperimentare il mondo dei sensi, senza concetti aggiunti, allora si disvela il suo carattere sovrasensibile, cui Goethe accennò per primo nella sua dottrina della natura sensibile-morale dei colori. Allora la natura non è più soltanto “sensibile”, bensì anche essenzialmente “morale”, epperò sovrasensibile. L’aver applicato ampiamente questo principio goethiano in tutti i campi della vita, della scienza, dell’arte, della vita sociale, è l’azione di Rudolf Steiner.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

OSSESSIONE O STRATEGIA?

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Avevo pubblicato il giorno 24 maggio dello scorso anno un breve articolo intitolato “Slogan esoterici?”. Se vi può interessare lo trovate nell’archivio di Eco in “Scienza dello spirito”: https://www.ecoantroposophia.it/2014/05/scienza-spirito/isidoro/slogan-esoterici/

Avrei voglia di ristamparlo ora, quasi un anno dopo. Esattamente com’era. Ma in quelle righe c’è troppa bonomia ed esse sono, per così dire, generiche. Lì, a modo mio, avevo cercato un filo di ragionamento e un’oncia di cortesia. Ora non ho alcun desiderio di girare intorno alla pesante contraffazione che mi è capitata sotto gli occhi curiosando tra temi cari e famigliari che vedo scorrere nel fiume delle cose pubblicate o lette.

Adesso, se non vi dispiace, svolgo il tema prendendo, posso dire a caso, come esempio, alcune righe tratte dal V capitolo della Scienza Occulta (pag 256 dell’edizione 1969).

Scrive il Dottore: “Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia.”

Riscrivo queste due righe dappertutto, le ingrandisco, le coloro, faccio in modo che esse vengano ripetute, rincarate nel tempo: così da divenire – quasi – il senso di un tutto completo. Confidando nei pigri non indico la loro esatta origine, confidando negli ingenui le firmo col nome di garanzia di Rudolf Steiner.

Né mi importa che manchi un sopra o un sotto, la loro concreta articolazione: di pensanti ricercatori non mi interessa punto. Cerco solo di ottenere nei lettori un’impressione animica immediata, meglio se poi, io insistendo, essa perdura nel tempo.

Ora abbiate pazienza: dopo le due righe scritte sopra andiamo a visitare il pensiero complessivo, comprensivo delle due righe estratte: “ Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia. Si prenda per esempio il sentimento della gioia per effetto di uno stimolo esteriore. Quando un’anima dotata di sentimenti sani si accorge che un uomo compie un’azione per bontà di cuore, essa potrà provarne soddisfazione e gioia; ma può inoltre riflettere sopra un’azione di quel genere e dirsi: “Chi compie un’azione buona per per bontà di cuore non persegue il proprio interesse, ma l’interesse del suo simile. E una tale azione può essere detta moralmente buona”.

Orbene, l’anima che la contempla può mettere da parte completamente la rappresentazione di quel singolo caso esteriore, che le ha procurato gioia o soddisfazione, e può formarsi un’idea generale della bontà di cuore. Riflettendo su questa, può pensare che la bontà di cuore derivi dal fatto che un’anima assimila, per così dire, l’interesse dell’altra, e lo fa proprio. L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. E allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale (il corsivo è dell’Autore, la sottolineatura è mia). Se si cerca di far vivere questa gioia per lungo tempo nell’anima, si ottiene la concentrazione sopra un sentimento…(continua ancora).

Bene, come ho già scritto, trovate la completa trattazione a pag 257 della Scienza Occulta. Qui volevo soltanto evidenziare come estraendo dal contesto le prime due righe, esse oltre che apparire come una specie di indicazione tranchant assai generica, sono completamente fuorvianti, esse paiono indicare un esercizio dell’anima ben grossolano e diverso se non opposto a quanto lo Steiner cerca di far capire.

Passo avanti. Talvolta digito al pc sul motore di ricerca qualche termine usato nelle scienze spirituali, poi leggo a caso cosa riporta sul tema Tizio o Caio o la reincarnazione di Semiramide. Nel caso in questione avevo digitato Iside-Sophia. Oltre la ripetitiva offerta del libro di Scaligero, le personali elaborazioni del signor Bellucci e le follie “copia/incolla” dei mattacchioni, come succede sempre su internet, resta ben poco.

E guarda: trovo una pagina (che poi è facebook) in cui il discepolo (trattasi di Piero Cammerinesi) che per otto anni si abbeverò di continuo alla fonte di via…Scadolini (non è un refuso ma un’opzione ragionevole), imposta, esattamente due giorni dopo il mio scritto, in splendida cornice, come unico materiale visibile anche per chi non è iscritto al social, sotto la scritta “Iside Sophia”, le righe che mi permetto di incollare direttamente:

ISIDE-SOPHIA

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero

Per rafforzare il pensiero di…Scaligero, il seguito consiste in un ritaglio di un dipinto di carattere spirituale con, a lato, le seguenti righe:

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero.

Infine, nello spazio che rimane sotto, troviamo questo:

Iside-Sophia (Massimo Scaligero)

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia…

Ora, vi prego, ancora uno sforzo: leggete il brano completo, come fu scritto da Massimo Scaligero:

*

“La ricongiunzione del pensiero con l’Io è l’iniziale moto della Volontà magica: l’atto della libertà possibile unicamente all’uomo autocosciente. La pura connessività del pensiero dialettico può portare lo sperimentatore a intuire una simile logica del pensiero vivente: l’autonomia di questo rispetto ai sensi e alla psiche, la sua possibilità di donare l’iniziale esperienza del “corpo sottile”. Ma ciò non è ancora ritrovare il Logos: anzi, questo è il momento in cui l’asceta corre il rischio di usare inconsciamente l’acquisita virtù del puro pensiero contro il Logos: secondo un residuo impulso della radicale natura egoica. Egli può diventare l’istruttore di molti discepoli avidi di dipendenza da un maestro che dialetticamente mostri di possedere la via.

La Via del Pensiero rischia di divenire una via di sublime egoismo, se non viene illuminata dalla luce della Iside-Sophia.

V’è un possibile punto d’arresto nella sfera dell’intellettualismo esoterico, dotato della sua dinamica interiore e persino dei suoi poteri: certamente limitati. Si può parlare di arresto della via, al livello di un intellettualismo esoterico organico ma incapace di connessione radicale con l’Io, ossia con il Logos. E’ la zona che può essere superata soltanto, ove si segua radicalmente l’Ascesi del Pensiero: così che apra la via al cuore, dal quale risorge la Memoria delle cose divine, la Iside-Sophia.

Per superare la zona neutra, in cui è possibile il ritorno alla viltà senziente o al tradimento dell’intelletto, occorre il trasferimento dal sussistente modo di essere dell’anima a un modo di essere originario, perduto: che era necessario perdere, per riconquistarlo da un grado di spontaneità a un grado di libertà: la Memoria delle essenze perenni, che è l’intima struttura dell’anima, smarrita: eliminata dalla coscienza dialettico-sensuale.

L’originario modo di essere dell’anima risorge nella misura in cui essa giunga a contemplare fuori di sé ciò che le è divenuto processo intimo: il formarsi dell’idea, l’imaginare creatore. Questo imaginare è il s e n t i r e liberato, che volge verso la zona in cui può accendersi, come fiamma dell’Amore Divino, la potenza dell’antica fede ridestata, la virtù dell’assoluta consacrazione di sé. Essa viene preparata dal connubio del Pensiero con la Volontà.”

*

Nel confronto si notano subito alcune cose, tra cui l’inserimento di “illimitato amore per il prossimo” che non trovate nel brano originario: nobilissime e vuotissime parole che appartengono al Nostro ma ripetutamente affibbiate a Scaligero. Non ci sta nemmeno l’orgoglio ed il resto è personale sintesi…ma avvalorata dall’autorità di Scaligero (magari mi risponderebbe che “sente” che così avrebbe voluto Scaligero). Sono queste le licenze di “libero pensiero” permesse da chi mette la MORALITA’ davanti a tutto? Forse sarà attorcigliata coerenza se si appartiene a quella rete di personaggi che modificano, con scuse strampalate, persino i capitoli dei libri di Scaligero e macellano le sue conferenze?

Del resto Hugo su ciò si è sgolato. Il problema resta sempre lo stesso: esiste in tali esseri una precisa volontà di attutire o alterare l’insegnamento, anestetizzare o almeno confondere i ricercatori più giovani. Questo, perché? Personalmente sono stufo di scriverlo. Ognuno indaghi e valuti da sé…oppure lasci perdere e continui con studio e disciplina.

Invertendo la celebre frase trasmessa dall’Apollo 13 nel 1970, potrei concludere che a Houston ci dev’essere un problema, abbastanza grosso.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

L’ARCHETIPO – MAGGIO 2015

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 75

Socialità
O. Tufelli De Reditu Suo

Poesia
F. Di Lieto Verso l’alto

Botanima
T. Diluvi Politiche comunitarie

AcCORdo
M. Scaligero Il realismo cristico

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni La terza via

Il Maestro e l’Opera
I. Stadera Il Karma e la terapia del pensare

Antroposofia
R. Steiner La biografia dell’essere umano

FiloSophia
M. Scaligero Compito eroico dello Spirito nell’azione sociale

Leggende
M. Mazzeo La Sedia del Diavolo

Pubblicazioni
F. Di Lieto Ritorno a Pasidonia

Esoterismo
M. Iannarelli Digressioni sul vero rapporto tra Lucifero e Cristo

Inviato speciale
A. di Furia Tertium non datur?

Costume
Il cronista In quali mani

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani La Terra delle Sirene

Arretrati

Link

Archivio a-Z

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

Di LUCIO ANNEO SENECA

 Seneca

Lucio Anneo Seneca

Chi era Seneca? Quasi tutti sanno che fu un filosofo. Qualcuno crede di ricordare che (probabilmente) non rideva mai. Viene definito come esempio dello Stoicismo – cosa non vera – ma che comunque non disturba i sonni dell’informe uomo qualunque d’Occidente. Permane o permaneva l’impressione popolare che fosse stoico chi sapesse sopportare con imperturbabilità disagi contingenti e cosmica sfiga.

Il Nostro nacque a Cordova nel 3 (circa) avanti Cristo. Figlio del retore Marco Anneo che cercò di limitare gli eccessi del figlio nelle pratiche ascetiche.

Sposatosi, seguì una notevole carriera: divenne consigliere imperiale in tempi non facili. Così dovette subire l’esilio come amico di Giulia, figlia di Germanico. L’imperatore Caligola gli risparmiò la vita poiché fu considerato tisico, dunque prossimo a morire.

Dal 41 al 48 visse in Corsica dove scrisse il De Consolatione. Poi Agrippina gli confidò l’educazione dell’undicenne Nerone e nei primi cinque anni dall’accessione al trono del pupillo, governò insieme a Burro.

Poi cadde in disgrazia (pare che a quei tempi il cadere in disgrazia fosse uno sport popolare e pericoloso) e in modo sempre più netto, ma restò a corte anche dopo l’uccisione di Messalina. Un affresco pompeiano mostra una farfalla cocchiera di un drago: sono gli emblemi di Seneca e Nerone.

Infine venne accusato di aver preso parte alla congiura dei Pisoni e, nel 63 fu costretto a togliersi la vita. La sua seconda moglie dapprima volle morire con lui, poi preferì la vedovanza.

Delle sue opere sono perdute le orazioni, le descrizioni dell’India e dell’Egitto. Rimangono invece libri di disquisizione sulle scienze naturali, l’Apocolocintosi del divo Claudio, De Beneficiis, dodici Dialoghi, De Clementia dedicato a Nerone, le Epistole a Lucilio e le tragedie.

Perché ve lo traduco? Perché mi piace lo stile, la chiarezza ed il sobrio cinismo ed umorismo – ma non privo del senso del sacro – di chi scriveva (non dimentichiamolo) pochi decenni dall’inizio del nostro tempo storico.

Da Lettere a Lucilio

Prima di tutto, o mio Lucilio, impara a godere.

Credi forse che io intenda ora toglierti molti piaceri, sol perché ti metto in guardia dal caso, sol perché stimo tener lontano da noi quel dolcissimo allettamento che è la speranza?

Al contrario: io desidero che non ti venga mai a mancare la gioia; desidero anzi che essa ti nasca in casa: e ti nascerà purché essa alberghi dentro te stesso.

Le altre gioie non saziano l’animo, spianano soltanto la fronte, sono superficiali, a meno che, per avventura, tu non creda che sia felice chi ride: l’animo dev’essere alacre, fiducioso ed elevato in tutto. Credimi: la vera gioia è una cosa seria.

O forse tu stimi che chi ha il volto spianato o, come amano dire gli effeminati, ilare, disprezzi la morte, apra la sua casa ai poveri, tenga a freno i piaceri, mediti sulla sopportazione del dolore? Solamente chi volge entro di sé questi pensieri, prova una grande gioia, anche se poco carezzevole.

Io desidero che tu sia in possesso di questa gioia, la quale non ti verrà mai meno una volta che tu abbia saputo individuarne le origini: i metalli più vili si ricavano dalla superficie del suolo quelli più pregiati invece hanno la loro vena nascosta nel profondo della terra, ma rispondono sempre e ben più copiosamente a chi scava.

Le cose di cui il volgo si compiace, danno una soddisfazione leggera e superficiale, perché qualsiasi gioia artificiosa manca di radici: invece questa di cui parlo e a cui mi sforzo di condurti è una gioia valida e tale da penetrare più addentro.

Si farà beffa di te chiunque che questa vita sia una milizia comoda e facile: non voglio che tu sia ingannato. La terminologia di una sì nobile milizia è la medesima che è in uso nell’altra, così infame, dei gladiatori: “Venir bruciati, incatenati, uccisi di spada”.

Ma almeno quegli infelici, che offrono a nolo le loro braccia e che mangiano e bevono solo per restituire col sangue, sono scusabili in quanto soffrono spesso contro la loro volontà: da te, invece, si esige che soffra deliberatamente e volentieri. Quelli almeno hanno la possibilità di abbassare le armi e di affidarsi alla misericordia della folla: tu invece non puoi arrenderti, né implorare che ti si risparmi la vita: devi morire in piedi e invitto. D’altra parte a che gioverebbe cercare di guadagnare pochi giorni o anni? Si nasce senza speranza di condono.

Tu mi dirai: “E allora come potrò salvarmi?” Tu non puoi sottrarti all’ineluttabile, puoi soltanto vincerlo: “La via si apre con la forza”.

Non serve elevare al cielo le palme e supplicare il custode dl tempio che ci conceda di accostarci più da presso all’orecchi delle statue degli dei per poter essere meglio ascoltati: Dio ti è vicino, è con te, è dentro di te. Sì, o Lucilio, uno spirito divino è dentro di noi, osservatore e giudice delle nostre azioni buone e cattive: e come trattiamo lui, così lui tratta noi. Certo, nessuno è buono senza Dio. Ma come ci si può alzare al di sopra della sorte se non col suo aiuto? Dio ci dà i nobili e retti consigli: in ogni uomo onesto “c’è Dio, anche se non sappiamo chi sia”.

Se ti trovi dinanzi allo spettacolo di una foresta popolata di vecchi e giganteschi alberi, i cui rami, intrecciandosi tra loro, oscurano la vista del cielo, quella vista si sì alta vegetazione, quell’arcano del luogo, quell’ombra meravigliosa, così densa e continua pur nell’ampia distesa, ti testimoniano la presenza di Dio.

E così pure non ispirerà alla tua anima un senso di religioso stupore la vista di un’ampia caverna, corrosa dal tempo, alle falde di un monte, scavata nella sua vasta estensione, non già dalla mano dell’uomo, ma da fenomeni naturali? Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; noi riteniamo sacri alcuni laghi o per quel loro color cupo o per quella loro immensa profondità.

E se tu vedrai un uomo impavido di fronte al pericolo, incontaminato dalle passioni, felice nelle avversità, sereno in mezzo alle tempeste, guardare gli uomini dall’alto e gli dei a faccia, non proverai tu per costui un senso di venerazione? Non dirai tu: “ Questa è una cosa troppo grande e troppo sublime perché si possa credere che sia della stessa natura di quel piccolo corpo nel quale è racchiusa?”. Qui è discesa qualche potenza divina.

Un animo così elevato e sereno, che tutto trasvola, come su cose a lui inferiori, dev’essere necessariamente ispirato da una potenza divina. Non può essere che una cosa così grande sussista senza il sostegno di una divinità: e allora vuol dire che la parte migliore di quest’uomo risiede lassù donde è disceso.

Come i raggi del sole toccano, sì, la terra, ma stanno là donde provengono, quell’anima grande e santa, che è stata inviata quaggiù per farci conoscere più da vicino l’essenza divina, sì, si aggira tra noi, ma resta legata alla sua propria origine: lì è sospesa, verso lì mira e tende, vive tra noi, ma è qualcosa meglio di noi.

Chi ogni giorno dà alla propria vita, per così dire, l’ultima mano, non sente il bisogno di vivere ancora. E’ da questo bisogno che proviene il timore di non arrivare al domani, la brama del domani, che ci corrode l’animo. Niente è più tormentoso dell’incertezza degli eventi futuri. Il nostro spirito allora viene agitato da un inspiegabile senso di terrore, chiedendo ansioso quanto e come resti ancora da vivere.

E in qual modo potremo noi evitare quest’ansia? In un modo solo: non proiettando la nostra esistenza nel futuro, ma restringendola al presente. Si sente sospeso al futuro solo chi vive l’oggi inutilmente: quando invece avremo pagati i nostri debiti verso noi stessi, quando avremo la certezza che non c’è nessuna differenza tra un giorno e un secolo, soltanto allora potremo dominare dall’alto il corso dei giorni e degli eventi futuri e ridere al pensiero della fuga del tempo. Come infatti potrà turbarci la varietà e la mutabilità degli eventi, se saremo certi contro l’incerto?

Tu aggiungi: “Mi lascerai almeno il diritto di provare un po’ di di dolore o di timore?”. Ma quell’ “un po’” diventerà “parecchio”, “molto” e via di seguito e non si fermerà più quando tu lo vorrai. Per il saggio è diverso. Egli, anche se non si sorveglia rigorosamente, sta sempre al sicuro, perché sa arrestare un pianto o un piacere nel momento che vorrà. Ma noi, che troviamo tutt’altro che facile fare marcia indietro, la cosa migliore è che non ci mettiamo in marcia per niente.

A me sembra che molto acutamente abbia risposto Panezio ad un giovane che gli chiedeva, come ad un saggio, della sua disponibilità agli umani amori: “Del saggio,” gli disse, “ne parleremo un’altra volta: quanto a me e a te, che del saggio siamo ancora lontani, non è proprio il caso che incappiamo in una faccenda così vulcanica e prepotente, che ci asservisce vilmente ad un’altra persona.

Infatti, se questa ci corrisponde, ci eccitiamo ancora di più appunto perché ci corrisponde, se ci rifiuta, ci sentiamo feriti nell’orgoglio; e così, come vedi, tanto un “sì”, quanto un “no” in amore fanno male: del primo diventiamo schiavi, col secondo dobbiamo fare guerra: tanto vale che, consapevoli della nostra debolezza, rinunciamo all’amore e ce ne stiamo per i fatti nostri”.

Dunque non abbandoniamo la nostra debole anima nelle mani né del vino, né della bellezza fisica, né dell’adulazione, né di alcun allettamento. E quel che Panezio ha risposto a quel giovane sull’amore io lo dico per tutte le passioni. Per quanto ci è dato possibile, evitiamo i luoghi sdrucciolevoli, dato che neppure su quelli asciutti ci reggiamo bene in piedi.

TRADIZIONE

ISIDE SOPHIA-UNDICESIMA Lettera (Parte II)

Denderah

UNDICESIMA LETTERA

Febbraio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

GIOVE – MARTE

(Continuazione)

 MARTE

L’orbita del Pianeta Marte racchiude quella della Terra. Marte, dunque, è il primo dei Pianeti superiori che sono oltre l’orbita della Terra, mentre i pianeti inferiori sono all’interno di questa orbita. Attraverso l’aspetto del sistema copernicano dell’Universo, siamo usi a guardare la Terra come moventesi in un circolo intorno al Sole. La Terra come Pianeta è certamente mobile, ma forse non sarà lontanissimo il momento in cui dovremo pure considerare i movimenti del Sole, e in realtà sia il Sole che la Terra si muovono non in circolo bensì in forma di lemniscata: l’una disegnata dietro l’altra. Non è ancora giunto il tempo di esporre questa visione, e inoltre non è questo il luogo per parlare dettagliatamente di essa. A questo punto, se solo immaginiamo che il Sole si muova in forma di lemniscata, e che questa lemniscata è, per così dire, avvolta nel sentiero del Pianeta Marte, allora abbiamo il quadro necessario per le nostre investigazioni in queste ricerche. Inoltre, l’astronomia ci dice che il Pianeta Marte è più piccolo del globo della Terra. Noi naturalmente ci aspetteremmo il contrario, ma il suo diametro è solo leggermente al di sotto della metà di quello della Terra. In questo secolo e in quello passato abbiamo trovato un gran numero di minuscoli corpi planetari che sono così piccoli che non possiamo vederli ad occhio nudo e che si muovono entro l’orbita di Marte. Alcuni di essi superano persino quest’orbita penetrando in quella di Giove. Così abbiamo in Marte un Pianeta che è più piccolo della Terra, inoltre un gran numero di minuscoli Pianeti -i planetoidi – sono dentro la sua orbita. Possiamo così considerare Marte, da un certo punto di vista, come un corpo celeste che consiste di un Pianeta principale e di una moltitudine di minuscoli corpi, che hanno il carattere di Pianeti, entro l’intero sistema solare.

Come possiamo accostare questo Pianeta Marte e la sua sfera da un punto di vista spirituale? Nell’ultima Lettera abbiamo parlato di Saturno come del quadro della memoria cosmica del periodo di evoluzione dell’Antico Saturno, e di Giove come eredità dell’antico Sole. Ciò suggerisce di considerare Marte come una sorta di ricapitolazione dell’Antica Luna, che precede l’evoluzione della Terra: ossia l’evoluzione del nostro attuale Sistema Solare. Non abbiamo ancora descritto in maniera dettagliata nelle nostre Lettere l’evoluzione dell’Antica Luna. Dovremo certamente farlo qualche volta in futuro, ma per il momento dobbiamo limitarci a pochi commenti guida. Naturalmente possono essere trovati dettagli ne La Scienza Occulta di Rudolf Steiner. L’evoluzione dell’Antico Sole era giunta ad una fine ad un certo punto del suo sviluppo. Allora tutte le sostanze e gli esseri fisici che erano stati creati scomparvero. Risulta una “notte cosmica” durante la quale tutti gli Esseri gerarchici e la loro creazione ascesero a piani superiori di pura esistenza spirituale. Dopo che questa “notte cosmica” fu terminata, venne ad esistenza un nuovo “Pianeta”. Prima di tutto, dovette essere ricreato tutto ciò che era già esistito sull’Antico Saturno e sull’Antico Sole. Così queste evoluzioni passate vennero ripetute in più brevi cicli evolutivi del “Pianeta” che nel linguaggio occulto è chiamato Antica Luna.

Qui la sostanza venne ancor più condensata e divenne in parte “acqua”. Accanto ad essa inoltre esistevano lì calore e “aria” o luce come residui dei precedenti cicli dell’Antico Saturno e dell’Antico Sole.

I successivi fatti dell’evoluzione dell’Antica Luna sono essenziali per le nostre investigazioni: insieme con la densificazione delle sostanze fisiche, che ebbe luogo e che in realtà era un altro passo ancora più lontano dall’origine divina, gli antenati della razza umana erano ora dotati del potere della coscienza. Dobbiamo ricordare che all’interno della precedente evoluzione dell’antico Sole, l’antenato dell’umanità era diventato il portatore del corpo eterico o vitale. Egli non aveva ancora raggiunto la capacità di sperimentare eventi attorno e dentro di esso, in relazione al suo proprio essere quale entità separata che poteva sentire questi eventi come gioiosi, dolorosi, interiormente sommoventi ecc. Come le piante vengono in esistenza col Sole sorgente in primavera e in estate, ed appassiscono col declino del calore e della luce estiva, così l’antenato dell’umanità dell’Antico Sole si sprofondava interamente negli eventi intorno a lui senza collegarli a se stesso come un essere con un’esistenza interiore separata.

Questa capacità venne impiantata nell’antenato dell’umanità, in un certo momento dell’evoluzione dell’Antica Luna, dall’attività degli Spiriti del Movimento, che sacrificarono una parte del loro proprio essere. Collegato con l’inserimento del corpo di coscienza o “corpo astrale”, vi è un evento che mutò l’intero corso dell’evoluzione. Certe Entità spirituali causarono una ribellione, all’interno dell’Antica Luna, contro il corso normale dell’evoluzione. Può suonare strano che all’interno del mondo degli Dèi possa aver luogo una ribellione. Da un certo punto o livello dell’esperienza gerarchica, ciò può sembrare un atto di opposizione contro il corso normale; tuttavia, da un “piano” ancor più alto di evoluzione cosmica, esso può esser visto come una necessità che gli Eccelsi Esseri dell’ordine gerarchico iniziano per la necessaria esecuzione dei loro “progetti” divini. Essendo stati dotati i nostri antenati dell’umanità della facoltà di sperimentare gli eventi nel loro ambiente e gli eventi dentro di loro, come dolori e gioie ecc. , le Potenze ribelli giunsero a far uso di questa facoltà per indurli nella tentazione di credere che il mondo interiore, creato dalle sensazioni del corpo astrale, fosse una “realtà” in se stesso, separato dall’esistenza del resto dell’Universo. Così sopravvenne una scissura nell’intero Universo dell’Antica Luna. Vi furono i fatti obbiettivi e le Entità spirituali da un lato, ove tutto ciò che esisteva era una parte del loro essere, e dall’altro lato vi fu un mondo interiore di esperienza dentro i nostri antenati, che fu gradualmente allontanato dalla sua “origine” da quegli Spiriti potenti, ma ribelli. Questi Spiriti Ribelli cominciarono a dimorare dentro l’umanità come un’altra “realtà” accanto a quella del mondo esteriore. Questo sviluppo fu accompagnato da una condensazione della sostanza fisica. Possiamo comprendere che ciò fu forse un altro passo estremamente decisivo dell’essere umano verso la sua indipendenza e verso l’acquisizione del potere dell’ “Io”. Inoltre, ciò fu un allontanarsi dalla sua origine spirituale: dagi Dèi. Non potendo l’essere umano sull’Antica Luna far questo da sé, poiché non aveva ancora raggiunto lo stato dell’autocoscienza, spiriti potenti, ma ribelli, lo fecero attraverso l’essere umano. Possiamo intendere meglio questo evento se cambiamo l’espressione “un altra realtà fu creata dentro il mondo delle esperienze interiori dell’umanità” in “questa realtà interiore fu considerata sempre più come l’unica realtà nell’Universo e l’altra venne dimenticata”. Ciò era accaduto dall’epoca di quell’avvento sull’Antica Luna in poi attraverso lunghe ere di evoluzione, e noi in quanto esseri umani dell’ “era storica”, in realtà abbiamo raggiunto il punto più basso di questa discesa nella separazione dall’origine divina. Questo è l’evento principale dell’evoluzione dell’Antica Luna. Esso mutò molte cose: per esempio, la relazione tra il Mondo Spirituale e quello fisico, e il carattere del regno dell’umanità, così come di quei regni che esistevano allora sotto di lui. Uno studio della Scienza Occulta contribuirebbe immensamente nei confronti di una comprensione di ciò che è stato indicato così brevemente nella descrizione sopra ricordata. Questa intera evoluzione dell’Antica Luna viene “rimembrata” nella sfera di Marte. Lo spazio racchiuso nell’orbita di Marte è uguale allo spazio che occupava il Pianeta Antica Luna; inoltre la sfera di Marte, che è lo spazio racchiuso nell’orbita del Pianeta, è il dominio degli Spiriti del Movimento. Questa Gerarchia fu appunto quella che dotò l’antenato della razza umana del corpo astrale che, all’inizio, non era destinato ad allontanarsi dalla sua origine e tuttavia in seguito divenne il veicolo per la ribellione nell’Antica Luna.

Perciò, ora siamo giunti alle seguenti conclusioni:

1) Marte e la sua sfera sono il quadro mnemonico dell’Antica Luna e l’attività fondamentale degli Spiriti del Movimento deve essere collegata con la dotazione all’essere umano di un corpo astrale.

2) Poiché vennero usate da Spiriti ribelli queste forze astrali, per le loro intenzioni cosmiche, di questo fatto e delle sue conseguenze deve essere presente nel nostro Marte una “memoria”. Questa è la creazione da Marte e dai suoi abitanti degli impulsi di egoismo e di aggressività, così come di autoattività, nel corpo astrale umano prima che noi entrassimo nella vita sulla Terra.

3) L’impulso a creare un mondo interiore, indipendente, di sensazioni, sentimenti ed emozioni, sebbene causato dagli eventi e dagli esseri esteriori, ha un profondissimo significato. Come abbiamo detto, questa “realtà” interiore divenne la “sola realtà” per la coscienza dell’essere umano della nostra epoca.

Perciò, la nostra attuale percezione del mondo come consistente di sostanza materiale è dovuta all’attività di Marte sull’essere umano, in special modo sul corpo astrale nel periodo dell’incarnazione. Può suonare fantastico, tuttavia è vero che il fatto che noi sperimentiamo il mondo come materiale è dovuto alla storia evolutiva del corpo astrale umano. Noi stessi abbiamo creato il mondo della materia dura e solida: noi stessi abbiamo creato il materialismo, per il fatto che gli Spiriti ribelli nell’Universo ci hanno insegnato, ci hanno detto, dentro il nostro corpo astrale attraverso lunghe ere dell’evoluzione cosmica, che le nostre proprie sensazioni ed esperienze animiche dell’Universo che ci circonda sono una realtà in se stesse e che , alla fin fine, sono l’unica realtà. Essi insegnarono all’essere umano ad obliare la propria origine divina, ad aver fiducia unicamente nelle sue proprie esperienze animiche. Il corpo astrale, o corpo animico, in origine era destinato soltanto a rendere coscienti le esperienze sensorie cosicché i sensi potessero divenire un limpido, non distorto, specchio dell’Universo, ma la coscienza – il corpo animico – che rende coscienti le sue percezioni, reca l’eredità dell’egoismo e dell’autoconservazione.

E il “grande egoismo”, che vive nel corpo astrale come un’iniezione velenosa, infine desiderò avere proprio per sé tutto ciò che arrivava nell’ambito dei sensi. In esso non doveva esser lasciata traccia di qualsivoglia azione proveniente da un Mondo Spirituale. Noi abbiamo realmente portato a compimento ciò. Nella nostra coscienza abbiamo realmente creato un mondo nel quale lo Spirito non può più manifestarsi. Diviene per noi cosciente un mondo attraverso il fatto che è l’immagine del nostro freddo egoismo. L’impulso a distaccarci dagli Dèi e ad essere indipendenti, che venne immesso nel corpo astrale, ci conduce ad interpretare le percezioni sensibili come provenienti da un mondo che è abbandonato dagli Dèi: che è soltanto un meccanismo, un’immagine della nostra propria incapacità di percepire vita e spirito.

Questa capacità di creare il nostro proprio mondo attraverso le forze del corpo astrale, nel cielo di nascita di un essere umano è espressa nella posizione di Marte e nei gesti e nei movimenti di Marte durante lo sviluppo embrionale prenatale. Vogliamo ora illustrare questo fatto in alcuni esempi.

La capacità ereditata nel corpo astrale di creare “il mondo dei sensi” avviene attraverso impulsi di ribellione contro l’Universo voluto da Dio. Se immaginiamo che quest’impulso potesse non esser stato elaborato o potesse esser stato vinto, percepiremmo attorno a noi un mondo abbastanza diverso. L’impulso ribelle ci ha condotto in un mondo nel quale noi siamo noi stessi e soli, circondati da un Universo che nella sua freddezza spirituale e nella sua disanimazione ci lascia liberi. Comunque, dopo che abbiamo raggiunto l’autoconoscienza – l’ “Io” – l’impulso ribelle ha perso la sua giustificazione cosmica. Ora, e sempre più in futuro, il corpo astrale deve diventare il veicolo per la creazione di una coscienza che interpreta le percezioni sensibili come provenienti dal mondo dell’ “origine”: da un Mondo Spirituale. La Scienza dello Spirito anela alla percezione del Mondo Spirituale che è operante e si manifesta dietro il velo delle esperienze sensibili. Perciò essa deve accettare il metodo scientifico della nostra epoca, tuttavia non può accettare le teorie di un’età che soffre gravemente a causa di quel grande “impulso ribelle”.

Essendo Marte collegato col corpo astrale, esso è sicuramente collegato col grande “impulso ribelle” che abbiamo descritto, ma in esso troviamo pure un’espressione di quelle forze nell’anima umana che anelano a vincere le attività negative e distruttive del corpo astrale, o corpo animico. Il corpo astrale è stato compenetrato dall’impulso dell’egoismo e dell’aggressività. Questo impulso può essere vinto da un potere che è quello opposto – il potere dell’amore e della compassione. Allorché, nelle Lettere precedenti, parlavamo di Saturno nella Costellazione dello Scorpione, menzionavamo il fatto – rivelato da Rudolf Steiner – che il Buddha, il Maestro dell’Amore e della Compassione, andò su Marte in un certo momento per vincere il declino su quel Pianeta. Il declino su Marte era causato da quell’impulso ribelle che aveva creato egoismo e aggressione. Così possiamo vedere in Marte il guerriero – il facitor di guerre – così come egli veniva sperimentato in tempi antichi. Ma da quando il Buddha è giunto su Marte , vi è un altro impulso che anela a portare amore e compassione giù nelle percezioni umane del mondo obbiettivo. E’ l’impulso che anela a liberare il mondo dall’incantamento dell’illusione dell’esistenza della materia. Questa illusione è creata là dove le percezioni sensibili incontrano l’attività del corpo astrale e lì deve essere vinta. Il corpo astrale è stato creato già prima della nascita; perciò l’atto della redenzione può essere massimamente efficace soltanto nello “status nascendi” del corpo animico. Ciò ha luogo entro la sfera di Marte ed è lì che il Buddha ora è attivo. L’insegnamento del Buddha può benissimo essere considerato come un insegnamento della purificazione delle percezioni sensorie. Se immaginiamo quest’impulso trasferito alla sfera di Marte, ove è impressa la “grande ribellione”, possiamo capire benissimo che nel tempo a venire esso crescerà sino ad esser un potere che vincerà il mondo di Maya, ossia dell’illusione, e muterà la natura di Marte.

L’anima umana passa pure attraverso il mondo di Marte nella vita dopo la morte. Se prendiamo le descrizioni di Rudolf Steiner in Teosofia sulla vita dopo la morte, troviamo una conferma di ciò che è stato detto più sopra. La sfera di Marte corrisponde alla prima regione del Mondo Spirituale descritta in Teosofia. Rudolf Steiner dice: “Nella prima regione del Mondo Spirituale l’uomo è circondato dagli Archetipi spirituali delle cose terrene. Durante la vita terrena egli impara a conoscere soltanto le ombre di quegli Archetipi, afferrandole nei suoi pensieri. Ciò che sulla Terra viene semplicemente pensato, in questa regione è sperimentato. L’uomo si aggira tra pensieri, ma questi pensieri sono esseri reali. Quello che durante la vita egli ha percepito, opera su di lui nella sua forma di pensiero. Ma il pensiero non appare come un’ombra nascosta dietro le cose: è realtà piena di vita, realtà che genera le cose.

L’uomo si trova per così dire nella fucina di pensiero ove sono create e plasmate le cose terrene, poiché nel Mondo dello Spirito tutto è moto e attività piena di vita”. Gli esseri umani sperimentano, anche in questa sfera, in qual modo apparteniamo alla realtà corporea fisica come un’unità; in qual modo noi siamo intessuti nell’esistenza delle cose fisiche. Rudolf Steiner parla di uno dei pensieri fondamentali dell’antica sapienza indiana del Vedanta: << Il saggio impara già nella vita terrena ciò che altri sperimentano solo dopo la morte, e cioè ad afferrare il pensiero della sua parentela con tutte le cose, il pensiero: “Questo sei tu”. Nella vita terrena ciò costituisce un ideale a cui la vita del pensiero può dedicarsi; nel Mondo dello Spirito è un fatto immediato che l’esperienza spirituale chiarisce sempre di più. In questo mondo l’uomo stesso diviene sempre più conscio di appartenere nella sua vera essenza al Mondo Spirituale.

Egli percepisce se stesso come spirito tra spiriti, come una parte degli spiriti primordiali, e sentirà in se stesso la parola dello spirito priomordiale: “Io sono lo spirito primordiale”. (La saggezza dei Vedanta dice: “Io sono Brahma”, cioè sono una parte dell’Essere primordiale da cui discendono tutti gli esseri) >>. Se gli esseri umani portano dentro se stessi il potere di quell’Essere primordiale omnicreante, allora noi dobbiamo essere responsabili, per l’apparire del mondo fisico, attraverso la nostra natura di Marte che ci ha legati al mondo fisico mediante le nostre percezioni sensibili e la nostra coscienza di esse.

Incontriamo qui il medesimo fatto che abbiamo elaborato più sopra, solo da un angolo differente. Dopo la morte, l’anima umana sperimenta nella sfera di Marte gli Archetipi spirituali degli oggetti fisici nel mondo. Possiamo sperimentarli in questa sfera poiché prima che entrassimo in essa siamo stati liberati e purificati nella nostra anima da forze quali l’egoismo e l’aggressione. Ora siamo capaci di sperimentare la teoria degli oggetti materiali come illusione. Diventiamo seguaci del Buddha che ha vinto l’inganno causato dai sensi terreni. Prima della nascita, acquisiamo nella sfera di Marte la capacità di percepire con i nostri sensi corporei il mondo terrestre nel quale entriamo, tuttavia mediante le nostre percezioni sensibili siamo capaci di creare un mondo d’illusione – di materia – oppure un mondo che è la manifestazione degli Archetipi, dei pensieri degli Dèi. Da Marte veniamo dotati della capacità di fare l’una cosa o l’altra; ciò è lasciato alla nostra libertà. Sarà sempre una lotta dentro la nostra anima individuale quella nella quale noi procediamo: la via della nuova creazione oppure quella del declino del mondo. Questa lotta individuale appare nei movimenti di Marte prima della nascita. Essa mostra le possibilità che un essere umano ha portato giù sulla Terra, tuttavia non mostra la decisione che sta entro il regno della libertà umana.

Ritornando all’inizio di questa descrizione della natura di Marte, possiamo ora comprendere meglio perché esso consista del corpo principale che in astronomia chiamiamo Marte, così come di una moltitudine di “asteroidi”. La sfera di Marte è una regione di lotta cosmica nella quale un vecchio e rigido mondo combatte con un giovane Universo colmo di Luce che qui è soltanto un germe della futura evoluzione cosmica. Perciò, possiamo immaginare che il Pianeta principale una volta venne scisso in molti minuscoli Pianeti da una lotta che ebbe luogo nell’Universo. Così il Pianeta principale è diventato più piccolo persino di quello della Terra.

Nella Lettera successiva elaboreremo la posizione di Marte negli oroscopi di una quantità di personalità storiche che ci metteranno in grado di verificare quel che abbiamo detto di Marte in questa Lettera.

(Continua)

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI
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