Nome dell'autore: isidoro

BREVE LODE AL DIO, ALLA FURIA E ALLA BIRRA

 

La figura di  Ódhinn è quella di essere il primo dio del Pantheon nordico: è la Sovranità cosmica, universale, forse un tantino oscura, magica e sicuramente terribile.

Vasto è il campo della sua azione: egli appare a volte come un dio guerriero, in momenti diversi come Psicopompo, in certi casi più rari diviene il dio della Fecondità.

Andrebbe forse sottolineato il “centro” di Ódhinn che i massimi filologi individuano in WAT- da cui dovrebbe derivare il nome divino.

WAT- indica la furia divina, profetica – da cui l’antico irlandese fāith, veggente, profeta – lo spirito poetico (latino vātēs): l’essere che è fuori di sé, assorto in una dimensione sovrumana.

Adamo da Brema scriveva: “Wodan id est furor”. Dunque, pur nel rispetto delle interpretazioni, a partire da Tacito, che lo assimilano a Mercurio e leggendo dei suoi molti appellativi, il carattere più ricorrente e fondamentale è centrato sull’elemento della furia.

Ódhinn, dio della furia è bensì colui che possiede la sovrumana capacità di trasformazione e proprio nella sua furia si trascende attingendo ai doni della saggezza, della profezia e dell’invulnerabilità.

Egli è perciò il dio delle rune, che non sono semplici segni grafici bensì simboli di una conoscenza oscura e profonda. Le rune sono un momento eterno, possederle è poter afferrare i fili dell’esistenza.

Per possederle, Ódhinn si è sacrificato a sé stesso, appeso per nove giorni all’Albero Cosmico. Questo albero è Yggdrasill: ai suoi piedi c’è la dimora delle Norne che intessono i destini.

Anche gli dei si riuniscono intorno a Yggdrasill, come le divinità greche si riunivano in cima all’Olimpo. Ma le radici di Yggdrasill rimandano alla fecondità: infatti Ódhinn dona eternità a coloro che caddero in battaglia. Nel Valhöll li nutre con cibo perenne. Lì gli eroi vengono trasportati dalle Valchirie, dee del numero 9, simbolo dei cicli del mondo.

La battaglia sulla terra, teatro di morte per i prescelti, è lo spazio della furia di Ódhinn. Anzi, in tale contesto vanno sottolineati personaggi come gli “orsi” (berserkir) o “lupi mannari” (ulfhedhnar): figure di guerrieri molto speciali: indossavano peli d’orso o di lupo e venivano presi in battaglia da un furore sovrumano e incontenibile che li rendeva insensibili alle più tremende ferite (ciò è documentato).

Sono bestie di Ódhinn i lupi e i corvi che banchettano con la carne dei morti in battaglia. Morte che come ho già detto apre le porte del Valhöll. Là, i caduti bevono abbondantemente idromele e birra.

La birra è legata intimamente al dio, poiché mediante una bevuta rituale può essere raggiunto lo stato di “furia”.

E. Zolla scrive: “E’ chiaro che le bevute rituali implicavano una qualche precisa operazione di controllo dell’immaginazione, che consentiva di impadronirsi della pericolosa bevanda. In questo senso si deve intendere l’equiparazione della bevuta alla “cavalcata rischiosa”, all’impiccagione rituale, alla battaglia (caro R***o, ricordi quanti stupendi rituali abbiamo officiato? Doveva essere la saggia spinta spirituale dei nostri avi!).

Così la coppa ripiena del liquido inebriante è fullr e trabocca (come poi il sacro calice del Graal), del liquido della vita.

E, come minimo, rende poeta chi beve, come riferisce lo Hávamál:

Ubriaco divenni,

del tutto ubriaco

presso il savio Fialarr

poiché è eccellente la birra

ove dopo riacquisti

ciascun uomo il suo senno.

*

Già! Le nostre genti erano molto legate alle antiche tradizioni (il Dottore fu laconico: “Bevono molto”). Ecco dimostrato come le cose, ora, vadano male: acqua e caffè la fanno da padroni!

TRADIZIONE

LA SCONFITTA DELLA NATURA NELL'ARTE e DINTORNI

 delaunay-cgpparis

Nelle pitture più antiche è l’uomo che viene rappresentato, mentre l’ambiente circostante è fondale o accenno.

Scrive Rilke (Del paesaggio e altri scritti): ”Nelle figure dei vasi, l’ambiente, casa o strada, è solo nominato, abbreviato quasi, dichiarato solo con l’iniziale; e invece sono tutti gli uomini nudi, sono come alberi che rechino frutta e ghirlande di frutta, come siepi in fiore, come primavere in cui cantino gli uccelli. Allora era il corpo, lo coltivavano come una terra, si adoperavano attorno ad esso come intorno ad un raccolto, lo possedevano come si possiede un buon podere, la ricchezza da contemplare, l’immagine traverso la quale passavano in ordine ritmico tutte le significazioni, dèi e animali e tutti i sensi della vita”

Rilke fa risalire a Leonardo la scoperta del paesaggio: “ Guardare al paesaggio come a qualcosa di lontano ed estraneo, di remoto e astratto che trova in sé la sua compiutezza, questo era necessario se esso voleva diventare mezzo e occasione di un’arte autonoma…si cominciò a capire la natura quando non la si capì più: quando si capì che essa era l’altra parte, indifferente, incapace di accoglierci.”

Così l’uomo si distacca dal paesaggio proprio perché il paesaggio sostituisce la natura.

Mentre agli antichi bastava il nome, la menzione di “quercia”, “selva” per penetrare nelle corrispondenti associazioni, il paesaggio deve venir precisato, analizzato. Ma la sua esasperazione è la sua morte.

Il romanticismo è un tentativo di salvataggio di una natura stinta e come scrive Praz, scade nell’ingenuo espediente di una soluzione psicologica. Per cui si inscena “una violenta agitazione di umani petti con un soffiar di venti ed un tuonar di procelle”.

Così l’uomo del XX e del XXI secolo si trova, in genere, bombardato da raggi e rumori, a rimirare inquadrature fotografiche che appartengono più al sogno che al reale. Massiccia entra nelle coscienze l’industria del sogno con l’allucinazione cinematografica e televisiva.

Per non apparire troppo pessimista dirò che la luce è ancora gioia e conoscenza, la tenebra è ancora sciagura e tuttora ci afferra sgomento quando si contemplano gli spazi sconfinati.

Infatti l’illimitato, lo sproporzionato della natura post-copernicana sono il tema della poesia cosmica ottocentesca.

C’è un “ma” grande: per concorrere a giungere ad un universo di dismisure concorre il telescopio, come, col microscopio si disintegra la terra visibile. Certo, la tecnologia viene sempre considerata neutrale, però non è un caso che quando essa scende in campo vince sempre sull’umano.

Vediamo da vicino il doppio fenomeno: il telescopio ed il microscopio sono utilissimi ma introducono l’occhio (e la mente umana) in spazi siderali e vetrini dove non esistono forme consacrate e la coerenza delle immagini è data da convenzioni, da ipotesi. Si giunge ad affermare che ogni spiegazione del mondo visibile può essere soltanto rivelata dal mondo che è invisibile all’occhio nudo e se questo invisibile viene rivelato soltanto da strumenti, si instaura un mondo scientifico che demanda agli strumenti le causalità del mondo, espellendo da esso il divino, il destino, il senso umano dei moti celesti. L’uomo non è più un microcosmo.

Rimane la poesia, nei due precedenti secoli, che invita ancora a contemplare e seguire la natura, ma in disaccordo con la scienza, la società e l’economia. Languendo in quanto svanisce il senso d’armonia tra lo svolgere della notte nel giorno, di una stagione in un’altra: divengono cose da “degustare” come spettacoli e come spettacoli, alla fine annoiano.

Il precursore di Baudelaire, Pètrus Borel, proclama noioso che le foglie siano verdi e non violette o azzurre.

L’impressionismo, nello sforzo di stabilire un’armonia tra uomo e natura, si fonda sulla accreditata teoria della luce, accettando la frantumazione della natura, vedendola come mera funzione di vibrazioni.

Appunto: il mondo visibile a occhio nudo è rinviato ad un mondo invisibile, alla luce dello spettroscopio: gli impressionisti non possono che disintegrare il mondo nel momento in cui spingono la natura come fascio di pure ondulazioni. Peccato che, oltre una infinita pluralità di punti luminosi, l’occhio percepisca, di fatto, delle forme: vedo il vaso e non una spruzzaglia di puntini. Questi ci vengono “svelati” da strumenti ravvicinanti.

Un notevole passo di Proust illustra il vacillamento dell’occhio spodestato: “ Esistono illusioni d’ottica le quali provano che noi non identificheremo gli oggetti se non facessimo intervenire il ragionamento. Quante volte su una vettura non scopriamo una lunga strada chiara che inizia a qualche metro da noi, mentre abbiamo dinanzi un muro violentemente illuminato che ci ha dato il miraggio della profondità…questo disorientamento dei ragionamenti lo chiamiamo visione”.

Vi rendete conto di cosa dice? Magari una coerenza alla “visione” chiede solo che l’arte divenga delirio…o miseria: la natura è vinta!

Infatti “tanti sono gli artisti originali e altrettanti mondi abbiamo a disposizione…tale l’universo nuovo e perituro che è stato creato, e durerà fino a che la nuova catastrofe sia scatenata dal nuovo pittore o scrittore originale”.

Sorge un nuovo congegno sociale, si chiama “Industria culturale” in cui possa affermarsi il paradosso di Wilde: “la natura deve imitare l’arte, la regola dell’artista dev’essere non tanto di tenersi alle proposte della natura, ma di non proporle nulla che essa non possa, non debba tosto imitare” Gide, Journal des Faux Monnayeurs.

Mi pare che Gide dica semplicemente che l’artista deve fare cose che siano destinate ad essere accolte e divulgate attraverso i mezzi di massa, gli attuali media (sapete che volo basso).

Il dato biologico ancora resiste: la curva della temperatura del corpo segue l’arco che il sole descrive negli spazi, il sonno sopravviene dopo il crepuscolo per sciogliersi la mattina, di fatto il corpo
della donna soggiace al calendario lunare e la gestazione nei nove mesi corrispondenti alla distanza fra un solstizio e un equinozio, persino il linguaggio comune contiene le metafore tra cielo e corpo.

Ancora per quanto? Il corpo stesso inizia ad adattarsi alle condizioni industriali, nonostante la lentezza del processo: metamorfosi da mammifero a insetto sociale?

Se queste osservazioni vi sembrano poco divertenti, mi pare che il Dottore, in circoli riservati (come la Comunità dei Cristiani), comunicò previsioni a scadenza alquanto breve che potrebbero rovinare le notti dei ciecottimisti. Ora non si grida più nel deserto e farlo ad una massa sociale liquida (informe) che non vuole sapere di non sapere è tempo perso. Ci sono ancora, qua e là, individui. Ciò è grandioso, semi-divino. Il resto è rovina o non è nemmeno quello. La rovina emana una dignità particolare, un senso di arcana riverenza che si perde negli sciami di gite collettive organizzate.

ARTE

TRADIZIONE, ANTITRADIZIONE

sole giallo

sole nero

La tradizione può opporsi alla tradizione? Sapete, poiché iniziai la mia vita lavorativa come pedagogo, basta che peschi Charles Fourier (1772-1837; filosofo, pedagogista, utopista) , il quale riteneva che in sé ogni istinto era benefico, purché lasciato libero: basterebbe lasciar crescere ogni desiderio nel suo luogo appropriato. Ogni cosa al posto giusto ma sollecitando tutti a lasciare libero corso ad ogni impulso.

Poi, infine, leggendo le sue opere, dopo tanto discorso sulla libertà, raccomanda una educazione che pieghi i giovani alle brame dei decrepiti.

Ecco: l’ordine saintsimoniano (Saint-Simon 1760-1825; filosofo industrialista) e l’anarchia fuorerista sono antipodi amici.

Chi, in modo ignaro ed impreciso, andrà cercando le forme eterne della Tradizione sul terreno di doverose dissipazioni e di parole d’ordine rigorosamente deformanti?

Il tempo caro a sé stessi (il tempo libero) possiede due formulazioni: una scioglie l’erotismo dalla procreazione, l’altra la psiche dalla realtà oggettiva.

Il gregge allucinato fornisce ai tecnocrati il materiale umano per esperimenti di infinita manipolazione. Come le meraviglie meccaniche fornirono agli ozi dei re cinesi e ai satrapi dell’età alessandrina, intrattenimenti in cui la fantasia imprimeva il delirio al ferro e al legno, così tra non molto gli oligarchi potranno dilettarsi tra illimitate produzioni di uomini-bestia nei propri giardini zoologici.

Tutto ciò è in fieri, permane nell’altezza la Tradizione e solo l’odio per essa spiega la pratica smisurata della dialettica su ogni cosa, la critica selvaggia, la tradizione dell’inestirpabile tradizione dell’antitradizione.

I caratteri della tradizione diabolica sono invariabili nel tempo (anzi, fuori del tempo).

La tradizione diabolica loda le parole del Menzognero: “Sarete come dèi” ovvero non sarete conformi alla direzione della vostra divina origine, bensì avrete poteri imitanti il divino: “sarete come dèi, pur seguendo i vostri istinti”.

La tradizione dell’antitradizione rifiuta gli angeli, rischio non sbagliato in sé ma mozzato nella sua grandezza dalla cieca lotta per l’utopia del perfetto ordine tecnologico e dell’istinto liberato!

Quando la Maddalena si presenta a versare gli unguenti sui piedi del Cristo, Giuda Iscariota la biasima dicendo che converrebbe donare il prezzo dell’unguento ai poveri.

In questa immagine, in queste parole è racchiuso già tutto il pensiero della tradizione diabolica.

In poche parole non spetta a ciò che fonda metafisicamente la moralità, il consiglio di donare ai poveri, bensì all’atto di donare ai poveri, spoglio di ogni principio, spacciato per fine ultimo.

Reso ipocrita, transitorio, figlio della psiche.

Se si toglie ogni primato al rito, lo si ruba all’oggetto del rito: all’essere perfetto. Togliendo all’essere perfetto la supremazia, se ne nega implicitamente il suo assoluto a cui si contrappone la natura relativa di un atto umano ordinario.

Nel biasimo di Giuda è racchiusa la sostituzione del banale al sacro.

Ora il bisogno umanitario è già anteponibile all’Idea: ciò pone fine ad ogni criterio per porre in gerarchia i bisogni: prevarrà dunque il bisogno più violento e nevroticamente più astuto. Saint-Simon e Fourier sono già presenti nel discorso dell’Iscariota.

Il discorso di Giuda si ripete di progenie in progenie, con maschere diverse e identità eguali.

In particolare menziono la “sete di novità”: essa, di solito, copre perversioni, poiché se il primato è del bene, questi è ben difficile che abbia bisogno di nuove, incessanti qualità.

Poi c’è l’invito ad una vaga ma costante aspettazione, quasi si fosse di continuo alle soglie dell’inaudito: menzognero poiché il mozzo della ruota del Dharma è sempre sé stesso in sé . Se c’è ricerca, essa procede per inversione, non per eversione.

Ma così si avversa la Norma, più che altro per poter sostituire e imporre norme piccine e peggiori.

Infine si avversano i caratteri della natura con la menzogna:

Viene detto: la natura è maligna. La natura non è assolutamente buona, è solo relativamente tale e andrebbe sentita come sorella e non come madre dell’uomo. Ma la tradizione dell’antitradizione insegna ai suoi adepti che la natura è malvagia, che l’uomo deve negarla radicalmente, criticandola senza limite e liberandosene con la pratica di ogni possibile vizio per giungere ad una esperienza che lo porterà alla completa liberazione.

La tradizione dell’antitradizione, dal moderno all’oggi, pervade in modo penetrante ogni uomo non dotato di straordinaria indipendenza e fedeltà da costruire per forza propria l’aria animica, ben diversa da quanto viene respirato dalle anime ignare.

E’ dalla fine del ‘700 che la Tradizione vive in ombra, benché perseguitata con minuziosi eccidi, o almeno scoraggiata con blande ma costanti misure, comunque beffata e scoraggiata in tutti i modi.

Data una malcompresa “Iside svelata”, non c’è ente della sottonatura che non si serva delle forme ghermite, per costruire una tradizione che possa togliere anche al cuore degli uomini il già debole ricordo della via interiore.

Credo che ora lo spazio della vita (e della libertà) sia strettissimo: un tempo la società era dominata dalla tradizione, adesso è la tradizione dell’antitradizione che domina il mondo.

Le norme variano, sono merce della mutevolezza, della fortuna, sottomesse agli spiriti dei mutamenti, degli smerci, delle truffe e delle morali comparate.

Scrive Manzoni: “l’errore non vive, quel tanto che può vivere, se non a forza di moderazione, di saviezza, di sapersi guardare dalle insidie della logica che, con quel suo andar diritto, conduce all’assurdo; e per non essere stata consultata quando si trattava di esaminare il presupposto principio prima di accettarlo, entra per forza a cavare le conseguenze e si diverte a farne uscire le più alte cose del mondo”.

“La morale comparata è l’inizio del sadismo”. 

SENZA CATEGORIA

AMULETI E TALISMANI

 talismani

Vorrei brevemente affrontare una caratteristica umana che è antichissima ma perdura in tantissimi atti della vita contemporanea. Ognuno può osservarsi e vedere da sé quanto, sia poco o molto, riesca ad incidere nei fatti più comuni.

Devo purtroppo iniziare partendo da una ambiguità originaria, cioè presente nei termini antichi.

L’amuleto deriva dal latino amoliri (rimuovere) o dall’arabo himālah (ciondolo o pendaglio)? Io non lo so e non essendo filologo continuo tenendo per me questo angosciante interrogativo.

In ogni caso l’amuleto si riferisce ad oggetto “ capace di stornare influssi negativi di vario genere per colui che lo indossa”.

Nell’uso corrente l’amuleto è anche sinonimo di talismano per il fatto che entrambi portano vantaggi a chi gli adopera.

La differenza consisterebbe che l’amuleto ha un precipuo scopo protettivo, mentre il talismano garantirebbe al possessore il raggiungimento di beni desiderati.

L’uso degli amuleti è documentato fin dalla preistoria. La materia di fabbricazione poteva (può) essere tratta da ciascuno dei tre regni naturali e le forme erano (sono) svariatissime: forma e sostanza erano (non ripeto più il verbo al presente ma ci sta sempre) in relazione con quella che sarebbe stata la loro funzione, anche in virtù del mana che erano capaci di sprigionare.

Oro (incorruttibile), rami di corallo…e in genere oggetti o rami puntuti (molto potente è un ramo biforcuto di larice falciato dall’albero in luna piena, tenuto a riposo in lino bianco), capaci di infilzare l’influsso molesto. Poi si usava l’ambra con la magica capacità di elettrizzarsi, radici con forma somigliante ai genitali umani, ecc.

Usatissime le piante: la ruta contro l’invidia, il ciclamino propizio alle partorienti, la verbena adoperata in Roma dai feziali che si recavano in territori ostili. Infine chiodi di ferro (le punte ferrose spaventano anche ora certi esseri fisicamente invisibili), ferri di cavallo e altro ancora.

Con il Cristianesimo mutò, in parte, l’atteggiamento e parte degli oggetti: vennero usati come amuleti crocette, monogrammi, reliquie di martiri, perlopiù false.

Divertente la distinzione che la Chiesa cavalcò quanto prima: tutto ciò era diversissimo dalla vecchia superstizione pagana, poiché tali oggetti erano muniti di “virtù intrinseca” capace di preservare dai mali naturali o dagli attacchi diabolici per la particolare protezione di Dio e dei Santi.

Dunque sappiate che dire “amuleti cristiani” è ciò che vi confina tra i protestanti ed i razionalisti.

Naturalmente i cristiani più primitivi continuarono a paganeggiare in beata ignoranza e perciò ad usare ferri di cavallo, campanelli, pietre semi-preziose, chiodi e legni stappati dai sepolcri, per non parlare di antichi segni e simboli zodiacali.

Abbiamo negli attuali musei scongiuri scritti su piombo o marmo e gremiti da nomi angelici insieme a indecifrabili parole mai pronunciate da uomo. Furono impressi sui casolari (e in lapidi funerarie) disegni di ruota, svastika, pesce, ecc.

Il Rinascimento portò in auge i misteriosi rapporti tra i pianeti e, a seconda dei casi, il loro riflesso terreno in certe pietre preziose, minerali rari, piante e animali singolari.

Poi, l’isteria verso le streghe aumentò alla pari del malocchio (pura superstizione…ma andate a raccontarlo a chi non c’è più, defunto senza cause apparenti. Gli occultisti calcolarono che solo nel sud dell’Italia nei primi decenni del secolo scorso, furono ben oltre il migliaio le vittime della…superstizione).

Avendo scambiato tali fantasie per realtà, fiorirono tutti i mezzi possibili per difendersi contro la stregoneria e altri incidenti di percorso.

Del resto, anche nel presente, molte persone, spesso istruite, praticano seriamente l’uso della mascotte, credono al benefico tocco del ferro, non usano certi colori sulla propria persona, ecc.

Dimenticavo di segnalare che la Chiesa cattolica definisce due gradi di peccaminosità in tali pratiche: più blanda la prima, è chiamata di “vana osservanza”, la seconda è più severa ma scusate, non ricordo il nome che ha a che fare con la magia: in ambedue i casi siete in condizione di peccato mortale.

Vorrei che ciò fosse del tutto chiaro per quanto vi indicherò ora.

In Medio Oriente viene chiamato “il talismano di Bidouh” La leggenda vuole che si chiamasse con tal nome il carovaniere a cui tutte le cose andavano sempre bene.

Ora fate attenzione: prendete un cartoncino quadrato, poi tirate due righe equidistanti in verticale e fate lo stesso in orizzontale.

Devono venir fuori nove caselle tutte uguali. Poi riempite ogni casella con un numero. Facciamolo in orizzontale.

Allora, le prime tre caselle (orizzontali) saranno, da sinistra a destra riempite con: 4, 9, 2.

La seconda fila con: 3,5, 7.

E la terza con: 8,1,6.

In qualunque direzione, anche diagonalmente, si sommino i numeri di una fila, il totale è 15, numero sacro poiché l’uno e il cinque corrispondono alle due prime lettere del nome Jehovah.

La tabella può essere modificata per usi buoni o malvagi e questo non lo scrivo.

Se ci credete, legatela come una collana sul petto e sotto i vestiti.

Se non ne vorreste più saperne, dopo aver compilato questo Sudoku magico, abbiate l’attenzione di bruciarlo completamente.

Buona fortuna!

ALTRO

COMBATTERE LE TENTAZIONI CENTRIFUGHE

 spirale centrifuga

Ben giustamente in uno scritto recente di Eco, l’autore ricordava come Massimo Scaligero si rifiutasse di dare, ai tanti che sicuramente lo chiesero, un costrutto di concentrazione. Invariabilmente Scaligero rispondeva che questo sarebbe stato un errore. L’indicazione formale e il senso dell’esercizio, altrettanto importante, lo si trova alla base di tutti i suoi scritti. Mentre il “costrutto” sarebbe una incursione dialettica e definita oltre un confine dell’azione, in cui – mi pare ovvio – curiosità e finalità razionalistiche non dovrebbero avere neppure un permesso temporaneo per metterci il naso.

La concentrazione è un atto serissimo e se ciò non viene compreso…forse sarebbe meglio tentare altre cose. Chi è pratico di concentrazione sa che, di fatto, entra in un mondo diverso, dove inizia a trovare un grado di realtà superiore a quello che gli è consueto, avverte che la pace è possibile, che un centro dell’essere esiste, che la determinazione sacrificale di tutto quello che avvertiva abitudinariamente come sostanza di sé, può consumarsi in un punto geometrico oltre il quale si spalanca l’infinito.

Da quello che ho sentito e visto – e gli anni non sono pochi – mi pare evidente che solo una minoranza di discepoli dell’antroposofia si sia sentita disposta a seguire la via, “più esatta e sicura” della Scienza dello Spirito. Ciò è assolutamente comprensibile: in genere la comunicazione antroposofica dona tantissimo alle anime mentre la luce del pensiero, se diventa il contenuto per eccellenza dell’anima, appare fredda, arida…anzi non appare affatto se non come un invisibile che illumina ciò che del pensiero giunge a coscienza come rappresentazione. Quest’ultima è sempre riproduzione del sensibile, sia esso una poltrona oppure un saputo o un pensato. In tal senso, attenendoci all’esperienza, non potremmo mai dirci altro che materialisti: l’interiore presentandosi come specchio imperfetto e frammentato del mondo sensibile. Pure il sopravvalutato sentire, quello ordinario sia chiaro, non se la cava, rivelandosi solamente l’impronta di condizioni o situazioni: dando anzi una passiva e ingiustificata valenza di valore vitale alle “cose”.

La Scienza dello Spirito ci indica un percorso che, prendendo l’avvio dall’esperienza dell’immanenza di questo pensiero che come puro riflesso non condizionante ha avuto il positivo compito di rafforzare il senso dell’Io ed un certo spazio di libertà di cui purtroppo troppo pochi sembrano esserne consapevoli, può risalire al suo momento dinamico  ossia a ciò che esiste potentissimamente prima che si rifletta, ormai estraniato, in ogni cosa altra da sé, in cui  è pressoché impossibile intuirlo.

La strategia atta a percorrere questa strada è, al contempo arida impersonalità scientifica e arte ineffabile. Chiamiamo il suo gesto col nome di concentrazione.

Sinceramente è un pessimo nome, così generico e abusato che, a fronte della comprensione superficiale, regge poco. Tant’è che potremmo usare il termine antico di ekagrata, che almeno rallenta la disattenzione. Naturalmente l’obiezione consisterebbe sulla liceità del significato. Vero! Ma anche altri termini d’uso, come karma, atma ecc. devono venir corretti da una energico lavoro di comprensione e rettifiche.

Del resto, in tutta la Scienza dello Spirito, la facile fissazione dei concetti e delle immagini in quadri statici è l’errore tra i più gravi. Tutte le comunicazioni antroposofiche sono congegnate in modo da rendere il pensiero mobile e immaginativo (sto parlando di una condizione già non comune): se per passività e pigrizia si permette alle comunicazioni di scivolare sul piano razionalistico della mente (e di restarci), mi pare inutile girarci intorno: si consegna la prima fioritura dell’Anima Cosciente al dio oscuro. Cosa che viene fatta e perseguita con lodevole impegno.

Occorrerebbe mettersi d’accordo, una buona volta – una volta per tutte – che già il tentativo di una corretta conoscenza volta allo spirituale, implica un grande sforzo, una vera e propria lotta con sé stessi e col proprio mondo concettuale: quest’ultimo è dapprima, per proprie peculiarità, naturalmente inadatto ad acquisire senza rivoluzioni, i pensieri che, anche se aggiogati alla necessità dialettica, recano contenuti spirituali. In questo caso occorrerebbe accorgersi che la struttura dialettica è pura forma che l’anima dovrebbe superare: non col facile rumine della propria provincia emozionale, né con la fantasticheria che vola oltre i contenuti.

Ci sono parole e frasi: sono esse il territorio di confine che va superato per azione profonda, esercitando un pensiero più profondo. Si giunge persino a percepire come il cervello venga maltrattato!

Suppongo conveniente per il lettore che su ciò mi ripeta: se lo studio e la comprensione della letteratura spirituale non includessero fatica, lotta e superamenti interiori, se appagassero l’anima come fossero zucchero filato, nessuno dovrebbe illudersi di ricordare così Scuole sovrasensibili: per restare in dolce analogia, piuttosto si è trovata la via del Luna Park dello spirito. O del Paese dei Balocchi.

Realtà e finzione. Occorre che vi citi qualche nome inciso sui grani del rosario delle personalità che prima e assai meglio di me, hanno ammonito gli incauti ricercatori del pericolo di farsi attrarre proprio da quello che per l’anima bastarda è facile ed attraente?

Non si tratta di chiudere l’interiore a quanto ci viene incontro ma di riflettere poi, attentamente, se regge ad una logica essenziale e infine, se saprebbe reggersi per sé, senza il nostro complice intervento.

Tutto questo dovrebbe avvenire sul terreno di una serena e illuminata luce di consapevolezza.

Con la scomparsa di Massimo Scaligero, il senso di un serio lavoro interiore fondato sui fondamenti del proprio Io, per tanti è svanito in un soffio. Troppi si sono, per così dire, sostituiti a lui: più di zero sono subito tanti!

Vige una femminea attitudine (chiedo scusa alle lettrici) di cercare e trovare un polo aggregante fuori di sé. Senza alcun impulso conoscitivo ma fondamentalmente emozionale. Cito il caso della signora von Halle, verso cui mi astengo da ogni giudizio.

Allora: ha le stigmate, non mangia, possiede vari e diversi poteri: bene! Ma, detto semplicemente, qual è l’ aiuto che lei può dare al mio lavoro interiore? Se il suo principale avversario che non demorde e lancia dardi con la scusa di Caterina Emmerich, imparasse da oggi a volare come Superman, certo sarebbe sensazionale…ma ciò cosa porterebbe nel mio tentativo di modificare la mia coscienza?

Cerchiamo di essere seri: per certi versi basterebbe giungere all’intuizione della persuasione di Michelstadter rispetto alla rettorica e il ricercatore farebbe un enorme passo in avanti. Ma il conoscere è davvero difficile.

SCIENZA DELLO SPIRITO

PARADISO E INFERNO

Janus-Vaticano

Alcuni anni fa cercammo di valutare una frase di Gustavo Rol (1903-1994) famoso sensitivo torinese: “Inferno e Paradiso sono qui sulla terra”.

Qualcuno rispose, con una certa divertita ragionevolezza che non occorreva essere veggenti per formulare una frase così, che bastava vivere la vita di ogni giorno e aggiungerci le comunicazioni dei media. Mi sembra giusto…anche se i giornali e le televisioni mentono spudoratamente e un po’ di bassa pressione ci snatura e illividisce la visione del mondo.

Sul vecchio Forum antroposofico, quello deceduto per colossale incapacità amministrativa, l’utente Mars avrebbe istituito un velocissimo tribunale per ragionevolmente fucilare, con fragore logico, la vaghezza della frase.

In effetti essa è ancor meno supportata di quella di Sartre che, con la “Nausea” che sentiva, disse che “L’Inferno sono gli altri”…forse non mettendo nel conto raffinate signore e giovani discepole, focose parentesi d’alcova di tanta disgustata profondità esistenziale.

Quel che si dice coerenza d’acciaio: sentendosi più proletario e rivoluzionario di tanti, teneva l’umanità “in gran dispitto”. Minuscolo Farinata, in un comodo inferno di cartapecora!

Può darsi che il veggente torinese intendesse la simultaneità nel medesimo luogo delle sfere di realtà extraspaziali, oppure alludesse a come un’anima possa, su questa terra, patire le più atroci sofferenze o la gioia celeste. Mah! Quanto mistero dietro ad una frase misteriosa pronunciata da un uomo misterioso!

Il fatto è che, chiudendo in un ripostiglio la metafisica, s’intende quella rimasta dopo gli gnostici e i neoplatonici, la frase di Rol si adatta, come l’abito del sarto, alla condizione dell’anima dell’operatore interiore: la sua vita può trovare addentellati in quella frase, magari togliendo le maiuscole ai termini.

Il meditante, superato il periodo delle difficoltà più grossolane, inizia a sperimentare due mondi, anche quando ancora ne ha scarsa consapevolezza.

E non sono cose granché segrete: una rumoreggiante giornata nel mondo esteriore e ed una manciata di minuti, spero ripetuta, in un mondo opposto, silenzioso e inabituale.

Quest’ultimo sembra così poco famigliare che viene, anche per molto tempo, confuso con la navetta dell’esercizio: del resto, salvo casi eccezionali nella vita, il mondo interiore è irraggiungibile senza la disciplina interiore. Lo so che le teste dure lo negano, qualcuno anche se tesserato alla S.A. ci bestemmia sopra  come l’idrofobo fugge irato dall’acqua (essere santi è difficile, ma se un po’ di coerenza logica entrasse…). In realtà capisco ben poco di ciò che viene negato poiché è solo reazione contro tutto ciò che è fuori dal piccolo sé stesso razionalistico, quello che è sostenuto dal cieco furore dell’istinto. Negli anni in cui Eco, come forum prima e come blog poi, è stato oggetto di critiche, in realtà monotematiche, nessuno dei nostri inquisitori ha mai risposto coerentemente o meno alle nostre osservazioni: iudicium sine intellectu.

Ma ciò non riguarda il tema. Ed è estraneo al mondo interiore.

Il mondo esteriore, quello che appare solido, certo e compatto, quale lo percepiamo e l’intendiamo, è tutt’altro che reale, piuttosto è anima travolta, asfaltata.

La corporeità percepita è solo mediatrice sensoria: colori, suoni, temperatura, liscio e scabroso, durezza e morbidezza, odori, ecc. ci giungono attraverso le vie dei sensi, che hanno un rapporto con l’esteriore come il tubo in cui fluisce l’acqua che gli scorre dentro.

Chi o cosa percepisce tutto questo? La coscienza, che, per così dire, viene colpita passivamente o bombardata.

Il pensiero, i concetti, che fluiscono dall’Ignoto, organizzano (nell’uomo normale) tutto ciò che in forme definite e concluse ci appare come il mondo che conosciamo.

Sembra una burla ben riuscita: dall’esterno un quid che non conosciamo cosa sia in sé, dall’interno una attività a cui siamo ben poco presenti e che ignoriamo da dove venga.

E abbiamo il coraggio di chiamare questo duplice inconosciuto “il mondo che conosciamo”!

Semmai una cosa è certa: che l’incontro tra gli sconosciuti sembra avvenire nella nostra coscienza: da essi nasce la rappresentazione. Non è poi sbagliato affermare che il (nostro) mondo è rappresentazione. E’ un’affermazione che la negazione, la cancellazione che interviene nel sonno, conferma.

Anche da questo punto di vista si può avvertire quanto possa essere (per noi) eccezionale la produzione di una rappresentazione completamente volontaria.

Formare una rappresentazione che non sia un prodotto passivo, intervenuto sulla scena della coscienza senza la nostra regia, è la prima azione vera che sia possibile all’uomo in quanto dotato da tutti gli elementi che dovrebbero comporlo. Tutto quello che discende dal già fatto, scusatemi tanto, ma in sede conoscitiva è essenzialmente una sciocchezza.

Nel nostro tentativo di entronauti, appena usciti dal porticciolo del fuori, avvertiamo quasi subito che non ci siamo infilati in un “cul de sac” ma che davanti a noi si apre un mare sempre più vasto: realtà stranissima: più limitiamo noi stessi, più lo spazio si dilata.

La coscienza, sempre piena di robe come un ripostiglio stipato, magicamente si svuota, si fa più chiara, illimpidisce. La cacofonia continua dei rumori svanisce nel silenzio.

Vi sono gradi di silenzio: il più elementare viene chiamato mentale ed è connesso con l’esercizio della rappresentazione voluta ma quando l’immagine assume una speciale mobilità e autonomia voluta senza sforzo, essa ed il silenzio che l’avvolge dinamicamente sembrano svincolarsi e assumere una specie di potenza propria, anzi sono veste di una potenza libera da sedi particolari: di solito essa  viene condotto al cuore oppure può succedere l’eccezionale: che una luce trasmutatoria scenda dall’alto nell’anima e nel corpo.

Comunque, in entrambi i casi, che sono temporanei, l’essere cosciente può assaggiare (sperimentarsi) qualcosa dell’infinito vivente e avvertire cosa sia la liberazione nel flusso dello Spirito.

Liberata dall’anima personale, sciolta dallo spettro della illusoria corporeità, la coscienza avverte il sentimento della libertà ed il sentimento della vita. Essi irraggiano in tutto l’uomo (ben oltre quella che continuamente deduciamo come morto riflesso).

In un mondo che permane ma più chiaro, illimpidito, fattosi cristallo, è il primo alito di forza e di vita che possiamo sperimentare o, per usare i termini della tradizione religiosa occidentale, avvertiamo l’alito delle virtù che emanano dal paradiso. Il loro “nulla” riempie tutto, le forme ed i vuoti tra le forme. Da tale nulla che illumina come un sole, il cuore si alimenta, si avverte che è ora il centro di ogni cosa.

Il contrappasso consiste, per la coscienza ed il suo sentire il vero, in una maggiore difficoltà ad indossare le vesti di scena sul palcoscenico del mondo ordinario che si avverte insufficiente e talvolta insussistente.

Ciò fu esperienza anche per giganti del pensiero a cui però il destino, tragicamente, non recò le giuste conoscenze di ascesi, e non evento raro, si rivelò per essi fatale.

Del resto, quale acqua di questa terra può dissetare, da quel momento, l’anima di chi riesce ad attingere anche a una sola goccia della rugiada dei Cieli?

SCIENZA DELLO SPIRITO

LIMITARSI? NEMMENO PER SOGNO!

 Lo stappo di Bombaci

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta.

Dice: “Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto: ”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite è sbagliato o almeno rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva  dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto.

“Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al filisteo assoluto di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, già rinverdisce spruzzato di crocchi bianchi e azzurri.

Con questa immagine intendo che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Anche Schwarzenegger lo seppe: cito con traballante memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Negli squat aveva superato il limite.

Ho citato un personaggio noto, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, alpinisti che si fanno otto ore di alte vie con zaini strapieni, ecc.

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto col sacco. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero, il cuore è in pace, avvertite che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai  pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi ha potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno o solo pochi, nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamato “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità, negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre bistecche di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, dobbiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela. Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative, vi sta ingannando, se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto lo è oggi.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Allora revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino appuntito.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante!

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, magari con molti tentativi di scatto in avanti, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota.

Ma poiché un giorno sarà capace di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SONORITA' PERDUTA

 

Il discepolo della Scienza occulta si pone oltre la conoscenza discorsiva, ma non nel moderno senso di un dispregio dell’intelletto a favore di un’abusata intuitività di raccatto solo coincidente col senso comune e lo stereotipo sentimentale.

L’impulso attuale dell’irrazionalità nella dimensione dell’occulto, significa solamente che si ostracizza il principio critico, dunque l’ordine logico.

La sovrarazionalità occulta ed il suo sacrificio nell’intelletto comune è invece un invito a non raggelarsi nelle determinazioni discorsive (mobili solo nella loro immobilità) come se queste esaurissero la realtà.

E’ un porsi, in lucida coscienza, dalla parte del Mistero, senza il quale l’intelletto non avrebbe vita, essendone in sostanza la fonte.

L’antecedente occulto è conoscenza completa quando lo si confronti con il pensiero discorsivo: questo è organizzato secondo un limitato modello visivo.

Infatti colui che si arresta alla dialettica, non può non definire, cioè mettere limiti visibili; oppure descrivere, cioè tracciare, una linea d’attorno. Vale a dire che ogni spiegazione, nel suo venir esplicata, si avvale della “chiarezza” e “precisione” che sono elaborati interiori del regno del visibile.

Sto dicendo che, quando mi spiego, fatalmente volgo verso l’astrazione, perché la visione è il senso più astratto, tant’è che, nel mondo, è il senso del tatto a rassicurarmi circa la realtà della visione.

Il pellegrinaggio verso il carattere discorsivo si organizza quando ci si stacca dal tatto e dall’odorato per attenersi, quasi soltanto, all’udito e alla vista e poi con lento processo, a partire dall’uso dell’alfabeto, soltanto alla vista.

Mentre che per l’Ebreo antico il conoscere è sostanzialmente un udire, già nei Greci prende il carattere del vedere.

L’introduzione della stampa accrebbe il primato della visibilità: prima di essa i libri parlavano, le frasi esprimevano, le parole indicavano…poi si penserà ai libri come contenenti di un contenuto di frasi, contenenti parole, contenenti idee, contenenti verità.

Con la stampa il conoscere è sempre meno trasmissione auditiva un mondo di diagrammi silenziosi.

Così primeggiano parole come “struttura e “metodo”: l’attenzione si fissa sui passi da compiere per giungere all’efficacia e sul metodo in se stesso invece che sui passi che si compiono pensando un metodo.

Vengono scisse due discipline prima sempre unite: la dialettica che presenta e la rettorica che orna.

Già l’università aveva ridotto a monologo il dialogo, poi la stampa il monologo a visione. Anche la rapidità dei processi mentali viene accelerata, onde si scorre un testo invece di leggerlo e, per forza di cose la logica diviene topologica, ossia basata su luoghi comuni.

Le scienze sono sempre più di tipo visivo-simbolico: siamo cioè in un cosmo dove la ragione è silenziosa, non dialogica e le comunicazioni tra uomini avvengono senza risuonare.

Manca la base del conoscere completo, cioè auditivo e tattile oltre che visivo.

Suppongo che, per intendere l’occulto, serva riesumare il conoscere pieno, fondato sui sensi, per poi negarlo e negarne la negazione.

Da qui, l’inaudita condizione di restaurare l’audizione, di ascoltare il verbo.

Dice il Rumi: ”Quando il tuo orecchio si affina, diventa un occhio; altrimenti le parole sono irretite e non possono arrivare al cuore”.

Il suono della campana è quello fondamentale che lo yoghin procura di udire (la campana è l’unico strumento che permetta di cogliere l’ipotono), poi la meditazione bada a raccogliere i vari suoni in connessione con le corrispondenti parti del corpo.

Schneider ha indicato la serie di miti secondo i quali ”il creatore stesso non è che un canto, per cui è probabile che la materializzazione del creatore sotto specie di strumento musicale, caverna, corpo o soltanto testa umana o animale non sia che una concessione al mito al fine di rendergli evidenza più concreta. Il creatore è un puro essere acustico: canto o grido creano un mondo di suoni e luci. L’apparizione della “materia” è atto posteriore, spesso considerato un decadimento”.

Nella Brihandarayaka Upanishad, per quanto mi ricordi, si parla che al principio il sacrificio fu sonoro e vibrando, creò i suoni, cioè i nomi delle cose, poi pietrificati in visibilità.

La “natura” è incanto: se si penetra la sua essenza la si ode e si risponde al creatore con i suoi stessi suoni, col disincanto.

Il Verbo è designato come tuono, stella canora, aurora risonante, canto di luce.

Il suono del Verbo è il suo corpo, il senso del Verbo la sua luce; nella tradizione vedica viene detto che il Verbo s’è diffuso nel creato, ogni tono musicale risponde ad una figura astrale, ad un momento dell’anno, ad una parte del corpo.

Chuang Tze (Na hoa cenn king, 12C): “E’ l’azione del Principio che risuona nei metalli e nelle silici sonore. E’ anche nel cozzo che li fa suonare. Senza di essa niente sarebbe…”.

Il pitagorismo negli inizi della civiltà occidentale determina con precisione la natura acustica della realtà ponendo un rapporto esatto fra suono qualitativo (nota della scala) e determinazione quantitativa (lunghezza della corda, ampiezza delle vibrazioni): i rapporti fra le note erano numericamente definibili e nel contempo udibili.

Così ad ogni suono che risuoni si riproduce in modello minimo la creazione dell’universo e ogni atto di attenta audizione consente di vedere l’armonia cosmica.

Questo “vedere udendo”, è un paradosso mistico su cui insisterà soprattutto Filone d’Alessandria (paradosso che è sperimentalmente verificabile).

Insomma: l’orecchio coglie la qualità degli oggetti che poi l’occhio può misurare in ragione reciproca.

Come Schneider insegna a rileggere gli inni al santo a cui è dedicato il chiostro nei capitelli catalani, Kaiser decifra gli inni dei templi di Paestum: mettendo in rapporto altezze, larghezze e profondità dei vari elementi, ne ricava le note di inni, maschi o femminei a seconda della destinazione e del culto.

Filone (De Somniis, I, 253) attesta che le steli antiche erano iscritte di parole-suoni che cantavano “le virtù del reale”.

Per finire, con prudenza accenno che, qualora si immaginino le sintesi delle attività creatrici dispiegate da Steiner per spiegare l’evoluzione dell’uomo e del mondo a partire dal non-tempo e dal non-spazio, tali non facili concentrazioni meditative danno allo sperimentatore la capacità di cogliere in sonorità diverse le tappe della creazione. Anche in questo caso l’udire è un gradino superiore dell’ascesi.

TRADIZIONE

SCOPI

 Hephæstus

Tra chi realizza pienamente quello che aveva concepito e chi non ha potuto realizzare nulla di ogni cosa, vi è di sicuro una gradazione quasi infinita di valori intermedi.

E’ una scala assai complessa poiché, oltre alla differenza tra i gradi di conseguimento dell’ideale che si voleva raggiungere, viene ad aggiungersi la differenza fra le qualità diverse dell’ideale medesimo.

Vediamo un po’: vi sono ambiziosi che mirano ad interessi materiali, sentimentali o intellettuali personali.

Altri che si propongono scopi più generali, più elevati e che possiedono l’impeto di scavalcare, a momenti, sé stessi.

Altri che, per così dire, sentono da millenni il canto delle stelle e vogliono scalare le cime che conducono agli splendori della Verità, della Coscienza e della Pace, quelli oltre ogni tempo.

E’ facile capire che la forza immessa negli sforzi e nelle rinunce  deve essere proporzionale all’ampiezza e all’elevazione dello scopo che ci si è proposti.

In ogni grado, dal più modesto al più trascendente, è raro trovare la quantità e l’equilibrio tra la somma di sforzi individuali, la forza di sacrificio di cui dispone chi si è proposto una meta e la somma delle rinunce di ogni genere e di ogni ordine che tale scopo esige.

Nei momenti in cui la costituzione complessiva di un essere umano permette la coerenza di ognuno di tali elementi è possibile il trascendimento di sé oltre il vincolo terreno.

Per questo servono le discipline. Che debbano essere molte o poche è destino individuale.

Il significato della “disciplina”, il suo significato originale, è quello di essere un discepolo.

Seguire la disciplina ed essere discepolo sono un tutto unico, come ossigeno e idrogeno sono una cosa sola quando vediamo l’acqua.

I tempi sono mutati, il maestro esteriore appartiene ad un momento precedente, ma rimane il fatto che il discepolo è uno che impara, che è pronto ad imparare da un maestro.

Dunque il primo requisito di un allievo, di uno che impara, è quello di obbedire. L’obbedienza è l’inizio e la base della disciplina.

Dei tempi antichi sappiamo qualcosa dei modi in cui si esigevano le dimostrazioni della disciplina dell’obbedienza da parte del discepolo. Poi la Conoscenza era un quid vivente che passava dalla coscienza del maestro in quella del discepolo.

Nel mondo dello Spirito ciò non è cambiato. Un giorno di decenni orsono un Iniziato che avrebbe abbandonato il corpo fisico dopo pochi mesi, mi disse forse con una punta d’amarezza ma con il tono neutro dell’obbiettività: “ Non c’è nessuno a cui possa trasmettere….”.

Un tempo fu necessario per il discepolo che la Trasmissione avvenisse in condizioni di animo del tutto passivo e ricettivo, frutto di obbedienza assoluta. Questo era il procedimento universalmente accettato. Molte cause hanno prodotto nell’uomo un maggiore senso di sé ed un forte sentimento di libertà che non consentono più una condizione di quel genere.

Ma, in ultima analisi, la dedizione, l’abnegazione verso il maestro, liberatesi dal maestro, sono riapparse dentro al discepolo, si sono incarnate in lui. Sono regole a cui egli accetta di obbedire.

Però ci sono regole e regole. Dipendono dallo scopo che ci si prefigge: se esso è ristretto, superficiale, le regole sono dello stesso calibro e per quanto efficaci in campi definiti, hanno (avranno) un effetto limitativo, persino debilitante sulla coscienza dell’individuo.

Se la disciplina significa obbedire, dovrebbe essere obbedienza ad una legge ampia ed elevata. La disciplina perfetta verrà soltanto dall’obbedienza alla legge più elevata. Il cuore della disciplina è quindi lo sforzo di superare sé stessi.

Invece di un sé inferiore che immancabilmente segue le leggi della natura inferiore, ciò che occorre è elevarsi ad un livello superiore di coscienza e alle sublimi leggi dell’Essere.

“Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo”.

Tanti hanno letto queste parole, pochi hanno avuto il rispetto e la devozione e la disciplina necessaria per condurre il proprio cuore “nelle profondità della venerazione e della devozione”.

Semplificando al massimo: si fa perché si ama. Si fa tutto per amore. Ma questo termine è così frainteso che è come se non avessi detto nulla.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LIBERTA' INDIVIDUALE E FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Cari amici,

se non vi dispiace vado subito al nocciolo di queste righe con una domanda forse ingenua oppure meno ingenua di quel che appare: “Perché nel movimento antroposofico (collettivo e individuale) c’è tanta paura nei confronti della Filosofia della Libertà?”.

Ho usato il termine “paura” e così troverò tantissimi scudi alzati. Avrei dovuto o potuto scrivere indifferenza, scarso interesse, rimozione, ecc. ma poiché credo assai poco al candore personale in chi segue da decenni la Scienza dello Spirito, non farei un buon servizio se usassi una fumosa diplomazia per evitare una parola indicante una nota animica fondamentale che, quando ascende e si fa discorso, in attimi come il geniale Fregoli, si traveste d’altro, persino nascondendosi in panni di elegante fattura bene imbottiti di sacrificio, moralità e volontà (desiderio) di azioni eroiche.

Anche e soprattutto di amore si parla e si straparla, come se questa elevatissima virtù – reale presenza dello Spirito nel mondo e potenza trasformatrice di ogni realtà – potesse venir accesa (o spenta) al pari delle lampadine, con un “clic” sull’interruttore. Come se la personalità corrente, che è qualcosa di più di un incidente di percorso ma non molto, non fosse consanguinea della stessa Forza che divise l’uomo dal mondo universale attraverso ciò che nell’anima si esprime come impulso d’odio e separatezza. Persino l’io in quanto intuibile e sperimentabile al centro della coscienza ordinaria, viene avvertito nelle individualità più deste e sensibili, come se attraversasse una sorta di “ossificazione” che pochi decenni fa ancora non esisteva.

Non coltivo il pessimismo ma vorrei soltanto che i lettori ed i ricercatori tenessero i piedi ben ancorati al suolo, ossia alla realtà che purtroppo è spesso meno carina delle rappresentazioni che gemmano dall’impulso spiritualista. Essa, la realtà, però educa l’uomo al pensiero corretto: è il sano contrappeso alla fantasia, quella che di “morale” non ha proprio nulla poiché nasce nel servaggio dell’anima dominata dal corpo ossia dalla animalità che giunge sino ad ingombrare e drogare la coscienza: fantasia che quando si agita nel pescivendolo o nell’antroposofo ha la medesima dinamica.

In realtà, quello che si evita non è un “libro” ma l’assunto della Scienza, che ha per fondamento l’osservazione pensante rivolta ad un fenomeno, il più possibile indipendente dalle condizioni esistenziali ed animiche dell’osservatore.

La Filosofia della Libertà risponde a questi requisiti, ponendo solamente come fenomeno da osservare il pensare stesso. Compreso questo, comprendiamo subito dopo che l’osservazione del pensare non è una condizione ordinaria.

Abbiamo un illustre esempio. Quando il libro fu stampato, Steiner mandò una copia a Eduard von Hartmann, il grande filosofo dell’Inconscio (oggi quasi dimenticato) che in una conferenza di molti anni dopo, il Dottore definì come “l’uomo più intelligente del XIX secolo”. E, infatti von Hartmann, oltre a tante annotazioni a margine, marcò laconicamente la cosa con una sola parola: “impossibile”.

In questa parola sta tutta la chiave per capire la Caporetto generale, non dell’antroposofia in sé ma dell’averla abbandonata come scienza, preferendo estrarre da essa una mistica che, in essa, non c’è mai stata.

“Nella mia concezione, l’essere umano si apre e porta in sé a oggettiva manifestazione il mondo spirituale esterno; mentre il mistico intensifica la propria vita interiore, cancellando così il vero aspetto dell’elemento spirituale oggettivo” (la corsivizzazione delle parole, equivalente alla sottolineatura, è mia).

Ed è proprio questo che si è fatto e si sta facendo anche ora, energizzando anche indirettamente caratteri e atteggiamenti dell’anima che ribaltata com’è esigerebbe un “ribaltamento delle luci” per stare almeno diritta come si conviene, con la terra sotto ed il cielo sopra.

L’anima personalizzata a misura propria, cioè della propria natura consueta, non esce (e mai uscirà) dalla ruota dell’imperduranza e dell’impotenza: capace soltanto di creare scenari spirituali del tutto soggettivi per un solipsistico uso e consumo. Da ciò risulta consequenziale l’ottuso scontro, la rissosità, l’avversione cieca di cui fanno continua mostra i dinamici campioncini dell’amore fraterno ed i piazzisti del cammino spirituale.

Rudolf Steiner, sedici anni dopo la prima pubblicazione della Filosofia della Libertà (e altre otto opere), nel più ampio testo da lui scritto sull’uomo e il suo divenire cosmico, La Scienza Occulta, dedica una speciale parentesi a quanto può essere ritrovato nel suo libro precedente, nel quale converge il risultato “a cui il pensiero umano può giungere, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso” (qui il corsivo è dell’Autore) e continua osservando che il pensiero puro, come entità vivente giunga alla conoscenza del mondo, della vita e dell’uomo. Indicando questa via come più sicura e più esatta.

Circa nel 1922, rispondendo ad una domanda che presumibilmente riguardava il destino della sua vasta opera, il Dottore rispose che sarebbe rimasta “solo La Filosofia della Libertà” e che in essa “era contenuta tutta l’antroposofia”.

Risposta che non può non essere intesa se non “sub specie interioritatis”, essendo il libro fatto di carta e non di leghe iperuraniche. E forse non è isolata follia quanto apparve scritto e firmato sul Das Goetheanum nel gennaio 1992, in occasione dell’uscita in lingua tedesca di un libro di Massimo Scaligero in cui si garantiva la connessione eterica del suddetto libro con il chef d’oeuvre di Steiner (evidentemente ignorando i non compos mentis italici contrari a Scaligero, da essi non compreso ma nemmeno letto: contraddizione grottesca e senza scusanti).

Per non dilungarmi troppo concludo questo excursus, ricordando ancora una severa conferenza di Steiner, tenuta all’inizio del 1923 che, forse dà una parziale risposta alla domanda, canagliescamente retorica, che ho posto nelle prime righe.

Molte cose non andavano bene nella Società Antroposofica, tra beghe, discussioni, scarsa capacità scientifica, compromessi, ecc. che il Dottore denunciò apertamente, come denunciò pure l’estraniamento dei movimenti connessi (ora diremmo “le figlie”) dal nocciolo spirituale dell’antroposofia. Suppongo si sappia com’è andata poi, nonostante l’estremo sacrificio del Maestro!

Ai dirigenti convenuti, Steiner fa osservare che anche nel  diffondere l’antroposofia, sarebbe dovuto subentrare un atteggiamento diverso. “Si tratta di quanto segue. Vorrei rimandare al mio libro La Filosofia della Libertà, pubblicato tre decenni or sono…quando oggi si parla di pensiero, proprio quando se ne parla nelle cerchie più influenti, si collega ad esso il concetto di passività nell’atteggiamento dello spirito umano…di fronte a ciò, nella mia Filosofia della Libertà ho messo in rilievo l’elemento attivo nel pensiero umano, ho messo in rilievo come la volontà penetri nell’elemento del pensiero, come si possa sperimentare la propria attività interiore nel cosiddetto pensiero puro, mostrando al tempo stesso, come da tale puro pensiero sgorghi tutto ciò che può diventare impulso morale nella realtà. Ho quindi cercato di descrivere l’inserimento della volontà nel passivo mondo dei pensieri ed il conseguente risveglio di questo mondo a quanto l’uomo attivamente compie da un punto di vista interiore”. Prosegue indicando in questa esperienza un reale risveglio della coscienza, rispetto ad un precedente stato (ordinario) affine al sonno e oltre. “Si giunge a vedere che il pensiero passivo si comporta nella vita dell’anima proprio come il cadavere di un uomo nel mondo fisico.”

Poi il Dottore comunica un certo tipo d’esperienza che si attua con il pensiero vivificato, ”ossia bisogna giungere al di là di Saturno per trovare il mondo a cui siano applicabili i pensieri viventi, in cui si possa tuttavia trovare ciò che dall’universo agisce creativamente sulla nostra Terra” proseguendo in ulteriori descrizioni cosmiche che si manifestano quali esperienze attraverso il puro elemento della volontà.

“E benché abbia sempre detto che l’ordinaria ragione umana, scevra da pregiudizi, possa ammettere i risultati della Scienza dello Spirito, ho anche sottolineato come per chiunque sia oggi accessibile un tale atteggiamento della coscienza, attraverso il quale poter conseguire direttamente un nuovo pensare ed un nuovo volere, onde sentire di penetrare effettivamente nel mondo di cui narra la Scienza dello Spirito. Sarebbe stato necessario evitare di leggere qualcosa come la mia Filosofia della Libertà con lo stesso atteggiamento con il quale si leggono altre esposizioni filosofiche”.

Davanti a queste parole, pronunciate da uno dei più grandi Iniziati che si sono palesati nella storia umana, il peggiore criterio possibile usato comunemente dall’anima è il cieco ossequio o il totale respingimento. Ciò è persino comprensibile, data la condizione del “umano troppo umano” anche se sarebbe auspicabile che l’individuo avesse il coraggio conoscitivo di lasciar penetrare qualche fastidioso granello di pensiero estraneo e perturbante nel suo oliato meccanismo di spiegazioni e giustificazioni che gli consente di mantenere una ferrea e statica opinione su tutte le cose.

Ma come potrebbe essere possibile accendere nell’anima una condizione di libertà individuale capace di esperire le condizioni che La filosofia della Libertà sembra esigere? Probabilmente esercitando se stessi all’atteggiamento scientifico, necessariamente portato al limite delle sue caratteristiche.

La raccomandazione di Steiner è questa: “…elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso”.

Qui si indica la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza ossia la condizione zero della coscienza!

Appare chiaro che con ciò va fermato il pensare ulteriore e con esso tutto il più o meno vasto mondo dei nostri pensati e con essi il nostro mondo personale e la brama di essere che sostiene ogni nostra rappresentazione.

La mistica personale, che è sempre ipertrofia di ciò che semplicemente crediamo di essere e valere, va ridotta all’assoluto silenzio.

Quanti sono coloro che accettano di “morire da vivi”? Credo pochi, mentre i molti coltivano subcoscientemente una sorta di orrore per la più che audace azione interiore che, progressivamente, sembra spogliare di tutto l’entità umana, specialmente se arricchita dalla conoscenza esoterica che invece è per lo più fondata su un errore di valutazione evidente: non è esoterico ciò che naviga sul mare della discorsività. Questo non è un assioma mio, ma un fatto. Un fatto irriconosciuto, respinto: ma così è e tale rimane.

Ma cosa ci resta che renda forse possibile una “violenza buona” così radicale? Non di certo il continuo monologo con noi stessi a cui siamo abituati: esso è infinito ma non esce mai dal proprio circuito, equivalendosi in ogni suo punto.

E’ necessario l’esercizio, la disciplina dell’anima capace di interrompere progressivamente tutti gli apriorismi della nostra esistenza: l’atto, non l’elucubrazione.

L’itinerario, le esperienze della Filosofia della Libertà sono sostanzialmente raggiungibili solo quando l’anima possa riconoscerle, ma per riconoscerle, l’Io abbisogna del grado corrispondente all’intuizione – non parola vaga – come definita nella terminologia antroposofica. L’intuizione può affacciarsi là dove il pensare che contiene tutto il sentire e tutto il volere, in quanto rappresentativo, venga consumato: il fine ultimo della Concentrazione quando non venga scambiata con il  pur sano controllo delle rappresentazioni o altra operazione mentale o giochino psichico, essendo propriamente estinzione dell’essere in quanto brama radicale di vita.

Questo è il veridico livello dell’opera, in quanto si cerchi, per questa via, lo Spirito (e le eventuali “carenze” se reiterate quasi giornalmente, appartengono a chi fa il possibile per allontanarsi, assai più di chi fatica per avvicinarsi. Un pochino di logica, no?) .

E’ stata anche data la via delle immagini cosmiche: quella che dovrebbe essere “più facile”, sempre ché si dia un senso nuovo a tale parola. L’avete vista indicata, questa via, su  l’Archetipo, nelle limpide parole del dott. Colazza:”La Scienza dello Spirito, infatti, invece di esporre una dottrina (Pesate bene l’”enormità” di tali parole!)– come avviene in altri campi del sapere umano – suscita immagini vive che sviluppano, di per se stesse, forze di evoluzione e trasformazione. Così, chi riesca a percepire in sé l’operare delle Gerarchie che hanno contribuito e lavorano tutt’ora alla sua formazione umana, risveglia la coscienza di quanto vive nel suo essere, e si congiunge alle superiori forze dello Spirito in una relazione attiva…Chi formi questo quadro d’insieme e lo faccia vivere in sé, sviluppa forze viventi e muove un passo verso l’Illuminazione della coscienza…”.

Però anche in questo caso l’anima dovrebbe avere un eccezionale portato karmico o una completa disciplina di preparazione che si traduce nella capacità di porre dietro a sé la personalità ordinaria per offrire spazio e luogo all’attività del pensare-sentire-volere quando esso incontri, senza autoimpedimenti, le articolazioni immaginative dello Spirito.

Compiere questo sacrificio, per il quale serve tanta forza e tanta dedizione, per il quale è indispensabile uscire dalla mistica del proprio sé, è obbiettivamente difficile, per cui, anche questa direzione sembra essere stata sostituita da una sorta di astrazione discorsiva, anche da chi si ritiene operatore capace, alla conta dei fatti preferendo ogni sorta di rivoluzione o rifondazione che, fuori dalla realtà dello Spirito, è solo illusione nobile nell’illusione ideologica del mondo.

Questa è la partita che viene giocata nel prezioso ambito della libertà individuale,in nuce esistente davvero, ma che sembra accolta con poco entusiasmo dall’anima la quale non vuole subordinarsi all’io se non avvisa in sé l’intima presenza dell’Io Sono che i più intendono come esperienza mistica.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DIO DALLA PIETRA

 pietra_angolare

“Dio dalla pietra” è il terzo simbolo elencato da Firmico Materno, che interpreta la pietra come Gesù che “sostiene i fondamenti della fede, e posto angolarmente, compone in proporzione media le membra delle due pareti, cioè consocia le diversità del corpo e dell’animo a partire dall’immortalità largita all’uomo”.

La pietra cresce (i cristalli salini si agglomerano) dunque è viva, ha energia, è lo stato più compatto dell’energia: quello che meglio figura l’eternità.

Inoltre forniva materia per gli strumenti antichi ed era perciò madre, anzi era lo strumento di ogni strumento, la fonte di ogni mezzo, l’origine della vita.

Perciò si spargevano d’olio o si incoronavano le pietre (“Vetus in trivio florida serta lapis” dice Tibullo, I,I,12), perché l’energia vi si è accumulata e può essere restituita.

Come ho scritto, il rullare delle pietre smosse dai danzatori era simile al tuono, l’accoppiamento rituale simile alla pietra squarciata dal primo fulmine di primavera: dal tamburo si procede al sasso per mediazione dello sposalizio.

I significati sono tanti, il fondamentale è che la pietra è come il dio: Diversità e Silenzio assoluti.

L’uomo è incantato dal mondo, assordato dall’errore, ammutolito dalla sofferenza: all’incanto occorre il disincanto, poi bisogna fare silenzio, perché nel silenzio “parlano le pietre”.

Nel sonno delle sue facoltà sensibili, Giacobbe accosta il capo ad una pietra ed ha la visione della scala al cielo: quando si desta consacra la pietra, che Filone chiama Logos.

Ciò che è fuori dal mondo dei valori, perciò spregiato dal mondo, serve a dissipare l’incanto, a sciogliere la pietrificazione: la pietra disprezzata da tutti è l’angolare (Matteo, 21, 42): ciò che sta fuori dal mondo lo regge (lo rende sopportabile) come la chiave di volta di un edificio.

La pietra è anche ciò che percosso, s’infiamma, come il Marino scrive nel IV canto dell’Adone:

.

Selce ch’auree scintille in seno asconde

Il loro chiuso splendor mostrar non pote

Se dall’interne sue vene profonde

Non le tragga il focil che la percote

.

La pietra per eccellenza sarà dunque pietra focaia che nasconde la fiamma o un areolito di origini celesti.

E’ resistenza su cui i peccati si infrangono: la Ka’ aba alla Mecca è annerita dai peccati degli uomini.

E Origene, nella II omelia sul Cantico dei Cantici, dice: “La pietra spiccata dal monte senza soccorso di alcuna mano è l’avvento di Nostro Signore nella carne, e non fu tutta la montagna a scendere verso la terra, perché la fragilità umana non l’avrebbe saputa sostenere intera; solo una pietra, pietra d’inciampo, roccia dello scandalo, scese nel mondo”.

Pietra è anche ciò che rimane dopo che si sono bruciati i peccati, col fuoco che è la Nuova Luce.

“Chi è questo fuoco sapiente che lascia illesa quella pietra preziosa che è in me, consumando solo i mali che ho commesso?” si chiede Origene.

Così l’arte alchemica affermava che la pietra celata nell’uomo dev’essere squadrata e vetrificata, che allora è capace di guarire da ogni male diventando filosofale: la pietra è corpo in cui si edifica una vita non già psichica ma spirituale: mossa dal “soffio” che attizza il fuoco.

La pietra viene consacrata dalla folgore, perché la pietra va spezzata affinché il dio appaia: si sarà grati a chi ci infrange il cuore: è la divina rugiada che lo scioglie.

Tuttavia si dovrà essere come roccia, impassibili come Dio stesso: il medesimo evento viene designato con segno sia positivo che negativo.

La tentazione di Gesù avviene in due momenti. Al primo è offerto il potere, al secondo, più sottile, gli si chiede di trasformare le pietre in pani.

Egli risponde che queste devono risuonare come Verbo, nutrire lo spirito, non il corpo.

Pietre cantanti sono quelle che si circondano di silenzio e perciò le pietre furono scolpite in figure rappresentanti note musicali nei templi (così afferma Filone delle steli scolpite e nei chiostri medioevali sono state scoperte e decifrate da M. Schneider).

Per il Petrarca la pietra è l’origine delle sue affinanti sofferenze, come nell’envoi della canzone Ne la stagion che‘l ciel rapido inchina:

.

“Canzona, se l’esser meco

Dal mattino a la sera

T’ha fatto di mia schiera,

Tu non potrai mostrarti in ciascun loco;

E d’altrui loda curerai sì poco,

Ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio

Come m’ha concio ‘l foco

Di questa viva pietra ov’io m’appoggio”

.

TRADIZIONE

TERSICORIADE

 Tersicore

Mi è parso di leggere nei commenti come lupescamente un nostro prode articolista falci sotto i piedi di un innocente (?) lettore ogni vaghezza di verdi pascoli, di suoni flautati, di rugiadose pratoline pennellate su artistica tela …

Ma, beninteso sulle cime di aspri monti, devo difendere (d’ufficio) la danza con i suoi misteri. Sarò per qualche riga, scudo a Tersicore.

Poiché essa, conclusiva all’estasi in Santa Teresa come in San Giovanni della Croce, è il linguaggio che ancora oggi porta tracce della sua origine misterica, ancorché appaia ammutolito dall’inconsapevolezza del suo originario ufficio.

Nell’anemica danza occidentale ancora si possono seguire le tracce dell’origine quando gli uomini miravano a diventare simili agli uomini rotondi del Simposio platonico, e imitavano i giri degli astri nelle loro danze dedaliche e zodiacali, sicché G. Zacharias ha stabilito il senso dei movimenti principali:

L’allenamento è il digiuno e il tormento dell’inversione.

En dehors è  il movimento del sacrificio, l’offerta del braccio o della gamba che si tende al massimo come rinunciando al suo possesso.

A celebrazione della nozione che soltanto la liberazione dalla possessività scioglie il coagulo delle energie.

Aplomb è l’equilibrio che ci possiede, che ci sposa.

Elévation o relevé sulla punta dei piedi è il volo sciamanico o lievitazione, l’ascensione, il salto del dio fuor dalla pietra

Plié è il movimento di umiliazione che solleva, come écarté o épaulé sono segni di mediazione.

Poi, la danza primaverile cinese del fagiano, segue lo schema dell’iniziazione passo a passo.

Essa mira a propiziare gli accoppiamenti, e, per continuità temporale, la manifestazione del tuono, rimasto celato durante l’inverno.

Poiché il destino lega l’amore tra i fagiani, il tuono e gli incontri umani di primavera, accettarlo significa connettere questi suoi momenti danzandoli.

Dapprima i fagiani cantano e simulano il tambureggiare con le ali, agitano le spalle come tuonando.

Essi calpestano pietre in modo da farle suonare, rotolare, così essi spietrificano, sgelano le fagiane.

Insomma, come scrive Schiller, è gioia fondamentale, altissima, non come opposizione alla morte, ma gioia che abbraccia la morte come l’anno l’inverno, la giornata la notte.

Sempreché non si infilino le rosse scarpette di Andersen…

Carla

SENZA CATEGORIA

SPICCIOLI DI MAGIA

fiamma[1]

Vorrei porre lo sguardo su frammenti di discipline in uso tra maghi e stregoni; una tra queste era più importante rispetto alle altre: si trattava di esercitare un certo dominio sul cuore e sul sistema vascolare. Nel medio evo e sino quasi ai nostri giorni, ciò poteva essere ottenuto per mezzo di droghe di origine vegetale e talvolta animale.

Ho notizia che ancora oggi, in certe zone delle campagne europee, questo viene praticato da stregoni. Non scrivo per fare la morale, comunque sono pratiche estremamente pericolose, non fosse altro che per le sostanze altamente tossiche impiegate e anche qualche nome importante del passato panorama occulto europeo chiuse la sua vita anzitempo a causa di errori nelle preparazioni.

Del resto, i possibili risultati, per un certo modo di vedere, erano piuttosto ghiotti: viaggi in astrale, alcuni poteri e molti altri fenomeni extra- normali.

Prescindendo dai venefici composti, è esistita un’altra via, più ascetica e disciplinata che portava ai medesimi effetti.

La tecnica era questa:

Ci si aggiustava in una posizione determinata, si rilassavano i muscoli e si chiudevano occhi ed orecchi (questi ultimi con la cera).

Poi si rallentava leggermente la respirazione, concentrandosi sulle pulsazioni cardiache, immaginando il cuore che si contrae e si stende.

Affiora allora una percezione, ordinariamente inavvertita (in un individuo sano) che risulta ben poco piacevole. Le pulsazioni vengono avvertite come esagerate, dolorose, mentre il polso si accelera. Si prova anche un senso di angoscia che non dovrebbe essere pericoloso.

Con un periodo di pratica, le sensazioni negative cessano e l’impressione della contrazione cardiaca diviene naturale.

Allora è il momento di passare ad un secondo stadio: ci si rappresenta le pulsazioni come gradualmente distanziate. Si immagina di contrarre il cuore volontariamente e sempre più lentamente.

Con un po’ di pratica ci si accorge che il polso in effetti rallenta. Allora è giunto il momento di invertire il processo cercando di accelerare le pulsazioni. Così si continua, un giorno rallentando e il giorno dopo accelerando le pulsazioni.

Poi, con calma e prudenza, si accentua il fenomeno. Generalmente, l’occultista che dopo circa un anno di esercizio, giunge a rallentare a volontà le pulsazioni verso le 30 al minuto e ad accelerarle fino a 140, ha raggiunto lo scopo su questo gradino.

Circa a metà dell’opera e adoperando lo stesso procedimento, l’operatore si esercita a diminuire l’ampiezza dei movimenti del cuore, con lentezza. Lo scopo da raggiungere è, in pratica, quello di ottenere una pulsazione regolare ma appena percettibile.

Ottenuto questo risultato, esso va potenziato con la respirazione superficiale, fino a ridurre il corpo in uno stato di morte apparente.

Questa è la condizione più adatta per l’esecuzione di realizzazioni magiche…se si rimane svegli, se non si cade in trance, se non si entra in anomali stati di autoipnosi e se siano stati felicemente superati i pericoli generali, sia fisici che psichici, facilmente immaginabili, presenti lungo questo lavoro.

Per evitare l’aborto finale di una così lunga esercitazione, dal principio della via, si concentrava l’attenzione su una rappresentazione forte, quasi sempre simbolica o che rappresentasse la realizzazione dell’opera.

Come nel mondo ogni cosa ha la propria singolarità ma nessuna è totalmente separata dalla moltitudine delle altre cose, potrebbe sorgere la domanda se nella scuola occulta moderna vi sia qualcosa che possa assomigliare alle tecniche descritte, più vicine al fachirismo che a vie dello Spirito.

La risposta è negativa…ma anche nel sano occultismo troviamo, ad un certo livello e come effetto, modificazioni nella percezione del sistema sanguigno e nel centro cardiaco. A ciò corrispondono, accanto ad interiori risvegli, anche certe capacità magiche.

La chiave si trova, in primis, nell’attivazione del “sole che splende tra gli occhi”. Leo dà di ciò alcuni prudenti cenni nel II volume di Ur.

Anche Massimo Scaligero ha disseminato in più volumi alcune pratiche che rimandano a modificazioni della percezione sanguigna, di fatto quasi celandole, vista la modesta ampiezza e profondità di cui si fa uso nello studio dei testi. Comunque e sempre subordinandole alla cosciente liberazione di determinate correnti eteriche, rigorosamente sciolte dalle categorie fisico-corporee attraverso la pratica della concentrazione e meditazione.

SENZA CATEGORIA

TAMBURI LONTANI

 

…anzi lontanissimi. Nel tempo. E’ possibile che il tamburo sia stato il primo strumento musicale creato dall’uomo, ma è certo che fu uno dei primi.

Fu usato dall’età della pietra ed espresse, sin dall’origine, la massima potenza che non va intesa semplicemente come esteriore ma anche spirituale.

Nella forma più antica è strumento cultuale che riproduce tutti i ritmi vitali ed ordinatori: quando il tamburo fa questo, si dice che parla solennemente.

Nelle forme più antiche era ricavato da un tronco d’albero: squarciato in lunghezza, svuotato e arrotondato col fuoco; curando che un bordo dell’incavo fosse più spesso dell’altro: percuotendo il bordo spesso esce un suono grave mentre il bordo sottile produce un suono alto.

A seconda del rito, il tamburo veniva adagiato a terra oppure collocato ritto e inclinato verso la stella polare, così svolge la funzione di albero cosmico. Perché con il suono esso aveva lo scopo di congiungere verticalmente il cielo e la terra: la sua “parola” era il ponte tra cielo e terra.

Come l’albero della vita e della morte, il tronco-tamburo cercava di ricondurre all’unità il mondo lacerato da forze opposte: cielo e terra, acqua e fuoco, uomo e donna.

Per le Upanishad il denominatore comune a tutte le contraddizioni era: suono e ritmo. Il suono è acqua ed il ritmo è fuoco. Però il suono ed il ritmo non si osteggiano ma si fondono per formare quel “fuoco liquido” che, per le Puranas, costituisce l’essenza della musica e la matrice dell’universo.

Questa concezione portò a considerare il tamburo a tronco come uno spirito ermafrodito. I guerrieri appendevano le teste dei vinti per onorarne l’aspetto maschile e latte e piante quello femminile.

Da ciò ebbero origine i tamburi di pelle (matriarcali). Negli antichi stati feudali africani solo il re era il padrone di tutti i tamburi del Paese: solo il re poteva permettere il privilegio di suonarli. Lo stesso re riceveva il diritto del tamburo dall’alto, cioè dal Re del Mondo, dal dio del lampo e del tuono.

In India, da documenti che risalgono al primo millennio a. C. sappiamo che il tamburo era oggetto di venerazione: l’atmosfera era la sede specifica dello spazio rituale in cui si distinguevano due forme di tamburo: una era un enorme tamburello cilindrico che riproduceva la voce del tuono; l’altra aveva la caratteristica forma a X di una clessidra il cui centro era formato fa un piccolo collo mentre le parti inferiori e superiori formavano due cerchi uguali, uno rivestito con la pelle di animale maschio, l’altro con pelle d’animale femmina: cielo e potenza guerriera e terra e fecondità. Il tamburo a clessidra riproduceva il rumore del vento, del tuono e della pioggia.

Nel Rigveda si legge che questo tamburo è di volta in volta un cavallo, una nave o un cocchio a due ruote di cui una scorre sulla terra, l’altra in cielo. In un inno le pelli del tamburo vengono chiamate “orecchi” con cui cielo e terra si ascoltano.

Il Suono era l’unico mezzo di collegamento tra cielo e terra, per cui, ad esempio, non era attribuito un valore all’acqua piovana in sé ma solo al ritmo sonoro, al tambureggiare delle gocce di pioggia.

Gli sciamani americani originari dicevano pressappoco: “Questo tamburo veneriamo perché la sua forma rotonda è immagine dell’universo. Il suo suono è il cuore che batte al centro dell’universo. E’ la voce del grande spirito. Il suo suono ci porta la comprensione del mistero e della forza di tutte le cose”.

Concretamente, perché?

Perché, per quel tipo di consapevolezza, il tamburo era l’altare sacrificale in cui l’uomo sacrificava la fuorviante molteplicità delle impressioni sensibili, riconoscendo nel ritmo puramente periodico la Norma ultima e suprema a cui ogni evento del mondo è sottomesso. Se si osserva, ogni evento naturale è periodico e nulla è capace di riprodurre tale periodicità con la chiarezza e semplicità del ritmo puro, che è slegato da qualunque forma fenomenica precisa.

Inoltre esistono ritmi più segreti, che l’uomo teme di scoprire poiché ogni conoscenza presuppone un sacrificio.

In antico esisteva la figura della “vacca espiatoria”: essa, in perpetuo servizio, dà alla terra più di quanto riceve, e se uccisa non dona solo la carne ma anche la pelle che serve al tamburo: dunque l’unica moneta che abbia corso fra gli dei e gli uomini: il suono che emana dalla pelle della vacca espiatoria uccisa.

Tutte le altre azioni cultuali non erano che fenomeni collaterali del sacrificio acustico.

Per le antiche culture superiori il suono prodotto dalla pelle sacrificata era una massima espressione di ascesi: il grande cantore Kuei, dopo aver inutilmente esortato gli uomini ad una vita retta dal Dharma, si fece uccidere affinché la sua pelle potesse essere tesa sul cerchio di un tamburo. Compiuto questo supremo sacrificio, la sua voce cominciò a gridare dalla sua pelle in modo tale che gli uomini, costernati, seguirono le sue esortazioni.

Secondo la tradizione degli indiani Sioux, Manitù consegnò agli uomini un tamburo con due pelli, per poter comunicare con lui, chiedendo come contropartita la pelle di due persone sacrificate.

Non si dovrebbe semplificare troppo i ritmi dei tamburi primitivi in quanto, eseguiti quasi esclusivamente in ritmi asimmetrici, sono assai più dinamici delle suddivisioni a quantità regolari. Per esempio suddividendo un ritmo 8/8, non più in 4 e 4 o in 4 x 2 ma in 2 + 3 + 3. Ci si accorge che la suddivisione di un 8/8 in 4 x 2 dà addirittura un senso di pesantezza e fastidio.

Solo il suono del tamburo può fornire tali ritmi o proporzioni e altri infinitamente più complicati, in una forma cosi pura e tuttavia viva e non schematica.

Solo il tamburo può darci l’impressione, purificata, di valori universali, traducendoli simultaneamente in esperienza interiore: questa è la combinazione che conta: non limitarsi a formulare l’essenziale teoreticamente, ma essere capaci di tradurlo in esperienza che abbraccia corpo e anima.

La “comprensione” del ritmo aiuta l’uomo a raggiungere cose che gli sarebbero inaccessibili perché estranee al suo ordinario essere.

I riti antichi prescrivevano danze animali (orrore!) non col solo scopo di imitare allegoricamente l’animale, bensì di tradurre in personale esperienza il ritmo insito in quell’essere.

L’assimilazione perfetta di un ritmo essenziale è possibile soltanto trasformando in sostanza propria il suono che soltanto il tamburo è capace di produrre.

Per il medesimo motivo nessun altro strumento può emulare il tamburo, perché tutti gli altri strumenti sono costretti a rivestire il ritmo col mantello della melodia.

Nelle antiche prescrizioni dello yoga veniva detto: “Il suono del flauto è una conoscenza segreta, il suono del tamburo è un’arte sacrale, il colpo sul grande tamburo è uno sguardo gettato sugli dei” Soltanto nel rombo del tuono lo yoghin diventa brâhman.

L’ultimo mistero del tamburo è nascosto nella sua cavità: per l’Oriente tutti i fenomeni del mondo sensibile poggiano sul Vuoto, di cui la cavità del tamburo ne è simbolo.

Cavità che è pure l’origine delle cose, poiché la cassa armonica riecheggia quello che la volontà di vita vi proietta contro.

La “volontà di vita” nasce dal desiderio, insito in ogni spazio vuoto, di pienezza. Pur non appartenendo alla natura del Vuoto, il desiderio vi si introdusse già quando il Creatore decise di dare forma e vita al mondo. Esprimendo il desiderio, il rito introdusse nella cavità del tamburo il ciclo delle morti e delle rinascite: il corpo del tamburo-madre è pertanto culla e tomba di ogni esistente.

TRADIZIONE

L'APPENDICE DEL '18

 rudolf-steiner

Non è difficile aver notato qualche milione di volte, la ripetitività di singole frasi, svuotate dal contesto e contenuto, mentre brevi discorsi completi dalla a alla zeta e posti a perfetta chiarezza e fondamento vengono eternamente evitati come fossero il calderone della peste.

Sfido! Esternano le condizioni sine qua non affinché un possibile resto ci sia e non si concluda l’avventura mai iniziata nel luna park del fantastico o delle sue ceneri.

Detto questo mi sobbarco l’onere di riscrivere su Eco, una relativamente breve nota, che c’è in tutte le edizioni dell’Iniziazione (perciò in tutte le biblioteche di coloro che…) e che, a quanto pare non viene né letta né valutata per quel molto che vale.

Premetto che le corsivizzazioni, equivalenti a sottolineature, sono mie e non dell’Autore.

Dall’Appendice all’ottava edizione (1918):

La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione o malinteso sul medesimo.

In questo campo riesce facile all’uomo esser tratto in inganno.

Una delle illusioni, e la più importante, si verifica, se spostiamo l’intero campo dello sperimentare animico di cui si parla nella vera scienza dello spirito, in modo da sembrare che esso si debba confondere con la superstizione, coi sogni visionari con la medianità e con parecchi altri deviamenti dell’aspirazione umana.

Questo spostamento deriva spesso dal fatto che alcuni uomini i quali, vorrebbero cercare una strada che li conduca nella realtà soprasensibile, cadono nei deviamenti citati, e vengono confusi con gli altri che seguono la via indicata in questo libro.

Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico-spirituale.

E’ possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma dei pensieri che non derivano dal percepito, sentito, o voluto.

Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri.

Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri in un certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori.

Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su  se stesso.

Chi però l’ha sperimentata, sa per esperienza che sempre, quando il pensare domina nella vita dell’anima, e nella misura stessa in cui tale pensare compenetra altre funzioni dell’anima, l’uomo si trova coinvolto in un’attività alla cui formazione il suo corpo non partecipa.

Nella vita ordinaria dell’anima, il pensare è quasi sempre commisto ad altre  funzioni animiche: percepire, sentire, volere, e così via.

Queste altre funzioni si formano per mezzo del corpo. Ma il pensiero agisce in esse.

E nella misura in cui vi agisce, si svolge nell’uomo e per mezzo dell’uomo qualcosa a cui il corpo non prende parte.

Gli uomini che negano questo non possono superare l’illusione che viene creata dal fatto di osservare l’attività pensante sempre in unione con altre funzioni.

Ma nell’esperienza interiore ci si può animicamente spingere a sperimentare la parte pensante della vita interiore da sola, anche separata da tutto il resto.

Dall’ambito della vita animica si può liberare qualcosa che è unicamente costituito di puri pensieri; di pensieri che  esistono di per se stessi, e dai quali è escluso tutto ciò che è dato dalle percezioni, o dalla vita interiore dipendente dal corpo.

Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile.

E l’anima che si unisce a tali pensieri, in quanto durante questa unione esclude da sé ogni percezione, ogni ricordo, ogni abituale vita interiore, sa di essere con il pensiero stesso in una regione soprasensibile, e sperimenta se stessa al di fuori dal corpo.

Chi abbraccia con lo sguardo tutta intera la questione, non può più porsi il quesito se esista uno sperimentare dell’anima in un elemento sovrasensibili al di fuori del corpo, perché sarebbe per lui negare ciò che egli sa per esperienza.

Per lui esiste soltanto la domanda: “Che cosa impedisce agli uomini di riconoscere un fatto così certo?” E a questa domanda trova la risposta che il fatto in questione è tale da non manifestarsi se prima l’uomo non si pone in una disposizione di anima atta ad accogliere la manifestazione stessa.

Gli uomini diventano però subito diffidenti se devono cominciare col fare qualcosa di puramente animico, affinché si manifesti loro un elemento in sé indipendente da loro.

Per il fatto di doversi preparare ad accogliere la manifestazione, credono di aver formato il contenuto della manifestazione stessa.

Vogliono esperienze alle quali l’uomo non contribuisca per niente, di fronte alle quali rimanga completamente passivo.

Se inoltre questi uomini ancora ignorano le più semplici condizioni necessarie alla comprensione scientifica di uno stato di fatto, allora, nei contenuti e nei prodotti animici in cui l’anima è pressata al di sotto di quel grado di autoattività cosciente che si trova nella percezione sensoria e nell’azione volontaria, vedono una manifestazione obbiettiva di un’essenza non sensibile.

Tali contenuti animici sono le esperienze visionarie, le manifestazioni medianiche.

Ciò che si palesa però attraverso manifestazioni siffatte non è un mondo soprasensibile, è un mondo subsensibile.

La cosciente vita umana di veglia non si svolge completamente nel corpo; la parte cosciente questa vita si svolge soprattutto ai margini fra corpo e mondo esteriore fisico; così la vita percettiva, per quanto si svolge negli organi sensori, è tanto l’introdursi di un processo extracorporeo nel corpo, quanto una penetrazione di questo processo da parte del corpo stesso; e così dicasi della vita volitiva, che dipende dal porre l’essere umano nell’essere cosmico, in modo che quanto succede nell’uomo per mezzo della sua volontà sia al tempo stesso un organo del divenire cosmico.

In questo sperimentare animico che si svolge al limite del corpo, l’uomo è in gran parte dipendente dalla sua organizzazione corporea; ma in questo sperimentare agisce l’attività pensante e, nella misura in cui ciò avviene, l’uomo si rende indipendente dal corpo nella percezione sensoria e nella volontà.

Nello sperimentare visionario e nelle produzioni medianiche l’uomo si pone completamente alle dipendenze del corpo.

Egli elimina dalla sua vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà.

E di conseguenza i contenuti animici e le produzioni animiche diventano semplici manifestazioni della vita corporea.

Lo sperimentare visionario e la produzione medianica risultano dalle circostanze che in questo sperimentare e in questo produrre l’uomo, con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita abituale percettiva e volitiva.

Nello sperimentare del sovrasensibile, quale è inteso in questo libro, l’evoluzione dello sperimentare procede in direzione opposta a quella dello sperimentare visionario e medianico.

L’anima si rende progressivamente più indipendente dal corpo, di quanto non lo sia nella vita percettiva e volitiva. Arriva a quella indipendenza che si può abbracciare nello sperimentare del pensiero puro, per darsi ad una attività animica molto più vasta.

Per la qui intesa attività animica soprasensibile è di straordinaria importanza comprendere con piena chiarezza lo sperimentare del pensiero puro, perché in sostanza questo stesso sperimentare è già un’attività animica soprasensibile.

Però è tale che, per mezzo di essa, non si vede ancora niente di soprasensibile. Si vive col pensiero puro nel sovrasensibile; ma si sperimenta soltanto esso in modo soprasensibile; non si sperimenta niente altro di soprasensibile.

E lo sperimentare soprasensibile deve essere una continuazione dello sperimentare animico che può già essere raggiunto nell’unione col pensiero puro.

Perciò è tanto importante poter sperimentare questa unione in modo giusto, perché dalla comprensione di tale unione risplende la luce che può anche recare una visione giusta sulla natura della conoscenza soprasensibile.

Appena lo sperimentare animico dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, questa visione si troverebbe sopra una via sbagliata per la vera conoscenza del mondo soprasensibile.

Essa verrebbe afferrata dalle funzioni corporee; ciò che essa sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe non sarebbe allora una manifestazione del soprasensibile attraverso di essa, ma una manifestazione corporea nel campo de mondo subsensibile.

SCIENZA DELLO SPIRITO
Torna in alto