Nome dell'autore: isidoro

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R.STEINER (5° parte)

 Mas

Il discepolo conosce se stesso nello sperimentare sensibile: si dona all’esperienza dei sensi nella misura in cui non ne sia sopraffatto. Egli non offre presa all’aspetto angosciante del destino, non per aridità o insensibilità, ma per capacità di dedizione e di liberazione: la sua possibilità di immergersi nell’altro lo porta nell’intimo valore degli eventi, in ciò che essi significano come direzione saggia del mondo. Egli può guardare oltre la maschera terrificante di Arimane, può risalire l’onda della paura e dell’angoscia, e ritrovare la forza dispersa di cui sono tessute.

Non ci sono fatti del mondo spirituale o di quello fisico che non siano per lui vie di conoscenza; se essi significano dolore e distruzione, egli ha la forza di sopportarli, per poterli guardare: ne contempla la necessità, ne coglie l’interno senso e coopera con fermezza alla loro risoluzione. Non v’è nulla al mondo né in cielo né in terra, che possa piegarlo, nulla in cui egli non possa immergersi con dedizione, che è per lui il suo rivivere.

Egli consegue la possibilità di non recitare, non fingere, in quanto conosce ciò che nasce, nella sua verità profonda: riconosce le tensioni che dal fisico salgono nell’animico sembrano assoggettare lo spirito. Verso lo Spirituale è in stato di calma devozione: egli si volge al mistero del Cristo. Al Cristo egli tende ad aprire il varco nel pensare e nel sentire, e radicalmente nel volere. Donato, egli procede con sicurezza che non è sua, perché gli fluisce dal mondo spirituale. Dimentico di sé, vive nella compassione verso gli esseri che procedono senza saperlo, che sognano e dolorano. Egli non dà nulla che non sia richiesto dall’oggetto, non chiede, non impone.

Nella semplificazione ha lo scioglimento delle tensioni, e, in tale libertà, può parlare agli altri, perché la sua parola non viene da lui, nella misura in cui venga dallo Spirito. Ignora la lotta infeconda delle parole.

Una caduta non lo scoraggia: lo rende consapevole di sé e deciso per l’avvenire, lo rende più umile e dedito. Senza proporsi di esserlo, è modesto. Riposa nel profondo di sé, alle radici della vita, perché, donato, è veramente fondato su sé, là dove l’uomo comune è fondato su impulsi e passioni. Non conosce invidie, o gelosie, lascia agli altri il dominio della parvenza, perché il lasciarli liberi li può fare accorti di quanto è vanità. Non vuole affermarsi, non vuole vincere sul piano umano, perché non ha senso: gli è sufficiente agire nel sensibile secondo libera intuizione. A lui interessa questa sacra coerenza, non l’opinione del mondo: di questa prende atto per conoscere il gioco delle forze.

Sapendosi collegato nell’essenza con l’umanità, egli non può conoscere nessuna retorica dell’unità interiore e in nessuna filosofia può indulgere, ma opera per essere egli stesso questa unità, senza illudersi circa i suoi raggiungimenti. L’interna distensione è la sua forza, l’esaurimento dell’avidità, l’amore per il mondo. Tende a fare della sua anima un luogo di manifestazione per gli altri, per le cose e per gli esseri. Perciò conosce il segreto del silenzio. Lungi da recitazione e da finzione, egli realizza la vera sicurezza nel sentirsi a disposizione degli esseri e delle cose: per ciò non ha gesti, non guasta ciò con declamazione. Non altera il suo rapporto con gli altri con ornate loquele o enfasi, ma dice solo ciò che è necessario e, quanto necessario, dotato di potere di vita anche nella espressione più semplice.

Il suono della sua voce in tal senso vale più di quello che dice: la sua voce ha perduto il potere di ferire, anche quando ha il tono della severità. Dimentico di sé, non è distratto: il suo stile è una continuità. Lo spirito in lui ritorna istinto; egli sparisce di continuo per farlo essere.

E’ portatore di un clima interiore, di cui non gioisce, non si compiace: la sua stabilità così opera intorno a lui come amore, sollevando l’altrui animo, suscitandone le forze. Di ciò egli sa che gli Dei sono autori, mediatore il suo “IO” e ad Essi va la sua gratitudine.

Le velleità del temperamento sono in via di dissoluzione in lui, anche se la sua vita esteriore non rifiuta nulla alla necessità dell’esistere; ma anche in questa risposta, la sua trasparenza rimane intatta, il suo abbandono segreta meditazione. Non si preoccupa del dominio altrui: sa che ciò che vale deve valere e che nella parvenza del valore v’è anche il principio della sua dissoluzione. Lascia dunque che degli ossessi facciano la loro esperienza: sa che non v’è altro giovamento per loro che il suo operare in profondità. La guarigione del mondo ha solo inizio nel suo giusto operare, nel suo puro pensare. Non ha gesti che non siano spontanei e sorgano da necessità: nulla di ciò che compie è inutile. Ma sotto la sua riservatezza ferve un caldo ed irradiante amore per ogni cosa e per ogni essere.

Il suo amore ha la veste della calma beatifica: esso va all’estraneo come al congiunto, al nemico come all’amico. Le condizioni del malvagio, il suo servaggio al mondo degli istinti, lo toccano, lo rattristano, ma suscitano in lui volontà di soccorso e dedizione all’opera salvatrice. Non conosce avversario perché l’ha conosciuto e lasciato dissolvere. Il male egli non lo combatte, ma lo penetra con la sua forza e lo trasforma in bene.

E’ aperto a tutto, è in ascolto verso i suoni terrestri, come per quelli celesti. Tutto da lui è lasciato nella libertà del suo manifestarsi: soltanto egli è rivolto dall’intimo, là dove la libertà scaturisce, alla cooperazione santa con l’opera delle Gerarchie.

*

Per accedere al Mistero del Graal, il discepolo si educa a contemplare l’immagine della Vergine Madre con il Cristo-Bambino nel grembo. Se egli sa vivere questa immagine, giunge a sentire il Graal: ogni altra deità, ogni altra luce vengono superate dallo splendore della Sacra Coppa, dalla Madre lunare tòcca dal Cristo, dalla “nuova” Eva, portatrice dello spirito solare. Nel simbolo del Graal, il discepolo sente confluire due ordini di forze:  quanto all’uomo è originariamente venuto dalla Luna, ed è sorto poi nella Madre della Terra, in Eva, per manifestarsi di nuovo nella Vergine Maria, si unisce con ciò che viene dall’antico Signore della Terra, Ieova, e che come forza del nuovo Signore della Terra appare come essenza-Cristo, che si riversa nell’aura terrestre.

Egli sente il confluire di ciò che agisce ormai dalle stelle – simboleggiato dalla scrittura stellare – per l’esperienza terrestre dell’umanità. E’ un leggere la scrittura celeste, conoscere l’evoluzione umana per mezzo della storia cosmica di Saturno Sole Luna Terra -come è alluso al principio del Vangelo di Giovanni. Per il discepolo si tratta di esserne degno.

La giusta cooperazione delle correnti di vita dell’anima, pensare – sentire – volere, nella prima parte del periodo post-atlantico doveva venir regolata non da forze che provenissero da tutti i pianeti, ma soltanto da forze del Sole, della Luna e della Terra. L’anima di quell’Essere, che divenne più tardi Gesù di Nazaret, prese forma di anima cosmica tale che la sua vita, in certo modo, non si svolse né sulla Terra, né sul Sole, né sulla Luna, ma circondando la Terra, in accordo con essi: gli influssi terrestri giungevano a Lui dal basso, quelli solari e lunari dall’alto. Il discepolo vede quest’Essere nel suo fiore , nella medesima sfera in cui la Luna circola intorno alla Terra. Egli sente così il disperato appello dell’anima umana, in cui pensare sentire e volere sono afferrati dalla tenebra. Evoca così in sé nuovamente il sublime Spirito Solare (Cristo), perché ancora una volta operi nell’umano.

L’immagine del Sole ha un linguaggio polivalente;  così la Luna. Le contraddizioni sono apparenti. Ogni raffigurazione dell’occulto ne contraddice un’altra che guarda un altro aspetto dello stesso contenuto. L’uomo ordinario vuol trovare le contraddizioni per giustificare la sua paura di conoscere la realtà.

Allorché nel cielo appare la falce aureolucente della Luna, la grande Ostia è la parte nera del disco e sulla falce è il nome di Parsifal. S’intende che qui viene trovato il nome del Graal, non il Graal. Quando i raggi solari cadono sulla falce e ne vengono riflessi aureosplendenti, una parte di essi tuttavia penetra nella materia fisica: ciò che penetra è la parte spirituale dei raggi solari. La forza spirituale del Sole non viene come la forza fisica del Sole arrestata e riflessa: essa penetra. Mentre viene trattenuta dalla forza della Luna, un R+C vede realmente appunto nella parte scura, che giace nell’aurea coppa, la forza spirituale del Sole. Nella  parte aurea, ossia nella coppa-falce, si vede la forza fisica del Sole. Così, quando consideriamo il Sole, lo Spirito del Sole riposa nella Coppa della sua forza fisica: lo Spirito Solare riposa in realtà nella coppa lunare. Ciò che la Luna fa fisicamente, si presenta dunque come un simbolo: mediante quel che essa compie fisicamente, riflettendo il Sole e producendo la coppa aurea, essa si palesa portatrice dello Spirito Solare, che in lei riposa come un’Ostia, in forma di disco. Nella leggenda di Parsifal, ogni Venerdì Santo, al servizio divino, scende dal cielo l’Ostia e viene immersa nel Graal: viene rinnovata come cibo restauratore nella festa di Pasqua.

Una purificazione è possibile quando tali simboli possono vivere con il loro contenuto nell’anima. Il discepolo sa bene che è questo contenuto che importa, ma esso deve poter vivere non per moto intellettuale, bensì per vivificazione di pensiero e per devota liberazione del sentimento e della volontà dell’anima. A tal uopo preparatrice è la confessione. Nel votarsi al Cristo come all’essenziale Principio Cosmico, il discepolo può fare in ispirito la propria confessione e potrà nel silenzio, nella quiete della meditazione, ottenere da Lui la remissione dei peccati. Tra la sua anima e il Cristo può stabilire un legame così intimo da non poterne rinnovare troppo spesso la coscienza.

La remissione dei peccati è connessa con il nome del Cristo: essa va fin d’ora preparata. Il peccato può venire estirpato e tramutato in rinascente vita soltanto se il Cristo può congiungersi con l’anima, in quanto essa si sia aperta a Lui, secondo l’immagine paolina: “Non io, ma il Cristo in me”.

*

(continua)

appunti

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER, MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni., MATERIALI DI STUDIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (4° parte)

Mas

Il poterci unire a Lui quando siamo arrivati giù, e poter essere il suo custode, ci fa comprendere il rapporto in cui, come veste dell’uomo terrestre, il corpo eterico-fisico sta con ciò che lo pervade quale forza superiore dell’Io e dell’astrale. Nasce nel corpo fisico come una realtà, una specie di forza che lo rende capace in certo modo di separarsi dall’essere animico: tuttavia, resta unito, non cede, perché nell’epoca attuale l’esercizio occulto non deve andare tanto oltre da danneggiare il corpo: v’è in effetto una forza nella formazione occulta, che conduce sino alla possibilità  che l’eterico e il fisico coltivino forze interiori distruttive.

L’incontro con il Guardiano non è verificabile senza la possibilità di avvertire il pericolo di inoculare forze distruttive nell’eterico-fisico. Il rimedio è coltivare devozione, amore per gli altri, interesse per il mondo. Inoltre praticare i noti cinque esercizi. Dallo sperimentare interiore soltanto si comprende il rapporto degli involucri esteriori con l’essere spirituale dell’uomo, quando si sente l’entità esteriore come custode di quella interiore.

Si protende lo sguardo di là dal Guardiano fin giù nel mondo fisico. L’uomo guarda giù nel mondo fisico e vede l’immagine di se stesso come uomo. Egli osserva in sé il corpo astrale, ma questo che si palesa ora come una immagine riflessa, è diretto verso il basso, non vuole sviluppare le forze per affluire al mondo spirituale: rimane aderente al fisico, non si eleva. Il discepolo vede anche l’immagine riflessa dell’altro essere, il cui corpo astrale fluisce verso l’alto: ha il senso che questo scorra entro il mondo spirituale. Si dice: “Tu stai di nuovo laggiù; al posto dell’altro essere sta un uomo davvero differente laggiù: è un uomo migliore di te, il suo astrale tende verso l’alto, sale come il fumo: il tuo corpo astrale tende in basso verso la Terra”.

L’uomo acquisisce un senso dell’Io che vive in lui, mentre guarda quaggiù e riceve la terribile impressione: “In te spunta una tremenda risoluzione: uccidere l’altro che senti migliore di te”. L’uomo sa che questa decisione non proviene completamente dall’Io, perché esso è lassù. E’ un altro essere che parla quaggiù in lui, ma questo istiga alla risoluzione di uccidere l’altro. Egli sente di nuovo la voce, che prima ha dato l’ispirazione, ma ora come una tremenda voce: “Dov’è tuo fratello?” e da questo Io si sprigiona la voce opposta a quella di prima.

Prima l’ispirazione era: “Per esserti unito con le potenze benefiche dell’altro, tu ti riverserai con queste all’ingiù e farò di te il custode dell’Altro”. Ora da questo essere che l’uomo riconosce come Sé stesso si sprigionano queste parole: “Non voglio essere il custode di mio fratello”. Da prima la decisione di uccidere l’altro, poi la protesta contro la voce che era ispiratrice. “Dal momento che hai voluto unire il tuo gelo a quel calore, ti nomino custode dell’Altro”. “Non voglio essere il custode” è la protesta.

Quando si è avuta questa esperienza immaginativa, si sa che, invertite, le qualità più nobili del mondo spirituale possono divenire le più malefiche nel mondo fisico. Il discepolo deve essere preparato a un simile pericolo: che istinti molto bassi si manifestino in lui come segno della sua spiritualità che chiede di essere svincolata dall’essere sensibile. Nel fondo dell’anima, per l’inversione della più nobile volontà di sacrificio, può nascere il desiderio di uccidere il proprio fratello.

Si sperimenta gradatamente come questo uomo terrestre, così come è situato sulla Terra, sia il rovescio di ciò che era in origine.

La conoscenza antica si è dovuta smorzare, così come gli istinti e le forze inferiori, perché l’orrore originario in cui domina Arimane diminuisse e venisse indebolita la sua forza. L’insieme di queste forze si è dovuto attutire perché esse dominassero sull’uomo soltanto in modo che con i suoi concetti e le sue idee egli potesse trasferirsi negli altri esseri. Quando si cerca di far penetrare un concetto in un altro essere, quando si cerca di immergere una rappresentazione nell’essere di un’altra persona, tale rappresentazione è l’arma – ora spuntata – con cui Caino trafisse Abele.

E che quest’arma sia stata smussata rese possibile che ciò che ad un tratto è stato cambiato nel proprio contrapposto, si trasformasse in evoluzione. Così l’uomo in lenta evoluzione, lungo un crescente processo di conoscenza, può evolvere ciò che egli non ha potuto esplicare nel mondo fisico perché in questo è divenuto istinto di distruzione, e lo evolve a poco a poco, prima nella conoscenza “oggettiva” – che è l’attuale – poi nella conoscenza “immaginativa”, che già penetra nell’essere dell’altro, nella conoscenza ispirativa che penetra ancor più profondamente, nella intuitiva che penetra sino alla identità con l’altro (in cui la cainità è  estinta).

Si comprende così gradualmente cos’è effettivamente l’Io. Il corpo astrale, considerato nella sua natura più intima, è il grande Egoista: l’Io non vuole soltanto sé, ma sé anche nell’altro, vuole anche passare dentro l’altro. La conoscenza, come viene conseguita sulla Terra, è questa brama smorzata di penetrare nell’altro: (man mano che si spiritualizza perde il carattere cainico), (e, per converso, la “decainizzazione” della conoscenza significa la sua ascesa). Si tratta di un’ascesa dell’egoismo oltre se stesso.

Dal momento in cui, procedendo nell’esperienza interiore, l’Io continua ad avere per noi maggior valore che gli altri, nasce l’errore: è posto il germe della magia nera, quando non si accompagni lo sviluppo interiore con l’apprezzare gli interessi degli altri più dei propri. L’uomo non sperimenta veramente il suo corpo astrale: ciò che egli sperimenta è l’astrale, quale viene riflesso dall’eterico. E l’Io non è il vero Io, ma ciò che di esso si riflette nel fisico.

Perciò se egli sviluppa l’astrale e l’Io prima di aver conseguito un’attività interiore – pensiero libero dai sensi – indipendente dall’eterico-fisico, può nascere in lui l’istinto a nuocere, a ignorare gli altri. La forza dell’egoismo deve essere estesa agli altri, ossia agli interessi generali del mondo. L’ideale deve essere poterci immergere nell’altro, proponendoci di non cercare in lui noi stessi con i nostri interessi, bensì di trovare che l’altro Essere è più importante di quello che noi stessi siamo. Esso è il vero Io, cercato oltre l’Io riflesso; tale la chiave della via R+C. Il nostro vero Io è quello dell’altro.

Deve avvenire che i nostri propri affetti, i nostri istinti, desideri, velleità, passioni, non possano più scaldarci o darci motivo di vita, ma che, familiarizzandoci col corpo astrale, ci si familiarizzi col gelido isolamento e con questo stimolo ci si apra a un calore più vero, cioè all’interesse caldo che scorre dagli altri e che vuole riunirsi alle forze benefiche che emanano dall’altro Essere. Non si può salire in alto se non si vuol guardare in basso questo duale quadro di Caino e Abele (se stessi e il rappresentante dell’Io superiore), ma anche l’intermediario fra sé e le Gerarchie. Ciò che si può chiamare l’errore di Lucifero consiste soltanto nel fatto che qualcosa che era adatto per l’uomo della Luna, e cioè di compenetrarsi di egoità, è stato da lui inserito sulla Terra. Sul piano terrestre, o sensibile, l’ego è il responsabile dell’egoismo.

La forza dell’ego deve essere realizzata fuori dal sensibile, perché operi positivamente. Nel sensibile l’ego opera sempre distruttivamente. Perciò il discepolo segue la via del “pensiero libero dai sensi”.

I desideri, (non quelli che provengono dalla vita interiore, che sono luciferici), ciò che attira dal di fuori, ciò che attira verso esseri e cose, di guisa che per interesse personale si segue tale attrazione, tutto ciò dunque che seduce dall’esteriore al godimento, gli uomini imparano a conoscerlo come impressione di Arimane. Si impara altresì a riconoscere come impressione arimanica tutto ciò che incute paura dal di fuori. Due poli corrispettivi sono godimento e paura. Ciò che i materialisti negano, ossia la presenza immanente dello spirito dovunque essi vedono materia, produce la paura: e quando i materialisti che la paura si avvicina dai substrati della loro anima, dall’astrale, allora essi si stordiscono, escogitano nuove teorie materialistiche.

Solo quando si giunge a vedere o a concepire Arimane, ci si può difendere da esso: allora si vede che egli ci sta spiando dalle seduzioni del piacere, dalle impressioni della paura. Ovunque l’uomo sogna vi sia materia, epperò forma esteriore, in realtà fa sorgere Arimane. E’ il più grande inganno è la teoria materialistica della fisica, cioè degli atomi materiali, perché questi in realtà non sono che le forze di Arimane. La paura andrà sempre più assediando l’uomo, o il gelido egoismo o il degradante piacere, finché egli non riconosca se stesso come un Io indipendente e nella indipendenza di tutti gli altri Io.

Con la comparsa del Cristo in corpo fisico è stato provveduto perché l’uomo potesse fortificarsi, accogliendo l’impulso Cristo, contro la necessaria influenza esercitata da Arimane.

Nella purificazione di Caino e nel suo ricongiungersi per amore con Abele v’è il segreto della calma e della sicurezza, del sicuro riposo: nell’essere umano l’astrale inferiore deve poter effondersi tranquillo nella sede peculiare della volontà fluente verso il mondo esteriore.

L’Io dell’uomo, quanto più evolve, tanto più tende ad effondersi. Qualsiasi entità si intenda conoscere richiede che in essa si immerga la nostra coscienza dell’Io. Questo è l’impulso sano dell’Io a “uscire” e a diffondersi, a trasferirsi nell’altro, e a far vivere oltre in quell’essere ciò che prima ha vissuto soltanto in sé (nel sé). Questa tendenza ad allontanare da sé la propria coscienza (riflessa, che dà lo stato di veglia), si palesa in un gradino più basso nel sonno. In effetto l’astrale e l’Io, offrono all’iniziato l’immagine di un sole circondato dai suoi pianeti che si moltiplica e si diffonde verso altre entità. L’uomo per mezzo di ciò che dalle riproduzioni del suo Io gli viene riflesso di queste altre entità riconosce la loro natura.

Nella loro forma esteriore, gli animali, come esseri singoli, le piante meno di essi e ancor meno i minerali, sono immaginazioni di Arimane.

Venendo coscientemente dominate e smorzate le impressioni esteriori dei sensi, viene a trasformarsi quell’anima cosciente che appunto si forma per mezzo di esse. L’anima cosciente viene purificata, affinata, tratta verso il suo interno: può invertire il suo movimento: si trasforma in coscienza immaginativa: che è la sua vera formazione. Tale formazione è contraddetta dall’accentuazione del senso dell’Io contingente nella civiltà moderna, persino nel campo del pensiero, in cui di solito si tiene ad avere il proprio pensiero, il proprio punto di vista: mentre i pensieri non ci appartengono e l’anima cosciente appartiene a quell’Io che tende ad effondersi nell’Infinito e che ovunque si riconosce nell’altro.

Chi coltiva i cinque esercizi e le precedenti immaginazioni coopera con le Gerarchie. E chi sappia abbracciare questa idea in tutta la sua grandezza, con dedizione, sente che presso ad ogni pericolo, lotta, terrore, egli è collegato con la trasformazione del Cosmo e muove incontro alla beatitudine del mondo spirituale. L’iniziato è forte del pensiero che rimuove ogni terrore, del pensiero che è entusiasmo e coraggio: il pensiero della cooperazione con gli Dei. E pensare ciò è già tale cooperazione.

(continua)

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MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 3° parte )

Mas

Allorché si “percepisce” come i pensieri abbiano forza propria, per mezzo della quale essi pensano se stessi in noi, si verifica un accordo del sentimento e della volontà. (Il pensiero si isola da essi, essi lasciano libero il pensare e ne vengono alleviati). Il sentire, si potrebbe dire, diviene sempre più attivo e la volontà si lascia temperare di più dal sentimento. Sentimento e volontà cominciano ad essere in armonia più di quello che prima non fossero sul piano fisico. Allora non si può più concepire un impulso volitivo senza sviluppare con esso un sentimento. Molto di quello che facciamo desta amarezza o sollievo: come se un giudice dall’interno giudicasse.

Occorre coltivare un senso che permetta di riconoscere la differenza tra il sentire egoistico, che tende verso il godimento, e il sentire non egoistico, rivelantesi come un dovere interiore spirituale (che è il sentire rivolto all’altro, al mondo, che sente per ciò che è, non per ciò che interessa personalmente).

Sempre più si realizza che sentimento e volontà sorgono da noi stessi, mentre il pensiero si manifesta in noi: si comincia a percepire l’egoità soltanto nel sentimento e nella volontà, mentre i doni della saggezza (dopo la liberazione del pensare e il suo silenzio) dai quali ci si sente pervasi, si sentono come quello che ci unisce al mondo intero.

Si comincia poi a sperimentare questa interiore attività di sentimento e di volontà, contessuta di interiore simpatia o antipatia. Si comincia a dirsi: “Se tu compi questa o quell’altra azione, è vergogna, perché tu possiedi una determinata saggezza”. Di un’altra azione si potrà sentire: “E’ bene che tu la compia, perché sei aperto a questa determinata saggezza”. Nel sentire comincia naturalmente a sorgere un controllo di sé. Un sentimento di amarezza ci assale quando si sente sorgere in noi una volontà che ci spinge verso qualche azione non giustificabile di fronte alla saggezza di cui ora siamo partecipi in quanto abbiamo potuto aprire un varco ad essa nell’anima.

Analogo processo si verifica per il pensiero. Di fronte ad un pensiero di cui si può sapere di averlo formato secondo l’impersonale saggezza, si sviluppa un senso di gratitudine per la fonte da cui scaturisce. L’inverso è che ci si rimprovera e ci si vergogna per un pensiero che contraddice tale saggezza.

Questo controllo in realtà non è un fatto razionale, non proviene da critica intellettuale, ma sorge come moto immediato del sentire in quanto il sentire sia sempre meglio educato. Colui che è soltanto intelligente o logico, colui che critica, non può arrivare a questa possibilità, che sorge nel sentimento. In taluni momenti, è come si sentisse la saggezza (dopo il superamento del pensare e l’armonizzarsi del sentire col volere) venirci incontro dall’alto fino al basso. D’altra parte si sente come nel nostro corpo scorra incontro ad essa un senso di “vergogna”: ci si identifica con questo sentimento e ci si volge a ciò che vi è di saggezza come a qualcosa che viene data da fuori di noi.

Occorre pertanto non dimenticare come questa più alta e profonda vita del sentire sia preparata da una interiore e ritmica vita del pensiero. Nel sentire il pensare ritrova i germi della sua forza.

Il dolore di dover biasimare può presentarsi come un segno di evoluzione esoterica. Quanto più si sente piacere nel dover biasimare e nel trovare che il mondo è ridicolo, tanto meno si è maturi. Occorre suscitare gradualmente un sentimento che sviluppi in noi sempre più una vita che ci permetta di contemplare sciocchezze ed errori non con occhio canzonatorio, ma con un occhio bagnato di lacrime (un altro però asciutto).

Essenziale è l’immagine dell’IO spirituale che contraddice la sua natura (in realtà, la sua natura-Logos viene contraddetta) nel divenire io umano, che aderisce alla natura e la sperimenta “finita”. Come se a un albero poderoso che va crescendo in splendore e nutrisce in sé rigogliosi animali (ricordare gli animali sacri e lo Zodiaco), che soltanto da da questo albero possono aver nutrimento, venisse praticato in un determinato punto un foro, così che da questo punto in poi si dissecchi, si raggrinzisca e con lui muoiano quegli esseri che da lui hanno nutrimento; così appare il corpo fisico umano all’occhio spirituale.

E l’uomo sa che da quando l’albero era vivo e gli animali anche (era il Paradiso), Lucifero spinse l’uomo (l’Io) entro la vita del suo corpo originario, che perciò appassì. Spinto entro la struttura di luce del suo originario essere arboreo-animale (eterico-astrale), l’Io perdette il proprio ambito, uscì dal regno della forma originaria, ottenendo fuori della forma delle aperture, che sono i sensi fisici.

Così dal piccolo spazio del corpo raggrinzito, l’uomo cominciò a percepire soltanto ciò che è fuori, e questa estroversione verso il mondo sensibile diviene la misura del suo rivolgersi alla propria interiorità. L’interno, un tempo, era il vero spazio: era l’Eden. L’uomo ne è stato cacciato: è stato espulso dalla sua interiorità, è stato espulso dalla vastità e dalla beatitudine.

Allorché il discepolo gradualmente riesce a rendere libero il suo corpo animico, a renderlo indipendente dal fisico e dall’eterico, è bene che si armi soprattutto contro le influenze degli altri corpi astrali. Quando l’astrale comincia a liberarsi, non essendo più difeso dall’involucro eterico-fisico, diviene attaccabile da tutto ciò che a quel livello può ricondurlo alla sua sede inferiore: altre forze astrali possono sopraffarlo. (La inconsapevolezza di ciò è quella che paralizza Parsifal al primo suo incontro con il Graal: il suo astrale è libero, ma senza difesa, rispetto alle altre forze astrali. Gli manca la forza tutelatrice dell’anima cosciente: la compassione).

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Hanno diritto di agire nel super-mondo soltanto quelle individualità che rinunziano ad esercitare sugli altri qualsiasi influenza personale, e perciò recano agli altri la più benefica vita dello spirito. L’ideale del R+C è non voler arrivare a nulla a cui abbia interesse la sua personalità contingente; egli elimina tutte le decisioni e le azioni che dipendano dalla sua simpatia o dalla sua antipatia. Ciò che per un R+C vi è di più indifferente è in verità il proprio insegnamento. Tale insegnamento ha importanza proprio in quanto egli non vi attacca alcun interesse personale, ma tiene assoluto ad esso solo in quanto possa essere di aiuto ad altre anime.

Nessun R+C vorrà mai imporre ad alcuno il proprio insegnamento: neppure alla propria epoca, se egli sa che esso non può giovare a tale epoca. (Rudolf Steiner, in sostanza ha dato ciò che rispondeva alle esigenze dell’epoca e inoltre ciò che determinati gruppi o determinati discepoli erano in grado di chiedergli).

Per la superiore educazione dell’astrale, il discepolo non si lascia attrarre da ciò che tende ad attaccarsi a lui: per amore non vincola a sé alcuno: il suo amore agisce in forma interiore e reale verso gli altri. Instaura così una libertà ignota (Cristo) che opera come autentico amore. Nella sua educazione l’astrale trova la propria giustificazione soltanto quando i suoi interessi egoici non hanno natura personale – quella che finisce con l’incalzare con moltiplicata forza – quando egli è capace di abbracciare, come fossero propri, gli interessi dell’umanità e del mondo.

A questo punto come un contrappeso all’egoismo del corpo astrale, quanto più le forze egoistiche si agitano nell’astrale divenuto libero, tanto più si sente sorgere un senso di solitudine, di glaciale isolamento. Questo isolamento glaciale ha il compito di guarire della tentazione di lasciar prendere il sopravvento all’egoismo; e si sarà veramente preparati se a questo punto si potrà sentire tanto l’impulso ad essere tutto per mezzo di sé e per sé, quanto l’avvicinarsi del glaciale isolamento. Questo diviene uno stimolo ad accendersi della presenza del Cristo. L’Io si riempie del suo eterno essere.

L’impulso della “guerra di ciascuno contro tutti” ancora non si desta nell’anima, perché il corpo fisico e l’eterico sono stati preparati in modo che questo desiderio è attutito, non lo si vede, in quanto non si può vedere il proprio corpo astrale. Qui un simile impulso già vi è in germe: il discepolo lo sperimenta come gelo ed orrore, che chiede di essere risolto in pura conoscenza ed amore. Gli istinti distruttivi smorzati si traducono in conoscenza.

Un’anima umana durante la sua evoluzione, se non sviluppa una saggia coscienza di sé, può essere capace di ciò che è l’opposto delle più alte capacità di abnegazione. L’ispirazione di Caino, prima della seconda perdita dell’Eden, risuona dall’alto pressappoco in questi termini: “Per esserti tu unito con le potenze benefiche dell’altra entità (Abele), tu ti riverserai con queste verso il basso. Io farò di te il custode dell’altro essere. La risposta della parte dell’essere che rappresenta Caino è invariabilmente: “Non voglio”.

Eccone il senso. Si supponga che il discepolo sia passato dinnanzi al Guardiano, e abbia celebrato la sua unione con la immaginazione del Paradiso. Egli sperimenterà se stesso in un corpo astrale che si apre verso l’alto, che vuol fluire verso l’alto, e vedrà l’altro come un “IO” il cui corpo astrale invece spiega le sue forze verso il basso. Sorge allora questa coscienza: “Tu vali meno di questo altro essere: ciò che vale in lui è la sua possibilità di aprire il suo astrale verso il basso: così può riversare in giù le sue forze dall’alto”. Si ha a questo punto l’impressione di aver abbandonato il mondo fisico.

Le forze che dal corpo astrale dell’altro essere scorrono verso il basso, fluiscono nel mondo fisico e vi agiscono come forze benefiche: si ha l’impressione che esso faccia scendere come una pioggia benefica spirituale ciò che gli viene dalla sua natura spirituale. Mentre noi stessi non possiamo dirigere il nostro astrale verso il basso, l’essere astrale dell’altro vuole in effetto andare verso il basso.

Allora si giunge alla decisione spirituale di portare il nostro isolamento verso questo secondo Essere, di unirci a Lui, così che il nostro gelo si scaldi al calore di Lui. Si ha allora per un momento l’impressione che la coscienza stia per spegnersi: ci sembra di aver compiuto una specie di uccisione o combustione del nostro essere interiore.

Nell’auto-coscienza, che già si sentiva come spenta, irrompe allora qualcosa che ora soltanto si impara a conoscere: la forza dell’Ispirazione. E’ la conversazione tipica con un essere che si impara solo ora a conoscere, perché esso ci dà la sua ispirazione. Pressappoco egli dice: “Poiché tu hai trovato la via verso l’altro e ti sei unito alla sua pioggia di sacrificio, ti è permesso ritornare sulla Terra con lui, in lui, e io nomino te a suo custode sulla Terra”.

(continua)

terza parte isidoro

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MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 2° parte )

 Mas

Mentre l’uomo ha un Io individuale, nel corpo astrale vive ancora qualcosa di un Io collettivo. Questo “io animale” vive in ogni corpo astrale umano e l’uomo se ne rende indipendente solo quando acquisisce la visione astrale.

E’ la coscienza ispirativa: quindi parimenti l’atto del pensiero puro, che libera dall’animalità terrestre e porta l’anima a vivere secondo lo spirito.

Il discepolo diviene compagno degli esseri astrali; le anime collettive degli animali gli si fanno incontro come sul piano fisico i singoli uomini.

Nel mondo astrale si muovono esseri che quaggiù non possono scendere se non a frammenti, nella forma dei molteplici animali del piano fisico. Alla fine della loro esistenza essi riacquistano la possibilità di ricongiungersi con il resto di questa entità che vive nel mondo astrale. Una specie zoologica terrena è nel mondo astrale un “individuo”.

Tali individui sono stati caratterizzati nel secondo sigillo dell’Apocalisse, come aventi qualità che li fanno ripartire in quattro classi: Leone, Toro, Aquila, Uomo (l’Uomo che però non è ancora sceso nel piano fisico). Questi quattro animali dell’Apocalisse sono le quattro classi di anime collettive che nel mondo astrale hanno maggiore affinità con l’anima individuale umana.

Nel R+C il sistema nervoso deve educarsi a non prendere parte al perturbamento per acclimatazione fisica: deve venir meno l’intimo collegamento tra il sistema nervoso e il sanguigno: quest’ultimo diviene più autonomo e, in certo modo, più sensibile alle influenze del clima e del suolo, mentre il sistema si fa esso stesso più indipendente. Le variazioni climatiche debbono influire sulla corporeità, salvo il sistema nervoso, la cui funzione è solo mediatrice.

L’esoterista avverte una diversità interiore tra stagione e stagione, ma come differenziazione di un medesimo concerto di ritmi. Egli sente la la differenza di temperatura come l’uomo ordinario, ma anche qualcosa di speciale che avverte mediante il sistema nervoso, in quanto non coinvolge tale organo, per cui ad esempio, gli riesce più facile concepire in estate determinate idee collegate con il cervello fisico, che non in inverno.

Ciò dipende dal fatto che lo strumento per il piano fisico – il sistema nervoso – registra le oscillazioni dei cambiamenti di stagione: interiormente più indipendente dal complesso dell’organismo, tuttavia oscilla con esso più di quello che di solito non faccia. E’ importante in tale caso rafforzare l’attività sovrasensibile del pensiero, così che le oscillazioni non afferrino l’anima, non suscitino stati d’animo.

Una trasformazione però del corpo fisico, che può assumere aspetti seri, è che generalmente si comincia a sentire il corpo fisico più di prima: diventa più sensibile, più difficile a sopportare, per l’esistenza dell’anima.

Il midollo spinale ed il cervello divengono sempre più indipendenti l’uno dall’altro. Le parti interne del cervello diventano più indipendenti rispetto a quelle periferiche, mentre queste ultime, nella vita normale collaborano con le parti interne.

Tale dipendenza si manifesta nel fatto che per il discepolo il pensiero astratto diventa sempre meno possibile, sempre più difficile, sino ad incontrare nel cervello un’opposizione. Ma tale opposizione, che si esprime come una impossibilità all’astrattezza, è l’inizio di una presenza dello spirito.

La logica del discorso non è che la chiarezza della limitazione dello spirito. Il regno dello spirito è oltre ogni discorso. Ma ciò che può articolarsi nel discorso va riconosciuto come ciò che in primis va liberato dalla discorsività.

*

Il cervello dell’uomo, direttamente, ha pochissimo a che fare con ciò che è l’azione solare sulla Terra: indirettamente ha a che fare  come organo di percezione, in quanto per esempio, percepisce luce e colori, ma ciò appunto è mera percezione sensoria, ossia dato che per valere, esige il fluire dell’immediata luce del pensiero.

Il Sole, in realtà, vive nel cuore umano: ciò che è nel cosmo, oltre il Sole, vive nella struttura del cervello umano. Occorre osservare che qui si parla di cervello, non di pensiero: di struttura interiore del cervello e non del rappresentare che si svolge per mezzo di esso. In effetto il cervello è in rapporto con ciò che il Sole opera sulla Terra soltanto per mezzo della percezione sensibile.

Il cervello in realtà è immerso in una vita interiore cosmica così profonda che persino il Sole è un ente troppo limitante perché della sua azione qualcosa possa svolgersi nel cervello.

Quando l’uomo nella meditazione è dedito ad immaginazioni, si svolgono nel suo cervello processi che niente hanno ha che fare con il sistema solare ma corrispondono a processi al di fuori di tale sistema. E’ il remoto mondo dello Zodiaco.

*

Nella meditazione profonda, peculiare è l’effetto dell’eliminazione dell’udito. Per questo occorre arrivare a tale astrazione che anche se vi è qualcosa di audibile nelle vicinanze non si ode.

Occorre imparare ad astrarsi volitivamente da quanto è udibile.

Il corpo fisico è il corpo dello spazio, il corpo eterico è il corpo del tempo.

Se il discepolo vuol condurre il corpo eterico ad animazione e liberazione, così come prima ha dovuto “sopprimere” la percezione dei sensi, deve gradualmente eliminare anche il pensiero ordinario, naturalmente in quanto lo possegga: egli deve eliminare il pensiero astratto e passare a poco a poco al pensiero concreto, essenziale, vivente.

Egli deve passare dal “pensiero” al “pensare”, indi lasciar cadere anche questo. Egli tende a presentare al mondo spirituale la coscienza vuota: perciò lascia cadere i pensieri, sente come il pensare che vive in lui svanisca, e dilegui, per così dire, ciò che con i propri sforzi egli ha finora suscitato, come suo pensare: in compenso egli si sente meravigliosamente animato da pensieri che affluiscono in lui da mondi sconosciuti, che sono là per lui. E’ una fase di transizione della vita dell’anima che si può caratterizzare così:

L’uomo cessa di essere intelligente e comincia a diventare saggio. L’intelligenza che si elabora interiormente, per mezzo del giudizio, della sagacia, che è un bene terreno, svanisce. Si arriva soprattutto all’atteggiamento interiore di non tenerlo in gran pregio: perché si sente gradatamente risplendere in noi una saggezza donataci dagli Dei.

Di fronte a questa saggezza l’uomo diventa sempre più modesto. Si può essere superbi soltanto della intelligenza umana o della sagacia egoicamente elaborata; ma dinanzi a questa saggezza donata dagli Dei, si sente gradualmente come affluisca nel corpo eterico, riempiendolo: tanto più quanto più si sia capaci di attuarne la possente impersonalità.

Si sente andar via la vita, ci si sente nuotar via con la corrente del tempo. La corrente della saggezza è tale che ci muove incontro: mentre noi in sostanza scorriamo, per così dire, con l’ordinario scorrere del tempo, essa si riversa in noi come una corrente opposta, e si sente tuttavia questo riverberarsi in noi come una forza tessuta di tempo. Essa penetra nella testa e si riversa nel corpo, accolta in noi.

Allora non ci si sente più nello spazio: si conosce l’eterico come un essere di tempo: si impara ad incontrare Entità spirituali che ci muovono incontro come dall’altra parte del mondo, dall’avvenire, e ci donano saggezza.

Ci si prepara ad accogliere tale saggezza, sviluppando il giusto atteggiamento riguardo all’avvenire: serenità di fronte a quel che esso ci reca e perciò dinnanzi ad ogni nuova esperienza. Ciò non è possibile se si muove incontro alle esperienze con antipatia o simpatia, se non si ama il proprio Karma, o non si sia in accordo con esso.

*

L’intelligenza umana ha un valore relativo, sebbene sul piano fisico la si debba portare con noi per quanto più è possibile, quando si intenda percorrere la via ai mondi superiori. Se si vogliono acquisire sensi superiori sani, occorre prendere le mosse da una sana facoltà di giudizio; ma questa deve trasformarsi, per la contemplazione superiore, in facoltà di visione.

Ciò che è sorto prima dal nostro giudizio e dalla nostra conoscenza viene da noi stessi: ciò che viene dopo è come affluito in noi, ci è venuto incontro, ci è stato concesso. L’intelligenza deve cedere alla saggezza, che fluisce per virtù di dedizione alla corrente che ci muove incontro dall’avvenire. Si edifica la coscienza nel sentire sempre più: “Non io suscito i pensieri ma i pensieri pensano se stessi in me”.

Ma tale forza sarà sempre impedita dalla retorica spirituale, dal discorso spirituale in cui si immette la propria persona e la propria necessità di esprimersi per valere. Occorre aver cara la rettitudine nel sapere e nel conoscere, come nel parlare dello spirito: che non è il discorso forbito e logico, non è la dialettica, né la tensione oratoria, né lo sforzo egoico della espressione. Ogni volta che si tenda a persuadere altri, si fa violenza alla sua libertà; ogni volta che si creda di far passare lo spirito nel proprio discorso, per il discorso, si abbassa il livello dello spirito: vengono perdute le forze.

(continua)

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MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 1° parte )

 Mas

L’azione dei R+C inizia tramite l’iniziato che seguendo la scuola esoterica di Paolo, in Atene, sotto il nome di Dionigi Areopagita, istituisce una dottrina introduttiva ai nuovi Misteri.

Nei tempi moderni  la via dei R+C si differenzia di ogni altra perché può valere unicamente grazie all’atto del pensiero libero dell’individuo autocosciente. Essa può essere seguita da ognuno, quale che sia la sua fede e le sue condizioni di vita.

Tale via si differenzia sostanzialmente dalla Gnosi tradizionale, ma ne possiede il contenuto perenne, dandogli il senso a cui esso tende nei nuovi tempi, come al suo compimento.

Nella “via cristiana” il discepolo deve avere la forza di far vivere nell’anima ogni giorno, per mesi, per anni, i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni.

Qualunque evento avverso tenti di annichilire la sua anima, egli non si piega, grazie a forze che riesce ad accogliere mediante il sentimento. Per i R+C tali forze si esprimono mediante idee e immagini volitivamente destate. Ogni momento dell’ascesi cristiana può essere rivissuto dal R+C mediante attività ideale e contemplazione immaginativa.

Come è noto a chi medita secondo la Scienza dello Spirito, uno dei gradi della via cristiana è la Crocifissione. Il discepolo deve abituarsi a portare nel mondo il proprio corpo come si porterebbe un oggetto estraneo (es: una tavola). Il suo corpo deve divenirgli estraneo: egli deve portarlo fuori di casa e riportarlo, come un oggetto.

Nel grado ulteriore – “la morte mistica” – l’iniziato dice: “Io appartengo al mondo intero”: egli realizza un rapporto col mondo, analogo a quello del dito con la mano. Si sente inserito nel mondo che lo circonda, come se appartenesse ad esso.

Tenebre e dolore, male e sciagure divengono ora l’esperienza che egli accetta, perché sa che lo Spirito soffre nella trama della Terra. E’ la discesa negli Inferi per ripercorrere il percorso dello Spirito nella Terra. Allora il velario si squarcia ed egli vede.

Il grado successivo è la Sepoltura e la Resurrezione. L’iniziato è potuto giungere a tale maturità da dire: “ Io mi sono già abituato a considerare estraneo a me il corpo, ma ora considero tutte le forme e le cose del mondo a me così inerenti come il mio proprio corpo, il quale pure è stato formato da questi stessi materiali. Ogni fiore, ogni sasso, ogni cosa è così inerente a me come il mio corpo”.

Allora l’uomo “viene sepolto” nel terrestre. Necessariamente questo VI grado viene congiunto ad una nuova vita, per il fatto viene a sentirsi uno con lo spirito profondo del pianeta, con l’essere del Cristo: di Colui che già disse: “Chi mangia il il mio pane mi calca coi piedi!”.

La via R+C si differenzia da quella iniziatica “cristiana” non per il contenuto ma per il metodo.

Questo si fonda sull’animazione del pensare puro. Nessuno può vedere un circolo perfetto nella realtà. Come idea, invece, lo si può contemplare. In tal senso il metodo R+C porta all’essenziale rapporto dell’Io con il Cristo.

Nella disciplina R+C è eliminata la dipendenza del discepolo dal maestro. Questi non la esige, non ne ha bisogno. Mentre mediante libera intuizione il discepolo può riconoscere il maestro e alimentare in sé la fiducia e la devozione come virtù di rapporto e di trasmutazione.

Il discepolo deve abituarsi a quella forma di pensiero che fa derivare un pensiero dall’altro, secondo relazione pura. All’immaginare secondo contenuto sovrasensibile egli può giungere anche mediante determinate elevazioni dell’immaginazione.

Egli si educa a vedere dietro ogni forma lo spirito della Terra. Il pensiero puro e la libera immaginazione sono per il discepolo del Graal l’identico movimento. Così a lui viene insegnato:

“Guarda il calice del fiore che accoglie il raggio solare: questo ridesta le pure forze riproduttive, sopite nella pianta. Perciò il raggio solare viene chiamato la sacra lancia d’amore. Ora guarda l’uomo: egli è più elevato della pianta, ha in sé gli stessi organi, però egli porta compenetrato da desideri e appetiti impuri ciò che la pianta ha in sé completamente puro e casto”.

Lo sviluppo futuro dell’evoluzione consisterà in ciò: l’uomo, avendo penetrato la vita dei sensi, avendo ritrovato lo spirituale nel sensibile, restaura la castità: egli riprodurrà mediante un nuovo organo – che sarà il il suo trasmutato organo di generazione – il suo proprio simile: egli genererà mediante la parola.

L’organo di riproduzione diverrà casto, libero da stimoli e appetiti, come il calice del fiore che in purità si volge alla “santa lancia d’amore”. Così l’uomo si rivolgerà allo spirituale raggio della sapienza e questo lo renderà atto alla procreazione di una nuova generazione dello spirito. L’organo di riproduzione sarà un giorno la laringe trasformata.

Il discepolo R+C viene rivolto a considerare questo: “La pianta, nonostante la sua minore elevatezza evolutiva, ha questo casto calice. L’uomo l’ha perduto. Egli evolvendo si è degradato sino agli appetiti più impuri”.

Dal raggio solare spiritualizzato egli dovrà farlo risorgere; deve sviluppare nella castità quanto, in tali condizioni, è opera del San Graal dell’avvenire. Da prima viene resa pura la funzione della natura: ciò prepara la sua trasmutazione avvenire.

Così facendo l’iniziato mira in alto al Grande Ideale (Pietra filosofale). Quanto l’intera umanità raggiunge con lenta evoluzione, l’iniziato deve vivere in sé molto prima, per aprire il varco.

Lapis philosophicus: come la pianta si costruisca l’organismo col carbonio, si osserva nel carbon fossile che è il cadavere della pianta. Il cadavere dell’uomo è calcare: infatti egli è con l’anima legato alla mineralità, onde la mineralità appare visibile. Grazie al ritmizzato e interiorizzato processo del respiro, l’uomo formerà in sé l’organo atto alla emanazione dell’ossigeno: egli diverrà in tutto il suo essere come la pianta (cfr. la meditazione della Rosacroce). Egli tratterrà in sé il carbonio, costruendosi con questo il proprio organismo, onde il corpo sarà sempre più simile a quello della pianta: allora esso può incontrare il “santo strale d’amore” (“Io sono” attuato).

*

Un grado della via R+C è la visione delle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo.

Quanto oggi si trova nell’organismo fisico dell’uomo, è andato gradatamente sorgendo da fuori di lui. Per es. le ghiandole, nella fase solare della Terra, crescevano fuori di lui come oggi, per esempio, i funghi. Quanto oggi è racchiuso entro la pelle, nel corpo umano, un tempo era fuori.

Così ogni arto – fisico, eterico, astrale – si trovava fuori dell’Io che perciò armonicamente li rapportava a sé e li permeava.

L’anima, come “Io sono” era immersa in seno alla divinità.

Tale era la divinità essenziale, o la perfezione originaria dell’Io.

Per intendere come una parte del macrocosmo si andò intensificando e restringendo sino a farsi struttura organica dell’essere dell’uomo, occorre meditare sul punto interiore-corporeo che nel tempo suggella tale processo come recludersi del divino nell’umano.

Occorre riferirsi alla parte interiore della fronte, la radice del naso: questo punto dà a conoscere come un quid di preciso che era “fuori” dell’uomo, è ora “dentro” di lui.

Se mediante la meditazione si penetra in quest’organo, internandovisi profondamente con la coscienza (ciò implica ben più che un semplice concentrarsi in tale punto), allora si comincia a conoscere la parte dell’universo invisibile che gli corrisponde. Così è per la laringe, per il cuore ecc. Ciò non è un mero concentrarsi in sé stessi: questo non approderà a nulla, anzi pregiudicherà l’esperienza.

Per la preparazione della Pietra Filosofale: il carbonio ne è il simbolo esteriore. Solo allora esso diverrà Pietra Filosofale: quando l’uomo saprà produrlo da sé col suo acquietato processo di respirazione. L’istruzione a ciò è segreta. Se la si rendesse pubblica, gli uomini nel loro egoismo, si servirebbero di questo alto mistero per soddisfare le loro brame interiori.

(continua)

Appunti e pensieri da R. Steiner. - Massimo Scaligero

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QUASI UN TESTAMENTO

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Sono stanco. Di che? Di battere e ribattere all’infinito lo stesso chiodo. Su cosa? La risposta è facile: sulla concentrazione.

Essa non è il “controllo del pensiero”, e già questa distinzione sembra non entrare in tante anime.

Se aggiungo a ciò quella che sembra diventata una eresia – che dovrei stampare in maiuscolo – ossia che la concentrazione è la disciplina che va su diritta dal fondamento del pensiero comune sino allo scopo più elevato raggiungibile per l’uomo contemporaneo e che, addirittura, l’alternativa è inesistente, o almeno c’è il rischio di retrocessione per l’umano, trovo una quasi perfetta muraglia di neo primitivi, talvolta di buona cultura o docenti universitari (di cui scrive preveggentemente Massimo Scaligero) a cui è sufficiente sentire cose splendide.

Come per ogni anima primitiva, questa razza trova ad ogni piè sospinto, idoli da adorare, sperando che tali figure protomosaiche permettano l’attraversamento del proprio mar rosso.

Detto questo, osservo in me, viaggiando a ritroso nel tempo, molti errori tra cui, forse il più importante è stato il trascinare avanti delle cose che ebbero una funzione quando, sostenuto da entusiasmo e da indicazioni di Scaligero, mi posi come punto di riferimento per dare forma operativa a quello che divenne il “gruppo di Trieste”.

Scaligero, bontà sua, mi scrisse che considerava questo come qualcosa di “importanza europea” e, vista la nostra naturale litigiosità tematica, non economizzava su consigli umanamente difficili, orientati almeno sulla “concordia discors”.

Parecchi anni dopo – brutta cosa l’invidia – si formò un secondo gruppo, dipendente dal fiume in piena che Romolo Benvenuti stava diventando, gruppo labile e dipendente dall’emotività dell’oratore e dai continui riferimenti ai segreti segretissimi che avrebbe – prima o poi – rivelato. Ci andai e rammento l’imbarazzo che provai per il povero Romolo, che conoscevo dai tempi del Novalis, quando con fluida sobrietà illustrava agli ascoltatori le cosmiche metamorfosi degli stati preterrestri.

Altra delusione mi arrivò dalla signora Benvenuti, anch’essa conosciuta, positivamente, ben prima della dipartita di Scaligero.

Nell’ultimo colloquio che ebbi con lei – civile e cortese – la comunicatività era allo zero, anzi ebbi l’impressione d’avere di fronte una persona chiusa e guardinga.

Avrei potuto sbagliarmi, per ragioni di autocritica, ma poi ciò mi fu confermato da altre quattro persone, assai diverse e con diverse sensibilità. Ciò senza mettere nel conto l’esperienza di altri conoscenti che, riportando fiduciosamente alla autorità della signora, evidenti errori apparsi sugli editoriali della Rivista che, a torto, mezza Italia considerava di tutti i discepoli di Scaligero, si rivelò, a prescindere dalla realtà e dalla logica talmente “cosa loro” che, in breve i colloqui (ed il bon ton), iniziati nella fiducia e nel rispetto degenerarono in alte grida – urla – e accuse da ambo le parti.

Raro – sbalorditivo – esempio di faziosità e pregiudiziale difesa verso i predoni dei documenti di Scaligero, cecità di “gestione” di casi umani (vi ricordate della tragedia di Elettra?) e scorrettezze nei confronti del cugino erano fatti certi che chiusero questa pagina.

Certo, a Roma ricordo figure adamantine, come, ad esempio, Amleto Scabelloni e Alfredo Rubino. Ma Amleto non si pose mai come guida e, ragionevolmente Alfredo, come un mite ma incrollabile Arjuna, svolse per il resto della vita, con amore e rigore, la missione di ricordare la Via del Pensiero.

In ciò Massimo era ed è presente: cinquemila pagine in ventotto libri: “Non v’è stato nostro libro che non sia stato scritto in funzione della Via del Pensiero”.

Questo, a mio parere – intendo lo studio attivo delle sue opere – che giunge a gradi illuminativi e va oltre, incontrando il vivente del suo pensiero in univoca attività, credo sia stato seguito da pochissimi, suppongo assai poco nelle conventicole che si formarono.

Inutile indorare la pillola: chi si pose come “continuatore”, un po’ qua e un po’ là, usurpò semplicemente uno “status” impossibile, mai trasmesso né in verticale né in orizzontale. Tentazioni (in parte soddisfatte) che mai passarono per le anime migliori.

Del resto, pure a Dornach, tempo prima della prematura scomparsa del Dottore, il sig. Steffen era stato forse un malvivente?

Poi, lo scrivo serenamente, per tanti decise il karma personale.

Sembra ci sia interesse a mostrare come i “poveri ragazzi” si raccolsero intorno a Mimma…mentre si tace dei tanti che se ne andarono portando con sé il Pensiero di Massimo Scaligero e che non tornarono tra le rovine.

Se, misurandosi col proprio animo, i miei svariati detrattori, giudicheranno come ignobili contraffazioni quanto ho detto, nemmeno immaginano quale sia il livello di distacco e disinteresse da cui scrivo. Del resto sono tante le persone che possono confermare le poche cose che ho riassunto.

Il senso di questa nota non si ferma al passato (sebbene il passato sia attivo anche ora, nel presente).

Vorrei riportare qui una minima parte di una lettera a cui villanamente non ho ancora risposto a causa del mio stato di salute.

Non vedo l’interlocutore da secoli e, in parte, conosco il suo eclettismo. Credo abbia percorso molte vie. Ciò nonostante egli scrive: “… mai, lo affermo con forza e convinzione, ho potuto trovare qualcosa che si avvicini, anche lontanamente, per potenza, intensità, elevazione, luminosità, alla Concentrazione correttamente eseguita (Massimo a parer mio soprattutto nel “Manuale” è chiarissimo) ed è giusto quanto tu affermi (ma lo affermava anche il Nostro Maestro) Essa dovrebbe iniziare proprio laddove si presuppone che essa finisca!…”

In una condizione intermedia – non voluta – in cui possedevo di mio solo la coscienza, ho contemplato più volte i pensieri del mio interlocutore, in cui si riaffacciavano non lodi o esperienze ma il concetto, assai semplice, espresso in parentesi: “Massimo a parer mio soprattutto nel Manuale è chiarissimo”.

Era divenuto il nucleo, a cui lentamente ogni altro concetto si collegava. Così, in trasparente sintesi, vedevo molte cose, tra le quali il mio errore di portare avanti per una infinità di decenni le mie goffe difese e spiegazioni nei confronti del filo aureo e originale che Scaligero ci ha per lungo tempo donato.

E’ vero: il Manuale (e non solo) è chiarissimo…purché ci sia volontà di comprendere oltre la propria caratterologia o, viceversa proprio non si voglia per strani interessi che, nel tempo, mi vennero riferiti e che non desidero neppure considerare.

No, cari amici, bene che vada credo almeno ingenuo, nella Scienza Sacra, difendere da sotto ciò che sta sopra. E, da questo punto di vista, mi scuso con tutti voi e mi ritiro.

Il Pensiero di Massimo incontra individualmente teste e cuori e come e quando lo decide Lui. Il resto è raglio asinino che fomenta ridicole scaramucce tra comparse.

Sono affezionato ad Eco, per cui la mia presenza non mancherà, ma in maniera diversa, così (forse) farò contenti anche i…santi.

Statemi bene.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SCIENZA DELLO SPIRITO E BUDDHISMO

 Buddha....

Da una lettera a *****

…non posso risponderti in maniera accademica, sia perché non ho letto l’Opera Omnia di Steiner sia perché molto di ciò che lessi un tempo s’è rincantucciato oltre i confini della coscienza, cosa che mi sta pure bene poiché ora leggo pochissimo e sempre gli stessi testi fondamentali: non per allargare ma per approfondire ciò che a me pare l’essenziale.

Perciò ignoro se il Dottore abbia sviluppato, oltre svariati cenni, uno specifico studio comparativo tra antroposofia e buddismo come invece ha fatto per alcuni contenuti esoterici espressi nelle lettere di S. Paolo e la Bavaghat Gita. Può darsi che Hugo de Paganis ne sappia qualcosa o molto su questo tema.

Se leggi quello che trovi sui Quaderni Esoterici, scopri che accanto ai 5+1 ci sono altri 4 in aggiunta, definiti come “Ulteriori regole dopo le condizioni generali” (nessuno li menziona mai. Perché? Forse è una domanda pleonastica. Probabilmente non fanno parte di quanto, ossessivamente, diventa per un certo tempo il “Tema Imprescindibile”).

Poi, subito dopo questi ultimi, con il titolo di “Per i giorni della settimana”, il Dottore indica otto processi (discipline dell’anima) che corrispondono all’ottuplice sentiero, però modificato secondo l’esigenza soprasensibile rispondente alla necessità del centro cardiaco nell’uomo contemporaneo.

Scrivendomi sei come un frutto caduto nel cesto. Il filo karmico di questa mia vita è stato passare, lottando con tutte le forze, da Oriente a Occidente, per raggiungere il Dottore. Se ciò non fosse avvenuto, ti risponderebbe un buddhista duro e puro.

A mio modo di vedere occorrerebbe lasciar perdere per ambedue le correnti spirituali tutte le inquadrature fisse e astratte che sono tipiche per il pensiero corrente.

Questo perché? Perché, come tutte le vere fonti dello Spirito, esse iniziano ad essere vere solo quando salgono dall’anima, confuse ma forti e vengono sentite e praticate.

Lo stesso vale, in paragone, per gli oggetti comuni: lasciati sul tavolo sono del tutto diversi e persino sembrano mancanti di relazione. Però quando si usano tutto cambia: nell’azione si coglie davvero la loro realtà e le relazioni tra essi che prima mancavano.

Così, nella lunga via della pratica è perfettamente possibile che il discepolo della Scienza dello Spirito ritrovi, come intima necessità dell’anima, coerenza con la sua propria tradizione interiore, bisogno di ricapitolare i punti fermi del suo passato, applicazioni pratiche che appartennero al nobile Sentiero indicato dal Buddha… anche senza conoscere (culturalmente) nulla del buddismo.

Il discepolo, approfondendo dall’interno il proprio sguardo osserva come ogni cosa o avvenimento sia interconnesso a tanti altri: egli, sino nelle azioni più ‘banali’ avverte che esse possono essere giuste e in armonia con il resto del mondo, oppure sbagliate cioè veicoli di danno e menzogna che si ripercuotono in tutto quanto lo circonda.

Secondo la suggestiva ipotesi chiamata butterfly effect, per causare un incidente spaventoso potrebbe bastare il battito d’ali di una farfalla. E un gesto umano? Il discepolo sul suo cammino scopre veramente una infinita responsabilità e inizia ad intuire come ogni azione umana è anche una responsabilità spirituale: ecco la “retta azione”, guidata dal “retto pensare”.

Il discepolo che non abbia gli occhi spenti osserva anche come tutto ciò che è nato, cresce, decade e infine muore. Dentro di lui e nel mondo. Egli non si ritira dal mondo ma abbandona l’illusione della durata (del resto esercizi come l’osservazione/meditazione sul nascere e perire suggerita dallo Steiner ha, per l’anima di chi la pratica, un senso assai profondo). Le impressioni ricevute in tale direzione, afferrano anche la personalità e quella parte del soggetto che ad essa si sente legato: e tutto ciò diviene transitorio, impermanente.

Poi il modo di esporre può essere veicolato dal metodo affermativo o per negazione come è stato tipico dell’Oriente: il risultato che prende vita nell’anima non è dissimile.

Caro amico: sono cifrari e momenti diversi di un’unica tradizione che non a caso chiamiamo perenne.

San Paolo dice che è ora di svezzarsi dal latte per bambini, Buddha non ha latte per bambini, non promette consolazioni in questa o un’altra vita ma indica come svegliarsi e vedere le cose secondo realtà.

Differenze? Ci sono.

Buddha dice che “ tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore” e ha ragione.

Il Dottore osserva che “la via al cuore passa per la testa” e non filosofeggia ma indica una mutata struttura sottile dell’uomo che, per raggiungere una desta coincidenza con il proprio principio s’è concentrata nella testa.

Questa non è un’affermazione peregrina, basta l’auto-osservazione per sperimentare che è così. Per questo fatto, la Scienza Sacra oggi indica una operazione che oltre duemila anni fa non sarebbe stata comprensibile, possibile e nemmeno necessaria. Solo liberando il più-che-pensiero dalla testa è veritabilmente possibile giungere al cuore e connettersi con il Principio reale dell’uomo.

Buddha non sbaglia affatto nell’indicare tutte le cose come il non Sé, ma non è una affermazione, è una tecnica che prima ho chiamato “al negativo”, attuabile per qualcuno anche ai nostri giorni.

Chi è dotato di carattere critico e non ha ancora avvertito la capacità dell’antroposofia di sorreggersi per forza propria, può rimanere scandalizzato dalle comunicazioni del Dottore che riguardano l’individualità e l’opera che ora viene compiuta da chi un tempo assurse alla dignità di Buddha. Può pensare che sono cose inaccettabili… poi basta che il pensiero non si arresti e allora può fare un passo e chiedersi se proprio non sia del tutto insensata l’idea che un grandissimo essere non sia rimasto, per così dire, immobile nell’infinito.

Se poi Steiner parla di Marte, occorre ricordarsi che ciò che chiamiamo pianeta è il confine visibile di una immensa sfera. Il nostro mondo è all’interno di quella sfera. Quella sfera interagisce col nostro mondo: “Marte” agisce fin qui.

Potresti dirmi che questa è una visione tolemaica: è vero ma anche in questo caso, senza nulla togliere alla grandezza di Copernico, per la nostra realtà la prima funziona ancora.

Non diciamo che il sole ascende da Est e, alla fine del suo viaggio, scende e scompare a Ovest? Ciò per noi è vero tant’è che poi cala il buio e la notte: fondiamo la nostra vita (esattamente come papà Dante) su una visione del mondo che continua ad essere in armonia con Tolomeo.

Tornando a bomba, il Dottore ci comunica che le forze del Buddha sono presenti e attive.

Scaligero lo sottolinea più volte. Nel mio piccolissimo ne sono convinto. Le entità di Marte sono quelle più prossime, più apparentate all’attività interiore umana. Basta una minima modificazione della coscienza per poter comunicare con quelle entità.

Nei confronti del buddhismo le forze che fluiscono ai tempi nostri non hanno nulla a che vedere con l’antica dottrina e l’antica tecnica: sono piuttosto le forze dirette che un tempo si cercavano con la dottrina e le tecniche.

Esse si presentano nel discepolo, anche inaspettate, quando egli opera in profondità nella concentrazione e meditazione o in calma di pensiero: queste si aprono all’azione del Buddha, che solo l’attitudine materialista relega nel passato o in religioni formatesi sulle sue antiche parole: vesti che possiamo rispettare ma che Egli ha dismesso…

Nb: trattasi della (maggior) parte di una lettera da cui ho tolto alcune righe personali con il permesso del ricevente. Che naturalmente ringrazio per la disponibilità e la fiducia!

SCIENZA DELLO SPIRITO

MEDITARE NON BASTA MAI…

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Ho già scritto su questo sito alcune cose che mi parevano pratiche sulla Meditazione. Poi mi giungono alcuni messaggi molto semplici a cui rispondo come posso e che mi costringono a tentare qualche passo indietro.

Così posso constatare che c’è parecchia incertezza e che i capitoli espressi sul tema che chiunque trova in tutti i testi di Massimo Scaligero non vengono compresi granché bene, forse perché la Meditazione è, per certi versi, più facile della Concentrazione ed il pensiero, magari abituato a cose più complesse ma privo di esperienza per i moti coscienti dell’anima, sente come uno scivolare via dalle mani concetti inusuali forse anche vuoti per la mancanza di esperienza o di esperienze simili.

Questa non vuole assolutamente essere una critica, anzi ringrazio gli scriventi che mi offrono l’estro di rivedere il tema costringendomi nel tentativo di una maggiore semplicità senza (spero) adulterare il suo nocciolo.

In quelle che possiamo chiamare ‘correnti spirituali’ la meditazione è sempre accompagnata dal contrassegno d’appartenenza. Così abbiamo la meditazione cristiana, buddhista, sciamanica, ecc. Intendo con ciò che essa è sempre legata ad un sistema, generalmente complesso e sembra piuttosto inscindibile ad esso.

Ma cosa può intendersi per meditazione quando il punto di partenza abbia come sfondo una scienza (scienza!) dello spirito?

Come minimo un radicale svincolamento da canoni o riti prefissati, da fedi e correnti religiose. Spesso si dà per scontata una impalcatura mistica…beh, ognuno poi farà quello che vuole ma quella parola (scienza!!) dovrebbe pesare come un macigno in chi si fa araldo di essa per poi agire in perfetta contrapposizione.

Con la desta consapevolezza interiore dell’io appare necessario un “rovesciamento” che, a quanto sembra, è ancora difficilissimo per l’uomo contemporaneo, tenacemente incollato a temi o tracciati preventivi, sia nella cultura dell’anima, sia nelle ampie zone antiche del subconscio.

Questo stato di cose spiega la facile adesione alle correnti new age, che si dicono nuove ma alla fin fine contrabbandano, mischiandolo a mente leggera, tutto l’armamentario esoterico che proviene dal passato.

Non è un bene poiché l’anima tende ad identificarsi al sacro che considera fuori da sé: alienare l’Io nelle orme sedimentate del sacro e rifiutare lo Spirito che nell’Io si esprime è, ai nostri giorni, il combattimento contro lo Spirito e piuttosto a favore degli spiriti che da una parte vorrebbero mantenere statica, addensandola, l’anima umana, oppure vorrebbero trascinarla in estasi trascorse.

Per “rovesciamento” si intende il dare all’Io, essendo esso già immanenza dello Spirito, il tema o l’immagine solo come pretesto per la sua dinamica svincolata dalle suggestioni culturali e sapienziali del tema o immagine. Mai adeguandosi (subordinandosi) al ‘sacro’ preventivo o allo stato d’animo del momento.

La meditazione è più facile della concentrazione ma è quasi impossibile adottarla come regolare disciplina senza che il tumulto ordinario dell’anima sia stato messo in astinenza…come a dire che, di solito, dovrebbe esserci prima la concentrazione, poi la meditazione.

Credere che la concentrazione sia un affare del solo pensiero è errato: essa risveglia un volere possente, integro poiché non consumato dalla (nella) corporeità. Alla base della quiete necessaria deve esserci il volere, che, tra l’altro è privo di “stati d’animo”.

Rudolf Steiner usa parecchi termini (sinonimi) per indicare il modo di meditare. Ne cito alcuni a titolo evocativo: “ Far vivere nell’anima il contenuto delle seguenti righe”, “Immergersi completamente”, “Si riempie l’anima con le seguenti righe”, “Si deve poco speculare nella meditazione stessa, invece lasciar agire su sé il contenuto delle proposizioni della meditazione”, “Bisogna rappresentarsele in corrette immagini”, “Voi credete, quando nella meditazione si ripetono le parole che effettivamente sono ovvie, che ciò sia veramente senza scopo. Se ci si orientasse verso il ‘sapere’, allora ciò sarebbe inutile. Ma si tratta invece di sperimentare tramite sé stessi ancora e sempre di nuovo, ciò che deve essere”, “Lasciarlo agire su di sé donandosi ad esso” .

Sottolineerei che in taluni casi occorrerebbe portare immagini alla coscienza ma che il senso più generale è quello di immergersi nelle parole o frasi meditative proibendosi pensieri diversi o razionalizzazioni tese a “comprendere” significati occulti o palesi.

Da quanto riportato con le frasi del Dottore, forse occorrerebbe usare la logica e il buon senso per stabilire una sana comunicazione tra esse e la propria condizione.

La consapevolezza di quali possano essere le forze o capacità che si hanno al momento e che possono venire “testate” con delle prove personali e del tutto autonome rispetto ai migliori consigli di questo mondo, potrebbero essere esperimenti necessari: se le parole dei maestri sono importanti, altrettanto importante è la mia capacità di trasformarli in un mio atto proprio. Insomma, la potenza appartiene ai Maestri, l’atto appartiene a me.

Poi non è difficile scoprire che mi mancano i requisiti. Molti anni fa mi trovai con un più giovane amico, appena tornato da Roma. Mi disse che ***** gli aveva sconsigliato la concentrazione e consigliato di sostituirla con la meditazione della Rosacroce. Non commentai, fedele al detto “ubi maior minor cessat”, sebbene qualche dubbio…

Il risultato fu che dopo qualche mese, l’amico mi confidò che le cose andavano da male in peggio, che l’esercizio si era trasformato in un caos e che stava velocemente perdendo quel poco di dominio sul pensiero che era stato, prima, il suo massimo raggiungimento.

In realtà trovai (lungo il sentiero della vita) una persona che senza conoscere e praticare alcunché, meditava!

Era per me (quasi) un miracolo e ne fui abbacinato, estasiato e tutti i sinonimi possibili, poi, solo poi, mi accorsi che per questa individualità il termine meditazione era un ottimo sostituto di “trance”, in cui beatamente entrava abbandonandosi, ad esempio, nel fissare una lama di luce che entrava dalle persiane serrate.

Tutto questo per sottolineare che, di solito, essendo il meditare una disciplina e non una gita a Disneyland, non ho trovato operatori, compresi quelli matti come cavalli, che praticassero la meditazione se non dopo aver raggiunto un minimo controllo del pensiero ed una altrettanto minima capacità di permanere in interiore silenzio.

Sempreché non si scambi la meditazione per cose molto strane o per il ruminare tra sé e sé in solitudine.

Ma quali possono essere le frasi o parole atte alla meditazione? Alla buona, quelle che trascendono il mondo fisico-sensibile e in particolare quelle che riflettono un ente o una azione che si svolge nel mondo superiore (eterico). Questa non è una distinzione scolastica: da essa dipende il senso vero del meditare e le sue conseguenze per l’anima.

Per una certa povertà di termini occidentali prendiamo in prestito dall’antico Oriente il termine “mantra”. Da ciò parole mantriche o versi mantrici.

Mantriche sono le parole del Buddha: “ Tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore”, oppure la frase di Raimondo Lullo sintetizzata da Scaligero: “Ogni pietra ha la sua folgore”, mentre una meditazione come: “Michele è il vincitore delle nere schiere” è solo di conio terrestre, non vale nulla.

Chiudo l’argomento con il nocciolo pratico più semplice. Si pronunci nella coscienza (se si preferisce anche con la voce) una parola o una breve frase. Si lasci che essa vibri nell’anima come un diapason o l’intimo eco di una sonorità senza aggiungere niente. Ascoltare quieti. All’inizio dura poco. Si ripeta il processo finché è possibile. Vada bene sono pochissimi minuti (per qualcuno anche pochi secondi). Con la pratica (della concentrazione e della meditazione stessa) il tempo dell’esercizio può divenire lungo o lunghissimo. Può persino perdurare accanto alla vita sensibile. E’ importante non spiegare nulla, non razionalizzare, non usare le sottili modificazioni della coscienza per costruire un sapere più vasto. Bisogna proibire i propri significati per lasciare che lo Spirito esprima i suoi.

Con la pratica e tempo, potrei permettermi di dire che quasi ogni cosa può divenire un “oggetto di meditazione”: l’azzurro del cielo, un albero, ecc. Senza confonderlo con la tecnica della percezione pura. Basta uno sguardo. Il silenzio dell’anima ormai realizzabile senza tensioni e la maturata attitudine di permettere che l’impressione possa trovare via libera verso l’interiore sorgente della vita: si inizia a percorrere una condizione intellettualmente indecifrabile ma che viene sentita più sostanziale, più vera del morto mondo di immagini a cui siamo abituati e di cui si è perennemente insoddisfatti e che, in profondità, persino ci angoscia.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

SENZA CATEGORIA, SENZA CASA

 scrivere

La verità non è il conoscere

che si persegue per il sapere

ma il conoscere a cui si subordini

ogni sapere.

(Sataro Don Marco)

***

.

Ma per chi scrivi?

Questa domanda sembra innocente, ma chi me l’ha fatta non lo è.

Cosa rispondere di vero a uno che ti parla tra due silenzi e le cui parole provengono quasi sempre da luoghi lontani?

Scrivo perché posso farlo, perché posso attingere da una fonte inesauribile, che sia un fontanone o un rivolo non lo so, ma che scorra incurante del tempo e delle nostre piccole vite e morti, questo lo so e credo di averlo sempre saputo.

Ma per chi scrivo? Per altri viaggiatori, suppongo: per quelli che non vengono contati nei ranghi.

Individui che Colin Wilson quando faceva lo scrittore vero chiamò “outsiders” e che G. C. A. Evola definì “differenziati”.

In pochi tratti so bene cosa siano nell’ambiente comune: naturalmente immuni dalle adesioni emotive ai dibattiti culturali, alle sacrosante istanze socio-economiche, ai diritti dei popoli. Figure in ombra, né buoni né cattivi (non concepiscono lo sfizio di porsi in una categoria), indifferenti a molte cose ma artigliati, come padre Prometeo, dalla sofferenza che fedi e speranze non placano.

Lucidamente disperati: disperati poiché lucidi. Non lietamente ottusi.

Creature capaci di accogliere dentro sé conoscenza pericolosa perché è conoscenza celata, anzi vietata dalla coscienza del mondo.

Disgraziati che si concedono l’imperdonabile lusso dell’orgoglio negandosi agli accattivanti conforti delle ruffiane ideologie e delle fedi avvizzite. Sdegnosi a tendere le braccia ai soccorritori (chi ha il diritto di soccorrermi? Come ha ricevuto un simile diritto?). Nascondono a sé e agli altri l’intuizione della propria primogenitura anche se il mondo li definirebbe fuggiaschi e straccioni.

Stravaganti sotto copertura il cui andare faticoso nella vita non inizia dalla banalità quasi animale della nascita ma dal segreto di una perdita non dimenticata e certo non  finisce nel pietoso disgusto di un corpo che si sfalda ma nel mistero di una battaglia che continua da sempre tra lampi e bagliori e silenzi.

Il mondo non ama questa razza bastarda: anzi cerca di sopprimerla: legalmente con la pubblica istruzione, caritatevolmente con le medicine antiumane e se ciò non basta si può sempre infierire con l’indifferenza il disprezzo la derisione il tradimento.

Il sopravvissuto tra quelli che non si spezzano, colui a cui il cuore non si spegne, intravvede segni e cenni di sentieri, perlopiù ombrati da sconvolte, capovolte geografie.

Poi in momenti inattesi, spesso nelle più fitte oscurità prive di vita e speranza, una Memoria più antica dell’antica tragedia si protende con la velocità della folgore: s’è mossa da lontano ed è già presente in tutti gli attimi dell’ora: un ricordo e un sentiero: che può avere un nome sebbene provenga da fuori del tempo.

Nessun sentiero ha veramente bisogno di nomi: in realtà il “nome” velandolo lo difende : dalle furbesche zampe della canaglia e secondo la misericordia dello Spirito lo sottrae dal goffo slancio di chi abbraccia la sua illusione.

I nomi sono allusioni ad una conoscenza che seguì l’uomo nella arida palestra del mondo: metastorica lungo il divenire della storia.

A mio ininfluente parere i nomi più allusivi e veri sono: “ponte d’arcobaleno” e “filo di spada” o lama di rasoio: evocano un tracciato assai pericoloso dove i piedi si aprono a tagli sanguinanti e ai cui lati c’è solo abisso. E la terrificante possibilità di scivolare e di cadere è solo tua: il tuo regale diritto di essere o di perire.

Il trucco più congruo di questa conoscenza segreta è quello di risvegliare esseri cosmici immersi nel sogno di essere soltanto uomini.

E’ una conoscenza serpentina e morde di veleno come il cobra: avvelena l’uomo ma parimenti corrode le catene che lo tengono prigioniero. Quelle catene con cui ha creduto di amare le cose del mondo che lo hanno sempre complementato con la morte.

Le catene nella cui morsa aspira tuttavia alla libertà del suo essere: subitamente trovando e persino rincorrendo la trista genia di maestri e discepoli, nuovi e zelanti incatenatori, cesellatori di ceppi – antichi e rinnovati – fatti di obbedienza, negazione di sé, di fascinosi simbolismi, di osservanze rituali, di appartenenze…

L’offerta? Lo scotto?

Sempre il medesimo, antico e monotono: “Credimi e sarai un prodigio tra gli altri uomini”.

Inganno di scarsa fantasia eppure sottile: “A me dona il vero che pulsa in te ed io fingerò di ridartelo più ricco e forte”.

Suadente: “Consegnami l’Io e proteggerò la tua anima come una madre protegge i suoi figli”.

E’ a questi anarchici vagabondi a cui cerco, limitato e inascoltato, di parlare. Ma è una faccenda difficile…Allora perché sciupare tempo e fatica?

Mah, forse per amore: come sostanza della stessa Fonte è inesauribile!

I contenti, i soddisfatti, coerentemente, non hanno bisogno di nulla.

Aggiungo con tristezza a queste righe una osservazione calata nella realtà di questi giorni.

Succede, sempre più spesso, che si diano furiosa battaglia opposti modi di vedere certi fatti. Al punto che individualità che si dicono discepoli della Scienza Sacra si scontrino ferocemente  assomigliando piuttosto a manipoli di ammutinati che combattono sulla tolda di una piratesca nave…a insulti (c’è pure del ridicolo in questo).

Forse, anche tutto questo caos fa parte della libertà, ma un po’ ne dubito.

Tanto vorrei sbagliarmi che propongo un facile esperimento, una “cartina tornasole” per l’anima.

In piena vis polemica, fermatevi per dieci minuti e fate un perfetto esercizio di controllo del pensiero, senza che nulla di estraneo al tema entri nella coscienza.

Se l’esperimento non riesce significa, e lo sapete benissimo, che siete stati mossi dall’istintività che vi sta ingannando, sia che vi sentiate nel giusto o su altre posizioni.

E’ una ingenuità quanto ho scritto? E’ possibile. Ma dieci minuti non costano molto, non è vero?

Così, senza strepiti, saprete in cuor vostro se siete o no discepoli, appunto oltre gli esibiti stemmi e vessilli che non valgono. Nell’Occulto essi non valgono un bel niente.

Spero che questa minima proposta venga accettata anche se rispecchia il mio modo di vedere la realtà…però potreste essere un tantinello curiosi, tanto nessuno saprà niente!

Bonne chance.

ALTRO

IL TORMENTONE

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Cos’è un tormentone? Nell’accezione più popolare è una battuta, di solito comica, facilmente assimilabile che viene ripetuta molte o troppe volte. Può essere insopportabile perché tormentone è anche l’accrescitivo di tormento.

Mette radici nella zona crepuscolare, sognante, della mente.

Se posto questa nota nella sezione di Scienza dello Spirito, sono in tema o è una disattenzione? Vediamolo subito.

Il tormentone di cui parlerò è questo: “Bisogna fare tre passi nella morale e uno nella conoscenza”.

E’ il sigillo che troviamo posto al termine di ogni biascicamento che vorrebbe passare per antroposofia virtuosa. Verbum dei? No! Sbarra doganale del Dottore? Non mi pare.

E’ un vero peccato che Rudolf Steiner non abbia mai pronunciato (scritto) questa frase.

Essa gira abbondantemente solo nelle teste e nel sistema ritmico dei disattenti, dei pessimi lettori e dei tanti che usano l’affettato di antroposofia coerentemente: come fosse salame. Gustoso nei panini delle scampagnate  spiritualistiche.

Possiamo però risalire con facilità a dove (la fettina) è stata tagliata, additivata  e vuotata da (gusto e) senso e contesto.

Rintracciamo la sua origine vera e non bastarda in un sottotitolo (Il controllo dei pensieri e dei sentimenti) del capitolo “I gradini dell’iniziazione” del libro L’iniziazione di Steiner, dove dopo gli esercizi di meditazione/contemplazione sul seme e sulla pianta, l’Autore indica due ulteriori esercizi volti all’osservazione di due momenti che sostanziano l’elemento animico dell’entità umana: il momento del desiderio, della brama per qualcosa e il momento che segue l’appagamento del desiderio.

Dovrebbe essere abbastanza chiaro che queste discipline potrebbero non essere esenti da pericoli qualora lo sguardo interiore non fosse sufficientemente puro e sovrapersonale, qui l’immobilità dell’Io puro dovrebbe già essere una potenza/condizione realizzata.

In questo tipo di osservazione lo sperimentatore immaturo potrebbe correre almeno tre rischi: il più immediato è quello di venir coinvolto dalla forza delle brame altrui (occultisticamente si parla dell’ignificazione della luce astrale), il secondo (non impossibile ma più difficile) è dato dal potere magico che porterebbe al dominio sull’altro essere; infine il terzo potrebbe essere l’insorgenza, nello sperimentatore, di qualità interiori pessime, come il cinismo, la mancanza di rispetto ed il disamore verso l’oggetto dell’esperimento, ampliabile poi a tutti gli esseri umani.

Per l’estrema delicatezza insita in tali esercizi, Rudolf Steiner spende 107 (centosette) righe a incorniciare con tenore interiore e prudenza quanto su esposto. E in queste pagine troviamo le righe saccheggiate (la corsivizzazione delle parole che seguono è mia, il corsivo di “aurea” è di Steiner):

“Chiunque quindi cerchi di penetrare per visione diretta nei segreti della natura umana, deve seguire l’aurea regola della vera scienza occulta. E questa aurea legge dice: “Per ogni passo che fai nella conoscenza delle verità occulte, devi al tempo stesso fare tre passi verso il perfezionamento morale del tuo carattere”. Chi segue questa norma può fare gli esercizi del genere di quello che ora sarà descritto.”

Facile osservare che difficilmente il problema possa porsi, poiché in genere questi esercizi non li fa nessuno e tanto meno li realizza!

L’unico problema che rimane seriamente in campo riguarda l’incapacità di informazione corretta, di lettura corretta e di studio vero di uno tra i libri fondamentali dell’antroposofia.

Poi per la capacità di comprendere il livello del discorso, credo che siamo di due gradi sotto lo zero.

E, per carità, neppure sfioriamo in cosa consista la “vera scienza occulta”…rammento ai lettori solo la chiarificante appendice del ’18 al libro, che ho copiato su Eco per chi vuole, poco tempo fa.

Rimane il mistero dello sconsiderato successo del tormentone.

Quale moralità viene invocata dai molti “antroposofi allegri”? Quella kantiana del “tu devi”, o quella rabbinica dei mille e un precetti? Oppure la dogmatica cattolica?

Probabilmente, essendo pensata (?) come una specie di res incognita, essa pare simile a ciò che Steiner raffigurò umoristicamente con la frase “Cara stufa, il tuo dovere morale è di riscaldare la stanza!”. Già: poiché la moralità si manifesta pure nell’azione che vista dall’esterno con occhi filistei (ipocriti) è alquanto incomprensibile…e non parliamo nemmeno se e quando essa attinga dalla nostra libera intuizione ideale!

Dice il Dottore: “L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a voler solo sentire senza conoscere.” (La saggezza dei rosacroce, pag. 13. Ed. Antroposofica).

Il perdere di vista la priorità del conoscere rispetto ai soggettivi sentimentalismi è stato oggetto di netto e severo biasimo da parte di una figura iniziatica come il dott. Colazza.

Il soggetto del tormentone è la psiche.

La psiche, illegittima figlia della coscienza assoggettata al corpo, è meccanica.

Lo sanno bene i veri occultisti, lo sanno persino gli psicologi: premi il bottone scelto e la psiche reagisce con assoluta prevedibilità. Falsi veggenti, cartomanti e arruffapopoli sono veri artisti naïve in questo genere di cose.

Nella vuota ripetizione di questo vuota affermazione, la psiche è felice (appagata) per la propria vuota virtù.

E’ lo scudo che la ripara dalla conoscenza molesta che, in ogni caso, si dà al fine di superarla: non è neppure un’affermazione che vorrebbe tracciare un confine  tra il virtuoso ed i peccatori ma solo uno tra le innumerevoli scorciatoie (a prezzo stracciato) per la continua riaffermazione di sé, per la fame di autostima di cui la psiche ha un’implacata necessità.

Del sé impostore che grava sulla coscienza. Ottundendola.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Hermann Keyserling

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Quasi in contemporanea con il lavoro di Rudolf Steiner, vi fu, negli anni ’20 l’attività del conte Hermann Keyserling (1880-1946), che fondò una Scuola sapienziale a Darmstadt, la quale  attirò l’interesse di molti spiritualisti occidentali di fatto e di direzione.

Sebbene la cosa sia impropria, alcuni giudicarono le sue intuizioni in linea con il sostrato epistemologico dato da Steiner, seppure in forma episodica. Fu un suo collaboratore, E. Rousselle, a dare una sintesi indicativa del pensiero del maestro.

Per K., l’istanza della cultura occidentale è la pulsione o esigenza verso una autorealizzazione. Esigenza che però non viene ancora posseduta dall’Io interiormente, come realtà di vita interiore, ma solo conosciuta dal di fuori, nei fenomeni che essa genera sul piano speculativo.

L’Io si concilia con la realtà solo razionalmente, la  cui sfera necessitante tradisce l’esigenza che l’ha prodotta: mantenendo un rapporto pseudo-metafisico con la realtà dell’Io.

Da cui la necessità di un passo ulteriore che traduca l’affermazione ideale in affermazione reale, rendendo concreta attualità l’astrazione della teoria del conoscere elaborata con l’idealismo.

La chiave delle vedute di K. è il fenomeno del comprendere: il punto in cui l’Io dice a sé: “ho compreso” è un punto di spontaneità e interiorità. Esso ha inoltre un carattere illuminativo di trasparenza assoluta di sé a sé nell’oggetto che si comprende.

Si cerchi allora di vivere la natura del significato (sinn), non di questo o quel significato ma del significato in generale: del puro elemento del comprendere identico a sé in ogni comprensione.

Per K., apparirà allora che in esso riluce qualcosa di ineffabile, una semplicità attuale e individuale che, pur contenendolo, trascende l’insieme di mezzi e forme da cui è propiziato.

Questo momento del puro comprendere è, per K., il momento dello Spirito.

Si dirà che un significato c’è ma in connessione ad una forma, è però vero anche l’opposto cioè che il venire compresa è la condizione affinché qualsiasi cosa abbia esistenza per l’Io e che quindi la funzione del comprendere è il prius assoluto: l’elemento di realtà a cui ogni esperienza partecipa.

Essendo dunque assurdo parlare di realtà nelle cose del mondo indipendentemente dall’Io, K. tende a definire una speciale funzione capace di riaffermare sull’intero ambito dell’esperienza il principio dell’Io libero e creatore.

Dunque il “senso” (sinn) è la condizione per ogni possibile esperienza e perciò tutto, nel mondo, assume il carattere di mezzo espressivo, di sostanza-simbolo che l’Io deve animare e ricreare con l’atto del suo comprendere.

La dualità, per K. si risolve tra  astratto mezzo espressivo e significato: la materia, la necessità non è altro che privazione del “senso”: la bruta “lettera” opaca a sé stessa.

Ciò porta al problema umano generale. Secondo K. non risolvibile con arte, religione e filosofia.

Gli artisti sono dei medium: la grandezza che parla in loro non coincide mai con la loro persona consapevole. La religione va esclusa poiché importa un principio di dogmatismo e autorità da una parte, di dipendenza e passività dall’altra: incompatibili col carattere auto affermativo connesso al “senso”. Peggio ancora per la filosofia, radicata in un mondo concettuale estraneo alla realtà e disgiunto dal proprio Io creatore.

Insomma, quello che importa è che l’Io non si faccia schiavo di una conoscenza astratta ma la produca interiormente come realtà vivente.

“La rappresentazione crea la realtà e non viceversa”, “La rappresentazione è incondizionata”, “L’Io può, mediante uno spostamento dei livelli di coscienza, possedersi in questa facoltà”.

Si aggiunge a ciò l’esigenza affermata dal nostro Michelstaedter: l’individuo deve assurgere al senso di una assoluta responsabilità, deve farsi sufficiente alla propria vita, non solo nel soggettivo ma anche nell’ordine del cosmo, dell’universale.

L’Io deve farsi a sé stesso l’estrema ragione, deve mettere su sé il peso della responsabilità mondiale, senza tentare di rimetterla ad altro: solo a condizione di assumerne la persona egli può tentare di superare il destino nella libertà.

Poi, in realtà, la “Schule der Weisheit” sulla metodologia dice poco: per il “come” ci si elevi dalla coscienza comune a quella del “senso”, K. si rimette a Rousselle. Vi giuro che ce l’avevo, questo “Mistero della Trasformazione”, ennesima scomparsa della mia biblioteca. E, per non affaticare nessuno, me compreso, posso dirvi che ne rimasi assai deluso. Ricordo che Rousselle distingue tre fasi: posizione, dispiegamento e trasformazione, che, mi pare, erano assai simili alla triade neoplatonica di purificazione, illuminazione ed unione. Insomma nulla di originale e ancor peggio si percepisce nettamente che Rousselle non parla per esperienza vissuta.

Questa vistosa carenza di mezzi e discipline confermerebbe l’assunto (comune ad altri pensatori e filosofi)) che Keyserling  abbia vissuto una certa esperienza interiore e abbia poi tentato di esprimerla, come al tempo fu questione per Michelstaedter, Braun, Hamelin, Weininger, eccetera.

Detto così è poco e non rende di sicuro un decente servizio al Conte. Però se poi il pensiero si volge alla Filosofia della Libertà di Steiner, siamo alle solite: Keyserling ti propone frasi luminose che poi si trasformano in nebbia indistinta. Steiner ti propone subito due quesiti e se possiedi volontà e coraggio ti porta a risponderti da te stesso…magari con quell’Io che altri hanno solo intuito e speranzosamente proposto!

SENZA CATEGORIA

IDOLI

 idoli

Molti anni fa, leggendo la Rivista “Antroposofia” mi imbattei in un articolo più interessante degli altri. Si distingueva da quello stile accademico che incominciava ad essermi insopportabile. Era evidente ed eccezionale che l’autore rimandasse energicamente a esercizi e discipline. Fu una gradita scoperta e l’autore sconosciuto si firmava come Georg Kühlewind.

Non dimenticai questo nome, di cui alcune righe mi parvero persino famigliari. Più tardi mi capitarono tra le mani alcuni suoi libri che mi sembrarono equilibratamente modesti ma comunque interessanti perché dopotutto indicavano una via al “Pensiero Vivente”.

Mi colpì favorevolmente la libertà dell’autore nei riguardi del pesante vezzo di riferirsi continuamente all’oceano di frasi o testi del Dottore che si usano per giustificare ogni concetto espresso (purtroppo vedo che la von Halle non si è sottratta alle forche caudine di tale modo di scrivere). Vidi anche che nelle note a piè pagina citava sempre Massimo Scaligero, sebbene segnalasse una divergenza su alcuni imprecisati punti.

Decisi di conoscere un po’ meglio questa figura, diversa dai tanti, del panorama antroposofico.

Fui aiutato dalla sua biografia, apparsa, sembra su pressione dell’Editore Lindisfarne Press, aggiunta al libro Stages of consiousness, uscito nel 1984.

Si chiamava Gyorgy Székely e più tardi prese il “nom de plume” di Georg Kühlewind. Nacque da famiglia ebraica liberale il 6 marzo del 1924 a Budapest. Dal 1944 fu internato in diversi campi di prigionia tedesca sino alla liberazione, avvenuta nel 1945 a opera delle truppe americane. Dopo la guerra studiò scienze naturali e successivamente divenne professore di fisica chimica presso l’Università Tecnica di Budapest. Dagli anni ’60 incominciò a pubblicare libri di Linguistica, Psicologia e Epistemologia. Il perno del suo lavoro divenne la conoscenza e l’applicazione pratica di ciò che egli chiama “Pensiero Vivente” (Il termine vi ricorda qualcun altro? Lo vedremo poi.) sottolineando l’importanza dei processi conoscitivi rispetto ai risultati di questi. Ora sentiamo le sue parole:

“I miei primi interessi all’età di 15 anni, furono la psicoanalisi, Jung e la storia delle religioni e della cultura. A 17 anni divenni discepolo di Karol Kerenyi. La mia tendenza era quella di diventare filologo classico e d’imparare Latino e Greco. Freud e Jung mi avevano convinto che la vita non doveva essere compresa razionalmente. Studiai economia, cercai di cancellare in me tutte le abitudini, tradizioni e convenzioni. Ci riuscii. Rimase solo un deserto ( all’età di 5 anni ebbi una potentissima esperienza di essere un “io”, come quella di Jean Paul descritta da Rudolf Steiner in Teosofia). Incontrai l’Antroposofia all’età di 18 anni. Il mio sentimento fu: “è interessante, ma già la conosco, è viva in me”. Dopo la guerra vi fu un secondo incontro: Verità e Scienza e La Concezione Goethiana del Mondo. In seguito, il ciclo di conferenze sul Vangelo di Giovanni, tenute ad Amburgo, mi ispirarono e cominciai a leggere un libro dopo l’altro e continuai così per circa un decennio.

Poi sentii: “Questo è sterile, non sto facendo alcun passo sulla via del sentiero interiore (prassi) e questa pila di conoscenze che sto ammassando sembra essere soltanto un fardello – e infatti lo era! – “. A questo punto gettai via quasi tutta l’Antroposofia ma ebbi un sogno significativo e mi ricordai di un libro di Steiner che sapevo di non aver compreso: La Filosofia della Libertà. Così iniziai ad studiare quel libro e tutte le opere epistemologiche di Steiner. Volevo dare a queste ultime un’ultima chance. Senza andare ad approfondire le opere più esoteriche volevo comprendere questi lavori epistemologici per sé stessi. Dopo circa 6 mesi sapevo che in questi stava la direzione che dovevo prendere.

Vidi gli errori che avevo commesso e le incomprensioni (sentite come comprensioni) in cui ero caduto. Realizzai che il livello del  vero comprendere non è il livello utilizzato nelle altre scienze ma minimamente sfiora il gradino del vivente pensare, sperimentato. Da questo momento in poi (1958) iniziai lentamente la strada della disciplina interiore. Nel 1969 incontrai Massimo Scaligero, il pensatore antroposofico italiano. Di fatto, il nostro vero, effettivo incontro non avvenne personalmente ma solo attraverso i suoi libri, dopo l’avvenuta conoscenza personale (corsivo in originale). Da ciò emerse una amicizia profonda che mi ha aiutato e che dura ancora dopo la sua morte (1980) sebbene vi fossero questioni su cui non ero d’accordo. Eravamo tuttavia in perfetto accordo sulle questioni concernenti il conoscere e la via interiore.”

Qui mi fermo poiché escludendo una attestazione di grande stima per la scomparsa signora S. Rihouette Coroze, il resto mi pare una superficiale divagazione sui gusti personali, artistici e non, che non aggiungono niente. Già in ciò che ho tradotto, il tutto sembra ridursi ad un discorso notevolmente piatto di successioni temporali mentre  non affiora nulla dell’intimo  percorso conoscitivo dell’anima. Forse vale riportare un’altra riga per motivi che troverete verso la fine: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen, un incontro che ha avuto un fortissimo impatto sulla mia vita.”

Da parte mia crebbe una certa  disillusione e un sospetto, dunque volli saperne di più.

Poi mi rammentai che da Scaligero giungeva, seppure col contagocce, dall’Ungheria un gruppetto di “professori universitari” che si notavano per una caratteristica comune: sembravano molto seri e per nulla spensierati.

Ricordiamoci che a quel tempo l’Ungheria era schiacciata da un regime autoritario e totalitario (il “comunismo al gulasch” era una di quelle immagini semi false ad uso dell’ingenuità occidentale, così come il crudele regime di Tito era ribattezzato “diverso” poiché intruppato con i Paesi chiamati “non allineati” ed il folle regime di Ceausescu era visto con simpatia perché era definito “nazionale”).

Era assai difficile uscire da quei Paesi e solo cariche prestigiose o provata fedeltà al Partito permettevano rari e giustificabili visti d’uscita.

Il fatto che Gyorgy Székely venisse considerato poi un’audace “primula rossa” dell’antroposofia è del tutto ridicolo. Infatti…

Pochi mesi prima della sua morte, un mio caro amico di Chicago (il dott. Federico Simone) ebbe occasione di parlare con Kühlewind e di intervistarlo. Estraggo qualche domanda e risposta.

S.: Il senso della sua opera? K.: Gli antroposofi parlano di cose che non percepiscono, di entità angeliche, di sfere spirituali conosciute solo attraverso la lettura di conferenze. Quello che manca è il lavoro interiore sulla concentrazione del pensiero, sul percepire puro, sul meditare. Ho cercato di rendere tali operazioni più comprensibili di quanto aveva fatto Massimo Scaligero che molti non sono ancora riusciti a comprendere. Se Steiner aveva scritto e parlato da un livello altissimo e aveva descritto la concentrazione in poche occasioni, colte da pochi, Scaligero si è avvicinato di più al livello del lettore, ma usando un linguaggio difficile. Io mi avvicino ulteriormente con un linguaggio più semplice. Di Scaligero ammiro di più il libro “Luce”. L’ho conosciuto personalmente, ho visitato più volte il suo studio e ho avuto frequenti scambi epistolari. Inoltre ho letto tutte le sue opere in italiano.

“S.: Quali sono stati i motivi di disaccordo che lei cita? K.: Mah! Sono solo due. Il primo riguarda la figura del “padrone”. Scaligero gli dava un’importanza di vecchio stile, direi tipicamente italiana, in un certo senso arretrata e sentimentale, scollegata alla realtà economica moderna e globalizzata. Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti. L’uomo contiene la donna interiore e viceversa. Scaligero sostiene come fondamentale l’incontro con l’altro termine binomiale per la realizzazione graalica.”

(Qui Simone nota che il dissidio continuò per anni e che in una lettera di Scaligero a Kühlewind che lo affrontava su questo tema, Scaligero rispose che capiva la posizione di Kühlewind ma che in realtà le cose stavano così).

Tutto ciò non mi bastava, anzi avvertivo più incongruenze di prima, perciò scrissi e telefonai ad alcuni tra quelli che possedevano alcune caratteristiche importanti: erano stati da Scaligero settimanalmente per un decennio, erano rimasti fedeli alla sua figura e al suo insegnamento, possedevano un’ottima memoria ed erano pure persone serie e senza bende di velluto sugli occhi (davvero pochi!). Ecco l’iceberg balzato dagli abissi:

Tra i “professorini ungheresi” che venivano a Roma v’era anche chi aveva la camicia pulita ma i polsini lisi e le tasche vuote (non coniugando viaggio e cibo alcuni amici di Scaligero fecero ogni volta colletta). Uno in particolare: si chiamava Ivàn Biczò che si sposò una romana de’ Roma, Rosaura. Era l’incarnazione della fedeltà e della disciplina interiore. Usciva dall’Ungheria tra mille difficoltà, non essendosi omologato al Partito. Al contrario di György che andava e veniva a Roma e a Dornach senza intoppi. György a Roma, annotava, registrava e faceva lo stesso negli incontri (mi vien detto “assai polemici”) con Scaligero. Emulo di Max Heindel trafugò più che poteva. Ciò al punto che neppure ‘comprese’ quello Scaligero diceva, minimalista con le parole, così semplici e separate da silenzi: no, György voleva sapere di più, pertanto non vi fu vero collegamento, come a suo modo  egli stesso lo conferma nelle strane righe corsivizzate  dell’autobiografia riportata sopra.

Poi apparvero libri con una terminologia inusuale per l’antroposofia, quali “Pensiero Vivente” o “Percezione pura” (die reine Warhrnehmung)

A ognuno il suo: i Biczò hanno fatto la fame, fu tolta loro la casa e riassegnati a 20 metri di umiliante coabitazione. György non gli aiutò ma al contrario gli vessò, forte della tessera del Partito Comunista in tasca e della sua attività di delatore. Il figlio dei Biczò, Giovanni, per il rifiuto di aderire alla Federazione giovanile del Partito Comunista, fu picchiato a sangue con calci in faccia (essendo vivo e vegeto può confermare ciò che scrivo in qualunque momento). Del resto è merito di Rosaura e Giovanni se molti libri di Scaligero sono stati tradotti e stampati in Ungheria (ripeto: Ivàn è morto ma Rosaura e Giovanni vivono a Budapest e parlano italiano. Dunque se qualcuno volesse la prova di quello che ho scritto…) sebbene György girasse il mondo prendendosi tutti i meriti.

Negli ultimi tempi della vita di Massimo, gli mandò una lettera in cui derideva Graal in termini ingiuriosi al punto che seppur con la proverbiale mitezza, Scaligero chiese a Leopoldo Ceracchini di disegnare una caricatura del (vile) magiaro pesantemente significativa.

Mi fu pure comunicato (ma non ho prove in merito) che Mimma, in tempi successivi recatasi a trovare gli amici di Budapest, fu da lui maltrattata sino alle lacrime.

Per caratterizzare, almeno un poco l’uomo, rileggete le sue parole: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen….”. Nell’intervista del 2006 al mio amico, raccontò l’accaduto (uno splendore sintomatico).

“Prima di terminare il nostro incontro lo interrogai sulla sua scelta ‘Zen’ ed egli mi rispose che molti anni prima, al termine di una sua conferenza, un’ascoltatrice gli aveva suggerito che parlava come un maestro zen (!) e che riflettendo su questa impressione si era dedicato allo studio dello Zen”

Devo aggiungere altro? Farei un torto al vostro pensiero, credo.

Confesso d’aver barato: ho descritto  i fatti come si sono svolti ma ho omesso un particolare, per me essenziale: avevo trovato interessanti i libri di K. ad una lettura veloce e superficiale, mentre si disfacevano come sabbia se li pensavo sul serio: dopo tanti decenni, al pensiero attivo hanno resistito solo i testi di Steiner e Scaligero. Ciò per me è obbiettivo come il granito delle Dolomiti.

Troppo severo? E’ una categoria assai stretta. Che Kühlewind abbia seguito la propria strada mi è indifferente. Ma che sia stato uno di coloro che, facendo il suo, abbia storpiato e minimizzato la virile, dirompente carica dell’Insegnamento, espresso da Scaligero con l’avvallo dei Maestri della Rosacroce, forse converrete come non sia cosa da prendere alla leggera.

La smania o mania di trasformare questo e quello in idolo è una deviazione che non cessa mai. Spesso all’insaputa di chi viene idolatrato, anche esistendo lo scombiccherato  fenomeno di simulacri minimi che darebbero la vita pur di apparire degni di considerazione. E’ un suggestivo bisogno di dipendenza sia nei primi che nei secondi, esprimentesi in una relazione, più o meno sottile, tra incubo e succubo (suona sgradevole, non è vero?).

La via limpida che richiede preparazione, disciplina interiore e concentrazione mentale totalmente individuale, viene battuta raramente, non attrae, essendo a conti fatti una scomodissima ascesi che non conduce a poteri personali.

Ora, buona parte dello spiritualismo, serve per divagare, oppure diviene un ingrediente – associato frequentemente al sesso – a cui ricorre chi va a caccia di esperienze torbide che sono i surrogati che suppliscono ad una inesistenza di sé.

Ciò porta più che raramente oltre il campo soggettivo, mentre è reale il pericolo di finire in situazioni spiritualmente regressive e pericolose per l’anima della quale, ossessivamente, ci si preoccupa a parole.    

SCIENZA DELLO SPIRITO

DAVANTI AL DILEMMA

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Nelle antiche culture, il “Bivio” rappresentava un punto di svolta nella vita dell’eroe-iniziato.
Nei Misteri l’iniziando doveva trovare la via di bivio in bivio e dimostrare così il grado della propria maturità.
Là, dove colui che era legato alle apparenze del mondo sensibile vedeva soltanto oscurità, il discepolo dello Spirito doveva trovare la direzione.
Egli non doveva deviare e naufragare né a destra né a sinistra.

Al tempo nostro, subentrano “dilemmi” nel corso della vita di ogni uomo – anche di quello che considereremmo la persona più metodica o mediocre che possa esserci – e richiedono decisioni.
E’ sintomatico per l’epoca dell’anima cosciente che il dilemma non sia più il pesante privilegio dell’iniziando, ma sia divenuto un fardello comune a tutti gli uomini.
Ai dilemmi dell’anima cosciente appartiene la problematica posta dalla civiltà moderna.
Da quando l’ingenuo ottimismo ottocentesco intorno al valore del progresso si è vaporizzato, l’ottimismo deve essere continuamente restaurato attraverso nuove scoperte e tecnologie che rendano più facile e desiderabile la vita.
Ma ciò nonostante, l’espressione “benedizioni portate dalla cultura e dalla tecnica” ha acquistato un significato ironico, sempre più amaro.
Da tempo, l’indagatore che possiede ancora una qual coscienza morale, sta sempre dinanzi al problema se debba conservare riserbo sulle sue scoperte oppure renderle di dominio pubblico (ma poi, forse, la medesima scoperta verrà fatta in un altro Paese o laboratorio, e tenerla chiusa nel cassetto sarà stato inutile…).

Ormai da molto tempo gli scienziati hanno considerato il loro lavoro come “moralmente neutrale”. Mezzo vero e mezzo falso poiché riflette il primo atto, quello dell’esperimento, ma tappa occhi e orecchie a quello che sarà il secondo atto: l’impiego del prodotto che ne consegue.
Ma al momento dell’impiego o spesse volte dopo che il vaso di Pandora è stato aperto, subentrano scrupoli (tardivi) o intensi sensi di colpa.
Si pone la questione: l’acutezza della coscienza sia andata di pari passo con l’affinamento “sattvico” dell’intelletto? La maggior parte delle impressioni e dei giudizi suona nel senso che lo sviluppo morale dell’umanità sia rimasto vergognosamente indietro, almeno di alcuni secoli.

Mi rammento (ho rintracciato) alcune parole pronunciate dal prof. A.V. Hill negli anni ’50 del secolo scorso quando assunse la Presidenza della British Association di Londra: “ Migliorare le condizioni della vita umana mediante lo sfruttamento di conoscenze scientifiche è una delle più elevate avventure dello spirito. Ma sarebbe pericolosa illusione credere che tale miglioramento possa compiersi fuori di una società basata su fondamenti morali” e dopo alcuni esempi con cui non voglio tediare nessuno, terminò il discorso con queste parole: “ Quando noi, secondo fondamenti etici, ci rifiutiamo di compiere il male perché così subentri il bene, potremmo compiere il bene quando le conseguenze evidenti fossero cattive?”.
Ciò suona quasi come il grido disperato di san Paolo: “Il bene che io voglio, non lo compio, ma il male che non voglio, questo lo compio”.
Però, nell’appello del prof. Hill, formulato alla metà del XX secolo, risuona un’eco che proviene dal Medio evo: il dualistico mondo dei dati di fatto e delle esigenze morali. Qui si parla come se l’uomo dovesse trarre le proprie determinazioni morali da un “aldilà dei fatti naturali” per trapiantarle entro il mondo che sta davanti l’indagatore. I valori morali si trovano nel mondo “di qua” come elementi estranei ad esso, come furono spiegate le dottrine della rivelazione nel Medio evo.
Tra i più alti valori a cui l’umanità dovrebbe attenersi, se non vuole trasformare insospettati benefici in distruzioni senza fine, lo scienziato della natura degli anni ’50 ascrive la fede nella inviolabilità dell’individuo umano.

Con tutto il rispetto per le idee esposte, si può percepire – nell’impostazione del problema – la forza del passato: non è forse insito in tale impostazione di “trapiantare principi morali” un presupposto oggi non più valido?

Attraverso l’Opera di Steiner si trova un atteggiamento fondamentalmente nuovo nei riguardi del dilemma.
Si può riconoscere l’uomo come il punto nel quale e per il quale si compie la bipartizione del mondo, ma che questa possa venir superata nel suo conoscere e nell’agire.
La realtà non conosce questa separazione che esiste solo per l’uomo, e anche per esso transitoriamente. Mediante la proiezione della scissura fra mondo dello spirito e mondo della materia su una pretesa struttura complessiva del mondo, sorge la “teoria dei due mondi” di un platonismo erroneamente inteso.

L’uomo è parte di un mondo unitario e guardando a lui ci si innalza oltre la teoria dualistica; l’autoconoscenza, come tracciata in Filosofia della Libertà sulle fondamenta della natura umana, svela anche l’origine della moralità nell’uomo.
Non vi è bisogno alcuno di trovare fuori di lui una esigenza morale, non occorre nemmeno aggiungere alla “realtà-uomo” un comandamento di fede circa l’inviolabilità dell’individuo, poiché la stessa sua dignità può essere rintracciata tra i dati che il mondo ci offre.
Nell’immagine completa dell’essere umano è data al contempo l’inviolabilità dell’io. Ciò che fu esigenza sollevata dal di fuori, diviene parte integrante di una complessiva conoscenza dell’uomo.

Dalla medesima fonte antropologica sgorga anche la visione della facoltà di libertà dell’io che sperimenta se stesso come atto spirituale: la scoperta dell’intuizione morale è al contempo scoperta dell’io quale essere spirituale incarnato.

La facoltà dell’intuizione in campo etico è la chiave di volta per la compiutezza dell’essere umano.
Ma da qui deriva l’importanza del dilemma per l’uomo. La libertà morale non è affatto semplice libertà di scelta tra due motivi, come a lungo fu sostenuto, ma è una facoltà creativa.
Oggi il destino conduce ogni uomo in situazioni in cui nessun principio già dato o accettato per tradizione può essere di aiuto: l’uomo può (con il linguaggio della Filosofia della Libertà) trarre dal mondo delle idee comune a tutti gli uomini che sviluppano conoscenza, quella sola intuizione che egli sperimenta corrispondente alla situazione da affrontare.
Invece di agire secondo principi tradizionali, egli diventa “giusto” riguardo alla situazione che ha dinnanzi.
Essa esige da lui “semplicemente quella decisione” che è sempre un vero nuovo inizio.
La decisione non si può evincere dai due termini del dilemma. Ciò significa che colui il quale agisce nell’epoca dell’anima cosciente deve procedere oltre l’esperienza del dilemma, verso una decisione perfettamente nuova.

Oltre le due possibilità che all’intelletto si presentano ugualmente non motivate, grazie alla corrispondente intuizione subentra una terza possibilità finora rimasta nascosta.
Afferrarla è percezione spirituale ed è anche giudizio sul da farsi.

Si può dire che per l’intuizione “sono oggi divenuti disponibili” nuovi concetti, poiché agli altri concetti si è unita l’idea dell’uomo.
Ciò è rivoluzionante per il mondo delle idee ed espresso antroposoficamente significa che il mondo che l’uomo sperimenta ha conseguito un altro carattere da quando l’entità umana è divenuta afferrabile come essere spirituale nell’esistenza sensibile. Tale mondo, per sussistere, abbisogna ora della collaborazione dell’uomo morale.
Il dilemma umano conserva la propria importanza quale indicatore della via. E’ la pressante esigenza di sviluppare l’organo intuitivo.

Il dilemma insegna a trovare il punto in cui dall’uomo si esige il non previsto, l’inaudito, ciò di cui non sono note le conseguenze, ciò che deve essere deciso “per la prima volta”.

Il termine intermedio tra concetto e percezione si definisce come “rappresentazione”. Nella coscienza comune (passata), la rappresentazione non è libera, interviene aprioristicamente. Per l’uomo che attinge dall’intuizione, Steiner chiama fantasia morale il libero immaginare che si forgia in rappresentazione sorgiva, non impedita da alcun pensato antecedente (forse è utile comprendere che la fantasia morale ha una parentela minima con quanto definiamo ordinariamente con il termine fantasia: la prima è dotata di vita fluente – nel corpo ma non del corpo – che manca alla seconda.).
Qui il mondo spirituale è tangente con l’uomo operante: tale mondo attende dall’uomo che egli faccia uso della facoltà in lui attuabile…e in ciò siamo terribilmente in ritardo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LUCE OLTRE LA SIEPE

 luce siepe

Buon giorno a tutti.

Scrivo qualcosa che di certo ho già scritto quando Eco era un forum. Sicuramente non ha fatto parte delle mie note migliori e sarà così anche questa volta. Inoltre la natura del tema si presta ad infiniti “distinguo” poiché mi pare impossibile abbracciare tutto quello che potrebbe venir detto.

Il fatto è che non passa mese o anche meno che qualcuno, avuto il mio indirizzo, non mi scriva chiedendo cose complicate o terribili. Semplici, quasi mai. Allora tento comunque una risposta stringata, quasi telegrafica e mi accorgo, un’ora dopo, di non aver ancora terminato, poiché la risposta assume  il carattere di un trattato. E mentre scrivo, anche velocemente, chiedo pietà a Spiriti e Maestri per la responsabilità che mi prendo.

La domanda/richiesta che mi viene spesso fatta, tralasciando i modi diversi, è in sostanza questa: “Mi può spiegare come dovrei fare la concentrazione?”.

Qui devo specificare che, di solito, sono domande piuttosto concrete, cioè che parlano dello zero in su. Non dell’elemento interiore all’esercizio. In questo caso, più raro, rimando gentilmente il mio interlocutore alle indicazioni date da Massimo Scaligero nei suoi libri, magari indicando i Testi che credo più consoni allo scopo, sottolineando quanto sia necessaria una lettura assai attenta, ripetuta e sempre prolungata pazientemente anche nel tempo, poiché ci si trova di fronte a concetti che non sono mai assimilabili in poco tempo e con facilità.

Un’intima persuasione richiede tempo: non quello dell’orologio o del calendario…e questo al netto del superamento di ogni genere di preconcetti o altre costruzioni mentali istituzionalizzate nel nostro animo. Già questa fase di ciò che potremmo chiamare “vero percorso conoscitivo” può richiedere anni di gestazione in chi è dotato di buona volontà.

Chi ha conosciuto un onesto mentore, chi ha avuto la fortuna di aver stabilito sani rapporti con altri ricercatori, può essere avvantaggiato.

Ma chi è solo? Non pochi, ordinario ambiente sociale a parte, sono lì, con un impulso dentro, qualche libro fuori e tutto il resto è nebbia fitta.

In realtà possono essere persino fortunati, perché è molto facile che, quando cominciano a guardarsi attorno non trovino strade pulite ma gabbie e trappoloni, alcuni grossolani ma tanti che imitano caricaturalmente le vie del sacro. Per taluni, che sanno non fermarsi mai, le trappole appaiono (poi) deviazioni temporanee che sviluppano l’interiore criterio di distinzione del falso dal vero. Sono dunque inciampi positivi.

Altri invece imparano la cosa peggiore che può capitare ad un’anima: imparano a credere di sapere. Se il karma non porge loro un aiuto, rimangono crocifissi alle menzogne più assurde, dalle quali potranno liberarsi solo dopo la morte. Tutto ha un significato, anche questo. Non v’è tenebra che non contenga un atomo di luce.

Poi, in realtà, a leggere e rileggere bene testi come Tecniche della concentrazione interiore e il V capitolo di Scienza occulta si dovrebbe sapere anche più del necessario…ma nella vita le cose sono spesso più indistinte e complicate.

Così succede che persino le indicazioni date dal Dottore per un corretto modo di leggere ciò che viene dopo (penso a Teosofia o alle prefazioni e al capitolo introduttivo della Scienza Occulta), non vengono colte da uno su cento (mentre stavo scrivendo queste cose è intervenuto Hugo con un importante articolo sul livello che lo Studio esige: leggetelo con attenzione).

La barchetta del mentale allora si incaglia subito, anzi – perdonate la metafora – resta nell’imbrago sulla riva. E, purtroppo, così deve essere, così è sempre stato: la Tradizione perenne, quale sia stato il volto che abbia preso nei tempi, segue sempre e comunque il rigore assoluto datole intemporalmente dallo Spirito e l’uomo, quale entità autocosciente è la cosa più lontana dallo Spirito che possa esserci nel Cosmo. L’uomo, a differenza del sasso o del filo d’erba, odia lo Spirito con il meglio della sua coscienza.

Lo so, è un paradosso, ma è un paradosso bello grande e concreto e non basta certo blaterare di spirito per ribaltare lo stato delle cose.

Ma il senso di questa nota è davvero semplice; vuole essere un rapido ripasso di ciò che gira intorno alla disciplina e che non dovrebbe mai essere considerato come un aiuto interno alla disciplina che, fondata interamente sul soggetto, non può ricevere aiuti. Cercare aiuti nella concentrazione è aver sbagliato indirizzo, città e Paese!

No. Sto parlando di tutto quello che è tangibilmente utile e sommamente inutile. Anzi, essendo l’uomo istintivo sempre in agguato, potrebbe gironzolare per l’animaccia l’impulso allo sconfinamento, ossia il credere che azioni di qualunque tipo possano entrare come parti in causa nell’esercizio che, invece, essendo assolutamente interiore non ha nulla a che fare con l’esteriore mondo dei sensi.

Chiarito questo punto non irrilevante, possiamo passare in rassegna quelle cose che, poste là dove devono stare, potrebbero favorire o sfavorire la condizione in cui si fa o si tenta di fare la più importante tra la notevole quantità degli esercizi che Maestri e Iniziati hanno divulgato attraverso la parola scritta.

a) l’ambiente: tenendo ben presente che importa ciò che si fa e non dove lo si fa, di solito è saggio fare l’esercizio in una stanza chiusa, dove il rischio di una improvvisa interruzione sia ridotto al minimo. Se si vive in famiglia, oltre la porta chiusa, sarà cura dell’operatore far capire alla propria tribù che, per i prossimi 15 minuti egli non dovrà essere chiamato o altro, per nessun motivo. Con molto tatto e moltissima fermezza. Inoltre, cellulari o fissi, se presenti, devono venire preventivamente staccati o spenti. Conviene essere svegli su queste cose e accollarsi con rassegnazione l’eventuale mancanza d’attenzione e le sue conseguenze;

b) postura: il migliore assetto del corpo è da seduti, soprattutto senza incrociare gli arti inferiori. I circuiti non vanno chiusi come nelle asana del popolare Hatha Yoga. La colonna dorsale è eretta e la testa può essere leggermente piegata in avanti. Meglio che in ciò non vi sia tensione o sforzo; al caso un cuscinetto lombare aiuta la posizione. Le mani cadono sulle ginocchia o sui braccioli della sedia/poltrona. In relazione allo stare seduti è buona abitudine il vestire comodamente e quando ciò non sia possibile, evitare costrizioni eccessive come la cintura e i lacci delle scarpe troppo stretti;

c) altro: si eviti di compiere l’esercizio in piena digestione o subito dopo un pesante esercizio fisico: in ambedue i casi le attività del metabolismo favoriscono la sonnolenza proprio quando si dovrebbe essere svegli come grilli.

A questo proposito mi ricordo che quando Scaligero era tra noi, scorrevano fiumi di caffè, che è un buon stimolante del sistema nervoso centrale. Qui tutto verte sul buon senso e la sensibilità personale. A qualcuno ciò non serve, ad altri possono bastare quantità minime: anche le droghe “buone” andrebbero amministrate con cura e senza inutili esagerazioni.

In alcuni casi (parlo di individui sani) Scaligero consigliava l’assunzione di alcuni medicinali omeopatici ad alta diluizione.

In un ambito ancora più individuale e lontano da contesti di disciplina o pseudo-analogie purificatorie, talvolta sarà utile una breve doccia, né troppo fredda né troppo calda. Non fa male lavarsi (spesso) le mani con acqua corrente, meglio ancora dai gomiti alle dita.

Però, lo ripeto, non date assolutamente a queste cose un carattere rituale o apotropaico: nulla di tutto ciò ha qualcosa che lo leghi direttamente alla disciplina della attenzione totale polarizzata su un tema o un’immagine.

Piuttosto è l’intensità immessa nell’esercizio che, specie nei tempi in cui tutto è presente come potenza ma con l’atto che si realizza a tratti e scossoni, provoca indirettamente alcune “esperienze” interessanti, ma forse è meglio che ognuno constati da sé queste cose. Esse possono essere la prova che l’esercizio “funziona”, ma potrebbero venire anche valutate come sottili distrazioni.

Ne è prova che, quando l’assorbimento voluto nel quid meditativo giunge ad un buon livello, le percezioni straordinarie che vengono avvertite nel corpo o nella psiche, tendono a scomparire. Scompaiono persino eventuali lampi di veggenza che qualcuno portava ancor prima attraverso profondi retaggi.

L’anima, con il lavoro interiore, non si complica ma si semplifica e se la via allo spirituale è corretta, lascia cadere tutto quello che non le è necessario, mondo ordinario compreso.

Sulla linea di confine tra mondo ed esercizio mi pare assai importante sottolineare una modalità che Massimo Scaligero non incorniciò nei suoi libri, ma che fu causa di correzioni piuttosto severe con non pochi tra coloro che andavano a visitarlo.

E’ scorretto – e chi conosce il senso dell’atto pensante nell’uomo dovrebbe intuirlo – inghirlandare l’anima o tentare aiutini, nel momento immediatamente precedente l’esercizio. Rilassamenti psicofisici, preghiere rappacificanti o altro del genere non possono e non devono essere la “spinta” della concentrazione: nel migliore dei casi, sono altro: non è il loro posto.

In concreto, posate le onorevoli posterga sul supporto (sedia o poltrona) si parta immediatamente con l’esercizio, convergendo tutto l’impegno possibile alla sua esecuzione: pura azione senza  trascinare con sé alcun ninnolo. Si “scaldi” l’anima in altri momenti.

Quello che cerchiamo di attuare nella concentrazione, sul primo vero gradino di essa, è “l’accordo del pensiero con la volontà”. Già questo è un tentativo possibile ma una realizzazione difficile.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DA UN DISCORSO DELL'ILLUMINATO

 Buddha

*

Wie sind die Vielen doch beflissen!

Und es verwirrt sie nur der Fleiss,

Sie möchten gerne anders weissen

Als Einer, der das Rechte weiss.     (J.W. von Goethe)

“Scorge egli ora con la vista una forma, egli non concepisce alcuna inclinazione, non concepisce alcun interesse. Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri ben presto sopraffanno colui che permane con vista non vigilata, egli attende a questa vigilanza, egli guarda la vista, egli vigila attentamente sulla vista.

Ode egli ora con l’udito un suono,

Odora egli ora con l’olfatto un odore,

Gusta egli ora col gusto un sapore,

Tocca egli ora col tatto un contatto,

Riconosce egli ora col pensiero una cosa, egli non concepisce alcuna inclinazione, non concepisce alcun interesse.

Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri ben presto sopraffanno colui che permane con pensiero non vigilato, egli attende a questa vigilanza, egli guarda il pensiero, egli vigila attentamente sul pensiero.

Con l’adempimento di questo santo dominio dei sensi egli prova un’intima inalterata gioia.

Chiaro e cosciente egli viene ed egli va, chiaro e cosciente egli guarda e distoglie lo sguardo, chiaro e cosciente si alza e si muove, chiaro e cosciente porta l’abito dell’ordine e la scodella dell’elemosina, chiaro e cosciente mangia e beve, mastica e gusta, chiaro e cosciente vuota sterco e urina, chiaro e cosciente egli va e sta e siede, chiaro e cosciente egli si addormenta e si sveglia, parla e tace.

Fedele a questi santi precetti di virtù, fedele a questo santo dominio dei sensi, fedele a questo santo chiaro sapere, egli cerca un appartato luogo di riposo, il piede di un albero nel bosco, una grotta nelle rupi, una caverna di montagna, un cimitero, il fitto di una foresta, un giaciglio di strame nell’aperta pianura.

Dopo quando egli è tornato dal giro di elemosina, egli si siede, il corpo diritto sollevato, e medita.

Egli ha smesso la brama mondana e ora sta con animo senza brama, purifica da brama il suo cuore.

Egli ha smesso la  languida accidia; amante la luce, savio, chiaro cosciente, egli purifica il suo cuore da languida accidia.

Egli ha smesso l’avversione, ora è libero con animo senza avversione; pieno di amore e compassione per tutti gli esseri viventi, egli purifica il suo cuore da avversione.

Egli ha smesso superbia e fastidio, è libero da superbia; con animo intimamente pacato egli purifica il suo cuore da superbia e fastidio.

Egli ha smesso il tentennare, è sfuggito all’incertezza; non dubita del bene, dal tentennare egli purifica il suo cuore.

Egli ha tolto ora questi cinque impedimenti, ha imparato a conoscere le scorie dell’animo, le paralizzanti; ben lungi da brame, lungi da cose non salutari, egli vive in senziente pensante nata di pace beata serenità, nel grado della prima contemplazione.

E inoltre ancora, voi bhikkhu: dopo compimento del sentire e del pensare raggiunge il bhikkhu l’intera calma serena, l’unità dell’animo, la libera di sentire e pensare, nata dal raccoglimento beata serenità, il grado della seconda contemplazione.

E inoltre ancora, voi bhikkhu: in serena pace resta il bhikkhu equanime, savio, chiaro cosciente, egli prova nel corpo una felicità, di cui i santi dicono: “L’equanime savio vive felice”; così egli raggiunge il grado della terza contemplazione.

Ed inoltre ancora, voi bhikkhu: dopo il rigetto di gioie e dolori dopo annientamento di letizia e tristezza anteriore, il bhikkhu raggiunge il grado della non triste, non lieta, equanime, savia perfetta purezza, la quarta contemplazione.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli indirizza l’animo alla memore cognizione di anteriori forme di esistenza.

Egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di esistenza, come di una vita, poi di due vite, poi di tre vite, poi di quattro vite, poi di cinque vite, poi di dieci vite, poi di venti vite, poi di trenta vite, poi di quaranta vite, poi di cinquanta vite, poi di cento vite, poi di mille vite, poi di centomila vite, poi delle epoche durante molte formazioni di mondi, poi delle epoche durante molte formazioni e trasformazioni di mondi.

“Là ero io, avevo quel nome, appartenevo a quella famiglia, quello era il mio stato, quello era il mio officio, tale bene e male provai, così fu la fine della mia vita; di là trapassato entrai io qui di nuovo in esistenza”.

Così egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di esistenza, ognuna con i propri contrassegni, ognuna con le speciali relazioni.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli indirizza l’animo alla cognizione dell’apparire e sparire degli esseri.

Con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno egli vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici e infelici, egli riconosce come gli esseri sempre secondo le azioni riappaiono.

“Questi cari esseri certo non sono retti in azioni, non sono retti in parole, non retti in pensieri, biasimano ciò che è salutare, stimano ciò che è dannoso, fanno ciò che è dannoso; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi pervengono giù, su cattivi sentieri, alla perdizione, in un mondo infernale.

Quei cari esseri però sono retti in azioni, retti in parole, retti in pensieri, non biasimano ciò che è salutare, stimano ciò che è retto; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi pervengono su buoni sentieri, in un mondo celeste”.

Così egli con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno, vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici e infelici, egli riconosce come gli esseri sempre secondo le azioni riappaiono.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli volge l’animo alla cognizione dell’esaurimento della mania.

Questo è il dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è l’origine del dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è la via che mena all’estinzione del dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è la mania, comprende conforme alla verità.

Questa è l’estinzione della mania, comprende conforme alla verità.

Questa è la via che mena all’estinzione della mania, comprende conforme alla verità.

Così riconoscendo, così vedendo, il suo animo viene redento dalla mania del desiderio, redento dalla mania dell’esistenza, redento dalla mania dell’errore.

“Nel redento è la redenzione” questa cognizione sorge.

Esausta è la vita, compiuta la santità, operata l’opera, non esiste più questo mondo, comprende egli allora.

Costui lo si chiama, un uomo, che non è un tormentatore di sé stesso, non è alacremente dedito all’esercizio del tormento di sé stesso, né è un tormentatore del prossimo, non è alacremente dedito all’esercizio del tormento del prossimo, già durante la vita è spento, estinto, si sente bene, divenuto santo nel cuore.

*

Fatico a concludere sprecando ritmi di silenzio. Per chi è digiuno di queste cose, noto un fatto già osservato da tanti: la ripetitività.

Essa non si rivolge all’intelletto (che non viene deprezzato) ma al corpo eterico e ai suoi ritmi. Provate. Fate silenzio e abbandonatevi al “modo” del discorso. Rischiate di farvi del bene.

Altro fatto: l’estrema semplicità. Tutto è coinvolto: l’ascesi ed i suoi risultati spirituali, paradisi e inferni, la legge del karma, la liberazione. Senza squilli e clangori: la pace meditativa aleggia su ogni parola.

Come parlerà il futuro Buddha? Il Dottore accenna che le sue parole plasmeranno magicamente le anime degli ascoltatori. Nei discorsi del Buddha antecedente si può cogliere non ciò che sarà ma l’immenso di ciò che è stato e si può comprendere, almeno, che, ancor più nel futuro, non sarà niente di ciò a cui gli intelletti sono avvezzi. Verità senza dialettica, direbbe Massimo Scaligero!

TRADIZIONE
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