Nome dell'autore: isidoro

I PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE

 acqua

 I principi sensati della nutrizione

Qui su Nuova Eco abbiamo voluto una sezione sulla salute e le interpretazioni possono essere molte.

Poiché sono anche un vecchio atleta, iniziato allo sport verso i 15 anni di vita e non mollo ancora, nonostante i pesanti limiti della senescenza (chi pratica non si sente mai del tutto vecchio), avendo letto, in una parabola di tempo relativamente lunga, infinite sciocchezze su quello che fa bene o male, su migliaia di consigli dietetici che avrebbero dovuto portare giornalisti ed editori di riviste serie e burlone almeno all’ergastolo, cercherò di rappezzare qualche pensiero sensato sulle basi della nutrizione umana.

Padroneggiare i fondamentali forse aiuterà qualcuno, ma certamente difenderà molti lettori e lettrici dalla stupidità, che diffusasi in ogni settore della vita, impera totalmente su quanto viene comunicato in riguardo all’alimentazione.

Una volta che le attitudini fondamentali saranno comprese, si potrà iniziare a preoccuparsi delle interpretazioni, delle proporzioni dei macronutrienti, degli integratori, ecc.

Questi articoli, che scriverò quando mi sarà possibile, tratteranno le basi e solo le basi.

Detto ciò, parliamo di un nutriente che la maggior parte delle persone dimentica ma che è il secondo nutriente più importante per la buona salute generale: l’acqua.

Alcuni possono discutere sull’inclusione dell’acqua tra i nutrienti: allora definirò un nutriente come “qualsiasi sostanza che sia necessaria su base quotidiana per la buona salute”.

L’acqua risponde a questi requisiti (il 99% degli integratori no) ed è il secondo nutriente in ordine di importanza di cui abbiamo bisogno su base quotidiana. L’aria è il nutriente numero uno per noi umani. Senza di essa si sopravvive per circa tre minuti. Senza apporto di acqua il tempo di sopravvivenza sale a circa tre giorni.

In confronto il cibo è quasi di poca importanza. Ci sono individui che sono sopravvissuti senza alcun cibo fino a quaranta giorni. Probabilmente non è stata una allegria e dubito che fossero, alla fine, l’immagine della buona salute, ma ciò rende l’idea.

Da ciò vorreste indovinare quanto in basso su una scala d’importanza può trovarsi l’integratore di L Carnitina o la dieta delle banane?

Poiché per il bisogno di aria la saggezza trascendente ci ha messo di suo, cominceremo parlando dell’acqua.

Forse l’acqua è la sostanza più semplice sulla terra, essendo composta solo da due molecole di idrogeno e una di ossigeno. Così semplice che svolge un ruolo in ogni processo che si verifica nell’organismo. Che si tratti di assorbire i nutrienti, bruciare il grasso corporeo, persino nella sintesi del tessuto muscolare, l’acqua è fondamentalmente coinvolta.

Le implicazioni di ciò dovrebbero essere piuttosto evidenti: bevete l’acqua di cui avete bisogno!

Quante persone vedete ogni giorno (non dimenticatevi di guardarvi allo specchio) che si sostengono a bibite, caffè, te, ecc. senza mai bere un bicchiere d’acqua?

Probabilmente la risposta è: troppe. Il caffè, il te, le bibite non contano come apporto quotidiano di acqua. Il contenuto di caffeina di queste bevande agisce disidratandovi ulteriormente. Anche la birra è un diuretico e non dovrebbe essere considerata come un sostituto della cara, vecchia acqua.

Dal punto di vista dell’uomo attivo, l’acqua è in situazione critica. Anche una leggera disidratazione (pari solo al 2% della massa corporea) fa diminuire forza e prestazione.

Per una persona di 68 kg, il 2% del peso corporeo sarebbe poco meno di 1,4 kg. Questo cambiamento di peso rientra ragionevolmente nel contesto della variabilità della bilancia. Perciò non rimanete confusi se il vostro (stabile) peso corporeo scende da un giorno all’altro. Limitatevi a bere dell’acqua in più quella mattina per compensare la differenza.

Una diminuzione del 10% della massa corporea derivante dalla disidratazione può causare danni cerebrali o morte.

Di quanta acqua c’è bisogno esattamente?

Probabilmente tutti abbiamo sentito la massima degli otto bicchieri al giorno per quanto riguarda l’apporto. Stranamente questo valore non è stato mai confermato in alcun modo e ignora le esigenze individuali. Se fate un lavoro pesante  al caldo o in un luogo senza ventilazione, perderete probabilmente più acqua di chi è seduto in un ambiente confortevole.

Anche la consuetudine dietetica influenza il bisogno d’acqua: una dieta con molte proteine causa disidratazione e accresce i bisogni d’acqua. Alti apporti di frutta abbassano il bisogno poiché i frutti hanno un elevato contenuto d’acqua.

Non pensate però di avere bisogno d’acqua in giorni in cui sudate di più. Si perde acqua sempre, anche nei giorni in cui ci si riposa: siamo una continua colonna di vapore.

Una buona regola empirica è che bisognerebbe urinare 4 o 5 volte al giorno, e l’urina dovrebbe essere chiara, più altre una o due volte dopo una sensibile sudata per avere la sicurezza di essere reidratati. Se non si raggiungono questi livelli, è molto probabile che l’acqua bevuta sia troppo poca. Durante lo sforzo fisico, un apporto d’acqua pari a un bicchiere ogni quindici minuti è una buona regola generale empirica. Pesandovi prima e dopo, dovreste riuscire a compensare tutto il peso perso bevendo due bicchieri d’acqua: non bibite: acqua!

Se non vi pesate sulla bilancia (il che va bene), accertatevi però di bere tanta acqua – dopo un lavoro manuale – in modo da assicurare almeno due minzioni di urina chiara successivamente.

La sete non è un indicatore accurato dello stato di idratazione. Nel momento in cui si sente sete vuol dire che si è già un poco disidratati. Allo stesso modo, la comparsa della sete non è un indicatore che ci si è completamente reidratati, ma solo che il meccanismo della sete è stato bloccato.

Probabilmente la maniera più facile per assicurare l’apporto d’acqua è di procurarsi una bottiglia d’acqua e portarsela dietro. Diversamente, ogni volta che passate davanti ad un rubinetto fatevi una bella bevuta.

Molte persone con cui ho parlato preferisce acqua fresca o fredda piuttosto che tiepida. In tal caso comperate un thermos, riempite a metà il contenitore, mettetelo nel congelatore per la notte. Al mattino colmatelo con acqua. Sciogliendosi, il ghiaccio manterrà fredda l’acqua.

Infine un modo (quasi) facile per essere sicuri di bere una quantità abbondante di acqua è questo: mettiamo che abbiate una bottiglia di 90 cl e che abbiate determinato di aver bisogno di tre volte questa quantità al giorno per fare urina chiara per 5 volte; mettete 3 elastici intorno alla bottiglia e toglietene uno ogni volta che la svuotate. Se a fine giornata non avete tolti tutti e tre gli elastici, provateci con più impegno il giorno dopo. Alla fine il vostro apporto d’acqua diverrà un’abitudine.

Non è ottimale rimanere disidratati per tutto il giorno e poi immettere tutta l’acqua alla sera. Ciò equivarrebbe a stare privi di cibo e mangiare tutto per cena: perché le sue funzioni siano ottimali, il corpo ha bisogno di rimanere idratato costantemente.

Se attualmente bevete acqua in quantità abbastanza inferiore all’ottimale, non aumentate l’apporto drasticamente, a meno che non amiate correre di continuo alla toilette. Incrementate gradualmente la quantità d’acqua bevuta. Inoltre per alcuni l’acqua viene sentita come “pesante” o poco digeribile. E’ una sensazione che può passare o meno. In questo caso basta poco per renderla assai più accettabile allo stomaco: la trasformiamo da minerale a vegetale con un grado più alto d’assimilazione. E’ una cosa semplicissima: basta aggiungere nella bottiglia alcune gocce di succo di limone o pompelmo (anche uva o mela, purché non sia nettare ma succo senza aggiunte). Poi scuotete vigorosamente la bottiglia e bevete (per alcuni può essere una condizione quasi necessaria).

Infezioni del tratto urinario, calcoli renali e tanti altri spiacevoli problemi possono essere prevenuti con il semplice atto di immettere abbastanza acqua nell’organismo ogni giorno.

Consideratelo come una misura preventiva che fa risparmiare dolore, sofferenze ed indecifrabili malesseri.

Bene: se ascolterete la metà di quanto ho scritto, avrò fatto qualcosa di buono per la vostra salute. Ci risentiamo poi con temi un po’ più complessi.

SALUTE

L’ACCORDO DEL PENSIERO CON LA VOLONTA’ (di F. Giovi)

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Una tra le indicazioni di percorso della via che partendo dalla ordinaria coscienza del sensibile giunge alla reintegrazione dell’uomo alla sua realtà spirituale, stringata all’essenziale, potete trovarla nelle prime pagine di Tecniche della concentrazione interiore: testo ricchissimo di dettagliate operazioni interiori e meditazioni, valide ad ogni livello in cui possa trovarsi il ricercatore che non paventi le azioni che trapassano nell’esoterismo reale.

Essa traccia tutta la strada che l’uomo coraggioso, quello che ad onta di ostacoli, davvero immani, riesce a consacrare – potenzialmente tutto sacrificando – l’intima vita interiore poiché sa porre la propria condizione in subordine rispetto al pellegrinaggio dell’anima verso la sua Fonte. Sostanzialmente verso quell’essere che è il suo significato, il suo senso, per sé e per il mondo.

Un tale, spaventoso impegno, non dovrebbe spaventare nessuno con errate rappresentazioni, non richiedendo alcun sacrificio formale, né particolari privazioni nello svolgimento della vita ordinaria.

Come non viene chiesto di cambiare il colore degli occhi, così (come molti temono), in sintesi, nemmeno ciò che chiamiamo “carattere” e vita comune è influente, a patto che l’azione interiore sia vigore e non farsa.

Non a caso si caratterizzavano i Misteri col dire che gli uomini dabbene muoiono mentre anche un delinquente che venisse accolto nei Misteri, vivrebbe.

Già, questa è un’iperbole, ma andrebbe ricordata, almeno qualche volta, perché traccia un confine netto tra creanza, virtù, bontà, lungimiranza, eccetera, quali caratteri personali e il dominio sovrapersonale delle forze sovrasensibili. Andrebbe ricordata perché è stata completamente dimenticata, essendo stato messo al suo posto, reiteratamente e compulsivamente, il fiorito corteo dell’umanitarismo, del buonismo, del romanticismo e del borghesismo.

Il rovesciamento dell’essenza è assai evidente proprio in coloro che, per usare l’espressione gnostica, si autodefinirebbero “pneumatici” o, più ad Oriente “sattvici”: vivaci con gli accadimenti sensibili, deperiti e stanchi (stufi?) verso ciò che si orienta verso la soppressione dell’intellettualità che, lo sappiamo tutti molto bene, si accende non per virtù propria ma perché alimentata da sentimenti, passioni e istinti.

Condizione comprensibile ma poco scusabile. L’ardore (giovanile) per l’operatività, qualunque sia stata la disciplina posta a fondamento, quanto dura? Sei mesi, sei anni o, eccezionalmente anche qualcosa di più, ma è un fatto certo, universalmente sperimentato, che, ad un certo momento subentra l’aridità: ad un certo momento ci si accosta o si entra in una zona di morte dell’anima. E qui le mele dolci iniziano a cadere precipitosamente dall’albero.

Cito un fatto sintomatico: la situazione accennata viene evidenziata nel primo capitolo di Graal di Massimo Scaligero. E’ un capitolo molto chiaro e notevolmente duro: conferma con fermezza le condizioni (situazioni) ascetiche che non possono essere evitate o soggette alle bizzarre forme di trattativa con le quali l’anima cerca ogni sorta di patteggiamento.

Bene. Poco dopo la scomparsa dell’Autore, cominciò a girare la voce che il libro in questione doveva essere letto a partire dal…secondo capitolo.

E’ un lungo errare nel deserto. I fatidici quaranta giorni moltiplicati con numeri dai molti zeri.

Si può cambiare disciplina quanto si vuole: dopo poco la ripetitività dell’esercizio sembra prosciugare l’anima. E’ una situazione che – ripeto – non può essere scansata.

Il discepolo accorto osserverà che le soddisfazioni dell’anima evaporano presto e con loro la brama di “sentire qualcosa”. Da vero scienziato dell’interiorità, egli deve guardare in faccia tale situazione che può, all’inizio, apparirgli assai misera: si può davvero parlare di una sorta di spogliazione e non di arricchimento.

In pratica, davanti all’anima, si aprono, per così dire, tre strade, come Scaligero ricordava: la via diretta, quella retta e la via lunga.

Con la prima si insiste, appellandosi ad un principio di determinazione o persuasione radicale, praticamente eroico, in un continuo tentativo che estrae, anche dolorosamente, un elemento di volontà sempre più profondo che non si conosceva prima. Ora la vita interiore ci conduce ad uno strano equilibrio tra la rassegnazione, la sofferenza quieta e la decisione di avanzare, ripresa in ogni momento. Se non si molla ma si prosegue, ci si accorge che la vita, sottratta al sentire comune, riaffiora in tutt’altro modo, nell’ascendente corrente del Volere: mahâkâly ânanda .

La seconda è quella che fu scelta dalla maggioranza degli antroposofi: la costante assimilazione dei contenuti espressi nelle comunicazioni donate dalla Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente: anche su questa strada sono necessarie qualità interiori come l’attivo pensiero, grande serietà e vera devozione.

La terza è quasi un tradimento per chi ha compreso la prima o la seconda, trattandosi in linea di massima della “strada della vita”: magari vissuta con maggior coerenza nelle azioni ed un po’ di calore nel centro dell’anima, nel cuore, dove la fiamma della religiosità o della nostalgia si avviva con saltuaria…discontinuità.

Deve risultare però chiara la mancanza di confini ferrei: teoricamente ad ogni uomo può essere concesso l’esercizio della libertà di varcare i limiti che paiono karmicamente preposti

Secondo una tipologia trascendentale (karmica), ognuna delle tre vie accennate può essere comunque la via sufficiente per tizio o caio.

Però in ognuno dei tre casi l’essere interiore pretende uno sfondo di onestà e coerenza: i pasticci nascono a causa dell’immaturità partorita dall’orgoglio o presunzione personale a causa della quale le personalità fingono, a sé e al mondo, una appartenenza più elevata: che non viene vissuta ma rappresentata. Ciò, nel campo spiritualistico, genera una lotta faziosa molto stupida, nebbiosa, ma infinita.

E’ così che abbiamo per strada più maestri che discepoli (o discepoli che sono più-che-discepoli): la presunzione umana è quasi senza limiti e viene assistita dalle congetture che intelletto e dialettica offrono in gran misura a tutti. Farabutti e lumaconi compresi.

Il caos deve essere combattuto, ma combatterlo sul terreno da cui esso trae vigore, è uno sforzo inutile. Chi ha avuto in sorte di assistere o di essere attore in un esorcismo, deve imparare immediatamente la neutralità a fronte di offese terribili, di rivelazioni scabrose, di vergogne, sino a quel momento celate e rese pubbliche, urlate. Allora d’impulso scatterebbe una reazione dialogante che lascerebbe malconcio e sconfitto chi officia il rito. La “bestiale” dialettica di un demone qualsiasi è sempre superiore alla dialettica umana. Già in questo antico rito troviamo i prodromi dell’atteggiamento di chi segue la concentrazione: assoluta determinazione, indifferenza verso ogni assalto perturbante, continuità dell’operazione.

Per la salvezza e la salute di un’anima: proprio come negli esercizi di concentrazione.

Sulla via del pellegrinaggio interiore dal sé al Sé, nessuno può sostituirsi al pellegrino, nemmeno gli dei. Il più onesto aiuto verso gli altri si riduce – e solo se richiesto – a qualche (fraterna) indicazione pratica. Sono preziosi ma rari i colloqui in cui avviene una speciale comunione tra le anime. Mi sembra inutile parlare di “trasmissioni”: oltre l’esigenza che vi sia un soggetto che possa trasmettere qualcosa, esiste anche un assenso del mondo spirituale stesso e che in diversi casi può non venir dato. Inoltre la trasmissione oggi non chiede la passività del discepolo ma piuttosto la sua più intensa attività ed una speciale degnità. Scaligero, in un colloquio, mi mormorò: “Non c’è nessuno a cui possa trasmettere…”

Detto questo, torniamo a parlare del percorso più essenziale. Quando, nel gruppo di cui facevo parte, tra esercizi e riflessioni si cominciò a capire qualcosa, molto si esemplificò in due brevi frasi: Mettere volontà nel pensiero e Mettere pensiero nella volontà.

Successivamente, Scaligero armonizzò e completò la cosa con la prima meditazione che trovate in Tecniche della concentrazione interiore:

L’accordo del Pensiero con la Volontà

è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima.

L’equilibrio e la forza dell’anima

aprono il varco al suo potere sovrasensibile.

E’ il potere in cui risorge come Vita

il sentimento, il più vasto e liberatore.

Qui c’è tutto il percorso dell’anima verso il potere reintegrativo dello Spirito (corrisponde sinteticamente al mantra dell’ottava conferenza della Classe ): non andrebbe semplicemente letto, ma piuttosto meditato spesso e per moltissimo tempo, in maniera tale che, per “ripetizione e ritmo”, la sua dinamica possa, dopo la saturazione mentale, attraversare tutti gli elementi costitutivi dell’entità umana, sino all’elemento spirituale nascosto dal corpo fisico. Dunque risorgente come affine al ricordo, poi come elemento di forza interiore e infine come stato dell’essere.

Il capire ordinario serve ma non basta. Avete mai visto in un documentario (persino in qualche film) la fila di monaci buddhisti che ripetono incessantemente il sutra fondamentale della loro scuola? Lo ripetono per tutta la vita, forse nemmeno comprendendone esaurientemente il significato. Si dirà: roba vecchia, d’altri tempi. Obiezione senza dubbio vera. Ma ora siamo veramente capaci di colmare i vuoti lasciati dalle dedite pratiche antiche con le discipline conformi alla struttura dell’uomo moderno?

Certo, l’atto sacro si è interiorizzato, l’entità umana individuale s’è fatta più forte, ma vi risulta che sia divenuto inutile lo sforzo, la dedizione, l’abnegazione, la fedeltà?

Sarò un incorreggibile pessimista ma mi pare che la disciplina più in voga sia l’esercizio del fariseismo: è facile, ti conferisce popolarità e rispetto e soddisfa l’egocentrismo mondano e pure quello spirituale. Da scoppiare di soddisfazione: palese o segreta.

Meriterebbe un articolo a parte il vizio di innalzare monumenti a ciò, che nella Filosofia della Libertà, Steiner chiama con il termine “mistica del sentimento”. Essa è stata ideologizzata nel milieu antroposofico con un facile e falsificato “pensiero del cuore” che, come il sale, viene artificiosamente messo su tutto per insaporire ogni manifestazione. La mistica del sentimento, tra i discepoli di Scaligero, è la deriva a cui già accennai. Avverto (e non io soltanto), tra i…derivati, come essa appaia una ambita meta da raggiungere. Questa tendenza che chiamerei avvelenatrice, fu inoculata in molti dopo la scomparsa di Scaligero: prova non superata, giacché se le anime avessero nutrito qualche dubbio o perplessità, sarebbe bastato loro non seguire la corrente ma ritornare con energia a quanto rimaneva della fonte: i testi fondamentali di Steiner e Scaligero: cosa non fatta prima e purtroppo non avvertita come necessaria dopo. Così tanto fu scarso il cosiddetto impulso alla conoscenza!

Affinché non vi siano dubbi, non nego certo che in una sana vita dell’anima, il pensiero deve risuonare nel sentimento: basta mettersi d’accordo su che cosa si stia parlando.

Semplicemente, scrivo per chi lavora interiormente, e avverto i lettori praticanti di non mettere, nella disciplina, il carro (del sentire) davanti ai buoi (pensare e volere). Come scrive il Dottore nel V capitolo della Scienza Occulta, proprio sulla preparazione alla concentrazione sui sentimenti: “L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. Allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale”.

Allora, per chi se la sente: provi a ripercorrere le poche frasi trascritte. Le ripeta coscientemente qualche ora dopo e faccia lo stesso un po’ più in là. Giornalmente. Senza aggiungerci nemmeno un pensiero (anche un pensiero “intelligente” in aggiunta imprigionerebbe nella teca cranica questa piccola operazione). E’ anche possibile lasciar vivere nell’anima solo una frase (compiuta) per volta, a seconda di una sensibilità individuale che muta in momenti diversi. Poi ci vuole pazienza, tanta paziente attesa: in modi diversi per ognuno, lo “schema” del percorso interiore diventerà cosa viva nell’anima. E’ possibile, un giorno, coglierlo in immagine obbiettiva.

Del resto, la Potenza insita nella concentrazione conferma, con i suoi primi movimenti, il percorso indicato nella meditazione (e tutte le puntualizzazioni precedenti non servono più). Al punto che la coscienza silenziosa può accorgersi di essere un tutt’uno con lo schema: fusa con la Via.

SCIENZA DELLO SPIRITO

ECLISSI DI SOLE

IN OCCASIONE DELL’ EVENTO DI ECLISSI SOLARE DI DOMANI 20 MARZO RIPROPONIAMO LA LETTURA DI QUESTO INTERESSANTE ARTICOLO DI ISIDORO.

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Solar Eclipse Draws Crowds To North Queensland Vantage Points

 

 

(Osservazioni di Adalbert Stifter (scrittore, pittore tedesco 1805-1868) sull’eclissi di sole dell’otto luglio 1842).

“Esistono cose che si sanno da cinquant’anni, ma che nel cinquantunesimo suscitano meraviglia per la gravità e l’orrore del loro contenuto.” (A. S.)

Senza preamboli: in questa individualità possiamo ancora osservare come le parole più semplici di una descrizione possano adeguarsi al fenomeno sensibile dell’oscurarsi della luce e indicare al contempo l’oscuramento della luce interiore. Pur seguendo con attenzione il fatto.

In principio “in alto il balsamo della vita – la luce – spariva a poco a poco impallidendo, l’invisibile buio cresceva sempre più nella bella luce del sole”.

Poi il mondo inizia a farsi estraneo: “era come un pauroso estraniarsi della nostra natura”.

Tutto impallidisce e trascolora: “Era già come se il buio o piuttosto una luce plumbea avanzasse come un brutto animale; ma poteva essere anche un’illusione, perché al di sopra del nostro posto d’osservazione era chiaro e bello e le guance e i volti di coloro che ci stavano accanto ci apparivano sereni e cordiali come sempre”.

Ma poi: “anche sulla terra gli effetti si fecero notare…, il fiume perse la sua lucentezza e divenne come un nastro di taffetà grigio; deboli ombre ci avvolgevano, le rondini erano divenute irrequiete, il bel fulgore mite del cielo si spense come chi cade esausto dopo un lungo sospiro, un venticello fresco si levò e ci soffiò in faccia..e sempre più debolmente alitò sulla campagna, i volti divennero cinerei”

Il mondo pare irrigidito e pesante: “Sui prati incombeva una luce indicibilmente strana, il paesaggio assumeva una colorazione pesante come il piombo e si irrigidiva sempre più”

Subentra una quiete anomala: “Svanito il gioco delle luci, nulla più si muoveva sopra il bosco, su cui sovrastava una quiete piena di tensione, simile non già a un sonno profondo ma piuttosto a un deliquio”

Sembra che qualcosa venga sottratta: “ Le ombre delle nostre persone si addossavano ai muri, vuote e senza contenuto”

Luttuoso: “ Era un momento di vera e propria tristezza e poi, silenzio mortale”

E’ lo spegnersi, il morire del mondo familiare: “questo lento morire nella piena freschezza di un mattino appena scomparso era sconvolgente”

Dies irae: “ Se prima il progressivo illanguidimento della natura ci aveva resi desolati e oppressi, e se avevamo immaginato che tutto ciò proseguisse vibrando in una specie di morte, fummo improvvisamente colpiti e spaventati dalla straordinaria potenza del movimento che ad un tratto si diffuse per tutto il cielo; le nuvole orizzontali che prima ci avevano fatto paura contribuivano ora, più che mai, a determinare il fenomeno: incombevano su noi come giganti.

Dal loro vertice fluiva uno spaventoso colore rosso, e nell’azzurro cupo e freddo le nuvole si curvavano premendo sull’orizzonte.

Fuori, molto al di sopra del Marchfeld, si vedeva, obliqua, una lunga, appuntita piramide di luce di uno sgradevole colore giallo; le fiamme che essa emanava erano del colore dello zolfo e i suoi bordi stranamente azzurri.

Colori mai veduti da occhio umano vagavano per il cielo.

Magia e spavento: “Banchi di nebbia che già da tempo si addensavano incolori all’estremo lembo della terra, balzavano ora in evidenza e vibravano di un tenue spaventoso scintillio.

La luna era in cielo in mezzo al sole, semitrasparente, quasi velata da una leggera luce d’acciaio, e intorno a essa non si vedeva il bordo luminoso del sole ma uno stupendo cerchio scintillante di un colore fra l’azzurrognolo e il rossastro che si spezzava in tanti raggi come se il sole facesse precipitare il suo fiume di luce sulla sfera della luna e ne sfrangiasse il contorno. Il più leggiadro gioco di luci ch’io abbia mai visto!

Mai una luce apparve così poco terrena e così spaventosa…

…se prima l’uniformità aveva suscitato in noi un senso di desolazione, ora ci sentivamo oppressi dalla forza, dal bagliore, dalle masse”

Tragicità: “ Le nostre persone erano immobili come spettri neri e vuoti, senza profondità; il fantasma della chiesa di S. Stefano era sospeso nell’aria…anche gli animali sono atterriti.

La musica indicibilmente tragica di colori e di luci che riempie tutto il cielo, divide il nostro cuore; è insomma, l’Apocalisse, la rivelazione dell’imprevedibile, del tremendo, dell’Ineffabile, della potenza di Lui, della sua forza e della sua terribilità”.

E’ quasi impossibile considerare l’intera visione unicamente come fenomeno naturale: ogni fenomeno naturale è analogico all’oscuramento dello spirito: ciò che sconvolse Stifter è la morte della natura familiare all’uomo e lo spaventoso snaturamento di essa.

Quando Stifter descrive con le parole: “L’aria si fece fredda, sensibilmente fredda”, non è ciò che Nietzsche esclama: “Si è fatto più freddo”?

Il senso interiore della luce che va spegnendosi, il momento culminante dell’eclissi porta l’Autore a ricordare la poesia di Byron L’oscurità: “…quando gli uomini illuminano le case…soltanto per vedere la luce” non richiama alla nostra anima la sconfinata, struggente sete di luce che affiora nell’uomo in cui s’è spenta la luce interiore?

“Come è sacra, inconcepibile e tremenda quella cosa fluttuante – la luce – che sempre ci circonda, di cui passivamente godiamo, che quando scompare fa tremare con tali brividi il nostro globo terrestre, anche se scompare per breve tempo”

“E poi, silenzio di morte: era il momento in cui Dio parlava e gli uomini ascoltavano…Signore, come sono grandi le tue opere; davanti a te siamo polvere, e solo soffiando via una piccola parte di luce Tu puoi annientarci e trasformare il nostro mondo, la nostra familiare dimora in un luogo selvaggio ed estraneo, in cui le larve guardano con occhi spalancati”.

Così Stifter chiude la descrizione: “Dal momento che tutte le leggi naturali sono miracoli e creature di Dio, per quale ragione quando viene un improvviso cambiamento, o meglio un turbamento, noi sentiamo maggiormente la Sua Presenza e ne proviamo timore?”.

Questa domanda si sottrae al tempo dell’Autore: mostra che l’uomo consideri il sole esteriore ed interiore come un fenomeno originario del suo essere, un sole che, per debolezza e abitudine, gli diviene buio e che proprio nello smarrimento del buio gli si rivela.

Osservo ancora che queste osservazioni ci portano in una zona in cui l’elemento spirituale ed il fenomeno naturale sono ancora legati tra loro: zona prescientifica, anche se di essa si nutrono i dubbi e gli interrogativi della scienza e dell’arte.

ARTE
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