Nome dell'autore: isidoro

IL VUOTO

asceta zen 4

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Negli anni ’60 del secolo scorso , con le traduzioni di alcune Opere di Teitaro Suzuki, il racconto affascinante di Eugen Herrigel sull’esperienza del tiro con l’arco, la stimolante raccolta di Nyogen Senzaki e Reps di “101 storie zen” e, in fondo scala gli scritti superficiali di C. Humphreys e altri, l’Occidente scoprì un filone nuovo (per la nostra cultura) della corrente buddhista. Col solito schiamazzo confuso: già l’austero professor Suzuki, pasticciando da entusiasta ma con intellettuale astrattezza (T. Suzuki fu professore di filosofia) tra oriente e occidente, credette di trovare identità tra l’illuminazione zen (satori) e l’inconscio junghiano (ancora oggi diverse pseudo-tradizioni vedono nella psicologia junghiana e nel suo promotore un esempio scientifico di spiritualità a passo coi tempi. C’è da rabbrividire! Indubbiamente Carl Jung flirtò anche troppo con la magia –  la sua discepola Marie Luise von Franz affermò che il suo Maestro era capace di predire il futuro – tale da renderlo una  sorta di apprendista stregone mancato, ma in sostanza temette lo Spirito, come certifica la sua vergognosa ritirata a pochi chilometri e a poche ore dall’incontro con Ramana).

Così lo zen divenne talmente attuale da diventare una via che porterebbe all’ “identificazione di sé con la sfera dell’inconscio che circonda la nostra consapevolezza quotidiana”. E’ davvero curioso, ed i tradizionalisti a ragione parlerebbero dei “segni dei tempi”, che anche in sede astratta, cioè senza alcuna esperienza concreta, seri pensatori e frichettoni dell’occulto si alleino a corteggiare “l’inconscio” quasi fosse un dato di fatto inequivocabile, mentre non riescono proprio a partorire una minima, possibile ipotesi di un superconscio. I predatori, chiamati anche psicoterapeuti, dato il loro condizionamento, hanno felicemente risucchiato lo zen immaginario nei loro sistemi ed ecco che frasi come “Uccidere il Buddha”, allusiva al superamento incondizionato dell’alterità , anche quella che si presenta come simbolo/valore più alto, diventa per essi “superamento dell’autorità paterna , processo di individuazione, ecc.” (vi sono delle eccezioni di cui, ad esempio, fa parte R. Assagioli che però conobbe Decio Calvari, Evola, Zanfrognini, Jasink, ecc.  e, per così dire, si fece le ossa nel Gruppo Teosofico di via Gregoriana a Roma).

Cos’è lo zen? Storicamente è una scuola buddhista nipponica, portata dalla Cina dove fiorì con il nome di ch’an e trasmessa al Giappone nel 1215 da Eisai e nel 1227 da Dogen. In sostanza si ispira al mahayana e se ne distingue perché abbandona quel grandioso edificio culturale e metafisico mantenendo l’essenziale: la prassi etica e la contemplazione vuota di oggetti (dhyāna). Non si tratta di “egoistico isolamento”, ciò è un nonsenso perché il fine precipuo dell’ascesi (satori) è il superamento della dualità cosmo – coscienza umana. Dunque il discepolo dello zen guarda con profonda intensità (simpatia) la natura che lo circonda: la goccia di rugiada o il volo della farfalla sono, per la coscienza vuotata dall’io fenomenico e imperdurante, la porta al superamento di ciò che esse appaiono dapprima come manifestazioni di alterità. Alterità che la coscienza vuota non nega nel rifiuto ma risolve nell’esperienza dell’identità metafisica.

La scuola soto raccomanda la pratica zazen, ossia stando seduti (in occidente pure Maestro Eckart scrive: “Ho conosciuto Dio stando seduto”) nella classica asana del loto, disciplinare il soffio, sciogliere il mentale della testa e rintracciare il punto vuoto nell’addome. Individuato il quale, compito essenziale dell’asceta è non impedirgli di crescere, come il feto nel grembo materno e ben oltre affinché la potenza del vuoto, che è il “pieno” dello Spirito, trasmuti sino al sensibile l’operatore che permane come proiezione o lieve simbolo percettibile della completa realizzazione.

Per un approfondimento conoscitivo di base di questa via mi permetto di consigliare il libro di K. G. Durckeim: Hara. Il centro vitale dell’uomo secondo lo zen. In questo libro l’Autore sottolinea con plausibile evidenza critica il ruolo debole ed anti spirituale della coscienza legata alla testa, non avvedendosi però di quanto raffinatamente egli stesso, da occidentale qual è, usi tale coscienza e la razionalità ad essa indissolubilmente legata: chiaramente non avvertendo che il problema, il nodo da sciogliere è interno al sistema di forze che simultaneamente usa e rifiuta (con superiore maestria, Massimo Scaligero approfondisce e supera i limiti della descritta contraddizione nel VI capitolo di Kundalini d’Occidente).

Nella scuola rinzai è invece importante la pratica del koan che moltissimi, anche in occidente, conoscono almeno per sentito dire. Il koan appare come un enigma o un problema insolubile o un paradosso logico o persino un’improponibile bestemmia.

Secondo la volgarizzazione di Masumi Shibata, “il koan è un problema che il maestro dà da risolvere ai discepoli: esso significa documento pubblico” poiché serve a provare l’autenticità dell’illuminazione del discepolo. Da cui poco s’intende; proviamo piuttosto dare al lettore una dettagliata testimonianza diretta dell’esperienza:

“Presi il koan “Tutte le cose sono riconducibili all’Uno, dove ritorna l’Uno?” e lo tenni diligentemente. Dapprima la mente s’affollava di pensieri, ma a poco a poco ebbe luogo un cambiamento, finché non fui in grado di sgombrare la mente di tutto tranne il koan. A questo punto non riuscivo ad andare oltre. Tutto sembrava perduto. Mi sentivo inutile, smarrito. Ma ero deciso e mi ritirai in solitudine, in montagna, dove lavoravo e camminavo fino a sentirmi fisicamente spossato, tenendo tutto il tempo in mente il mio koan.

Un giorno mi fermai sulla sponda di un fiume e sedetti spossato. All’improvviso udii, a quanto pareva non con le mie orecchie, il sibilo del vento fra gli alberi. Immediatamente passai dal mio stato di spossatezza a quello che in cui ero talmente rilassato da sentirmi aperto al flusso totale, sopra, intorno e attraverso il mio corpo che era assai più che il mio corpo. Tutto era pervaso di luce bianco – calda ed era come se vedessi l’intero cosmo via via liquefarsi. Come ci può essere tanta luce? Strati di luce su strati di luce, all’infinito. Tutto è illuminazione.

L’impressione dominante era di entrare nell’essenza stessa dell’esistenza – nessuna forma, nessuna personalità, nessuna deità, solo beatitudine. Non so per quanto tempo rimasi in quello stato. Ma, quando ridivenni conscio delle cose che mi circondavano, esse mi apparvero differenti – più vive, non oggetti ma piuttosto processi, costantemente divenenti. Fui preso da un travolgente desiderio di ballare, correre e cantare e gridare, ma riuscii a controllarmi e fui nuovamente colpito da quella intensa illuminazione e beatitudine, più capace, per così dire, d’osservarne il processo in cui ora posso entrare a volontà. Quando tornai nella mia baracca, questi versi sgorgarono da me spontaneamente:

Il sibilo del vento nell’albero

Contiene un altro vento

Che è il sibilo del vento nell’albero.

Nell’albero il sibilo del vento

Contiene un altro albero

Che è il sibilo del vento nell’albero.

Questa è la testimonianza della pratica di un koan e del conseguimento di un “satori di metà percorso” piuttosto notevole poiché vissuta ai nostri giorni, da un occidentale, persino con il canto (gāthā) conclusivo , del tutto conforme alle più antiche tradizioni!

Il koan, in sintesi, è una frase meditativa priva della possibilità di svolgimento razionale e di soluzione logica. La possibilità di venir pensata s’arresta al limite di sé stessa. La fiumana del pensiero dialettico, appena manifestato trova subito un totale sbarramento e la sua enorme pressione naturale è costretta a risalire immediatamente il suo corso. Spesso l’operatore sperimenta la sgradevole impressione che la testa gli stia letteralmente scoppiando! Ed è proprio ciò che avviene spiritualmente. Il discepolo abbandona la testa e scende in un centro diverso, oppure (è solo il punto di vista che cambia) si espande  compenetrandosi con l’immensità lucente del cosmo eterico. Poiché siamo di poche righe sotto la descrizione di un’esperienza che non avete, spero, già dimenticata, vorrei sottolineare che quando si parla di vento o di luce o di esperienze consimili, si parla proprio di vento, di luce, ecc. Certo, non sono quelli di tutti i giorni, ma anzi, una loro caratteristica è quella d’essere più reali. Mi piace ricordare a tal proposito la frase finale di un breve racconto di Fabio Tombari: “Via via ch’egli veniva a coscienza, entrava in sé, in una luce sonora fra cattedrali di musica: in una dimensione unica; ma tanto solida, che le montagne di  pietra sono materia di sogno”.

Vale anche fare attenzione al fatto che dopo l’esperienza illuminativa, il narratore vede il mondo circostante con maggior vividezza unita ad un’impressione di fluidità e divenire: anche il discepolo della Scienza dello Spirito sperimenta momenti in cui le “cose” assumono una sorta di realtà più intensa dell’ordinario, come affioranti da un substrato scintillante e se il pensare liberato le sgrava dalla densità simultaneamente dona loro una superiore trasparenza e chiarezza. Insomma il mondo noto non sparisce ma si apparenta alla forza del pensiero. Tutto ciò che ci attornia diventa, seppure mutato qualitativamente, persino più reale e concreto di prima. Tanto da concludere che chi pare immerso in profondi pensieri ma trova difficile aprire e chiudere una porta è assai difficilmente ciò che suppone di essere.  Al contrario svaniscono nel nulla tutte le astrazioni e le immagini di comune fantasia; quello che prima ci attirava come stimolo alla ricerca spirituale, ossia i comparativismi, i filologismi, i simbolismi e, non per ultimi, i deduzionismi spiritualistici che allietano i lettori e li erudiscono sui veri segreti dell’esoterismo di piacevole fine giornata, vengono avvertiti come ombre prive di essere, provocanti, al massimo, un certo disgusto o malessere animico Potrei concludere dicendo che, paradossalmente, l’esoterico diventa talmente concreto da superare (in concretezza)  il più tetragono materialista!. Egli segue “naturalmente” una diversa direzione: si esercita a pensare ciò che vede e sente (insomma, quello che c’è), secondo la disciplina del pensare oggettivo, spesso indicata da Rudolf Steiner.

Ma lo zen (perché di quello trattavamo) si lega in una certa misura alla Scienza dello Spirito? Le sue tecniche possono aiutare in qualche modo il discepolo della Via Solare? Se le domande sono di questo tipo, la risposta è una sola, semplicissima: no!

In pratica lo zen, con i suoi zazen e koan è ancora valido per alcune strutture estremo – orientali poggianti la coscienza su un insieme di forze espresse dal ventre (vi ricordate le statuine di panciuti buddha sorridenti?) e non dalla testa, e non basta, ancora capaci di intuire il reale metafisico all’interno di tale insieme. Ricordiamoci che, se l’uomo si sente come un enigma, la chiave per risolverlo si trova sempre dove si situa la coscienza che è anche la coscienza di essere un enigma e mai nelle estrovertite rappresentazioni, anche se nobili e sacre, di mantra, chakra, deva, tanden, prāna, ecc. e tanto meno nella sfera delle sensazioni inusuali.

Eppure lo zen può nondimeno insegnare qualcosa anche a chi si dice discepolo occidentale della Scienza Sacra.

Anzitutto ci insegna l’ essenzialità. “In un piccolo granello di sabbia trovi l’intero universo” Come? Modificando la coscienza che contempla il granello di sabbia  e farla universale.

La coscienza può essere rovesciata come un guanto (l’immagine è analogica ma indica un’operazione del tutto letterale). Però se il guanto è pieno l’impresa è impossibile. Allora lo zen ci insegna il vuoto. Moltissimi desidererebbero vedere la luce spirituale, ma, amici, non c’è spazio: siamo pieni, stracolmi. Vi sono degli esseri (interiormente) grassissimi che non smettono di divorare libri, conferenze, nozioni, indiscrezioni. Mi chiedo se sappiano distinguere la brama bulimica dalla conoscenza. E, visto e considerato che alla fine alcuni di essi (indefessi studiosi!) non distinguono nemmeno la naturale capacità di formarsi immagini da quello stato del tutto diverso di coscienza, chiamato dalla Scienza dello Spirito “coscienza immaginativa” e le sensazioni date dal sistema nervoso turbato, dall’esperienza spirituale del “corpo di vita” o “corpo eterico”; vi sembra forse troppo offensivo se dalla contemplazione di  siffatte tipologie osservo anche qualcosa che è  di parecchio sotto l’umano comune? Casi limite a parte, sono davvero pochi coloro che si avvedono quanto urga vuotare l’anima, sgombrare la coscienza. Non c’è esercizio indicato dallo Steiner: l’osservazione animica del crescere e del deperire, il confronto tra la pietra e l’animale, la contemplazione del seme e della pianta, ecc…, che non riconduca alla capacità di “eliminare dall’anima tutto il resto”.

All’ingrosso: se non siete impostori nati, qualche esercizio lo dovreste fare, magari il primo e il secondo degli ausiliari (controllo del pensiero e atto puro) e, quando il vento è favorevole, una meditazione o qualcosa di simile. Allora vi sedete ed eliminate la percezione del movimento, poi chiudete gli occhi per cancellare gli oggetti che vi circondano, probabilmente avete precedentemente chiuso porta e finestre per ridurre al massimo suoni e rumori. Se a questo punto vi abbandonate al rilassamento di tipo “training autogeno”, siete pronti a tre soluzioni: a) vi addormentate; b) vi fate trascinare nel sogno; c) restate svegli e incapaci come sotto anestesia. Se avvertite che queste forme scientifiche di auto–cretinismo non hanno nulla da spartire con il sano lavoro interiore ciò che vi resta è solo pensiero da attivare e attenzione da concentrare, in cui non trova (non dovrebbe trovare) albergo nulla, assolutamente nulla (nome, indirizzo, sesso, età, carattere, ricordi, umori, funzioni e cariche sociali, desideri, angosce, brame, ecc.) di quanto forma una specie di corpo biografico con cui ci si identifica nella vita comune. Pure l’io “che dite di essere” va fuori questione poiché non potete ripetere a voi stessi “io,io,io” e dedicarvi totalmente all’Immaginazione di Michele o alla descrizione di un portacenere. Insomma dovete energicamente dimenticarvi di voi stessi. Ed è la più elementare condizione di vuoto. Che non è un vuoto fatto di niente perché nasconde (protegge) l’avvento di forze animiche diverse. Già in questo modesto “meno” ci si accorge, chi prima e chi poi , che v’è un “di più”: iniziando gli esercizi l’ego si rafforza e più si rafforza più diviene capace di donare ad altro da sé la propria forza fino a comprendere, in questo dare, anche sé stesso. Gli istanti del suo annullamento sono attimi di una libertà nuova. Perché il “vuoto” si colma di Essere: ciò che all’uomo dolorosamente sfugge durante la vita. Estinguere l’ego per essere, attualizzando il limite del vuoto pensiero astratto; per non rimanere incatenati a quell’insopportabile dualismo personale che Tagore descrive col suo canto d’offerta:                 

“Esco solo per andare al mio convegno.

Ma chi è che mi segue nell’oscurità silenziosa?

Mi tiro da parte per lasciarlo passare,

ma non riesco a fuggirlo.

Con la sua superbia solleva la polvere,

ad ogni parola che dico

fa eco la sua voce sonora.

O mio Signore, egli è quel misero me stesso,

senza pudore, ed io mi vergogno

di venire al tuo uscio in sua compagnia.”

Lo zen insegna il silenzio e la sobrietà. Se tali virtù fossero familiari dalle nostre parti, riuscite ad immaginare quante conferenze, seminari, adunate, ecc. verrebbero fatte? E quanti libri sull’occulto verrebbero stampati? Nella globalizzazione del pensiero ottuso (che è peggio del pensiero profano), uno dei tanti slogan criminosi che hanno ostruito le coscienze  è il seguente: “Più è meglio”. Naturalmente basterebbe l’osservazione dei processi della realtà per comprendere che tale affermazione, nella prassi, dovrebbe essere mobile, cioè coerente solo acerti processi e in momenti determinati. Un bravo allenatore di atletica questo lo sa benissimo. Molti ricercatori spirituali invece non lo sanno e non l’imparano mai perché hanno la testa piena di simili sciocchezze e rifiutano la correzione della realtà. Sapete quante opere di Rudolf Steiner occhieggiavano dagli scaffali delle italiche librerie il 27 febbraio 1924, quando Arturo Onofri terminò la sua bella prefazione alla prima edizione italiana della Scienza Occulta? Otto! E posso testimoniare, per conoscenza diretta delle personalità superstiti di quei giorni, quanto intensamente fossero state accolte in quelle anime le vene auree, essenziali, della comunicazione scientifico – spirituale del Dottore. Ora si discute troppo, si legge troppo e tutto è diluito in nozioni che non sono comprensioni. La scena è così ampia e la visione così frantumata che si ignora quale sia il nocciolo dell’Insegnamento: che, inafferrato, porta il ricercatore a svilire tutte le comunicazioni, parificate indistintamente in una sorta di stravagante enciclopedismo da cui attingere “dati” e “curiosità spirituali”. Ho letto persino che un noto scrittore contemporaneo di cose spirituali è esperto in “dottrina delle Gerarchie”, ossia (Gerarchie a parte) nella parente più gradevole del dogmatismo e del catechismo; sintomo significativo di un’antroposofia espulsa dal pensiero e costretta a presentarsi come un concluso assemblaggio di nozioni. Occorre davvero il continuo esercizio di virtù forti come il silenzio e la sobrietà individuale per fronteggiare una simile caduta e seguire ciò   che insegna l’adamantina Via spirituale del Maestro dei Nuovi Tempi con saldo ottimismo, quello che viene dal mondo dello Spirito, quello che permetteva all’antico maestro zen di cantare:

Il tetto della mia capanna

Ha preso fuoco e s’è bruciato.

Nulla è rimasto;

Finalmente posso sedermi nella mia capanna

E vedere le Stelle.

                                                                                                                  

                                                                                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO, ZEN

CONOSCI TE STESSO

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17283-apollo-and-the-continents-giovanni-battista-tiepolo*

Frase citata, spesso enfatizzata…ma facciamo uno sforzo per intendere il suo significato?

Credo che la diafanità e la confusione possano venire eliminate attraverso la soluzione di due questioni: la sua origine e la sua ragione d’essere.

E vi è pure un rapporto stretto tra le questioni espresse.

Se si domanda a chi conosce la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare queste parole, molti direbbero che fu Socrate, alcuni opterebbero per Platone, pochi indicherebbero Pitagora.

Meglio azzerare queste opinioni, tenendo anche conto che Pitagora e Socrate non hanno lasciato alcun scritto. Per Platone, nessun ricercatore potrebbe individuare con esattezza cosa provenga da lui o dal suo maestro e inoltre alcune conoscenze di Platone derivano dal pensiero di Pitagora. Insomma qui ci confondiamo.

E’ invece possibile che il “Conosci te stesso” sia ben anteriore ai nostri filosofi e probabilmente è più antico della stessa filosofia.

Si tramanda che questa frase fosse scolpita sul frontone del tempio di Apollo a Delfo.

Ed i filosofi si appropriarono della frase come principio importante dei loro insegnamenti, che erano tra loro diversi, ma così richiamandosi alla Tradizione, intesa come una sorgente più elevata poiché riferita alla ispirazione originaria, perciò di lignaggio spirituale.

Dovremmo prendere coscienza della loro diversità rispetto ai moderni, i quali generalmente si sforzano di presentare il loro pensiero come un risultato personale, mentre nell’antico lo sforzo personale era teso a ricondurre a verità eterne, trans-personali e coincidenti col mondo del Divino.

E’ bene rammentare in modo vivo che la parola “filosofia” esprime una adesione d’amore  verso la saggezza o verso la disposizione interiore per raggiungerla: una parola che sempre ha indicato un percorso di pensiero ed esperienza atto a raggiungere la saggezza (sophia).

Il mezzo non è il fine, così l’amore non costituisce saggezza e questa altro non è che conoscenza interiore, così la filosofia è come una superficie senza valore proprio ma solo un gradino verso una conoscenza superiore: l’esperienza della saggezza.

I filosofi antichi si disponevano su due livelli di insegnamento: il primo exoterico, il secondo esoterico. Ciò che veniva scritto appartiene al primo livello. Del secondo livello non ci resta nulla che non sia deduzione astratta o mistificazione dei posteri. Il secondo livello era segreto e per individui selezionati, per cui la sua ragione d’essere non poteva essere la semplice filosofia. Ciò implica l’ipotesi non peregrina che il livello esoterico fosse superiore alla sfera razionale che è quella filosofica.

Infatti, la preparazione filosofica è insufficiente poiché riguarda una “facoltà limitata”, quella della ragione, mentre l’idea di “saggezza” è congrua alla totalità reale dell’Essere.

Dunque esiste una preparazione alla saggezza che chiama in causa anima e spirito e che supera la ragione: essa è preparazione interiore e caratterizzò i gradi più alti della scuola di Pitagora, influenzò la scuola di Platone, il neo-platonismo alessandrino, ecc.

In questa preparazione interiore si impiegavano ancora parole ma non come in uso nella coscienza discorsiva, piuttosto come strumenti per “fissare” la contemplazione interiore.

Ciò dava accesso a stati di coscienza che esistono oltre ogni formula filosofica, mentre nella sfera intellettuale comune la filosofia viene considerata come sufficiente per sé stessa e si esclude che essa indicasse qualcosa di più elevato.

In Grecia, l’insegnamento esoterico fu designato col nome di “misteri”. E a questi i primi filosofi si collegavano (Pitagora in particolare) con il loro insegnamento.

Diversi misteri con origini diverse: quelli che ispirarono Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto di Apollo.

Ricordo che i misteri ebbero sempre carattere segreto (etimologicamente la stessa parola significa silenzio totale) e venivano “insegnati” appunto col e nel silenzio. Il dialettico contemporaneo, ignorando la capacità di trasmettere senza parole, conclude che nei misteri non vi fosse alcun insegnamento.

I misteri collegati al culto di Apollo vanno immaginati tenendo presente che egli era il dio del sole e della luce e che questa, nell’esperienza spirituale, è la sorgente di ogni conoscenza e delle scienze ed arti.

Il culto di Apollo ha origini nordiche, ciò viene tramandato dal Veda indù e dall’Avesta persiano.

L’origine nordica viene particolarmente riferita a Delfo, luogo spirituale universale: infatti nel suo tempio vi era una pietra chiamata omphalos che simboleggiava il centro del mondo.

Pitagora ed il suo stesso nome sono collegati ad Apollo che era chiamato Pythios, e Pytho è il nome arcaico di Delfo. La donna che riceveva nel tempio l’ispirazione degli Dei si chiamava Pizia e il nome di Pitagora significa appunto “guida della pizia”: ciò si applica pure ad Apollo.

E fu la Pizia a dichiarare che Socrate era il più saggio tra gli uomini.

Si può aggiungere che Apollo sovraintendeva particolarmente geometria e medicina.

Nella scuola pitagorica – questo lo sanno anche i sassi – la geometria e la matematica occupavano il primo posto nella preparazione alla conoscenza superiore.

E Platone, sulla porta della scuola aveva fatto incidere:”Nessuno entra qui se non è geometra”, il cui senso diventa evidente con un’altra sua affermazione: “Dio geometrizza”, non fa che alludere ad Apollo.

Dunque l’uso della frase delfica rimanda al collegamento che essi avevano nel rito e nel simbolo apollineo.

Ora passiamo all’erronea interpretazione contemporanea, dovuta al fatto che il moderno attribuisce il suo pensiero pure agli antichi.

Abbiamo l’attribuzione “psicologica”, mentre la psicologia per ora è solo studio di fenomeni mentali ossia modificazioni inessenziali dell’Essere.

Abbiamo l’attribuzione “morale” che non giustifica il carattere sacro originario, ben più profondo.

Questi sono solo esempi dell’impotenza della coscienza exoterica rispetto alla conoscenza reale che l’uomo può cercare solo in sé stesso, poiché ogni conoscenza non può essere acquisita se non attraverso la comprensione individuale.

Ricordiamoci che Platone dice che “tutto quello che l’uomo impara è già in lui”.

Il risveglio della conoscenza viene chiamato da Platone anamnésis, che significa “reminiscenza”.

Questo è profondamente vero più la conoscenza è profonda (è in questa logica che Steiner descrive l’antico Saturno, l’antico Sole, ecc.) e i mezzi esteriori e variabili perdono ogni utilità.

Per questo in India si è sempre detto che il vero Maestro (Guru) si trova nell’uomo stesso, anche se, transitoriamente, l’aiuto esterno può essere utile per preparare l’uomo a trovare in sé (e si potrebbe anche dire “oltre sé”) ciò che altrove non va cercato e che si situa oltre il limite razionale.

A tale fine sono indispensabili condizioni interiori che trasportino la coscienza verso il centro, indicato dal cuore. Questi stati venivano realizzati nei misteri attraverso intense impressioni dell’anima, ora attraverso il pensare liberato che si dedica al percepire puro.

Il centro del mondo corrisponde al centro del uomo, onde l’antico filosofo poté dire:”Tu ti credi un nulla, ma è in te che risiede il Mondo”.

L’ombra, secondo Platone è la conoscenza offerta dai sensi e anche la più elevata coscienza razionale origina dai sensi. La conoscenza reale supera il livello della ragione e la sua realizzazione è simile alla formazione del mondo. In conformità della corrispondenza profonda tra uomo e mondo. Così diviene intuibile perché le scienze sacre possono descrivere la conoscenza reale sotto l’apparenza di tale formazione e perché Il Dottore abbia insistito per molti anni nella “descrizione” del divenire del Mondo e della sua formazione.

Appare dunque evidente che la via della conoscenza è via dello spirito e dell’intero essere: non essendo altro che la concentrazione di tutti i suoi stati. In un punto. Ossia nel suo Principio: totalità dell’esistenza nell’unità della propria essenza.

Dunque il “conosci te stesso” si rivolge al Sé, all’essere reale. Fu detto: “Chi conosce sé stesso, conosce il suo Signore”.

TRADIZIONE

Tradizione solare e nota aggiunta

Tradizione Solare

Ad ogni cambio di stagione nasce da sotterranee formazioni bulbose l’interessante pianticella del cambiamento o meglio ancora, del superamento. Di cosa? Perbacco! Ma della Scienza dello Spirito che, commisurata in termini di vita umana, dovrebbe, immagino da tempo, essere collocata a riposo in un ospizio per esalare, pur con gli onori dovuti, i suoi ultimi stanchissimi respiri.

Detto volgarmente, a me pare che tanto zelo non sia dissimile a quello di nipoti ciecamente protesi verso una poco chiara eredità assai più che dal sollecito amore per la vecchietta giunta allo stremo. E le anime serie e convinte mi passino l’insita volgarità della metafora.

Non è tanto il banale uso di estrapolare qua e là alcune righe dello sterminato Lascito che inficia le ragioni dei sedicenti nipoti, si sa già che altre estrapolazioni condurrebbero a conclusioni opposte – queste pratiche sono ormai divenute peccatucci veniali, ancorché miserabili – quanto piuttosto la sovrana superficialità del “nuovo” pensiero: così superficiale da essere più sottile e trasparente di uno sbuffo d’aria…certamente meno significativo di una flatulenza bovina, anche quando attinge (astrattamente) al Pantheon cristiano per darsi peso e autorevolezza.

Proiettare tempi umani a misurare contenuti della Tradizione è una bestialità (umana) impareggiabile.

La Tradizione infatti è l’atto di portare attraverso e oltre gli schemi spazio-temporali un nucleo di insegnamenti e di potenziali esperienze in ordine al Sacro e alle modalità di una sua effettiva conoscenza (trans-datio, l’atto di portare attraverso) da cui il termine “Tradizione” indica un’azione: si può dunque dire che il compito essenziale di essa è la manifestazione della Potenza e del Sacro.

A tal fine essa si serve di parole, immagini e pensieri adatti ad ogni singola cultura in cui s’innerva: antropologia trascendentale applicata.

Quello che di essa permane ineffabile o indicibile è, in ultima analisi, il Sacro a cui si riferisce, poiché esso è ciò che si pone oltre ogni definizione sentimentale o razionalistica, essendo un elemento esclusivamente frutto d’esperienza diretta: il Sacro è conosciuto solo nel caso in cui lo sperimentatore giunga al suo Essere.

L’opposto del Sacro lo chiamiamo Profano (pro-fano, al di fuori del Tempio).La profanità non è il contraltare del Sacro: è piuttosto uno stato leteo, di ignoranza ontologica, per cui ogni cosa viene presunta fideisticamente nella stolta convinzione che quello che non si conosce direttamente non sia altrimenti esperibile. Così si infarcisce di cieca fede quanto sarebbe frutto di precisa conoscenza e azione scientifica.

La conoscenza esoterica viene rettamente indicata con il termine di Palingenesi (nuova nascita) poiché è il risvegliarsi, il conseguire l’anamnesi presupposta.

Il senso del conoscere: per la “realtà” spirituale la conoscenza significa acquisire lo stato di ciò che si conosce: cioè diventare al contempo soggetto conoscente, azione di conoscenza e oggetto conosciuto: i “dati” comunicati dalla Scienza dello Spirito o trasmutano il soggetto nello spirituale che rappresentano o non sono nulla.

La conoscenza è interiore poiché solo nell’interiore è possibile acquisire i mezzi per l’esperienza sacra: è interiore il mondo di forze che connettono humanum a divinum genus, con quella sospensione di ogni attività personale e persino organico-sensibile, come in un lampo di katàlepsis.

In sintesi ripeto che la Tradizione è ierofania continua, dunque illegittimamente storicizzabile: il suo contenuto, ancorché calato nel tempo, ha un corpus extratemporale, cioè avulso da schemini temporali riduttivamente fisio-psichici che sono una immagine invertita e limitata – “falsa e bugiarda” – della sua celeste infinitezza.

L’ansia (supponendola sincera) che si palesa nella voluttà del limite, nel bisogno di definite certezze, di superamenti dal “basso”, è solo ricerca affannosa di autolimitazione psichica, nella quale il superamento del dato spirituale, rimasto in realtà del tutto sconosciuto, vuole solo la salvazione del proprio ego dalla Scienza spirituale per mantenere intatte le libertà proprie del faccendismo in atto.

Il misticismo spiritualeggiante e lo psicanalismo spirituale, vanno a dividere chi si interessi di Scienza dello Spirito nelle due grandi categorie degli “spiritualisti” e dei “razionalisti”, nell’uno e nell’altro caso utili vassalli al servizio del “Princeps huius Mundi”.

In ambedue i casi si pretende che l’inferiore giustifichi il superiore, eliminando ex abrupto ogni possibilità, seppure minima, di conoscenza ed esperienza circa la realtà interiore.

Naturalmente tutto questo dovrebbe cadere nell’insensatezza se la Scienza dello Spirito fosse la vana follia di un visionario, e può anche essere che persone apparentemente attive nell’ambiente antroposofico siano alimentate da simili pensieri subconsci (anche sino ad una crepuscolare avversione!): in tale caso la superficiale conoscenza è solo strumento di ambizioni dell’ego.

Non credo che ciò sia un’esagerazione visto il notevole dispiegamento di ignoranza e superficialità vestite appena da elucubrazioni discorsive e ahimè, da mutilati stralci di comunicazioni del Dottore (ora viene “stralciato” anche Scaligero).

Appare tristemente interessante: a) la mancanza di discrimine logico relativo ai testi di Tizio e Caio, b) la totale carenza di spagiria conoscitiva,  c) l’avversione nei confronti della noesi proposta quale nucleo sostantivante di tale Scienza, d) l’uso, grossolanamente personale, di quanto nei Testi può sostenere un potentato sociale.

Non mi sembra nemmeno il caso di aggiungere che alcuni grotteschi teologismi invertiti e il putridume moralisticheggiante non sono in alcun caso frutti dell’antroposofia ma solo di personali perversioni parzialmente scusabili a causa della debolezza psichica degli attori, perennemente ansiosi di visibilità.

Invero è solo preoccupante la cecità e la carenza percettiva da parte di non pochi seguaci delle Scienze spirituali verso simili fenomeni (individuali e/o collettivi).

Ho intitolato queste poche righe con il termine di “Tradizione solare” essendo la Scienza dello Spirito trascendentalmente animata da Potenze extraumane già presenti ed antecedenti la condizione terrestre: pronte ad animare l’autoconsapevolezza nel dominio degli eteri preservati dalle conseguenze della Caduta.

Nota.

Mi permetto di aggiungere alcune righe a quanto ho scritto: mi è parso di veder apparire ripetutamente, un po’ qua e un po’ là, una frase espunta da un testo di Scaligero dove l’Autore indica, nella Via del Pensiero, – via da Lui promossa in ogni attimo della Sua vita – il possibile rischio di un egoismo acutizzato. Spero che tale metodo (ritagliare singole frasi da un complesso contesto), ormai abusato con il lavoro dello Steiner dalla Sua dipartita a oggi, non senza oscure finalità, non si sia anche trasferito all’Opera di Scaligero. Magari senza significati polemici. Sebbene mi sorga qualche dubbio, più o meno legittimo, nel merito.

Ma non è questo il punto: mi rivolgo a quelli che praticano con onestà e decisione, forgiando tra fuoco bruciante e scintille di dolore per l’essere comune, l’atto essenziale della difficile ascesi indicata dal Dottore con Verità e Scienza e con La Filosofia della Libertà e poi formulata praticamente in tutto il sacrificale lavoro di Scaligero.

Dunque: ritenete possibile che egoità possa trasferirsi in una operazione in cui si abbandona ogni categoria personale allo zero di sé e persino il tempo e lo spazio? Dove non può entrare nemmeno il soggetto in quanto riflesso? Dove la quintessenza del pensiero veicola il volere che fu prima della stessa incarnazione e che si dona (che sa donarsi) totalmente ad Altro?

Ciò si chiama dedizione assoluta o amore. L’amore che perennemente fluisce dall’entità umana, da cui solo la coscienza del sensibile pare assente, poiché vedendo le cose secondo la sua temporanea funzione, non percepisce l’atto dello Spirito per cui le vede.

No, cari amici. Basta un briciolo di conoscenza ed esperienza per rendersi conto della contraddizione evidente in questi strani spot pubblicitari. Il “ (poco) sublime egoismo ” potrà essere parte di fenomeni iniziali, quando Tizio o Caio tentano l’approccio, sgangherando e sbottando, con forze esili e ancora immature. Oppure, e ciò sarebbe gravissimo, quando si giudica corretta una strada misticheggiante e compromessa assai lontana da ciò che chiamiamo Via del Pensiero e che, per sua natura per l’appunto, non si perita di illeciti mezzi per giungere ai fini sentiti personalmente come buoni.

Pace a tutti e una prece per il “fu”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

DANDO I NUMERI…

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Ehi, la sezione della Tradizione langue!

Possibile che interessi così poco? Va bene che, tolto qualcosa sul buddhismo, non è stata il fiore all’occhiello di Vecchia Eco…ma abbandonarla tutta sola, col suo stinto abituccio fuori moda, mi pare uno sgarbo bello e buono. Poi arrivano bellimbusti guenoniani a megafonare che è tutta loro e alludono pure ad una licenziosa intimità: mosci come sono mi pare impossibile! Non solo: una fila di evoliani che pare un serpentaccio quant’è lunga, aspetta in buon ordine il permesso di entrare (nella fila spicca a tratti qualche strano esemplare di individuo assoluto: ma sembra finto).

Convenitene: è una visione che colpisce, tant’è che ne rimango rincitrullito e, per qualche attimo, do i numeri.

Uno (Unità)

La corrispondenza musicale è con la nota generatrice dei toni, dunque presuppone il silenzio; la rispondenza geometrica è il punto che presuppone il vuoto, nella tradizione occidentale è la sovressenzialità, cioè causa non causante; nella Cabbala è ayn, il nome più segreto di Dio: il nulla.

Per i pitagorici era “assenza di opposizione” e sottolineavano che “il tutto è uno”.

Secondo Clemente, quando Alessandro interrogò i Sapienti dell’India su quale fosse il precedente, il giorno o la notte, essi risposero “Un giorno”.

Il sacrificio dell’unità genera la molteplicità delle opposizioni, il sacrificio delle opposizioni riconduce all’unità.

Splendido il breve dialogo del Rumi su ritorno all’uno: “Un uomo bussò alla porta dell’amico. “Chi è là?” “Io” “Non c’è posto per due”. L’uomo ritornò dopo un anno di solitudine. “Chi è là? “ ” Tu o Amato” “Poiché sono Io, che Io entri” “Non c’è posto per due in un’unica casa”.

Dice Ciuang Tse: “Al grande principio di tutte le cose c’era il senzaforma, l’essere impercettibile, non c’era nessun essere sensibile e pertanto nessun nome. Il primo essere che fu, fu l’uno. Si chiamò norma la virtù emanata dall’uno che creò tutti gli esseri. Moltiplicandosi senza fine nei suoi prodotti, questa virtù partecipata si chiama in ciascuno di essi: sua parte, porzione, destino. Nell’essere che nasce certe linee specificano la sua natura. In questa è il principio vitale. Ogni essere ha la sua maniera d’agire che è la sua natura propria. E’ così che gli esseri derivano dal principio”.

Due (Dualità)

Nella musica è con la prima nota generata, nel tono minore o maggiore, a distanza di un’ottava. Nella rispondenza geometrica è l’estensione del punto, cioè la linea.

Per i pitagorici  la dualità è il primo numero pari, femminile, simbolo di giustizia in quanto divide in parti uguali.

La dualità è vista come divisione dell’unità o sua addizione. Simboli della dualità sono il sole e la luna, il maschile e il femminile, forma e materia, notte e giorno, fas e jus.

Il due cabbalistico è la seconda lettera, beth, che mostra alto e basso, inferno e paradiso, secolo ed eternità. Soprannaturalmente si va dall’uno al due, naturalmente si va dal due all’uno.

Tre (Triade)

La somma dell’uno e del due è lo scambio, la neutralità: diversità (duale) e necessità (uno) si conciliano nella triade: rapporto necessario di diversi, cioè consonanza. Rapporto tra due rapporti uguali e uno diverso: asimmetria  e simmetria nella tonalità di più colori, nella sezione aurea delle composizioni architettoniche.

L’impari non è divisibile in parti uguali ma è suscettibile di armonia. Tre sono le parti del giorno: aurora, mezzogiorno e crepuscolo e anche le fasi lunari (se non si tiene conto della distinzione di levante e calante).

La triplicità è propria dei mostri e degli dei, cioè dei principi delle cose.

La Cabbala parla di tre madri: alef, mem, scin: acqua, aria, fuoco: come legge triadica che presiede a ogni figura. Geometricamente il tre è la superficie.

Quattro (Quaternità)

Sulla base del tre si leva verso il punto del vertice (uno) la piramide, che nasce dal rapporto di quattro punti. I pitagorici affermarono che il quattro è più perfetto del tre: esso segna il concretarsi dell’armonia in forme visibili: è il quadrato della giustizia, corrisponde ai quattro elementi, alle quattro direzioni dell’orizzonte, alla ripartizione del circolo diviso da due diametri, all’anno diviso in quattro stagioni, alle quattro età dell’uomo, alle quattro virtù cardinali, ecc.

Carl von Eckartshausen (uno dei rarissimi discepoli della Rosacroce visibili) espose la dottrina della quaternità che ispirò Goethe in alcuni passi sul mistero del quattro, numero in cui ritorna l’unità. Plutarco, in De musica, osserva che le quattro corde della lira danno gli intervalli fondamentali: ottava, quinta, quarta e tono.

Teone di Smirne scrive che il quattro è il principio dei solidi geometrici, poiché “ lo sperma corrisponde all’unità e al punto, l’accrescimento in lunghezza alla diade e alla linea, in larghezza alla triade e superficie, quello in profondità alla tetrade e ai solidi”.

La tetraktis è il rapporto tra 4 e 10 (10 = 1 + 2 + 3 + 4); gli elementi della piramide sono 10, cioè 6 linee e 4 punti.

Cinque (Pentade)

Secondo il quinario: Dio, angelo, anima, corpo, mondo (Kircher); cinque corrispettive conoscenze: mente, intelletto, ragione, immaginazione e senso; cinque sensi: udito, vista, olfatto, gusto e tatto. L’elenco potrebbe continuare. Per i pitagorici, il cinque che si rappresenta con il pentagramma, è detto matrimonio, perché unisce il molteplice: corrisponde alle dita di una mano, è il massimo di figli possibili ad un solo parto, è ciò che mette in rapporto i quattro elementi, cioè la quinta essenza (ovvero: Aurum potabile, Acquapermanens, Vinumardens, Elixir vitae, Solutiocoelum).

Se il tre è l’estensione infinita, il cinque pone la limitazione: il simbolo è la rosa canina a cinque petali che conduce a unità la divisione nel tempo. Filone in De plantatione: “ Quando nell’anno e numero 4 sarà stato consacrato ogni frutto dell’anima, nell’anno e numero 5 noi ne avremo il godimento e la fruizione poiché è detto: al quinto anno mangerete il frutto”.

Nella meditazione islamica si distinguono 5 centri nel corpo. S. Domenico istituisce, nel 1206 per ispirazione della Vergine, il rosario a tre serie di cinque misteri ciascuna. Cinque sono le piaghe del Cristo. Nella Svetasvara Upanishad il 5 è un fiume con cinque correnti (i sensi), cinque rapide (grembo, nascita, invecchiamento, malattia e morte), cinque ostruzioni (ignoranza, egoismo, attaccamento, avversione, aggrapparsi alla vita).

Sei (Esade)

Sei è metà trai numeri pari, fra 6 e 10. Secondo Clemente d’Alessandria (Stromata), Cristo salì il Tabor come IV, si illuminò divenendo VI, mettendo a nudo il potere che da Lui procedeva; fu proclamato Figlio di Dio dal VII, cioè dalla Voce, affinché avessero riposo coloro che lo vedevano; così Egli, attraverso la sua nascita (VI) diventando VIII, appare come Dio nella forma umana. Perciò si dice che l’uomo fu creato il VI giorno, intendendo colui che fosse fedele a Cristo VI. Il sette glorifica l’otto: “coeli enarrant gloriam Dei”.

Rumi dice: “Il padrone del cuore (il Santo) è uno specchio a sei facce, attraverso lui Dio guarda nelle sei direzioni”.

Il moto dell’anno da solstizio a solstizio avviene in 6 mesi, dividendo le 4 stagioni in sei parti ciascuna si ottengono le 24 quindicine dell’anno.

Per Kircher il sei simboleggia queste verità: “lo scendere della luce è il salire della tenebra…, che la forma attuale diventi materia potenziale significa che la materia potenziale diventa forma attuale”.

Sette (Eptade)

Quattro, o materia, più tre, o spirito, dà sette ovvero completezza.

Filone (De opificio mundi) dice che il 7 è l’unico nella decade perché non è generatore ingenerato come l’uno, non è generato non generante come l’otto (generato dal 4 ma nulla generante entro la decade), mentre poi 4 è generato è generato è generato da 2 e generante (8): perciò 7 è Vergine, Immobile e Increato, perché non si muove ciò che non è generato e non genera, come 0.

Sette le note della scala temperata, le fasi lunari, i pianeti, i colori dell’arcobaleno. 7 sono i movimenti: in su, in giù, a destra, a sinistra, avanti e indietro e in circolo: la grammatica della danza in rapporto al lavoro, al cielo e alla creazione, essendo ogni numero un modello di mediazione fra ordini diversi. Lo spazio è settemplice se alle sei direzioni si aggiunge il centro da cui partono. Aristotele ci informa che il quattro è potenza, il tre attualità: e la somma è la sapienza. Sette veli di luce (e tenebra) coprono la faccia di Dio e sette sono i gradini verso il Tempio o il paradiso.

Le antiche tradizioni ritrovano nelle pratiche occulte il settemplice ordinamento: i sette chakras dello yoga, le sette stazioni di S. Agostino; l’illuminazione musulmana attraversa la successione di sette colori, corrispondenti ai sette punti individuati dai Cabbalisti ed ai sette strati: terra, acqua, aria, fuoco, sole, luna e stelle.

Persino W. Reich, nella sua psicologia visionaria, individua sette anelli della “corazza” con cui il nevrotico si difende dalla vita (anche il Groddeck consiglia di sperimentare le genesi della corazza così: si provi a reprimere all’improvviso un pensiero che interessi molto e si scopre che ciò non è possibile senza contrarre i muscoli dello stomaco).

Nel sistema dei sette doni dello Spirito Santo è la sapienza che degusta Dio. Nel sistema dantesco dei cieli, il settimo è quello della contemplazione.

Nella psicologia sperimentale si impone la realtà del sette, poiché analizzando la capacità di reagire a stimoli diversi si è accertato che, per l’intensità del suono, per il sapore, per la percezione visiva, come per altri stimoli, nell’uomo la capacità di distinguere è limitata a sette varietà; è settemplice la “capacità di canale”, come dice il gergo. Si può andare oltre il sette soltanto combinando ordini diversi: ad esempio forma, colore e sapore, e in tal caso si arriva al massimo di 150.

Non mancherebbero: l’ottoade, il nonade e la decina, con cui la fanno finita i pitagorici ma non altri, ma suppongo di aver tormentato un po’ troppo me stesso e chi, malauguratamente, perderà il suo tempo con queste strane righe.

 

TRADIZIONE

PENSIERI SULLA DISCIPLINA

Beatrice eterna

Se vi va ritorno alla Concentrazione, tenendo in conto lo scritto precedente.

E se non vi va vi ritorno lo stesso. Perché? Perché so e lo sappiamo – bene o male non importa – che questa prima e primaria disciplina non è mai capita seriamente e, al contrario, viene osteggiata, evitata, minimizzata, rifiutata, persino negata. Basta che uno trovi qualcosa che scaldi il cuore e ben presto scalcia via l’operazione principale.

Inoltre vi è un esercito composto da coloro che affermano e riaffermano di averla fatta, anche per molto tempo ed ossessivamente, con risultati nulli o addirittura disastrosi, giungendo ad un giudizio implicito o esplicito che nega non soltanto il suo senso ascetico/realizzativo ma togliendole pure il valore minimo di strumento necessario per avviarsi verso meditazioni più complesse…o affascinanti. Persino chi pratica la Concentrazione non riesce a trattenere qualche lamento, a discutere sugli scarsi risultati, o a distrarsi per qualche fenomeno singolo e singolare.

In realtà, non l’esercizio in sé, ma il parlarne proprio come faccio io ora, è un modo di camminare lungo il ciglio di un burrone, poiché ci si dovrebbe render conto che ogni parola sull’argomento può facilmente diventare una distrazione, una dialettica ulteriore nei confronti di ciò che consiste solo nel superamento di ogni dialettica, di ogni ragionamento, in quanto la Concentrazione esige soltanto una totale focalizzazione dell’attenzione cosciente su di un semplice oggetto di pensiero.

Che poi, dietro a questa ultima riga corsivizzata, in pratica ci stia un mondo intero di esperienze, lotte, trascendimenti e sconfitte, ruzzoloni e risalite così tante che l’esperienza di una intera vita sembri essere un tragitto troppo corto, è un fatto che vale o meno per il cammino individuale, diverso per ognuno di noi.

I testi esplicativi ci sono, fruibili senza difficoltà esteriori. Cito, di Steiner, Verità e Scienza e La Filosofia della Libertà, di Scaligero, Il Trattato del Pensiero Vivente, L’uomo interiore e Il Manuale pratico della Meditazione.Poi in pratica, uno può trovare maggiore consonanza di comprensione anche con altri libri. Ne cito troppo pochi? Credo di no, se si fa sul serio: pensare che La Filosofia della Libertà potrebbe essere limitata o limitante è solo pensiero che ancora ignora o un pensiero incapace. Parlo raso terra: di solito occorrono anni per iniziare a capirci qualcosa: produrre in sé il filo dei suoi pensieri consumandone la necessità dialettica potrebbe essere la principale dedizione dell’intera vita. Parlo grossolanamente in termini di tempo umano/sensibile e non sfioro nemmeno la radicale, estrema comprensione che sarebbe l’essenziale necessario per trasfigurare il tutto in luce/potenza dell’Io. Sembra oltremodo sparuta la falange di uomini veri capaci di dedicare ad un solo gesto metafisico l’intera vita!   Non dico che ciò sia l’unico sentiero: è l’indicibile qualità dell’atto interiore quello che, prima o poi, ineludibilmente, ci aspetta in mezzo alla strada.

Dire,come ho detto, “fruibili” è in effetti quasi una presa in giro perché l’occulto non si rivela (a meno che il termine venga kremmerzianamente letto con il significato più letterale di “velare ulteriormente”). Sembra un paradosso ma per l’occulto vale ciò che nella vita comune non viene a consapevolezza, cioè si conosce non l’ignoto ma quello che è possibile ri-conoscere.

In altre parole: riesco a comprendere quello che ho sperimentato e che poi riattingo dal mio bagaglio rappresentativo. Ed il resto? Sono bravissimo persino a non vederlo nemmeno.

In effetti, nei Gruppi un tempo fondati da grandi Personalità, si ritiene ancora che La Filosofia dellaLibertà sia “più” importante delle altre cose: così il suo studio avviene dopo molto tempo con membri selezionati. Un Circolo nel Circolo…cosa  farà mai? Si legge e si rilegge, poi a capo si ripete. Per decenni. Così nel Circolo ci si muove in circolo…

Sperando in una revulsione della coscienza pensante che è impossibile per il pensiero discorsivo o più probabilmente confidando con laica religiosità in un futuro compenso spirituale per la tanta abnegazione profusa.

E su tali comportamenti non vi sarebbe nulla da ridire o da ridere poiché l’atto interiore suggerito quasi al principio della stessa Opera, l’ osservazione del pensiero voluto, è un atto eccezionale (così lo giudica l’Autore stesso) che per la sua inusitatezza si situa lontano dai normali contenuti della coscienza e che l’anima, conformemente alla sua condizione di squilibrio rifiuta profondamente. Risulta insufficiente anche l’uso di raffinata cultura o di una robusta logica che, visti i frutti prodotti dagli studiosi più accurati, partorisce ulteriori commenti che, messi insieme, fanno Accademia, non trasformazione interiore (il peggior commento possibile ai migliori commenti e rivisitazioni possibili è che tutto ciò distoglie dal vero oggetto di studio: l’anima gioisce per gli acuti commenti e forse per aver evitato – ancora una volta – il confronto con la fonte dell’insegnamento.)

Di solito, anche con l’aiuto di testi come quelli indicati, bisognerebbe indagare, frugare nel pensiero, spiarne le mosse: non nei pensieri che sono sempre uguali a sé stessi: qualunque forma essi prendano si affacciano alla coscienza sempre con la medesima dinamica. Che non si può catturare ma talvolta spiare con destrezza e destità. I testi ci possono aiutare solo nel caso in cui si tolgano le indicazioni dalla carta stampata e divengano interrogativi o strumenti nostri, cioè mezzi di attenzione e riflessione per la nostra attività. A tutta prima ciò può sembrare un lavoro sgangherato e difficile: ci si ingarbuglia perché ci si agita…finché ci si accorge che l’agitazione non porta a niente.

Allora – faccio un esempio concreto – in un momento non assillato, ci si può sedere su una panchina, guardare la pietra, l’arbusto o i cubetti del selciato che ci stanno davanti e chiedersi: cosa vedo? Perché lo vedo? Senza darsi risposte artefatte: si dovrebbe in tali casi essere liberi e indipendenti anche dal Dottore. Allora prima o poi forse capiremo qualcosa di concreto circa il nostro atto pensante, su come comprendiamo ciò che ci sta davanti. E magari ci accorgeremo che questo comprendere è un fenomeno eccezionale, tutt’altro che ovvio, rimasto sempre nascosto dalla nostra immensa capacità di banalizzare ogni cosa, di ri-velare tutto col sudario del nostro forsennato monologo interiore.

Ci accorgeremo che il mondo esistente è reale solo in quanto investito dal nostro pensare e inizieremo a sospettare che vedere un mondo vasto e ricco presuppone una Potenza di Pensiero che c’è, che da noi fluisce e che ordina il mondo..ben oltre i pensieri di cui abbiano ordinaria (semi)coscienza sebbene questi siano gli assistenti necessari per la nostra (semi)autocoscienza.

Allora può sorgere un sentimento peculiare, una condizione interiore di severa meraviglia verso il semplice, abituale fatto che noi pensiamo: questa è la condizione che ci dispone ad operare al rito della Concentrazione.

Cosa nuova che è la metamorfosi di cose antiche: se qualcuno di voi porta con se il peccatuccio di esperienze nella magia rituale sa bene quale attenta cura  deve essere dedicata ai preparativi, il rigore nei movimenti, l’attenzione alle parole, l’esattezza nella costruzione dei segni: un rito cerimoniale ti lascia più morto che vivo per la fatica e l’attenzione richiesta.

Anche la Concentrazione è un rito: il Rito immediato. Giungere ad averne coscienza è la condizione affinché questa disciplina non si accartocci in una contraffazione: ciò di cui poi ci si lamenta come di un tempo ed uno sforzo sciupato.

Per il miglior svolgimento del rito serve l’attitudine migliore: che non cresce nei parchi protetti e nemmeno è venduta in bottega.

Se la si scambia per un sentimento, l’esercizio cola a picco, se la si contrae ad un mero riordino cerebrale è come non fare niente o peggio.

Trattasi di “severa meraviglia”, potrei anche dire “devota scientificità”…purtroppo le parole sono impotenti, ma se pensate ad una mia personale bizzarria, vi ricordo quello che vaticinò il Dottore per gli scienziati nella sua visione di dopodomani: gli scienziati del futuro avrebbero dovuto essere una sorta di sacerdoti in laboratorio. La nostra interiorità è il laboratorio che ci è concesso da subito. Dove scienza e rito possono unirsi in un’unica azione. Qui ci sono due caratteristiche, ancora in contrasto nel mondo attuale, che nel discepolo della Scienza dello Spirito possono fondersi.

Per parlare chiaro qui si indica un prodotto, una condizione, uno stato che, coltivando in proprio gli esperimenti, come l’osservazione volitiva riguardo al pensiero che si pensa, può sorgere quando l’anima impara a cogliere “a volo” il miracolo del nostro pensare, la sua immensa eccezionalità: occorre solo pensare e poi guardare: vedere e prendere coscienza di quello che si intravvede. Basta essere attenti e svegli ai confini della ordinaria coscienza pensante.

Poi serve non dissipare le “impressioni conoscitive” guadagnate: e serbarle in una piccola zona (un cassetto dell’anima non sfiorato da alcun pensiero).

Da aprire rapidamente quando ci si accinge al compito più alto della più alta magia contemporanea. Prima, non durante.

Terminata l’operazione, potrebbe essere una sorta di intuita necessità mantenere per qualche minuto il silenzio ed il tono che ne risulta, ma senza alcun compiacimento: questa inferenza  basterebbe per ostruire l’eccezionale canale che si era formato tra le due sfere ordinariamente contrapposte: quella del volere e quella del pensare. V’è una tersa zona del cuore che sa benissimo tutto questo.

Poi si riprende mondo e vita comune, proibendosi astrazioni o futili sentimentalismi: ci si dedica al percepito sensibile dimenticando rispettosamente il rito del pensiero che si è svolto. Si esca dal sacro laboratorio in semplicità…scienziati e sacerdoti: uniti in perfetto equilibrio nell’Opera della reintegrazione alla Potenza che “move il Sole e l’altre stelle”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

PENSIERO IRRIVERENTE

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Che ne dite se tiriamo su dal pozzo sempre ombroso della Via del pensiero, qualche pensierino, anche se poi rischiamo sempre di farci male… Ve ne siete accorti? Vale la pena?

Sarà perché le diversità tra gli uomini sono grandi e poi perché pensieri e parole non sfiorano nemmeno un percorso così intimo, solitario e variegato. In sede d’apprendimento o di giustificazione logica già sembra che ci sia di mezzo una variante della maledizione di Babele, dove ogni voce sgomita per esprimere i giudizi o i vagiti più insensati o stravaganti.

Però la polifonica più stonata appartiene ad un limite decisamente basso, ipogeico e decisamente superabile: non si tratta, come vorrebbero le linguacce, di acritico accoglimento del verbo di chi, affascinandoci, per intrinseca debolezza umana poniamo sul trono del magistero (è interessante che proprio chi pensa in questo modo è, di regola, succube dei tromboni che a paludarsi da maestri e iniziati con l’astuzia dei rubagalline, ci marciano e ci mangiano a crepapanza secondo la natura della filiera alimentare darwiniana).

Al contrario, il solo avvicinarsi alla disciplina del pensiero, implica un grande sforzo di conoscenza e di volontà: la “persuasione” michelstaedteriana necessaria per osare un passo nell’Opus solare può, per molti, essere il primo risultato di un lungo (parliamo di anni o di tanta polenta) e sofferto incontro a schiaffoni (e altri tormenti: già la vita comune ce ne offre con lieta abbondanza) con la propria anima, assieme a quel briciolo di logica che viene usata per connettere qualsiasi cosa ma mai quale possa essere il suo significato per la coscienza da cui sorge: non ce ne accorgiamo ma è il primo seme di quella impersonalità che non è vuota parola  e che anzi, seppure ad intervalli aritmici, è una delle colonne fondanti della verità oltre la meschinità personale che, prima, era l’unico nostro mondo.

Certo, occorre l’aiuto, la trasmissione. Qualcuno che sia desto per scuotere gli addormentati.

E, come tutti sanno, nemmeno questo è sufficiente. Piaccia o meno, a monte della nascita, deve esserci stato un accordo o un legame che le dissoluzioni non possono disarticolare: un nesso sacro, adamantino.

Questa immagine non piace al soggetto ribelle (anche se essere ribelli è spesso una ottima attitudine), quello che si crede coi piedi ben piantati, che non vuole legami e aiuti: un modo di sentire e di pensare (di essere) che sarebbe rispettabilissimo se fosse puro e sincero: peccato sia spesso un’astrazione, quasi sempre sostenuta da una congrua dose di miopia, ignoranza e insincerità. Al punto che ogni tentativo di fornire a questa orgogliosa condizione dell’anima, idee, spunti di riflessione, angoli d’osservazione non usuali, è fatica sprecata.  Eppure nella realtà comune il contadino che seminasse su lastre di granito sarebbe un pazzo.

In effetti qui incontriamo un’altra delle leggi che governano i “mondi superiori” e, come in alto così in basso, pure il nostro (in quanto mondo di anime): si comprende davvero solo quello che già si sa, che in qualche modo è stato sperimentato anche se in forma diversa e inconsapevole.

Non è una regola volatile, cambiata dal tempo in cui Platone identificava la conoscenza con il ricordo.

L’obiezione che non potevamo ricordarci di questo o quello poggia sul ridicolo assunto che nell’archivio della coscienza non c’era.

Immaginate una sala più grande di 100 stadi di calcio e, da qualche parte metteteci una candelina: illumina intorno a sé una periferia ridottissima, poi solo ombre indistinte e un buio immenso. La candelina è la nostra autocoscienza e nell’immenso buio opera l’anima nostra. Mi pare che il Dottore dica, con un filo d’umorismo, che se la vita del nostro essere dipendesse dalla personale coscienza desta, moriremmo in un amen.

Il dottor Colazza, collaborando spregiudicatamente nel gruppo di Ur, offre allo studioso molti consigli e indicazioni pratiche. Alcune delle quali volte a potenziare il senso del ricordo.

E’ improbabile che ne sia stato fatto un serio uso.

Eppure la vita del ricercatore assumerebbe una notevole e diversa dimensione se l’atto del sapere fluisse nella coscienza come un intimo ricordo – sebbene sconosciuto –  della nostra propria anima: l’effetto collaterale consisterebbe nell’embrionale ma certa consapevolezza dell’immensità che l’anima cela nella tenebra: oltre i bordi della coscienza desta, da cui al massimo sbucano frammenti di sogno che spesso non hanno né capo né coda ma da cui molte anime attingono speranze e vaticini.

Mi sto già portando troppo in là, poiché anche quello che in buona fede si crede di sapere non è mai vero che sia scontato.

In realtà tutti hanno ragione, specie quelli che non si avvicinano alla concentrazione: nessuno andrebbe spinto a farla. Sfido io, non è mica la scelta del colore dei calzini!

In tanti casi è l’approdo dopo un lungo viaggio sul mare. Può iniziare solo quando altre avventure hanno terminato di farci palpitare, quando la barca di molte illusioni riprende il largo senza di noi.

Naturalmente esiste una via più veloce e diretta, ma implica un surplus di sforzo e coraggio e l’intuizione sacra della necessità dell’azione nel punto dove il terreno sotto i piedi sembra mancare: si apre un baratro nella vita e finalmente si salta!

E’ un’azione maledettamente obbligata: da Pitagora alla Golden Dawn, da Patanjali a Steiner, da Tilopa a Scaligero, da Ramakrishna a Reghini, non trovi uno che in salse diverse non l’abbia indicata come il gradino iniziale della Grande opera di reintegrazione nello Spirito.

Questo valeva anche quando il transito dalla percezione della materia sensibile al mondo della vita creante era, per molti versi, piuttosto facile. Però, come ho detto, è atto differibile se siamo ancora alle prese con situazioni ed eventi che assorbono ancora tutto il nostro essere: cullato o affogato nel suo saṃsāra.

Poi però la corrente mahayanica e successivamente il tantrismo scoprirono che l’ascesa e la liberazione non implicava il distacco dal divenire… magari con l’aiuto di mediazioni.

Noi, storicamente e strutturalmente siamo andati avanti: ci siamo spinti più avanti. Per i tradizionalisti questa “evoluzione” è una fregatura bella e buona, poiché a ragione, vedono il peggio: la decadenza e la morte dell’antico splendore, il Caos dove regnava l’ordine del Cielo.

E’ davvero difficile, per chi sia compiutamente incarnato e dotato di buona vista, trovare qualcosa che, ai nostri giorni, possegga il carattere del bello, del vero e del buono a cui tuttavia le anime umane anelano… semprechè non ci si accontenti della giornata trascorsa senza troppi danni.

Oppure, nel campo dello Spirito, quando si trovi un borghesissimo equilibrio tra l’asprezza lacerante della realtà e appaganti comunelle in cui, con o senza tè e pasticcini, si chiacchieri di profonde verità spirituali che appagano con l’aiuto del comfort, menti e cuori.

E’ l’immensa saggezza dell’equilibrio tra una vita tranquilla ed il moderato esercizio interiore: così tutto è stimolante e facile (gradevole) alla digestione, come affermava una vecchia pubblicità e la sensatezza trionfante.

Gli arieti – quelli che danno testate ai bastioni di pietra dura – non andrebbero nemmeno commiserati. Andrebbero abbattuti, come tutte le bestie stupide e fastidiose poiché cozzano continuamente contro gli ostacoli impossibili. Insistono senza speranza (Steiner usa la parola “rassegnazione”). Tutti gli spiritualisti di buon senso dovrebbero convenire che una rassegnazione attiva, imprudente, che non molla, che non molla mai di dar testate, è più scandalosa di un bestemmione rimbombante in una chiesa.

Eppure mi chiedo (stupido come sono): “Cosa potremmo fare senza la concentrazione?”.

Se il termine, troppo ripetuto, finisce con l’irritare, possiamo anche sostituirlo con “attenzione polarizzata” o con l’esotico tatraka, termine ambiguo perché comunemente si traduce con “fissazione” (ma il bello dei termini in sostanza intraducibili è che possiamo ritradurli a piacere nostro). In fondo ci alleniamo a far convergere tutte le potenze interiori verso una semplice immagine di pensiero, preparandoci prima con un percorso discorsivo breve, ma voluto. Riscaldare muscoli, stirare tendini è cosa ben conosciuta in tutti gli sport, assai meno nel tentativo occulto.

Già, cosa potremo fare senza la capacità di portare l’attenzione polarizzata su qualcosa per più di un mezzo respiro? Ovviamente niente di speciale.. .ma la natura aiuta e si campa lo stesso. Però in questo caso, se esisteva nel vostro cuore uno speciale ricordo, una vampa di nostalgia per lo Spirituale che chiedeva di rafforzarsi, di farsi sentire anche oltre, correte pure in chiesa o nella loggia o nei gruppi: lì troverete un po’ di soddisfazione, forse troverete qualche sintomatico che attenua il “morso del serpente”. Quasi certamente il prezzo da pagare sarà l’inganno: ingannerete voi stessi e il mondo. Così vanno le cose: ciò che non si tenta di attuare è tradimento: molti discepoli hanno tradito il Dottore, molti amici hanno tradito Scaligero.

Ruffiani e prostituti sono emersi dal fondo, come bolle di metano. Attivissimi nel depredare o nello scalare le vette ove le corrispondenti funzioni avrebbero dovuto essere di severo sacrificio di sé. Le sparse mandrie applaudono a cotante, iridescenti bolle, volgendo (talvolta) con malcelata antipatia occhiate interrogative agli insignificanti arieti. Vedono molta arroganza, presunzione, esasperato individualismo… insomma nulla di buono nella dichiarata ossessione di questi ultimi.

Tutto comprensibile, poiché la mandria non concepisce la singolarità, la spoliazione animica, il distacco interiore…

…in cui gli arieti trovano, con la concentrazione a lungo perseguita, lo spazio vuoto d’anima, dove le forze del mondo possono manifestare la propria realtà di vita-luce o almeno annunciare l’alba del Sole.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL PENSIERO È L’ESPRESSIONE DELL’UOMO

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Rimango sempre un po’ stupito (o stupido) quando vedo sorgere, come i funghi dopo una pioggia, incertezze di tutti i tipi che riguardano la preminente posizione del pensiero anche quando la si raffronti con la restante organizzazione dell’entità umana.

Sarà perché ho fatto le scuole di una volta, in cui anziché cominciare coi cromosomi, davano un principio chiaro e solido: l’immagine generale del mondo conosciuto.

Regno minerale, regno vegetale, regno animale e l’Uomo a coronamento; che si distingueva con un bel salto per la capacità di pensare.

Tempi ingenui o maggior chiarezza di visione?

Certo è che quasi tutti i grandi esponenti dell’Arte e della Scienza e direi indipendentemente dalla propria visione del mondo, materialista o idealista che fosse, mostravano per il pensiero un rispetto, un entusiasmo o una sacra riverenza, si chiamassero Goethe, Conan Doyle o Rutherford. Ciò faceva parte di un generale sentire.

Il limite dovremmo conoscerlo piuttosto bene: tutti a usare il pensiero, nessuno a considerarlo per sé stesso. Sul versante magico-occultistico-religioso era ed è anche peggio: il pensiero veniva e viene certamente usato ma assai spesso valutato come un nemico dell’esperienza trascendentale e qui il mio Oriente, compreso in superficie, banalizzato, tradotto per cretini, non aiuta.

Situazione curiosa ma non tanto: è connaturata: se uno cammina, guarda il paesaggio o tende al punto d’arrivo, non le gambe che lo portano verso quel posto.

Ciò vale anche nelle attività dove il pensiero regna sovrano, come nella scienza della fisica o della matematica (non accenno ai filosofi che non esistono più). Ho chiesto spesso a matematici e ricercatori qualcosa in merito. Qualcuno mi ha persino confidato di avere l’impressione come di entrare in un altro mondo…ma se arrischiavo un accenno sul pensiero come un fenomeno in sé, scattava sempre una difesa e coglievo un netto rifiuto dell’anima verso una tale impudente stravaganza. Un giorno colsi al volo come l’anima del sapiente fisico che mi stava davanti, letteralmente si schivava per non beccarsi lo shrapnel dell’orribile idea che gli lanciavo.

Siccome non sono nato ieri e ho avuto grande interesse per i rapporti comunicativi e culturali, posso dire d’aver trovato, nel tempo, tantissimi disposti a pensare: pensare qualsiasi tema ma mai nessuno che potesse prendere in considerazione il pensare. Sto dicendo una sciocchezza: in verità ho trovato parecchi affascinati dalle ricerche scientifiche che, guidate e devotamente sostenute dal diavolo, scambiano l’effetto con la causa, così giungendo a pensare che il pensiero sia vibrazione, onda magnetica, reazione elettrochimica e altre cose del genere, ora poi si fotografa la zona del cervello che si attiva in una determinata attività…e il dubbio, se c’era, scompare. Magari scompare anche la ventennale ricerca del MIT che annunciò, fuori da ogni dubbio, che vent’anni di meditazione modificano sensibilmente l’amigdala, ossia il contrario.

In opposizione allo scientismo ruvidamente primitivo, in molti ambienti che si dicono ispirarsi alla Scienza dello Spirito fa da ospite fisso uno spiritello misticheggiante che, sgomitando da destra a sinistra, tende ad imporre la pretesa della primogenitura al sentire e, in casi più rari, al volere. Anche in questi casi vige il primitivismo della forza apparente poiché ad uno sguardo infantile la forza delle emozioni e risultati volitivi si impongono in chi, forse inconsapevolmente, limita sé stesso nel sensibile. Ma senza il coraggio di accompagnarsi a Freud  che non aveva torto se, nell’osservazione medico-psichiatrica, constatava come la libido fosse la forza più attiva e pervasiva nell’uomo comune. L’occultismo serio avrebbe potuto dargli ragione, vedendo nell’uomo un coacervo di bramosia al 90% (la “sete” menzionata dal Cristo).

Eppure non occorre essere “iniziati” e nemmeno asceti per riconoscere (osservare) che quelli che di solito chiamiamo sentimento o volontà ci portano dritti dritti nella sensazione corporea: stimolatori delle funzioni corporee per eccitare l’anima, per far godere l’anima di momenti di eccitazione. Così questo circolo (vizioso) si chiude in cerchio: per questo si assumono droghe: chimiche o “spirituali”. Con la loro assunzione il circuito anima-corpo-anima è soddisfatto ed energizzato. Ciò viene scambiato per “elevazione”.

Il pensare è l’unica tra le attività umane che riesca a sottrarsi a tale, semi-animalesca condizione: l’unica attività che ci dia consapevolezza del mondo, di noi stessi e di capire qualcosa delle relazioni che intercorrono tra i fenomeni.

E’ persino possibile produrre una sorta di condizione patologica nella quale i sensi siano intatti e non si possa più pensare. Ripeto che questa è una condizione patologica. Però interessante, radicale. In questo stato si vede ogni cosa, si sente tutto, eccetera, ma non si sa cosa si vede, cosa si sente: non si sa nemmeno che si sta vedendo, udendo…: si vede il colore rosso ma non si sa cosa sia il colore, si percepiscono gli oggetti ma non si sa cosa siano, non si sa nemmeno cosa sia una forma, sebbene gli occhi funzionino alla perfezione: tra un portacenere e un elefante non v’è differenza alcuna.

Insomma, il pensiero, sperimentato nella sua forma più comune, è già qualcosa di immenso: una eccezionalità rara che la natura/struttura umana porta in sé come un dono sacro. So di aver già parlato di questo, ma è, al negativo, una delle condizioni più splendide per comprendere nettissimamente come, senza pensiero, l’uomo sia un nulla. Meno d’un animale, meno di una pianta.

Allora può sorgere un senso adeguato e possiamo dirci che il pensiero è già una realtà possente che, fluendo incessantemente, donandosi illimitatamente (qualcuno lo chiamerebbe Amore, parola che l’uomo ha prostituito) dà realtà al mondo e a noi stessi.

E non è nemmeno “invisibile”!

Mettetevi seduti e guardate un oggetto qualsiasi. Siete sicuri che quell’oggetto sia reale e permanente? Di solito tutti rispondono (precipitosamente) che è proprio così.

Ma per quanto tempo? Non vi siete mai accorti che, se l’attenzione pensante si dirige su altro o su un tema, gli occhi non vedono più l’oggetto? E ciò, per chi non è addestrato, capita di continuo. Voglio solo dire che l’oggetto appare e scompare e, poiché avete fiducia nelle “cose”, formulate un pervasivo giudizio subconscio di certezza nella stabile realtà delle stesse. Mentre è possibile che l’oggetto sia quello che appare solo perché pensato. Mi sa che dire che una tal cosa esiste anche prima e poi sia suppergiù un atto di fede.

Oppure, in alternativa, la matita o il sasso visti sono pensieri temporaneamente…visibili!

Nell’esperienza interiore infatti, una tra le situazioni che si possono sperimentare è del tutto rovesciata rispetto all’apparente sostanzialità del mondo sensibile, e chi, troppo precocemente, si vedesse in questa situazione, si annichilirebbe di paura poiché vedrebbe che si sta muovendo nel vuoto o sopra un abisso, sostenuto, come il ragno col suo filo, solo dal pensiero: come un funambolo, lì pensi e, solo per questo fatto, non cadi.

Ho osato dire che matita o sasso potrebbero essere pensieri visibili, allora oso ancora senza nemmeno usare parole mie ma di un utente di Eco che non ha mai scritto e questo è un vero peccato perché è un gigante e se scrivesse “con le migliori intenzioni” schiaccerebbe involontariamente le sciocchezze che si dicono gratuitamente.

Lasciamogli la parola: “E’ molto semplice: basta prendere l’immagine dell’ago con la quale si fa concentrazione e avere il coraggio di ammettere che è una realtà pari a quella del muro che ci sta di fronte o quella della voce di un amico. Semplicissimo: è reale ed esistente come il muro”.

Giacché lui non è me, posso anche dirlo: una vita intensa e cinquant’anni di discipline di tutti i…colori per dichiarare…l’ovvio? E molti penseranno: “Così poco e nessuna bancherella di bamboline e manufatti antroposofici…mancano i fatti, manca l’azione”.

Rispondo indegnamente al suo posto: “Espletate fino in fondo, scrupolosamente, fatiche e doveri che la vita vi ha posto davanti? Date un aiuto a chi ne ha bisogno? Non evitate nulla? Oltre a ciò tentate giornalmente l’azione più difficile e torturante che nemmeno il “divin Marchese” avrebbe escogitato? Avete imparato a strizzare l’anima oltre voi stessi? Se foste davvero sinceri in “pensieri, parole e opere” dovreste dirmi: “E’ impossibile fare di più!”.

Se non lo dite (con la testa gioiosamente illuminata da mille pensieri) vi state burlando di me (niente di grave) e di voi stessi (guai seri!).

Eppure ci si dovrebbe contenere: un pensiero che non abbia uno straccio di coerenza con la percezione dovrebbe essere avvertito come sospetto. Non che il pensiero non possa strutturarsi come qualsiasi altra cosa, ma implica un lavoro poiché pensare e non solo venir pensati dalla psiche e dal corpo è veramente difficile. Sulla indicazione del Dottore, fate un altro esperimento. Iniziate a leggere l’Etica di Spinosa: vi mancherà il terreno sotto i piedi alla seconda o terza riga perché non si è abituati al pensare come attività individuale non corporea. E’ una esperienza penosa che avverte il lettore come esso sia solo capace di riconoscere le parole. Troverete di persona come sia profondo il solco tra l’articolare parole ed il pensare pensieri. E vedrete pure come il “sapere” non aiuta.

Però in questo modo si può comprendere come l’Opera di Steiner venga letta ma raramente pensata. Era l’unica cosa (di essenziale) che il Dottore chiedeva. E se non viene pensata cade il palco su cui si recita l’antroposofia o si vagheggia persino il suo superamento: in sé non impossibile, ma di sicuro non da un livello in cui essa ancora non c’è, sebbene se ne parli all’infinito. Sì, miei cari, quietamente contesto la Scienza dello Spirito discorsivizzata perché, se fosse reale, sarebbe in contraddizione con sé stessa!

E’ in questo luogo inesistente che avvengono le scaramucce o le battaglie tra correnti e fazioni, di solito a colpi di brani scritti dai Maestri. Questo è il vero teatro delle contrapposizioni, delle dogmatizzazioni, cioè del niente che si oppone al niente: a gloria della consolidata liturgia delle rappresentazioni personali.

Quanto sarebbe invece necessario pensare con rigore pensieri liberi dal nostro mondo soggettivo: radicalmente, fino a consumarne l’impronta sensibile. Chi osa ciò accende, per uomini e spiriti, una luce in entrambi i mondi.

SCIENZA DELLO SPIRITO,

PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE VI ARTICOLO

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(VI e ultimo articolo)

Cari amici, dopo aver dato uno sguardo alle colonne del nutrimento umano, vorrei concludere con un’aggiunta che tratta di qualcosa che può essere di beneficio a tantissimi (a tutti). Su ciò, sono molte le voci della Comunità scientifica che hanno affermato essere una delle più importanti scoperte avutesi tra la fine dello scorso secolo e l’attuale. Confermo nella mia personale esperienza che la salute generale è nettamente migliorata. Abbraccia tutta la condizione psicofisica, attenuando gli stati infiammatori e la depressione; rende più fluido il sangue e ci rende più svegli senza il contraccolpo del caffè. Sembra ridurre molto i rischi di ictus e infarti…ma ne riparliamo poi. Le mie conoscenze specifiche non sono solide, perciò saccheggio due tra i massimi esperti di grassi alimentari: Udo Erasmus e Donald Rudin. Con il loro aiuto torno a quanto accennato nell’articolo sui nutrienti grassi.

Acidi grassi essenziali

Generalmente, i grassi alimentari hanno una cattiva fama ma alcuni grassi non solo non sono insalubri ma sono essenziali per la salute. Per esempio, gli acidi grassi essenziali (EFA) ricoprono un ruolo fondamentale per l’efficienza della digestione e la salute delle articolazioni. Le deficienze di EFA sono anche collegate ai disturbi cardiovascolari, al cancro, al diabete, all’artrite, a funzioni immunitarie indebolite e a molti altri problemi di salute. Avere la fobia per i grassi che porta sino all’eliminazione anche dei grassi salubri è un problema molto serio. Molte persone hanno adottato la fissa che “grasso è male” e la applicano a tutte le fonti di grasso e di olio.

Se gli EFA mancano, o ne sono presenti pochi, nasce il problema: sono essenziali perché il corpo non può produrli. Devono essere forniti attraverso la dieta. I nomi dei due EFA sono: acido alfa-linolenico (LNA) e acido linoleico (LA).

Di solito l’LNA viene chiamato EFA Omega-3 e l’LA EFA Omega-6. Il fabbisogno di Omega-6 è superiore a quello di Omega-3, quindi è necessaria un’assunzione di Omega-6 superiore a quella di Omega-3.

Gli EFA Omega-3 sono chiamati comunemente grassi Omega-3 e gli EFA Omega-6 sono i grassi Omega-6. Sono effettivamente due famiglie di grassi, non solo due singoli acidi grassi essenziali. In realtà (contraddicendo quello che ho scritto sopra) la maggior parte delle persone consuma troppi Omega-6 in confronto all’assunzione di Omega-3, arrivando, secondo Erasmus e Rudin, ad un rapporto di 10 a 1 o addirittura di 30 a 1.

Molti cibi comuni contengono gli Omega-6 ma nella dieta tipica sono pochi gli alimenti che contengono gli Omega-3, se non in piccolissime quantità. Quindi la dieta generica ha pochissimi Omega-3 ma molti Omega-6 e solitamente Omega-6 di cattiva qualità. Il rapporto ideale fra Omega-6 e Omega-3 sembra essere 3-4 a 1 o forse addirittura 1 a 1.

I rapporti alti fra Omega-6 e Omega-3 sono associati a rischi di problemi cardiovascolari, ad alcuni tipi di cancro e all’inasprimento delle tante risposte infiammatorie. Sono gli Omega-3 quelli da aggiungere alla nostra dieta per correggere il rapporto tra Omega-6 e Omega-3. Comunque, per la maggior parte di persone, oltre ad aumentare gli Omega-3 è necessario ridurre l’assunzione di Omega-6.

Sebbene la quantità effettiva di grassi Omega-6 nella dieta tipica sia più che sufficiente, solitamente la qualità dei grassi Omega-6 è scarsa. C’è un grosso bisogno di arricchire le nostre diete con dei grassi Omega-6 di buona qualità, riducendo le fonti inferiori.

Riducendo l’uso degli olii raffinati per cucinare: di mais, di girasole e semi che le persone usano per pesanti fritture (ancor meglio eliminando del tutto il fritto) e inserendo l’olio fresco d’oliva, di girasole, di sesamo, ecc., sostituirete gli Omega-6 inferiori con gli Omega-6 superiori, anche mantenendo la medesima quantità complessiva (nella maggior parte dei casi è meglio ridurre l’assunzione complessiva di Omega-6).

In combinazione con un grosso incremento di Omega-3, migliorerete di molto l’assunzione complessiva di acidi grassi.

Fondamentalmente, e ciò non era scritto nel precedente articolo sui grassi, la fonte di Omega-3 che le persone conoscono, cioè i pesci grassi come sardine, sgombro e salmone, non contiene tutta la famiglia di Omega-3.

Il pesce grasso non contiene il membro principale della famiglia, l’acido alfalinolenico (ALA) da cui si producono gli altri membri: l’acido ecosapentenoico (EPA) e l’acido docosaessaenoico (DHA).

Sebbene il pesce grasso contenga i membri EPA e DHA della famiglia Omega-3, questi membri non sono utilizzabili dal corpo per produrre l’ALA. Così, qualunque sia il vostro consumo di pesce grasso, sarete comunque deficienti di ALA, il membro principale del gruppo Omega-3, a meno di avere nella dieta una fonte ricca di ALA.

Dove potete trovare l’ALA? L’olio di semi di lino è la fonte più comune (è un olio delicato, potete trovarlo in farmacia e negozi specializzati, ma se, appena aperto risulta irrancidito, riportatelo indietro. Dopo l’uso riponetelo subito nel frigorifero). L’olio di canapa è un’altra fonte ma è molto meno disponibile dell’olio di semi di lino (è possibile anche mangiare i semi di lino: vanno macinati e mangiati immediatamente. La maggior parte delle persone troverà l’olio più gustoso e comodo.

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Almeno per qualche mese, un’assunzione esagerata di Omega-3 attraverso l’olio di semi di lino, dovrebbe essere una buona idea. Secondo Erasmus e Rudin, fino a 3-5 cucchiai distribuiti nell’arco della giornata: per bilanciare l’arretrato dello squilibrio del rapporto tra Omega-6 e Omega-3 che la maggior parte delle persone pratica da molti anni. Ciò andrebbe combinato con una significativa riduzione nell’assunzione di Omega-6 di cattiva qualità e relativa sostituzione di essi con Omega-6 di buona qualità.

Rudin consiglia di usare lo stato della pelle come indice dell’adeguatezza dell’assunzione di Omega-3. Mani, piedi, gambe e gomiti aridi sono segnali comuni di una deficienza di Omega-3. Sorprendentemente, scrive Rudin, le persone con con mani, piedi e altre parti del corpo molto secche, hanno una produzione eccessiva di olio sulla fronte, sul cuoio capelluto e sul naso. Questo olio in eccesso può causare la forfora, oltre ad altri problemi. Con il miglioramento della pelle, la produzione eccessiva di olio nelle altre parti tende a normalizzarsi.

Quando la pelle è liscia e morbida, senza secchezza – processo che può necessitare di un solo mese o due oppure di molti – è il momento per ridurre le alte assunzioni di 3-5 cucchiai di olio di semi di lino al giorno. Una volta corretta la deficienza di Omega-3, passate ad un’assunzione più bilanciata con soli 1-2 cucchiai di olio di lino al giorno, assieme ad un po’ di pesce grasso due volte per settimana. Ricordatevi di trarre la maggior parte di grassi Omega-6 da fonti di qualità, come i semi crudi di girasole, l’olio di semi di girasole e di sesamo. Un ottimo apporto pratico e piacevole è abituarsi a mangiare giornalmente un pugno di noci. Inoltre eliminate possibilmente tutti gli alimenti fritti dalla dieta ordinaria. Se ciò vi è impossibile, usate allora olio di olive, di cui il nostro Paese e in genere, tutti i paesi mediterranei abbondano: è un olio robustissimo che si altera poco o difficilmente.

L’olio d’oliva meriterebbe un discorso a sé: come detto, non si altera, è un potente battericida e pulisce tutto: pelle e intestini. In alcune zone del nostro Sud, per tradizione, un cucchiaio di olio d’oliva a stomaco vuoto è il purificatore sovrano dell’organismo nel passaggio dall’inverno alla primavera.

Per evitare errori o discussioni banali, bisogna ricordarsi che aggiungere molti cucchiai di olii sanissimi aumenterà non poco l’assunzione calorica. Se non si vuole ciò, per compensare, occorre ridurre le calorie da qualche altra parte.

Qui non ho parlato di sciocchezze da dimenticare subito dopo la lettura: vi sono patologie che obbligano i medici a stendere ricette per l’assunzione di acidi grassi essenziali che vengono venduti in farmacia e sono a carico della Sanità nazionale come “salvavita”.

Spero che i vegetariani non siano scandalizzati dalle indicazioni sul pesce grasso. Se sì, non so che farci: alle volte una visione del mondo può non coincidere con risultati certi di osservazione scientifica. Comunque, una integrazione di olio di semi di lino e l’assunzione giornaliera di alcune noci, in tali casi, è un ripiego onorevole e sufficiente.

SALUTE

LA CONFEDERAZIONE ITALIANA DI GEMINELLO ALVI

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Per Marsilio editore è uscito il libro “La confederazione italiana” (pagg. 383, euro 22) del discusso ma mai banale Geminello Alvi. Col suo barocco stile, enciclopedico, aforistico e biografico qui propone soltanto la rigenerazione del nostro Paese. Iniziando da un quadro grave, dove le persone per bene devono definirsi anarchiche, strette tra “cretini in tortura del prossimo” e “politicastri in finzione di rissa”. In questo nuovo medioevo di “oligarchi in lotta”, la repubblica è divenuta “un catorcio putrefatto” e simili amenità.

Prendendo atto che “l’Italia unita è finita, pure se a Roma se ne continua la recita” ed “ il caos pensa per noi “, affiora la parte costruttiva del libro. Qui Alvi scrive dell’Italia “com’è in cielo: perché è fuori dal corpo che si fa il corpo”. Per rigenerare la nostra patria occorre una “percezione dell’umanità che sia alta, celeste come le stelle”. Serve il libro dell’Apocalisse, fondante ma “eluso dall’inciviltà presente”.

Sono tanti i nomi (numi) che Alvi interroga: Dante, Brunetto Latini, Collodi, Mazzini, Garibaldi, Gioacchino da Fiore (suo il disegno di copertina), Vincenzo Cuoco, Macchiavelli, D’Annunzio. E gli ispiratori presenti più forti: Rudolf Steiner e Adriano Olivetti. Grazie al loro insegnamento è possibile immaginare la Confederazione Tripartita, libera unione di municipi italici che devono abbandonare la repubblica.

Come rammenta lo Steiner, il motto “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza” va inteso per tre domini distinti: libertà nel mondo dello spirito, uguaglianza nel diritto e fratellanza nella vita economica. Ogni confusione è malsana. Dunque lo stato “minimissimo” della Confederazione deve garantire l’uguaglianza dei cittadini, senza immischiarsi nell’economia e nella cultura.

Quest’ultima deve riscoprire le virtù rinascimentali, le radici pagane e sposarle ad un “cristianesimo senza preti”. Rimangono, per una vera adorazione, le Madonne “amate per istinto in confusione di divinità egizie, sofianiche, pitagoriche o fate turchine. Sono la mamma e nostra salute, la santa Iside Sophia”.

L’ordine economico avrà tre monete: d’investimento, di scambio, di dono e rifiuterà il capitale fittizio della finanza. Poi Alvi, con serietà scrive anche gli articoli costituenti la Federazione. Senza illusioni: ammette che la Confederazione conterebbe ben pochi, “forse me solo”. Alvi questo non lo dice ma sa bene di non essere solo (è scaramantico).

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LIBRI E AUTORI, TRIPARTIZIONE SOCIALE

PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE V ARTICOLO

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I Carboidrati

Dopo aver scritto qualcosa su l’apporto di proteine e grassi, mi dirigo verso l’ultimo dei macronutrienti: i carboidrati. In definitiva, la quantità di carboidrati da assumere viene determinata dall’apporto di grassi e proteine, e coprirà il resto del fabbisogno calorico dell’individuo.

Che cosa è un carboidrato? I carboidrati sono sostanze organiche il cui ruolo principale nel corpo è fornire energia per le varie reazioni che si verificano su base quotidiana. Tutti i carboidrati sono composti di catene di carbonio, idrogeno e ossigeno legate in anelli. I carboidrati provenienti dalla dieta possono presentarsi in catene lunghe da un solo anello fino a 10000 anelli legati insieme.

I carboidrati a catena singola sono detti monosaccaridi, ovvero zuccheri semplici e comprendono il glucosio, il fruttosio e il galattosio. Quando i monosaccaridi si legano, formano i disaccaridi: gli esempi sono rappresentati da saccarosio (una molecola di glucosio legata ad una di fruttosio), lattosio (glucosio + galattosio) e maltosio (glucosio + glucosio).

Catene multiple di monosaccaridi formano i polisaccaridi, ovvero amidi, detti anche carbonati complessi; gli esempi sono il pane, il riso e le patate.

Il principale utilizzo dei carboidrati nell’organismo è soddisfare i bisogni energetici. Che si tratti di alimentare necessità di energia immediata, a riposo o durante attività fisiche, o di essere immagazzinati per un impiego successivo, sotto forma di glicogeno nei muscoli, il principale scopo dei carboidrati è di fornire energia. In eccesso, come con proteine e grassi, i carboidrati possono essere trasformati in grasso che viene accumulato.

Le scorte totali di carboidrati sono molto più basse in paragone al grasso, quanto a deposito di energia. Una persona sedentaria può accumulare 1700 calorie come glicogeno, con 400 calorie nel fegato, mentre gli accumuli di grasso possono totalizzare fino a 35000 calorie, supponendo circa 5 kg di grasso corporeo che sono relativamente pochi.

Un altro utilizzo di carboidrati, collegato ai bisogni energetici, è di risparmiare le proteine. Sebbene le proteine possano essere convertite in glucosio, non è vero il contrario. Un apporto insufficiente di carboidrati può causare la disgregazione di proteine muscolari e portare alla loro conversione in glucosio per fornire energia al corpo.

Pertanto un apporto sufficiente di carboidrati contribuisce ad assicurare che il corpo usi le proteine per la sintesi dei tessuti e non per soddisfare le necessità energetiche. Negli sforzi di breve durata vengono usati solo i carboidrati, nelle attività prolungate e con stimolo aerobico, a seconda dell’intensità si utilizzano sia grassi che carboidrati.

Qualità dei carboidrati, insulina:

Dopo essere stati mangiati, in definitiva tutti i carboidrati provenienti dall’alimentazione entrano nel flusso sanguigno o come glucosio (circa il 99%) o come fruttosio. Quindi, da un certo punto di vista, tutti i carboidrati sono sostanzialmente uguali. Esiste tuttavia una differenza nel tempo che impiegano per essere digeriti.

Come regola generale, le catene più lunghe necessitano di tempi più lunghi per la digestione e forniscono un’energia più durevole dei carboidrati a catena più corta. Le catene lunghe devono essere spezzate in catene più piccole nell’intestino, prima di poter passare nella circolazione sanguigna. Più lunga è la catena, più tempo ci vorrà perché si compia la digestione.

Abbiamo tutti sperimentato la breve “botta d’energia” seguita da un calo della stessa dopo aver mangiato uno snack dolce per avere “energia rapida”: ciò si collega al tema della qualità dell’energia ed è strettamente connesso ad un ormone detto insulina.

L’insulina viene rilasciata dal pancreas in risposta all’aumento della glicemia che si verifica dopo aver mangiato carboidrati e, in misura molto minore, proteine. Quando si mangiano troppi zuccheri semplici, la glicemia si alzerà molto rapidamente, facendo sì che l’organismo produca troppa insulina. Questa causa un calo del glucosio al di sotto del normale, facendo sì che si produca un tracollo energetico e che venga fame.

Al contrario, i carboidrati più complessi in genere, vengono digeriti più lentamente dei carboidrati semplici e non innalzano la glicemia così rapidamente. Ciò consente al corpo di rilasciare insulina in modo graduale per mantenere il glucosio nel sangue a livelli normali, senza crolli. Come regola generale, si dovrebbe evitare che l’insulina si impenni e poi cada di schianto come accade quando si consumano carboidrati semplici.

La sola eccezione che vale per gli sportivi, si ha immediatamente dopo un training in cui alti livelli di insulina possono essere benefici per il recupero. Su tutto questo non c’è da scherzare, visto l’aumento in verticale del diabete nei nostri Paesi.

Come regola generale, la maggior parte dei carboidrati della giornata dovrebbe provenire da fonti complesse. Ciò manterrà stabili i livelli di glucosio e insulina nel sangue, il che farà diminuire la fame e può essere benefico per chi ha come obbiettivo li dimagrimento o la stabilità ponderale.

La quantità di carboidrati consumata varierà a seconda dell’attività e del bisogno calorico totale. Ai fini pratici, ricordatevi che tutte le calorie non provenienti dal consumo di grassi o proteine proverranno dai carboidrati, forse il 55% – 65% della dieta quotidiana.

Ecco alcune porzioni tipiche di cibi contenenti carboidrati:

2 fette di pane: 30 g

1 tazza di pasta, riso ecc.: 30 g

1 patata al forno: 30 g

1 mela: 20 g

1 tazza e mezza di verdure: 30 g

Quindi l’apporto di carboidrati di un dato pasto potrebbe essere soddisfatto con una bella insalata o con una patata al forno o con un modesto piatto di pasta e così via.

La “piramide dei cibi” della Sanità consiglia 6 – 11 porzioni di cereali al giorno (una porzione equivale ad una fetta di pane o a mezza tazza di pasta) e 3 – 5 porzioni di  frutta e verdure al giorno (una porzione equivale a mezza tazza di verdure o a un frutto).

Sebbene i prodotti caseari siano una buona fonte di carboidrati e proteine, parecchi individui hanno problemi a digerirli a causa di una condizione chiamata intolleranza al lattosio. Questo disturbo affligge molte persone (ed è in costante aumento), specie in età adulta: è l’incapacità di digerire il lattosio, lo zucchero del latte. Alcune persone trovano più facile digerire lo yogurt piuttosto del latte e del formaggio, presumibilmente a causa della presenza di batteri che aiutano la digestione. I sintomi dell’intolleranza al lattosio includono gas intestinali, diarrea e indigestione. Vi sono diverse patologie in cui latte e prodotti caseari vengono tolti del tutto dalla dieta.

A commento finale direi che per l’apporto di cibo e calorie, aumentare le proteine è un metodo costoso, e aumentare la quantità di grassi si associa a una miriade di problemi di salute. I carboidrati, quando sono disponibili, sono il carburante preferito dal corpo. Sono relativamente economici e hanno un buon sapore. Un adeguato apporto di carboidrati contribuisce ad una attività ottimale e a una corretta energia funzionale.

SALUTE

PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE IV ARTICOLO

grassi alimentari

I grassi nella dieta

Come nel caso delle proteine, anche sui grassi la gente ha molte convinzioni strane o errate. La maggior parte di esse deriva dalla mancata distinzione tra la quantità dei grassi alimentari ingeriti e la loro qualità: tipi diversi di grassi hanno diverse conseguenze, sia positive che negative, che devono essere comprese per assicurarsi equilibrio e salute.

Cos’è un grasso?

I grassi sono sostanze chimiche che possono essere utilizzate in molti modi dall’organismo, come, ad esempio, essere bruciati per ottenere energia immediata, essere immagazzinati per una riserva energetica o venire incorporati nelle membrane cellulari. I grassi si dividono in tre categorie principali: trigliceridi, colesterolo e fosfolipidi.

Grassi semplici o trigliceridi:

questa categoria rappresenta circa il 95% della nostra assunzione giornaliera di grassi, perciò devo approfondirla. I trigliceridi sono composti da tre catene di acidi grassi legate a una sola molecola di glicerolo (ecco il motivo della parola “tri” e “gliceride”).

La categoria generale dei trigliceridi può essere ulteriormente suddivisa in tre, ed è proprio questa distinzione che tende a confondere le persone.

I nomi delle diverse sottocategorie si riferiscono alle loro specifiche strutture chimiche. Assai pochi alimenti contengono solo una categoria di trigliceridi e non le altre; di solito sono composti da una maggior percentuale di un certo tipo di trigliceride.

a) Grassi insaturi.

I grassi insaturi sono di solito divisi ulteriormente in grassi monoinsaturi e polinsaturi, ma ciò può essere una distinzione forse inutile per chi legge queste note.

Come regola generale, i grassi insaturi si trovano soprattutto nelle fonti lipidiche vegetali. A temperatura ambiente si trovano in forma liquida. Dal punto di vista della salute, questi grassi sono abbastanza “neutri” (se si eccettua il loro impatto calorico sui livelli di grasso nel corpo).

Esempi di alimenti che contengono alte quantità di grassi insaturi sono gli olii vegetali, le noccioline ed i semi, l’avocado e praticamente tutti i cibi di origine non animale che contengono lipidi. I grassi insaturi dovrebbero costituire la maggior parte della nostra assunzione lipidica giornaliera.

Meritano una citazione (ma ne scriverò in una prossima nota dedicata) due grassi insaturi speciali, cioè gli acidi grassi essenziali alfalinoleico e linoleico. Queste due sostanze (come gli aminoacidi essenziali) non possono essere prodotte dall’organismo, che se le deve procurare con l’alimentazione. Le persone che seguono diete esageratamente ipolipidiche (meno del 10% sul totale delle calorie giornaliere), o che, semplicemente, mangiano i grassi sbagliati, rischiano la carenza di acidi grassi. Questa deficienza si manifesta, all’inizio, con la secchezza di epidermide e capelli; in forma più grave, può provocare la rottura delle membrane cellulari. Gli acidi grassi essenziali si trovano in alimenti come l’olio di cartamo, quello di lino e la maggior parte di noci e nocciole.

Altri due grassi insaturi che (a ragione!) hanno ricevuto una sempre più vasta attenzione sono gli olii di pesce: l’EPA ed il DHA.

Un enorme numero di studi ha dimostrato che un buon consumo di queste due sostanze ha un effetto protettivo contro diverse malattie del sistema sanguigno e del cuore.

Come suggerisce il loro nome, questi due olii si trovano nei pesci grassi come il salmone, la trota, lo sgombro, le sardine ed il tonno fresco.

b) Grassi saturi.

I grassi saturi si trovano soprattutto nei cibi di origine animale e di solito si presentano in forma solida a temperatura ambiente (per esempio, la “marmorizzazione” di un pezzo di carne o il burro). Dal punto di vista della salute i grassi saturi tendono ad aumentare il livello di colesterolo, e sono stati associati a molte malattie degenerative (come quelle delle coronarie). Ogni grasso che si presenti solido a temperatura ambiente (con l’eccezione di quello di cocco e di mandorla) sarà principalmente di tipo saturo.

c) Acidi Trans-grassi

Chiamati anche olii vegetali parzialmente idrogenati, questi acidi trans-grassi si formano quando i produttori alimentari prendono dell’olio vegetale e lo arricchiscono con l’idrogeno per renderlo semi solido (per esempio, la margarina), che ha una durata molto superiore. Gli acidi trans-grassi si trovano solo negli alimenti raffinati, e sempre più studi suggeriscono che queste sostanze hanno sulla nostra salute effetti negativi molto maggiori rispetto ai grassi saturi. Evitando i cibi molto raffinati, minimizzate il consumo di queste sostanze (che infatti stanno sparendo da quasi tutti i prodotti e sostituiti con olio di cocco, assai più sano ma dieci volte più calorico di molti altri olii).

Colesterolo:

Anche se tecnicamente non si tratta di un grasso, il colesterolo è una sostanza chimica spesso associata al grasso. E’ una molecola steroidea ed è coinvolta in molte reazioni che avvengono nel corpo, tra cui la produzione di tutti gli ormoni steroidei (tra cui il testosterone e l’estrogeno). Ora non abbuffatevi di uova (parlo ai maschietti); in questo modo non si può aumentare la produzione di testosterone a meno che il livello del colesterolo sia molto basso. Questa sostanza i trova solo negli alimenti di origine animale: per esempio, in 85 grammi di carne ci sono, in media, 100 milligrammi di colesterolo.

In condizioni normali, il fegato produce molto più colesterolo (circa 1000-2000 milligrammi al giorno) di quanto se ne possa ingerire attraverso il cibo. In generale, il consumo di colesterolo ha pochissimo effetto di questa sostanza nel sangue.

Allora perché si insiste tanto sulla necessità di diminuire la quantità introdotta con gli alimenti?

Come detto, questa sostanza si trova solo negli alimenti di origine animale, che contengono, di solito, grassi saturi; le prove mostrano che questo tipo di grassi stimola il fegato a produrre altro (più) colesterolo ed è pure il maggior responsabile di malattie cardiache, molto più del colesterolo.

In generale, diminuendo l’assunzione di grassi saturi, si smorza la produzione eccessiva di colesterolo.

Fosfolipidi:

Questa è la terza categoria di grassi a cui accenno brevemente. I fosfolipidi sono simili ai trigliceridi, ma in questo caso almeno una delle catene di acidi grassi è stata sostituita da un composto contenente fosforo. I fosfolipidi vengono utilizzati dalle membrane. La lecitina ne è un esempio: funziona da emulsionatrice dei grassi (ovvero rompe le grandi molecole di grasso in pezzettini, che possono stare sospesi in acqua). Perciò la lecitina viene utilizzata molto nei cibi raffinati (viene impropriamente pubblicizzata come elimina grassi). Una ulteriore assunzione di questa sostanza, non miracolosa, è inutile, perché il corpo la produce abbastanza in fretta.

Le utilizzazioni del grasso nel corpo:

dopo la digestione, processo in cui i trigliceridi vengono scissi in acidi grassi liberi e glicerolo, i grassi possono seguire diverse strade nell’organismo. Se le calorie consumate sono in eccesso, i grassi vengono immagazzinati come grasso corporeo da essere utilizzato in futuro. Oppure gli acidi grassi liberi possono essere bruciati in ogni tessuto come fonte energetica, ad esclusione del cervello. Gli acidi grassi essenziali vengono usati soprattutto per ricostruire un tessuto e vengono racchiusi (insieme al colesterolo) nelle membrane di tutte le cellule. I grassi sono necessari anche per l’assorbimento delle vitamine liposolubili A, D, E e K.

La presenza di lipidi nei pasti ha un’importante conseguenza che merita di essere citata: rallenta la digestione. In particolare i trigliceridi sono lenti da digerire e rallentano l’entrata in circolo delle altre sostanze nutritive. Questo aspetto (le sue implicazioni) è importante per chi volesse dimagrire. L’esperienza mostra che un’alimentazione particolarmente ipolipidica (dove i grassi non giungono a costituire il 10% delle calorie complessive) può lasciare un gran senso di fame a breve, e portare chi la segue a sovralimentarsi di altri cibi.

Di quanti grassi si ha bisogno? Non è semplice rispondere: considerando il legame tra una eccessiva introduzione di grassi (specialmente saturi) e molti problemi di salute il consiglio che di solito veniva dato sino a pochi anni fa e rimasto nelle teste e nei periodici spazzatura, era quello di ridurre il consumo.

In effetti molte organizzazioni che si occupano di salute hanno raccomandato di mantenere il livello dei grassi al di sotto del 30% delle calorie complessive. Non più del 10% deve provenire dai grassi saturi, e il consumo di colesterolo deve essere al di sotto dei 300 milligrammi giornalieri. Come punto di riferimento, in Occidente si ingerisce in media il 36% delle calorie complessive sotto forma di grasso. Poi, la natura ossessiva di molti salutisti è stata di portare al minimo l’assunzione di grassi. Ignoro volutamente in questo articolo, la possibilità di una carenza di acidi grassi essenziali. Invece ricordo la certa correlazione tra l’assunzione di grassi ed i livelli di testosterone. Dunque è possibile che una alimentazione troppo ipolipidica possa diminuire il testosterone e rallentare alcuni processi fisiologici.

Un buon compromesso potrebbe essere quello di consumare una dieta in cui il 15-20% delle calorie totali sia rappresentato dai grassi, privilegiando soprattutto quelli di origine vegetale (olio d’oliva!), ma mantenendo quelli saturi per assicurarsi livelli ottimali di testosterone.

Per i grassi essenziali, del tutto necessari, non dovrebbe essere superato un cucchiaio da tavola al giorno: gli olii di cartamo e di lino sono due delle migliori fonti. Qui non parlo della quantità di olio di pesce, ma sulla linea nutrizionale sarebbe sufficiente consumare qualche tipo di pesce grasso all’incirca due volte per settimana e non meno.

Non è difficile consumare quantità adeguate giornaliere di grasso. Se non si eliminano completamente alimenti come semi, noci, pesci grassi, olio d’oliva ecc., i grassi non possono scendere al di sotto del 15% delle calorie totali. Mentre qualcuno consuma ancora troppi grassi: esagerare con le quantità è dannoso proprio come ridurle troppo. Come in quasi tutti gli aspetti della vita, dobbiamo sempre cercare il giusto equilibrio.

SALUTE

Un libro di Scaligero tradotto per l'area germanofona

Die Logik

Un libro conforme allo spirito delle origini

Massimo Scaligero:

La logica come avversario dell’uomo

La reincarnazione dei libri esiste. Forse così si dovrebbe comprendere il vecchio detto “Habent sua fata libelli” (Anche i libri hanno il loro destino) sebbene questa verità non sembra essere stata presa in considerazione fino ad oggi. Chi avrebbe l’audacia di scrivere oggi una storia della filosofia come una sequenza ritmica di incarnazioni di una determinata serie di libri? Per esempio partendo da “De principiis” di Origene circa u il suo ulteriore destino in “De divisione naturae” di Erigena, in “De vita rerum naturalium” di Paracelso, negli “Scritti di scienze naturali” di Goethe, fino a “La filosofia della libertà” di Rudolf Steiner. Il passaggio a una tale storia della filosofia, guardato sotto l’aspetto scolastico e tradizionale, sarebbe senza dubbio accompagnato dalla sensazione, come la dovrebbe vivere un botanico, quando venisse liberato su un prato in fiore dopo una lunga reclusione in un deposito di legname.

Non è un caso, che io abbia scelto la la sopraccitata serie di libri.

La stupefacente opera di Massimo Scaligero mi ha riempito di sicurezza già dalla prima pagina che quella serie di libri è stata continuata nei nostri tempi e se non oso definire questo libro una diretta incarnazione fisica del capolavoro (chef d’oeuvre) di Rudolf Steiner, garantisco però senz’altro la connessione eterica. (I grandi libri, come le grandi individualità non si incarnano sempre nel fisico, ma si accontentano anche di un’esistenza eterica o astrale).

Forse non ha molto senso presentare tali libri nel senso di volerli interpretare con parole proprie. Leggendo ci si deve immergere profondamente e solo allora portarli fuori non con una propria interpretazione bensì con i propri pensieri trasformati. Lo dico senza tanti preamboli: l’impressione era inaspettatamente sbalorditiva. La grande filosofia mi sembrava veramente, secondo il testo  di Husserl “La crisi della scienza naturale europea…” una “per-sempre-addormentata”… Lo stesso Heidegger, malgrado tutti i suoi talvolta sorprendenti raggi di luce, aveva l’aspetto di una cupa mistica nuvola, che copre il gigantesco e direi quasi già invisibile sole. Il libro di Scaligero mi ha accecato nel vero senso della parola, non come un bagliore arabico-newtoniano di un conglomerato meccanico, ma con quella fonte di vita alla maniera di Goethe o di Giovanni. Poi mi venne in mente che non si trattava per niente solo di un’opera filosofica, bensì di un libro-mistero, una specie di iniziazione nel sacramento del pensiero. Il titolo del libro stranamente non corrispondeva al suo pieno contenuto: “La logica come avversario dell’uomo” (con una visibile reminiscenza di “Lo spirito come avversario dell’anima” di Klage, secondo me un’allusione superflua, che del resto manca nel titolo originale “Lalogica contro l’uomo”), questo concordava solo con la prima parte del libro, ma non alludeva per niente alla seconda, in cui si tratta della trasformazione della logistica divenuta morta in una logosistica e in cui, quindi, il confronto passa organicamente all’armonia generale: la logica per l’uomo. Sì, un libro-mistero che conduce il lettore attraverso gli infiniti riti dell’orrore della moderna mancanza di pensiero e lo porta sulla via del pensare.

La prima parte – “Il mito della scienza” – sembra essere proprio una specie di Kama-loka dell’attuale filosofia in cui l’idolo cartesiano-kantiano che si è appropriato da usurpatore tutti i diritti sull’Io, in una frappante panoramica degli eventi postumi è dato alla purificazione di sé. E’ significativo che la struttura stessa della prima parte è stata trattata, direi quasi, in modo regressivo, cominciando dall’immagine totale delle “Forme logiche del declino interiore” fino al punto di partenza del “Il realismo ingenuo codificato: la nuova logica analitica”. In fondo si potrebbe definire tutta questa prima parte anche come  una logica e concreta realizzazione delle raccomandazioni che purificano il pensare nella teoria della conoscenza di Rudolf Steiner (del “Maestro dei Nuovi Tempi”, come è chiamato nel libro di Scaligero). Si richiami alla memoria queste raccomandazioni: “Se ora si dice: elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso” (“Verità e scienza”). E ancora: “Se si vuole veramente comprendere il conoscere in tutta la sua reale entità, si deve indubbiamente comprenderlo anzitutto dove è esposto al suo inizio, dove comincia” (sic). Questo suona estremamente semplice e chiaro, ma solo colui il quale ha provato a realizzare quel che è stato detto sa quale enorme abisso sta nascosto dietro a queste parole. Qui la teoria della conoscenza sperimentò per la prima volta una valenza di mistero iniziatico, perchè non posso definire diversamente queste affermazioni di Rudolf Steiner che non come la preparazione del pensiero (in fondo l’abitudine agendo solo come pilota automatico di frasi fatte) all’incontro con il Guardiano della Soglia e la sua vera scaturigine, dov’è attribuito al pensiero incantato da una nomenclatura narcotica, di riconoscere la sua origine in un alto grado angelico. Quindi era quello che era stato espresso in maniera metodicamente così dura in questo libriccino “Verità e scienza”, implicante nient’altro che l’iniziazione attraverso la morte – la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza – e una riduzione della coscienza al grado zero, cioè a tale vuoto originario secondo cui la conoscenza non poteva essere nessuna sciocchezza di tutti i generi di sistemi e discorsi, bensì solamente un esame eseguito davanti alle Gerarchie ed una licenza per collaborare con loro alla creazione continua del mondo. In questo modo trovo il motivo per cui il filosofo Rudolf Steiner è stato logicamente passato sotto silenzio dai filosofi del XX secolo – accoglierlo, seriamente parlando, significherebbe pronunciare irrevocabilmente su se stessi una condanna a morte.   Forse Husserl era l’unico che osò questa purificazione della coscienza dalla stalla di Augia – stranamente senza avere una pallida idea di Rudolf Steiner e partendo soltanto da una fonte di verità profondamente sentita. (Del resto a questo punto sarebbe importante seguire la sua relazione intellegibile attraverso la ‘mediazione’ di Franz Brentano) Ma Husserl stesso non si decise ad andare fino in fondo rispetto all’inizio – in modo bello e profondo ha parlato di ciò Michael Kirn nella sua introduzione al libro di Scaligero. Nel sopraccitato libro questa grande autopurificazione del pensiero si è ora realizzata in modo radicale (“radicale fino al delitto”, come avrebbe detto Nietzsche).

Comunque io temo che anche questo libro sarà circondato dal complotto unanime dell’occultamento filosofico. I filosofi si sono abituati strettamente al “comfort” e alla “praticability” del pensare. Se gli psichiatri americani, svolgendo un incarico del rettore di un “college”, sono riusciti a diagnosticare come…schizofrenico l’autore della “Fenomenologia dello spirito”, che cosa resterebbe da dire sul probabile destino in questo mondo del libro di Scaligero? Non si dovrà tuttavia perdere la speranza. Non è da escludere che un bel giorno appaiano altri psichiatri profondi, la cui diagnosi sarà totalmente contraria, pressapoco nel modo seguente: tali libri, come quello di Scaligero, non sono per niente trattati filosofici, bensì una “conditio sine qua non” della salvezza animica. Chi rifiuta la purificazione offerta da essi e la Via, si condanna a priori al…cretinismo, dal quale nessuna cattedra e nessun premio Nobel potrà salvarlo. Crede esperto.

                                                                                                                  Karen Swassjan

Massimo Scaligero: Die Logic als Widersacher des Menschen. Verlag Urachhaus. Stuttgart  1991 

Questo scritto apparve sul Das Goetheanum del febbraio 1992

L’amico Franco lo pubblicò, tradotto, su l’Archetipo, come parte di una risposta ad un lettore. Con il suo permesso metto questa critica su Eco. Interessante la casa editrice. E’ quella della Comunità dei Cristiani. Interessante anche il fatto che il libro non abbia mosso un pelo delle grandi anime (antroposofiche) attive nell’area germanica. 

SCIENZA DELLO SPIRITO

PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE III ARTICOLO

quali-alimenti-contengono-proteine 

(Principi sensati della nutrizione, III articolo)

LE PROTEINE

Dopo aver discusso dell’acqua e del consumo di prodotti agricoli non lavorati, mi rivolgo ai tre principali macronutrienti, cioè proteine, carboidrati e grassi.

In modo discutibile, le proteine si sono affermate quasi fossero i nutrienti più importanti: visione prevalente negli Stati Uniti, ha raggiunto un notevole livello di percezione anche qui da noi come se diete fortemente proteiche fossero indice di maggior salute e dinamismo: il toccasana per chi vuole essere forte e magro. Sottolineando per contrasto come i responsabili dei malanni siano ovviamente i carboidrati ed i grassi.

Leggiamo addirittura affermazioni in cui si parla di apporti proteici massicci: fino a 400 g al giorno. Dietro a ciò ruotano forti interessi economici poiché dietro a simili numeri è visibile l’interesse alla vendita di integratori di polveri proteiche.

Altri integratori, specialmente gli aminoacidi in capsule vengono pubblicizzati come una necessità assoluta.

Dal momento che intorno alle proteine sembra esserci tanta confusione, come anche veri e propri raggiri, esse saranno esaminate per prime.

Cosa sono le proteine?

Esse vengono usate come mattoni di costruzione per molti tessuti del corpo umano: sono composte da aminoacidi: questi ultimi sono 22. Le proteine vengono usate nel corpo per molte funzioni, compresa la riparazione dei tessuti e la sintesi degli ormoni.

In modo molto generale, gli aminoacidi possono essere suddivisi in dispensabili e indispensabili (questa terminologia ha sostituito la vecchia etichetta di non essenziali ed essenziali). Gli aminoacidi dispensabili possono essere fabbricati dall’organismo a partire da altri aminoacidi. Gli aminoacidi indispensabili possono essere forniti solo introducendoli con la dieta.

Un altro aspetto importante è il concetto di aminoacidi come fattori limitanti della velocità delle reazioni: l’organismo ha esigenza di aminoacidi specifici per diverse reazioni nel corpo. Ogni singola proteina ha un particolare aminoacido che sarà limitante: nel senso che sarà usato per primo in una data reazione chimica.

Le proteine si trovano in molti cibi. Sebbene tendiamo a pensare alle proteine come cibi di origine animale, per esempio carne, formaggio e latte, molte fonti di proteine di origine vegetale, come i fagioli e il tofu, sono anch’esse eccellenti.

Tutti i cibi contengono aminoacidi, in quantità variabili, compresi gli aminoacidi che agiscono come fattori limitanti della velocità di reazione. La conseguenza pratica è che gli aminoacidi dovrebbero essere fatti derivare da una varietà di fonti alimentari, in modo che nessun aminoacido particolare diventi eccessivamente limitante nell’organismo.

Si è generalmente pensato che le fonti vegetali di proteine, come i cereali e i legumi, siano di qualità inferiore alle proteine del latte e dell’uovo, a causa di una quantità relativa più bassa di un aminoacido o di un altro. Le fonti proteiche vegetali in genere possiedono uno o più aminoacidi in quantità ridotte, il che ha fatto sì che ci si riferisse a loro come proteine incomplete.

Non è del tutto accurato, dal momento che tutti i cibi contengono almeno alcuni aminoacidi.

E’ semplicemente che le proteine di origine vegetale tendono ad essere più povere delle proteine animali nei loro aminoacidi con funzioni di fattore limitante.

Ma in natura, gli aminoacidi che i cereali, come pane e pasta, contengono in basse quantità, sono contenuti in grandi quantità nei legumi. E gli aminoacidi scarsi nei legumi sono contenuti in grande quantità nei cereali. Ciò, nella pratica, conduce a mangiare proteine complementari nello stesso pasto per ottenere una proteina “completa”, cioè per minimizzare la presenza di un aminoacido limitante.

Secondo osservazioni recenti, non è indispensabile che le proteine complementari siano consumate nello stesso pasto: legumi a pranzo si combineranno adeguatamente con cereali a cena. Finché si segue una dieta con fonti proteiche varie, in generale questo non dovrebbe essere un problema.

I cibi proteici vengono scomposti nello stomaco e nell’intestino in monopeptidi, dipeptidi e tripeptidi, cioè, rispettivamente, catene di uno, due e tre aminoacidi. Queste vengono assorbite nell’intestino tenue e poi impiegate nell’organismo. Catene proteiche più lunghe non possono essere assorbite dalle pareti dell’intestino. Deve essere notato che, una volta che le proteine sono entrate in circolazione come mono-, di- e tripeptidi il corpo non riconosce la fonte di tali aminoacidi. Pertanto, che si mangi un pezzo di pollo, una fetta di tofu o il nuovo prodotto bio-energizzato-ultramegabolico, il risultato finale sarà lo stesso: più aminoacidi in circolo nel sangue. Idem per le capsule di aminoacidi, sia in forma libera che a catena ramificata o in legame peptico. Anzi, considerati i costi, queste soluzioni (parlo in particolare ad atleti) sono di danno al portafoglio.

Oltre al loro carico di aminoacidi, i cibi proteici contengono altri nutrienti di estrema importanza per crescita e salute, alcuni nemmeno ancora scoperti. Nessun integratore può fornire un nutriente che non sia stato ancora scoperto.

Di quante proteine necessitiamo?

Qui la polemica è infinita. Da un lato gli apporti dietetici raccomandati che affermano il bisogno, in individui di taglia media, sui 55 grammi per gli uomini e 44 grammi per le donne. All’altro estremo si insiste su apporti di 5/7 g di proteine per kg di peso corporeo.

Occorre fare una precisazione: gli studi che indicano il fabbisogno proteico partono dall’importante presupposto che l’apporto calorico sia adeguato.

Infatti diversi studi che mostravano come fosse necessario un massiccio apporto proteico erano viziati da una vistosa inadeguatezza dell’apporto calorico. Perciò è plausibile che gli studi mediamente accettati (1,8 g di proteine per kg di peso corporeo), potrebbero risentire di questa “dimenticanza” e che l’aumento di calorie potrebbe far scendere ancora il bisogno di proteine.

Sebbene non si tratti del loro uso principale nell’organismo, è possibile per le proteine, essere convertite in glucosio e usate per produrre energia, specialmente nei periodi in cui l’apporto totale di calorie sia scarso, per esempio nelle diete dimagranti.

Vi sono altri nutrienti che forniscono energia: carboidrati e grassi. Usare le proteine come fonte energetica è dispendioso sia a livello finanziario che metabolico: è più efficace usare carboidrati e grassi per l’energia e far svolgere alle proteine il loro ruolo fondamentale nella ricostruzione dei tessuti.

Sebbene l’apporto calorico lo discuteremo in seguito e in dettaglio, accenno qui che i fabbisogni calorici di mantenimento, iniziano a 29-33 calorie per kg di peso corporeo, a seconda dell’attività personale. Per chi ha un metabolismo veloce possono essere necessarie 33-40 calorie semplicemente per mantenere il peso. Per guadagnare peso (gentili signore, giratevi dall’altra parte) saranno necessari apporti di calorie più elevati, fino a 44 calorie per kg, o anche più.

Attualmente gli europei consumano circa due volte e gli statunitensi circa tre volte la razione giornaliera raccomandata di proteine, a causa dell’importanza data alla carne nella loro dieta (ora fanno il possibile per renderci più poveri e più sani). Ma, scherzi a parte, il consumo di troppe proteine è del tutto probabile tra gli atleti ed i carnivori.

Comunque va sfatata la leggenda dei danni renali, ad eccezione di chi aveva problemi renali preesistenti.

I vegetariani possono trovarsi a fronteggiare difficoltà maggiori per soddisfare il fabbisogno di proteine rispetto a chi mangia carne. Molto dipende dalla rigidità del regime vegetariano. Coloro che seguono un regime molto ristretto – i cosiddetti vegan che non mangiano alcun prodotto di derivazione animale – molto probabilmente troveranno difficile soddisfare il fabbisogno proteico per sopportare una vita intensa, fisicamente attiva. I vegetariani che consumano latte e uova dovrebbero essere in grado di raggiungere il fabbisogno proteico. Oltretutto esistono nuove fonti proteiche vegetariane come salsicce e hamburger a base di soia (poi, a dirla tutta, King Kong era grande e forte, seppure vegetariano).

A parità di altri fattori, la differenza maggiore tra le diete vegetariane e quelle carnee è che probabilmente i singoli pasti delle prime saranno più bassi nel contenuto di proteine. Il vegetariano ha semplicemente bisogno di fare spuntini extra a contenuto proteico (tipo lo yogurt) durante il giorno, assicurandosi inoltre un adeguato apporto di calorie, in modo che le proteine non siano usate per produrre energia, ma al fine di riparare e ricostruire i tessuti.

Nella rara situazione di bisogni insoddisfatti con cibi solidi, per chi non è intollerante al lattosio, può venire preparato un frullato economico con latte (scremato) mescolato a succo di frutta, o latte con un po’ di burro di arachidi: così avrete una bevanda nutriente e molto più economica di qualsiasi “ottimizzatore metabolico”.

Nota aggiunta: immagino che quanto ho scritto desterà scarsissimo interesse, ma non potevo “saltare” uno dei tre macronutrienti. Probabilmente l’interesse aumenterà con i prossimi articoli, anzi credo che quello sui grassi sarà interessante per tutti.

 

SALUTE

PRODOTTI AGRICOLI NON LAVORATI

frutta e verdura

(PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE: II ARTICOLO)

PRODOTTI AGRICOLI NON LAVORATI

Ad eccezione dell’acqua (trattata nello scorso articolo), probabilmente l’errore più evidente commesso in generale è il consumo troppo basso di prodotti agricoli quali frutta e verdura.

Mentre gli errori nel consumo di acqua (cioè disidratazione e urina giallo carico) possono manifestarsi abbastanza rapidamente, una deficienza nell’apporto di questi prodotti agricoli   può impiegare abbastanza tempo per diventare evidente.

Non noterete alcuna grande differenza nella salute sul breve termine derivante dal non mangiare frutta e verdura. Né noterete un miglioramento nella salute e nel recupero introducendole nella vostra dieta.

Sul lungo termine, però, le differenze potrebbero essere persino misurabili. E la salute sarà migliore se si fa lo sforzo di mangiare prodotti agricoli, come mamma ci tormentava di fare.

La maggior parte delle persone usa il termine di prodotti agricoli per riferirsi in genere a cibi come frutta e verdura. Ciò è un po’ semplicistico e ignora cibi come i legumi, che dovrebbero essere classificati come tali.

Definirò questi prodotti semplicemente come ogni cibo di provenienza vegetale che può essere mangiato direttamente o dopo una minima lavorazione.

Ciò comprenderà tutte le verdure e gli ortaggi, la frutta e i legumi, ma escluderà il pane e ogni cereale, poiché questi ultimi richiedono dei processi di lavorazione prima di poter essere consumati dagli esseri umani.

Il consumo di un’adeguata quantità di prodotti agricoli è importante per la salute e una nutrizione ottimale per varie ragioni: la prima di queste è la fibra.

La fibra è la scopa della natura. Dal momento che la fibra non può essere digerita dagli esseri umani, essa tende a “spazzare” il tratto digestivo, raccogliendo la “spazzatura” che potrebbe esservi rimasta intrappolata. Questa spazzatura viene portata nell’intestino ed escreta. Come perfetto esempio di ciò, si è dimostrato che alti apporti di fibra riducono le possibilità di cancro al colon, molto probabilmente spazzando via ogni residuo che sia rimasto fermo nel colon e si sia putrefatto. Questa spiegazione non è tecnicamente corretta ma è abbastanza vicina alla realtà.

Inoltre, la fibra aiuta a mantenere la regolarità, cioè contribuisce ad andare d’intestino più facilmente. Sebbene non esistano regole ferree per la regolarità, è probabilmente la cosa migliore avere una decente evacuazione intestinale al giorno. Una quantità sufficiente di fibra consumata contribuirà ad assicurarla.

Tuttavia gli individui che attualmente non consumano molta fibra ogni giorno non dovrebbero aumentare l’apporto in modo drastico dal momento che che possono verificarsi dei disturbi di stomaco e diarrea (inoltre il medico dovrebbe valutare il buon funzionamento della valvola ileo-cecale).

Come in tutte le cose della vita, gli incrementi graduali battono sempre i grossi salti.

Inoltre, un apporto eccessivo di fibra può compromettere l’assorbimento di nutrienti e causare deficienze di vitamine o minerali: ma bisognerebbe consumare 50-100 gr. di fibra al giorno, prima che ciò diventi un grande problema.

Consumare 50-100 gr. di fibra su base quotidiana richiederebbe 4,5 tazze di fagioli, 15 tazze di verdura a vapore o 25 mele.

Oltre al contenuto di fibre, i prodotti agricoli non lavorati sono molto ricchi di nutrienti: questo vuol dire che si assumono tanti nutrienti (vitamine e minerali) con pochissime calorie.

Paragonateli a un cibo come lo zucchero, che ha molte calorie ma che essenzialmente non ha nutrienti. La densità di nutrienti dei prodotti agricoli non lavorati è di eccellente beneficio per la perdita di grasso che per il guadagno energetico: se all’organismo manca un solo “mattone” per crescita o conservazione (che sia una vitamina, un aminoacido o un acido grasso essenziale) lo stato di salute organico sarà limitato e minato.

A questo punto qualcuno potrà considerare più semplice e comodo limitarsi a inghiottire una pillola multivitaminica e multiminerale per soddisfare i bisogni fondamentali.

Sebbene non pensi che ciò sia una aggiunta terrificante, tentare di sostituire con una pillola una deficienza dietetica è il modo sbagliato di risolverla.

Esistono nei nutrienti presenti nelle verdure e negli ortaggi (fitonutrienti, bioflavonoidi e sostanze non ancora rilevate) che possono svolgere un grande ruolo per la salute.

Alcuni di questi nutrienti vegetali sono così numerosi che gli studiosi hanno appena iniziato a individuare quel che sono e sanno ancora meno del loro ruolo nell’organismo: probabilmente il modo per dare fondamento ad una condizione sana è attraverso l’apporto di una dieta variegata.

In genere, le raccomandazioni per i prodotti agricoli non lavorati variano, ma un’ingestione di 2-4 frutti e 3-5 porzioni di verdure o ortaggi al giorno dovrebbero essere sufficienti, a patto che siano variati. Ciò dovrebbe assicurare un adeguato apporto di vitamine, minerali e fibre (e qualsiasi altra sostanza benefica presente in questi prodotti).

Sebbene possa sembrare eccessivo, rendetevi conto che una porzione di verdure è pari a mezza tazza se cotte o una tazza se crude. Una porzione di frutta è mediamente un piccolo frutto. Una banana, una mela o un’arancia molto grandi possono contare come due porzioni. Un’insalata abbondante a cena può contare come tre porzioni di verdure.

Un fatto importante da considerare è che la quantità dei nutrienti consumati è intimamente connessa alla qualità degli stessi.

Sebbene verdure e ortaggi siano generalmente molto ricchi di nutrienti, variano nella quantità di nutrienti contenuti. Per esempio, la lattuga impiegata nella maggior parte delle insalate è piuttosto povera di nutrienti: è quasi come acqua solida. La lattuga romana è una qualità molto più ricca di nutrienti.

Come regola pratica generale, più scuro è il colore del vegetale, più esso è ricco di nutrienti. I broccoli e gli spinaci hanno una densità di nutrienti molto maggiore dei cetrioli e della lattuga. Le patate dolci e gli agrumi sono buone scelte.

La scelta migliore di verdure e ortaggi comprende broccoli, patate dolci, verdura a foglia verde (cavolo, spinaci, ecc.) e carote.

La frutta migliore comprende tutti gli agrumi, il melone, i vari tipi di bacche e il pomodoro.

Le scelte peggiori comprendono il sedano, la lattuga e i cetrioli, che sono tutti più acqua che altro. Le mele sono una delle scelte più scarse, per quanto riguarda la frutta (poi, in realtà, tutti hanno, in traccia, sostanze benefiche ma di difficile identificazione. Le mele, ad esempio, mangiatele alla sera: sono magnifiche sfiammanti del tratto digestivo).

Sfioro un dibattito che dura da molto tempo, ossia se la verdura, ai livelli nutrizionali, sia più o meno valida come prodotto fresco rispetto al surgelato e se sia meglio cruda che cucinata. In linea di massima gli studi e gli esperimenti del dott. E. Pfeiffer sono chiari in merito. Tuttavia, per chi abita in città lontane dalle zone agricole può rappresentare un problema se i prodotti vengono surgelati subito dopo la raccolta in relazione a prodotti “freschi” che impiegano molti giorni per raggiungere il consumatore.

Verdure e ortaggi crudi possono avere più nutrienti di quelli cotti (dal momento che il calore degraderà alcuni nutrienti) ma ancora una volta non esistono verità assolute.

La cottura a vapore perderà meno nutrienti che la cottura esagerata.

Per farla semplice, la chiave per assicurarsi un consumo adeguato di frutta e verdura è di renderlo abbastanza comodo. Quando si va nel negozio, scegliere una quantità di prodotti agricoli che possa durare per diversi giorni e conservare il cibo in modo che si mantenga.

Ora le persone informate cercano, a ragione, prodotti “bio”. La certezza non ha ancora raggiunto il livello ottimale. Ricordo i tempi in cui, sulla confezione, campeggiava la scritta: Prodotto naturale. In un caso si scoprì che ciò indicava un derivato del petrolio…discutibile ma non del tutto falso!

Occorre accortezza: visitare negozi diversi, leggere con attenzione le (scarse) indicazioni.

La semplice vista è insufficiente: furbi agricoltori dividevano (parlo al passato per non offendere nessuno) in culture sature di chimica i prodotti in questo modo: la roba bella al mercato comune e quella un po’ malconcia al mercato biologico.

Tra le poche certezze resistono i prodotti garantiti dal marchio Demeter, purtroppo orgogliosamente catafratti al tenore medio di possibilità di spesa.

Rimettete sulle vostre tavole i fagioli (un tempo venivano chiamati “la carne dei poveri”). Sebbene in genere non vengano considerati prodotti agricoli non lavorati, i fagioli (più correttamente chiamati legumi) sono una vera centrale nutrizionale; ricchi di proteine, fibra e nutrienti. Molti individui evitano i fagioli a causa dell’aumento di gas intestinali che certe sostanze contenute nei fagioli possono produrre. Se preparate fagioli secchi per la cottura, lasciarli a bagno per tutta la notte e buttare via l’acqua in cui sono stati, fa diminuire la produzione di gas. Fatto strano, anche aggiungere un pezzo di alga marina (circa 5 cm) durante la cottura può aiutare molto. Se nessuna di queste strategie funziona, esistono in commercio dei prodotti da aggiungere ai fagioli che disgregano le sostanze che causano il gas.

Per chi non può mangiare in casa è una buona abitudine portare con se, come spuntini, frutti e ortaggi: una banana o un arancio vanno bene, idem per le carote.

La chiave per rendere abitudinario il consumo di prodotti agricoli è la costanza. Durante le primissime settimane in cui si tenterà l’incremento di frutta, verdura e ortaggi occorrerà attenzione dedicata e sembrerà scomodo. Dopo un mese ciò diverrà una abitudine consolidata e benefica per l’organismo.   

SALUTE

TECNICHE IMMAGINATIVE

Molti decenni di studi e di esperienze trasformano tanti particolari del quadro generale. I motivi sono tanti e confesso che mi sarebbe impossibile metterli in riga e nelle righe di documentazione scritta, non tanto per il loro carattere individuale – so distinguere quello che è propriamente mio da quel poco che appartiene a processi obbiettivi – ma per la loro stessa natura che è viva e fluente.

Le “definizioni” anche quando sono abbastanza corrette, raramente riescono a contenere la luce dell’idea ed il calore dell’esperienza: ciò vale per la vita e con quanta maggiore cura dovrebbe valere per tutto quello che può riguardare un lavoro interiore teso al trascendimento dell’ordinaria condizione dell’entità umana in quanto legata (tramortita) dalla/nella esperienza fisico-sensoriale.

Il Dottore stesso avvertiva questo pericolo, “condannando” discepoli e ricercatori attraverso continue modificazioni di immagine e di concetto intorno ai risultati delle sue indagini, affinché ogni cosa venisse ripensata a nuovo per una costante modifica dei punti d’osservazione.

E’ in fondo quello che facciamo noi stessi nel mondo fisico-sensibile quando si vuole veramente giungere ad una più completa visione di qualcosa. Se voglio farmi una rappresentazione congrua e soddisfacente di un albero, non mi fermo alla prima occhiata ma ci giro intorno, osservo le radici che sprofondano nel terreno, l’aspetto del tronco, e più su i rami e le foglie e la forma di queste, poi l’ambiente in cui è cresciuto e altre cose ancora.

Già tanti uomini s’accontentano del primo apparire e non cercano l’osservazione completa e l’osservazione accurata: qui il grado di passività è già molto alto ma se con l’identico animo ci si dirige verso i luoghi dell’anima cosa mai può succedere? Nulla può succedere, ossia si guarda il nulla. Eppure non è la medesima cosa che guardare distrattamente un albero: quest’ultimo prosegue la sua vita seguendo le proprie leggi e il non-osservatore prosegue la sua.

Guardare nella propria anima è cosa diversa: se l’attenzione si consuma come un fiammifero nella curiosità passeggera, non lascia tracce, ma quando ciò diviene una abitudine sarebbe saggio ricordare l’ammonimento di Nietzsche “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”.

Questo perché il “nulla dell’anima” è una superficie gelosa dei suoi segreti più profondi o strati in cui vivono (e prosperano) moltitudini di esseri, a loro modo consapevoli.

Oggi molto è affiorato, mentre l’uomo ha perduto la conoscenza del subumano che, per tale disattenzione si è insinuato persino nel sentimento e nell’intelligenza: l’esoterismo svuotato dal proprio contenuto spirituale è in gran parte scivolato nelle forme approntate dai demoni e la linea di difesa della religione, già erosa dal tempo, viene scardinata da dentro e da fuori. Secondo il Dharma dei tempi ciò che conteneva il vero è divenuto ricettacolo delle menzogne più venefiche. Ciò vale indistintamente per logge, chiese e anime.

Allora? O non c’è più niente di possibile o il lavoro interiore individuale, determinato dall’io immanente su volute modificazioni nuove e del tutto diverse rispetto al ordinario comportamento delle forze dell’anima, in quanto sperimentabili dalla coscienza, sembra rimanere l’unica (forse disperata) strada che appaia percorribile. (contro tale – autonoma – possibilità tutti i tradizionalisti ed i chierici perdono l’intera vita per dimostrarne la palese (?) aberrazione: incapaci però di autovalutazione per le proprie condizioni di relitti abbandonati a marcire su spiagge infeconde).

Il problema è antropologico: tutti, ai nostri giorni, fondano le proprie convinzioni sul proprio “io”, ma evitando, con contraddittoria insensatezza, di prendere in seria considerazione quale sia davvero la realtà di tale fondamento – base del mondo umano – e continuamente eluso (vedasi il primo capitolo della Logica contro l’uomo: Il problema a cui si sfugge).

Infatti tutti gli “esercizi” che ricerca e destino ha portato sotto il nostro sguardo hanno in comune la solida e continua presenza consapevole dell’io, presenza non fissata una volta per tutte ma faticosamente voluta momento dopo momento lungo ogni punto della disciplina interiore.

Si guardi la cosa da ogni parte ma credo che eventuali obiezioni siano soltanto astratte: l’autocoscienza desta è ciò a cui bisogna giungere come fondamento su cui si giustificano le ulteriori azioni dell’anima. E non è per nulla vero che “l’autocoscienza desta” sia cosa comune a tutti.

E’ importante che sia questa autocoscienza e non “altro da sé” quello che viene chiamato a sorreggere tutto quello che potrebbe venire poi. Ciò non è scontato poiché sembra fin troppo spesso che l’uomo abbia serie difficoltà (timore, paura, inerzia?) a rendersi conto di essere se stesso, quale io, il centro da cui partire verso tutte le manifestazioni possibili.

Come chi ha avuto esperienza sportiva è ben conscio che i piedi devono pigiare completamente il terreno, senza sbilanciamenti, solidamente, come le radici stanno al tronco.

Questo non è “morale”, non è “virtuoso”: è solo una condizione necessaria, interiore sì, ma affine a quanto è indispensabile nel mondo sensibile, nello sport.

Ma poi, per alzarsi da terra è inutile tirarsi per i capelli (il famoso codino di Münchausen, citato spesso da Steiner): va trovato qualcosa di speciale. L’unico fenomeno che in noi è davvero speciale  poiché appartenente ad una doppia natura è il pensare: esso viene a noi da fuori di ogni nostra categoria, né dal corpo né dall’anima (astrale), sebbene usi temporaneamente tali mediazioni: non è un prodotto della nostra personalità e anzi può contrastarla ma al contempo esige da noi l’attività più nostra per prodursi.

Indipendentemente da ogni (dottrina) metafisica, il fenomeno del pensiero è il primo organo del nostro fondamento e al pari del”io” è ignorato ed eluso.

Anche se dalla sua attività attingiamo visione, conoscenza e sapere: per suo mezzo afferriamo il mondo e noi stessi: per suo mezzo apprendiamo leggi, sistemi; con lui anatomizziamo persino i Padri celesti!

Senza di esso non potremmo riconoscere nemmeno uno spillo e tanto meno la sua funzione.

Certo,saremmo, ma non sapremmo nemmeno di essere (e la patologia lo dimostra ampiamente).

Eppure, quando si accenna alla priorità del pensiero rispetto ai molti e vaghi sommovimenti dell’anima, sembra quasi che moltissimi fucili (animici) vengano caricati pronti a sparare.

In buona misura la colpa, se c’è, non può essere che nostra. E’ davvero difficile parlare di un percorso conoscitivo che, nella norma, è lungo, difficile e che sebbene obbiettivo nella sostanza, risente della colorazione diversa di ognuno di noi.

C’è un mio carissimo amico che non è d’accordo con me: lui dice che semplicemente le persone hanno paura quando si mostra loro che è possibile passare passare dal sapere all’azione (questa è la mia traduzione di termini più netti e un tantino volgari).

Però in una cosa sono d’accordo con lui: in un’epoca di menzogna elevata a “status” ordinario e  dignitoso, in cui di conseguenza si preferisce quasi voluttuosamente la mera apparenza (interiore ed esteriore), persino termini sensati e legittimi – se si ritorna cinquant’anni addietro – come la parola “atteggiamento”, ora dovrebbero venire sostituiti con termini che mancano, che ancora non esistono.

Il mio pensiero va a quella monografia che trovate all’inizio del primo volume di Ur, firmata da “Leo” dove per “atteggiamenti” l’autore intende la realizzazione di quelle condizioni magico-sovrasensibili che sono il risultato della meditazione sull’Aria e sul Calore. Esse, non a caso, date come un secondo gradino dopo le meditazioni sull’entità cosmica dell’uomo, descritte in sintesi in Barriere, riassumono in sé i risultati della “preparazione” che comprende pure i 5 esercizi ausiliari.

Operazione più potente, più diretta, più…difficile. Ma, come tante altre cose, non impossibile.

Poiché, in effetti, molte sono le possibilità operative che ci sono state date. Forse latita il coraggio di usarle…

Nell’Opera del Dottore, se non ci si fa inghiottire dalla marea delle conferenze pubblicate, la “primogenitura” del pensare è ampiamente esposta e dimostrata nei testi epistemologici nei quali occorre però conquistarsi anche le singole righe. E per le teste dure è persino sottolineata nelle aggiunte alle edizioni del 1918: non sarò io a ripeterle, confidando in letture complete e svolte con onestà di ricerca.

Inoltre, quello che sembra insormontabilmente incomprensibile, è (può essere) chiarito in intelletto e azione con il contributo di chi ha afferrato in sintesi sperimentata la linfa viva della Scienza dello Spirito: con una fatica aggiunta che premia il ricercatore. Alludo a testi come Il Trattato delPensiero Vivente di Massimo Scaligero. Cose che andrebbero pensate e studiate con grande attenzione: mai solo lette.

Prima di terminare vorrei riprendere il discorso sugli esercizi indicati nelle precedenti righe:Sapete, valgono la pena.

La disciplina dell’immaginazione dell’Aria libera completamente l’anima da tutte le sue incrostazioni: è come se un peccatore, nell’anima e nel corpo, dolorosamente sensibile e sofferente per i peccati commessi ed i difetti acquisiti si sentisse di colpo liberato da tutto ciò. In un attimo, liberato dal gravame sedimentato e rappreso: dalla paraplegia al libero movimento!

Non è una condizione “psicologica” ma una ripulita che attraversa l’anima e il corpo. Si sente che persino il respiro fisico è mutato o addirittura capovolto. Ma, come ho detto, è una liberazione che attraversa tutto, anche le cellule del corpo.

L’inizio è semplice: tranquillamente seduti in assetto meditativo, basta evocare una esperienza personale (avvenuta ovviamente nel mondo sensibile) in cui si sia avvertita qualche caratteristica che appartiene all’aria, come il soffio del vento sulla nostra pelle. Poi, dal ricordo di una altezza montana (sono solo esempi), l’immensità senza limiti dell’aria che sovrasta valli e monti, poi ancora il suo essere invisibile e inafferrabile, il suo moto continuo, il suo urlo ed il suo silenzio, la sua onnipervadenza; se si vive sempre in città si può rievocare il nitore azzurrino che sovrasta le alte case, i rumori delle strade ed il sentire degli uomini che lascia le sue scie preoccupate, cupe. Anche in questi casi, le parole non vanno usate e non è nemmeno importante la qualità delle immagini. Né deve preoccuparci la possibile durata e la quantità delle visioni evocate.

Questo è vero in prima battuta: simile al pensiero, anche le immagini possono essere ordinariamente smorte e talvolta vive. Le immagini vive producono immediatamente tutti gli effetti della meditazione.

L’unica contro-indicazione sta nella coscienza di chi immagina: è necessaria una volontà in qualche modo duttile: decisa ma non rigida. La rigidezza volitiva contrasta l’immaginare. Però è anche vero che l’immaginare ha in sé due potenziali pericoli: sono connessi: uno è che le immagini possono dominare la coscienza, subordinarla. Connesso a ciò, la coscienza subordinata scivola facilmente verso un grado di sé inferiore alla destità di veglia. Si scivola verso il sogno. E’ insomma la vecchia storia: o si domina o si è dominati.

La costante pratica della concentrazione è, indirettamente, la principale medicina per evitare il malanno. Ad ogni buon conto, se qualcosa di passivo inizia ad insinuarsi nella coscienza, si chiuda velocemente l’esercizio.  

E’ importante che, con santa pazienza, inizi a sorgere, a lato delle immagini evocate, un qualcosa senza nome che malamente potremmo chiamare “sensibilità” o “senso” che in qualche modo sorge dalle diverse impressioni. Se l’anima si rende capace di silenzio, non è difficile cogliere una nota in più accanto alle cose percepite.

L’esercizio andrebbe svolto non necessariamente ogni giorno ma con regolarità, ad esempio, ogni due giorni e potrebbe durare più a lungo rispetto ad una breve ed intensa concentrazione.

Senza alcuna fretta, senza tensioni, in interiore silenzio: vedrete che ad un certo momento ci sarà qualcosa di interiore sconosciuto accanto all’immagine contemplata (“accanto” è un modo di dire: può sorgere come proveniente dallo spazio generale o dalla regione del cuore o persino dalla superficie della pelle.

Del secondo esercizio, quello del calore, che credo generalmente un po’ più difficile, ripeto solo le parole di “Leo”: è un’emozione attiva. Si crea con questo uno stato fondamentale per tutti gli esercizi meditativi che possiate poi praticare: è quasi un’esperienza mistica priva di… misticismi. Se fattibile, è di enorme importanza: accende il centro della Vita.

E’ letteralmente vero quanto fa scrivere Leo: se per mezzo secondo si ottiene il senso del calore, esso scende immediatamente dalla testa al cuore: la testa non può contenerlo. Esso è un quantum di bagliore-calore (un’esplosione) che deve immediatamente affrancarsi dall’organo cerebrale.

L’anima comprende, una volta per tutte, la totale differenza che passa tra la pratica di una disciplina e quello che si manifesta quando essa, estinto il suo scopo, cede il passo alla condizione che si realizza.

Qui si ha tutto quello che il mistico cercava, ma la coscienza desta non si obnubila: rimane silenziosa, distaccata e “fredda”.

Questi due esercizi rispondono ad un’opera sostanziale: separano il sottile dal denso, cioè liberano lo sperimentatore dal vincolo corporeo: impresa già grandiosa che sottintende una acquisita capacità di concentrazione. In ciò ognuno dovrebbe regolarsi da sé. Con equilibrio ma anche con una certa, audace, presenza di spirito.

Magari senza attendere, per eccesso di prudenza, il prossimo millennio.

Occorre spregiudicatezza: qualcuno potrebbe farli anche poco tempo dopo una minima pratica nella concentrazione. Altri, seguendo strade diverse, non li faranno mai.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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