TECNICHE IMMAGINATIVE

Molti decenni di studi e di esperienze trasformano tanti particolari del quadro generale. I motivi sono tanti e confesso che mi sarebbe impossibile metterli in riga e nelle righe di documentazione scritta, non tanto per il loro carattere individuale – so distinguere quello che è propriamente mio da quel poco che appartiene a processi obbiettivi – ma per la loro stessa natura che è viva e fluente.

Le “definizioni” anche quando sono abbastanza corrette, raramente riescono a contenere la luce dell’idea ed il calore dell’esperienza: ciò vale per la vita e con quanta maggiore cura dovrebbe valere per tutto quello che può riguardare un lavoro interiore teso al trascendimento dell’ordinaria condizione dell’entità umana in quanto legata (tramortita) dalla/nella esperienza fisico-sensoriale.

Il Dottore stesso avvertiva questo pericolo, “condannando” discepoli e ricercatori attraverso continue modificazioni di immagine e di concetto intorno ai risultati delle sue indagini, affinché ogni cosa venisse ripensata a nuovo per una costante modifica dei punti d’osservazione.

E’ in fondo quello che facciamo noi stessi nel mondo fisico-sensibile quando si vuole veramente giungere ad una più completa visione di qualcosa. Se voglio farmi una rappresentazione congrua e soddisfacente di un albero, non mi fermo alla prima occhiata ma ci giro intorno, osservo le radici che sprofondano nel terreno, l’aspetto del tronco, e più su i rami e le foglie e la forma di queste, poi l’ambiente in cui è cresciuto e altre cose ancora.

Già tanti uomini s’accontentano del primo apparire e non cercano l’osservazione completa e l’osservazione accurata: qui il grado di passività è già molto alto ma se con l’identico animo ci si dirige verso i luoghi dell’anima cosa mai può succedere? Nulla può succedere, ossia si guarda il nulla. Eppure non è la medesima cosa che guardare distrattamente un albero: quest’ultimo prosegue la sua vita seguendo le proprie leggi e il non-osservatore prosegue la sua.

Guardare nella propria anima è cosa diversa: se l’attenzione si consuma come un fiammifero nella curiosità passeggera, non lascia tracce, ma quando ciò diviene una abitudine sarebbe saggio ricordare l’ammonimento di Nietzsche “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”.

Questo perché il “nulla dell’anima” è una superficie gelosa dei suoi segreti più profondi o strati in cui vivono (e prosperano) moltitudini di esseri, a loro modo consapevoli.

Oggi molto è affiorato, mentre l’uomo ha perduto la conoscenza del subumano che, per tale disattenzione si è insinuato persino nel sentimento e nell’intelligenza: l’esoterismo svuotato dal proprio contenuto spirituale è in gran parte scivolato nelle forme approntate dai demoni e la linea di difesa della religione, già erosa dal tempo, viene scardinata da dentro e da fuori. Secondo il Dharma dei tempi ciò che conteneva il vero è divenuto ricettacolo delle menzogne più venefiche. Ciò vale indistintamente per logge, chiese e anime.

Allora? O non c’è più niente di possibile o il lavoro interiore individuale, determinato dall’io immanente su volute modificazioni nuove e del tutto diverse rispetto al ordinario comportamento delle forze dell’anima, in quanto sperimentabili dalla coscienza, sembra rimanere l’unica (forse disperata) strada che appaia percorribile. (contro tale – autonoma – possibilità tutti i tradizionalisti ed i chierici perdono l’intera vita per dimostrarne la palese (?) aberrazione: incapaci però di autovalutazione per le proprie condizioni di relitti abbandonati a marcire su spiagge infeconde).

Il problema è antropologico: tutti, ai nostri giorni, fondano le proprie convinzioni sul proprio “io”, ma evitando, con contraddittoria insensatezza, di prendere in seria considerazione quale sia davvero la realtà di tale fondamento – base del mondo umano – e continuamente eluso (vedasi il primo capitolo della Logica contro l’uomo: Il problema a cui si sfugge).

Infatti tutti gli “esercizi” che ricerca e destino ha portato sotto il nostro sguardo hanno in comune la solida e continua presenza consapevole dell’io, presenza non fissata una volta per tutte ma faticosamente voluta momento dopo momento lungo ogni punto della disciplina interiore.

Si guardi la cosa da ogni parte ma credo che eventuali obiezioni siano soltanto astratte: l’autocoscienza desta è ciò a cui bisogna giungere come fondamento su cui si giustificano le ulteriori azioni dell’anima. E non è per nulla vero che “l’autocoscienza desta” sia cosa comune a tutti.

E’ importante che sia questa autocoscienza e non “altro da sé” quello che viene chiamato a sorreggere tutto quello che potrebbe venire poi. Ciò non è scontato poiché sembra fin troppo spesso che l’uomo abbia serie difficoltà (timore, paura, inerzia?) a rendersi conto di essere se stesso, quale io, il centro da cui partire verso tutte le manifestazioni possibili.

Come chi ha avuto esperienza sportiva è ben conscio che i piedi devono pigiare completamente il terreno, senza sbilanciamenti, solidamente, come le radici stanno al tronco.

Questo non è “morale”, non è “virtuoso”: è solo una condizione necessaria, interiore sì, ma affine a quanto è indispensabile nel mondo sensibile, nello sport.

Ma poi, per alzarsi da terra è inutile tirarsi per i capelli (il famoso codino di Münchausen, citato spesso da Steiner): va trovato qualcosa di speciale. L’unico fenomeno che in noi è davvero speciale  poiché appartenente ad una doppia natura è il pensare: esso viene a noi da fuori di ogni nostra categoria, né dal corpo né dall’anima (astrale), sebbene usi temporaneamente tali mediazioni: non è un prodotto della nostra personalità e anzi può contrastarla ma al contempo esige da noi l’attività più nostra per prodursi.

Indipendentemente da ogni (dottrina) metafisica, il fenomeno del pensiero è il primo organo del nostro fondamento e al pari del”io” è ignorato ed eluso.

Anche se dalla sua attività attingiamo visione, conoscenza e sapere: per suo mezzo afferriamo il mondo e noi stessi: per suo mezzo apprendiamo leggi, sistemi; con lui anatomizziamo persino i Padri celesti!

Senza di esso non potremmo riconoscere nemmeno uno spillo e tanto meno la sua funzione.

Certo,saremmo, ma non sapremmo nemmeno di essere (e la patologia lo dimostra ampiamente).

Eppure, quando si accenna alla priorità del pensiero rispetto ai molti e vaghi sommovimenti dell’anima, sembra quasi che moltissimi fucili (animici) vengano caricati pronti a sparare.

In buona misura la colpa, se c’è, non può essere che nostra. E’ davvero difficile parlare di un percorso conoscitivo che, nella norma, è lungo, difficile e che sebbene obbiettivo nella sostanza, risente della colorazione diversa di ognuno di noi.

C’è un mio carissimo amico che non è d’accordo con me: lui dice che semplicemente le persone hanno paura quando si mostra loro che è possibile passare passare dal sapere all’azione (questa è la mia traduzione di termini più netti e un tantino volgari).

Però in una cosa sono d’accordo con lui: in un’epoca di menzogna elevata a “status” ordinario e  dignitoso, in cui di conseguenza si preferisce quasi voluttuosamente la mera apparenza (interiore ed esteriore), persino termini sensati e legittimi – se si ritorna cinquant’anni addietro – come la parola “atteggiamento”, ora dovrebbero venire sostituiti con termini che mancano, che ancora non esistono.

Il mio pensiero va a quella monografia che trovate all’inizio del primo volume di Ur, firmata da “Leo” dove per “atteggiamenti” l’autore intende la realizzazione di quelle condizioni magico-sovrasensibili che sono il risultato della meditazione sull’Aria e sul Calore. Esse, non a caso, date come un secondo gradino dopo le meditazioni sull’entità cosmica dell’uomo, descritte in sintesi in Barriere, riassumono in sé i risultati della “preparazione” che comprende pure i 5 esercizi ausiliari.

Operazione più potente, più diretta, più…difficile. Ma, come tante altre cose, non impossibile.

Poiché, in effetti, molte sono le possibilità operative che ci sono state date. Forse latita il coraggio di usarle…

Nell’Opera del Dottore, se non ci si fa inghiottire dalla marea delle conferenze pubblicate, la “primogenitura” del pensare è ampiamente esposta e dimostrata nei testi epistemologici nei quali occorre però conquistarsi anche le singole righe. E per le teste dure è persino sottolineata nelle aggiunte alle edizioni del 1918: non sarò io a ripeterle, confidando in letture complete e svolte con onestà di ricerca.

Inoltre, quello che sembra insormontabilmente incomprensibile, è (può essere) chiarito in intelletto e azione con il contributo di chi ha afferrato in sintesi sperimentata la linfa viva della Scienza dello Spirito: con una fatica aggiunta che premia il ricercatore. Alludo a testi come Il Trattato delPensiero Vivente di Massimo Scaligero. Cose che andrebbero pensate e studiate con grande attenzione: mai solo lette.

Prima di terminare vorrei riprendere il discorso sugli esercizi indicati nelle precedenti righe:Sapete, valgono la pena.

La disciplina dell’immaginazione dell’Aria libera completamente l’anima da tutte le sue incrostazioni: è come se un peccatore, nell’anima e nel corpo, dolorosamente sensibile e sofferente per i peccati commessi ed i difetti acquisiti si sentisse di colpo liberato da tutto ciò. In un attimo, liberato dal gravame sedimentato e rappreso: dalla paraplegia al libero movimento!

Non è una condizione “psicologica” ma una ripulita che attraversa l’anima e il corpo. Si sente che persino il respiro fisico è mutato o addirittura capovolto. Ma, come ho detto, è una liberazione che attraversa tutto, anche le cellule del corpo.

L’inizio è semplice: tranquillamente seduti in assetto meditativo, basta evocare una esperienza personale (avvenuta ovviamente nel mondo sensibile) in cui si sia avvertita qualche caratteristica che appartiene all’aria, come il soffio del vento sulla nostra pelle. Poi, dal ricordo di una altezza montana (sono solo esempi), l’immensità senza limiti dell’aria che sovrasta valli e monti, poi ancora il suo essere invisibile e inafferrabile, il suo moto continuo, il suo urlo ed il suo silenzio, la sua onnipervadenza; se si vive sempre in città si può rievocare il nitore azzurrino che sovrasta le alte case, i rumori delle strade ed il sentire degli uomini che lascia le sue scie preoccupate, cupe. Anche in questi casi, le parole non vanno usate e non è nemmeno importante la qualità delle immagini. Né deve preoccuparci la possibile durata e la quantità delle visioni evocate.

Questo è vero in prima battuta: simile al pensiero, anche le immagini possono essere ordinariamente smorte e talvolta vive. Le immagini vive producono immediatamente tutti gli effetti della meditazione.

L’unica contro-indicazione sta nella coscienza di chi immagina: è necessaria una volontà in qualche modo duttile: decisa ma non rigida. La rigidezza volitiva contrasta l’immaginare. Però è anche vero che l’immaginare ha in sé due potenziali pericoli: sono connessi: uno è che le immagini possono dominare la coscienza, subordinarla. Connesso a ciò, la coscienza subordinata scivola facilmente verso un grado di sé inferiore alla destità di veglia. Si scivola verso il sogno. E’ insomma la vecchia storia: o si domina o si è dominati.

La costante pratica della concentrazione è, indirettamente, la principale medicina per evitare il malanno. Ad ogni buon conto, se qualcosa di passivo inizia ad insinuarsi nella coscienza, si chiuda velocemente l’esercizio.  

E’ importante che, con santa pazienza, inizi a sorgere, a lato delle immagini evocate, un qualcosa senza nome che malamente potremmo chiamare “sensibilità” o “senso” che in qualche modo sorge dalle diverse impressioni. Se l’anima si rende capace di silenzio, non è difficile cogliere una nota in più accanto alle cose percepite.

L’esercizio andrebbe svolto non necessariamente ogni giorno ma con regolarità, ad esempio, ogni due giorni e potrebbe durare più a lungo rispetto ad una breve ed intensa concentrazione.

Senza alcuna fretta, senza tensioni, in interiore silenzio: vedrete che ad un certo momento ci sarà qualcosa di interiore sconosciuto accanto all’immagine contemplata (“accanto” è un modo di dire: può sorgere come proveniente dallo spazio generale o dalla regione del cuore o persino dalla superficie della pelle.

Del secondo esercizio, quello del calore, che credo generalmente un po’ più difficile, ripeto solo le parole di “Leo”: è un’emozione attiva. Si crea con questo uno stato fondamentale per tutti gli esercizi meditativi che possiate poi praticare: è quasi un’esperienza mistica priva di… misticismi. Se fattibile, è di enorme importanza: accende il centro della Vita.

E’ letteralmente vero quanto fa scrivere Leo: se per mezzo secondo si ottiene il senso del calore, esso scende immediatamente dalla testa al cuore: la testa non può contenerlo. Esso è un quantum di bagliore-calore (un’esplosione) che deve immediatamente affrancarsi dall’organo cerebrale.

L’anima comprende, una volta per tutte, la totale differenza che passa tra la pratica di una disciplina e quello che si manifesta quando essa, estinto il suo scopo, cede il passo alla condizione che si realizza.

Qui si ha tutto quello che il mistico cercava, ma la coscienza desta non si obnubila: rimane silenziosa, distaccata e “fredda”.

Questi due esercizi rispondono ad un’opera sostanziale: separano il sottile dal denso, cioè liberano lo sperimentatore dal vincolo corporeo: impresa già grandiosa che sottintende una acquisita capacità di concentrazione. In ciò ognuno dovrebbe regolarsi da sé. Con equilibrio ma anche con una certa, audace, presenza di spirito.

Magari senza attendere, per eccesso di prudenza, il prossimo millennio.

Occorre spregiudicatezza: qualcuno potrebbe farli anche poco tempo dopo una minima pratica nella concentrazione. Altri, seguendo strade diverse, non li faranno mai.

18 pensieri su “TECNICHE IMMAGINATIVE

  1. Sì, scusate.
    Vale qualsiasi fonte di calore (escludiamo il rogo): stufe, radiatori, ecc. che ci hanno dato il senso vitale e benefico. Si immaginano i fatti sensibili solo per avvertire l’impressione interiore. Naturalmente il sole può farla da signore, poiché l’impressione può arricchirsi della sua grandezza, perennità.
    Inoltre è analogico con il sole interiore.
    Quando (e se) la sensazione trapassa viva alla coscienza, fosse anche per una frazione di secondo, come ho già detto, “esplode” e il trasferimento nella zona del cuore è immediato.
    Sono discipline di enorme potenza (portano con sé altri fenomeni conoscitivi non da poco).
    Il limite è il solito: molti hanno cominciato e dopo alcuni mesi hanno lasciato perdere: è un peccato poiché fanno comunque bene!

  2. Grazie Isidoro,
    cambia il nome ma non la sostanza!
    L’esercizio dell’aria l’ho provato tempo fa, quando lo avevi spiegato sul vecchio forum, e mi aveva dato moltissimo, poi lo ho abbandonato per altre esperienze.
    Ora però lo riprenderò con una cadenza regolare ma non tutti i giorni, come suggerisci tu, perchè aiuta a liberare l’anima da tante “foglie morte” lasciando una sensazione di leggerezza e di frescura. A volte ce n’è proprio bisogno!

  3. E’ il mio primo intervento…e allora, per prima cosa, un saluto e un grazie infinito a tutti Voi, promotori e amici di Eco…e a te Isidoro per le preziose indicazioni.
    A luglio gli esercizi dell’aria e del calore me li ha indicati Franco Giovi, come una preziosissima pratica, da affiancare all’esercizio principale: la concentrazione…e allora io li faccio, a giorni alterni, secondo le sue indicazioni. A presto.

  4. Ciao Savitri, un po’ in ritardo, ti ringrazio del benvenuto…e, in più, vorrei chiederti sui contenuti preziosissimi della vecchia ECO…Ho visto che qualcosa già avete reinserito qui…Spero che anche il resto venga recuperato… C’è troppa roba preziosa, che non bisogna perdere! Ciao.

    • Ciao! Sara’ trasferito tutto il meglio di Eco, sfrondato dei contenuti fuori tema agli argomenti.
      Siccome lo faremo nel tempo libero, che’ lavoriamo quasi tutti, fuori e/o anche a casa……, i tempi saranno un po’ diluiti……
      Grazie prologiov per l’incoraggiamento e l’attenzione.

  5. Ci sono legami fra l’esercizio di cui sopra e quello esposto da Luce nella Trilogia di UR? (mi pare si chiami “Opus Magicum: Il fuoco”).
    Praticando per ora la concentrazione e il senso dell’aria non ho esperienza pratica dei nostri, ma sembra che i due abbiano non solo modalità ma anche scopi diversi, corretto?
    Un saluto.

    • La risposta effettiva la lascio a chi è più esperto di me. Di personale ti posso dire che i libri di UR come inizio sono decisamete una scelta sbagliata. Vanno affrontati con tantissima cognizione di causa. Se ti senti attratto da una via più meditativa io gli preferirei la scuola esoterica di Steiner. Tra l’altro è un testo che puoi anche implementare col “Grande Sigillo” del tuo omonimo 😉

  6. A mio parere, ciò che importa non è quasi mai quello che si fa ma come lo si fa, da quale livello. Checché ne dicano i falsari, è in primo luogo il pensiero che dovrebbe essere via via rafforzato e, in alcuni momenti reso puro ed assoluto “anche” se osserva ancora se stesso nel senso di un tema o di una rappresentazione. Già ciò comporta una – non breve – avventura interiore in cui esso deve continuamente riaffermarsi superando le mille sirene (non esagero!) che vorrebbero traviarlo o arrestare la disciplina. Poi, è vero, tutti gli esercizi sono sostanzialmente di concentrazione. E’ importante superare la condizione discorsiva…no, non è importante: è essenziale. Ma anche in questa situazione non andrebbero cercate scorciatoie a mo’ di tappo.
    Il “discorso” va dominato, progressivamente esaurito e allora si passa all’immagine. Nella Concentrazione la dedizione prolungata all’immagine può essere, per molto tempo, una continua SCELTA per revivificarla o mollare.
    Con Aria e Calore questo si pone meno ma la chiave è il tentativo di DARE UN ATTIMI DI VITA ALL’IMMAGINE.
    In Colazza si evoca la condizione indirettamente ma in condizione di destità. Con Luce entriamo in condizioni ambigue, sia sul piano della destità che sull’incidenza psicofisica, che secondo la moderna Scienza Sacra non dovrebbe partecipare minimamente alle operazioni, almeno finché la coscienza non sia liberata da ciò che la domina, ossia la sfera psicofisica.

  7. Balin i tre di Ur mi limito a leggerli, ma studio (e cerco di praticare) solo Leo/Colazza, dato che è l’unico che mi trasmette realmente qualcosa anche solo a leggerlo… figuriamoci a praticare!
    Isidoro sei riuscito a beccare due dei miei tarli: il pensiero discorsivo e l’uso del corpo nella disciplina.
    Io sono un praticante Vajrayana e vedo che il metodo base della concentrazione (shinè/shamata sul respiro) “mi appesantisce”; da qui lascio perdere posizioni/pranayama e simili (fin quando certo non siano svincolate). Ecco che mi ritrovo a praticare la concentrazione R+C che mi lascia quel bel senso di stanchezza che ti viene solo dopo averci dato dentro… e mi limito a 10/15 min! .
    Mi chiedo allora, approfittando della vostra esperienza e compassione verso il prossimo, per chiedervi come sono viste, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, le sadhane buddhiste quando “esclusivamente” meditative. Spero di aver estratto un frammento di intelligibilità dal mio caos.
    Grazie per quello che fate.

  8. Caro Milarepa, questo è un boccone per Hugo che, spero, abbocchi.

    Inoltre saremmo in troppi a parlar bene di un certo percorso…eterodosso. Non ti nascondo che se non avessi avuto un portato karmico ben preciso, sarebbe stato per me il cammino più “folgorante”.

  9. Argh … spero di riuscirci:

    Deh! Colui che l’animo ha illuminato
    accetti questo boccone prelibato!
    Gli chiedon lumi giungendo le mani
    gli esseri tutti, religiosi del libro e anche pagani!
    Egli è Hugo colui che abbocca
    se glielo chiedi in filastrocca!

    • Hugo, che la notte non dorme come un ghiro,
      e che Savitri si diletta a prender in giro,
      per la sua insonnia sin troppo melanconica,
      a Milarepa risponderà con parola tonica,
      e non scriverà affatto frasi farlocche,
      per far rima alle sue filastrocche,
      bensì di UR affronterà alcuni problemi,
      che delle difficoltà sono chiari emblemi,
      rispondendo ai molti audaci amici,
      che in vetuste discipline si misurano,
      cercando con slancio luci che non usurano,
      e rigenerando del pensar indicano il sentiero,
      che a chi limpido ben vede è il solo vero.
      Attendete dunque con buona pazienza,
      esercitando anche benevola clemenza,
      quel che verrà scritto nell’insonne notte
      da chi come Diogene veglia nella botte.

      Hugo che per non esser da meno di Figaro
      vegliando si fumerà un ottimo sigaro.

  10. Ottimo suggerimento, caro isidoro, per il nome da dare alla categoria dedicata… ossia alla sezione dove riuniremo i due cantori di …odi cosi’ …ispirate 😛
    (faccio notare che questa settimana Hugo avra’ tempo preziosissimo per nobili ospiti giunti da lui in visita, ogni sua nota in Eco varra’ oro 😛 e abbiate nel contempo comprensione e pazienza)

  11. Visto che…vistoso silenzio?

    Ignara, ingenua (ex)fanciulla.

    Del resto pur dovresti aver intuito che due substantie quali Hugo e Oro sono naturalmente (cosmicamente e comicamente) tra esse polarissime, immisurabilmente cosi tra loro lontane che neppure le innumeri bozze del bovero Isidoro potrebbero farci da ponte…

  12. Caro isidiplatino……..abbi fede! Il ribelle de Paganis sta preparando addirittura un post, per rispondere a quanti lo attendono, sostiene che l’argomento non puo’ essere liquidato con un commento..
    Inoltre il nostro amico lavora indefessamente perche’ non e’ mica ancora in pensione……e poi cura dei gruppi, organizza regolari riunioni….., in piu’ ha avuto ospiti fino a stamani, un carissimo e nobilissimo amico!
    Sii buono Isidiplatino……
    Per l’ex fanciulla…….cosi’ e’….. ma tu vai avanti a me…. eh eh!

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