Nome dell'autore: isidoro

DELLA RETTORICA E DELLA PERSUASIONE

Carlo Michelstaedter

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Le righe che seguono (in parte) sono apparse alcuni anni addietro sul Forum, ma volevo riproporre l’attenzione verso un giovanissimo pensatore che, nell’alba del precedente secolo, riuscì a cogliere, tragicamente, sia il limite dell’uomo e del mondo come viene sperimentato (per la coscienza del limite vedasi l’opera di Miguel Unamuno), sia squarci del sovraumano. Questo è una forza che può presentarsi come distruttrice: una realtà superiore disintegra le apparenze inferiori, tra le quali v’è l’immagine psichica e corporea che l’uomo porta a spasso.

Il discepolo esoterico si esercita nel possesso di quanto può preservarlo dal volto tremendo della Folgore della Vita.

Non sono pochi coloro che avventuratisi oltre il “velo dipinto” del mondo non hanno potuto affrontare le forze, immensamente più potenti, che tramano oltre esso, e venendo investiti, hanno concluso la loro vita nella follia o con la morte.

In breve: con Hegel termina la filosofia pura. Essa diviene l’arte di trattare di tutto su tutto con pensiero addestrato e tanto nominalismo. Emergono talvolta figure, come in Italia Croce e Gentile che, attraversate da singole esperienze intuitive, costruiscono poi su queste, cattedrali di fine dialettica. In Germania è Franz Brentano (1838-1917), che con attenzione raffinata, giunge a porsi il problema del conoscere in chiave psicologica.

Brentano dirige la ricerca non sulle cose esistenti “esteriormente”ma sulle cose come appaiono nell’orizzonte intenzionale del soggetto esperiente, aprendo la problematica della “fenomenologia”. In stretta sintesi essa è la scienzadell’esperienza della coscienza. Già Hegel annota la fenomenologia come “cammino dell’anima la quale percorre la serie delle sue formazioni come stazioni prescrittele dalla sua natura perché si rischiari a Spirito e, mediante la piena esperienza di sé stessa, giunga alla conoscenza di ciò che essa è in sé e per sé”. Edmud Husserl (1859-1938) viene influenzato da Brentano, poi (sto saltando quasi tutta la sua opera) propone il metodo della “riduzione fenomenologica” che è la sospensione del giudizio (epoché) per attingere alla dimensione in cui i fenomeni si manifestano come “datità originarie”. Dominata la comune opinione sull’esistente dell’uomo e del mondo, ciò che emerge come “residuo fenomenologico” è il campo trascendentale della coscienza pura. Il senso del mondo e le sue “oggettualità” (noemi) si costituisce a partire dagli atti intenzionali della coscienza pura.

Vedete dunque che si giunge a pratiche e ad un’osservazione deliberata, “intenzionale”, con il gigantesco sforzo di cancellare l’atto del ‘giudizio’ che non significa simpatia o antipatia verso il percepito ma l’atto della coscienza pensante che trasforma il quid percepito in ‘casa’, ‘albero’ o qualsiasi altra cosa.

(Di passaggio ricordo che Edith Stein (1891-1942), fatta santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e Compatrona d’Europa nel 1999, fece parte dei fenomenologici di Gottinga. Di famiglia ebraica, si convertì al cattolicesimo nel 1922. Progettò di inserire l’intenzionalità nella rielaborazione della filosofia scolastica. Morì ad Auschwitz. Ho trovato di alto spessore spirituale il suo “La Scienza della Croce”, uscito postumo nel 1950).

Non credo avventato dire che il tentativo di Husserl fu il passo moderno che più s’avvicina all’esperienza prospettata da Steiner in “Verità e Scienza” che è un testo ‘iniziatico’ completo ma pure un’ottima introduzione fenomenologica all’incompresa “Filosofia della Libertà” che potrebbe condurre, con i massimi requisiti scientifico-epistemologici, all’esperienza diretta dell’essere spirituale dell’uomo e del mondo.

E’ chiaro che il placido (innocuo) discorso filosofico lascia il passo ad una attività interiore: all’aristotelica téchnē, ossia all’atto come mezzo per raggiungere un effetto.

Ho scritto tutto questo per dare sfondo ad una lucente meteora, irrituale, tragica e intensa che solca lo sfondo di quei tempi: Carlo Michelstaedter.

E’ Michelstaedter, ebreo goriziano di buona famiglia (1887-1910) che, compiuti gli studi prima a Vienna poi a Firenze, muore suicida dopo la stesura della tesi di laurea.

La tesi esce  postuma nel 1913 ed è intitolata “La persuasione e la rettorica”. Questa nasce come un confronto critico tra l’originaria sapienza presocratica e la “degenerazione mondana” della filosofia a partire da Platone ma diviene il nucleo di una critica radicale che investe tutta la cultura erede del pensiero post-socratico. Partendo dalla distinzione parmedidea tra il mondo dell’alétheia e quello della dóxa, il Nostro oppone la via vera della “persuasione”, radicale certezza del Vero, al falso della “rettorica”. Il mondo della seconda è il dominio delle istituzioni, dei valori tradizionali, dell’universale ‘già fatto’ su cui si fonda l’uomo (Scaligero direbbe: dei pensati e dei percepiti) e con cui si illude di mascherare il suo violento impulso al proprio conservatorismo e alla bramosa vitalità che lo sostiene.

La bramosia di vita che sostiene l’uomo comune è chiamata, da Michelstaedter, philopsichia (il dio del piacere).

Essa è “tanto è vita…quanto manca del vivere”.

L’uomo brama “…il possesso di sé, ma quanto vuole e tanto occupato del futuro, sfugge a sé ogni momento”.

Del resto “il suo agire (l’agire dell’uomo) è un essere passivo..finché vive in lui, oscura e irriducibile la fame della vita. La vita in lui non vive fino a quando egli non viva che solo per sé  stesso”.

Ma se ferma per un istante il flusso continuo del suo bramarsi, avverte di essere un riflesso rappresentativo non dissimile ai riflessi del mondo“Interrotta la voce del piacere che le dice (dice alla coscienza): ‘tu sei’, sente solo il sordo mormorio del dolore fatto distinto che dice: ‘tu non sei’…”.

L’uomo che crede di vivere nella inautenticità della rettorica è schiavo di essa: “colui che non vive con persuasione non può non obbedire, perché ha già obbedito”.

Naturalmente, il cosiddetto mondo morale, di cui gli uomini si vantano di continuo, appartiene alla sfera del proprio nulla: “questa che gli uomini chiamano spesso spesso docilità, bontà o persino superiorità…non è che la superficialità di cui non aveva ragione in ciò che faceva..non sapeva quelle cose che voleva perché le volesse, non aveva la Potenza di quelle cose…”.

In tale inesorabile deficienza l’uomo teme l’annullamento ma proprio “chi teme la morte è già morto”.

Serve far affiorare in ogni istante un puro presente, senza passati o futuri “…vedere ogni presente come l’ultimo e nell’oscurità crearsi da sé la vita” poiché la morte non è altro che un continuare nel tempo.

Persuasione è prendere su sé la responsabilità della vita, atto di volontà affermante il puro e nudo valore individuale: il giusto è l’uomo risvegliato. Mentre l’irrazionale brama di vita inganna l’uomo con le sue illusioni: conseguimento del piacere, soddisfazione dei propri bisogni, perseguimento di un ideale…

L’amore per la vita dunque ha come meta un’incerta sopravvivenza, non certo la realizzazione dell’uomo, che consiste nel “possesso di sé stesso” attraverso cui si possiede tutto in sé: l’uomo persuaso vive “solo di sé stesso” e nella autorealizzazione non teme la dissoluzione poiché “ la morte nulla gli toglie, giacché niente in lui chiede più di continuare”.

La sua anima vive “libera nell’assoluto”.

“Ognuno è solo e non può sperare aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato”.

In questa poesia del 1910, il volto del tutto normale, della philopsichia:

Ritornate alle case tranquille

alla pace del tetto sicuro,

che cercate un cammino più duro?

Che volete dal perfido mare?

Passa la gioia, passa il dolore,

accettate la vostra sorte,

ogni cosa che vive muore

e nessuna cosa vince la morte.

Ritornate alla via consueta

e godete di ciò ch’è v’è dato:

non v’è un fine, non v’è una meta

per chi è preda del passato.

Ritornate al noto giaciglio

alle dolci e care cose

ritornate alle mani amorose

allo sguardo che trema per voi

a coloro che il primo passo

vi mossero e il primo accento,

che vi diedero il nutrimento

che vi crebbe le membra e il cor.

Adattatevi, ritornate,

siate utili a chi vi ama

e spegnete l’infausta brama

che vi trae dal retto sentier.

Non continuo con citazioni. Tanto è denso il contenuto di quello che appare come un libretto. Solo vi invito a comperarlo. Lo trovate a poco prezzo e magari scontato nelle edizioni Adelphi. Non è antroposofico ma ciò è tutt’altro che un male. Però fu un punto di riferimento per alcuni, non ultimi Evola e Scaligero.

Lo sconsiglio ai blablatori che non comprenderebbero e nemmeno agli ortodossi che hanno le rappresentazioni inchiodate in testa: sarebbero pochi ma comunque sprecati, intendo i soldi.

La tragedia di C.M. è stata quella di non trovare gli strumenti per accogliere nell’umano quel “più che vita” che avvertiva crescere nell’anima. E non fu il solo. Quando si riesce a bloccare il corso naturale delle Potenze dell’anima, permettendo loro di essere ciò che sono prima di disperdersi nella natura, è necessaria una mediazione che supporti l’umano che ne resterebbe travolto. Uno dei molti aspetti della saggezza iniziatica dei cinque esercizi. Che, direbbe Paolo di Tarso, non sono latte per bambini.

Consapevole di quanto stava accadendo, Michelstaedter, in una delle sue ultime lettere scrisse (cito a memoria): ”Se muoio sarà non per carenza ma per sovrabbondanza”.

LIBRI E AUTORI

DICO E RIDICO…

la-scienza-occulta-

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Per l’individuo che parte da una oscura reminiscenza prenatale e giunge ad una certa chiarezza di coscienza la “presa diretta” indicata dalla dea Ragione (che non va confusa col razionalismo) è il sadhana. Chi pratica è un sadhaka. Uso questi termini, chiaramente non antroposofici, poiché c’è chi sente attorcigliarsi le budella se legge la parola ‘ascesi’ – Steiner non l’ha detto – e forse così sarà più tranquillo e diverrà più buono.

Un tempo venivano considerate (con una certa dose di buon senso pratico) tre situazioni, tre categorie di uomini che praticavano qualcosa sul sentiero della Conoscenza (la quarta, quella dei deliranti, non era prevista o considerata): il principiante, il proficiente ed il provetto. Gli ultimi due si supponeva che avessero atteso ai preliminari nel corso di precedenti incarnazioni. Per essi non erano necessari altri strumenti fuori dalla pratica meditativa: il distacco dalla fiumana dei pensieri e l’arresto delle funzioni mentali.

Dopo secoli che il sacro insegnamento era stato assimilato per opera dei grandi Traduttori, i maestri dell’Impero di Mezzo, vedendo il pericolo della discorsività fine a se stessa, portarono Conoscenza e Trasmissione ad una essenzialità talmente ridotta in cui la fase analitico-discorsiva si consumava nel momento intuitivo e non passava oltre. Un esempio a caso? Eccolo: “Un monaco chiese a Yun  Men quali fossero gli insegnamenti di un’intera vita. Yun Men rispose: Una affermazione pertinente”.

Questo, più o meno, era quanto doveva bastare.

Prima di annoiarvi troppo vorrei sottolineare che il sadhaka dei tempi nostri trova (può trovare) un certo equilibrio tra la laconicità di Yun Men e le necessità della vita… purché sappia evitare lo squittio sorcino del “parler pour parler” almeno per quanto riguarda le discipline e naturalmente le discipline stesse.

E’ un problema grave parlare ossessivamente di ciò che non si sperimenta o non si conosce? Cosa induce individui a schizzar giudizi o improprie saggezze tre volte per settimana su una Scienza dello Spirito, di fatto sconosciuta, dimenticata o tradita? Problemi psichici o tosti esami medici? Perché si continua senza riposo ad ammaestrare con indicazioni fantasiose e/o sminuire la portata (enorme) dei cinque ausiliari? Oppure darne la valutazione che va d’amore e d’accordo con l’esorcizzazione delle cose serie secondo l’indirizzo antroposofista degli ultimi cinquant’anni anni se non di più?

Il sadhaka dei nuovi tempi è già atleta paolino se riesce a nuotare controcorrente tra gli infidi scogli del malato personalismo. Poi inizia la pratica dell’eroismo con i semplici gesti dell’azione interiore. Deve avere buoni muscoli e cuore ben difeso, poiché, grosso modo, ogni cosa che fa è in contraddizione con le azioni umane e gli spiriti che spingono le tendenze generali del tempo.

Prendiamo ad esempio il primo dei cinque, conosciuto come “controllo del pensiero”. Nelle opportune sedi vi diranno che è solo ‘igiene dell’anima’ e già da subito tentano di fregarvi sapendo dal subconscio che quarti di verità fanno più danno della menzogna. Oppure vi consiglieranno di fissare accuratamente l’oggetto cum oculos, dimenticando che il compito dell’esercizio è, al minimo, di “pensare obbiettivamente per virtù di forza interiore” senza essere “dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi” (sto indicando fatti che accadono davvero, qua e là, non mie cervellotiche deduzioni).

Vi diranno di fare l’esercizio in tre minuti (non è una novità come qualcuno crede; è invece vecchissima e risale probabilmente ai tempi in cui le direttive di Albert Steffen, usurpatore a Dornach, avvelenarono la salute cagionevole di quattro quinti dei gruppi europei). “Riguardo la durata della concentrazione…l’effetto è tanto più forte quanto essa può diventare più serena e più intensa. Vi è tuttavia uno speciale senso interiore, che si sviluppa per virtù degli esercizi stessi, che insegna allo scolaro la giusta misura a cui deve attenersi.”

Vi parleranno di rilassamenti corporei (e magari di training autogeno) mentre la “natura di tali processi dell’anima non si differenzia, per la sua qualità da ciò che avviene quando si svolge un sano pensiero o un giudizio. (…) Tutto ciò che a tale riguardo si comporta in modo diverso, non è vera disciplina spirituale, ma soltanto una sua deformazione.”

Vedete amici, i virgolettati sono di un testo base di Rudolf Steiner (La Scienza Occulta, V Cap.), non miei. Mio è solo il tentativo di mostrare che non viene letto e compreso nemmeno il terreno di fondamento dell’antroposofia…mentre si gonfiò come una sanguisuga l’antroposofismo bastardo e corruttore.

I cinque esercizi “sono indicati come metodi della disciplina occulta perché, se vengono eseguiti coscienziosamente, producono non soltanto i risultati immediati sopra descritti, ma indirettamente creano molto altro di utile per il cammino verso i mondi spirituali.” Vi ricordo che soltanto Massimo Scaligero gli chiama, senza timori di botteguccia, con il nome più pertinente: “Regole iniziatiche”.

Verissimo, poiché già con il controllo del pensiero, non privo di enormi difficoltà, inizia il combattimento tra l’io e l’astrale inferiore (radicalmente ed aristotelicamente, tra la potenza del Principio e l’azione del riflesso infero degli Ostacolatori).

Se qualcuno vi dice: “Ma è solo il pensiero” non rispondetegli nemmeno. Perché è stupido o bugiardo. Ogni pensiero voluto modifica tutta l’anima. Riaccende la volontà e domina quel sentire che non è altro che reazione animalesca e sognante al percepito o al rappresentato.

Ogni pensiero deliberatamente voluto, nonostante la ribellione del corpo, dell’anima e degli istinti mascherati da rappresentazioni di pensiero, è atto di coraggio e di morte. Coraggio poiché attinge a quella corrente immessa dal Logos nel cuore umano. Morte poiché si forma indipendentemente e oltre la propria personalità, virtuosa o viziosa che sia. E’ lei che soffoca, che si sente morire. E scalcia di brutto.

Eticamente è l’atto più morale che possa scaturire nella coscienza umana poiché l’io impotente è sempre quello che giustifica l’istintività corporea attraverso un astrale che domina l’ordinario del volere, del sentire e del pensare sino alla forma logica di questo. L’insistenza ed il rafforzamento del pensiero voluto dall’io restituisce all’uomo la giusta gerarchia di Spirito, anima e corpo. Solo a partire da questa disposizione l’agire potrà essere considerato davvero umano (etico).

Questo lo dico, poi lo ridico, lo ripeto, credo lo abbia digerito pure il mio portacenere…ma sembra dar fastidio o repellenza: credo che ciò abbia terribili radici in esseri che si sono abbandonati agli dei oscuri.

Con tale operazione, minimamente realizzata, si forma nell’anima uno “spazio vuoto”, immune dalla personalità particolare, che permette al sadhaka gli ulteriori esercizi e non frivoli atteggiamenti contrabbandati dall’anima. Mi riferisco in particolare all’equanimità e alla positività. Comprendere che essi portano a reali modifiche di coscienza è possibile soltanto a chi sperimenta tali modifiche. Gli altri ragliano alla luna.

A parlare così si becca, nel migliore dei casi, l’infamia di un atteggiamento  “aristocratico” inteso naturalmente come insulto.

Ma chi s’è formato, non dico col buddhismo, ma con l’occidentalissimo Aristotele, non vede in ciò alcun insulto. Se poi ha realizzato un microscopico “spazio vuoto”, dei torcimenti della psiche, fossero alti e possenti come cattedrali, non gli importa nulla.

Il ricercatore, se operativo, vive spesso in condizioni di consapevolezza sovrarazionale, e buona parte del suo sforzo complessivo riguarda il raggiungimento di condizioni più vicine alla realtà dell’Essere che la contingente inessenza delle fugaci passioncelle e delle rispettive rappresentazioni.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CANTO DEL BEATO

krisharj

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I seguaci dell’antroposofia fin troppo spesso nulla sanno di quanto non sia strettamente legato ad essa. Ma su ciò dovrei correggermi. Vedo sedicenti antroposofi conoscere a menadito Osho, l’AMORC, le Kabbale, Krishnamurti, poi le cloache chiamate canalizzazioni e altre (infinite?) sciocchezze.

Neppure un timido un balbettio sugli autorevoli critici, vuoto pneumatico con gli autentici testi della tradizione. Poi Steiner e Scaligero, leggeri come i saldi di fine stagione ma ottimi per libertine e esibizionistiche discussioni.

Che questo sia il futuro che avanza? Che ci sia una nuova scuola esoterica molto, ma molto a sud di Ushuaia?

Lascio ai lettori la meditazione sul senso del verbo avanzare, invito tutti a corsi di geografia esoterica, e riprendo il filo.

Va bene, anzi benissimo, seguire il pensiero scientifico-spirituale sulle “Basi occulte della Bhagavad Gita”, però esiste pure la Bhagavad  Gita per se stessa e, se non erro, nel l’”Iniziazione” Steiner stesso la indica come un testo che è cibo per l’anima.

Allora, è conosciuta o no?”

Sfrondata da studi filologici ed esegesi, non è mica un grosso testo ed è rintracciabile in qualunque libreria, anche in edizioni di pochi soldi. Dunque di facile acquisto e ognuno poi fa quello che vuole.

Però mi stupirebbe se nelle fornite biblioteche personali di figure a vasto raggio di interessi spirituali, ça va sans dire, questo aureo volumetto non ci fosse proprio.

Non smetto di ritenere che riassunti o bignamini non comunichino nulla di buono: le Opere dettate dalle altezze (di qualunque tempo), qualora le anime sappiano riconoscerle, dovrebbero essere avvicinate e “trattate” con un minimo di rispetto, anche quando manchi una devozione sincera. “Farle a pezzi non è rispettarle”, come diceva il capo ispettore Abberline nei riguardi delle povere vittime di Jake the Ripper.

E, aggiungo, evitare le virgolette quando si riportano le frasi di un altro e persino di un Iniziato. Purtroppo chi fa ciò come nobile arte di sottoscala, si autogiustifica sempre e comunque.

Qui, da parte mia, preferisco dunque limitare le prossime righe alla cornice in cui si situa “Il Canto del Beato”, confidando nell’interesse dei lettori per l’ulteriore proseguimento.

La Bhagavad Gitā è un un episodio del Mahābhārata, narrazione epica di una visione della grande India unificata in cultura e vita politica, completata tra il V e il I secolo avanti Cristo e che si traduce letteralmente come “La grande India”.

Quando Dhritarāshtra, il re cieco dei Kuru diviene vecchio decide di cedere il trono non a suo figlio Duryodhana ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pāndu, suo fratello minore.

Duryodhana, uomo di inclinazioni cattive, mediante scaltrezza e tradimenti, si impadronisce del trono e cerca ogni mezzo per annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, tenta di conciliare le parti: in nome dei cinque Pāndava chiede per essi cinque villaggi ma Duryodhana rifiuta brutalmente e dice che senza battaglia non cederebbe nemmeno uno spillo di terra. Diviene inevitabile battersi per la giustizia e il diritto.

Tutti i principi dell’India si uniscono ad una delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offre una scelta e Duryodhana sceglie per sé il potente esercito di Krishna e Krishna entra nel campo opposto, non come combattente ma come auriga del carro di Arjuna (uno dei cinque pāndava).

Drona, il maestro di ambedue, sceglie Duryodhana perché il suo nemico Drupada ha scelto l’altro campo. Bhīshma, parente di ambedue i capi delle opposte fazioni, l’uomo più forte dell’India seppure anziano e che aveva tentato la riconciliazione, dopo un scrupoloso esame di obblighi e doveri e visto che nemici s’erano schierati a fianco dei pāndava, decide di combattere con Duryodhana per dieci giorni e poi di ritirarsi in morte volontaria ottenuta cioè con mezzi iperfisici.

L’auriga del carro del vecchio re cieco e spodestato svolge per lui la cronaca degli avvenimenti della lotta mai superata in importanza nella storia dell’antica India: qui inizia la Bhagavad Gitā, cioè il Canto del Beato, perché ripete le parole di Krishna, il divino incarnato e perché insegna all’uomo come elevarsi alla coscienza divina, realizzando nel terrestre il Regno dei Cieli.

Dei cinque fratelli pāndava, il maggiore era il più puro e virtuoso (sattvico), il minore era il più forte (rajasico) mentre Arjuna, terzo dei fratelli, era in equilibrio in forza e purezza: per questo fu scelto dal Divino per essere il suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugāntara, e per essere il discepolo a cui dare il messaggio divino della via allo Spirito.

Se pensiamo l’insegnamento antico come staticamente immerso nel suo splendore, la figura di Arjuna e il momento dell’insegnamento infrangono tale pensiero.

Arjuna è un uomo attivo, posto nel mezzo della sua più profonda e violenta crisi. Il suo temperamento è indicato dall’inizio del libro ed è conservato fino alla fine: consapevole del grande massacro (di cui è destinato ad essere il principale strumento!), quello che sorge nella sua anima non è ragione filosofica o spirito riflessivo ma da uomo pratico e d’azione scopre di colpo di venir privato di tutto il fondamento della fiducia in sé e nella vita.

Egli, vissuto finora seguendo la legge (dharma) e mettendo in pratica le nozioni di diritto e virtù, scopre improvvisamente che esse l’hanno condotto a diventare il protagonista di un massacro terrificante e inaudito, di una mostruosa guerra civile che incendia tutte le nazioni, prepara la strage dei più valorosi eroi e minaccia la rovina della civiltà.

Allora Arjuna, gettando lontano l’arco divino e la faretra inesauribile che gli erano stati dati dagli dei, esclama: “ è meglio che io mi lasci massacrare, disarmato e senza resistenza, dai figli armati di Dhritarāshtra. Non combatterò”.

Non è il dubbio di un pensatore ma piuttosto la rivolta elementare di tutto il suo essere: non solo il suo pensiero ma anche il cuore e gli impulsi vitali non trovano più regole d’azione, nessun valido dharma.

Egli chiede allora a Krishna una regola sconosciuta, mentre il Maestro lo condurrà verso il segreto che Arjuna non chiede di conoscere. Il Divino non vuole condurlo ad una legge qualsiasi (inevitabilmente umana) e chiede piuttosto che rinunci a tutti i dharma, tranne a quello, ben diverso da tutti, che consiste nel vivere coscientemente nel Divino e nell’agire secondo questa consapevolezza.

Il Maestro deve dare al discepolo una nuova legge di vita e d’azione che vada oltre l’insufficiente regola dell’esistenza ordinaria con l’infinita serie di contraddizioni e conflitti, di dubbi e certezze illusorie, così che liberi l’anima dai legami dell’azione senza impedirle di agire e con forza conquistare l’immensa libertà del suo essere divino.

La Gitā non è arma di battaglie dialettiche,

è una porta che si apre sull’intero mondo di Verità,

di esperienza spirituale, e la visione che offre comprende

tutti i domini del piano supremo. Essa traccia il cammino,

ma non innalza mura o barriere per confinare la nostra visione.

                                                                                                                (S.A.)

TRADIZIONE

SPIGOLATURE ESTIVE

Abu Simbel

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La corporeità è condizionante. O almeno esistono condizioni serie che dovrebbero essere combattute, superate, sanate o ridotte. Secondo le competenze che spettano ai campi della vita.

Cito le più importanti:

Un’estrema debolezza fisica che risulti da malattie in fase acuta e dolori forti. Essa è tale da influire sulla comune autopercezione animica e sembra dissolvere la volontà, anche quando l’individuo ha compreso tutto il meglio nei confronti della disciplina.

In questo caso occorre fare il possibile per ristabilire la salute del corpo.

Ho però notato, anche in casi molto gravi, che rimane la possibilità della preghiera che può essere persino continua. Ma, e ne abbiamo già scritto, vanno bene anche preghiere semplici e brevi. Se l’estenuatezza è massima ci si può affidare al Cielo, al Divino, lasciando che sia proprio l’estrema debolezza a “lasciarci andare”: “Nelle Tue mani, Signore”.

Troppi impegni pesanti nella vita di tutti i giorni, al punto di non lasciare tempo e energia necessari per una pratica sistematica e continuata. Una disciplina da week-end, anche se protratta, non porta a nulla. Guardate che ciò può nascondere furbizie e imbrogli: molte persone affette da “angina temporis” dovrebbero soltanto darsi priorità e scuotersi da parecchie attività inutili o abitudini troppo consolidate. Un mio amico ricordava sull’Archetipo  come il dott. Colazza, medico di una volta cioè impegnatissimo, praticava le discipline interiori più importanti alle tre di notte!

La mancanza di una convinzione interiore, solida e intuitiva, quasi una “persuasione” alla Michelstaedter, che quella della Concentrazione sarà una strada maestra per il senso della propria vita. Se questa mancasse totalmente, non dovendovi essere costrizione di alcun tipo, sarebbe forse meglio abbandonare l’iniziativa, poiché viziata all’origine o troppo prematura.

Queste ultime righe riguardano più la mente che il corpo: sono comunque espressione della mente in quanto subordinata alla corporeità. Occorre abituarsi a scindere l’Osservatore da ciò che chiamiamo mente o psiche: l’Io non è la mente. Madame Blavatski disse al riguardo: “La mente è un buon servitore ma è un padrone crudele”.

Ricordiamoci spesso quello che non è un’astrazione ma un duro fatto: la psiche asservita al corpo asservito alle forze più basse dell’anima è totalmente ostile ad ogni sforzo che l’uomo compie per domarla.

Chi dice di domarla fumando o sferruzzando è uno sciocco che va lasciato in pace.

Per la disciplina, che inizia dal controllo dei pensieri e si focalizza nella concentrazione vera e propria, non illudetevi mai, non esistono misteriosi supporti interni all’operazione.

Essa però può essere svolta in condizioni circostanti migliori o peggiori: Attenzione! Questa non è una regola aurea: può succedere che condizioni difficili stimolino forze più profonde e quella che avrebbe dovuto essere una condizione di sconfitta a priori diviene un’occasione irripetibile di illuminazione.

Tra gli aiuti (sempre e del tutto) esterni all’operazione, possiamo indicare quelli che l’esperienza ed il buon senso insegnano.

Non praticare l’esercizio qualora vi sia la certezza di improvvise irruzioni di altre persone; non  farlo temporalmente vicini alla pesantezza di attività digestive oppure nel riposo immediatamente successivo ad un eccesso di sforzi muscolari; evitare, per quanto possibile, il rischio di forti rumori improvvisi e inaspettati, non fare la concentrazione in posizione distesa. Poi, come tutti sanno, evitare l’alcol, anche nei suoi aspetti minimi, come nelle paste  o nei cioccolatini (Scaligero diceva che anche una sola goccia arretra di molto il lavoro precedentemente svolto. Ciò può sembrare eccessivo: ricordiamoci che un essere particolare come la von Halle, per stare malissimo le bastò l’alcol usato tra gli eccipienti di un dentifricio messo a contatto con lingua e gengive).

Viceversa può essere di minimo aiuto un leggero stimolante come il caffè (non per tutti!), una rinfrescata al volto e alle mani, meglio sino ai gomiti (in certi casi può servire una breve doccia fresca). Più importante è l’abitudine a vesti comode o almeno a liberare il corpo da cinture, stringhe o in genere da cose che stringono: flusso sanguigno e respirazione non vanno costretti.

La posizione della colonna vertebrale dev’essere naturalmente verticale: a ciò può venire in aiuto un cuscino posto all’altezza dei reni.

Meglio abituarsi, almeno per un certo tempo, ad una posizione generale. Le mani possono cadere sui braccioli, quando ci sono, o poggiate sopra le ginocchia. Alcuni tengono le mani congiunte (destra sulla sinistra).

Le gambe non andrebbero incrociate e la base del busto non dovrebbe trovarsi più in basso rispetto all’articolazione della gamba. A farla semplice l’immagine riassuntiva è data dalle ieratiche statue dei Faraoni in posizione seduta.

Queste sono indicazioni di base, che non hanno nulla a che vedere con l’attività interiore messa in moto nell’esercizio, così come il più volte menzionato tubo di rame è cosa diversa dal liquido che in esso scorre.

Quanto ho scritto favorisce soltanto il mezzo su cui l’esercizio, per molto o moltissimo tempo, poggia.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le regolette di questo mondo.

Fuori da Eco, ho ricevuto per altre strade alcune perplessità circa le “cose” più elementari di cui scrivo. Sono cose ovvie, mi è stato comunicato. E l’osservazione è giusta.

Ma non trovo del tutto scontato che si diano per scontate come banali le cose semplici.

Come già raccontai, io fui fortunato ad avere relazione con personalità di valore e con amici molto attenti e attivi. E, nonostante questo, non fu certo affare di un giorno il liberarmi dai lacci, alcuni sottili e profondi che mi tenevano tenacemente legato a pregiudizi, soprattutto a quegli inconsci, che non si vedono ma sono svegli e attivi nel tenerti al guinzaglio. E più erano “ingenui” e tenui, più erano attaccaticci.

Non suona alcun campanello quando, inerzialmente, scivoliamo da quattro o cinque pensieri chiari a zone di nebbia fitta. Il nostro primo compito dovrebbe essere quello di portare alla luce della coscienza desta ogni pensiero, superando, per attenzione cosciente e dedicata, quei nodi di pensiero che vagano sotto la superficie frenando o incagliando le eliche della nostra barchetta.

In fondo è quello che fece, a ben altro livello, il Dottore con il primo capitolo della Scienza Occulta: trarre a consapevolezza e rettificare i dubbi e le matasse che possono arrestare o alterare lo studio libero e spregiudicato di quanto si legge nei capitoli successivi.

Inoltre so che esistono persone assai dotate, le cui capacità vengono bilanciate negativamente da una solitudine assoluta. Persone che vivono in minuscoli paesi e che non hanno possibilità di rapportarsi a qualcuno: vedono il vivente nella natura che li circonda e si arrovellano sul concentrarsi al chiuso o all’aperto. Alcune di queste hanno bisogno anche del pur scarso dialogo che tento con queste righe.

Questo, amici miei, è reale, mentre baloccarsi col pensiero facile sui massimi sistemi è, da Oriente a Occidente, solo una perdita di tempo e un allontanamento dall’essenziale. Dunque “sapersi sedere” è un essenziale? No certo! Ma anche sì (non a caso Maestro Eckhart scrisse: “Ho conosciuto Dio sedendo”).

Dobbiamo essere scandalosamente veritieri con noi stessi. Capita spesso che persino una frase mutuata da Scaligero, come “Via del Pensiero” (la cito a caso), venga detta, ridetta e difesa a oltranza senza che essa, il suo contenuto, sia chiaro nella nostra coscienza.

Bene, ora dopo avervi annoiato, passo ad un altro gradino del tema…

…che potrebbe essere su quale sia il carattere della qualificazione che potrebbe spingerci al tentativo di una disciplina del pensiero.

Probabilmente le motivazioni iniziali possono essere di due tipi: uno “alto” e uno più pedestre…ma che al fine di un buon sviluppo di capacità valgono lo stesso.

La prima è la conseguenza di una vera ricerca spirituale: in essa il ricercatore vede che il protrarsi infinito di letture e studi porta ad una sola finestra da cui…saltare.

Cioè interrompere la dialettica (verso cui è possibile giungere ad una sorta di disgusto) e agire.

La seconda appartiene a coloro che almeno tendono ad adeguare la propria vita ad un modello più logico, oppure per ottimizzare la destità o acquisire un po’ di pace della mente o ancora per sviluppare l’arte di evitare le suggestioni esterne nei confronti del proprio pensiero o per sviluppare una volontà più forte che consenta una padronanza di sé nella vita.

Insomma, tra il cominciare assai tardi e il cominciare con obbiettivi non eccezionali, propenderei per la seconda opzione.

Credere che occorra iniziare da un pensiero raffinato è una maya come tante. Forse fuori di tema comunico un fatto che molti non conoscono. Scaligero, visto che l’impegno (la forza) interiore era assai spesso inversamente proporzionale ai personali monumenti del sapere, valutò seriamente di introdurre alla Via del pensiero alcune persone preparate soltanto con le basi dell’euritmia, naturalmente messa in pratica. Senza altre mediazioni intellettuali. Contingenze esterne impedirono questo…esperimento.

In ogni caso la concentrazione non può essere un rifugio o un’evasione dal karma individuale e dal dharma generale della vita.

D’altronde superare l’invisibile trama di forze che si oppongono alla pratica della disciplina del pensiero è più difficile che conseguire una…laurea universitaria. Sebbene molti uomini normali siano capaci di completare in modo soddisfacente un corso di studi superiori, non tutti sono capaci di creare in sé stessi qualcosa che prima non era presente, cioè la capacità di concentrarsi, anziché accontentarsi di un semplice bagaglio mentale.

Mi soffermo, per ora, sugli ostacoli interiori.

Grosso modo, forse l’ostacolo principale riguardante la concentrazione è la natura emotiva incontrollata dell’uomo comune e impreparato.

Nella tradizione orientale esiste un termine che indica le tendenze mentali e astrali. Il termine è “vasana”. Mi sembra pratico, come quelli più in uso, come karma, maya, eccetera.

I vasana possono, nella concezione grossolana di buono o cattivo, essere di ambedue le specie, ma per una ascesi sono tutti ostacoli; sono indesiderabili e andrebbero minimamente arginati.

In parole povere, siamo capaci di rifiutare di occuparcene, almeno quando ci apprestiamo agli esercizi animici? Quali risultati possiamo aspettarci da questi se siamo del tutto incapaci di frenare o sospendere collera o avidità nei confronti di chicchessia e di conseguenza essere come costretti a pensare e sentire incessantemente al tale o alla tal cosa?

Ho indicato il negativo ma anche un irrazionale attaccamento alla famiglia che ci porta una continua ansia per il benessere di ciascun componente (dimenticando che possiamo portare amore ma anche rispetto per il destino di ognuno), può diventare un handicap formidabile.

Insomma, il risultato è che ci si trova incapaci di arrestare o equilibrare i pensieri superflui e persistenti.

Perciò disciplinarsi, dominarsi, vietarsi l’influenza dei vasana è uno dei lavori più severi che l’operatore deve fare in sé.

Mi pare che ben pochi siano coloro che da tali influenze vorrebbero davvero liberarsi: sono ancor meno di quelli che vogliono fare la concentrazione (Toglietemi tutto ma non i miei vasana!). Permettetemi la battuta in parentesi, ma si è potuto vedere spesso come figure di valore e capacità di visione, siano stati buggerate in queste zone, del tutto primitive e fin troppo poco  capaci di disciplina.

Un altro ostacolo, relativamente difficile poiché non esce sempre allo scoperto è il “materialismo istintivo”. Sembra una contraddizione ma vi sono anime attratte dalla spiritualità eppure incapaci di pensare o credere o sentire qualunque cosa che non possano toccare o vedere: è cosa che può raggiungere un notevole livello di raffinatezza in quanto tali soggetti possono trafficare con i grafici che presentano l’evoluzione dallo stato saturnio, possono ascoltare conferenze o leggerle…ma quando si staccano da tali forme legate alla percezione sensibile, per essi i mondi interiori non esistono più, il pensiero ridiventa un fenomeno astratto e collaterale.

Finché non si giunga ad avvertire una minima oggettività del pensiero o intuire una visione cosmica dell’uomo, il materialismo istintivo è un ostacolo, magari latente.

Essere in potere della superstizione è un altro grave ostacolo. Anzi, è una schiavitù della mente. Essa è costretta a pensare torcendo ogni realtà obbiettiva, popolandola di nessi spettrali. Quasi sempre il fratello della superstizione, il fanatismo, soccorre e nutre l’empia sorella.

Mi ricordo che F.G. si rammaricava per aver ricordato sull’Archetipo l’esercizio della moneta (qui ora non lo spiego). Persone “normali” gli scrivevano per avere delucidazioni e chiarimenti sul “responso della moneta”: chiedevano alla moneta cosa avrebbero dovuto fare nel decorso della giornata e via dicendo!

La faccia di una moneta come sostituto alla propria responsabilità d’azione: uno scambio perfetto.

Un’altra barriera che chiude la porta alla disciplina pratica è la mania di leggere troppi libri. Ciò procrastina l’azione all’infinito. Ci si procura un libro interessante perché sembra dire qualcosa di nuovo, poi terminato quello si procede avanti in una interminabile ricerca. Così è possibile trascorrere l’intera vita. Ci si dimentica che i libri sono realmente più numerosi dei mesi e degli anni da vivere. Quindi a che serve leggerne vagonate e poi morire prima di usare le cose che si sono conosciute?

In certi casi non è una bulimia che spinge il lettore ma una insoddisfazione per quanto ha sinora incontrato. Questi sono i casi in cui la ricerca deve proseguire.

Gli alcolisti e quanti sono dediti ad altri vizi che creano assuefazione non possono, in tali condizioni, praticare la concentrazione. Senza esaminare il lato occulto, la ragione più evidente è che la loro forza di volontà è prossima allo zero. Se le pessime e distruttive abitudini sono irrinunciabili, dove potrebbe trovarsi una forza interiore bastante per sopraffare la pigrizia e l’apatia mentale?

Altro ostacolo che frena da subito la giusta capacità di tentare positivamente il viaggio interiore è lo cercare “aiuti” da tutte le parti fuorché in sé medesimi. Vi sono spiritualisti in perpetua ricerca di grucce e bastoni. Qui tutto sembra far brodo. Con un atteggiamento assai tipico nei nostri tempi, si desidererebbe che “altro” facesse tutto al posto nostro. E’ con questo imbelle ed ottuso egoismo che ci si trascina da una conferenza all’altra o che si saltabecca da una massima morale ad una “immagine spirituale”, vampirizzando da ciò quello che sostituisce l’inazione individuale. Persino la preghiera, in questo caso, ha solo il significato di dire: “Signore, fai tutto tu perché io non ne ho voglia”!

Termino riprendendo la nozione di vasana che si applica fin troppo bene alla politica.

Con l’eccezione del limpido testo omonimo di Aristotele, la “passione” politica è quanto di più lontano possa esserci da un reale cammino interiore. Se idealmente potrebbe essere diverso, nella realtà essa separa, divide gli uomini, accende “fuochi” di oscura origine, genera ideologia e preconcetti giungendo sino all’odio. Anche quando si veste di nobili intenti.

A risentirci. Vedremo di trovare qualcosa di buono che implementi volontà, pensiero e destità ai fini di una sana disciplina, cioè quella che insegna all’uomo lo svincolamento da l’ enorme egocentrismo che lo imprigiona.

Queste cose sono come la fascia di asteroidi: i mille puntolini che orbitano intorno alla concentrazione: spesso quelli utili ruotano lontani e gli inutili tanto vicini che impattano l’esercizio sviandolo dalla retta orbita.

Se così non è, è pur qualcosa di simile: a sentire di tutti quelli che dicono di fare l’operazione, avremmo ad ogni passo iniziati e il mondo sarebbe guarito e salvo.

La natura del fondamentale è così “semplice” che in realtà articoletti di questo genere non dovrebbero nemmeno essere scritti e pensati.

Eppure mi par di vedere nella boccia della visione che così non è, che la mascalzonaggine così propria alle nostre anime, è ingegnosissima nel trovare scuse, travestimenti, nascondigli che evitino l’atto vero e questo avviene all’infinito!

Del resto questa formidabile attitudine già appare in tutta la sua gloria davanti alla lettura seria, di un testo fondamentale e credo ci sia poco da fare. Il Dottore, in parole povere, chiede una cosa sola: di pensare i pensieri che il libro ti offre l’occasione di pensare.

Mi sa che devo chiarire, e lo faccio nel modo più semplice: da una parte abbiamo un quid che chiamiamo percezione, dall’altra abbiamo il pensiero che incontra la percezione. Dall’incontro dei due, nella coscienza umana si forma un qualcosa che chiamiamo rappresentazione. Fin qui i fatti che non sono né buoni né cattivi (certo, la faccio semplice ma credetemi: non occorre affatto complicarla). Il brutto da bollino nero giunge quando l’uomo, il cosiddetto ricercatore spirituale, si lascia dominare dalle proprie rappresentazioni, come se queste, anziché essere mediatrici necessarie alla conoscenza (come diceva Goethe), fossero inappellabili demiurghi.

Allora sì che diventa possibile smantellare la FdL senza neppure leggerla: le proprie, inappellabili rappresentazioni, anche quando sono solo dei gusci di noce piccoli e vuoti determinano ogni realtà. E ogni esortazione a pensare con un briciolo di oggettività diventa un discorso ai sassi.

Ciò avviene anche ai sacramentati “alti livelli”: c’era il Dottore che avrebbe salvato solo la FdL poiché da essa sarebbe potuta scaturire tutta l’antroposofia, ora invece abbiamo Prokofieff che sdrucciola nel Gran canyon come Wile Coyote, tentando di spiegare con l’antroposofia la FdL (e quel che è peggio, con la “sua” antroposofia).

Amen…torniamo a livello del suolo. Non sarà mai troppo ripetuto che la concentrazione, quando la si realizza, fa a meno di qualsiasi supporto fisico o psichico e che tale atteggiamento di indipendenza dovrebbe essere un tentativo continuo anche quando si lavora per arrivarci. Questa indipendenza già la possediamo naturalmente quando l’attenzione viene completamente assorbita nella lettura o nell’osservazione di un fenomeno.

Ma appena determiniamo volitivamente un pensiero del tutto cosciente, iniziano i dolori: non c’è cosa che non inizi a sbraitare in noi, cominciando dalla corporeità.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le regolette di questo mondo. Sì, l’ho già scritto, ma lo ripeto di nuovo.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA PRATICA

 (Coscienza della luce – Marina Sagramora)

coscienzadellaluce

*

Sulla Concentrazione  potrebbero bastare le righe iniziali di una vecchia lettera di Scaligero che ripropongo qui sotto:

“La concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro (….) riescono nella concentrazione perché ne fanno solo una pratica di intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo, e questo è invero tutto”.

Se l’ho rimessa sotto i vostri occhi è solo perché so bene che occorre tempo per comprenderne il senso, semplice e, se si vuole, brutale, e assai tempo per fare o tentare una cosa del genere e, badate bene, sto parlando a chi è convinto e non a chi non ne vuol sapere.

Se uno, lo dico per analogia, non vuol tuffarsi, esso è padronissimo di non farlo e nessun incitamento o convincimento di altri gli farà cambiare proposito ma anzi lo irriterà e lo indurrà a mantenere anche più saldamente la sua posizione di rifiuto.

Ma è purtroppo anche vero che le astuzie che l’anima (astrale) mette in moto sono infinite.

Dipende dal punto di vista: se qualcuno ha capito e segue con ogni goccia di coscienza l’indicazione di Scaligero, i trabocchetti e gli impedimenti rimangono, ronzano, ma senza il pungiglione. Sono come i rumori di fondo: che esistono ma vengono superati con la ripetuta dedizione della coscienza sempre più focalizzata sul tema predeterminato.

In tale senso non c’è nulla da dire o di aggiungere, poiché tutto viene fuso nella fornace dell’attenzione (per quanto possibile) totalmente dedicata.

Nella prassi, la differenza tra la Concentrazione e le vie più antiche è massima.

Non è mai esistita una ascesi superiore che non abbia utilizzato un’ampia serie di compromissioni psico-fisiche per attutire, ridurre sia l’impatto sensoriale, sia la molesta presenza interiore di pensieri e sentimenti vaganti per proprio conto. O che non abbia preparato l’anima ad una intonazione morale o religiosa: l’equivalente interiore di una sorta di cerimoniale con tanto di vesti, simboli e formule propiziatorie.

Quanto detto non nega il valore delle altre forze dell’anima ma sottolinea soltanto la cruda essenzialità dell’atto compiuto dall’io pensante che in questa fase iniziale ma fondamentale dell’Opera interiore ha invero bisogno solo di sé stesso, della sua propria attività liberata dalle scorie di ogni altra cosa.

Appoggiarsi ad altro, a qualsiasi cosa, sta a significare che l’assunto dell’esercizio non è stato ancora capito.

Le “varianti” individuali non hanno, per sé stesse, alcun significato concreto: usare parole o immagini o ancora parole e immagini, procedere più lentamente o velocemente nell’iter discorsivo; fare concentrazioni più lunghe o più brevi e persino farne molte o poche durante la giornata, sono solo modi che si adattano meglio (o peggio) alla capacità personale del momento.

Nel passare del tempo sarà il medesimo individuo a cambiare, a fare quanto possa infrangere il limite del momento.

L’unico senso positivo di qualsiasi modalità dovrebbe essere quello di farsi veicolo del massimo della forza d’attenzione concentrata.

Ripetere (con la massima determinazione) più volte al giorno l’esercizio è utile per stimolare la volontà portandola ad un limite  (oppure oltre quel limite) che non si sarebbe capaci di superare usando pochi minuti durante la stessa giornata.

La domanda su quante volte sarebbe opportuno ripetere la disciplina dovrebbe avere, come risposta più sincera, il consiglio di praticare fino a quando non avverte l’insopportabilità dell’esercizio per l’anima, quella che viene sentita come anima personale. Si dovrebbe entrare in una zona di dolore interiore col carattere dell’insopportabilità: se l’incursione riesce e ci si sente capaci di “tener fermo” in questo lago di dolore, significa che si sta attraversando la barriera cerebrale. Poi è l’interiorità che ci dice se l’esercizio, praticato troppo spesso o troppo a lungo, macini a vuoto.

Ciò che espongo senza tatto è duro ma necessario, poiché il grande segreto della Concentrazione è portare il Volere nella sfera del Pensare. E una simile Volontà non è quella comune, il brodino misto che la natura ci permette, ma è una Forza vera, una Potenza sconosciuta, più concreta del marmo di Carrara. Non è certo una di quelle forze, donate da questo e quello di cui si ciancia, suppongo allegramente, poiché non sono reali ma solo desiderate e sognate.

Come in palestra si spendono energie, anche un grande sforzo nell’esercizio richiede un grande consumo di energia: come per lo sforzo ginnico e sportivo, vale poi mangiare sufficientemente e dormire sufficientemente….poi giungerà il momento in cui le energie fluiranno dal Silenzio e da ciò che è oltre il Silenzio: tutto avviene in trasparente conoscenza: prima non dedurre stime e capacità che mancano. E’ solo così che ci si può far male.

Che le cose vadano per il giusto verso occorrono tre cose: destità per essere, sforzo per fare e resistenza per non mollare.

Sovente, presso un superamento della condizione precedente il lavoro interiore, si ha un effetto-conferma sino al corpo fisico: una destità maggiore riposiziona con il suo intervento l’asse verticale (colonna vertebrale), un approfondimento continuato abbassa il respiro che da toracico diventa automaticamente addominale e persino spinge in fuori la pancia (ciò significa che il centro inferiore della Forza (hara) inizia ad attivarsi oltre la funzione comune): questo è un buon sintomo perché indica che la fragile e tormentata zona dei sentimenti cede il posto di prima fila alla stabilità della zona del volere.

Naturalmente tutto ciò è individuale e relativo (comunque andrebbe avvertito a posteriori) e poi, alla fine fa parte della serie di ciò che è imperdurante: con la vera Concentrazione e con il Silenzio che l’accompagna, la tenaglia che ci tiene troppo vincolati ai ritmi ed ai fenomeni corporei, si allenta: solo ora possiamo dire di essere svincolati dalle forze corporee del soffio e delle altre forze corporee che s’erano travestite come fossero espressione dell’anima.

Ricordatevi sempre che i “fenomeni” che accompagnano il viaggio sono da un certo punto di vista stimolanti e positivi, ma quasi tutti sono anche segni del nostro servaggio alla corporeità, persino quando appaiono come squisite impressioni interiori. In molti casi, nel tempo, i fenomeni strani tendono a scomparire. Ciò indica la realtà del loro scarsissimo valore.

Rispetto al mondo esteriore e agli altri uomini, subentra nel tempo quello che Scaligero chiama “atarassia” e, se non le si desse automaticamente un significato (umanamente!) negativo, potemmo anche chiamarla ‘tersa indifferenza’ poiché non è maculata da simpatia o antipatia o personale interesse.

Poi se qualcuno pensa che tale indifferenza ci renda gelidi o lontani è solo perché non pensa fino in fondo (ma questo significherebbe sperimentare qualcosa ed è quello che non si vuole). In realtà ci si amplia, si esce dalla gabbietta delle proprie rappresentazioni – c’è gente che si autonomina esoterista o veggente e la vedi contratta in sé – si può guardare il mondo e gli esseri che ci attorniano senza i “veli di maya” del nostro avvolgente fardello…è allora che termini come amore e compassione possono trovare posto nella realtà e non essere solo lo specchio personale di carattere ed istinti o finzioni.

Gli esercizi esoterici, e con essi la concentrazione non si sottraggono a tale silente indifferenza: ora il motivo per il quale possono venir continuati nasce da una intuizione altrettanto certa e vera come per gli occhi fisici sono certe e vere le cose viste.

Insomma, cambia il panorama e il movente delle azioni…e per i più rimane incomprensibile la mia ostinazione a promuovere la Concentrazione come Via maestra per la reintegrazione all’Essere spirituale che siamo, che affermiamo di essere e di cui, in realtà, come individui pesantemente terreni, ne siamo lontanissimi.

Però, se non vi dispiace, ora continuiamo un pelino più seriamente il discorso intorno ai tanti supporti di base che circondano la pratica più difficile del mondo.

E già qui mi contraddico, perché la Fenice di cui stavamo parlando è in sostanza l’atto più privo di supporti che si tenta di compiere.

D’altronde se si intuisce ciò si comprende pure che i “supporti” allusi indicano più che altro quello che è meglio non fare: e con questo si intende, nel ‘tutto compreso’ anche le condizioni migliori e le abitudini peggiori – ma niente è obbligato: alla malora i moralisti che in qualche modo orbitano intorno all’esercizio della concentrazione!

Allora iniziate con lo slacciarsi le cinture strette (se non siete soli, fate in modo che non si fraintenda), ora mi calo più in basso…sino ai piedi: slacciate anche le scarpe (sciogliete le stringhe) se pure queste sono strette. Il senso generale è che il corpo non sia costretto e che il sangue circoli più liberamente possibile: questo fa parte della salute.

La pura concentrazione non implica più tensioni e squilibri, fisici o psichici: essa è potenzialmente risanatrice per i mali dell’anima e del corpo.

Può esserlo meno il lungo percorso che va dal primo tentativo di controllo del pensiero alla concentrazione vera e propria giacché per lungo tempo non si è capaci di sforzo interiore senza tendere nervi e muscoli, anzi portando ad essi una acuita sensibilità. Queste difficoltà non vanno combattute col rilassamento che rappresenterebbe una battuta d’arresto durante l’esercizio e, in generale, un ripiegamento verso l’usuale dominio della corporeità sul mondo interiore: solo l’insistenza dell’osservazione cosciente e voluta verso l’oggetto di pensiero attua la condizione eccezionale in cui l’osservatore e l’osservato attuano la loro dinamicità nella pura e sola sfera del pensiero.

Mitteleuropeo ha ragione da vendere quando ricorda l’importanza dei 5 ausiliari: essi valgono a molti livelli. Anche se pur essi diverrebbero un disastro se il III, il IV ed il V (equanimità, positività, spregiudicatezza) venissero artificiosamente rappresentati,  sentiti e indossati come una maglietta. Ho conosciuto persone finite con esaurimenti abbastanza gravi per aver irrigidito l’anima nella vuota rappresentazione di essere nella condizione suggerita dagli esercizi, realmente mai attuati o attuati formalmente, che è la medesima cosa.

Del resto è importante ricordarsi, senza illusioni su sé stessi, che l’elemento inferiore dell’anima, cerca sempre le vie sbagliate per non seguire la retta opera. Già negli anni trenta l’avv. Martinoli (quello che permise di fatto la fondazione della Società Antroposofica in Italia) rilevava che il legame con il Dottore non sarebbe stato perduto e non vi sarebbero state le lotte fratricide della Società, se gli antroposofi avessero ottemperato alle 5 discipline e (soprattutto) ai conseguimenti che a esse rispondono.

E’ un ideale alto e difficile che gli uomini facciano le cose giuste e la difficoltà si eleva a potenza quando le azioni rimandano alla conoscenza, al rigore ed alla veridicità nel segreto dell’anima.

Già quando (nella Società) si vogliono esporre le discipline come “igiene interiore”, qualcosa di essenziale è andato perduto.

Paradossalmente occorrerebbe la pratica della pura concentrazione per possedere una minima idoneità a trasmettere ad altri (oltre che a sé stessi) il senso vero degli esercizi esoterici – poiché esoterici sono! – anche quando sono visti come ‘preparazione’…

Preparazione a che? Prego farsi queste domande, qualche volta almeno!

Per mio conto sono affezionato al “rasoio d’Occam”, cioè alle soluzioni più semplici.

Sovrana tra queste è il ‘passeggiare’. Che ha estimatori illustri, come ad esempio Goethe. A uno che dalla Germania avverte che nell’estremo sud dell’Europa sta accadendo qualcosa di tremendo (terremoto di Reggio e Messina, 1783) credo si possa dare ascolto.

Vi ricordate l’inizio della II parte del Faust? Dove Ariel canta: “Elfi piccini ma dal grande cuore, dove possan giovare, accorron là. Incolpevole o reo, nel suo dolore, li muove ogni infelice alla pietà”.

La natura aiuta tutti, e con più forza quelli che hanno un’anima. Anche coloro che vivono al centro di una città possono realizzare, con il forte contrasto dei rumori e del brulichio che gli attornia, il senso dell’aria, più alta degli edifici, permanente e azzurrina, luminosa e libera oltre ogni umano confine e oltre la pesantezza di quanto è terreno. Poi qualche grande albero: vivo per il succo vitale che scorre da radici a foglie, odoroso perché questa è la parola di un essere muto e amico, vivo nella sua sapiente immobilità, ombra di celesti saggezze.

Potrebbe essere una passeggiatina di poche centinaia di metri, prima di cena o qualcosa di più importante. Il camminare è poliedrico, ha molti aspetti. Un mio amico ne ha scritto sull’Archetipo. Ma il senso più immediato è il sentire la natura (basta l’aria, l’imbrunire, il mutare della luce) anche “omeopaticamente”. Già così lenisce e risana il nostro interiore, ridistribuisce realtà e proporzione alle cose, disinfetta dai troppi ripiegamenti su sé stessi.

In tema di “salute” non andrebbe dimenticata la pratica sportiva o ginnica. Non c’è nessuno, salvo portatori di malanni immobilizzanti, che non possa trovare qualcosa di idoneo alle sue possibilità, calibrato su tempo, costi ed età. Una attività progressiva, di breve durata e ripetuta due o tre volte alla settimana offre solo benefici al corpo e alla psiche. Tendere ad esser sani e validi per la vita non è né un miraggio né un lusso inutile.

Portare nella corporeità maggiore consapevolezza, disciplinare la stessa volitivamente, stimolare i processi metabolici, rigenera quello che è concretamente il terreno da cui si parte per l’avventura interiore. Al contrario vige nascosto in certuni un pensiero/sentimento che vincola gli atti dell’anima ad una condizione di malessere psicofisico inteso come una strana qualità, una sorta di merito verso lo Spirito. Ciò potrebbe essere un residuo di antiche forme di spiritualità in cui il corpo veniva ripudiato e macerato. Mentre vale ancora il ben conosciuto detto: Mens sana in corpore sano.

Ricordatevi che una delle massime individualità spirituali del nostro tempo, Mirra Alfassa Blanche Rachel, chiamata con qualche fondato motivo “La Mère”, praticava ogni mattina qualche partita a tennis (il suo sport preferito) anche a ottant’anni suonati!

Digressioni di poco conto? Per qualcuno sì e per altri no.

Però mi sa che dovremo tornare al centro del discorso. Quello difficile perché nella pratica dell’esercizio non esiste un metro universale, fatte salve la volontà, l’attenzione e la costanza.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA FIDUCIA ANTICA

Jacob Boehme, Mysterium Magnum, Mystery of the Creation

*

La fiducia che l’asceta ha in sé non è una fede ignorante, oscura, ma una fiducia luminosa: fiducia nella Luce invisibile, non nell’oscurità.

Può essere chiamata cieca dall’intellettualismo scettico già solo perché rifiuta di essere guidata dalle apparenze esteriori o da quelli che sembrano essere fatti, perché essa cerca il vero dove sono altri coloro che non vedono e non poggia sulle grucce della prova sensibile e dell’evidenza: sente di non averne un vero bisogno.

E’ un’intuizione che non attende l’esperienza per essere giustificata: è la potenza che conduce all’esperienza.

Se io credo nella capacità dell’autoguarigione, troverò domani o tra mille anni il modo di guarirmi.

Ma se comincio la disciplina con il gelo del dubbio e continuo con dubbi ancora più grandi, fino a che punto potrò proseguire il viaggio che cerco di intraprendere?

Questa fiducia così speciale non dipende dall’esperienza diretta. E’ qualcosa che esiste in me prima dell’esperienza.

Quando si inizia la Concentrazione del pensiero, tale inizio non è quasi mai basato sulla forza dell’esperienza, nemmeno la logica del processo, anche se compresa e ricompresa, non è sufficiente. Esso principia con un profondo atto di fiducia, che indirizza con una scandalosa certezza senza nome.

A osservare bene, è così non solo nella vita spirituale ma anche nella vita comune.

Tutti gli uomini d’azione, esploratori, inventori, creatori di conoscenza, procedono con una sorta di fede incrollabile finché la prova non si presenti o l’impresa riesca…e vanno avanti malgrado delusioni, fallimenti, contraddizioni, negazioni: solo perché vi è qualcosa che dice loro che sono sul campo della verità e che l’impresa va portata a termine.

Secondo il grande Ramakrishna è una certezza che è certezza oppure è altro: deduzione ragionata, convinzione provata, conoscenza accertata: cose non inutili ma che non sono mai l’intima radice della nostra azione.

La fiducia che qui intendo è la testimonianza dell’anima verso qualcosa che non è ancora manifestato, compiuto, realizzato, ma che L’Essere che è in noi conosce anche senza previe indicazioni e ci avverte che è vero, che è il valore estremo da seguire e realizzare.

Qualcosa in noi persiste, resiste anche se la mente viene tormentata e la psiche corporea si rivolta e rifiuta.

L’ascesi del pensiero comporta lunghi periodi di delusione, di smacchi, di stanchezza e oscurità. Eppure qualcosa in noi ci sostiene, ci spinge nostro malgrado: sentiamo che ciò che seguiamo è vero e davvero, in fondo, lo sappiamo.

La fondamentale fiducia nell’ascesi del pensiero, nel risveglio di sé, è che l’uomo spirituale esiste e che reintegrarsi a esso è il valore supremo della vita.

Finché un uomo ha questo ardore interiore, è segnato dallo Spirito, e se anche la sua natura fosse piena di ostacoli, gremita di negazioni e difficoltà e dovesse lottare per la vita e ancora oltre, un remoto impeto fa di lui un essere predestinato al Risveglio della Vita spirituale.

 

TRADIZIONE

IL LIMITE DEL DUBBIO

Verso la luce

Una delle cose intelligenti e importanti nell’uomo contemporaneo è la capacità di dubitare, tant’è che l’alternativa opposta è credere a tutto, prendere ogni cosa per oro colato, che è roba da imbecilli. Poi però anche dubitare di tutto potrebbe essere anche peggio…se comincio a dubitare del mio portacenere mi piomba addosso la psichiatria e mi appiccica una sindrome, mia ma col nome di un altro. Insomma mi infilo in un pasticcio da cui il mio Garmin non se la cava con percorsi alternativi.

Non di meno vorrei scrivere sul dubbio, però mi assale il dubbio che sarebbe impossibile scrivere di qualcosa che sembra senza fine. O forse per trattare convenientemente l’argomento occorrerebbero 60, 600 pagine…ma nemmeno 6.000, anche se convincenti potrebbero convincere il dubbio.

Esso esiste per sé medesimo e la sua funzione è il dubitare: sempre, anche quando uno pare convinto. Convince di essere una ricerca proba e onesta, ma probabilmente lo fa per convincere chi l’accoglie a prenderselo in casa e nutrirlo.

Comunque sia, continuo queste righe. Però non dal dubbio ma dalla folle esigenza che lo Spirito sia una certezza concreta: tanto concreta quanto qualsiasi fenomeno percepibile ai sensi, anzi un poco o tanto di più.

La certezza dello Spirito non deve eguagliare in concretezza tutto quello che nel mondo può essere testimoniato da vista, udito, tatto, ecc. e, non occorre dirlo, nemmeno dai pensieri o immagini fondati su questi: tutto questo fa parte di un mondo in cui  il dubbio è lecito e spesso terribilmente necessario…

Lo Spirito che sia Spirito dev’essere indubitabile: come la luce del giorno o l’aria che si respira, non certo per quella strana paresi animica che lo sciocco di oggi giustifica con la fantasima di una gran cosa che un tempo fu chiamata fede: miserabile alibi per poter credere a tutto con la letea comodità di pensare a niente.

Per chi ha provato un momento di verità il problema si pone come permanenza: essa il più delle volte ( quasi sempre) non c’è proprio ed è un vero tormento.

Perlopiù l’esperienza spirituale viene e si ritira un attimo dopo, attendendo che l’elemento umano sia più che preparato e disposto a sopportarne la realtà infinita, per non parlare della rivoluzione assoluta che porta in sé.

Ci si può rendere conto a fatica o con lucidissima disperazione di questo venir presi per attimi ed abbandonati per mesi o anni o anche per un tantino di più.

Ma dubitare per questa ragione dovrebbe essere insensato. Non si dubita dell’esistenza dell’aria se il vento forte soffia raramente, non si dubita della luce solare se viene il buio tra il crepuscolo e l’aurora.

Forse la difficoltà sorge a causa della “super normalità” dell’esperienza spirituale.

La “normalità”, debole e limitata riesce difficilmente a stabilire un contatto con l’esperienza spirituale, tanto più vasta ed intensa che può venir colta spesso a posteriori nella coscienza riflessa, nella sensazione, entrambe più scialbe, diluite: dopo l’attimo vero e indubitabile ciò che si può trattenere sembra, nel tempo, diafano come un sogno.

Le esperienze decisive non possono essere “provocate”. La permanenza (che le renderebbe normali su un piano superiore) non può farsi stabile finché il pensiero riflesso interpone riserve, pregiudizi: insistendo con questi per conseguire la certezza dello Spirito tutto ritorna confuso.

Sulla via del ragionamento, del dubbio, dell’inchiesta e di tutto il ciarpame dell’ignoranza (avidyā) si giunge alla verità certa e inconfutabile della…confusione mentale.

E il riferirsi allo Spirito scade sempre in chiacchiere da avvinazzati astemi.

Esiste nella capacità dell’uomo l’atto di pensiero che estingue il pensiero riflesso: questo è il grande segreto dato dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente: segreto manifesto che almeno alcuni fingono di cercare, ma con pensieri ulteriori: grandiosi, acuti…purché siano ulteriormente riflessi (a gloria del proprio soggetto usurpatore dell’uomo). E qua siamo nell’Élite, giacché per tanti sono testi in antico aramaico.

La scomodità dell’esperienza spirituale sta tutta qui. Purtroppo per noi le esperienze spirituali non sono affatto simili alle costruzioni mentali o agli impulsi vitali. Non sono “ cose pensate” ma realtà sentite e vissute nella sostanza e nell’essenza di ciò che crea mondi e il principio umano.

Senza dubbio la coscienza pensante è sempre presente, può intervenire. Ha il modo di pensare lo Spirito, può avere credenze, è aperta alle emozioni, ai riflessi mentali delle verità spirituali e può anche giungere ad una specie di realizzazione che ripete, nel modo migliore consentito dalle sue possibilità, una qualche forma di verità e tutto ciò non è transitoriamente privo di valore ma non è concreto, né profondo, né sottratto al dubbio.

Per se stessa, la coscienza pensante riflessa è incapace di definitiva certezza.

Essa può dubitare di tutto ciò che crede, può negare tutto ciò che afferma, può gettar via tutto ciò che afferra (e infatti se ne libera strada facendo).

Potete sofisticheggiare che questa è la sua libertà, il suo nobile diritto, il suo privilegio: forse si esaurisce qui ciò che si può dire a sua lode. Ma con queste virtù non si speri di giungere a certezze definitive. E’ una ragione di sostanza per cui l’indagine sullo Spirito non è in grado di fare luce su Esso.

Se la coscienza è sempre impegnata con i suoi piccoli pensieri, con la grassa trippa delle conoscenze inutili (che si accompagnano sempre ad una folla di impulsi vitali, di desideri, di idee fisse e di tutto ciò che vizia il pensiero umano), anche senza tenere conto della innata insufficienza della ragione, come mai può esserci posto in noi per un nuovo mondo di conoscenza, per esperienze mai vissute nella vita di qua o per le formidabili irruzioni dello Spirito?

E’ possibile invece che nel sereno svolgimento delle sue abituali, prosaiche attività, l’anima  umana sia colta di sorpresa e come sommersa o rapita dalla folgorazione improvvisa dell’esperienza dello Spirito.

Ma se l’ordinaria coscienza si mette a interrogare, a dubitare, a fabbricare teorie e supposizioni su ciò che queste cose potrebbero essere, se sono vere e in quale misura oppure dove nasconde l’errore, cosa può fare la Potenza spirituale se non ritirarsi ed attendere che la coscienza finisca di agitarsi e fermentare?

A tutti coloro che dell’intellettualità astratta fanno criterio giudicante dell’esperienza spirituale (è una tentazione quasi generale), si potrebbe porre una semplice domanda: credete che lo Spirito sia più o meno della vostra coscienza così saccente?

La coscienza astratta, con il suo pensiero astratto, con il suo argomentare senza fine, col suo dubbio perenne, con le sue certezze di un giorno, è qualcosa di a) superiore o di b) eguale alla coscienza spirituale oppure le è c) inferiore?

Se più grande non v’è alcuna ragione, alcuna ricerca da fare.

Se uguale, allora l’esperienza interiore è del tutto superflua.

Ma se è inferiore, come diventa possibile – e a che serve – sfidare, giudicare, citare lo Spirito come accusato o testimone davanti al proprio tribunale, convocarlo davanti a commissioni esaminatrici o schiacciarlo tra i vetrini nel proprio microscopio?

Se la coscienza comune non è la stessa cosa dello Spirito, allora non è nemmeno una fantasia arbitraria e tirannica insistere affinché la coscienza riconosca i propri limiti, se ne faccia una ragione, impari a rinunciare alle pretese e permetta gli atti interiori che sanno trarsi oltre al suo modesto livello.

Non intendo dire che la coscienza ordinaria non abbia nulla a che vedere con la vita spirituale, ma soltanto che non può esserne lo strumento principale e meno ancora l’autorità  che subordina tutto al proprio giudizio, compreso lo Spirito.

E’ la coscienza ordinaria che deve farsi radicalmente modesta, per ricevere in silenzio quanto una Coscienza più grande le insegna, subordinarsi nell’ascesi (ascesa) a stati che non operano secondo i canoni del mentale, permettendo che la sua penombra vacillante sia ridisegnata, forgiata da una Luce (forte, reale, più intensa del granito…forse adamantina) che dissipa la cecità, la sordità, l’insensibilità che chiamiamo destità umana, pure talvolta filantropica, e che la certezza, la pienezza, la gioia (ananda) sostituisca l’antecedente contenuto dell’anima, quello incerto, limitato,deluso e dubbioso.

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’EQUANIMITA’

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Per non imbrogliare la memoria dei lettori avverto subito che le successive righe appartengono a “Rasti del vecchio Forum” (sembra un nome dei personaggi del Signore degli anelli, non vi pare?), riviste e implementate da Isidoro a cui è sembrato che non fossero proprio da buttare.

Questa, in parte, parte da un fatto vero, da un incontro realmente avvenuto tra Rasti e un giovanottone di cui fu padrino di battesimo (Cavoli! Ciò avvenne una quarantina di anni fa ma Rasti mi assicurò che il “ragazzo” è prestante e giovanile).

Non so come sia andata poi, ma il fatto era che il ragazzone si accingeva ad iniziare il terzo dei famosi cinque esercizi.

Per giungere al bisogno/impulso di procedere oltre il controllo del pensiero e l’atto puro, gli erano occorsi degli anni! E già da questo potreste ammettere che la cosa sembra vera.

Da ciò, poiché si sta parlando di una persona reale, potete vedere quanto può essere diverso il lavoro interiore tra reali uomini diversi: chi fa un esercizio al mese, chi aveva ricevuto l’indicazione di farli tutti cinque subito e contemporaneamente, chi dei cinque non fa mai gli…ultimi quattro. C’è posto pure per quelli che i “cinque esercizi” non li fanno proprio e fanno altro, infine ci sono anche tanti che non fanno niente e anch’essi avranno le loro ragioni…non le trovo ma di sicuro le avranno.

Dunque, per piacere, evitiamo inutili giudizi, poiché come in ogni esercizio di preparazione esoterica contano soprattutto la dedizione e l’intensità, cioè la merce più rara e più elusiva, alquanto celata per gli umani strumenti di misura e valutazione.

Allora, i due soci  ricapitolarono, non brevemente, alcuni aspetti dei primi due esercizi. Rasti disse poi quanto era stato notevole sentire dal figlioccio come la concentrazione lo avesse aiutato durante il durissimo periodo di un grave lutto personale (la sua compagna era morta in un incidente stradale). In quella situazione aveva fatto quello che anche Isidoro predica spesso: brevi concentrazioni molte volte al giorno.

Rivisitarono anche il secondo esercizio (quello che, sulla carta stampata  “pare” facile) e convennero su tre cose: a) l’assetto interiore dell’atto, silenzio interiore e consapevolezza, nel compiere l’azione libera da motivi personali, senza il preventivo controllo del pensiero è troppo poco, non coinvolge i corpi sottili; b) è piuttosto importante che l’azione venga predeterminata il giorno prima e che, come un fiume carsico, scorra sotto traccia, anche durante il sonno notturno; c) in condizioni di possibilità l’azione pura non sarà lunga, anzi sarà semplice e breve, ma articolata e completa come le azioni che si espletano ordinariamente: i gesti troppo elementari, come il portare un oggetto da una tasca all’altra possono essere visti come eccezionali ripieghi in eccezionali occasioni: atti di buona volontà, né più né meno.

Il terzo esercizio, senza un minimo risultato di disciplina e di minima realizzazione dei primi due, è più o meno impossibile.

Ricordiamoci che gli essenziali – volontà nel pensiero (I) e pensiero nella volontà (II) – sono il punto di partenza per il III, ossia il contenimento di impulsi ordinariamente inarrestabili provenienti da una sfera possente che in massima parte è fuori dal controllo conseguito con una condizione interiore che si renda, almeno in taluni momenti, indipendente da natura, carattere ed educazione.

A meno che non si “bari” brutalmente con la depauperazione sistematica dell’anima (sul modello della vecchia educazione “all’inglese”). Pur di evitare, coscientemente o meno, un incontro diretto con la propria interiorità (ciò terrorizza più gente di quanta si possa credere) vi sono quelli che, sentendo una personale inadeguatezza in varie forme di rapporto sociale, fanno il possibile per darsi modi e abitudini più raffinate: modificano lo stile comportamentale da fuori a dentro, come viene fatto nelle scuole per ufficiali nell’Esercito. Ma questo è un capitolo che esorbita dal nostro tema.

Con il III esercizio i tentativi “titanici” sono fallimentari e possono alterare la sana vita animica.

Il terzo esercizio è difficile poiché, lo si interpreti come si vuole, porta ad un impoverimento del proprio sentirsi abituale, ed è proprio ciò che Steiner dice senza dirlo quando scrive che “ si diventerà più ricettivi per tutta la gioia e il dolore che ci attornia” e questo è possibile solo quando non si sia immersi nella propria gioia o nel proprio dolore.

In effetti il Dottore si preoccupa che il discepolo non tenti la bravata indicata sopra, cioè tenti la strada sbagliata dell’insensibilità e dell’indifferenza che alla fine sono solo manifestazioni della perdita della più alta potenza dell’anima.

La richiesta “tecnica” è orientare l’essere interiore a “padroneggiare l’espressione del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore”. Si domina cioè la manifestazione istintiva.

Questo viene sottolineato più volte: a ragione poiché trattiamo di un lungo lavoro, reso ancora più difficile dalla sottile necessità di separare, come nell’alchimia, il sottile dal denso: dunque la percezione del dolore dall‘invadenza del dolore).

Il risultato dell’esercizio è la creazione di una zona animica indipendente dai sentimenti personali e dalle loro fluttuazioni: il Dottore la descrive come di “intima calma”.

Alla fine si tratta di dare forma nell’anima a qualcosa che già può esserci se il I ed il II esercizio sono stati esercitati davvero a lungo e in profondità: si plasma consapevolmente qualcosa che già dovrebbe esserci.

Mentre i primi due esercizi possiedono caratteri formali che possono renderli più accessibili, con il terzo esercizio (equanimità) entriamo in un certo qual modo nelle discipline a cui manca il supporto certo. Il dott. Colazza direbbe che sono “atteggiamenti” dell’anima. Con l’equanimità siamo a metà strada (mentre con il IV e V esercizio, a dirla tutta, sono dolori: cioè impazzano le “traduzioni” personali, quasi sempre abbondantemente astratte ed astruse).

E’ possibile avvicinarsi progressivamente all’equanimità a passi relativamente certi.

In primis ricordo un consiglio che Scaligero ci diede (buono per qualsiasi esercizio che abbia la caratteristica dell’interfaccia tra anima e mondo esterno).

Si tratta di meditare per immagini  e per più settimane la scena dell’esercizio. Dico “scena” come un attore che prepari anima e gesto per la parte che svolgerà sul palcoscenico. E’ un immaginarsi in una situazione che, nell’ordinario, causerebbe immediatamente una reazione emotiva, mentre in tale immaginare si realizza se stessi come osservatori spassionati.

Ci si cala così in un antefatto dell’esercizio…con le caratteristiche del meditare ossia poche immagini semplici la cui impressione riesca ad risuonare nell’anima.

Esiste poi una quasi- equanimità che è più facile, più controllabile.

Mi ricordo che veniva spesso suggerita da Mimma Benvenuti, cugina di Scaligero, alle tante persone che trovavano più facile confidare a lei le difficoltà incontrate nella pratica.

Se vi è chiaro il senso della parola “espressione” usata dal Dottore, troviamo un gradino di mezzo, del tutto corretto e sicuro che può essere praticato più volte nella giornata.

Si tratta di dare uno stop all’immediatezza della propria reazione sensibile, magari per tre secondi.

Facciamo un esempio facile: suona il telefono, siamo da una vita abituati a precipitarsi a rispondere: ora invece rimaniamo fermi: scatti il silenzio dei centomila pensieri (esercizio I), il dominio cosciente sul movimento fisico (esercizio II).

Centouno, centodue, centotré… poi (solo poi) assecondiamo la vecchia abitudine.

Lo stesso vale alla fermata del bus, al suono del campanello, alla parola che vorremmo far uscire dalle labbra, ecc.

Dai, che tre secondi non vengono nemmeno notati!

Qui ho dato uno schema abbastanza facile, spetta alla libera capacità di ognuno modificarlo, allargarlo, inspessirlo, ecc.

Poi, quando diventa una capacità reale si può, con maggiore sicurezza, passare a “stoppare” manifestazioni più forti o insospettabili.

Le più difficili appartengono alle relazioni tra esseri umani, specie in famiglia.

Quando si avverte che la nuova capacità tiene, occorre grande prudenza: in tempi in cui stress, rabbia e frustrazione sono la pessima atmosfera comune, la calma non è qualcosa con cui adornarsi in piazza. Non v’è disciplina esoterica senza una controparte magica che agisce sul mondo circostante: può essere un toccasana per chi ci circonda ma in alcuni fomenta collera cieca. Senza esagerazione potrei dire che la tua calma imbufalisce quelli che nemmeno sognano cosa essa sia. E non sto scherzando!

Forse è inutile ricordare che “l’equanimità” è uno tra gli esercizi più difficili per il comune stato dell’anima: sarà trasformante ma, in genere, può venir colto come un doloroso passo indietro. Pur con le dovute cautele, si incide nel tessuto animico: per essere capaci di farsi male nella sfera del sentire, è assolutamente necessaria la forza coltivata col I e II esercizio.

Per le traduzioni iper-minimaliste del tipo “vino & tarallucci”, potremo continuare la chiacchierata nel bar più vicino, dandoci reciprocamente e paciosamente ragione…

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA REALTA' TRACOLLA

pescecane

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Allora, serve qualcosa scrivere intorno a discipline di fondamento, ampiamente descritte da Steiner in libri e conferenze; poi sottolineate anche da Scaligero, il quale in colloqui individuali consigliò a molti di praticarle?

Il fatto è che, dopo molti dei miei incontri con brave persone, mi sento un tantino scoraggiato.

Mi guardo intorno come molti altri e vedo nel nostro Paese, come nel resto del mondo, una situazione di crisi che pare senza vie d’uscita. Si dà colpa alla politica, alla speculazione economica, ai grandi e palesi gruppi di potere, a grandi e occultati gruppi di maggior potere, e così via.

Per carità, c’è molto di vero in tutto questo, ma se il pensiero non si arresta a quello che si sceglie come oggetto di risentimento, esso non trova una giustificazione razionale nemmeno ai vertici delle massime conventicole del potere economico e politico globale.

Pur esse sono gestite da uomini che, sebbene si mostrino – nel male più che nel bene – molto intelligenti e dotati, paiono a loro volta ben poco capaci di dirigere le forze che stanno spazzolando intere nazioni. Certamente i grandi capitalisti traggono ogni possibile vantaggio dalle crisi (così è stato anche nel passato), ma alla fine pure questi paiono simili alle remore che, aggrappandosi al grande pescecane, prosperano della sua forza e ferocia.

A farla breve, guardo il fenomeno umano ma esso non basta a soddisfare l’osservazione che mi rimanda (più su o più giù) al grande pescecane invisibile che muove come burattini i sedicenti padroni del vapore.

Vi assicuro che non è il frutto dell’elucubrazione o del saputo antroposofico: da immagine a immagine salgo fino ad un punto in cui vedo un nulla che eppure c’è, analogicamente all’aria, del tutto invisibile ma del tutto reale.

E gli uomini vivono e respirano in questa immensa entità spettrale che avverto sostituirsi alla comune realtà fisico-sensibile. Questa spettralità determina cause ed effetti propri alla sua natura, rendendo impotenti le buone intenzioni, inutili i tentativi di salvare le cose della realtà oggettiva.

E, purtroppo, gli uomini sono affascinati dalla potenza dello spettro: sia stimandolo, sia aborrendolo. In entrambi i casi l’affascinazione è potente poiché esso è di natura spirituale e l’uomo inconsciamente è effettivamente attratto dallo spirito.

Ciò che accadeva in tempi antichi e antichissimi là dove avveniva un’inversione nei Misteri e nelle comunità spirituali, quando scienze e coscienze venivano corrotte e l’io e l’astrale di iniziati e iniziandi riportava sulla terra forze spirituali malvagie e distruttive, ora accade dappertutto nel mondo.

In tal senso i “responsabili” umani dei destini del mondo e i loro servi, sono i solerti mediatori degli impulsi del grande pescecane (forse è lo stesso che Saint Martin chiamò coccodrillo: sono solo immagini diverse). Nei termini tradizionali dell’occulto si potrebbe parlare di una medianità straordinariamente diffusa, celata dietro una lucentezza intellettuale.

Per equilibrare tale stato di cose avrebbero dovuto sgorgare un po’ dappertutto fonti di spiritualità sana, integra, fondata sull’Io e non su sognanti canalizzazioni passive.

Mi pare che da quando Scaligero teneva gli incontri bisettimanali sia passato un secolo – intendo cent’anni solidi – e cent’anni fa diceva che persino i politici (in fondo) fanno il loro mestiere e che solo i seguaci della Scienza dello Spirito non fanno il loro dovere.

Dal mio modesto punto d’osservazione quel biasimo ha assunto lo scenario di una tragedia.

Dopo tutte queste mie chiacchiere torno alle righe di partenza: perché dentro tutte le brave persone accennate, quelle che si dedicano agli studi spirituali e che persino seguono le corrispondenti discipline, non vedo traccia di un superamento del caos personale. Essenzialmente sono tutti tesi ad affermarsi: pensieri, parole e opere sempre inseriti tra sé e sé, mai oltre.

Mi chiedo: com’è possibile che più o meno nessuno non abbia mai sperimentato per un secondo una Realtà più possente, un barlume di Infinito, un raggio di luce del Sole interiore?

Qualcuno mi può ribattere che non so, non vedo queste cose nei miei fratelli umani e che, dunque il mio lamento sorge dal mio limite. Se così fosse mi acquieterei, zittito. Però, se così fosse vedrei sbucare da ogni dove silenti operatori con una sicura bussola stretta nella mano.

Perché, cari amici e lettori, è pressoché impossibile, per chi abbia avuto un atomo di illuminazione, non sapere cosa fare, non sapere verso dove dirigersi.

Non è questione di etichette ma di vivente comprensione che non va più perduta.

Le discipline sono la corsa che precede lo scatto impossibile oltre il parapetto dell’illusione di sé e del mondo correlativo. Tutto ciò che viene prima è gioco di ombre, palazzi di insussistenza, miseria umana che non ha alcun riflesso in Cielo.

Lo so, amici, siamo tutto fuorché “pezzi da novanta”, ci sentiamo deboli, fragili, inadeguati…ma i pochi Giusti se ne sono andati e la realtà tracolla. Non mi abbandono alla speranza di un loro ritorno, di un ritorno in massa. Lo so, “Steiner lo ha detto” ma mi limito a constatare che, almeno per ora, ciò non è avvenuto (Se avvenuto, abbiamo imbarcato un fardello, non un aiuto necessario).

Non per caso il dott. Colazza ricordava la narrazione biblica in cui Dio avrebbe risparmiato le sciagurate città se, in esse, si fosse trovato un pugno di giusti.

Ciò serve ora, per ricacciare l’ombra che ci sovrasta. Non antroposofi o scalig(g)eriani ma combattenti, eroi senza medaglie e nomi: questo è realismo spirituale, il resto è puro e semplice tradimento con centomila autoassoluzioni incorporate.

Prima di abbandonare queste righe come ovvie e infantili, pensateci un po’ su, verso dentro. Per favore.

PS: Questo scritto non si riallaccia al discorso di Mittel e Savitri. Quando loro postavano il mio modem era defunto, dunque non sapevo nulla delle loro osservazioni.

ALTRO

SCIENZA dello SPIRITO

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

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Se questa nota fosse ambiziosa e rigorosa potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per se, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile. La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque (magari con un piccolo aiuto).

Nella sua indagine, Rudolf Steiner  osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi”. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito. Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo. Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo)  dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.

Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita. In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero: la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo. 

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante (con la sua aristotelica potenza)  sebbene tale dato di fatto rimane sempre il più negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.

A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio e se davvero fosse così  il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra. Purtroppo così non è, la confusione regna e per ‘esperienza interiore’ si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che  ci sono famigliari nel mondo sensibile. Questo è un errore ma vi sono errori ancora più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile.

Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono Chiese, Scuole sapienziali, Correnti spiritualistiche.

Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) malsane correnti d’aria se non avesse a fondamento una esigenza di obbiettività scientifica. Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione e atto di fede…spensierato.

Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.

La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.

Ebbene, nel divenire scientifico è quasi “vergognoso” constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portò alla radice epistemologica, indicando come, alla base dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione. Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione. E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.

La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.

In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza “Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”.

Così, allo stesso tempo, le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.

Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza?

A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?

Anche questo è un evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

LA BANALIZZAZIONE DELL'ANTROPOSOFIA

aiut!

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Se isoliamo artificiosamente dal contesto spirituale la celebre frase della Tabula Smaragdina: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto…”, avremo pressoché già raggiunto la sintesi di questo articoletto. Infatti se il rigo viene decontestualizzato e letto nominalisticamente esso appare di significato scarso o nullo. A dirla tutta, ad un’anima sana e concreta frasi simili si presentano come sciocchezze che nella realtà non trovano alcuna conferma e nel pensiero paiono vuote. Pensate: in basso i piedi, in alto la testa; in basso i campi di grano, in alto sfilacci di nuvolo…differenze? Ma no! Eppure per tantissime persone (un esercito!) potrebbero quasi essere la stessa cosa. Più o meno. Forse quanto sto dicendo è solo un’assurda iperbole o un gioco. Ma non sto giocando affatto. Non è forse vero che i nostri Padri latini coniarono l’allocuzione “Semel in anno licet insanire” che Orazio, elegantemente modificò in “Dulce est desipere in loco”?

Essi, con la robusta, asciutta sensatezza che contraddistinse lo splendore della Civiltà Romana, limitavano l’insanire ed il desipere a pochi e opportuni momenti. Ora viviamo in un periodo di civiltà nella quale le regole e i riti, vista la proclamata sparizione della Trascendenza e del Sacro, si sono ridotti ai 245 articoli del Codice della Strada (avente evidenti tracce misteriosofiche, vista l’interpretazione personale e difforme tra le diverse pattuglie), alla compilazione del Mod.730, all’IMU ed a labirinti documentali e onerosi non dissimili. Questo nel presente, mentre nel futuro la Tecnologia ci renderà onnipotenti come ci viene assicurato da Emanuele Severino che,  da raffinato nichilista quale egli è, pur tuttavia non annichilisce il proprio pensiero ed è pure serissimo con sé stesso, perciò non scherza.

Allora: è “normale” insanire o desipere per alcune ore tutti i santi giorni quando si legge un testo di Antroposofia o si tiene una conferenza (o la si ascolta) sul medesimo argomento o si discute su un Forum dedicato?

Di sicuro esagero ma pregherei i lettori a sforzarsi d’immaginare per un momento quante sono e sono state le persone che accostandosi all’Antroposofia da due diverse direzioni (quelli che hanno approfondito alcune correnti sapienziali e quelli che non sanno nulla ma sono dotati d’impulso verso il Trascendente), dopo una brevissima immersione scappano a gambe levate: non è possibile contarle singolarmente ma a legioni sì.

Certo, avevano appena sfiorato la superficie, ma molti s’allontanano disgustati. Disgustati di che? Non dall’Antroposofia che rimane e forse rimarrà per loro una cosa sconosciuta ma piuttosto dalla banalità piatta, volgare e frammentaria che viene proposta troppo spesso come fosse Antroposofia.

Qualche “fuggitivo”, nonostante la vista del panorama desolato trova tuttavia la strada essenziale verso la Scienza dello Spirito per un retto impulso interiore che, come ogni intuizione veritiera non è irrazionale ma sovrarazionale, contenente perciò anche tutta la logica del reale: egli acquista i testi di Rudolf Steiner (e di Scaligero) e mentre li legge sbarra porte e finestre alle chimere di cartapesta che vagano per le strade.

Come esempio, ricordo “forte e chiaro” le parole che un vecchio amico, brillante studioso e scrittore nonché asceta e sperimentatore di Scienza dello Spirito, espresse con animo incupito decenni orsono mentre eravamo fradici reduci  dall’ascolto di una conferenza indecentemente comica su temi antroposofici: “Se non conoscessi Steiner per mio conto, abbandonerei tutto o mi accosterei al Buddhismo che almeno è serio!” : era lo sfogo di una profonda malinconia e di  indignata impotenza per lo spregevole vandalismo (perpetrato da importante rappresentante) di cui eravamo stati testimoni.

Gli animi ingenui suppongono che l’Antroposofia sia una, ma questa è illusione, di quelle gravi che lasciano dietro a sé danni. Innanzi tutto le antroposofie sono tante quante sono le anime che si dedicano a questa via di conoscenza: ognuno trae dalla Scienza dello Spirito quanto può ed elabora il quantum assimilato secondo le proprie forze e le inclinazioni di carattere e di destino: ciò è un fatto inevitabile che comporta conseguenze di vario genere a seconda dei casi.

E’ invece un fatto gravissimo che il ricercatore possa trovare l’unica relazione sicura con l’Antroposofia attraverso le Opere di Steiner, essendo divenuto accadimento rarissimo o eccezionale la connessione con indicatori e studiosi dotati almeno d’onestà, correttezza e rispetto. A scanso di equivoci dovrebbe essere chiaro che non alludo a ladruncoli o maniaci nel senso comune.

Il vuoto, ai nostri giorni si presenta come una generale incapacità di seguire Rudolf Steiner da parte dei sedicenti discepoli.

Tale affermazione significa semplicemente che si sta perdendo la disciplinata coerenza conoscitiva per quanto riguarda l’attività del pensare. Steiner non sembra chiedere moltissimo quando indica il modo della lettura: pensare i pensieri nella concatenazione offerta, dunque ripercorribile. E’ il limite estremo (quello esterno) della Scienza dello Spirito. Pensare con rigore attento i pensieri affinché scatti, nel pensarli, il  potere della sintesi in cui inizia a risorgere la forza di Vita di quanto giace nel pensiero indicato dalla parola scritta.

Con questa semplice operazione si entra nell’Antroposofia, al contrario “sforando” con pensieri estranei o ulteriori si esce dall’Antroposofia. L’opera a cui ci si attenga, proprio quando pare riduttiva ci conduce nel Mondo Spirituale mentre quando sembra ampliare i nostri orizzonti ci abbandona con il sudario dello Spirito: la sua impronta razionalistica. Quest’ultima è il risultato di molti decenni privi (volutamente privi!) di disciplina interiore.

Chi non pratica l’esercizio interiore non possiede gli organi interiori per riconoscere e dominare le soddisfazioni che irraggiano dall’astrale inferiore. Perciò sente tali soddisfazioni e le giudica come un chiaro indizio della giustezza della via intrapresa.

Parlo del pensare perché esso contiene, in profondità, anche tutto il resto ossia il volere pre-corporeo ed il sentire puro. Mettere il pensiero nella categoria della manifestazione di “un freddo egoismo” contraddice tutta l’Opera di Rudolf Steiner e palesa platealmente la pseudo conoscenza di un’antroposofia lontana anni-luce dall’Antroposofia vera. E’ una cretinata colossale, ma è quello, come si suol dire, che passa il convento. Uno strano convento in cui si entra se ci si ammattisce a contatto con la sapienza spirituale. E’ il luogo dell’anima dove il desipere si sorregge su tre colonne:

La prima è l’ordinaria lettura, spesso ingorda e affrettata, dei molti (troppi) testi – occhi sul libro e testa altrove – cioè la bulimia psichica nell’assumere o ingurgitare notizie spirituali  identificate in frasi riconoscibili. Questo modo bramoso e primitivo di procedere riproduce semplicemente il subumano circuito animico del pettegolezzo ma viene anche chiamato, con involontaria blasfemia, approfondimento antroposofico.

La seconda si evidenzia come la disarticolazione o chirurgica macellazione dei testi e dei cicli, ormai considerato “pratica” e legittima anche in sede di stampa specializzata. Essa, già discutibile e sospetta quando la si usa su resoconti di scienza del sensibile, viene accettata dai molti persino contenti di avere con facilità e rapidità il concentrato della sapienza esoterica garantita come il riassunto dei più importanti pensieri steineriani e delle più recenti novità dell’O.O.

La terza è l’evoluzione della seconda. Qui la coscienza ordinaria confidando in una astratta familiarità con ogni sorta di immagini raccattate mediante razionalismo enciclopedico, ricuce, con il filo deduttivo, ircocervi ovviamente inorganici e innaturali che paiono corretti solo perché sdoganati dalla estrema cura dei particolari e dal supporto massiccio di elenchi bibliografici e indici informativi a cui abboccano gli eruditi, gli ingenui e gli stolti. Alludiamo, per meglio comprenderci, a scritti che, per esempio, giustificano una Filosofia della Libertà con una mole (decontestualizzata) di comunicazioni tratte dalle comunicazioni antroposofiche. Ecco l’antroposofia come produzione sterminata e cicaleccio continuo.

Ho citato le insanie percettibili e controllabili: esse sono nient’altro che le manifestazioni più grossolane del male che è l’aver portato l’Antroposofia ad un livello d’inversione in cui di Essa non rimane più traccia. Certo che attività e libri non sono spariti. Ma se Essa “sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento” e, aggiungo, dalla disperata percezione dei limiti personali o da una coerenza conoscitiva che non si ferma a metà strada, allora la Scienza dello Spirito è, in polpa e gheriglio, un cammino interiore individuale da percorrere.

Ma qual’è il punto di partenza di questa lunga strada, sconosciuta e a tutta prima inconoscibile perché è pure estranea all’ordinario caos che, con orgoglio mal riposto, chiamiamo nostro mondo interiore? Essa inizia con la lettura (lo studio) delle principali opere di Rudolf Steiner, le quali andrebbero precedute da novantanove approfondimenti delle prefazioni e dei capitoli introduttivi che indicano con matematica esattezza i caratteri e le forze dell’anima da smuovere per la successiva lettura: ciò vale per La Filosofia della Libertà, La Scienza Occulta, L’Iniziazione, ecc. E non meno per i “Cicli”, a cui è lecito accostarsi con rispetto e un’attenzione persino maggiore. Vi siete mai accorti che il Dottore offriva agli ascoltatori,prima di tutto il resto, gli strumenti necessari per seguirlo? In genere, nella prima conferenza di un ciclo, lo Steiner introduceva una sequenza di rappresentazioni poggianti su esperienze (rappresentazioni) tratte dal sensibile ma articolate in forme inusuali atte a formare una speciale sintesi di pensieri, sentimenti e impressioni che equivalgono (se portati ad atto) alla modificazione animica sufficiente e necessaria per proseguire nella comprensione sperimentale di immagini ed eventi che non poggiano più su alcun dato sensibile. Spesso ciò non viene avvertito poiché lo Steiner,  con l’immenso rispetto per la libertà e l’iniziativa di ciascuno che sempre lo contraddistinse, non incitava, non coerciva seppure benignamente: esempio di amore purissimo e totale rispetto per l’individualità umana…e nemmeno questo è stato compreso dai più.

Cari lettori, non ci sono alternative o peggio l’alternativa pessima consiste nel leggere parole che, raggruppate, diventano nozioni per dispiegarsi in una sorta di sapere e chi sa di più viene persino considerato “iniziato” o la reincarnazione del tal dei tali.

Oggi sembra che (quasi) tutti accettino l’impoverimento ed il degrado delle forze dell’anima con passiva indifferenza: “Fuori piove, la penna scrive, io sono un asino. E’ lostato delle cose”. E tra non molto si arriverà ad un’ulteriore, ancora più degradata semplificazione: “ L’albero è una cosa, il tavolo è una cosa, io sono una cosa”.

Già nei primi anni dell’altro secolo Steiner notava come si fosse fortemente sbiadita la potenza del sentire paragonandola a quanto si manifestava nel salotto culturale di Maria Eugenia delle Grazie negli anni ’80 del XIX secolo. Io stesso ricordo figure di anziani antroposofi, che avevano assistito di persona alle conferenze del Dottore, spontaneamente alzarsi in piedi prima del lavoro di studio del Gruppo per invocare con vibrata solennità e devozione la Presenza del Logos Solare e degli Spiriti delle Gerarchie: imbarazzando visibilmente i soci appena di poco più giovani.

Eppure se il sentire latita, le immagini antroposofiche non trasformano l’anima, se dalla testa esse non scendono nel cuore, la Sofia rimane lontana e anche l’uomo si spegne. Occorrerebbe quello che va mancando: ardore, devozione, meraviglia: virtù dell’anima perse per strada.

Lo ripetiamo all’infinito: all’uomo di adesso urge la disciplina interiore. Subito. E’ divenuta il tentativo estremo per non affondare.

Ripetiamo ad nauseam che la Concentrazione è totalmente indispensabile. Non è certo l’unico atto interiore; la meditazione, la contemplazione, la percezione pura sono tutte operazioni fondamentali ma tutte presuppongono, attuata, la potenza, anche minima, della Concentrazione. Inoltre è l’unica disciplina che ti dà costante consapevolezza della tua condizione, del tuo “stato d’opera” senza finzioni. Perché la Concentrazione? Perché essa è l’unica operazione interiore che inizia a partire dalla condizione (occulta e palese) in cui veramente ti trovi. Se scavalchi la Concentrazione inizi da un sentire instabile, fiacco o dinamizzato dalla natura, oppure da un volere percepito sempre a posteriori attraverso il sistema nervoso e muscolare e, in tal caso, ti condanni ad un super inserimento nel corpo fisico-sensibile nemmeno contemplato dagli Dei per un’entità pensante durante la sua condizione umana.

Senza la Concentrazione com’è possibile quel grado d’attenzione che ti permette un’immersione non superficiale nel percepito?

Il temibile Hugo è troppo buono (un bignè alla crema) quando scrive di un’attenzione che non raggiunge il minuto: nemmeno a dieci secondi s’arriva. Solo dove l’attenzione permane contempli qualcosa e solo contemplando qualcosa il cuore si apre all’essere suo e tuo.

La Concentrazione lavora in profondità a tua insaputa. L’incontrollabile flusso del pensiero inconsistente rallenta un poco, a momenti s’inceppa e l’attenzione guadagna il terreno che aveva quando eri bambino e che da grande hai perduto. Leggendo le righe scritte dal Dottore scopri nessi mai prima colti; le singole parole e le frasi apparentemente più semplici acquistano forme e spessori che toccano e sollecitano l’anima; senti che il modo delle Sue parole apre porte da sempre chiuse nella tua interiorità e senti pure nella tua interiorità un muoversi di sostanze: forze dell’anima di cui forse cianciavi ma che non avevi mai sentito sul serio. E ti stupisci: sono momenti di meraviglia. Da questo momento riprenderai in mano il testo che leggevi con una speciale, intima riverenza. Comprendi in balenii o a poco a poco che il passo successivo consiste nel fare un grande passo indietro. Il senso della tua attività è permettere al libro di parlarti, di agire sulla tua anima: di lasciare che la concatenazione dei pensieri dormienti nel Testo riacquistino vita con la forza del tuo pensiero.

E’ quello che il Dottore ti chiedeva con discrezione in testa ai suoi libri; letto da tutti, fatto da pochissimi. I molti preferiscono ridurre a niente le Sue parole: “…se invece si leggono nel modo giusto comunicazioni intorno a fatti soprasensibili, ci si trova a vivere entro il flusso dell’esistenza spirituale…” L’intensità e le caratteristiche variano individualmente e su ciò vale il riserbo ma è quanto succede in chiara realtà.

Dalle molte impressioni che ricevi sorgono sentimenti profondi: intravvedi quale sia la natura spirituale di Rudolf Steiner ed il senso della sua opera. Una sacra devozione sgorga spontaneamente. Ho sentito soltanto Massimo Scaligero pronunziare il Suo nome con il genere di rispetto che gli andrebbe tributato. Comprendi che avvicinarti a Lui è ben diverso che leggere libretti in cui si raccontano “le sue vite precedenti”.

Se vivi anche per attimi discontinui nelle impressioni conoscitive che si producono nella tua anima  avverti il nascere di una libertà che incenerisce dubbi, preconcetti e giudizi in quanto provenienti dalla contingente personalità. Nella superiore libertà della vivente Scienza dello Spirito, attiva e non statica, puoi anche intuire (in te stesso ma oltre te stesso) cosa in Essa sia la Via Solare ed il senso che per Essa si esprime nella disciplina della Concentrazione. Quest’ultima non rappresenta un generico “controllo del pensiero” ma è il varco diretto al Pensiero Vivente, corrente di Luce viva che nell’attuale periodo del divenire dell’uomo preme a fluire nella sua coscienza (e in tutto l’uomo, sino nella corporeità). Vedere il pensiero che pensa risponde alla desta riconquista dell’Albero Sempre Verde, alla connessione con il Logos Solare come non fu mai nell’antico e nel remoto. Come ho accennato prima, il Dottore non ti suggestiona con termini fascinosi, non sottolinea le indicazioni essenziali. Dona tutto a tutti ma non ti aiuta: non fa nulla di quanto sia tu stesso a dover (voler) fare. Dunque spetta a te l’iniziativa di comprendere la portata di cosa intenda l’Iniziato del Sole quando chiude un certo paragrafo del V capitolo della Scienza Occulta con le parole “…arrecherà i più bei frutti per l’intero avvenire”.

                                                                                                             

SCIENZA DELLO SPIRITO,

LA PREGHIERA NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

 Gregoriodinazianzo

*

Cos’è la preghiera?

Credo che il suo significato più elevato nell’ambito della Scienza spirituale cristiana sia racchiuso in queste poche parole: “è il santuario segreto dove Dio si unisce a noi” (C. Bruyère).

Una parentesi: l’ indicare in brevi frasi il cui alto senso invita l’anima ad una inabituale profondità, può essere considerato come un qualcosa di “difficile”. Ma è difficile per chi? Per le molte anime a cui ciò che non naviga in superficie procura timore o ripulsa. Recentemente ho letto due squallidi dibattiti su quanto sia difficile Scaligero e quanto sia facile la comunicazione antroposofica, naturalmente FdL e scritti consimili a parte (c’era altro ma stringo). Con l’esibizione di una robusta ignoranza in ogni affermazione ed una superficialità d’animo che squalifica tali individui sia verso Scaligero che verso il Dottore e la sua Opera. Comprendo la disgrazia di non possedere memoria, nostalgia, religio nei confronti dello Spirito.

Dati i tempi considero più inaccettabile il pessimo uso o la latitanza del pensiero logico, dell’attenzione e persino di una corretta documentazione. Mi si può controbattere che in questo senso non parlo di Spirito: appunto! Parlo di ciò che qualsiasi cretino deve mettere in moto per fare un esame, per imparare nella professione…insomma quello che necessita in ogni campo della vita pratica.

Ho conosciuto kabbalisti, ermetisti, kremmerziani, buddisti, eccetera, che praticando dottrine non facili (nessuna dottrina è “facile”), hanno dovuto faticare molto (simboli enigmatici, alfabeto ebraico, indicazione criptate, testi rari). Persino gli astrologi seri si curano anni di studi che sembrano… di matematica universitaria! Tutti a muoversi, in salita, verso il senso della loro dottrina. Nessuno che dica loro: “Riposatevi ragazzi, basta un po’ di lettura facile e siete a cavallo, briglia sciolta nelle praterie del giudizio”. E non sfioro nemmeno il nodo delle rispettive discipline interiori.

Mi auguro che Eco mai faccia di contenitore a quello strame e che utenti e lettori non siano di quella pasta.

Scusatemi, ora torno alla preghiera.

La preparazione alla preghiera.

Purezza della vita.

Cassiano scrive: “Lo scopo supremo a cui tende l’orante, il punto culminante della perfezione del cuore, è costituito da una preghiera perseverante, ininterrotta; è la ricerca di una tranquillità immobile, d’una purezza perpetua, nei limiti consentiti dalla debolezza umana. (…) Fra esercizio delle virtù e orazione esiste un legame inseparabile. Il lavorio della virtù tende ad un solo scopo, che è la perfezione della preghiera. (G. Cassiano. Collationes Patrum, IX, 2.)

Il raccoglimento.

“Si dovrà proibire ogni divagazione e distrazione di pensiero. Tutto quello che abbiamo in mente prima di cominciare a pregare si ripresenta inevitabilmente alla memoria mentre preghiamo. Le disposizioni di un’anima che prega dipendono dallo stato precedente. Quando ci inginocchiamo per pregare tornano davanti ai nostri occhi le immagini degli atti e delle parole che percepiamo prima, e ci fanno adirare o rattristare a seconda dei moti che già suscitarono in noi. Può darsi persino che torniamo alla concupiscenza e alle passioni di prima, che ridiamo di un riso sciocco al ricordo – è vergogna persino dirlo – di qualche facezia udita o di qualche gesto comico osservato” (Coll. IX, 3.).

Si tratta insomma di allontanare le preoccupazioni vane e la moltitudine confusa dei pensieri inutili.

Il silenzio (in questo contesto, anche verbale) ha lo scopo di obbligare l’anima a raccogliersi, ritraendosi dalla vita dei sensi e dall’immaginazione indisciplinata.

Il lavoro intellettuale.

Nell’anima religiosa esso ha lo scopo di consacrare a Dio l’intelligenza e lo studio delle Opere sacre è un invito a ripetere col Salmista: “Come sono grandi la tue opere, Signore! Tu hai fatto tutto con sapienza” (Sal. 103, 24.), non di soddisfare curiosità o lusingare l’orgoglio.

“moltiplicare i libri non ha alcun fine, e il molto studio è tormento per l’anima” (Eccle. 12, 12.).

Allora: è dannosa l’intemperanza intellettuale ma è utile nutrire lo spirito con lo studio.

“Leggere senza sosta, imparare a memoria i testi sacri: questo ci tiene dapprima lontano dai cattivi pensieri, poi se non arriviamo a comprendere in maniera esatta, li meditiamo in silenzio, di notte, poi allora con più chiarezza comprendiamo i significati celati che non avevamo prima afferrato e che Dio ci rivela anche attraverso il sonno” (Coll. XIV, 11.).

Le giaculatorie.

Pratica universalmente raccomandata dai Padri che attribuivano grande importanza a questi brevi e frequenti aneliti a Dio. “Dobbiamo pregare spesso, ma per poco tempo, affinché il nemico non trovi nella lunghezza un’occasione per distrarci” (Coll. IX, 36.). Ad esempio S. Caterina era affezionata a “Deus, in adjutorium meum intende” (Salmi. 69, 2.). S. Teresa amava il versetto: “Misericordias Domini in aeternum cantabo” (Salmi. 88, 2.).

L’anima fedele a tale pratica si avvicinava al semper orare del Vangelo (e, in tempi più recenti della Filocalia che ne fa la tecnica per eccellenza).E’ un grandissimo aiuto per zittire le passioni, per moderare l’attivismo, per uscire dalla pigrizia interiore, per abituarsi a vivere nell’intimità con lo Spirito.

L’esame di coscienza.

E’ la “revisione della giornata” da voi ben conosciuta, con l’enorme differenza che questa è una via umida. Esercizio antico, già praticato da re Ezechia: “ Ho riflettuto sulle vie che percorro, e ho rivolto i miei passi verso la tua testimonianza” (Salmi. 118, 59.). Via umida ma anche equilibrata, quando senza esagerate contrizioni si volge con abbandono (e fiducia) nelle mani paterne del Signore: “Signore, se la mia vita dev’essere così, e se così dovrà vivere la mia anima, tu mi correggerai e mi ridarai la vita” (Is. 38, 15.).

E’ bene che l’esame di coscienza sia breve e che non si trascini nello strascico di interminabili apprensioni. In genere, gli atti dell’anima dovrebbero essere decisivi, rapidi ed energici. La lungaggine è spesso una camuffata pigrizia o una vana minuziosità: ciò potrebbe valere anche ora nel lavoro interiore di chi segue la Scienza dello Spirito.

L’uomo entra in relazione con il Divino per mezzo della preghiera: ciò avviene da tempi remotissimi. Pur essendo in sé meritoria, tuttavia se ne assicura l’efficacia con la purezza d’intenzione che la muove: nel colloquio con Dio l’uomo eviti ogni intromissione e ogni preoccupazione estranea a Dio.

Cristo dice: “Tu invece quando preghi ritirati nella tua stanza, chiudi l’uscio e prega il Padre tuo in segreto; e il Padre tu che vede nel segreto ti ricompenserà” (Mt. 6, 6.).

Preghiamo nella “nostra camera” quando ci ritraiamo dalla confusione dei pensieri e delle preoccupazioni. Preghiamo a “porta chiusa” stando a bocca chiusa, in completo silenzio. Preghiamo in segreto quando la preghiera parte dal cuore e dall’attenzione della mente. Neppure gli spiriti (del male) possono conoscere questa preghiera. Pregare il Padre in segreto significa anche agire in quello spazio interiore che troviamo quando usciamo dalla vita dei sensi e si fortifica in noi l’uomo interiore. Allora l’anima non cerca più Dio in simboli o immagini, ma rientrando in sé lo avverte ancor più verso l’interno. Cipriano, Benedetto, Teresa, distanti tra loro nel tempo, non differiscono in nulla: l’esperienza è la stessa.

La preghiera non è smodata. Dice il Signore: “Nelle vostre preghiere non moltiplicate le parole, come fanno i pagani; essi pensano di venir esauditi a forza di parole. Non siate simili a loro; il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima ancora che voi glielo chiediate” (Mt. 6, 7-8.).

Benedetto precisa questo canone nella sua Regola: “La preghiera dev’essere breve e semplice, a meno che la grazia dell’ispirazione divina non ci stimoli a prolungarla” (Regola XX; in s.Benedicti).

La preghiera non deve comunque disperdersi su pensieri diversi ma concentrarsi con tutta l’attenzione su uno solo. E’ constatabile che l’intelletto si esercita pienamente quando unifica e semplifica le diverse nozioni, più di quanto si disperde in una varietà di riflessioni appena sfiorate.

Gli antichi prescrivevano tale metodo soprattutto ai principianti; l’abate Pafnuzio, per esempio, ordinò alla penitente Thais: “Seduta, con la faccia rivolta ad oriente, ripeti sovente queste sole parole: Tu che mi hai creata, abbi pietà di me” (Vita sanctae Thaidis, II). Dopo tre anni di questa unica (e breve) preghiera, Thais (prima di ciò, donna generosamente “perduta”) ebbe persino modificazioni nel suo corpo fisico.

Credo di aver abbozzato qualcosa che ovviamente risente, in negativo, in ampiezza e in direzione. 

Concludo con una immagine straordinariamente correttiva e buona per tutti (come ogni medicina davvero amara). E’ di Caterina da Siena e da lei fu vissuta come una lezione stringata del Signore:

“Sappi che io sono colui che è, tu sei colei che non è”

TRADIZIONE

Cenni sul ricordare lo Spirito

.                    luna-in-testa  sole-nel-cuore

                                                                           .

Possiamo esaminare le indicazioni che il dott. Colazza diede a proposito del “ricordare”.

Mi pare che un mio carissimo amico – tra i pochi rimasti – abbia scritto qualcosa, anni fa, su l’Archetipo e forse dirò le stesse cose oppure no.

Inizio subito con l’autorità delle parole di Rudolf Steiner, che per il senso generale dell’esperienza interiore, sono perfettamente chiare e valide.

” In epoca più o meno lontana si è avuta una data esperienza. In un determinato momento – per una qualsiasi causa – essa risorge dai sostrati dell’esperienza dell’anima. Si sa che ciò che così è risorto corrisponde ad una esperienza; e lo si riferisce a questa esperienza. Nel momento però del ricordare  non si ha dell’esperienza altro di presente che l’immagine ritenuta dalla memoria. Ci si figuri ora il sorgere nell’anima di un’immagine, a mo’ di una immagine ricordata, però tale che questa immagine non esprima qualcosa di precedentemente sperimentato, ma rappresenti qualcosa di sconosciuto per l’anima”. (Dal I capitolo della Soglia del Mondo spirituale).

Ora, riguardo a ciò di cui qui si parla, mentre la dinamica spiegata dal Dottore è valida ed esatta, ricordiamoci che si rivolge al percorso della veggenza. Qui ci accontentiamo di trattare esperienze più “tenui” (ma non necessariamente deboli), tali che possono sorgere anche in persone che conducono una vita normale e non conoscono gli indirizzi della Scienza dello Spirito.

Perciò uso con prudenza il termine “immagini”, giacché nella vita o nei primi passi di un cammino interiore, possono capitare esperienze abbastanza diverse. Mi spiego: può succedere che, nello stesso percorso interiore indicato da Steiner nelle precedenti righe, in qualcuno sorga la memoria di un quid senza immagini, di una forza sconosciuta, di un potente sentimento che non si allaccia a nessuna esperienza precedente; di una sostanza animica (cioè un quid) che, seppure ascendente da ignote profondità, l’anima sperimenta come cosa non sua: essa o esso entra nella consapevolezza ma non ha mai fatto parte di precedenti esperienze.

Questo fenomeno, che è quasi una rivelazione, è meno raro di quanto si pensi.

Dipende in primo luogo dalla capacità di accorgersene, poi da quel mix ereditario e spirituale che forma la nostra attuale entità e (molto) dagli impulsi che provengono dalle esperienze remote, quelle vissute prima della nostra nascita.

Poi la disciplina interiore, per dirla breve, di concentrazione, meditazione, contemplazione e percezione pura, può dare frequenza e intensità al fenomeno che comunque si manifesta per forza propria.

Non dimentichiamoci che il Soggetto perenne ricorda mondi dello Spirito ed esperienze legate ad incarnazioni precedenti. Ed è questo il Soggetto che si fa strada nelle vere discipline esoteriche.

Ai tempi del Dottore non furono pochi coloro che iniziarono a sperimentare il “ricordo dello Spirito” attraverso una dedita lettura dei suoi scritti. Un esempio a noi particolarmente vicino è stato quello di Arturo Onofri, la cui particolare natura, con più lettura che discipline, gli permise di gettare uno sguardo sui mondi invisibili. Pure il dott. Colazza proponeva importanti cambiamenti delle condizioni animiche nell’accogliere l’influenza dei grandi temi dell’antroposofia, qualora questi divenissero vivi e operanti nell’anima del discepolo.

Egli dice: “Nell’ordine della conoscenza occulta non si può rimanere passivi dinnanzi a quel che si riceve, e che non viene dato con l’intento di “informare”, ma con quello di condurre gli altri alle stesse conquiste interiori”.

Perciò diventa essenziale trovare la forma più giusta di ricezione.

La prima cosa è la trasformazione dei pensieri che riguardano i mondi superiori in vive immagini.

La forma discorsiva va superata permettendo la creazione di immagini, non come echi delle parole scritte o udite, ma osando con libertà nostra, la loro formazione: passando dalla comprensione concettuale a immagini create da noi stessi.

In quest’opera la forza “solare” dell’Io cosciente e volente deve incrociarsi con la spontaneità creativa dell’immaginare che possiamo chiamare forza “lunare”: è essenziale che l’operazione sia costantemente atto d’equilibrio tra le due forze. Non va presa alla leggera: è atto magico…e come le magie di tutti i tempi, questo se non è creativo può essere nocivo.

E’ fondamentale che si senta propriamente nostra tale attività: solo così essa è coinvolgente e trapassa dalla testa alla sfera del cuore naturalmente, spontaneamente.

Però qui parliamo di un sentire che non va confuso con le solite reazioni emotive. E’ un sentire che, come dice la parola stessa, ascolta, sente. Possiamo ricordare il simbolismo dei due manici del vaso: un tempo raffigurarono le orecchie del cuore.

E’ salvifico non fantasticare. Di più: è inaccettabile. Ordinariamente il sentire non sa essere un organo di percezione.

E’ una faccenda seria: siamo così assuefatti nella ricezione passiva dei contenuti che dal sentire salgono alla coscienza al punto che eserciti di antroposofi e spiritualisti hanno rovesciato il percorso meditativo nell’illusorio tentativo di facilitarlo ripetendo nella disciplina il guasto strutturale a cui si è abituati: si evocano immagini o parole e si appiccicano a queste il sentimentuccio che passa per il torace in quel momento. Che sia un sentimento elevato suscitato dalla memoria generale, è sempre cosa appiccicata con la colla.

Forse ne abbiamo già parlato e allora è inutile dilungarsi.

Insomma, con le immagini antroposofiche si tratta di immaginarle.

Troviamo chiare indicazioni nel ciclo intitolato L’evoluzione secondo verità: “Questo è in sostanza ciò a cui dobbiamo giungere: trasformare le nostre rappresentazioni in immaginazioni, in immagini. Anche se le nostre immagini sono goffe, anche se sono antropomorfiche, anche se quelle sublimi entità hanno l’aspetto di uomini alati, tutto ciò non conta. Alla fine la realtà vera ci sarà data e quel che deve essere eliminato lo sarà.”

Così tutto ciò acquista la forza e l’intimità di un ricordo proprio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

NON E' PER NIENTE FACILE

L'UOMO INTERIORE

*

Con consueta monotonia io continuo a volare (volare? Strisciare, piuttosto) bassino: è in relazione con ciò che mi capita di vedere o sentire quasi settimanalmente. I mantra dei 3 minuti o nemmeno quelli, il ripudio delle discipline interiori, l’adesione totalmente cieca (realistico-primitiva) all’antroposofia, gli inqualificabili sputacchiamenti reciproci tra “maestri” e cose del genere, sembrano perseguitarmi. Onestamente, ho avvertito, qua e là, lampi di serietà, quasi insostenibili per gli stessi lampeggiatori. Per questo è spesso a loro che mi rivolgo, per dire loro di non abbattersi, di non mollare, anche se molto spesso la nostra dotazione di eroismo già si consuma nell’enorme fatica della vita.

Per questo posso raccontare anche qualcosa che appartenne a me, non per sfiduciare ulteriormente qualche lettore ma per abbracciarlo e dirgli: “Forza, non sei solo e anche i testoni come me e te qualcosa riescono a fare, un po’ alla volta”

§

Non sono pochi gli anni trascorsi dal tempo in cui uscì l’Avvento dell’uomo interiore – era il 1959 – a cui seguì nel 1961 Il Trattato del Pensiero Vivente, a cui seguì poi, nel 1962, La Via della Volontà Solare (un grosso volume di 344 pagine che il cognato ed ex discepolo di Scaligero, Paolo “Virio” Marchetti, gnostico cristiano, giudicò essere un verboso e inutile testo a difesa dell’antroposofia). Nello stesso anno acquistai, come si dice “per puro caso” una delle due solitarie copie che si facevano compagnia nel settore occultistico della più fornita libreria cittadina. Presi La Via della Volontà Solare perché era l’unica novità dello scaffale, costava relativamente poco e mi incuriosiva l’Autore, del quale  avevo già inteso diversi commenti che avevano una caratteristica comune essendo tutti pesantemente critici e sfavorevoli. Dovrei premettere uno sfondo. Già da alcuni anni, con un piccolo gruppo di amici e sotto la venerabile guida di Giovanni Blason, pittore e antroposofo non omologato, stavo spurgando i miei peccati occultistici con lo studio faticoso e ripetuto della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Vi siete mai chiesti cosa provi la lucertola a perdere la coda? Deve essere qualcosa di simile a quanto succede nell’anima di un occultista che abbandona l’occulto per dedicarsi ad un testo apparentemente filosofico. Ricordo come la tensione del comprendere fosse massima…eppure lo studio più rigoroso non riusciva mai a soddisfare i due quesiti che il Dottore pone a capo e a risultato del percorso del libro. Al contempo l’alta statura umana e la sottaciuta veggenza di Blason stimolavano il nostro (devoto) rispetto per il lavoro intrapreso. Contemplato a distanza di molti decenni, il senso più concreto di tale lavoro fu quello di educare ilsentimento nei confronti del pensiero e dei testi fondamentali della Scienza dello Spirito.

Come la guerra di trincea comportava spazi di combattimento all’aperto ma anche un’attività sotterranea tra gallerie e cunicoli, così, col testo di Scaligero, raddoppiarono studi e riflessioni. Si continuava insieme il lavoro antroposofico-epistemologico, poi individualmente e in altri momenti si sfidavano le difficoltà su quanto Scaligero comunicava con una prosa che si avvertiva, a quel tempo e a quell’età nostra, difficilissima.

Eppure, proprio dai testi di Massimo Scaligero, che susseguendosi, diventarono una specie di grande regalo annuale, iniziò a farsi strada nell’ottusa coscienza di noi, intelligenti in tutto ma non in questo, la comprensione che il pensare fosse altro dai pensieri, che il pensiero riflesso fosse quello di cui la desta coscienza diviene consapevole ma al contempo limitata, che il problema di cosa fare del nostro pensiero precedeva tutti gli altri problemi umani, esoterici e genericamente antroposofici. Il pensiero con cui penso ora è il problema immediato: tutto il resto è una realtà parziale e insoddisfacente poiché  generata dal problema non risolto. Il fatto che essa appaia ampia, complessa e interessante non porta soluzioni all’enigma della mia esistenza.

Comprendere quanto accennato era pure comprendere l’inscindibilità del problema dalla sua soluzione che non poteva essere filosofica ossia produttrice di ulteriori pensieri. La soluzione anzi iniziava con la fine di ogni pensiero filosofico. Ora posso dirlo sperimentalmente: La Filosofia della Libertà è “sovversione assoluta” per la coscienza e la sua cultura. Con essa termina l’evoluzione positiva del discorso filosofico che, finalmente afferrato sino alla radice, diventa pura esperienza di osservazione scientifica e porta con se un nuovo grado di coscienza. Da essa il continuarsi  del pensiero logico-analitico formale dotato di straordinaria potenza inerziale diviene il nulla distruttivo della dialettica ( un tempo anch’essa utile e giustificata) ossia il guasto della condizione umana portato oltre ogni possibile contenimento. La mancata consapevolezza di una tale rivoluzione, preparata dalla Scienza da centinaia d’anni e disattesa proprio là dove il pensiero individuale cosciente avrebbe potuto e dovuto arrestare la propria discesa per riaccendersi nel percorso adialettico cosciente, ha già provocato una grave scissione nel divenire dell’uomo: certamente non quella presupposta da molti antroposofi e spiritualisti.

Verso la seconda metà degli anni ’60 iniziai un rapporto epistolare con Scaligero. In quel momento il mio legame con l’esoterismo avanzava su una doppia strada divergente. Lo studio e l’approfondimento erano dedicati senza remore alla percezione e al pensiero mentre nella pratica mi esercitavo giornalmente per ore al Vicāra di Ramana Maharshi (la meditazione sul “Chi sono Io?”), considerandolo come la via più attuale e diretta: fiorita dai mille rami dello yoga. Evidentemente non riuscivo a liberarmi dagli antichi e tenaci retaggi.  Scrissi di questo a Massimo che mi rispose così: “…ma allora, caro amico, una volta nella corrente del pensiero vivente si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le assicuro che allora si sa tutto, a questo punto si possono buttare via i libri. Ma occorre ravvisare il vero sadhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. La concentrazione è un esercizio magico, se si sa portare oltre il limite ordinario. Se le è necessario, si giovi ancora del supporto di Ramana, ma metta al centro la magia del pensiero e i cinque esercizi come correttivo del tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. E’ la via dei forti e dei risoluti.”

Vorrei dirvi:”Letto e fatto!”. Ma non andò tutto liscio, anzi…Mollai di colpo la mia meditazione yoghica e in cambio non riuscii a fare la concentrazione. Passarono le settimane, l’anima si raggrinziva, il mondo ingrigiva e nella testa passava, freddo e scivoloso il pensiero che la mia impotenza suggeriva come unica soluzione senza alternative una dignitosa dipartita. Sia detto senza drammi: la situazione era silenziosamente drammatica!

Lo schema delle grandi crisi è più o meno sempre lo stesso (ma saperlo non serve a niente, occorre viverlo): lottare inutilmente e poi affondare fin giù.

Racconto spudoratamente questa esperienza avendo ben chiaro che è mia, spero non vostra, nella speranza che possa far riflettere per qualche secondo coloro che, leggiadri come la vispa Teresa, sognano un piacevole sviluppo occulto, 15 giorni di esercizi per giungere all’Iniziazione, una passatina alla Scienza Occulta per collegarsi all’Antroposofia Vivente, ecc.

Camminavo su e giù per il mio studio come una mosca che inutilmente sbatte da una parete all’altra. E il problema lo risolse chi aveva la capacità di risolverlo: come dice Meyrink: Colui che è sveglio quando io dormo. Decise Lui per me. Da dietro l’oscura coltre del volere salì in quel minuscolo pezzo d’anima che credevo fosse mia. Mi disse: “Siedi” e scoprii che potevo sedermi anziché ronzare per la stanza. “Immagina un oggetto” e mi accorsi che potevo immaginare un oggetto (credo fosse un chiodo). “Mantieni tutta l’attenzione sull’immagine” e, come un lampo illumina per un istante le cose celate dall’oscurità, mi resi conto (ma le parole non bastano e neppure le analogie) che potevo fare la concentrazione indipendentemente dal mio yoghico passato, dalle mie tribolazioni personali, dai dubbi, dall’impotenza. Insomma, da tutto (forse è necessario sottolineare che nessuno mi “parlò”, ho usato la forma del linguaggio per intenderci: però agì e lo riconobbi ed è una di quelle conoscenze che durano. Quel momento fu il primo di altri in cui  la mia anima ha poggiato sulla Sua realtà come i piedi del mio corpo poggiano sulla terra). Questo che racconto con nuda sincerità non lo scrivo per menare vanto, al contrario indico un fatto terribile, cioè che da solo non ce la facevo!

Eppure, nonostante l’intervento colla maiuscola, posso assicurarvi che una concentrazione più nuda di Adamo (apsichica, asomatica) non l’avevo ancora interamente capita e tanto meno realizzata. Mi occorsero anni di rispettosissima quasi-polemica con Scaligero e almeno il doppio di tempo di concentrazioni, ripetute sino alla nausea e alla sofferenza (ambedue nel senso più letterale che ci sia) per scuotere dall’anima i macigni e le briciole di ciò che la concentrazione non è.

Fossi l’unico scemo del villaggio tutto quello che ho detto sarebbe la descrizione impietosa di un cammino interiore pietoso e straordinariamente ottuso ma da quanto sperimento o ascolto o leggo, è facile accorgersi che pochi afferrano il senso epistemologico delle Opere di Rudolf Steiner: le quali non indicano una ulteriore accademia intellettuale ma una operazione immediata, diretta. L’atto proposto dal Dottore, esaurendo i pensati, è atto di percezione. Non accademia antroposofica. E. von Hartmann (che Steiner definì come uno degli uomini più intelligenti dell’epoca) comprese quanto Steiner proponeva con La Filosofia della Libertà e a suo modo giustificatamente, notò che era impossibile.

Su due piedi l’operazione è, in generale, davvero impossibile: occorre un severo lavoro per afferrare un concetto che non sia l’eco passiva di una immagine sensibile; occorre un lavoro altrettanto severo per realizzare uno spazio percettivo che non sia già pieno di percepiti. Occorre perciò un lavoro del tutto eccezionale, che non è misticheggiante ma che, nondimeno, possiamo chiamare ascetico poiché sottende tutte le possibili “prove dell’anima”. Si può dire che Massimo Scaligero ha riaperto il Varco occulto e conoscitivo alla Via più pura, quella che giustifica una antroposofia (chi, ieri e oggi si lamenta della difficile lettura dei testi di Scaligero quando confrontati con quelli dello Steiner, manifesta solo la sua incapacità nella lettura e nella comprensione di quanto scrive quest’ultimo). Qualcuno, anzi molti, potranno essere in disaccordo con queste affermazioni obbiettando che al discepolo dell’antroposofia si schiude l’ampia strada delle immaginazioni spirituali comunicate dal Dottore. Ciò sarebbe anche vero…ma con quale coscienza? L’attuale autoconsapevolezza è forte, fortissima nella misura in cui coincide con il corpo fisico. Se essa si smarca passivamente da esso, dove va a finire o cosa diventa? Siate onesti nell’osservare la situazione corrente: dopo ottant’anni di propaganda a sfavore degli esercizi del tutto necessari come i cinque ausiliari, trovare un antroposofo che fa tutti e cinque correttamente sarebbe come trovare la pentola d’oro dove finisce l’arcobaleno!

Ai tempi di Patañjali praticavi il pratyãhãra e la coscienza, seppure crepuscolare, traslava nella possanza del corpo delle forze formatrici, ma ora se sperimenti la deprivazione sensoriale o rimani basito come una colonna ionica oppure inizi a scorgere lampi, volti, figure, intere scene e alla peggio entri in deliri di contenuto articolato (non è un caso fortuito che per l’antico la realizzazione iniziava con attività disposte in questo preciso ordine: ascesi, studio e devozione al Signore). I fenomeni descritti non vi ricordano forse le “elevate” ed ampiamente diffuse esperienze della vasta genia dei tanti guru, maestri e indicatori che infestano, dentro e fuori, i templi, le comunità e la retta conoscenza? Mobilitare – poiché è questo che può succedere – con scarsa o nessuna consapevolezza parti del corpo sottile prima che l’ego psicofisico e le sue rappresentazioni – soprattutto quelle di carattere spirituale deformate dal personalismo – venga saldamente dominato con un lungo e spietato lavoro interiore significa soltanto abbandonarsi alla medianità: quella più pericolosa e distruttiva perché, a differenza dei risultati ottenuti dai patetici personaggi fedeli al tavolino a tre gambe, è capace di manipolare le immagini spirituali più nobili ed elevate. In un simile panorama è facile essere concordi con Irina Gordienko quando riporta questa affermazione di Steiner: “Un falso risultato di una indagine spirituale è una realtà viva: è lì e si deve combattere con essa, farla finita con essa” (da: Sergei Prokofieff: Mito e Realtà, Moskau-Basel-Verlag).

Vorrei concludere queste ultime righe con una osservazione tanto banale quanto esemplarmente vera. Chiedete a questi applauditi attori, colti e suadenti e purtroppo venerati da tanti, qualcosa sulla gnoseologia, sulla trasformazione del pensare o in definitiva sull’operazione di risalita nella luce del pensiero libero dai sensi: immancabilmente eviteranno di rispondervi o inficeranno in tutti i modi la vostra domanda che andrebbe paragonata ad una sorta d’acqua santa spruzzata sul conte Dracula.

Ma per chi vorrebbe essere pratico e concreto le osservazioni sul lato oscuro degli sgherri delle associazioni che si dicono spirituali non dovrebbero, in un certo senso, rappresentare il cuore del suo lavoro interiore. Certamente v’è un gioco di forze che è bene conoscere e anche combattere qualora il destino ne predisponga l’opportunità ma occorre anche ricordarsi di quanto si sia capaci nell’esercizio della pura osservazione (visione penetrante) e da quale tipo di coscienza muova tale capacità: in definitiva occorre conoscere e distinguere lo Spirito dal verminaio di spiriti che parlano con la voce degli uomini.

Ma questo non sarà mai possibile finché, con una consapevolezza che sarebbe un azzardo definire (come faccio sempre) “ordinaria”, si trattano le descrizioni date dal Dottore come fossero oggetti sensibili o manuali d’uso per il sensibile. Ciò è sotto i vostri occhi. A destra e a manca si chiede: “Dovrei ridipingere una stanza, cosa dice lo Steiner?”. Oppure: “Sulla base delle conferenze che parlano degli Ostacolatori, credete che si possa usare l’aspirapolvere?”. E se l’etica scarseggia non manca di sicuro la dietetica: “Steiner permette di mangiare carote?” Ed è un tipo di pensiero (?) che non muta e forse peggiora con temi riguardanti il Cristo, le Gerarchie, la costituzione occulta dell’uomo, ecc.

Ho tentato di sottolinearlo altre volte: è possibile dare attenzione alle ripetutissime richieste di Steiner di costruire, prima di tutto, una adeguata rappresentazione? Non una immaginazione cosmica ma una rappresentazione semplicemente adeguata. E non mi si dica che questo viene fatto: non conosco antroposofo con duecento libri macinati che riesca a formarsi una adeguata rappresentazione del corpo fisico! (ho scritto “fisico” e non “sensibile”) Provate e ci troveremo concordi.

Lo ripeto continuamente in un modo o nell’altro. Uno studio preliminare delle Opere di Rudolf Steiner, magari sapendole separare dalle migliaia di conferenze, è certamente un passo necessario, ma subito dopo, l’unica strada da percorrere per evitare che la lettura dei testi di Scienza dello Spirito rimanga confinata al medesimo livello di assunzione cognitiva che vale per un libro di cucina (questa espressione è dello Steiner) è quella di mutare alcuni aspetti dell’anima e il pensiero.

Quale sarà mai l’incantesimo che permette soltanto una lettura parziale e superficiale persino con i testi antroposofici più seguiti e compulsati? Non parlo genericamente e per dimostrarlo evidenzio un robusto esempio traendolo da L’Iniziazione (EA, 1971). E’ illuminante, come una coltre di nera pece, il totale oblioin cui giace l’appendice del 1918 al volume, dal cui inizio, a  pagina 174, estraggo il minimo: “E’ possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se (il carattere corsivo è mio), anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito o voluto, egli si forma pensieri che non derivano dal percepito, sentito o voluto. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori. Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. (…) Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile.”

Questo, cari amici, precede le operazioni occulte e iniziatiche e la nota chiarificatrice del Dottore, se letta e riletta con attenzione, non è molto consolante, perché realizzare la consapevolezza che il percorso interiore ai “gradi superiori della conoscenza” inizia dall’acquisizione del pensiero puro libero dai sensi, rende tutto assai più difficile. A meno che si supponga in Steiner un burlone di prima grandezza…

Si può cominciare per gradi di consapevolezza. Anzi tutto occorre rovesciare la “rivoluzione copernicana” e giungere (avere il coraggio di giungere) ad una nuova concezione tolemaica: “Io sono al centro dell’universo e nel suo punto centrale c’è il (mio) pensiero che non conosco perché è pieno di roba, di altro da se. Per conoscerlo devo discriminarlo, isolarlo, vuotarlo, ma in realtà, prima ancora di tutto questo, devo conoscerlo questo mio pensare, poiché prima avevo sempre usato il pensiero “naturalmente” come si fa con il respirare. Sino ad ora certamente pensavo ma ora mi rendo conto che, in certo qual modo, ignoravo di pensare”. Questo è il primo, modesto ma realistico passo: realizzare il pensiero cosciente: non solamente pensare ma saper essere colui che pensa, che è consapevole di pensare. Realizzare la consapevolezza di pensare significa avventurarsi nel pensare, non certo con pensieri che fluiscono secondo la necessità del mondo o ingombrano la mia testa ma con pensieri che io determino coscientemente: che sgorgano da me. Determinare coscientemente una sequenza di pensieri significa volerli: uno dopo l’altro. L’unica condizione che mi permette di volerli in una successione determinata è condizionata dal fatto che io devo determinarli e portarli ad un obbiettivo. Pensare volitivamente (attivamente) a qualcosa di determinato che non può essere che semplice, pensabile in tutta la sua interezza. Per questo, l’oggetto di pensiero che raggiungo, pensiero dopo pensiero, sarà il concetto-pensiero di un oggetto semplice, pensato dall’uomo, poiché se cerco di pensare un cristallo o un filo d’erba non afferro il concetto ma mi svaporo nell’infinito, nella astrazione fantastica. Solo dall’oggetto prodotto dall’uomo posso ricavare tutto il pensabile e la sua sintesi: il concetto. L’insistenza della totale attenzione rivolta a quest’unico concetto permette, ad un certo momento di totale saturazione, il fluire di una volontà talmente sostanziale che dissolve forma e significato dell’immagine concettuale posta al centro della coscienza e con essa cade ciò che rimaneva dell’ordinario pensiero e del comune soggetto: ora l’esperienza continua su un livello diverso in cui il pensiero è un pensare, libero dai pensati, che pensa (vuole) in me. Si percepisce in cristallina destità che esso è un’entità organica che scaturisce dall’universo e nell’universo si riversa: è un’entità cosmica e l’uomo che stiamo diventando con essa risorge dalla minuta, rinsecchita e guasta condizione in cui  si identificava perché era folle e addormentato.

Ma non è per niente facile, poiché il processo disidentificativo non ha nulla a che vedere con un superficiale neti neti “Io non sono questo o quest’altro” ma è, sino a momenti pre-iniziatici, un progressivo rafforzamento più simile ad uno che irrobustendosi dismettesse via via abiti troppo stretti: non ci si “rilassa” ma si rafforza l’attenzione  sui pensieri senza curarsi del corpo e lo stesso vale poi per i rumori, per il prurito e per il mal di testa. Il rafforzamento dell’attenzione verso i pensieri deliberatamente voluti vale ancora di più nei riguardi di sentimenti, preoccupazioni ed emozioni che premono per impossessarsi, come comunemente succede, della sfera del pensiero. Non si tratta proprio di reprimere o soffocare qualcosa ma di rafforzare la sequenza di pensieri lottando attimo dopo attimo per mantenere il livello univoco dell’attenzione: è una continua scelta di coraggio oltre la pressante richiesta egoico – personale. Solo in questo modo impariamo (realizziamo) il significato di pensiero apsichico e che cosa possa essere mai il primo gradino dell‘ impersonalità. Gli stati di turbamento sono occasioni tra le più favorevoli poiché lo sperimentatore, in virtù del loro moto e della loro potenza, intende con chiarezza la direzione e la forza, del tutto diversa, che imprime alla sua attività. Essi sono per l’asceta i preziosi segni di riferimento che per negazione gli indicano di dirigersi, intensificandosi senza sfiorare altro,  nella direzione opposta.

Anche quando tale direzione gli appaia per lungo tempo arida e faticosa, poiché priva di ogni appoggio, egli sta compiendo la prima azione morale cosciente della sua vita (forse dovrei ripeterlo all’infinito) e, da un punto di vista esoterico è il primo atto occulto che non sia espressione dell’ego, ossia dell’astrale inferiore, quello amministrato dagli ostacolatori, mosso dai distruttori dell’uomo anche quando sembra ardere di idealismo e religiosità, del desiderio di fare cose buone e di operare per il bene.  Sommersi nella condizione espressa dall’astrale inferiore è legittimo ignorare di essere, di pensare e di agire all’identico livello di coloro che consideriamo come i più rivoltanti e sanguinosi farabutti.

Non è un percorso facile: quello descritto è appena l’inizio del processo, la concentrazione vera, quella pura e semplice viene dopo, è il passo successivo e so di tanti che lo hanno rifiutato per la grande paura di uscire, per una manciata di secondi, dal pensiero dialettico. Eppure il vero esoterismo, la conoscenza spirituale, l’accesso ai Nuovi Misteri, accennati dai libri più ispirati, evocati nelle conferenze più selettive, si situano del tutto oltre il “manifesto” sostenuto dal desiderio e dal pensiero che non sanno accettare la propria morte. Senza la morte del pensiero dialettico tutta la Scienza Spirituale diventa per la coscienza umana soltanto una  possibilità di verità che si involve quasi sempre in astrazioni fantastiche riformulate su binari strettamente (rigorosamente) razional-ideologici:  un controsenso a tutti gli effetti, quindi fomentato da nemici dell’entità umana.

Non mi crederete ma non credo di essere un fissato con la concentrazione, se non fosse altro perché l’anima vola con ciò che è oltre la concentrazione e comunque cresce con le meditazioni che il nostro cuore sa accogliere. E’ solo che non la supererei con leggerezza, non la darei per cosa scontata. Ma in fondo questa è una valutazione che appartiene al vostro dharma, non al mio.


                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO

RIPERCORRENDO…

Concentrazione

(Concentrazione – Marina Sagramora)

*

Capita, talvolta, la necessità di ricapitolare. O meglio: di saper ricominciare tutto daccapo. Mica è una tragedia! Lo sarebbe se non capitasse mai; se mai ci si accorgesse che un insieme di minuscoli errori e cedimenti ha prodotto una valanga e che la valanga ci ha appiattiti e infine appesi ad uno spuntone di un vecchio tronco marcio. A dondolare nel vento…credendosi in movimento.

Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinarissima coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.

Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, realizzarla per pochi secondi.

Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi e ciò che vi circonda.

Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.

Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata e forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione sesta) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una battaglia, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.

Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.

E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi.

E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.

E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.

Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).

Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia (alla comprensione di essa) si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e scelte, passano tutte per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando il ricercatore pigro s’imbarca nelle evasioni pseudo yoghiche o nei magismi mollaccioni: in cui il messaggio segretamente sussurrato è il pensare di non pensare.

Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.

Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a guardare il pensiero come si guardano gli oggetti del mondo” (naturalmente non il pensiero di qualcosa!).

Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.

Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.

Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.

Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire (il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” e alla corporeità.

Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro (sennò allora che stortignaccolo di lavoro è?).

Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, stravero.

E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima di venir comprese.

Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile fare atto di fede ma fa parte delle sciocchezze): uno serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo.

Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.

Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.

Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.

Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione già mentre ci si sta sedendo.

E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.

E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.

Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.

Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si autoinganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.

Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra)che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni che riconducono sempre al senso corporeo.

Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o rievocabili con facilità.Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà.

Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo esserci non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con lui svanisce anche il soggetto che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.

Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o viene proiettata) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche la forma della coscienza muta.

Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di ego ciò è impossibile.

E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.

Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci quattro risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso. 

SCIENZA DELLO SPIRITO
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