Nome dell'autore: isidoro

MARIE STEINER – 17 MARZO 1935 –

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E’ stato dato il bel incitamento a festeggiare in modo possibilmente simile, nei diversi gruppi della Società Antroposofica, il decimo anniversario della morte di Rudolf Steiner, per sperimentare in tal modo più profondamente la forza unificatrice della sua parola e della sua opera.

Una bella idea.

E colpisce come particolarmente tragico il fatto che questo evento coincide con l’estremo acuirsi dei conflitti sociali che inesorabilmente spingono verso una decisione.

Che la crisi della Società venga appunto a culminare in questi giorni, pone in misura tutta speciale davanti alla nostra anima il problema come una questione di coscienza.

E ciascuno di noi deve porsi la domanda: dov’è il nostro dovere?

Dobbiamo cercarlo in una comoda tolleranza che, per evitare la lotta e serbare di fronte al mondo l’apparenza della fratellanza, lascia correre le cose come vogliono, sacrificando così il voluto ideale di una spiritualità pura e cosciente e distruggendo a priori ogni tentativo nuovo di una Società che si dedichi su basi rigorosamente etiche allo studio della conoscenza dello Spirito?

Oppure sta nell’impegnare tutte le nostre forze affinché si adempia il massimo desiderio nutrito da Rudolf Steiner per il movimento da lui fondato, e cioè che di esso si possa dire: ha esistito una volta, dedita allo studio dell’indagine spirituale, una Società che non ha tollerato, là dov’esso voleva imporsi, un vano giocare all’esoterismo, ed ha impedito che nel proprio seno, si affermasse la volontà di dominio che su quello s’appoggia facilmente, aprendo le vie alla ciarlataneria.

In ciò sta il massimo pericolo per ogni società che si occupa dei risultati dell’indagine spirituale; poiché essa è sempre esposta ad essere invasa dai più svariati elementi; è un pericolo a cui soggiacque spesse volte nel corso dei tempi, e a cui si può sfuggire solo vigilando con la massima severità.

Da questo deriva la quasi naturale predisposizione del mondo, che occultismo e ciarlataneria vadano sempre uniti.

Infatti il mondo si occupa solamente dei ben noti personaggi, molto in vista che, spinti dall’ambizione, vogliono con questo mezzo, crearsi un nome e una posizione nel mondo, e che, di quando in quando, vengono sollevati in alto dai flutti della vita sociale e politica.

Oppure sente parlare di piccole esistenze oscure, che usano la loro medianità a scopo di lucro e quindi soggiacciono facilmente alla tentazione di ingannare.

Colui che nel campo dell’indagine spirituale è puro, grande e incorruttibile, viene, come ben si sa, crocifisso e abbruciato, e riconosciuto dopo secoli, da un’umanità che nel frattempo, per opera di lui, è stata innalzata di qualche gradino.

Quando un tale martire ha lasciato la terra, proseguono a coltivare il suo lavoro i gruppi di uomini radunatisi intorno a lui perché da lui potevano ricevere risposta ai problemi che li assillavano; ora, riconoscenti, essi vogliono trasmettere ad altri quell’opera che insegna le vie del progresso spirituale.

E quando l’opera è cresciuta, e già comincia ad essere rappresentativa nel mondo, si accostano di più in più anche coloro che vogliono trovare in essa un campo dove esercitare la loro volontà di dominio e raggiungere ciò che altrimenti non è facile trovare nel mondo, un podio per salire più rapidamente.

Il bisogno che essi hanno di farsi valere trova un ostacolo nelle forze più modeste e meno egoistiche, che in quel campo hanno dovuto faticosamente creare, ed ora gli ambiziosi cercano di spinger quelle da parte, per brillare loro.

E se hanno ingegno, lingua lunga, molta cocciutaggine, pochi riguardi per gli altri, vi riescono facilmente. Poiché in una Società consacrata a mete ideali, non si suppone, a tutta prima, che gli uomini che ne fanno parte possano volere il male: si è fiduciosi, fidenti.

E ciò fornisce il terreno propizio per molte male tendenze.

Quegli ambiziosi ingannano talmente sé stessi, possono essere così convinti di sé, che non riesce loro difficile convincere anche altri.

E molto si può raggiungere per mezzo di allusioni mistiche, quando si crede fermamente in sé stessi!

Ma il maestro al quale si aggrappano, che vede intorno a sé queste aspirazioni, questi sforzi, che deve dare un posto alle diverse facoltà, dice, se è un vero occultista: Come non apro il cassettone chiuso di un altro per scoprire cosa esso contenga, così non mi è lecito, come occultista, scrutare le pieghe segrete di un’anima, per indagare cosa possa giacervi nascosto. Già il pensiero, che dietro alle pretese buone intenzioni, si nasconda dell’altro, rafforza il male ancora nascosto nel subconscio.

Il pensiero di un occultista è una forza più vigorosa del pensiero astratto ordinario. Perciò esso si proibisce quel pensiero anche quando ha ragione di presentirlo, anche quando, per questa ragione, egli a tutta prima ha rifiutato rapporti più stretti con tale discepolo.

“L’occultista deve lasciarsi ingannare…” Anche queste sono parole che Rudolf Steiner ha pronunciato.

Tragiche parole, perché hanno conseguenze ineluttabili, e perché il Maestro prende su sé il Karma del discepolo. Sempre di nuovo vi furono dei casi in cui si vide questa tragicità estrinsecarsi in tutta la sua grandezza.

Quando nei discepoli si palesavano la vanità e l’ambizione unite a frascherie mistiche, come le ciance intorno alle incarnazioni passate, Rudolf Steiner soleva dire: In una Società vastamente diramata, cose siffatte non si potranno mai totalmente impedire: si potrà venirne a capo, purché non ne entri mai nulla nella Direzione: se questa resta immune, si riuscirà ugualmente a tenere alto il livello della Società.

E sotto la sua direzione il livello fu sempre possibile: si riconosceva come naturale e indiscutibile la sua autorità…a meno che, per vanità offesa non si fosse uscito dalla Società e divenuto nemico giurato.

Naturalmente, coloro che a bella posta si oppongono agli influssi del massimo bene, si aprono tanto più ai nascosti sentimenti di odio, e in loro il male si accumula in misura stupefacente, diventa più forte di loro, si agglomera, ed ha inoltre la pericolosa qualità di agire suggestivamente, con la sua forza demoniaca, sugli altri.

Così si spiegano molte cose, altrimenti inspiegabili, nei destini di una Società come la nostra, e nella sorte, davvero inconcepibilmente tragica, della generosa Guida dell’umanità.

Sul terreno di fatti così negativi, simili alle ombre che accompagnano la luce del sole sulla terra, germoglia poi tutto ciò di cui si impadronisce l’odio che esiste nel mondo circostante, per denigrare una Figura radiosa, per rimpicciolire il Grande. Coloro che hanno sperimentato come possa venir odiato in un uomo ciò che è spiritualmente eccelso, come ciò sia insopportabile alla meschinità circostante, riconoscono che il loro compito più grande è quello di salvare, non solo la purezza della sua immagine, ma anche quella della sua opera, conformemente al suo desiderio così chiaramente espresso a questo riguardo.

Perciò non devono sottrarsi alla lotta per salvare la purezza di quest’opera, anche se avrebbero prescelto di ritirarsi piuttosto loro stessi.

La lotta viene loro imposta a forza, e diventa allora un dovere; e col riconoscere questo dovere la necessità della lotta s’accresce, dovesse pur l’anima spezzarsi.

Ma forse, appunto per questo, verrà un giorno in cui si potrà dire: Ha esistito una volta una Società, che almeno ha cercato, con tutte le sue forze, di tenere lontano da sé ciò che sempre di nuovo ha abbassato e indebolito altre Società del genere.

Forse che il franco guardare in faccia i propri errori può far progredire tutta una Società di quanto occorre, affinché le manchevolezze solite di tali Società non si ripetano in eterno.

Forse che solo per questa via è possibile la formazione di una coscienza fondata sull’Io, in interi gruppi umani. Poiché, ove non vi fosse la lotta per riconoscere gli errori che si insinuano in unioni più numerose di uomini, non vi sarebbe nemmeno una possibilità di sviluppo per gruppi umani, né superamento cosciente dei relativi e purtroppo sintomatici fenomeni negativi, né ascesa a più alti gradi di comunità; e l’umanità, non solo si consoliderebbe nel materialismo e vi affonderebbe, ma cadrebbe in preda alle demonìe.

Oh, ben si sa, in quel regno, perché le cose ci vengano rese così difficili: essi vogliono che la Terra appartenga a loro, e combattono per assoggettarsi i poveri uomini.

Quanto poco il Dottor Steiner si sia sottratto alla lotta contro sempre rinnovati assalti, appare da molti e molti dei suoi discorsi, e da molte introduzioni e chiuse dei suoi cicli di Conferenze. Citiamo ad esempio le parole con cui conclude le sue conferenze all’Aja (1913), il primo ciclo dopo la separazione dalla Società Teosofica. Esso è uscito ora in forma di libro, col titolo scelto allora da Rudolf Steiner: ”Quale importanza ha l’evoluzione occulta dell’uomo per i suoi involucri e per il suo Sé”. Nelle sue parole d’addio, egli vi parla della liberazione da ciò “che, in un certo modo, ci ha pure imposto dei ceppi, ceppi che, se vogliamo veramente progredire secondo le esigenze dell’evoluzione spirituale umana, ci sarebbero diventati, di giorno in giorno, più insopportabili…vennero interrotte forme di pensiero che hanno prodotto un certo influsso ostacolatore…E’ per noi una liberazione: pensieri che prima ci ostacolavano, devono ora come esulare dalle nostre file, veramente esulare…pensieri che prima operavano, non voglio dire come, in seno al nostro lavoro”.

Quindi egli continua: “Molte cose dovranno venir comprese, poiché il modo come, per es. si sono comportati i nostri avversari in Germania, e che ci ha portato alla necessaria difesa, ha mostrato ovunque, in ogni punto, il contrario di ciò che deve essere il modo di lavorare di un vero movimento occulto, ha cioè mostrato ad ogni proposito, una smania di tiranneggiare, rivestita di obbiettive menzogne. Un vero occultista non può che arrivare a non voler avere nulla da fare con coloro dei quali sa che non possono essere dei suoi. E cioè a non volerli avere nelle sue file. Questo è l’unico principio che può regnare in un movimento occulto: lavoro positivo e diritto di non occuparsi di coloro che lavorano su un altro terreno…Questa è stata l’unica pretesa che sia stata sollevata nelle nostre file. E chi esamina la cosa, potrà appunto vedere realizzato nelle nostre file questo sacro, antichissimo criterio di una vera comprensione dell’occultismo. Era infatti derisoria, per un vero occultista, la pretesa che la Sezione tedesca dovesse accogliere ognuno che volesse appartenervi per opinione propria e non secondo la valutazione della Sezione stessa. Ciò che allora chiedevano a noi i nostri avversari, e a cagione di che ci hanno scagliato contro ogni sorta di menzogne, equivaleva al fatto che gli uomini non dovessero camminare sulle gambe, ma sulla testa. Solo che al tempo nostro non si perseguono le cose fino alle loro ultime conseguenze”.

Ciò contro cui il Dottor Steiner ebbe a lottare è mostrato anche dal passo seguente: “Si è già arrivati al punto che in uno degli ultimi “Bollettini” si è dovuto dire che uno dei rappresentanti del sistema Besant in Germania ha detto persino che egli non comprendeva come mai quel singolare ragazzo (s’intende il giovane Krishnamurti) avesse potuto passare per una evoluzione come quella che si diceva avesse passato. Poiché, scrive quel signore, Annie Besant fa pompa di lui come futuro Cristo. Ma chi ha letto le non so quante incarnazioni di quel singolare ragazzo, saprà bene che Annie Besant non intende parlare di lui come fosse il Cristo dei Vangeli; essa dice solamente (dice quel signore) all’umanità europea, che colui che essa non ritiene essere il Cristo, è il Cristo.

Orbene, io credo che se è possibile che qualcuno stenda sulla carta simili cose, è già una prova sufficiente di fatti che non vogliamo più oltre caratterizzare.

Dunque, quanto avvenuto può veramente significare una liberazione. Voi pure lo avete sentito in questo ciclo che è stato per me, in certo senso, molto serio e solenne, perché è stato il primo ciclo del nostro nuovo Lavoro, nel nostro nuovo produrre. E in verità, solo il sentimento del dovere di questo nuovo produrre, ci ha dato la possibilità di sopportare con una certa equanimità tutto ciò che ci si è accostato in modi importuni, disgustosi e sfrontati.

Fate dunque sì, miei cari amici, voi tutti che avete potuto parteciparvi, che questo ciclo venga sentito nei nostri cuori come una certa inaugurazione di un nuovo periodo di lavoro.

Così vi ho salutati al principio, e così penso, siamo stati uniti in questo tempo in una intonazione armonica concorde.

E se, miei cari amici, questa volta non abbiamo veduto insieme a noi, taluno che forse vi sarebbe stato, ove i fatti precedenti non si fossero svolti possa qualche altra cosa, se noi la sentiamo nel giusto modo, sollevarci ben al disopra di tutto questo”.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RIASSUNTO DI UNA CONFERENZA DI A.MEEBOLD

 2009111718

Alfred Meebold

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Conferenza

Tenuta ad amici a Viareggio nel settembre 1930

Riassunta dal Maestro L. Caffarelli

22 settembre 1930

 §

Bisogna considerare il concetto dell’Io come lo ha l’uomo, se si confronta l’uomo con i regni inferiori.

Cominceremo a stabilire una linea di continuazione in quanto alla coscienza, a cominciare dal punto più basso, il minerale, fino all’uomo. E stabiliremo le differenze, che da regno a regno, fanno un’interruzione: così che in ultimo la coscienza dell’Io dell’uomo riesce chiara come proprietà sua.

Poi vedremo se da questo punto possiamo stabilire una continuazione diretta nei mondi spirituali senza lo strumento dei corpi fisici, che fino a questo punto erano necessari.

C’è una qualità del regno minerale specialmente interessante che si mostra in quel punto del regno minerale dove esso si avvicina ad un tentativo di individualizzazione, cioè nel cristallo.

Il cristallo, finché è al suo posto naturale e che non abbia impedimenti dal di fuori, cresce: ma cresce da fuori, non da dentro: cioè la materia che lo aumenta arriva da fuori, non da dentro. Ciò dimostra che c’è qualcosa che si può chiamare una specie di vita che agisce sul cristallo, ma non è situata dentro, ma fuori.

Questa forza che agisce sul cristallo nel mondo fisico appare come una legge fisica, è nel mondo spirituale una coscienza intelligente, che dirige questa forza di vita.

Questo fatto risulta tra l’altro che la crescenza del cristallo, finché non ci sono impedimenti esteriori meccanici, si fa sempre rigorosamente nella stessa forma.

Il cristallo di sale ha sempre la forma di un cubo.

Dentro nel cristallo ci dev’essere un punto che risponde all’azione dal di fuori.

Il regno vegetale ha in comune col minerale la crescenza ma questa si fa da dentro, non più da fuori.

Qui vediamo che non tutto ciò che fa sviluppare la pianta si trova nel suo interno. Ma la vita sì.

Anche per le piante c’è una forza intelligente che agisce da fuori: lo dimostra il fatto che le piante hanno forme diverse. Soltanto la vita, la crescenza, si fa da dentro.

Nel minerale non vi può essere niente di coscienza (ossia di vita dentro): la coscienza è al di fuori.

Nel vegetale c’è la vita: ma la pianta non ne è cosciente, perché il suo sviluppo, in quanto a forma, è diretto dal di fuori e non dal di dentro. Di più, la pianta ha un’altra proprietà, che manca assolutamente al minerale e per la quale viene scavato un abisso tra i due regni.

Tale è la proprietà di propagarsi. La propagazione della pianta si fa in tal modo da mostrare che non c’è una coscienza di codesta proprietà nella pianta, non c’è influenza cosciente della pianta stessa nella propagazione.

Quando si forma il seme della pianta, questa, tutta, senza residuo, passa nel seme: in ognuno dei semi.

Il regno animale ha le stesse qualità degli altri regni: cresce da dentro, si propaga.

Ma nell’animale si mostra un elemento nuovo: la propagazione è fatta scegliendo un compagno.

Perciò, per la prima volta, in quanto a propagazione, appare una coscienza conscia di quel che fa.

Sentendo è cosciente.

E’ la sessualità. Questa qualità scava un abisso tra vegetale e animale.

Il vegetale è incosciente: contiene la vita e non lo sa: l’animale contiene la vita e lo sa: nel modo che noi chiamiamo sentire.

Dunque: il minerale è incoscienza completa. E’ come morto. E’ inattivo in quanto vita. Ma il suo stato di morte è solo apparente perché risponde alla vita che agisce su di lui da fuori.

Il vegetale: non è morto: ma non ha la coscienza della vita che agisce in lui.

L’animale: ha coscienza della vita, ma nel senso del sentire.

L’uomo ha tre qualità: conoscenza da dentro, propagazione, sentimento. Tutte le suddette differenze si esplicano attraverso il corpo fisico.

Ma la vita è connessa col corpo eterico. L’etere pervade tutto il sistema solare.

Dove c’è un corpo fisico ci dev’essere anche un corpo eterico. Tutti i fenomeni della vita debbono essere connessi con questo.

Anche la Terra ha un corpo eterico. C’è dunque un rapporto tra i corpi eterici delle creature terrestri e quello della Terra stessa. Questo rapporto si rivela nella posizione delle creature terrestri rispetto alla Terra.

La crosta minerale è la forma esterna della Terra. In ogni punto della crosta è, in quanto al punto centrale, in una posizione orizzontale.

Orizzontale (l’oratore disegna una freccia orizzontale con la punta verso destra): regno minerale.

Verticale (una freccia verticale con la punta verso il basso): regno vegetale.

Nuovamente orizzontale (freccia rivolta con la punta verso sinistra: spina dorsale orizzontale in senso opposto al minerale): regno animale.

Verticale (una freccia rivolta con la punta verso l’alto, opposta al senso vegetale): uomo.

Si forma così la croce terrestre.

La posizione eretta dell’uomo indica la differenza tra uomo e animale. Questa differenza costituisce l’abisso tra animale e uomo.

In quanto a coscienza questo abisso non è superabile sulla Terra: è il fatto di dire IO SONO.

Questo fatto esce dall’altro che l’uomo può pensare, e di nuovo è connesso col risultato che l’uomo ha la lingua parlata. L’animale ha il suono, non la parola articolata.

Abbiamo dunque nell’uomo una manifestazione della vita, cioè un impiego del corpo eterico, che l’animale non può fare se non sentendo. L’uomo lo impiega per il pensare: pensando, l’uomo diventa conscio di sé: per la prima volta una creatura terrestre diventa individualità.

L’animale lo è ma non lo sa. L’uomo lo sa.

C’è dunque una continuità di sviluppo di coscienza, ma non si può rintracciarlo da corporeità a corporeità sulla Terra.

Non è una questione di creazione separata: c’è una continuità di coscienza, ma non attraverso i corpi.

Quello che fu una volta non può essere perduto nell’uomo: deve sempre esserci nell’uomo: ma egli non lo usa più come lo usava prima, avendolo trasformato con gli stati successivamente acquisiti.

Ossia, l’uomo contiene in sé quattro stati di coscienza. Uno di questi è riconosciuto dalla generalità e lo si chiama SONNO.

Che cosa fa ordinariamente l’uomo per poter entrare nello stato di sonno?

L’uomo entra nel sonno così: prima abbandona la posizione eretta e si mette nella posizione dell’animale (posizione orizzontale rispetto alla Terra). Ossia ritorna in quei rapporti eterici con la Terra che sono normali per l’animale, non più per lui.

Poi chiude gli occhi ed esclude a poco a poco l’attività dei sensi.

Questa esclusione non si fa completamente, ma abbastanza per tagliare la connessione tra il sé cosciente e il mondo esterno. Ma allora ci si può accorgere che non si entra direttamente nel sonno ma che tra lo stato di veglia e quello di sonno c’è un altro stato di coscienza intermedio.

Prima di addormentarsi, e questo è assai importante, scappano all’uomo i pensieri, fugge la capacità di pensare.

Invece vengono su delle immagini, che l’uomo non sa da dove vengono. Se le osserva, conservando coscienza, può vedere che diventano animate, drammatiche. Si svolgono storie intere. Queste immagini sono i Sogni.

Essi hanno una vita loro propria, che a essi non viene data dall’uomo. I sogni appaiono tanto all’addormentarsi che al risveglio. Ma al risveglio è più facile prenderne coscienza perché entrano nella memoria.

I sogni hanno tre differenze importantissime in confronto con lo stato di coscienza del giorno. Questo stato imaginativo dei sogni costituisce allora, nell’uomo, la sua coscienza. Ma questa è una coscienza nella quale:

a) l’uomo è conscio della sua propria identità ma non può più asserirla. Egli ha perduto la capacità della parola parlata, del pensiero, della posizione eretta e la possibilità di dire Io. Ma tuttavia ritiene la possibilità di sentirsi Io (stato che corrisponde alla coscienza dell’animale).

b) ha perso il concetto del tempo. C’è una sequenza in cui le imagini si svolgono. Ma qui, per l’uomo, tutto è presente. Egli non è conscio che una cosa viene dopo l’altra, ma soltanto che essa è.

c) ha perso il concetto dello spazio. Le imagini sono sempre formate secondo le tre dimensioni, ma l’uomo non lo sa. Per lui non c’è più tempo e spazio.

Passato e futuro esistono soltanto nel presente.

Questo è in connessione con l’uso che l’uomo fa del suo corpo eterico.

L’animale, se entra nel sogno, non perde nulla, per lui il sogno è la stessa cosa di quando è sveglio.

L’uomo perde coscienza dell’Io in quanto al pensiero. Nello stato di veglia l’uomo usa, per pensare, il suo cervello. Anche l’animale ha un cervello: mentre il vegetale e il minerale non l’hanno. L’uomo di giorno è cosciente per mezzo delle percezioni: esse ci vengono attraverso i sensi. Prima producono in noi un sentimento, dato attraverso il corpo astrale, che passa nell’eterico. Qui produce nel cervello una rappresentazione.

Fin qui l’uomo è sul medesimo livello con l’animale. In queste rappresentazioni abbiamo ciò che corrisponde al sogno. L’uomo però non si ferma alle rappresentazioni: queste reagiscono sul corpo eterico e vi formano la memoria. Con l’aiuto della memoria l’uomo forma i concetti.

Nell’animale c’è memoria, ma non formazione di concetti. L’animale, ricordando, fa venire a galla la stessa rappresentazione.

L’uomo invece passa direttamente ai concetti. Ma entrando nello stato di sogno, smette di fare questo uso del corpo eterico. In altri termini: non usa più il suo cervello. Il cervello lo usa ancora per le rappresentazioni: ma queste che, allo stato di veglia, sono fisse, nello stato di sogno hanno invece vita propria.

C’è dunque qualcosa che produce le imagini del sogno direttamente dal corpo eterico, senza passare per il cervello. La coscienza qui si basa ancora su una connessione col corpo eterico, senza passare per il cervello. Si basa ancora sulla connessione con l’eterico, ma è distaccata dal corpo fisico.

Dunque l’Io si allontana dal corpo fisico, ma è connesso col corpo astrale, e ancora in un punto, col corpo eterico. Ma si allontana poi anche dal corpo eterico. Quando se ne stacca completamente è il momento in cui l’uomo si addormenta e perde coscienza. E’ il principio dello stato di sonno. Allora il corpo eterico rimane connesso solo col corpo fisico. La coscienza dell’Io insieme col corpo astrale sono staccati.

Nella pianta la coscienza è assente: ma la pianta agisce col corpo eterico nel fisico e cresce. Nell’uomo che dorme c’è ancora la congiunzione con l’Io, ma l’uomo non lo sa più.

Abbiamo dunque i seguenti stati di coscienza:

Stato di veglia – uomo – : parola, posizione eretta, pensiero, coscienza dell’Io.

Stato di sogno – animale – : posizione orizzontale.

Stato di sonno – vegetale.

Stato di catalessi, o morte apparente – minerale.

Ai tempi attuali esso è eccezione, morbosità e non dovrebbe più succedere. In questo stato il corpo fisico diventa rigido, come morto e smette di crescere, di respirare. Non esce più il sangue. Non si può stabilire se la morte è apparente o reale. Però in questo stato l’uomo non è morto e può di nuovo tornare alla vita.

Abbiamo stabilito che l’evoluzione di coscienza non avviene nei corpi ma in tal modo che questa evoluzione, in quanto alla Terra, si esprime attraverso i corpi, ma non si sviluppa nei corpi. Nell’uomo la coscienza come tale può esistere anche non usando più il corpo. In questo fatto è implicito che ci devono essere agenti esterni intelligenti, di fuori, che aiutano i regni inferiori.

Questo, per il regno minerale è ciò che chiamiamo vita. Per il vegetale è la coscienza e per il regno animale è il pensare (coscienza dell’Io pensante).

Per l’uomo la coscienza dell’Io è dentro di lui, non più attività dal di fuori, ma concentrata nell’Io Sono.

I suddetti esseri esterni intelligenti sono dotati di questa possibilità in connessione col mondo terrestre. Essi sono le Gerarchie.

Solo per l’uomo ci deve essere la possibilità che, essendo dotato in sé dell’Io, di dirigersi verso la Terra (corpo fisico), quanto di dirigersi in su, verso le Gerarchie, per comunicare con esse.

Se entrando nel sogno, l’uomo potesse farlo in modo da non perdere la coscienza pensante dell’Io, ma da ritenere l’Io connesso col corpo eterico anche perdendo la connessione coi sensi, allora l’uomo entrerebbe in comunicazione con le Gerarchie.

Finché l’uomo si identifica con l’Io Sono con il suo corpo fisico, finché fa questo non può uscirne.

Ma gli è possibile di capovolgere questo concetto dell’Io e di vedere queste cose da sopra invece che da sotto. Con questo viene stabilito che l’Io Sono contiene in sé la possibilità di uno sviluppo interiore dell’uomo, che non lo staccherebbe dal terrestre ma lo farebbe dominare la materia, invece d’esser dominato dalla materia.

Tutte le Gerarchie normali non sono incoscienti del mondo fisico, ma lo dominano, lo dirigono, non sono incatenate da esso.

Parlando di ‘gradi’ delle Gerarchie significa che vi sono delle differenze ascendenti nella loro libertà dal mondo fisico. Sulla Terra, quando nei regni inferiori avviene la morte, abbiamo il segno sicuro che queste Gerarchie smettono di aiutare alla loro esistenza terrestre le creature. La morte nei regni inferiori è qualcosa di diverso che per l’uomo, poiché l’Io umano fa da Gerarchia.

Nelle creature la connessione con l’Io delle Gerarchie mantiene la vita. Nell’uomo la mantiene la connessione dell’Io Sono col corpo fisico. Ogni forma fisica che si mantiene in vita manifesta, deve avere un Io collegato con essa, altrimenti si dissolverebbe.

Perciò l’Io della Terra deve avere una forza in sé, tanto più possente e complessa nel dirigere e mantenere in vita, in quanto la Terra è più grande e complessa del corpo fisico dell’uomo.

Il Sole è anch’esso un pianeta, ma inoltre è anche il centro del nostro sistema planetario. I pianeti sono le membra del sistema, il Sole è anche la testa o il cuore.

C’è un Io che contiene in sé tutta la direzione del nostro sistema solare. Tale Io non andrebbe cercato nelle Gerarchie, perché queste funzionano dentro il sistema, ma non abbracciano tutto il sistema.

Simbolo dell’Io è il circolo. E ciò perché ogni punto della circonferenza si trova a eguale distanza dal centro e perché in ogni punto della circonferenza v’è principio e fine al tempo stesso. Possiamo però anche capovolgere la cosa e dire che in nessun punto della circonferenza vi è principio o fine. Il circolo è dunque il simbolo vero di ciò che non ha principio o fine.

E ciò che non ha principio e fine è Io.

Fuori dal sistema solare c’è un segno della presenza di un Io.

Questo Io non è radicato dentro il sistema solare. Contiene il sistema solare ma è radicato altrove.

Come l’uomo, col suo Io, si esprime nel suo corpo fisico, così il Cristo si esprime in 12 cosmi solari: sono le 12 costellazioni dello Zodiaco, che è un circolo, vale a dire un Io, che per esprimersi ha bisogno di 12 sistemi solari. Questo Io è l’Io del Cristo.

Oltre a queste 12 costellazioni abbiamo il mondo delle Stelle. Il mondo delle Stelle funziona in ordine perfetto: dunque c’è un Io più vasto dell’Io del Cristo che contiene tutto ciò.

Questo Io che contiene il mondo delle Stelle è il Padre.

Ma un concetto del Padre non si può formare con la nostra coscienza.

ALFRED MEEBOLD, SCIENZA DELLO SPIRITO

RUDOLF STEINER: PREGHIERA

 rs 8

 ***

PREGHIERA

–

Eterno, incomprensibile Signore dell’Universo

Spirito d’amore divino,

che tutto abbraccia e tutto compenetra,

che dimori in tutti i cuori

e hai il tuo Tempio e il tuo trono

anche nel mio corpo,

a Te affido me stesso

affinché sparisca

l’errore del mio egoismo

e io mi risvegli alla vera vita:

Dammi la forza di essere sempre pronto

per ricevere la luce divina della conoscenza,

affinché da essa il mio intelletto si illumini:

Scambia il mio intelletto limitato,

traviato dalle illusioni sensorie,

che trattengono l’apparenza per realtà,

con la tua saggezza divina

e fammi conoscere la tua immortalità

nella mia anima

per imparare a discernere in me

e in tutti gli esseri

l’eterno dalla caducità,

affinché la verità trionfi sulla menzogna:

Lascia che attraverso la tua potenza

acquisti la forza di dominare

la mia natura e vincere le sue debolezze:

Dammi la volontà di far fiorire

e sviluppare nel mio cuore

i fiori di loto della conoscenza divina:

Dio, che nella tua essenza

sei la pace stessa,

fa che io possa trovare la pace

e che, liberandomi dalla mia inquietudine

io possa entrare nella vera armonia:

Lasciami trovare la mia pace nella tua,

la mia forza nella tua potenza,

la mia felicità nella tua gloria:

Come la scintilla nella fiamma

diventa luce

così lascia che l’esser mio

in Te arda

affinché il mio egoismo sparisca:

La saggezza tua sia la mia conoscenza,

l’amore tuo sia il mio amore,

Tu stesso sii in me

ed io tutto in te

riconoscendo me in te

e te in me:

In eterno

Amen

***

Rudolf Steiner

SCIENZA DELLO SPIRITO

PRECISAZIONI

 in the air

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Questa è la risposta ad una domanda che mi è stata inviata. Riguarda fatti obbiettivi, perciò non lede alcun carattere di discrezione personale e può servire a qualche altro lettore di Eco.

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Caro amico, le dirò volentieri quello che posso nel merito e, spero che non le dispiaccia se passo la sua a Ecoantroposophia poiché, per molto o poco, sono certo che comunque potrà interessare qualche altro dei nostri lettori che, obbiettivamente, sono davvero tanti.

Come lei saprà benissimo, il dott. Giovanni Colazza strettissimo discepolo del dott. Rudolf Steiner (lo scrivo non per lei ma per i lettori), alta figura nel manipolo di discepoli di rango – questo al punto che lo Steiner venne a Roma per incontrarlo secondo precise indicazioni fornitegli da esseri dei Mondi Spirituali – poco tempo dopo la scomparsa del Dottore, accettò l’offerta, promossa da J. Evola, di collaborare ad un progetto, rimasto unico in Italia, di pubblicazioni di esoterismo di indirizzo dottrinario ed pratico, con l’apporto di molti tra i migliori operatori dell’epoca.

Date le scuole non omogenee, i fascicoli espressero pur tuttavia il meglio delle diverse tradizioni. E furono sostanzialmente ricchi di indicazioni pratiche. Altre figure importanti del panorama antroposofico furono presenti tra i più validi collaboratori. Tutti figurarono come ignoti al pubblico poiché vennero adottati nomi simbolici e pseudonimi.

Leo è la firma che indica gli scritti di Colazza…che scritti non furono poiché egli seguì per tutta la vita in seno all’antroposofia l’indicazione spirituale di non scrivere. Durante il periodo di vita della Rivista, fu Evola, nella doppia mansione di direttore e collaboratore, che, sedendosi accanto a Colazza, scriveva quanto gli veniva dettato.

Tant’è che ci fu qualche errore nel complessivo di cui si è discusso in altra sede.

Se parliamo dei primi due scritti: Barriere e Atteggiamenti, il problema non sussiste poiché la trascrizione è del tutto corretta (e parimenti corretta rimase anche nelle successive edizioni, parzialmente modificate da Evola).

Se qualcuno legge l’intera produzione di Leo su Ur osserverà un ‘crescendo’ di discipline che porterebbero chiunque sulla soglia dei Mondi Spirituali ma forse osserverà meno alcune cose. Una di queste è il lavoro di correzione compiuto da Leo per controbilanciare tecniche descritte da altri autori, suggestive quanto avventate.

Inoltre, Leo, come spesso accade nell’agire sottile di grandi figure occulte, in un certo senso inganna il lettore o, da un diverso punto di vista, chiama chi vuole lui.

La sua prosa, neutra, senza attrattive, estremamente riassuntiva, priva di riferimenti e alquanto povera di terminologia sembra fatta per allontanare il lettore che scopre sapori e colori forti e gioielleria scintillante da tutte le parti.

Ma non presso Colazza che pare offrire la mercanzia più scipita o meno invitante del mercato.

Detto questo passiamo a “Barriere” dove Colazza insegna al suo speciale apprendista, la modalità che ora sappiamo necessaria: “Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente.” Non credo servano spiegazioni per questo. Mentre è piuttosto importante un chiarimento che Colazza non si perita di dare.

Il breve scritto è diviso in tre parti. Diciamo, alla buona, che la prima introduce il problema adombrato dal titolo, la terza indica la retta fenomenologia del lavoro animico e l’indicazione della conseguente esperienza. La seconda parte è il contenuto che andrebbe meditato e realizzato. 20 righe di frasi e nessuna altra indicazione. Può succedere (è successo) che il discepolo zelante le impari a memoria, ma poi a passarle tutte diventa più un rosario che una meditazione e ben presto si forma l’ombra della delusione.

Naturalmente quello è l’approccio sbagliato, la trappola, a dirla brutta. In realtà ogni singola frase è uno spunto meditativo completo. Non un mantra ma uno spunto meditativo. Che come ogni meditazione va pensato brevemente e sentito intensamente. Scelga autonomamente quali frasi usare. Non c’è altra ‘regola’ se non quella che il contenuto suggerito susciti un ”senso di grandezza e di potenza” finché questo diventi, ad un certo momento divenga “presenza di una forza”.

Occorre decisione e coraggio, poiché, come sappiamo sin troppo bene, l’uomo ha paura di sentirsi rinnovato e forte. Eppure Colazza (come poi Scaligero, con forma stilistica diversa) è assai drastico: “Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.”

Nel secondo scritto di Leo: “Atteggiamenti” ritroviamo il medesimo schema: una densa parte introduttiva, le discipline, e nella terza parte alcune indicazioni che indicano (sempre in maniera semplice e dimessa) la portata delle precedenti discipline: “Gli accenni di pratiche ora esposti ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle percezioni sensorie, pur con tutta la vivezza e la realtà propria a queste ultime”. Se queste parole paiono indicare un’attività interiore libera dai sensi fisici e però altrettanto intensa, non ci si sbaglia.

Aggiungo solo che gli esercizi indicati da Colazza portano in sé diversi gradini di esperienze, certo culminanti con la liberazione della forza-pensiero dai legami sensibili, ma anche diverse altre conoscenze estrasensibili e gli strumenti per passi successivi sulla Via iniziatica.

Sono due le meditazioni immaginative proposte: il senso dell’aria ed il senso del calore.

Chi le sperimenta ben presto s’accorge che ambedue iniziano con l’aiuto di immagini sensibili (interiorizzate) e procedendo, l’essenza della loro attività contemplativa supera, per attività dell’operatore, ma anche per lo stesso contenuto dei temi, il confine del pensiero legato ai sensi. Detta così, sono consapevole che sembri una operazione abbastanza facile ma le assicuro che non lo è.

I “risultati” descritti da Colazza per i due esercizi dovrebbero essere compresi appieno poiché indicano condizioni “sine qua non” per l’operatore. Anche per chi ha scelto discipline diverse e segue gli esercizi dati da Steiner o Scaligero. Di alcuni aspetti delle esperienze intermedie circa il senso dell’aria e del calore ne ho parlato in anni precedenti (ad esempio ho scritto come il senso dell’aria si rivolti completamente e si sperimenta come si venga respirati dall’aria che ci circonda, che, viva e attiva, vuota e riempie i nostri polmoni).

Per finire sottolineo come le due discipline racchiudano in sé la sintesi di molti esercizi singoli, gli strumenti interiori ma concreti volti alla liberazione del corpo sottile (eterico) ed una inusuale porta per il pensiero libero dai sensi. Per il resto non saprei che ripetere, magari distorcendo, le parole di Leo che, come ho già scritto, possono apparire fin troppo semplici (una manna per la pigrizia semplificatoria dei sedicenti occultisti odierni), mentre in realtà la loro piana semplicità vela, al pensiero superficiale e avido di sconvolgenti rivelazioni, le operazioni interiori più possenti.

Come scrissi ad un altro lettore a cui ho parlato dei 44 esercizi di Tecniche della Concentrazione Interiore di Massimo Scaligero, nulla andrebbe preso come sta: è l’anima che con onestà e liberamente dovrebbe trovare in questi scritti quello che potrebbe servirle per il suo lavoro: questo è solo un consiglio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA MEDITAZIONE DI RUDOLF STEINER

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.

Lavoro nell’intimo

agisce al di fuori.

Non giudicare

ascolta soltanto.

Non stupirti

guarda soltanto

amali tutti.

*

Esperienza dal di fuori

agisce nell’intimo

non evitare nulla

sprofondati soltanto.

Non difenderti da nulla

sopporta soltanto

finché non sia raggiunto.

*

Pace nell’intimo

amore verso l’esterno;

non dire nulla

soffri soltanto.

Non chiedere nulla

attendi soltanto

finché non ti venga dato.

SCIENZA DELLO SPIRITO

Alfred Meebold

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Alfred Meebold (1863-1952 )

Quando iniziai a frequentare il Gruppo antroposofico di Trieste, sulla parete dietro il tavolo dove si sedeva il capo gruppo, il conferenziere di turno, ecc. vidi appesa una foto che ritraeva due uomini per me sconosciuti. Chiesi chi fossero. Gentilmente, il dott. Corazza fece due nomi: Fortunato Pavisi e Alfred Meebold.

Pavisi ora è giustamente più conosciuto. E Meebold?

Alfred Meebold lo conobbi poi col contagocce. In Sede feci amicizia con una anziana e dolce signora. Si chiamava Stella Padoa e mi raccontò come la sua “tremenda” zia, Lina Schwarz, la trascinasse – lei piccina – a tutte le conferenze che Meebold faceva a Milano e a Trieste. Stella era la nipotina a cui la Schwarz fece riferimento nominale con una poetica ninna nanna che poi apparve persino nelle antologie scolastiche degli scrittori italiani (Stella stellina, la notte s’avvicina…).

Meebold amava l’Italia e scrisse su vari giornali italiani articoli che riguardavano l’opera di Rudolf Steiner e la sua avventura per incontrarlo. Quest’ultima è anche divertente e ve la riassumo.

Ardente cercatore di un vero maestro spirituale e gran viaggiatore, arrivò sino in India. Trovò, sulle pendici dell’Himalaya, un asceta considerato da molti un iniziato. Quando finalmente fu ammesso al suo cospetto, l’asceta, senza i saluti di rito, gli chiese:”Perché sei qui?”. Il Nostro rispose che cercava un Maestro. Con un lieve tono compatito il sadhu gli disse: “Che viaggio inutile hai fatto! Torna a Berlino dove c’è il tuo Maestro”.

Carattere impetuoso e irascibile, spesso teneva come ufficio un tavolino in un Caffè e aiutava nello studio e nella comprensione dell’antroposofia molte persone. Sempre con il sigaro acceso e la tazzina colma. .Ma quando qualcuno dei suoi protetti “saltava” un concetto o “sbandava” in un ragionamento, sbandava o saltava pure la tazzina ed il suo contenuto, perché un vigoroso pugno si abbatteva sul tavolino. Accompagnato da un ruggito di disapprovazione.

Sono notizie che me lo resero assai simpatico!

Ora riassumo una Commemorazione apparsa nel 1952 sul bollettino della Società Antroposofica.

Tornato in Europa, Meebold andò a Monaco per visitare Sofia Stinde e la contessa Kalkreuth. Raccontò loro delle sue esperienze indiane e della rottura con la Teosofia anglo-indiana. Con sua meraviglia le due dame approvarono la cosa, poiché il segretario tedesco era Rudolf Steiner. La Stinde propose un incontro tra i due.

Meebold era prevenuto e l’entusiasmo delle signore non gli fu d’aiuto.

Quando si trovò di fronte ad un uomo, circa della sua stessa età, iniziò a raccontare le sue passate esperienze, accorgendosi del cortese disinteresse dell’altro. In breve, dopo una manciata di minuti, Meebold si ritrovò alla porta con un foglietto di istruzioni. Irritato, disse alla Stinde:” Perché mi ha dato questo? Io non gli ho chiesto niente. E perché mi considera superficiale?”

Rudolf Steiner era diverso a seconda di chi gli stava di fronte: con i deboli, i sensitivi era mite e incoraggiante. Coi forti era severo ( Nei Misteri, Benedictus dice a Strader: “per chi ha raggiunto il vostro grado è viltà quello che per un altro sarebbe coraggio”).

Meebold protestò, si irritò, ma fece gli esercizi che Steiner gli aveva dato!

Era già un discepolo del Dottore ma continuava ad essere irritato e diffidente (la diffidenza fu un tratto comune di certi discepoli, vedi Colazza e Rittelmeyer). Forse l’orgoglio del proprio valore gli impediva una chiara visione. Questo travagliato periodo durò due anni. Poi riconosciuta la grandezza del Maestro, gli fu incrollabilmente fedele.

Meebold durante la guerra si trasferì a Heidenheim, ma si recava spesso a Dornach.

Guerra persa, rivoluzione scoppiata, visitò Steiner mentre scolpiva nell’atelier la figura del Rappresentante dell’umanità. Scosso, chiese al Dottore cosa avrebbero fatto gli antroposofi.

“Ora si vedrà se sono uomini” rispose Steiner continuando a scolpire con energia “Lei torna a Heidenheim?” “Ma non si può in questo momento, c’è la rivoluzione”. “Cosa importa? – tuonò Rudolf Steiner – torni e parli alla gente”. “E cosa devo dire?” “Raduni la gente e quando sarà sul podio le idee verranno”.

E Meebold tornò a Heidenheim e fece passare la voce che in tal giorno, in tale sala, avrebbe parlato. Salì su podio e ogni incertezza scomparve. Le idee fluivano e trovavano da sole le parole. Appunti non servirono. Parlò per due ore. Il pubblico rimase seduto, muto e immobile. Meebold si inchinò e disse :”Signori, ho finito”.

Non ci furono applausi ma domande e richieste di altre conferenze. Meebold tenne allora conferenze su tutto, in particolare sull’introduzione all’antroposofia, sulla tripartizione.

La sua casa e la sua biblioteca furono a disposizione di tutti.

I nuovi amici erano in gran parte operai e divennero ottimi antroposofi. Così il Gruppo di Heidenheim divenne unico al mondo: per il numero elevato dei suoi componenti (l’uno per cento della popolazione cittadina) e per la prevalenza del ceto operaio.

Quando venne fondato il “Kommender Tag”, Meebold vi investì tutto il suo patrimonio, poi quel tentativo fallì e il Nostro perse tutto, divenne povero: “Se non avessi agito così i miei amici operai avrebbero perso ogni fiducia in me”: confessò poi con serenità e pacatezza, commentando la sua rovina.

Nella sua casa il lavoro antroposofico era un’esperienza singolare.

Al pianterreno c’era una sala di lettura dove tutti gli amici potevano leggere e studiare anche in assenza del proprietario. Meebold si era ritirato in due stanze, mettendo il resto a disposizione di due famiglie rimaste senza tetto.

Vivere con il Nostro era però un costante corso di autoeducazione, poiché Meebold non lasciava passare niente. Imprecisioni di pensiero, mancanza di riguardo, venivano sempre corrette con affetto, ma con un’obbiettività che ignorava gli eufemismi o riguardi alla suscettibilità di chi ascoltava.

Meebold sedeva con caffè e fumava in continuazione: la stanza era piena di fumo e di persone. Molti uomini dalle mani incallite e gli occhi scintillanti e…tanta cultura che si formava. Non solo antroposofica ma di tutte le opere che Steiner aveva nominato in libri e conferenze, cioè di quanto di più significativo che il mondo aveva dato. Tra i lettori vi erano anche industriali e dirigenti d’azienda: con Meebold che spiegava, rispondeva, raccontava.

Al termine della serata ognuno riportava la sedia al piano di sotto, perché dopo aver trattato di Anima cosciente e di Tripartizione sarebbe stata una stonatura andarsene senza pensare ad agire concretamente nel dettaglio. Sì, l’educazione spirituale con Meebold non tralasciava il dettaglio!

Quando il gruppo di Heidenheim fu forte, Meebold ricominciò a viaggiare con il karma del viandante: “ein Reisekarma”, come disse lui stesso. In gioventù da ricco, in vecchiaia da povero.

Invitato e aiutato da amici peregrinò in Austria, Ungheria, Francia, Inghilterra e per l’appunto in Italia.

Poi giunse la chiamata dalla Nuova Zelanda. Ancora un breve soggiorno in Europa, poi la II guerra mondiale lo sorprese ad Honolulu dove rimase per la durata della guerra, partecipando al lavoro antroposofico del Gruppo del posto.

A ottantadue anni tornò finalmente in Nuova Zelanda, conscio che quello era stato il suo ultimo, grande viaggio. A detta di molti l’impulso vivificatore portato da Meebold fu salutare e molto profondo.

Non permise mai che qualcuno lo chiamasse “Maestro” (Massimo Scaligero fece lo stesso) perché questo appellativo lo riservò solo per Rudolf Steiner.

E mai s’atteggiò a grand’uomo, pur consapevole del suo valore: spesso agli amici ricordava che “Lei dovrà abituarsi all’idea che io commetta degli errori”. Errori? Certo che ci furono, ma egli non cercò mai di nasconderli.

Aggiungo che il Dottore, nei rapporti epistolari con Meebold, che ho letto nei Testi riguardanti la Scuola Esoterica, sembra un Maestro all’antica, terribile: poche righe secche e “intuisca lei quello che ne può derivare nella pratica”: lasciando in toto a Meebold tutto lo sforzo interiore di scoprire il resto da sé. Ottima scuola!

Mi piacerebbe che questa alta figura, ben dotata da un caratteraccio da paura, fosse in qualche modo riscoperta…specie ora che si confonde la personalità con l’individualità…

ALFRED MEEBOLD, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA NOTA QUASI PERSONALE

colazza -

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Cari amici, il “quasi” del titolo non è a caso, poiché so per certo che molto del poco che scrivo è del tutto condiviso da altri. In termini quantitativi possono essere pochi, ma di ratti che girano in tondo è pieno il mondo e questo increscioso stato di cose è solo quello che è, cioè il nulla nel nulla: possiamo addizionare lo zero con se stesso un milione di volte ma rimarrà sempre quello che è…anzi, quello che non è.

Troppo vago? E’ vero e mi scuso.

Qualcuno ha scritto (bontà sua) che Eco è, in pratica, rimasto il Sito più robusto (e i decenni dell’Archetipo?) rimasto in rete.

Allora chiediamoci il perchè. Sapete che a me piacciono i paragoni sportivi, trovo analogie pertinenti.

Cosa fa il corridore mentre corre? Corre e basta. Di solito la sua mente è silenziosa, quasi vuota. E se l’obbiettivo è lontano o è solo allenamento, corre dando il meglio di sé e basta.

Il meglio di Eco è lo “spirito di servizio” e basta.

Nulla è nascosto e chi attua l’adesione lo fa solo per suo convincimento: può non farlo – dipende solo da lui – ma non gli serve, è una gentilezza e di ciò gli siamo grati.

Del resto so di persone che seguono Eco con grande attenzione, ma preferiscono leggere le note senza un milligrammo di vincoli, compresi quelli virtuali.

Poi,invece, non c’è uno – specie tra quelli che predicano l’amore universale – che non punti il ditino accusatore sul dogmatico rifiuto di Eco ad “aprirsi” verso tutti i possibili apporti…

E’ una critica seria. Potrebbe essere fondata. Poi però scopro (ho già detto che parlo per mio conto e non per gli altri collaboratori) che si vorrebbe portare in Eco ogni fritto misto, disperdendo, come già avviene nei Siti che trovano collocazione in facebook, in chiacchiere e fantasie di oscura origine, quel poco che qui si tenta di mantenere nel solco della Scienza dello Spirito. Assai spesso si tratta di spiritualismo che rema contro lo Spirito: spazio lasciato libero a confuse demenze personali e ad avversioni travestite di moralismo cattolicheggiante. Aggiungo a questa lista pure scritti più articolati e ben fatti…che purtroppo sono espressione di ossessioni violente, di ricerca di vetrine per la visibilità personale, di stracche astuzie…e qui, per non farla lunga, mi fermo.

Qui, su Eco, mi sento libero e non provo alcun moto di antipatia se a tanti le mie note non piacciono. Nemmeno io sono entusiasta di alcuni articoli e temi che ci sono in Eco. Però il discrimine è in quello che ho scritto: chi mette qualcosa su questo sito, lo fa perché ama davvero quanto espone e non perché ama se stesso. E se ciò pare poca cosa, almeno per me è, a dir poco, il confine invalicabile.

A calce di questa sparuta nota vorrei riportare una (antica) lettera che il dott. Colazza scrisse a Marco Spaini (personalità assai notevole nel suo tempo).

Qualcuno si arrovellerà sulla natura delle “comunicazioni” sulle quali il dott. Colazza è, senza remore, negativamente “tranchant”. Vedete, la comunità antroposofica attraversa periodi di moda. Circa quarant’anni fa erano i settennali dell’Antroposofia, vent’anni dopo ciò che concerneva la Pietra Fondazionale… Sessant’anni fa ci fu una vera e propria agitazione intorno al ritorno dello Steiner: si moltiplicarono annunci e visioni. Vi furono persino dei veri delinquenti che spillarono ingenti somme agli antroposofi benestanti fabbricando comunicazioni sul dove, quando e chi. Un tripudio di corbellerie! A mio parere ora è anche peggio…ma tutto più diluito, come l’impallidito sangue dei protagonisti attuali.

Ma non è questo che intendevo, ribattendo fedelmente le righe della sottile copia ingiallita…

§

                                                                                                    21.1.49

Caro Spaini,

ho coscienziosamente letto i due “messaggi” che del resto già conoscevo e debbo ripetere ciò che ho detto altre volte: che non hanno un contenuto di ordine spirituale. Sono delle affermazioni dogmatiche, alquanto sensazionali – ma non sono accompagnate da quel tono di dignità, di profondità che tocca l’animo. Quando Rudolf Steiner ha fatto delle rivelazioni sui retroscena occulti dell’Antroposofia – aveva già dato tanto di insegnamento spirituale da aver guadagnato la nostra fiducia. E del resto quelle rivelazioni si inquadravano perfettamente nella visione d’insieme dell’Antroposofia – mentre quei messaggi contengono flagranti contraddizioni all’insegnamento e a ciò che sappiamo del Dottore.

Per es. il Dottore ha detto alla Sig.ra Steiner che lui non era incarnato al tempo della venuta del Cristo. E la Sig.ra Steiner me lo ha ripetuto direttamente. Così pure per l’attribuzione a lui di una essenza d’angelo – ma la sua grandezza è appunto nell’aver raggiunto come uomo altezze spirituali che lo hanno reso degno di essere il messaggero del Bodhisattva. E così via…

Ma la “gaffe” più grossa è nel messaggio del novembre -46: “Non è contro lo spirito del tempo, in qualsiasi tempo ciò possa accadere, l’accettare solo per fede l’aiuto divino…Molti uomini possono solo così.” Sicuro, ma allora restano cattolici – il progresso dell’Antroposofia è che: “è una via della conoscenza”.

E non parlo della forma, quasi sempre enfatica, banale e persino volgare – lei in realtà si è allontanato dall’Antroposofia per seguire ombre. Rilegga Novalis, le sentenze direttive e vedrà quali torrenti di luce si riversano nell’anima.  Federici parla sempre di “amore” ma l’amore deve appoggiarsi sulla saggezza e sulla conoscenza altrimenti è sensualismo o sentimentalismo. Ricordi quando il Dottore diceva di Giovanni! – Quando egli diceva ai suoi discepoli “amatevi l’un l’altro” – è una frase così semplice – ma vi era dietro la forza della conoscenza e saggezza spirituale che le davano forza di contenuto.

E con quanta leggerezza parlano del cuore – ma se il cuore è una tappa dell’evoluzione a cui si arriva quando il pensare evolve ed esso è accolto nel cuore.

Qui abbiamo un gradino dell’iniziazione – il vostro “cuore” è di nuovo sentimentalismo.

In questo tempo mi ha colpito il deterioramento prodotto da questi messaggi sui loro seguaci: – quanta superficialità, quanta leggerezza in quelle intuizioni basate su assonanze e similarità esteriori.

Quel incensarsi l’un l’altro – quasi per farsi coraggio – e sopratutto quel voler credere a ogni costo. Io comprendo come in lei un desiderio di sacrificio – direi quasi di espiazione – lo abbia fatto immergere in queste rivelazioni.

Creda però che lo spirituale è la conquista quotidiana, paziente, pertinace del proprio essere – non il frutto di una rivelazione.

Creda che se lei ritorna all’Antroposofia – se si immerge di nuovo nella sua corrente – ritroverà se stesso. Non si preoccupi di quello che avviene nella Società – ho giusto poco fa letto queste parole del Dottore: “Potrebbe essere possibile che una volta l’Antroposofia si debba svincolare dalla Società Antroposofica. Non dovrebbe essere, ma ci sarà questa possibilità.” –

Ma naturalmente qui si parla dell’Antroposofia del Dottore e non della miseria spirituale, morale e intellettuale di queste rivelazioni.

E nessuno di quelli che hanno conosciuto Rudolf Steiner si lascerà sedurre da esse.

Vorrei ancora parlarle di molte cose e spero che verrà da me una sera.

                       Con affettuosa amicizia

suo

                                                               Giovanni Colazza.

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Ringrazio F. A. che mi ha dato l’occasione di trascrivere questa lettera su Eco.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

CIBI E DELITTI

cibi e delitti

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La premessa a questa nota  è abbastanza semplice. Il punto cruciale rimane sempre il pensare che, integrato alla percezione, produce conoscenza. Sembra quasi che vi siano due tipi di pensiero e altrettanti di percezioni: i primi superiori ai secondi. In parole povere, se il tema che viene afferrato dal pensare si traduce in pensieri che sembrino riguardare lo Spirito (per gli spiritualisti) va tutto bene mentre pensieri d’altro tipo paiono quasi privi di diritto di cittadinanza. Per l’asceta questo è un equivoco che deve essere chiarito in fretta. Invero non si può essere operatori moderni se l’eco formale della Tradizione domina la nostra anima. Scaligero ha osservato e scritto che il pensiero non muta pensando Dio o una seggiola (e quante volte l’ha ripetuto ad amici e discepoli della Via Solare!). Il pensiero non è più vero se volge ad un testo antroposofico piuttosto che al manuale del piccolo chimico. Esso è più vero se è più forte, se è più concentrato, se è più cosciente, se c’è “IO” in esso: allora s’avvicina a realizzare la propria, spirituale natura: solo allora lo spettro semiautomatico che si dice uomo prende sostanza e diritto d’umanità. Tenete conto di ciò nel leggere i cenni e frammenti di rigorosi esperimenti scientifici, compiuti in tutto il mondo  nell’ultimo decennio e conosciuti da Okinawa a Ottawa grazie alla rete, che non è quella di un ragno, ma, dall’origine, un modo per comunicare veloce tra scienziati. Chinandomi allo spazio tiranno voglio darvi subito qualche ragguaglio circa la realtà di prodotti del tutto comuni e “naturali” che attraversano i labirinti della tecnologia alimentare contemporanea.

Il latte: sino a vent’anni fa tutti accettavano l’indubitabile nozione che il latte faceva bene. Oggi il consumo di latte è accusato di tutto, dalle infezioni croniche al cancro e al diabete. C’è l’intolleranza al lattosio, l’allergia alla caseina. Sebbene alcune fortunate persone siano geneticamente equipaggiate per digerire il latte in tutte le sue forme, quello che si acquista nei negozi andrebbe evitato. E’ dannoso.

Vediamo di capirci. La mucca moderna è un mostro di natura. Un secolo fa le mucche producevano 8 – 12 litri al giorno, quelle di oggi (es.: le Holstein) arrivano a produrre tre o quattro volte tanto. Si è giunti a produrre animali con ghiandole pituitarie anomali attraverso selezioni e alimentazione proteica. La pituitaria non produce solo ormoni di stimolo alla produzione del latte ma anche gli ormoni della crescita. Essi sono presenti nella parte acquosa del latte, non nel grasso. L’eccesso di ormoni pituitari è associato alla comparsa del tumore.

La mucca con pituitaria superattiva è malata: secerne quasi sempre pus nel latte e richiede dosi frequenti di antibiotici. Troppo spesso le mucche sono alimentate con miscele ricche di proteine di soia. Ciò, oltre a stimolare maggior quantità di latte incrementa nell’animale l’incidenza di mastiti, sterilità e problemi epatici.

(L’alimentazione appropriata è l’erba verde, specie quella a crescita rapida di primavera e autunno. Il latte delle mucche alimentate correttamente contiene il fattore Price e l’anticancerogeno CLA, oltre una alta quantità di vitamine e minerali).

Passiamo alla pastorizzazione del latte che, come tutti sanno, ci protegge dalle malattie! Le moderne macchine per produrre il latte, i contenitori in acciaio inossidabile, l’efficiente confezionamento, ecc. rendono la pastorizzazione perfettamente inutile. Ma, peggio, la pastorizzazione non garantisce l’assenza di impurità. Tutti i casi di salmonella dovuti al latte, verificatisi negli ultimi decenni, hanno fonte nel latte pastorizzato (nel 1985, in America, un’epidemia in tal senso colpì oltre 14000 persone ed il ceppo nella partita di latte era resistente alla penicillina e alla tetraciclina). Il latte non pastorizzato contiene batteri produttori di acido lattico, protettivo per eccellenza dai patogeni. La pastorizzazione distrugge tali organismi utili, lasciando il prodotto privo di protezione nel caso di contaminazione. Nel tempo il latte non pastorizzato si acidifica, quello pastorizzato imputridisce. E non solo: il calore altera gli amminoacidi lisina e tirosina, rendendo difficoltoso l’assorbimento del complesso proteico; la perdita della vitamina C supera il 50% mentre la perdita di altre vitamine idrosolubili giunge al 80%; il “fattore Wulzen” o antirigidità è totalmente distrutto, idem per la vit. B12, necessaria per la salute del sangue ed il funzionamento del sistema nervoso; riduce la quantità di calcio, cloruro, magnesio, fosforo, potassio. Alcuni studi indicano che la pastorizzazione altera il lattosio. Ciò, e il fatto che il latte pastorizzato pone sforzo al pancreas per produrre enzimi digestivi, fa collegare, nelle società evolute, il consumo di latte al diabete. La pastorizzazione distrugge inoltre tutti gli enzimi presenti nel latte: la prova della riuscita del processo è l’assenza di enzimi. Questi aiutano il corpo ad assimilare i fattori costruttivi, compreso il calcio; perciò coloro che bevono il pastorizzato possono soffrire di osteoporosi. E arriviamo alle ultime infamie: dopo la pastorizzazione, a volte vengono aggiunte sostanze chimiche per smorzare l’odore e ripristinare il gusto. Sono aggiunte le vitamine sintetiche D2 e D3, la prima è tossica ed è stata collegata alla cardiopatia mentre la seconda è di difficile assimilazione. Alla cardiopatia è stata anche collegata l’omogeneizzazione. Non dimentichiamoci del latte scremato in polvere. I metodi di disidratazione commerciale ossidano il colesterolo nel latte in polvere, rendendolo dannoso per le arterie. L’essiccazione attraverso le alte temperature crea grandi quantità di proteine con legame crociato e di nitrati, potenti cancerogeni, oltre all’acido glutammico libero, tossico per il sistema nervoso. Sembra spaventoso, ma in realtà nelle persone sane tutto questo produce soltanto allergie, fatica cronica e una sequela di malattie degenerative.

Vi prego di continuare a rammentarvi che riassumo, fotografo, brevi spezzoni dimostrativi: in poche pagine non posso fare di più e comunque non sono “l’esperto” che ci vorrebbe.

Ai fini pratici, del tipo “se lo conosci lo eviti”, vorrei spendere alcune righe sui grassi idrogenati che fanno da re in merendine, biscotti, patatine e che sono presenti, in media, nel 40%  degli alimenti che trovate nei supermercati.

Il punto di partenza sono gli oli più economici (soia, mais, semi di canola, già rancidi a causa del processo d’estrazione). L’idrogenazione è il procedimento che trasforma i polinsaturi, normalmente liquidi a temperatura ambiente in grassi solidi a temperatura ambiente: la margarina e il grasso. Gli oli di cui sopra vengono mischiati con minuscole particelle di metallo, solitamente ossido di nickel. L’olio con il suo catalizzatore (nickel) viene esposto a gas idrogeno in un reattore ad alta pressione e alta temperatura. Nella miscela vengono poi inseriti emulsionanti simili al sapone e amidi per una miglior consistenza; il prodotto è nuovamente soggetto a alte temperature quando è pulito a vapore: serve ad eliminare l’odore sgradevole. Anche il colore, grigiastro, è poco appetibile ma, grazie al cielo(!), è modificato con la varechina. Un’aggiunta di coloranti e aromatizzanti ed è pronto per essere venduto come l’alternativa sana al burro. Le margarine ed i grassi parzialmente idrogenati (noti come: olio idrogenato, olio vegetale parzialmente idrogenato, transgrassi, acidi grassi trans, margarina, margarina vegetale) sono per noi ancora peggiori degli oli vegetali molto raffinati di cui son fatti a causa delle trasformazioni chimiche (alchimie perverse) che si verificano durante il processo di idrogenazione. Nelle alte temperature, il nickel catalizzatore spinge a cambiare gli atomi di idrogeno nella catena degli acidi grassi: prima, nella catena sono presenti  coppie di atomi di idrogeno che costringono la catena a piegarsi leggermente creando una concentrazione di elettroni nel punto del doppio legame. E’ detta formazione cis ed è la configurazione più comune presente in natura. Con l’idrogenazione, un atomo della coppia si sposta dall’altra parte e la molecola si raddrizza. Si chiama formazione trans e provate ad indovinare: èraramentepresenteinnatura. I grassi trans da laboratorio sono tossici ma il sistema digestivo non li riconosce come tali e vengono incorporati nelle membrane cellulari come cis. Entrati, i trans con i loro atomi di idrogeno fuori posto creano problemi di metabolismo cellulare.

I grassi idrogenati alterati bloccano l’utilizzo degli acidi grassi essenziali, causando: disfunzione sessuale, aumento di colesterolo ematico e la paralisi del sistema immunitario. Il loro consumo è associato al cancro, l’arteriosclerosi, il diabete, l’obesità, la riduzione della vista, la sterilità, difficoltà di lattazione, stati infiammatori a ossa e tendini. Parlando di acquisti, la popolarità della margarina parzialmente idrogenata (rispetto al burro) è il trionfo della pubblicità sulla conoscenza. La miglior difesa è evitare alimenti idrogenati o nascosti nella lista degli ingredienti come la lebbra.

Potrei annoiarvi ancora con tante altre sostanze: mi limito a raccomandarvi il Glutammato Monosodico (noto anche come: glutammato di sodio, E 621, glutammato libero, estratto di lieviti, lieviti autolizzati, proteine idrolizzate, Accent) di cui accenno a solo una delle sue caratteristiche: il glutammato è anche una eccitotossina e un alto livello di questa provoca danni al cervello. Il dott. Olney, esperto mondiale di glutammato, scrive: “Penetra facilmente in alcune regioni cerebrali (ipotalamo) distruggendo velocemente i neuroni negli uomini e negli animali” Come “esaltatore di sapidità” è onnipresente nei cibi raffinati.

Infine, per togliervi quel briciolo di certezze che rimane sempre, concludo questa breve passeggiata tra le mine antiuomo di tutti i giorni aprendo il dossier di un efferato killer , chiamato anche: La morte bianca.

Di solito lo chiamiamo zucchero. Cerchiamo di capirci: in quantità modesta è un alimento utile, anzi necessario alla coscienza, al cervello, alle funzioni corporee, ma negli ultimi decenni, nella società occidentale è stato introdotto pressoché in tutti gli alimenti, anche nei cosiddetti alimenti salubri come i cereali poveri di calorie, yogurt, cracker senza grassi e così via. Dunque perché lo zucchero (glucosio, fruttosio, saccarosio, galattosio, maltosio, destrosio e lattosio) fa male? Perché ora l’occidentale nella media assume un kg di zucchero la settimana. Avete letto bene: alla settimana! (sino a un kg e mezzo nei paesi anglosassoni, in Canada voliamo a quote ancora più elevate).  In pratica, questa enorme quantità di zucchero fa sfracelli nell’organismo. Favorisce gagliardamente l’obesità, le cardiopatie, il diabete e l’alta pressione. Inoltre, causando rapide fluttuazioni nei livelli glicemici (spinta in alto seguita, mezz’ora dopo, dal crollo glicemico) vi lascia desiderosi di altri alimenti zuccherati (rilascio di dopamina) e così vi trasforma in zucchero–dipendenti. Immaginate che questo sta veramente accadendo per  la maggioranza dei giovani e bambini del mondo occidentale e vi sorgerà il sentimento che, per gli effetti futuri, si profila una catena di problemi  più gravi di una guerra nei Balcani.

Stiamo sfiorando la spuma di un mare oscuro che le tradizioni non prevedevano e gli studi antroposofici di settore  conoscevano poco. L’unica difesa che ci rimane è  la capacità di pensare autonomamente , senza rifugiarci nel Mito. A mio avviso il vero ricercatore di Scienza dello Spirito può, anzi dovrebbe pensare tutto, purché immetta IO nel pensiero che pensa, soprattutto per quanto riguarda la scienza contemporanea. Sia chiaro che posso ammirare gli studi di Hermann Poppelbaum o di Gerhard Schmidt, ma nella velocità dei cambiamenti, essi sono rimasti indietro. Poppelbaum dice: “ Non esistono nell’universo sostanze non appartenenti a nessuno ma per le sostanze sintetiche prodotte dall’uomo forse le cose non stanno così” Ebbene, da quel tempo ad oggi sono state create 52 sostanze che non esistevano in natura e che, per forza maggiore, respiriamo, mangiamo,assorbiamo per osmosi. Schmidt, sulla traccia data da Steiner, osserva come l’evoluzione umana sia collegata all’elemento zucchero: vedete nelle righe precedenti e in quelle successive della mia nota a cosa questo binomio stia portando. Ripeto: sono stati lavori molto pregevoli ma ora da essi l’eventuale ispirazione ci porta indietro ad un tempo di certo migliore ma incapace di comprendere le istanze che urgono davanti a noi. Ora.  Le cose cambiano. C’è un divenire. E, se si è avanti nell’età, sembra che tutto vada peggio.

Quelli che seguono sono semplici indicazioni, suggerimenti generali per il benessere del corpo e della base corporea della mente che si giustificano soltanto alla luce della pura sperimentazione contemporanea.

Attività fisica: essa stimola l’accelerazione del metabolismo, riduce i livelli di insulina, provoca l’aumento del colesterolo buono HDL (riducendo il rischio di cardiopatie) e della resistenza al declino mentale legato all’età, protegge, in misura per ora non quantificabile, dal morbo di Alzheimer.

Controllo dei carboidrati: visti i picchi insulinici forniti dagli eccessi di carboidrati, che causano divisione cellulare, resistenza all’insulina e la glicazione delle proteine, possiamo parlare di moderazione nell’assunzione dei carboidrati.

Parliamo di indice glicemico e carico glicemico (Il c.g. È il prodotto aritmetico dell’indice g. per la quantità di carboidrati). L’indice glicemico misura quanto l’alimento specifico aumenta i livelli glicemici ematici. Più alto è il numero (da 1 a 100) più veloce è la conversione. 100 è rappresentato dal pane bianco o dal glucosio. Si consiglia di mangiare pochi alimenti con IG alto (da 70 a 100) ma principalmente con IG basso (55 o meno). La pasta, piatto nazionale, è di indice 55. I carboidrati fibrosi causano una conversione glicemica molto bassa (cocomero, carota). In sintesi: i carboidrati che meno tendono ad aumentare l’insulina sono meno inclini a stimolare depositi di grasso e le malattie connesse all’invecchiamento. In pratica sarebbero da evitare alimenti contenenti zuccheri nascosti ossia: sciroppo di mais, melasse, fruttosio, destrosio, turbinado, amazake, sorbitolo, polvere di carruba, saccarosio e sciroppo d’acero. Quando valutate i meriti di un pasto sano, sappiate che un cucchiaino di zucchero raffinato è pari a  4 g di zucchero, perciò un prodotto che contiene solo 16 g di carboidrati non fibrosi per porzione contiene 4 cucchiaini di zucchero.

Antiossidanti : le reazioni ossidative fuori controllo sono collegate all’aumento dei radicaliliberi, i supercattivi nel nostro corpo (la teoria dei radicali liberi è complessa, in sintesi: ogni tipo di RL è una molecola a cui manca un elettrone nella struttura esterna. Ciò rende i radicali liberi instabili e alla ricerca di un modo per rimpiazzare l’elettrone mancante. Quando incontrano una cellula normale sana rubano un elettrone dalla struttura esterna della parete cellulare, danneggiando così la cellula e innescando una reazione a catena, con ogni molecola cellulare danneggiata che cerca di rimpiazzare il suo elettrone mancante. Il risultato finale è un gruppo di pareti cellulari permanentemente danneggiate che possono condurre a problemi come il cancro, cardiopatia, artrite, ostruzione delle arterie, ecc.) Il sistema di antiossidanti connaturato nel corpo declina con l’età. Inoltre, il cervello, che è composto per la maggior parte di grassi è particolarmente soggetto all’ossidazione e la ricerca dimostra che le persone che assumono una quantità maggiore di antiossidanti sono anche quelle più sane. Il fatto che gli antiossidanti aiutino a preservare la funzionalità cerebrale è già una ragione sufficiente per assumerli e, inoltre, contribuiscono alla difesa dell’organismo contro malattie gravi come il cancro, l’aterosclerosi e la degenerazione cerebrale.    Gli antiossidanti sono abbondanti negli ortaggi (cavoli, cavolini di Bruxelles, carote, ecc.) e nella frutta di colore accentuato (fragole, ribes, mirtilli, ecc,). Tra le molte sostanze assumibili come integratori ci sono: beta – carotene, vitamina C, vitamina E, selenio, zinco, CoQ10, acido alfalipoico in forma R (R – ALA), gingko biloba, estratto di semi d’uva.

Antiinfiammatori : Data l’influenza dei processi infiammatori in moltissime malattie e traumi, il consiglio è di adottare strategie antiinfiammatorie. Ricordatevi che moltissimi esperimenti, prolungati nel tempo, attestano che l’intervento precoce può arrestare e persino invertire il declino cognitivo associato al binomio invecchiamento e stati infiammatori. Tra gli alimenti vi sono ortaggi come cavolo verde, alghe e altri ortaggi verdi e frutta come mirtilli, olive, avocado, papaia e ananas. Tra le sostanze abbiamo la vitamina C, D, E e gli eccezionali grassi omega – 3. Questi ultimi sono indispensabili alla salute del corpo e dell’attività cerebrale. Inoltre proteggono il sistema cardiovascolare, diminuiscono il rischio di cancro, riducono sensibilmente gli stati depressivi e altro ancora in rapporto alla quantità, in grammi, d’assunzione.

Riduzione delle calorie : Troppo cibo, anche il più salubre, produce quantità enormi di radicali liberi (molecole iperattive come superossido, idrossile, ossigeno singoletto e perossidi) che danneggiano le pareti delle arterie e avviano l’accumulo di depositi di grasso bloccanti il flusso ematico. Si valuta inoltre che la riduzione indiretta dell’assunzione di zucchero, smorzando le calorie, riduca la produzione di insulina e la conseguente divisione cellulare legata al cancro, i danni ai grandi e piccoli vasi ematici e diminuisca la formazione dei glicati avanzati causanti l’invecchiamento prematuro. Sia quel che sia, è saggio abituarsi all’assunzione di nutrienti sufficienti, senza affamarsi, ma anche senza mantenere, da sedentari, un volume di cibo adatto ad un boscaiolo canadese! Il che non è facile se si viene a sapere, come esempio, che il contenuto di una sola lattina di una famosissima bevanda globalizzata, contiene, in zuccheri, più di quanto abbisogna l’organismo per una giornata.

Il sonno: In occidente si stima che il 74% di persone soffre di problemi di sonno, alcune o più notti alla settimana. Si è scoperto che: una sola settimana con carenza di sonno altera i livelli ormonali e la capacità di metabolizzare i carboidrati; aumenta il livello di cortisolo associabile alla resistenza all’insulina e alla perdita di memoria; i livelli glicemici impiegano a calare con il 40% di tempo maggiore e la risposta all’insulina precipita del 30%. Il fabbisogno di sonno è comunque soggettivo ma viene facilmente snaturato da diverse pessime abitudini: ho assistito persone stressate e aggressivizzate che sono ritornate ad un buon equilibrio con un aumento di  mezz’ora di sonno associato ad un’integrazione di fosfatidilserina.

In una ancora più generale visione dell’insieme si potrebbe aggiungere qualche strategia nutrizionale controcorrente rispetto ad alcune abitudini inveterate e alle tradizioni familiari: Fare 5 – 6 piccoli pasti al giorno. Fare pasti piccoli e frequenti aiuta ad aumentare il ritmo metabolico (bruciare più grasso), stabilizza i livelli glicemici nel sangue (energia costante durante il giorno), migliora l’assorbimento dei nutrienti. Mangiare di più al mattino e ridurre l’assunzione calorica col progredire della giornata; col procedere del giorno il metabolismo rallenta, quindi fare pasti più piccoli e limitare l’assunzione di carboidrati la sera può essere un passo positivo verso il sano dimagrimento.

Riassumendo: attività fisica, controllo dei carboidrati, antiossidanti, antinfiammatori, restrizione calorica e sonno sufficiente, possono riportarvi al miglior stato di salute fisica e psichica che vi è stato, potenzialmente, concesso.

Ho tracciato uno schizzo assai elementare, sulla base di quanto, sebbene in evoluzione continua, trova basi solide nell’osservazione dell’esperimento scientifico degli ultimi anni. Però, quello che volevate, non posso darvelo. Però posso forse raccontarvi in breve ciò che ho visto o sperimentato direttamente.

Se abitate in città, comperate alimenti “bio”, ma senza illusioni. Esistono produttori che separano i prodotti: quelli belli all’ordinaria filiera commerciale, quelli brutti ai mercati biologici. Scegliete frutta con buccia spessa, eviterete mezzo chilo annuo di potenti antiparassitari nella vostra pancia. Ricordatevi di bere acqua, più passano gli anni, più ci si dimentica: quando appare la sete il vostro corpo è già disidratato. Mangiate frutta secca (specialmente noci) giornalmente o quasi; sono ricche di sostanze minerali e di grassi essenziali (omega3). Mangiate la frutta lontano dai pasti principali e fatela diventare pasto  piccolo (ricordatevi dei 5 o 6 piccoli pasti). Iniziate il pasto dall’insalata: mangerete di meno e sarete soddisfatti comunque. Ricordatevi i colori delle verdure e della frutta, non è uno scherzo: tra le mele la qualità Delizia Rossa risulta sei volte più ricca di ossidanti rispetto a quelle più…scialbe.

Passando all’empiria,pura e semplice ho notato che:

una grave depressione si è risolta in meno di un mese con l’integrazione congiunta di Creatina (effervescente) e fosfatidilserina (4gr. di creatina e una capsula di Neo Bros pro die);

in un organismo sano una semplice integrazione di 2gr. di grassi omega3 e una capsula di ginkgo biloba titolato al 24%, su base giornaliera, offre un validissimo aiuto alla destità e alla chiarezza basica della mente;

persone sofferenti di disturbi al sonno e eretismi cerebro – mentali si sono sanate con fosfatidilserina e ginkgo biloba;

condizioni tossiche di vario tipo hanno avuto concreti benefici da un mix di vit.C, vit.E, e Cardo Mariano;

ho visto scomparire un herpes alle labbra in un solo giorno con una dose assai massiccia di vit.C ;

ho anche visto regredire di tanto fastidiose dermatiti croniche con l’integrazione alimentare di omega3 e noci;

ho notato che i soliti multivitaminici (progettati prima della scoperta del fuoco) servono poco o niente, ma se proprio si desidera il-tutto-in-uno, ad un ipotetico amico consiglierei il Power LifeMix della A.N.Labs;

esiste una ricettina sicula per il benessere dell’intestino (che, come ogni occultista sperimenta, è collegato a definite zone cerebrali). Prendere a digiuno un cucchiaio d’olio d’oliva extravergine, specie nei cambi di stagione: è una medicina contro i radicali liberi e ciò è dovuto alla sua composizione di acidi grassi monoinsaturi (70/80% di acido oleico) e sostanze antiossidanti (alfa-tocoferolo e polifenoli). Pensate che nell’Europa dell’Est lo si vende in farmacia!

Potrei continuare ad insinuare, se non all’infinito, almeno per diverse pagine. Un’idea ve la siete fatta. Allora andate da qualcuno che abbia le carte in regola ma soprattutto che sia al corrente e non nella corrente. Avrete notato che non ho nemmeno sfiorato l’omeopatia e le cure alternative: funzionano alla grande, alcune, e di molte non mi fido, attraenti come sembrano: sfiorano anche troppo la terra di nessuno dove il sublime è sempre ad un passo dal ridicolo. Ma se trovate un vero terapeuta la soluzione di problemi anche gravi allora è possibile. Intanto spero d’aver abbozzato qualcosa di utile. 

SALUTE

LE ORIGINI DELLE ESPERIENZE EXTRASENSIBILI

Hieronymus_Bosch *

Cari amici e lettori di Eco, vi dico subito che il titolo è dettato solo dal fatto che un titolo ci vuole, ma che presenta limiti poiché i fenomeni sono complessi. Solo il termine “extrasensibile” mi pare giustificato, infatti ho evitato apposta l’utilizzo dell’usato “sovrasensibile”. Quasi tutto quanto passa per spirituale non lo è affatto, mentre può succedere che possa darsi, talvolta, una specie di riflesso o come un raggio di sole che attraversi un leggero varco tra dense nebbie, quando la coscienza si attutisce perché si sogna oppure quando un oggetto sensibile succhia via la mente.

In questi casi non v’è certezza, è l’anima che si sente sfiorata da qualcosa di vero ma difficilmente le illazioni del poi sono in grado di guidarla ad una soddisfacente conoscenza di quanto portava in sé il fenomeno. Terreno più che altro ottimo per fantasie, giudizi errati e le sementi della superstizione.

Basta anche meno per illudersi di avere esperienze spirituali. Basta un disordine organico o un’alterazione del tessuto nervoso.

Il sistema nervoso dovrebbe limitarsi ad essere un veicolo neutro, attraverso il quale possano passare “comunicazioni” del tutto “altre” da esso. Come il filo del telefono, per svolgere la sua funzione nel migliore dei modi, deve essere veicolo per la voce e non per scariche elettriche: in questo caso esso funziona male, non adempie al proprio uso.

Consideriamo il nervo ottico. Affinché noi si veda le cose che ci circondano, egli deve (dovrebbe) svolgere la sua funzione in una condizione di assoluta impersonalità. Poi esistono situazioni di danno al nervo che possono ledere la visione. Anche una eccessiva somatizzazione degli sforzi negli esercizi interiori possono provocare un danno temporaneo che può concludersi con un mal di testa o con percezioni alquanto strane.

Qui abbiamo l’insorgenza di ogni tipo di forme e colori: reticoli luminosi, flussi di onde colorate…e se il guasto temporaneo stimola in qualche modo il corpo eterico anche forme più elaborate, come disegni floreali o immagini simili a quello che si vede nei caleidoscopi.    

Fenomeni transitori che possono venir superati da una evoluzione di intensità e destità in chi fa gli esercizi.

Sono solo il segnale che occorre superare la somatizzazione: che al momento si è sotto e non sopra il confine dato dai sensi.

Purtroppo e spesso, l’uomo vuole illudersi, perciò si convince facilmente che tali fenomeni, essenzialmente non diversi da un casuale prurito, siano “manifestazioni” dello Spirito.

Ad un essere desto e pensante (che sappia essere nel pensiero) non dovrebbe essere difficile  discriminare tali avvenimenti che non coinvolgono l’anima e la coscienza pensante…Ripeto: essi si danno come sensazioni anormali e in essi non c’è niente di più che possa renderli distinti dalle più grossolane funzioni corporali. Inoltre l’operatore dovrebbe respingere ogni fenomeno che non sia attivamente prodotto da lui stesso. Ma spesso è un parlare al vento…c’è sempre qualcuno che valuterà questo genere di cose come indice del suo terzo grado di iniziazione tantrico-masson-lamaista.

Spero sia chiaro: se con la comune coscienza, che è già somatica, si cerca di forzare le energie corporee, si scende di sotto, non si sale di sopra. Insistere per illusione o presunzione su questa via porta ad una sola certezza: quella di rovinare irreparabilmente la salute del corpo e della psiche.

§

Il tema di questo articolo è tripartito. Ora passiamo all’anima. E qui tutto si fa più difficile poiché essa può accogliere quello che sale dal corpo e quello che scende dallo Spirito. Detto così sembra anche facile. Però le anime sono due: lo sapeva anche Goethe che lo espresse con poetica semplicità. Noi viviamo in un inestricabile impasto delle due. Chiunque può osservare una duplice azione in sé, vivendo come al solito nell’acquitrino dell’istintività e delle brame…che spesso è disturbato dal sommovimento  della compassione, dell’azione retta, della veridicità, del sacrificio: insomma da quelle temporanee virtù che sovente vengono ad interrompere la vita facile.

Qualcuno ha scritto che la via maestra (verso lo Spirito) è la vita. Opinione molto cattolicheggiante, mi pare. Se questo milite ignoto si crede esoterico è anche peggio. Poiché sperimentiamo la vita con l’anima, o meglio con la sua entità peggiore.

Viviamo immersi nell’astrale, quello invasivo che assoggetta il corpo alle brame e passioni e che riempie di queste pure la coscienza, piegando alle sue inesauste velleità tutti i pensieri che non siano deliberatamente voluti. Siamo, immaginativamente parlando, prigionieri in una bolla di astralità (inferiore) e che ciò sia tragicamente reale lo dimostrano gli esempi, tutt’altro che rari, degli spiritualisti che fanno a gara per manifestare, al di là delle terminologie, il peggio di quanto può esserci nell’uomo.

Si studia, si pensa e si agisce dall’interno di quella bolla: ciò spiega l’inanità di esotiche discipline, il nulla (però ridicolo) di vantate “trasmissioni”…che fanno compagnia ai generalizzati tradimenti nei confronti dei rari Indicatori. Gruppi e Chiese sono in genere bolle più estese: rafforzano la spiritualità deformata e invertita dei singoli componenti.

Esiste solo un fenomeno che non proviene dall’astrale, cioè dal guasto ormai formalizzato e considerato perfettamente normale: questo fenomeno lo chiamiamo pensiero. Non il facile pensiero che è contraffazione ma il pensiero forte, capace di sorreggersi per virtù propria, indipendente da situazioni esterne, da piacere e dispiacere: vero anche oltre chi sembra produrlo. Scienziati e filosofi lo hanno conosciuto, gli esoteristi dei cinque minuti o del fine settimana, no.

In questo pensiero c’è, virtualmente tutto: la Via, la Libertà, il Soggetto vero, e solo in esso affiora nell’anima lo Spirito…e se siete di altro avviso non mi dolgo, al massimo mi spiace per voi.

§

Per terminare dovrei parlare di Spirito e purtroppo  la  mia ascendenza plotiniana e buddhista non tiene in nessun conto tutte le infarciture che, suddividendo l’Unissimo in mille pezzi, irretiscono alla grande i bambinoni sessantenni. Inoltre parlare di Spirito come fosse un (aureo, radioso) oggetto è una scempiaggine che potrebbe (dovrebbe!) essere pagata con un prezzo senza misura. I maestri che talvolta crediamo di onorare hanno già detto quel che è stato possibile dire senza infrangere i severi limiti che esistono e che nessuna fantasticheria può nemmeno sfiorare. Al negativo penso si possa dire che non è cosa per il soggetto a testa in giù delineato nelle righe precedenti. Ramana, spiccio, riassumerebbe la cosa con una domanda: “Chi è che lo vuole sapere?”. Dove in quel “chi” c’è tutto.

Forse una sola cosa si può dire: per l’uomo lo Spirito è esperienza, tanto reale che il resto è solo sogno.

Sapete come terminavano spesso le incomprensibili spiegazioni dei sapienti cultori dell’Arte Regale? “Ho detto tutto, ho svelato l’Arcano” Così, dietro l’angolo, si piegavano dalle risate.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UN MOMENTO DELL’ANIMA

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Quando l’Infinito s’accosta sembra che tu sia sempre e dovunque.

Smarrita ogni asprezza, scivolata nel nulla la forma inutile, partecipi alla vita dell’eterno, che vedi, non è un prima infinito o un futuro illimitato ma un sempre.

Però, se avesse senso, potresti dire che ti infuturi nell’eterno. Ma più esattamente, quanto avanzi nel poi così ti prolunghi nel prima.

E come sai ciò che sarai dopo la morte, così senti in trasparenze successive cos’eri prima della nascita. E quello che chiamiamo flebilmente Divino è dappertutto.

Così sperimenti in verità che conoscere è ricordare: persino ad ogni fatto di cui ti arrivi la più debole, frammentata notizia ti par d’esser stato presente: quasi d’esserci stato immischiato anche tu. E dentro ad ogni più lontana cosa ti senti.

Un’intima forza strapotente, straripante, ti penetra: colora di solennità, di lucente maestà ciò che è intorno E’ uno spirito di potenza nel quale si vive bene – è sempre un più-che-vita – solo si teme il prevedibile momento in cui ci abbandona.

Tutto è pagliuzza che galleggia sul flutto (unico) dell’eternità: cose, persone, stelle, case alberi, stagioni hanno la leggerezza del sughero sostenuto dall’onda unica e immane che il tutto regge, agita, schianta, trasporta.

Si sente che nulla è al di sopra di ciò.

Mentre le cose non cessano di essere. Tutt’altro. Ma si sente che esse sono poiché partecipano all’essere: all’essere essenza: come petali sparsi che vediamo sollevati e trasportati dal vento, dall’invisibile onnipresente.

E’ un fluire (respiro del dio?), ma è sostantivo: le cose in esso conquistano sé stesse: l’essere del loro essere.

La contraddizione coesiste: tutto quello che appare è fragile crosta: le costruzioni tessute dalla mente sono come macchie d’unto sull’acqua, cui basta nulla per disfarsi.

Ma è un gioioso disfacimento: l’Infinito che per un attimo a noi s’apparenta, è distruzione: il mondo, come i pensieri su esso, è mondo da disgregare: che disgregandosi  esso è. L’”essere” è assimilabile al fuoco.

Le Esistenze, in una ventata demateriante, in un certo senso assottigliano la loro luce ma la storbidiscono: sicché riscintillano più vive. Sono inestinguibili poiché il Soffio le ha create fiamme: le fa ardere più nette.

Così non si è soli. Ci sei tu ed il tuo fuoco e senti un potente, gioioso segreto che t’attraversa, senti che, dal dentro potresti sollevare sopra te il Mondo.

E’ un fuoco che consuma te e ti fa costantemente rinascere.

Comprendi che, se continuasse, saresti rifatto in gloria…e invece si ritira e lascia l’anima vana, cieca, smorta.

In fondo ad essa resta il pallore del ricordo del ricordo: pallidissimo e qualche seme di speranza ma anche una pietra in più sulla tua contingenza comune.

Sì, occorre consumarsi nella pazienza, ridursi nel silenzio, scendere di grado e gradino, accogliendo ogni mortificazione dell’anima…attendendo.

Attendendo cosa? La luce del Consolatore. Basta che il suo riverbero cali su te e, per l’ennesima volta, rivivi purificato.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CENNI SUL BUDDHISMO DELLE ORIGINI

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Forse qualcuno si sente estraneo al tema? E’ possibile: roba vecchia, risaputa (non è vero) che non ha nulla a che vedere con la Scienza dello Spirito. Magari è un giudizio un po’ affrettato che forse viene instillato dagli Etichettatori, cugini e compari degli Ostacolatori.

Poiché, cari amici, non rinnego la comunicazione esoterica che riguarda la presenza terrena di platonici ed aristotelici, ma sommessamente vi domanderei se non fosse il caso di pensare scomodamente e senza pregiudiziali ai discepoli di quelle grandi figure che un tempo si chiamavano Bodhidharma, Narota, Marpa, Milarepa… Si sono forse dissolti nel nulla? Oppure anch’essi, viaggiatori terreni e cosmici con direzioni ben precise, hanno potuto accogliere l’invito di Michael, ripresentandosi in vesti attuali, per accogliere e realizzare ciò che le mutate condizioni umane chiedono agli asceti nei Nuovi Tempi,cioè liberare il pensiero e non più liberarsi dal pensiero?

Io credo che per qualcuno di voi, sebbene sia scarso ed elementare quello che scrivo, possa essere occasione per rimembrare qualcosa del proprio essere sub specie eternitatis. Per altri sarà solo uno sguardo ad un grande movimento spirituale che può venire accolto almeno con serietà e rispetto, oltre le vuote e desolanti “quattro chiacchiere” dettate dal pensiero ottuso e superficiale che sta mandando a pezzi il mondo e le anime.

Fra il sesto ed il quinto secolo a. C. un giovane di stirpe regale, abituato ad agi e lussi, abbandonò il palazzo paterno e indossò le povere vesti dell’asceta itinerante.

Sostentandosi con poco (e per qualche anno con quasi niente), percorse le vaste terre dell’India nord-orientale, indicando a quelli che avevano “poca polvere sugli occhi” il sentiero che porta alla cessazione della sofferenza umana ed all’emancipazione da ogni condizionamento.

A distanza di venticinque secoli, talvolta semisepolto da madreperlacee incrostazioni, ma sempre rinascente in fulgide sintesi essenziali, porta agli uomini che cercano, verità mai superate: perle preziose anche per gli uomini che verranno quando le religioni saranno sabbia del passato.

Per accostarsi al Buddhismo occorre un corrispondente atteggiamento dell’anima…oppure aver già calcato il nobile sentiero nelle precedenti esistenze.

Non è religioso.

Accostarsi al Buddhismo e cercare in esso i riferimenti ad una tipica religione monoteistica o quegli elementi generali che la nostra mente e la nostra cultura è abituata come essenziali attributi di ogni religione, è già un porsi in condizioni atte a non comprenderne lo spirito.

Profondamente diversa è la posizione che l’uomo occupa nel Buddhismo da una parte e nell’Ebraismo, nel Cristianesimo, nell’Islamismo dall’altra.

Diversi sono i fini che egli si propone e i mezzi che mette in opera per conseguirli.

Il Buddhismo (originario) non è una corrente spirituale di carattere devozionale.

In esso non trova posto l’idea di un Essere supremo personale, creatore e signore del mondo e di una Provvidenza che tenda una mano soccorrevole all’uomo bisognoso e che, seppure misericordiosa, dispensi saggiamente castighi e meriti.

Le Divinità esistono ma sono, per così dire, da questa parte della Creazione: soggetti al pari degli uomini, alle grandi ruote del divenire, del saṃsāra, non potendo così recare un vero aiuto all’uomo che vuole trascendere la sua condizione precaria.

Lo stesso Brahma, subito dopo l’illuminazione del Sublime, scende dalla sua paradisiaca dimora e prega il Buddha di esporre la Dottrina: per il bene di uomini e dei.

Ne deriva, come corollario, un fatto notevole: l’uomo, per liberarsi dal saṃsāra, per conseguire ciò che non è soggetto a condizioni, non può o deve cercare alcun appoggio esterno ma impara a fare affidamento soltanto sulle proprie forze.

In altri termini il Buddhismo originario (Theravāda) non è una religione soteriologica!

Il Buddha non è un salvatore ma un “Svegliato”, un “Compiuto”, il quale, deponendo ogni cosa, è giunto con il proprio sforzo all’altra riva e che, mosso a compassione per il genere umano di cui fece parte, espone a chi voglia intendere, un metodo, una tecnica per ottenere lo stesso risultato. Insomma, scusate la battuta, gran sforzo ma senza sfarzo!

Non è morale.

L’assenza di un Essere supremo che governi l’universo, ha notevoli riflessi sulla sfera morale, la quale nel Buddhismo non va intesa come un insieme di norme di condotta relazionate ad un divino volere, alla cui trasgressione segue, dall’alto, il castigo.

Qui non c’è peccato ma errore, le cui conseguenze sono già contenute in germe nell’atto stesso e che si manifestano, secondo la legge del karma, quando vengono a maturazione.

In termini diversi, si è ‘puniti’ non per le proprie azioni ma da esse. Assai semplificando: come un ferro rovente brucia la mano dell’incauto senza l’intervento di un fattore estraneo.

Perciò l’etica buddhista non detiene un valore assoluto: è solo strumentale. L’attenersi a regole di condotta, anche severe, vale soltanto in quanto consegue dei risultati e perde qualsiasi significato quando lo scopo è raggiunto. Concetto espresso, anzi sottolineato in tutti i modi possibili.

Il più noto è quello della “zattera” che serve per attraversare il fiume ma diventa inutile ingombro dopo l’uso.

Cos’è la “riva” (Eccelsa Meta, secondo il Sutta Nipāta) su cui ogni codice si svuota di significato? E’ il Nirvana: il superamento di ogni condizione condizionante, l’estinzione della “sete” in tutte le manifestazioni.

Chi “abbandona la casa per la vita senza tetto” non aspira a paradisi beati (condizionati ed impermanenti), poiché il suo sforzo è spogliarsi dalle brame, a staccarsi dai mondi infimi o eccelsi come un serpente dalla sua vecchia pelle.

Viene a chiarezza un’altra condizione del Buddhismo: quella di non essere una dottrina di consolazione ma di chiarificazione.

E’ stato detto che il Buddhismo non ha latte per i bambini.

Esso non promette alcuna consolazione in questa o in altre vite. Con coerenza non promette nulla: come potrebbe farlo se tutto, nel divenire, è un intreccio di affanno, agitazione e sofferenza?

Scopo dell’ascesi è vedere le cose secondo realtà.

Raggiunta la visione chiara, spoglia di qualunque riflesso emozionale e mentale, segue il Distacco con la gioia spassionata e rasserenante di chi si è liberato anche da sé stesso.

Questa ‘visione’ trascendente può manifestarsi lentamente o come una folgorazione.

La via alla illuminazione folgorante ha poi assunto una importanza massima nel buddhismo cinese ch’an nel VI secolo d.C., passato poi in Giappone come Zen, dove l’illuminazione, il Satori, significa “percezione immediata ed intuitiva della verità”: è una frantumazione della personalità che, dopo molta disciplina, può venir provocata da fatti insignificanti. I testi originari ne parlano come di una “rottura della testa”, simboleggiata anche come “l’aggressione del toro”.

Non è speculativo.

Il buddhismo originario è del tutto pragmatico.

Bandisce qualsiasi speculazione ontologica, metafisica o cosmologica. Al discepolo non interessa il “vero” filosofico che lo porterebbe a scivolare nella selva oscura delle opinioni. Ciò che lo interessa è lo superamento della precarietà e della limitatezza samsārica, perciò “vero” è per lui ciò che gli permette di raggiungere l’obbiettivo.

Discussioni e polemiche rappresentano un reale ostacolo, un freno sulla Via in quanto distolgono la mente. Chi, prima di incamminarsi sul Nobile Sentiero, volesse sapere se il mondo è eterno o meno, finito o infinito, se corpo e vita sono cose diverse, se il Compimento avviene prima o dopo la morte eccetera, giungerebbe al termine dell’esistenza senza aver risolto uno solo di questi problemi e senza aver fatto un solo passo verso la Liberazione.

La velleità di risolvere problemi spirituali “ non mena al distacco, non al rivolgimento, non alla dissoluzione, non al sollievo, non alla visione, non al risveglio, non all’estinzione.”

Sebbene appaia così diverso dalla odierna Scienza dello Spirito, anche il Buddhismo appartiene alla Sapienza Perenne…credo che, nella sua impostazione di fondo,  farebbe un gran bene all’odierno ricercatore afferrane le virtù, vista l’infernale bufera di chiacchiere e verità parziali che gli ruotano intorno come neri uccelli affamati…

TRADIZIONE

L'ESPERIENZA LIBERATRICE

L’isola dei morti – Arnold Böcklin - Mozilla Firefox

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: “Perché fratelli ? Questo corpo è sfatto, perchè aggrapparsi ad esso ? Perché costringerlo a durare ?” rispose Ramana. Al che, essi implorarono: “ Maestro, ti preghiamo di non lasciarci”.

Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: “ Lasciarvi ? E dove sarebbe il luogo dove vado ?”. Giovedì 15 aprile (1950), un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni ma lui rifiutò. “Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni”.

Al tramonto del giorno successivo Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto con uno degli assistenti che gli reggeva la testa.

Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda, cominciò a cantare Arunachala Shiva.

Udendo il suo canto preferito Ramana aprì gli occhi che brillarono, sorrise con indescrivibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente più. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo.

Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi più recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura.

In epoche moderatamente più antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva. Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata – ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte – e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna.

Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obbiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano.

Se egli meditava o pregava il suo sognare diveniva più reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso lo Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità).

Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i più semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative  per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo.

Esso, intendo il discepolo, veniva condotto, nelle più oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni, che lo assalivano, squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: …quomodo nutat caput, cadunt brachia,…Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus… Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua, hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexeris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars Moriendi che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ‘600 o ai primi del ‘700 con circa oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtù (fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità): in questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti.

Sull’ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Più austero e…lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti che assume due significati: il primo consiste nella accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti  relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte) in cui la tecnica consiste nella ripetizione di marana vavissati che significa ‘arriverà la morte’.

La (necessità della) contemplatio mortis non appartiene solo all’antico ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile, incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: “Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e più non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla (…) E’ un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è così che si spezza il suo incantesimo”.

Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter presagisce l’incombenza della morte ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo, il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse  mai  prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese.

Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi.

Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. “…mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual’era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi?…Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. E’ questo l’insegnamento: la morte può far sì che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?”

E’ interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con queste parole.

Questa impressione non pare astratta perchè la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare una affascinante stagione artistico – letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della X Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli perchè ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dagli insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: “La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di un’enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lì che ti sorveglia. (…) La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, voltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: ‘Non ti ho ancora toccato’. (…) Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli”.

Ci sarebbe anche molto (troppo) da dire circa le NDE (near-death experiences) che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza più completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita.

Ma tutto ciò con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai più comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive (protocolli) di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente  una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana ma ad un livello conoscitivo impersonale: “La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana”.

L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica.

Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara o persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito.

E’ la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima.

A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente (le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale) e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perchè presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stessoin otto meditazioni.

I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono “far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero”. Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tanto meno un riassunto.

Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo, ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà.

Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo.

Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno.

Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima sente (scopre) una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo (esterno) come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale perchè contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai più che una meditazione sulla morte.

E’ un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto parlando parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce ma che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che se non si pasticcia si palesa ma, sulle prime, sembra irriferibile a quanto si conosce.

I “contenuti interiori” quando sono veri, saranno pure sottili ma sono anche forti; lasciano una traccia nell’anima. Magari giorni dopo, esso risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte.

Lo sperimentatore trova così, in un punto della Concentrazione la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore  che può sorgere (obbiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al “io non sono questo o quest’altro” ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé, si vuole in un assoluto “altro da se”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”.

Questo da un lato mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva, l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere, ecc. è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto.

Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede poiché è inavvertibile.

La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito: Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buon senso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile (ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori, ecc.).

E’ anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, possano condurre il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende e infrange vittorioso “il volto di Medusa”.

Fu per  queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

                                                                                                                

SCIENZA DELLO SPIRITO

TRADIZIONE e tradizionalismo

insegna

*

Il titolo di questa nota si riferisce in tutta evidenza a due soggetti diversi, persino opposti nel loro più intimo carattere. Poi nella realtà comune succede il contrario: la perversa mania di complicare le cose che in molti ambienti dove si è coltivata e si coltiva una visione esoterica degli enigmi della vita viene curiosamente avvertita come virtù, la faziosa passione dedicata all’affermazione del proprio movimento come rappresentante di una elevata primogenitura e ancora i confini incerti e sfumati di moltissime manifestazioni ed esperienze preternaturali, la carenza di un sano giudizio e altro – la lista potrebbe continuare – porta i nostri due soggetti a confondersi in un magmatico calderone dove chiunque può estrarre l’uno attribuendoli il carattere dell’altro.

Già ora qualcuno può dirmi: “Io sono un discepolo della Scienza dello Spirito. Non c’entro con cose simili”. Ma questo non è vero. La strada che pensi di percorrere è fatalmente compresa tra quei termini ossia tra le forze ed i caratteri che quelli rappresentano. Non facciamo mai semplici questioni di parole. Cerchiamo piuttosto di portare a consapevolezza l’ambito animico dove veramente si sta operando e che è talvolta alquanto diverso da quello in cui si crede di agire. Procediamo per gradi.

Come molti sanno, il termine “Tradizione” deriva dalla lingua latina e precisamente dal verbo tradere che tradotto significa affidare, consegnare, tramandare.

Non occorre forzare i significati per accorgersi che il “tradizionalismo” esprime qualcosa di più limitato: i vocabolari della lingua lo spiegano come “osservanza della tradizione, comportamento secondo consuetudine, rispetto conformistico”.

Segnalo questa distinzione perché essa è scappata via dagli ambienti esoterici che abusano di tali termini in maniera così vivacemente sconclusionata da appiccicare  attitudini umane e di destino su vie e visioni qualitativamente inconfrontabili.

Entrando nel mondo animico occorre rispettare le leggi che lo governano e che sono decisamente scomode per il pensiero abituato alle nette divisioni e separazioni che si presentano in tutto ciò che il mondo sensibile manifesta; nella sfera animica tutto è fluente, aleggia, si compenetra, si trasforma: il vedere non basta e bisogna attendere il momento che dalle impressioni (colori, sapori, odori) emergano Potenze sonore che sono la vera essenza delle prime. Esse in realtà risuonano in tutti gli uomini ma vengono sperimentate in modo desto nell’operatore occulto, ed a un gradino inferiore, come impressioni morali attive e conoscitive nell’uomo evoluto. In quest’ultimo si presentano come le infallibili voci della coscienza, gli organi che discernono il falso dal vero e non appartengono alla testa ma operano dalla regione del cuore. Per gli altri vale il detto che il mondo è pieno di sordi. L’atrofia delle orecchie del cuore è l’handicap animico che rende impossibile scindere l’essenziale dal non essenziale, la luce dello Spirito dai fuochi fatui del contraffatto.

Nel mondo esoterico l’idea di Tradizione è alta, alludendo ad un contenuto pre-umano o sovrumano affidato a rari uomini eletti, sacerdoti, ierofanti, maestri, degni di sacrificare sé stessi per rendersi purificati veicoli di tale contenuto, inoltre capaci della saggezza creativa indispensabile per trasfonderlo attraverso presenza diretta, o più tardi, in riti, immagini e parole trasmesse a selezionate comunità senza tradirne (quasi mai) l’essenza. Questo avveniva in tutto il mondo ed i Misteri furono diversi non solo per le forme ma soprattutto per le sorgenti ispirative e per gli adeguamenti necessari  in relazione alla tipologia di popoli diversi e alle modificazioni intervenienti nel divenire temporale della struttura umana. A questo riguardo appare incredibile la cecità di coloro che si professano difensori della Tradizione proponendola sempre una e immutabile. Poiché gli stessi fanno di solito riferimento a documenti sapienziali, come possono non accorgersi della distanza che intercorre, ad esempio, tra i Veda ed il Vedanta, tra questo e il Buddhismo e le sue successive modificazioni e ancora tra il Buddhismo e la corrente che indica sé stessa come la più idonea per operare tra le potenze più nefaste del Kali Yuga,  chiamata col generico nome di Tantra (libro)?

E’ l’essenza della Tradizione questo essere dell’eterno e tuttavia modellarsi secondo i secoli della terra.

Il dott. Steiner, spesso violentemente tacciato di scipito neo-spiritualismo privo di radici, non ebbe forse una “regolare iniziazione” conferitagli da un grandissimo Maestro, come ci comunica E. Schuré che possedeva informazioni di prima mano?

E la Sua spesso dichiarata autonomia da correnti e precedenti istituzioni e logge è motivo di scandalo solo per coloro che non vogliono riconoscere gli itinerari spirituali di alte figure che in tempi moderni, sotto molte latitudini, hanno attinto saggezza ed autorità iniziatica attraverso una diretta connessione individuale (che non significa “personale”) con il Mondo Spirituale. Tali esseri ci sono stati e non è nemmeno tanto difficile rintracciarli e scoprirli a meno che non si voglia, in cattiva coscienza, sostenere in forma ideologica alcuni faziosi preconcetti. Inoltre, ove non si voglia, neppure si riesce a concepire che tale indipendenza possa esserci per permettere metodi comunicativi nuovi ossia coerenti con quanto esige la condizione umana contemporanea.

Del resto Rudolf Steiner stesso, là dove comunicava direttamente insegnamenti esoterici, esprimendo un mantra, poteva commentarlo in questo modo: “ Questo ha risuonato nei cuori di tutti coloro che lottarono per la conoscenza, da quando sulla terra vi è una presenza umana. (…) Starà a voi far sì che risuoni di nuovo degnamente nei cuori umani l’insegnamento con cui le sagge guide dell’umanità, da quando sulla terra vi è un’esistenza umana, hanno condotto i cuori verso l’alto, alla contemplazione dello spirito che agisce nel mondo e, attraverso il mondo, entro l’uomo, che è il coronamento dei mondi.”

Il ricercatore sveglio potrà trarre con il suo giudizio chiare conclusioni circa l’ opera dei raffinati difensori della Tradizione che fondano ogni “regolarità” iniziatica sull’ammissione del discepolo a sedicenti organismi tradizionali dotati di nome e indirizzo, senza porsi nemmeno l’ipotesi che esistano davvero logge qualificate e Maestri nella sfera più consona alla loro natura e missione, ossia nel mondo sovrasensibile. Simili indicatori, quando vengano spogliati dai simboli e dalle citazioni di cui si circondano appaiono per ciò che realmente sono: il volto spiritualista del Materialismo. Quello che il ricercatore cerca di superare quando impara a scrollarsi dalla rinfusa dialettica sapienziale.

Con queste minime riflessioni ed esempi – ma sottolineo, vi sono tantissime traccie che ognuno può cercare e trovare da sé –  voglio dire soltanto che ostacoli o giudizi peregrini non scendono dalla Tradizione ma dalla confusione che confonde questa con il tradizionalismo. Se il tradizionalismo rimane dove dovrebbe stare, tra il buon senso delle generazioni precedenti e la pratica saggezza dei vecchi agricoltori, erboristi e guaritori, esso appartiene allora al sano patrimonio dell’esperienza trascorsa, che solo un modo di pensare ottuso e superficiale (come purtroppo sta avvenendo ai giorni nostri) vorrebbe cancellare in nome di un astratto e cinico progressismo.

In questa situazione è del tutto comprensibile che anime sensibili, avvertendo l’errore implicito nella rimozione del passato, passino con sincera passione all’opposizione riaffermando con forza i valori sbaraccati.

Spesso il dottor Steiner affermò che il male scaturisce dove un qualcosa evadendo dal posto competente si trasferisce irregolarmente fuori dalla sua pertinenza. Questa espressione riferita di solito a grandi problemi metafisici ma pure validissima in tutte le faccende del nostro mondo, è perfettamente calzante per il tradizionalismo, per l’anima tradizionalista quando questa con il suo modo di pensare, vuole collocarsi nel solco della Tradizione. Essa, anche quando dotata di intellettuale sapere e dei corrispettivi sentimenti, non esce dall’ordinario stato di coscienza fisico sensibile perciò non è in grado di trattare veracemente le cose dello Spirito ossia i contenuti della Tradizione. Essa che esoterica non è, parla e scrive di esoterismo. Con quali forze o organi? Naturalmente con il suo pensiero e con il suo sentimento tradizionalista. I quali per i limiti imposti dalla natura alla loro natura possono soltanto orientarsi verso il passato sensibile e dunque accedere solo agli antichi testi che più vecchi sono più appaiono splendenti ed acriticamente veri.

Testi che possono essere soltanto echi o riassuntivi commenti della Tradizione che giustamente viene anche chiamata perenne perché vive nelle sfere dell’eternità e non certo nelle pergamene e nei libri. Invece si ignora del tutto che, semmai, Essa come Vivente, può vivere nelle profondità dell’uomo stesso giungendo (perché no?) sino al nocciolo della coscienza individualizzata. Esiste un filo di continuità che da Adam Kadmon giunge sino a noi: l’azione Divina che si continua dall’Essere Primordiale e che attraverso azioni esoteriche può essere rimembrata.

Questo è il significato dell’articolato dispiegamento d’immagini dato dallo Steiner nel capitolo sull’evoluzione dell’uomo e del mondo del suo libro La Scienza Occulta, tanto sprezzato e dileggiato dai tradizionalisti, incapaci di accedere al superiore livello ove il pensiero che pensi la somma di quelle immagini è capace di sintesi, non come prodotto intellettuale, ma come forza che gli è propria oltre tutti i pensati umani (cerebrali). La riconquistata memoria delle precedenti azioni dello Spirito è la strada della nostra reintegrazione all’Uomo Cosmico, paragonabile a qualcuno che riacquistando a poco a poco la memoria ritrovasse la strada di casa e riacquistasse poi le ricchezze e le proprietà che erano già sue nel passato. Nel tempo della smemoratezza il nostro uomo-esempio, ha vissuto e ha maturato nuove esperienze (esperienze che da ricco possidente non avrebbe mai avute!); perciò il suo non è un semplice ritorno ma c’è una addizionale che fa di lui un essere diverso da quello che era stato nel suo precedente periodo felice. Questa addizionale, nella visione mitica e statica dei tradizionalisti, non esiste proprio.

Così malconcio è il loro pensiero, torto all’indietro come il loro collo, che appena Steiner o Aurobindo usano senza automatiche connessioni la parola “evoluzione”, subito stanno male e fanno gli scongiuri poiché (loro) non possono non collegarla a Darwin e a tutte le becere e grottesche visioni che di quest’ultimo si dichiarano continuatrici osservanti e fedeli e che così pur esse  si palesano fondate su di uno schema, a suo modo…tradizionale.

Segretamente ammiro la presunzione e l’impudenza dei tradizionalisti di gran nome, come Julius Evola in Italia: egli, per esempio, riesce a far passare la reincarnazione come una professione di demenza teosofica nello stesso istante in cui Aurobindo, per diretta esperienza, considera la medesima, anche solo assunta cognitivamente, come un contenuto pedagogico urgente per la salute interiore della odierna umanità.

Dopo molti decenni vissuti dapprima nell’apprendimento e poi nel lavoro interiore guardo con distacco divertito gli aristocratici disgusti di una figura che, in fondo, non nascondo di stimare soprattutto per la grande dignità personale che Evola ha sempre mostrato davanti a coloro che sbavavano pregustando il  linciaggio, dall’era fascista sino alla sua scomparsa. 

Ciò non cambia il fatto, perfettamente verificabile se il fideismo imperversante si togliesse di mezzo, che su molti ed importanti argomenti, Evola e Guenon  potrebbero confrontarsi con le simpatiche, marpionesche canaglie che a Portici ti vendevano a  prezzo stracciato cromate radio fasulle e accendini che funzionavano una volta sola.

Ma anche nei particolari…Faccio un solo piccolo esempio, permettetemelo. Nel suo famoso libro Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Evola, bontà sua, separa il buono dal pessimo degli insegnamenti steineriani in cui mette l’evoluzione, la reincarnazione (di cui abbiamo già fatto cenno) e l’assurda fantasia di un Cristo che agì magicamente su ”L’Anima della Terra” con il sangue versato sul Golgota. Penosa follia steineriana?

Sentite allora cosa scrisse Karl von D’Eckartshausen, adepto di logge visibili e Santuari invisibili, nella seconda metà del 1700: “(…) Era altresì necessario che questa forma divino – umana fosse uccisa, affinché la sostanza divina e incorruttibile contenuta nel suo sangue potesse penetrare nel più interiore della terra, operando così una dissoluzione progressiva della materia corruttibile. (…) Dall’epoca della morte di Cristo, la forza divina instillata nel centro della terra dal sangue sparso, operò sempre per esteriorizzarsi e rendere tutte le sostanze gradualmente capaci del grande rivolgimento che è riservato al mondo. (…) Questa fu la prima e più importante rivelazione sulla quale sono fondate tutte le altre e che fu sempre conservata e trasmessa oralmente dagli Eletti di Dio fino ai giorni nostri.”

Ecco, come assai spesso accade in tutte le sue opere, alcune delle quali sono pregevoli e affascinanti, Evola non sa o finge di non sapere, per imporre al lettore il suo giudizio, di sicuro più importante della verità o almeno dell’obbiettività documentale.

Mi spiace veramente lo spreco di tante energie giovanili, poco utilmente consumate sui testi tradizionalisti contemporanei che, semmai, aiutano a schiodare l’anima dai futili miti e dalle mode correnti (questa è davvero un preliminare ma importante mutamento interiore spesso non raggiunto dagli antroposofi) ma poi diventano un inciampo, superabile solo per coloro che per coraggio e coerenza possiedono la capacità di controllare da sé le fonti e di pensare con autonomia e volontà conoscitiva cosa vogliono fare di sé stessi.

Il coraggio di andare avanti è salvifico. Se non si agisce, se non ci si muove, l’anima corre di continuo il rischio di tradizionalizzarsi, ossia di aderire per tutta una vita alla imitazione ripetitiva del numinoso e del sacro che non sarà mai esperienza rigenerativa perchè sentito e pensato con una coscienza incapace di sentirlo e pensarlo. Il primo vero passo verso la Tradizione perenne inizia con l’azione del pensiero: con il Pensare. Poiché la struttura gerarchica dell’uomo (ciò che lo distingue dall’animale, dalla pianta e dal minerale) ha nel soggetto pensante il suo carattere essenziale dovrebbe essere valutato come demenziale il vezzo, purtroppo diffuso, di iniziare pensando di iniziare da qualche impercepibile chakra o dalle unghie dei piedi, le cui recondite forze non potranno mai venir percepite se non viene prima conosciuto e percepito il pensiero da cui l’operazione (che è di pensiero) prende le mosse. Il Pensare non può essere saltato e l’esperienza di cosa esso sia in sé stesso è il primo passo realistico alla conquista del Nuovo Mondo o del Reale.

L’esoterismo reale è del tutto estraneo all’intellettualismo erudito. Certamente deve esistere nell’approccio allo Spirituale un lavoro di studio e di ricerca compiuto con desta capacità logica finché non si intuisce che le sintesi raggiunte chiedono un speciale approfondimento non più discorsivo bensì meditativo nell’apprendimento. Momento in cui il ricercatore avverte l’esigenza di un salto qualitativo: modificare quella coscienza pensante che non muta mai essendo sempre identica qualora pensi i deva o i mantra oppure pensi alla prossima cena. Osservo per inciso, so di averlo già scritto ma secondo me vale la pena ripeterlo, che diversi scienziati/ricercatori tra i più avanzati della cittadella scientifica mondiale (non sono tantissimi come i tromboni dell’illusione divulgativa dei media fanno credere) sono perfettamente consapevoli del limite imposto dalla coscienza ordinaria che perciò pone il limite all’osservazione e alcuni tra loro fanno il possibile (tecniche meditative) per una sua modifica, mentre nel mondo che vorrebbe essere considerato esoterico si considera del tutto naturale studiare e scrivere sugli studi e gli scritti di Guenon, per poi continuare la medesima opera sugli studi degli studi degli studi senza avvertire l’inanità di un tale lavoro, spesso svolto con molta intelligenza. In questa complessa e banale razionalizzazione infinita del sacro, tutte le “correnti” corrono in tondo sul medesimo circuito poiché la coscienza tradizionalizzata è la medesima con colori diversi: in questo sport bizzarro potrebbero cadere steccati e antagonismi; il terreno è lo stesso per cattolici e pagani, per evoliani e antroposofi, per sacerdoti e guerrieri. Da questa fragorosa e inutile arena di dotatissimi e raffinatissimi eruditi, critici, polemisti, l’asceta, con indulgente sorriso e passo leggero, esce inavvertito. Egli, quando medita, entra silenzioso in mondi di Forze e di sacre Realtà (indipendenti da umane nomenclature) dove si opera alla palingenesi dell’uomo e del mondo.

                                                                                                                       

TRADIZIONE

RICORDIAMOCI DEL CORPO

 

 Eracle-Farnese-

 

Un grande asceta del secolo scorso scrisse che il corpo fisico non è che uno “strumento e un’ombra”. E per le condizioni attuali ciò può essere sostanzialmente vero.

Il corpo fisico è soltanto lo strumento dell’Io ed è anche solo un’ombra scura se solo lo si confronta con la luce del Sole interiore.

Mi chiedo: è tale ombra utile allo sviluppo dell’anima ed è forse possibile che, coltivando lo strumento, esso sia di qualche utilità per le vite che verranno dopo questa?

In generale, ogni volta che l’anima si incarna in un corpo nuovo, viene con l’intento di vivere nuove esperienze che l’aiuteranno nella sua maturazione. Di vita in vita l’entità spirituale si contrae nella forma, diviene a caro prezzo una personalità cosciente e indipendente e che, a gradi sempre maggiori di sviluppo, può scegliere non  solo il momento della propria incarnazione, ma il luogo, lo scopo e l’opera da compiere. Chi lo può di più, chi lo può di meno : è un processo evolutivo, cioè in divenire.

Comunque è il corpo che sostiene la coscienza ordinaria, lo dimostra una martellata sulla testa o meno violentemente, una condizione qualsiasi che provochi un minor afflusso di sangue ossigenato al cervello. Mentre un disturbo organico determina quasi sempre un cambiamento temporaneo di umore, di carattere e indirizza il pensiero su binari particolari.

Quando nasciamo, il rapporto col corpo è tenue: con esso non ci siamo ancora confrontati e la coscienza, nei casi in cui è desta, è diffusa e vede molto attraverso la madre. Sa molto con estrema precisione, ma poiché non ha ancora nulla su cui riflettersi, non può dire “io” a se stessa, non possiede pensiero autonomo: dunque non può riflettere su nulla di ciò che percepisce: è coscienza che nulla sa di sé.

Immergendosi progressivamente nel corpo, l’essere umano entra nell’oblio, la durata del quale è, anche in questo momento, più soggettiva di quanto si pensi. Poi, come tutti sanno, nel terzo anno di vita, svolte le tre grandi operazioni del verticalizzarsi, del parlare e del pensare, l’essere inizia a riferirsi a sé stesso come ad un io. Sono eventi grandiosi che vanno ben oltre le ordinarie leggi di natura.

Nonostante si si sia in grado di afferrare i concetti universali, la coscienza è semi sognante. Tale condizione, anch’essa in divenire, dura molti anni poiché le forze animiche devono operare nella corporeità, plasmarla: appena dopo due decenni si potrà parlare di una coscienza desta; nel frattempo le attività della veglia e del sogno si frammischiano, tant’è che molti ragazzini vivono più nella fantasia che nel mondo sensibile.

E’ del tutto possibile che in questo lungo periodo, l’entità umana possa, talvolta, percepire da sveglia alcune attività che appartengono allo stato di sogno, ovvero non sogni ad occhi aperti riproducenti le condizioni notturne, ma azioni soprasensibili.

Quando l’animico-spirituale, secondo forze che variano per ciascuno, termina il suo inserimento nella corporeità, la destità per il percepito (corpo compreso) si fa massima per molti decenni: essa comporta la migliore consapevolezza di sé corrispondente e la più robusta attività nel pensiero ordinario.

Il corpo, salvo malanni passeggeri, è diventato davvero un buon veicolo, utile ma poco percepito: ora è davvero un’ombra di sé. Non percepire troppo intensamente corpo e organi è segno di salute: condiziona il meno possibile le nostre attività, che sono sempre interiori anche quando siano immerse nelle produzioni sensibili.

Allora è giustificata la domanda circa le chiacchiere di questo articoletto?

Ma insisto, poiché sono sempre due gli elementi che concorrono alla nostra adeguata incarnazione.

Quando ci svegliamo dal sonno possiamo anche constatare che sono due i mondi che concorrono al nostro divenire svegli: uno di questi è l’apparente oggettività persistente di quello che ci attornia; l’altro è il mondo del pensiero, dei concetti: altrettanto concreto e reale. Infatti capita a tutti, alle volte, di aprire gli occhi ma per un attimo di non sapere nulla: di chi si sia, di dove si sia, ecc. Poi interviene la mente e tutto va a posto.

Se l’attività interiore non ritrovasse la sua buccia fisica e se la buccia fisica non fosse in grado di accogliere l’attività interiore, di noi in quanto uomini terrestri cosa ne sarebbe?

Voglio, una volta tanto, dirigere l’attenzione sul corpo fisico, così come viene sperimentato nella nostra attuale condizione di consapevolezza e percezione. E rivalutare la sua coltivazione, ragionata e consapevole. Poiché con ciò aiutiamo allo stesso tempo la crescita dell’anima, il suo progresso e la sua illuminazione.

La cultura fisica consiste nell’immissione di consapevolezza nel corpo. Che lo si sappia o lo si ignori, resta un fatto che ha la sua importanza.

Quando ci concentriamo per far agire i muscoli in accordo con la nostra volontà, quando ci sforziamo di rendere più elastiche le membra, a dar loro una agilità o una forza o una resistenza che è superiore a quanto abbiamo avuto in dote, infondiamo nella sostanza di questo corpo una forma di coscienza che esso non aveva e ne facciamo uno strumento che progredisce mediante questa azione. Non è l’unica cosa che dia coscienza al corpo, ma è cosa che agisce in modo generale e questo è piuttosto raro. Come, al contrario, non è raro vedere persone (sane) che camminano in maniera disarmonica, che trovano difficoltà nell’esercitare la presa delle dita, che posseggono una sorta di deficit nell’equilibrio e che, persino, non sanno sdraiarsi o alzarsi senza manovre goffe e pesanti.

Per contro, l’artista il pittore, lo scultore infonde coscienza nelle braccia e nelle mani e mi sembra, a ricordo, che uno tra i primi esercizi dati dal Dottore per la fanciulla che sarebbe divenuta una tra le prime euritmiste fu di farle scrivere con le dita dei piedi.

La cultura fisica ha un’azione generale. Quando i risultati sono visibili, quando si osserva a quale punto il corpo possa venir perfezionato, è anche possibile intuire come ciò possa essere utile all’azione dell’essere animico-spirituale che, possedendo un mezzo organizzato, armonioso, forte e agile ad un gradino superiore, è favorito considerevolmente nel suo lavoro.

Sono poche le persone che praticano la cultura fisica con questo scopo, ma che lo sappiano o meno, il risultato c’è. Se si è un poco sensibili, vedendo i movimenti di un essere che ha fatto della cultura fisica ragionata e metodica, si vede una luce, un’armonia, una vita che non esiste tra gli altri. La grazia di una danzatrice o la possanza di un pesista sono del tutto visibili anche quando i suddetti siedono dal parrucchiere o barbiere. Beninteso, se si guarda.

Ci sono molte persone che vedono la cosa esteriormente e dicono che a far forza e muscoli bastano i mestieri pesanti, che producono almeno qualcosa.

E’ un’ignoranza poiché c’è un’essenziale differenza tra i muscoli che sono stati sviluppati mediante un speciale utilizzo, localizzato e limitato e muscoli coltivati insieme volontariamente e armoniosamente che, secondo un programma d’insieme, non lascia indietro nulla senza disciplina, lavoro ed esercizio.

Le persone che, per la loro occupazione, sviluppano particolarmente certi muscoli hanno sempre una deformazione “professionale”: ciò non aiuta minimamente il progresso interiore.

Da un certo punto di vista l’intera vita aiuta necessariamente il progresso interiore, ma così lentamente che l’entità animico-spirituale dovrà reincarnarsi tantissime volte per giungere ad un grado elevato.

Posso dire, senza troppo rischio, che la cultura fisica è la disciplina ascetica del corpo e che ogni disciplina ascetica aiuta e affretta il passo sulla via della meta.

Tanto più coscientemente venga eseguita, tanto più il risultato è rapido e generale e anche se si fa senza vedere oltre la punta del naso, si da un aiuto allo sviluppo totale.

Sottolineo che ogni disciplina, qualunque sia, se la si esegue con rigore, con sincerità e volontariamente, è sempre un aiuto considerevole. Disciplinarsi vuol dire affrettare l’avvento di una nuova vita di realtà superiore.

Così com’è, il corpo fisico è ombra, riflesso del principio saturnio e solare, ma quest’ombra possiamo renderla capace di un progressivo sviluppo e l’Io che si rende capace di svilupparla ora ne sarà capace in ogni ulteriore formazione individuale (incarnazione). Finché potrà produrre una condizione in cui la vita fisica e la vita spirituale forgeranno una unità di luce, forza e consapevolezza.

Una nota aggiunta: molti lettori di Eco non sono giovani e ciò potrebbe far loro pensare che quello che ho scritto non li riguardi affatto. Invece, a mio parere, potrebbe interessarli come e più di un giovane. Chi è “malandato” troverebbe grande giovamento dalla “ginnastica posturale”, naturalmente sotto la guida di laureati esperti. Per tutti gli altri, lo stretching, gli esercizi di mobilitazione, di coordinazione, di potenziamento, di equilibrio (importantissimi) e infine con piccoli attrezzi e una regolare passeggiata sull’imitatore di sci di fondo (ellittica) o tapis roulant o cyclette porteranno benefici impressionanti nella vita generale.

Anche per queste attività, mai iniziare col “fatevelo da voi”, ma sotto la guida di attenti insegnanti (persino un idoneo respirare sotto sforzo deve essere insegnato).

Insomma, fate qualcosa di disciplinato per il corpo: esso vi sarà grato e vi ricambierà generosamente!

SALUTE

OSSERVAZIONI

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.RS

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Può accadere e talora accade che una serpentina musicalità intacchi il cuore e il sangue di un uomo e lo renda sensibile (dolorosamente sensibile) alle catene a cui si era fatto servo.

In queste catene egli aveva creduto di amare qualcosa di sé o del mondo, anche se per esse ha dovuto sempre complementarsi con la morte.

Piagato dalle catene egli aspira forse alla liberazione: subitamente attirando a sé una genia di maestri, seguaci e succubi: avidi di ghermirlo con le catene dello spirito contraffatto che giganteggia nell’obbedienza, nel sacrificio, nel simbolismo, nella rituale osservanza.

Non tutto resta buio: nelle anime sane o segnate, il male incita il bene e una frase remota o un breve incontro sono i minuti veicoli di grandi scelte: in chi porta il segno dello spirito l’ostacolo non prevale.

Però sono (e sono state) non poche le creature irretite nel metafisico campo concentrazionario allestito da mediocri orientalisti o disinvolti manipolatori di sacri simboli, quasi ombre dei tanti strutturalisti e comparativisti che imperano nelle Università.

C’è stato un azzimato francese, minuzioso ragioniere e topologo del sopramondo: dove questo debba o non debba stare…Geografo di stretti confini: le iniziazioni mariali, gli asceti orientali contemporanei, la spiritualità nipponica, ecc., furono temi elusi, anzi esclusi per principio  o per partito, dalla pedante visione materialistica di questo “indicatore” dello spirito.

E, a bilanciamento di questo, non va dimenticata l’aristocratica figura italica che accese cuori coraggiosi, trascinandoli nel sogno di perigliose operazioni, mai praticate ma, in compenso, rimescolate con altre pratiche, altre dottrine, nominalmente sempre osteggiate e respinte.

Invero strani maestri di strani discepoli: sempre in formale disaccordo ma sostanzialmente simili nella letargia che gli permette di abbonarsi al metafisico omogeneizzato o alla potenza facile.

Nel momento di una tra le più gravi crisi dell’uomo, i primi hanno passato la vita ad angosciarsi per l’eventuale profanità celata tra le vesti di Pai Chang, dimentichi che “il Dharma fondamentale del Dharma non ha Dharma”, mentre i secondi si smacchiavano a piè sospinto da ogni contaminazione lunare minacciante la virilità olimpica (di individui assoluti), conquistata con l’abbandono ai sentimenti e umori estetici del loro maestro.

Questi erano i grandi scogli di ieri: pericolosi per tutti, mortali per alcuni.

Per mantenere l’umida metafora, appaiono ora semisommersi nell’informe di acque che mareggiano a getto continuo, spruzzi e riverberi scivolosi da spiaggia sassosa, quasi che gli uomini non meritassero neppure i cimenti rocciosi che hanno caratterizzato buona parte del secolo scorso.

Certo, la pletora di ciarpame umidiccio esiste, è pure abbondante: iniziati imprenditori, divulgatori di pseudo digesti, blasonati ciarlatori: omini(di) bidimensionali autoassurti a mirabili iniziazioni.

Il ricercatore vero, dotato di discriminazione interiore, sa o sente che un vero esoterismo inizia con la percezione diretta delle Forze, ossia da una posizione dinamica del tutto estranea alla cultura esoterica, al romanticismo esoterico ed al bazar dell’occulto, che non smuove alcun limite al desolato quotidiano, ma anzi ingravida il sordido e l’abbietto – nascosto in statiche rappresentazioni – di cui è capace l’anima a profondità insospettabili.

E’ possibile dire che dietro lo scenario ingenuamente consolante di un vasto e rinnovato interesse per le antiche vie sapienziali (vedi Yoga e Tantrismo) non ci sia nemmeno una esigenza di tipo mistico-religioso ma piuttosto una larvale tensione psichica verso un mondo trasognato, intermedio, potremmo chiamare “junghiano”, che pare sufficiente a fornire quelle evasioni a cui altri disgraziati si dedicano esaltando o deprimendo funzioni organiche con la chimica delle sostanze psicotrope.

Il ricercatore sveglio attraversa e supera o evita tali malsane contrade. Se animato da attitudine più alta ed orientato ad…Oriente,  giunge alle indicazioni sorgive dello zen, dello yoga e parimenti ai più limpidi testimoni contemporanei di tali sentieri: Shri Aurobindo, Ramana Maharshi, Paramansa Yogananda, ecc.

V’è un mondo o un sopramondo in cui i giganti dello Spirito possono incontrarsi? Credo di sì: hanno tutti qualcosa in comune: una ricerca individuale senza filologie del Sacro, una illimitata audacia, attinta all’inesauribile sostanza dell’Essere.

“Il samadhi è un’evasione…” scrive Aurobindo (Guida allo Yoga, pag.58. Roma 1975). In Aurobindo il suo “Yoga integrale” non si fonda sulle note tecniche del Hatha yoga, Jnana yoga, ecc. e la panoplia di pranayama, asana, mudra, mantra.

Yoga integrale è yoga non frammentato, yoga della consacrazione della coscienza, della vita e del corpo alla universale potenza della Vita Divina. Qui, dove l’uomo si trova, incarnato nella fisicità più densa, deve penetrare la Luce: fino alle oscure potenze della vita organica. Tutto va rovesciato e reso strumento della vita supermentale: impresa non contemplata nell’ortodossa ascesi yoghica, né dai coronamenti del Nirvikalpa samadhi né dalla liberazione Kaivalya mukti. “Il fine dello yoga è sempre difficile da raggiungersi, ma il nostro è ancor più difficile di ogni altro; esso è solamente per coloro che…sono risoluti ad affrontare tutto e a correre tutti i rischi…” (Op. cit. pag. 74). “Il fine del nostro yoga non è solo l’unione con la coscienza superiore, ma la trasformazione, tramite il suo potere, della coscienza inferiore, compresa la natura fisica” (Op. cit. pag. 83).

F. Hiebel, (tradotto senza alcuna utilità o virtù, in italiano) formale presenza nell’Edificio, dalle pagine del “Das Goetheanum” fu soldatino attento alla propria funzione di astratto teorico dello Spirito che, attenendosi all’analisi della terminologia dell’asceta bengalese, contestò ad Aurobindo un indirizzo estatico, dunque incapace di cogliere le esigenze individualizzate dell’uomo “cosciente”. Contento lui…

Lasciamo parlare Aurobindo: “ Ciò che noi intendiamo quando parliamo di Vita divina è il compimento spirituale dell’impulso alla perfezione individuale e alla pienezza interiore dell’essere. E’ la prima condizione essenziale di una vita veramente umana sulla terra e ciò giustifica di fare della perfezione individuale la nostra prima preoccupazione. Se la verità del nostro essere è spirituale e non meccanica, allora deve essere il nostro stesso essere a determinare la propria evoluzione. La legge del karma è solo uno dei processi di cui a tal fine si serve. Il nostro Io deve essere più grande del karma. E’ inconcepibile che il nostro spirito sia una macchina nelle mani del karma.” E, aggiungerei, delle traduzioni automatiche della tradizione in Occidente.

Su tali parole anche l’occidentale cosciente potrebbe riflettere, laddove l’idea del karma (così necessaria all’uomo moderno!) porti ad un passivo (e naturalmente virtuoso) abbandono di sé a quanto succede e trascina quando l’Io venga scartato.

Indubbiamente è vero che luminose figure come Aurobindo o Ramana si muovono nello spazio dell’uomo orientale che però non sempre coincide con gli ambiti geografici attribuiti a questi o a quelli. Vi sono discepoli che non sopportano le contraddizioni culturali e metodologiche tra l’opera di Aurobindo e quella del dott. Steiner e ciò rimanda più che altro alla mancanza di esperienza e all’incapacità di sentire fiducia nell’azione provvidenziale del Mondo spirituale: mai unica e uniforme ma piuttosto articolata secondo necessità e rispondenze diverse.

Il problema di una comprensione vera con simili ascesi non sta tanto nella loro eterodossia ma piuttosto nell’ampia incapacità umana di trovarsi in possesso di talune qualità elementari ed imprescindibili a tali vie.

Però è anche vero che col samadhi non si risolve l’enigma che la coscienza normale offre attimo dopo attimo: tra il conto della spesa e il samadhi non v’è filo che l’Oriente sia in grado di tendere.

Autorevoli indicatori quali l’Evola, il Guenon e, su diverso piano Mircea Eliade, Aldous Huxley e altri ancora, hanno scelto il metafisico Oriente abbandonando l’Occidente alla sua compiuta desacralizzazione.

Inclini alle manifestazioni culturali dello spirituale, non hanno neppure sospettato che lo Spirito, ridotto da essi ad apparato o cosa, sia presente e vivente. E che non va o viene ma presenzia tutta la realtà e persino quanto in essa sembri esterno ed estraneo. Quando esso venga ridotto a identificarsi in sistemi o rituali, in mancanza dei quali pare non esserci, è questo il metro realistico della profondità di simili indicatori.

Nel più eccezionale dei casi il limite interiore di tali anime si riassume nel sintetico assunto che la via sarebbe l’arresto delle funzioni mentali. Condizione plausibile prima di Buddha e del Cristo. Poiché evitando le funzioni si evita l’esperienza del loro determinarsi nella conoscenza del mondo esteriore.

Infatti il mondo greco, la nascita della filosofia, lo studio matematico, lo sguardo artistico del corpo divengono sviluppo delle determinazioni: la logica, la filosofia della natura non si estinguono nella funzione conoscitiva ma sono formative di un’autocoscienza che nasce e cresce da una premessa e verso direzione opposta al senso intimo dell’antico yoga.

In quanto occidentali, sarebbe solo ignoranza prendere posizione contro lo yoga, mentre sarebbe vitale rendersi conto che la dinamica pensante a cui si attinge ora, sia per l’ordinario che per l’iniziale passo nella ricerca spirituale è polare rispetto all’antico conseguimento yoghico di liberazione e alla basale struttura dell’asceta antico.

E’ un dato facilmente sperimentabile (specie per anime che già furono operanti in Oriente) il fatto che attualmente con il sadhana si può giungere agevolmente ad una “trance” povera di coscienza e ricca di fenomeni extrasensibili. I tanti che godono di questa condizione dovrebbero riflettere su quanto può valere una coscienza desta, anche se apparentemente priva di esperienze speciali (è questo il fondamento delle strane paure che poi vengono addebitate alla concentrazione: può succedere che durante i primi tempi della pratica, l’operatore non si accorga minimamente di scivolare dalla destità al trasognamento, situazione superabile con uno sforzo giornaliero e con la moralità intrinseca al pensare).

Tutto questo non inficia l’altissimo valore di asceti del calibro di Aurobindo o Ramana: essi hanno intuito (sperimentato) il mutato assetto della coscienza umana e, di conseguenza, di rinnovate modalità operative: per diretta esperienza  individuando nell’Io il senso delle discipline o percependo che una vera liberazione non dovrebbe eludere la sfera dell’incarnazione.

E’ auspicabile, per l’occidentale moderno, un sentiero che parta dalle sue peculiari condizioni di coscienza, estranee alle nobili forme dell’antica tapasyâ, temporaneamente valide per l’asceta in ritardo o come ricapitolazione di remoti percorsi. Rintracciare in Occidente il filo di insegnamenti autentici può sembrare vano se si è sonnambolicamente aderito al ripiego orientalistico degli orientatori professionisti: occorre non cadere nell’errore di confondere la Tradizione perenne col prodotto dei sistemologi (è quasi divertente assistere a dibattiti accesi in cui, alla fine delle raffinatezze, uno grida all’altro di essere più tradizionale di lui).

Le vere scelte non sono solo problema di logica e acuto giudizio, rimandano piuttosto al presentimento di una antica volontà o scelta che si spiega lungo le azioni della vita terrestre. Ciò non dovrebbe essere smorzato!

“non è necessario dapprima che tale evento sia consapevole: l’importante è che esso sorga nell’anima del discepolo nella forma di un intento profondo: di fedeltà alla propria Tradizione interiore, intuita in rari momenti, di cui non gli può essere abituale il ricordo. Come pura Tradizione interiore…essa esprime la sua assoluta indipendenza rispetto alle espressioni riflesse della Tradizione formalmente regolari” (Scaligero, La Tradizione solare. Pag. 66).

Chi è debole, perciò bramoso di integrarsi in strutture formali (perpetuando il materialismo interiore), finisce nelle putrescenti braccia dell’apparato cattolico o massonico o magistico.

In ciò alcuna critica: non c’è scelta per carenza di libertà del soggetto. Però nel nostro Paese ciò avviene in forma grave, condizionante: al punto da esigere un lungo e radicale lavoro interiore, non sempre coronato da una vera indipendenza (ho visto tante brave persone trasferire il loro cattolicesimo nella Classe esoterica) E ciò vale per i substrati dell’agnostico o dell’ateo: immuni solo a parole.

Inoltre potenze avverse distolgono l’anima dai pochi ispiratori che garantiscono con l’esperienza diretta le indicazioni elargite. In negativo vale come prova la patente di maestro (logicamente insensata) elargita a Evola e Guenon, che furono poco più che discutibili e totalmente faziosi intellettualizzatori dei testi tradizionali.

Maître Philippe, Rudolf Steiner, Massimo Scaligero: quanti salami di sacrestia (tradizionalisti o meno) hanno torto sguardo e zucca davanti questi nomi: raggelando ogni impulso conoscitivo con un apriorisma che sconfina nella patologia della psiche. Inaccettabili e basta e…così sia!

Sono anche molti tra coloro ai quali il destino aveva combinato l’incontro con queste figure, che poi hanno scelto di retrocedere verso una mistica personale, perciò limitata ad una impossibile ascesi dell’anima in sé stessa, laddove essa richiede severamente la direzione opposta, cioè di essere dominata e vinta come condizione necessaria per dare un varco all’obbiettiva potenza dello Spirito. Viste le difficoltà inevitabili è comprensibile che ciò sia avvenuto…lo è molto meno il fatto che ci si vanti di tale regressione e se ne faccia verbo, più o meno assoluto, presso altri ricercatori.

SCIENZA DELLO SPIRITO
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