Nome dell'autore: isidoro

LA CONCENTRAZIONE E LA BAIA DI TOKYO

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A proposito di “Anima e concentrazione”, Savitri e altri amici ne hanno parlato un gran bene, ma non come essa scrive, per il modo in cui ho scritto (l’articolo era stato buttato giù con dita…più veloci del pensiero) e forse nemmeno per la tematica, per la quale sono e sarò preso per matto da molti lettori e da tutti gli odiatori fissi (ça va sans dire).

Comunque, se qualcuno andava ringraziato, non ero io ma la viva immagine di un mio caro amico, la quale – lei, l’immagine, non lui – mi saltellava, quasi spazientita, per l’anima.

Tutti voi che mi leggete, dovreste sempre ricordare una cosa che è fin troppo facile dimenticare, ovvero che ci sono pure quelli che non appaiono mai, che non apparirebbero né per soldi né per amore e tanto meno per gli inconfessabili motivi di chi vuole apparire ad ogni costo.

Già, vi sono quelli, vivi, vegeti e salterini che non hanno alcun desiderio di apparire nemmeno se promettete loro tutta la riserva aurea di Fort Knox.

Sono anche, almeno per il mio sense of humor, decisamente spiazzanti, se li associo ai paludamenti in cui Tizio o Caio cercano di occultare (e già che ci siamo, di soffocare in senso letterale) l’impulso che dal sovra-umano, cioè da Michele, attraversa Rudolf Steiner e Massimo Scaligero.

La gentaccia di cui faccio accenno, se ne frega beatamente dei  bric-à-brac esposti, delle forme universalmente concordate, delle virtuosità esibite o vezzosamente mal celate…insomma sgomma via veloce dai partitini esoterici. Non si preoccupa nemmeno di selezionare ciò che è buono da ciò che lo è meno: vede, sa e non se ne cura affatto.

Nel vivere passano inosservati, oppure sono conosciuti per altre cose che fanno in totale distacco dai benefici personali come Krishna insegna nel Bhagavad Gītā.

Sono esoteristi? Ma, per semplificare, diciamo pure di sì. Eppure sono distanti anni luce da quelli che si dicono esoterici…non avendo alcun tratto comune con questi ultimi, privi come sono del peso dell’importanza personale, dunque ignoti per chi vive costantemente in un eccesso forsennato di autostima o nel desiderio di possedere tale ambìto eccesso.

Allora, mi fa un gran bene conversare di tanto in tanto con i militi ignoti di cui parlo. Entro un po’ in loro e vedo le cose dalla loro prospettiva in cui, oltre l’essenziale, tutte le categorie pubbliche sono più inconsistenti di fata Morgana.

Ma questo, dato che pure le parole scritte hanno una forma precisa, a riportarlo è impossibile e del resto cosa si potrebbe scrivere per sottolineare il senso di una Filosofia della Libertà che già c’è, dei Testi di Scaligero (ma qualcuno ha letto interamente un suo libro? Qualcuno ha capito almeno la metà di un suo libro?) che già ci sono?

Beh, molti hanno fatto anche questo lavoro di rimessa, qualcuno spero con le migliori intenzioni, ma sono sempre traduzioni al ribasso o inconsci tentativi per dare al ricercatore la mela di plastica al posto della mela vera: sia mal fatta o ben fatta è sempre una porcata a gloria di chi l’ha compiuta.

Allora vengo al punto: avevo scritto una frase dopo le prime righe e messa in corsivo, affinché fosse evidenziata ma non sfacciata.

La sua eventuale declinazione è solo questa:

Solo chi è capace di superare il confine dell’anima conosce la concentrazione.

Mi pare persino più netta dell’originale.

Perché ho parlato di individui fuori dai contesti famigliari a molti? Perché quello che ho corsivizzato loro lo cantano in coro e con tutti gli accenti immaginabili e non.

Mi sono solo preso il permesso di dirlo e credo che, per la loro “non-visione” del mondo lo direbbero soltanto dietro ad una precisa domanda perché nel loro vocabolario la parola “mentire” non esiste.

Lo direbbero a chi ha già capito, poiché sanno benissimo che chi non capisce o non vuol capire, non capirà una risposta facile, ma facile solo per chi ha già capito.

Infatti (come mi era stato predetto), a parte insignificanti disturbi sulle onde hertziane, ho avvertito un gran bel silenzio…Prego, cancellate quel “bel” perché è un silenzio imbarazzato, perché non sta bene scavare solchi, segnare confini dove dovrebbe dominare l’informe, ciò che si plasma facile facile a tutte le esigenze dell’animuccia.

Quale rozzissima violenza dare una forma ad un Proteo che si vorrebbe trasformato in ogni cosa che più aggrada: e giù i Vangeli e anche di questi ciò che più piace. E giù il “Maestro” che, come un dio di poco prezzo, viene ricostruito a propria immagine e somiglianza.

Comprendo meglio la malafede o l’avidyā che le fenomenali torsioni o conversioni di conclamati ottimi discepoli…che forse erano già un tantino meno che ottimi se non riuscirono a stare in piedi da soli quando Massimo Scaligero mancò al mondo.

Ho potuto constatare il fenomeno con una personalità molto vicina a Scaligero. Bontà sua, la vedevo abbastanza spesso. Dopo la scomparsa di Massimo, portava con sé, oltre una ricchezza acquisita sul campo, l’amore, il rispetto e la viva memoria che un lungo rapporto con il portatore del Pensiero Vivente aveva forgiato.

Bastarono circa due anni di tempo che tutto sembrò confondersi e Scaligero ormai stava “ruzzolando” giù di gradino in gradino. Taccio, per carità (non so se pagana o cristiana), qualche oscura frase a metà, presenti non pochi amici, su cui nessuno chiese lumi per tatto e amicizia ma che purtroppo si sarebbe delineata, sempre più chiaramente in un “sistema” un tantinello buio.

Soltanto dopo due anni, già l’amico, il maestro e la sapienza dispensata venivano dimenticati in nome di una sorta di mistica alternativa che poi – noi ne sapevamo poco o nulla, lontani da Roma – venne considerata addirittura come una evoluzione o un superamento dell’insegnamento di Scaligero, il quale in ultima analisi era la nuova – e probabilmente unica – fioritura di quello che Rudolf Steiner aveva espresso in Verità e Scienza e nella Filosofia della Libertà.

Allo stesso modo come ora, in cui uno scombiccherato rivolo para-religioso vorrebbe porsi come superamento dell’antroposofia, dopo averla depredata dalla testa ai piedi senza averne compreso un accidente. Stessa deriva, un tantino più volgare.

Qualcuno ha il lodevole coraggio di chiedermi perché scrivo sempre (non è del tutto vero) di “tecnica” e mai d’amore.

Quante risposte potrei dare!

Per non farla troppo lunga:

a) perché è una parola prostituita,

b) perché troppi, tra gli animi di chi legge, la interpreterebbero sentimentalmente,

c) per il rispetto dovuto al suo originario significato,

d) per il rispetto dovuto alle Figure che l’hanno usata con il suo contenuto vero.

E spero (invano) che ciò basti.

Ps: nel titolo, cosa c’entra la baia di Tokyo? Andateci e se avete occhi e naso capirete se c’entra o no.

SCIENZA DELLO SPIRITO

SUPER REALISMO NELL'ARTE

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Il VERO SURREALISMO

L’essenza e la caratteristica della vera immagine super- realistica sono state descritte molto chiaramente da Plotino.

Il compito dell’opera d’arte è, per Plotino, quello di trasmettere una visione spirituale.

La sua premessa è un atto di contemplazione, un elevamento dello Spirito, in forza del quale il mondo fa risplendere in maniera trasparente la più alta realtà: una visione contemplata non con gli occhi del corpo ma con quelli dello Spirito, cioè con lo sguardo interiore.

Lo strumento essenziale della rappresentazione artistica di una simile visione è stato felicemente chiamato il “simbolo rivelatore” (Weinhandl).

Secondo il principio della simpatia universale, esso capta – nella sua forma materializzata – parte dell’essenza delle cose ultratemporali, e la “rispecchia”.

Ne risultano certi tipici procedimenti artistici. Mentre nell’immagine realistica l’oggetto della rappresentazione è reso così come esso appare, in maniera che si possano distinguere con precisione i rapporti relativi di grandezza, il volume dei corpi, le distanze che li dividono, l’illuminazione, per l’immagine super-realistica quello che conta è mostrare la “vera” grandezza delle cose, bandire la “profondità” (dello spazio) e l’”oscurità”, per facilitare all’osservatore la penetrazione dell’immagine.

Questa teoria dell’opera d’arte profetizza determinati caratteri artistici che, al tempo di Plotino, esistevano più che altro, in germe (e più in Oriente che non a Roma), ma che determinano (come A. Grabar ha dimostrato) l’essenza dell’immagine “medioevale”.

Sono quei germi, che dall’ottuso orgoglio dei giorni “progrediti”, furono considerati per lungo tempo come goffaggini delle rappresentazioni medioevali.

L’arte cristiana del secolo quarto ha sviluppato, nel senso indicato da Plotino, i primi passi di un’arte figurativa anticlassica e super-realistica, le cui premesse erano state poste nella tarda antichità: proprio come la teologia cristiana si è appropriata di idee proprie della filosofia neoplatonica.

Particolarmente profondo è stato lo sviluppo interpretativo che Dionigi l’Areopagita, nel secolo quinto, ha dato di queste immagini super-realistiche.

Anche in questo filosofo la visione spirituale, e con essa tutta la Creazione, si basa sull’elevazione dello Spirito e sull’immaginazione del mondo della sopra-natura così contemplato.

“E’ un’estasi…che tende alla semplice quiete”.

“Il cielo per mezzo del quale avviene l’elevazione è un firmamento di oracoli, di maschere e involucri divini, che sono completamente decifrabili soltanto per Colui che è suprema santità, e cioè Cristo stesso.

Solo a chi si è sottratto – fino al completo estraniamento da sé – ai legami sensibili e si è sbarazzato di tutti i deteriori pensieri, a chi ha messo da parte tutte le fantasie e le occupazioni dispersive, soltanto a lui si schiude la grandezza ultrasensibile.

Chi può accordare all’unisono il visibile con l’invisibile e l’invisibile con l’ultrariconoscibile, è toccato dalla luce…” (H. Ball).

Secondo questa interpretazione super-realistica le visioni e le immagini proprie della realtà corporea sono di rango inferiore, anche quando Cristo è in esse, e meritano di essere rifiutate.

Perciò Dionigi vuole che tutte le cose visibili e tutti i fenomeni siano considerati come simboli di ciò che da un punto di vista divino-spirituale sta dietro le cose stesse.

Secondo Dionigi, per esempio, bisogna contemplare con “occhi soprannaturali” gli emblemi di cui le Scritture si servono per descrivere gli angeli, e ciò vale anche per le immagini artistiche.

Gli stani attributi tolti dal mondo della meccanica e degli animali (ruote, figure animalesche, ecc.) servono, secondo lui, soltanto ad accennare a ciò che non può essere detto o rappresentato, per mezzo di allegorie.

L’essere esteriormente alterato che ne deriva, favorirebbe l’intenzione di tenere lontano ogni carattere profano.

Inoltre, nell’assurdità palese di tali rappresentazioni, è insita una esigenza che eccita la fantasia e stimola la ragione nell’individuo maturo per una ascesa.

Dunque si può dire che l’interpretazione moderna dell’arte medioevale è legittima quando essa riconosce che nelle sproporzioni, negli sfiguramenti e nelle contorsioni delle sue figure, nelle sue “chimere”, c’è una intenzione positiva. Solo che questa intenzione non è l’elemento principale della categoria artistica né è un aiuto per lo Spirito, che dal Divino deve essere tratto ed illuminato.

Ma questo non riguarda, comunque, le conoscenze storiche. Riguarda, invece, il fatto che nella pratica e nella teoria dell’arte i cui principi sono stati esposti da Plotino e Dionigi, tutti quei caratteri appaiono in una purezza luminosa la cui magica caricatura è rappresentata da quello che, a torto, si chiama Surrealismo.

Anche nel Super-realismo esiste l’estasi, l’abbandono, la vista ultracosciente. Anche qui esiste la “cifra”, la contraddizione, l’estraniamento, ma tutto esiste con un segno indicatore capovolto, col Vettore rivolto verso l’alto invece che verso il basso.

(“A Dio non si sfugge: chi non vuole essere suo figlio sarà eternamente la sua scimmia” G. Thibon).  

ARTE

ANIMA E CONCENTRAZIONE

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L’altra volta ho accennato ai Misteri, non a quelli di Eleusi ma a quel mondo misterioso che sta intorno a noi e a quello che portiamo dentro di noi.

Allora, sebbene sia quieto e silenzioso un po’ oltre la media, il dàimon personale mi invita ad essere un tantino più scandaloso di quanto lo sia di solito.

Posso esserlo? Lascio ad altri il gravoso compito di stabilire cosa sia più giusto e cosa non lo sia: scivolate via da me tali preclare virtù, non sono ritornate e la mia ignoranza s’è fatta più ampia e profonda. Conosco solo ciò che sperimento e solo di questo posso parlarne, spero tra amici.

Temo che offenderò molti con la apodittica frase che segue:

Solo chi è capace di attraversare l’anima conosce la concentrazione.

E chi la fa davvero ha subito compreso cosa essa significhi.

Perché, vedete, sarebbe sempre il momento del grande rintocco in cui una voce grida di smascherarsi: solo così cadrebbero le infinite interpretazioni, i logoranti “distinguo” e le polemiche poco serie su cose serissime.

Avevo scritto che anche i sassi si concentrano. Mica è una battuta! Dal punto di vista delle dottrine della Potenza, i sassi esprimono al massimo la potenza dell’immobilità. Le piante la potenza della crescita e della riproduzione. Gli animali la potenza del moto…e l’uomo?

Già, l’uomo! Contiene naturalmente le potenze elencate e non ditemi che lui però possiede l’anima perché quella c’è l’ha anche il mio cane che, per intelletto associativo, ha pure una visione del mondo e così capisce molte cose.

Forse l’uomo (dico forse perché c’è una casistica che fa cadere le braccia e non solo quelle…) possiede l’intuizione del proprio principio che quelli sotto di lui non hanno.

E’ un’intuizione costante, almeno quando egli è desto, ma pur essa tende ad attutirsi considerevolmente quando le “acque inferiori” lo immergono troppo oltre la sua statura. E’ davvero notevole la capacità umana di farsi canale di forze (sono Entità, sono sempre Entità) aliene e distruttrici.

Tale capacità negativa, in tempi antichi, era meno perniciosa e per quei tempi pur essendo in parte persino naturale, veniva sorvegliata, controllata e  talvolta indirizzata a scopi positivi.

Genericamente ora passa col nome di medianità. Un nome non dice molto ma possiamo comprenderla meglio se immaginiamo i due piatti della bilancia classica. Poniamo su di un piatto la presenza del Principio e sull’altra la sua Assenza. Così ogni piatto si alza o s’abbassa a seconda di quanto pesa di più. Possiamo anche immaginare che i due piatti non stanno mai fermi: mai i “giudici” coincidono.

L’uomo comune è quasi sempre veicolo di qualcos’altro. Quando viene afferrato da un dilagante istinto o passione e compie le azioni sotto quelle forze, il suo Principio pesa assai meno. Non moraleggio: ciò vale per il criminale che, afferrato da parossismi, compie i più atroci delitti e per il santo che fa opera di bene in quanto dominato dall’estasi divina.

La tirannia dell’Altro muta la fisionomia coi tempi, sa stare alla moda. Nel tempo dell’intelletto, pur di scansare il Principio, diventa “idea dominante” e funziona benissimo: subordina la coscienza dell’uomo all’ideologia che naturalmente si colora di colori diversi per le singole anime, fornendo una ammirevole impressione di libertà individualistica. In tale senso, dal condizionamento della natura e passando per il condizionamento delle regole, siamo giunti al condizionamento ideologico: un bel passo in avanti!

Qualcuno penserà subito alla Politica. Se vuole può farlo ma non sarebbe esatto poiché avviene per tutte le attività umane. Anche per le scienze. Ma qui è necessaria una distinzione: tra quanto è prodotto dal rigoroso pensiero e quanto si presenta come un portato animico. Difficile è distinguere le due cose, giacché l’uomo è complesso e la sua interiorità disordinata, ma quello che risalta è che, quando l’anima prende il sopravvento, quello che viene espresso si avvicina molto ad una leggiadria demenziale.

Spero comprendiate che non parlo di Anima ma di animuccia, quella semi-accidentale che grava sul corpo fisico-sensibile allo stesso modo per cui il corpo la condiziona totalmente. E questo insano connubio dobbiamo tenercelo dalla nascita alla morte! E’ con l’animuccia che abbiamo a che fare per tutta la vita, abituati come siamo a darle un’importanza sproporzionata e immeritata, poiché essa è la generosa fonte di tutte le nostre ambasce e dei nostri malanni.

Poi, quando questa si incarica di decifrare le Vie dello Spirito produce ineffabili casini: è lei che produce l’ordinaria lotta del “tutti contro tutti”, anche tra coloro che, spero in buona fede, dicono di fare disciplina nel pensiero.

Molti, tra questi, mentono, pur non sapendo di mentire…perché?

Perché, se la concentrazione non esce oltre l’anima, non può assolutamente, chiamarsi ancora concentrazione. Da qui i mille equivoci (sempre in buona fede, spero).

Se la concentrazione inizia e termina nell’animuccia, chiamiamola tentativo, chiamiamola inizio…ma non chiamiamola con un nome che non le appartiene.

Come una linea ferroviaria consta di scali intermedi, così la concentrazione non principia dallo scalo di partenza e non rappresenta la stazione finale. Ma la tratta significativa si realizza quando oltrepassa il confine dell’anima.

Va messa e rimessa sempre in chiaro una cosa: l’anima teme ogni superamento, da reazionaria assoluta e ingorda usa e userà ogni strumento a sua disposizione per non permettere alla coscienza di disincagliarsi da essa. Non va sottovalutata poiché userà le possenti forze corporee per sabotare ogni punto del tragitto. Userà tutti i sentimenti alti e bassi – fa lo stesso – e la debolezza insita nel pensiero riflesso (perciò corporeo) per rendere difficilissimo il percorso.

L’asceta può superare l’impasse solo quando riesce a suscitare una forza o uno sforzo più potente e questo non è facile.

Faccio un esempio al negativo. Un valido collaboratore al tempo del forum, preferì lasciare adducendo come motivo importante che situazioni di contrasto gli rovinavano per una settimana l’esercizio interiore (ricordatevi per piacere che è solo un esempio tratto dalla realtà e niente altro). In parole povere, l’anima, turbata, non gli permetteva un buon stato interiore.

Cose come questa non dovrebbero accadere se non al neofita. Ad un esperto mai. Anzi, l’esperto avrebbe avuto ottime occasioni per separare o superare il maltempo animico, l’impulso polemico, lo stato d’animo e i pensieri parassiti dall’esercizio che richiedeva, nel caso, una intensità maggiore.

Certo, non si può sostenere ogni giorno o più volte al giorno una lotta senza quartiere: a volte possono mancare in simultanea l’energia e il tempo…ma sono pure imprescindibili all’esercizio momenti di determinazione e volontà tali da portarsi oltre il limite dell’anima. Sennò che staremmo a fare con l’indicare cose come il puro pensiero, la sua origine extra-corporea ed extra-animica?

Allora vivremmo la Via spirituale in una condizione di menzogna, allora dovremmo respingere il contenuto della Filosofia della Libertà, gli incalzanti insegnamenti di Scaligero, sempre ripetuti in ben 28 libri (senza ritagli ad usum di questo o quello).

Sono così tanti gli ostacoli che l’anima frappone tra il dominio del pensiero e la concentrazione profonda che sarebbe impossibile farne un elenco e persino quando si impara a superare ciò che in un certo senso è grossolano può succedere di entrare in una condizione di dolore diffuso che, sebbene non sia come l’emicrania o il mal di denti, ha il carattere dell’insopportabilità (il Dottore ne parla in un ciclo tradotto, ma non chiedetemi quale).

Questa insopportabilità è simile ai “muri” che esistono su vari livelli del Mondo spirituale. La scelta di ritirarsi dal dolore o di continuare si offre continuativamente all’asceta: se rincantucciarsi nell’anima o uscire da essa: nella Realtà, dove affanni personali e dolenzie di ogni tipo sono temporaneamente superate.

Almeno qualche volta l’esperimento andrebbe fatto. Uno fa l’esercizio e sa di non aver fatto nulla. Perché non ritentarlo? E ritentarlo ancora?

Un giorno, un giovanotto telefonò disperato a Scaligero. Aveva in mente il suicidio per ragioni che sono fuori da questo contesto. Massimo, dopo aver cercato di calmarlo lo implorò di fare una concentrazione. Poi ci fu una seconda telefonata e Scaligero convinse il disperato a fare ancora una concentrazione. Non so quante furono complessivamente le telefonate. Non furono poche. Ma miracolosamente, l’autorità di Scaligero funzionò ed il giovane s’imbarcò in ore d’esercizio…finché, nella telefonata finale poté comunicare a Massimo, assai sbalordito, che tutto il dolore e la furia autodistruttiva che lo perseguitavano, s’erano dissolti, erano completamente spariti. Poi, il giorno dopo, guarda caso, anche i motivi sensibili che avevano travolto il suo animo, si erano risolti per il meglio.

Io e altri vecchi imbecilli par mio, abbiamo fatto cose simili molte e molte volte, per più ore, decisi a farcela o crepare. Anche con tremende emicranie o in condizioni scomodissime, perciò dopo poco assai dolorose. E taccio riguardo a situazioni interiori come quella narrata che riguardò un discepolo di Scaligero.

Funziona? Non sempre, anche se mi piacerebbe raccontare di mali di testa magicamente scomparsi.

Però, quello che apprendemmo “sul campo” è che gli ostacoli possono venire superati e l’animella vinta. Se parlo di abnorme quantità è solo perché devi attraversare un piccolo inferno per trarre dall’interiorità l’intensità necessaria e l’uomo, in condizioni relativamente “normali” non attiva l’intensità nemmeno a pagarlo a lingotti d’oro, non la conosce!

Chi, attraverso la concentrazione, riesce talvolta a passare oltre l’anima, osserva con sincera curiosità l’affanno di moltissimi a darsi regole per aprirsi allo Spirito che, evidentemente, in questo modo di pensare è sempre fuori dall’uomo.

E’ evidente che la comprensione dello Spirito come interno al proprio Io è rimasta un’astrazione, mentre le mille regole paiono la salvezza per le anime vetero-testamentarie.

In queste ultime vige frequentemente una particolare collera verso l’ego, ma chiedo ai lettori, che razza di ego è quello che naviga imperterrito verso la propria estinzione?

Perché è ciò che succede quando il pensiero cosciente e voluto supera il limite dell’anima. Perché a quel punto nulla resta della mia natura e dei suoi abiti e virtù, vizi, convinzioni, carattere, eccetera, tutto il mio mondo personale svanisce, è svanito. Lì il pensare è impersonale, così non può certo “pensare” a stilare sofismi di qualsiasi tipo. E pazienza se ciò non sembra chiaro.

SCIENZA DELLO SPIRITO

AL TRAMONTO, GETTANDO SASSOLINI IN MARE

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Osservare, prego, come la quasi totalità delle aspirazioni metafisiche vorrebbe salire ai Campi Elisi per poi…discendere immancabilmente nella vasta offerta, più o meno patologica, che la corporeità offre gratuitamente.

Il corpo, in senso occulto, è una miniera di grandi cose ma occorre che il minatore le trovi e le estragga. Il minatore non è la miniera: essa da sola non può scavarsi ed il minatore viene da fuori.

Così come il vasaio che, per fare il suo lavoro è altro e fuori dalla creta del vaso…che non produce vasai.

Questo per dire che la psiche con cui ci orientiamo nel mondo, o meglio, che ci tiene a guinzaglio corto, è a conti fatti, una sorta di secreto corporeo. Dunque abbiamo un fenomeno fondato nel corpo che eserciterebbe un’azione sul corpo medesimo: ciò nell’uomo avviene, ma come?

La psiche attua modifiche nella corporeità…legando maggiormente la coscienza alle forze corporee. Poiché trascina la coscienza nelle sensazioni: è l’opposto di ciò che l’uomo sano fa quando agisce: egli dimentica il corpo, dimentica le sensazioni, non viene sollecitato da esse. Immergersi in esse è una iniziale condizione di malattia, è come calarsi in un pozzo chiuso da ogni parte. Ci si lega e ci si sottomette al sensibile assai più che nel ordinario vincolo che subiamo con i comuni “percepiti” del mondo.

Quelli, nell’uomo normale, non costringono. Ci permettono di conservare l’atomo della nostra libertà.

Non v’è una delle moderne tecniche “psicofisiche” che non si ispiri al corpo, alle sensazioni: essendo il malanno che trova le sue giustificazioni logiche e la sua spiritualità. La via al sub-umano si è fatta ampia tanto quanto il pensiero caduto.

Per uscire dai limiti che paiono come imposti alla nostra povera anima, il pensiero di dover “leggere antroposofia” è una rappresentazione deleteria. O perlomeno inutile. Nessuno dovrebbe “leggere” scritti di Scienza dello Spirito. Ma accogliere con anima desta i suoi contenuti fondamentali forse sì. Ripeto: non si tratta di leggere ma di lasciare che pensieri ed immagini possano divenire attivi nella propria anima, permettendo che il contenuto  di essi si trasformi nelle forze di cui l’anima (tra l’altro) ha disperato bisogno per vivere, per rivivere e per crescere.

Temi come nascita e morte, reincarnazione, struttura dell’uomo e la sua identità con il grande cosmo, non sono (non dovrebbero essere) una pletora di eccentrici dati da sapere, ma più che altro e qualora discendano in verità dallo Spirito, forze di cambiamento e di risveglio: sono temi di ricordo sovrasensibile, di quando si è stati Spiriti nel mondo degli Spiriti.

Prendi la Scienza Occulta o Teosofia e fa tuoi i suoi pensieri, con calma e senza fretta, assimilane riga dopo riga. Poi ripensa a quelle righe anche in altri momenti: ciò che più t’ha colpito scaldalo nell’intimo calore del cuore. Anche poche parole, tieni dentro il loro senso e cuocilo a “cottura lenta”. Così, semplicemente.

Frena, per quanto t’è possibile, la brama del sapere. Impara a distinguerla da ciò che il Dottore chiama “impulso alla conoscenza”. A parole sembra cosa difficile ma, con la pratica, sarai capace di ripercorrere la via che dall’anima porta alla corporeità: in realtà non è difficile rintracciare le zone corporee da cui ascende la brama immediatamente accolta dall’anima: l’impulso a superare i “veli di maya” è cosa diversa.

Alterna a queste opere le pagine costituite da puro pensiero, come nel caso del Trattato del Pensiero Vivente.

Un percorso difficile, poiché la forma ed il contenuto di questo libro sono perfettamente uniti. Ti occorrerà un poco di volontà extra ma sarai ben ripagato, pensa che l’autore osa scrivere nella breve introduzione che “la concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia ad essere l’esperienza proposta”, che poi sarebbe la massima esperienza possibile all’uomo di questo tempo. Tritura ogni singola virgola del testo, combatti con ogni singola frase del libro, sperimenta in te se l’affermazione dell’Autore s’invera o sia falsa.

Poca roba dunque, non “letta” ma vissuta da te in te, per quanto t’è possibile.

Se tanti avessero fatto così poco, avremmo legioni di veri e forti discepoli dello Spirito: poiché l’uomo si risveglia per quanto l’anima vive.

L’anima vive comunque ma di solito è impercepita, è invisibile anche a noi stessi. Spalmata sulla sensazione di sé, aderisce al corpo e quando “guardiamo dentro” sembra che tutto sia buio e vuoto.

Il peso dei libri non modifica questa impressione. Solo quando abbiamo il coraggio di mettere in moto pensare-sentire-volere iniziamo a percepire qualcosa.

Non dobbiamo accontentarci del momentaneo sentire che accompagna ogni modificazione causata dagli eventi: la condizione normale è questa. Normale?

La concentrazione: essa fa parte della nostra vita. A far bene una cosa dobbiamo concentrarci. Anche i sassi conoscono la concentrazione: giorno e notte la fanno per rimanere fermi al loro posto! E le vie alchemiche, gnostiche, yoghiche, magistiche, a loro modo pure (un giorno, su di una patinata rivista dedicata al Kendo, ho trovato una delle migliori descrizioni pratiche dell’esercizio che mi sia capitato di leggere).

Con questo intendo dire che, a parte la decadente, pigrissima e sedicente corrente spiritualistica, tutto il mondo dello Spirito e dell’occulto fa, ognuno a suo modo, la concentrazione. Madame Blavatski (la fondatrice della moderna teosofia) prendeva a calci i discepoli che non superavano la “prova dell’ago”.

Questa consisteva nel muovere a distanza, con  attenzione concentratissima, un ago, sospeso per via della tensione molecolare sulla superficie dell’acqua che riempiva una ciotola. Se qualcuno volesse provare ora aggiungo che l’ago va preventivamente ingrassato. Il burro va bene. Poi deposto con estrema delicatezza sulla superficie liquida. Indi gran calma e attenzione concentrata su una delle estremità: dopo qualche minuto l’ago trema e si muove. Con la pratica è possibile farlo ruotare su se stesso. L’esperimento è del tutto grossolano, non apre alcuna porta…ma quanti riuscirebbero a farlo?

Sì, sono uscito dal seminato, ma non dal fatto che la concentrazione sia necessaria. Su You Tube, UdB, a suo tempo, ha pubblicizzato l’esercizio che Scaligero diede a chi gli diceva di non poter fare la concentrazione: si osserva la punta della lancetta dei secondi in movimento del proprio orologio (o del Rolex che avete rubato a uno che passava), mantenendo mente sgombra ed un guardare continuato. Non riesce per più di tre secondi? Bene, rifatelo in giornata. Poi ripetetelo il giorno dopo: col tempo saranno trenta, di secondi. Già una vittoria e non sto scherzando. Arrivate ad un minuto continuato e scuoterete il pianeta! E, già che ci siamo, saprete fare anche una concentrazione vera e propria, beninteso avendo superato la timidezza di passare dal sensibile all’invisibile.

Durante questo tragitto, imparate a entrare in voi stessi, più in profondità. Come? Naturalmente uscendo dal “voi” abituale. Davvero! Si entra uscendo, guarda un po’.

Sedetevi su una panchina del parco e osservate la meraviglia della luce che circonda la superficie  della pietra che sta nell’erba davanti a voi. Osservatela con amicizia, con simpatia. Osservate le gemme vegetali che stanno per schiudersi, l’arabesco puntiforme del primo verdeggiare contro l’azzurrità del cielo oppure i cerchietti concentrici che i sassolini che sto gettando disegnano sulla superfice del mare. Niente altro da fare che vedere e guardare: vedrete che il cuore incomincerà a rispondere. Potete anche fare ciò camminando, è un po’ più difficile ma basta abituarsi a non ascoltare il frinire dei grilli dentro la testa.

Questi atteggiamenti non sono appannaggio di questo o quello, non appartengono a Scuole occulte e anzi, poeti, pensatori e ragionieri ne hanno beneficato: fanno un gran bene a tutti quelli che non disdegnano di sperimentarli.

Chi si sente affascinato dall’occulto, crede di trovare grandi cose ovunque ci sia una targa con su scritto: Mistero. Mentre non vengono presi in considerazione i veri misteri che sono sempre manifesti. L’unico misteriaccio che dovrebbe essere svelato è la benda che l’uomo mantiene sugli occhi per restare cieco dalla nascita alla morte. Tanta è la paura del vedere!

Già! La paura è il mistero che non si vuole trovare mentre sarebbe indispensabile spingerla alla luce…

*

Ne parlavo ieri con un vecchio amico, occultista dalla nascita. Una coppia di scemi, poiché in oltre sessant’anni (più di centotrenta in due), non siamo riusciti a capire una frase ricorrente, quando viene estratta a forza dal contesto in cui originariamente si trova. La si usa e la si ripete (io sospetto, con molta voluttà, ma i gusti sono gusti…) Si tratta di “Tre passi nella morale e uno nella conoscenza”. Così, ripeto, fuori contesto: è bellissima e mi sento defraudato, umiliato, poiché non so come si fa in pratica. C’è qualche anima pia che possa aiutare in concreto  due vecchi imbecilli?

Io lo spero proprio poiché sembra una cosa che (quasi) tutti sanno. Può anche darsi che non ci sia nulla da dire…ma in questo strano caso perché viene detta e ridetta continuamente? E’ possibile che occorra forse una conoscenza antecedente? Se sì, perché nessuno me l’ha mai fatta conoscere tale conoscenza?

Heu, me miserum…

SCIENZA DELLO SPIRITO

LE PECORE NERE DELLO GNOSTICISMO

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Forse perché, come scrive s. Epifanio, praticassero “cose nefande” oppure per ciò che Sinesio chiama ” un eccesso di verità in delirio”…

Oppure può considerarsi un miscuglio caotico di idee esasperate, assai mal definite, quello che può essere chiamato il circolo dei Cainiti.

Così si chiamarono poiché il loro anti jehvehismo si spinse al punto di onorare Caino, Cam e Esaù, e in genere, tutti i maledetti delle Scritture, per il fatto che Jehveh li aveva bersagliati con la sua ira.

Probabilmente fiorirono tra il 140 ed il 150, poi la traccia oscura si perde e rimane di essi solo il nome.

Come quasi tutti gli gnostici, anche i Cainiti affermavano che il Creatore del mondo non è il Dio supremo. Per essi il mondo sensibile è un aborto o una “nascita postuma” in confronto alla Nascita vera, corrispondente al Mondo degli Eoni Superiori. Il Padre di quest’ultimo era il Dio della luce e della sapienza, mentre il nostro mondo era stato generato da un Potere inferiore. Il Dio espresso dall’antico testamento imponeva l’assoluta obbedienza ai comandamenti del Potere inferiore.

In questa sfera vennero considerati come giusti quelli che, come Abele, Giacobbe, Lot e Mosè, avevano seguito i comandamenti di Jehveh (espressione del Potere inferiore), esecrando e maledicendo tutti quelli che non avevano seguito tale obbedienza.

Questo il motivo della maledizione su Caino: Abele, come pastore offriva sacrifici di sangue, mentre Caino offriva il frutto dei campi, l’ostia incruenta: naturalmente Jehveh, il Demiurgo, preferiva il sacrificio di sangue.

Uno tra gli aspetti più interessanti delle dottrine cainite riguarda Giuda. Egli possedeva la nozione esatta del vero Dio e di conseguenza lo distingueva dall’inferiore Jehveh. Perciò egli aveva insegnato a vivere separando completamente le cose del mondo, della carne.

L’uomo doveva salire al vero Dio attraverso la crocifissione del Cristo. Il Cristo era lo Spirito che era sceso dall’Alto per rafforzare nell’uomo il potere del mondo spirituale.

Così esso trionfò col sacrificio del suo corpo di carne, abbandonando questo corpo alla Morte che è la manifestazione del Potere inferiore.

Giuda tradì il Cristo?

Sì, ma in ciò stava il suo eterno merito, in ciò il suo titolo per l’eterna gratitudine del genere umano. Egli, da vero gnostico, sapeva che la salvazione del mondo necessitava del sacrificio del Cristo: era necessario tradirlo e farlo crocifiggere per aprire all’umanità la strada verso Dio.

Perciò Giuda si fece traditore del Maestro, come era stato stabilito dalla Divina Sapienza, e così divenne l’importante fattore della Salvazione, votandosi in pari tempo al proprio sacrificio, cioè ad essere maledetto ed esecrato nei secoli come il traditore più abbietto.

Pare che Quintilla facesse, in Africa, ampia propaganda di questa dottrina.

Il completo rigetto di Jehveh da parte dei cainiti fu simile al profumo delle rose se confrontato da una setta più oscura, quella degli Antitacti. Poco si sa di essi, forse anche nulla poiché le notizie provengono dai Padri della Chiesa Cattolica.

Sembrerebbe che gli Antitacti praticassero con ostentazioni tutto quello che la Antica Legge jehvehtica aveva proibito, e poiché si cade sempre lì, praticavano soprattutto con entusiasmo religioso (!) l’adulterio.

Di calibro ben diverso erano gli Ofiti. Anche in questo caso il termine non fu coniato dagli stessi ma da eresiologhi a cui interessava sottolineare, utilizzando caratteri non compresi, come gli gnostici fossero una variegata banda di criminali dello Spirito. Dunque per il trionfo della causa propria, diverse correnti furono bollate con il sbrigativo giudizio di “adoratori del Rettile odiato” e ammucchiate in un dispregiativo termine di Ofitismo.

Probabilmente il serpente di bronzo inchiodato alla croce che Mosè fece plasmare per difendere il suo popolo dal mortale attacco dei serpenti velenosi, fu un simbolo profetico in questa corrente che si pone, sulla più spassionata testimonianza del pagano Celso, in un tempo tra il primo e secondo secolo, quando ancora Gnosticismo e Cristianesimo non erano ancora due movimenti in conflitto.

Nel generico Ofitismo si riassumono le scuole dei Peratei, Naasseni e Setiani.

La cosmogonia è davvero complicata e la risparmio al lettore: credo basti sapere che l’Eone di Luce, asceso alla regione di mezzo, sotto la Madre universale, aveva creato un figlio quando venne a contatto con le Acque dello Spazio. Costui fu il principale Potere creativo del mondo sensibile e il suo nome era Jaldabaoth. Egli produsse Jao o Jehveh, il quale generò Sabaoth, padre di Adonai che generò Eloi, il quale generò Uraios, padre di Astaphaios. Così furono sette i Poteri demiurgici dell’universo sensibile: bellicosi e in continua lite.

Dal gioco tra queste forze nacque la mente, la quale era “formata dal Serpente” e nacquero pure “spirito” e “anima” e tutte le altre cose del mondo.

Jaldabaoth era millantatore e arrogante e si proclamò Padre e Dio, affermando che sopra di lui non ci fosse nessuno. Ma Sofia, sua madre, gli gridò di non mentire perché sopra di lui vi è il Padre supremo, il Primo Uomo e col Padre v’è il Figlio: l’Uomo Figlio dell’Uomo.

I Poteri rimasero stupiti dalla Voce che veniva dall’alto…allora Jaldabaoth, per distrarre la loro attenzione, li portò a creare l’uomo terrestre a loro immagine e somiglianza. A questo simulacro Jaldabaoth soffiò il fluido di Luce ricevuto da Sofia.

Allora l’uomo terrestre ringraziò l’Uomo primo e disprezzò gli Elohim che lo avevano creato dal fango: Jehveh, preso da rabbia gelosa, stabilì di privare l’uomo da una scintilla di Luce, formando Eva. Le potenze demiurgiche si innamorarono di Eva e da questo amore nacquero gli Angeli.

Così Adamo cadde sotto la signoria di Jaldabaoth e degli Elohim: allora Sofia mandò il Serpente (la Mente) nel paradiso di Jaldabaoth. Adamo e Eva ascoltarono i suoi consigli e ancora una volta l’uomo fu liberato dalla tirannia del potere demiurgico, trasgredì l’ordine di ignoranza imposto dal demiurgo che non voleva che l’uomo conoscesse Forze più elevate. Di conseguenza Jaldabaoth lo espulse dal paradiso, ma con il “serpente”, cioè con l’intelligenza.

Nel frattempo le cattive qualità di Jaldabaoth avevano generato: il figlio di ciò fu Shath-an Ophiomorphos, il Deviato, il quale procreò a sua volta sei figli, i Poteri Diabolici che tormentano l’uomo.

Adamo e Eva, prima dell’espulsione dal paradiso, avevano “corpi vaporosi”, come gli angeli. Ma dopo l’espulsione, densificandosi, i corpi divennero vestiti di pelle, finché Sofia misericordiosa rese loro il profumo della Luce ed essi conobbero di portare con sé la morte. Ma anche riebbero memoria dello stato anteriore e attesero, sapendo che la veste di pelle un giorno sarebbe stata deposta.

Poi appaiono, tra l’umanità, i Profeti che parlano illusioni suggerite dai sette Elohim, sebbene talvolta Sofia riesce ad inserirvi frammenti su l’Uomo primo e sul Cristo.

Vedendo come andavano le cose, la Sapienza implorò l’aiuto della grande Madre e questa pregò il primo Uomo di mandare il Cristo a redimere il mondo.

Tramite Giovanni ed il battesimo del pentimento, Gesù fu preparato a ricevere il Cristo. Il Cristo attraversò le sette sfere, facendosi simile agli Arconti, privandoli del loro potere e della Luce da essi trattenuta. Prima di ogni altra cosa il Cristo rivestì la sorella Sofia del Vestimento di Luce. Poi scesero in Gesù, il Cristo e Sofia, l’uno racchiudendo l’altro, e Gesù divenne il Cristo.

I poteri studiarono di sopprimerlo. Così, l’uomo Gesù fu crocifisso. Ma Cristo e Sofia ascesero all’Eone incorruttibile.

Cristo non dimenticò chi lo aveva accolto in sé e mandò un potere che fece risorgere il suo corpo psico-pneumatico. I discepoli che videro questo eterosoma rivestito di tutte le apparenze sarcosomatiche, lo credettero risorto in carne.

Egli spiegò il mistero e diede molti insegnamenti a coloro che furono in grado di comprendere. Ora egli siede alla destra del Padre e accoglie le anime che ricevettero i misteri. Così il potere di Jaldabaoth diminuisce: non può più mandare anime sante a reincorporarsi. Quando tutta la Luce sarà nuovamente raccolta dall’Eone Incorruttibile, avverrà la Consumazione finale dell’Hylê.

Questo a larghissimi cenni e sospetto che sembrerà molto noioso. Ma la colpa è tutta mia. Notate il coraggio degli gnostici a ribellarsi all’ordine stabilito e pure a rovesciare molto di quanto si è sedimentato anche in noi, poiché persino il dramma umano-divino, alla fine fu scritto dai vincitori…e direi che ne stiamo pagando le conseguenze. FK aveva ragione quando scrisse: “Che Europa sarebbe sorta dalla dottrina gnostica?”. Dico solo che aveva ragione ad invitarci a riflettere.

TRADIZIONE

E' IL PENSIERO CHE GENERA L'UOMO

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Se queste poche righe fossero ambiziose e rigorose potrebbero iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per se, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile.

La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque (magari con un piccolo aiuto).

Nella sua indagine, Rudolf Steiner  osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi”. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito. Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo.

Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo)  dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.

Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita consapevolmente.

In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza o morfologia del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero: la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero, in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante  sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il più negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.

A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio e se davvero fosse così  il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra.

Purtroppo così non è, la confusione regna e per ‘esperienza interiore’ si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono famigliari nel mondo sensibile.

Questo è un errore ma vi sono errori ancora più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile.

Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono Chiese, Scuole sapienziali, Correnti spiritualistiche.

Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) malsane correnti d’aria se non avesse a fondamento una esigenza di obbiettività scientifica.

Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione e atto di fede senza attività di pensiero, dunque…spensierata.

Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.

La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.

Ebbene, nel divenire scientifico è quasi “vergognoso” constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portò alla radice epistemologica, indicando come, alla base dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione.

Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione.

E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.

La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.

In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza “Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”. Non è facile capire questa frase, poiché se pure immersa in un contesto di forma filosofica, essa indica una operazione tanto radicale che per l’anima umana significa un portarsi allo zero di sé.

E questo, se non sbaglio, è il percorso ultimo della Via iniziatica.

Però è così, allo stesso tempo, che le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.

Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza?

A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?

Anche questo è un evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.

SCIENZA DELLO SPIRITO

COL SILENZIO SI FERMA IL MONDO

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Come i lettori di Eco sanno, lo scopo di queste note è, nella loro modesta forma, un costante invito formulato in storie, riflessioni e indicazioni pratiche per chi vorrebbe aprirsi un varco verso la sperimentazione del sovrasensibile.  Il titolo di queste righe l’ho preso dalla via sciamanica, della cui esistenza il mondo conobbe qualcosa attraverso i fortunati scritti di Castaneda

La mia disponibilità interiore non risente di trascorse affinità verso una via antica e sciamanica ma, molto più semplicemente, ho avvertito in diverse osservazioni e comunicazioni di “don Juan”, l’interiore vitalità della corrente spirituale a cui apparteneva. Ciò per me è più importante della complessiva valutazione critica.

In taluni ambienti che verso Scaligero e la sua Opera avevano già stabilito i canoni dell’ortodossia, questo non fu compreso, al punto che girarono divertenti voci sul mio ennesimo tradimento aggravato da un gastronomico contorno di funghi allucinogeni. Questo attraverso persone che credevo amici fidati.

Nel mondo sciamanico, alcune nozioni ascetiche di fondamento sono coniate con grande felicità d’espressione. A mio parere l’immagine di ‘fermare il mondo’ è accomunabile al Silenzio Occulto ma sottolinea vigorosamente le grandi implicazioni di questa tappa della coscienza. Per quei vecchi stregoni estremo-occidentali, l’uomo comune con il suo continuo, accecante dialogo interiore, crea un mondo a sua immagine, meno reale di un fondale di cartapesta: Schopenhauer sarebbe stato d’accordo, la psicologia in parte converrebbe, l’occultista sa che ciò è radicalmente vero.

Se il ricercatore ferma il continuo dialogo interiore ossia domina il pensiero ordinario e mantiene con la massima continuità possibile tale inusitato non-pensare, può anche uscire dal teatrino del mondo conosciuto per metter piede su terreni ignoti e respirare con l’anima.

Certamente il Silenzio non s’improvvisa e non si apparenta a nessuna delle centinaia di forme di rilassamento psicofisico che vengono spacciate, ormai anche in Oriente, come meditazioni.

La confusione si è fatta tale che il significato di meditazione è stato sepolto nel mondo contemporaneo sotto uno spesso cumulo di assurdità e idiozie su cui è inutile intrattenersi per quanto queste appaiono come fatti. Invece è piuttosto grave, nel contesto che qui si tratta, l’incapacità religiosa, esoterica e antroposofica, di realizzare che le Vie spirituali che ci hanno calamitato, anche se ci fosse una per ciascuno di noi, dunque tante o tantissime, hanno o avrebbero in comune come nucleo fondante l’anelito a rintracciare la nostra Patria spirituale, dunque, in un modo o nell’altro, un elementare bisogno di trascendimento, che inizia sempre con il tentativo di una o più azioni interiori.

Nei confronti di un deliberato lavoro nell’anima è l’inerzia, la passività che domina. Comprendo e compatisco la passività  dei molti esseri a cui non è stata ancora data alcuna possibilità di conoscenza (e nemmeno questo è completamente vero perché in tanti l’evolversi dell’anima, esteriormente irriconoscibile, si manifesta assai spesso in difficili sacrifici e dure prove, apparentemente esteriori ma che modificano e maturano l’interiorità), mentre in esoteristi ed antroposofi, allegramente intenti ad opinare, schematizzare, formulare, ecc., immersi nel sottile piacere dell’autocompiacimento, l’esenzione dalla azione interiore è una colpa grave.

Persino la pratica del  Rosario, snocciolato dalla vecchietta nella penombra della Compieta, supera in qualità le moresche affabulazioni dei teorici dei Misteri.

Cari amici, condividiate o meno le mie parole, posso, per quel poco che mi è concesso, assicurarvi che, per il nostro normale metro di giudizio, il Mondo Spirituale, cioè gli Esseri Creatori, sono ‘immensamente’ severi (oppure: buoni come la folgore) e pesano sulle loro bilance (come ripete in molti modi Maître Philippe) ogni nostra azione. E’ bene ricordare che la valutazione Divina e quella umana hanno poca coincidenza ma per la vita pratica è utile ricordare che ogni nostro superamento, a qualsiasi livello si esplichi, è accettabile per il Cielo e tutto il resto di cui sovente andiamo fieri è un bel zero, comunque giudicato negativamente. E’ Legge, non dissimile a quanto regola impeccabilmente la natura sensibile: tutto quello che l’uomo produce tangendo con il subumano, non passa i confini dello Spirito.

Però è anche vero che fare gli esercizi, quali essi siano, non può mai essere soltanto una riproposta tecnica di quanto è stato assimilato con la lettura. Già la lettura, quella con cui sovente ci si ‘presenta’, può essere solo un passaporto fasullo, un contenitore vuoto.

Spiegando l’ampio ventaglio della realtà ci sono coloro che leggono per la prima volta Teosofia e le parole si trasformano in immagini pregne, dotate di propria vita mentre per altri la medesima lettura fa il paio con l’acquisto di banane dal fruttivendolo.

I testi donatici da Rudolf Steiner, nonostante i rischi insiti nelle traduzioni (generalmente preferisco le edizioni d’annata perché tradotte da valenti cultori dell’antroposofia, bilingue dalla nascita), andrebbero almeno letti con la più alta attenzione possibile, interpunzioni comprese, anche se la prosa sembra piana e la scelta dei vocaboli piuttosto semplice. Tutto sommato per molti non sarebbe neppure una sorta di sacrilegio se la lettura s’arrestasse per molto tempo a poche pagine: spesso sono frasi assai brevi quelle che superano la barriera della testa (intellettualismo) e scendono a germogliare come forza al centro dell’anima.

Vorrei a questo proposito ricordare nuovamente Giovanni Colazza. Come molti sanno, al di là dalle rivisitazioni di maniera, fu, tra i tanti aspetti di una vita palese ed occulta, il perno di quell’irripetibile esperimento che è stato il Gruppo di Ur (e anche il motore della catena operante, fatto che i bibliografi ed i bibliomani non sanno o preferiscono ignorare), mentre Evola ne fu il direttore organizzativo e letterario.

Colazza, in accordo a degli obblighi sovrasensibili, non scriveva nulla. Per quello che è stato il contributo documentale dei partecipanti, Colazza (sotto lo pseudonimo di Leo) parlava ed Evola scriveva.

Talvolta pasticciando un poco: come ad esempio è accaduto per un passo importante dell’articolo intitolato Avviamento all’esperienza del corpo sottile, in cui a pagina 59/60  (Vol. I, Ed. Tilopa-Roma-1980) Evola scrive: “si consegue sentendo lontana e al di sopra di noi la nostra testa, quasi che essa fosse esteriore a noi” (il corsivo è originale). Dando alla frase il senso della comunicazione di un esercizio fondamentale.

Non era e non è così. La frase di Colazza descriveva soltanto  un notevole aspetto della fenomenologia dell’esperienza. Pertanto la frase originaria, in tutta probabilità poteva essere: “si realizza quando si sente lontana….”.Quasi una sciocchezza se non si pensa a quelli che in buona fede si sono esercitati per prendere… fischi per fiaschi!

Considerate le ultime righe come un piccolo contributo alla verità oppure una mia digressione.

A pagina 296 dello stesso volume Colazza, in un successivo articolo dice: “Queste note si rivolgono a coloro che non hanno soltanto letto ciò che ho esposto fin’ora; ma che di fronte agli insegnamenti hanno sentito e voluto.”

Alcune righe più sotto ribadisce più dettagliatamente: “Di fronte a ciò che viene comunicato, non bisogna reagire e afferrare soltanto con la mente (questo è il primo ostacolo che incontra l’insegnamento occulto, e che può arrestare e neutralizzare tutto) – i pensieri devono invece dar luogo ad immagini viventi e queste debbono venir sentite. Voglio dire che lo stato che viene descritto deve essere immaginato come formantisi in noi – quasi come se noi stessi lo ‘inventassimo’ – e contemporaneamente avere e trattenere nel cuore un corrispondente stato di sentimento.”

Sono parole semplici e inascoltate, più o meno alla pari di quelle scritte da Rudolf Steiner a pagina 17 di un suo testo fondamentale (L’Iniziazione. E.A.- Milano, 1971): “Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo.”(il corsivo è mio). Osservate come il termine ‘fondamentale’ viene riscritto tre volte su quattro righe e magari rileggete la frase che ho evidenziato.

Forse tra chi  legge queste righe ci saranno (e ci sono) quelli che penseranno: ”Troppo alla lettera; è fideismo spinto. Lo ‘Steiner dixit’ è insopportabile e le imposizioni sono in contrasto con l’anima cosciente”. Se questa è la loro opinione (coerentemente mantenuta durante gli studi scolastici e poi alle lezioni di guida?), beh…se la tengano!

D’altronde esiste da sempre un codazzo di poveri diavoli che non vogliono comprendere nulla se non le proprie ‘immani’ sofferenze e le ‘abissali’ contraddizioni che lacerano la loro anima: incompresi dal mondo, da Steiner, da Scaligero e, permettetemi, pure da chi scrive, persi come sono in una personalissima e ingarbugliatissima presunzione blindata. Chi pensa e sente in tal maniera non vuole conoscere affatto la Scienza dello Spirito che, se viene vissuta operativamente, sviluppa senza limiti indipendenza e libertà anche da sé stessi, e ancora: le esperienze interiori corrette possono andare allo stesso passo con lo sbalordimento che ti prende quando scopri che l’esperienza coincide sino nei più minuti particolari, a quanto viene espresso da Steiner e Scaligero anche nei singoli aggettivi usati: il rispetto e la devozione per queste individualità è andata crescendo nel vostro articolista anche per questi avvenimenti, testati sul campo.

Perciò a chi è disposto a seguire con spirito d’ amicizia questa nota è sinceramente doveroso ricordare che senza un cuore caldo di devozione e venerazione è possibile capire tutto fuorché le Vie Sacre.

Non v’è uomo (“normalmente organizzato”) che non possegga una fiammella di questo fuoco. Occorre solo distinguerla dalla banalità e dai fuochi impuri, difenderla e alimentarla senza paura. La devozione e la venerazione per la conoscenza e la verità (occultisticamente conoscere e realizzare sono la stessa cosa) non è un sentimento, la confusione deriva dal fatto che questo e quelle occupano la stessa sede, ma ‘quelle’ sono uno stato interiore e, come tale, stabile oltre le tempeste. Come ogni stato interiore, esso può essere alimentato, coltivato e sviluppato ulteriormente.

Con una minima buona volontà è possibile scoprire che qualsiasi immagine e ogni percezione, mantenute nella loro risonanza in una condizione meditativa, in cui non si pensa ulteriormente, non si deduce, portano al cuore. Nutrono il calore dell’anima.

Il calore dell’anima è il sangue dell’Antroposofia Vivente. Parlare di antroposofia come negli ultimi decenni si usa in diverse comunità è un involontario atto di necrofilia: insepolcrato il vivo si amoreggia col morto.

Quando con la concentrazione si dominano i pensieri e si attiva la volontà e con la meditazione si scalda l’anima, le forze sono in equilibrio attivo e allora è facile realizzare il Silenzio: si potrebbe affermare che il Silenzio diventa una intima necessità. Può succedere che il Silenzio si instauri da sé e ti rapisca, anche nel mezzo di una festa fragorosa. Esso è una tappa del lavoro interiore ma è una tappa con molti gradini: il silenzio dell’ego e il silenzio dell’Io sono in linea, ma diversi.

Il primo gradino è quello che si consegue perché il pensiero è stato volitivamente dominato: esso è una sorta di passaggio obbligato ma finché lo si raggiunge dopo la concentrazione, seduti immobili in una stanza silenziosa per pochi minuti, è solitamente una tensione interiore supportata dall’atto precedente e dalla immobilità corporea. Però è comunque un inizio.

Un grado superiore di silenzio potrebbe venir sviluppato indirettamente:

a) con il progredire della forza-pensiero nella concentrazione quando ci si sia resi capaci di togliere da quest’ultima ogni traccia di parola sub-vocalica;

b) con l’abituarsi a brevi meditazioni distribuite a volontà nell’arco giornaliero. Tali meditazioni possono consistere in una parola o un’immagine tolta dalle comunicazioni di Scienza dello Spirito, o ancora, da un fenomeno naturale in movimento. Le più semplici sono anche le migliori. Facciamo qualche esempio, magari ricordandoci che sulla Via del Pensiero, l’attività messa in moto è più importante dell’oggetto che la supporta: basta l’isolamento che deriva dalla certezza che nei prossimi tre minuti nessuno chiederà una vostra risposta o che non stiate viaggiando in corsia di sorpasso in autostrada, alla guida.

Prendete, ossia evocate una parola che, magari soltanto oggi, impressioni la vostra anima ( Luce – Logos – Folgore, ecc.). Non ripetetela come pappagalli: frenatevi! Evocatela una volta soltanto e ponetevi in silenzioso ascolto dell’eco interiore che essa ha provocato.

Provate e riprovate con desta serenità: quando funziona è come una delicata vibrazione, comunque avvertibile, che si espande nell’anima. Ogni intervento arresta l’esperienza che già  dura poco; poi si ascolti pazientemente il nulla successivo per uno o due minuti ancora. E’ ancora più semplice rievocare un fenomeno naturale che, se portate un poco di giovinezza dentro, quale sia la vostra età biologica, vi ha incantato per la sua caratteristica o per nessun motivo plausibile (una goccia di rugiada pendente dalla curva estremità di una foglia, il continuo e mutevole flusso di un torrente, il colorato tappeto delle foglie cadute ecc.). Evocate l’immagine e permettete che l’impressione/sentimento irraggi in voi, senza aggiungere altro, evitando il compiacimento estetico. Non sforzatevi  di trattenerla e quando va via attendete ancora un poco. “Ma non devo fare proprio nulla?” Infatti tutto ciò è anche la palestra del non-fare personale.

Questi piccoli esercizi possiedono diverse implicazioni e non sono piccoli esercizi poiché tutto nella vita dovrebbe diventare meditazione.

Il silenzio può venir sviluppato direttamente però occorrono tempo, pazienza e buoni muscoli interiori.  Il principio è semplice: si porta il pensiero potenziato dalla concentrazione (dopo la concentrazione, oppure staccandosi da essa appena si ravviva o in momenti del tutto diversi, in questo ultimo caso però quando si è capaci di contemplare, nella concentrazione, l’immagine finale) a un nulla silenzioso e quieto, “raccogliendo intorno ad esso i poteri dell’anima”.

E’ bene ricordare che la forza-pensiero persiste ma raccolta in se stessa. Si tronca di netto il pensiero dialettico e anche le eventuali immagini. Quando ciò riesce, l’esercizio consiste nel sviluppare (prolungare) il silenzio in qualità e durata. La pratica indica con un sentimento liberatorio di interiore riposo la realizzazione dello stato di silenzio. Se un moto d’insofferenza insorge all’improvviso, non reagire ad esso, realizzando adialetticamente che è una cosa qualsiasi: esterna ed estranea al silenzio. Essere indifferenti a tutto.

Il tempo che si impiega nell’esercizio del silenzio è per principio un fatto individuale, inoltre risente interiormente dal grado e dalla profondità raggiunta ed esteriormente dal tempo concesso dagli obblighi della vita corrente. Se si avverte un cedimento verso il sonno è meglio concludere subito l’esperienza: non aprirsi a delle condizioni ipnagogiche che sono i quattro quinti delle vantate veggenze!

Il silenzio non fa male.  Anzi guida l’anima verso il proprio originario essere, verso il Fondamento, e questo è un immenso beneficio per la sua natura, e di conseguenza, per il corpo: in particolare per lo stravolto sistema nervoso e per gli organi di senso.

Con la pratica prolungata nel tempo, il silenzio interiore può divenire una condizione stabile dell’interiorità, come nella vita ordinaria lo è la propria casa a cui si torna dopo aver svolto la fatica del lavoro; ma il paragone non è esaustivo poiché concentrazione e silenzio interiore formano nell’anima un assetto permanente che ci permette di mantenere una parte di noi immobile e imperturbata anche quando si sia del tutto immersi nelle vicende del mondo, intendendo con questo termine pure  le azioni e le rappresentazioni che paiono nostre ma appartengono in sostanza al mondo esteriore.

“Si elimina il pensare, se accogliamo l’intero contenuto percettivo, riempiendocene completamente, più intensamente di quanto, come di solito, quel contenuto viene attenuato dai pensieri, dalle rappresentazioni” (R. Steiner: I confini della conoscenza della natura. E.A. 1979, pag. 99). Con questa premessa possiamo tornare a quanto Colazza indicava come disciplina basilare nel primo dei suoi articoli citati prima (Avviamento all’esperienza del corposottile), ossia di avvertire una speciale risonanza interiore davanti al percepito che inizialmente è quello fuori di noi, poi più avanti, quando risulta possibile, si volge l’attenzione verso qualsiasi moto o impulso dell’anima finché al senso di sé corporeo si sostituisce o si aggiunge uno nuovo, più ampio, mobile ed a-spaziale.

Il silenzio è la condizione base dell’esperienza. Esso è la prima forma di immobilità interiore che permette al sovrasensibile incantato intorno a noi di resuscitare dalla fissità della (nostra) caduta. Si faccia una lunga passeggiata tra boschi e prati con la mente ricondotta al silenzio, magari mantenendo lo sguardo rivolto a qualche albero distante o al mare d’erba sottile nel suo moto ondoso provocato dal vento, oppure all’invisibile aria che riempe lo spazio di una radura (per l’occultista l’aria è tutt’altro che invisibile). Nelle prime fasi (positive) dell’esperienza può essere necessario un cuore coraggioso poiché ciò che si osserva acquista intensità. Nell’ordinario non sperimentiamo intensità dal mondo ma solo immagini. Ora tutto si intensifica e l’anima non esercitata può sentirsi minacciata, aggredita e si spaventa subito. Diverso è il caso di chi ha sviluppato lo stato della devozione e venerazione: con esso non si respinge l’esperienza ma anzi la si incontra con gioia. Più esattamente la contemplazione silenziosa intensifica quello che il Dottore chiama venerazione che diviene dinamica o “estasi attiva”. Tutto diventa possente: è Volontà operante quella che ci viene incontro (vedasi di R. Steiner: Il Mondo dei Sensi e il Mondo dello Spirito, II Capitolo) e cresce ancora: qualcosa ci balza dentro…oppure è da dentro che qualcosa incontra quello che c’è fuori.

In definitiva è come se la triade composta dall’oggetto, dall’anima e dallo spazio, venisse modificata. La spazialità si altera o svanisce e l’oggetto e l’anima si fondono partorendo una rapida immagine vivente.

Più in generale diventa ormai possibile avvertire, correlata a ciò che si osserva, una nota, un’impressione animica che però proviene dall’oggetto osservato. Ma occorrerà maturare un silenzio più intimo e profondo (Scaligero lo chiamava “profonda quiete” e anche “riposo”) per favorire la discesa della coscienza verso il suo vero centro, analogicamente corrispondente al cuore.

Naturalmente la grande difficoltà non sta nella tecnica. Non dobbiamo dimenticarci  che tutte le azioni umane sono interiori (non esistono per l’uomo ‘azioni esteriori’) e poiché l’uomo è un essere spirituale, esse sono anche morali e implicano delle scelte.

Per addentrarsi in quello di cui accenno nelle precedenti righe occorre, con vita e discipline, agire su scelte radicali: si tratta di morire al mondo personale o se volete, scendere da esso (fermare il mondo) e fare con il punto di autoconsapevolezza che permane, alcuni passi concreti in ciò che per lo stato di esseri fisio-psichici è ignoto e pare persino (alla coscienza usuale) inumano. Non importa che ciò si realizzi per un attimo o per sempre: occorre la medesima attitudine, un grandissimo coraggio e un ‘atomo’ di vero amore per lo Spirito. Nessuno incolpa nessuno ma, diciamocelo francamente, sono forze che mancano a quasi tutti i sostenitori della realtà dei Mondi Spirituali.

La capacità e la possibilità di sostare lungamente nel silenzio interiore, utilizzando un’intera giornata di cammino solitario sulle alte vie di montagna o una condizione d’obbligata immobilità causata da un malanno o un incidente, possono produrre risultati eccezionali. Succede che si avvia un temporaneo risveglio di sensi sottili e nella lunga camminata silenziosa dapprima si percepirà il significato delle rocce, dei laghetti, la loro interazione estrasensibile; poi appariranno gli esseri elementari: all’inizio come labili impressioni, poi sufficientemente percepibili. In questo caso occorre mantenere davvero imperturbabilità e silenzio: non tutto ciò che si vede ha caratteristiche carine o buffe! Sembra che questi esseri apprezzino (a modo loro) la presenza di asceti silenziosi e una moltitudine di essi ti accompagna anche per lunghi tratti di strada.

I luoghi quieti ma assai più mondani, ad esempio i parchi pubblici e frequentati, possono essere fonte di sorprese.

Avevo accennato alla percezione silenziosa dell’aria che nel vedere comune sembra soltanto ciò che non si intromette quando guardiamo le cose vicine o lontane. Ora invece l’aria diviene visibile e la avvertiamo alla stregua di una sostanza minerale traslucida dotata di forme in continuo movimento; poi la sentiamo come se ad  essa si aggiungesse sostanza animica. Ma questa non le appartiene poiché esala dell’attività interiore umana. Si riconoscono (nell’aria) istinti, sentimenti e pensieri. Questa impressione è sorprendente perché tali istinti e sentimenti sono assai diversi da come vengono normalmente conosciuti quando essi vivono dentro l’uomo, cioè dentro noi stessi.

Ma è su un fatto singolare che volevo indirizzarmi: si percepisce con netta chiarezza la differenza, tra tutte le emanazioni di pensiero, quelle di coloro che pensano o discutono con passione di argomenti spirituali! Compresi i più goffi e disarticolati. . . I pensieri che abbiano un minimo contenuto spirituale irraggiano nel mondo circostante un elemento diverso da tutti gli altri  pensieri pensabili!

Non andrebbe comunque dimenticata la disciplina della parola: essa non porta direttamente al Silenzio (ma nei Monasteri sì. In quei luoghi l’obbligo del silenzio funziona: dall’esterno all’interno), però ridurre, con un po’ di disciplina cosciente,  la montagna giornaliera di parole inutili che esce dalla nostra bocca, anche se si parla poco, fa bene a noi stessi, all’Umanità e all’intero Universo.

                                                                                                                   

SCIENZA DELLO SPIRITO

SULLA TECNICA DEL MEDITARE

 Alba su mare -

 

Mesi fa ho incontrato (si dice per caso) un giovanotto che è membro della Società Antroposofica da parecchi anni e che è stato molto attivo nell’ambito di questa.

Ora mi è sembrato un po’ arrabbiato, deluso e sperduto. In un troppo breve abbozzo di discorso, mi ha fatto una domanda che riguardava la modalità della Meditazione. Non sono riuscito neppure ad iniziare a rispondergli, richiamato dal meccanico che stavo aspettando. Ho dovuto lasciarlo in fretta e la domanda è rimasta nell’etere.

Se fosse stata una cosa molto seria, avrebbe avuto da aspettarmi per pochi minuti…tutto normale dunque: sembra che in realtà la Meditazione interessi tiepidamente. Oppure che essa sia una operazione talmente ovvia…

Ma così non è. Non solo io trovai difficoltà verso essa, ammettiamo pure che la mia esperienza non conti, ma mi è parso che sia stata un bel problema per tutti quelli che ho incontrato nel mio, ormai lungo, viaggio terreno tra mistici, maghi e occultisti.

Ne abbiamo talvolta parlato in Eco. Ripassiamo brevemente, come in una scaletta, ciò che può servire. La Meditazione, il meditare, da un certo momento in poi, cammina di pari passo con la Concentrazione.

Anzi, per analogia alle cose del sensibile, essa può diventare per l’anima, vasta come l’aria: diviene il necessario respiro dell’anima, la riscalda e la trasporta in alto.

In pratica, iniziare con un serio lavoro interiore partendo dalla Meditazione (cosciente) non porta lontano o è del tutto impossibile: l’uomo attuale deve prima attuare un rapporto reale tra pensiero e volontà.

Ciò è ben espresso dall’interazione che si forma con la pratica assidua del I e II esercizio dei 5 ausiliari: controllo del pensiero (dominio del pensiero comune) e atto puro. Un gradino oltre, con la Concentrazione vera e propria.

Non si dovrebbe essere troppo rigorosi nella sistematicità del prima, del dopo del cosa e del come, perciò prendete quello che scrivo con molte cucchiaiate di sale.

Se attendiamo di giungere alle vette della Concentrazione non faremo mai la Meditazione. Possiamo introdurla per il buco della serratura: abituiamoci, a Concentrazione conclusa, col rimanere in silenzio per una manciata di minuti . Abituiamoci a questo non-agire, lucido e paziente.

Quando la condizione  di paziente silenzio diviene famigliare e stabile, possiamo passare alla “Concentrazione meditativa”. Gli spunti, nella Scienza dello Spirito, ci vengono offerti in grande quantità.

Sotto la formula di Concentrazione meditativa possiamo collocare gli esercizi dell’aria e del calore, dati su Ur dal dott. Colazza e quelli anche più facilmente fruibili che Scaligero ha dato in Meditazione  e miracolo. Poi, sempre di Scaligero, i più difficoltosi esercizi con le rappresentazioni di triangoli, che troviamo nella II parte della Logica contro l’uomo (questi ultimi sono veramente più difficili, poiché – esperimenti personali a parte – implicano una certa stabilità  o autonomia nell’immagine suscitata).

Trovate anche precisi esercizi di Concentrazione meditativa nelle prime, densissime pagine di Tecniche della concentrazione interiore. Tutti questi esercizi non hanno un vero limite. Sono tracciati, in cui la parte del leone la fa l’immaginazione saturata di volontà e soprattutto di dedizione che il soggetto riesce a poco a poco ad immettere nell’operazione. Ho già scritto da qualche parte di aver trovato, forse per mia complessione, in Concentrazioni immaginative in movimento del tipo “Il vento solleva corpi leggeri”, risultati di una certa rilevanza.

Poi, con o senza l’aiuto di quanto ho indicato (ma il dominio del pensiero è davvero indispensabile, insieme al silenzio), si può e si dovrebbe tentare la Meditazione.

Se rileggete le indicazioni di Scaligero, tutto dovrebbe essere chiaro e limpido. Però di solito non va così.

Cosa dice Scaligero? Prendo un testo a caso: “La meditazione è una concentrazione simultanea del pensare del sentire e del volere su un contenuto spirituale che non ha bisogno di essere elaborato, essendo già compiuto e sufficiente nella forma in cui si presenta. Il tema sorge immediatamente come pensiero, ma va lasciato nella sua forma immediata, perché agisca direttamente nell’anima: non va pensato”.

Tutto bene? Per me malissimo poiché non riuscivo a comprendere, in pratica, come si potesse concentrare simultaneamente il pensare, il sentire ed il volere.

Mi complicavo la vita già non molto facile, perciò accantonai la Meditazione per lungo tempo. Fu Massimo in persona ad estrarmi dalle ubbie in cui ero caduto.

Quando gli confessai che non facevo alcuna meditazione, non ci fece su una malattia ma si mostrò sinceramente stupito: “E’ persino più facile della concentrazione!”. Questa frase non mi convinse affatto. Lui si accorse della mia resistenza (o abissale incapacità) e decise di darmi una prova diretta della meditazione: la fece lui per me…in me.

Immaginate un grande disco di rame sospeso, fatto apposta per vibrare sonoramente, quello che viene chiamato gong.

Ebbene, Massimo scandì una sola parola e tutta la mia anima (pensare-sentire-volere) vibrò, come un gong centrato da un forte impatto.

Ciò durò sino all’ultima vibrazione. Poi Massimo, guardandomi, aggiunse: “Hai visto che è facile!” Rimasi in silenzio. Cosa avrei potuto dire?

Già! Per lui era facile e quello che era successo incredibilmente potente, ma assai meno per me…senza il suo intervento. Però aveva ragione e le strane problematiche che avevano incartato nella nullità i pensieri nel merito, e quello che più importa, paralizzato l’azione o, almeno, il tentativo, persero di colpo ogni diritto di asilo.

E’ vero! La Meditazione è semplice e facile, sempre che si abbia raggiunto il minimo dei requisiti…e non si cerchi di aggiungere, complicare o barare.

Rileggete la seconda frase riportata sopra dal testo di Scaligero: ecco che taluni, evocata nella coscienza la frase o l’immagine meditativa, cercano subito di tirar su dalla zona del sentimento un qualcosa che possa, in un certo qual modo, nutrire il contenuto evocato. E’ un errore comune.

Uno…due: si compiono così due atti e il secondo non dovrebbe neppure iniziare.

Peccato veniale se si sbaglia per imperizia, piuttosto grave se si continua nell’appiccicare sentimenti al tema.

Bisogna prendere la strada più breve: si evoca un contenuto, anche breve o brevissimo (es: Siate desti! Oppure: Il coraggio!) e si permetta che l’impressione, forse anche minima, come un lontano diapason, vibri per virtù e impressione propria.

NON C’è ALTRO DA FARE; NULLA DA AGGIUNGERE. E’ IMPORTANTE CAPIRLO.

Quando la minima eco interiore che fu accesa dalla parola o dalla frase, si spegne del tutto, l’operazione può venir ricominciata. Forse ora l’impressione animica sarà minore…e se poi manca del tutto l’esercizio è concluso. Per chiudere completamente l’Opera, è meglio dedicare una brevissima frazione di tempo al Silenzio, quello che non rifletta alcun nostro turbinio, sia nel pensare che nel sentire.

La Meditazione non ha limiti: oggi una parola e domani la sintesi delle condizioni dell’Antico Saturno, le immagini di Giovanni sull’essere cosmico del Verbo o alcune delle parole che Krishna mormora ad Arjuna prima del conflitto.

Ognuno fa quel che vuole, poi anche qui, in linea di massima, il consiglio è di non mirare subito a mantra lunghi e complessi. Il “più è meglio” funziona assai male. E’ una questione di sensibilità e buon senso: meglio iniziare con poco, per poco, infrequentemente e senza pregiudizi o tentazioni irragionevolmente positive verso “oggetti” che stanno sugli altari di tutti gli addetti ai lavori.

Sorge invece l’esigenza di meditare, a poco a poco, le righe degli scritti fondamentali di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero: il “leggere” diventa del tutto insufficiente.

Per i forti potrebbe valere anche l’errore perfetto, come la frase che il fu Attila scrisse verso la fine di Eco-forum: “La luna è di formaggio”.

In questo ultimo caso usiamo l’arbitrio di Lucifero, come l’eventuale esattezza e concordanza con la realtà sensibile nella ricostruzione dell’oggetto per la Concentrazione l’abbiamo tolta ad Arimane.

Ecco: qui toccate con l’anima ciò che può essere usato a nostro favore dalla potenza degli Ostacolatori e si può intendere che queste operazioni occulte non sono uno scherzo, come l’Io debba essere davvero desto e presente durante tutto l’esercizio.

L’abitudine alla Meditazione, col tempo, diventa un organo dell’anima e  a questo punto qualsiasi cosa può diventare oggetto di meditazione: la parola di un amico, la fisionomia di altri esseri umani, l’albero che giganteggia davanti a noi, il riso di bambini che giocano, la luce di un raggio di sole che si riflette su una pietra…

L’abitudine alla Meditazione, col tempo, ci assorbe in un quid interiore che avvertiamo nettamente più reale della realtà comune, avvertiamo l’eco di un linguaggio che ogni cosa pronuncia, avvertiamo di essere sulla soglia di una realtà più vera.  Avvertiamo concretamente il senso del Sacro.

Il sensibile che è morta immagine, la parola che è stanco suono iniziano ad integrarsi ad una sostanza di profondità. Nella quiete dell’anima, più si va dentro in queste silenziosi impressioni e più il cosmo annuncia la sua vita, che è anche nostra.

SCIENZA DELLO SPIRITO

EQUANIMITA' E DINTORNI

bilancia

Sembra che l’approccio disciplinare verso la sfera del sentimento sia ancora più ostacolato e confuso di quello che dovrebbe essere l’esercizio di fondamento ossia la Concentrazione, anche quando essa sia vista riduttivamente soltanto come una decente padronanza del mondo dei pensieri senza l’assistenza delle cose sensibili.

In Eco scrivo volentieri riguardo l’asse operativa che si costituisce tra pensiero e volontà e che, sebbene un po’ alla buona (però non c’è limite alla sua intensificazione), può essere interpretata, almeno finché non si sia capaci di…sopravvivenza nella vera Concentrazione, come la risultanza del potenziale che si sviluppa nell’interazione tra il I ed il II dei cinque esercizi ausiliari (controllo del pensiero e atto puro).

A dire il vero, non faccio mistero del fatto di essere convinto che la Concentrazione sia completamente sufficiente per raggiungere la massima reintegrazione concepibile e concessa all’uomo di questo periodo storico e spirituale.

Basta che la Concentrazione non venga rappresentata come un liscio palo verticale:essa è piuttosto un albero con i suoi rami: se c’è l’albero (Concentrazione), crescono di pari passo pure i rami (il silenzio con i suoi diversi gradi, a cui segue un certo distacco dall’inerimento col sensibile che dà mobilità al corpo eterico che permette di cogliere il quid creativo presso le cose create: perciò l’inizio dei risultati della percezione pura, ecc.).

Ditemi se è poco! Inoltre è dalla Concentrazione che risultano altre eccelse attività dell’anima, come, ad esempio, la Meditazione e la Contemplazione che non vengono comprese o fatte male specialmente per la carenza di quanto si può formare nell’anima con la Concentrazione.

Ma questa era una parentesi, mia sebbene condivisa da altri amici che seguono la medesima pratica. Su Eco non è condivisa da tutti, ma restiamo amici lo stesso.

Ora ritorno ai cinque.

E qui poi le cose si complicano. Sempre che non si consideri l’”equanimità” come una sorta di placido e saggio atteggiamento cerchiobottista verso le opposte fasi della vita pratica. Ma per questo ruolo mi pare giochi molto il carattere e l’immaginazione personale, nella quale ci si veda come bonari arbitri che, stando alla finestra, sanno dare ragione a tutto e a tutti.

Questione di gusti…il solo “ma” è dato dalle grandi difficoltà che si hanno, che sorgono appena si tenti di far fare onestamente una virata “innaturale” al corso ordinario delle potenze dell’anima. Allora si avverte di essere entrati in zone pericolose, dove manca il terreno sotto i piedi e soffiano fortissimi venti contrastanti. Infatti i tentativi di dominare direttamente la zona del sentire che è condominio di possenti forze extra-umane di vita che ci subaffittano un certo uso, è pura follia: la zona toracica è intessuta alla corporeità che è per il soggetto ordinario una inavvertita sostanza di brama.

Tale brama non è avvertita, tanto che uno può giudicarsi assai poco bramoso di questo e quello, anche di ogni cosa, eppure è manifesta come è manifesto il bisogno di respirare: dal primo vagito all’ultima espirazione. Non a caso, nella Concentrazione profonda, nella meditazione profonda o nella contemplazione succede che il respiro si riduca al minimo e persino cessi per brevi momenti. Ancora oltre, esso cessa completamente poiché si accende il misterioso circuito della respirazione interiore. Swedenborg conseguì una vasta veggenza in concomitanza a tale accensione.

Se qualcuno ha letto le indicazioni del Dottore date per gli “Esercizi principali” della Scuola esoterica, ha potuto osservare come i brevi mantra da concentrare su specifiche zone corporee siano sostenuti da una specie di controllo del respiro, suddiviso in porzioni di tempo praticamente inverse rispetto al pranayama tradizionale e alle sue salutistiche traduzioni moderne. A rispettarne i tempi, specie nella seconda versione, ci si scontra con l’auto-soffocamento: lì avvertiamo in noi l’urlo incontrastabile della immensa potenza della brama di vita.

Il cuore delle discipline che riguardano il sentimento è sempre un prudente, progressivo e indiretto arresto del passivo sentire personale (perché lo sentiamo così prezioso? A causa di un equivoco: poiché è indissolubilmente intrecciato con la nostra percezione della vita, allora lo confondiamo con il fondamento di noi stessi e con la verità più assoluta).

In effetti l’impersonale sentire (il termine stesso indica una peculiare attività) è il grande organo di percezione: se liberato dalla deformante contrattura personale esso percepisce la vita dell’Infinito e le Forze e gli Esseri che a buon diritto agiscono archetipicamente nel cosmo. Come il raggio di un faro nel buio della notte, esso illumina lo “spazio” dello Spirito. E’ un organo elettivo di percezione dello Spirito.

Esso diviene attivo anche nei mistici, in cui non essendosi operata la netta separazione tra coscienza pura e personalità, tra potenza estracorporea del pensare e le forze organiche, diviene una capacità spuria, nella quale la visione obbiettiva e la vicenda personale (sensazioni e sentimenti) sono mescolate e sfrenate. Ciò al punto che, come in basso lo scoppio dell’ira ci porta via, così in alto, nel mistico, l’eccesso emotivo cancella l’Io dall’apice dell’esperienza.

Rileggete con attenzione le parole dello Steiner nei riguardi dell’equanimità: “L’anima deve soltanto arrivare a dominare l’espressione della gioia e del dolore, del piacere e del dispiacere”.

A meno di non atteggiarsi stupidamente imperturbabili, se si tenta davvero una simile disciplina, scorrerà del sangue (animico) per molti anni, prima di giungere a essere dotati dell’intima calma di cui il Dottore scrive in qualche riga successiva, mentre si diviene “più ricettivi di quanto prima non si fosse,per tutta la gioia e il dolore che ci attorniano”. E, per l’appunto, ciò non è possibile fintanto non ci si renda capaci di sollevarsi oltre il proprio astrale.

Scaligero consigliava di iniziare avvertendo l’irrealtà delle tragedie, commedie o farse umane, in maniera di separare quello che succede intorno a noi dal nostro sentimento personale, lasciando che ogni cosa possa scorrere secondo la sua propria dinamica davanti all’anima che vede ma lascia che tutto accada poiché così deve accadere.   Più che un semplice esercizio – pochi minuti e via – è un lento lavoro di separazione della luce dal fuoco che va fatto all’interno senza metterci le mani. La “separazione del sottile dal denso” dura tutta la vita.

Però è possibile ed augurabile fare dei fruttuosi tentativi, come scrive Scaligero nelle poche pagine di un libretto che circolò dappertutto (Massimo diede una lavata di capo ai zelanti amici che lo avevano stampato a causa del suo anonimato) in cui consiglia di dare un breve stop alla reazione emotiva. Pure ciò non è per niente facile, per la qual cosa sarebbe meglio prepararsi con brevi e vivaci immaginazioni di situazioni in cui rimanere distaccati, ossia non permettendo l’immancabile reazione. Del resto Scaligero mi disse che quasi tutti gli esercizi avrebbero dovuto essere preparati meditativamente.

Questa equanimità può essere avvertita come un impoverimento per la propria anima, però se viene compresa a fondo, non è rinuncia ma via di conoscenza: divenire tanto tersi da poter afferrare le forze che stanno dietro le passioni. Faccio il più classico degli esempi: finché aderisco col mio sentire al ossessivo attaccamento umano generale alla natura inferiore (Prakŗti), finché mi sento coinvolto e leso dall’ingiustizia, dalla falsità, finché prendo sul serio la cattiveria e le passioni altrui, rimango giocato dall’illusione. Che consiste nel fatto che non riesco a cogliere le realtà che mi vengono incontro, nella misura in cui la mia reazione cala un velo di cecità sui miei organi percettivi interiori.

Abituarsi dunque alla solitudine ed al silenzio, e da questa profondità dell’anima volgersi verso fuori. Osservare, con una crescente meraviglia ed indulgenza, la ferrea immedesimazione degli uomini, nella illusione rappresentativa. Sorge allora il senso della vanità dei sentimenti incontrollati ma, da un punto di vista diverso, controllatissimi perché obbliganti secondo leggi non dissimili dalle oggettive leggi naturali.

E’ vero che le azioni degli altri possono giovarmi o nuocermi, ma questo sempre più non è il motivo per il quale debba, per forza, provare dei sentimenti verso di essi.

Scaligero ricordava spesso una frase di Lao-Tzë: “Il saggio è buono coi buoni, buono coi cattivi” (questo non significa, come i superficiali pensano – ma che Bernardo da Chiaravalle ben sapeva e insegnava – che le carezze debbano sostituirsi agli sganassoni ma piuttosto che questi vengano somministrati con conoscenza e compassione commisurata all’energia del loro impatto)

Così, lentamente, i moti paralizzanti dell’ego vengono allontanati dalla sfera del sentire e la sua forza, non alterata, si ridesta come una potenza pura, originaria, in cui l’autocoscienza può espandersi. In effetti non più come “emozione” ma come “manifestazione di vita” del nostro essere, in comunione con enti celesti che operano magicamente nelle altezze e negli abissi cosmici della nostra anima e dell’Infinito.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CANI, UOMINI E BESTIE

                       cora sola                                

Il mio ultimo cane è una biondina, un po’ piccola per la sua razza, ma è leggera e veloce. Ora ha compiuto tre anni: dicono che ormai, rispetto al bambino lei resterà così, ma ciò non è vero, contrasta col fatto che impara sempre cose nuove. Magari per associazione.

Uno dei suoi più grandi divertimenti consiste nella lotta con i quadrupedi pelosi che ci stanno. Assisti ad un continuo intrecciarsi di corpi, zampe, zanne e code e devi schivarti spesso poiché un furibondo rotolamento di 60/80 e più chili può spezzarti una gamba. Può succedere che uno dei due sia irrefrenabile, più eccitato. Cosa si fa allora? Ognuno dei padroni afferra il proprio peloso e gli ordina il ‘seduto’. In meno di un minuto, già stanchi e soddisfatti, riprendono la loro attività primaria: immergersi nel  vasto e misterioso mondo degli odori.

Sono solo cani, perciò abbaiano poco, non si mordono per farsi male e rimangono amici.

E se non c’è amicizia? Qualche impercettibile segnale (un movimento della coda, il rizzarsi dei peli dorsali, un sordo ringhio) e ognuno per la sua strada.

Mi si domanderà: e quelli che abbaiano forte, che tendono il guinzaglio ed esibiscono una dentiera feroce? Lo crediate o meno sono una sparuta minoranza di cui, la maggior parte, nasconde solo paura. I cattivi sono pochissimi e sono tutti squilibrati. Ossia portano nell’anima gravi e irrimediabili ferite, sempre provocate dall’uomo.

Noi siamo un gradino più su, ma è un gradino importante e non perdo tempo a parlare dell’uomo ad antroposofi (poi preferirei parlare di cani o con cani: meno stress).

Allora chiedo a uomini e cultori di antroposofia: perché tanto astio tra personalità che vorrebbero o dovrebbero comunicare qualcosa, dare qualcosa?

Certo, i motivi ci sono e ci sono stati, con feritori e feriti, ma è davvero impossibile dominare lo spirito malvagio che trova facilmente giustificazione razionale, anzi, tutte le giustificazioni del mondo? E’ impossibile scrivere una frase che non stilli, freudianamente all’incontrario, biasimo su ogni cosa? E tanto meno è logico ritenere che il male provenga tutto da ovest ed il bene tutto da est? Chi affermasse ciò sarebbe da immediato ricovero. E’ impossibile per un antroposofo separare l’individualità col suo destino da eventuali pensieri che, da cristallini sono passati alla cristallizzazione, divenendo una gabbia per chi li ha pensati?

C’è persino qualche ossessivo…professionista che generalmente nuota in acque bassissime  a cui non dispiacerebbe respirare, fingendo nobiltà di sentimenti, l’odore del sangue (degli altri, beninteso).

Beh, anch’io ho sempre ritenuto più coerente la civiltà che dirimeva gli oltraggi con la spada o la pistola: non ditemi che coerenza e coraggio (anche a rischio di vita) siano miserabili difetti mentre valanghe di insinuazioni e maldicenze siano preclaro esempio di virtù.

Non ditemi che spruzzare getti di moralismo a parole su altri esseri umani che hanno un punto di visione diverso, un carattere diverso, e allestire lo spettacolino con esibizioni di virtuosità finta come un fondale per marionette, sia nient’altro più che miserabile.

E’ una fissazione questa, di inforcare lenti monocromatiche per obbligarsi a vedere tutto sotto una sola, personalissima, luce colorata.

Sembra che l’arena esoteristica sia la continua dimostrazione del pensiero leviatanico di Hobbes.

Una cosa sola m’addolora profondamente: vedere il Dottore usato come zerbino o trattato da cavia di vivisezionatori dilettanti (per diletto).

Potete anche non credermi, io posso solo darvi la mia parola che è vero.

Arrivo al concreto: ognuno a suo modo, incontra l’Opera del Dottore, poi legge: diffidente o con grande apertura, comprendendo poco o molto, trova affermazioni che lo scandalizzano o riempiono di gioia la sua anima. Ognuno a suo modo.

Ma poi, se possiede un briciolo d’autocoscienza e d’attenzione, trova necessariamente in tutti i Testi indicazioni per una lettura più rigorosa di cui un’anima sufficientemente sana sente con maggior forza il bisogno.

L’Autore non gli chiede di credere a quanto scrive ma di pensare quei pensieri. Se guardiamo le cose con obbiettività, è l’esperimento necessario. In caso contrario saremmo degli sprovveduti che si fanno abbindolare da ogni Guru che passa (e ciò succede nella realtà quotidiana poiché i cialtroni sono innumerevoli e moltitudini genuflettono coscienza e anima con fedeltà canina, cioè ad un grado subumano che nel cane è bellissimo, nell’uomo no) e l’antroposofia – come in effetti lo è l’antroposofismo – sarebbe l’ennesima cialtronata “usa e getta”.

Se i pensieri della Scienza dello Spirito vengono davvero pensati succede che trovino ognuno il suo posto in un “edificio di pensieri” e ci si accorge che esso è capace di reggersi da sé. Sembra poca cosa ma osservate per un momento come tutto il mondo percepito deve reggersi su altro da sé: il bicchiere sul tavolo, il tavolo sul pavimento, eccetera. E nel mondo della cultura e del pensiero ordinario non cambia niente: tutto si riferisce ad altro che lo convalidi e lo sostenga. Nella religione abbiamo persino la “dogmatica” per mantenere fisse ed immutabili le colonne ed i puntelli. E chi crede di uscire dall’oppressione del sacro prefissato, spesso s’infila nel giogo delle Logge o delle chiesuole estemporanee…o al bar.

L’attività che l’anima applica nello studio della scienza occulta rosicruciana porta davvero alla dimostrazione  della sua realtà.

Poi si può anche confrontare questa impressione di realtà con le altre costruzioni di pensiero del mondo e si osserverà (forse con genuino stupore) che simile auto fondatezza non esiste in nessun’altra concezione di pensiero. Provai una sera a seguire con desta attenzione il discorso scientifico di un noto volto tra i fondatori del CICAP, l’organizzazione dalla maschera benigna…un tantino diversa dagli scopi meno palesi e e molto più oscuri. Bene! Anzi molto male! Rintracciai in quel discorso una impressionante e continua sequenza di affermazioni campate nel vuoto, senza alcuna base seriamente scientifica e senza nessi logici. Su Eco, ora, si parlava del gesuitismo, ma anche questi non sono mammole…

Nella sfera dell’attività che porta il pensatore nello studio della Scienza dello Spirito, valutare se c’è chi sa più o meno antroposofia è uno scivolone: se l’antroposofia è una esperienza consapevole ciò non ha senso. Anzi ha un significato trascendente per un ex gesuita che fa l’ antroposofo: ero presente quando si faceva conoscere e dopo nome e cognome, la sua pistola fumante era “Ho letto tutta l’Opera omnia”… (e una mentalità di questo tipo viene seguita ed esaltata da tanta gente).

Notate, prego, che non tiro fuori di tasca, trinità, deva o “cosa succede nei mondi spirituali”. Specie questi ultimi sono solo patacche.

Non credo serva incensare gli Immortali per trovare quel tenore di pensiero, d’anima e destità che  serve a pensare il pensiero come è stato plasmato in accuratissime parole dal Dottore.

Qualora tale pensiero sia stato veramente pensato si è anche sperimentato un ‘essere sé stessi’ un po’ oltre la inamidata e spesso rabbiosa reazione della personalità, quella più elementare e contingente.

Sono d’accordo sul fatto che l’anima non può mantenere elevatezze tutto il santo giorno: prodursi in simile atteggiamento significherebbe torcersi in una falsa immagine di sé stessi: una menzogna stabilizzata. Né sembra utile l’immane tentativo di modificare artificiosamente il carattere, anzi: prendere treni deviati su binari di sosta non porta a destinazione. In tali casi si dilapidano tutte le poche forze in atteggiamenti che consumano la sana spontaneità del tessuto interiore. Tutto già visto..e troppo spesso.

Ciò vale anche per l’hobby della demonizzazione dei caratteri di Tizio e Caio, specie se sospetto che non facciano quello che io faccio o facciano quello che io non faccio.

Però, ritornando a quelle esperienze di base sopraddette e che già non fanno parte del “sapere comune”, che già traggono anima e pensiero oltre il comune sensibile, non sarebbe forse possibile imparare da esse un minimo tenore interiore che si protenda verso il senso dello Spirito? Non sarebbe possibile la coerenza di rispettare e onorare (gratitudine) l’Autore che è stato capace di donare i pensieri che sono divenuti una direzione alla nostra più intima vita (anche se occorrerà tanto di più per intuire l’immensa grandezza sua e della Comunità Interiore a cui partecipa)?

E magari ricordarsi di ciò tra le mille difficoltà dei rapporti umani?

Difendere con forza le proprie idee, con ardore…ma tentando di rispettare l’individualità che difende le sue con pari energia. Se manca il minimo punto d’incontro, basta che ognuno vada per la sua strada con il meglio di sé: ricordatevi che se le idee si accendono a causa dello scontro, sono idee deboli: idee galvanizzate dall’adrenalina? Che cavolo sono?

Concludo il mio inutile sermone con poche righe  assolutamente serie.

Non si usino frasi del Dottore come pietre. Non le si frantumi fuori dal contesto. Non se le ritraduca come fossero secrezioni personali. Non si svilisca nel sapere straccione le  rivelazioni del sovra-umano!

Ciò non è accettato dai Mondi Spirituali che poco si occupano della superficie della vita quotidiana ma sono davvero severi per quanto riguarda quello che l’uomo riesce a fare con contenuti spirituali strappati dal livello d’appartenenza per interessi ben poco encomiabili.

Di sfuggita ricordo che tale abuso ottiene l’effetto inverso a quanto vorrebbe prefiggersi: è una ‘gridata’ manifestazione di infantilismo (e spesso di incredibile ignoranza strutturale) in personalità che si stimano adulte (poi nel campo che vorrebbe essere considerato esoterico, tra professori, iniziati e gran maestri, tutto ciò diviene solo un perfetto Hellzapoppin’).

Scusate queste dolèances, di cui Eco e i suoi commenti non c’entra per nulla.

Su queste allegre note, colgo, come si dice, l’occasione di augurare al mondo, insieme a Zeno Cosini, mio più famoso concittadino, una fine…scoppiettante!

ALTRO

IL RIASSUNTO

 la-tavola-imbandita

Cari amici,

dopo aver letto gli interessantissimi commenti di mittel e hugo, mi verrebbe, quasi, di nascondermi in qualche anonima spelonca per poter arrossire in santa pace a causa delle mie abissali ignoranze, anche se mi chiedo quale possa essere il motivo di tali conoscenze così ferocemente approfondite che potrebbero essere un astutissimo modo per allontanare da essi ogni traccia di sospetto…mah!

Rimando a tempo debito un giudizio e, giudiziosamente mi dedico ad altro tema con il quale ho costipato tempo fa una sezione di Eco.

Lì ritorno con una nota riassuntiva.

Perché? Perché ho notato che ormai, fin troppo spesso, spiritualismo fa rima con dieta e dietetica (no, non fa rima, ma è lo stesso così).

Non credo che sia una cosa troppo giusta, anche e soprattutto perché un discepolo della Scienza spirituale moderna dovrebbe giungere da sé ad una sensibilità animica tale da permettergli di percepire, da momento a momento, ciò che per lui è bene o male nel contesto dei cibi da assumere.

Mi sembra che le diete siano divenute una sorta di Decalogo a cui obbedire: dapprima i dieci comandamenti, poi il catechismo, ora l’alimentazione: una delle tante facce della “rettorica”, che si contrappone alla via dell’individualismo etico tracciata dalla Filosofia della Libertà.

Poi in definitiva, le diete più assurde sono spesso quelle che incontrano più favore…per rimanere nel campo dell’irrazionalità o della bigiotteria che pare più luccicante e fascinosa che la realtà.

Prometto che questo sarà l’ultimo articolo che, in un certo senso, è concatenato ai precedenti. Quello che potrebbe restare fuori da quella linea, a mio parere, ha a che fare con dettagli non troppo importanti nel grande disegno delle cose.

L’alimentazione non dovrebbe essere granché diversa dalla semplice applicazione individualizzata di alcuni principi fondamentali e fondati.

In ciò simile alla Scienza spirituale, quando venga compresa la chiave di volta di quest’ultima.

Oltre a ciò, i giochi di parole sul fatto che un alimento fornirà una condizione migliore di salute o, per esempio, una maggior perdita di grasso, è un classico esempio dell’andare fuori strada.

Essenzialmente, quando si è ben padroni dei fondamentali, si è fatto il 95% del lavoro: il rimanente non contribuirà molto ai risultati. Ciò è estremamente vero per le “integrazioni” ma è vero anche per alcuni dettagli alimentari su cui sembrano fissarsi i media per brevi periodi durante i quali fanno da grancassa a risultati “scientifici” che, nello spazio di pochi mesi, negano quanto avevano affermato poco tempo prima.

Per le stesse ragioni per cui alcuni si preoccupano se sia meglio fare o meno due minuti in più di meditazione, alcuni amanti della dieta si preoccupano a causa dei due punti di differenza nell’indice glicemico tra due nutrienti. Queste preoccupazioni indicano la non conoscenza di cosa sia l’alimentazione fondamentale.

In questo semplice articoletto voglio concentrarmi su un riepilogo di alcune indicazioni alimentari fondamentali. Fate queste cose in modo corretto, sempre, accompagnatele con qualche attività appropriata e sarete a posto.

Proteine

Tutti dovrebbero conoscere i benefici delle proteine. Vi sono, nel nostro Paese, parecchi che, in nome della dieta mediterranea, tendono quasi a dimenticarle.

Nello sport può invece capitare che si mangino più proteine di quelle che è possibile assimilare. In questi casi le proteine, anche se non causano problemi di salute (nulla indica che l’assunzione proteica sia dannosa per la salute dei reni, al contrario del “si dice che”) diventano semplicemente una fonte di calorie costosa, visto che l’eccesso viene convertito in glucosio.

Una assunzione proteica a due grammi o meno di peso corporeo, è più che sufficiente se le fonti proteiche sono di buona qualità come pesce, pollame, fagioli, latticini, ecc. Senza dimenticare che anche i vegetali le possiedono in piccole quantità.

Le polveri proteiche, in casi particolari non sarebbero inutili…se non stessero cercando di separarvi dai vostri soldi.

Grassi

Se c’è una cosa su cui quasi tutti si sbagliano, è l’errato tentativo di eliminare i grassi dalla dieta corrente. Abbiamo bisogno di alcuni tipi di grassi ma non di altri tipi.

La qualità dei grassi è molto più importante della quantità dei grassi.  In generale penso che dovrebbe essere assunta una quantità del 20% sul cibo giornaliero, proveniente da fonti salubri come l’olio d’oliva, semi, noci, ecc. Ciò è d’aiuto per fornire una quantità sufficiente di calorie senza esagerare. I grassi saturi provenienti da animali e l’olio di noce di cocco e del cuore di palma, dovrebbero essere tenuti al minimo perché sono associabili a problemi di salute (attenzione, poiché le Aziende, tolti i famigerati grassi idrogenati, li hanno sostituiti con l’olio di noce di cocco con la definizione generica di “olio vegetale”).

Carboidrati

I carboidrati possono essere sia sotto che sopravvalutati. In genere, in Italia, sono ampiamente sopravvalutati. Si tende ad assumerne troppi, specialmente quelli molto raffinati, spesso al posto dei grassi salubri.

Molti guru della dieta d’oltre oceano indicano nei carboidrati l’origine di tutti i mali. Ma queste diete (chetogeniche) non sono l’ideale per una vita sana. I carboidrati sono necessari per chiunque sia attivo e tanto più se l’individuo è intensamente attivo.

In generale, i carboidrati possono rappresentare il 50% della dieta. Di questa percentuale, una parte dovrebbe essere costituita da alimenti amidacei, come il pane, la pasta e le granaglie, e l’altra parte dalla verdura e dalla frutta ricca di fibre. Ciò assicura livelli adeguati di glicogeno oltre ad una assunzione di fibre e di nutrienti.

Frutta e verdura

Se c’è un’altra cosa in cui ci si può sbagliare è il non consumare una quantità sufficiente di frutta e verdure. La frutta e le verdure sono fondamentali per una alimentazione corretta. Non dovrebbe essere difficile mangiare cinque porzioni al giorno di frutta e verdure, cioè almeno due frutti e tre porzioni di verdure.

Una porzione di verdura non è grande quanto pensate: per esempio una tazza di verdure equivale a due porzioni.

L’alta assunzione di fibre terrà in salute il colon e migliorerà l’assimilazione dei nutrienti. Ovviamente, troppe fibre (oltre i 50 g al giorno) possono essere deleterie. L’equilibrio, anche in questo caso, è la chiave.

Acqua

Non lo ripeterò mai abbastanza: bevete molta acqua. Il minimo dovrebbe essere di cinque orinazioni chiare al giorno. Molte persone vivono di bevande gassate e caffè che non contano per l’assunzione di acqua. Conta invece il contenuto d’acqua del latte, della frutta e dei succhi di frutta.

La maggior parte delle persone è cronicamente disidratata, il che non è sano. Prendete una bottiglia d’acqua e riempitela e svuotatela 2-3 volte al giorno, a quel punto sarete sulla strada giusta. Alla fine diventa un’abitudine.

Stabilire le calorie

C’è molta confusione su come stabilire le calorie per obbiettivi diversi. Parte di questa confusione deriva dal fatto che qualsiasi equazione può essere solo una stima e non dovrebbe essere considerata una scrittura sacra.

Come ogni altra cosa della vita, l’assunzione calorica dovrà essere modificata a seconda degli obbiettivi.

Come regola generale, una assunzione calorica di circa 15 calorie ogni 0,5 kg è la dose di mantenimento. Per perdere peso (grasso), riducetela del 10-15%; per guadagnare peso, aumentatela del 10-15%. Dopo qualche settimana dal cambiamento, controllate i risultati e apportate altre correzioni, fino a trovare le cifre giuste per voi.

Frequenza dei pasti

Anche se francamente non ci sono grandi vantaggi nel fare molti pasti come pensa la gente (a parità di assunzione calorica), è sempre una buona idea farli.

Fare molti pasti più piccoli tende a smorzare l’appetito, evita il sovraccarico della digestione e rende più semplice consumare un numero sufficiente di calorie.

Tre pasti al giorno sono il numero minimo e tre pasti più diversi spuntini sarebbe meglio.

Perdere peso

Fondamentalmente perdere peso non è più difficile del guadagnarlo. Per costringere a mobilizzare il tessuto grasso, dovete mangiare di meno di quanto avete bisogno.

Tutti i programmi alimentari, indifferentemente da quello che viene detto, vi fanno semplicemente mangiare di meno (e muovervi di più), così il tessuto è mobilizzato per fornire carburante. Nessuna magia, solo semplice fisiologia.

Se volete perdere peso, riducete le calorie un po’ alla volta fino a che cominciate a vedere i cambiamenti. Poi mantenete quell’assunzione calorica fino a che vi fermate e poi riducete ancora un po’ di calorie. Fino a che la vostra energia non diminuisce non state perdendo muscolo ma solo grasso.

Normalmente si consiglia di ridurre i carboidrati amidacei perché anche una piccola riduzione (un panino al giorno) può ridurre sufficientemente le calorie da causare una perdita di grasso. Poi vi sono approcci più estremi come La Zona o le diete chetogene.

Ma, per attivare la perdita di grasso, iniziate sempre con i cambiamenti più piccoli e più semplici che potete fare. Un sano aiuto per la perdita del peso è di aumentare il lavoro aerobico, come passeggiate veloci. Oppure buttatevi da una rupe e volate con un gran battito di braccia.

Quanto ho scritto vale per l’individuo sano e di media età. Deve essere chiaro che situazioni diverse possono o devono comportare indicazioni particolari. Quanto ho scritto sulle calorie abbisogna di tabelle per gli alimenti più comuni: esse sono di facile reperibilità (le trovate anche nei libri di cucina). Per approfondimenti ritornate agli articoli precedenti e se proprio non vi interessa, passate avanti.

SALUTE

Così è anche se non pare

 marionetta

 

Qualche mite pensierino, mentre i sistemi metabolici, proprio in giorni di festa, sono costretti agli straordinari…ma anche questo va bene: coscienze abbassate come saracinesche.

Così posso dire quel che mi pare e piace (magari!). Se potessi farlo sarei immediatamente bandito dal Giardino di Eco dall’implacabile Amministrazione con catastrofiche conseguenze per molti di voi poiché il terribilissimo Mangiafuoco, liberatosi dall’ultima catena, si papperebbe le anime belle, le anime pie e le anime stolte. Insomma, restereste in pochi…comunque bollati e dannati ora e sempre dal giudizio del Mondo.

*

Sarà perché le diversità tra gli uomini sono grandi e poi perché pensieri e parole non sfiorano nemmeno un percorso così intimo, solitario e variegato qual è il gesto ascetico di pensiero. In sede d’apprendimento o di giustificazione logica già sembra che ci sia di mezzo una variante della maledizione di Babele, dove ogni voce sgomita per esprimere i giudizi o i vagiti più insensati o stravaganti.

Però la polifonica più stonata appartiene ad un limite decisamente basso, ipogeico e decisamente superabile: non si tratta, come vorrebbero le linguacce, di acritico accoglimento del verbo di chi, affascinandoci, per intrinseca debolezza umana poniamo sul trono del magistero.

Però è interessante che proprio chi pensa in questo modo è, di regola, succube dei tromboni che a paludarsi da professori, maestri e iniziati di quinto grado, con l’astuzia dei ruba galline, ci marciano e ci mangiano a crepa panza secondo la natura della filiera alimentare darwiniana.

Al contrario, il solo avvicinarsi alla disciplina del pensiero, implica un grande sforzo di conoscenza e di volontà: la “persuasione” michelstaedteriana necessaria per osare un passo nell’Opus solare può, per molti, essere il primo risultato di un lungo (parliamo di anni o di tanta polenta) e sofferto incontro a schiaffoni (e altri tormenti: già la vita comune ce ne offre con lieta abbondanza) con la propria anima, assieme a quel briciolo di logica che viene usata per connettere qualsiasi cosa ma mai quale possa essere il suo significato per la coscienza da cui sorge: non ce ne accorgiamo ma è il primo seme di quella impersonalità che non è vuota parola  e che anzi, seppure ad intervalli aritmici, è una delle colonne fondanti della verità oltre la meschinità personale che, prima, era l’unico nostro mondo.

Certo, occorre l’aiuto, la trasmissione. Qualcuno che sia desto per scuotere gli addormentati.

E, come tutti sanno, nemmeno questo è sufficiente. Piaccia o meno, a monte della nascita, deve esserci stato un accordo o un legame che le dissoluzioni non possono disarticolare: un nesso sacro, adamantino.

Questa immagine non piace al soggetto ribelle (anche se essere ribelli è spesso una ottima attitudine), quello che si crede coi piedi ben piantati, che non vuole legami e aiuti: un modo di sentire e di pensare (di essere) che sarebbe rispettabilissimo se fosse puro e sincero: peccato sia spesso un’astrazione, quasi sempre sostenuta da una congrua dose di miopia, ignoranza e insincerità.

Al punto che ogni tentativo di fornire a questa orgogliosa condizione dell’anima, idee, spunti di riflessione, angoli d’osservazione non usuali, è fatica sprecata.  Eppure nella realtà comune il contadino che seminasse su lastre di granito e attendesse lo sbucare del grano sarebbe un pazzo.

In effetti qui incontriamo un’altra delle leggi che governano i “mondi superiori” e, come in alto così in basso, pure il nostro (in quanto mondo di anime): si comprende davvero solo quello che già si sa, che in qualche modo è stato sperimentato anche se in forma diversa e inconsapevole.

Non è una regola volatile, cambiata dal tempo in cui Platone identificava la conoscenza con il ricordo.

L’obiezione che non potevamo ricordarci di questo o quello poggia sul ridicolo assunto che nell’archivio della coscienza non c’era.

Immaginate una sala più grande di 100 stadi di calcio e, da qualche parte metteteci una candelina: illumina intorno a sé una periferia ridottissima, poi solo ombre indistinte e un buio immenso. La candelina è la nostra autocoscienza e nell’immenso buio opera l’anima nostra. Mi pare che il Dottore dica, con un filo d’umorismo, che se la vita del nostro essere dipendesse dalla personale coscienza desta, moriremmo in un amen.

Il dottor Colazza, collaborando spregiudicatamente nel gruppo di Ur, offre allo studioso molti consigli e indicazioni pratiche. Alcune delle quali volte a potenziare il senso del ricordo.

E’ improbabile che ne sia stato fatto un serio uso.

Eppure la vita del ricercatore assumerebbe una notevole e diversa dimensione se l’atto del sapere fluisse nella coscienza come un intimo ricordo – sebbene sconosciuto –  della nostra propria anima: l’effetto collaterale consisterebbe nell’embrionale ma certa consapevolezza dell’immensità che l’anima cela nella tenebra: oltre i bordi della coscienza desta, da cui al massimo sbucano frammenti di sogno che spesso non hanno né capo né coda ma da cui molte anime attingono speranze e vaticini.

Mi sto già portando troppo in là, poiché anche quello che in buona fede si crede di sapere non è mai vero che sia scontato.

In realtà tutti hanno ragione, specie quelli che non si avvicinano alla concentrazione: nessuno andrebbe spinto a farla. Sfido io, non è mica la scelta del colore dei calzini!

In tanti casi è l’approdo dopo un lungo viaggio sul mare. Può iniziare solo quando altre avventure hanno terminato di farci palpitare, quando la barca di molte illusioni riprende il largo senza di noi.

Naturalmente esiste una via più veloce e diretta, ma implica un surplus di sforzo e coraggio e l’intuizione sacra della necessità dell’azione nel punto dove il terreno sotto i piedi sembra mancare: si apre un baratro nella vita e finalmente o ci si ammazza o si salta!

E’ un’azione maledettamente obbligata: da Pitagora alla Golden Dawn, da Patanjali a Steiner, da Tilopa a Scaligero, da Ramakrishna a Reghini, non trovi uno che in salse diverse non l’abbia indicata come il gradino iniziale della Grande opera di reintegrazione nello Spirito.

Questo valeva anche quando il transito dalla percezione della materia sensibile al mondo della vita creante era, per molti versi, piuttosto facile. Però, come ho detto, è atto differibile se siamo alle prese con situazioni ed eventi che assorbono ancora tutto il nostro essere: cullato o affogato nel suo saṃsāra.

Poi la corrente mahayanica e successivamente il tantrismo scoprirono che l’ascesa e la liberazione non implicava il distacco dal divenire… dentro le cose c’è la Shakti che le fa essere, nella maya c’è la Shakti che la sostiene per noi imbecilli…

Noi, storicamente e strutturalmente siamo andati avanti: ci siamo spinti più avanti, anche se prendendo una montagna di fischi per fiaschi. Per i tradizionalisti questa “evoluzione” è una fregatura bella e buona, poiché a ragione, vedono il peggio: la decadenza e la morte dell’antico splendore, il Caos dove regnava l’ordine del Cielo.

E’ davvero difficile, per chi sia compiutamente incarnato e dotato di buona vista, trovare qualcosa che, ai nostri giorni, possegga il carattere del bello, del vero e del buono a cui tuttavia le anime umane anelano…sempreché non ci si accontenti della giornata trascorsa senza troppi danni.

Oppure, nel campo dello Spirito, quando si trovi un borghesissimo equilibrio tra l’asprezza lacerante della realtà e appaganti comunelle in cui, con o senza tè e pasticcini, si chiacchieri di profonde verità spirituali che appagano con l’aiuto del comfort, menti e cuori.

E’ l’immensa saggezza dell’equilibrio tra una vita tranquilla ed il moderato esercizio interiore: così tutto è stimolante e facile (gradevole) alla digestione, come affermava una vecchia pubblicità e la sensatezza trionfante.

Gli asceti – quelli che danno testate ai bastioni di pietra dura – non andrebbero nemmeno commiserati. Andrebbero abbattuti, come tutte le bestie stupide e fastidiose poiché cozzano continuamente contro gli ostacoli impossibili. Insistono senza speranza (Rudolf Steiner usa la parola “rassegnazione”). Tutti gli spiritualisti di buon senso dovrebbero convenire che una rassegnazione attiva, imprudente, che non molla, che non molla mai di dar testate, è più scandalosa di un bestemmione rimbombante in una chiesa.

Eppure mi chiedo (stupido come sono): “Cosa potremmo fare senza la concentrazione?”.

Se il termine, troppo ripetuto, finisce con l’irritare, possiamo anche sostituirlo con “attenzione polarizzata” o con l’esotico tatraka, termine ambiguo perché comunemente si traduce con “fissazione” (ma il bello dei termini in sostanza intraducibili è che possiamo ritradurli a piacere nostro). In fondo ci alleniamo a far convergere tutte le potenze interiori verso una semplice immagine di pensiero, preparandoci prima con un percorso discorsivo breve, ma voluto. Riscaldare muscoli, stirare tendini è cosa ben conosciuta in tutti gli sport, assai meno nel tentativo occulto.

Già, cosa potremo fare senza la capacità di portare l’attenzione polarizzata su qualcosa per più di un mezzo respiro? Ovviamente niente di speciale…ma la natura aiuta e si campa lo stesso. Però in questo caso, se esisteva nel vostro cuore uno speciale ricordo, una vampa di nostalgia per lo Spirituale che chiedeva di rafforzarsi, di farsi sentire anche oltre, correte pure in chiesa o nella loggia o nei gruppi: lì troverete un po’ di soddisfazione, forse troverete qualche sintomatico che attenua il “morso del serpente”. Quasi certamente il prezzo da pagare sarà l’inganno: ingannerete voi stessi e il mondo. Così vanno le cose: ciò che non si tenta di attuare è tradimento: molti discepoli hanno tradito il Dottore, molti amici hanno tradito Scaligero.

Ma quello di molti è un tradimento lieve, anzi è cosa da poco, quasi incolpevole, poiché gestito da un pensiero lieve, superficiale…che rimase superficiale con tutto, su tutto. Come una fogliolina, staccata e leggera, che  portata dal capriccio del vento, sfiorò ogni cosa e volò subito via: senza volere e senza valore.

Mentre ruffiani e prostituti sono emersi dal fondo, come bolle di metano. Attivissimi nel depredare o nello scalare le vette ove le corrispondenti funzioni avrebbero dovuto essere di severo sacrificio di sé. Le sparse mandrie applaudono a cotante, iridescenti e puzzolenti bolle, volgendo (talvolta) con malcelata antipatia occhiate interrogative agli insignificanti operatori. Vedono molta arroganza, presunzione, esasperato individualismo…insomma nulla di buono nella dichiarata ossessione di questi ultimi.

Tutto comprensibile, poiché la mandria non concepisce la singolarità, la spoliazione animica, il distacco interiore (interiore!)……in cui gli asceti  trovano, con la Concentrazione a lungo perseguita, lo spazio vuoto d’anima, dove la Forza dell’Universo può manifestare la propria realtà di vita-luce o (almeno) annunciare l’alba del Sole Vittorioso.

SCIENZA DELLO SPIRITO

BATTI 5…SE HAI CORAGGIO.

concentra

Per l’individuo che parte da una oscura reminiscenza prenatale e giunge ad una certa chiarezza di coscienza la “presa diretta” indicata dalla dea Ragione (che non va confusa col razionalismo) è il sadhana. Chi pratica è un sadhaka. Uso questi termini, chiaramente non antroposofici, poiché ci sono pure coloro ai quali si attorcigliano le budella se leggono la parola ‘ascesi’ – Steiner non l’ha detto – e forse così saranno più tranquilli e diverranno più buoni.

Un tempo venivano considerate (con una certa dose di buon senso pratico) tre situazioni, tre categorie di uomini che praticavano qualcosa sul sentiero della Conoscenza (la quarta, quella dei deliranti, non era prevista o considerata): il principiante, il proficiente ed il provetto. Gli ultimi due si supponeva che avessero atteso ai preliminari nel corso di precedenti incarnazioni. Per essi non erano necessari altri strumenti fuori dalla pratica meditativa: il distacco dalla fiumana dei pensieri e l’arresto delle funzioni mentali inferiori.

Dopo secoli che il sacro insegnamento era stato assimilato per opera dei grandi Traduttori, i maestri dell’Impero di Mezzo, vedendo – già a quel tempo – il pericolo della discorsività fine a se stessa, portarono Conoscenza e Trasmissione ad una essenzialità talmente ridotta in cui la fase analitico-discorsiva si consumava nel momento intuitivo e non passava oltre.

Un esempio a caso? Eccolo: “Un monaco chiese a Yun Men quali fossero gli insegnamenti di un’intera vita. Yun Men rispose: Una affermazione pertinente”.

Questo, più o meno, era quanto doveva bastare.

Prima di annoiarvi troppo vorrei sottolineare che il sadhaka dei tempi nostri trova (può trovare) un certo equilibrio tra la laconicità di Yun Men e le necessità della vita…purché sappia evitare lo squittio sorcino del “parler pour parler” almeno per quanto riguarda le discipline e naturalmente le discipline stesse.

E’ un problema grave parlare di ciò che non si sperimenta o non si conosce? Cosa induce individui a schizzar giudizi o improprie saggezze tre volte per settimana su una Scienza dello Spirito, di fatto sconosciuta, dimenticata o tradita? Problemi psichici o carenza di tosti esami medici? Perché si continua senza riposo ad ammaestrare con indicazioni fantasiose e/o sminuire la portata (enorme) dei cinque ausiliari? Oppure darne la valutazione che va d’amore e d’accordo con l’esorcizzazione delle cose serie secondo l’indirizzo antroposofista degli ultimi cinquant’anni anni se non di più?

Il sadhaka dei nuovi tempi è già atleta paolino se riesce a nuotare controcorrente tra gli infidi scogli del malato personalismo.

Poi inizia la pratica dell’eroismo con i semplici gesti dell’azione interiore. Deve avere buoni muscoli e cuore ben difeso, poiché, grosso modo, ogni cosa che fa è in contraddizione con le azioni umane generali e gli spiriti che spingono le tendenze modaiole del tempo.

Prendiamo ad esempio il primo dei cinque ausiliari, conosciuto come “controllo del pensiero”. Nelle opportune sedi vi diranno che è solo ‘igiene dell’anima’ e già da subito tentano di fregarvi sapendo dal subconscio che quarti di verità fanno più danno della menzogna. Oppure vi consiglieranno di fissare accuratamente l’oggetto cum oculos, dimenticando che il compito dell’esercizio è, al minimo, di “pensare obbiettivamente per virtù di forza interiore” senza essere “dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi” (sto indicando fatti che accadono davvero, qua e là, non mie cervellotiche deduzioni).

Vi diranno di fare l’esercizio in tre minuti (non è una novità come qualcuno crede; è invece vecchissima e risale probabilmente ai tempi in cui le direttive di Albert Steffen, usurpatore a Dornach, avvelenarono la salute cagionevole di quattro quinti dei gruppi europei). “Riguardo la durata della concentrazione…l’effetto è tanto più forte quanto essa può diventare più serena e più intensa. Vi è tuttavia uno speciale senso interiore, che si sviluppa per virtù degli esercizi stessi, che insegna allo scolaro la giusta misura a cui deve attenersi.”

Vi parleranno di rilassamenti corporei (e magari di training autogeno) mentre la “natura di tali processi dell’anima non si differenzia, per la sua qualità da ciò che avviene quando si svolge un sano pensiero o un giudizio. (…) Tutto ciò che a tale riguardo si comporta in modo diverso, non è vera disciplina spirituale, ma soltanto una sua deformazione.”

Vedete amici, i virgolettati sono di un testo base di Rudolf Steiner (La Scienza Occulta, V Cap.), non miei. Mio è solo il tentativo di mostrare che non viene letto e compreso nemmeno il terreno di fondamento dell’antroposofia…mentre si gonfiò come una sanguisuga l’antroposofismo bastardo e corruttore.

I cinque esercizi “sono indicati come metodi della disciplina occulta perché, se vengono eseguiti coscienziosamente, producono non soltanto i risultati immediati sopra descritti, ma indirettamente creano molto altro di utile per il cammino verso i mondi spirituali.”

Vi ricordo che soltanto Massimo Scaligero li chiama, senza timori di botteguccia, con il nome più pertinente: “Regole iniziatiche”.

Verissimo, poiché già con il controllo del pensiero, non privo di enormi difficoltà, inizia il combattimento tra l’io e l’astrale inferiore (radicalmente ed aristotelicamente, tra la potenza del Principio e l’azione del riflesso infero degli Ostacolatori).

Se qualcuno vi dice: “Ma è solo il pensiero” non rispondetegli nemmeno. Perché è stupido o bugiardo. Ogni pensiero voluto modifica tutta l’anima. Riaccende la volontà e domina quel sentire che non è altro che reazione animalesca e sognante al percepito o al rappresentato.

Ogni pensiero deliberatamente voluto, nonostante la ribellione del corpo, dell’anima e degli istinti mascherati da rappresentazioni di pensiero, è atto di coraggio e di morte. Coraggio poiché attinge a quella corrente immessa dal Logos nel cuore umano. Morte poiché si forma indipendentemente e oltre la propria personalità, virtuosa o viziosa che sia. E’ lei che soffoca, che si sente morire. E scalcia di brutto.

Eticamente è l’atto più morale che possa scaturire nella coscienza umana poiché l’io impotente è sempre quello che giustifica l’istintività corporea attraverso un astrale che domina l’ordinario del volere, del sentire e del pensare sino alla forma logica di questo. L’insistenza ed il rafforzamento del pensiero voluto dall’io restituisce all’uomo la giusta gerarchia di Spirito, anima e corpo. Solo a partire da questa disposizione l’agire potrà essere considerato davvero umano (etico).

Questo lo dico, poi lo ridico, lo ripeto, credo lo abbia digerito pure il mio portacenere…ma sembra dar fastidio o repellenza: credo che ciò abbia terribili radici in esseri che si sono abbandonati agli dei oscuri.

Con tale operazione, minimamente realizzata, si forma nell’anima uno “spazio vuoto” oppure una “zona di Silenzio” immune dalla personalità particolare, che permette al sadhaka gli ulteriori esercizi e non frivoli atteggiamenti contrabbandati dall’anima. Mi riferisco in particolare all’equanimità e alla positività. Comprendere che essi portano a reali modifiche di coscienza è possibile soltanto a chi sperimenta tali modifiche. Gli altri ragliano alla luna.

A parlare così si becca, nel migliore dei casi, l’infamia di un atteggiamento “aristocratico” inteso naturalmente come insulto.

Ma chi s’è formato, non dico col buddhismo, ma con l’occidentalissimo Aristotele, non vede in ciò alcun insulto. Se poi ha realizzato un microscopico “spazio vuoto”, dei torcimenti della psiche, fossero alti e possenti come cattedrali, non gli importa nulla.

Il ricercatore, se operativo, vive, almeno qualche volta, in condizioni di consapevolezza sovrarazionale, e buona parte del suo sforzo complessivo riguarda il raggiungimento di condizioni più vicine alla realtà dell’Essere che alla contingente inessenza delle fugaci, edulcorate passioncelle e delle rispettive rappresentazioni.

Avete letto? Parlo dei “cinque” esercizi poiché, un tempo si parlava così: sembra strano ma è già un sintomo. Poiché un tempo, quando gli antroposofi facevano davvero gli esercizi, sapevano, per diretta esperienza che il sesto si attuava praticamente da sé. E l’abitudine invalsa ora di definirli come “sei” è certo una cosa filologicamente molto corretta, specie se gli “esercizi iniziatici” rimangono ben attaccati alle pagine dei libri…

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONSIDERAZIONI

 CastelDelMonte

Un mio vecchio amico ha scritto sul glorioso mensile L’Archetipo, l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi della Concentrazione.

Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene poiché ha calcato sul tanto, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati verso il minimo.

Naturalmente i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che così non è, che così non può essere e che, se qualcuno parla così, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato da agenti nemici.

Questo perché, anche sul gradino più elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero: già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti, i sistemi, sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.

Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi al canottaggio… e così via. Sembra logico ma non è vero: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei l’influenza per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, ecc.

Questo perché il corpo è un insieme interconnesso e non v’è organo che venga sollecitato separatamente: non v’è per il fegato un lunedì di lavoro e il martedì di riposo (come tutto sia “collegato” lo si vede persino nel cadavere aperto in sala settoria, se lo si osserva spregiudicatamente).

Nell’anima, le forze sono ancor più frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.

Tutto l’uomo interiore interviene in un atto così tremendo com’è la Concentrazione (nemmeno la coda ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire…mentre il sentire vero si libera dalla tenebra che lo imprigionava.

La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, così essa azzera il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose delle brame e comincia a far nascere nell’anima questa terza forza che mai l’uomo aveva conosciuto. Il volere è la spada leggendaria che nessun “ego” mai impugnerà e brandirà, mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo.

Mi sa che le persone hanno una fifa nera solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo si reclama a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te…sono dolori e si molla.

Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: “Maestro, sono diventato scemo!” “Perché? Cosa ti è successo?” “Maestro, non penso più!” Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. E ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto.

Dunque, se uno non ha avuto per destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare quei cambiamenti desiderati, ma con minore intensità e sensatezza del bambino che vuole la luna.

Questa non è una critica ad un amico, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate pagine. Ad esempio, quando scrive di varianti per generare più intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho scritto in un commento, cioè che la tristemente famosa immagine sintesi è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale) si dimentica del consiglio più semplice e rude.

Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli più attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e si lamentavano con Scaligero che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero potuto ripeterlo più volte.

Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che la “saturazione” non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi.

Naturalmente, chi è furbo come una volpe, cambia spesso l’oggetto…per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio esse a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, proprio come i muscoli che si rafforzano combattendo resistenze progressivamente più elevate.

No. Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stato ripetuto cento o mille volte.

Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal principio alla fine dell’esercizio.

Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovranno essere inderogabili.

La prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio, più volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso.

La seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto collana di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.

Questi due sono per lungo tempo, intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima più determinazione e secchiate abbondanti di pazienza.

Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata dall’età del ciuccio. Sopravvive in noi la strana visione che una via iniziatica sia simile a via Mazzini: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è una aspra gradinata, invisibile agli uomini, che parte dalla terra per giungere a Tir-na-nÓg.

Perdendo un pezzo di sé ad ogni gradino: qui perdendo si diventa più forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo: non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.

Il mondo dello Spirito manda i suoi Messaggeri: essi ci invitano ad abbandonare la nostra vita…non la vita di ogni giorno ma la vita stessa. Solo chi muore in vita può entrare vivo nel Santuario dello Spirito.

La Concentrazione indica il percorso più rapido e trasparente su tale via.

Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: basterebbero tre minuti…

SCIENZA DELLO SPIRITO

Spaini a Gentilli

lettera

Spaini a Gentilli

Campione, 18 novembre 1948

Caro Gentilli,

Ho letto sul Goetheanum (la Rivista che veniva pubblicata) del 10 ottobre, il ”Sogno” pubblicato da Albert Steffen, nel quale, in una immagine appena velata e chiaramente riconoscibile, la Signora Steiner ci appare come la portatrice dell’Arabismo nella Società, in opposizione al puro cristianesimo rappresentato dallo stesso Steffen.

Finalmente ci troviamo davanti ad un documento che ci permette di formulare un giudizio sul suo autore.

Infatti, o questo “sogno” è stato pubblicato ad arte per suscitare nella Società Antroposofica un’atmosfera favorevole all’espulsione della Signora Steiner dalla Presidenza, e – in questo caso – ognuno può giudicare della moralità di una simile azione.

Oppure si tratta, come io ritengo, di una esperienza reale.

In questo caso la pubblicazione dimostra che il signor Steffen accetta senz’altro come verità qualunque sciocchezza gli venga incontro dal mondo spirituale, purché esalti la sua vanità.

Questa totale mancanza di discernimento prova, in ogni modo, la inettitudine del signor Steffen a presiedere la Società Antroposofica.

Cordialmente suo Marco Spaini

P.S. Trasmetto copia della presente al Segretario del Goetheanum

SCIENZA DELLO SPIRITO
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