LA SCONFITTA DELLA NATURA NELL'ARTE e DINTORNI

 delaunay-cgpparis

Nelle pitture più antiche è l’uomo che viene rappresentato, mentre l’ambiente circostante è fondale o accenno.

Scrive Rilke (Del paesaggio e altri scritti): ”Nelle figure dei vasi, l’ambiente, casa o strada, è solo nominato, abbreviato quasi, dichiarato solo con l’iniziale; e invece sono tutti gli uomini nudi, sono come alberi che rechino frutta e ghirlande di frutta, come siepi in fiore, come primavere in cui cantino gli uccelli. Allora era il corpo, lo coltivavano come una terra, si adoperavano attorno ad esso come intorno ad un raccolto, lo possedevano come si possiede un buon podere, la ricchezza da contemplare, l’immagine traverso la quale passavano in ordine ritmico tutte le significazioni, dèi e animali e tutti i sensi della vita”

Rilke fa risalire a Leonardo la scoperta del paesaggio: “ Guardare al paesaggio come a qualcosa di lontano ed estraneo, di remoto e astratto che trova in sé la sua compiutezza, questo era necessario se esso voleva diventare mezzo e occasione di un’arte autonoma…si cominciò a capire la natura quando non la si capì più: quando si capì che essa era l’altra parte, indifferente, incapace di accoglierci.”

Così l’uomo si distacca dal paesaggio proprio perché il paesaggio sostituisce la natura.

Mentre agli antichi bastava il nome, la menzione di “quercia”, “selva” per penetrare nelle corrispondenti associazioni, il paesaggio deve venir precisato, analizzato. Ma la sua esasperazione è la sua morte.

Il romanticismo è un tentativo di salvataggio di una natura stinta e come scrive Praz, scade nell’ingenuo espediente di una soluzione psicologica. Per cui si inscena “una violenta agitazione di umani petti con un soffiar di venti ed un tuonar di procelle”.

Così l’uomo del XX e del XXI secolo si trova, in genere, bombardato da raggi e rumori, a rimirare inquadrature fotografiche che appartengono più al sogno che al reale. Massiccia entra nelle coscienze l’industria del sogno con l’allucinazione cinematografica e televisiva.

Per non apparire troppo pessimista dirò che la luce è ancora gioia e conoscenza, la tenebra è ancora sciagura e tuttora ci afferra sgomento quando si contemplano gli spazi sconfinati.

Infatti l’illimitato, lo sproporzionato della natura post-copernicana sono il tema della poesia cosmica ottocentesca.

C’è un “ma” grande: per concorrere a giungere ad un universo di dismisure concorre il telescopio, come, col microscopio si disintegra la terra visibile. Certo, la tecnologia viene sempre considerata neutrale, però non è un caso che quando essa scende in campo vince sempre sull’umano.

Vediamo da vicino il doppio fenomeno: il telescopio ed il microscopio sono utilissimi ma introducono l’occhio (e la mente umana) in spazi siderali e vetrini dove non esistono forme consacrate e la coerenza delle immagini è data da convenzioni, da ipotesi. Si giunge ad affermare che ogni spiegazione del mondo visibile può essere soltanto rivelata dal mondo che è invisibile all’occhio nudo e se questo invisibile viene rivelato soltanto da strumenti, si instaura un mondo scientifico che demanda agli strumenti le causalità del mondo, espellendo da esso il divino, il destino, il senso umano dei moti celesti. L’uomo non è più un microcosmo.

Rimane la poesia, nei due precedenti secoli, che invita ancora a contemplare e seguire la natura, ma in disaccordo con la scienza, la società e l’economia. Languendo in quanto svanisce il senso d’armonia tra lo svolgere della notte nel giorno, di una stagione in un’altra: divengono cose da “degustare” come spettacoli e come spettacoli, alla fine annoiano.

Il precursore di Baudelaire, Pètrus Borel, proclama noioso che le foglie siano verdi e non violette o azzurre.

L’impressionismo, nello sforzo di stabilire un’armonia tra uomo e natura, si fonda sulla accreditata teoria della luce, accettando la frantumazione della natura, vedendola come mera funzione di vibrazioni.

Appunto: il mondo visibile a occhio nudo è rinviato ad un mondo invisibile, alla luce dello spettroscopio: gli impressionisti non possono che disintegrare il mondo nel momento in cui spingono la natura come fascio di pure ondulazioni. Peccato che, oltre una infinita pluralità di punti luminosi, l’occhio percepisca, di fatto, delle forme: vedo il vaso e non una spruzzaglia di puntini. Questi ci vengono “svelati” da strumenti ravvicinanti.

Un notevole passo di Proust illustra il vacillamento dell’occhio spodestato: “ Esistono illusioni d’ottica le quali provano che noi non identificheremo gli oggetti se non facessimo intervenire il ragionamento. Quante volte su una vettura non scopriamo una lunga strada chiara che inizia a qualche metro da noi, mentre abbiamo dinanzi un muro violentemente illuminato che ci ha dato il miraggio della profondità…questo disorientamento dei ragionamenti lo chiamiamo visione”.

Vi rendete conto di cosa dice? Magari una coerenza alla “visione” chiede solo che l’arte divenga delirio…o miseria: la natura è vinta!

Infatti “tanti sono gli artisti originali e altrettanti mondi abbiamo a disposizione…tale l’universo nuovo e perituro che è stato creato, e durerà fino a che la nuova catastrofe sia scatenata dal nuovo pittore o scrittore originale”.

Sorge un nuovo congegno sociale, si chiama “Industria culturale” in cui possa affermarsi il paradosso di Wilde: “la natura deve imitare l’arte, la regola dell’artista dev’essere non tanto di tenersi alle proposte della natura, ma di non proporle nulla che essa non possa, non debba tosto imitare” Gide, Journal des Faux Monnayeurs.

Mi pare che Gide dica semplicemente che l’artista deve fare cose che siano destinate ad essere accolte e divulgate attraverso i mezzi di massa, gli attuali media (sapete che volo basso).

Il dato biologico ancora resiste: la curva della temperatura del corpo segue l’arco che il sole descrive negli spazi, il sonno sopravviene dopo il crepuscolo per sciogliersi la mattina, di fatto il corpo
della donna soggiace al calendario lunare e la gestazione nei nove mesi corrispondenti alla distanza fra un solstizio e un equinozio, persino il linguaggio comune contiene le metafore tra cielo e corpo.

Ancora per quanto? Il corpo stesso inizia ad adattarsi alle condizioni industriali, nonostante la lentezza del processo: metamorfosi da mammifero a insetto sociale?

Se queste osservazioni vi sembrano poco divertenti, mi pare che il Dottore, in circoli riservati (come la Comunità dei Cristiani), comunicò previsioni a scadenza alquanto breve che potrebbero rovinare le notti dei ciecottimisti. Ora non si grida più nel deserto e farlo ad una massa sociale liquida (informe) che non vuole sapere di non sapere è tempo perso. Ci sono ancora, qua e là, individui. Ciò è grandioso, semi-divino. Il resto è rovina o non è nemmeno quello. La rovina emana una dignità particolare, un senso di arcana riverenza che si perde negli sciami di gite collettive organizzate.

Questo articolo è stato pubblicato in ARTE da isidoro . Aggiungi il permalink ai segnalibri. | Riproduzione vietata

10 pensieri su “LA SCONFITTA DELLA NATURA NELL'ARTE e DINTORNI

  1. I vostri articoli sono veramente molto belli e vorrei poter ringrazire con qualche intelligente commento ..mi frena spesso il sentirmi inadeguata per questo..volevo solo dire che stiamo vivendo e siamo testimoni di un momento cruciale, drammatico e che pur doveva avvenire eo preannunciato, di svolta epocale, di cambiameto totale…Steiner in qualche confereza che adesso non ricordo disse che ci sono momenti della storia dove tutto avviene repentiamente, senza passaggio graduale dal vecchio al nuovo, dove il nuovo sembra più barbarie che migliorameto… penso al film Ipazia che ho visto da poco e la cui figura non conoscevo per esempio ..l’accanimento feroce verso tutta una civiltà di valori e sagezza e questi cristiani resi nel film quasi come uomini primitivi…Ipazia ha vissuto il travaglioo di esere testimone di due mondi e ha istruito quanto possibile chi ha potuto, trasmettendo in una ipotetica stattetta, a quelle poche persone che potevano seguirla quanto più possibile con un atto di fiducia del tutto illogico a stare alle apparenze…credo che questa sensazione di solitudine e di sgomento che vivono oggi i pochi, come dice Isidoro, Individui che sii confrontano con il resto della societa in preda al doppio..(e l’arte oggi è essezialmente arte ispirata dal doppio e non dallo spirito), questa sensazione di solitudine e di sgomento non deve essere disgiunta da un atto cosciente e voluto di fiducia…dobbiamo sentirlo possibile e avere le forze per volerlo.(personalemnte lo trovo un compito difficilissimo da mettere in pratica)..aprrofitto di questa occasione per rigranziarvi tutti , è da un po’ che vi seguo e che dire, mi trovo bene… ……

  2. Cara Loriana,
    che nonostante incagli e marosi (è quasi divertente: qui non si nasconde né si cancella niente…ma già la censura a commenti lesivi e personali viene indicata come una mano sinistra dell’Inquisizione) tu possa scrivere che “ti trovi bene” è il calore amico che aiuta tutti.
    Grazie a te!

  3. Grazie a te Loriana,
    per i tuoi pensieri e la tua coscienza che cercano di comprendere i segni dei tempi, come ogni persona che sa usare il pensare sta facendo in questi momenti terribili, nel tentativo di “riconoscere”, almeno, le forze che vogliono impoverirci, sia materialmente che spiritualmente, per averci in loro totale potere. E il riconoscerle non è cosa da poco, perché significa portare luce e verità, almeno nella nostra interiorità, là dove c’è solo menzogna rivestita di interesse per l’uomo.
    E poi aspettare che le situazioni evolvano con “quell’atto voluto di fiducia”, come scrivi tu, ed infine dire con l’ottimista Lessing, “…non è forse mia tutta l’eternità?”

  4. Grazie a Loriana!

    Per quanto riguarda il tema dell’articolo vorrei aggiungere che spesso e’ necessario e giusto rendersi conto perfettamente della realta’ e degli eventi, che non vuol dire, appunto come mi sembra di ravvisare nelle parole di isidoro, essere pessimisti e sfiduciati.
    Il catastrofismo implica una visione e una aspettativa di sconfitta e di “fine”.
    Cio’ che invece l’equilibrata osservazione e presa d’atto della realta’ dona a colui che veramente vuole superare il marasma dei flutti che vorrebbero travolgerlo, sono sfida e compito da eseguire, come spinta al raggiungimento di nobili mete personali si’ ma utili agli altri, al mondo.
    Infine, questa epoca – nel toccare il fondo reso emblematico dalla perdita degli antichi valori, dalla sostituzione della bellezza, delle arti, della cultura tutta con le menzogne degli ostacolatori, dei controartisti e controscienziati sopraffini – negli occhi e nel cuore del giusto ossevatore, diventa prova di “ricordo” e fedelta’ al “vero”, cosi’ come l’apparente stasi o attesa, di coloro che riescono a “vedere” e a distinguere, e’ raccoglimento per poter muoversi al giusto momento e unirsi a tutte le forze di reintegrazione dell’uomo.

  5. Savitri, lesta lesta, mi ha, in un certo senso preceduto.

    Voglio scusarmi con tutti i lettori se – tenendo conto dei miei limiti nello scrivere – le mie note possono dare un’impressione che si limita al pessimismo.

    Ciò non è assolutamente veritiero per quanto riguarda il mio carattere, quello naturale e quello acquisito col lavoro interiore. Tralasciando il primo che non interessa nessuno, il secondo elemento mi ha portato ad una osservazione spassionata (priva di passioni) nei confronti del “dato”, quale esso sia. Spero di essere chiaro: al dato non do anima.

    Poi, che le cose vadano male, è un “dato” sotto gli occhi di tutti. E a vaticinare che andrà peggio ci ha pensato il Dottore, parlando del futuro ad anziani antroposofi inglesi.

    Ma per chi ha avvicinato Rudolf Steiner con capo e cuore, questo è solo un impulso addizionale per approfondire con tutto il proprio essere, la visione umano-cosmica che, con grandissima forza, promana dalla Sua parola.
    Non è un fatto casuale che proprio nella generale bufera, si riaccenda con più forza l’ignea luce (altrimenti sopita) che sgorga dal centro di sé, dal cuore.

    All’osservazione interiore il vero dolore può sorgere dall’insufficienza esoterica. Se si giunge a sospettare, oppure ad intuire, che il pensiero sia del tutto reale – sia non meno reale del mio tavolo – e nemmeno limitato dallo spazio, si giungerà prima o poi alla conclusione che il mondo lasciato libero alle più selvagge scorrerie degli spiriti più crudeli e antiumani che sciamano dentro e fuori dell’uomo, sia la pesantissima colpa che lo spiritualismo imbelle, privo di eroismo e fedeltà (senza pensieri infuocati), ha lasciato proprio quando avrebbe dovuto ergersi a difesa dell’uomo come suo nuovo spirito.
    L’entità che qualcuno ha chiamato “L’essere antroposofia” NON HA POTUTO ENTRARE: ciò è rilevabile non deduttivamente ma sperimentalmente.
    Su ciò, tutto il resto è chiacchiera.
    La colpa è enorme.

  6. Leggendo i vostri commenti (ringrazio anche per le parole di amicizia) mi era venuta in mente una poesia di Mario Luzi che a mio parere con poche parole riassumeva quel sentimento di agoscia e speraza come atto di fiducia nei confronti del futuro (era stata scritta per l’eclissi di sole del 2005) l’ho cercata su internet ma non l’ho trovata, mi riprometto di trascriverla da casa dove so dove cercarla…….ho trovato però quest’ altra poesia che mi è piaciuta tantissimo e che ricopio qui sotto , trovo che Luzi a suo modo sia stato un iniziato…ci son delle sue poesie sulla luce che sembra di stare a sentire Steiner o Massimo Scaligero…le ho trovate per puro caso e proprio in questi giorni me le sto leggendo..se vi fa piacere posso postarle e condividerle…..intanto questa:…

    Mario Luzi

    Cerchiamo a volte di esserlo
    Fedeli alla consegna,
    pari all’ammonimento, svegli
    cioè, attenti ai molti inganni,
    molto vigilanti.
    I segnali sono lucenti e oscuri.
    Sono nitide a leggersi le carte.
    S’avvede o non s’avvede
    l’epoca
    di quel venire in luce
    della sua occulta parte?_
    s’interroga qualcuno
    più acuto o più solerte:
    e intanto
    siamo continuamente altri,
    continuamente trasmutiamo noi,
    i testimoni, noi gli attanti

    molto vigilanti,
    I segnali sono lucenti e oscuri,
    Sono nitide a leggersi le carte.
    S’avvede e non s’avvede
    l’epoca
    di quel venire in luce
    della sua occulta parte?-
    s’interroga qualcuno
    più acuto e più solerte:
    e intanto
    siamo continuamente altri,
    continuamente trasmutiamo noi,
    i testimoni, noi gli attanti

  7. E’ forse questa?

    Che ordine nell’universo
    e nel pensiero che lo pensa.
    Dopo l’affronto, dopo
    la periodica contesa
    vengono luce e tenebra
    a una breve
    tenebrosa coincidenza.
    Dura poco lo sgomento dei viventi,
    poco però assai più a lungo
    del letale anneramento.
    Prendono nuovamente vita e luce
    al rifulgere del loro
    spaventoso zero. Tripudiano.
    Pure com’è difficile
    cacciarlo l’ipotetico pensiero
    che l’ombra dell’umano
    oscuri, luna nera,
    la luminosità solare
    dell’essere e che un giorno
    una cimosa astrale
    vi passi sopra definitivamente e
    splenda.
    Difficile, ma spero
    di tenerlo a bada, devo.
    Tutti noi dobbiamo.

    ,

  8. si Isidoro è proprio questa! Mi colpi’ molto per quel “pure com’ è difficile cacciarlo l’ipotetico pensiero….ecc ecc ma spero di tenerlo a bada, devo”
    Questo Luzi lo scoprii in occasione della sua morte attraverso la commemorazione in rai, mi comprai un suo libro e tutto fini li…adesso sento che è arrivato il momentoo di approfondire un po…ci sono alcune sue poesie che fanno pensare che fosse un antroposofo, di quelli veri…tu ne sai qualcosa?’…

  9. Sì, cioè no. Voglio dire che non sarebbe strano che un’anima simile (e tanti anni di studi letterari) non avesse accostato qualcosa del Dottore.
    Ufficialmente nulla lo lega all’antroposofia. Mentre alla scuola antropò di Trento, la poesia di Luzi è in scaletta con altre conferenze.

Lascia un commento