ATTIMI DELL’ IMPOSSIBILE SANARE

🟠

ATTIMI DELL’ IMPOSSIBILE SANARE

1/5931

RESPIRABILE E TERSA

 

 IMPASTO DI VANITA’ BIOLOGICA MISTA AD UNA SENSIBILITA’ FISICA ACUTIZZATA.

 

SONO GLI ENTI DELLA PERFIDIA ISPIRATA.

I LIVIDI DELLA LUNA CHE NULLA SANNO DEL PROPRIO VELENO.

VAGHI E SOGNANTI LO IRRORANO A PIENE MANI.

INCONSAPEVOLI NE SUBISCONO LA TRISTEZZA E IL GELO.

TOLGONO L’INTUIRE ALTO A CHIUNQUE NE FOSSE DOTATO.

LEGANO I PENSIERI ALLE PROFONDE PALUDI DEL LIVORE LUNARE.

OBBLIGANO L’IMMATERIALITA’ PENSANTE A STRISCIARE  NELLE NUCHE.

SPROFONDANO LUNGO LE SPINE DORSALI IL CONCEPIRE SOVRAFRONTALE.

 

SCHEMI DI POTENZA INCATENANO AL FARFUGLIARE CHE RECITA IL PENSARE.

CHE LO IMITA MENTENDO MENTRE IN REALTA’ GEME NELL’ODIO.

 

TERRIBILE CONTROASCESI SPONTANEA NEI LIVIDI MEDIUM.

LA SERIETA’ VOLTA AL SACCENTE RIMPROVERO BLATERA CONTRO IL SOLE.

FLUTTI DI SENSIBILITA’ CHE AMANO LA MORTE DELLA GIOIA : PONTIFICANO.

IRRAZIONALMENTE CERTE DI UNA CREDIBILITA’ MAI CONQUISTATA

MA AUTOATTRIBUITA FRA GORGHI DI ISTERICA STATICITA’ NEL CINEREO.

 

MA IL VERO PENSIERO HA L’INDUBITABILE CALORE DEL PROPRIO PRODURSI :

 

ATTUA IL PROPRIO CONCEPIRE NEGLI APICI IN CUI LA LUCE E’ ANCHE IDEA CHE NASCE.

 

SCOPRE DI ESSERE IMMUNE DA OGNI GELO NELL’ATTIMO IN CUI SORGE.

 

OTTIENE APICI COSCIENTI DI NITIDO NUTRIRSI DEL VALORE DA CUI SORGE.

ATTIMI DI NITIDO RESPIRO FRA LE FOLGORI DEL NASCERE AL CALORE.

 

MANTIENE L’UNIRE LOGICO NEL COSMO IN CUI SOLO E NITIDO VIVE.

INDENNE DA OGNI VINCOLO ALLA DENSITA’ CHE PALPITA NEL MALE.

DAL MALE STRUTTURATA NELLA MISURA IN CUI NON PUO’ PENSARE.

 

E NITIDA SI LEVA ALL’ORIZZONTE DELL’ATTIMO FULGUREO : LA SANITA’ CHE LAVA.

 

CALORE SI GENERA DALL’URTO MENTRE BESTEMMIA IL FANGO SEPARATO DAL SUO NUOCERE.

 

RESPIRABILE E SERENA L’AURA ANIMICA SI LIBERA DAL GELO CHE VISCIDO OPPRIMEVA.

 

NUOVE OPINIONI SORGONO NEL DILAVATO MONDO DELLE IDEE.

IN CUI DI NUOVO LUCE PUO’ COMPETERE COL MALE NELL’ANIMO DEI SANI.

 

SORGE E SOSTIENE LA SANTITA’ DELL’INTIMO CREARE LA NUOVA VOLONTA’ CREATA.

 

NEL COSMO DELLE ESSENZE E’ STATA IMPRESSA UNA SANITA’ CHE NON POTEVA ESSERE PREVISTA.

 

UNA VERITA’ IMPOSSIBILE CHE LIBERAMENTE SI E’ MANIFESTATA DIVENENDO RITO.

 

RITO DELL’IDEA OLTRE LA MORTE .

 

LUCE DELL’IO CHE VUOLE NELLA VIVENTE LOGICA  DELL’AUTO PERCEPIRSI DELL’IDEA.

 

 __________________

 

 

FOLGORE CONCESSA ALLO SGUARDO DEGLI UMANI

 

2/5962

CHIARO E PURO

 

SONO NELL’ERRORE E NELL’OSCURITA’

MENTRE SOAVEMENTE SORRIDONO

ALLA PRESUNTA SANTITA’ DI OPINIONI MOSTRUOSE.

 

AMMANTATI DI CHIUSURE CEREBRALI AL SENTIRE

SONO TRAVOLTI DA FETIDE VISIONI CHE CREDONO SALVIFICHE

MENTRE IN REALTA’ ATTIRANO MEDIANICHE CATASTROFI CONOSCITIVE.

 

NELLA CORRUZIONE DI OGNI SANITA’

GALLEGGIANO AVVOLTI  DAL PROPRIO INSUPERBIRE

BENIGNAMENTE SORRIDENDO FRA I DEMONI GHIGNANTI CHE LI INVASANO.

 

LA MENZOGNA IN LORO SI FA ARROGANTE E FORTE

TANTO QUANTO SI ISPESSISCE L’OTTUSITA’ IMPERANTE

TANTO QUANTO CRESCE LA BRAMA DI NEGARE LA SOVRUMANITA’ NELL’UOMO.

 

EPPURE LA LUCE STA SORGENDO E LI INTERROMPE NELLA METAMORFOSI ABISSALE.

LUCE INTERROMPE QUEL FARSI DELLE TENEBRE

E PURIFICATRICE LAMPEGGIA IMPRIMENDO LE DIVINE FORME DEL SOLARE.

 

LUCE NELL’ASCESI DELL’IDEA INCONTRA IL LORO NUOCERE FURIOSO

E LO SVELA NELL’ATTIMO LUNGHISSIMO IN CUI MANTIENE FEDELTA’

E TALE SVELARE E’ SVELLERE QUEL MALE MENTRE LO  ATTRAVERSA CON LA FOLGORE.

 

SONO I MINORI E I MENO QUALIFICATI A INGIGANTIRE NEL PIU’ BANALE INGANNO.

CRESCONO NEL MALE GLI INFIMI DEL BENE POICHE’  POCO COSCIENTI NEL RICORDO.

POICHE’  VOLONTARIAMENTE VOLLERO DIMENTICARE CONTORCENDOSI NEL MENTIRE.

 

GLI OSTILI AL SOLE APPARVERO DOTTI NELL’INCUPIRE DI MENZOGNE.

NELLA PROVOCATA OSCURITA’ RIFULSERO I PIU’ PALLIDI .

CREDIBILI NEL GUSCIO CEREBRALE CHE ERESSERO PER DISTINGUERSI DAI CIELI.

 

NOTTURNE IGNORANZE SCAGLIATE CONTRO IL SOLE

IMPRESSERO SCAGLIE DI DURAME MINERALE NELLE MENTI INARIDITE

CHE INFINE CREBBERO IN SUPERBIA E CUPIDIGIA.

 

MA ORA LA FOLGORE E’ CONCESSA ALLO SGUARDO DEGLI UMANI

E SVELA IL METRO DEGLI DEI MENTRE MISURA LE DISTESE DELL’INGANNO

MENTRE COLPISCE GLI ERRORI ACCUMULATI CHE ORA CROLLANO DI SCHIANTO.

 

ORA VI E’ INFINE ORO CHE SI CREA .

ORA VI E’ CALORE CHE DISSOLVE IL GELO ACCUMULATO.

ORA  SI DISPIEGA IL POTERE CHE AGISCE PRIMA CHE IL MALE AVVENGA.

 

LUCE SI DIFFONDE SVELANDO CONTORSIONI DI TENEBRA CHE  MAI GERMOGLIERANNO.

IMPOSSIBILE VERITA’ CHE SI REALIZZA ANTICIPANDO CIO’ CHE VORREBBE CONTADDIRLA.

VERITA’ CHE ANNIENTA CIO’ CHE AVREBBE NEGATO IL SUO MANIFESTARSI.

 

ATTO DELL’ASCESI CHE IMPRIME I NUOVI POTERI DEL SOLARE.

ATTRAVERSO L’IMPREVEDIBILE MOMENTANEA FEDELTA’ ALL’IDEA .

ATTO DELL’UOMO CHE NEL PENSIERO IMMETTE LA VOLONTA’ DEL LOGOS.

 

COSICCHE’ TORNA CREDIBILE IL SOLARE.

E SI IMPRIME.

SINO AL DILAGARE DELLA VISTA SOVRUMANA  IN UOMO.

 

______________

 

 

MAESTA’ DELL’ORO FIAMMA

 

 LA TENDENZA A LASCIARSI OTTUNDERE DALLA LIQUIDITA’ DEL MENTALE INFERIORE.

CUPO GORGOGLIARE DEI PENSIERI FRA DENSISSIME MAREE ACCULTURATE.

 

LE ACQUE INFERIORI IN CUI IL MENTALE GALLEGGIA FRA ONDE DI PERFIDIA.

ONDE DI MISERIA LUNARMENTE INDIRIZZATE.

 

OGNI OPINIONE ESPRESSA O RICEVUTA VIENE FILTRATA DAL LIQUIDO LIVORE.

ALTERATE SENSIBILITA’ PONTIFICANO DA QUEL PANTANO.

 

INTELLETTI ASSERVITI AL SOTTILE DOMINIO DELLA BESTIA

IN CUI OGNI VALORE E’ CAPOVOLTO E L’INTERESSE SCOCCA PER IL MALE.

 

L’INSENSIBILE EBETE COCCIUTO SORRIDE SOTTILMENTE

MENTRE SI FINGE ATTENTO ALL’ALTRUI DOLORE CHE DISPREZZA.

 

MA FOLGORA LA LUCE LA OVE SI POSA L’ANGELO IN IDEA.

MENTRE DEVOZIONE ACCORRE POICHE’ VOLONTA’ SI ACCENDE.

 

SPLENDE LA MAESTA’ DELL’ORO-FIAMMA

OVE LA SANITA’ CONQUISTA L’ALBEGGIARE.

 

E TUTTO CIO’ CHE VIENE RISANATO  : TRASMUTA E SI REDIME

MENTRE LA VISIONE TRAPASSA I MOSTRI INCENERENDO IL MALE.

 

MENTRE IL PANTANO SI VERGOGNA POICHE’ LA LUCE LO DISVELA.

E TACE IL GORGOGLÌO DELLE INFETTE ACQUE DEVASTATE.

 

AUREA PERFETTA PURA

PER ATTIMI LA GLORIA E’ RESA AL GRAN PENSARE.

 

PERDONO LE CALUNNIE IL LORO NUOCERE

IN QUANTO IL NODO DEL MENTIRE E’ SCIOLTO IN CHI LE PROMANAVA.

 

ESAUSTI LUNARI INFETTI  :  ARRETRANO STIZZITI.

NON SANNO DA DOVE PROVIENE IL BENE CHE LI SFIBRA.

 

NON SANNO VEDERE IL SOLE IN QUANTO LA MALATTIA LI ISPIRA.

ED AVVINGHIATI AD ESSA PREFERICONO MENTIRE NEGANDO LA LUCE CHE LI LAVA.

 

NUOVO GIORNO E’ SORTO ETERNAMENTE VIVO.

MA L’ALIMENTO CHE LO IMPONE E’ PERENNEMENTE RINNOVATO.

 

NUOVA BELTA’ SORRIDE AI VERI VISI.

ATTIMI DI LUCE PER OPINIONI REINNALZATE.

 

PIU’ VICINE AL VERO LE COSCIENZE NEL PROFONDO RISANATE.

SANANTI VERITA’ PROFUSE NELL’OCCULTO SORPRENDONO I MALATI.

 

FOLGORI INVISIBILI PERCORRONO I LIBERI SENTIERI DEL CONCEPIRE IDEE.

E ILLUMINANO LE VIE DEL GIORNO CONSACRATO.

_______________________________

 

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

https://essenze-scultoree.webnode.it/

 http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

 http://folgoperis.blogspot.com/

 http://lampisilenti.blogspot.it/

https://www.ecoantroposophia.it/2014/07/arte/fk-azione-solare/ascesi-del-pensiero/

 http://folgoperis.blogspot.it/2014/07/ascesi-del-pensiero.html

 

ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

DA ORIENTE A OCCIDENTE (di F. Giovi)

🟡

Può accadere e talora accade che una serpentina musicalità intacchi il cuore, il sangue di un uomo e graffi le catene a cui si era fatto servo. In queste catene egli aveva creduto di amare qualcosa o il mondo, per esse ha dovuto sempre complementarsi con la morte. Piagato dalle catene egli aspira forse alla liberazione: subitamente trovando una genia di maestri, seguaci e succubi: avidi di ghermirlo con le catene dello spirito contraffatto che giganteggia nell’obbedienza, nel sacrificio, nel simbolismo, nella rituale osservanza.

Quante sono (e sono state) le creature irretite nel metafisico campo concentrazionario allestito da un mediocre orientalista, disinvolto manipolatore di sacri simboli, quasi antesignano dei tanti strutturalisti e comparativisti che imperano nelle Università? Arido e zelante funzionario dello Stato e dello spirito, minuzioso ragioniere e topologo del sopramondo: dove questo debba o non debba stare… Però geografo di stretti confini: le iniziazioni mariali, gli asceti orientali contemporanei, la spiritualità nipponica, ecc., temi elusi, anzi esclusi per principio o per partito, dalla pedante visione materialistica di questo “indicatore” dello spirito.

E come non ricordare a bilanciamento del primo, l’affascinante figura che accese cuori coraggiosi, trascinandoli nel sogno di perigliose operazioni, mai praticate ma, in compenso, rimescolate con altre pratiche, altre dottrine, nominalmente sempre osteggiate e respinte?

Invero strani maestri di strani discepoli: sempre in formale disaccordo ma sostanzialmente simili nella letargia che gli permette di abbonarsi al metafisico omogeneizzato o alla potenza facile. Nel momento di una tra le più gravi crisi dell’uomo, i primi passano il tempo ad angosciarsi per l’eventuale profanità celata tra le vesti di Pai Chang, dimentichi che “il Dharma fondamentale del Dharma non ha Dharma”, mentre i secondi si smacchiano di ogni contaminazione lunare minacciante la virilità olimpica di individui assoluti, conquistata con l’abbandono ai sentimenti del loro maestro.

Questi erano i grandi scogli di ieri: pericolosi per tutti, mortali per alcuni. Per mantenere la metafora, appaiono ora semi sommersi dall’informe di acque che plasmano a getto continuo semplici riverberi umidi, quasi che gli uomini non meritassero neppure i cimenti rocciosi che hanno caratterizzato buona parte del secolo scorso. Certo, la pletora di ciarpame esiste, è abbondante: iniziati imprenditori, divulgatori di pseudo digesti, blasonati ciarlatori: omiciattoli bidimensionali!

Il ricercatore vero, dotato di discriminazione, sa o sente che un vero esoterismo inizia con la percezione diretta delle Forze, ossia da una posizione dinamica del tutto estranea alla cultura esoterica, al romanticismo esoterico ed al bazar dell’occulto, che non smuove alcun limite al desolato quotidiano, ma anzi ingravida il sordido e l’abbietto di cui è capace l’anima a profondità insospettabili.

E’ possibile dire che dietro lo scenario ingenuamente consolante di un vasto e rinnovato interesse per le antiche vie sapienziali (vedi Yoga e Tantrismo) non ci sia nemmeno una esigenza di tipo mistico-religioso ma piuttosto una larvale tensione psichica verso un mondo trasognato, intermedio, potremo dire “Junghiano” che sia in grado di fornire quelle evasioni a cui altri disgraziati si dedicano esaltando o deprimendo funzioni organiche con la chimica delle sostanze psicotrope.

Il ricercatore sveglio attraversa e supera o evita tali malsane contrade, poiché animato da attitudine più alta, e se orientato ad… Oriente, giunge alle indicazioni sorgive dello zen, dello yoga e parimenti ai più limpidi testimoni contemporanei di tali sentieri: Shri Aurobindo, Ramana Maharshi, Paramansa Yogananda, ecc. V’è un mondo o un sopramondo in cui i giganti dello Spirito possono incontrarsi? Credo di sì: hanno tutti qualcosa in comune: una ricerca individuale senza filologie del Sacro, una illimitata audacia, attinta all’inesauribile sostanza dell’essere. “Il samadhi è un’evasione…” scrive Aurobindo (Guida allo Yoga, pag.58. Roma 1975). In Aurobindo il suo “Yoga integrale” non si fonda sulle note tecniche del Hatha yoga, Jnana yoga, ecc. e la panoplia di pranayama, asana, mudra, mantra.

Yoga integrale è yoga non frammentato, yoga della consacrazione della coscienza, della vita e del corpo alla universale potenza della Vita Divina. Qui, dove l’uomo si trova, incarnato nella fisicità più densa, deve penetrare la Luce: fino alle oscure potenze della vita organica. Tutto va rovesciato e reso strumento della vita supermentale: impresa non contemplata nell’ortodossa ascesi yoghica, né dai coronamenti del Nirvikalpa samadhi né dalla liberazione Kaivalya mukti. “Il fine dello yoga è sempre difficile da raggiungersi, ma il nostro è ancor più difficile di ogni altro; esso è solamente per coloro che… sono risoluti ad affrontare tutto e a correre tutti i rischi…” (Op. cit. pag. 74). “Il fine del nostro yoga non è solo l’unione con la coscienza superiore, ma la trasformazione, tramite il suo potere, della coscienza inferiore, compresa la natura fisica” (Op. cit. pag. 83).

F. Hiebel, formale presenza nell’Edificio, dalle pagine del “Das Goetheanum”, soldatino attento alla propria funzione di astratto teorico dello Spirito, attenendosi all’analisi della terminologia dell’asceta bengalese, contesta ad Aurobindo un indirizzo estatico, dunque incapace di cogliere le esigenze individualizzate dell’uomo “cosciente”. Contento lui… Lasciamo parlare Aurobindo: “ Ciò che noi intendiamo quando parliamo di Vita divina è il compimento spirituale dell’impulso alla perfezione individuale e alla pienezza interiore dell’essere. E’ la prima condizione essenziale di una vita veramente umana sulla terra e ciò giustifica di fare della perfezione individuale la nostra prima preoccupazione. Se la verità del nostro essere è spirituale e non meccanica, allora deve essere il nostro stesso essere a determinare la propria evoluzione. La legge del karma è solo uno dei processi di cui a tal fine si serve. Il nostro Io deve essere più grande del karma. E’ inconcepibile che il nostro spirito sia una macchina nelle mani del karma.”

Su tali parole anche l’occidentale cosciente potrebbe riflettere, laddove l’idea del karma porti ad un passivo (e naturalmente virtuoso) abbandono di sé a quanto succede e trascina.

Indubbiamente è vero che luminose figure come Aurobindo o Ramana si muovano nello spazio dell’uomo orientale che però non sempre coincide con gli ambiti geografici attribuiti a questi o a quelli. Vi sono discepoli che non sopportano le contraddizioni culturali e metodologiche tra l’opera di Aurobindo e quella del dott. Steiner e ciò rimanda più che altro alla mancanza di esperienza e all’incapacità di sentire fiducia nell’azione provvidenziale del Mondo spirituale: mai unica e uniforme ma piuttosto articolata secondo necessità e rispondenze diverse. Il problema di una comprensione vera con simili ascesi non sta tanto nella loro eterodossia ma piuttosto nell’ampia incapacità umana di trovarsi in possesso di talune qualità elementari ed imprescindibili a tali vie.

Però è anche vero che col samadhi non si risolve l’enigma che la coscienza normale offre attimo dopo attimo: tra il conto della spesa e il samadhi non v’è filo che l’Oriente sia in grado di tendere. Autorevoli indicatori quali l’Evola, il Guenon e, su diverso piano Mircea Eliade, Aldous Huxley e altri ancora, hanno scelto il metafisico Oriente abbandonando l’Occidente alla sua compiuta desacralizzazione. Inclini alle manifestazioni culturali dello spirituale, non hanno neppure sospettato che lo Spirito, ridotto da essi ad apparato o cosa, sia vivente. E che non va o viene ma presenzia tutta la realtà e persino quanto in essa sembri esterno ed estraneo. Quando esso venga ridotto a identificarsi in sistemi o rituali, in mancanza dei quali pare non esserci, è il metro realistico della profondità di simili indicatori.

Nel più eccezionale dei casi il limite interiore di tali anime si riassume nel sintetico assunto che la via sarebbe l’arresto delle funzioni mentali. Condizione plausibile prima di Buddha e del Cristo. Poiché evitando le funzioni si evita l’esperienza del loro determinarsi nella conoscenza del mondo esteriore. Infatti il mondo greco, la nascita della filosofia, lo studio artistico del corpo divengono sviluppo delle determinazioni: la logica, la filosofia della natura non si estinguono nella funzione conoscitiva ma sono formative di un’autocoscienza che nasce e cresce da una premessa e verso direzione opposta al senso intimo dell’antico yoga.

In quanto occidentali, sarebbe solo ignoranza prendere posizione contro lo yoga, mentre sarebbe vitale rendersi conto che la dinamica pensante a cui si attinge ora, sia per l’ordinario che per l’iniziale passo nella ricerca spirituale è polare rispetto all’antico conseguimento yoghico di liberazione e alla basale struttura dell’asceta antico. E’ un dato facilmente sperimentabile (specie per anime già operanti in Oriente) il fatto che attualmente con il sadhana si può giungere ad una “trance” povera di coscienza e ricca di fenomeni extrasensibili. I tanti che godono di questa condizione dovrebbero riflettere su quanto può valere una coscienza desta, anche se apparentemente priva di esperienze speciali (è questo il fondamento delle strane paure che poi vengono addebitate alla concentrazione: può succedere che durante i primi tempi della pratica, l’operatore non si accorga minimamente di scivolare dalla destità al trasognamento, situazione superabile con uno sforzo giornaliero e con la moralità intrinseca al pensare).

Tutto questo non inficia l’altissimo valore di asceti del calibro di Aurobindo o Ramana: essi hanno intuito (sperimentato) il mutato assetto della coscienza umana e, di conseguenza, di rinnovate modalità operative: individuando nell’Io il senso delle discipline o percependo che una vera liberazione non dovrebbe eludere la sfera dell’incarnazione.

E’ auspicabile, per l’occidentale moderno, un sentiero che parta dalle sue peculiari condizioni di coscienza, estranee alle nobili forme dell’antica tapasyâ, temporaneamente valide per l’asceta in ritardo o come ricapitolazione di remoti percorsi. Rintracciare in Occidente il filo di insegnamenti autentici può sembrare vano se si ha sonnambolicamente aderito al ripiego orientalistico degli orientatori professionisti: occorre non cadere nell’errore di confondere la Tradizione perenne col prodotto dei sistemologi. Non è solo problema di logica e acuto giudizio, rimanda piuttosto al sentimento di una antica volontà o scelta che si spiega lungo le azioni della vita terrestre. Ciò non dovrebbe essere smorzato!

“non è necessario dapprima che tale evento sia consapevole: l’importante è che esso sorga nell’anima del discepolo nella forma di un intento profondo: di fedeltà alla propria Tradizione interiore, intuita in rari momenti, di cui non gli può essere abituale il ricordo. Come pura Tradizione interiore…essa esprime la sua assoluta indipendenza rispetto alle espressioni riflesse della Tradizione formalmente regolari” (Scaligero, La Tradizione solare).

Chi è debole, perciò bramoso di integrarsi in strutture formali (perpetuando il materialismo interiore), finisce nelle putrescenti braccia dell’apparato cattolico o massonico o magistico. In ciò alcuna critica: non c’è scelta per carenza del soggetto. Inoltre potenze avverse distolgono l’anima dai pochi ispiratori che garantiscono con l’esperienza diretta le indicazioni elargite. In negativo vale come prova la patente di maestro (logicamente insensata) elargita a Evola e Guenon, che furono assai discutibili e totalmente faziosi intellettualizzatori dei testi tradizionali.

Maître Philippe, Rudolf Steiner, Massimo Scaligero: quanti salami di sacrestia hanno torto lo sguardo e tappate le orecchie a questi nomi! Inaccettabili!

E qui mi fermo, perché il resto lo sapete meglio di me.

______________________________________

✒️

SCIENZA DELLO SPIRITO

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

EURITMIA (di M. Scaligero)

🟡

Ove si educasse l’anima al suo vero rapporto col sistema muscolare, questo acquisirebbe, per virtù cosciente, sempre maggiore autonomia del proprio movimento: la sua forza attingerebbe sempre più direttamente alla sorgente metafisica. E sarebbe esperienza ulteriore dell’anima.

La coscienza è insufficiente al suo rapporto con la corporeità, essendo coscienza dell’organismo fisico: perciò tende a far leva, più che per se medesima, sul rapporto immediato che è il corpo. Con ciò si impedisce di avere un obiettivo rapporto con il corpo: opprime e distrugge il corpo.

L’autonomia della corporeità non è il risultato di una diminuzione della coscienza, bensì di un rafforzamento.

Così l’euritmia è l’arte di ricongiungere il movimento del corpo e degli arti, in quanto manifestazione individuale, con i ritmi del cosmo, la cui vita affiora nello spazio: come movimento. Viene ricongiunto il pensiero che vuole nel movimento del corpo e delle membra nello spazio, con il pensiero originario. Perciò il movimento tende a esprimere la parola originaria da cui è nato l’essere corporeo.

L’euritmia non può essere tecnica: dove essa è soltanto tecnica, la sua arte perisce e le forze del movimento proiettate nella corporeità per via della coscienza riflessa, divengono distruttive.

L’arte dell’euritmia è iniziatica: non patisce adattazione profana, o scolasticismo, potendo essere trasmessa ai discepoli mediante ordinario insegnamento, a condizione che questo, in colui che insegna, sia in veste di contenuto fluente per virtù super-individuale.

La trasmissione dell’arte non è tecnica, ma virtù del maestro che nella sua opera si giova della tecnica, come di una forma vivente, la cui anima è il ritmo stesso della corporeità nel movimento incorporeo: il movimento. Il movimento originario non è spaziale, ma mediante la mobile figurazione della forma umana entra nello spazio e, grazie alla coscienza individuale dello spazio, può fluire dal cosmo nella terra, recando i lineamenti di un volere superumano.

L’euritmia è il meditare profondo immeditato, ma tracciato in figure di luce e di spazio. E’ il meditare che non dà luogo a conoscenza o visione, perché si esprime direttamente nella sonorità della parola e nel movimento. La conoscenza o la visione possono conseguire in altro tempo e silenzio. L’euritmia è il meditare che fluisce immediato nell’individuo corporeo, come incontro dell’essere del tempo con l’essere dello spazio: perciò gli è necessaria la virtù della spontaneità propria al pensiero sorgivo. Tale spontaneità riprende in sé e incanta la potenza degli istinti: la trasferisce in una <<zona>> in cui opera per lo spirito.

La potenza degli istinti, come potere serpentino, che inevitabilmente si sprigiona dalla discesa della virtù del movimento, viene dominata e trasfigurata da colui che insegna l’euritmia, e così dominata e trasfigurata opera nel rapporto con il discepolo. Ma ove manchi l’impegno primo della meditazione nel maestro, l’èmpito serpentino opera in luogo della luce nel movimento. Il movimento come espressione della tecnica euritmica si estrania all’elemento ispirativo, e opera inconsciamente come veicolo di forze istintive: nelle quali si scatena sottile e divoratrice la sensualità.

La magia del movimento è l’espressione immediata del pensiero universo, secondo leggi realizzate nella struttura del corpo: riaffioranti ogni volta nel suo incedere e operare mediante gli arti nello spazio: risonanti nella parola, per un’ulteriore vita.

Il volere originario come parola creatrice si esprime nella corporeità: l’anima dell’uomo può lasciarsi permeare dall’amore originario vivendo nel mistero del movimento corporeo secondo l’arte dell’euritmia e abbandonandosi a una più alta vita, che fluisce perché chiamata a congiungersi con le profondità corporee in cui normalmente si esprime per via di sonno della coscienza.

Ma l’arte dell’euritmia è inseparabile da uno spirito di saggezza e da un’alta moralità che non lasciano all’egoità impossessarsi della tecnica euritmica per esprimersi in brillante geometrismo: questo diviene una distruttiva magia, destinata a paralizzare la vita cosciente dei discepoli sino a forme di alterazione mentale.

 

MASSIMO SCALIGERO

 

da MAGIA SACRA – UNA VIA PER LA REINTEGRAZIONE DELL’UOMO

_________________________________________________

 

ARTE, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL MITO È VITA (di Raul Lovisoni)

🔵

Fin dai primordi della civiltà il colloquio tra le entità di luce e gli esseri umani ha preso i sentieri leggendari della mitopoiesi colmando di segni ogni vicenda terrestre degna di nota.

Gli Dei vivono nel mito perché esso dà compimento al loro canto che si trasforma in vicenda terrestre.

Non c’è evento significativo che non promani dal canto sapiente delle gerarchie che sostengono la missione cosmica della libertà affidata a quell’essere, per ora incompleto, che viene chiamato uomo.

Gli Dei luminosi e perenni in cerchie solenni accordano le voci intonando cosmiche melodie e sulla terra sgorgano idee che come onda sollevano i popoli ciascuno con una missione precisa, ciascuno con la sua tonalità di colore, ciascuno con la sua lingua, ciascuno con la sua identità. Un Dio è l’anima della missione di ogni nazione, un Dio è la lingua, un Dio è la terra stessa dove quella tribù sarà collocata. Poco cambia se a queste entità diamo nome di elfi, pianeti, deità orientali, angeli o arcangeli o potestà, cherubini,troni o dominazioni; poco importa se il loro nome viene dalla mitologia norrena o dall’Olimpo degli Dei della Grecia, o dallo stuolo delle divinità che s’incontrano nell’iconografia dell’induismo o del buddismo.

Restano pur sempre esseri di luce il cui sfolgorare si trasforma in volontà ed azione nella vita vissuta, che si trascrive in cronache diventando storia e infine mito.

Certo la storia può essere deformata, o può venire nascosta, alterata falsata dai servi della menzogna. Ma le bugie con le loro gambe corte e falsità dei giornali e dei media non vanno lontano ed alla fine la falce della verità raggiunge i servi della menzogna e sega la fuga dei disonesti mentitori. Allorquando la realtà è negata sotterrata dal falso luogo comune la verità, quella forza che scalda i cuori, rinasce sotto la forma di mito essendo il mito la lama spietata che ristabilisce il vero. Allora la storia riprende il cammino di ciò che è veridico ed eterno si solleva e profuma come rosa in giardino, ed il roseto s’espande curato dai Giardinieri: uomini e Divinità che coltivano lo stratificarsi delle memorie condivise nelle diverse civiltà. Cresce allora, sintesi di sintesi una Storia per metà umana e per metà divina e questa storia archetipica divenuta ormai perenne ed eterna che non si può cancellare prende il nome di mito.

Il mito si invera sempre e si ripete nel suo archetipo fondante. Diversificata invece è la forma che rivestirà sulla terra in quanto il mito rispetta la libertà delle forme d’ogni diversa epoca. Il Dio Odino per i Longobardi cristianizzati, si chiamò san Michele Arcangelo, troviamo tutta l’Italia costellata di santuari a lui dedicati. Cambiarono le vesti ma non l’ identità spirituale dell’entità in questione.

E questo vale anche per i luoghi: a Chartres, sorse una cattedrale sopra la sede di misteri druidici antichi. Così a Lourdes a Roma ed in mille altri posti, la terra mantenne memoria dell’incontro tra Dei luminosi ed umani capaci di rilevare la potenza in lande speciali intessute di forza.

Alessandro il Grande non poteva nascere ateniese imbrigliato dalla democrazia e senza falange. Certe intuizioni speciali si possono ottenere soltanto in paesi lontani, il realismo magico di Marquez è tutt’uno con la sua Colombia, Borges doveva nascere a Buenos Aires, Ezra Pound era americano ma scappò in Europa e tornò a Washington recluso per pazzia, dileggiato dai suoi compatrioti. Dante non avrebbe scritto la Commedia restando a Firenze. Soltanto a Vienna certa musica sublime sgorgò dal cuore di Mozart o Beethoven. Haendel dovette lasciare il continente e vivere circondato dall’acqua di un’ isola, per trovare il fulgore e la soavità della sua arte. I Beatles dovevano provenire da una brutta città portuale posta di fronte alla magica Ibernia e nel loro sangue ed in quel suolo scorreva il ricordo ancestrale delle ballate irlandesi assieme ai suoni dell’India, colonia britannica.

Il mito s’accende in taluni esseri e in luoghi prestabiliti nei tempi predisposti ad accogliere l’entità di un Dio che entra nella storia e quell’entrata o incorporazione per gli psicologi materialisti risulta essere una semplice e banalissima predisposizione.

IL MITO NON E’ LETTERATURA

IL MITO E’ VITA.

____________________________________

🪈

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

LO YOGA INTEGRALE DI SRI AUROBINDO (di F. Giovi)

🟠

Avrei voluto scrivere una breve biografia di Aurobindo, che a buon diritto, andrebbe collocato tra le grandi figure spirituali della nostra epoca. Ma sono così tante le avventure che ne caratterizzano vita e percorso interiore che sarei stato per sei mesi a raccogliere qualcosa che potesse venir letto. Poi credo che altri abbiano già fatto un simile lavoro.
Mi sono accontentato di estrarre qualcosa da pochi suoi testi (Aurobindo ha scritto tanto) e mi era troppo difficile cercare le righe che mostrano una notevole consonanza con le esperienze fondamentali dell’ascesi antroposofica. Anzi, so che ci sono ma non sono riuscito a trovarle. Inoltre so bene che, per chi non ha sperimentato qualcosa nella meditazione, molte cose sembreranno vuote di significato. Eppure ogni parola sottende (seppure vincolata ad una lingua che considero poco adatta alle cose dello Spirito) una precisa esperienza. Ma nonostante una apparente semplicità, cari amici, Aurobindo passa sovente dalla terra all’infinito, come era sua abitudine.
Egli ha trattato di socialità, politica, storia e vita divina, attento anche a ciò che si muoveva in Occidente.
Io, come da mia abitudine, riporto solo qualcosa della pratica del suo Yoga Integrale.

§

Yoga significa unione col Divino.

L’unione può essere trascendente (sovra universale) oppure cosmica (universale) oppure individuale.
Nel nostro yoga l’unione deve essere triplice. Ciò significa raggiungere uno stato di coscienza ove non si è più limitati dal piccolo ego, né dalla mente, né dalla natura vitale, né dal corpo: uno stato di coscienza ove si è uniti col Supremo o con la Coscienza universale o con una coscienza interiore profonda ove si percepisce la propria anima, il proprio essere intimo e la verità reale dell’esistenza.

V’è una forza che accompagna la crescita della nuova coscienza e che insieme cresce con lei e l’aiuta a nascere e a completarsi: questa forza è yogashakti. Quaggiù essa è ristretta e sopita in tutti i chakra del nostro essere interiore e, alla base della colonna vertebrale, è quella che i Tantra chiamano kundalini. Ma questa forza è anche sopra di noi, sopra la nostra testa e là non è né ristretta né sopita, ma sveglia, cosciente e possente, estesa e vasta. Là attende di manifestarsi e a essa (che è il potere della Madre) dobbiamo aprirci. Essa può legare ciò che in noi è più basso a ciò che è più elevato. Può manifestarsi in noi come una forza mentale, vitale e fisica, può scendere in noi e divenire un potere per l’azione. (Lights on Yoga)

L’essere umano è composto da vari elementi.
All’esterno il corpo fisico, l’essere vitale e la mente, che hanno anche una parte sottile e interiore.
Separato sta l’essere centrale che sostiene tutto e che è il Divino nell’uomo.
L’essere centrale ha due aspetti. In alto è il jivatman, l’essere vero, di cui si prende coscienza quando giunge la più alta cognizione di sé. Al centro è il chaitya purusha che sta dietro al corpo, la vitalità e la mente. Il jivatman sta sopra la manifestazione e la presiede, il chaitya purusha è presente dietro la manifestazione e la sostiene.
All’uomo esteriore la realtà resta celata. Egli la sostituisce con il senso dell’ego, che è una formazione momentanea della natura fisica, vitale e mentale. (Lights on Yoga)

Nella mente umana vi sono molti gradi. In basso una mente meccanica, oscura e agitata o inerte e stupida che ripete le idee comuni. Sopra v’è una mente che immagina, progetta e fantastica. Più sopra v’è la mente propriamente detta, quella che ragiona, considera, scopre: è la buddhi.
La nostra mente non è creatrice: è intermediaria. Per creare, deve ricevere dall’alto un’”ispirazione”, che la metta in moto.
La mente illumina soltanto la superficie delle cose e ha un ristretto campo di visione. Ma fuori dal suo cerchio vi sono infinite cose che la mente non può vedere. Non vede ciò che è sopra, ciò che è dentro, nemmeno ciò che è sotto. Vede la superficie, che non è mai la verità delle cose: alla superficie troviamo dei fatti e non la realtà, troviamo dei fenomeni e non la conoscenza.
La nostra coscienza s’identifica di solito con la mente, ma la coscienza mentale è solo il registro umano e non esaurisce i tanti registri della coscienza, così come il nostro occhio ignora le tante gamme di colore esistenti.
L’attività ordinaria della mente è d’ostacolo all’esperienza spirituale, così come l’ostacola l’ordinaria attività vitale o l’oscura coscienza del corpo.
Il tumulto dell’attività mentale va ridotto al silenzio. La conoscenza deve venire dall’alto affinché la calma e la pace possano essere complete. In questa calma le solite attività mentali divengono moti di superficie, con i quali l’essere interiore non ha più rapporto. E’ la liberazione necessaria per la vera conoscenza.
La mente ha molti difetti, troppi per essere tutti enumerati. (Letters, Bases of Yoga, The Synthesis of Yoga)
Arresta interiormente ogni pensiero e ogni parola, sii immobile dentro, guarda in alto nella luce e guarda fuori, nella vasta coscienza cosmica che ti attornia. Sii sempre più unito allo splendore e all’ampiezza. Allora dall’alto apparirà in te la Verità e ti penetrerà tutt’intorno. (Man a Transitional Being)
Non è facile entrare nel Silenzio. Restate tranquilli, non lottate con la mente, non fate sforzi. Se la mente resta attiva, guardatela indietreggiando, senza giudizio interiore, finché le attività mentali, comuni o meccaniche, cominciano a tacere, non più sostenute dall’interno.
Il Silenzio non significa assenza di esperienze. E’ un silenzio e una calma interiori in cui tutte le esperienze possono venire, senza disturbare.
Nel silenzio non si devono respingere le immagini che si elevano in voi. E’ un segno che i piani di coscienza mentale interiore, vitale interiore e fisico sottile si stanno socchiudendo.
Nel silenzio giunge la vera conoscenza, nel silenzio è la saggezza. (Letters) (vedi anche la mia nota sulla Fattibilità dell’esperienza interiore)

La discesa dall’alto è la via decisiva dalla quale vengono la pace e il silenzio.
Talvolta il sadhak non se ne rende conto: sente la pace stabilirsi in lui o almeno manifestarsi, ma ignora come e donde è giunta. Tutto ciò che appartiene alla coscienza superiore viene dall’alto; non solo la pace e il silenzio spirituali, ma anche la luce, la potenza, la conoscenza, la visione ed il superiore pensiero, l’ananda.
Ma, fino ad un certo punto, è anche possibile che tutto quanto sorga dall’intimo: ciò avviene perché il chaitya purusha, al centro di noi stessi, è aperto direttamente all’alto e così la coscienza superiore dapprima scende nel cahitya purusha e poi si manifesta nel resto dell’essere o anche perché il chaitya purusha passa in primo piano.
Comunque, le due vie sovrane della siddhi dello yoga sono o una discesa dall’alto o una rivelazione interiore.
Invece gli sforzi della mente superficiale o delle emozioni possono far credere d’aver raggiunto qualcosa, ma i risultati sono sempre incerti e frammentari, se comparati a quelli delle due vie radicali.
Perciò nel nostro yoga insistiamo sulla necessità di “aprirsi”, affinché la sadhana rechi i suoi frutti: aprirsi verso l’alto ossia sovra la mente (overmind e supermind), verso il jivatman e aprirsi alla parte più profonda in noi, verso il chaitya purusha.
Il centro più elevato è nella testa, il centro più profondo è nel cuore, ma il centro che si apre direttamente al Supremo è sopra la testa, del tutto fuori dal corpo fisico, nel sottile, sukshma sharira.
Entrarvi è essere liberato dall’ego. (Lights on Yoga)

Nella nostra sadhana le due cose più importanti sono l’apertura del centro del cuore e le aperture dei centri della mente a tutto ciò che è dietro e sopra di loro. Infatti il cuore si apre al chaitya purusha e i centri mentali si aprono alla coscienza superiore di jivatman. La congiunzione dei due è il mezzo principale per ottenere la siddhi.
Le aperture si ottengono con la concentrazione. Di solito la coscienza si spande e corre da per tutto. Per conseguire qualsiasi cosa di una certa importanza, ci si deve concentrare su di un pensiero o su un sentimento.
La prima apertura (concentrazione nel cuore) si attua con un appello al Divino perché si manifesti in noi e perché, tramite chaitya purusha, si impadronisca dell’intera nostra natura e la diriga. L’aspirazione, la preghiera, la bhakti, l’amore, la dedizione sono i principali sostegni di questa parte della sadhana, insieme al rigetto di quanto ci sbarra la strada verso quello a cui aspiriamo.
La seconda apertura si attua con la concentrazione della testa ed il sostegno è aspirazione, richiamo, ferma volontà di far scendere nell’essere la pace, la potenza, la luce, la conoscenza, l’ananda divini: da prima la pace o la pace e la forza insieme. Bisogna accogliere favorevolmente tutto ciò che scende, poiché non v’è regola unica per tutti. Ma se la pace non è venuta per prima, bisogna stare attenti a non inorgoglirsi in un’esaltazione vanitosa, stare attenti a non perdere l’equilibrio.
Infatti spesso accade che la natura inferiore sia stimolata e eccitata dalla discesa e voglia mettersi in mezzo, distogliendo la forza a suo profitto. Capita anche che una o più Potenze, di natura non divina, vogliano farsi credere il Signore supremo o la divina Madre. Se vi si consente, ne derivano conseguenze davvero disastrose.
Se invece il sadhak dà il suo consenso solo al lavoro del Divino e s’abbandona solo alla sua direzione, allora tutto può svolgersi armoniosamente. (Lights on Yoga)

V’è uno stato in cui il sadhak è conscio della forza divina che opera in lui, o almeno dei suoi risultati, e non ostruisce la discesa con le proprie attività mentali, con la turbolenza vitale o con l’inerzia fisica. Per aprirsi il mezzo migliore è samarpana (in inglese surrender, ossia sommissione, dedizione, consacrazione). Samarpana è consacrare al Divino tutto ciò che si è e che si ha, non cercare di far prevalere le proprie idee, le proprie abitudini, i propri desideri, ecc., ma di permettere alla verità divina di sostituirli da per tutto con la sua conoscenza, la sua volontà e la sua azione.
Restate sempre connessi con la forza divina. Lasciatela compiere la sua opera.
Ovunque necessario si impadronirà delle energie inferiori e le purificherà o, in altri momenti, ve ne sbarazzerà e le sostituirà. Non lasciate che la vostra mente governi, discuta, determini ciò che occorre fare: perdereste il contatto con la forza divina e le energie inferiori riprenderebbero a agire per proprio conto e tutto diventerebbe movimento falso e confuso.
Il dono di sé o sommissione (samarpana) è richiesto a quanti praticano questo yoga, poiché senza tale progressiva consacrazione dell’essere, è del tutto impossibile avvicinarsi al nostro fine.
Nei primi tempi della sadhana, e con ciò non intendo dire un periodo breve, lo sforzo individuale è indispensabile. La sottomissione non si ottiene in un giorno. La mente ha le sue idee e vi si aggrappa, la natura vitale si oppone, la coscienza fisica è come una pietra. Solo chaitya purusha sa come consacrarsi ed esso al principio è generalmente molto velato. Quando si sveglia, conduce a una sommissione brusca e verace dell’essere intero. Fino ad allora lo sforzo è indispensabile. (Ligths on Yoga)

Rientrare totalmente in se stesso, per avere esperienze e trascurare l’azione, il lavoro, la coscienza esteriore, è uno squilibrio da un solo lato della sadhana. Il nostro è purna yoga (Yoga totale, integrale).
Ma il gettarsi all’infuori, vivere unicamente nell’essere esteriore, è anche squilibrarsi da un solo lato della sadhana.
Tutto dipende dallo stato interiore: l’azione esteriore è utile soltanto come mezzo per esprimere lo stato interiore, per renderlo efficace e dinamico.
Se fate o dite una cosa con il chaitya purusha predominante o con l’appropriato contatto interno, la cosa sarà efficace. Se fate o dite la stessa cosa sotto impulsi mentali, vitali o in un’atmosfera cattiva o torbida, la cosa sarà inefficace. Per fare una cosa vera, nel vero modo, bisogna trovarsi nella coscienza vera. Ciò è possibile nel modo crescente se chaitya purusha predomina e se l’essere intero è volto verso la Madre divina.
Quando potrete avere costantemente la percezione di un essere interiore calmo, mentre la mente superficiale svolge il lavoro, allora comincerà l’unione divina nell’azione. (Lights on Yoga)

Quando ananda viene in voi, è il Divino che entra. Ananda è più che la pace o la gioia: è la natura stessa del Divino supremo. Ananda può scendere con irruzione o frequenti discese o parzialmente o per un momento. Ma non può persistere in noi, se non siamo preparati. (Letters)
Non a tutti è dato di contenere e sopportare l’estasi possente della felicità divina. Solo coloro che sono stati bruciati dalle pene terrestri, dai calori cocenti della vita possono sopportarla senza esserne spezzati, mentalmente o fisicamente. Il vaso di terra non indurito dal fuoco, non può trattenere questo vino: si rompe e lo perde. Per poterlo contenere anche il nostro organismo deve essere preparato dai dolori e averli conquistati. (Arya, luglio 1915)

Lo yoga non è un campo di dissertazioni o d’argomentazioni mentali. Non è limitato alla mente che deve tacere.
Lo spirito del dubbio, dubita sempre: perché ne trae piacere. Esso adopera la mente come mero strumento per dubitare. Ribattere continuamente ai dubbi è del tutto vano, perché lo spirito del dubbio cerca solo se stesso e riappare perpetuamente.
La ragione non è una conoscenza che conosce, ma un’ignoranza che discute. (Letters)
Quando la pace del Supremo scende in voi, quando la Presenza divina è in voi, quando ananda si precipita su voi come una marea, quando la forza divina soffia trasportandovi come foglia al vento, quando l’amore universale fiorisce in voi e si spande in tutta la creazione, quando la conoscenza divina vi illumina e in un baleno chiarisce quanto era prima triste e cupo, quando tutto ciò che è intorno, tutto quello che vedete, udite, toccate si trasfigura nel Supremo, allora non potete più dubitare o negare, come non si nega la luce del giorno, l’aria o il sole nel cielo: solo nella fulgurea esperienza del Divino v’è certezza. (Letters)

La trasformazione della coscienza terrestre in coscienza divina è decretata e infallibile: la coscienza terrestre non ha terminato la sua ascensione e la mente umana non ne è il culmine finale.
Affinché la trasformazione avvenga, prenda forma e duri, occorre dal basso un appello e dall’alto il consenso del Supremo. La Potenza che sta tra l’appello ed il consenso è la Madre divina. Ella sola può infrangere il coperchio, strappare il velo, preparare il vascello e condurre in questo mondo d’oscurità, di menzogna, di dolore e di morte, la verità, la luce, la vita divina e l‘ananda degli immortali. (The Mother)

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

DEMOCRAZIA E RIVOLUZIONE (INTERIORE)

albero della vita

🔵

L’insurrezione violenta è manifestazione fisica di un pensiero. Non è democrazia in sè.

Le ingiustizie e le vessazioni sono le conseguenze di un cattivo ordinamento sociale. E cosi si può definire pure una rivoluzione civile.

Nel pensiero di ognuno dovrebbe dominare la “democrazia” , ma così non essendo, la conseguente azione esteriore è semplicemente logica e naturale espressione di un accordo cruciale – di tutti – mancato: l’ingiustizia,  così come la ribellione.

Il pensiero che mette in essere un vero ordinamento democratico dovrebbe essere vivo  durante tutto il processo di detto ordinamento, non dovrebbe lasciare agli articoli (con forza) di legge e, ai meccanismi, il naturale svolgimento dei compiti, tagliati fuori  – questi ultimi – dal loro spirito originario.

Il capo di stato, così come il dirigente economico, così come il lavoratore, se collegati sempre nella loro azione al pensiero morale in cui si riconoscono, contribuiscono tutti alla vita della “democrazia”.

I “principi” morali, ossia la limpidezza e la vita originaria degli uomini, sono quelli da preservare, e non la loro astrazione, dialettizzazione o demagogia conseguenti, perchè è a causa di queste ultime che gli uomini divengono prigionieri.

La prigionia è quella che si estrinseca attualmente nelle ingiustizie e nelle vessazioni, sia del povero che del ricco e del potente, quest’ ultimo ingannato da se stesso – più del povero debole e della vittima storica -, perchè fedele alla passione per le manifestazioni visibili, ritenute queste oggetti e quindi prive di vita interiore, ma non per questo incapaci di dominare chiunque abbia dimenticato per strada il proprio spirito originario.

Lo spirito originario è messo in condizione di non influire nel processo democratico ed economico.

Il denaro ritenuto mezzo sicuro di potere oggi indica le soluzioni sia al tiranno che allo schiavo.

Ma veramente schiavi sono il pensiero, la cultura, lo spirito dell’uomo.

Se questi invece potessero liberamente essere curati, senza commistione di interessi economici e politici, avverrebbe la nascita e la formazione di uomini liberi, forti e liberi di formarsi secondo la loro aspirazione originaria: l’aspirazione originaria è quell’archetipo che vuole l’uomo “superiore” e più completo rispetto al regno minerale, vegetale ed animale, non debole e suscettibile di essere manovrato e strumentalizzato, di essere asservito alla natura cieca e ai suoi sensi; avverrebbe la nascita dell’uomo vero, quello che ritiene sacro lo spirito di ognuno, sacro e libero di esprimersi in azioni veramente morali: senza escludere nessuno.

Utopia vera ed astrazione è il pensiero automatico ordinario che vede i fenomeni esteriori suscettibili di essere da quello ordinati:  in realtà si mette in essere un asservimento al solo lato materiale della vita. Il materialismo è la vera astrazione, la vera utopia.

L’uomo dovrebbe mettersi a guardia e preservazione del vivere del suo spirito e non del profitto e del denaro. Non ottemperando a quella che è la sua vera Natura egli non fa altro che assicurare la vita eterna al suo Prometeo, alle sue rivoluzioni e alle sue guerre.

Siamo tutti responsabili.

Siamo tutti urgentemente e drammaticamente chiamati ad un compito radicale che non è semplice ed animalesca vita di branco unicamente finalizzata alla natura istintiva.

Se l’uomo si dedicasse ogni giorno anche a restituire la vita al suo pensare, a curare la vita del suo pensare  che è “invisibile”, restituirebbe a sua volta la vita alla materia visibile, che non è da rigettare o da possedere, bensì da reintegrare della sua forza, della sua volontà ora perduta; materia da reintegrare di pensiero “vivo”, ora disanimato: l’uomo otterebbe che la natura, e ciò che egli ha creato, non si rivolterebbero più contro di lui, perchè avrebbero ritrovato il loro Signore.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRIPARTIZIONE SOCIALE

CONCENTRAZIONE E MEDITAZIONE (di F. De Pascale)

Ho sempre pensato – in maniera oltremodo estremista – che la concentrazione sia una “tecnica”, e che la meditazione sia invece un’ “arte”.

Ciò implica che la concentrazione sia essenzialmente un’operazione della volontà nella corrente del pensare, ed essa deve essere attuata con precisione scientifica, eseguita con modalità esatte, con energia, senza verun sentimentalismo, addirittura brutalmente quando necessario.

La meditazione è, al contrario, un’operazione interiore più “delicata”, implicante uno stato interiore di “degnità” interiore. Tale “degnità” non è richiesta come prerequisito della concentrazione: semmai ne è indiretto e prezioso risultato. La concentrazione richiede coraggio, energica volontà, salda risoluzione, e infinita tenacia. Perciò la concentrazione è una operazione attuabile da ogni tipo umano, anche il più “indegno”, se costui ha ferma volontà di una radicale trasformazione interiore.

La fase iniziale della concentrazione è decisamente brutale: è l’azione dell’Io come ego, che giunge ad essere così potente da attuare il volitivo annientamento della forma “ego” dell’Io: non la si può attuare senza volontà risoluta e crescente energia. Se tale sforzo interiore non viene pavidamente evitato, se non ci si risparmia, se si dà veramente tutto di noi stessi, allora la fase successiva della concentrazione si attua come atto di una volontà più sottile, più “delicata”, e in questo più affine alla meditazione.

La meditazione in quanto “arte” è un’operazione spiritualmente più “esigente”, in quanto già presuppone il conseguimento di un almeno minimo dominio del pensare, che normalmente è frutto di una intensa e prolungata disciplina della concentrazione. La meditazione si alimenta di un’energica disciplina della concentrazione. Essendo un’operazione spirituale essenzialmente non egoica, la meditazione presuppone che con l’ego si siano già fatti risolutamente i conti nella concentrazione: sino ad arrivare ogni volta sempre più al dissolvimento della forma egoica dell’Io. Questo dissolvimento dell’ego va attuato senza sconti, senza attenuazioni, senza misericordia: oggi soltanto la Via del Pensiero, come Via dello Spirito OLTRE e MALGRADO l’anima, dà concretamente questa possibilità. Non è affatto sano e consigliabile farsi troppe illusioni che attraverso le comode “vie dell’anima” si possa giungere a un dissolvimento dell’ego, e ad un’autentica azione spirituale, indipendente dal coinvolgimento nei melmosi e oscuri meandri dell’anima ferreamente legata alla natura corporea.

Il consiglio di Massimo Scaligero di una non contiguità tra la concentrazione e la meditazione, secondo la mia esperienza di sperimentalista selvaggio, è motivato dall’esigenza che sia nella concentrazione che nella meditazione l’asceta deve tendere a dare tutto se stesso, impegnandosi senza residui con tutta la sua volontà, sino al superamento del limite personale.

La concentrazione che deve essere tenuta temporalmente distinta dalla meditazione, è quella che intensificandosi diviene concentrazione profonda ed infine contemplazione ed esperienza della pura forza-pensiero vuota di pensieri. In quanto tale, la concentrazione profonda è essa stessa “meditazione”. Meditazione e concentrazione hanno lo stesso scopo: divenire esperienza della forza fulgurea del cosmico pensare pre-individuale, che si fa individuale in noi nella contemplazione meditativa e concentrativa, senza tuttavia cessare di fluire in noi nella sua purezza sovraindividuale.

Tuttavia, per esperienza personale, un breve esercizio di concentrazione può essere efficacemente introduttivo alla meditazione profonda: Una breve concentrazione può disperdere il “fatuo accendersi dei pensieri”, riducendoli al silenzio ed instaurando quel clima interiore che è necessario all’attuarsi della meditazione. Essendo quella del meditare una “arte” sottile e spirituale, pur dovendo essere sempre estremamente rigorosi, non si può essere in essa legnosamente rigidi seguendo ottuse regolette filistee. E Massimo Scaligero consigliava pratiche diverse a persone diverse, a seconda della reale esigenza interiore ogni volta riscontrata. Questo non significa affatto che nel meditare si possa fare come più aggrada, ossia quel che compiace ogni volta all’ego. Anche un savio medico darà farmaci diversi a pazienti diversi, e ciò ovviamente non autorizza un paziente ad assumere a suo libito i farmaci più diversi: gli effetti sarebbero sicuramente disastrosi.

L’arte della meditazione si alimenta della concentrazione e dello studio rituale della Via del Pensiero, altrimenti facilmente può prendere ambigui “sentieri laterali”. La Concentrazione – parola di Massimo Scaligero – perseguita con coraggio, tenacia, fedeltà e volontà consacrata, da sola, può portare all’Iniziazione. La meditazione, senza la Concentrazione, porta facilmente alla follia.

___________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO,

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2024

ANNUNCI, SCIENZA DELLO SPIRITO

SE GUARDA LO SPIRITO… (di M.Scaligero)

 

🪐

Se guarda lo spirito, se guarda l’Io, l’uomo è portato a sentire un centro di sé, una unità originaria. Non così se guarda il suo essere corporeo, la vita dell’anima e il rapporto con il mondo materiale. Egli sente allora l’essere originario diviso, frantumato: il rifrangersi della luce da innumerevoli forme.

In lui tuttavia la frantumazione tende a ricostituire la unità. Egli giunge a conoscere nell’intimo di sè la forza che porterà a compimento l’unità.

L’universo è contratto nella forma umana. La vita dei pianeti diviene attività ritmica del corpo eterico: le forze delle stelle fisse dello zodiaco si traducono nella vita dei sensi e dei nervi, mediante cui si manifesta il pensiero. La potenza del sole è recata dal cuore e sostiene la forma dell’uomo. Tutto è il ritmo della luce, o l’armonia delle stelle, che tende a ricostituirsi nell’uomo: sorgendo come pensiero.

Il sole è il vuoto del vuoto. È l’occhio dell’universo: in tal senso è il centro d’irraggiamento della luce: il centro in cui converge da remote profondità la luce creatrice: per irradiarsi. Il cuore è nell’uomo la sua presenza: da cui la luce risorge come tessuto delle pure idee: che l’uomo attinge e crea in quanto sia libero, sia un Io.

In realtà l’uomo è la meta dell’universo. Egli è offerto all’opera dell’universo, perchè l’Io si esprima, e nell’esprimersi attui la libertà: faccia revivere del lievito della terra l’universo.

da “L’Imaginazione creatrice”.

___________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO

PIO FILIPPANI RONCONI (di Cibon)

File:Pio Filippani Ronconi in Waffen-SS uniform.jpg

🔵

Guerriero nello Spirito, viaggiatore instancabile di mondi antichi e futuri questo e molto altro è stato Pio Filippani Ronconi, un uomo che ha saputo rivivere in sé tutta la Tradizione Perenne ripercorrendo e dignificando il passato per approdare pienamente nell’Antroposofia che conobbe profondamente grazie a Massimo Scaligero.

Non starò qui a scrivere la sua biografia, si possono trovare moltissime testimonianze sulla rete virtuale.

Egli fu un Figlio di Manu che combatté prima di tutto per esprimere massimamente la sua natura. Fuggire dal conflitto, sia terreno che spirituale, lo avrebbe allontanato da sé stesso: la lotta, la battaglia è parte integrante dell’uomo e Pio era pienamente Umano.

Ciononostante, nel contemporaneo mondo antroposofico pochi lo conoscono giacché il suo modo di porsi nei confronti della Scienza dello Spirito non era canonico, anzi! La sua era prima di tutto una vita di asceta-guerriero, fu un moderno Kshatriya e allo stesso tempo brahamana, anzi, per essere più precisi, si potrebbe dire che fu un vivente esempio di completa triarticolazione, di completa esaltazione del Pensiero, del Sentire e del Volere.
Ed è proprio l’ascesi del pensiero che lo riconnette a quella sottile linea che da Steiner si trasmise a Colazza, per poi passare a Scaligero e approdare in forma essotericamente mutata proprio in Pio.

A tal proposito, scrive nella prefazione de “La Luce” del suo mentore Massimo:

“Il tema fondamentale dell’opera, attorno a cui si ordinano i suoi dodici capitoli, è quello dell’essenza intuitiva del pensare, in cui opera il principio della Luce, che è idea. L’uomo si serve della Luce, con cui guarda il suo riflettersi nella tenebra, che gli appare come mondo oggettivo, ma non la possiede né si accorge che fuori di sé è la Luce, o Lógos, a dominare la tenebra, conferendo significato al mondo delle forme che da questa emergono. La conoscenza, quindi, è un ritrovarsi dell’uomo nel cuore della tenebra, ricongiungendosi alla Luce che su di essa domina. Come il Figlio nasce dalla Vergine, così il linguaggio – prolungamento del Verbo di qua dalla soglia umana – nasce dall’Anima del Mondo ed anche nelle sue forme minime è pur sempre una risonanza della Parola cosmica.” (La Luce, Massimo Scaligero, Edilibri)

Il linguaggio nasce dall’Anima del Mondo! Pio era un vero conoscitore del linguaggio, si dice addirittura che padroneggiasse 40 lingue differenti! Che sia vero o meno, in ogni caso ci si trova di fronte ad un vero e proprio siddhi, un dono dello Spirito che caratterizzò profondamente Filippani Ronconi. Egli fu dunque legittimo figlio dell’Anima del Mondo, capace di dare pienamente vita a quella Tradizione Perenne di cui spesso si discute molto, ma che effettivamente è praticata da pochi.

Questo e molto altro fu Pio Filippani Ronconi.

 

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

LO SHI-KIAI (di F. Giovi)

🗡️

Dell’alchimia estremo-orientale uno di filoni antichissimi e maggiormente suggestivi è quello conosciuto come “la soluzione del cadavere e della spada”.

Conosciuto? Mica tanto.

Le prime notizie, in Occidente, apparvero nella trama di un romanzo occulto dello scrittore ceco Gustav Meyrink: Der weisse Domenikaner, pubblicato nel 1921 a Vienna per le Ed. Rikola.

E i dissensi sollevati nei circoli misterici e di settore non furono minori del grande interesse sollecitato dal romanzo. Reso ancora maggiore dall’introduzione dell’autore che, per la prima e unica volta, osserva che, forse, il testo non è completamente suo: … Alla fine, non mi è restato che lasciar fare all’influenza che aveva dato a sé stessa il nome di Cristoforo Colombaia, di prestarle, per così dire, la mano e la penna a che potesse scrivere, cancellando dal libro quanto era nato dalla mia iniziativa personale”.

Dottrine che, negli anni ’20 erano sconosciute ai compilatori della famosa Enciclopedia Britannica e ai dotti critici che, anzi, dubitarono della reale esistenza di simili e curiose suggestioni.

Queste dottrine si basavano sulla credenza che esistettero e furono praticati in Oriente strani metodi di sviluppo mistico, per opera dei quali sarebbe stato possibile liberare lo spirito dal corpo, sia per mezzo della “dissoluzione del cadavere, sia mediante una misteriosa e mistica “spada”.

Poi, una prima traduzione di trattati cinesi ad opera del prof. Pfizmaier dell’Accademia di Vienna, permise al Mead, direttore della rinomata rivista Quest, di pubblicare alcuni esempi di questi metodi, assai differenti rispetto ai celebrati sistemi dello Yoga.
Trattasi di un genere di alchimia interiore che fa capo a due principali trasformazioni.

Nell’una, detta Shi-Kiai, l’operatore raggiunge una condizione in cui riesce a dissolvere completamente il corpo sensibile, rendendosi invisibile e elevandosi al grado di adepto immortale. In casi di imperfetto conseguimento perde soltanto la ponderabilità pur continuando a mantenere l’apparenza di persona comune.

Nell’altra trasformazione, chiamata Kien-Kiai, lo scomparso lascia al posto del proprio corpo una spada e, a volte, un coltello o un bastone o qualche indumento.

Entrambe le vie sono segrete e appartengono alla via (tao) alchemica.

Trascrivo alcuni esempi:

Tung Tshung Ki nacque a Hoai-nan. Nella sua gioventù fece uso dell’Aria e raffinò la sua Forma. A cento anni non era invecchiato. Ingiustamente accusato fu messo in prigione. Dissolse il suo corpo e disparve come un Immortale.

Il Principe del purpureo yang comunicò la via di dissolversi con la Spada che proviene dalla fortezza d’occidente. Colui che pratica questo metodo e tiene appesa la Spada divina per sette anni, insieme ai suggelli credenziali del Libro Rosso, si dissolve, si trasmuta e sparisce. Se si propone per compito il puro volo spirituale della prima aurora ricurva, acquista istantaneamente il potere di nascondersi e trasmutarsi.

Altri interessanti scritti si trovano nell’introduzione di J. Evola alla traduzione italiana del Domenicano Bianco del 1944 (Bocca Editore, Milano).

A far luce su questa complicata strada di meditazione e alchimia sono risultati fondamentali i sapienti lavori di Lu K’uan Yu (Charles Luk), tradotti anche in italiano dall’editore Ubaldini. In particolare, del medesimo autore, Lo Yoga del Tao (Ed. Mediterranee). Per i basilari principi dell’Opera, vale lo studio chiarificatore di K. Durckheim, intitolata Hara- Il centro vitale dell’uomo secondo lo zen (Ed. Mediterranee).

Il senso della precaria solidità del corpo fisico perdura come una memoria collettiva anche nell’Oriente moderno. I bei film cinesi (come, per es. La tigre e il dragone) di fantasia, con o senza riferimenti storici, mostrano di continuo la capacità di una leggerezza che supera la gravità sensibile e, in genere la capacità di trapassare la densità della materia. A Hong Kong è meta di devoti un contenitore trasparente che contiene il corpo di un sant’uomo senza i segni della corruzione.

Per una integrazione rettificatrice in relazione alla condizione occulto-esistenziale dell’uomo dei tempi nostri, rimando al II capitolo della Via della Volontà Solare di Massimo Scaligero, che tratta, come già svela il titolo, il profondo contenuto che separa la natura di una antica immortalità da quanto urge nell’uomo contemporaneo come potenza di Resurrezione: tra la virtù dello Shi-kiai e il germe della forza solare immesso nell’uomo con il sacrificio del Golgotha.

SCIENZA DELLO SPIRITO, TRADIZIONE

GIORDANO BRUNO: L’UOMO È EMANATO DALL’UNO (di F. De Pascale)

🔵

Giordano Bruno non è solo colui che infranse una immagine del mondo che gli umani, adagiati sull’abitudine, avevano in campo astronomico. Giordano Bruno fu anche un asceta del pensiero che cercò – e secondo me pure raggiunse – l’unione con l’Anima del Mondo. Il suo neoplatonismo magico lo portò a ricercare nell’Ermetismo classico le vie dell’esperienza spirituale e dell’Iniziazione ad una vita spirituale superiore all’ignoranza e alla labilità umana. 

Quel che i rappresentanti della Potenza Straniera d’Oltretevere, i “predicatori di ciance” come li chiamava Dante, che ancora occupano illegittimamente il suolo della Terra d’Ausonia, non possono tollerare è che l’essere umano con il suo coraggio di conoscere, con i suoi propri sforzi e la consacrazione della sua volontà, possa giungere a superare la cecità spirituale umana e ad innalzarsi all’esperienza spirituale diretta. Come diceva anni fa il Cardinal Ratzinger: “E noi, la Chiesa, cosa ci stiamo a fare?!”. Giusto, voi preti che cosa ci state a fare? 

Il loro terrore è di perdere tutti i clienti! Né più né meno che i politici italiani e non solo italiani. La Chiesa Cattolica da sempre ha come suo precipuo scopo – e questo lo dice Rudolf Steiner – prima l’anestesia e poi la distruzione dell’anima cosciente dell’uomo. 

L’essere umano – e su questo l’allora Cardinal Ratzinger fu quantaltri mai chiarissimo – è composto di corpo e anima soltanto, e non anche di spirito, perché lo spirito gli viene somministrato dalla mediazione liturgica della Chiesa, che la esercita attraverso i sacramenti, dei quali pretende il monopolio. Ossia, la costituzione occulta dell’uomo – secondo lui – è corpo, anima e Chiesa, non corpo, anima e spirito. E questo perché – secondo i predicatori di ciance che abitano di là dal Tevere – l’uomo è creato – a suo libito e senza un perché – dal nulla da un Creatore, che in qualsiasi momento lo può – libito licito – distruggerlo, ed una cosa è buona sol perché Dio la vuole, e non Dio la vuole proprio perché buona. 

Mentre per Giordano Bruno – ed anche per Rudolf Steiner che a Giordano Bruno dedicò la prima stesura del libro Teosofia – l’uomo è emanato dall’Uno, e non creato dal nulla, e poiché dall’Uno è stato emanato, ancorché caduto in un immemore stato di abiezione, pure all’Uno, liberamente e coscientemente, egli può nuovamente innalzarsi ed unirsi, ripercorrendo i gradini della discesa nella frantumazione dionisiaca della molteplicità apparente e nell’illusione sensibile e materiale. Nelle profondità di sé l’uomo ha un fuoco, che cova sotto la cenere che lo ricopre ma non lo spegne, e questo fuoco egli può, coscientemente, liberamente, con le sue stesse forze, far nuovamente divampare a fiamma, se sol conosce l’Arte di nutrirlo e di rianimarlo. Quell’Arte che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno mirabilmente insegnato con la Via del Pensiero, con la Via della Iniziazione. 

Ma a cotal spirituale fuoco i predicatori di ciance d’Oltretevere hanno preferito il fuoco che distrusse la Biblioteca di Alessandria ove insegnava la nostra Ipazia, il fuoco che distrusse la sede dei Misteri – il Telesterion – ad Eleusi, il fuoco dei roghi, il fuoco che distrusse il primo Goetheanum – perché è verissimo e certissimo che furono loro ad incendiarlo, dopo avere arrogantemente annunciato sui giornali basilesi che l’avrebbero fatto, ed altresì organizzato una riunione “operativa” alla Taverna Ochsen di Arlesheim, la sera prima dell’appicamento, nel quale arse pure l’incendiario esecutore da loro incaricato in quella sciagurata riunione – ed anche il fuoco di rivoltelle adoprate nel tentativo di sopprimere nell’Italia degli Anni Venti del passato secolo alcune voci dell’esoterismo italiano. 

Il tutto perché loro ritengono di essere creati dal nulla per l’imperscrutabile volontà di un Dio ridotto all’assurdo. Ho avuto modo di dire celiando – sed quis vetat ridendo dicere verum?: non è forse possibile dir la verità, sia pur con umorismo? – che sarebbe auspicabile che i creati dal nulla non si occupassero delle cose degli emanati dall’Uno, e li lasciassero in pace. Ma si sa – al di là del diolciastro e ‘caritatevole’ buonismo cristiano – la politica e la strategia della Chiesa Cattolica nei confronti dell’esoterismo e delle comunità spirituali autonome, possono riassumersi in queste poche parole: “Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi, e ve la neghiamo in nome dei nostri principi”. Semplice, nella sua cinica perfidia, no?! Alla bisogna, poi, ritorna ai “vecchi” sistemi violenti, come nel Messico degli anni venti del Novecento, ove tramite i “Cristeros”, i “Guerriglieri di Cristo Re” si assassinavano spregiudicatamente gli avversari politici ed ideologici, pratica in uso anche nella penisola iberica. Le mie simpatie – ça va sans dire – vanno tutte al Presidente Calisto Plutarco Calles che con energia giacobina librò il Messico per un tempo di quella mala genìa!

Quella di Giordano Bruno fu la voce di chi ebbe il coraggio di conoscere, di indicare a chi voleva conoscere la Via della Reintegrazione nell’Uno attraverso la platonica Estasi Filosofica, la quale portata alla sua estrema istanza sfoci nella Via del Pensiero e nella Concentrazione. Vogliamo ricordare – e raccomandare – questi pensieri a coloro che, ingenuamente e in buonissima fede – confidano nelle “tenerezze” che molti catto-esoteristi – anche sul Colle del Gianicolo – hanno per la Potenza Straniera d’Oltretevere, e le cui “quinte colonne” sulla “rete” inquinano babelicamente a più non posso il panorama spirituale. Ma verrà un giorno il Veltro che la farà morir di doglia!

____________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO,

SIRIO-ISIDE-SOPHIA (di Savitri)

Stella dell’anima mia

che al tramonto

m’annunci la notte oscura,

quando non ti vedrò piú

ed il crogiuolo della nostalgia

modellerà il mio cuore per eoni 

in attesa ad accogliere il Tuo Figlio.

 

Quando Io sarò Uomo

Tu risorgerai al mattino

per annunciare del Fiume Sacro

la fecondazione della Nuova Terra.

Ed Io Ti riavrò accanto

mia Luce un tempo esiliata,

Iside dolorosa.

 

Dal mio cuore sterile non piú solo,

con Pensiero Immacolato

Ti concepirò di nuovo:

in un respiro

pronuncerò il Tuo nome,

Suono risplendente

in tenue calda fiamma,

per sempre,

mia Stella del Mattino,

per sempre,

mia Sophia.

(S. S.)

________________________________________

🌻

ARTE, PENSARE MASSIMO (poesie di Savitri), POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

LA CONDIZIONE UMANA È SUPREMA (di F. De Pascale)

🪷

“IN QUESTO CORPO ALTO SEI PIEDI, DOTATO DI PERCEZIONE E DI CONOSCENZA, È CONTENUTO IL MONDO, L’ORIGINE DEL MONDO, LA FINE DEL MONDO, E COSI’ PURE IL SENTIERO CHE CONDUCE ALLA FINE DEL MONDO”.

Gautama Buddha. Anguttara Nikaya, IV, 45.

La condizione umana – per quanto attualmente sciagurata e miserevole – è suprema, al punto che viene dichiarato esplicitamente essere “l’UOMO la mèta degli Dèi”. E questo perché solo l’essere umano – e non gli Dèi – fa l’esperienza della morte. Solo l’essere umano – e non gli Dèi – rinchiuso in questo “soma-sema”, o “corpo-prigione”, o “corpo-tomba”, può realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore. Gli stessi Dèi anelano a tale suprema realizzazione, della quale NON sono capaci. Anzi Essi attendono – con struggente nostalgia – che l’UOMO realizzi coraggiosamente Autocoscienza, Libertà e Amore. Gli Dèi attendono tale realizzazione dall’UOMO, realizzazione che l’essere umano NON può ottenere dagli Dèi. Massimo Scaligero arriva a scrivere – ed è una severa ammonizione, che le “anime belle” farebbero bene a ben meditare – che “delude gli Dèi, l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi”!

L’essere umano – e in particolare il praticante interiore – dovrebbe ringraziare ogni giorno al suo risveglio il Cielo, i Numi, e il Destino, per il dono di quel corpo fisico che gli permette l’esperienza della percezione sensibile, del pensare cosciente e della volontà libera. Conducendo audacemente nell’Ascesi alla loro ultima istanza queste tre possibilità donate dall’incarnazione nel corpo fisico, esse trasfigurano e trasmutano nell’esperienza della “percezione pura”, del “pensiero libero dai sensi”, della “volontà solare”. E queste tre pratiche interiori si fondono – tutte e tre – nel dono mirabile della Via del Pensiero, ossia nella Concentrazione, l’esercizio a sé sufficiente, perché in sé ha tutto in un solo atto in atto: percezione, coscienza pensante, e volontà!

Il corpo è il punto di partenza, in quanto è inevitabile partire dalla sola coscienza che abbiamo a libera disposizione: la coscienza di veglia, mediata dal sistema nervoso. L’ascesi libera il moto volitivo del pensare dalla mediazione somatica, in quanto nella Concentrazione il moto cosciente del pensare diviene solo supporto e unica mediazione a se stesso.

Il corpo diventerà altresì punto d’arrivo, in quanto l’esperienza spirituale estracorporea ha la fulgurea potenza di trasformare – CONOSCENDOLA – la corporeità da ottusa alterità in arto cosciente dello Spirito, restituendola al suo essere immortale originario. Ossia, come affermavano Gerard Dorn e Robert Fludd: “Transmutatemini in viventes lapides philosophicos”, “trasmutatevi in viventi pietre filosofali”.

Unica Via per la realizzazione dell’autentico Uomo Interiore, dell’Uomo Spirito, è la Via del Pensiero, la Concentrazione: la Via del concreto annientamento di ogni egoismo.

________________________________

SCIENZA DELLO SPIRITO,
Torna in alto