IL MISTERO DELL'AUTUNNO

Equinozio d'Autunno

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Cari amici,
dopo il Mistero dell’Estate vi propongo la successiva Stagione della natura e dell’anima umana.
Il nostro racconto inizia con l’ultima settimana di luglio.
In questo mese avvengono molte cose.
Da qui inizia ad agire con forza la polarità che (antroposoficamente) chiamiamo coi nomi di Lucifero-Arimane.

Le due potenze hanno accompagnato l’uomo nella sua ascesa sognante sino alla sosta estiva dove egli raggiunge il dono divino.
Lucifero ora vorrebbe mantenere l’uomo nello slancio del tripudio panico, che invece ha già dato il suo frutto. La spinta unidirezionale di Lucifero ci staccherebbe dalla linea ritmica dell’evoluzione. Arimane invece interviene distruttivamente: recando delusione e sfiducia.

Subito dopo la sosta estiva di luglio, all’incirca nell’ultima settimana del mese, i processi cosmici mutano: le giornate sono già più brevi. Viene agosto e la luce si accorcia.
Da Arimane provengono tenebre crescenti che iniziano a uccidere le forze di slancio, la natura, benché ancora rigogliosa, è stanca: basta uno sguardo sensibile per accorgersene.
Il dolore distruttivo di Arimane è il correttivo dell’azione luciferica: l’anima si avvia alla tristezza autunnale.

L’azione contrapposta delle due potenze ci trascinerebbe perpetuamente da un opposto all’altro: un giro senza uscita.
Tristezza in inverno, gioia in estate…ripetizione infinita.

Poiché possediamo l’io (in cui c’è tutto il mondo spirituale) possediamo anche la capacità di imprimere a quel ritmo ricorrente una direzione che la natura non ci offre.

Si giunge a settembre. Le diminuite ore di luce sono offuscate dalle prime nebbie, nubi e piogge. Nell’anima indugiano ancora sogni estivi di felicità, che Arimane distrugge con la realtà dello sfiorire naturale e ci si piega verso il suolo su cui trascinare la nostra esistenza.

Il mondo esterno porta scoraggiamento e tristezza: nel passaggio dalla malinconia di settembre alla tristezza ottembrina giunge all’anima il cenno severo e saldo di Michele.
E’ difficile avvertirlo poiché non agisce dall’esterno ma dallo spirito: può rivelarsi solo alle forze dell’io.

Dall’insegnamento del Dottore ci viene mostrato che l’azione del Cristo verso i due Ostacolatori non è uguale: la forza del Cristo trasforma Lucifero mentre vince e sottomette Arimane.
Michele è forza del Cristo e agisce sui due nel modo indicato.

Lo slancio luciferico dà forza all’io sino a quelle nozze estive chiamate Natale occulto. Poi tale slancio non va evitato ma trasformato.
Arimane invece tenta di uccidere lo slancio interiore (per l’uomo del nostro tempo, tutto esteriorità, sono processi che si svolgono senza che, quasi, giungano a coscienza. Si rimedia accendendo le luci, vestendo panni più caldi, vivendo la solita vita e magari pensando alle vacanze sulla neve).

L’anima modificata da una cosciente disciplina interiore, sente invece lo sgomento del vuoto interno, dell’impotenza, di una propria nullità: simili impressioni possono intensificarsi a diventare una prova per l’anima.
La distruzione proviene da Arimane, la malinconia da Lucifero. Anche la malinconia può venir sentita come una consolazione: attenzione, essa vela la forza di Michele! E’ facile cadervi poiché sembra consonare con l’esteriore: in arte e letteratura prende il nome di “romanticismo”.

Rimanere desti davanti alla propria vuota tristezza e come io, dirsi: “Nulla più mi ispira e mi dà vita, mi sento abbandonato e privo di sostegno. Io a ciò contrappongo la nuda volontà dell’io, con la fiducia che attraverso la fatica dell’io cosciente si attivino le forze spirituali che mi sostennero senza il bisogno dello sforzo cosciente”.

La volontà nuda dell’io (priva di supporti), senza altro sostegno che l’io stesso, appare come ferro con il quale si soggioga Arimane che vuole avviluppare l’anima con tristezza e annichilimento.

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Questo ferro è la “spada” che Michele porge al combattente per lo spirito: con essa viene protetto il prezioso oro solare che il “drago” vorrebbe sottrarre: il dono ricevuto nelle nozze mistiche dell’estate.
Oro visibile nella natura: nel giallo dorato delle foglie che appare alla luce per qualche tempo dopo San Michele, fuori dal verde e dal rosso.

L’azione cosmica di Michele, fatta propria dall’io umano per iniziativa cosciente, vince la tentazione arimanica e l’anima può congiungersi col dono dell’estate.

Natura, il tuo materno essere
io porto nell’essere del mio volere;
e la potenza di fuoco del mio volere
tempra gl’impulsi del mio spirito,
così ch’essi generino sentimento del sé,
perch’io porti me in me stesso.

(R. Steiner, Calendario dell’anima, San Michele – vers. di F. C.)

E nella settimana dopo San Michele:

Penetrare nel profondo del mio essere
mi desta un aspirare pieno di speranza,
ch’io trovo, guardando in me,
qual dono solare dell’estate,
germoglio che vive e mi scalda
nell’atmosfera autunnale,
impulso di forza della mia anima.

(R. Steiner, Calendario dell’anima, settimana dopo San Michele – vers. di F.C.)

Ripeto che tali momenti interiori possono presentarsi in qualunque tempo poiché suscitati da tessuti di forze extratemporali. Nelle stagioni concordano di più con cosmo e natura.

Vi ringrazio e vi saluto. :)

RASTIGNAC

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO,

MICHELE (Video musicale)

(Video realizzato da www.ecoantroposophia.it)

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Aggiungo queste informazioni al video sopra inserito, che ho avute grazie alla mia curiosita’ attivatasi dopo aver gustato il piacere di visionare e ascoltare quanto sopra.
Le musiche su chitarra classica che possiamo ascoltare sono pensieri musicali, improvvisazioni, creati dal maestro NaitsirC e da lui eseguite. Il video e’ invece una Marvignanata.
Complimenti a entrambi. E grazie.

Libretto (Nota del compositore)

Libero – Ombroso

Michele osserva il lavoro degli spiriti delle tenebre sull’animo umano

3:00 ( minuto terzo ) Secondo Movimento – Libero

Michele pensa e pesa, ascolta e rivolta
ordina e

4:00 Quarto minuto Terzo Movimento Ritmato

Saluta i discepoli e consiglia i prodighi

5:45 ( Quinto minuto e quarantacinquesimo secondo ) Quarto movimento

I residui nell’astrale vengono indirizzati

6:30 Quinto movimento

Relazione, compassione e compattezza, ritmo e tenerezza,
ritorno ai cieli.

p.s.

Attenzione alla transizione tra il primo movimento ed il secondo che puo’ far pensare alla fine del video, attendere prego, siamo appena all’inizio…..dei circa dieci mn di ascolto.

MICHELE - La Via del Pensiero, MUSICA, SCIENZA DELLO SPIRITO

Via del «Vuoto» e Compassione: il Sentiero Arcano dell’Intelletto d’Amore

Bodhisattva a

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Taluni, anzi molti, di fronte ad una Via austera e severa come quella del «Vuoto», indicata in India dall’asceta buddhista Nagarjuna, o di fronte alla limpida e austera Via del Pensiero, indicata in Occidente da Massimo Scaligero, si sentono mancare l’aria – vanno letteralmente in debito d’ossigeno – e si chiedono come da una Via che a loro sembra essere tanto arida, e da un’atmosfera tanto rarefatta possa scaturire la pienezza della vita dell’anima, come da essa possano scaturire moti dell’anima come amore e compassione.

Invero, ci siamo sempre stupiti di una tale posizione «umana-troppo umana», che mostra quanto l’inferiore natura – la natura decaduta dal suo stato primordiale, pervertita, in un certo senso «snaturata» o «de-naturata» – tema l’incandescenza dissolvitrice dello Spirito. Lo Spirito, nella sua assoluta purezza, non può non predominare sulla natura e sulla materia: la sua azione su di esse non può che essere trasfiguratrice e o annientatrice.

Che l’essere umano di fronte alla purezza e alla luminosità stellare dei pensieri di Nagarjuna sulla «Vacuità», o di Massimo Scaligero sull’originarietà del Pensiero Vivente, sulla priorità e l’assolutezza dell’«atto puro» del pensare, senta una sorta di «gelo animico» è ben comprensibile, perché quei pensieri nulla hanno dell’ambiguo e stordente «calore» ascendente dal basso, dell’oscuro «calore» promanante dagli istinti. Anzi si può dire quei pensieri posseggano un «fuoco sidereo», la cui «virtù» è alchemicamente quella di «congelare» il «mercurio» e gli altri «metalli» nelle «viscere della terra», ossia la stellare potenza di quei pensieri, l’ardere di quel pensare, ha un effetto raggelante sulla natura istintiva e sulla natura psichica, ossia su quella parte dell’anima che è irregolarmente sveglia nel suo servaggio alla corporeità.

Mentre l’anima originaria, l’anima «stellare» è immersa in un sonno catalettico, fatto di oblio e paralisi, come fosse ibernata. Perché l’anima angelica, l’anima «stellare» si ridesti e risorga, deve essere annientato l’infero magnetismo che lega la psiche al corpo, l’ipnosi che avvince lo sguardo dell’anima caduta al magnetismo del serpente che la costringe alla sua abiezione. Il «calor cogitationis» – come lo chiamava Massimo Scaligero – ha la duplice ermetica «virtù» di «raggelare» la psiche asservita al corpo, che dal corpo trae l’infero «calore» che l’avviva e del quale viene privata dal pensare, e di risvegliare, disciogliere dalla paralisi e dall’incantamento, che la teneva prigioniera, l’anima angelica, rianimandola con un «fuoco soave» del tutto ignoto alla natura istintiva, «riscaldandola» e scacciando il «gelo» che in lei paralizzava la memoria celeste.

È ben vero che il pensare puro, il pensare libero dai sensi, ha un effetto «mortifero» sulla psiche e sulla natura istintiva, effetto corrispondente alla «mortificazione» alchemica, ed è vero altresì che in tale condizione l’essere umano si senta mancare l’aria, che vada in debito d’ossigeno: questo è vero alla lettera. Il sentirsi mancar l’aria, l’andare in debito d’ossigeno, la sensazione di soffocare contro la quale reagisce in noi l’essere animale, è appunto un sentirsi morire. Ma quel che muore è l’essere animale, per il quale assorbire l’aria è un «mangiare la vita», una «vita» caduta, una «vita» inevitabilmente destinata alla morte: una «vita» animale che, ardendo come un fuoco distruttore, riduce in cenere e polvere lo stesso corpo, al quale la psiche con tanta passione tenacemente si avvince.

Il medesimo fuoco sidereo, invece, ha sull’anima celeste, sull’anima siderea, che giace prigioniera in uno stato di catalettico oblio e di paralisi, un effetto liberatore e risvegliatore: non un effetto distruttore come quello del fuoco degli istinti, bensì un effetto «nutriente», risanatore e rigeneratore. Ma un tale «fuoco» e la sua mirabile azione sono inconcepibili all’essere volgare che si pasce delle passioni mondane, che beve a lunghi sorsi le acque «letali» del Lete, acque che invero non dissetano ma aumentano allo spasimo l’arsura, che si involge nei veli dell’illusione «realistica», che lo stordisce e gli oscura ogni visione. «Al di là» di tutto ciò deve andare la «visione penetrante», la percezione discriminante di quella Sapienza Trascendente capace di vedere come «vuote» tutte le apparenze, svincolandosi da tutte le illusioni, dissolvendo tutti gli attaccamenti. Infatti, come abbiamo detto nel nostro precedente scritto «nagarjuniano», nel Mahaprajñaparamitahrdayasutra, nel Sutra del Cuore, la Celeste Sophia viene così chiamata:

« Inconcepibile e inesprimibile,
la Prajñaparamita non nata e senza cessazione
ha una natura simile al Cielo
e non può essere sperimentata altro che mediante la saggezza del discernimento:
Omaggio alla Madre dei Buddha nei tre tempi
».

E lo stesso Nagarjuna nella sua opera il Catuhstava, i Quattro Inni, dopo aver a lungo seguito la via negationis, così rende direttamente omaggio alla indicibile Realtà Ultima, la quale non può essere «intuita» e «compresa» altro che attraverso questa Sapienza Trascendente. Il Catuhstava è la raccolta di quattro Inni in lode di tale Realtà Assoluta. È in tali Inni che Nagarjuna disvela, il suo scopo reale, e per quale motivo egli accenni così raramente a tale «Realtà ultima», proprio perché essa è aldilà di qualsivoglia formulazione logica e verbale. Nagarjuna è un terribile distruttore della dialettica proprio in quanto dominandola radicalmente è in grado di annientarla.

« Come Ti loderò, o Signore, Tu che senza nascita, senza dimora, sorpassi ogni conoscenza mondana e il cui dominio sfugge alle peregrinazioni della parola.
E tuttavia, tale quale Tu sei, accessibile al solo senso della Quiddità [la Natura Assoluta], con amore io Ti loderò, o Maestro, ricorrendo alle convenzioni mondane.
Poiché, per essenza, Tu non conosci, in Te, veruna nascita, né andata né venuta. Lode a Te, Signore, a Te il “Senza natura propria”!
Tu non sei né essere né non-essere, né permanete, né impermalente, né eterno, né non-eterno. Omaggio a Te, il “Senza dualità”!
».

Ciò può mostrare come dalla visione penetrante che coglie la «vacuità», la mancanza di «natura propria» di tutti i fenomeni, che non sono altro che la frantumazione nella molteplicità illusoria di quella Realtà Assoluta, che Pitagorici e Platonici chiamavano l’Uno Unissismo, e che l’Oriente evita di definire in termini positivi, possa scaturire una vita dell’anima piena di slancio e di calore.
Basterebbe leggere poche parole di Shantideva, fedele seguace della Via del Vuoto di Nagarjuna e del Mahayana, per convincersi come dalla Sapienza Trascendente nascano Intelligenza Celeste e Illimitato Amore. Egli nel Bodhicaryavatara porta il lirismo della sua realizzazione ascetica a livelli di autentica incandescenza:

«Io supplico con le mani giunte gli Svegliati di tutte le regioni: possano, deh, essi accendere la lampada della Legge per coloro che cadono, offuscati, negli abissi del dolore! Io imploro con le mani giunte i Vincitori che desiderano il nirvana: possano trattenersi quaggiù per infiniti periodi cosmici, affinché questo mondo non diventi cieco!

Grazie ai meriti acquistati con tutti questi riti, deh, possa essere, per tutte le creature, colui che calma ogni dolore! Possa io essere, per i malati, il rimedio, il medico, il loro servitore, fino alla sparizione della malattia! Possa io calmare con piogge di cibi e di bevande il supplizio della fame e della sete e diventare io stesso, nei periodi di carestia degli evi intermedi, cibo e bevanda!Possa io essere per i poveri un tesoro inesauribile, – pronto a servirli in tutto quello di cui hanno bisogno.
Tutte le mie incarnazioni future, tutti i miei beni, tutti i miei meriti passati, presenti e futuri io li abbandono con indifferenza, perché s’inveri la salute di tutte le creature. Il nirvana è l’abbandono di tutto; ora il mio cuore aspira al nirvana. Onde, visto che tutto devo abbandonare, meglio allora dar tutto alle creature».

E in un famoso verso afferma:

«Colui che desidera salvare rapidamente se stesso e gli altri, deve praticare il supremo mistero, voglio dire lo scambio dell’io e degli altri».

Ora, la visione della «vacuità» mostra eloquentemente quanto gli umani siano disperatamente avvinti all’illusione di un ego separato, e come questa illusione generi in essi brama, paura e avversione, le mortifere figlie della «ignoranza», la quale è per il Buddha Shakyamuni la prolifica madre di tutti i mali. L’ignoranza, avidya, e le sue perfide figlie trasformano la terrestre dimora degli umani ne «l’aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII, 151). La vicenda umana sotto la loro stritolante costrizione si fa sempre più al contempo dolorosa e ottusa: una follia contraddittoria che al presente ha raggiunti livelli di assurdità mai prima generati, e che prepara catastrofi della vita collettiva in tale misura mai prima verificatesi. Di fronte a tanta non-significante dolorosa follia, la «visione discriminante» sente scaturire in sé la compassione. Come scrive Alexandra David-Neel nel suo Les Enseignements secrets des Bouddhiste Tibétains, testo molto apprezzato da Massimo Scaligero, da lui profondamente commentato in una recenzione su East and West:

«Adesso agiremo basando la nostra attività su delle verità. La più evidente di queste è l’aspetto di campo di battaglia che il mondo, visto attraverso la Visione profonda, presenta. Colui che percepirà chiaramente il carattere universale di questa battaglia senza tregua, senza fine, sentirà, dicono i Maestri, nascere dentro di sé una pietà infinita, incontrollabile.
Se si fa notare a uno o all’altro di questi Maestri spirituali che una reazione del genere non è assolutamente certa, se si fa loro notare che esistono molte persone egoiste abituate a restare indifferenti al dolore altrui, essi risponderanno che queste persone sono degli impotenti mentali. Non hanno afferrato la vastità del disastro che contemplano, si credono al di là del suo raggio d’azione, nel tempo e nello spazio. Non capiscono che sono circondati dalla sofferenza sotto forme diverse, che essa cresce intorno a loro e li sommergerà con l’estremo dolore: la morte.
Una volta resosi conto del suo stato di insicurezza in un mondo dominato dalla sofferenza, l’uomo ragionevole si sforzerà di risanare questo ambiente eliminando i germi della sofferenza, i concetti errati, sotto l’influenza dei quali alcuni provocano la sofferenza, altri l’accettano passivamente.
La pietà infinita, universale che prova colui che ha Visto, nel senso completo di Vedere, si tradurrà in azioni positive: la dimostrazione della falsità dei sentimenti egoistici, la necessità imperiosa di aiutarsi gli uni con gli altri».

Proprio dall’esperienza cosciente dell’essere originario del pensiero, dalla separazione del momento vivo del pensare dai morti prodotti propri al suo aspetto riflesso, proprio dall’esperienza cosciente dell’atto del pensare puro, «vuoto di pensieri», nasce la possibilità di attuare quella «equanimità», «positività», e «spregiudicatezza» che, come qualità indispensabili dell’anima nel suo cammino interiore, difficilmente sono autentiche, e non mera recitazione, se non scaturiscono dal processo di liberazione del pensiero. Nello stato di soggezione del pensare alla mediazione del sistema neurosensoriale, è inevitabile che anche le più nobili qualità dell’anima si corrompano e si pervertano spesso nel loro contrario. Questo andrebbe seriamente considerato – e con senso di responsabilità – da coloro che apertamente o velatamente propongono una «via dell’anima» come rimedio ad una Via dello Spirito, sentita – unicamente dalla natura inferiore che vuole evitare la sua inevitabile morte – come «troppo arida», come «non adatta» a molti: in definitiva una tale «via dell’anima» viene contrapposta alla Via del Pensiero, alla Via dello Spirito, ingenuamente o scientemente qualificata come una possibile «via del sublime egoismo».

Equanimità, positività, spregiudicatezza, così come venerazione e devozione, compassione ed amore, possono scaturire solo da Conoscenza: per essere veraci possono sorgere solo dal processo di liberazione del pensiero, perché «il grande amore è figlio della grande conoscenza: chi tutto conosce, tutto ama».

Per chi conosca la natura del pensare ed intuisca quella dell’Io, sa che il Rito della concentrazione è un atto di venerazione profonda, e che l’attuarsi della concentrazione è un folgorante atto d’Amore.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL PENSARE DEL CUORE

Mich

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Ci viene raccontato dal drammaturgo greco Eschilo, che per aver donato all’uomo il fuoco, Prometeo viene incatenato alle rocce del Caucaso dal padre degli dei Giove.

Esseri, impietositi dal suo stato, gli fanno visita in quel deserto e gli chiedono perché mai sia stato punito in modo tanto severo. Prometeo risponde che il fuoco che egli ha donato all’umanità, ha portato l’uomo a un decisivo salto di coscienza: lo ha reso “internamente spirituale”.

Eschilo, che descrive la scena, crea questo nuovo concetto che prima di allora non esisteva nella lingua greca.

Che cosa intende con “internamente spirituale”? Prometeo si prende il merito di aver fatto in modo che la facoltà spirituale pensante, che prima veniva donata all’uomo da “fuori”, ora diventi interna all’uomo.

Nei più antichi poemi epici viene raccontato che l’uomo, posto di fronte ad importanti decisioni, veniva ispirato dalle divinità e seguiva il loro volere.

Con il dono del primo germe del fuoco-pensiero, l’essere umano diviene capace di operazioni spirituali autonome, può prendere egli stesso le sue decisioni e risponderne.

Prometeo ha reso l’uomo potenzialmente “signore della propria ragione”.

Ma il salto di coscienza che rende l’uomo autonomo nel mondo sensibile, allo stesso tempo oscura la sua coscienza superiore e lo allontana dagli dei e dal mondo spirituale: avviene la cacciata dal paradiso descritta nell’Antico Testamento.

Da allora, questa nuova facoltà che vive nell’uomo, si evolve a poco a poco in due forme diverse: come intelligenza analitica e come intelligenza creativa.

L’intelligenza analitica, facendo un salto ai giorni nostri, si presenta vincitrice su tutti i fronti; tutte le scoperte della scienza e della tecnica provengono prevalentemente da questo tipo di pensare. Negli ultimi decenni, però, è diventato sempre più chiaro che la dimensione prometeica del pensare umano, l’elemento creativo intuitivo, quello che viene impiegato nella creazione artistica, ha in sé potenzialità immense che vorrebbero venir riconosciute e portate nella vita.

I tempi chiedono, con sempre maggior insistenza, la liberazione di Prometeo dalle catene, nel significato più vasto del termine, perché questa liberazione possa dare all’uomo la possibilità di affiancare al pensare intellettuale, indagatore di una realtà materiale, anche un pensare puro, vivente, capace di sostenere se stesso nella conoscenza e nell’indagine spirituale.

Con la “spiritualizzazione del pensiero” abbiamo a che fare con qualcosa di nuovo.

Non si tratta semplicemente di contrapporre un nuovo pensiero a quello vecchio, bensì di scoprire un pensiero capace di far risorgere il mondo dalla pesantezza terrena.

L’uomo deve portare a coscienza il fatto che qualunque percezione gli stia dinnanzi deve trasformarsi in pensiero per poter essere colta dal pensare.

Il percorso del pensare, partito dal dono di Prometeo, nell’essere umano ha continuato la sua metamorfosi in una evoluzione spirituale continua.

Rudolf Steiner ci dice che con l’avvento dell’epoca di Michele (1879) inizia la possibilità del “pensare del cuore” o pensare secondo Michele.

I cuori iniziano ad avere pensieri!

Che cos’è il pensare del cuore?

La relazione tra la mente e il cuore dell’uomo è un mistero delicato e la difficoltà a comprenderla è estrema. Normalmente si dice che con il cuore sentiamo una gioia o un dolore, cuore e sentimento li sentiamo molto imparentati tra loro, ora però si tratta di un sentire affinato che diviene organo di percezione di un pensiero più vivo, più forte, di un pensiero compenetrato di volontà.

Si potrebbe dire che si tratta di un sentire che pensa e di un pensiero che sente e credo che questa esperienza, per chi sta facendo un percorso spirituale, sia più comune di quanto si immagini.

Dalle molte caratterizzazioni del pensare micheliano, fatte dal dottor Steiner, si può iniziare a trovare anche in noi un inizio di questo pensiero nuovo.

In fondo, per entrare veramente nell’Antroposofia ( non solo in maniera intellettuale) c’è bisogno che il pensare venga sostenuto da un sentire divenuto più vasto, impersonale: un organo di percezione capace di “sentire” in sé la risonanza della verità.

Per il nuovo rapporto che viene così a costituirsi con Michele, il Principe del pensare del cuore, R.Steiner, in una delle sue conferenze, utilizza una meravigliosa immagine.

Nello sforzo di raggiungere questo pensiero fortificato dalla volontà e sostenuto da un sentire nuovo, gli uomini possono chiedere aiuto a Michael e allora…..”è come se allungassero le mani spirituali a Michele, dal basso verso l’alto per afferrare le mani tese di Michele dall’alto in basso. Infatti così può essere creato il ponte tra gli uomini e gli dei”. (O.O. 219, 17.12.1922).

 

 

 

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

Nagarjuna e la Via del Vuoto

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Perciò, mentre in coloro per cui, come sacrificio, vale la diffusione della legge e che ad essa, con sacrificio continuo, offrono, nel triplice mondo, libazioni, la dottrina del non sé, proclamata dal Tuo ruggito di leone, estirpa la paura provocata dall’errata opinione di un essere — essa impaùra invece l’ottuso gregge degli eretici. Nagarjuna

Ho avuto modo di leggere, qualche settimana fa, su internet queste parole del grande Nagarjuna, riportate da Eugenio Rastignac. Queste parole mi hanno risvegliato nel cuore e nell’anima il ricordo di qualcosa intensamente vissuto in vari incontri che ebbi con Massimo Scaligero. Prima dell’incontro con lui, seguivo per quel che potevo – data la pochissima stima che sin troppo giustificatamente avevo nei confronti degli ambienti sedicenti “spiritualisti”, preferivo procedere “in solitaria”, come dicono gli alpinisti – le Vie dell’Oriente: lo Yoga, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, lo Zen.
Il mio incontro con la Via del Buddha Shakyamuni – avvenuto alle soglie dell’adolescenza – fu per me «amore a prima vista»: un grande amore che tale è rimasto. Vi sono persino taluni che, con intenti ingiuriosi, mi tacciano tuttora di essere «buddhista», facendomi involontariamente un immeritato onore. In futuro mi sforzerò di meritare maggiormente un tale ingiurioso epiteto.

Quel che, invece, mi colpì tantissimo nella figura di Massimo Scaligero, e nel suo insegnamento, fu scorgere quanto fosse vivo in lui l’elemento di eternità che nel Buddhismo, al di là delle forme storiche inevitabilmente traseunti, si era manifestato ai miei occhi in maniera veramente folgorante. Quando lessi, e innumerevoli volte con ardore meditai (ed ancor oggi con accresciuto ardore medito) il Trattato del Pensiero Vivente, mi dissi: «Questa è l’essenza della “Via” del Mahayana, l’essenza della Via del Vuoto che Nagarjuna, diciotto secoli fa, in India, aveva voluto indicare».

Naturalmente, come scoprii strada facendo, nel Trattato vi era molto altro, e ben altro. Massimo Scaligero con ogni evidenza mi appariva possedere magistralmente, in maniera dinamica, l’essenza ascetica e realizzativa di quelle antiche Vie, per me così affascinanti. Non solo: sin dal primo incontro egli mi chiese – esplicitamente – di continuare al coltivare lo studio e la meditazione dei contenuti del Buddhismo Mahayana, dandomi anche delle indicazioni di esercizi e di pratiche che nel tempo molto mi aiutarono, e ancor oggi molto mi aiutano.

In genere, a parte lui e ben poche altre eccezioni, ho trovato negli ambienti “scaligeropolitani” (come chiama, con divertito umorismo, il mio amico C. gli “abitanti di Scaligeropoli”), pochissima comprensione, molti pre-giudizi, poco intendimento e molti fraintendimenti, concezioni molto rozze nei confronti del Buddhismo in generale e del Mahayana in particolare. Ed aveva perfettissimamente ragione il Buddha Shakyamuni nel dichiarare che «l’ignoranza è la radice di tutti i mali». In Massimo Scaligero, invece, vi era una mente vasta quanto il suo vasto cuore, e la profondità della sua comprensione era per me, ad ogni nuovo incontro, motivo di rinnovato stupore. Egli non si recludeva negli angusti limiti di una “ideologia” occultististica, sotto qualsivoglia etichetta questa si presentasse.

Una volta disse addirittura che vi era un Sutra mahayanico, nel quale il Buddha Shakyamuni descriveva l’esperienza del Pensiero Vivente. Egli non disse allora – ed anche qui non verrà detto – di quale Sutra si trattasse, perché voleva che il cercatore facesse il giusto e necessario sforzo di ricerca, in modo da giungere in maniera autonoma alla scoperta e al riconoscimento. Il giovin cercatore con diligenza e tanto ardore cercò, e infine trovò il Sutra e la descrizione del Pensiero Vivente che il Sublime ivi faceva. Una volta, poi, espressi a Massimo Scaligero tutta l’ammirazione che mi suscitava la figura di Nagarjuna, ed egli mi fece tutto un discorso – che letteralmente mi incantò – sulla Via del Pensiero, sulla sua arcana e segreta antichità, e mi rivelò come proprio Nagarjuna fosse stato uno dei primi – tra i più audaci e radicali – pionieri della «nostra» Via del Pensiero. E mi indicò come fondamentale per me, per la mia Via, la meditazione del Madhyamikakarika, ossia delle sue Stanze del cammino di Mezzo.

Quella di Nagarjuna è indubbiamente una Via ardua e temeraria: una Via forse per pochi: una Via che molti evitano, perché la temono. Ma anche all’inizio del Trattato del Pensiero Vivente Massimo Scaligero dichiara che la Via da lui indicata, è forse per pochissimi.

Anche la Via del Pensiero, nella sua adamantina purezza, è evitata e temuta. Perché una tale Via è temuta? È temuta perché l’«atto puro» del pensare, il «vuoto» del pensare, «dissolve» i pensati, le rappresentazioni, i pre-giudizi, le «opinioni» quali che esse siano. «Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti»: queste parole son scritte nel primo capitolo del Trattato.

Di fronte all’essenza «vuota» del pensare, dell’«atto puro» del pensare, indipendente da ogni contenuto di pensiero, tutti i pensati bassi o sublimi, aristocratici o plebei, significativi o banali, si equivalgono: tutti, in quanto pensati, sono la morte dell’atto pensante che, nella coscienza riflessa dell’uomo caduto, va irrigidendosi nell’esanime forma cristallizzata. Tale forma è un mero nulla senza quell’atto pensante, e la sua natura – direbbe Nagarjuna – è, appunto, «vuota». Mentre l’atto del Pensiero Vivente nel suo folgorare è «vuoto» proprio per il suo essere al di là di «nome» e di «forma», il mero pensato – e quindi la smorta rappresentazione, l’opinione, così cara agli umani – è «vuoto» per la sua impossibilità di esistenza autonoma, per l’illusorietà di un suo esistere ex se, sussistendo solo in relaziona ad «altro», anch’esso ugualmente «vuoto» di «natura propria», come direbbero i buddhisti.

Quindi se l’«atto» del Pensiero Vivente è «vuoto» per «sovrabbondanza» di contenuto, il pensato è «vuoto» per «carenza» di contenuto proprio.

Gli umani non amano che il «vuoto» del Pensiero Vivente dissolva quella «apparenza» che essi credono tanto reale, apparenza ch’essi bramano, per la quale lottano, temono, odiano, non rendendosi conto, appunto, che quella apparenza è «vuota», è un «nulla». Gli umani, nella loro torpida inerzia, non amano essere distolti dalle proprie bramate illusioni: temono, evitano, e persino odiano quel Mondo Spirituale al quale li «apre» l’atto del Pensiero Vivente: per loro è il Mondo Spirituale, e non la loro tanto bramata «apparenza», ad essere un mero nulla. Unicamente il dolore, anch’esso dotato di grande potere dissolvente, può mostrare quanto gli umani in tale giudizio errino, e quanto insana e improvvida sia la loro scelta di «attaccarsi» a tale apparire come ad una realtà concreta.

Il processo conoscitivo che, lungo il sentiero dell’esperienza interiore diretta, conduce dal morto pensiero riflesso all’esperienza del pensiero-folgore, attraverso una intensificazione volitiva che porta sino al Pensiero Vivente, è un audace «denudamento» dell’atto pensante, una progressiva liberazione del pensare da ogni contenuto di pensiero, del quale l’atto pensante si è servito nella pratica ascetica solo come necessaria, ma provvisoria, mediazione. Mentre l’atto puro del pensare, «vuoto» di pensieri, è l’autentico «immediato», un «assoluto» solo su sé fondato.

Nagarjuna, nelle sue Stanze del Cammino di Mezzo, propone un cammino interiore simile, ossia un cammino nel quale all’atto conoscitivo vengono tolti – con una radicalità che le attuali anime «belle» possono trovare particolarmente spietata – tutti gli appoggi illusori, vengono demoliti tutti i pre-giudizi che si ritengono «ben fondati», tutte le «opinioni» più amorevolmente accarezzate, mostrandone abilmente la totale contraddittorietà e la basale illogicità. Nagarjuna spezza tutti i «sistemi» ai quali l’anima vagula blandula degli umani si rivolge nella sua ricerca di consolanti quanto illusorie sicurezze. E togliendo progressivamente ogni appoggio, demolendo ogni opinione, smascherando l’infondatezza di ogni pre-giudizio, Nagarjuna conduce l’audace cercatore del Vero ad una condizione interiore di «vacuità», di libertà da qualsivoglia condizionamento: conduce ad una «rivoluzione» – nel senso geometrico del termine – che nel Buddhismo Mahayana viene chiamata ashraya paravrtti, ossia «revulsione» o «rovesciamento dei supporti e degli appoggi». Come è detto enigmaticamente da Massimo Scaligero in Magia Sacra :

Ci si sostiene sempre. Ma ad un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare ad essere veramente vivi.
Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia a essere.
Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi.
Chi vuole reggersi, non ha capito
.

Il «vuoto» è una condizione interiore di libertà da ogni limite e da ogni condizionamento, non un’altra «opinione» filosofica: Nagarjuna, infatti, nella sua compassionevole spietatezza, demolisce anche l’opinione della «vacuità», dicendo che essa è la liberazione da ogni opinione e che «coloro per i quali anche la vacuità è un’opinione, i Risvegliati li hanno considerati inguaribili». Infatti, Il Cammino di Mezzo, indicato da Nagarjuna, non fa altro che riprendere quel Sentiero Mediano prima percorso e realizzato, e poi indicato, dal Buddha Shakyamuni.
Se si applicasse un tale criterio di radicalità conoscitiva alle attuali comunità sedicenti spiritualistiche, il risultato sarebbe davvero poco consolante, e molto mal prometterebbe circa gli esiti di un futuro gravido di eventi che si annunciano ben drammatici.

Per fortuna vi sono anche anime coraggiose e disperate, che non si pascono di «retorica» e di consolanti illusioni, che rinunciano ai consueti narcotici tipici di questa insulsissima «civilizzazione», che cercano appassionatamente quella «persuasione» che solo l’impossibile e disperata ricerca della Verità può donare. L’azione coraggiosa di questi pochi, che agiscono a risvegliare se stessi e che, per quel che il Destino consente loro, operano a risvegliare i fratelli umani, è – assieme al generale soffrire umano – ciò che soltanto può concretamente aiutare. Sapienza e sofferenza mostrano entrambe eloquentemente l’inconsistenza, e la «vacuità» delle irrealtà che illudono la mente e il cuore degli umani, demoliscono e sottraggono quegli appoggi dei quali gli umani non vogliono fare a meno. Questa è quella abbagliante verità che «impaùra» – per rievocare l’immagine vera della citazione di Nagarjuna, riportata da Eugenio Rastignac – l’ottuso e bramoso gregge di coloro che, avidi di turpe inerzia, preferiscono il servaggio ad una letale illusione alla libertà interiore.

Massimo Scaligero, con un’audacia senza pari, mostra come si possa giungere ad essere talmente liberi da poter coraggiosamente, e generosamente, sacrificare persino la propria libertà per la liberazione degli altri. Come si possa, in maniera forse ancor più audace, per amore rinunciare ad essere amati. Il Mahayana conosce l’ideale del Bodhisattva che, conseguita l’interiore Illuminazione, giunto alle soglie del Nirvana, «rinuncia» alla beatitudine del Nirvana «sino a che l’ultimo granello di sabbia del Gange, sino a che l’ultimo filo d’erba non abbiano conseguito il Risveglio, la suprema Illuminazione». Da dove nasce questo temerario – e ripeto, generoso – coraggio, che fa scegliere di «rinunciare» alla beatitudine nirvanica, per accompagnare «tutti gli esseri senzienti» nel difficile sentiero di un in-significante divenire? Oscura e ottusamente sofferta vicenda degli umani, che non è forse autentica follia e strazio se tale divenire non è vòlto – come nell’attuale «civilizzazione», che meriterebbe solo l’epiteto di «barbarie» – alla realizzazione dello Spirito?

Per guarire i fratelli umani dalla loro follia bramosa e paurosa, il Bodhisattva – l’«Essere o Essenza di Illuminazione» – «rinuncia» alla beatificante fruizione «personale» del Nirvana, perché egli sa che il Nirvana non è un qualcosa che possa essere «conquistato» e «posseduto», men che meno da un ego o da una persona, perché esso si attua solo allorché si è superata illusione dell’ego e della persona, che vengono viste appunto «vuote», onde è follia e non senso affermare «mio» è il Nirvana, «mia» è la Liberazione.

Il Bodhisattva, avendo sacrificato la «vuota» illusione di un ego e di una personalità separata, non fa più alcuna differenza tra sé e gli altri: vede appunto «vuota» una tale differenza. Mahaprajña si mostra essere inscindibilmente unita a Mahakaruna, ossia dalla Grande Sapienza nasce l’Illimitata Compassione. Nella Sapienza Trascendente, che va al di là di ogni discriminazione – questo è il senso dell’ideale mahayanico di Prajñaparamita – non viene fatta alcuna differenza tra Nirvana e Samsara, tra lo stato di incondizionata liberazione e il fluire dell’oscuro, in-significante divenire, che per gli esseri ad esso incatenati è inevitabilmente strazio, dolore, obnubilamento. Proprio perché il Bodhisattva, libero da qualsivoglia illusoria opinione, è tutt’uno con l’atto folgorante del Risveglio, dell’Illuminazione, egli può sacrificare con sorridente serenità la propria liberazione, che vede «vuota», per la liberazione degli altri esseri che in nulla vede diversi da sé.

Egli sceglie di attuare la propria liberazione attraverso la liberazione degli altri. Egli può rimanere presente – volontariamente vincolato e libero ad un tempo – nel mondo dell’apparire illusorio, perché al suo sguardo, alla sua visione illimitatamente penetrante, si invera che, come dice Nagarjuna:
«Il mondo del fluire ininterrotto, il Samsara, ove tutto è legato e dipendente, questo è l’ineffabile Nirvana, quando tutto si libera e si scioglie».

Quando, alla fine della mia adolescenza, incontrai Massimo Scaligero, vidi in lui il concreto realizzarsi di questo ideale, e mi volli donare alla Via del Pensiero, che univa Sapienza e Compassione, perché essa realizzava libertà incondizionata, e non soltanto liberazione: permetteva di essere liberi, liberatori e creatori nel mondo, e non di fuggire liberati e rinunciatari dal mondo.
Per questo, alcune Entità spirituali hanno scelto di «rinunciare» ad un rango divino che era loro proprio, di discendere in questo oscuro mondo di limiti, di assumere come propria la dolorosa condizione umana, di accompagnare gli esseri umani nella loro avventura cosmica, onde l’uomo realizzasse un giorno Sapienza, Libertà e Amore, e l’illusorio mondo dell’apparire ritornasse ad essere Mondo Spirituale.

SCIENZA DELLO SPIRITO

TRADIZIONE e tradizionalismo

insegna

*

Il titolo di questa nota si riferisce in tutta evidenza a due soggetti diversi, persino opposti nel loro più intimo carattere. Poi nella realtà comune succede il contrario: la perversa mania di complicare le cose che in molti ambienti dove si è coltivata e si coltiva una visione esoterica degli enigmi della vita viene curiosamente avvertita come virtù, la faziosa passione dedicata all’affermazione del proprio movimento come rappresentante di una elevata primogenitura e ancora i confini incerti e sfumati di moltissime manifestazioni ed esperienze preternaturali, la carenza di un sano giudizio e altro – la lista potrebbe continuare – porta i nostri due soggetti a confondersi in un magmatico calderone dove chiunque può estrarre l’uno attribuendoli il carattere dell’altro.

Già ora qualcuno può dirmi: “Io sono un discepolo della Scienza dello Spirito. Non c’entro con cose simili”. Ma questo non è vero. La strada che pensi di percorrere è fatalmente compresa tra quei termini ossia tra le forze ed i caratteri che quelli rappresentano. Non facciamo mai semplici questioni di parole. Cerchiamo piuttosto di portare a consapevolezza l’ambito animico dove veramente si sta operando e che è talvolta alquanto diverso da quello in cui si crede di agire. Procediamo per gradi.

Come molti sanno, il termine “Tradizione” deriva dalla lingua latina e precisamente dal verbo tradere che tradotto significa affidare, consegnare, tramandare.

Non occorre forzare i significati per accorgersi che il “tradizionalismo” esprime qualcosa di più limitato: i vocabolari della lingua lo spiegano come “osservanza della tradizione, comportamento secondo consuetudine, rispetto conformistico”.

Segnalo questa distinzione perché essa è scappata via dagli ambienti esoterici che abusano di tali termini in maniera così vivacemente sconclusionata da appiccicare  attitudini umane e di destino su vie e visioni qualitativamente inconfrontabili.

Entrando nel mondo animico occorre rispettare le leggi che lo governano e che sono decisamente scomode per il pensiero abituato alle nette divisioni e separazioni che si presentano in tutto ciò che il mondo sensibile manifesta; nella sfera animica tutto è fluente, aleggia, si compenetra, si trasforma: il vedere non basta e bisogna attendere il momento che dalle impressioni (colori, sapori, odori) emergano Potenze sonore che sono la vera essenza delle prime. Esse in realtà risuonano in tutti gli uomini ma vengono sperimentate in modo desto nell’operatore occulto, ed a un gradino inferiore, come impressioni morali attive e conoscitive nell’uomo evoluto. In quest’ultimo si presentano come le infallibili voci della coscienza, gli organi che discernono il falso dal vero e non appartengono alla testa ma operano dalla regione del cuore. Per gli altri vale il detto che il mondo è pieno di sordi. L’atrofia delle orecchie del cuore è l’handicap animico che rende impossibile scindere l’essenziale dal non essenziale, la luce dello Spirito dai fuochi fatui del contraffatto.

Nel mondo esoterico l’idea di Tradizione è alta, alludendo ad un contenuto pre-umano o sovrumano affidato a rari uomini eletti, sacerdoti, ierofanti, maestri, degni di sacrificare sé stessi per rendersi purificati veicoli di tale contenuto, inoltre capaci della saggezza creativa indispensabile per trasfonderlo attraverso presenza diretta, o più tardi, in riti, immagini e parole trasmesse a selezionate comunità senza tradirne (quasi mai) l’essenza. Questo avveniva in tutto il mondo ed i Misteri furono diversi non solo per le forme ma soprattutto per le sorgenti ispirative e per gli adeguamenti necessari  in relazione alla tipologia di popoli diversi e alle modificazioni intervenienti nel divenire temporale della struttura umana. A questo riguardo appare incredibile la cecità di coloro che si professano difensori della Tradizione proponendola sempre una e immutabile. Poiché gli stessi fanno di solito riferimento a documenti sapienziali, come possono non accorgersi della distanza che intercorre, ad esempio, tra i Veda ed il Vedanta, tra questo e il Buddhismo e le sue successive modificazioni e ancora tra il Buddhismo e la corrente che indica sé stessa come la più idonea per operare tra le potenze più nefaste del Kali Yuga,  chiamata col generico nome di Tantra (libro)?

E’ l’essenza della Tradizione questo essere dell’eterno e tuttavia modellarsi secondo i secoli della terra.

Il dott. Steiner, spesso violentemente tacciato di scipito neo-spiritualismo privo di radici, non ebbe forse una “regolare iniziazione” conferitagli da un grandissimo Maestro, come ci comunica E. Schuré che possedeva informazioni di prima mano?

E la Sua spesso dichiarata autonomia da correnti e precedenti istituzioni e logge è motivo di scandalo solo per coloro che non vogliono riconoscere gli itinerari spirituali di alte figure che in tempi moderni, sotto molte latitudini, hanno attinto saggezza ed autorità iniziatica attraverso una diretta connessione individuale (che non significa “personale”) con il Mondo Spirituale. Tali esseri ci sono stati e non è nemmeno tanto difficile rintracciarli e scoprirli a meno che non si voglia, in cattiva coscienza, sostenere in forma ideologica alcuni faziosi preconcetti. Inoltre, ove non si voglia, neppure si riesce a concepire che tale indipendenza possa esserci per permettere metodi comunicativi nuovi ossia coerenti con quanto esige la condizione umana contemporanea.

Del resto Rudolf Steiner stesso, là dove comunicava direttamente insegnamenti esoterici, esprimendo un mantra, poteva commentarlo in questo modo: “ Questo ha risuonato nei cuori di tutti coloro che lottarono per la conoscenza, da quando sulla terra vi è una presenza umana. (…) Starà a voi far sì che risuoni di nuovo degnamente nei cuori umani l’insegnamento con cui le sagge guide dell’umanità, da quando sulla terra vi è un’esistenza umana, hanno condotto i cuori verso l’alto, alla contemplazione dello spirito che agisce nel mondo e, attraverso il mondo, entro l’uomo, che è il coronamento dei mondi.”

Il ricercatore sveglio potrà trarre con il suo giudizio chiare conclusioni circa l’ opera dei raffinati difensori della Tradizione che fondano ogni “regolarità” iniziatica sull’ammissione del discepolo a sedicenti organismi tradizionali dotati di nome e indirizzo, senza porsi nemmeno l’ipotesi che esistano davvero logge qualificate e Maestri nella sfera più consona alla loro natura e missione, ossia nel mondo sovrasensibile. Simili indicatori, quando vengano spogliati dai simboli e dalle citazioni di cui si circondano appaiono per ciò che realmente sono: il volto spiritualista del Materialismo. Quello che il ricercatore cerca di superare quando impara a scrollarsi dalla rinfusa dialettica sapienziale.

Con queste minime riflessioni ed esempi – ma sottolineo, vi sono tantissime traccie che ognuno può cercare e trovare da sé –  voglio dire soltanto che ostacoli o giudizi peregrini non scendono dalla Tradizione ma dalla confusione che confonde questa con il tradizionalismo. Se il tradizionalismo rimane dove dovrebbe stare, tra il buon senso delle generazioni precedenti e la pratica saggezza dei vecchi agricoltori, erboristi e guaritori, esso appartiene allora al sano patrimonio dell’esperienza trascorsa, che solo un modo di pensare ottuso e superficiale (come purtroppo sta avvenendo ai giorni nostri) vorrebbe cancellare in nome di un astratto e cinico progressismo.

In questa situazione è del tutto comprensibile che anime sensibili, avvertendo l’errore implicito nella rimozione del passato, passino con sincera passione all’opposizione riaffermando con forza i valori sbaraccati.

Spesso il dottor Steiner affermò che il male scaturisce dove un qualcosa evadendo dal posto competente si trasferisce irregolarmente fuori dalla sua pertinenza. Questa espressione riferita di solito a grandi problemi metafisici ma pure validissima in tutte le faccende del nostro mondo, è perfettamente calzante per il tradizionalismo, per l’anima tradizionalista quando questa con il suo modo di pensare, vuole collocarsi nel solco della Tradizione. Essa, anche quando dotata di intellettuale sapere e dei corrispettivi sentimenti, non esce dall’ordinario stato di coscienza fisico sensibile perciò non è in grado di trattare veracemente le cose dello Spirito ossia i contenuti della Tradizione. Essa che esoterica non è, parla e scrive di esoterismo. Con quali forze o organi? Naturalmente con il suo pensiero e con il suo sentimento tradizionalista. I quali per i limiti imposti dalla natura alla loro natura possono soltanto orientarsi verso il passato sensibile e dunque accedere solo agli antichi testi che più vecchi sono più appaiono splendenti ed acriticamente veri.

Testi che possono essere soltanto echi o riassuntivi commenti della Tradizione che giustamente viene anche chiamata perenne perché vive nelle sfere dell’eternità e non certo nelle pergamene e nei libri. Invece si ignora del tutto che, semmai, Essa come Vivente, può vivere nelle profondità dell’uomo stesso giungendo (perché no?) sino al nocciolo della coscienza individualizzata. Esiste un filo di continuità che da Adam Kadmon giunge sino a noi: l’azione Divina che si continua dall’Essere Primordiale e che attraverso azioni esoteriche può essere rimembrata.

Questo è il significato dell’articolato dispiegamento d’immagini dato dallo Steiner nel capitolo sull’evoluzione dell’uomo e del mondo del suo libro La Scienza Occulta, tanto sprezzato e dileggiato dai tradizionalisti, incapaci di accedere al superiore livello ove il pensiero che pensi la somma di quelle immagini è capace di sintesi, non come prodotto intellettuale, ma come forza che gli è propria oltre tutti i pensati umani (cerebrali). La riconquistata memoria delle precedenti azioni dello Spirito è la strada della nostra reintegrazione all’Uomo Cosmico, paragonabile a qualcuno che riacquistando a poco a poco la memoria ritrovasse la strada di casa e riacquistasse poi le ricchezze e le proprietà che erano già sue nel passato. Nel tempo della smemoratezza il nostro uomo-esempio, ha vissuto e ha maturato nuove esperienze (esperienze che da ricco possidente non avrebbe mai avute!); perciò il suo non è un semplice ritorno ma c’è una addizionale che fa di lui un essere diverso da quello che era stato nel suo precedente periodo felice. Questa addizionale, nella visione mitica e statica dei tradizionalisti, non esiste proprio.

Così malconcio è il loro pensiero, torto all’indietro come il loro collo, che appena Steiner o Aurobindo usano senza automatiche connessioni la parola “evoluzione”, subito stanno male e fanno gli scongiuri poiché (loro) non possono non collegarla a Darwin e a tutte le becere e grottesche visioni che di quest’ultimo si dichiarano continuatrici osservanti e fedeli e che così pur esse  si palesano fondate su di uno schema, a suo modo…tradizionale.

Segretamente ammiro la presunzione e l’impudenza dei tradizionalisti di gran nome, come Julius Evola in Italia: egli, per esempio, riesce a far passare la reincarnazione come una professione di demenza teosofica nello stesso istante in cui Aurobindo, per diretta esperienza, considera la medesima, anche solo assunta cognitivamente, come un contenuto pedagogico urgente per la salute interiore della odierna umanità.

Dopo molti decenni vissuti dapprima nell’apprendimento e poi nel lavoro interiore guardo con distacco divertito gli aristocratici disgusti di una figura che, in fondo, non nascondo di stimare soprattutto per la grande dignità personale che Evola ha sempre mostrato davanti a coloro che sbavavano pregustando il  linciaggio, dall’era fascista sino alla sua scomparsa. 

Ciò non cambia il fatto, perfettamente verificabile se il fideismo imperversante si togliesse di mezzo, che su molti ed importanti argomenti, Evola e Guenon  potrebbero confrontarsi con le simpatiche, marpionesche canaglie che a Portici ti vendevano a  prezzo stracciato cromate radio fasulle e accendini che funzionavano una volta sola.

Ma anche nei particolari…Faccio un solo piccolo esempio, permettetemelo. Nel suo famoso libro Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Evola, bontà sua, separa il buono dal pessimo degli insegnamenti steineriani in cui mette l’evoluzione, la reincarnazione (di cui abbiamo già fatto cenno) e l’assurda fantasia di un Cristo che agì magicamente su ”L’Anima della Terra” con il sangue versato sul Golgota. Penosa follia steineriana?

Sentite allora cosa scrisse Karl von D’Eckartshausen, adepto di logge visibili e Santuari invisibili, nella seconda metà del 1700: “(…) Era altresì necessario che questa forma divino – umana fosse uccisa, affinché la sostanza divina e incorruttibile contenuta nel suo sangue potesse penetrare nel più interiore della terra, operando così una dissoluzione progressiva della materia corruttibile. (…) Dall’epoca della morte di Cristo, la forza divina instillata nel centro della terra dal sangue sparso, operò sempre per esteriorizzarsi e rendere tutte le sostanze gradualmente capaci del grande rivolgimento che è riservato al mondo. (…) Questa fu la prima e più importante rivelazione sulla quale sono fondate tutte le altre e che fu sempre conservata e trasmessa oralmente dagli Eletti di Dio fino ai giorni nostri.

Ecco, come assai spesso accade in tutte le sue opere, alcune delle quali sono pregevoli e affascinanti, Evola non sa o finge di non sapere, per imporre al lettore il suo giudizio, di sicuro più importante della verità o almeno dell’obbiettività documentale.

Mi spiace veramente lo spreco di tante energie giovanili, poco utilmente consumate sui testi tradizionalisti contemporanei che, semmai, aiutano a schiodare l’anima dai futili miti e dalle mode correnti (questa è davvero un preliminare ma importante mutamento interiore spesso non raggiunto dagli antroposofi) ma poi diventano un inciampo, superabile solo per coloro che per coraggio e coerenza possiedono la capacità di controllare da sé le fonti e di pensare con autonomia e volontà conoscitiva cosa vogliono fare di sé stessi.

Il coraggio di andare avanti è salvifico. Se non si agisce, se non ci si muove, l’anima corre di continuo il rischio di tradizionalizzarsi, ossia di aderire per tutta una vita alla imitazione ripetitiva del numinoso e del sacro che non sarà mai esperienza rigenerativa perchè sentito e pensato con una coscienza incapace di sentirlo e pensarlo. Il primo vero passo verso la Tradizione perenne inizia con l’azione del pensiero: con il Pensare. Poiché la struttura gerarchica dell’uomo (ciò che lo distingue dall’animale, dalla pianta e dal minerale) ha nel soggetto pensante il suo carattere essenziale dovrebbe essere valutato come demenziale il vezzo, purtroppo diffuso, di iniziare pensando di iniziare da qualche impercepibile chakra o dalle unghie dei piedi, le cui recondite forze non potranno mai venir percepite se non viene prima conosciuto e percepito il pensiero da cui l’operazione (che è di pensiero) prende le mosse. Il Pensare non può essere saltato e l’esperienza di cosa esso sia in sé stesso è il primo passo realistico alla conquista del Nuovo Mondo o del Reale.

L’esoterismo reale è del tutto estraneo all’intellettualismo erudito. Certamente deve esistere nell’approccio allo Spirituale un lavoro di studio e di ricerca compiuto con desta capacità logica finché non si intuisce che le sintesi raggiunte chiedono un speciale approfondimento non più discorsivo bensì meditativo nell’apprendimento. Momento in cui il ricercatore avverte l’esigenza di un salto qualitativo: modificare quella coscienza pensante che non muta mai essendo sempre identica qualora pensi i deva o i mantra oppure pensi alla prossima cena. Osservo per inciso, so di averlo già scritto ma secondo me vale la pena ripeterlo, che diversi scienziati/ricercatori tra i più avanzati della cittadella scientifica mondiale (non sono tantissimi come i tromboni dell’illusione divulgativa dei media fanno credere) sono perfettamente consapevoli del limite imposto dalla coscienza ordinaria che perciò pone il limite all’osservazione e alcuni tra loro fanno il possibile (tecniche meditative) per una sua modifica, mentre nel mondo che vorrebbe essere considerato esoterico si considera del tutto naturale studiare e scrivere sugli studi e gli scritti di Guenon, per poi continuare la medesima opera sugli studi degli studi degli studi senza avvertire l’inanità di un tale lavoro, spesso svolto con molta intelligenza. In questa complessa e banale razionalizzazione infinita del sacro, tutte le “correnti” corrono in tondo sul medesimo circuito poiché la coscienza tradizionalizzata è la medesima con colori diversi: in questo sport bizzarro potrebbero cadere steccati e antagonismi; il terreno è lo stesso per cattolici e pagani, per evoliani e antroposofi, per sacerdoti e guerrieri. Da questa fragorosa e inutile arena di dotatissimi e raffinatissimi eruditi, critici, polemisti, l’asceta, con indulgente sorriso e passo leggero, esce inavvertito. Egli, quando medita, entra silenzioso in mondi di Forze e di sacre Realtà (indipendenti da umane nomenclature) dove si opera alla palingenesi dell’uomo e del mondo.

                                                                                                                       

TRADIZIONE

AUDIOLIBRI

 

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Oggi vi vorrei parlare di un personaggio decisamente fuori dall’Antroposofia ovvero di Silvia Cecchini. Se cercate su google troverete che il suo nome è legato al reiki ed ai fiori di Bach ma, ovviamente, non è di queste sue attività che vi voglio parlare.

Il motivo per cui la ospitiamo in Eco è che la signora, nel corso di questi ultimi anni, si è dedicata alla produzione di audiolibri di buona qualità a prezzi onesti. Infatti per una media di due euro (al massimo cinque per tomi della mole di “Guerra e Pace” con oltre ottanta ore di lettura) si possono avere dei bei lavori letti con una discreta intonazione. Niente di professionale ma decisamente ascoltabili.

Tra i suoi molti lavori spiccano “Storie Zen”, il già citato “Guerra e Pace”, “Delitto e Castigo”, le “Confessioni” di Agostino, il Vangelo di Giovanni, l’Iliade e l’Odissea, la “Bhangavadgita”, “La Passione di Gesù” della Emmerick, “L’Angelo della Finestra d’Occidente”, “La Gerarchia Celeste” di Dionigi, “I Fondamenti Spirituali” di Soloev e molti altri testi di vario genere.

Gli audiolibri sono un prodotto che io considero interessante perché mi tengono compagnia sul lavoro affiancando la musica. Magari, anche per altri motivi, potrebbero interessare pure voi.

Ma come si fa ad acquistare questi? Innanzitutto si tratta di download digitali e quindi avrete dei file audio da ascoltare col pc o con un lettore. Purtroppo sono disponibili nell’Itunes Store di Apple e quindi i lettori di altre marche potrebbero avere problemi, qui dovete informarvi. Rimangono comunque ascoltabili sul computer.

Ovviamente serve una carta di credito per pagarli. Una volta installato gratuitamente Itunes non dovrete fare altro che andare nello store ed usare la ricerca in alto a sinistra per trovare “Silvia Cecchini” ed entrare nella sezione “audiolibri”. Cliccando sulle copertine vi verrà data la possibilità di scaricarli.

Spero di avervi dato un’informazione utile. 🙂

SENZA CATEGORIA

UNA VISIONE GENERALE DELL’ATTIVITA’ DI MICHAEL (di Rastignac)

Michael bilancia
.
A me stesso io posso appartenere
e diffondere intorno a a me luce interiore
nelle tenebre dello spazio e del tempo.
La mia natura mi spinge verso il sole:
bisogna però che la mia anima sia sveglia nei suoi abissi
e vegliando, ch’essa irraggi solare chiarezza
negli agghiacciati flutti dell’inverno.
*
Si può tentare di descrivere, impiegando la terminologia alchemica, come i grandi Esseri reggitori delle cosmiche forze della natura, si passino “di mano in mano le secchie d’oro” che trasmettono i tesori della vita universale.
Gli impulsi che apportano nel ciclico corso dell’anno ciascuno degli esseri arcangelici, sono particolarmente caratterizzati quando si passa da quelli che emanano da Uriel a quelli di Michael. Essi appaiono persino contraddittori.Uriel è il Signore della tendenza che gli alchimisti denominavano “Sublimazione”.
Così che, se questa non intervenisse nella vicenda delle sostanze, queste resterebbero sottomesse a dei processi che si manifestano esclusivamente come processi terrestri.
Dove l’azione di Uriel è manifesta, tutto tende ad elevarsi ad un grado al di sopra della sua propria condizione, sia che si tratti di stati di sostanze o di stati morali o di stati spirituali.
Tutte le sostanze sottomesse a questa unica influenza diverrebbero capaci di organarsi in strutture cristalline, tutto il carbone diventerebbe diamante, tutti i fiori abbandonerebbero il loro stelo e volerebbero, in tutti gli animali l’istinto si trasmuterebbe in intelletto, tutti gli uomini si trasformerebbero in entità angeliche.
Verranno i tempi in cui questi progressi si produrranno e saranno giustificati.
Attualmente, che un essere umano divenga angelo non è un progresso.
Non abbiamo ancora raggiunto quelle vette di libertà e coscienza che ci permetterebbero di giocare questo ruolo fruttuosamente per noi e per l’universo.
Dobbiamo giungere a maturazione, noi e la moltitudine di coloro che insieme a noi prendono un corpo terrestre.
Non v’è essere umano, quale sia il suo sviluppo, che non debba attendere per passare ad uno stadio superiore, che tutti i fratelli umani abbiano svolto un corrispondente progresso.
Allorquando l’estate regna sul nostro emisfero, Uriel vi irraggia le forze che li alchimisti qualificavano come “Zolfo” e che producono la la tendenza alla sublimazione, al superamento della propria natura.
Michael interviene allora per ricondurre nella sua condizione terrestre ciò che il fiammeggiare estivo tendeva a sradicare.
Sotto la sua azione si opera il “Coagula” degli alchimisti, che è ciò che succede, che viene dopo l’operazione della “Sublimazione”.
Non è dunque affatto sorprendente che l’arcangelo signore dell’autunno si dispieghi nei cieli nel tempo in cui si produce uno strano fenomeno: una sostanza metallica si densifica nei cieli, prende forma e densità riscontrabili solo, fino a quel momento, nel seno della terra.
Il ferro meteoritico nasce sotto l’azione condensatrice di Michael.Concentrazione della vita vegetativa nel seme, smorzamento della fiammante combustione estiva : altrettanti segni, facili a leggersi nella natura, del passaggio di Michael nei cieli dell’autunno.

Ma v’è un’altra, diversa forma di condensazione su cui possiamo più lungamente soffermarci.
E’ quella che risulta, sotto l’azione della forza michaelita, nel pensiero dell’uomo.

La forza di concentrazione che Michael porta è la condizione indispensabile di tutta la “Grande Opera” e comprende la trasmutazione della parte inferiore della natura umana in puro oro spirituale.
Poiché la trasmutazione della sostanza si opera parimenti sia nella vita spirituale sia nella vita mentale dell’uomo.
Molte opere alchemico/filosofiche non hanno altro scopo che di indicare, sotto la veste dei simboli, una via di sviluppo spirituale.
Essendo l’Antroposofia un cammino di conoscenza attraverso lo sviluppo del pensiero, divenuto libero e cosciente, può essere di interesse lo studio, in questa visuale, delle azioni-forza dell’arcangelo della Luce.

Posto sul limitare del mondo spirituale e del mondo fisico, compreso nella missione di vigilare desto al passaggio dall’uno all’altro, di dare alla terra lo spirituale di cui essa ha bisogno, di rendere allo spiritociò che è stato elaborato nel terrestre e, in poche parole, di mantenere l’equilibrio, il bilanciamento delle forze tra l’uno e l’altro, l’arcangelo Michael regge di necessità il pensare umano che è il punto in cui spirito e materia si interpenetrano nel più perfetto equilibrio, si ritrovano nell’unità dell’Io dove “ciò che è in alto e ciò che è in basso si riuniscono per il compimento della cosa unica”.

Michael è dunque in “primis” l’arcangelo dell’intelligenza cosmica volta al terrestre, idonea alla condizione della terra: arcangelo del pensiero divino che penetra tutte le cose al punto che l’universo ci appare come un universo di intelligenza.
Ma è anche il reggitore dell’intelligenza umana che, nelle apparenze sensibili, sa afferrare le leggi: dunque conoscere e comprendere e poi con sforzo, con più alto slancio, riconoscere dietro i dati dei sensi l’opera e la vita dello Spirito.

Se l’intelligenza cosmica è discesa nel terrestre, s’è convertita i terra per plasmare un universo di intelligenza, il pensiero umano deve ritrovare nell’apparenza dei sensi, in ciò che gli è dato come fenomeno fisico, la vita di questo pensare universale che in essa diventa pensare rispecchiato.
Michael, arcangelo dell’intelligenza, partecipe a questi due processi del pensiero: di quello che scende sulla terra passando dagli Dei al mondo, e di quello che, attraverso l’intelletto umano, specchio del mondo, nel quale la natura prende coscienza di sé medesima, risale dalla terra agli Dei.
All’inspirazione del del pensiero cosmico assorbito in un certo modo dalla sostanza fisica, che si manifesta in un ordine universale sottomesso a delle leggi intellegibili, segue e si oppone il respiro dell’intelligenza umana che rende al mondo spirituale, dopo averlo nuovamente coordinato, il pensiero sparso, frammentato nelle cose. Il pensiero divino sepolto nella materia, vergine stregata, è liberato dall’uomo che lo scopre addormentato sotto il suo velo: i veli della natura, l’apparenza sensibile.

Lo sviluppo della facoltà pensante nell’umanità ha manifestato nel corso delle epoche questo duplice movimento dell’intelligenza che discende dal Divino all’uomo e che risale dall’uomo agli Dei.
L’uomo, come tutti gli esseri e tutte le cose di questo mondo, al principio fu compenetrato dall’intelligenza cosmica, egli la ricevette incoscientemente, essa lo trapassava come la luce attraversa un limpido cristallo.
Egli ha ricevuto i germi delle prime tecniche senza avere la conoscenza delle corrispettive leggi come l’uccello riceve la tecnica della costruzione del suo nido ed il castoro della sua diga.
Una percezione sensibile si traduceva immediatamente come stimolo imperioso a produrre un movimento, un atto talora assai complicato senza che egli avesse chiaramente coscienza del suo motivo o del suo scopo.
La volontà degli Dei si esprimeva negli atti umani senza la partecipazione cosciente degli uomini.
In tali primordiali tempi, ben anteriori all’era cristiana, il Reggente dell’intelligenza cosmica che agiva nell’umanità era già Michael, arcangelo della Luce.

Importava tuttavia che l’uomo divenisse capace non soltanto di essere strumento docile degli impulsi divini e della loro saggezza, ma che li riflettesse coscientemente.
E come bisogna mettere un foglio di stagno ad un vetro affinché questi rifletta la luce, un foglio di stagno che non si lasci attraversare dalla luce ma la fermi, la respinga, allo stesso modo fu necessario che l’uomo potesse opporsi agli impulsi della saggezza divina per acquistare l’individuale libertà, al punto di abbandonare la visione interiore e perdendo la percezione diretta dello spirituale (vedi il senso antitradizionale di essere compiutamente moderni).

Questa perdita poteva essere sentita tragicamente, ma era stata necessaria. Steiner descrive i conflitti che tale situazione scatenò nel medio evo tra alcune grandi personalità come Tommaso D’Aquino, Alberto il Grande ed i filosofi arabi: “ Averroè in particolare, insegnava che l’intelligenza regna universale, che il cosmo tutt’intero è riempito da questa intelligenza onnipotente. In quanto gli uomini sulla terra, essi hanno certamente facoltà ma non di intelligenza personale e ogni volta che un uomo agisce sulla terra, una goccia di intelligenza universale discende in qualche modo nella sua testa, nel suo corpo e lo riempie, al punto che v’è in lui una parte dell’intelligenza universale.
Poi quando quest’uomo muore, quando attraversa la porta della morte, ciò che egli ha avuto di intelligenza fa ritorno all’intelligenza collettiva e si perde.
Ciò che durante tutta la sua vita, dalla nascita alla morte, l’essere umano ha avuto di pensieri, di concetti, di idee, ritorna comunque in seno all’intelligenza collettiva e non si può dire che ciò che egli portava di più prezioso nella sua anima, vale a dire la sua intelligenza, sia dotata di una immortalità personale”.

Ed è ciò che sarebbe rimasto se i tempi dell’antichissima reggenza di Michael si fossero in qualche modo “congelati” nella evoluzione, se un arresto avesse sospeso il corso del divenire.
Ma la direzione del pensiero umano era stata rimessa all’uomo stesso.
Abbandonato alle proprie sole risorse, alle proprie forze, egli doveva giungere a ritrovare i sentieri dell’intelligenza cosmica, questa volta partendo dalla propria coscienza, dal proprio sforzo.

Essendosi molto affievolita nell’uomo la percezione dello spirituale, è divenuta preponderante la percezione sensibile. Per questo lo spirito umano deve ora prendere il suo punto di partenza nella percezione sensibile per risvegliare l’assopita percezione spirituale. L’unione della percezione sensibile e della percezione spirituale forma allora il concetto. Da queste nozze spirituali nasce il pensiero umano che, forgiato dal sensibile e dallo spirituale, è simile alla ‘Bilancia di Michael’ tra cielo e terra.
Per questo l’osservazione della natura ha risvegliato la nozione delle leggi: è apparsa la conoscenza scientifica.
L’uomo può riconoscere che l’universo è un universo d’intelligenza in cui s’è riversato il pensiero cosmico e che il suo proprio pensiero è della medesima origine di quel pensiero universale con il quale può ri-congiungersi.
Ora si tratta di trasformare ciò in atto: da creatura egli deve divenire creatore cosciente. Divenuto libero, i suoi atti non saranno più un semplice riflesso della saggezza divina. Egli potrà trasmutare questa saggezza in saggezza umana e sotto questa forma renderla agli Dei.

Le due cose sono unite insieme: l’uso libero ed individuale dell’intelligenza e della volontà umana.
E’ per questo che fu necessario che la visione spirituale, che s’era imposta senza riserve all’uomo primordiale, si ottenebrasse nella coscienza dell’uomo moderno, alfine che questi apprendesse a pensare da sé medesimo, a dirigersi attingendo da sé, ad assumersi la responsabilità dei suoi propri atti.
Quando un uomo, innalzato alle sole e pure forze del suo pensiero, apprende a dirigersi liberamente secondo una via conforme all’intelligenza divina, all’intelligenza cosmica, è ancora Michael che egli incontra.
Ora l’arcangelo non porta più la spada ma la bilancia.
Il Portatore della bilancia eleva dalla terra al cielo e rende al mondo spirituale tutto ciò che l’uomo, nell’esperienza terrena, ha saputo impregnare di saggezza propria.

Per questo l’iconografia ci mostra due rappresentazioni popolari, due “immaginazioni” di Michael, arcangelo dell’autunno.
Nell’una, al principio dei tempi, Michael, armato di spada, abbatte Lucifero. Nell’altra, dopo la consumazione dei tempi, Michael portatore di bilancia, presiede in qualità di pesatore d’anime, al Giudizio finale. In questi due momenti, nei quali l’uno si pone al cominciamento del mondo e l’altro alla fine, l’attitudine simmetrica dell’arcangelo esprime la sua missione.

All’inizio egli fa il gesto di precipitare dall’alto dei cieli, verso la terra, Lucifero che si oppose alla discesa nella tenebra della materia, che si unisce a tutto ciò che vuole eluderla. Michael vuole che parte dello spirituale si condensi, si coaguli, prenda forma, divenga solido e si converta in terrestre. Egli abbatte Lucifero perchè deve vincere tutte le cose troppo sottili, tutto l’elemento spirituale che non si è configurato in qualità solida.
Poi egli riceve nei piatti della bilancia gli atti degli uomini e li porta nei cieli per pesarli. Ora non vi è atto umano che non implichi un movimento della materia, che non sfoci, presto o tardi, in una modificazione della materia. Tutto ciò che l’uomo ha potuto impregnare con il suo gesto di spirito, Michael l’accoglie e rigetta il resto: il bottino di Arimane.
Egli introduce e rende al mondo dello spirito tutto il solido che è stato compenetrato di forze spirituali e, allo stadio attuale dell’evoluzione, è principalmente con il ‘gesto’ umano, l’atto intelligente e cosciente, che lo lo spirito può penetrare il solido, il tellurico. L’umanità deve apportare la sua cosciente collaborazione alla grande opera di evoluzione universale.
Per i suoi atti che trasformano senza posa la materia essa si giova delle forze che modellano i mondi. Michael ne raccoglie le messi.

Le due attitudini cosmico-simboliche di Michael i due grandi movimenti di inspirazione ed espirazione che sono il ritmo della vita cosmica. Nulla potrebbe sussistere se non vi fosse, attimo per attimo, uno scambio tra il mondo fisico ed il mondo spirituale, una dinamica, un perpetuo flusso e riflusso tra i due poli cosmici: spirito e materia che non si equilibrano se non nell’uomo.
Michael vigila sul passaggio dall’uno all’altro.
Egli è per l’universo ciò che il Guardiano della Soglia è per l’uomo.

Nei tempi nuovi della Reggenza di Michael, sempre più numerosi sono gli uomini che non sentono più la responsabilità dei loro atti di fronte ai comandamenti di un Dio ma davanti a sé medesimi.
Ciò che essi hanno potuto comprendere del mistero della vita, con il loro intelletto, è anche ciò che li guida nell’ora della scelta tra il bene ed il male.
E in questa parte di cosciente intelletto essi ritrovano Michael, nell’impulso che gli aiuta a configurare in forma individuale ciò che l’uomo può sapere della Saggezza Eterna.
L’arcangelo della Luce brilla nel pensiero individuale, quando questo, scrutando nell’apparire, riconosce lo Spirito in ciò che l’attornia e lo rianima nel proprio attivo essere.

Nota: alcuni termini quale “materia” sono impropri o discutibili ma il tutto è solo una riflessione per immagini e credo che le parole siano, in un certo senso, pari ad un artificio secondario.

RASTIGNAC

SCIENZA DELLO SPIRITO

ASSUNZIONE

 

assunzione

*

ASSUNZIONE

 Annunciato da un palpito di luce,
un gioco d’ombre rimestate, un soffice
contatto imponderabile col mondo,
è tornato da me. Ero in giardino.
Come quel giorno, ha chiuso le sue ali
e genuflesso mi ha parlato, ha detto
che Lui mi attende in cielo. È la mia ora.
Avrò corona e trono, poiché fu
Spirito umanizzato nel mio grembo.
Dal mare un vento tiepido, una lieve
brezza ha sfiorato l’erba, ha scompigliato
i tralci, i rami, scosso le sue piume.
Il Messaggero si è confuso, ha impresso
un sorriso infantile, disarmato
alle labbra sottili che non hanno
mai baciato, mai sussurrato amore
se non per Lui, per le divine Essenze,
per modulare eteriche armonie.
«È tempo» ha ripetuto. Mi ha toccato
con le sue dita immateriali: un vortice
mi ha sollevato luminosa in volo.

(Fulvio Di Lieto)

ARTE, FULVIO DI LIETO, POESIA

IL MESE DI MICHELE

S. Michael -C. Di Marcovaldo

*

Eccoci dunque nel mese di Michele, nella corrente della Luce salvatrice e della speranza: è come un attingere nuovamente, per virtú del ritmo solare, alla sorgente della Forza.

Come lungo e come breve il cammino dell’anima verso il luogo della sua solitudine magica, ove il Divino si dona senza apparire, senza essere veduto: cosí che la ricerca è estinta, e calma, profondamente calma, è la mente, profondamente annientato nel Divino è il cuore. Nel cuore è tutto l’Universo ed è tutto il sentiero del tempo, sino all’eternità.

Ciò che diviene realtà fatale, nasce come potenza di dedizione senza segno manifesto: dedizione tanto piú intensa, quanto piú immateriale e contraddetta dalle forme spazio-temporali. Slancio infinito, impeto puro, canto d’immenso, è una forza che non conosce sconfitte, che ha il suo oggetto, che è uno per virtú d’identità con il suo oggetto: che è il reale ritrovato, oltre tutte le recitazioni e le apparenze: il reale che comunque attende, essendoci.

La continuità dell’osare è il tenore della Forza, che non ammette pause o soste o attenuazioni. Non v’è sosta: cosí soltanto viene preparato l’impeto che restaurerà la Luce, cancellerà l’ingiustizia, restituirà la verità alla realtà, ritroverà ciò che è immutabile di là dalle parvenze, mediante cui giuoca l’umano. Ritrovare il puro segreto respiro dell’anima oltre l’ingorgo, il filo adamantino, l’intoccabile incorporeo che da nulla può essere interrotto, ritrovare l’inalterabile filo della Forza, piú possente di mille potenti cascate di fuoco.

La volontà diviene fuoco che brucia ogni impurità della Terra. È la catarsi che deve precedere il rito del Sacro Amore: anzitutto il fuoco, la flamma non urens, indi la Luce di Vita, e il viaggio senza soste verso l’“aurora del mondo”. Fuoco della Volontà e sorgente del Tempo, origine della Luce di Vita e incontro “unigenito”, sono una direzione sola. Viaggiare verso la liberazione, la luce, la speranza, verso il riposo, verso la lotta che non è piú lotta, verso la perfezione dell’azione che non è piú azione. E tutto con la calma determinazione della coscienza razionale.

iconamicheleconcaliceÈ un attingere alle forze che dall’Universo fluiscono nell’organismo vitale-fisico come correnti della volontà, l’originaria volontà: originaria volontà che si sottrae alla coscienza e che alla coscienza si dà alterata da Ahrimane, onde all’origine si trova come un possente istinto di conservazione. Ma ancora prima, ancora piú in alto è la volontà creatrice, fluente, pronta a irrompere nell’umano. A questo è ora di aprire il varco, perché è la potenza prima del Logos.

Sulla sponda del tempo non c’è attesa, perché è un grande fiume sempre uguale …nec quae praeteriit hora redire potest, se l’identità potente del pensiero con sé non dona la capacità della contemplazione di questo fiume. La storia dell’uomo è lunga e sconosciuta, e imprevedibili sono le sue meraviglie, inconcepibili le sue mète: che cosa è l’attuale soffrire, o l’attuale gioire, o il bene, o il giusto, dinanzi alla realtà ignota che preme sul divenire umano? Nulla è vero, nulla è duraturo, nulla valido, salvo ciò che si può salvare dalla continua consunzione della psiche: salvo il pensiero che ritrovi la sua luce. O la forza d’Amore che ascende e ritrova la connessione con l’Eterno.

Massimo Scaligero

(www.larchetipo.com)

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

ISIDE SOPHIA – Quinta Lettera (parte II)

 

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Denderah

 

 

QUINTA LETTERA

Agosto 1944

LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE

(Continuazione)

Può sorgere la domanda: che cosa è successo alle altre cinque Costellazioni dello Zodiaco: Cancro, Leone, Vergine,  Bilancia, Scorpione? Come abbiamo già visto in relazione alla creazione del metabolismo primordiale, aiutato dagli Angeli e dagli Arcangeli, queste Costellazioni sono un’immagine della “vita interiore”, ma, essendoci soltanto una sembianza di vita entro quei corpi di calore dell’Antico Saturno, le cinque Costellazioni dal Cancro allo Scorpione sono ancora, per così dire, sullo sfondo. Esse sono ancora velate nelle nubi dei cicli dell’evoluzione che segue l’Antico Saturno. Esse si manifestano più tardi, quando l’essere umano è capace di acquisire vita e animazione. Dobbiamo immaginarle come poste “dietro” gli eventi sull’Antico Saturno, come rivelanti le somme motivazioni e le più interiori esperienze degli Dèi. Nella seguente descrizione delle caratteristiche delle docici Costellazioni dello Zodiaco, secondo l’evoluzione dell’Antico Saturno, intraprenderemo nondimeno ad elaborare le cinque Costellazioni “mancanti”, allo scopo di poter avere un’immagine più o meno completa. Le spiegazioni seguiranno nelle Lettere successive.

Le Costellazioni sono la cronaca o la testimonianza della creazione. Le impressioni che son state fatte in queste sfere dell’Universo sono ancora operanti attraverso le Costellazioni visibili. Il destino del mondo appare ivi in quanto i Pianeti si muovono di fronte alle Costellazioni. L’essere umano può essere un testimone di quello che è l’espressione esteriore della Volontà del mondo, provando così a capire e a comprendere la Volontà o, se non si vuole diventare un testimone, divenire soggetto del significato della Volontà, soggetto alle forze del destino. Provare a capire e a comprendere la Volontà del mondo, significa salire lungo il sentiero che conduce verso la libertà. Perciò, diventerà sempre più necessario ascoltare il linguaggio delle Stelleper udire la Volontà del mondo – la Volontà del Padre – che ha le sue espressioni visibili nei movimenti delle Stelle. Così non udiremo il nostro “destino” o il nostro immutabile fato, bensì udiremo i nostri compiti spirituali sulla Terra. Possiamo perciò percepirli nella sfera del pensare attivo, dell’attività spirituale. E’ la sfera nella quale possiamo conquistare la libertà, o l’esser liberi, nella presente èra di civiltà.

Possiamo già provare a leggere la scrittura delle Stelle in quanto i Pianeti si muovono attraverso le Costellazioni dello Zodiaco. Naturalmente, a questo punto possiamo trovare soltanto delle indicazioni generali, poiché i vari Pianeti non formano sempre la stessa “lettera” passando davanti alle Costellazioni. I diversi Pianeti modificano il loro carattere a seconda del carattere e della speciale attività del Pianeta che è davanti a una Costellazione.

 

La Costellazione di Ariete

Se qualcosa accade nella Costellazione dell’Ariete – se uno o più Pianeti sono in questa Costellazione – significa che un nuovo impulso desidera venire nel mondo. Ci viene ricordato di aprire gli occhi per qualcosa di nuovo, una nuova era dell’umanità, un nuovo aspetto della vita, o forse persino nuove invenzioni che provocheranno un cambiamento nella nostra vita terrestre. Esso può essere ancora nascosto e noi possiamo doverlo cercare, ma può essere come un messaggio del Mondo Spirituale agli esseri sulla Terra, onde ascoltino di mutate condizioni; di nuove domande e di nuovi compiti. Questo, per esempio, avvenne nei tempi precedenti la nascita del Cristo allorché i profeti del popolo ebraico parlarono della venuta del Cristo. Allora, nell’VIII-IX secolo a.C., quando il profeta Elia visse come il grande Precursore dell’evento del Cristo, il punto vernale era all’incirca al centro dell’Ariete.

AriesAries – Mara Maccari




  
La Costellazione del Toro

 

Eventi nel Toro richiamano, per così dire, una cosmica “animazione”. Essi sono più che altro un rammemoratore del fatto che noi dobbiamo irrompere attraverso i muri della tradizione e della routine che possono essere stati tirati su nelle età precedenti. Impulsi e nuovi aspetti, che possono esser nati in silenzio e in solitudine umana, vogliono plasmare se stessi nella realtà. E’ come se le vocali e le consonanti di un nuovo linguaggio, che fino ad allora non erano note, dovessero essere apprese e praticate nella vita. Se l’umanità o il singolo essere umano non rispondono all’appello del Toro, allora le forze cosmiche “animano” l’evoluzione per mezzo di catastrofi; per esempio, la Guerra dei trent’anni iniziò allorché Saturno era nella Costellazione del Toro, e giunse a fine allorché Saturno vi fu nuovamente. A quei tempi, e ancor oggi pure, l’umanità aveva un certo compito che desiderava o non desiderava comprendere, e il risultato fu la Guerra dei Trent’anni.

 TaurusTaurus – Mara Maccari

La Costellazione dei Gemelli

 

Eventi Stellari nei Gemelli indicano che l’umanità dovrebbe svegliarsi per compiti e ricerche in rapporto con lo sviluppo di forze dell’Io. Allorché Gesù nacque ([a mezzanotte] del 24 dicembre, 1° d.C.), Saturno era entrato nei Gemelli, e trent’anni dopo, all’epoca del Battesimo del Giordano, l’”IO SONO” entrò nel corpo di Gesù: Saturno era nuovamente nei Gemelli. Allora fu compito dell’umanità quello di testimoniare la vita del Cristo sulla Terra. Solo pochi lo fecero, tuttavia essi furono abbastanza per portare oltre la corrente dell’evoluzione umana.

Proprio in questi giorni (Agosto 1944) Saturno è entrato nuovamente nella Costellazione dei Gemelli. Di nuovo l’umanità sarà messa a confronto con il compito della percezione dell’”IO SONO del Mondo”, solo ad un livello più alto. Speriamo che un numero sufficiente di uomini ascoltino il richiamo del Mondo Spirituale.

 GeminiGemini – Mara Maccari

La Costellazione del Cancro

 

Nelle precedenti descrizioni abbiamo visto che il Cancro è connesso con la creazione degli organi di senso entro l’evoluzione dell’Antico Saturno. Fu un’interazione tra gli Spiriti dell’Amore e gli Arcangeli, ovvero nel linguaggio delle Stelle, tra Capricorno e Cancro. Così eventi nel Cancro richiamano alla “vita dei sensi”. Ci viene perciò richiesto di dirigere la nostra attenzione verso ciò che possiamo percepire con i nostri sensi nel mondo della materia. Se possiamo far ciò senza alcun pregiudizio, allora saremo capaci di percepire il mistero della vita e della rinascita in tutte le sfere della vita.

Ciò accadde all’epoca della vita del Cristo sulla Terra. A quell’epoca, persino nel momento del Mistero del Golgota, Saturno era nella Costellazione del Cancro. Allora il Regno dei Cieli fu aperto al mondo dei sensi umano, perché il Dio era presente in un corpo fisico che poteva essere visto con gli occhi, e le Parole di Dio potevano essere udite con le orecchie – la Divinità poteva esser accostata non soltanto nel Mondo Spirituale. Perciò, nel Mistero della Morte sul Golgota e della Resurrezione, il ringiovanimento dell’intero Universo poteva essere percepito dai pochi che erano svegli. Gli altri, che non erano svegli nei loro sensi, poterono veder solo morte e distruzione. Questo avviene se il richiamo del Cancro non viene udito, come ebbe luogo nell’evento della distruzione di Gerusalemme (70 a.c.) allorché Marte era nel Cancro.

  CancerCancer – Mara Maccari

La Costellazione del Leone

 

Gli eventi nel Leone chiedono l’apertura del cuore umano nei confronti del linguaggio dell’Universo. Abbiamo trovato il Leone collegato con il primordiale metabolismo sull’Antico Saturno, ove gli Spiriti dell’Armonia insieme con gli Angeli dirigevano la digestione del calore entro i corpi ignei. Questi erano come dei cuori cosmici attraverso i quali gli Dèi potevano percepire le armonie dei mondi.

Il Leone agisce ancor oggi in questa maniera. Esso richiede all’essere umano di trasmutare se stesso in un grande cuore, in una specie di cosmico strumento musicale attraverso il quale la corrente dell’esistenza universale possa fluire e creare una nuova armonia delle sfere. Questo è il linguaggio del Leone: che tutti gli esseri esistenti vogliano esser risvegliati e rinascere nell’umana “percezione del cuore”.

Molte grandi individualità nella storia spirituale dell’umanità, ognuna nella maniera sua propria, hanno risposto a questo richiamo in quanto erano connessi tramite la loro nascita con il Leone. Tra loro vi sono il famoso poeta Novalis, H.P.Blavatsky e Rudolf Steiner. Essi hanno tutti Saturno in Leone all’epoca della loro nascita.

 LeoLeo – Mara Maccari

La Costellazione della Vergine

La Vergine è opposta alla Costellazione dei Pesci. Con i Pesci è collegato il sacrificio della sostanza della Volontà da parte degli Spiriti della Volontà che diviene la base di tutta la materia fisica. Perciò, se guardiamo alla Costellazione dei Pesci – ed ancor più a quella della Vergine – siamo alla soglia dei misteri di sostanza e di materia. Essendo questi misteri, ancor oggi, di non facile conquista da parte dell’essere umano, eventi nella Vergine richiedono moltissimo dagli esseri umani. Esigono la più alta devozione e l’amore supremo nei confronti del Mondo Spirituale e del mondo dell’esistenza fisica. Qui deve essere sviluppato un atteggiamento interiore; quello, per esempio, che Goethe aveva quando guardava il mondo che i sensi gli presentavano, e che lo rendeva capace di sperimentare l’Urpflanze – la pianta Archetipica. Qui deve essere trovato il corretto atteggiamento nel quale sviluppare la meditazione ed anche il sacramento religioso. Possono così esser trovati il mistero della sostanza ed anche quello della transustanziazione. I misteri della transustanziazione, in quanto hanno luogo nell’operare delle Potenze del Destino, possono rivelare se stessi se l’essere umano coltiva le capacità nascoste nell’anima.

L’Ultima Cena ebbe luogo quando la Luna era in Vergine. Questo non significa che le azioni del Cristo siano dipendenti dalle Costellazioni o dalle Stelle, bensì rivela un nuovo atteggiamento verso le Stelle, che giunge nel mondo attraverso il Cristo. Oggi siamo ancora lontani da questo atteggiamento. Possiamo soltanto apprenderlo gradualmente.

Il nostro Universo Stellare è diventato un meccanismo, i movimenti del quale possiamo calcolare in modo simile alla struttura e ai movimenti di una macchina. Nondimeno il Cristo mentre era sulla Terra ha iscritto azioni e Parole negli eventi di questo Universo meccanico cosicché esso è ringiovanito. Perciò il Cristo impresse, in questa posizione della Luna in Vergine, il Nuovo Mistero della Transustanziazione che venne istituito dal Cristo per il bene del futuro dell’umanità. Da allora la Luna può essere passata migliaia di volte attraverso la Costellazione della Vergine e nulla d’importante può esser stato fatto entro la famiglia dell’umanità. Tuttavia, il fatto che ciò sia successo una volta può dare all’umanità in futuro la possibilità di colmare questa Costellazione di un nuovo contenuto spirituale che non sarà calcolato, ma che sarà il risultato degli atti umani di fantasia morale.

Virgo

Virgo – Mara Maccari

Nelle precedenti descrizioni delle Costellazioni dello Zodiaco, pochi pianeti – Saturno, Marte, Luna – sono stati menzionati. Essi dovrebbero essere considerati unicamente come esempi. Il significato e le attività dei Pianeti devono ancora essere elaborati in ulteriori Lettere. Perciò, dovrebbero essere considerati soltanto come indicatori; come le lancette sul grande orologio del nostro Universo. Essi agiscono come mediatori tra lo Zodiaco e la Terra. Il carattere delle influenze zodiacali viene modificato a seconda dei diversi Pianeti che sono in queste Costellazioni. Saturno ha certamente un potere di modificazione abbastanza diverso rispetto, per esempio, a Marte o alla Luna. Ma queste modificazioni devono essere ancora elaborate in dettaglio.

 

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ISIDE SOPHIA - Introduzione all'Astrosofia - Willi Sucher, LIBRI E AUTORI, SCIENZA DELLO SPIRITO

PER IL 29 SETTEMBRE (di Rastignac)

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Parlare di Michele, ora che la ricorrenza si avvicina, è attingere, in un solo articolo, ad alcune delle infinite sfaccettature che, con l’aiuto della Scienza dello Spirito, è possibile contemplare. Qui si parla di un’Entità divina, più vicina a noi di tante altre, più amica dell’uomo, ma ricordiamoci che Essa è del tutto sovrumana: perciò vicina ma anche tremendamente lontana. Ricordiamoci che solo uno tra gli Esseri divini ebbe la missione ed il coraggio (una follia assoluta!) di venire in ciò che è “fuori” dallo Spirito.

Facendosi parente stretto vostro e mio.

Allo stesso modo in cui Natale ed il San Giovanni estivo si oppongono e si completano, i due equinozi – Pasqua e San Michele – riflettono i due opposti volti di una situazione che interessa l’uomo, la natura e l’universo.

Questa situazione è quella del passaggio dalla morte alla vita e dalla vita alla morte.

La festa cristiana della Pasqua celebra in tre giorni morte, sepoltura e resurrezione. Ma certe religioni dei tempi antichi festeggiavano in autunno la resurrezione di un personaggio divino che aveva superato una prova paragonabile alla morte, come Adonis fa esempio.

Da cosa nasce questa confusione di avvenimenti che si ricollocano da un equinozio ad un altro?

Infatti si produssero due movimenti inversi: in primavera è la natura che passa dalla morte alla vita. Essa esce dalla tomba e resuscita. In autunno ripiomba nel sepolcro.

Però si produce anche un risveglio, ma questa volta nella coscienza individuale: che aspira ad addormentarsi in estate. Nelle belle giornate essa perde la concentrazione e la recupera in autunno. In autunno riprende il fardello del suo destino e del suo lavoro.

Questo “ritorno dall’evasione” la risveglia e la rende resistente all’impatto con il freddo e con il buio.

La natura soccombe, l’anima si rafforza: in un certo senso passa dalla morte alla vita.

Questa inversione fa eco nelle parole del Battista: “Bisogna che Egli cresca (il Sole dello spirito) e che io diminuisca (il sole fisico del solstizio)”.

La morte della natura è percepita da/nell’essere corporeo dell’uomo, ma il suo spirito non è subordinato a leggi naturali, ha suoi principi e ritmi.

Chiunque può percepire in sé stesso che la vita interiore è in “ragione inversa” alla vita della natura: le funzioni vitali, come per esempio la digestione o l’attività muscolare o una accelerazione della circolazione sanguigna rendono opaca la lucidità di coscienza e possono spegnerla completamente poiché è facile abbandonarsi al sonno. All’opposto, un’attenzione estrema, una riflessione intensa arrestano parte della vita dell’organismo: esempi grossolani si colgono quando, in questi casi, ci si ferma dal camminare o si trattiene il respiro.

La coscienza frena la vita, la vita disperde la coscienza.

Ritroviamo questa inversione nel contrasto delle stagioni. Possiamo constatare che l’equinozio di primavera rianima la vita nella natura ma indebolisce la concentrazione della coscienza come senso individuale, mentre verso San Michele è la natura che si placa e l’Io riprende nell’individuo la sua forza attrattiva.

Pasqua è un ritorno alla vita della natura; San Michele è un ritorno alla coscienza individuale.

Il tempo di San Michele è come se ci dicesse: “Guarda, tutto muore intorno a te. Questi colori, questa dolcezza dell’aria, questi quadri di bellezza che ti esaltavano, ora ti abbandonano. Il freddo, il buio, venti ostili ti attaccano. Rafforza te in te stesso, alimenta la luce interiore e veglia nella notte. Riconquista te stesso e supera la natura che t’abbandona. Ora è lo Spirito che in te vive, che t’invita alla gioia severa di questa festa!”

Chi desidera, legga con animo aperto i versetti che Rudolf Steiner ha scritto come “Atmosfera di San Michele” nel Calendario dell’anima.

Dei quattro Arcangeli che sono ciascuno il reggente dei quattro grandi punti cardinali dell’anno, Michele è quello che ha maggior rilievo nell’immaginazione degli uomini.

Una grande ineguaglianza regna, a questo riguardo, tra tali figure celesti: Uriel è caduto nell’oblio, Gabriel e Raphael sembrano impallidire davanti all’Arcangelo- cavaliere, Principe delle milizie dei cieli.

Già il suo Nome, “Micha-El” (Chi è come Dio) proclama forte quale altissimo “spazio” egli occupa. Egli è “colui che marcia davanti a Dio”, o ancora “il Volto di Dio”, “la folgore di Dio”, la Sua Luce.

La sua “attività” è ancora più possente quando non lo si compari solo tra i quattro Arcangeli che governano le stagioni, ma ai sette che presiedono la successione e la missione delle epoche.

Poiché Michele esprime solo una parte della sua natura nel ruolo d’Arcangelo dell’autunno.

In lui la tradizione riconosce l’Arcangelo del Sole, come in Gabriele quello della Luna, in Raffaele quello di Mercurio, in Anaele quello di Venere, in Zacariele quello di Giove e in Orifiele quello di Saturno.

La coscienza moderna non percepisce più i rapporti tra le forze planetarie e queste grandi figure della divinità, e soprattutto essa è priva della sensibilità che le permetterebbe di sentirsi connessa a tali esseri come il frutto all’albero che lo porta e lo sostiene. E comunque è l’intera struttura universale che sfugge a chi non vede o non vuol vedere come i regni inferiori hanno la loro corrispondenza nei regni che si elevano oltre l’uomo.

Molte soluzioni al problema dell’uomo terrestre e del suo ruolo, sono tuttavia contenuti in questo fatto.

Ad un piano sotto il livello che attualmente occupa l’umanità, troviamo gli animali, ancora privi di intelletto individuale; sotto di essi abbiamo le piante, prive di un proprio movimento e ancora più sotto “esistono” i minerali che, per l’appunto, hanno solo l’essere.

Da questo immenso laboratorio di forme si alza un appello, un sospiro, verso lo stato di coscienza al quale l’uomo si è elevato: poiché l’autocoscienza è il punto d’impatto del mondo fisico con il mondo spirituale interiore.

A partire dall’attività del pensiero cosciente l’uomo scopre lo Spirito e nello Spirito l’attività dei regni superiori: gli Esseri che chiamiamo Angeli egli può percepirli se medita il suo destino, gli Arcangeli che hanno molteplici attività e ancora altri più elevati regni ed esseri attivi nelle coorti delle Gerarchie sovrasensibili.

Secondo gli insegnamenti della conoscenza spirituale, compito degli Arcangeli è quello di governare i ritmi del corso dell’anno e la successione dei periodi della Storia umana sulla terra. Ogni sottodivisione del flusso storico dura da tre a quattro secoli e sta a significare che un altro Arcangelo-Spirito del tempo ne ha preso la guida. Il carattere del suo spirito riflette la mentalità della sua epoca. Egli è l’ispiratore comune di tutto quello che caratterizza individui e popoli entro quei tempi: è lo Spirito di un’epoca.

Nella cristianità, San Michele è sempre vittoriosamente attivo, presente.

Ricordo che in Italia, sul monte Gargano, Egli apparve e reclamò un Santuario su quel luogo. Inaugurato il 29 settembre del 492, divenne una intensa fonte di ispirazione e di miracoli. Due secoli più tardi, nuova apparizione, nuovo ordine di edificare una cappella alla sommità del Mont Tombe in Francia, luogo circondato dal mare, già in passato luogo sacro per i druidi. Diviene il noto Monte Saint Michel-au-péril-de-la-mer.

Malgrado le vicissitudini della storia, i pellegrini non hanno mai cessato di recarvisi. Si dice in Francia che non ci sia stato re che mancò ad un pellegrinaggio a Saint Michel.

Uno degli effetti dello spirito di Michele nella nostra epoca è il moltiplicare le occasioni che permettono agli uomini di incontrarsi oltre le frontiere.

Sotto l’azione della sua precedente reggenza, il pensiero fu reso universale e accessibile attraverso la filosofia. In una conferenza dell’agosto ’24 il Dottore dice: “ Anteriore al Mistero del Golgota, Egli si è dedicato alle gloriose imprese di Alessandro e all’espansione della filosofia di Aristotele”. Ora la sua reggenza (iniziata dopo l’autunno del 1879) deve creare l’universalità sul piano sociale. Michele non è più lo spirito di un particolare popolo ma di un’intera epoca e già si osserva la sua influenza. Gli uomini che hanno raggiunto una coscienza individuale, si uniscono in lingue, in blocchi. Là dove il fenomeno prende un carattere razziale, esso regredisce e ritorna ai tempi in cui il legame umano s’appoggiava al clan. Tali legami perdono ogni giorno la loro ragione d’essere. I nuovi apparentamenti nascono per interessi (idee e azioni) comuni.

Questo impulso è iniziale. Esso dovrebbe trasformare il bisogno di fusione negli ideali di una razza o di una nazione particolare in desiderio individuale di portare parte di ciò nel destino comune all’umanità, sperando che altri portino e condividano la loro particolare ricchezza di idee e creatività.

Questa tendenza non può essere un progresso se degenera nella propria caricatura: il livellamento sociale ottenuto sistematicamente con la distruzione della dignità individuale.

Il progresso sociale, secondo il carattere micaelita, non può portare che a forme di unione con il libero assenso degli individui che, sino in profondità, abbiano preso consapevolezza dell’umanità generale in misura non inferiore rispetto ad una maggiore destità dell’Io.

E’ purtroppo facile rappresentarsi la deformazione dell’uomo futuro: l’uomo-robot, privo di coscienza desta e persino fabbricato in serie.

Probabilmente questa sarà la lotta nella nostra epoca, più nostra che di Michele, poiché ora l’uomo stesso, con la conquistata coscienza di sé, può combattere con le proprie forze il Drago scacciato da Michele, che ora è in lui. Egli può combattere con la moralità che vive nel calore del suo sangue, con il pensiero – anch’esso reso vivente – che spazza le false astrazioni e l’inganno materiale, con la volontà di portare insieme ai suoi fratelli i destini dell’umanità a trionfare sul male che avvolge la terra.

La fioritura della coscienza individuale coincide con l’impulso micaelita di far regnare una luce universale che illumini tutto.

Tale sinergia sta in ciò che la festa di San Michele è per l’uomo contemporaneo: l’interiorizzazione della Luce.

Declinante nell’esteriore, essa nasce nella coscienza.

La festa di San Michele dei tempi passati fu celebrata da uomini più di noi vicini alla natura della morte del mondo vegetale che resuscita al tempo di Pasqua. Al tempo odierno, lontano dalla natura, l’uomo cova i destini del suo Io all’interno della sua “buccia” individuale. Egli può sentire una affinità con una festa autunnale se vede che la Luce in lui si interiorizza e l’arma del coraggio di sopravvivere al declino di ciò che deve morire.

La festa di San Michele non celebra i grandi avvenimenti della vita del Cristo come invece lo fanno Natale e Pasqua, quando il decorso delle stagioni illustra perfettamente l’evento.

La festa d’autunno appare piuttosto come un passo sulla strada dell’avvenire dell’umanità.

Natale e Pasqua ricordano i doni portati agli uomini dallo Spirito che vive nel cosmo.

Le feste di San Giovanni e San Michele sono rivolte a festeggiare i giorni in cui lo spirito incarnato nell’uomo potrà rispondere allo Spirito dell’universo.

Rastignac

MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

L'ANGELO VERDE D'OCCIDENTE

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 “Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire.”

Questa semplice spiegazione fu fornita da Giovanni Battista (quando il Cristo iniziò a battezzare ad Ennòn) ai suoi discepoli che, forse, non erano proprio pronti a seguire ciecamente questo nuovo Messia. Ma Giovanni era pronto eccome, pronto a farsi da parte anche senza lo zampino che Erodiade ci mise poi. Il suo compito era finito.

Più di mille anni dopo un redivivo (e reincarnato) John Dee si ritrovò di fronte lo stesso problema: “qualcosa” doveva diminuire se egli voleva crescere e completare il suo lungo peregrinare. Qualcosa doveva essere cancellato se lui voleva veramente ricongiungersi alla sua Elizabeth e ritrovare la strada per la Engelland. Ma mica eran cose da poco quelle che il nostro alchimista si doveva buttare alle spalle.

Innanzitutto l’Angelo; verde, marmoreo, imponente. Ok aveva i suoi tempi lunghi ma certamente era soprannaturale, occulto, visibile. Appariva a comando e non era reticente a farlo anche davanti ad estranei. Mica è poco, aver la prova comoda per dimostrare di non essere un ciarlatano. E che prova! Annichiliva chiunque.

Poi la Nera Isais. E magari la Medea reincarnata, la principessa Assia. Ok era una succube ma, al di la dei luoghi comuni, sappiamo tutti quanto l’uomo sia debole davanti alla mera carne. E chi è senza peccato… Il senso di potere che dall’unione carnale esplodeva nel mondo reale era inebriante. Ed esplodeva veramente. Anche attraverso l’eterno reincarnarsi.

E poi la dolce Jane. L’amore, quello vero, che ti segue di vita in vita. L’amore che gli esseri umani inseguono per esistenze intere. Servito su un piatto d’argento, recapitato a domicilio.

John sapeva benissimo cosa doveva tagliare. Ma tra il saperlo ed il farlo l’abisso era (ed è) in agguato. Nel contempo quegli “ostacoli” furono indispensabili per arrivare al traguardo. Esattamente come Giovanni Battista fu indispensabile per la venuta del Cristo. Ma fu indispensabile pure la sua scomparsa.

E noi? Riusciamo a diminuire quel che deve essere diminuito. Riusciamo ad eliminare quel che deve essere eliminato?

Chi scrive passo’ non poco tempo (anni) a cercare inutilmente di trovare un ponte tra Steiner e Crowley, tra Steiner ed Amandamurti, tra Steiner ed il neopaganesimo, tra Steiner e Daniel Meurois. Sforzi estremi, inutili, devastanti… Il dottore era sempre lì. Mi attirava come una calmita ma nel contempo mi chiedeva del lavoro. Tanto. Non potevo farlo mentre coltivavo altro.

Però quel “altro” era il risultato di anni di fatica, di lunghe meditazioni (non quelle di cinque minuti), di asana, di pratiche. E di risultati. Avevo pure io i miei “angeli d’occidente”, probabilmente abbastanza per stupire non pochi dei sedicenti gruppi antroposofici. Inoltre la gente mi chiamava, tante persone e non solo gli amici. Ma quell’omino vestito di nero mi chiedeva di dare un calcio a tutto. Ed aveva pure ragione.

Ovviamente questa non è la cronaca di un “lieto fine” perché il finale devo ancora scriverlo. Non si riesce a buttare una vita nello sciacquone in pochi anni. Però mi son reso conto che pian piano devo farlo. E man mano che svuoto gli scaffali questi si riempiono da soli di cose bellissime. Lo sforzo è sempre grande, quello sì.

Ma c’è anche un altro fattore, forse il più subdolo, ovvero che le mie zavorre sono evidentissime a tutti. Ed è stata la cosa più difficile da affrontare. Ma va affrontata. Non so se si può sconfiggere ma si deve perlomeno divenirne consapevoli.

Perché scrivo questo? Perché proprio nel vedere i miei errori (che continuo a commettere) mi specchio anche un po’ in quegli degli altri.

Quando vedo gruppi antroposofici senza direzione non è che mi importa poi molto se chi li presiede mi dice che “non sono gruppi ma solo amici che si incontrano per parlare”. Cosa cambia? Lì c’è l’angelo verde e tu lo sai.

Quando leggo omelie cattoantroposofiche non è che mi importa molto se chi le scrive mi dice che “sono solo discussioni per capirci”. Cosa cambia? Lì c’è l’angelo verde e tu lo sai.

Quando Balin sclera e vuol far l’esperto non è che mi importa molto se poi si dice da solo “ma io ci son passato”. Cosa cambia? Lì c’è l’angelo verde… E lo so.

Io sto provando ad eliminarlo. Auguro buon lavoro di cuore a chi sta facendo la stessa cosa.

SCIENZA DELLO SPIRITO

CONTRADDIZIONI ANIMICHE (di Y. Uchiyama)

1

Evelyn De Morgan  «Psiche abbandonata» (secondo la mitologia, Psiche ha le ali di farfalla)

*

«Perché volete tormentare con eterni pianti la vostra vecchiaia infelice?» disse Psiche ai genitori prima di esser esposta sulla rupe in attesa dell’ignoto sposo. «Quando le genti e i popoli mi rendevano onori divini, quando con universale consenso mi davano il titolo di novella Venere, allora avreste dovuto dolervi, allora versar pianti, allora, sí, prendere il lutto, come se fossi estinta».

Il fascino di Psiche, infatti, aveva indotto intere città ad adorarla come divinità, dimenticando la potenza e la bellezza di Venere. Sembra di ravvisare in forma di fiaba, all’interno della vicenda di Amore e Psiche narrata nelle metamorfosi di Apuleio, la progressiva assolutizzazione della psiche e la perdita di memoria dell’Io, operata dalla psicologia a partire dal periodo corrispondente all’opera di Rudolf Steiner.

La nascita della psicologia e della psicanalisi è avvenuta per la necessità di comprensione dei fenomeni sempre piú complessi degli individui alle prese con l’esperienza della materia priva della memoria spirituale, incapace di vedere lo Spirito nell’oggetto osservato. Tale nascita si è resa necessaria in vista di un lontano conseguimento della libertà.

Steiner però ci dice, nella conferenza tenuta a Penmaenmawr il 31 agosto 1923, che «la libertà non può essere acquistata che al prezzo, in certo qual modo, di una malattia generale dell’umanità». Infatti avvenne che per rendere l’uomo indipendente dalla connessione naturale con il Mondo spirituale, la parte superiore del corpo astrale dell’essere umano andò rimpicciolendosi, rendendo piú attiva quella inferiore. Poiché l’attività del corpo astrale nell’uomo superiore è correlata alla forza di controllo del fisico e dell’eterico, il rischio fu appunto un progressivo indebolimento dell’umanità. La Divinità allora decise di inviare il Cristo, il quale, attraverso il Mistero del Golgotha, apportò le forze guaritrici, che ancora oggi possono essere ridestate e richiamate.

Ma l’opera salvifica del Cristo non arresta l’evoluzione che prevede l’immersione dell’uomo nella materialità, con l’accrescersi dell’attività della parte inferiore del corpo astrale, dove però si accumulano delle “provincie animiche subcoscienti”. Tale è la giusta progressione dell’autocoscienza, che richiede una profonda comprensione spirituale nello studio dell’anima, che tenga conto anche della conoscenza storico-cosmica dello Spirito, mentre la psicanalisi riconduce l’essenza dell’uomo alla psiche e all’inconscio, strettamente correlati con l’organo cerebrale. Viene tolta all’essere umano la possibilità di controllare le proprie azioni e i propri pensieri in modo totalmente cosciente, perché influenzati da pulsioni recondite.

Anche se, come disse Giovanni Colazza, «in questo campo, sia pure a tentoni e spesso deviando, la scienza psicologica moderna ha presentito qualche profonda verità. Cosí essa ci dice che nell’essere umano esistono i cosiddetti “complessi”, centri di forze psichiche dotati di vita propria, zone separate della coscienza capaci di vitalità autonoma, in grado quindi di sottrarsi al controllo cosciente dell’Io». Tali complessi animici, basati su percezioni corrotte dalla corrente inferiore della natura, si radicano sotto forma di memoria che spinge a reazioni obbligate, seppure si riconosce coscientemente che siano degli errori.

Nel libro L’uomo interiore, Massimo Scaligero scrive che «la vita istintivo-emotiva può agire sulla individualità, alterandone l’essenziale equilibrio, proprio in quanto penetra nella coscienza attraverso il sistema nervoso della testa… Il giusto pensiero può ben poco su ciò che si è quasi connaturato con la psiche, divenendo istinto, o stato d’animo, oppure, per usare un termine della Psicologia attuale, complesso».

Tale è sicuramente uno dei maggiori problemi dell’uomo moderno, che spiega anche il notevole interesse giovanile per la psicologia. È un tentativo di comprensione di un’interiorità sem-pre piú intricata che richiede, secondo le esigenze del tempo, di essere portata alla coscienza.

L’attuale situazione di malattia sociale, in cui da un lato viene data libertà all’istintualità mortifera e dall’altro non si garantisce neanche il diritto alla vita tramite continui ricatti finanziari, di certo porta ulteriore confusione e rischio di nevrosi. Bisogna ricordare inoltre che siamo portati a legarci sempre di piú al sistema nervoso e al cervello, i quali sono costretti a rielaborare quotidianamente bombardamenti di immagini e impulsi esterni multiformi, spesso anche violenti.

La risposta che fornisce la psicanalisi, diffusissima anche tra giovani e giovanissimi, è basata su una ricerca che non conosce realmente la costituzione dell’uomo, in quanto dimentica l’Io e lo Spirito, soffermandosi alla reazione dell’ego alla percezione, che viene cosí intessuta dell’eco soggettiva dell’individuo schiavizzato dalle abitudini meccaniche della memoria, che non si rendono conto dell’essenza dei fatti.

Usando le parole di Scaligero, «l’errore della psicoanalisi è scambiare per contenuti della co-scienza, in cui l’individuo possa riconoscersi, ciò che invece andrebbe ravvisato estraneo alla vera individualità, e che, in quanto tale, agisce come supporto di forze ostacolatrici».

La giovane Psiche, per ricongiungersi all’amato Cupido deve superare numerose prove impostele da Venere: l’ultima sarà la discesa negli Inferi, dove si potrebbe allegoricamente vedere il volontario annientamento della brama dell’uomo, come esperienza di morte, per un risorgere della Luce. Ma regolarmente ella rischia l’errore, la ricaduta, dalla quale viene salvata dagli Dei. Il ricercatore moderno, infatti, deve attingere alle forze divine presenti nell’Io per superare le contraddizioni interiori e liberarsi dei meccanicismi.

2

John Roddam Spencer Stanhope  «Caronte e Psiche»

Tale scopo hanno i sei esercizi datici da Steiner, al centro dei quali si pone la concentrazione come liberazione del pensiero. L’essenza dell’essere umano, il seme dell’Individuo futuro, risiedono nell’Io libero dalla psiche e dalle sue zone oscure dove si celano Lucifero e Arimane.

La psicanalisi che si soffermi in tale dimensione corrotta e confusionaria, non fa che incatenare ulteriormente l’uomo nella sua sfera inferiore, negandogli la possibilità di realizzarsi quale individuo autocosciente avente come ordinatore l’Io. È infatti, scrive Scaligero, il pensare libero dai sensi che permette «allo sperimentatore di comprendere come andare incontro alla percezione con l’idea pura che le è pertinente, cosí che non si diano stati d’animo gratuiti, sensazioni che deprimano o esaltino, falsando la vita dell’anima e impedendo la conoscenza di ciò che oggettivamente avviene».

Il lavoro individuale deve essere compiuto ogni minuto come prevenzione a errori e cadute causati dall’assenza della totale padronanza e coscienza di se stessi. Non è possibile rimandarlo ai momenti in cui effettivamente si riscontri la necessità di agire secondo ciò che risulti in ordine con il Mondo spirituale. E ogni qualvolta una situazione avversa ci dia la possibilità di mettere alla prova i frutti del nostro sforzo quotidiano, è necessario trovare la forza di non cedere alle correlazioni presenti nella memoria, ormai riconosciute come ingiuste.

Yuika Uchiyama

(per gentile concessione di  www.larchetipo.com)

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