INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – K.L. von Knebel

 

Karl Ludwig von Knebel (30/11/1744 Castello di Wallerstein – 23/02/1834 Jena)

 

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Poeta di talento, traduttore nonché figura di spicco nella cerchia dei neoclassicisti di Weimar era un grande amico di Goethe con il quale intrattenne una fitta corrispondenza tra il 1774 ed il 1832 (sicuramente pubblicata in uno o due volumi da editori tedeschi, in Italia non so), alcuni estratti della quale li troviamo citati anche nelle “Introduzioni agli scritti scientifici”.

Congedatosi dall’esercito Prussiano dopo 10 anni di servizio, divenne tutore del principe Costantino di Weimar. Fu proprio durante un viaggio a Parigi intrapreso con il principe e il di lui fratello ed erede al trono Carlo Augusto, che fece tappa a Francoforte per andare a conoscere Goethe che ebbe in questa occasione il suo primo contatto diretto con la corte di Weimar presso la quale ricoprirà nel corso del tempo diversi e prestigiosi incarichi.

Nella Germania di fine ‘700 le traduzioni dei classici greci e latini conobbero una popolarità senza precedenti, tanto che nel giornalismo letterario dell’epoca si può trovare più di un riferimento alla necessità di traduzioni qualitativamente adeguate, per cui non solo filologi e traduttori professionisti ma anche molti professori, letterati e poeti vi si cimentarono. Quest’ultimo elemento assume particolare importanza, innanzitutto perché ebbe come conseguenza un’alto livello qualitativo delle traduzioni, che rimangono tra le migliori espressioni del classicismo tedesco, ed in secondo luogo per il forte impatto positivo sulle produzioni poetiche e letterarie tedesche medesime, giacchè il tipo di classicismo che si venne a sviluppare difficilmente avrebbe potuto giovarsi del solo studio (per quanto approfondito) dei classici nella lingua in cui furono scritti.

Forte fu l’influenza che i lavori di Knebel su Pindaro, Properzio e Lucrezio ebbero su Goethe (che assieme allo Shiller aiutò Knebel nel lavoro di resa in versi delle traduzioni), il quale approfondì lo studio e ne trasse ispirazione per le sue Elegie Romane. Le traduzioni di Lucrezio (annoverabili tra le migliori in assoluto di tutte le numerose traduzioni tedesche del De Rerum Natura) risultarono oltremodo preziose per il progetto goethiano di una resa epica in versi della storia naturale, ed in particolare per l’opera riguardante la “Metamorfosi degli animali”.

Knebel prese anche parte alla prima rappresentazione dell’Ifigenia in Tauride di Goethe che andò in scena nel teatro privato di Carlo Augusto.

Autore di diversi sonetti, Knebel accorpò le sue composizioni in due raccolte: “Collezione di Poemi brevi” (pubb. 1815) e “Couplets” (pubb. 1827).

INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE, LIBRI E AUTORI

VERITA’ E ILLUSIONE NELLA PRATICA INTERIORE

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Nelle mie ore di notturna insonnia, pervase di dolcissima malinconia, mi do talvolta a peregrinare nell’infida palude della telematica rete, ove è possibile rinvenire di tutto e di ogni. E non è che quel che si rinviene sia sempre – anzi quasi mai – cosa da infonder nel cuore letizia e giubilo. Per quanto, poi, uno ritenga di aver raggiunto il punto di non doversi oramai stupire più di nulla, e che si sia toccato il fondo, succede che ci si vada a scontrare con novità che lasciano trasecolati e senza fiato. Soprattutto ci si rende amaramente conto, una volta di più, che invero non vi è mai fine al peggio.

Capita di leggere – ed anche se è ogni volta sempre la stessa solfa, ogni volta mi stupisco – da parte di coloro che vorrebbero indirizzare i cercatori della Via dello Spirito ad una più «umana» (anche troppo umana, se è per questo) «via dell’anima», distogliendoli da una «pericolosissima», ancorché nobile, Via del Pensiero, la quale – negli ultimi mesi ce l’hanno petulantemente ripetuto in tutte le salse in blog, in social network e in talk-shows, secondo il volgarissimo costume yankee oramai ovunque invalso – può facilmente trasformarsi in una «via del sublime egoismo». Perché rischiare di diventare «sublimemente egoisti», osando percorrere temerariamente una Via dello Spirito, quando è possibile procedere, comodamente e con tutti i comfort, lungo una via dell’anima che, a loro dire, col tempo e con la paglia – attraverso i quali sulle nostre balze appenniniche maturan le sorbe ed eziandio la canaglia – si perverrebbe felicemente all’esperienza spirituale?

Cotale «via sostituita» – surrettiziamente sostituita – viene illustrata con tutti i «morbidi» artifici retorici, che edificano, commuovono e consolano i cuori delle anime belle, e rassicurano gli imbelli, i pigri e i vili. Ma si tratta di una volgarissima, ancorché abilissima, truffa.
Non si dice, che il pericolo – pericolo concreto – non è quello di diventare, attraverso una intensa e fervida pratica della Via del Pensiero «sublimemente egoisti», bensì quello di non cessare di essere volgarmente o sentimentalmente egoisti, perché si continua ad essere impastati nel fango di una natura inferiore dalla quale certamente non si esce con le edificanti e morbide consolazioni di una pretesa via dell’anima. Semmai è osando, audacemente osando, percorrere la Via dello Spirito – il quale è un «fuoco che consuma», che «arde» ed estingue la natura inferiore – che si cessa di essere volgarmente o intellettualmente o sentimentalmente esseri egoici. Anzi si può dire che scopo precipuo delle suddette comode e «umane» – invero troppo umane – vie dell’anima, sia proprio quello di illudere il cercatore circa un conseguimento spirituale attraverso l’anima, e non attraverso l’energica, e audace, azione dello Spirito su se stesso.

Oggi vi è una profusione di proposte estremamente allettanti per l’ego. Vi sono le vie dell’azione dell’anima sul corpo, dell’azione del corpo sull’anima, le vie dell’azione dell’anima sull’anima (col potenziare e sublimare emozioni ed istinti, che nell’uomo attuale sono sin troppo potenti), le vie intellettuali nelle quali ci si infarcisce di disseccata erudizione, le vie magiche, quelle mistiche, e quelle che fanno un fritto misto – totani, calamari e gamberi, direbbe il mio amico C. – di tutte le precedenti. Così il ricercatore, sincero ma eccessivamente fiducioso e ingenuo, viene prima avviato su un binario di scambio, poi su un binario morto, sul quale potrà indefinitamente stazionare. Viene data l’illusione di fare qualcosa di spirituale attraverso l’anima, mentre in realtà si procede alla inavvertita paralisi delle forze spirituali. E si arriva sino alla denigrazione dell’Ascesi del Pensiero, e alla derisione degli animosi e appassionati praticanti della medesima.

Il grande Johann Gottlieb Fichte – che ho avuto il dispiacere di vedere ingiustamente telematicamente infamato da chi del suo pensiero nulla capiva – sosteneva che «è più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna, piuttosto un vivente Io che pensa». E, purtroppo, accade di avere sempre nuove conferme di una tale sconfortante diagnosi del grande filosofo dell’idealismo dell’Io trascendentale.

Capita così di leggere – nelle suddette melanconiche ore di dolcissima insonnia – che vi è chi sostiene che si illude chi pensa che a qualcosa serva fare – che so – per esempio dieci concentrazioni al giorno, come si ostina da sempre a sostenere instancabilmente, ringhiando e ululando, un marimontano lupaccio tergestino, mio amico (tra lupi, diversamente che tra cristiani, ci si vuole bene…). Perché darsi pena di fare così tante faticose concentrazioni, quando ne basterebbe giusto una di un cinque minuti, di una qualche intensità, accompagnata dalla pigra lettura di una mezza paginetta di Filosofia della libertà? E così facendo e procedendo – oh stupore, oh meraviglia! – si giungerebbe in presenza delle celesti Intelligenze delle Gerarchie. Naturalmente – anche questo viene abilmente sostenuto – l’Iniziazione verrebbe dalle prove della vita, intelligentemente e impavidamente affrontate.

A me – malfidato lupaccio appenninico – risulterebbe che, a chi non pensa, le esperienze della vita con le sue «prove» (impavidamente affrontate, naturalmente…) non insegnino proprio un bel niente, e che per quanto si proceda a ripetute bastonature di un asino, non per questo si cresce in sapienza. L’esperienza, di per sé, non insegna nulla a nessuno, così come nulla insegnano di per sé gli accadimenti nello scenario dell’anima.

L’uomo è un Io, che ha un’anima, in un corpo. Quindi l’essere umano così come non è un corpo neppure è un’anima. L’uomo può e deve conoscere e afferrarsi come Io nell’Io, il quale non è un pezzo di lava sulla Luna, bensì la stessa concretezza dell’essere.

Perché l’essere è atto, non fatto.

E l’Io è in quanto compie l’atto di essere, perché questo atto non è che si compia da solo, impersonalmente, come il variare del tempo meteorologico nella attuale materialistica scienza della natura. E l’Io è, veramente è, quando compie l’atto di essere. Massimo Scaligero affermava aforisticamente che «non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io». Cioè all’Io non è sufficiente il mero esistere, in quanto l’Io non è un oggetto, una mera cosa, una cosa fra le cose. L’Io è soggetto: soggetto agente, e non – come l’anima – un oggetto passivamente paziente. E l’Io è attivo nel pensare volitivo, non nel sentire, il quale è oggetto di conoscenza: non conoscenza esso stesso. Nulla è meno ingannevole del sentire non penetrato dal pensare attivo.

Il pensare può attivamente afferrare e conoscere la propria stessa attività pensante, e può attivamente afferrare e conoscere la passività del sentire. Mentre il sentire non può conoscere né afferrare se stesso, così come l’anima – della quale il sentire è parte – non può conoscere se stessa.

L’Io nella passiva identificazione con l’anima, non conosce, perché si conosce unicamente ciò che è possibile porsi di fronte obbiettivamente come oggetto di conoscenza, non ciò che involgendoci in una passiva e sognante immedesimazione, porta ad uno stato di alienazione nel quale l’Io smarrisce il potere di identità con sé. Per questo le «esperienze» della vita, che possono essere oggetto di conoscenza per il pensare, di per sé nulla insegnano a chi non pensa: perché sono conosciute, o possibile oggetto di conoscenza, non conoscenza esse stesse.

Il Maestro dei Nuovi Tempi così ammonisce nella sua Filosofia della libertà: «Con quale diritto considerate voi il mondo completo senza il pensare?».

Ugualmente si potrebbe chiedere: con quale diritto venga considerata realtà l’esperienza, senza un Io sveglio e attivo che compenetra l’esperienza con l’attività pensante, che è tutt’altro che pervadere l’esperienza stessa con la passività senziente, che è l’equivoco delle comode vie dell’anima, la quale vorrebbe passivamente sentire, quel che invece l’Io deve volitivamente conoscere.
Una stessa esperienza, o le prove della vita, o le «prove» dell’Iniziazione, significano ed agiscono diversamente a seconda dello stato di coscienza dello sperimentatore, perché sperimentare non vuol dire conoscere. Così come il calore agendo – è un’immagine tratta dalla sapienza ermetica – scioglie la cera ma indurisce l’uovo. Ed è un allusivo ed antico adagio etrusco quello che, parlando di talune inintelligenti teste, afferma che «l’òva più tu le còci, e più le rassodano!» e, nel medesimo eloquente spirito circa l’«utilità» purificatrice delle esperienze per le suddette inintelligenti e pigre teste, un altro adagio etrusco ribadisce che «a lavar le teste a ll’asini, ci si rimette i’ ranno e i’ sapone!».

Può darsi che l’Ascesi del Pensiero sia per molti dura e faticosa, o non si dimostri suadente e allettante per l’inferiore natura, che non ama essere disturbata nel suo torpido sonno. Può darsi che la Via dell’Io spaventi molti, o che non la trovino gradevole o consolante, e che per una sorta di «invidia metafisica» vorrebbero che quel che loro non possono, o non vogliono, realizzare, neanche altri devono osare realizzare, o anche solo tentare di realizzare. Per cui dichiarano essere l’Ascesi del Pensiero una via astratta, e per chi percorra le vie dell’anima, tutto sommato inutile, perché le esperienze della vita sono alla bisogna più che sufficienti. Questa ingenerosa e plebea pretesa è tipica della ottusa pavidità piccolo borghese. Solo le parole che Fichte pose a conclusione della sua Premessa a La missione del dotto sono, a mio parere, adeguata ed eloquente risposta:

«Mentre nell’ambito dell’esperienza comune si pensa oggigiorno forse più ampiamente e rettamente di prima, la maggior parte della gente perde completamente la strada e diventa cieca non appena debba salire anche solo di una spanna al di sopra di quel piano. E se è impossibile di riaccendere in questi tali la scintilla geniale ormai spenta, è bene lasciarli tranquillamente nella loro cerchia, dove sono utili e necessari, e dove hanno pure il loro valore. Quando tuttavia essi si mettano a pretendere di ridurre alla loro misura tutto ciò che non riescono a raggiungere, e se per esempio esigano che ogni cosa che si stampa debba avere il carattere del libro di cucina o dell’abaco o del regolamento di servizio, e considerino privo di utilità tutto ciò che non può essere impiegato in tale maniera, allora essi hanno completamente torto.

Che gli ideali non siano materia corrente e dimostrabile nel mondo dei fatti lo sappiamo noi come loro, se non forse meglio. Riteniamo tuttavia che il mondo dei fatti debba venir giudicato sul metro degli ideali, e corrispondentemente modificato da coloro che sentono in sé la forza di farlo. Posto che essi di ciò non possano convincersi, perderanno comunque poco di ciò che sono, e l’umanità ancor meno. Dimostreranno in tal modo soltanto che la nobilitazione dell’umanità non dipende da loro. Questa continuerà a procedere per la una via, quanto ad essi, voglia la benevola natura guidarli, dar loro ogni volta a tempo debito la pioggia e il sereno, e concedere loro un buon cibo e una tranquilla circolazione degli umori, nonché saggi pensieri!».

SCIENZA DELLO SPIRITO

IMPOSSIBILE SOLE COSCIENTE ATTO AL SANARE

 Copia di 8-12  OTT 2013 FK 010 - Copia (2)

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IMPOSSIBILE SOLE COSCIENTE ATTO AL SANARE

 

LA MALVAGITA’ CHE QUANDO SI RIPOSA E’ ATTENTA.

ATTIMI DI CURIOSITA’ MERAVIGLIATA IN CUI NON HA DECISO OVE COLPIRE.

ATTIMI DI BONARIA ATTESA IN CUI IL VELENO ATTENDE IL SUO BERSAGLIO OCCULTO.

 

MALIGNI SUFFICIENTEMENTE DESTI PER INTERESSARSI A CIO’ CHE NON LI RIGUARDA MA CHE LI STUPISCE.

NELL’ ATTESA DELL’ATTO SCONVOLGENTE IN CUI DIPANARE IL NUOCERE.

NELL’ATTESA IN CUI L’AGUZZO FAR SOFFRIRE POSSA SCOCCARE.

 

MALVAGITA’ SUFFICIENTEMENTE AVIDA E LUNARE

PER RIMANERE COMUNQUE INAMOVIBILE NEL PROPRIO INTERESSE PRIMARIO :

MANIFESTARE GELIDO DISPREZZO IN CUI POSSA SOFFRIRE L’ORO.

 

TUTTA UNA GENIA DI PALLIDE ENTITA’

CHE AFFILATISSIME LAME DI GELO E DI LUNA

RENDONO EFFICACI E ARMATE.

 

PROFONDA INFISSA E TENACE

SUPERBIA DI SE’ FRA GLI APPETTITI

IN CUI LA COMMOZIONE E’ ODIATA.

 

CHIUSURA TESISSIMA E GELIDA

CHE BRAMA OGNI ALBA AL TRAMONTO

ED OGNI LUCE DEL CUORE OSCURATA NEL TERRIBILE AFFANNO.

 

LA FEROCIA SILENTE DEL PROFONDO EGOISMO ASSASSINO

NELL’ESTREMO BRAMARE LE LACERE VESTI DEL BENE TRAFITTO E INFANGATO.

AFFINCHE’ VI SIA DOLO.

 

LA GRANDEZZA AVVINCE I MALVAGI.

MA VIENE RESPINTA IN NOME DEL GELIDO ABBRACCIO CHE ODIA.

E CHE INFINE DETIENE IL POTERE CUI HANNO ADERITO.

 

CAMPIONI NELL’INFRANGERE I SOGNI :

CUI E’ AFFINE LA SUPREMA E LONTANA SUPERBIA D’ORIENTE.

TOTALE SILENZIO NEL VOLERE CHE TUTTO SOSPINGE FRA MASSE INFINITE DI ROCCE CALCAREE.

 

IMPASSIBILE ESTREMA TENACIA-SUPERBIA.

IL SILENZIO DI ORDE ASSASSINE.

 

IMPLACABILI E SPENTI

FURENTI E COMPOSTI.

IGNARI DEI CIELI CHE HANNO PERDUTO.

 

DENSITA’ CHE COLTIVA SUPERBIA NEL VUOTO IN CUI IL CALORE E’ SVANITO.

 

FRA MASSE INFINITE DI ROCCIA DESERTA

E SPENTA

E GELATA.

 

L’AVANZARE DI QUELLA SUPERBIA E’ L’OTTUSA TENACIA DEL GELO

CHE NON TROVA CALORE ADATTO A INCENDIARLO.

ETERICO INCENDIO CHE NASCE A OCCIDENTE.

POTERE UNITIVO CHE MUOVE I CONCETTI SECONDO ARMONIE CHE RIASCENDONO AI CIELI.

E CHE MUOVONO FOLGORI AUREE SCONOSCIUTE AI SAPIENTI.

 

SCONOSCIUTE AI SERPENTI.

 

TUTTO  -OPERANDO-  RIVIVE L’IDEA.

E TUTTO ATTRAVERSA.

SOLVENDO.

 

LA LUCE CHE COPRE DESERTI :

LI ACCENDE E LI ARDE.

 

–       SANANDO –

 

 

E’ GLORIA E CALORE.

 

PROTENDERSI ESTREMO DI VERA ARMONIA.

 

ESSENZA CHE SVELA E CHE REINNESTA IL VALORE.

 

AUREO CONNETTERE SACRO CHE IMPOSSIBILE SANA.

 

LO STUPORE DI SOLERTI ENTITA’ DEL DOLORE

-CERTE DI ESSERE OLTRE OGNI POSSIBILE AFFRONTO-

RICHIAMA SUPERBIA E LA IMPONE

TENENDO BEN SALDE LE FORZE DELL’ETERNO SERRARE NELL’ALVEO DELL’ETERNO DOLORE.

 

EPPURE NON SANNO PENSARE.

E IGNOTE AUREITA’ SI DISPIEGANO OVE I MALIGNI NON SANNO GUARDARE.

OVE IL PENSARE UNISCE I CONCETTI E LI IMPONE NELLA IMPOSSIBILE FORMA CHE –VOLENTE- LI MANTIENE PRESENTI.

E’ ORO CHE GIUNGE DA LUOGHI CHE ERA IMPOSSIBILE CONCEPIRE ESISTENTI.

DA LUOGHI CHE ERA IMPOSSIBILE PENSARE ABITATI DA UN SOLE COSCIENTE ATTO AL SANARE.

 

ORO SOLARE MANIFESTA ED IRRAGGIA POTENZE SANANTI

E SOCCORRE GLI ATTI DELL’IO CHE MANTIENE EVIDENTI LE LOGICHE ESSENZE DEI RICORDATI CONCETTI CHE SI VOLLE CREARE.

OTTENENDO DEL VERO STUPORE NEL CREARSI DI UN BENE VIVENTE CHE ERA IMPOSSIBILE SUPPORRE ESISTESSE.

 

MAI SOPITE SPERANZE OTTENGONO VESTI FULGUREE CHE PER ATTIMI SONO REALI.

E SCOLPISCONO L’IMPOSSIBILE FARMACO AUREO.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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ARTE, La Poesia di FK AZIONE SOLARE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

COMUNICAZIONI DA SIGWART – 3

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*

14 dicembre 1915

Ho sentito quanto avete detto e voglio rispondervi.

I miei messaggi rappresentano per voi delle rivelazioni: le più sacre che possiate ottenere grazie all’amore che vi ha innalzato alle sfere che rendono possibile il nostro rapporto. Voglio adesso innalzarvi ancora e condurvi con me fuori dai residui dei pesi terreni. Dovrete imparare a respirare e a contemplare in libertà, nella misura che vi verrà concessa.

Desidero elevarvi per far maturare i germi che sono in voi e mostrarvi come far fruttificare i vostri più intimi tesori.

Non ho dimenticato la prigione terrena e posso ancora sentire la mia umanità. Provo perciò compassione per voi e voglio indicarvi la via che permette di evadere da tale prigionia.

E’ la vostra libera volontà a dover rispondere alla mia chiamata. Interiormente ciascuno sentirà quello che è giusto fare. Non temiate mai che possa condurvi a trascurare i vostri doveri terreni.

No, dovrete anzi diventare più forti e abili per poterli affrontare da padroni e non da servi.

Dovreste rendervi conto di quanto possiate crescere ancora e di come possa germogliare e maturare tutto ciò che vi circonda allorché sarete capaci di elevare con regolarità il vostro spirito e renderlo signore del corpo.

Noi sappiamo quanto ciascuno di voi può avanzare e deploriamo il fatto che i terreni fertili vengano portati incolti verso l’estate. Voglio pertanto aiutarvi ad ottenere quei benefici di cui io godo liberamente che, pur se vivete sulla terra, sono ugualmente alla vostra portata. Se crescerete, il vostro agire si riscalderà e illuminerà dall’interno così da aumentare la forza con cui assolvete quei doveri che anche per noi sono sacri.

Di certo non vivete sulla terra per rimanere immersi nella materia e ricercare soltanto in quest’ambito l’area dei vostri doveri. Tale area si eleva con voi e consegue ogni volta il livello che voi stessi conseguite. A ogni livello dovete imparare a chiedervi: “Cosa devo fare? Cosa mi viene richiesto? Per cosa devo vivere?”.

La forza di assolvere i propri doveri scaturisce sempre dall’Alto. Ma elevandovi alle sfere superiori apprenderete il modo di svolgerli secondo la volontà del Creatore. Giudicate, decidete e agite affrontando ogni cosa con grande coraggio! Non dimenticate mai che il tempio di Dio da voi edificato, potrebbe essere scosso violentemente anche soltanto da una menzogna.

Oltre ai pensieri, controllate pure le parole. La forza della vostra ascesa dipende dal vostro atteggiamento interiore e dalla purezza del vostro stile di vita. Siate saldi su questi due punti.

17 dicembre 1915

La grande missione che dovevo qui svolgere è terminata: ora sono libero. Posso scegliere se continuare o meno a lavorare nella medesima direzione: se voglio cioè acquisire nuove forze, per evolvermi il più rapidamente possibile, oppure assumermi ancora dei grandi e importanti impegni di carattere musicale. Sceglierò la cosa che mi permetterà di rimanere più vicino a voi.

Per la vostra salvezza, sono pronto a rinunciare volentieri a ogni ulteriore e rapido progresso. Devo decidere entro oggi. Finora tutto si è evoluto nel rispetto di norme e leggi ben precise. Adesso però sono giunto al punto in cui posso decidere l’indirizzo da dare alle mie future attività.

Di solito, una cosa del genere -usando il metro terrestre- si realizza soltanto dopo molti anni. Potete quindi capire quanto sia felice e grato per aver ottenuto il permesso di iniziarvi, quale maestro, alle verità dello spirito: le uniche che contino davvero.

(La sua opera musicale, terminata poco prima dello scoppio della guerra, venne per la prima volta rappresentata in questo periodo, a sei mesi dalla morte).

19 dicembre 1915

M. sorella mia, mi hai chiesto spesso se c’era qualcosa che tu potessi fare per me. Ho buone notizie: ti dirò cosa puoi fare per me muovendo dalla tua libera volontà.

Ho ricevuto il permesso di assistere alla rappresentazione della mia opera, e di vedere e udire, nella sfera terrestre, gli effetti del mio lavoro. Per questo ho però bisogno di avere a mia completa disposizione un anello di congiunzione. Vuoi esserlo tu? Saresti disposta a rinunciare del tutto ai tuoi sensi fisici per permettermi, utilizzandoli al posto tuo, di vedere e udire fisicamente?

(Più tardi)

Ti ringrazio! Sapevo che questa mia richiesta ti avrebbe resa felice. L’esaudimento di questo mio desiderio è per me un sacro dono, il migliore che potessi farmi. Ti ringrazio in tutte le maniere in cui è possibile ringraziare da questa sfera! Tuo Sigwart.

Dovreste cogliere gli echi della verità e del sublime che risuonavano in me, allorché composi la mia opera, e calarvi nelle loro profondità. Il sacro sentimento di cui è intessuto questo mio lavoro vi apparirà ancora più bello se gli porterete incontro una maggiore lucidità spirituale.

Le porte del mio tempio sono spalancate e ne sgorga un mare di luce che fonde i vostri esseri e il mio in un’unità.

Sono più vivo che mai e posso ascoltare tutto. Quando si riaffacciano dei pensieri tristi, relativi alla mia morte, non pensate di potermeli nascondere. Dispongo di una sensibilità maggiore della vostra in quanto è il mio Io superiore a percepire: a voi, invece, tutto viene oscurato dalla materia.

Anche noi sperimentiamo ancora la sensazione del pianto: soltanto però quando ci troviamo di fronte alla Grandezza.

Vi prego ancora, cercate il mio spirito, il mio vero Sé, non la veste materiale che non indosso più. Pensate a una figura di luce somigliante alla mia immagine terrena.

Dispongo ora della mia libera volontà e posso fare tutto ciò che desidero. Per voi è difficile immaginare cosa significhi qui una cosa del genere: l’essere liberi dai vincoli terreni, liberi da ogni occupazione materiale, liberi dal desiderio di un corpo fisico, liberi dal cordoglio di coloro che abbiamo lasciato. Sono indicibilmente fortunato. Posso ora elaborare tutti i pensieri che albergano in me. Qui si deve esercitare con fermezza la più grande pazienza. Per quanto sublimi possano essere le opere che ha creato, un artista non può utilizzarle a beneficio degli altri finché non ha superato tutte le prove e conseguito un certo grado di sviluppo. Ho voluto dirvelo perché sappiate che non si può essere subito attivi nel lavoro che si è scelto.

Ho deciso per la musica, la mia diletta musica! Potrò così esservi particolarmente vicino.

Proprio adesso mi trovo impegnato in una composizione. Conterrà tutte le mie sacre e sublimi esperienze recenti. Quale “pegno di riconoscenza” la dedicherò al miei Maestri che, come mediatori della Divinità, mi hanno reso possibile una vita grande e illuminata. Sin tratterà di una sorta di inno eseguito da numerosissimi esseri messi a mia disposizione. Potete facilmente immaginare quanto mi piaccia questo lavoro! Non sono in grado di parlarvene in maniera più dettagliata perché io stesso non so ancora come risulterà. Per il momento ho chiaro solo il motivo conduttore, la chiave e, in modo approssimativo, le linee di sviluppo. E’ esaltante poter di nuovo creare da solo qualcosa di grande!

Per il resto sto bene. Ho trovato molte care anime umane che mi consolano della nostra separazione spaziale. Sono tutte stupite del mio saldo e intimo rapporto con voi perché è considerata cosa rara il poter mantenere relazioni così strette con i propri cari in terra. Nessuno mi è comunque più caro di voi. Con quanta gioia guardo al giorno in cui ci ritroveremo uniti qui, nel mondo spirituale!

L’uno per l’altro significheremo molto più di prima perché qui non esiste alcuna separazione.

Vostro Sigwart.

(continua)

ALTRO, SIGWART ( a cura di Mar_zia )

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Prima Parte

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CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR
di
Mara Maria Maccari


Come si fa a introdurre, con pensieri reali, un cammino di un’ anima che non è la propria? Esiste una possibilità di far da guida imparziale ad un’opera dove la visione, l’iconografia e la virtù sacra del mandala fanno sinergia mediante due diverse forze, quella che sorge dal flusso artistico e quanto è stato interiormente vissuto lungo tanti anni di appassionata ricerca spirituale?
Poiché mi manca pure la vocazione dell’anatomista, nemmeno so, di quest’opera, quanto appartenga alla Santa e quanto sia dell’Artista.
Poi, per ulteriore demerito, non ho alcuna velleità intellettuale-interpretativa.
Ho abbandonato da molti decenni il piacere di costruire cornici o castelli intorno a simboli e immagini: sono abituato ad arrestarmi a ciò che vedo, in silenzio attendendo che quello che vedo, se lo vuole, manifesti da sé quello che può dirmi…semprechè e quando ciò sia possibile.

Qui, in Eco, abbiamo ormai totalizzato una non minima quantità di critiche, riassumibili in due parole: Preconcetto e dogmatismo. Questo perché in un articolo tra altri dieci, si sottolinea l’importanza della disciplina interiore incentrata sull’essenziale atto della Concentrazione…contro la quale si erge la solita canea di chi abbraccia la stravagante priorità di infette mucillagini quali ritualistiche trasmissioni, magismi erotici, politiche spirituali e gli accademismi dell’antroposofia parolaia.
Magari fossero critiche espresse da figure oneste! Arrivano, purtroppo per loro, dalle schiume sudice della risacca spiritualistica e, al meglio, da frustrate animosità personali.

La disponibilità a temi abbastanza diversi tra loro è data, in genere, dal rispettoso rapporto con le tradizioni e in particolare con contenuti tra loro diversi. Uno di questi ultimi lo presentiamo con un inedito lavoro di Mara Maccari: inusuale anche per molti lettori perché li costringerà a “guardare”, a seguire con attenzione e coscienza attiva molte immagini: quadri e disegni che affrontano, col coraggio proprio di questa artista, (anima veramente capace di grandi profondità) il mistero delle Visioni, a cui si aggiungono i misteri più alti: quelli cosmici della Creazione e della loro relazione con il creato ed il mistero dell’azione divina, tenendo sempre bene in vista i protagonisti che stanno più a cuore alla Santa e all’Artista: l’uomo ed il Christo. Per Mara, il Christo è davvero il cuore di ogni cosa!
Per nostra fortuna, l’Artista, con economia di parole, ci offre una traccia, ci indica qualcosa. Poi, la dinamica delle relazioni tra forme e colori deve diventare un lavoro per chi sa fermarsi e intendere… Pubblicheremo questo “percorso” in sezioni minime, dando ai lettori tutto il tempo necessario per poterlo conquistare completamente.

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Ps:
Se volete approfondire la conoscenza delle individualità in campo, per Ildegarda cliccate su Wikipedia, per Mara andate su www.maramaccari.com
Buon lavoro!

 

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www.maramaccari.com

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

Gli appunti che seguono sono successivi alla realizzazione di miei dipinti e disegni tratti da “Il libro delle Opere Divine” di Santa Ildegarda di Bingen.

Tali immagini, all’inizio enigmatiche, si sono rivelate come lettere di un alfabeto segreto.

Offro la sintesi di questi appunti come traccia o  argomento di riflessione.

Della sequenza di queste visioni la Santa nel suo prologo dice: “… le ho viste con gli occhi interiori dello spirito e le ho ascoltate con le orecchie interiori mentre intenta ai misteri celesti vegliavo con la mente e col corpo, non in sogno né in estasi come ho detto delle mie visioni precedenti…..”

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Tavola I

Prima visione della prima parte

La figura centrale rappresenta la Divina Sophia.

La Santissima Trinità la incorona -nella figura del Padre (capo sopra la sua testa) del Figlio (agnello) e dello Spirito Santo (rosso effuso nella sua persona)- quale strumento per realizzare il suo piano (pergamena srotolata).

La direzione verticale del Padre, Figlio e Sophia e la direzione orizzontale delle teste di Angelo ed Aquila nelle ali sembrano tracciare una croce, sotto la quale le forze ribelli del caos intrecciate tra loro -Lucifero (serpe) e Arimane (essere antropomorfo)- vengono dominate.

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MARA MARIA MACCARI, PITTURA

LE ORIGINI DELLE ESPERIENZE EXTRASENSIBILI

Hieronymus_Bosch *

Cari amici e lettori di Eco, vi dico subito che il titolo è dettato solo dal fatto che un titolo ci vuole, ma che presenta limiti poiché i fenomeni sono complessi. Solo il termine “extrasensibile” mi pare giustificato, infatti ho evitato apposta l’utilizzo dell’usato “sovrasensibile”. Quasi tutto quanto passa per spirituale non lo è affatto, mentre può succedere che possa darsi, talvolta, una specie di riflesso o come un raggio di sole che attraversi un leggero varco tra dense nebbie, quando la coscienza si attutisce perché si sogna oppure quando un oggetto sensibile succhia via la mente.

In questi casi non v’è certezza, è l’anima che si sente sfiorata da qualcosa di vero ma difficilmente le illazioni del poi sono in grado di guidarla ad una soddisfacente conoscenza di quanto portava in sé il fenomeno. Terreno più che altro ottimo per fantasie, giudizi errati e le sementi della superstizione.

Basta anche meno per illudersi di avere esperienze spirituali. Basta un disordine organico o un’alterazione del tessuto nervoso.

Il sistema nervoso dovrebbe limitarsi ad essere un veicolo neutro, attraverso il quale possano passare “comunicazioni” del tutto “altre” da esso. Come il filo del telefono, per svolgere la sua funzione nel migliore dei modi, deve essere veicolo per la voce e non per scariche elettriche: in questo caso esso funziona male, non adempie al proprio uso.

Consideriamo il nervo ottico. Affinché noi si veda le cose che ci circondano, egli deve (dovrebbe) svolgere la sua funzione in una condizione di assoluta impersonalità. Poi esistono situazioni di danno al nervo che possono ledere la visione. Anche una eccessiva somatizzazione degli sforzi negli esercizi interiori possono provocare un danno temporaneo che può concludersi con un mal di testa o con percezioni alquanto strane.

Qui abbiamo l’insorgenza di ogni tipo di forme e colori: reticoli luminosi, flussi di onde colorate…e se il guasto temporaneo stimola in qualche modo il corpo eterico anche forme più elaborate, come disegni floreali o immagini simili a quello che si vede nei caleidoscopi.    

Fenomeni transitori che possono venir superati da una evoluzione di intensità e destità in chi fa gli esercizi.

Sono solo il segnale che occorre superare la somatizzazione: che al momento si è sotto e non sopra il confine dato dai sensi.

Purtroppo e spesso, l’uomo vuole illudersi, perciò si convince facilmente che tali fenomeni, essenzialmente non diversi da un casuale prurito, siano “manifestazioni” dello Spirito.

Ad un essere desto e pensante (che sappia essere nel pensiero) non dovrebbe essere difficile  discriminare tali avvenimenti che non coinvolgono l’anima e la coscienza pensante…Ripeto: essi si danno come sensazioni anormali e in essi non c’è niente di più che possa renderli distinti dalle più grossolane funzioni corporali. Inoltre l’operatore dovrebbe respingere ogni fenomeno che non sia attivamente prodotto da lui stesso. Ma spesso è un parlare al vento…c’è sempre qualcuno che valuterà questo genere di cose come indice del suo terzo grado di iniziazione tantrico-masson-lamaista.

Spero sia chiaro: se con la comune coscienza, che è già somatica, si cerca di forzare le energie corporee, si scende di sotto, non si sale di sopra. Insistere per illusione o presunzione su questa via porta ad una sola certezza: quella di rovinare irreparabilmente la salute del corpo e della psiche.

§

Il tema di questo articolo è tripartito. Ora passiamo all’anima. E qui tutto si fa più difficile poiché essa può accogliere quello che sale dal corpo e quello che scende dallo Spirito. Detto così sembra anche facile. Però le anime sono due: lo sapeva anche Goethe che lo espresse con poetica semplicità. Noi viviamo in un inestricabile impasto delle due. Chiunque può osservare una duplice azione in sé, vivendo come al solito nell’acquitrino dell’istintività e delle brame…che spesso è disturbato dal sommovimento  della compassione, dell’azione retta, della veridicità, del sacrificio: insomma da quelle temporanee virtù che sovente vengono ad interrompere la vita facile.

Qualcuno ha scritto che la via maestra (verso lo Spirito) è la vita. Opinione molto cattolicheggiante, mi pare. Se questo milite ignoto si crede esoterico è anche peggio. Poiché sperimentiamo la vita con l’anima, o meglio con la sua entità peggiore.

Viviamo immersi nell’astrale, quello invasivo che assoggetta il corpo alle brame e passioni e che riempie di queste pure la coscienza, piegando alle sue inesauste velleità tutti i pensieri che non siano deliberatamente voluti. Siamo, immaginativamente parlando, prigionieri in una bolla di astralità (inferiore) e che ciò sia tragicamente reale lo dimostrano gli esempi, tutt’altro che rari, degli spiritualisti che fanno a gara per manifestare, al di là delle terminologie, il peggio di quanto può esserci nell’uomo.

Si studia, si pensa e si agisce dall’interno di quella bolla: ciò spiega l’inanità di esotiche discipline, il nulla (però ridicolo) di vantate “trasmissioni”…che fanno compagnia ai generalizzati tradimenti nei confronti dei rari Indicatori. Gruppi e Chiese sono in genere bolle più estese: rafforzano la spiritualità deformata e invertita dei singoli componenti.

Esiste solo un fenomeno che non proviene dall’astrale, cioè dal guasto ormai formalizzato e considerato perfettamente normale: questo fenomeno lo chiamiamo pensiero. Non il facile pensiero che è contraffazione ma il pensiero forte, capace di sorreggersi per virtù propria, indipendente da situazioni esterne, da piacere e dispiacere: vero anche oltre chi sembra produrlo. Scienziati e filosofi lo hanno conosciuto, gli esoteristi dei cinque minuti o del fine settimana, no.

In questo pensiero c’è, virtualmente tutto: la Via, la Libertà, il Soggetto vero, e solo in esso affiora nell’anima lo Spirito…e se siete di altro avviso non mi dolgo, al massimo mi spiace per voi.

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Per terminare dovrei parlare di Spirito e purtroppo  la  mia ascendenza plotiniana e buddhista non tiene in nessun conto tutte le infarciture che, suddividendo l’Unissimo in mille pezzi, irretiscono alla grande i bambinoni sessantenni. Inoltre parlare di Spirito come fosse un (aureo, radioso) oggetto è una scempiaggine che potrebbe (dovrebbe!) essere pagata con un prezzo senza misura. I maestri che talvolta crediamo di onorare hanno già detto quel che è stato possibile dire senza infrangere i severi limiti che esistono e che nessuna fantasticheria può nemmeno sfiorare. Al negativo penso si possa dire che non è cosa per il soggetto a testa in giù delineato nelle righe precedenti. Ramana, spiccio, riassumerebbe la cosa con una domanda: “Chi è che lo vuole sapere?”. Dove in quel “chi” c’è tutto.

Forse una sola cosa si può dire: per l’uomo lo Spirito è esperienza, tanto reale che il resto è solo sogno.

Sapete come terminavano spesso le incomprensibili spiegazioni dei sapienti cultori dell’Arte Regale? “Ho detto tutto, ho svelato l’Arcano” Così, dietro l’angolo, si piegavano dalle risate.

SCIENZA DELLO SPIRITO

UN MOMENTO DELL’ANIMA

cosmos_reflection

 

Quando l’Infinito s’accosta sembra che tu sia sempre e dovunque.

Smarrita ogni asprezza, scivolata nel nulla la forma inutile, partecipi alla vita dell’eterno, che vedi, non è un prima infinito o un futuro illimitato ma un sempre.

Però, se avesse senso, potresti dire che ti infuturi nell’eterno. Ma più esattamente, quanto avanzi nel poi così ti prolunghi nel prima.

E come sai ciò che sarai dopo la morte, così senti in trasparenze successive cos’eri prima della nascita. E quello che chiamiamo flebilmente Divino è dappertutto.

Così sperimenti in verità che conoscere è ricordare: persino ad ogni fatto di cui ti arrivi la più debole, frammentata notizia ti par d’esser stato presente: quasi d’esserci stato immischiato anche tu. E dentro ad ogni più lontana cosa ti senti.

Un’intima forza strapotente, straripante, ti penetra: colora di solennità, di lucente maestà ciò che è intorno E’ uno spirito di potenza nel quale si vive bene – è sempre un più-che-vita – solo si teme il prevedibile momento in cui ci abbandona.

Tutto è pagliuzza che galleggia sul flutto (unico) dell’eternità: cose, persone, stelle, case alberi, stagioni hanno la leggerezza del sughero sostenuto dall’onda unica e immane che il tutto regge, agita, schianta, trasporta.

Si sente che nulla è al di sopra di ciò.

Mentre le cose non cessano di essere. Tutt’altro. Ma si sente che esse sono poiché partecipano all’essere: all’essere essenza: come petali sparsi che vediamo sollevati e trasportati dal vento, dall’invisibile onnipresente.

E’ un fluire (respiro del dio?), ma è sostantivo: le cose in esso conquistano sé stesse: l’essere del loro essere.

La contraddizione coesiste: tutto quello che appare è fragile crosta: le costruzioni tessute dalla mente sono come macchie d’unto sull’acqua, cui basta nulla per disfarsi.

Ma è un gioioso disfacimento: l’Infinito che per un attimo a noi s’apparenta, è distruzione: il mondo, come i pensieri su esso, è mondo da disgregare: che disgregandosi  esso è. L’”essere” è assimilabile al fuoco.

Le Esistenze, in una ventata demateriante, in un certo senso assottigliano la loro luce ma la storbidiscono: sicché riscintillano più vive. Sono inestinguibili poiché il Soffio le ha create fiamme: le fa ardere più nette.

Così non si è soli. Ci sei tu ed il tuo fuoco e senti un potente, gioioso segreto che t’attraversa, senti che, dal dentro potresti sollevare sopra te il Mondo.

E’ un fuoco che consuma te e ti fa costantemente rinascere.

Comprendi che, se continuasse, saresti rifatto in gloria…e invece si ritira e lascia l’anima vana, cieca, smorta.

In fondo ad essa resta il pallore del ricordo del ricordo: pallidissimo e qualche seme di speranza ma anche una pietra in più sulla tua contingenza comune.

Sì, occorre consumarsi nella pazienza, ridursi nel silenzio, scendere di grado e gradino, accogliendo ogni mortificazione dell’anima…attendendo.

Attendendo cosa? La luce del Consolatore. Basta che il suo riverbero cali su te e, per l’ennesima volta, rivivi purificato.

SCIENZA DELLO SPIRITO

COMUNICAZIONI DA SIGWART – 2

Botho_Sigwart_conde_de_Eulenburg - Copia

*

Cari amici di Eco,

come promesso, trascriverò per voi delle comunicazioni inviate da Sigwart Graf zu Eulenburg alla sua famiglia, dopo la sua dipartita dalla terra. Ricordo brevemente che Sigwart era un giovane artista, un musicista e che, se pur per un breve periodo, aveva conosciuto e seguito Rudolf Steiner e la sua Antroposofia.

All’inizio della guerra mondiale, si arruolò volontario con l’ardente entusiasmo che all’epoca poteva ancora essere suscitato nella gioventù europea. Dopo un primo addestramento nella cavalleria, fu trasferito al fronte russo. Qui, in Galizia, il 9 maggio del 1915, durante un assalto venne colpito ai polmoni. Morì il 2 giugno dello stesso anno. Aveva 31 anni.

Sigwart era molto legato a una delle sue sorelle e fu a questa che si rivolse, subito dopo la morte nel tentativo di creare un contatto fra di loro e con la famiglia nell’angoscia. Dopo quasi due mesi riusci finalmente a convincerla della sua identità.

La sorella sperimentò i primi tentativi di approccio del fratello nella forma di una agitazione interiore che culminò nella certezza che Sigwart si attendesse qualcosa da lei. D’altro canto non riusciva a sopportare l’idea di associare la memoria del fratello alle pratiche spiritistiche o medianiche. Dopo qualche tempo tuttavia, un risveglio interiore le consentì, in piena coscienza, di stabilire un contatto con l’amato fratello, contatto che durò per circa 30 anni.

Queste comunicazioni vennero custodite gelosamente dalla famiglia e apparvero per la prima volta nel 1950 a Whitsuntide, nella forma di una trascrizione edita privatamente e in numero limitato di copie. Successivamente venne stampato in Germania con il titolo: “ Bruecke ueber den Strom”. Da poco tempo è stato tradotto anche in italiano, al momento solo privatamente ed in poche copie. Sono sicura che prima o poi uscirà anche nelle nostre librerie.

Intanto io trascriverò le comunicazioni, a mio parere, più belle e interessanti. Seguirò l’ordine cronologico delle comunicazioni per dar modo di cogliere, oltre ai contenuti, anche il progressivo “risveglio” dell’anima di Sigwart nei mondi spirituali e l’espandersi della sua coscienza in sfere sempre più alte.

“E’ giunto il tempo in cui abbiamo concesso a vostro fratello di estendere il dono di Dio a cerchie più ampie. Quanto gli è stato concesso di trasmettere a voi, dovrebbe essere ora diffuso per benedire, curare, infervorare gli uomini e additare la via della Luce. IL TEMPO E’ VICINO!”

(25 aprile 1932)

4 dicembre 1915

Quelli che vi circondano vi stanno rendendo la vita difficile! Vi è davvero impossibile liberarvi in spirito dai pesi e dagli affanni terreni? Per noi che viviamo nel mondo spirituale non è facile sopportare una tale tormentosa confusione. Tutte queste correnti d’ansia simile ad un mare in burrasca, si spingono fin qui. E’ una cosa terribile: appena venite inghiottiti da questi flutti, non mi riesce più di trovarvi. Posso rimanere con voi e aiutarvi soltanto se siete immersi nell’armonia e nella pace dell’anima.

6 dicembre 1915

Diventerete capaci di svilupparvi anche mentre assolvete i vostri doveri quotidiani: perciò non disperate, tutto andrà bene! Fidate in Dio e credete alla mia fedeltà.

7 dicembre 1915

(Sottoponemmo i messaggi al giudizio di Rudolf Steiner: il più importante ricercatore spirituale del nostro tempo. Li trattenne per più settimane e li esaminò con grande scrupolo, consapevole della responsabilità che comportava un giudizio del genere. Alla fine le giudicò assolutamente autentiche e di grado eccezionalmente elevato. Ne fu così interessato che ci chiese di tenerlo informato).

Sono molto contento! Vi aspettavate forse un giudizio diverso? Spero adesso che il nostro rapporto venga apprezzato anche dai profani. Comprendo le ragioni che vi hanno spinto a cercare una convalida definitiva: al vostro posto avrei fatto lo stesso. Ora lavoreremo in modo tale da far maturare in voi la certezza. Vedrete quanto ancora dovrà scaturire dal nostro lavoro. Sento la vostra gioia e ciò contribuisce a rendermi felice. Verrà un giorno in cui gli uomini, avendo sviluppato i propri organi spirituali, saranno in grado di comunicare con i propri defunti. Tali comunicazioni si manifesteranno in un primo momento come delle immagini di sogno: tuttavia si tratterà di qualcosa di più di un sogno perché tali rappresentazioni saranno molto chiare e fondate sulla realtà.

Tutto questo accadrà quando i tempi saranno maturi. L’orologio di Dio non si ferma e i suoi ingranaggi non si consumano mai. Aspettiamo quindi, con umiltà, che segni l’ora del superamento della morte tra gli uomini, e ringraziamo intanto il Padre nostro per i desideri già esauditi.

(in risposta a una domanda)

Anche dopo la morte, non possiamo vedere subito le Entità superiori. Occorre prima spogliarsi di tutti i propri involucri.

ALTRO, SIGWART ( a cura di Mar_zia )

SUI DEFUNTI

defunti

*

Cari amici, buona sera.

Anche questo è argomento che viene posto alla luce della Scienza dello Spirito. Forse interessa poco i giovani, così avvolti nelle forze della vita, ma può essere una delle tante riflessioni a chi ha dovuto salutare la scomparsa nell’inaccessibile di amici e parenti: soprattutto di quelli che hanno svolto un ruolo evidente nel nostro tracciato personale.

Non vi è nulla di oscuro o malsano in questa direzione: non tavoli a tre gambe ma raggi di sole, fioriture nei prati e scintillio di stelle: in questa vivezza il defunto è presente.

Ognuno dovrebbe dirsi: “prima di occuparmi dei defunti, bisogna che mi prepari nello spirito”.

Un buon esercizio è quello di trasportarmi col pensiero sotto il cielo stellato. Perdo di vista il mio corpo e le sue miserie; cerco di immaginare le figure delle costellazioni che occupano la volta celeste, rivedo la corsa del sole, i colori che tingono il suo levarsi, il suo coricarsi.

Trasporto ciò in stati d’animo.

Per finire immagino davanti a me la terra con montagne e masse d’acqua: utilizzando i ricordi di impressioni vissute durante arrampicate, nuotate ed escursioni nei boschi.

Tutto ciò deve essere ricordato obbiettivamente e senza l’aiuto del corpo: è una delle condizioni per cercare liberamente il contatto con i defunti.
Il ricercatore dovrebbe dirsi: “Posso andare spiritualmente da qualcuno poiché ho reso mobile il mio pensiero, ho purificato il mio sentire e ho dato un orientamento alla mia volontà.
Posso ora ritornare sui miei passi sino all’infanzia e riguadagnare una condizione perduta nella maturità.

Ecco le forze che ho usato inconsciamente nei miei primi tre anni, per stare sulle mie gambe, fare i primi passi, trovare l’equilibrio: le devo al divino architetto che edificò il piccolo tempio umano. Poi ho cantato, parlato ed è stato il celeste musicista e poeta che formò i miei organi e respirò in me.
Finalmente lo spirito universale mi aprì i campi del pensiero.”

Quindi lo sguardo del ricercatore indugia pensieroso sull’immagine dei defunti e, rammentando la realtà quotidiana, comprende come i morti vedano la natura. Ciò che viene percepito con gli occhi fisici, le pietre e le piante, non esistono per essi. Essi non vedono nulla della realtà sensibile. Essi percepiscono solo quello che esiste per la loro natura: lo spirito. Cosa percepiscono del cristallo poggiato sul mio tavolo? Solo l’impressione interiore che in lui si è arrestata: la geometria delle forme: cubo, tetraedro, ottaedro, cioè quello che in lui è stato lo spirito, la melodia celeste.
E della pianta? Non la forma fissa ma il susseguirsi degli stati che hanno metamorfosato il seme in foglie, poi in fiori, dunque il moto dei pianeti che si ritrova nella crescita dei vegetali.

E degli animali? Il loro principio, nel Paradiso.

I defunti seguono le azioni celesti nei regni della terra. Scambiando tra loro le impressioni che raccolgono. Così conversano e imparano. Avendo ricevuto un vivente insegnamento: i loro istruttori noi li chiamiamo Angeli.

Che fanno gli Angeli? Esattamente il contrario di quello che sulla terra fanno i sapienti. Questi hanno osservato con i loro sensi, ma il loro pensiero era rigido.
Gli Angeli restituiscono vita al pensare e nutrono i morti con idee viventi (entità) che sono il viatico nel corso del loro pellegrinaggio celeste.

Le azioni degli uomini hanno avuto la lenta conseguenza di uccidere certi pensieri.
E non solo ciò: certe proprietà possedute dalla materia inanimata è servita a costruire macchine che distruggono la vita.

Ora, per riparare i danni, hanno dovuto intervenire forze superiori a quelle degli Angeli.

Una grande tristezza pervade i defunti quando il loro sguardo scende sui sentimenti di chi vive nel terrestre. Costoro non sono passati, come i disincarnati, attraverso un lavoro di purificazione.

Al contrario, i vivi si sono induriti nell’odio e nei conflitti e hanno fatto della terra un luogo sempre più favorevole ai demoni che diventano più forti degli Angeli dei cieli.

Queste forze sub-umane esprimono la loro potenza quando i popoli si scagliano gli uni contro gli altri. Durante ogni forma di guerra, la Bestia ipnotizza intere nazioni e tiene sotto il suo giogo gli Angeli degli uomini.

I defunti tentano, assai prima, di farsi intendere dagli uomini: “Se non volete sapere più nulla di noi, soccomberete non solo alla morte del corpo ma anche a quella dell’anima”.

Saranno ascoltati?

Io li posso comprendere, pensa il ricercatore che si è chinato sui loro nomi immortali: “Avvicinatevi verso me, ciò che dite lo riferirò agli altri uomini”.

Ma per (fare) questo devo rafforzare il mio proprio essere. Potrò farlo se comprenderò il monito: “Uomo, conosci te stesso!”
Se posso ancora percepirlo, comprenderlo, tra infiniti rumori e mille rovine, allora, in qualsiasi momento, qualsiasi sia la tormenta che spazza il mondo ed il cielo profondo e l’abisso infernale, posso anche edificare in me stesso il campo della mia libertà.

Io sono. Per quel tanto che io resti vero, v’è realtà in me. Per quel tanto che io sappia amare, c’è realtà nell’universo.

Rastignac

 

SCIENZA DELLO SPIRITO

CENNI SUL BUDDHISMO DELLE ORIGINI

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Forse qualcuno si sente estraneo al tema? E’ possibile: roba vecchia, risaputa (non è vero) che non ha nulla a che vedere con la Scienza dello Spirito. Magari è un giudizio un po’ affrettato che forse viene instillato dagli Etichettatori, cugini e compari degli Ostacolatori.

Poiché, cari amici, non rinnego la comunicazione esoterica che riguarda la presenza terrena di platonici ed aristotelici, ma sommessamente vi domanderei se non fosse il caso di pensare scomodamente e senza pregiudiziali ai discepoli di quelle grandi figure che un tempo si chiamavano Bodhidharma, Narota, Marpa, Milarepa… Si sono forse dissolti nel nulla? Oppure anch’essi, viaggiatori terreni e cosmici con direzioni ben precise, hanno potuto accogliere l’invito di Michael, ripresentandosi in vesti attuali, per accogliere e realizzare ciò che le mutate condizioni umane chiedono agli asceti nei Nuovi Tempi,cioè liberare il pensiero e non più liberarsi dal pensiero?

Io credo che per qualcuno di voi, sebbene sia scarso ed elementare quello che scrivo, possa essere occasione per rimembrare qualcosa del proprio essere sub specie eternitatis. Per altri sarà solo uno sguardo ad un grande movimento spirituale che può venire accolto almeno con serietà e rispetto, oltre le vuote e desolanti “quattro chiacchiere” dettate dal pensiero ottuso e superficiale che sta mandando a pezzi il mondo e le anime.

Fra il sesto ed il quinto secolo a. C. un giovane di stirpe regale, abituato ad agi e lussi, abbandonò il palazzo paterno e indossò le povere vesti dell’asceta itinerante.

Sostentandosi con poco (e per qualche anno con quasi niente), percorse le vaste terre dell’India nord-orientale, indicando a quelli che avevano “poca polvere sugli occhi” il sentiero che porta alla cessazione della sofferenza umana ed all’emancipazione da ogni condizionamento.

A distanza di venticinque secoli, talvolta semisepolto da madreperlacee incrostazioni, ma sempre rinascente in fulgide sintesi essenziali, porta agli uomini che cercano, verità mai superate: perle preziose anche per gli uomini che verranno quando le religioni saranno sabbia del passato.

Per accostarsi al Buddhismo occorre un corrispondente atteggiamento dell’anima…oppure aver già calcato il nobile sentiero nelle precedenti esistenze.

Non è religioso.

Accostarsi al Buddhismo e cercare in esso i riferimenti ad una tipica religione monoteistica o quegli elementi generali che la nostra mente e la nostra cultura è abituata come essenziali attributi di ogni religione, è già un porsi in condizioni atte a non comprenderne lo spirito.

Profondamente diversa è la posizione che l’uomo occupa nel Buddhismo da una parte e nell’Ebraismo, nel Cristianesimo, nell’Islamismo dall’altra.

Diversi sono i fini che egli si propone e i mezzi che mette in opera per conseguirli.

Il Buddhismo (originario) non è una corrente spirituale di carattere devozionale.

In esso non trova posto l’idea di un Essere supremo personale, creatore e signore del mondo e di una Provvidenza che tenda una mano soccorrevole all’uomo bisognoso e che, seppure misericordiosa, dispensi saggiamente castighi e meriti.

Le Divinità esistono ma sono, per così dire, da questa parte della Creazione: soggetti al pari degli uomini, alle grandi ruote del divenire, del saṃsāra, non potendo così recare un vero aiuto all’uomo che vuole trascendere la sua condizione precaria.

Lo stesso Brahma, subito dopo l’illuminazione del Sublime, scende dalla sua paradisiaca dimora e prega il Buddha di esporre la Dottrina: per il bene di uomini e dei.

Ne deriva, come corollario, un fatto notevole: l’uomo, per liberarsi dal saṃsāra, per conseguire ciò che non è soggetto a condizioni, non può o deve cercare alcun appoggio esterno ma impara a fare affidamento soltanto sulle proprie forze.

In altri termini il Buddhismo originario (Theravāda) non è una religione soteriologica!

Il Buddha non è un salvatore ma un “Svegliato”, un “Compiuto”, il quale, deponendo ogni cosa, è giunto con il proprio sforzo all’altra riva e che, mosso a compassione per il genere umano di cui fece parte, espone a chi voglia intendere, un metodo, una tecnica per ottenere lo stesso risultato. Insomma, scusate la battuta, gran sforzo ma senza sfarzo!

Non è morale.

L’assenza di un Essere supremo che governi l’universo, ha notevoli riflessi sulla sfera morale, la quale nel Buddhismo non va intesa come un insieme di norme di condotta relazionate ad un divino volere, alla cui trasgressione segue, dall’alto, il castigo.

Qui non c’è peccato ma errore, le cui conseguenze sono già contenute in germe nell’atto stesso e che si manifestano, secondo la legge del karma, quando vengono a maturazione.

In termini diversi, si è ‘puniti’ non per le proprie azioni ma da esse. Assai semplificando: come un ferro rovente brucia la mano dell’incauto senza l’intervento di un fattore estraneo.

Perciò l’etica buddhista non detiene un valore assoluto: è solo strumentale. L’attenersi a regole di condotta, anche severe, vale soltanto in quanto consegue dei risultati e perde qualsiasi significato quando lo scopo è raggiunto. Concetto espresso, anzi sottolineato in tutti i modi possibili.

Il più noto è quello della “zattera” che serve per attraversare il fiume ma diventa inutile ingombro dopo l’uso.

Cos’è la “riva” (Eccelsa Meta, secondo il Sutta Nipāta) su cui ogni codice si svuota di significato? E’ il Nirvana: il superamento di ogni condizione condizionante, l’estinzione della “sete” in tutte le manifestazioni.

Chi “abbandona la casa per la vita senza tetto” non aspira a paradisi beati (condizionati ed impermanenti), poiché il suo sforzo è spogliarsi dalle brame, a staccarsi dai mondi infimi o eccelsi come un serpente dalla sua vecchia pelle.

Viene a chiarezza un’altra condizione del Buddhismo: quella di non essere una dottrina di consolazione ma di chiarificazione.

E’ stato detto che il Buddhismo non ha latte per i bambini.

Esso non promette alcuna consolazione in questa o in altre vite. Con coerenza non promette nulla: come potrebbe farlo se tutto, nel divenire, è un intreccio di affanno, agitazione e sofferenza?

Scopo dell’ascesi è vedere le cose secondo realtà.

Raggiunta la visione chiara, spoglia di qualunque riflesso emozionale e mentale, segue il Distacco con la gioia spassionata e rasserenante di chi si è liberato anche da sé stesso.

Questa ‘visione’ trascendente può manifestarsi lentamente o come una folgorazione.

La via alla illuminazione folgorante ha poi assunto una importanza massima nel buddhismo cinese ch’an nel VI secolo d.C., passato poi in Giappone come Zen, dove l’illuminazione, il Satori, significa “percezione immediata ed intuitiva della verità”: è una frantumazione della personalità che, dopo molta disciplina, può venir provocata da fatti insignificanti. I testi originari ne parlano come di una “rottura della testa”, simboleggiata anche come “l’aggressione del toro”.

Non è speculativo.

Il buddhismo originario è del tutto pragmatico.

Bandisce qualsiasi speculazione ontologica, metafisica o cosmologica. Al discepolo non interessa il “vero” filosofico che lo porterebbe a scivolare nella selva oscura delle opinioni. Ciò che lo interessa è lo superamento della precarietà e della limitatezza samsārica, perciò “vero” è per lui ciò che gli permette di raggiungere l’obbiettivo.

Discussioni e polemiche rappresentano un reale ostacolo, un freno sulla Via in quanto distolgono la mente. Chi, prima di incamminarsi sul Nobile Sentiero, volesse sapere se il mondo è eterno o meno, finito o infinito, se corpo e vita sono cose diverse, se il Compimento avviene prima o dopo la morte eccetera, giungerebbe al termine dell’esistenza senza aver risolto uno solo di questi problemi e senza aver fatto un solo passo verso la Liberazione.

La velleità di risolvere problemi spirituali “ non mena al distacco, non al rivolgimento, non alla dissoluzione, non al sollievo, non alla visione, non al risveglio, non all’estinzione.”

Sebbene appaia così diverso dalla odierna Scienza dello Spirito, anche il Buddhismo appartiene alla Sapienza Perenne…credo che, nella sua impostazione di fondo,  farebbe un gran bene all’odierno ricercatore afferrane le virtù, vista l’infernale bufera di chiacchiere e verità parziali che gli ruotano intorno come neri uccelli affamati…

TRADIZIONE

L'ARCHETIPO – NOVEMBRE 2013

 

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guariento

 

In questo numero

Variazioni A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 57

Socialità L.I. Elliot Terre promesse

Poesia F. Di Lieto Estate di San Martino

GenEtica T. Diluvi Estinzioni

AcCORdo M. Scaligero Il fiore della solitudine

Il vostro spazio Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni A. Lombroni La forza segreta

Ascesi F. Giovi Ekâgrata sí, Ekâgrata no

Il Maestro e l’opera I. Stadera Il potere solare del pensiero

Esercizi  Regole per lo sviluppo interiore

Pubblicazioni F. Di Lieto Arturo Onofri – Nuovo Rinascimento

Miti e saghe R. Steiner Segni e simboli occulti

Uomo dei boschi R. Lovisoni Il libro

Inviato speciale A. di Furia Inceppiamogli la bussola…

Antroposofia A. Arenson Sul mistero cristico

Esoterismo M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R.Steiner

Spiritualità R. Steiner I figli di Lucifero

Costume Il cronista Big Bang

Redazione La posta dei lettori

Siti e miti O. Tufelli Kapilavastu

          Arretrati

          Link

 

ANNUNCI

HACKER, COMPUTER E SCELTE

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Da molti anni sedicenti “antroposofi” si dilungano sui pericoli arimanici di computer e reti internet, salvo poi essere i primi a rimanere affascinati ed intrappolati nella cosa.

Io vi vorrei proporre un articolo apparso nel 1994 sulla rivista “2600”, un magazine di hacker. Non è dichiaratamente antroposofo ma e sicuramente pensato.

Prendetevi il tempo di leggerlo se vi va. Io non lo commento.

 

ONDATE DI CRIMINALITÀ

 

Un decennio è molto per fare una cosa. Quando abbiamo avviato questo progetto nell’estate 1983 nessuno avrebbe potuto prevedere la nostra crescita od anche la nostra sopravvivenza nel 1994 (sopravvive tutt’oggi ndr). È abbastanza strano ripensare a quei primi giorni quando letteralmente ci infiltravamo negli uffici per far stampare i primi numeri. Mentre oggi ci trovi nelle catene (catene di distribuzione ndr). La realtà è sempre stata strana con noi.

Certo, se avessimo fatto la stessa cosa per dieci anni saremmo degli sfigati. Per fortuna il mondo hacker è tale che puoi starci dentro un sacco senza provare la noia che invece è parte fondamentale della vita dell’americano medio. Succede sempre qualcosa in questo mondo, qualcosa di nuovo da esplorare e da scoprire, nuovi saperi da condividere, altri amici da conoscere. I dieci anni passati sono stati pieni di risate e divertimento ma anche di tristezza e rabbia, paura e determinazione. Non sono stati però una perdita di tempo.

Sappiamo che ogni pagina contiene un rischio. Tutte le volte che condividiamo il sapere. Rischiamo di vederci rovinare la vita da chi ci accusa, che grossi energumeni armati ci portino via gli strumenti del sapere, di essere messi al bando da amici e famigliari perché siamo diversi ed ostracizzati, Di essere accantonati a scuola perché non facciamo le domande giuste o non mandiamo a memoria le risposte giuste.

Chi siamo e cosa facciamo comporta rischi evidenti. Molti di noi li hanno capiti. Ma c’è un rischio assai più grande nel quale incapperanno molti di noi se non verranno avvertiti.

Negli anni abbiamo cercato di sfatare il mito degli hacker come criminali. È stato difficilissimo. La stampa ama strillare che gli hacker possono entrare nel tuo conto corrente, possono fare migliaia di dollari di interurbane, possono entrare in sistemi informatici delicati in tutto il mondo. Non dicono che le falle che permettono la cosa sarebbero ancora lì se non ci fossimo noi.

Quello che la stampa non capisce è la distinzione tra hackerare per puro spirito di avventura e piratare per profitto. Per loto è la stessa pappa. Uno che vende codici telefonici è la medesima persona che manipola la rete telefonica in maniera immaginifica e scatenata. Definirli la stessa cosa significa che rischiamo di essere spinti ad un comportamento criminale a causa di quello che gli altri s’aspettano da noi.

Sapendo ciò, la massiccia crescita della comunità hacker è motivo di preoccupazione. Tanta gente arriva a noi a causa della stessa percezione che hanno i media. È arrivata tanta gente ai nostri incontri convinta che fossimo lì per vendere o comprare codici. Una quantità inquietante di persone impegnata nelle frodi con carta di credito, cioè furto di roba tangibile, cerca di insinuarsi nella comunità. Non è affatto strano. Potrebbero anche coinvolgere qualche hacker, imparando pure qualche nuovo trucco. E, definendosi hacker, giustificare quello che fanno. Cosa buffa, spesso la loro competenza tecnica non va oltre il saper usare una redbox (semplice meccanismo a toni in uso in America per non pagare il telefono pubblico ndr) od inserire un codice.

Questo genere di cose era inevitabile data la recente consapevolezza che ha la gente normale, e quindi anche il normale mondo criminale, dell’esistenza degli hacker. Ci stanno sventolando la carota davanti al naso. C’è d’un tratto una grande richiesta dei nostri cervelli. Potremmo dire che la società ha finalmente un ruolo per noi.

Quindi la cosa più importante come individui è capire perché facciamo quello che facciamo. Vogliamo scoprire cose e spargere conoscenza? Oppure vogliamo riavere quello che, secondo noi, il mondo ci deve? Stiamo cercando di sopravvivere ed entrare in un mondo chiuso? Oppure vendiamo il nostro sapere al più alto offerente?

Le risposte sincere a queste domande sono preziose al massimo. Una volta capite le nostre motivazioni potremo almeno essere onesti con noi stessi. Quelli che usano il sapere hacker per intraprendere una vita criminale potranno almeno ammettere con sé stessi di essere dei criminali, guadagnando un minimo di rispetto. Noialtri avremo un’idea su dove sta la linea di distinzione.

Ma come facciamo a sapere cos’è un comportamento criminale e cosa no?

Purtroppo la legge non sembra una discriminante precisa, non più. In questo caso è una buona idea fidarsi dei propri istinti.

Essere hacker significa che la tua meta primaria dev’essere imparare per il solo gusto di farlo, solo per scoprire cosa succede se fai una certa cosa in un particolare momento ed in condizioni specifiche. Un buon modo per sapere se sei un vero hacker è guardare la reazione dei non hacker attorno a te. Se quasi tutti pensano che tu stia perdendo tempo facendo cose incomprensibili che solo tu apprezzi, benvenuto nel mondo degli hacker. Se invece sei assillato da un sacco di smaniosi sbavanti con una lista di piani per “monetizzare” quello che sai, probabilmente stai per diventare un criminale, lasciando noialtri nell’età dell’innocenza.

Ovviamente iniziare questo viaggio in massa significherebbe la fine del mondo hacker. Faremmo il gioco dei nostri nemici e criminalizzeremmo l’essere hacker per definizione, più che per legge. Nulla sarebbe meglio per le lobby.

Curiosa nota a marcine, in più di un caso la gente che ha aiutato il governo a perseguire gli hacker è stata beccata mentre incoraggiava attivamente un comportamento illegale fra gli hacker stessi. Sarebbe da porsi qualche domanda.

Noi piratiamo perché siamo curiosi. Diffondiamo quello che troviamo perché il nostro nemico comune è il sapere segregato. Significa che qualche opportunista si farà una corsa gratis e che correremeo il rischio di una pessima reputazione. L’unico modo strasicuro per impedire che succeda è fare come le compagnie telefoniche e limitare la diffusione del sapere.

Improponibile.

Non è il nostro lavoro beccare i criminali, però è nostro dovere morale impedire che le nostre nobili, anche se ingenue, aspirazioni siano rovesciate da chi non capisce.

(Articolo Anonimo)

SENZA CATEGORIA

AI DEFUNTI ( VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV )


( Devachan di Marina Sagramora )

AI DEFUNTI

Non appena ho lasciato ogni tumulto

di questo mondo, già i defunti amici

mi s’affollano intorno, ed i lontani

fantasmi dei confusi anni trascorsi

m’appaiono, ecco, sempre più distinti.

Tutta la luce del terreno giorno

si spegne e langue; l’anima s’inebbria

d’una dolce mestizia; ancor non vista,

già vibra d’echi e il soffio dell’eterno

alita la ventura primavera.

Lo so: foste voialtri a chinar gli occhi

verso la terra, m’innalzaste voi

sul greve tramestìo, vivificando

la rimembranza del convegno eterno,

quasi lavata dell’effimera onda.

Né ancor vi vedo, ma nell’ora estrema,

dato alla vita rea tutto il tributo,

palesi voi mi schiuderete il santo

asil di pace e mi dimostrerete

agli astri inestinguibili il sentiero.

*

(VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV)

ARTE, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO, VLADIMIR SERGEEVIČ SOLOV’ËV

COMUNICAZIONI DA SIGWART – 1

Botho_Sigwart_conde_de_Eulenburg - Copia

*

Cari amici,

Isidoro ha ricordato Sigwart ed io penso possa farvi piacere leggere, in occasione della festa dei “cosiddetti morti” che è ormai dietro l’angolo, due comunicazioni dall’aldilà del “nostro” Sigwart, mandate alla sorella e alla sua famiglia i primi di novembre 1915, pochi mesi dopo la sua dipartita dalla terra:

2 novembre 1915 (giorno dei morti)

Oggi hanno suonato tutte le campane e gli uomini sulla terra hanno reso omaggio ai defunti.

Non voi, perché sapete bene che non sono “morto”.

Ai miei orecchi questa parola suona in modo orribile. Che significa “morto”, “scomparso”?

Sono forse scomparso io? Per fortuna voi usate raramente questa parola: se così non fosse potreste perdere tutta la vostra forza. Quando vi sfugge dalle labbra, non ne avvertite subito la falsità?

Dite che sono morto e poi, magari dopo qualche istante, mi sentite e mi ascoltate!

E’ davvero una fortuna per voi l’aver superato ciò che la gente chiama morire.

Per la verità qualcosa di mio è perito, qualcosa che però ha ben scarsa importanza a confronto del mio vero Io. Rapportata all’eternità, la mia esistenza fisica è stata invero brevissima. Grazie alla vostra forza e alla vostra abnegazione, il mio corpo si è dissolto molto rapidamente, a tutto mio vantaggio. Finché si vive sulla terra il corpo fisico va comunque curato. I grandi Maestri hanno nutrito e amato i loro corpi quali degni veicoli dello spirito. L’uomo deve curare il proprio corpo: quando questo infatti è malato, debole o deforme, lo spirito vi si sente allora infelice e il tempo fugace della vita viene avvertito lungo e tormentoso. Per potervisi sentire bene e a proprio agio, lo spirito deve educare il corpo in modo appropriato. Abbiate cura di voi così che lo spirito possa essere soddisfatto della propria veste.

L’anima dell’uomo è delicata e sensibile, e reagisce a ogni pensiero mutando di colore. E’ facile ferire l’anima: anche un semplice pensiero di fastidio può far male al suo sottile tessuto.

Capirete bene, perciò, quanto gradevoli risultino quegli uomini solari che in se stessi albergano prevalentemente gioia, speranza e amore.

4 novembre 1915

A causa vostra all’inizio ho sofferto. Troppi vincoli d’amore mi trattenevano e mai mi avrebbero lasciato andare via! Ho dovuto trasformarli e, avendo voi fatto la stessa cosa, il nostro legame si è fatto ora eterno. Niente ormai potrà separarci: né la vita né la morte. Il nostro amore è eterno!

Stanotte, cara sorella, hai sperimentato l’agonia del mio primo periodo. Senza di voi ho provato un’infinita solitudine. Voi, i più vicini, eravate rimasti tutti indietro.

Poi ho trovato qui nuovi amici e con loro mi sento adesso soddisfatto e felice.

Mi sono sentito solo perchè mi ero legato a voi con tutte le mie forze: per questo la mia dipartita è stata così dolorosa. Ora non soffro più, potete credermi. Anzi, mi è adesso quasi impossibile immaginare una vita con voi sulla terra, nel mio corpo fisico. Di certo non la preferirei alla mia vita attuale. Se l’Onnipotente mi dicesse: “Riprendendo il tuo vecchio abito potresti tornare ai tuoi cari”

io risponderei: “No Signore, io sono libero. Ho tutto quello che il mio cuore desidera. Persino i miei cari li ho qui più di prima e sperimento la gloria e l’eternità”.

Carissimi, vi lascio alcune parole di conforto:

Figlio dell’uomo, nella tua immensa e vuota solitudine, nel tuo incessante soffrire, nella tua aspirazione profonda al sublime, nel tuo amore per Me, ben volentieri ti aiuterei.

Vieni, vieni a me! Il tuo anelito è però ancora privo di ali. Il tempo curerà il tuo male, non posso sollevarti a me, alla vetta santa dell’eternità.

Devi essere solo e da solo devi lottare per guadagnare l’eterna beatitudine. Così svilupperai le tue ali e verrai a Me con un volo beato .Mai più sarai solo perché con le tue forze hai raggiunto la vetta della gloria e Me, Signore dell’eterno.

Se saprete farcela da soli, assolverete il più grande dei compiti terreni: il superamento della morte.

ALTRO, SIGWART ( a cura di Mar_zia )
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