LIBERTA’ NELLO SPIRITO

Se l’uomo osserva il suo essere sotto il profilo del corpo, deve ammettere che ciò di cui ha più bisogno nel mondo per vivere, è l’aria. L’uomo sveglio o addormentato, sano o malato, giovane o vecchio, respira continuamente e ha bisogno ininterrottamente dell’aria che il mondo gli fornisce.

Come il corpo, anche l’anima ha bisogno di “aria”. L’aria di cui ha bisogno l’anima per essere sana e vitale è lo spirito che risplende in essa per nutrirla.

Però fra la respirazione del corpo e quella dell’anima vi è una sostanziale differenza.

Il respiro corporeo avviene automaticamente, tanto che si respira anche nell’incoscienza del sonno; il respiro dell’anima non avviene da solo. Questo avveniva una volta, in un passato primordiale, ora deve essere voluto e imparato.

Oggi, affinché lo spirito penetri nell’anima come l’aria penetra nel corpo con il respiro, sono necessari uno sforzo e un’iniziativa coscienti.

Quest’iniziativa, questo sforzo dell’anima per aprirsi allo spirito è ciò che nella scienza dello spirito viene chiamata meditazione.

Per percepire lo spirito si deve pensare, il meditare è un pensiero più intenso, più forte perché liberamente voluto. Nella meditazione viene educato ed esercitato un altro tipo di respiro: il respiro dell’anima nello spirito.

Questo respiro avviene in modo che l’anima, durante la meditazione, entra in un rapporto diretto e cosciente col mondo spirituale, come il corpo, in modo incosciente sta in diretto rapporto con l’aria. E il sentimento che accompagna il prorompere dello spirito nell’anima, durante la meditazione, è quello di “un’aria di libertà colma di luce” ed è il segno che l’anima è stata toccata e permeata dallo spirito a seguito dello sforzo meditativo.

Questo sentimento non è illusione, ma segno reale di un effetto reale.

L’uomo che, inconsciamente e perciò più disperatamente, si allontana dalla verità dello spirito, può ritrovare la via verso la Luce e la salute dell’anima, attraverso un lavoro cosciente di pensiero.

Infatti, l’effetto della meditazione consiste nel fatto che l’anima che cerca, non si dedica più solo al problema filosofico della libertà, ma può sperimentare l’elemento della libertà entrando in contatto cosciente e diretto col mondo spirituale.

Ne consegue un’ esperienza di libertà che è aria pura per l’anima, in quanto la libertà è la sua essenza più profonda.

Ed ogni volta è un’esperienza nuova, perché non si può vivere nel ricordo della libertà: si deve ogni volta sperimentarla a nuovo nello sforzo presente di una nuova meditazione, (anche questa vissuta come atto libero), e questo sforzo condurrà l’anima, quasi per un bisogno del cuore, alla pratica sempre più frequente della meditazione.

Un senso di elevazione e di espansione della coscienza premieranno questo sforzo.

Lo studio della “Filosofia della libertà”  è un efficace mezzo che permette all’anima non solo di determinare un concetto di libertà secondo realtà, ma anche di eliminare quegli ostacoli che si incontrano sulla via dell’esperienza della realtà della libertà.

La chiarezza interiore e la sicurezza che l’anima sperimenta, anche solo ripensando e riflettendo sui contenuti del testo, sono di per sé, per molti esseri umani, sufficienti esperienze dell’elemento della libertà che permetterà loro di continuare nella stessa direzione per comprendere e approfondire sempre più l’affascinante tema della libertà.

L’esperienza della meditazione porta a comprendere che l’uomo, quanto più è cosciente tanto più è libero, e che può salire a più alti livelli di risveglio solo se si immerge con il suo pensare sempre più in quel mondo dal quale promana la luce della coscienza: il mondo spirituale.

Essere libero significa essere cosciente, ed essere cosciente significa lasciar rilucere in sé la luce dello spirito e a non sentirsi più uomo solo in quanto sostenuto da un corpo fisico, ma un essere vivente in un corpo spirituale che può espandersi sino alle stelle.

Libertà e coscienza vengono conquistate dall’uomo attraverso un duro lavoro di pensiero voluto e amato, in una tensione continua alla ricerca di aria pura….. verso l’azzurro.

SCIENZA DELLO SPIRITO

RUDOLF STEINER: PREGHIERA

 rs 8

 ***

PREGHIERA

Eterno, incomprensibile Signore dell’Universo

Spirito d’amore divino,

che tutto abbraccia e tutto compenetra,

che dimori in tutti i cuori

e hai il tuo Tempio e il tuo trono

anche nel mio corpo,

a Te affido me stesso

affinché sparisca

l’errore del mio egoismo

e io mi risvegli alla vera vita:

Dammi la forza di essere sempre pronto

per ricevere la luce divina della conoscenza,

affinché da essa il mio intelletto si illumini:

Scambia il mio intelletto limitato,

traviato dalle illusioni sensorie,

che trattengono l’apparenza per realtà,

con la tua saggezza divina

e fammi conoscere la tua immortalità

nella mia anima

per imparare a discernere in me

e in tutti gli esseri

l’eterno dalla caducità,

affinché la verità trionfi sulla menzogna:

Lascia che attraverso la tua potenza

acquisti la forza di dominare

la mia natura e vincere le sue debolezze:

Dammi la volontà di far fiorire

e sviluppare nel mio cuore

i fiori di loto della conoscenza divina:

Dio, che nella tua essenza

sei la pace stessa,

fa che io possa trovare la pace

e che, liberandomi dalla mia inquietudine

io possa entrare nella vera armonia:

Lasciami trovare la mia pace nella tua,

la mia forza nella tua potenza,

la mia felicità nella tua gloria:

Come la scintilla nella fiamma

diventa luce

così lascia che l’esser mio

in Te arda

affinché il mio egoismo sparisca:

La saggezza tua sia la mia conoscenza,

l’amore tuo sia il mio amore,

Tu stesso sii in me

ed io tutto in te

riconoscendo me in te

e te in me:

In eterno

Amen

***

Rudolf Steiner

SCIENZA DELLO SPIRITO

Il Tesoro dei Poveri

era una volta, non so piú in quale terra, una coppia di poverelli.

Ed erano, questi due poverelli, cosí miseri, che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla.

Non avevano pane da mettere nella madia, né madia da mettervi pane. Non avevano casa per mettervi una madia, né campo per fabbricarvi una casa.

Se avessero posseduto un campo, anche grande quanto un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricarvi la casa. Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia. E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebbero potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola.

Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane, erano in verità assai tapini. Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza, quanto della casa. Del pane ne avevano abbastanza per elemosina; e qualche volta avevano anche un po’ di companàtico. Ma i poveretti avrebbero preferito di rimanere sempre a digiuno, e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco e ragionar placidamente dinanzi alla brace. Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza anche del mangiare, è posseder quattro mura per ricoverarsi. Senza le sue quattro mura, l’uomo è come una bestia errante.

E i due poverelli si sentivano piú miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale; triste soltanto per loro, poiché tutti gli altri in quella sera hanno il fuoco nel camino e le scarpe quasi affondate nella cenere. Come si lamentavano e tremavano, sulla via maestra, nella notte buia, s’imbatterono in un gatto che faceva un miagolío roco e dolce. Era, in verità, un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli su la pelle.

S’egli avesse avuto molti peli sulla sua pelle, certo la pelle sarebbe stata in condizioni migliori. Se la sua pelle fosse stata in condizioni migliori, certo non avrebbe aderito cosí strettamente alle ossa. E s’egli non avesse avuto la pelle aderente alle ossa, certo sarebbe stato forte abbastanza per pigliar topi e per non rimaner cosí magro. Ma, non avendo peli, ed avendo invece la pelle sulle ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello. I poverelli son buoni e s’aiutano fra loro.

I due nostri dunque raccolsero il gatto, e neppure pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di lardo che avevano avuto per elemosina.Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare dinanzi a loro e li condusse a una vecchia capanna abbandonata. C’eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di luna illuminò un istante, e poi sparve.

Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, innanzi al nero focolare che l’assenza del fuoco rendeva ancor piú nero. «Ah! – dissero – se avessimo appena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole!» Ma, ohimè! non c’era fuoco nel focolare, perché essi erano miseri; in verità, miseri assai.

D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino: due bei carboni gialli come l’oro. E il vecchio si fregò le mani in segno di gioia, dicendo alla sua donna: «Senti che buon caldo?» «Sento, sento!» rispose la vecchia. E distese le palme aperte innanzi al fuoco. “Soffiaci sopra – ella soggiunse. – La brace farà la fiamma”. “No – disse l’uomo – si consumerebbe troppo presto”. E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, perché si sentivan tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni accesi. I poverelli si contentan di poco e son piú felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell’intimo cuore, del bel dono di Gesú bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesú.

Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri ormai d’esser protetti dal bambino Gesú, poiché i due carboni brillavano sempre come due monete nuove, e non si consumavano mai.

E quando venne l’alba, i due poverelli, che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il povero gatto che li guardava coi suoi grandi occhi d’oro. Ed essi non ad altro fuoco s’erano scaldati, che al bagliore di quegli occhi.

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Gabriele D’Annunzio

(per gentile concessione de www.larchetipo.com)

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

IL VULTURE DEL SOLE (Poesia di G. D’Annunzio)

(Raggiungersi – Marina Sagramora)

*

S’io pensi o sogni, se tal volta io veda
quasi vampa tremar l’aria salina,
se nel silenzio oda piombar la pina
sorda, strider la ragia nella teda,

sonar sul loto la palustre auleda,
istrepire il falasco e la saggina,
subitamente del mio cor rapina
tu fai, di me che palpito fai preda,

o Gloria, o Gloria, vulture del Sole,
che su me ti precipiti e m’artigli
sin nel focace lito ove m’ascondo!

Levo la faccia, mentre il cor mi duole,
e pel rossore dè miei chiusi cigli
veggo del sangue mio splendere il mondo.

*

ARTE, GABRIELE D'ANNUNZIO, POESIA, SCIENZA DELLO SPIRITO

PRECISAZIONI

 in the air

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Questa è la risposta ad una domanda che mi è stata inviata. Riguarda fatti obbiettivi, perciò non lede alcun carattere di discrezione personale e può servire a qualche altro lettore di Eco.

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Caro amico, le dirò volentieri quello che posso nel merito e, spero che non le dispiaccia se passo la sua a Ecoantroposophia poiché, per molto o poco, sono certo che comunque potrà interessare qualche altro dei nostri lettori che, obbiettivamente, sono davvero tanti.

Come lei saprà benissimo, il dott. Giovanni Colazza strettissimo discepolo del dott. Rudolf Steiner (lo scrivo non per lei ma per i lettori), alta figura nel manipolo di discepoli di rango – questo al punto che lo Steiner venne a Roma per incontrarlo secondo precise indicazioni fornitegli da esseri dei Mondi Spirituali – poco tempo dopo la scomparsa del Dottore, accettò l’offerta, promossa da J. Evola, di collaborare ad un progetto, rimasto unico in Italia, di pubblicazioni di esoterismo di indirizzo dottrinario ed pratico, con l’apporto di molti tra i migliori operatori dell’epoca.

Date le scuole non omogenee, i fascicoli espressero pur tuttavia il meglio delle diverse tradizioni. E furono sostanzialmente ricchi di indicazioni pratiche. Altre figure importanti del panorama antroposofico furono presenti tra i più validi collaboratori. Tutti figurarono come ignoti al pubblico poiché vennero adottati nomi simbolici e pseudonimi.

Leo è la firma che indica gli scritti di Colazza…che scritti non furono poiché egli seguì per tutta la vita in seno all’antroposofia l’indicazione spirituale di non scrivere. Durante il periodo di vita della Rivista, fu Evola, nella doppia mansione di direttore e collaboratore, che, sedendosi accanto a Colazza, scriveva quanto gli veniva dettato.

Tant’è che ci fu qualche errore nel complessivo di cui si è discusso in altra sede.

Se parliamo dei primi due scritti: Barriere e Atteggiamenti, il problema non sussiste poiché la trascrizione è del tutto corretta (e parimenti corretta rimase anche nelle successive edizioni, parzialmente modificate da Evola).

Se qualcuno legge l’intera produzione di Leo su Ur osserverà un ‘crescendo’ di discipline che porterebbero chiunque sulla soglia dei Mondi Spirituali ma forse osserverà meno alcune cose. Una di queste è il lavoro di correzione compiuto da Leo per controbilanciare tecniche descritte da altri autori, suggestive quanto avventate.

Inoltre, Leo, come spesso accade nell’agire sottile di grandi figure occulte, in un certo senso inganna il lettore o, da un diverso punto di vista, chiama chi vuole lui.

La sua prosa, neutra, senza attrattive, estremamente riassuntiva, priva di riferimenti e alquanto povera di terminologia sembra fatta per allontanare il lettore che scopre sapori e colori forti e gioielleria scintillante da tutte le parti.

Ma non presso Colazza che pare offrire la mercanzia più scipita o meno invitante del mercato.

Detto questo passiamo a “Barriere” dove Colazza insegna al suo speciale apprendista, la modalità che ora sappiamo necessaria: “Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente.” Non credo servano spiegazioni per questo. Mentre è piuttosto importante un chiarimento che Colazza non si perita di dare.

Il breve scritto è diviso in tre parti. Diciamo, alla buona, che la prima introduce il problema adombrato dal titolo, la terza indica la retta fenomenologia del lavoro animico e l’indicazione della conseguente esperienza. La seconda parte è il contenuto che andrebbe meditato e realizzato. 20 righe di frasi e nessuna altra indicazione. Può succedere (è successo) che il discepolo zelante le impari a memoria, ma poi a passarle tutte diventa più un rosario che una meditazione e ben presto si forma l’ombra della delusione.

Naturalmente quello è l’approccio sbagliato, la trappola, a dirla brutta. In realtà ogni singola frase è uno spunto meditativo completo. Non un mantra ma uno spunto meditativo. Che come ogni meditazione va pensato brevemente e sentito intensamente. Scelga autonomamente quali frasi usare. Non c’è altra ‘regola’ se non quella che il contenuto suggerito susciti un ”senso di grandezza e di potenza” finché questo diventi, ad un certo momento divenga “presenza di una forza”.

Occorre decisione e coraggio, poiché, come sappiamo sin troppo bene, l’uomo ha paura di sentirsi rinnovato e forte. Eppure Colazza (come poi Scaligero, con forma stilistica diversa) è assai drastico: “Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.”

Nel secondo scritto di Leo: “Atteggiamenti” ritroviamo il medesimo schema: una densa parte introduttiva, le discipline, e nella terza parte alcune indicazioni che indicano (sempre in maniera semplice e dimessa) la portata delle precedenti discipline: “Gli accenni di pratiche ora esposti ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle percezioni sensorie, pur con tutta la vivezza e la realtà propria a queste ultime”. Se queste parole paiono indicare un’attività interiore libera dai sensi fisici e però altrettanto intensa, non ci si sbaglia.

Aggiungo solo che gli esercizi indicati da Colazza portano in sé diversi gradini di esperienze, certo culminanti con la liberazione della forza-pensiero dai legami sensibili, ma anche diverse altre conoscenze estrasensibili e gli strumenti per passi successivi sulla Via iniziatica.

Sono due le meditazioni immaginative proposte: il senso dell’aria ed il senso del calore.

Chi le sperimenta ben presto s’accorge che ambedue iniziano con l’aiuto di immagini sensibili (interiorizzate) e procedendo, l’essenza della loro attività contemplativa supera, per attività dell’operatore, ma anche per lo stesso contenuto dei temi, il confine del pensiero legato ai sensi. Detta così, sono consapevole che sembri una operazione abbastanza facile ma le assicuro che non lo è.

I “risultati” descritti da Colazza per i due esercizi dovrebbero essere compresi appieno poiché indicano condizioni “sine qua non” per l’operatore. Anche per chi ha scelto discipline diverse e segue gli esercizi dati da Steiner o Scaligero. Di alcuni aspetti delle esperienze intermedie circa il senso dell’aria e del calore ne ho parlato in anni precedenti (ad esempio ho scritto come il senso dell’aria si rivolti completamente e si sperimenta come si venga respirati dall’aria che ci circonda, che, viva e attiva, vuota e riempie i nostri polmoni).

Per finire sottolineo come le due discipline racchiudano in sé la sintesi di molti esercizi singoli, gli strumenti interiori ma concreti volti alla liberazione del corpo sottile (eterico) ed una inusuale porta per il pensiero libero dai sensi. Per il resto non saprei che ripetere, magari distorcendo, le parole di Leo che, come ho già scritto, possono apparire fin troppo semplici (una manna per la pigrizia semplificatoria dei sedicenti occultisti odierni), mentre in realtà la loro piana semplicità vela, al pensiero superficiale e avido di sconvolgenti rivelazioni, le operazioni interiori più possenti.

Come scrissi ad un altro lettore a cui ho parlato dei 44 esercizi di Tecniche della Concentrazione Interiore di Massimo Scaligero, nulla andrebbe preso come sta: è l’anima che con onestà e liberamente dovrebbe trovare in questi scritti quello che potrebbe servirle per il suo lavoro: questo è solo un consiglio.

SCIENZA DELLO SPIRITO

NUOVO RINASCIMENTO COME ARTE DELL’ IO (di F. Di Lieto)

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(www.larchetipo.com/pubblicazioni.pdf)

In un’intervista rilasciata a una TV che si occupa di recensioni librarie, il famoso scrittore Tom Clancy, statunitense, da poco scomparso, tenne a precisare che mentre scriveva i suoi romanzi di azione sulla testa non gli aleggiava alcuna Musa che lo ispirasse. In ogni caso, aggiungeva, la letteratura in genere, la sua come quella di altri autori, nulla deve alla dimensione trascendente, essendo frutto di tecnica pura e semplice, esito cioè del talento personale e del mestiere che nel tempo si affina per arrivare all’eccellenza. Il soffio dello spirito creativo, concludeva, è solo una favola.

Un’idea, la sua, comune ormai alla maggioranza degli artisti, siano essi scrittori o poeti, sceneggiatori, drammaturghi o coreografi, pittori, scultori o musicisti. Circola infatti, nella variegata famiglia dei creativi a livello nazionale e globale, un comandamento che, se non proprio impone, tuttavia suggerisce agli artisti di operare in regime di freedom and not genius, ossia di totale libertà esecutiva, di modo che il prodotto artistico non abbia nulla di induttivo, che non venga cioè ispirato dall’alto, da una dimensione che si rapporti col soprannaturale, ma derivi da intuito personale. Il genio che testimonia dell’immanenza dello spirito nella realtà fisica del mondo non è da considerarsi essenziale nel concepimento iniziale e nella realizzazione finale dell’opera d’arte.

Lo stato di grazia che viene elargito dal divino come rivelazione del sublime da trasfondere nell’oggetto plasmato, nel segno tracciato, nella parola trasfigurata, è tenuto in sospetto di magheggio, di esercizio sciamanico. Ne consegue che certe astruse installazioni passano per opere d’arte, mostruosità architettoniche per templi della forma, musiche e canti monotonali neganti l’effusione melodica per inni esemplari.

Stampare e diffondere, in tali temperie farisaiche, il Nuovo Rinascimento di Arturo Onofri non è pertanto solo un’operazione editoriale di pregio, oltre che di coraggio, ma soprattutto una nobile azione terapeutica per i fruitori di poesia e non solo, e per certi aspetti uno strumento tale da esorcizzare i fluidi tossici di certe massime etiche diffuse dai guru delle nuove filosofie comportamentali, tipo il «be hungry be foolish» di Steve Jobs, adottato da schiere di giovani e meno giovani che, prendendo alla lettera la massima, hanno follemente trasgredito senza imbastire metodiche utili a saziare la fame di sublime che mai come in questa epoca l’umanità avverte, in particolare i giovani.

Tali metodiche sono chiaramente esposte nel capitolo del libro di Onofri che riguarda la tecnica poetica, ma per esteso finiscono per riferirsi a ogni procedimento creativo, il cui fine ultimo è l’accesso dell’artista al fiume degli archetipi da cui attingere, nuovo Prometeo, il soma dell’ispirazione sorgiva e farne dono espressivo.

La pseudo libertà di cui parla il nuovo verbo materialistico potrebbe semmai nobilitarsi concretizzandosi in quella che Rudolf Steiner assegnava alla conoscenza spirituale, e che affranca l’artista dalla pania dei sensi consentendogli di trasferire l’opera dall’ambito personale all’universale, alla dimensione atemporale.

Le parole di Onofri valgono da regola dell’arte intesa spiritualmente e fissano il ruolo dell’artista quale celebrante di un rito mediante il quale collega l’umanità all’eterno: «Si può affermare che il poeta realizza un corpo verbale perfetto quando si attiene assolutamente allo spirito della poesia che vuole manifestarsi attraverso di lui. …Il problema della tecnica tratterebbe dunque della capacità di accogliere coscientemente, nella propria volontà umana, un certo spirito di rivelazione superiore, eliminando, in quel momento, tutto ciò che non è esso, astraendo da tutto il resto del mondo, sia umano sia non umano. …Uno stato di concentrazione volontaria, astratta da tutto il resto, è l’atto fecondatore per il quale, con la parola umana, si può mettere al mondo una rivelazione divina. …Una vera scienza del Verbo, una logologia (per usare una parola di Novalis) dovrà sorgere via via nell’avvenire… Questo metodo è indicato nelle prime linee del Vangelo di Giovanni, quando il Verbo divino viene chiamato il principio creatore di tutte le cose e di tutte le creature…».

arturo onofri scrittore giovannetti olympia

 

Il Nuovo Rinascimento di Arturo Onofri, pubblicato un secolo fa, allora segnale di un anelito umano al sovrannaturale nella temperie nichilista imperante, si ripropone oggi con la stessa urgenza.

 

Fulvio Di Lieto

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per gentile concessione de 

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L’Archetipo – Novembre 2013

Pubblicazioni

Arturo Onofri

 

Arturo Onofri Nuovo Rinascimento come arte dell’Io a cura di Michele Beraldo corredato di uno scritto di Geminello Alvi: “Onofri, poeta wagneriano e michelita”

Campanotto Editore, Pasian di Prato (UD) 2013

Il libro può essere acquistato in libreria, nelle librerie on line e anche rivolgendosi direttamente al curatore, alla seguente e-mail: micheleberaldo@gmail.com

Pagine 176 – Prezzo € 20,00

ARTURO ONOFRI, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA MEDITAZIONE DI RUDOLF STEINER

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Lavoro nell’intimo

agisce al di fuori.

Non giudicare

ascolta soltanto.

Non stupirti

guarda soltanto

amali tutti.

*

Esperienza dal di fuori

agisce nell’intimo

non evitare nulla

sprofondati soltanto.

Non difenderti da nulla

sopporta soltanto

finché non sia raggiunto.

*

Pace nell’intimo

amore verso l’esterno;

non dire nulla

soffri soltanto.

Non chiedere nulla

attendi soltanto

finché non ti venga dato.

SCIENZA DELLO SPIRITO

IL D’ANNUNZIO INASPETTATO

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Se non ti aspetterai l’inaspettato, non giungerai alla Verità.
Eraclito

Ho raccontato, nel precedente articolo, come il destino mi fece incontrare il mio amico G., «asceta d’altra dottrina» e praticante un’antica Via, e come da questo incontro sia scaturito il mio interesse nei confronti di una personalità di rango spirituale come A., che aveva partecipato al Gruppo di UR – in precedenza aveva attivamente fatto parte della cerchia pitagorica che si riuniva attorno ad Arturo Reghini, alle riviste esoteriche di Atanòr del 1924 e Ignis del 1925 da questi dirette – e che per tutta la vita era stato un grande amico di Massimo Scaligero, arrivando a condividerne la scelta di dedicarsi alla Scienza dello Spirito e a seguirlo nella disciplina della concentrazione e della meditazione. Il mio amico G., da me incontrato quasi alla metà degli anni novanta, era una persona di profonda e vasta cultura, e di raffinata educazione. Non un selvaggio dagli inurbani e orsolupeschi modi, come il mio amico Attila e il sottoscritto.

Sia come sia, il mio amico G. mi si era profondamente affezionato ed usava nei miei confronti un’affabilità ed una generosità veramente regali. Credo che nei suoi ultimi anni della sua vita, un altro sapiente amico ed io fossimo gli unici veri amici che avesse. Per andarlo a trovare, ogni volta mi alzavo la mattina ad ore antelucane, mi sciroppavo svariate ore di treno, mi attraversavo talvolta a piedi una città – le mie finanze, che sono sempre state endemicamente e drammaticamente scarse, mi costringevano spesso a farmi la scarpinata – per venire accolto a braccia aperte in casa sua. Passavamo ore e ore a parlare di cose meravigliosissime, nelle quali il mio amico G. – con un metodo maieutico simile al Rinzai Zen – mi sollecitava e mi guidava a scoprire con le mie forze gli arcani della sapienza ermetica. Ogni volta che, come in un lampo, realizzavo un’intuizione, G. ne gioiva visibilmente, e a quel punto mi sollevava alquanti veli circa quelle segrete cose sulle quali, come dice Dante, «il tacere è bello».

Alla fine della mattinata, mi portava a ‘desinare’ – come dicono a Firenze – in ristoranti di lusso, ove egli era evidentemente ben conosciuto, e dove i maître di sala e i camerieri, per far piacere a lui trattavano come un principe me, che ero vestito come un pezzente e mi muovevo in quei luoghi come un selvaggio. A tavola, gustando vivande arcane e mirabili, continuavamo a parlare delle nostre cose mirabili ed arcane. Poi tornavamo a casa, dove annegandoci nel caffè e intossicandoci col fumo di sigarette lui e di sigari toscani io, proseguivamo le nostre ermetiche discorse. Nel tardo pomeriggio, infine, mi accompagnava a piedi alla stazione dove riprendevo il mio treno per tornare a casina, beatificandomi per tutto il viaggio di ritorno della rimembranza delle cose meravigliosissime vissute in una giornata così intensa e proficua. Cercando soprattutto di «fissare il volatile».

Le esperienze e le verità che con grande generosità mi donava, non me le regalava: mi guidava a conquistarmele con notevole sforzo, come nel disvelamento di un difficile koan nella pratica zen. E devo dire col suo «metodo», decisamente inusuale e apparentemente stravagante, il mio amico G. mi aiutò molto ad andare avanti nella mia strada, facendomi scoprire molte cose, e molte me ne rivelò generosamente lui.

Molte volte il mio amico G. mi parlò del Gruppo di UR, le cui pratiche egli aveva a lungo sperimentate direttamente, e della figura di A., del legame di questi col suo Maestro, e di Gabriele D’Annunzio. Mi spinse – come fece nei confronti di altre figure spirituali recenti o antiche – a ricercare alcuni testi per lui particolarmente rivelatori. Fu così che mi misi diligentemente in caccia, ed una volta in biblioteca trovai un articolo di A. su D’Annunzio, da lui pubblicato nell’agosto del 1940, pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia in quella guerra, che tanti lutti e tante sciagure avrebbe portato al nostro amato paese.

L’articolo di A. l’ho trascritto nelle righe che seguono. Per me fu una rivelazione: cambiò totalmente il mio modo di considerare il Poeta-Soldato, la sua vita e la sua opera. Negli anni, ebbi modo di discutere con G. varie volte di D’Annunzio e di alcune cose da lui scritte. Anche in tali casi, il mio amico G. trovava modo di sollecitarmi ad una più audace penetrazione del pensiero di lui, di quanto non fossi stato capace ad un iniziale esame. Anzi si servi di alcune parole di D’Annunzio, con mio grande stupore e meraviglia, per condurmi al punto in cui mi potesse essere sollevato il velo che per lui celava il Grande Arcano.

Lascio quindi la parola ad A.

***

Del meditare come arte.
D’Annunzio e il realismo magico
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«L’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà». Così Massimo Bontempelli in un suo ultimo «D’Annunzio o del martirio», saggio che per molti riguardi a me pare tra i migliori, se non il migliore sul D’Annunzio; intendo il migliore tra i saggi non letterari o non solamente letterari. Poiché D’Annunzio è stato abbastanza notomizzato, martirizzato dall’indagine letteraria, diffamato anche se con propositi laudatori da quelli che lo hanno scelto come maestro di vita, d’azione, d’eroismo, ma capito male in genere nella sua unità o totalità. Bontempelli è tra i pochi che abbia saputo accostarsi al suo vero genio. Che la morte sia stata considerata dal Bontempelli come un atto di volontà come un atto di volontà è di per sé abbastanza significativo; anche Massimo Scaligero ha scritto della morte di Cesare come di un preciso atto della volontà di Cesare; queste sono affermazioni che potrebbero sembrare pressoché gratuite; appartenendo ad un ordine alquanto diverso da quello in cui normalmente si svolge l’esame dei dati esteriori dei sensi, tali affermazioni non avrebbero bisogno di dimostrazione. Sono problemi che sottintendono un’esperienza; un’esperienza capace di portare a stati di coscienza diversi, come si verifica del resto nell’esperienza mistica. Inutile dunque cercare di dimostrare ciò che non è dimostrabile con i mezzi ordinari; occorre più che dimostrare, meditare; offrire un metodo di meditazione su verità che in precedenza sappiamo tali in quanto unicamente rivelabili. Se nella sua più alta accezione, il genio rivela, la sua rivelazione perché sia attiva deve suscitare in chi la riceve un processo pressoché identico di successive illuminazioni.

La morte come atto di volontà non va intesa come un imperativo che l’individuo dà a se stesso in un certo momento, di morire; tale atto sarebbe assurdo o ridicolo o banale. La meditazione a che cosa ci porta? Nel cammino della meditazione occorre andare cauti. Se nel linguaggio e con la tecnica filosofica è possibile risolvere molti problemi nel senso di una sistemazione intellettualistica, ciò dal punto di vista della meditazione non costituisce un grado apprezzabile per la conoscenza. Conoscenza può essere intesa nel modo mistico; come corrente capace di trasmettere moti di vita, non moti esteriori, per i quali siano possibili equilibri propri tra il nostro essere e il mondo circostante. Allora la volontà ci appare non come un movimento riflesso ma quale forza indispensabile per una sistematica creazione del nostro organismo.

Bontempelli, infatti dice che «l’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà», dove quel vigilata presuppone un vigilatore.

L’affermazione, audace, acquista un senso solo in quanto la volontà sia in rapporto reale con tutti gli elementi fisici e metafisici concorrenti a uno stato di esistenza in cui siano da escludere quei moti riflessi comandati dalla volontà non vigilata. Camminare è un atto di volontà, ma chi cammina non sa di compierlo, ecc. ecc.

Che molte verità più che dimostrate debbano essere meditate, lo insegna ogni teologia. La meditazione e la concentrazione sono capitoli importanti di ogni pratica religiosa. Per molti aspetti l’arte, nelle più alte manifestazioni si accosta alla religione; niente di così straordinario che spesso le relative tecniche abbiano momenti somiglianti.

Chi legga il “Notturno” di D’Annunzio, astraendo dal mero valore letterario, potrà facilmente scoprire un’arte della meditazione: meditazione scritta, attenta vigilatissima molteplice, nella quale gli stessi elementi del reale si trasfigurano e si potenziano acquistando originarie potenze; ed esercitano un vero potere suscitativo. In questo senso D’Annunzio, il D’Annunzio notturno come già qualche critico ha intravisto, è lo scrittore più positivamente qualificato a creare stati di coscienza perché una volta entrati nelle maglie sottilissime della sua arte è difficile – a meno di essere marci di letteratura – di non procedere avanti in riscoperte e chiarificazioni.

Si è tanto discusso di realismo magico, a proposito e a sproposito; soprattutto a riguardo di stranieri. Il termine magico, inteso come allusivo a forze suscitate da una tecnica, nei confronti della tecnica del linguaggio in particolare fu dal D’Annunzio stesso applicato all’arte di Giovanni Pascoli. E, come al solito, con significati profani. («In nessun laboratorio d’uomo di lettere m’era avvenuto di sentire la maestria quasi come un potere senza limiti, penso che nessun artefice moderno abbia posseduto l’arte sua, come Giovanni Pascoli la possedeva. La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era ineffabile, ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di lui sapeva e dimostrava come l’arte non sia se non una magia pratica. “Insegnami qualche segreto”, gli dissi a voce bassa; ma, in verità, un’ombra di superstizione era nel mio sentimento»). Ma a quale artefice – arte come artifizio, come artigianato, anche – più che al D’Annunzio si può attribuire questa qualifica di magico? Egli ha saputo affinare l’arte della parola fino a farne vera e propria opera di magia, in questo riprendendo segni e insegnamenti della più schietta tradizione italiana. Più volte egli si è compiaciuto di definirsi operaio e lo studio attento dei vocabolari delle arti, dei mestieri, delle specialità non risponde in lui ad esigenze estetiche; è un bisogno sentito nel più profondo, un bisogno di chi è persuaso nella parola esser riposta un’arcana forza creativa. L’arte – artigianato ha in D’Annunzio un rappresentante tra i più significativi; un maestro conoscitore di molti segreti dell’arte sua. La tecnica non fine a se stessa ma dispiegata in tutta la sua importanza, la tecnica come fatto spirituale; ecco ciò che accosta ancor più D’Annunzio ai nostri sommi e in particolar modo a Leonardo.

Il realismo del “Notturno” ha in certi momenti il rapido procedere cronachistico. Nel ricordo ogni minimo istante rivive e la visione si fa più densa più si lega al fuggevole; l’attenzione del Poeta è sublimata in questo bagno nella realtà. Morte di Miraglia. Chi ha mai potuto e con più ritmata partecipazione accostarsi al dissolvimento della morte seguendone così minuto per minuto, grado per grado il corso devastatore? Poche volte pagine scritte hanno potuto fermare con tale incisiva costanza ciò che ripugna ed esalta ad un tempo, il dissolversi e il permanere; alzare con sì lieve mano i veli vietati, persuadere alla Bellezza quando tutto è dissoluzione.

Modi di meditare; per trovarne altri di uguale durata occorre rivolgersi a testimonianze mistiche. L’intensa volontà è presa e serrata in moti interiori e così quanto è argomento di rappresentata mutabile realtà si conchiude in un’armonia che vive di una propria vita.

Perché crea la vita. Il metodo di Leonardo ha i medesimi segni; anche per Leonardo il reale ha un valore magico, e lui che nelle statue antiche prima si ostinava in misurazioni meccaniche con quella geniale pedanteria che ha sempre distinto l’audacia, che tanto si macera nell’osservare riscopre le leggi più antiche per significazioni sempre nuove.

Lo stato di coscienza eroica in cui D’Annunzio per istinto si pone – eroismo che si affina fino a sconfinare con l’ebrezza del martirio – è lo stato di coscienza più proprio a capire al di fuori e al di là di ogni definizione intellettualistica gli enigmi che la vita impone di risolvere se non si vuole rinunziare a vivere. È forse in virtù di questo stato di coscienza che D’Annunzio è sempre stato capito a metà dai letterati che hanno mirato soprattutto a ridurre a meri valori letterali i valori molteplici della sua azione; la critica ultima e ultimissima si è esercitata in codesta direzione, distinguendosi nel tagliare dall’opera d’arte dell’opera i poteri d’azione e D’Annunzio era lo scrittore che doveva più rimetterci; un altro ci ha rimesso ed è Pascoli.

***

Le severe parole di A. nei confronti degli inintelligenti lettori e critici di Gabriele D’Annunzio e di Giovanni Pascoli, si applicano oggi con ancor maggior severità nei confronti degli inconcludenti, inintelligenti, divaganti e pigri lettori e seguaci di Massimo Scaligero e di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi. Questi non sono stati capiti neppure per un decimo.

E spesso li si è voluti ridurre ad un edulcorato e brodoso misticismo, che è una delle disperate difese dell’ego, che cerca di sopravvivere, nei confronti di una energica Ascesi del Pensiero, alla quale l’ego cerca in ogni modo di sottrarsi. Così come è una menzogna ed una estrema difesa dell’ego l’intellettualismo parolaio e dispersivo, analitico e dialettico, capace a parole di dimostrare tutto e il contrario di tutto, senza mai afferrare – come ammonisce Massimo Scaligero – una briciola di realtà e di verità.

Non vi è verità che sia vera, se questa non viene realizzata in una pratica interiore: se non si giunge, nell’intuirla e viverla, a modificare ontologicamente la nostra costituzione interiore e se questa verità non si riversa poi nella nostra ulteriore azione esteriore e interiore. Ma questo intuire e vivere radicalmente le verità spirituali è il meditare. E la forza del meditare più radicale si invera nella concentrazione profonda, la quale può giungere nel proprio moto estraformale – nel quale il pensare folgorante è libero di pensieri – a farsi tutt’uno con l’atto di essere della Verità.

Gabriele D’Annunzio visse fortiter gli errori e le verità, le luci e le ombre della propria vita: compromettendosi sempre fino in fondo, vivendo coraggiosamente ed energicamente, pagando sempre di persona, rischiando la vita e affrontando la morte guardandola in faccia. Traendone persino una sottile e preziosa sapienza. A quanti, con facile critica, rilevano quelle che a loro appaiono inadeguatezze della vita di D’Annunzio, offro le parole di Massimo Scaligero – che di D’Annunzio era estimatore al punto di dare ad alcuni discepoli suoi versi come temi di meditazione – il quale più volte affermò che «il Logos ama chi si compromette», e che dal punto di vista spirituale sia «meglio essere delinquente che borghese». Ed io la penso esattamente come lui.

Da qui nasce tutta la mia più delinquenziale simpatia e ammirazione nei confronti di D’Annunzio.

GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

INCONTRO CON D’ANNUNZIO

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*

Più di quaranta anni fa, passeggiavo per Via Flaminia, a Roma, assieme a L., un caro amico, che mi fece conoscere la Scienza dello Spirito, e soprattutto mi fece incontrare Massimo Scaligero. Per inciso, va sottolineato come colui che ci ha fatto conoscere e incontrare Massimo Scaligero sia sempre l’amico più grande della nostra vita, come a lui dobbiamo illimitata gratitudine per il prezioso dono fattoci: indubbiamente il dono più prezioso.

Era una tarda mattinata e giunti quasi a Piazzale Flaminio, incontrammo A., un uomo visibilmente molto anziano, accompagnato dalla sua consorte. Il mio amico me lo presentò, dicendomi con evidente ammirazione: “Questo è uno degli ultimi membri del Gruppo di Ur ancora viventi.”. Allora ne erano rimasti ben pochi.

Già da qualche anno mi ero immerso con grande foga nello studio dei tre volumi della Introduzione alla Magia, riedizione pubblicata dalle Mediterranee nel 1971, della precedente edizione del 1955 fatta dalla gloriosa casa editrice Fratelli Bocca, fatta chiudere dalla mai troppo infamata compagnia, che a sua volta riproduceva – con aggiunte e rielaborazioni varie – le annate delle rarissime riviste UR-KRUR del 1927-1929.

L’incontro con A., naturalmente, a me poco più che ventenne fece una impressione fortissima. Il mio amico L. lo conosceva bene da decenni, perché abitava in un edificio di Villa Strohl-Fern, sito poco sopra il Piazzale Flaminio, con un magnifico parco adiacente a Villa Borghese, e facente parte dei possedimenti dell’Ambasciata Francese a Roma. Nel medesimo edificio abitavano vari artisti e scrittori del milieu intellettuale dell’epoca.

Il mio amico mi raccontava come A. avesse riunito attorno a sé un piccolo cenacolo di cultori dell’esoterismo, di «magisti», come usava allora dire. Sin dalla sua giovinezza, A. aveva avuto modo di conoscere le personalità più notevoli dell’esoterismo italiano come Arturo Reghini, Giulio Parise, Ercole Quadrelli, Julius Evola, e naturalmente Giovanni Colazza e Massimo Scaligero: tutte personalità collegate al suddetto Gruppo di Ur, e alle vicende per certi versi tragiche che determinarono la chiusura di quelle belle e importanti riviste. Secondo varie testimonianze concordi, l’amicizia di A. nei confronti di Massimo Scaligero rimase viva sino alla propria morte.

La formazione spirituale di A. fu molto complessa. Sin da giovane egli fu attratto dalla Tradizione Classica, che lo condusse ad immergersi nel mondo della sapienza orfico-pitagorica, nel mondo degli Antichi Misteri, nella religiosità egizia, ellenica e romana. Quel mondo lo condusse poi – oserei dire fatalmente – ad innamorarsi dell’Ermetismo e dell’Alchimia medievali e rinascimentali, di quella «Magia filosofica», che nel Rinascimento ebbe tra i suoi maggiori rappresentanti l’abate Giovanni Tritemio con la sua Steganographia e Poligraphia , Enrico Cornelio Agrippa con la sua De occulta philosophia, Paracelso, Giordano Bruno, Tommaso Campanella. Di tutti loro, il nostro «magista» fu sapiente e profondo cultore, così come fu cultore di una forma elevata, non volgare, di Astrologia.

Una persona, che ebbe modo di incontrarlo e di parlarci a fondo, mi raccontò come A. fosse un fine conoscitore di Plotino e di Meister Eckhart. Tutto ciò lo portò ad incontrare inevitabilmente la tradizione rosicruciana e la Scienza dello Spirito, pur tenendosi lontano dall’aggregarsi alle organizzazioni formali, che non si confacevano al suo spirito libero e indipendente. Un caro amico, discepolo di Massimo Scaligero sin dagli anni quaranta, era in cordiale amicizia con A., e mi testimoniò come questi si incontrasse ogni settimana con Massimo Scaligero e quanto profonda e libera fosse la sua adesione alla Scienza dello Spirito.

In un certo senso fu tutta colpa di A., se mi sono riaccostato negli anni novanta alla figura di Gabriele D’Annunzio, facendomene scoprire aspetti per me insospettati. Tra le vicende abbastanza strane – e decisamente curiose dal punto di vista del destino – della mia vita vi fu l’incontro con G., una persona di elevato rango spirituale, che seguiva un’antica Via spirituale. Un «asceta d’altra dottrina», come lo definirebbero i testi del Sutta Nikayo del Buddhismo originario.

G. era una di quelle persone che molto avevano osato nel cammino spirituale, pagando anche di persona, spingendosi in zone per i più inesplorate. Sin dal primo incontro, la mia stima per la sua sottile e profonda sapienza e il suo grande coraggio furono sconfinate, e l’affetto che mi ha fraternamente legato a lui sino alla sua morte, e che tuttora mi unisce a lui, oltre la morte, profondissimo. Egli faceva parte di quella sparuta serie di temerari cercatori, affamati di Spirito e assetati di Assoluto, che Isidoro ed io chiamiamo il «sale della terra». Fu lui, che peraltro stimava moltissimo Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, a riparlarmi dopo tanti anni di A., di come A. fosse una personalità di notevole rango spirituale, di come A. fosse amico di colui che egli stimava essere il suo Maestro, che a sua volta nei confronti di Massimo Scaligero provava anche lui stima ed un’amicizia di antica data.

Ricercando, su consiglio del mio amico G., alcuni scritti di A., che rincontrai la figura di Gabriele D’Annunzio. Egli me ne mostrò alcuni aspetti di radicale coraggio spirituale, che mi sorpresero assai. Ascoltando Massimo Scaligero in alcuni incontri e riunioni, avevo udito la grande stima ch’egli aveva di D’Annunzio, pur non celando affatto eventuali suoi aspetti problematici. Ma per il Mondo Spirituale valgono come realtà solo gli aspetti positivi di un essere, non i suoi errori e le sue deficienze.

Tuttavia, pur avendo ascoltato e accolto quel che Massimo diceva di lui, egli rimaneva per me una figura enigmatica. Tanto più, che la mia amica M., una fedelissima di Massimo Scaligero, parlando con me del processo della meditazione, mi raccontò di come Massimo le indicasse alcune poesie di D’Annunzio come temi proficui di meditazione. Ma dovevo ancora giungere ad una visione mia di D’Annunzio. Fu proprio leggere alcuni scritti di A., e il parlarne successivamente con il mio amico G., che mi aprì gli occhi, e mi offrì una prospettiva affatto nuova per contemplare la sua figura spirituale. Come vedremo nel prossimo articolo.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO

Alfred Meebold

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Alfred Meebold (1863-1952 )

Quando iniziai a frequentare il Gruppo antroposofico di Trieste, sulla parete dietro il tavolo dove si sedeva il capo gruppo, il conferenziere di turno, ecc. vidi appesa una foto che ritraeva due uomini per me sconosciuti. Chiesi chi fossero. Gentilmente, il dott. Corazza fece due nomi: Fortunato Pavisi e Alfred Meebold.

Pavisi ora è giustamente più conosciuto. E Meebold?

Alfred Meebold lo conobbi poi col contagocce. In Sede feci amicizia con una anziana e dolce signora. Si chiamava Stella Padoa e mi raccontò come la sua “tremenda” zia, Lina Schwarz, la trascinasse – lei piccina – a tutte le conferenze che Meebold faceva a Milano e a Trieste. Stella era la nipotina a cui la Schwarz fece riferimento nominale con una poetica ninna nanna che poi apparve persino nelle antologie scolastiche degli scrittori italiani (Stella stellina, la notte s’avvicina…).

Meebold amava l’Italia e scrisse su vari giornali italiani articoli che riguardavano l’opera di Rudolf Steiner e la sua avventura per incontrarlo. Quest’ultima è anche divertente e ve la riassumo.

Ardente cercatore di un vero maestro spirituale e gran viaggiatore, arrivò sino in India. Trovò, sulle pendici dell’Himalaya, un asceta considerato da molti un iniziato. Quando finalmente fu ammesso al suo cospetto, l’asceta, senza i saluti di rito, gli chiese:”Perché sei qui?”. Il Nostro rispose che cercava un Maestro. Con un lieve tono compatito il sadhu gli disse: “Che viaggio inutile hai fatto! Torna a Berlino dove c’è il tuo Maestro”.

Carattere impetuoso e irascibile, spesso teneva come ufficio un tavolino in un Caffè e aiutava nello studio e nella comprensione dell’antroposofia molte persone. Sempre con il sigaro acceso e la tazzina colma. .Ma quando qualcuno dei suoi protetti “saltava” un concetto o “sbandava” in un ragionamento, sbandava o saltava pure la tazzina ed il suo contenuto, perché un vigoroso pugno si abbatteva sul tavolino. Accompagnato da un ruggito di disapprovazione.

Sono notizie che me lo resero assai simpatico!

Ora riassumo una Commemorazione apparsa nel 1952 sul bollettino della Società Antroposofica.

Tornato in Europa, Meebold andò a Monaco per visitare Sofia Stinde e la contessa Kalkreuth. Raccontò loro delle sue esperienze indiane e della rottura con la Teosofia anglo-indiana. Con sua meraviglia le due dame approvarono la cosa, poiché il segretario tedesco era Rudolf Steiner. La Stinde propose un incontro tra i due.

Meebold era prevenuto e l’entusiasmo delle signore non gli fu d’aiuto.

Quando si trovò di fronte ad un uomo, circa della sua stessa età, iniziò a raccontare le sue passate esperienze, accorgendosi del cortese disinteresse dell’altro. In breve, dopo una manciata di minuti, Meebold si ritrovò alla porta con un foglietto di istruzioni. Irritato, disse alla Stinde:” Perché mi ha dato questo? Io non gli ho chiesto niente. E perché mi considera superficiale?

Rudolf Steiner era diverso a seconda di chi gli stava di fronte: con i deboli, i sensitivi era mite e incoraggiante. Coi forti era severo ( Nei Misteri, Benedictus dice a Strader: “per chi ha raggiunto il vostro grado è viltà quello che per un altro sarebbe coraggio”).

Meebold protestò, si irritò, ma fece gli esercizi che Steiner gli aveva dato!

Era già un discepolo del Dottore ma continuava ad essere irritato e diffidente (la diffidenza fu un tratto comune di certi discepoli, vedi Colazza e Rittelmeyer). Forse l’orgoglio del proprio valore gli impediva una chiara visione. Questo travagliato periodo durò due anni. Poi riconosciuta la grandezza del Maestro, gli fu incrollabilmente fedele.

Meebold durante la guerra si trasferì a Heidenheim, ma si recava spesso a Dornach.

Guerra persa, rivoluzione scoppiata, visitò Steiner mentre scolpiva nell’atelier la figura del Rappresentante dell’umanità. Scosso, chiese al Dottore cosa avrebbero fatto gli antroposofi.

Ora si vedrà se sono uomini” rispose Steiner continuando a scolpire con energia “Lei torna a Heidenheim?” “Ma non si può in questo momento, c’è la rivoluzione”. “Cosa importa? – tuonò Rudolf Steiner – torni e parli alla gente”. “E cosa devo dire?” “Raduni la gente e quando sarà sul podio le idee verranno”.

E Meebold tornò a Heidenheim e fece passare la voce che in tal giorno, in tale sala, avrebbe parlato. Salì su podio e ogni incertezza scomparve. Le idee fluivano e trovavano da sole le parole. Appunti non servirono. Parlò per due ore. Il pubblico rimase seduto, muto e immobile. Meebold si inchinò e disse :”Signori, ho finito”.

Non ci furono applausi ma domande e richieste di altre conferenze. Meebold tenne allora conferenze su tutto, in particolare sull’introduzione all’antroposofia, sulla tripartizione.

La sua casa e la sua biblioteca furono a disposizione di tutti.

I nuovi amici erano in gran parte operai e divennero ottimi antroposofi. Così il Gruppo di Heidenheim divenne unico al mondo: per il numero elevato dei suoi componenti (l’uno per cento della popolazione cittadina) e per la prevalenza del ceto operaio.

Quando venne fondato il “Kommender Tag”, Meebold vi investì tutto il suo patrimonio, poi quel tentativo fallì e il Nostro perse tutto, divenne povero: “Se non avessi agito così i miei amici operai avrebbero perso ogni fiducia in me”: confessò poi con serenità e pacatezza, commentando la sua rovina.

Nella sua casa il lavoro antroposofico era un’esperienza singolare.

Al pianterreno c’era una sala di lettura dove tutti gli amici potevano leggere e studiare anche in assenza del proprietario. Meebold si era ritirato in due stanze, mettendo il resto a disposizione di due famiglie rimaste senza tetto.

Vivere con il Nostro era però un costante corso di autoeducazione, poiché Meebold non lasciava passare niente. Imprecisioni di pensiero, mancanza di riguardo, venivano sempre corrette con affetto, ma con un’obbiettività che ignorava gli eufemismi o riguardi alla suscettibilità di chi ascoltava.

Meebold sedeva con caffè e fumava in continuazione: la stanza era piena di fumo e di persone. Molti uomini dalle mani incallite e gli occhi scintillanti e…tanta cultura che si formava. Non solo antroposofica ma di tutte le opere che Steiner aveva nominato in libri e conferenze, cioè di quanto di più significativo che il mondo aveva dato. Tra i lettori vi erano anche industriali e dirigenti d’azienda: con Meebold che spiegava, rispondeva, raccontava.

Al termine della serata ognuno riportava la sedia al piano di sotto, perché dopo aver trattato di Anima cosciente e di Tripartizione sarebbe stata una stonatura andarsene senza pensare ad agire concretamente nel dettaglio. Sì, l’educazione spirituale con Meebold non tralasciava il dettaglio!

Quando il gruppo di Heidenheim fu forte, Meebold ricominciò a viaggiare con il karma del viandante: “ein Reisekarma”, come disse lui stesso. In gioventù da ricco, in vecchiaia da povero.

Invitato e aiutato da amici peregrinò in Austria, Ungheria, Francia, Inghilterra e per l’appunto in Italia.

Poi giunse la chiamata dalla Nuova Zelanda. Ancora un breve soggiorno in Europa, poi la II guerra mondiale lo sorprese ad Honolulu dove rimase per la durata della guerra, partecipando al lavoro antroposofico del Gruppo del posto.

A ottantadue anni tornò finalmente in Nuova Zelanda, conscio che quello era stato il suo ultimo, grande viaggio. A detta di molti l’impulso vivificatore portato da Meebold fu salutare e molto profondo.

Non permise mai che qualcuno lo chiamasse “Maestro” (Massimo Scaligero fece lo stesso) perché questo appellativo lo riservò solo per Rudolf Steiner.

E mai s’atteggiò a grand’uomo, pur consapevole del suo valore: spesso agli amici ricordava che “Lei dovrà abituarsi all’idea che io commetta degli errori”. Errori? Certo che ci furono, ma egli non cercò mai di nasconderli.

Aggiungo che il Dottore, nei rapporti epistolari con Meebold, che ho letto nei Testi riguardanti la Scuola Esoterica, sembra un Maestro all’antica, terribile: poche righe secche e “intuisca lei quello che ne può derivare nella pratica”: lasciando in toto a Meebold tutto lo sforzo interiore di scoprire il resto da sé. Ottima scuola!

Mi piacerebbe che questa alta figura, ben dotata da un caratteraccio da paura, fosse in qualche modo riscoperta…specie ora che si confonde la personalità con l’individualità…

ALFRED MEEBOLD, SCIENZA DELLO SPIRITO

UNA NOTA QUASI PERSONALE

colazza -

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Cari amici, il “quasi” del titolo non è a caso, poiché so per certo che molto del poco che scrivo è del tutto condiviso da altri. In termini quantitativi possono essere pochi, ma di ratti che girano in tondo è pieno il mondo e questo increscioso stato di cose è solo quello che è, cioè il nulla nel nulla: possiamo addizionare lo zero con se stesso un milione di volte ma rimarrà sempre quello che è…anzi, quello che non è.

Troppo vago? E’ vero e mi scuso.

Qualcuno ha scritto (bontà sua) che Eco è, in pratica, rimasto il Sito più robusto (e i decenni dell’Archetipo?) rimasto in rete.

Allora chiediamoci il perchè. Sapete che a me piacciono i paragoni sportivi, trovo analogie pertinenti.

Cosa fa il corridore mentre corre? Corre e basta. Di solito la sua mente è silenziosa, quasi vuota. E se l’obbiettivo è lontano o è solo allenamento, corre dando il meglio di sé e basta.

Il meglio di Eco è lo “spirito di servizio” e basta.

Nulla è nascosto e chi attua l’adesione lo fa solo per suo convincimento: può non farlo – dipende solo da lui – ma non gli serve, è una gentilezza e di ciò gli siamo grati.

Del resto so di persone che seguono Eco con grande attenzione, ma preferiscono leggere le note senza un milligrammo di vincoli, compresi quelli virtuali.

Poi,invece, non c’è uno – specie tra quelli che predicano l’amore universale – che non punti il ditino accusatore sul dogmatico rifiuto di Eco ad “aprirsi” verso tutti i possibili apporti…

E’ una critica seria. Potrebbe essere fondata. Poi però scopro (ho già detto che parlo per mio conto e non per gli altri collaboratori) che si vorrebbe portare in Eco ogni fritto misto, disperdendo, come già avviene nei Siti che trovano collocazione in facebook, in chiacchiere e fantasie di oscura origine, quel poco che qui si tenta di mantenere nel solco della Scienza dello Spirito. Assai spesso si tratta di spiritualismo che rema contro lo Spirito: spazio lasciato libero a confuse demenze personali e ad avversioni travestite di moralismo cattolicheggiante. Aggiungo a questa lista pure scritti più articolati e ben fatti…che purtroppo sono espressione di ossessioni violente, di ricerca di vetrine per la visibilità personale, di stracche astuzie…e qui, per non farla lunga, mi fermo.

Qui, su Eco, mi sento libero e non provo alcun moto di antipatia se a tanti le mie note non piacciono. Nemmeno io sono entusiasta di alcuni articoli e temi che ci sono in Eco. Però il discrimine è in quello che ho scritto: chi mette qualcosa su questo sito, lo fa perché ama davvero quanto espone e non perché ama se stesso. E se ciò pare poca cosa, almeno per me è, a dir poco, il confine invalicabile.

A calce di questa sparuta nota vorrei riportare una (antica) lettera che il dott. Colazza scrisse a Marco Spaini (personalità assai notevole nel suo tempo).

Qualcuno si arrovellerà sulla natura delle “comunicazioni” sulle quali il dott. Colazza è, senza remore, negativamente “tranchant”. Vedete, la comunità antroposofica attraversa periodi di moda. Circa quarant’anni fa erano i settennali dell’Antroposofia, vent’anni dopo ciò che concerneva la Pietra Fondazionale… Sessant’anni fa ci fu una vera e propria agitazione intorno al ritorno dello Steiner: si moltiplicarono annunci e visioni. Vi furono persino dei veri delinquenti che spillarono ingenti somme agli antroposofi benestanti fabbricando comunicazioni sul dove, quando e chi. Un tripudio di corbellerie! A mio parere ora è anche peggio…ma tutto più diluito, come l’impallidito sangue dei protagonisti attuali.

Ma non è questo che intendevo, ribattendo fedelmente le righe della sottile copia ingiallita…

§

                                                                                                    21.1.49

Caro Spaini,

ho coscienziosamente letto i due “messaggi” che del resto già conoscevo e debbo ripetere ciò che ho detto altre volte: che non hanno un contenuto di ordine spirituale. Sono delle affermazioni dogmatiche, alquanto sensazionali – ma non sono accompagnate da quel tono di dignità, di profondità che tocca l’animo. Quando Rudolf Steiner ha fatto delle rivelazioni sui retroscena occulti dell’Antroposofia – aveva già dato tanto di insegnamento spirituale da aver guadagnato la nostra fiducia. E del resto quelle rivelazioni si inquadravano perfettamente nella visione d’insieme dell’Antroposofia – mentre quei messaggi contengono flagranti contraddizioni all’insegnamento e a ciò che sappiamo del Dottore.

Per es. il Dottore ha detto alla Sig.ra Steiner che lui non era incarnato al tempo della venuta del Cristo. E la Sig.ra Steiner me lo ha ripetuto direttamente. Così pure per l’attribuzione a lui di una essenza d’angelo – ma la sua grandezza è appunto nell’aver raggiunto come uomo altezze spirituali che lo hanno reso degno di essere il messaggero del Bodhisattva. E così via…

Ma la “gaffe” più grossa è nel messaggio del novembre -46: “Non è contro lo spirito del tempo, in qualsiasi tempo ciò possa accadere, l’accettare solo per fede l’aiuto divino…Molti uomini possono solo così.” Sicuro, ma allora restano cattolici – il progresso dell’Antroposofia è che: “è una via della conoscenza”.

E non parlo della forma, quasi sempre enfatica, banale e persino volgare – lei in realtà si è allontanato dall’Antroposofia per seguire ombre. Rilegga Novalis, le sentenze direttive e vedrà quali torrenti di luce si riversano nell’anima.  Federici parla sempre di “amore” ma l’amore deve appoggiarsi sulla saggezza e sulla conoscenza altrimenti è sensualismo o sentimentalismo. Ricordi quando il Dottore diceva di Giovanni! – Quando egli diceva ai suoi discepoli “amatevi l’un l’altro” – è una frase così semplice – ma vi era dietro la forza della conoscenza e saggezza spirituale che le davano forza di contenuto.

E con quanta leggerezza parlano del cuore – ma se il cuore è una tappa dell’evoluzione a cui si arriva quando il pensare evolve ed esso è accolto nel cuore.

Qui abbiamo un gradino dell’iniziazione – il vostro “cuore” è di nuovo sentimentalismo.

In questo tempo mi ha colpito il deterioramento prodotto da questi messaggi sui loro seguaci: – quanta superficialità, quanta leggerezza in quelle intuizioni basate su assonanze e similarità esteriori.

Quel incensarsi l’un l’altro – quasi per farsi coraggio – e sopratutto quel voler credere a ogni costo. Io comprendo come in lei un desiderio di sacrificio – direi quasi di espiazione – lo abbia fatto immergere in queste rivelazioni.

Creda però che lo spirituale è la conquista quotidiana, paziente, pertinace del proprio essere – non il frutto di una rivelazione.

Creda che se lei ritorna all’Antroposofia – se si immerge di nuovo nella sua corrente – ritroverà se stesso. Non si preoccupi di quello che avviene nella Società – ho giusto poco fa letto queste parole del Dottore: “Potrebbe essere possibile che una volta l’Antroposofia si debba svincolare dalla Società Antroposofica. Non dovrebbe essere, ma ci sarà questa possibilità.” –

Ma naturalmente qui si parla dell’Antroposofia del Dottore e non della miseria spirituale, morale e intellettuale di queste rivelazioni.

E nessuno di quelli che hanno conosciuto Rudolf Steiner si lascerà sedurre da esse.

Vorrei ancora parlarle di molte cose e spero che verrà da me una sera.

                       Con affettuosa amicizia

suo

                                                               Giovanni Colazza.


Ringrazio F. A. che mi ha dato l’occasione di trascrivere questa lettera su Eco.

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SCIENZA DELLO SPIRITO

IL CORAGGIO OLTRE IL LIMITE

G D'A.

.« Limite alle forze?
Non v’è limite alle forze.
Limite al coraggio?
Non v’è limite al coraggio.
Limite al patimento?
Non v’è limite al patimento.
Dico che il non più oltre
è la bestemmia al Dio
e all’uomo più oltraggiosa.
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Di là dal coraggio,
di là dal sacrificio,
di là dalla vita,
di là dalla morte,
ecco il luogo altissimo,
ecco il luogo profondissimo,
ecco il luogo segreto,
mistico e ardente,
dove io respiro ».

Gabriele d’Annunzio,
Ai compagni d’ala e d’anima.
Il dì 7 di agosto 1918. Sul campo di S. Pelagio.

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Vi è un impulso interiore nell’anima del quale il cercatore dello Spirito ha assolutamente bisogno, se vuol percorrere sino alla mèta la Via ch’egli si è liberamente prescelta per giungere alla realizzazione cosciente dello Spirito. Posto, tuttavia, ch’egli si sia realmente prescelta, liberamente e coscientemente, una tale Via, poiché – come ammonisce Lao-tse – la Via dello Spirito non è e non può essere la via ordinaria, ossia la via volgare, la via comoda, in definitiva, la via egoica: quella che seguono tutti. E ciò che rattiene tutti, o i molti, nella comodità della via egoica è la paura. Paura di che cosa? Paura dell’ignoto spirituale che ci trascende e che temiamo conoscere. Paura di quell’ignoto spirituale che esige imperiosamente che noi superiamo la eccessivamente comoda natura umano-troppo umana in noi, ossia quella natura umano-animale che è la distorta, caricaturale, immagine dell’autentico Uomo Interiore, del verace Uomo Spirituale, ossia di quello che sapientemente Lao-tse chiama: l’Uomo Vero. Il che naturalmente – vorremmo dire: ovviamente – implica che l’«uomo ordinario», in quanto essere umano-animale, non è l’Uomo Vero, e che, perciò, egli si trova immerso in uno stato di menzogna: menzogna su se stesso, sul mondo, sullo Spirito. L’«uomo ordinario» è immerso in uno stato inautentico, in uno stato antispirituale, contraddicente il suo essere originario. Ed egli teme conoscere la verità su tale sua vilissima condizione di vera abiezione. La teme talmente da scambiare per « spontaneità della sua natura », quella che in realtà non è altro che il suo impotente assenso, il suo passivo subire la manifestazione non ostacolata della decaduta e nondimeno arrogante natura psichica e animale in lui. Paura di conoscere, quindi, la sua stessa paura.

L’«uomo ordinario» teme, appunto, conoscere questa scomoda verità sul suo reale stato, ma teme ancor più conoscere l’autentico stato spirituale che trascende e supera lo stato di miserabile abiezione nel quale egli normalmente si trova. Ignora, e segretamente teme, l’autentico Spirituale che lo trascende. Teme, soprattutto, la radicale trasformazione interiore a lui richiesta e necessaria per innalzarsi alla conoscenza di un tale Spirituale. Teme, infine, lo sforzo, l’energia della quale dovrebbe essere capace per realizzare tale conoscenza. La sua è proprio una condizione vilissima.
Ma qual è, dunque, l’impulso interiore necessarissimo – e assolutamente imprescindibile – del quale ha bisogno il cercatore sincero che, coscientemente e audacemente, sceglie il sentiero della realizzazione concreta – e quindi non filosofica, non culturale, non mistica – dello Spirito, ossia la «Via» non ordinaria cui allude Lao-tse? Come nasce, come si alimenta e vien tenuto vivo quest’impulso interiore capace di sospingere il cercatore sull’arduo sentiero spirituale da lui scelto? Indubbiamente, è necessario un grande coraggio per affrontare una Via che richiede tutto da chi la affronta. Un tale coraggio è necessario per affrontare la verità su se stessi, evitando la tentazione di attenuarla, di diluirla, di edulcorarla, di «travestirla» a se stessi con illudenti menzogne. Un coraggio anzitutto conoscitivo. Ma un tale coraggio, pur tanto necessario, non è sufficiente perché egli è ancora fermo entro il limite che lo paralizza. La sua conoscenza non è ancora sufficientemente coraggiosa e quindi egli ancora non conosce realmente. Non conosce così intensamente da poter superare il limite, trascendendo la natura umano-animale che lo asserve e lo imprigiona. Entro tale limite egli può rimanere anche per tutta la vita, pur continuando a macerarsi in un’autoconoscenza che diviene, alla lunga, sterile e impotente, e quindi, in definitiva, insincera e illusoria.

Quello che gli necessita è il coraggio di voler conoscere l’inconosciuto Spirituale, che è oltre il limite che fatalmente lo arresta. Limite dal quale egli si fa arrestare. Limite fatale al quale, tuttavia, non è fatale ch’egli si arresti. Limite che è un pensiero ch’egli non riesce compiutamente a pensare. Si lascia fermare e paralizzare da un pensato oltre il quale egli non riesce, non vuole, non osa pensare o imaginare . Gli occorre, infine, il coraggio di conoscere la forza, l’intensità della forza che è necessaria per attuare la trasformazione dell’anima che faccia dischiudere in lui il nuovo stato interiore: l’assolutamente diverso, l’affatto inaspettato. La forza che può far superare la bronzea barriera che arresta l’uomo ordinario – barriera che spegne l’aspirazione condizionata, insufficientemente intensa – viene da oltre il limite.

Questa forza, tuttavia, pur provenendo dallo Spirituale al di là del limite, in realtà è già presente nell’anima del sincero ricercatore, dunque al di qua del limite. Massimo Scaligero chiama tale forza: volontà solare, e chiama: «Via della volontà solare», l’arduo sentiero che questi deve percorrere. Questa «volontà solare» è quella che si attua nella concentrazione. Vi è una progressione dell’intensificarsi della forza di questa «volontà solare» nei gradi di attuazione della concentrazione: a partire da un preliminare, semplice, volitivo controllo del pensiero logico, alla concentrazione vera e propria come ricostruzione del concetto-sintesi dell’oggetto, alla concentrazione su questo stesso concetto-sintesi, sino alla concentrazione-contemplazione profonda del concetto-idea percepito al di là di ogni possibile forma, e alla contemplazione della pura forza-pensiero libera da ogni oggetto. La «volontà solare» si attua sempre più nel processo della concentrazione come forza indivisa, nella quale pensare sentire e volere sono uno. Anzi essi sono l’Uno. Questo progressivo attuarsi della «volontà solare» è un audace atto di donazione assoluta di sé, un incondizionato donarsi che è un radicale essere liberi dal passato, dal già fatto, dai movimenti obbligati della memoria automatica, da ogni routine spenta e meccanica, dalle abitudini, dalle forme cristallizzate di una decaduta «natura» coagulata in noi come psiche razionale e animale. È il progressivo intensificarsi di un «fuoco» che, ardendo, «purifica», disciogliendo e cancellando le coagulate configurazioni della «natura», che condizionano l’«uomo ordinario». È un de-configurarsi, un de-condizionarsi, un coraggioso far tabula rasa di tutto ciò che noi veramente non siamo, ma con cui ottusamente e fiaccamente c’identifichiamo.

Naturalmente, questo far piazza pulita di tutto il passato e il conseguente attuarsi del «vuoto» dell’antica natura è temuto e avversato dalla parte umano-animale dell’«uomo ordinario», che reagisce in ogni modo possibile nel tentativo di sopravvivere al proprio naufragio. L’umano-animale può reagire in maniera virulenta o sottile. Può reagire con imponenti emergenze istintive o emotive, con la brama o con l’angoscia, con la fatuità o col deviare il problema sul piano «culturale», o «mistico», o peggio ancora «politico». Si può presentare addirittura il caso in cui nell’ «intellettuale impegnato» – ossia nell’asceta mancato – si fondano, in maniera insana e improvvida, «cultura», «misticismo» e «politica». Vi è da chiedersi, allora, quale sia la causa che spinge ad inoltrarsi su questi binari morti sui quali si arresta e fallisce l’impresa interiore. Il veleno offuscante e paralizzante è sempre la paura. La paura che impedisce l’intraprender «lo cammino alto e silvestro», che spinge a ritornare alla «selva selvaggia», alla «diserta piaggia», a rinunciare alla «speranza de l’altezza», e a volgersi indietro «a lo passo che già mai lasciò anima viva».
Illuminanti, a questo proposito, sono le parole di Massimo Scaligero ne La Tradizione Solare:

«La correlazione metafisica è la donazione di Sé all’e s s e n z a, epperò il moto d’amore incondizionato, realizzabile nell’anima: l’essenza essendo identica in ogni ente. Insufficiente è la volontà di verità in chi muove non dall’elemento originario della coscienza, bensì da un principio che si rappresenta fuori di sé, attribuendogli una virtù suscitatrice che non sa scorgere in sé: non gli è concepibile l’atto di amore inscindibile all’atto della conoscenza »(p. 120). E poco più oltre:
«La conoscenza è la ricerca della verità. L’amore per la verità può essere tale da far scorgere il segreto della presenza dell’elemento solare nell’anima. La insufficienza dell’amore per la verità, è sostanzialmente insufficienza del coraggio necessario a contemplare il processo del pensiero nella coscienza. Tale contemplazione è un atto improgrammato, non previsto, non tradizionale: un atto libero, che immette nei processi del mondo un elemento di interna resurrezione: l’elemento originario solare che va oltre essi. È l’atto possibile a chi muove dall’elemento solare della coscienza, non dai prodotti cristallizzati di essa, assunti come premesse per un ulteriore argomentare. Invero la Tradizione perenne è il ritrovamento del Logos solare. Perciò viene detta Tradizione Solare» (pp.120-121).

Dalla dimensione della paura può sorgere, in taluni, l’impulso ad attaccare la Via del Pensiero Vivente, che è il veicolo – l’unico – dell’attuarsi della volontà solare. È capitato di udire come «la Via del Pensiero possa diventare la via del sublime egoismo», come «occorra stare attenti a non fare troppa concentrazione perché può far male», come, in definitiva, la Via della concentrazione non sarebbe la Via Regia al Logos e che, di conseguenza, la Via indicata da Colui che è stato chiamato il Maestro d’Occidente sarebbe «una via incompleta e superata». In realtà, può essere superato unicamente ciò che stato conosciuto, attuato e conquistato. E non si può non vedere nelle suddette espressioni, che possono ingannare molti, se non l’espressione non solo della paura dello Spirituale, bensì anche della radicale avversione nei confronti dello Spirituale e della sua conoscenza. La concentrazione – se eseguita così come è stata instancabilmente indicata con abbagliante e ripetuta chiarezza da Massimo Scaligero, se eseguita con coraggio e purità di cuore – non può mai fare male, perché essa è l’attuarsi dello Spirito in noi e attuare lo Spirito non solo non può far male, anzi è la medicina radicale del male umano, di ogni male umano. Mentre fa sicuramente malissimo non attuare lo Spirito.

Osiamo dire che tale Via del Pensiero, recando in sé l’elemento solare originario, non solo è insuperata bensì è anche insuperabile. Questo elemento solare non è possibile superarlo, ma solo illimitatamente attuarlo. Attuarlo sempre di più, oltre il limite raggiunto lottando, oltre la misura di conoscenza, di volontà, di coraggio, dei quali si è stati capaci sino a quel momento, oltre quello che si è stati capaci di pensare o di imaginare. Avere tanta volontà di Assoluto, tanta sete d’Incondizionato, da aprirsi in sé stessi alla forza che può portarci oltre il limite che prima ci arrestava. Avere il coraggio di trovare il riposo nel movimento incessante, nell’agire instancabile che rinuncia al mero fruire del già fatto – che irrigidirebbe al di qua del limite – e di portarsi oltre ogni barriera alla quale la natura, anche come natura spirituale, aspirerebbe arrestarsi. Un tale coraggio è quello richiesto per percorrere sino alla mèta la Via che lo Spirito esige dal ricercatore sincero, Via, che in contrapposizione alla via egoica, vien detta Via solare ed eroica.
Rispetto all’importanza per l’ascesi individuale solitaria e per quella attuata dall’individuo nella Comunità Solare, sono decisive, a nostro avviso, le seguenti parole de La Tradizione Solare, nella quale, alle pp.133-134, è detto:

«L’Evento centrale accennato, anche se riguarda la totalità del genere umano, nella sua dimensione invisibile fa appello alle comunità spirituali e alle rare individualità che costituiscono nei popoli le minoranze sconosciute, o isolate, o misconosciute il cui còmpito è collegare il karma dei popoli con il principio solare. Resta tuttavia a vedere quanto dell’elemento solare nelle personalità qualificate sia ancora suscitabile ai fini di una restituzione della Tradizione Solare: quale potenziale irriducibile di volontà e di dedizione sia ancora in essi possibile in senso sacrale, e fino a che punto il caos delle parvenze e l’ethos del laido e del livellato, divenuto valore della cultura, abbiano avuto il potere di spegnere in essi l’impeto della fedeltà e della lotta. Un simile spegnimento equivale a un tradimento, ossia a una dissoluzione dello Spirito, non dissimile a quella in atto nella cronaca quotidiana dell’attuale vita dei popoli.
Anche se non si può parlare di un tradimento cosciente, bensì di insufficienza di coscienza che rende possibile il tradimento, l’entità decisiva di tale tradimento non è quella delle associazioni e dei gruppi spirituali, scadenti nel destino delle chiese e dei mediocri pontificati medianico-dialettici, ma quello di coloro che conoscono e tuttavia rifiutano di rendere operante l’elemento solare dell’anima. La Tradizione Solare è la Scienza dello Spirito che restituisce all’interiorità umana la coscienza dell’elemento solare e il metodo per realizzarlo nell’attività in cui può divenire immediatamente consapevole. Chi riesca a riconoscere in tale Scienza il còmpito che le corrisponde, non può non avere in esso l’indicazione dell’impegno dominante della propria vita».

Queste parole severe di Massimo Scaligero sono più che giustificate dall’insufficienza di dedizione dimostrata dall’immemore accolita di molti che da lui ricevettero insegnamento, consiglio e aiuto e che poi hanno smarrito il dono della Luce ricevuta nei meandri paludosi di una torpida e ottusa quotidianità, di una fiacca compromissione con i valori ambigui e illudenti di una esteriorità mondana, fatta di brama, di delusione, di disgusto e di avversione. In altri casi, indubbiamente più gravi, si è giunti all’aperta o all’abilmente mascherata avversione nei confronti della Via Solare da lui indicata, per la coscienza, o il rimorso, di aver fallito l’impresa interiore, di non aver osato, o di aver rinunciato, per paura della tensione assoluta che la Via Vera esige .
La Sapienza Celeste è una Dea che dai suoi innamorati esige ch’essi per suo amore tutto donino, tutto sacrifichino, tutto osino: che La amino con assolutezza, che non condividano questo amore per Lei con altri oggetti – inevitabilmente di natura effimera e volgare – perché una tale condivisione non potrebbe essere, ai suoi celesti occhi, altro che adulterio e tradimento. Per esser veraci amanti della Sapienza Celeste è necessario divenire Fedeli d’Amore. E la misura autentica di amare la Sapienza Celeste è di amarLa senza misura, perché solo un Amore Assoluto, cioè voluto incondizionatamente oltre ogni ostacolo, oltre ogni barriera, oltre ogni limite, può congiungere il cercatore che si faccia Fedele d’Amore a Lei.

Anni fa, parlavo con un caro amico sapiente, audace ermetista e grande ammiratore di Massimo Scaligero. Egli mi fece un’esegesi spirituale delle mirabili parole di Gabriele d’Annunzio, riportate all’inizio come motto. Mi mostrò quanto fosse importante, per la Via eroica, l’atteggiamento interiore e lo stato interiore dell’anima in esse alluso. Poiché, al di là di quel che è stato detto più sopra, vi è un grande segreto celato in tali parole, lasciamo alla sagace meditazione del sincero ricercatore la gioia della sua scoperta. Il disvelamento di un arcano che può essere intuito solo con Intelletto d’Amore.

Poiché la figura del Vate-Soldato ha suscitato e suscita in taluni cultori della Scienza dello Spirito varie difficoltà e non poche prevenzioni, è il caso di riproporre alcuni pensieri su Gabriele D’Annunzio pubblicate a suo tempo sul vecchio forum da Attila, che volentieri ne concede ad Ecoantroposophia la disponibilità e un necessario adattamento del linguaggio al presente sito, eliminando talune espressioni virulentemente polemiche – secondo noi, peraltro, pienamente giustificate.

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L’impacabile veggenza interiore conduce alla solitudine dell’anima”.
Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio cultore di una celata Sapienza? Assolutamente sì, se in un’epoca – quello che fu chiamato le siècle stupide – nella quale il positivismo faceva a fine Ottocento la mistica della locomotiva a vapore e del motore a scoppio, a lato delle fatuità dei balli ai Grand Gala nei vari Grand Hôtel, illusioni che la Prima Guerra Mondiale tutte spazzerà via sanguinosamente, egli scriveva parole come queste: “Io sono un ardentissimo novizio della scienza occulta. Da qualche tempo io vivo in un altro mondo. so finalmente come si fa a sollevarsi dalla terra, a navigare verso una nuova regione, a camminare per una selva di sogni, a ragionare con gli spiriti, ad esse ospite in un reame di fiabe, ad abitare in palazzi d’oro immateriali e di perle imponderabili. Io so che tutto è una emanazione della sostanza una, infinita ed eterna; e che l’uomo terrestre è l’immagine dell’uomo celeste; e che li universi sono i riflessi dell’Uno”. E questo è il Vate ermetista e kabbalista.

Ma pochi sanno come D’Annunzio fosse attento lettore di Rudolf Steiner. Infatti, egli possedeva nella sua biblioteca il libro Iniziazione e Misteri, edito a Napoli, nel 1923, dalla Casa Editrice Partenopea, dove a p. 43 vi è una citazione di Filone d’Alessandria, riportata da Steiner, e ben evidenziato da D’Annunzio, segno di attenta e interessata lettura, che con parole significativamente simili dice: “Sovente, allorché mi riscoto dal sopore della corporeità e rientro in me, distogliendomi dal mondo esteriore, e penetro dentro me stesso, scorgo una mirabile bellezza; allora io sono certo di essermi internato nella parte migliore di me; metto in attività la vita vera, sono unito col divino, e in lui fondato, e conseguo la forza di trasferirmi nel mondo trascendentale”.

Ma D’Annunzio aveva anche altre opere di Rudolf Steiner, tuttora presenti nella biblioteca del Vate al Vittoriale, tra queste il libro Teosofia, edito nel 1922 a Milano dalla Casa Editrice Aliprandi. Ed ancora anni dopo, il 3 settembre 1935, segno di un suo profondo e persistente interesse, il Vate abruzzese così scrive ad Antonio Bruers che al Vittoriale gli riordinava la biblioteca: “Tu che meglio di chiunque altro leggi l’incognito, svela al tuo misero fratello la divinazione di Steiner nella mia Officina operosa”. E si hanno anche varie notizie e testimonianze di altre opere di Steiner, possedute e lette dal Poeta-Soldato, andate poi smarrite o rimaste in altre mani dopo la di lui morte.
Che, malgrado la sua vita caotica e trasgressiva, nella parte più profonda di sé D’Annunzio avesse le idee ben più chiare di tanti antroposofazzi ed antroposofesse chiacchierone, lo si può vedere dalle parole davvero illuminanti, riportate nel suo Libro segreto, ove dice: “ A Eleusi in un pomeriggio d’estate appresi da una pietra che, secondo un’essenzial legge dello Spirito, l’arte stessa può diventare esotèrica. In antico religioni e filosofie non vissero se non di silenzio: conobbero ed osservarono la necessità del silenzio. Quelle che a tale necessità si sottrassero, quelle furono sempre mal comprese difformate profanate avvilite”. Chiaro, no?!

Ma c’è di più! Il valente orientalista Enrico Pappacena, sincero e ardente seguace della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, nonché discepolo e amico di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero, così scrive di Gabriele D’Annunzio, chiamandolo “il più grande poeta che l’Italia ha avuto dopo l’iniziatissimo Alighieri”, alludendo palesemente a rapporti con chi avrebbe potuto essergli Maestro: “D’Annunzio era, senz’altro, a conoscenza dell’iniziazione e delle possibilità che l’Iniziazione offre, nonché delle norme e delle espressioni che essa impone. Le prove esteriori di tale conoscenza sono numerose e facilmente individuabili, da un lettore attento. Mi basterà ricordare una sola, e di per sé eloquentissima. La simbologia della rosa, del giglio, del melograno. Da fonte autorevole seppi, anni fa, in Abruzzo, che Gabriele D’Annunzio aveva ricevuto da un grande Maestro di vita spirituale, l’invito a rinnegare tutte le proprie opere – come Platone rinnegò la sua abbondante produzione poetica -, per dare inizio ad una vita nuova e ad una nuova scrittura. D’Annunzio si rifiutò. Egli si sentiva celebratore dell’Universo quale appare ai sensi scaltriti e della Vita quale può essere liberamente sperimentata. Non volle varcare la soglia, o passare nel Regno della sola Pura Spiritualità Causatrice, ove sovrani dominano tutti i Grandi che conosciamo e quelli che ignoriamo ( le Guide operanti, ma non manifeste), dai primissimi Cantori del divino sino al Goethe e a Rudolf Steiner. È chiaro che D’Annunzio non avrebbe potuto ricevere quell’invito (i Maestri lasciano poi, sempre, assoluta libertà), se non fosse stato giudicato idoneo al superamento, che, d’altronde egli fece pur bene a non attuare, in questa vita”.

E questo fia suggel ch’ogni uomo sganni.

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Sicuramente D’Annunzio visse in maniera coraggiosa la sua tragica vita, e coraggiosamente agì sia nelle sue imprese migliori che nei suoi errori, ch’egli – come ricordava Attila nella chiusa del suo articolo sul precedente forum – pagò sempre di persona. S’egli peccò, peccò fortiter, ossia virilmente, temerariamente compromettendosi. Ma come affermava Massimo Scaligero, il Logos ama ed è vicino a chi coraggiosamente si compromette.

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GABRIELE D'ANNUNZIO, SCIENZA DELLO SPIRITO,

COMUNICAZIONI DA SIGWART – 4

Botho_Sigwart_conde_de_Eulenburg - Copia

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19 gennaio 1916

Oggi posso dedicarmi completamente a voi. Sono molto felice di passare questa serata in vostra compagnia, miei amatissimi; non saremo disturbati da influenze che vengono dall’esterno. Siate lieti, io sono qui, comprendo ciò che dite e voglio essere gioioso in vostra compagnia.

Forti correnti passano da uno all’altro e questo legame mi permette di avvicinarmi più facilmente a voi, perché posso immergermi in esse e in questo modo sentirvi molto distintamente. Siete uniti dalla spiritualità, cioè dalla meditazione, e queste correnti vi uniscono anche sul piano fisico. Anche se uno o l’altro non lo percepisce, ugualmente tutti ne siete impregnati. Non dimenticate che noi cerchiamo comunità che coltivino la spiritualità, perché esse ci fanno progredire, voi e noi. Ciò vi stupisce, ma credetemi, numerose alte e buone entità spirituali si rallegrano sovente del vostro cerchio. Tuttavia, anche altre tentano di prendervi posto con la forza e noi non siamo sempre così forti per scacciare gli impuri. Spesso mi sono preoccupato a questo proposito, ma ora sono tranquillo. Tutto questo già voi stessi lo sentite, e questo è un grado di sviluppo spirituale che non va sottovalutato.

Ora devo ritornare ad un mio spiacevole compito. E’ stato un gradito rilassamento aver potuto trascorrere questo tempo in vostra compagnia, miei amatissimi!

21 gennaio 1916

Cara sorella, c’è voluto molto tempo prima che tu potessi ritrovare la calma.

Si avvicina il tempo in cui tutto si farà più chiaro in voi. I cambiamenti sono iniziati e ora li sentirete sempre di più. Oggi sono felice perché sono stato reso libero da un penoso lavoro. Lode e grazie al Signore! Ho vissuto giorni veramente spaventosi. Ho partecipato alla distruzione di forze malvagie. Ho fatto ciò che mi è stato richiesto e al presente, posso di nuovo agire secondo la mia volontà.

3 febbraio 1916

Ti detterò una difficile comunicazione: ti prego di essere molto attenta.

Già da qualche tempo sono in quella sfera chiamata “devachan”, un mondo che è il “cielo” nel vero senso del termine. (Il 31 marzo Sigwart rettificherà questa comunicazione).

Qui non esistono più né sofferenza né desideri: tutto è spirito “denudato” e puro. Per giungere così rapidamente a questo livello bisogna aver preparato le vie. Il germe di questo rapido sviluppo, l’avevo già creato nella mia precedente vita terrena. Bramavo questa evoluzione, la desideravo.

Poi venne l’intervallo, durante il quale dovevo prepararmi per questa mia vita terrena, e durante questo tempo ero sempre animato da questo pensiero: “Progredire, progredire, per niente al mondo restare fermo, soprattutto non perdere tempo!”

Questo forte sentimento viveva ancora in me quando ero giù presso di voi. Sulla terra, ho concretizzato una gran parte dei miei voti.

All’inizio era molto difficile, perché nonostante i miei desideri interiori, mancavo di energia. Sovente ho sofferto molto della mia incapacità di domare il corpo, fino al giorno in cui L., la mia cara sposa, è entrata nella mia vita e mi ha mostrato come giungervi. Poco a poco è divenuto la mia seconda natura, e da allora ho conosciuto la fortuna di poter realizzare le mie intuizioni attraverso il mio lavoro. Ve lo dico, si conosce la vita, la sola vera vita, quando si è stati creativi in un qualsiasi campo.

Per questa ragione vi è sempre e dappertutto del lavoro che ci attende. E’ una condizione della vita.

Io l’ho assolta tardi, per me è stata una vera rivelazione. Ho tutto ritrovato. L’aspetto spirituale di ogni mia opera, anche la più piccola, l’ho veduta e risentita come un vecchio intimo amico.

Fate in modo da poter vivere anche voi questa fortuna. Ora, voi comprendete meglio ciò che io devo alla mia sposa. Essa mi ha donato l’accesso a questa grande verità, lei sola. Ella doveva entrare nella mia breve vita terrestre perché soltanto lei comprendeva ciò totalmente.

Dio sia con te!           Sigwart

 

8 febbraio 1916

Gli insegnamenti che vi do, non provengono da me ma dai Maestri. La coordinazione delle meditazioni e l’ordine nel quale esse devono succedersi richiedono un tale sapere. Soltanto spiriti di grande levatura e di grande saggezza possono concederle. Sono divenuto loro allievo e faccio anche delle meditazioni, non esattamente le stesse vostre, ma alcune di loro hanno del tutto lo stesso senso. I Maestri ricevono tutta la loro saggezza dalle alte divinità che si trovano sopra di loro.

Ma tutto ciò è ancora molto lontano da noi. Noi, e anche voi, abbiamo appena un presentimento delle forze di questa suprema potenza. Anch’io, che ne sono tuttavia già molto più vicino, non ho che un oscuro presentimento del livello ascendente della divinità. Alla loro estremità regna Colui che ci conosce totalmente e a Lui noi tutti apparteniamo. Egli è tutto.

12 febbraio 1916

Oggi ho assistito a qualcosa di particolare. Ho aiutato qualcuno che si trovava in una situazione molto spiacevole. Mi è stato detto che questa era l’occasione per compiere una buona azione e mi sono deciso molto rapidamente. Si trattava di un povero essere umano che era stato lui stesso la causa della sua sofferenza, e che nella sua vita non aveva conosciuto che dolore. La sua evoluzione ne era stata deviata sorprendentemente. E’ morto nel delirio dell’anima che da sola si era torturata.

E’ arrivato qui, sprovveduto, privo di esperienza, come un bambino, ma rinchiuso in un mondo di pensieri di sofferenza, pensieri creati da lui stesso. Era difficile far capire a questo povero essere, completamente smarrito, che era venuto il momento di pensare a se stesso e alla propria evoluzione.

Con infinita pazienza ho potuto ottenere che egli credesse in me, che mi ascoltasse e che accettasse ciò che gli dicevo. Ne sono felice perché ora si apre, anche se per ora inconsciamente, alle correnti spirituali e il resto verrà da se. Spesso si presentano casi strani, enigmatici.

In generale questi casi anomali sono dovuti a grande ottusità o a stordimento scientifico.

Ricondurre degli eruditi alla ragione è di gran lunga lo sforzo più difficile. Quando i problemi sono il risultato dell’ottusità, la riuscita è quasi assicurata, soprattutto se si agisce con amore.

Siamo invece impotenti di fronte ad un alta erudizione che ha i paraocchi. In questi casi, raramente ho registrato un successo nello spazio di tempo che è trascorso dalla mia separazione dal corpo fisico. E’ triste. A mio avviso, sembra che manchi loro la scintilla divina. A cosa serve tutta l’erudizione del mondo se manca l’elemento principale: la voce interiore divina?

31 marzo 1916

Insieme abbiamo ammirato oggi la bellezza della terra e ne ho provato un grande piacere. Mentre voi accoglievate le meraviglie della natura che Dio vi ha donato, mi sono legato ai vostri fluidi e, attraverso voi, ho potuto vedere nel vostro mondo. Sono stati per me momenti di esaltazione.

Qui, dopo essere stati liberati dalla materia, tali visioni sono accordate alla condizione di averle meritate. Sulla terra, al contrario, potete ammirare ogni bellezza senza chiedere il permesso a nessuno. Qui è tutto molto più severo, vi sono dappertutto e sempre delle leggi. All’inizio è molto difficile, perché si dimentica che ogni pensiero viene visto e controllato.

Vorrei darvi qualche ulteriore spiegazione.

Il Devachan è il cielo. Solo coloro che hanno tutto superato e si sono spogliati dei vari involucri vi hanno accesso. Non sono ancora in grado di parlarvi del Devachan, perché non trovo i termini per descriverlo. Devo dirvi che non ho ancora raggiunto totalmente questa sfera. Mi trovo ad un livello di transizione che si situa tra l’ultima sfera astrale e il Devachan .Qualche tempo fa avevo creduto di aver raggiunto quest’ultimo, perché ne avevo avuto un presentimento e perché vedo interiormente al di là dello stato in cui mi trovo.

Questo mondo celeste sorpassa tutto ciò che voi, esseri sulla terra, potreste immaginare. Offre una tale profusione di vaste esperienze e di sublimi visioni, che nessuno potrebbe trovare le parole adatte a descrivere queste impressioni. Certamente vi stupirete che parli del Devachan, nel quale non sono purtroppo ancora.

Qualche tempo fa vi avevo detto che lo avevo raggiunto. Allora avevo veramente creduto di essere nella sfera celeste, invece avevo raggiunto solo quella in cui mi trovo tutt’ora. Con il passare del tempo mi sono accorto che esistono altre sfere che, per ora, mi sono inaccessibili. Perdonatemi questo errore. Certamente comprenderete che abbia potuto crederlo perché qui si trova già tutto ciò che ci procura la felicità suprema. Devo ancora imparare a vedere perfettamente e a riconoscere tutte le Entità luminose: non ho ancora questa capacità.

Nondimeno sono circondato da un mare di Luce, che mi procura senza sosta nuove forze che mi permettono di creare delle opere musicali e di compiere altre ricerche.

Queste attività mi preparano all’entrata nel Devachan.

Quando pensate a me, vedetemi totalmente felice perché tutta la mia vita è improntata da una profusione di esperienze e di felicità.

Discendere da voi non mi crea difficoltà, sto acquisendo sempre più forze che me lo permettono.

Mi avvolgo con i vostri fluidi che mi sono così cari e, ben presto, sono nella vostra sfera.

Qui, come là in basso, vivo nella pienezza. Mi sembra di scendere da sante montagne e di entrare nelle vallate in cui la fioritura terrestre ed il profumo dei fiori mi immergono nel rapimento.

Vedetemi così, voi che attraverso il vostro amore, mi avete ricondotto alla terra e che, attraverso voi, amo ancora, perché ci unisce.

(continua)

ALTRO, SIGWART ( a cura di Mar_zia )

IL SENSO DELLE NOZZE MISTICHE (di Rastignac)

nozze

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Prima di giungere al Mistero dell’inverno, credo sia necessaria una riflessione intermedia che potrebbe essere la seguente.

Se parlo di qualcosa di “mistico”, non siate rigidi: qualcosa di ciò che avviene nell’anima in profondità, lo si coglie a tutta prima nella zona del sentire personale. Da ciò la scelta della parola.
E, se possibile, scusatemi per la generale povertà delle altre parole usate.

In riferimento alla forza autunnale di Michele, non solo Arimane non può stendere la sua gelida ragnatela, ma l’impulso di Lucifero, l’entusiasmo, lo slancio dell’anima che Arimane voleva impietrire, sono trasformati, sotto la guida di Michele, in cosciente e temprato, impersonale trasporto verso il bene spirituale ricevuto in dono nell’estate e custodito in seno all’anima.

Questo germe interiore ha cominciato a maturare nel tempo di Michele. Cos’è dunque tale bene interiore, il dono divino dell’estate? Qui si lambisce un delicato mistero.

Per caratterizzare il mistero dell’estate, del Natale occulto, ho antecedentemente usato il termine di “Nozze mistiche dell’estate”. Questa denominazione può essere usata perchè nell’estate avvengono veramente le nozze mistiche. Tra chi vengono fatte queste nozze?

Per rispondere occorre risalire assai lontano. Si legge nel Genesi che nel sesto giorno della creazione Dio formò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ciò significa che, mentre gli altri esseri del mondo sono solo elementi, singole parti del Tutto, l’uomo nel suo archetipo è una immagine completa di Dio: ciò che è in Dio è anche nell’uomo, come in uno specchio vivente.

E nel Genesi (I, 27) si legge pure che Dio fece l’uomo maschio e femmina. Solo nel capitolo seguente, dopo che Adamo ha già dato i nomi alle cose, dopo che egli ha già compiuto opere importanti, si narra che Dio procede alla divisione dei sessi, traendo Eva dall’Adamo unitario.

Ciò significa che non è essenziale all’uomo la divisione nei sessi maschile e femminile, ma che, anzi, l’uomo nel suo archetipo è bisessuale, è maschio e femmina, come dice il Libro.
Ma ciò significa pure che, essendo formato l’uomo ad immagine di Dio, anche in Dio stesso esiste questa polarità.
Per questo motivo, per esempio, sarebbe errato credere che la generazione del Figlio dal Padre avvenga mediante il rapporto con lo Spirito Santo.
Il Padre ha in sé tutti gli elementi per la generazione del Figlio, in quanto è Padre e Madre nello stesso tempo.
La divisione, in varie dottrine, tra il Padre Supremo e la Grande Madre, deriva dalla proiezione verso l’esterno di alcunché che in Dio è uno.
Il Figlio è generato ab aeterno dalle nozze misteriose che in Dio avvengono fra la polarità maschile e quella femminile.

Cosa si effettua nelle nozze, nella fecondazione in genere? Un germe viene accolto dalla madre: nella madre il germe si evolve a nuovo essere, finchè esso nasce, viene partorito, nel figlio.
Questa madre è, per il singolo essere umano nelle nozze mistiche dell’estate, l’anima stessa, che nel suo volo estivo si congiunge nell’universo con il Logos cosmico: il Logos la feconda con l’oro solare.
Questo “oro solare”, che è il Sole stesso, è il dono che l’anima umana riceve nel Natale estivo.
E’ ora compito dell’anima umana portare il germe a maturazione: la maturazione del germe estivo non è un fatto che possa avvenire solo naturalmente: occorre che l’anima stessa vi provveda coscientemente.
Altrimenti il germe muore e a Natale il figlio spirituale non può nascere.

A questo punto possiamo domandarci: cosa avviene a Natale in quelle anime che non sono in grado di compiere coscientemente il descritto processo spirituale?
Il ritmo spirituale che si svolge dalle nozze mistiche dell’estate al Natale invernale non ha per esse alcun beneficio?

La risposta a questo quesito si ha dalla considerazione di ciò che è per l’uomo la sfera religiosa, il suo cammino positivo e regolare lungo un indirizzo spirituale e, in particolare, l’intimo approfondimento del Mistero del Golgotha, rispetto ad un vivere solo nella dimensione sensibile anche quando si sia colti ed evoluti.

Tutta la storia dell’uomo è compresa in due termini: involuzione ed evoluzione.
Essi rappresentano il ritmo fondamentale di tutta la vita umana sulla terra.
Senza l’involuzione dell’essere psichico-spirituale umano nel fisico-sensibile, l’uomo terrestre non ci sarebbe mai stato. L’involuzione è rappresentata simbolicamente da una spirale che s’imbozzola in sé stessa, con un processo verso il ‘dentro’ della materia, fino al punto ultimo, il centro, oltre il quale non c’è più niente: in quel punto sta Satana, che vuole impadronirsi dell’essere umano.

Questa spirale involutiva può esser detta “il gorgo della vita” e anche “il gorgo della morte”,
essa è effettivamente un gorgo in cui l’anima viene inghiottita.

L’uomo, con il suo organismo psichico-spirituale, ha dovuto scendere fino al centro del gorgo della vita in un processo di involuzione che rappresenta il progredire dello spirito umano verso la formazione dell’uomo terreno con tutte le sue capacità, ma anche con ciò che via via egli ha perduto per guadagnare la terra.

Il risultato dell’involuzione è la formazione del “Figlio dell’uomo”. Ed è nella sua natura l’essere dapprima sottoposto alla morte. Nel centro della spirale però, l’uomo, giunto sino ad un punto in cui sente di annullarsi, è giunto alla formazione del suo io terreno: il “Figlio dell’uomo” ormai esiste: l’io umano terreno è completato. Lì Satana vuole ghermirlo e annientarlo.
E’ a questo punto che interviene il Cristo, il Logos incarnato che ha accettato la morte e l’ha vinta con la Resurrezione: la Vittoria dello Spirito sul “gorgo della morte”, cioè sull’involuzione dell’anima nella materia.

Con il Mistero del Golgotha la spirale cambia direzione. Come ha insegnato Rudolf Steiner, si ha un salto oltre il vuoto: l’entità umana con la forza del Cristo inizia un processo di evoluzione verso lo Spirito, portando il suo intero organismo corporeo-animico-spirituale alla trasformazione per vivere nel corpo spirituale di resurrezione, di cui parla san Paolo.

Con il Cristo nasce il processo evolutivo, e cioè il “Figlio di Dio”.
L’effetto benefico del ritmo che si svolge dall’estate al Natale invernale, opera dunque sempre, in via naturale,col formare nel singolo individuo il “Figlio dell’uomo”, e cioè nel dare all’uomo le forze necessarie per lo sviluppo del suo essere terreno.
Ma solo una cosciente unione col Cristo, la quale permetta di cooperare coscientemente al processo spirituale descritto, fa sì che a Natale sbocci nell’anima non solo il “Figlio dell’uomo” ma bensì il “Figlio di Dio”, il “Cristo in me” paolino.

Va tenuto ben presente a questo riguardo che già all’epoca del Mistero del Golgotha il processo di formazione dell’uomo terreno, del “ Figlio dell’uomo” era giunto a maturazione.
L’involuzione complessiva dell’entità umana giunse al centro della spirale involutiva pochi secoli dopo l’avvento del Cristo.
Da allora ogni ulteriore ‘progresso’, quale appare nel sensibile, in realtà non è più un progresso ma è piuttosto un abbandono di sé stesso che spinge verso Satana, costantemente in agguato nel centro della spirale: lì dove l’io umano giunge a maturazione.

Solo destandosi dalla vita data unilateralmente ai processi della materia e iniziando a sviluppare in sé una cosciente attività spirituale, esoterica e non solo formalmente religiosa, l’uomo d’oggi può uscire dal presente giogo a Satana, che porterebbe all’annientamento dell’umanità.
Per questo motivo occorre all’uomo del presente di cooperare consapevolmente affinché nel tempo natalizio nella sua anima principi la nascita del “Figlio di Dio” come frutto della presenza cristica: ma sempre più vissuta nella coscienza, cioè non fondata solo nel sentimento d’amore ma, in primissimo luogo, sulla conoscenza interiore.

Salute a tutti.

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MICHELE - La Via del Pensiero, SCIENZA DELLO SPIRITO

CIBI E DELITTI

cibi e delitti

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La premessa a questa nota  è abbastanza semplice. Il punto cruciale rimane sempre il pensare che, integrato alla percezione, produce conoscenza. Sembra quasi che vi siano due tipi di pensiero e altrettanti di percezioni: i primi superiori ai secondi. In parole povere, se il tema che viene afferrato dal pensare si traduce in pensieri che sembrino riguardare lo Spirito (per gli spiritualisti) va tutto bene mentre pensieri d’altro tipo paiono quasi privi di diritto di cittadinanza. Per l’asceta questo è un equivoco che deve essere chiarito in fretta. Invero non si può essere operatori moderni se l’eco formale della Tradizione domina la nostra anima. Scaligero ha osservato e scritto che il pensiero non muta pensando Dio o una seggiola (e quante volte l’ha ripetuto ad amici e discepoli della Via Solare!). Il pensiero non è più vero se volge ad un testo antroposofico piuttosto che al manuale del piccolo chimico. Esso è più vero se è più forte, se è più concentrato, se è più cosciente, se c’è “IO” in esso: allora s’avvicina a realizzare la propria, spirituale natura: solo allora lo spettro semiautomatico che si dice uomo prende sostanza e diritto d’umanità. Tenete conto di ciò nel leggere i cenni e frammenti di rigorosi esperimenti scientifici, compiuti in tutto il mondo  nell’ultimo decennio e conosciuti da Okinawa a Ottawa grazie alla rete, che non è quella di un ragno, ma, dall’origine, un modo per comunicare veloce tra scienziati. Chinandomi allo spazio tiranno voglio darvi subito qualche ragguaglio circa la realtà di prodotti del tutto comuni e “naturali” che attraversano i labirinti della tecnologia alimentare contemporanea.

Il latte: sino a vent’anni fa tutti accettavano l’indubitabile nozione che il latte faceva bene. Oggi il consumo di latte è accusato di tutto, dalle infezioni croniche al cancro e al diabete. C’è l’intolleranza al lattosio, l’allergia alla caseina. Sebbene alcune fortunate persone siano geneticamente equipaggiate per digerire il latte in tutte le sue forme, quello che si acquista nei negozi andrebbe evitato. E’ dannoso.

Vediamo di capirci. La mucca moderna è un mostro di natura. Un secolo fa le mucche producevano 8 – 12 litri al giorno, quelle di oggi (es.: le Holstein) arrivano a produrre tre o quattro volte tanto. Si è giunti a produrre animali con ghiandole pituitarie anomali attraverso selezioni e alimentazione proteica. La pituitaria non produce solo ormoni di stimolo alla produzione del latte ma anche gli ormoni della crescita. Essi sono presenti nella parte acquosa del latte, non nel grasso. L’eccesso di ormoni pituitari è associato alla comparsa del tumore.

La mucca con pituitaria superattiva è malata: secerne quasi sempre pus nel latte e richiede dosi frequenti di antibiotici. Troppo spesso le mucche sono alimentate con miscele ricche di proteine di soia. Ciò, oltre a stimolare maggior quantità di latte incrementa nell’animale l’incidenza di mastiti, sterilità e problemi epatici.

(L’alimentazione appropriata è l’erba verde, specie quella a crescita rapida di primavera e autunno. Il latte delle mucche alimentate correttamente contiene il fattore Price e l’anticancerogeno CLA, oltre una alta quantità di vitamine e minerali).

Passiamo alla pastorizzazione del latte che, come tutti sanno, ci protegge dalle malattie! Le moderne macchine per produrre il latte, i contenitori in acciaio inossidabile, l’efficiente confezionamento, ecc. rendono la pastorizzazione perfettamente inutile. Ma, peggio, la pastorizzazione non garantisce l’assenza di impurità. Tutti i casi di salmonella dovuti al latte, verificatisi negli ultimi decenni, hanno fonte nel latte pastorizzato (nel 1985, in America, un’epidemia in tal senso colpì oltre 14000 persone ed il ceppo nella partita di latte era resistente alla penicillina e alla tetraciclina). Il latte non pastorizzato contiene batteri produttori di acido lattico, protettivo per eccellenza dai patogeni. La pastorizzazione distrugge tali organismi utili, lasciando il prodotto privo di protezione nel caso di contaminazione. Nel tempo il latte non pastorizzato si acidifica, quello pastorizzato imputridisce. E non solo: il calore altera gli amminoacidi lisina e tirosina, rendendo difficoltoso l’assorbimento del complesso proteico; la perdita della vitamina C supera il 50% mentre la perdita di altre vitamine idrosolubili giunge al 80%; il “fattore Wulzen” o antirigidità è totalmente distrutto, idem per la vit. B12, necessaria per la salute del sangue ed il funzionamento del sistema nervoso; riduce la quantità di calcio, cloruro, magnesio, fosforo, potassio. Alcuni studi indicano che la pastorizzazione altera il lattosio. Ciò, e il fatto che il latte pastorizzato pone sforzo al pancreas per produrre enzimi digestivi, fa collegare, nelle società evolute, il consumo di latte al diabete. La pastorizzazione distrugge inoltre tutti gli enzimi presenti nel latte: la prova della riuscita del processo è l’assenza di enzimi. Questi aiutano il corpo ad assimilare i fattori costruttivi, compreso il calcio; perciò coloro che bevono il pastorizzato possono soffrire di osteoporosi. E arriviamo alle ultime infamie: dopo la pastorizzazione, a volte vengono aggiunte sostanze chimiche per smorzare l’odore e ripristinare il gusto. Sono aggiunte le vitamine sintetiche D2 e D3, la prima è tossica ed è stata collegata alla cardiopatia mentre la seconda è di difficile assimilazione. Alla cardiopatia è stata anche collegata l’omogeneizzazione. Non dimentichiamoci del latte scremato in polvere. I metodi di disidratazione commerciale ossidano il colesterolo nel latte in polvere, rendendolo dannoso per le arterie. L’essiccazione attraverso le alte temperature crea grandi quantità di proteine con legame crociato e di nitrati, potenti cancerogeni, oltre all’acido glutammico libero, tossico per il sistema nervoso. Sembra spaventoso, ma in realtà nelle persone sane tutto questo produce soltanto allergie, fatica cronica e una sequela di malattie degenerative.

Vi prego di continuare a rammentarvi che riassumo, fotografo, brevi spezzoni dimostrativi: in poche pagine non posso fare di più e comunque non sono “l’esperto” che ci vorrebbe.

Ai fini pratici, del tipo “se lo conosci lo eviti”, vorrei spendere alcune righe sui grassi idrogenati che fanno da re in merendine, biscotti, patatine e che sono presenti, in media, nel 40%  degli alimenti che trovate nei supermercati.

Il punto di partenza sono gli oli più economici (soia, mais, semi di canola, già rancidi a causa del processo d’estrazione). L’idrogenazione è il procedimento che trasforma i polinsaturi, normalmente liquidi a temperatura ambiente in grassi solidi a temperatura ambiente: la margarina e il grasso. Gli oli di cui sopra vengono mischiati con minuscole particelle di metallo, solitamente ossido di nickel. L’olio con il suo catalizzatore (nickel) viene esposto a gas idrogeno in un reattore ad alta pressione e alta temperatura. Nella miscela vengono poi inseriti emulsionanti simili al sapone e amidi per una miglior consistenza; il prodotto è nuovamente soggetto a alte temperature quando è pulito a vapore: serve ad eliminare l’odore sgradevole. Anche il colore, grigiastro, è poco appetibile ma, grazie al cielo(!), è modificato con la varechina. Un’aggiunta di coloranti e aromatizzanti ed è pronto per essere venduto come l’alternativa sana al burro. Le margarine ed i grassi parzialmente idrogenati (noti come: olio idrogenato, olio vegetale parzialmente idrogenato, transgrassi, acidi grassi trans, margarina, margarina vegetale) sono per noi ancora peggiori degli oli vegetali molto raffinati di cui son fatti a causa delle trasformazioni chimiche (alchimie perverse) che si verificano durante il processo di idrogenazione. Nelle alte temperature, il nickel catalizzatore spinge a cambiare gli atomi di idrogeno nella catena degli acidi grassi: prima, nella catena sono presenti  coppie di atomi di idrogeno che costringono la catena a piegarsi leggermente creando una concentrazione di elettroni nel punto del doppio legame. E’ detta formazione cis ed è la configurazione più comune presente in natura. Con l’idrogenazione, un atomo della coppia si sposta dall’altra parte e la molecola si raddrizza. Si chiama formazione trans e provate ad indovinare: èraramentepresenteinnatura. I grassi trans da laboratorio sono tossici ma il sistema digestivo non li riconosce come tali e vengono incorporati nelle membrane cellulari come cis. Entrati, i trans con i loro atomi di idrogeno fuori posto creano problemi di metabolismo cellulare.

I grassi idrogenati alterati bloccano l’utilizzo degli acidi grassi essenziali, causando: disfunzione sessuale, aumento di colesterolo ematico e la paralisi del sistema immunitario. Il loro consumo è associato al cancro, l’arteriosclerosi, il diabete, l’obesità, la riduzione della vista, la sterilità, difficoltà di lattazione, stati infiammatori a ossa e tendini. Parlando di acquisti, la popolarità della margarina parzialmente idrogenata (rispetto al burro) è il trionfo della pubblicità sulla conoscenza. La miglior difesa è evitare alimenti idrogenati o nascosti nella lista degli ingredienti come la lebbra.

Potrei annoiarvi ancora con tante altre sostanze: mi limito a raccomandarvi il Glutammato Monosodico (noto anche come: glutammato di sodio, E 621, glutammato libero, estratto di lieviti, lieviti autolizzati, proteine idrolizzate, Accent) di cui accenno a solo una delle sue caratteristiche: il glutammato è anche una eccitotossina e un alto livello di questa provoca danni al cervello. Il dott. Olney, esperto mondiale di glutammato, scrive: “Penetra facilmente in alcune regioni cerebrali (ipotalamo) distruggendo velocemente i neuroni negli uomini e negli animali” Come “esaltatore di sapidità” è onnipresente nei cibi raffinati.

Infine, per togliervi quel briciolo di certezze che rimane sempre, concludo questa breve passeggiata tra le mine antiuomo di tutti i giorni aprendo il dossier di un efferato killer , chiamato anche: La morte bianca.

Di solito lo chiamiamo zucchero. Cerchiamo di capirci: in quantità modesta è un alimento utile, anzi necessario alla coscienza, al cervello, alle funzioni corporee, ma negli ultimi decenni, nella società occidentale è stato introdotto pressoché in tutti gli alimenti, anche nei cosiddetti alimenti salubri come i cereali poveri di calorie, yogurt, cracker senza grassi e così via. Dunque perché lo zucchero (glucosio, fruttosio, saccarosio, galattosio, maltosio, destrosio e lattosio) fa male? Perché ora l’occidentale nella media assume un kg di zucchero la settimana. Avete letto bene: alla settimana! (sino a un kg e mezzo nei paesi anglosassoni, in Canada voliamo a quote ancora più elevate).  In pratica, questa enorme quantità di zucchero fa sfracelli nell’organismo. Favorisce gagliardamente l’obesità, le cardiopatie, il diabete e l’alta pressione. Inoltre, causando rapide fluttuazioni nei livelli glicemici (spinta in alto seguita, mezz’ora dopo, dal crollo glicemico) vi lascia desiderosi di altri alimenti zuccherati (rilascio di dopamina) e così vi trasforma in zucchero–dipendenti. Immaginate che questo sta veramente accadendo per  la maggioranza dei giovani e bambini del mondo occidentale e vi sorgerà il sentimento che, per gli effetti futuri, si profila una catena di problemi  più gravi di una guerra nei Balcani.

Stiamo sfiorando la spuma di un mare oscuro che le tradizioni non prevedevano e gli studi antroposofici di settore  conoscevano poco. L’unica difesa che ci rimane è  la capacità di pensare autonomamente , senza rifugiarci nel Mito. A mio avviso il vero ricercatore di Scienza dello Spirito può, anzi dovrebbe pensare tutto, purché immetta IO nel pensiero che pensa, soprattutto per quanto riguarda la scienza contemporanea. Sia chiaro che posso ammirare gli studi di Hermann Poppelbaum o di Gerhard Schmidt, ma nella velocità dei cambiamenti, essi sono rimasti indietro. Poppelbaum dice: “ Non esistono nell’universo sostanze non appartenenti a nessuno ma per le sostanze sintetiche prodotte dall’uomo forse le cose non stanno così” Ebbene, da quel tempo ad oggi sono state create 52 sostanze che non esistevano in natura e che, per forza maggiore, respiriamo, mangiamo,assorbiamo per osmosi. Schmidt, sulla traccia data da Steiner, osserva come l’evoluzione umana sia collegata all’elemento zucchero: vedete nelle righe precedenti e in quelle successive della mia nota a cosa questo binomio stia portando. Ripeto: sono stati lavori molto pregevoli ma ora da essi l’eventuale ispirazione ci porta indietro ad un tempo di certo migliore ma incapace di comprendere le istanze che urgono davanti a noi. Ora.  Le cose cambiano. C’è un divenire. E, se si è avanti nell’età, sembra che tutto vada peggio.

Quelli che seguono sono semplici indicazioni, suggerimenti generali per il benessere del corpo e della base corporea della mente che si giustificano soltanto alla luce della pura sperimentazione contemporanea.

Attività fisica: essa stimola l’accelerazione del metabolismo, riduce i livelli di insulina, provoca l’aumento del colesterolo buono HDL (riducendo il rischio di cardiopatie) e della resistenza al declino mentale legato all’età, protegge, in misura per ora non quantificabile, dal morbo di Alzheimer.

Controllo dei carboidrati: visti i picchi insulinici forniti dagli eccessi di carboidrati, che causano divisione cellulare, resistenza all’insulina e la glicazione delle proteine, possiamo parlare di moderazione nell’assunzione dei carboidrati.

Parliamo di indice glicemico e carico glicemico (Il c.g. È il prodotto aritmetico dell’indice g. per la quantità di carboidrati). L’indice glicemico misura quanto l’alimento specifico aumenta i livelli glicemici ematici. Più alto è il numero (da 1 a 100) più veloce è la conversione. 100 è rappresentato dal pane bianco o dal glucosio. Si consiglia di mangiare pochi alimenti con IG alto (da 70 a 100) ma principalmente con IG basso (55 o meno). La pasta, piatto nazionale, è di indice 55. I carboidrati fibrosi causano una conversione glicemica molto bassa (cocomero, carota). In sintesi: i carboidrati che meno tendono ad aumentare l’insulina sono meno inclini a stimolare depositi di grasso e le malattie connesse all’invecchiamento. In pratica sarebbero da evitare alimenti contenenti zuccheri nascosti ossia: sciroppo di mais, melasse, fruttosio, destrosio, turbinado, amazake, sorbitolo, polvere di carruba, saccarosio e sciroppo d’acero. Quando valutate i meriti di un pasto sano, sappiate che un cucchiaino di zucchero raffinato è pari a  4 g di zucchero, perciò un prodotto che contiene solo 16 g di carboidrati non fibrosi per porzione contiene 4 cucchiaini di zucchero.

Antiossidanti : le reazioni ossidative fuori controllo sono collegate all’aumento dei radicaliliberi, i supercattivi nel nostro corpo (la teoria dei radicali liberi è complessa, in sintesi: ogni tipo di RL è una molecola a cui manca un elettrone nella struttura esterna. Ciò rende i radicali liberi instabili e alla ricerca di un modo per rimpiazzare l’elettrone mancante. Quando incontrano una cellula normale sana rubano un elettrone dalla struttura esterna della parete cellulare, danneggiando così la cellula e innescando una reazione a catena, con ogni molecola cellulare danneggiata che cerca di rimpiazzare il suo elettrone mancante. Il risultato finale è un gruppo di pareti cellulari permanentemente danneggiate che possono condurre a problemi come il cancro, cardiopatia, artrite, ostruzione delle arterie, ecc.) Il sistema di antiossidanti connaturato nel corpo declina con l’età. Inoltre, il cervello, che è composto per la maggior parte di grassi è particolarmente soggetto all’ossidazione e la ricerca dimostra che le persone che assumono una quantità maggiore di antiossidanti sono anche quelle più sane. Il fatto che gli antiossidanti aiutino a preservare la funzionalità cerebrale è già una ragione sufficiente per assumerli e, inoltre, contribuiscono alla difesa dell’organismo contro malattie gravi come il cancro, l’aterosclerosi e la degenerazione cerebrale.    Gli antiossidanti sono abbondanti negli ortaggi (cavoli, cavolini di Bruxelles, carote, ecc.) e nella frutta di colore accentuato (fragole, ribes, mirtilli, ecc,). Tra le molte sostanze assumibili come integratori ci sono: beta – carotene, vitamina C, vitamina E, selenio, zinco, CoQ10, acido alfalipoico in forma R (R – ALA), gingko biloba, estratto di semi d’uva.

Antiinfiammatori : Data l’influenza dei processi infiammatori in moltissime malattie e traumi, il consiglio è di adottare strategie antiinfiammatorie. Ricordatevi che moltissimi esperimenti, prolungati nel tempo, attestano che l’intervento precoce può arrestare e persino invertire il declino cognitivo associato al binomio invecchiamento e stati infiammatori. Tra gli alimenti vi sono ortaggi come cavolo verde, alghe e altri ortaggi verdi e frutta come mirtilli, olive, avocado, papaia e ananas. Tra le sostanze abbiamo la vitamina C, D, E e gli eccezionali grassi omega – 3. Questi ultimi sono indispensabili alla salute del corpo e dell’attività cerebrale. Inoltre proteggono il sistema cardiovascolare, diminuiscono il rischio di cancro, riducono sensibilmente gli stati depressivi e altro ancora in rapporto alla quantità, in grammi, d’assunzione.

Riduzione delle calorie : Troppo cibo, anche il più salubre, produce quantità enormi di radicali liberi (molecole iperattive come superossido, idrossile, ossigeno singoletto e perossidi) che danneggiano le pareti delle arterie e avviano l’accumulo di depositi di grasso bloccanti il flusso ematico. Si valuta inoltre che la riduzione indiretta dell’assunzione di zucchero, smorzando le calorie, riduca la produzione di insulina e la conseguente divisione cellulare legata al cancro, i danni ai grandi e piccoli vasi ematici e diminuisca la formazione dei glicati avanzati causanti l’invecchiamento prematuro. Sia quel che sia, è saggio abituarsi all’assunzione di nutrienti sufficienti, senza affamarsi, ma anche senza mantenere, da sedentari, un volume di cibo adatto ad un boscaiolo canadese! Il che non è facile se si viene a sapere, come esempio, che il contenuto di una sola lattina di una famosissima bevanda globalizzata, contiene, in zuccheri, più di quanto abbisogna l’organismo per una giornata.

Il sonno: In occidente si stima che il 74% di persone soffre di problemi di sonno, alcune o più notti alla settimana. Si è scoperto che: una sola settimana con carenza di sonno altera i livelli ormonali e la capacità di metabolizzare i carboidrati; aumenta il livello di cortisolo associabile alla resistenza all’insulina e alla perdita di memoria; i livelli glicemici impiegano a calare con il 40% di tempo maggiore e la risposta all’insulina precipita del 30%. Il fabbisogno di sonno è comunque soggettivo ma viene facilmente snaturato da diverse pessime abitudini: ho assistito persone stressate e aggressivizzate che sono ritornate ad un buon equilibrio con un aumento di  mezz’ora di sonno associato ad un’integrazione di fosfatidilserina.

In una ancora più generale visione dell’insieme si potrebbe aggiungere qualche strategia nutrizionale controcorrente rispetto ad alcune abitudini inveterate e alle tradizioni familiari: Fare 5 – 6 piccoli pasti al giorno. Fare pasti piccoli e frequenti aiuta ad aumentare il ritmo metabolico (bruciare più grasso), stabilizza i livelli glicemici nel sangue (energia costante durante il giorno), migliora l’assorbimento dei nutrienti. Mangiare di più al mattino e ridurre l’assunzione calorica col progredire della giornata; col procedere del giorno il metabolismo rallenta, quindi fare pasti più piccoli e limitare l’assunzione di carboidrati la sera può essere un passo positivo verso il sano dimagrimento.

Riassumendo: attività fisica, controllo dei carboidrati, antiossidanti, antinfiammatori, restrizione calorica e sonno sufficiente, possono riportarvi al miglior stato di salute fisica e psichica che vi è stato, potenzialmente, concesso.

Ho tracciato uno schizzo assai elementare, sulla base di quanto, sebbene in evoluzione continua, trova basi solide nell’osservazione dell’esperimento scientifico degli ultimi anni. Però, quello che volevate, non posso darvelo. Però posso forse raccontarvi in breve ciò che ho visto o sperimentato direttamente.

Se abitate in città, comperate alimenti “bio”, ma senza illusioni. Esistono produttori che separano i prodotti: quelli belli all’ordinaria filiera commerciale, quelli brutti ai mercati biologici. Scegliete frutta con buccia spessa, eviterete mezzo chilo annuo di potenti antiparassitari nella vostra pancia. Ricordatevi di bere acqua, più passano gli anni, più ci si dimentica: quando appare la sete il vostro corpo è già disidratato. Mangiate frutta secca (specialmente noci) giornalmente o quasi; sono ricche di sostanze minerali e di grassi essenziali (omega3). Mangiate la frutta lontano dai pasti principali e fatela diventare pasto  piccolo (ricordatevi dei 5 o 6 piccoli pasti). Iniziate il pasto dall’insalata: mangerete di meno e sarete soddisfatti comunque. Ricordatevi i colori delle verdure e della frutta, non è uno scherzo: tra le mele la qualità Delizia Rossa risulta sei volte più ricca di ossidanti rispetto a quelle più…scialbe.

Passando all’empiria,pura e semplice ho notato che:

una grave depressione si è risolta in meno di un mese con l’integrazione congiunta di Creatina (effervescente) e fosfatidilserina (4gr. di creatina e una capsula di Neo Bros pro die);

in un organismo sano una semplice integrazione di 2gr. di grassi omega3 e una capsula di ginkgo biloba titolato al 24%, su base giornaliera, offre un validissimo aiuto alla destità e alla chiarezza basica della mente;

persone sofferenti di disturbi al sonno e eretismi cerebro – mentali si sono sanate con fosfatidilserina e ginkgo biloba;

condizioni tossiche di vario tipo hanno avuto concreti benefici da un mix di vit.C, vit.E, e Cardo Mariano;

ho visto scomparire un herpes alle labbra in un solo giorno con una dose assai massiccia di vit.C ;

ho anche visto regredire di tanto fastidiose dermatiti croniche con l’integrazione alimentare di omega3 e noci;

ho notato che i soliti multivitaminici (progettati prima della scoperta del fuoco) servono poco o niente, ma se proprio si desidera il-tutto-in-uno, ad un ipotetico amico consiglierei il Power LifeMix della A.N.Labs;

esiste una ricettina sicula per il benessere dell’intestino (che, come ogni occultista sperimenta, è collegato a definite zone cerebrali). Prendere a digiuno un cucchiaio d’olio d’oliva extravergine, specie nei cambi di stagione: è una medicina contro i radicali liberi e ciò è dovuto alla sua composizione di acidi grassi monoinsaturi (70/80% di acido oleico) e sostanze antiossidanti (alfa-tocoferolo e polifenoli). Pensate che nell’Europa dell’Est lo si vende in farmacia!

Potrei continuare ad insinuare, se non all’infinito, almeno per diverse pagine. Un’idea ve la siete fatta. Allora andate da qualcuno che abbia le carte in regola ma soprattutto che sia al corrente e non nella corrente. Avrete notato che non ho nemmeno sfiorato l’omeopatia e le cure alternative: funzionano alla grande, alcune, e di molte non mi fido, attraenti come sembrano: sfiorano anche troppo la terra di nessuno dove il sublime è sempre ad un passo dal ridicolo. Ma se trovate un vero terapeuta la soluzione di problemi anche gravi allora è possibile. Intanto spero d’aver abbozzato qualcosa di utile. 

SALUTE
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